La Debicke e… Cristiani di Allah

Cristiani di Allah
di Massimo Carlotto
E/O, 2018

Algeri, 1541. “Il Mediterraneo è teatro di guerre, razzie, traffici di schiavi, scontri ideologici e religiosi…” recitano le prime righe dell’introduzione di questo eccellente romanzo storico, ma straordinariamente attuale e credibile.
I “Cristiani di Allah” del titolo sono i rinnegati cristiani diventati musulmani, talvolta per fede, più spesso per convenienza o per costrizione. Sono tedeschi, albanesi, spagnoli, veneziani, calabresi, sardi, lanzichenecchi, giannizzeri e berberi che, volenti o nolenti, riescono a convivere gomito a gomito, sfumando i loro attriti, mischiando gli eterogenei colori delle loro pelli nelle strade e nelle taverne di Algeri, governata dalla intelligente apertura mentale dell’eunuco Hassan Agha per conto del sultano turco di Costantinopoli. Nelle pagine del romanzo scorrono veloci, incrociandosi pericolosamente tra loro, amicizie e amori, interessi e complotti fra genti appartenenti a culture, religioni e linguaggi diversi e il cui destino è mosso solo da quella sete di libertà che li ha portati a convergere nella bianca città maghrebina.
Il romanzo narra in particolare la storia di due corsari, due ex lanzichenecchi, amanti tra loro. Situazione questa che li marchia come rinnegati per ben tre volte, perché apostati, pirati e omosessuali. Redouane e Othmane, i protagonisti, il primo albanese e il secondo germanico, per evitare la condanna a morte hanno scelto la libera tolleranza dei costumi di Algeri, da dove salpano regolarmente sul loro sciabecco e dove sperano di continuare a vivere indisturbati. Infatti i corsari, soprattutto quelli nati cristiani, abbracciavano la fede del profeta, non per convinzione, ma perché consentiva loro la facoltà di depredare navi e territori costieri, sotto l’ala protettrice del sultano, anche con l’avallo e il finanziamento dei committenti europei (e qui è d’uopo ricordare che Francesco I, re di Francia, aveva stretto alleanza con Solimano il Magnifico, sultano di Costantinopoli). Ma la loro coinvolgente odissea personale, una vera storia d’amore, va a intrecciarsi con eventi epocali molto più grandi di loro: l’assedio portato della immensa flotta di Carlo V ad Algeri, sconfitta più dal mare che dalle armi islamiche, i funambolici giochi di potere della Sublime Porta, il crudele scontro tra fazioni in atto all’interno della città e le barbare e feroci usanze schiaviste in uso in quei tempi, tese ad esercitare il turpe gioco al riscatto del commercio degli essere umani. La loro vita, però, e le loro scelte verranno comunque messe in discussione perché Othmane, il più giovane dei due, annebbiato dai fumi dell’alcol, commetterà il tragico errore di invaghirsi di un imberbe giannizzero, uno dei fanatici e spietati cani da guardia del sultano, e la sua irruenta e incontrollabile sensualità trascinerà anche Redouane in un vortice di agguati, cospirazioni e sanguinose vendette. Il risultato finale intriga perché rappresenta un quadro sconvolgente, a tratti anche poetico, un ritratto a tinte forti di un antico noir storico in cui la criminalità organizzata, collegata inestricabilmente con la società di allora, ha insinuato le sue radici fin nel più profondo dell’animo dei personaggi. Ma a ben pensarci tutta la storia, con le sue infinite secolari sequenze di soprusi e carneficine, si trasforma molto spesso nell’essenza più pura e indicativa di cosa voglia dire noir.
Cristiani di Allah non è solo un noir coinvolgente, ma è anche un romanzo di grande attualità. Un romanzo che affronta temi caldi come quello dell’omosessualità, della multietnicità, della criminalità organizzata accettata dal potere, della violenza sulle donne, ma soprattutto il tema dello scontro ideologico tra Oriente e Occidente, tra Islam e Cristianesimo, dove allora, tutta la storia è ambientata nel 16° secolo, forse l’islam appare più tollerante e moderno del cristianesimo. Ricordiamo che per la chiesa romana suonano le trombe di guerra dello scisma, in Spagna l’inquisizione si fa strada sanguinosamente e siamo vicini al letale avvento della Controriforma. Concludo facendo tanto di cappello a Massimo Carlotto per l’attenta, accurata e colta ricostruzione ambientale. Un’attualizzazione ad hoc e perfettamente calibrata.

La Debicke e… La scrittrice del mistero

La scrittrice del mistero
di Alice Basso
Garzanti, 2018

Come descrivereste, voi, Alice Basso, esperta mamma di Vani Sarca? Se diceste intelligente, intuitiva, eccentrica, incorreggibile dissacrante fonte di battute a fuoco d’artificio e pozzo infinito dell’humour, mi trovereste completamente d’accordo. Anzi con questo suo ultimo libro direi che Alice Basso si è anche divertita ad alzare il tiro e, con l’abilità di una giocoliera da circo, ha regalato a tutti i personaggi una marcia in più sulla strada della vis comica. Non sbaglia affatto il commissario Berganza, ormai smascherato come ufficiale e ben accetto corteggiatore della “nostra eroina”, quando dichiara: «È così che funziona con te, Vani? Uno crede di stare con una defilata, solitaria ghostwriter che passa la sua esistenza a scribacchiare davanti a un computer, e invece si ritrova bombardato da colpi di scena come in un incrocio fra Goldfinger e Peyton Place? Perché a me va benissimo, eh. Basta saperlo. Ho una certa età, devo arrivarci preparato, agli shock.» Si ride, si ride di nuovo e si apprezzano con piacere le battute e, stavolta, quasi a ogni pagina persino colpi di scena. Come Alice Basso sia arrivata a concepire il profilo isterico/trumpiano di Henry Dark mi ricolma di rispettosa ammirazione, con il capo e datore di lavoro di Vani Sarca, Enrico Fuschi boss delle Edizioni Erica, che si esalta nella sua scia americaneggiante. La squadra poi dei poliziotti “pulcini” di Berganza è sicuramente dotata di una grossa marcia in più. Ma stavolta la nostra Vani non sembra più troppo asociale e un tocchetto di rosa noir migliora, ancora se possibile, la pietanza già raffinata che ci viene proposta. L’ingresso dell’insopportabile sorella Lara, costellata di flash back da sbellicarsi, si trasforma in un nuovo atout. La cuoca ereditiera Irma fa sempre la sua bella figura e persino la quindicenne Morgana si fa in quattro sbattendo gli occhioni bistrati. Insomma una bella rimpatriata con qualche punto in più, tra cui bisogna citare, non ultimo, il fascino e l’affettuoso e sano pragmatismo del saggio commissario Romeo Berganza.
E comunque ecco di nuovo a beneficio dei lettori Vani Sarca in La scrittrice del mistero e la sua nuova avventura, quarto romanzo di un’indovinata serie di genere… imprecisato. Direi “genere cocktail” con tocchi cromatici che virano al giallo, ma se si va a guardare le regole degli anni Trenta, senza le stigmate del giallo classico, facevamo già cenno almeno in questa puntata (pardon romanzo) a qualche tocchetto rosa, ma con la minacciosa ombra del nero che tenta di farsi strada con aggiunta, che non guasta a mo’ di angostura, di sfumatura psicologica. Et voila il mixer, il tutto poi sublimato dagli irrinunciabili toni e battute di un irriverente spirito, spesso iperbolico, che funziona alla grande. Il lettore in realtà io credo sia sedotto, più che dalla trama, dalla frizzante atmosfera della storia e va avanti, crogiolandosi nei suasivi ed esilaranti lacci della prosa dell’autrice. Un mondo tuttavia che trascende dal divertimento puro e semplice perché il mondo di Alice Basso è sempre pieno di idee e denso di input intellettivi e suggestivi con riferimenti letterari che fanno presa. In La scrittrice del mistero Vani Sarca, la sua e nostra eroina, si troverà tra capo e collo tante, troppe complicazioni: la stesura di un nuovo libro, un best thriller su commissione, la soluzione di un minaccioso pasticcio che coinvolge l’ex fidanzato Riccardo Santi, alcuni problemi più o meno seri collegati a suoi cari, famiglia e amici e una finestra che si sta aprendo sul suo futuro… Ma ora basta spoilerare, ho già detto troppo. Se ne volete sapere di più andatevelo a leggere. Io mi tappo la bocca, la palla passa a voi. Che ho detto? Avanti, marsh!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… L’angelo del mare fangoso

L’angelo del mare fangoso
di Riccardo Tiraboschi
E/O, 2018

L’angelo del mare fangoso, ambientato a Venetia nel 1119 d.c. – terzo volume del ciclo noir di Tiraboschi (dopo La pietra per gli occhi. Venetia 1106 d.C. e La bottega dello speziale. Venetia 1118 d.C.) – conclude il primo atto della saga in tre volumi sulle origini medievali di Venezia. Tornano i personaggi che abbiamo già conosciuto nei precedenti romanzi: lo scriba Edgardo, la schiava Kallis, il medico magister Abella, il mercante Magdalena Grimani, lo speziale Sabbatai e il fiolario Tataro. Ma in L’angelo del mare fangoso le principali protagoniste sono Kallis, Magdalena e Abella, tre donne molto diverse fra loro, ma che fanno parte della borghesia emergente e che, grazie al loro grado, sono alla ricerca di spazio in un mondo dominato dal potere maschile. Con loro tornano le stupende immagini parlanti della città e le maestose e struggenti descrizioni lagunari che Tiraboschi ruba al medioevo per rendercele vicine, quasi palpabili. Un città, una Venezia ancora a divenire, una Venezia inedita, fatta di fango e di paludi, ben lontana dalla iconografia classica della Serenissima a cui siamo più abituati; una città desiderosa “di rubare terra alle acque e di edificare sul nulla”. Un ricettacolo di miasmi e miseria, in certe zone, sestieri o calli ma che può riscattarsi nei giardini e nelle dimore signorile, in un’antica cornice fatta di colori, profumi e incanto. Ma lasciamo lo scenario e torniamo alla trama. Dicevamo che siamo a Venezia nell’anno 1119 d.C. e abbiamo tre personaggi femminili con tre storie importanti. Cominciamo da Kallis, che nel timore della giustizia nasconde il suo volto dietro una maschera di serpente fingendosi l’egiziano Ibrahim al-Fazari. Di origine mongola, è un’ex schiava sposata con lo scriba Edgardo, che dirige la vetreria di Sagrado dopo averlo eliminato, ed è l’unica depositaria del segreto dei fiolari per fare il vetro trasparente; poi c’è Magdalena Grimani, padrona di una flotta, che rischia di portarla alla rovina, dopo che suo marito Tommaso è stato esiliato a vita per gravissime colpe, e infine Abella, il magister medicarum, formatasi alla famosa scuola di Salerno, l’unica medico donna che esercita nella città lagunare, amica e consigliera delle altre due. Le tre donne, Kallis, Magdalena, Abella, si troveranno direttamente coinvolte in una vicenda delittuosa che sta sconvolgendo la città. Infatti l’omicidio del fiolaro Tataro, un potente vetraio in perenne concorrenza con Kallis, apre le porte a una complessa trama gialla. Kallis, sospettata dell’orribile delitto e oppressa dai sensi colpa, dovrà difendersi da un’accusa infamante. Nel frattempo Magdalena Grimani è costretta a una continua disperata lotta con il suo passato, del quale si teme vittima con la figlioletta Costanza e Abella, forse ammaliata, è caduta preda di un’insana passione. In sovrapposizione alla trama criminosa c’è la delicata vicenda del giovane cantore Marco Anuar, figlio di Edgardo e Kallis, che si intreccia con quella del musicus Pietro Abelardo, maestro dei cantori di San Marco, e di sua figlia Angelica, quarta vivacissima figura femminile che si veste e si comporta come maschio, sempre in lotta per uscire dagli schemi della sua condizione. Intorno a tutti loro si muove un’enigmatica figura: Turchillus, detto il monaco bianco, arrivato misteriosamente su una galea che viene da Alessandria d’Egitto. Santo, visionario, mistico? O uomo dalle molte facce che nessuno riesce a comprendere? O peggio negromante, imbroglione? Abella si farà carico di scoprire la verità per salvare Kallis da un’ingiusta accusa.
Seguendo i frammenti di una coppa, Tiraboschi muove le fila di questo racconto e dei personaggi: insostituibile e indimenticabile il nano speziale Sabbatai. La saga si mischia così al mistero dando luogo a una narrazione intensa, avvincente, che alterna crudeli sorprese a straordinari colpi di scena, sullo sfondo di una Venezia, una città nova medievale che alberga credenze, magia e negromanzia. Dietro ai personaggi di fantasia, la Storia funge da colto scenario con il dissidio tra il potere dogale e Roma, i tanti traffici delle navi, i loschi affari che vi si conducevano, quali il commercio degli schiavi e delle reliquie ma soprattutto si intuiscono gli albori del futuro di una grande città destinata a diventare una potenza marinara. La Venetia che Roberto Tiraboschi ci consegna è il risultato di accurate ricerche da studioso attento alle scienze, alla filologia, alla meteorologia e alla chimica. E alla società dell’epoca: la schiavitù, la miseria, la sopraffazione, il degrado dei costumi ci raccontano un mondo profondamente ingiusto anche se governato da un potere forte, la magistratura dogale, e da una chiesa cattolica romana troppo accecata dai poteri mondani. La benevola natura veneziana è descritta stavolta come in preda a una calura mai vista di una torrida estate, assediata dalla siccità, dalla putredine, dal caldo insopportabile dopo ben cinquantatré giorni di siccità. Lo scroscio di pioggia violenta e ristoratrice, un muro d’acqua che finalmente si abbatterà per tre giorni sui fedeli riuniti in preghiera, li inonderà facendo la città “Luccicante e splendente come un angelo sorto dal mare fangoso”. Lo stile di Tiraboschi, sceneggiatore cinematografico di gran livello, permea lo stile di Tiraboschi scrittore che, oltre a intrigare il lettore con le sue storie, sa regalare quadri storici e geografici di grande impatto visivo e mentale. Descrizioni, le sue, degne di un esperto documentarista, che riesce a cogliere l’intima testimonianza di ogni particolare, anche il più crudo.

La Debicke e… Una ragazza affidabile

Una ragazza affidabile
di Silena Santoni
Giunti, 2018

L’eredità di una zia e, quindi una firma da mettere dal notaio, costringono Agnese a tornare a Firenze, la città in cui è nata e cresciuta e da cui si è allontanata, praticamente una fuga, ben trentacinque anni prima. Non le piace farlo, non vuole rivivere il passato e, per fortuna, ha previsto di fermarsi solo un paio di giorni. Alla stazione di Firenze l’aspetta Micaela, la sessantenne sorella maggiore di tre anni, sorella con la quale ha pochi e sporadici rapporti e che non vede da un secolo. Micaela conosce a fatica la famiglia di Agnese fatta di un bravo marito, medico benestante e due figlie in vacanza insieme, maggiorenni e allevate nel benessere. Agnese vive ad Ancona, ha un lavoro legale di buon livello per la Regione e ha seguito un percorso di vita tranquillo e sicuro, completamente diverso da quello sciatto e disordinato fatto da Micaela, sola, una tempo anima ribelle delle lotte studentesche con poca voglia di studiare, oggi senza un’occupazione fissa e sempre contestataria per vocazione. Agnese ritrova Micaela come la ricordava, forse più patetica: una vecchia hippie, grigia e un po’ sciatta, che si arrangia a sbarcare il lunario vendendo pseudo anticaglie ai mercatini. Tra loro è subito attrito. Ognuna delle due rimprovera all’altra le diverse scelte fatte e il diverso modo di vivere. Ma attraverso il rinnovato confronto/scontro tra loro, Agnese, ansiosa e fondamentalmente insicura, si troverà riproiettata in un penoso viaggio nei ricordi buoni e cattivi del comune passato sullo sfondo dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta. La sua mente è costretta a ripercorrere l’infanzia, la giovinezza, il suo indefesso studiare, l’insopprimibile angoscia dell’obesità, la cottarella da bambina per il cugino Sergio che si trasforma in amore e soprattutto il difficile rapporto di amore e odio con la sorella, che si è nutrito di quell’invidia, mai ammessa del tutto, per lei, Micaela, esuberante, sfrontata, sempre pronta a cavalcare con incoscienza la contestazione e immedesimarsi nelle lotte e nell’impegno politico del suo tempo. Attraverso la voce narrante di Agnese, in un crescendo di rivelazioni, viviamo i suoi pensieri, i suoi desideri traditi e l’incosciente crudeltà celata nel suo io.
Una ragazza affidabile si nasconde dietro le artefatte sembianze di un romanzo familiare su un tema narrativo molto classico che tratta del frequente contrasto tra sorelle di carattere opposto – una tranquilla e rispettosa, l’altra esibizionista e indisciplinata – e si conclude con la resa dei conti dopo anni di incomprensioni e di silenzi. E invece, pian piano ma ineluttabilmente, la storia gira, si trasforma in qualcosa di diverso, più complesso e inquietante, in un’indagine che va oltre gli schemi, scavando in quei solchi che l’incertezza e il rancore riescono a creare nella coscienza. E mentre quel qualcosa finirà con riportare Agnese al momento più doloroso che ha segnato la sua vita, una nuova preoccupazione la riempie d’ansia: non ricevere notizie della figlie in vacanza lontane.
Parallelamente agli avvenimenti faticosamente ripercorsi dall’io narrante della protagonista, l’autrice introduce improvvisi sprazzi colmi di suspense che ritraggono due ragazze immerse e costrette nel preciso flash back di in un terzo piano temporale. In una stazione di polizia, sotto il lattiginoso cielo di Bolzano foriero di neve, un commissario interroga due sorelle su un incidente sciistico: una drammatica vicenda dai contorni ancora da chiarire… Una ragazza affidabile è un romanzo fatto di conflitti, di memorie, in cui la verità si fa largo quasi inattesa, soave ma implacabile, concretizzandosi nelle ultime pagine. Un dura e crudele verità che in qualche modo riesce consolarsi solo con l’assurda incoscienza dell’assoluzione.
Silena Santoni è nata e vive a Firenze. Per molti anni ha insegnato Lettere nelle scuole medie e superiori. Ha frequentato una scuola triennale di recitazione e un corso annuale di sceneggiatura teatrale e scrive brani e adattamenti teatrali per la compagnia Katapult nella quale recita. Una ragazza affidabile è il suo primo romanzo.

La Debicke e… Polvere

Polvere
di Enrico Pandiani
Dea Pianeta, 2018

Per i nuovi tipi della Dea Pianeta, casa editrice nata dal connubio letterario del Gruppo Pianeta con il Gruppo De Agostini, esce questo nuovo libro di Enrico Pandiani. Si cambia nazione (via la Francia), città (via Parigi & company) perché stavolta lo scenario è Torino. Lasciata per questo giro la chiassosa e ormai familiare troupe des Italiens, Pandiani ci presenta un nuovo e interessante personaggio che riesce a conglomerare in un indovinato cocktail tra l’hard boiled americano, il noir francese alla Izzo e qualche intelligente intuizione che ci rimanda a Scerbanenco. Il tutto sempre condito dalla musica a lui cara mentre, come il suo protagonista, fuma la pipa (sì certo, sappiamo che Pandiani la fuma e Closterman gli ha rubato senz’altro qualcosa della sua intelligente ironia, ma noi lettori non ci dimentichiamo di Maigret…)
Un personaggio che si muove in una Torino poco da cartolina, molto allargata se si guarda l’etnia della popolazione che vive nelle periferie e con diverse anime, tutte da scoprire. Comunque, cominciamo dal titolo: perché Polvere? Perché la polvere è disumana e in grado di obnubilare ogni facoltà positiva, quando si posa sulla vita, sulla tua vita. Eh già, perché se alcuni poliziotti senza scrupoli hanno deciso di incastrarti, e sei stato a un passo dalla galera, finisce che ne esci completamente sputtanato, demoralizzato, con le ossa rotte e ti sembra di aver solo voglia di vegetare.
È quello che capita a Pietro Clostermann, nipote dell’asso dell’aviazione francese nella seconda guerra mondiale, di cui porta il nome: da quando ha ingiustamente perso il lavoro, la sua vita è andata in frantumi. Era il responsabile della sicurezza di una grossa azienda ma, nel tentativo di scoprire certi sporchi giochi che si nascondevano dietro la facciata, adesso è, e si sente, solo un inutile disoccupato – impossibile trovare un altro impiego con quel macigno sulle spalle – che si concede qualche Wallbanger drink (Vodka, galliano e succo d’arancio) di troppo e come unico vero amico ormai ha solo un simpatico gatto al quale non ha ancora dato un nome. Ma a lui, Clostermann, ormai pare che vada bene così: ok se non hai legami, nessuno può deluderti. Abita in un quartiere periferico, come mezzi di trasporto usa solo quelli pubblici e vivacchia sonnolento. Però una mattina bussa alla sua porta un’anziana vicina di casa dall’aria stanca e dimessa. Al caffè dell’angolo della strada le hanno fatto il suo nome come investigatore e lei chiede il suo aiuto perché anche la sua vita è stata distrutta. Spiega infatti che pochi mesi prima sua figlia Silvia Massafra è stata sequestrata e uccisa in circostanze che la polizia non ha mai saputo o voluto chiarire.
Un caso che spaventa Pietro, che vorrebbe rifiutare. O forse è l’ultima occasione per dimostrare agli altri e a se stesso che può farcela? Per rimettersi in circolazione? Pietro non avrebbe alcun titolo per andare a ficcare il naso in quella storia, fare domande in giro, indagare. Dovrebbe fingersi qualcun altro e sa bene di essere sotto tiro della polizia – in questura c’è almeno una persona, un tempo affettivamente importante, ma che ora non vorrebbe certo ritrovarselo davanti. Tuttavia, commosso dal dolore di una madre e intrigato quasi suo malgrado, decide di provare ad accollarsi l’incarico e accettare la sfida. Come prova a muoversi, si scontra con ostacoli che parrebbero insormontabili, ma Clostermann non demorde, come lo zio eroe della Raf, torna all’attacco, rilancia, cerca aiuto e alleati in chi gli deve favori. Cosa c’è dietro quella morte all’apparenza inesplicabile di una brillante impiegata della Boἳte à Merveilles, una società di Export Import di mobili e manufatti dal Marocco? Unica possibile traccia: una stupenda africana che Silva aveva ospitato in casa sua. Perché? Chi era? Grossi guai in vista…
Poi, uando sulla tomba di Silvia Massafra incontrerà Tundra, la bellissima sorella della vittima, i suoi guai diventeranno maggiori, ma Pietro Clostermann può farcela, deve reagire, ricominciare a vivere e scrollarsi di dosso la polvere che per troppi anni ha lasciato accumulare sulla sua vita fino quasi a soffocarlo. E se il destino ha deciso di offrirti in qualche modo un’occasione di riscatto, devi darti da fare a rischio della vita e coglierla.

Enrico Pandiani non smentisce la sua bravura e ci regala una disincantata carrellata noir nelle pieghe di una spaventosa realtà sociale. Ma anche una benevola occhiata che sa cogliere l’infinita serie delle sfumature psicologiche nei tanti risvolti dei rapporti umani. Di un pugno di esistenze che si ribellano e cercano di combattere il male, sullo sfondo di una Torino multiforme e postindustriale. Una metropoli sulla quale si allargano implacabili i tanti tentacoli da tagliare di una astuta piovra che controlla un racket malavitoso nazionale.

La Debicke e… Sara al tramonto

Sara al tramonto
di Maurizio de Giovanni
Rizzoli, 2018

Non mi piace definire Sara al tramonto un thriller o un romanzo poliziesco, magari patinato di noir. Stop con i generi. Non se ne può più.
Ripartiamo da zero.
Questo è un bel romanzo e basta. Un romanzo in cui, d’accordo, succede anche che ci sia un delitto, un gran brutto delitto che in realtà diventa la causa incidentale per raccontare una vera storia, introdurne un’altra commovente ma contemporaneamente intrigante, di quella che è stata una vita, scelta, voluta e della quale si sono patite le conseguenze, farne intravedere una terza importante, a divenire e, per finire, riuscire persino a salvarne una.
Fatto straordinario, encomiabile certo, ma il succo non sta là, e la parola che invece meglio descrive questo nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni è “responsabilità”. E cioè: cognizione, acquisizione, accettazione e sorprendente assunzione di questa indispensabile condizione che congloba e unisce all’interno della storia un eterogeneo gruppetto di personaggi.
Un libro vero, con una trama articolata che concede ampio respiro a due diverse interpretazioni, una profondamente coinvolgente, emozionale e un’altra comica, che l’avvicina alla commedia. Un libro che sceglie come protagonista e interprete – e il titolo lo svela – una donna, una figura femminile forte e importante, Sara Morozzi. Nessuno la conosce, perché Sara Morozzi, con il suo aspetto volutamente dimesso, piccola, con i capelli grigi, abiti semplici, scarpe comode, con la sua capacità di celarsi, di vivere nell’ombra, riesce a diventare anonima, quasi invisibile. Sara invece, conosce bene coloro di cui ha spiato la vita, Sara detta “Mora” che per decenni ha lavorato in una speciale unità investigativa “coperta”, legata ai Servizi, impegnata in attività d’intercettazione non autorizzate o meglio “confidenziali”.
Una ex poliziotta con i suoi inquietanti trascorsi operativi negli ingranaggi più oscuri degli apparati di Stato, una specie di implacabile giustiziere in grado di far piazza pulita e liquidare sporchi conti rimasti in sospeso. Sara che doveva il suo incarico alla sua eccezionale dote. Dote che le permette, incontrando una persona, di “indovinare ciò che era e pensava”, non solo con la lettura delle parole sulle labbra, ma di decifrarne l’insieme degli intenti, dai movimenti inconsci del volto, dalla postura delle mani, dai gesti involontari, dallo sguardo, da quelle piccole cose che agli altri sfuggono o non dicono niente, mentre per lei meticolosa e analitica ai limiti dell’ossessività, erano rivelatrici. Con gli anni aveva affinato quella innata capacità che l’aveva resa un indispensabile atout per la sua sezione.
Il tempo era passato così, scivolandole tra le dita, mentre nelle orecchie echeggiavano i segreti degli altri. Oggi, superati i cinquanta, è sola. Da poco ha perso il suo compagno, il suo pilastro, il suo unico vero amore, l’uomo ai vertici della sezione investigativa e non può o riesce a rimproverarsi le sue scelte fatte, quel suo grande e insopprimibile impulso che la costrinse ad abbandonare una famiglia, un marito, un figlio piccolo. Oggi è una donna che crede di aver toccato il limite della disperazione, che si annulla, si confonde con l’ambiente. inespressiva, persino invisibile, sullo sfondo di una strana Napoli: periferica e marginale, quasi inesistente e dimenticata dalle cronache, una Napoli che si esalta solo per un attimo con l’azzurro carico del mare ammirato dalle finestre di un villa.
Una protagonista d’eccezione, con la sua meravigliosa dote sempre là ma praticamente in stand by, viene richiamata in servizio in maniera non regolare, da una collega dei servizi segreti, per svolgere un compito particolare, con una copertura semiufficiale e l’appoggio e il suggerimento di un bravo ispettore, annegato da troppo tempo nell’inazione dai meandri della burocrazia.
Questa strana coppia al limite dell’incompatibilità dovrebbe cercare un’altra verità e un altro finale per una storia che pare già tracciata indelebilmente: l’uccisione del ricco finanziere Molfino, per la quale è accusata e in carcere la figlia Dalinda, tossicodipendente e madre single. Uccisione compiuta in un momento di follia sotto la spinta della droga. Senza contare che l’autopsia aveva evidenziato che il morto era affetto da una gravissima malattia al fegato che l’avrebbe portato alla tomba in poco tempo. L’indagine supplementare, uno scrupolo più che altro, è dovuta al grido di aiuto lanciato da Dalinda Molfino che teme per la vita di sua figlia Bea.
E qui subentra la responsabilità accettata, e condivisa da tutti coloro che in qualche modo si trovano o si troveranno coinvolti nelle storia, nei confronti di una bambina di sei anni. Responsabilità che li convincerà a mettersi in gioco perché Sara ai giardinetti, seduta sulla penultima panchina, stava aspettando una giovane donna che conosceva e che diventerà a pieno titolo la terza componente del loro gruppo investigativo. E regalerà loro quel quid in più, in virtù della telematica, destinato a sbrogliare la matassa. Perché seguendo un filo sottilissimo ma che man mano si dipana e si rafforza, Sara riuscirà a intuire quanto le sopraffazioni e le prepotenze legate al quotidiano possano far crescere l’odio fino a un’incontrollata esplosione. E non serve nascondersi dietro una porta, o magari abbassare la voce, perché Sara, che ora può vedere anche sullo schermo, è in grado leggere e “ascoltare” ciò che si trama. Il loro trio insieme può risolvere il caso e magari regalarsi nuove e importanti responsabilità. Una nuova serie? Forse, non so, probabile, ma sicuramente un bel libro da leggere.

La Debicke e… Il ragazzo sul ponte

Il ragazzo sul ponte
di M.R. Carey
Newton Compton, 2018

Sono passati dieci anni da quando una misteriosa e incontrollabile epidemia, provocata da un fungo che invade e modifica le cellule cerebrali, ha cominciato a contagiare la maggior parte degli abitanti del pianeta trasformandoli in hungries, mostri carnivori privi di raziocinio, assetati di sangue e che si nutrono indifferentemente di animali e di esseri umani. Gli hungries non hanno coscienza, né attività cerebrale. L’ipotesi alternativa sarebbe anche più inquietante: “sarebbero cerebralmente attivi ma incapaci di comandare i propri arti a causa del patogeno che infetta il loro sistema nervoso centrale. E chissà cosa provano, se qualcosa provano, in tale condizione. Un solo loro morso è sufficiente a trasmettere il contagio trasformando gli uomini in zombies. Ciò che resta dell’umanità è suddivisa tra alcune fortezze inespugnabili protette da giganteschi carri armati, gestite da una cosiddetta dittatura illuminata alla testa dell’esercito superstite e gli junker, gruppi di predatori senza pietà che a bordo di mezzi blindati protetti da armi pesanti, assaltano, depredano e uccidono, praticando persino l’antropofagia, tutto quanto trovano sul loro cammino. Il potere per così dire ufficiale tenta da anni di organizzare delle squadre di ricerca formate da scienziati che avrebbero per scopo di individuare una qualsivoglia cura o vaccino per contrastare il morbo.
Queste sono le premesse di Il ragazzo sul ponte, un thriller sovrannaturale frutto della fertile penna di M.R. Carey, che poi si rivela il prequel del celebre La ragazza che sapeva troppo, che ha ottenuto gran successo internazionale anche per un’indovinata e coinvolgente rilettura cinematografica. Ma torniamo a Il ragazzo sul ponte. Questo ragazzo, che dà il titolo alla storia, sarebbe Stephen Greaves, un quindicenne geniale ma autistico (stenta a relazionarsi con le altre persone, evita il contatto umano, tipico della sindrome di Asperger) che affronta ogni genere di sfida con interesse sia per la meccanica che per la conoscenza. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, la scienziata Samrina Khan, che l’ha salvato da piccolo e conosce il suo altissimo potenziale intellettivo – Greaves infatti ha inventato un gel in grado di neutralizzare gli odori e permettere di sfuggire all’olfatto degli hungries – gli è affezionata e riesce a mantenere un fattivo rapporto con lui. E proprio lei, che lavora per la squadra scientifica della fortezza, ha deciso di includerlo nel programma che prevede un viaggio pericolosissimo verso in nord dell’Inghilterra, per ricuperare campioni del fungo piazzati in posti diversi per clima e tipologia territoriale, nell’intento di garantire al genere umano una speranza. Altro scopo di questa pericolosa missione è prelevare campioni dagli hungries per tentare di sintetizzare una cura per gli umani infetti e far fronte all’epidemia. La loro spedizione, che durerà mesi, li costringerà a vivere pigiati uno sull’altro, come sardine, a bordo del Rosalind Franklin, un laboratorio mobile, un immenso carro armato blindato da trasporto. L’equipaggio della Rosalind è composto da sei membri dell’esercito incaricati delle sicurezza e della protezione e dall’equipe di ricercatori. Tra i due gruppi nasceranno inevitabilmente, con il tempo e le difficoltà, attriti e frizioni, anche normali, data la forzata convivenza ma che finiranno per scontrarsi anche con importanti scelte di natura etica che in alcuni casi si riveleranno pericolosamente fatali. Visto che, se abbiamo letto La ragazza che sapeva troppo, ricordiamo che la Rosalind Franklin è stata trovata abbandonata, nutriamo poche illusioni sull’infelice destino del suo equipaggio. O forse qualcuno potrebbe essere sopravvissuto abbastanza a lungo da riuscire a conoscere Melanie, l’eroina della La ragazza che sapeva troppo, e la sua coraggiosa insegnante? Fantascienza, fantasy o un plausibile angosciante futuro da non augurarsi?

Mike Carey (nato nel 1959), conosciuto anche con lo pseudonimo M. R. Carey, è uno scrittore britannico di fumetti, romanzi e film. È internazionalmente famoso soprattutto per aver scritto il romanzo La ragazza che sapeva troppo.

La Debicke e… Non si uccide per amore

Non si uccide per amore
di Rosa Teruzzi
Sonzogno, 2018

Un flash-back di vent’anni ci riporta alla morte in diretta di Saverio, poliziotto, marito di Libera, padre di Vittoria e genero di Iole nel terzo capitolo della saga della fioraia del Giambellino. Un flash-back annunciato che, dopo il fortuito ritrovamento di un foglietto ingiallito in una vecchia camicia di Saverio, conservata per ricordo nel fondo di un armadio, ha riportato Libera all’episodio più doloroso della sua vita, che ha reso lei vedova e sua figlia orfana. Un caso, un delitto lontano, mai risolto che ha spinto Vittoria a seguire le orme paterne e arruolarsi in polizia. Un delitto per il quale non è mai stato trovato il colpevole, e a cosa può servire ora quel biglietto, che sembra scritto da una donna? Che dovrebbe essere una certa Loredana Pace, bella e giovane moglie di un mafioso in prigione e madre dei suoi figli. L’orrendo sapore di cose irrisolte, il dolore e l’angoscia, tormentano Libera e gli incubi affollano le sue notti. Quel biglietto riapre tutte le piste: cosa è davvero successo la notte in cui Saverio è morto? Chi è stata a ucciderlo? Perché? Su cosa indagava? La sua morte è collegabile alla mafia calabrese? Qualcuno della polizia l’ha tradito? Ossessionata dalle tante, troppe domande senza risposta che le riempiono la testa, collegate anche a Gabriele, da anni suo nume protettore, migliore amico di suo marito e padrino di sua figlia, Libera, dubita persino di lui, perché non riesce a far riaprire il caso. Insomma Libera, per cercare la verità, deve rivangare il passato e, dopo essersi guadagnata sul campo nei romanzi precedenti una fama di quasi detective, per mantenerla deve coinvolgere di nuovo nella sua personale indagine Temperante Cagnaccio. Chi altri se non lui, detto il Dog, capocronista del giornale del pomeriggio La Città, che sopravviveva grazie alle pagine dello sport, degli spettacoli e soprattutto della cronaca nera, poteva aiutarla? Ne era sicura, le aveva dato una mano, in passato, e lo avrebbe fatto ancora. Bastava presentargli una polpetta abbastanza appetitosa e il caso di Saverio lo è. Cagnaccio metterà subito all’opera la sua giornalista di nera o il suo cane da punta Irene Milani, da lui soprannominata Smilza o Smortina. Le informazioni che saltano fuori convinceranno Libera a partire di nascosto con la madre Iole, estroversa, stravagante e prepotente ex figlia dei fiori con velleità amorose, verso la Calabria, in un avventuroso viaggio sulle tracce della verità che l’aiuterà a chiarirsi le idee ma anche ad arrivare a mettere la parola fine alla più dolorosa fase della sua esistenza.
La nostra rossa o Julianne Moore del Giambellino (così chiamata proprio per il fulgore della sua chioma) è un personaggio speciale, figlia di Iole e mamma di Vittoria, quasi schiacciata tra due donne dalla personalità molto forte, importante. Lei è più fragile, più insicura. Ma lo è veramente? Come giovane vedova con una bambina da crescere ha preso tante botte dalla vita. Sua madre, quando lei era piccola, la trascurava, inseguendo la sua libertà. Sua grande figura di riferimento nonno Spartaco, il colto ferroviere che sapeva il vocabolario a memoria, ma ora non c’è più da anni. Libera sembra in attesa, come se avesse premuto il tasto “pausa” della sua vita. Spesso incerta, non riesce a parlare, a spiegarsi, ad aprirsi, ma quando vuole sa tirare fuori grinta e coraggio quanto basta. E se se in futuro dovrà affrontare nuove esperienze, nuovi interessi, saprà farlo.
Ancora una volta Rosa Teruzzi fa centro con una storia che convince e intriga, allo stesso tempo dura e delicata e, con una sana dose di intelligente ironia, continua a far vivere alla grande i suoi tre ormai irrinunciabili personaggi: Iole, Libera e Vittoria. Felici lo stesso, benché sfumate stavolta, le comparsate dell’amico-corteggiatore cuoco e del suo cane, ma vuoi mettere, caro lettore, l’atmosfera di una riunione d’indagine in un gelido e umido agosto milanese dove domina il profumo di polenta coperta di parmigiano messo a confronto con i magici spunti calabresi soffusi di sole e di profumi che fanno sognare?

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti