La Debicke e… Sola nell’auto

Patrizia Calamia
Sola nell’auto
Bertone, 2018

30 gennaio 2017: nell’alba lattiginosa di Firenze, in via Lupo, una traversa di Lungarno Serristori, viene ritrovato il cadavere di Linda Donati. una tredicenne di buona famiglia, nella Porsche rossa intestata al padre, noto manager bancario cittadino. Linda è stata strangolata (ma non violentata), ciò nondimeno sul cadavere si trovano tracce biologiche che presumibilmente appartengono all’assassino. Le indagini vengono affidate al commissario Cosimo Cavaliero che, affiancato dalla collega e criminologa ispettore Monica Quanti, intraprende un formale interrogatorio dei famigliari. I genitori della vittima sono divorziati, il padre è single, la madre si è risposata e ha avuto un bambino dal secondo marito. Quando le analisi del DNA dimostrano che la traccia biologica riscontrata sul corpo della ragazzina appartiene al padre, il caso sembra risolto. Ma Monica Quanti non è d’accordo. Perché un padre evidentemente molto affezionato alla figlia, della quale condivideva l’affidamento con la ex moglie e che non aveva mai mostrato turbe comportamentali, avrebbe commesso un delitto tanto efferato? Lasciando poi Linda così esposta, adagiata sul sedile posteriore della sua auto, con un’inconfutabile e incriminante traccia biologica, quasi una firma, o peggio un’autodenuncia? Insomma pare tutto troppo artefatto, quasi un segnale in codice, un avvertimento voluto dal vero assassino in modo analitico e premeditato. Tanto dice e fa, che riesce a convincere e coinvolgere il commissario Cavaliero e, con il suo appoggio, anche il questore, a esplorare una seconda linea di indagini che mirano ad allargare il tiro. Andando a scavare negli archivi informatici italiani, la Quanti riesce a trovare alcuni casi analoghi, figlie adolescenti uccise e ritrovate con inequivocabili tracce biologiche all’interno dell’auto paterna. Tracce che automaticamente hanno incriminato i padri. Elemento inconfutabile che accomuna tutti i casi e che non si riesce a spiegare. E se invece si trattasse di un unico assassino? Della premeditata macchinazione di un diabolico killer seriale? Monica Quanti, anche lei madre di una figlia adolescente, non si arrende, annota tutti i particolari, li sviscera, richiama alla mente elementi di profiling anche di casi oltreoceano per riuscire a individuare chi potrebbe essere dietro a quei delitti e perché.
I pochi e brevi tratti di leggerezza nella trama non allentano la morsa di questo thriller psicologico a tinte fosche, che riesce a privarsi crudelmente anche di una conclusione consolatoria ma che, a mio vedere, ogni tanto, invece di inquadrare l’indagine per il lettore, si perde un po’ per strada e sarebbe stato avvantaggiato da un’impostazione narrativa più rapida e stringata.

Patrizia Calamia, nata a Roma, vive a Trieste insieme al marito e ai due figli, conciliando lavoro, passione per il tango e scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi. Sola nell’auto è il suo primo romanzo per Bertoni editore.

La Debicke e… Il commissario Botteghi e il Mago

Diego Collaveri
Il commissario Botteghi e il Mago
Fratelli Frilli Editori, 2018

A Livorno, in una villa Liberty del quartiere che guarda il mare e che ancora si pregia di una misurata privacy ed eleganza, l’omicidio di un notaio si trasforma nel “magico” artifizio per riscoprire la vera e dimenticata storia di Wetryk, al secolo Antonio Pastacaldi, un celeberrimo mago vissuto all’inizio del secolo scorso. Anzi più di un artifizio, perché Collaveri, prendendosi alcune libertà, mette al centro della storia la villa di Pastacaldi, su viale Italia, un tempo viale Margherita 49, il luogo dove verrà ritrovato il cadavere del notaio Corrado Nenciati che, su preciso incarico dell’ultimo erede, si sta occupando della vendita all’asta della casa. Tre potenziali acquirenti, due dei quali celebri rappresentanti del mondo dell’illusionismo, il terzo invece un antiquario padovano, sono interessati ad acquistarla perché appartenuta al mago. Si scoprirà che l’interesse è dovuto ad alcune lettere vergate da Pastacaldi, ritrovate in un vecchio baule in Sud America, che rimandano a qualcosa nascosto nella casa. Si tratterebbe di un fantastico trucco che il mago Wetryk stava preparando per il suo progettato ritorno in scena, prima di scoprire di avere un male incurabile. Però la faccenda dell’asta è andata per le lunghe e la comparsa di un fantomatico, possibile erede ha ritardato le operazioni. E ora? Intanto, dopo il primo efferato delitto, l’assassino non si ferma e colpisce ancora due volte senza pietà, teso solo a raggiungere il suo scopo…

Un’indagine dubbia, difficile e pericolosa, in cui coinvolgere per forza i “soffia” e impegnare allo spasimo tutta la squadra, per il nostro commissario Botteghi, livornese puro sangue, uomo legato ai ricordi del suo passato e a cui Diego Collaveri regala con dovizia di particolari il quarto capitolo della sua saga. Ciò detto, a rendere più stuzzicante Il commissario Botteghi e il Mago è l’impostazione narrativa, a occhio gradevolmente a metà tra la Christie e Simenon, avvalorata dal geometrico concatenarsi dei fatti e l’utilizzo di ambientazioni, sogni e diverse epoche efficacemente congegnato. Senza parlare di Livorno. Una città così intrigante, diretta e reattiva tanto da ritagliarsi senza tanti scrupoli la parte di un’efficace e vivace coprotagonista. Comunque, per scoprire il movente dell’assassino e il suo volto, Botteghi dovrà provare a catapultarsi dal presente, la sua Livorno flagellata dal libeccio che l’incolla agli angoli delle strada, indietro nel tempo, tornare nel 1935 e nella mente dell’illusionista. Deve farlo per riuscire a capire i suoi trucchi, fondamentali per risolvere l’indagine ma anche per far luce sulle ragioni del ritiro dalle scene del mago, che tanto fece parlare. E per scoprire che a dirigere ogni scelta di vita sono sempre le emozioni: l’amore, la gelosia, l’invidia, l’odio, tutti sentimenti insiti nell’animo umano. Nel bene e nel male. Lo sa anche Botteghi che, come nei precedenti episodi della saga livornese, anche in questo continua a trascinarsi in un’esistenza isterilita dal dolore per la perdita della moglie, un dolore che non è mai riuscito a superare fino in fondo e che riemerge ogni qualvolta si trovi davanti alla figlia che adora ma con la quale non ha rapporti, e non per sua volontà. E meno male che c’è Mariella, mastodontica, nume tuelare, vivandiera e spalla su cui appoggiarsi Ma se la magia di Wetryx potesse invece suggerirgli qualcosa di nuovo? Botteghi è un uomo scontroso, di poche parole, sopporta il suo fardello di infelicità ma ama il suo mestiere e sa bene come muoversi. E Collaveri, che ogni volta, con sottile ironia, riesce a intrecciare l’indagine a storiche realtà livornesi magari meno note, stavolta ha privilegiato un aspetto abbastanza insolito della sua Livorno, quello del mondo dell’illusionismo per una città, ammantata dalla magia di una secolare tradizione.

Diego Collaveri. È tra gli ideatori di “Paura sotto la Pelle”, prima rassegna di incontri in Italia dedicata al genere mystery/crime e le sue trasposizioni tra narrativa, cinema e fumetto, tenutasi a Bologna a dicembre 2017, patron Pupi Avati.
Finalista Premio Alberto Tedeschi – Il Giallo Mondadori 2015. Finalista Garfagnana in Giallo 2016 e 2017. Menzione speciale della giuria Festival Giallo Garda 2017 e 2018, Premio Best al premio letterario internazionale di Montefiore 2018. Oltre alla serie Anime Assassine, nel genere noir è autore per Fratelli Frilli Editori di L’Odore Salmastro dei Fossi, Il Segreto del Voltone, La Bambola del Cisternino (in concorso al Premio Scerbanenco 2017).

La Debicke e… La mafia nera

Vincenzo Ceruso
La mafia nera
Newton Compton, 2018

Un nuovo libro durissimo di Ceruso, un pugno nello stomaco che, senza mezzi termini, rivela una serie di emblematiche storie costellate di delitti e stragi, nascoste nelle oscure pieghe dai tanti pseudo-segreti di Stato che sono sfilati durante gli ultimi anni. La puntuale ricostruzione della oscena e inquietante ambiguità che, a cavallo di mostruose alleanze e connivenze tra Stato, politica, massoneria e mafia “ufficiale”, ha permesso di uccidere impunemente e barbaramente nell’intento di instaurare un nuovo potere e governare, sono state perpetrate, favorite dall’equivoco provocato dai continui depistaggi. I depistaggi sono un brutto capitolo della storia del nostro paese che non vorremmo sentire.
Depistaggi, collegati a quella storia cominciata nel periodo socialmente e politicamente più buio che parte alla fine della seconda guerra mondiale e immerge tutta la penisola in un nuovo tipo di guerra. Violenza, soprusi e vendetta hanno dominato lo scenario nazionale postbellico. Ma, oltre alla “semplice” violenza, generata talvolta da un’esplosione di pseudo libertà, nell’era moderna si è andata sempre più affermando un tipo di ideologia tesa all’orrendo obiettivo strategico di provocare ad arte la morte di innocenti per creare tensione e sovvertire l’ordine.
Questa ideologia, che nell’Ottocento era vantata da attivi gruppi anarchici portandoli ad esibirsi in continui attentati dimostrativi, è esplosa oggi sanguinosamente colpendo nel mondo intero sotto il funereo vessillo dagli aderenti al terrorismo jihadista. Dottrina, distacco e fanatismo molto simili a quelli dimostrati dalla freddezza e dalla crudeltà di alcuni giovani fanatici dei Nar, i nuclei armati proletari d’ispirazione neofascista, come il famigerato Giusva Fioravanti.
Questo saggio, servendosi di stralci di documenti pubblici, di atti processuali e ricordando storie su cui si deve provare a far luce, offre il fattivo contributo di un’accurata documentazione destinata alla memoria collettiva. Dal secondo dopoguerra in poi, questa ben architettata ideologia dello stragismo ha trovato terreno fertile in Italia all’interno di precisi ambienti politico-criminali, da identificare in gran parte nella destra più radicale e nella mafia siciliana che troppo spesso si sono consorziate in una criminale cupola di alleanze. La storia di un’Italia oscura e le criminali connivenze tra eversione neofascista e Cosa Nostra emerge chiaramente dalle inchieste giudiziarie, riportando alla luce i tanti indizi e le tante coincidenze, troppo spesso in passato trascurati o peggio coperti nelle indagini.
E oggi? Indipendentemente dall’intento di Ceruso, il suo libro, che costringe a rivivere sotto l’aspetto criminale una larga fetta della storia italiana, potrebbe indurci al pessimismo, a una supina accettazione? No, mai! Perché i tanti, anche più recenti, sofferti risultati ottenuti dalla comunità nazionale contro il terrorismo politico-mafioso ci fanno ben sperare. Per decenni, purtroppo, solo la parola impunità delineava impotente le stragi italiane. Tuttavia, anche se a oggi non abbiamo un quadro completo di tutte le responsabilità, di mandanti ed esecutori di molti atti terroristici e delitti politici, per altri sappiamo e i colpevoli, condannati, sono in carcere a scontare lunghe e dure pene detentive. Per piazza della Loggia a Brescia, per la stazione di Bologna, per Capaci, per via D’Amelio e per altre stragi mafiose i responsabili sono stati finalmente consegnati alla giustizia. Certo non tutti i carnefici sono stati identificati e, sicuramente, tutte le precise responsabilità non sono state ancora individuate. Ma oggi, finalmente, anche se il risultato ottenuto è stato pagato con il sangue di troppi fedeli servitori della repubblica, siamo arrivati a sapere molto degli assassini e soprattutto quale matrice storico-politica li avesse generati.
Gli argomenti trattati nel libro sono:
Il lungo massacro: dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra
I manifesti cinesi
I tecnici delle bombe e la scuola slovena di Trieste
La pista anarchica per Piazza Fontana
Le operazioni di esfiltrazione dei servizi
De Mauro e il golpe Borghese
Venti di golpe nel palazzo e tecniche di diversione
Piazza della Loggia, l’Italicus e un cadavere assolto
Il suicidio simulato di Peppino Impastato
I ragazzini della strage alla stazione di Bologna
Una pista nera per Piersanti Mattarella
Il finto sequestro Sindona
La prima trattativa
Il depistaggio perfetto o il paradigma di via D’Amelio
Post scriptum: la morte improvvisa dell’anarchico Franco Mastrogiovanni

Vincenzo Ceruso è nato a Palermo, dove vive e lavora. Allievo di padre Pino Puglisi, ha lavorato per circa vent’anni con la Comunità di Sant’Egidio con minori a rischio di devianza, in alcuni dei quartieri più difficili di Palermo. Collabora con il Centro studi Pedro Arrupe, la Link Campus University e scrive di mafia su diverse testate. Per la Newton Compton ha pubblicato Uomini contro la mafia; I 100 delitti della Sicilia; Provenzano. L’ultimo padrino, La mafia nera e, con Pietro Comito e Bruno De Stefano, I nuovi padrini.

La Debicke e… Dove la terra finisce e il mare comincia

Chiara Alaia
Dove la terra finisce e il mare comincia
Il seme bianco, 2018

Anita Cortese, una giovane giornalista italiana, a seguito di una tardiva confidenza del padre adottivo (la moglie e madre adottiva è morta da anni e lui, vittima di un principio di Alzheimer, è ospite di un istituto) che le ha regalato un nome da cui partire, ha deciso di prendersi un periodo di aspettativa dal lavoro per risalire alle proprie vere origini e capire il perché dell’abbandono della madre naturale. Il suo vero nome era Maria Nunes Soares, una giovane portoghese, cantante di fado che, abbandonata incinta dal padre della bambina, aveva deciso di affidarla in adozione a una benestante coppia bolognese allora in Portogallo per lavoro. La cantante, molto brava e famosa nel suo genere, dovrebbe esibirsi ancora. La ricerca di Anita, che la costringe a tuffarsi in un mondo nuovo strano e sconosciuto per lei (il Portogallo), si rifà anche a temi più intimisti di desiderio di spiegazioni, per altro non guastati dall’ottimo rapporto tra lei e i genitori adottivi che l’hanno amata e cresciuta. Sbarcata a Porto, dopo una serie di indagini, incontra finalmente alla Marina di Afurada un cugino sconosciuto che vive facendo lo skipper e che le dà l’ultimo indirizzo certo di sua madre a Lisbona. Vorrebbe invitarla a colazione ma, essendo in attesa di un cliente e non potendola accompagnare, le indica la migliore taverna del posto, famosa per la sua cucina. E proprio là, con il locale affollato, sistemata a un tavolo con altri commensali, Anita incontrerà Manuel Ferreira Arrìaga, un anziano marinaio di Lisbona in pensione, che ha perso la figlia Paula, annegata in mare. Viste le circostanze della morte della ragazza, le indagini sono ancora in corso. Manuel Ferreira, che deve ritornare a Lisbona il giorno dopo, le offre un passaggio in macchina, e visto che l’uomo è molto gentile, educatissimo, sembra inoffensivo e pare persino disposto a fornirle aiuto nella ricerca della madre, Anita decide di accettare anche l’ospitalità a casa sua. Nel frattempo Julio Fernandes, il detective incaricato del caso di Paula Arrìaga, non crede che si sia trattato di morte accidentale. Sospettando persino di Manuel, il padre della vittima, Fernandes fa in modo di avvicinare Anita per proteggerla. Mentre le circostanze della vita e il destino intrecciano storie e personaggi, anche con l’aiuto di chi ci sa fare con il web, di certi lontani ricordi delle amiche e con l’accompagnamento musicale dei concerti dei Pixies, che si prestano generosamente a fare da sfondo suggestivo alle strade di Lisbona, pian piano Julio e Anita si avvicinano alla verità. Una brutta, squallida verità degna di un’esemplare punizione.
Un breve romanzo di esordio, questo Dove la terra finisce e il mare comincia, che mette in campo buone munizioni ma dimostra ancora diverse ingenuità di costruzione della trama che si dovranno limare e correggere. Ciò nonostante immagino che piacerà senz’altro a un pubblico che privilegia i gialli/noir più spiccatamente a sfumature rosa.

Napoletana di origine, Chiara Alaia vive a Bologna, dove lavora per un’azienda di e-commerce nell’ambito della moda. Appassionata di scrittura e musica, collabora alla webzine SulPalco.com. Dove la terra finisce e il mare comincia è il suo romanzo d’esordio.

La Debicke e… La doppia madre

Michel Bussi
La doppia madre
Edizioni e/o, 2018

Niente è più labile della memoria di un bambino… Quando Malone, un tranquillo ometto di tre anni e mezzo, dichiara che sua mamma non è la sua vera mamma, anche se a logica la faccenda pare impossibile, Vasil Dragonman, un bravo e scrupoloso psicologo infantile, gli crede. Deve confrontarsi con le informazioni sulla famiglia, con le derisorie negazioni dei genitori, persone normalissime, e della direttrice della scuola, ma lui non riesce a togliersi dalla testa la convinzione che il bambino stia dicendo la verità. A dimostrazione delle sue affermazioni, il piccolo Malone dice che la sua vera mamma aveva i capelli lunghi e che lui viveva con lei in una casa sulla quale si ergeva un castello con 4 torri, con vista sulla nave dei pirati e sulla foresta degli orchi, ma si doveva diffidare dell’orco con un teschio tatuato nel collo e che portava un orecchino. Per saperne di più, Dragonman ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Per esempio Marianne Augresse, comandante della locale stazione di polizia. E deve agire in fretta, perché teme che i ricordi di Malone, come accade a qualunque bambino della sua età, presto si dissolveranno lungo il cammino della crescita. Ma chi è veramente Malone?
Bussi, geniale maestro del romanzo trompe l’oeil, moltiplica le piste, confonde i fili della sua trama, gioca con l’illusione e le false apparenze. Può un bambino avere più madri? E poi che cosa potrebbe mai succedere se quel povero bambino fosse il testimone chiave di una rapina milionaria sfociata in una tragedia?
Questo strano ma coinvolgente thriller si svolge a Le Havre, importante porto commerciale francese sulla costa della Manica: moli immensi, piramidi di container, dighe, bacini di compensazione, piroscafi e gru, compagni e nemici dei lavoratori portuali che, man mano che passano gli anni, vengono sostituiti dalle macchine e si trovano costretti ad affrontare la disoccupazione e lo spettro della fame. È in questo contesto che, spinti dalla speranza di una vita migliore, quattro amici d’infanzia si mettono nelle mani di un balordo di professione per il colpo del secolo.
Bussi si conferma uno che ci sa fare, che riesce a creare il poliziesco perfetto, senza imbrogli e, giocando a carte scoperte, riesce a farci credere quello che vuole.
In questo caso al centro della trama e del dramma ha messo un bambino di tre anni, Malone, chiacchierino e intelligente per la sua età, che vive quasi in simbiosi con Guti, il suo peluche, una specie di topo. Con Guti, Malone parla di notte. E sarebbe il suo giocattolo che gli racconta storie di pirati, di orchi, di case sperdute sulla costa. O Guti rappresenta la sua memoria? Mercé lo psicologo delle scuola, la strada di Malone incrocia quella del commissario Marianne Augresse. La polizia però non ha abbastanza tempo per star dietro alla fantastica immaginazione di un bambino, visto che finalmente è sulle tracce di una pericolosa banda di rapinatori che per tanto tempo è riuscita a sfuggire. Ma dove si nascondono i rapinatori con il malloppo? Cosa nasconde il peluche da cui Malone non si divide mai? Che legame ha Malone con tutto il resto? Malone ha avuto veramente un’altra mamma? Potrebbe darsi che quello che dice Malone…? Chi conosce Bussi e il suo modo di costruire le storie avrà già capito che le due vicende devono avere qualcosa in comune. Ma la vera domanda non è se ci sia un collegamento, ma quale possa mai essere. Con una narrazione che dal presente torna a raccontarci i giorni precedenti, l’autore ci coinvolge nelle vite e nei rapporti umani dei protagonisti, ce ne rivela le emozioni e i segreti. Non solo un giallo, dunque, ma un romanzo solcato da una trama giallo noir che si conclude con una cascata finale di colpi di scena non scevra da un tocco rosato di “melo”. E come sempre un’ambientazione vividamente accurata. Michel Bussi ci porta ancora in Normandia, questa volta in una città portuale che affaccia sulla Manica, in cui ai quartieri di villette, che creano dei veri e propri villaggi a sé, si contrappone l’altra vita, quella portuale, con il suo fardello di disoccupazione e povertà.

Michel Bussi è l’autore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato Tempo assassino, nel 2017 Non lasciare la mia mano e Mai dimenticare, nel 2018 Il quaderno rosso.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa è già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Un uomo in fuga

David M. Guss
Un uomo in fuga
Newton Compton, 2018

La vera storia del tenente Alastair Cram, l’ufficiale scozzese che durante la Seconda guerra mondiale, fatto prigioniero dai nazisti, evase ben 21 volte dai vari campi di concentramento in Africa, Italia e in Germania.
È il novembre del 1941 quando il tenente Alastair Cram, dopo che il suo carro è stato distrutto durante la scontro con i tedeschi e lui dato per morto, viene fatto prigioniero da un soldato della neonata Afrika Korps a Sidi Razegh, in Nord Africa, durante l’operazione Crusader, piano concepito dall’Ottava armata per sbloccare l’assedio di Tobruck. La sua guerra sui campi di battaglia era finita, ma stava per cominciare la lunga odissea dell’uomo che riuscirà a sopravvivere a dodici duri campi di concentramento, a tre spaventose prigioni della Gestapo, affrontando anche la tortura, e a un manicomio criminale.
Ma, tirate le somme, Un uomo in fuga, riscrittura e condanna delle sofferenze subite dai prigionieri e delle atrocità commesse dai loro carcerieri durante la Seconda Guerra Mondiale, si trasforma anche, per l’indomito spirito degli uomini che le vissero, nell’avvincente racconto delle imprese compiute da Alastair Cram, laboriosamente raccolte dallo scrittore americano David Guss attraverso ricordi, diari e testimonianze dirette.
Al momento della sua cattura, il tenente della Royal Artillery Alistair Cram aveva trentadue anni. Parlava correntemente tedesco, italiano e francese, prima di diventare ufficiale era stato un brillante avvocato e fin da giovanissimo un eccezionale scalatore. Ognuna di queste capacità gli fu utile, ma fu soprattutto l’allenamento sportivo, che aveva forgiato il suo fisico e il suo spirito di resistenza, a consentirgli di perseverare nel cercare la fuga e di trovare la forza per sopravvivere a gravissime ferite.
Il più drammatico dei tentativi di fuga fu forse quello da Gavi, il “Colditz italiano”. Gavi era un castello millenario, inserito in un forte del XVII secolo, una prigione di massima sicurezza vicino a Genova, nella quale venivano inviati “I pericolosi”, soprannominati così perché tutti avevano tentato la fuga almeno una volta. Quando Cram fu mandato a Gavi era reduce da ben sette falliti tentativi di fuga a Derna in Africa, in navigazione verso l’Italia, in Sicilia a Castelvetrano, a Capua dove cominciarono a chiamarlo il Barone, all’Aquila, a Padula e in treno verso la Liguria prima di arrivare a Gavi dove scontò 40 giorni di prigione dura. Fu qui, in un’atmosfera particolare che aveva creato tra i prigionieri un profondo legame di amicizia e collaborazione, che Alastair Cram inserì David Stirling, il leggendario fondatore della SAS, le forze speciali inglesi, tra gli undici prescelti per quella che doveva diventare l’evasione “per mezzo del tunnel della Cisterna”, uno dei progetti più avventurosi e fino ad oggi meno conosciuti di fuga di massa durante tutta la guerra.
Cram fu ripreso, ma ormai per i suoi carcerieri era conosciuto come “evasore seriale”. Una specie di sindrome di Houdini gli impediva di restare prigioniero. Attraverso le testimonianze degli ufficiali britannici che furono suoi complici nei tanti tentativi di fuga, sappiamo che Cram provò e riprovò fino all’ultimo quando, con l’avvicinarsi delle truppe alleate, la detenzione si faceva sempre più pericolosa per l’ordine dato da Hitler di eliminare tutti i facinorosi. Ma finalmente, ad aprile del 1945, riuscì ad allontanarsi definitivamente da una colonna di prigionieri in trasferimento, garantendosi la salvezza. Una ricostruzione dettagliata, accurata testimonianza di una storia di coraggio e di resistenza alle avversità.
Un libro intrigante, vero ma dai toni romanzeschi e profondamente commovente, che fa luce sulle straordinarie imprese e sulla inedita vita di una persona che ha saputo confrontarsi con ogni improbabile probabilità, e un grandioso epitaffio alla ostinata determinazione dello spirito umano che impone di non mollare mai.

La Debicke e… La madre perfetta

Aimee Molloy
La madre perfetta
Giunti, 2018
In libreria dal 12 settembre

Sono più o meno coetanee, si conoscono appena, ma hanno creato un gruppo e si fanno chiamare May Mothers, “Le madri di maggio”. Una cosa le unisce: hanno avuto tutte un figlio in maggio, nello stesso mese. Un esile legame, che le ha portate a stabilire una sorta di rituale di contatto online e a incontrarsi due volte alla settimana con carrozzine al seguito, nei viali di Prospect Park, a Brooklyn, per scambiare idee, darsi consigli e farsi confidenze sulle loro nuove vite centrate sui bambini. Un modo forse per cercare uno sfogo dalle fatiche e dall’isolamento indotto dalla maternità e condividere difficoltà, gioie e paure.
Nel gruppo Colette, Nell e Francie, Scarlett, Yuko, Winnie e Token, l’unico maschio, che tra loro chiamano “il mammo”. Finché, una sera, le May Mothers decidono di lasciare a casa i neonati e passare qualche ora in un hip bar della zona, concedendosi una pausa dalla faticosa routine quotidiana di neo mamme. Qualcuna manca, ma con loro c’è anche la bellissima, sensuale, misteriosa Winnie, apprensiva madre single che per la prima volta si è fatta convincere a separarsi dal piccolo Midas, affidandolo ad Alma, una brava babysitter messicana proposta da Nell, manager in carriera.
È il 4 luglio, un notte spaventosamente afosa in quella che sembra la più calda estate della storia di Brooklyn. Il locale è affollato, si parla, si beve e ci si separa. Winnie si allontana dal gruppo, lasciando là il suo telefono, così quando Alma, la baby sitter, chiama piangendo Nell, lei, Colette e Francie corrono in suo aiuto. La polizia è già sul posto: Midas, il bambino di Winnie è scomparso dalla culla. Qualcuno si è introdotto in casa, l’ha rapito e sembra che anche di sua madre si sia persa ogni traccia. Forse è uscita dal bar con quel bel ragazzo con cui stava parlando al bancone? O c’è dell’altro dietro il suo strano comportamento? Poi, quando finalmente Winnie torna a casa, la polizia le rivolge domande inquietanti e comincia l’incubo: suo figlio non c’è più.

Inizia, in un angoscioso clima di suspense, la corsa contro il tempo per ritrovare il piccolo. Arrivano testimonianze che conducono a false piste, accuse non provabili, ci si perde dietro mille rivoli. In un carosello di sospetti e strani indizi, alcuni addirittura orchestrati ad arte dai media, ben presto la vita privata di Winnie verrà data in pasto a un’orrenda speculazioni televisiva. E anche le altre May Mothers con i loro segreti, le loro invidie e debolezze, le bugie di coppia, non sfuggiranno alla crudele luce dei riflettori. Ognuna di loro aveva qualcosa da nascondere, ma ora le loro vite vengono brutalmente sezionate e messe in piazza. E purtroppo, mentre passano i giorni, tutto viene messo in dubbio.
Winnie per parte sua sta quasi impazzendo e gli investigatori si chiedono se questa bella donna, molto ricca, con una serie di dispiaceri alle spalle, abbia fatto una follia. Ma Colette, Francie e Nell, che invece credono in lei, non si rassegnano, vanno avanti per la loro strada e insistono, scavando testardamente più a fondo, fino ad arrivare allo scoop finale. Perché ogni donna ha il suo lato oscuro. E qualcuna lo ha peggiore delle altre.
Un thriller psicologico pesantemente condizionato dalla potenza indagatrice e distruttiva dei media che al giorno d’oggi, negli Stati Uniti come ovunque per altro, riescono a interferire su ogni fatto, avvenimento, che sia gioioso, di dolore o di disgrazia, purché faccia notizia. Ambientazione newyorkese, esaltata dalla mentalità, dall’impostazione di vita e dalle reazioni, tipiche dei diversi personaggi.

Aimee Molloy è l’autrice di However Long the Night: Molly Melching’s Journey to Help Millions of African Women and Girls Triumph, libro che è stato un best-seller del «New York Times», e la coautrice di diverse opere di saggistica. Vive a Brooklyn con il marito e due figlie. La madre perfetta, suo romanzo d’esordio, è in fase di traduzione in diversi Paesi e dovrebbe diventare un film.

La Debicke e… Quando il cielo era il mare e le nuvole balene

Guido Conti
Quando il cielo era il mare e le nuvole balene
Giunti, 2018

Quando il cielo era il mare e le nuvole balene è un puntuale e commovente romanzo storico di vocazione epica e popolare e, contemporaneamente, una struggente favola dolce-amara, ferita dall’amaro sfregio di tante realtà. Ma chi mai ha detto che tutte le favole debbano essere solo consolatrici?
Una colta e raffinata ambientazione bucolica, anteguerra, con il suoi lenti ritmi governati dalle bestie e non dalle macchine, la città che sembra lontana mille miglia. Il Po domina incontrastato, signore e padrone delle esistenze, un dio buono che dona vita e prosperità ma che può anche trasformarsi, con il liquido incontrollabile inferno dell’alluvione, in diavolo sterminatore e ricoprire d’acqua tutto quello che per secoli aveva generosamente ceduto agli uomini.
Bruno vive in una grande corte a ridosso dell’argine del fiume Po, con nonno Ercole, socialista che legge e scrive molto e conosce tanti segreti, e nonna Ida, che sa curare i malanni, guarire le storte e placare i demoni dei cani.
Nonno Ercole racconta all’unico nipote molte favole, come quella in cui la pianura padana era il fondo del mare e le balene volavano nel cielo dove oggi si rincorrono le nuvole. Bruno non ci crede, ma il nonno lo porta a cercare le conchiglie fossili che si trovano lungo il greto di un torrente e gli dimostra di dire la verità. Così era nella preistoria.
In questo romanzo di formazione Guido Conti narra l’evoluzione mentale, psicologica e fisica di Bruno, il nascere interiore delle sue emozioni, dei suoi sentimenti. Ci spiega il perché di certi desideri, dei progetti sognati, delle rinunce, delle azioni conseguenti alla speranza, alla gioia, alla paura, alla sofferenza, alla angosciante disillusione. Un poetico avvio diviso fra favola e realtà con Bruno bambino, che poi diventa grande lasciandosi alle spalle l’infanzia (la situazione di equilibrio iniziale dove regnava una serena ma pacifica povertà contadina). La guerra è ancora lontana e Bruno cresce affascinato dalle storie che vive o che sente raccontare nella corte: la dolorosa esperienza del Peppo che si è incattivito dopo essere tornato cieco dalla prima guerra mondiale; l’orso che balla e il suo domatore; quella del suo amico e vicino Millemosche (che non ama lavarsi e vive di monellerie), che riceve in chiesa il meraviglioso dono di saper trattare i cavalli. Poi un giorno, attraversando i campi, arriva un uomo che trascina una valigia: è l’Americano, il padre assente da troppi anni, andato lontano per il dolore della morte della moglie. Padre di Bruno e figlio creduto morto da Ercole e Ida, i genitori che gli hanno persino messo la lapide al cimitero. L’Americano è l’ambiguo e sfuggente eroe che segnerà per sempre l’adolescenza del ragazzo e la vita di tutti loro.
Bruno vive tra sorprese e scoperte, immerso in una natura spesso crudele, dove secondo suo nonna gli animali possono trasformarsi in messaggeri di gioie e disgrazie. Tra le magiche nebbie del Po conoscerà anche Vera, una ragazzina sveglia e intraprendente, sfollata in cascina con la madre e per lei proverà le prime pulsioni di un sentimento che non sa ancora definire. Bruno dovrà vivere anche i duri momenti di una dimensione più conflittuale con l’ambiente che lo circonda, attraverso le lotte contadine, il fascismo, l’arrivo della guerra, i partigiani. Ma la guerra cambierà tutto: regole morali e comportamentali con la famiglia, gli amici e il mondo adulto in generale, con le razzie e la fame sempre in agguato. L’avvicinarsi degli alleati, i continui bombardamenti, l’arrivo dei tedeschi lungo il Po, il fortunoso sfollamento organizzato dall’Americano che milita con l’esercito di liberazione, il trauma della separazione e la sopravvivenza ma il senso di nostalgia lontani da casa. Poi le lotte e i continui pericoli che costellano il dopoguerra in un paese che non ha ancora ritrovato una bussola da seguire. Dove la barbarie fa dimenticare ogni sentimento umano. Tempi orrendi fatti di scontri, barbare uccisioni efferate, incontenibili e inutili vendette. Bruno, diventato grande, andrà a cercare i ricordi di un’infanzia vissuta intensamente: la sua predisposizione a sognare, a innamorarsi con l’irrequietezza tipica dell’età, lo porterà compiere nuove esperienze. L’incontro con una giovane donna, Betty, affascinante e seducente, lo metterà di fronte al distacco dalla fanciullezza ma anche a tante verità difficili da accettare. E la morte, pronta a colpire con la falce, non fa sconti a nessuno. Costretto ad affrontare distacchi e perdite, Bruno dovrà riuscire a emanciparsi concretamente e psicologicamente dalla famiglia e a progettare il proprio futuro.
Un bel romanzo profondo, intenso, che affonda le sue radici nelle esperienze di vita e in quel magico realismo emiliano che ha sempre accompagnato la scrittura di Guido Conti.

Guido Conti è nato nel 1965 a Parma, dove vive e lavora. Ha pubblicato numerosi romanzi e saggi, l’ultimo dei quali è Scrivere con i grandi, (Bur Rizzoli, 2016) Ha pubblicato i suoi primi racconti nell’antologia Papergang, la terza raccolta degli Under 25 curata da Tondelli. Il successo di critica e di pubblico gli è arrivato grazie a una raccolta di racconti, Il coccodrillo sull’altare, edito da Guanda nel 1998, in cui ci presenta, come anche in Un medico all’Opera (2003), il gran teatro di fatiche e stramberie che è cresciuto intorno al Po e nella campagna emiliana. Ha pubblicato anche i romanzi I cieli di vetro (1999), finalista al Premio Campiello, II taglio della lingua (2000), Il tramonto sulla pianura (2005), La palla contro il muro (Guanda, 2007). Molto attivo in campo culturale, ha dato vita a Parma alla rivista “Palazzo Sanvitale” e alla casa editrice MUP (Monte Università Parma). Con il suo lavoro critico sta riscoprendo testi inediti e rari degli scrittori padani del Novecento, da Guareschi a Zavattini di cui, per Guanda, ha curato, con un’ampia introduzione, gli scritti giovanili, dispersi in quotidiani e riviste. Ha pubblicato anche Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore (Rizzoli, 2008) e La profezia di Cittastella (Mondadori, 2016). La storia di Nilou è stata tradotta in molte lingue e ha un seguito, Nilou e i giorni meravigliosi dell’Africa e Nilou e le avventure del coraggioso Hadì.
Quando il cielo era il mare e le nuvole balene è il suo primo romanzo con Giunti.

La Debicke e… Leonardo da Vinci deve morire

Christian Gálvez
Leonardo da Vinci deve morire
Newton Compton, 2018

Un caso editoriale in Spagna, che preannuncia il 2019 e i cinquecento anni dalla morte del grande e versatile genio italiano, colui che a ragione si può definire “l’uomo immagine del Rinascimento” per eccellenza.
Europa, seconda metà del XV e primo ventennio del XVI secolo. Mentre soffrendo, stringendo alleanze e combattendo, Spagna, Francia e Inghilterra si avviano lentamente verso l’unificazione nazionale, la religione, ma anche il potere e l’ansia di espandere i confini rendono la situazione politica estremamente instabile. Nella penisola italiana gli Stati sono frammentati e perennemente coinvolti in conflitti territoriali tra loro. Venezia, a prezzo di sangue e in virtù della sua flotta, riesce a conservare la sua gloriosa indipendenza oligarchica repubblicana, mentre il papato cerca di far valere la sua forza. Solo i Medici si distinguono tra i signori italiani. I Medici infatti, supportati dalla ricchezza della potente multinazionale costruita da Giovanni de’ Bicci ed espansa da Cosimo il Vecchio, nonno del Magnifico, fino ad allargarsi in tutta l’Europa, sono gli unici che mirano a fare di Firenze la capitale di uno stato. Ma, anche se guerre e divisioni piagano la penisola, il periodo storico vede una grande esplosione dell’arte in tutte le sue più ampie manifestazioni.
E sarà proprio a Firenze, in quella città che all’epoca, in virtù del colto mecenatismo mediceo, stava diventato l’epicentro del Rinascimento culturale, che una lettera anonima accuserà di sodomia il giovane Leonardo da Vinci, astro nascente nel panorama artistico locale, e tre suoi coetanei di differenti classi sociali.
La biografia romanzata di Gálvez è impostata su una carrellata di flash back. L’incipit, funereo e possente. è la morte del grande maestro a Blois, a fianco del suo ultimo mecenate, Francesco I, re di Francia.
Leonardo da Vinci deve morire è un romanzo che ci mostra il lato più vulnerabile del grande artista italiano, che prova a spiegarci cosa deve essere stato per lui sopportare il peso della sua fama di genio e continuare ad esserlo nonostante le avversità. Come molti sanno, Leonardo, primogenito illegittimo del notaio Ser Piero da Vinci e di una servente, bambino intelligente e curioso, crebbe a Firenze nella casa paterna, con il padre e la matrigna e, dimostrando presto spiccata attitudine al disegno, fu introdotto da ser Piero nella bottega/laboratorio del Verrocchio il più famoso pittore del suo tempo. Con gli anni l’allievo arrivò a superare il maestro ma. oltre a dipingere e a dedicarsi alla scultura, fino ai ventiquattro anni Leonardo si immerse in studi di anatomia, in costruzioni scientifiche e ingegneristiche e, azzardando esperimenti, in funambolesche invenzioni. Si dice che la ragione per cui Leonardo Da Vinci scriveva da destra verso sinistra fosse un metodo per rendere incomprensibile agli estranei il suo lavoro. In realtà Leonardo si serviva di un’insolita scrittura speculare (come gli arabi, tanto da farlo ritenere persino eretico) e spesso cominciava a scrivere dall’ultimo foglio per poi arrivare al primo. Per questa sua caratteristica si arrivò addirittura a definirlo “scrittore del diavolo”. In realtà, si trattava solo del suo modo. I neurologi infatti hanno dimostrato che la sua era un’abitudine acquisita nell’infanzia, abitudine naturale per i mancini che, come Leonardo, non sono stati corretti. Scriveva anche con calligrafia “normale”, ma con minore facilità e soprattutto in casi dimostrativi, come per esempio per illustrare alcune carte topografiche. Ma la sua bravura e duttilità in ogni campo scatenò invidie e gelosie nel suo ambiente, dove essere un artista arrivato significava fama, potere e grande ricchezza. Qualcuno quindi voleva eliminare un rivale scomodo.
Leonardo scoprì a sue spese che quando si tenta di raggiungere il successo è bene non fidarsi di nessuno. Certo è che ci fu la famosa accusa di sodomia. Ma chi fu ad accusarlo? Per quale motivo? E qui l’autore, per dar maggiore sapore alla parte fiction, cita prigione, interrogatori, torture e turpi sopraffazioni e angherie dei carcerieri fino all’assenza di prove a sfavore e la successiva scarcerazione, anche per l’intervento di Lorenzo de’ Medici, ma ingigantisce la realtà storica, falsandola. Comunque l’accusa prostrò Leonardo sia nel corpo che nello spirito. Con la reputazione compromessa, abbandonò Firenze verso nuovi orizzonti dove dimostrare il suo geniale talento. Secondo Gálvez andò prima in Catalogna, a cercare certe leggendarie origini della sua famiglia, e si fermò nell’abbazia di Montserrat, dove allora era abate Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II, ma, costretto ad allontanarsi anche da là, si recò a Milano, alla corte degli Sforza, per tanti anni sua seconda patria. Tornerà anche a Firenze e sarà al servizio di Cesare Borgia durante la sua sanguinosa e infuocata parabola nella penisola.
Seguendo gli eventi bellici farà ritorno a Milano, e poi ancora a Firenze e andrà a Roma.
Christian Gálvez dà vita a un romanzo ricco di avventura e suspense, senza snaturare la biografia dei vari personaggi che ci fa incontrare, quali Lorenzo de Medici, Girolamo Savonarola, Ludovico Sforza, il Machiavelli, Cesare Borgia, Raffaello e Michelangelo Buonarroti, e scrive una specie di guida per viaggiare in una fase del Rinascimento, inserendo molti dati storici veri o plausibili, utili per approfondire sia l’arte che la politica di allora. Certo non sapremo mai se Michelangelo abbia veramente avvertito Leonardo che a Roma per lui tirava una brutta aria. E neppure quale possa essere stata la menzogna di Botticelli. L’interpretazione però, o meglio dire il ritratto biografico che Gálvez fa di Leonardo da Vinci, rende più intrigante la storia. E infatti Gálvez, ovviamente con la fantasia, ricostruisce i dialoghi, i pensieri, i sogni mancati del magnifico artista che danno un senso a tutto quello che egli è riuscito a fare e a quello che avrebbe voluto fare, e regala un tributo alla figura di un genio che ha lasciato al mondo una straordinaria eredità scientifica, artistica e culturale.
Libro interessante, che porta alle luce tante ombre a cui è stato esposto il grande maestro. Amico dei suoi amici, uomo solitario ma divertente, ironico, duttile… Il passato lo perseguitava, mentre il futuro era in continuo mutare per non volersi mai sottomettere a dogmi consolidati. E la verità è sempre difficile da distinguere chiaramente, persino per il più grande genio di tutti i tempi.
Oggi possiamo affermare che tutti ammirano il genio, ma pochi conoscono e conoscevano l’uomo.