La Debicke e… Dammi tutto il tuo male

Dammi tutto il tuo male
di Matteo Ferrario
HarperCollins, 2017

Dopo la scomparsa della sua compagna Barbara, Andrea è un padre single e adora la piccola Viola, nata dall’unione con la donna. Ogni tanto la sera, quando tutti i rumori intorno si attutiscono e sul prato di casa cala l’oscurità e si potrebbero vedere le lucciole, Viola, quasi sei anni, attende silenziosa abbracciata strettamente a suo padre sotto la veranda. Spera di vedere le lucciole, ma spera anche nel ritorno di sua madre Barbara. Solo suo padre sa e teme che la sua sia una vana attesa.
Andrea ha quarant’anni ed è un uomo dalla vita normale. Fa il bibliotecario, gli piace e, da quando Barbara è scomparsa, cresce da solo e con amore sua figlia. Ma Andrea è anche un assassino e l’autore ce lo anticipa, con una sincera confessione del protagonista e io narrante, fin dalle prime pagine.
Barbara e Andrea si erano conosciuti a un esclusivo party milanese, dato dal miglior amico di Andrea e, da quel momento, erano diventati inseparabili. Barbara, con la sua attività di tatuatrice, eroina iconica con un paio di ali – una di farfalla e una di pipistrello – incise sulle scapole, una ragazza dalla bellezza un po’ androgina, stravagante, talvolta schiva ma decisa, aveva creduto di trovare in Andrea l’unica persona al mondo che potesse salvarla. Ma salvarla da cosa? E perché si è praticamente volatilizzata poco dopo la nascita di Viola? La minuziosa opera per riallacciare i tanti fili del passato si alterna alla vita di apparente e protettiva normalità quotidiana di Andrea e Viola. Ci sono gli inviti dagli amici, le gite al mare, i cartoni animati, le feste, la scuola.

Il rapporto fra Andrea e la figlia, che deve proteggere a ogni costo, potrebbe essere il fulcro del romanzo, che però è anche una bella e sofferta storia d’amore fra il protagonista e la misteriosa Barbara, scomparsa dopo aver percorso un brevissimo tratto di vita con Andrea e Viola, e la incredibile cronaca di un omicidio, commesso da Andrea per amore. Andrea è l’unico a conoscere la verità. Una verità oscura e inconfessabile, nascosta in una fitta boscaglia fatta di troppo silenzio, omertà e dolore. Andrea ha ucciso, ma non è pentito. Perché si può uccidere per odio. Però a volte, si può anche uccidere per amore. E infatti Andrea Bertone, fino ad allora incapace di fare del male a chiunque, ha accettato di sfidare l’inferno pur di salvare sua figlia.
La difficoltà di trovare certe risposte si trasmette nettamente. E si allarga a macchia d’olio. Se si pensa all’infanzia: i bambini capiscono l’infelicità e la solitudine degli adulti? Perché il bisogno di essere amati dai propri genitori è così forte da far persino dimenticare certi torti? Ma soprattutto si può essere un buon padre anche senza dire tutta la verità ai figli?
Nell’animo di Andrea si susseguono dubbi, problematiche irrisolte, fatti tragici, fino a giungere al finale, decisamente poco scontato, in cui tutta la storia troverà il suo epilogo, tanto che la necessità di scoprire come e perché un padre possa diventare un assassino garantisce la suspense fino alla fine.
Un romanzo intenso che Ferrario riesce, con raro buon gusto e raffinatezza, a mantenere in equilibrio fra tenerezza, sentimento e mistero, senza mai guastare la suspense.
Da leggere.

La Debicke e… I segreti della famiglia Herington

I segreti della famiglia Herington
di Wendy Francis
Newton Compton, 2017

Le ragazze Herington sono di nuovo insieme per trascorrere un’altra estate nella vecchia casa di famiglia di Cape Cod. Quest’anno, però, hanno portato in vacanza con loro più segreti che valigie. Maggie, la più grande delle due gemelle, è preoccupata per il recente (poco più di un anno), imprevedibile divorzio dei genitori, che rischia di scombussolare la routine familiare, e per il suo desiderio, le sue due femmine e Luke il maschio stanno crescendo, di avere un altro bambino per casa. Dopo la travagliata nascita di Luke, vorrebbe adottarne uno. Jess, la seconda gemella, la più insicura e impacciata, nonostante l’amore per i due figli e le responsabilità di preside di scuola, ha un matrimonio che scricchiola e vorrebbe trovare il coraggio di confidarsi con il marito e con Maggie per un errore commesso. Virgie, la più giovane e brillante, la più vicina al padre e da sempre consacrata alla carriera, da due mesi ha incontrato finalmente un uomo che parrebbe giusto. Però non si sente ancora di presentarlo alla famiglia e in più è stanca, provata da mesi di lavoro e spera molto nella vacanza per ritornare in forma.
Previsto anche l’arrivo di Arthur, il padre, affermato scrittore di gialli che occupa il tempo libero facendo volontariato nella biblioteca e ancora innamorato fino al midollo della madre delle ragazze ed ex moglie, Gloria. Lei gli ha chiesto il divorzio da un giorno all’altro e soit disant per vivere la sua vita, dopo ben trentaquattro anni di matrimonio…
E quando Gloria annuncia una visita a sorpresa a Cape Cod, insieme a Jo, il suo fidanzato, mette un po’ tutti in fibrillazione. Soprattutto Arthur, l’ex marito che, anche se non l’ammette pubblicamente, ha mal digerito la separazione. Eppure la convivenza funziona, certi nodi vengono al pettine sciogliendosi e, nonostante un malore di Virgie durante la festa di compleanno del padre, tutti riescono a gestire la situazione, almeno fino a quando un imprevedibile e spiacevole incidente porterà a galla un nuovo segreto e forse un nuovo problema…
I segreti della famiglia Herington di Wendy Francis rappresenta lo specchio più classico di un certo tipo di famiglia americana moderna, una famiglia quasi perfetta con tutti i membri legati tra loro e forse ancora imbevuta di un certo puritanesimo.
Il libro è scritto in terza persona da un narratore onnisciente, ogni capitolo è concentrato su uno dei personaggi e quindi diventiamo subito spettatori di sentimenti, idee, desideri. Ci ritroviamo a osservarli, siamo testimoni di quanto si affastella nelle loro menti, insomma peggio delle mosche sul muro siamo le non viste spie della loro vera vita.
La storia ruota intorno alla loro “oasi felice”, una piccola e semplice casa di vacanze, con pontile e spiaggia privata, una casa che non è mai cambiata nel tempo e che, ogni anno a luglio, ha riunito la loro famiglia allargata: genitori, figlie, generi e nipoti…
Le vacanze per gli Herington sono sempre state una parentesi serena, un rifugio dai problemi quotidiani che attanagliano ognuno dei protagonisti e un momento speciale da passare in famiglia, fino a questa estate!
Oddio certe avvisaglie c’erano ma, come succede spesso, ci si fa superare dai mille impegni, non si vuol imporsi agli altri e si pensa sempre che “tanto il tempo per fare tutto non mancherà!”
E invece… La vita è troppo breve e non ci si rende conto di quanto di “buono” si ha, fino a quando non viene a mancare.

Wendy Francis ha lavorato per anni come redattrice, prima di dedicarsi alla scrittura. Le piace correre, fare qualche tiro al canestro con il figlio e leggere un buon libro sulla spiaggia. Vive vicino a Boston.

La Debicke e… Penelope Poirot e il male inglese

Penelope Poirot e il male inglese
di Becky Sharp
Marcos Y Marcos, 2017

Ancora un mystery alla moda anglosassone, un secondo giallo scritto sulle orme di Agatha Christie e pubblicato ancora una volta con lo pseudonimo di Becky Sharp. Pseudonimo che è tutto un poema, ritagliato su misura ed elegantemente sottratto alla protagonista di Fiera della vanità di William Thackeray. Ma chi è veramente Becky Sharp? A chi le chiede cosa fa nella vita, risponde di essere una redattrice, una traduttrice ma di sentirsi l’animo di un’avventuriera. Magari potrebbe anche citare alcuni sconfinamenti in campo filosofico e della critica letteraria. Poi, ancora insoddisfatta, garantirà di essere una scrittrice, tradotta oltralpe. In verità molti sospettano che abbia un animo decisamente pantofolaio e più di una voce giura che dietro il britannico pseudonimo Becky Sharp, si diverta a nascondersi Silvia Arzola, italiana puro sangue, traduttrice e brava scrittrice per i più piccoli.
Ma a voi due passi nella trama.
Penelope Poirot ha nuova vita, non è più critica gastronomica ma un’affermata scrittrice. La sua autobiografia, dal fastoso titolo: Una nipote, è balzata in vetta alle classifiche anglosassoni. Le riviste più alla moda si contendono i suoi reportage di costume, e Penelope ha deciso di dedicarne uno al male inglese, insomma a quella atavica forma di malinconia che un tempo si curava con un viaggio seguito da un lungo soggiorno all’estero, preferibilmente in Italia, meglio ancora se in Liguria, in paesi affacciati sui dolci golfi della Riviera di Levante.
Accompagnata da Velma Hamilton, italo-inglese, anarchica da parte di nonno, da lei quasi trasformata in un indivisibile alter ego, zitella ma sempre incerta nella sue scelte esistenziali, paziente segretaria nonché privilegiata vittima dei suoi sfoghi, Penelope ha fatto le valigie ed è pronta a partire per ripercorrere il Grand Tour.
La sua prima tappa, che sarà Portofino, le riserva una gradita sorpresa: ha riaperto i battenti villa Travers, meta delle più belle estati della sua adolescenza. E tanti lontani e dolceamari ricordi.
Dopo la drammatica scomparsa del proprietario, il figlio primogenito Samuel, uscito e scomparso in mare in una sfortunata notte di dieci anni prima, la famiglia non aveva più rimesso piede nella villa. E adesso, invece, eccoli tornati là, riuniti tutti insieme, la vedova, il padre, il vecchio patriarca, i figli, il cognato, gli amici, sulla terrazza dalla vista spettacolare, intorno alla piscina restaurata.
Penelope e Velma vengono invitate a dividere i rinnovati fasti di Villa Travers e a sistemarsi nella camera verde, dove aleggia ancora un sentore di polvere e di muffa, ma è tra le pieghe calde dei ricordi che si celano i drammi di una famiglia che non ha ritrovato la pace. Fumi di antichi rancori, uniti a ceneri di spente passioni e trame d’invidia o peggio, serpeggiano mefitici, ammorbando l’atmosfera.
In un terreno tanto fertile il delitto attecchisce, germoglia rapidamente ed esplode all’alba come uno splendido fiore velenoso.
Dicevamo che Penelope Poirot e il male inglese è un giallo dai canoni “classici”, e quindi con un ristretto gruppo di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa. Anche se ogni tanto la faccenda criminosa finisce abbastanza in secondo piano, facendo invece guadagnare la scena alle multiformi personalità, alle debolezze e alle stramberie dei personaggi.
Su tutti ovviamente spicca lei, Penelope: eccentrica, sempre elegante, in equilibrio sui tacchi, colma di autostima, assolutamente convinta di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre prozio.
Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton che fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e lascia vagare il suo sguardo più pacato, e forse più obiettivo, sulla fauna dei loro ricchi ospiti. Ma solo il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e ridicolaggine legata agli ospiti di Villa Travers.
Ma c’è altro. Ci sono personaggi che sanno vivere solo d’immagine, donne sottilmente crudeli, torbidi segreti connessi al passato, pregiudizi, insane gelosie. Una sconfortante commedia umana, che tuttavia resta sempre una commedia. (Tanti particolari però mi hanno richiamato alla memoria il famoso giallo di Portofino legato alla morte della contessa Agusta.)
Puntuto, originale e lieve: mix quasi perfetto di intrigo e ironia, per chi oggi cerca un giallo fuori dagli schemi, questo Penelope Poirot e il male inglese.
E niente altro potrebbe essere un romanzo che ha per protagonista “nientepopodimeno” che Penelope Poirot, anglo belga pronipote del famosissimo Hercule,
Su tutto, domina lo stile ben calibrato dell’autrice, che riesce a regalare al lettore un eccellente melange di humor e buona scrittura.

La Debicke e… Omicidio in via della Dogana

Omicidio in via della Dogana
di Stelvio Mestrovich
A&A Edizioni, 2017

Lucca è il suggestivo scenario di Omicidio in via della Dogana, ultima fatica letteraria di Stelvio Mestrovich. Un thriller giallo, di “buona beva” e molto pruriginoso in cui si percepisce aria di seduzione, di adulteri e di eros sin dalle prime righe, quando, sotto la volta del giudizio michelangiolesco della Cappella Sistina, Valentina Lenzi – bella quarantenne alta, abbronzata, capelli lunghi e rossi, con la camicetta che lascia intravedere un seno piccolo ma sodo – incontra per caso Maria Pia, un’amica di vecchia data e gelosissima moglie del giallista Alberto Dodero.
Ciò nondimeno proprio Maria Pia chiede al marito, scrittore per la gloria ma impiegato di banca per vile pecunia, di far dono all’amica ritrovata di una copia di Assassinio in seconda classe, l’ultimo suo romanzo di successo. Dodero, un farfallone che si crede smaliziato dongiovanni, accoglie la provocazione, telefona a Valentina un mese dopo, in pieno luglio, e si presenta da lei con il libro firmato.
Un caffè in un bar sotto casa.. e zac, scatta l’appuntamento, perché Valentina è donna di idee molto aperte. Insomma una che la dà facile e più che disposta a mettere le corna al manesco e nerboruto marito Ciro diventato una vera palla al piede…
Però quattro giorni dopo, quando l’ammaliatrice non si presenta all’ora prevista al Lido di Camaiore, bagno Doge, Alberto torna a Lucca a cercarla, si imbatte nel marito che non sa dove sia andata, poi scocciato torna al mare e la vede salire a bordo del Poseidone, peschereccio di Vincenzo Chiaravalle, calabrese trapiantato in Versilia.

A Valentina, questo è evidente, piace ed è sempre piaciuto far collezione di amanti (e chi tiene il conto?); il penultimo è il giovane e aitante marinaio e dopo, a suo gusto e perché no, sarà il giallista lucchese.
Ma quando verrà ritrovato il cadavere della Lenzi, uccisa con un colpo di Beretta calibro 9 in via della Dogana a Lucca (dove una volta c’era un celebre casino), ed entreranno in gioco il maggiore del Carabinieri Marco Mosetti e il suo braccio destro, il maresciallo Michele Bernardini, il nostro farfallone amoroso finirà con essere sospettato di omicidio. Non ha un alibi valido, non si sa dove fosse esattamente la sera del delitto, tutti gli indizi puntano su Alberto Dodero. Persino sua moglie lo crede colpevole

Ma sarà lui l’assassino? Oppure Mosetti dovrà invece guardare al passato e cercare di scavare più a fondo?

La Debicke e… Le delizie della duchessa

Le delizie della duchessa. Maria Luigia a tavola
di Eliselle e Carlo Vanni
Quaderni del Loggione
Damster edizioni

Figura amatissima eppure controversa, virgulto di asburgica nobilissima stirpe, figlia e nipote di imperatori, pedina sballottata in astrusi giochi politici, ma diventata la coccolata sposa di Napoleone imperatore dei francesi, poi però… il patatrac. Dietrofront! Si ricomincia come Sua Altezza Imperiale Maria Luisa di Asburgo e infine duchessa di Parma. Cosa furono gli uomini per lei? Partita in sordina con il generale corso, fece però presto a imparare, tanto da poter essere definita alla fine dei suoi giorni una grande amante… degli uomini ma anche, a noi interessa, della buona cucina e ricordata con rispettosa adorazione per la sua tavola sempre curata e sontuosa.
Eliselle e Carlo Vanni ci regalano una Maria Luigia d’Austria, raccontata come mai prima d’ora, in un eccellente saggio romanzato che ripercorre la vita di una interessante protagonista dell’Ottocento, tra Impero e Restaurazione. E con grande generosità ci regalano anche parte delle ricette apprezzate nella sua corte parmigiana
Un libro che si legge tutto d’un fiato, che si apprezza anche visivamente, in virtù della sua grafica ad hoc, caratteristica della collana “I Quaderni del Loggione” (Damster Edizioni), e che ben riesce a shakerare “bella storia” con stuzzicanti e innovativi piatti anche della tradizione parmigiana. Il libro, dal titolo Le delizie della duchessa. Maria Luigia a tavola, ricostruisce ironicamente, ma con accurata ricerca storica e dovizia di conoscenza e particolari, la vita della “Duchessa”, a 200 anni dal suo trasferimento a Parma da Vienna. Il risultato è una biografia completa che mischia abilmente vita vissuta a cibo servito sulla tavola della protagonista. Nella sua vita infatti Maria Luigia ebbe modo di provare diverse tradizioni culinarie e probabilmente talvolta chiedeva ai suoi cuochi qualche ricetta che sapesse amalgamare i vari ingredienti e sapori. Mi risulta, leggendo, che accordasse la sua preferenza a piatti austriaci e francesi. E comunque gli autori hanno molto approfondito l’argomento, immergendosi in antichi testi di qualità.
Ma chi era la Duchessa, la principessa austriaca tanto amata dai parmensi, e invece mal tollerata dai francesi?
Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo Lorena, conosciuta più semplicemente come Maria Luisa d’Austria o Maria Luigia di Parma, visse tre vite: la prima in Austria, dove era nata il 12 dicembre 1791 con la sua “borghese” famiglia imperiale, la seconda ricolma di fasti parigini, come moglie di Napoleone Bonaparte e Imperatrice dei Francesi a seguito della Pace di Vienna. Tuttavia, dopo la sconfitta di Bonaparte a Wagram, traccheggia, si tira indietro, non segue il marito all’isola d’Elba e invece torna da papà a Vienna con il figlio, il “povero” Re di Roma. Poi, a seguito della definitiva disfatta del Bonaparte a Waterloo, concluso il Congresso di Vienna, la sua famiglia le concede come viatico il Ducato di Parma e Piacenza. E questa sarà la terza vita per questa ragazza sballottata dagli eventi, buona di cuore e allevata secondo le strette regole in vigore in una corte imperiale. E lei riuscirà ad adattarsi ai piacevoli ma meno splendidi anni parmensi in cui saprà trovare una sua dimensione. Il 20 aprile 1816 infatti, si trasferisce in Italia, accompagnata dal generale Adam Neippeg, suo nuovo compagno. Dal quale avrà i figli Albertina (nata nel 1817) e Guglielmo (nato nel 1819). Figli illegittimi, perché potrà sposare Neipperg solo nel 1821, dopo la morte di Napoleone a Sant’Elena.
In Emilia si farà chiamare Maria Luigia. Ci resterà, salvo brevi viaggi a Vienna, per il resto della sua vita e diventerà molto amata dai parmensi, per i quali sarà sempre e soltanto “La Duchessa”.
Divertente e saporoso. Libro da scegliere, leggere e gustare.

La Debicke e… La donna di ghiaccio

La donna di ghiaccio
di Robert Bryndza
Newton Compton, 2017

Il corpo congelato. Occhi spalancati e labbra socchiuse. Come se fosse morta mentre era sul punto di parlare…
In una gelida e nevosa mattina di gennaio, un aiuto giardiniere scopre il cadavere di una ragazza sotto una spessa lastra di ghiaccio del laghetto nel parco del Hormiman Museum di Londra, nell’area di Foster Hill.
La vittima, figlia di un Lord e notissimo uomo politico laburista, bella ventitreenne ricchissima, viziata e molto conosciuta negli ambienti della Londra bene, si chiamava Andrea Douglas-Brown e aveva tutti gli atout per condurre a una vita brillante, spensierata e di successo.
L’ispettore Erika Foster ha appena tempo di riprendere servizio, rivestire la divisa e rimettere il distintivo, prima di essere incaricata dell’indagine sull’omicidio. Erika Foster è appena rientrata nei ranghi dopo un tragico evento che ha provocato l’uccisione di suo marito e ha cambiato la sua vita per sempre. La ragazza morta e la sua ingombrante famiglia si rivelano subito una patata bollente. Tutta la polizia è entrata in fibrillazione e per Erika potrebbe essere l’occasione giusta per dimostrare di essere di nuovo in piena forma e rimettersi in carreggiata.
Erika è inglese di origine slovacca, cosa che complica un tantino i primi rapporti con i familiari della vittima (la madre, slovacca anche lei, si considera di un ceto superiore), le sue indagini vengono subito ostacolate e, se non bastasse, certi potenziali testimoni saranno presto eliminati. Ma lei testarda va avanti lo stesso, anche perché il velato rimorso per la morte del marito unito al rimpianto e al desiderio di riscatto, esaltando la sua impulsività, la spingono a mettersi personalmente in gioco facendole rischiare seri guai. La voglia di scoprire la verità è più forte della prudenza. E, per fortuna, i suoi collaboratori diretti fanno il tifo per lei.
A quanto pare, la vita della bella Andrea non era così perfetta come poteva sembrare. Le telecamere della metropolitana dicono che ha preso un treno per Crofton Park. Poi? Forse invece era andata a Forest Hill? Magari in un locale malfamato…? E se è così, perché Andrea si trovava in quella zona di Londra e cosa ci faceva a quell’ora?
Ma chi era veramente la ragazza ritrovata nel ghiaccio? Quali torbidi segreti nascondeva? Lo sdolcinato ritratto fornito dalla famiglia e dal fidanzato puzza di bugia lontano un miglio. E forse la sua morte non è stata un caso accidentale e isolato perché quando l’ispettore Foster comincia a scavare più a fondo trova degli strani punti di collegamento tra il suo omicidio e l’uccisione di tre giovani prostitute. Donne assassinate secondo un macabro e preciso rituale… Siamo di fronte a un serial killer?
Purtroppo però Erika Foster ha l’impressione che tutti gli elementi a cui prova ad aggrapparsi nel corso delle indagini siano deboli e le scivolino via dalle dita, ma è determinata e disposta a fare qualunque cosa pur di arrivare a scoprire cosa si cela dietro quella brutta morte…
Ma non è cosa facile perché, con la sua carriera appesa a un filo, tanto per cominciare dovrà sconfiggere i suoi demoni, ma soprattutto battersi contro il pericolo più letale mai incontrato fino ad allora.
La donna di ghiaccio e la sua fitta regnatela di segreti, misteri e bugie regalano un ideale palcoscenico a questa prima indagine della sua protagonista: l’ispettore Erika Foster.
Una donna forte, rattristata dai ricordi e oppressa dalla solitudine, ma che rifiuta di darsi per vinta. L’autore regge bene il ritmo narrativo, incalzando il lettore, pagina dopo pagina, con uno sviluppo della trama ben congegnato e intrigante. Forse un po’ troppo macchinoso e pirotecnico l’epilogo ma… una fiction vuole questo e altro.
Le dinamiche familiari dei Douglas – Brown e le loro reazioni offrono ai lettori un interessante spaccato della società e delle abitudini inglesi quando si ha a che fare con una certa casta privilegiata.
L’autore: Robert Bryndza, dopo anni dedicati alla scrittura di romanzi di genere commedia romantica, ha aumentato considerevolmente la sua fama con il primo thriller. La donna di ghiaccio, della serie legata alla detective Erika Foster, in pochi mesi ha venduto oltre 1 milione di copie ed è in fase di traduzione in 27 Paesi. Della stessa serie ha già pubblicato il secondo e il terzo romanzo, mentre il quarto dovrebbe essere arrivato al traguardo. È inglese ma vive in Slovacchia con suo marito Jàn. Potete seguirlo su Facebook e sul sito robertbryndza.com

La Debicke e… Nero di mare

Nero di mare
di Pasquale Ruju
e/o, 2017
collana Sabot/age

Con una bella e suasiva copertina, opera del padre dell’autore, ecco, per il piacere dei numerosi fan di Sabot/age, Nero di mare, secondo romanzo di Pasquale Ruju. Ancora una volta, uno sceneggiatore dei celebri fumetti di Dylan Dog si concede il piacere e lo svago di regalarci un indovinato romanzo thriller a tinte noir. E, giocando in casa, privilegia la raffinata salsa barbaricina pur con godibilissime e bucoliche diversioni banditesche e passaggi continentali.
Palcoscenico privilegiato però la scintillante opulenza della Costa Smeralda con irrinunciabili e stupende puntate verso l’aspra vegetazione mediterranea dell’isola.
Il protagonista della storia, Franco Zanna, è un fallito e un vigliacco, o almeno questo è quanto lui pensa di se stesso.
Tanti anni prima minacce di morte e ricatti, ai quali non ha saputo, potuto e voluto far fronte, lo hanno costretto a lasciare Torino, dove si stava facendo strada come giornalista e fotoreporter, a cancellare dalla mente e dal cuore la donna che amava e il figlio che lei attendeva e a fuggire in Sardegna, trovando protezione alle falde del Gennargentu, presso la zio da anni alla macchia, Gonario Strangio, un bandito vecchia maniera in pensione, che ai suoi tempi rifiutava il sangue e le ritorsioni contro gli innocenti. Poi, dopo anni di vita insulsa e da disutile ubriacone, uscito in qualche modo dalla spirale della sua depressione, finalmente Zanna era sceso verso la costa sistemandosi a Porto Sabore, nel settentrione della Sardegna. Là aveva cominciato a leccarsi le ferite e aveva trovato un nuovo modo di barcamenarsi per sopravvivere, lavorando con fotoreporter in caccia di scoop di vip in dorata vacanza a Porto Cervo, Porto Rotondo e dintorni o, alla peggio, rubacchiando immagini di coppie clandestine per tirar su qualche soldo. Come amica e conforto morale Cosima, anziana e scafata barista della zona, e come occasionale sostegno economico Irene Sanna, a capo dell’agenzia Gallura Vera. Unico vantaggio per un uomo vinto: una vita senza problemi e più niente da perdere, o almeno pare.
Ma quando un’affascinante ragazza dai capelli rossi attraverserà la sua strada mentre, in contemporanea, un’adorabile figlia diciassettenne, con il corollario del rimpianto del passato, irromperà nella sua vita, Franco Sanna, trovandosi sotto tiro di un gruppo di criminali ben vestiti ma male intenzionati, scoprirà che invece ha molto da perdere e deve inventarsi una soluzione. Non basta: la faccenda si complica perché, per avere fotografato la ragazza sbagliata, si ritrova sotto tiro di una banda di criminali che lo coinvolgerà in una rapina. Ormai non può più tirarsi indietro.
Districandosi tra le onde del Tirreno, l’aspra natura della Barbagia e la sfacciata ricchezza della Costa Smeralda, Franco Zanna dovrà andare fino in fondo, coraggiosamente armato di macchina fotografica, per combattere il marciume che non risparmia più niente e nessuno.
Per fortuna, però, in Sardegna girano ancora certi vecchi briganti…

La Debicke e… L’uomo della nebbia

L’uomo della nebbia
di Stefano Di Marino
D-Books, 2017
Pagine 1158

Il male è in agguato nel buio dei vicoli della ribollente New York degli anni ’20, mischiato ai tanti immigrati che hanno portato con sé storie, tradizioni e oscuri e pericolosi segreti. Ma si fa largo, minaccioso e inesorabile, anche tra le impenetrabili foreste che circondano l’Università di Arkhamhouse, dove la ricerca di un vecchio professore e dei suoi allievi sta per scatenare un evento fatale. Il ritrovamento dell’Antico libro del Mistero che condanna, chi lo apre a sproposito, alla perdita dell’umanità asservendolo al male. Ma anche la chiave per riaprire la porta a un sovrumano, spaventoso e incontrollabile potere. Un Libro che rischierebbe di provocare il ritorno sulla terra di Antichi Dei, pronti a riappropriarsi del pianeta e distruggere la razza umana. Ma il massimo criminale dei criminali, convinto di poter controllare i suoi arcani e magici poteri, non aspetta altro.
I nemici del male, però, sono schierati e pronti a combattere. Il procuratore Wambaugh infatti ha convocato Fogman, l’Uomo della Nebbia o Johnny Callaghan l’ispettore 41, dato per morto ma miracolosamente in vita in virtù di arcane forze orientali e Abigail Russel, una giovane e bella agente dell’FBI, ancora tormentata dai fantasmi del bayou del suo angoscioso e lontano passato, per formare una squadra e scoprire il perché dell’improvvisa follia assassina del professor Pickman, eminente docente presso l’Università di Arkhamhouse, costruita in una zona isolata e solitaria, circondata da laghi e dalle propaggini degli Adirondack.
A loro dunque, a Fogman il giustiziere di New York e alla bella agente del FBI, spetterà il compito di recarsi in treno fino alle Seneca Falls per indagare sul sanguinoso delitto. Ma il loro compito non sarà facile perché prima dovranno portare alla luce gli spaventosi retroscena, scavando a fondo nei miasmi negromantici dell’antica regione in cui gravitano ancora potenti e magici retaggi del passato, per arrivare ad affrontare il male nell’apoteosi finale.
Una coinvolgente favola a fosche tinte, un funambolico Gothic Thriller ambientato negli anni venti con degli straordinari personaggi costruiti dalla fervida fantasia e bravura di Stefano Di Marino e che vedrei molto bene cavalcare le pagine di un colorato “comic streep” di oltreoceano. Con nomi e appellativi dei personaggi che bucano lo schermo con prepotenza, come si direbbe se fossimo al cinema. Infatti nelle pagine di L’uomo della nebbia troviamo il Gran Serpente, l’astuto e perfido negromante; la sua amante e braccio destro strega Baba Naga; il bieco e crudele criminale Big Jim che domina i bassifondi statunitensi; Shan-Ton, l’occhialuto e dotto cinese, il campione membro della Tong dei 108 Dragoni e al servizio della saggia e potente Madame Sin; Scrooge il rettore dell’Università che porta il nome del protagonista Dickensiano del canto di Natale; Fogman il redivivo senza volto della polizia newyorkese diventato leggenda; il Gran Cacciatore Marmaduke e la giovane e ardita agente del FBI con la sua spada corta d’argento. Personaggi baroccheggianti ma plausibili, con la magia e l’esoterismo che fanno da padrone, mischiati a quella che sembra l’ineluttabilità del male. Una storia ben calibrata che fa sognare, riporta piacevolmente ad altri tempi e che si legge facilmente, nonostante le 1158 pagine.

La Debicke e… L’ultima battaglia

L’ultima battaglia
di Fabio Sorrentino
Newton Compton, 2017

Sulle orme di Omero, ma con un’indovinata creazione narrativa, Fabio Sorrentino presenta il primo episodio una trilogia dedicata a Eleno o Hhelenoi, gemello di Cassandra e come lei, ultimogenito di Priamo ed Ecuba di Troia.
Scegliendo come protagonista un personaggio secondario dei poemi omerici, Sorrentino traccia una trama intrigante in cui l’azione diventa un sacro dovere per Hhelenoi (Eleno), il principe guerriero, che si ritroverà insieme ai suoi compagni ad affrontare una rischiosa navigazione nel corso di un lungo viaggio fatto di delusioni, contrasti, incontri imprevedibili e pieno di insidie.
Si parte nel 1180 A.C. con Hhelenoi, indovino e sovrano di Bouthroton, in lutto. Nel palazzo avito aleggia ancora il fumo della pira di sua moglie Andromache e ogni notte, in sogno, il suo fantasma lo spinge ad adempiere la promessa di attraversare le infide acque del Grande Ondoso (il mar Egeo) e recarsi in Oriente per seppellire le sue ceneri nella piana di Wilusa (Troia). Hhelenoi indugia, porta nel cuore la pena per il suo tradimento ed è angosciato per il futuro di suo figlio Kiestrenu, su cui pendono funeste profezie… Ma deve andare.
Un tempo Hhelenoi era un principe di Troia. Poi ci fu la lunga e sanguinosa guerra finita dopo dieci anni di assedio con la vittoria degli Ahhiyawa (Achei) e il suo popolo fu annientato. I pochi superstiti furono ridotti in schiavitù e condotti in catene nei regni dei vincitori.
In questo romanzo, avventurosa epopea ambientata quindici anni dopo la fine della guerra, con una eccellente ricostruzione storica, Sorrentino interpreta con grande efficacia il destino di una parte degli eroi dei celebri poemi, sia achei che troiani, dal punto di vista dei secondi. Un punto di vista che puntualizza utilizzando nomi di luoghi e di persone in luvio, l’antico dialetto di origine ittita parlato nell’Anatolia occidentale sul finire dell’età del bronzo. Nomi collegabili a quelli citati più volte nelle tavolette ittite ritrovate ad Hattusa, in quelle micenee di Pilo o in quelle egizie. Pertanto Troia è diventata Wilusa, Priamo, Prijamadu (da Piyama-Radu), Achille-Achireu (da Akireu), Ettore-Ecotoro (da Ekotoro), Cassandra-Kashimmandra, Andromaca-Andromache, Apollo-Apaliunas e così via. E ha deciso di mantenere gli appellativi delle regioni geografiche, le suddivisioni dei regni e i nomi dei popoli così come risulta in documenti coevi al periodo in cui è ambientato il romanzo. Per cui usa i termini Regno di Mira, Regno di Hapalla, Terra del fiume Seha, Terra di Hatti, Peleset, Shikala, Karamenderos e altri.
Proprio questi strani nomi potrebbero spiazzare un po’ il lettore soprattutto nei primi capitoli ma, non appena fatto il punto, tutto diventa facile, il romanzo tiene bene, scorre, incuriosisce, commuove e coinvolge fino in fondo.
Ḕ noto che oltre alle due grandi opere, l’Iliade e l’Odissea, sulla Guerra di Troia e il suo seguito ne esistessero altre, delle quali conosciamo i titoli (Cypria, Etiopide, Piccola Iliade, Iliou Persis, Nostoi e Telegonia) e a cui gli studiosi fanno riferimento come ai poemi del Ciclo Troiano. Purtroppo però di tale favoloso ed enorme serbatoio di poesia epica omerica, che si pensa arrivasse a sfiorare i centocinquantamila versi, molto poco è arrivato fino a noi. I Nostoi (I Ritorni), forse la più nota delle opere del Ciclo, racconta del rientro in patria dei re achei, vittoriosi e scampati alla morte sui campi d’Ilio: Agamennone, Menelao, Aiace Oileo, Diomede, il vecchio Nestore… Di questi si narra la storia fino all’epilogo. E alle infinite peripezie di Odisseo sono stati dedicati ben ventiquattro libri…
Ma non si trovano tracce di testi sulle vicende dei difensori superstiti d’Ilio dopo la sconfitta (Virgilio scriverà di Enea soltanto in epoca augustea). Perché? Possibile siano tutti morti? In realtà di loro si sa ben poco. A parte le famose storie di Ettore e Paride riportate sull’Iliade troviamo solo brevi cenni sulla casata di Priamo e sui comandanti stranieri che ingrossarono le file degli alleati dei Teucri nei riassunti del suo seguito (Piccola Iliade o Ilou Persis).

Secondo la leggenda, Eleno e Andromaca, vedova di Ettore, furono assegnati come bottino di guerra a Neottolemo figlio di Achille, ed Eleno, prevedendo il disastro che sarebbe toccato alla flotta greca, convinse l’Acheo a tornare in patria per via di terra. Neottolemo prese come concubina Andromaca e tenne Eleno in gran conto. E, in seguito, quando cadde in un agguato a Delfi, dove era andato a consultare l’oracolo, prima di morire trasmise a Eleno il regno e Andromaca, chiedendogli di sposarla. Da Andromaca, Eleno ebbe un figlio chiamato Cestrino. Eleno costruì la città di Butrinto nell’Epiro, e quando Enea passò, durante la navigazione verso l’Italia (Virgilio, Eneide, III), Eleno accolse i suoi compatrioti, diede incoraggianti consigli e li mise in guardia contro le difficoltà del lungo viaggio che lo aspettava. Alla sua morte, trasmise il regno a Molosso, primogenito di Neottolemo e Andromaca.

La Debicke e… Il guardiano del parco

Il guardiano del parco
di Franco Trentalance e Marco Limberti
Pendragon, 2017

La presentazione editoriale del romanzo recita: sfumature horror per un thriller scorretto, sensuale e fuori dagli schemi.
Immagino che tali definizioni siano dovute al fatto che Il guardiano del parco, scritto a quattro mani da Franco Trentalance e Marco Limberti, è un thriller, o meglio un horror, a tinte forti. Scorretto sta per sconveniente, presumo, sensuale senz’altro per carnale e mi torna, e fuori dagli schemi magari perché in realtà la trama si rifà a una delle più celebri favole dei fratelli Grimm, quella di Cappuccetto Rosso, riveduta e corretta in una diversa e boccaccesca versione a beneficio di bambini molto, ma molto più grandi e vaccinati.
Comunque, tanto per spiegare: la storia verte intorno alla scomparsa di Alba Scott, la nostra Cappuccetto Rosso, giovane americana che studia arte a Firenze, figlia di un big della agenzie di security international. Lei bella ragazza, indipendente e poco incline alle regole, è alla ricerca di un posto tranquillo dove preparare la sua tesi, lontana dalle grinfie di un padre impiccione e di un viscido, e dico poco, professore che pretenderebbe favori sessuali, va a rifugiarsi nell’International Hostel di Mozzano. Ma la sua scomparsa, durante la meditazione di benvenuto, mette in allarme paparino che, in virtù dei suoi trascorsi, chiede a Paul Ferrara, vecchio amico, ex dipendente, ex militare ed ex contractor, di rintracciargli ipso facto la figlia. E Ferrara, di necessità virtù, muovendosi male e a casaccio, è costretto a ficcarsi mani e piedi in un’indagine che lo costringe a scontrarsi con un lupo davvero molto cattivo, il Guardiano del parco, “the Butcher”, il macellaio, che cattura e squarta i suoi bersagli mentre sono ancora vivi. Insomma un mostruoso serial killer che uccide e registra gli snuff movies dei suoi spaventosi omicidi per poi venderli a caro prezzo sul deep web. Quasi quasi farebbe pensare a un’encomiabile iniziativa privata, di questi tempi in cui si continua a sostenere che il lavoro del futuro deve stare nell’uso della rete.
I personaggi poi escono un po’ tutti dai binari prestabiliti. Alba non è certo l’angioletto di papà che tiene a salvare la sua virtù, anzi! Paul Ferrara, il fiero e ardimentoso cacciatore della nostra favola, non è più il veloce segugio dei tempi d’oro e ormai beve e sniffa a tutto vapore. The Butcher, il lupo serial killer, è un precisino che realizza con cura i suoi filmati al limite del maniacale. E comunque per evitare che le sue vittime si muovano o soffrano mentre le fa a pezzi, prima le seda pesantemente.
Lo scenario, collocato sull’Appennino fra Bologna e Firenze, in un ridente paesino che si chiama Mozzano (ma non è quello che trovate su Google Map) vicino a un paradisiaco parco naturale intitolato a un fantomatico Fauno, gioca un ruolo determinante nella narrazione, permettendo di spaziare nelle poetiche descrizioni di verdi luoghi incantati. Scenario però che alla fine si rivela un bluff, nascondendo pericolosi antri che si prestano a far da teatro a particolari di cruda ed estrema violenza.
Sangue a fiumi e finale a sorpresa. Perfido, drammatico e crudele.

Franco Trentalance, ex pornodivo di fama internazionale con 20 anni di carriera e 445 film all’attivo, ora si occupa di coaching e scrittura. Ha già pubblicato l’autobiografia Ritrattare con cura (Ultra) e il thriller Tre giorni di buio (Ultra), scritto con il giornalista Gianluca Versace.
Marco Limberti, toscano, è regista, sceneggiatore e autore televisivo. Ha al suo attivo film e serie tv (tra cui la sit-com Love Bugs con Fabio De Luigi), ed è stato aiuto regista di Giovanni Veronesi, Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Paolo Virzì e Renzo Martinelli.