La Debicke e… La chiave di tutto

Gino Vignali
La chiave di tutto
Solferino/Corriere della Sera, 2018

Primo romanzo da solista di Gino Vignali (senza Michele Mozzati), La chiave di tutto è un frizzante poliziesco ambientato in un improbabile commissariato di Rimini. Commissariato retto da un’indimenticabile squadra di investigatori, guidata dal vice questore Costanza Confalonieri Bonnet, aristocratica, ricchissima, di origine milanese, una vera fata, la poliziotta più bella mai toccata in sorte a una Questura, che vive nella suite 401, la Gradisca, presso il famoso Grand Hotel di Rimini, che spopola per eleganza e per il lato B superiore, pare, a quello di Pippa Middleton (ricordate il matrimonio di William e Kate…). Gli altri “fortunati” componenti della sua squadra sono il cinquantenne ispettore siciliano, un normanno alto biondo e intellettuale, Orlando Appicciafuoco; il vice sovrintendente locale, Emerson Leichen Palmer Balducci, che non ha inventato la polvere da sparo (irresistibile poi il suo inglese scritto e parlato); la geniale esperta informatica bergamasca, l’agente scelto Cecilia Cortellesi.
Ambientato in una Rimini dal sapore squisitamente felliniano, nello scenario del Grand Hotel di felliniana memoria, il libro si apre in modo inconsueto per la rilassante atmosfera della famosa stazione di vacanze della costa adriatica. ma sicuramente nel modo più classico per un giallo: con un feroce delitto.
La vittima è Vagano, così chiamato perché recita ossessivamente la filastrocca di inizio di Amarcord, un senzatetto conosciuto e apprezzato da tutti, ritrovato barbaramente ucciso e bruciato su una panchina proprio davanti al Grand Hotel. Appena il tempo di dare il via all’indagine per la nostra fascinosa vice questore, che salta fuori una seconda vittima, stavolta un etiope di buona famiglia ma con un trascorso di droga e di successiva di disintossicazione a San Patrignano, che ha ricevuto lo stesso trattamento del barbone e, come se non bastasse, c’è subito anche una terza vittima, Pandora, una pierre ed ex spogliarellista di buon cuore nonché fidanzata dell’etiope.
Questi tre orrendi efferati delitti sembrano adeguarsi a una sinistramente logica catena di intolleranza e razzismo. I media si scatenano, si tratterebbe di un killer che ha deciso di ripulire Rimini.
Ma il vice questore Costanza Confalonieri Bonnet non è affatto convinta. Secondo lei, la pista ideologica non è giusta.
Vagano è stato torturato prima di morire. L’anatomopatologa che ha effettuato l’autopsia l’ha riscontrato e anche trovato una chiave dentro il suo esofago. Perché mai Vagano l’avrebbe ingoiata? Evidentemente quella chiave, secondo Costanza Confalonieri Bonnet (e dati i magnanimi lombi della milanesissima famiglia del vice questore, Vignali non si azzarda mai a citarla altrimenti), deve essere la “chiave” di tutto. Ma cosa diavolo apre? E se non si tratta di intolleranza e razzismo, dove bisogna guardare?
Gatta ci cova, sono tempi pericolosi. Che la storia sia molto, ma molto più sporca?
Una trama azzeccata che si regge su uno stile spumeggiante. I personaggi sono spassosi, il dialoghi effervescenti, le ambientazione perfette. La storia si dipana con dettagli e personaggi centrati, spesso resi con tratti macchiettistici ma perfettamente credibili. L’autore si trastulla giocosamente con i nomi e fa bene.
Il divertimento è garantito dal principio alla fine ma la cultura con la C maiuscola fa l’occhiolino al lettore e, unita all’ingegno, trasuda gradevolmente da tutte le pagine. Un dialogo serrato e vivace, una investigazione lucida ed intelligente, un’ironia soffusa, sono le caratteristiche salienti di un romanzo che non delude le aspettative, anzi intriga e conquista il lettore.
Siamo d’inverno, la cattiva stagione non aiuta certo a tirarci su il morale, ciò nondimeno l’inverno di La chiave di tutto, sia pur con la sua implacabile e spessa coltre di neve riminese, ci sta bene, anzi benissimo. Perché dopo tanti brividi, non di freddo ma di angoscia, paura, ribrezzo, finalmente un romanzo che nonostante i suoi morti ammazzati, pur barbaramente, riesce a metterti di buon umore, facendoti sorridere quasi a ogni pagina. Grazie Vignali, mi ci voleva!

Gino Vignali è nato a Milano. Il suo nome è da anni legato a quello di Michele Mozzati, un sodalizio nato ai tempi dell’università e che li ha resi celebri come Gino & Michele. Sono tra i fondatori dell’agenda Smemoranda, hanno partecipato alla nascita del cabaret Zelig e ideato l’omonima trasmissione televisiva. In coppia con Michele ha pubblicato numerosi libri, di narrativa e non, tra cui Anche le formiche nel loro piccolos’incazzano (1991) e Neppure un rigo di cronaca (2000).

La Debicke e… Blog Killers

AA. VV.
Blog Killers, almeno un morto
I Buoni Cugini, 2018
Antologia

Una bella ed esaustiva introduzione di Giuseppe Previti apre questa strana antologia scritta da dieci rappresentanti dei blogger. Sapete quegli strani tipi, quegli scombinati buontemponi (come pensano di loro tanti professionisti della penna, soprattutto se sono sul libro paga di qualche testata), dediti al sacrificio letterario, che a metà tra l’hobby e la scrittura si danno da fare come matti. Con il dirompente dilagare del digitale si sono fatti avanti proprio loro, i blogger, i “nuovi” critici letterari, gli stakanovisti nati e sputati a inventarsi un modo più veloce e incisivo per parlare e promuovere i libri, rivolgendosi a chi vuole suggerimenti per leggerli o comprarli. Angeli o “diavoletti”, pochissimo legati agli indirizzi editoriali, i blogger leggono e recensiscono, con metodo, testa, gusto, e giudizio personale, senza troppi condizionamenti. Ma stavolta proprio loro, i critici, si sono fatti convincere a saltare la rete, cambiare campo e a mettersi direttamente in gioco pronti a raccogliere allori o fischi come fanno tutti i loro “clienti” autori.
Et voilà subito il nome dei dieci “eroi” del blog che si sono offerti per partecipare alla tenzone: Nico Donvito di 50/50 Thriller, Cecilia Lavopa di Contorni di Noir, Aniello Troiano della Rivista Fralerighe, Elio Freda di Gialloecucina, Manuel Figliolini della Bottega del Giallo, Caterina Falconi di Libro Guerriero, Lorenzo Strisciullo di Mangialibri, Cristina Aicardi di MilanoNera, Giuseppe Pastore di Thrillercafé e Isabella Saffayé di Thrillernord.
E allora dito puntato su loro e via a leggere!
Si comincia con Nico Donvito e il suo Il posto giusto, in cui la web mania in love risulta per tutti, ma proprio tutti, very dangerous; Cecilia Lavopa ci presenta, con Omar, un rischioso bambino abbastanza particolare di una famiglia “difficile”; Aniello Troiano, in Un brutto risveglio, ci spiega che il problema non è solo svegliarsi nel freezer; Elio Freda, con Serial Fiction, ci offre una serie televisiva da incubo che ruba la vita; Manuel Figliolini, in L’invito a cena, ci ricorda che è meglio guardarsi sempre dai gatti; Caterina Falconi rende sottilmente inquietante La regina dei grigi, con il gerontofilo e la rivalsa della Preferita; Lorenzo Strisciullo, in La bellezza della notte, ci fa sapere che un fiore può uccidere; Cristina Aicardi, in Stesi al sole, introduce la geniale novità della killer professionista & company in crociera; Giuseppe Pastore, nel suo Il ballo delle onde, ci regala una fantascientifica strage e infine Isabella Saffayé, in Lucertola Gesù Cristo, tortura diabolicamente un paziente giunto a fine vita, con il biondino della morte.
Alcuni tra loro hanno preferito il genere thriller, altri una dimensione più squisitamente psicologica, altri ancora sono andati a braccio, muovendosi su diversi lidi e ispirazioni. Ma, tirate le somme, con un comune scopo sincero e coraggioso: mettersi in discussione e trovarsi tutti insieme per una volta dall’altra parte della barricata.

La Debicke e… Il boss è immortale

Massimo Nava
Il boss è immortale
Mondadori, 2018

Situato nel cuore del centro antico di Napoli, la Cappella Sansevero è un gioiello del patrimonio artistico internazionale, ma anche uno dei più peculiari monumenti che l’ingegno umano abbia mai concepito. Un mausoleo gentilizio, un tempio iniziatico in cui è mirabilmente trasfusa la poliedrica personalità del suo geniale ideatore. Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, alchimista della Napoli del Settecento, architetto e massone (gran maestro della Loggia di Rito Egizio tradizionale), uomo coltissimo e dannato, volle la Cappella quale suo personale limbo esoterico. Un tempio maledetto, in cui la creatività barocca e l’orgoglio dinastico, esaltatati da bellezza e mistero, s’intrecciano in un’atmosfera unica, che ci trasporta fuori dal tempo. Tra i capolavori che la rendono unica ed eccezionale citiamo in primis il celebre Cristo velato, la cui immagine ha fatto il giro del mondo per la prodigiosa “tessitura” del velo marmoreo, le meraviglie del virtuosismo come la Pudicizia e il Disinganno e nella cavea l’enigmatica presenza delle Macchine anatomiche. Segni rappresentativi della sua vulcanica cultura, le Macchine anatomiche sono due scheletri, di un uomo e di una donna (la leggenda parla di due servitori), scarnificati e immortalati nel realismo delle loro intime architetture, ossa e sistema circolatorio resi fossili dalle iniezioni forse praticate proprio dal Principe durante i suoi esperimenti.
Ma un giorno, all’improvviso, una delle due macchine sparisce. Rubata?
Da qui prende avvio Il boss è immortale, nuovo romanzo giallo noir di Massimo Nava, dove ritroviamo l’ispettore capo francese Bernard Bastiani, poliziotto di Marsiglia di origini italiane e da sempre in guerra con la bilancia, poco appariscente, abitudinario ma acuto e capace di grandi intuizioni.
L’avevamo già apprezzato nel precedente Il mercante di quadri scomparsi, legato a un quadro di Modigliani e ambientato nella zona di Montecarlo, mentre in Il boss è immortale la storia spazia agilmente tra Napoli e Lione. E anche stavolta Bastiani (il cui successo nella precedente indagine è stato effimero, ohimè, e moralmente poco esaltante), promosso e trasferito all’ufficio tutela nazionale del patrimonio artistico dell’Interpol di Lione, si ritaglia la parte del leone.
Il suo primo incarico (il colonnello Gagliano dei carabinieri italiani va a trovarlo e sollecita il suo aiuto) lo porterà fino a Napoli, che tanto gli ricorda Nizza e Marsiglia, per un’indagine poco chiara su un doppio binario collegato a due crimini strani e complicati. Da una parte c’è il drammatico e fumoso sequestro di Lisa Miller, giovane laureata inglese plurilingue, nella capitale partenopea per un master in lingue orientali, dall’altra, invece, il misterioso furto di una delle due famosissime macchine anatomiche della Cappella Sansevero, ovvero quella che riproduce un corpo femminile. Realizzata nel ‘700, si dice, da Raimondo di Sangro principe di Sansevero, per decenni impegnato nella ossessiva ricerca della immortalità, e l’unica labile traccia riconducibile alla scomparsa parrebbe ricondurre a un antico convento di Lione. Punto in comune tra i due spinosi casi sembra la ricca, molto drogata e scatenata madre di Lisa Miller, che in attesa di divorzio è diventata l’amante di Anastasio Carullo, erede del principe di Sansevero. E qualcos’altro forse: perché nella storia entra a far capolino (a che titolo?) il potente e vecchio boss della camorra Michele Cucuzza, esponente della vecchia guardia che ha fatto i milioni con investimenti immobiliari, azionistici e in pseudo attività manageriali, ricoverato in clinica in fin di vita. L’uomo ha sempre tenuto l’unico figlio in Inghilterra fuori dai giochi e dai suoi giri di affari e ora non vorrebbe cedere il potere ai suoi compari…
L’ispettore Bastiani, con l’appoggio del colonnello Gagliano, annusa l’aria, apre le orecchie e indaga a 360 gradi. Niente da fare: nella faccenda gatta ci cova. E per portare avanti la sua doppia inchiesta e riuscire a sbrogliarla in qualche modo deve rimboccarsi le maniche e ficcare il naso anche in quello che pare il giro ripulito della camorra.
A fare da suggestiva scenografia a tutta la storia domina Napoli, una Napoli tenebrosa, una Napoli meno conosciuta, rappresentata soprattutto dai corridoi sotterranei, grotte alchemiche che sfociano nel piazzale cimitero delle Fontanelle del Quartiere Sanità, affascinante e decadente allo stesso tempo, dove in realtà nulla è come pare, e tutto si cela in un silente e cupo mistero esistenziale. In questo contesto tutto può accadere, esoterismo magia persino un contratto da fare con il diavolo, in cambio dell’immortalità? Un segreto che potrebbe compensare ed esaltare la carriera di un boss. Molto più importante del denaro, del rispetto, del bastone del comando.
Come il dipinto di Caravaggio sottratto nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e poi, pare, smembrato per venderlo più facilmente: secondo la polizia molti capolavori rubati sarebbe in mano alla mafia. Forse perché talvolta anche il potere criminale si nutre di simboli o magari mira a risultati imprevedibili?
L’ispettore Bastiani, ha sviluppato lo speciale intuito di chi sa scovare dove si celano le infinite sfaccettature del male o riconoscere il lato oscuro del potere. Ma quale potere poi? Quello torbido e malsano preteso da una donna invaghita, bellissima e seducente o quello più generoso e illuminato gestito da un anziano medico che ha solo privilegiato l’amicizia? O quello sempre imponderabile del caso?
Massimo Nava è editorialista del “Corriere della Sera” da Parigi, dopo essere stato inviato speciale e corrispondente di guerra. Ha pubblicato Germania Germania (Mondadori, 1990) sulla caduta del Muro di Berlino, Carovane d’Europa (Rizzoli, 1992), Kosovo c’ero anch’io (Rizzoli, 1999), Miloševic, la tragedia di un popolo (Rizzoli, 2000), Imputato Miloševic (Fazi, 2002), Vittime, storie di guerra sul fronte della pace (Fazi, 2005), Sarkozy l’uomo di ferro (Einaudi, 2007). Nel 2009 ha pubblicato il romanzo La gloria è il sole dei morti (Ponte alle Grazie). Nel 2010, per Rizzoli, Il garibaldino che fece il “Corriere della Sera”, sulla vita di Eugenio Torelli Viollier, fondatore del “Corriere”. Nel 2014 è uscito per Mondadori Infinito amore, la passione segreta di Napoleone, nel 2016 Il mercante di quadri scomparsi, la prima indagine dell’ispettore Bastiani.

La Debicke e… Tierradentro

Giulio Massobrio
Tierradentro
Bompiani, 2018

Dopo gli incisivi “Rex” (del 2014) e “Autobus bianchi” (del 2016), Tierradentro è il terzo romanzo della trilogia ambientata nel difficile e confuso periodo del recente passato che va dal 1944 al 1948 che Giulio Massobrio, storico e scrittore specializzato nel periodo napoleonico, ha scelto di dedicare al nazionalsocialismo sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale.
In Tierradentro, terza avventura del professore universitario Martin Davies, archeologo e agente segreto britannico, Davies abbandona le precedenti ambientazioni europee per spostarsi in una terra lontana e sconosciuta come la Colombia. È proprio quel paese, infatti, il palcoscenico e il vero protagonista di Tierradentro, una spystory ambientata nel 1948, anno in cui la Colombia si trovò nel pieno di una grave crisi interna, divisa tra il carisma caro al popolo di Gaitán, avvocato e leader liberale del movimento locale impegnato nel riscatto delle masse, e don Enrique Montoja, rappresentante del mantenimento a ogni costo di privilegi dei conservatori sostenuti dai grandi patrimoni e dei proprietari terrieri. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale molti nazisti, fuoriusciti dalla Germania dopo il conflitto e la sconfitta finale, si stavano riorganizzando militarmente in Sud America. Fatto che ha suggerito all’autore di ambientare la sua storia in Colombia, dove da decenni prosperava una numerosa e compatta comunità tedesca.
Un incipit drammatico dà il via a una storia avventurosa che proprio dalla Colombia ci rimanda all’Europa e a Londra. La guerra è finita da solo tre anni, l’Inghilterra pur vittoriosa è ancora sotto razionamento e in fase di difficile ritorno alla normalità, quando i servizi segreti britannici richiamano Martin Davies dai suoi scavi a Creta. Vogliono affidargli una missione in Sud America che contempla un duplice compito: quello ufficiale di ritrovare il professor Theodor Kant, vecchio amico e archeologo come lui, scomparso da mesi nelle foreste colombiane mentre lavorava nei pressi di San Agustìn un sito millenario di eccezionale importanza scientifica, e il secondo, molto più rischioso, cercare di scoprire cosa un rinascente partito nazista stia tramando contro l’Inghilterra. Davies, che ha passato parte del secondo conflitto mondiale e il primo dopoguerra a dare la caccia ai nazisti e non avrebbe più voglia di rischiare la pelle, medita di rifiutare l’incarico. Ma non può opporre un rifiuto all’angosciata richiesta di aiuto di sua sorella, Chris, legata sentimentalmente al professor Thedor Kant, e accetta. Atterrato a Bogotà, Martin Davies comincerà la sua ricerca in modo rigidamente formale, incontrando studiosi e politici, ma la sua copertura è fragile e finirà presto con saltare quando Davies sarà testimone del drammatico momento dell’assassinio di Gaitan, candidato del partito liberale, nel quale la maggior parte della popolazione si era identificata.
Non basta perché l’archeologo/spia si troverà coinvolto nelle violente sommosse che devastano la capitale, in quella rivolta che fu detta Bogotazo, e attaccato da chi vuole liberarsi di lui. Ma ormai non può più fermarsi. Deve andare avanti e, nonostante le innumerevoli trappole tese dai nemici e nascoste nella foresta, ritrovare Kant e portare a termine la sua missione, sia battendosi per salvare la sua vita e quella di Carmen Luz, giovane donna di cui si è innamorato, che lasciandosi incantare dagli antichi riti e magiche esoteriche realtà precolombiane.
Efficace zampata dello storico che introduce nel romanzo la comparsata di Fidel Castro, allora giovane agitatore politico, tracagnotto e un po’ presuntuoso, di Gabriel Garcia Marquez e del generale Marshall, segretario di stato degli USA, tutti a Bogotà per la conferenza panamericana.
Giulio Massobrio, nato ad Alessandria, è autore tra l’altro di Occhi chiusi (Newton Compton, 2011), L’eredità dei Santi (Bompiani, 2013), Rex (Bompiani, 2014) e Autobus bianchi (Bompiani, 2016).

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La Debicke e… La Lupa

Piernicola Silvis
La Lupa
SEM, 2018

La Lupa si riallaccia direttamente a Formicae, precedente thriller a firma di Silvis, lasciando ai protagonisti appena il tempo di tirare il fiato. Si comincia subito con un incipit crudamente horror per una sceneggiatura da incubo. L’attacco infatti della sinossi di La Lupa recita: «La luce della telecamera si accende. La mano di Sonia Di Gennaro è ferma mentre filma due suoi affiliati che strangolano un giovane testimone involontario con una corda di pianoforte…» La bestiale esecuzione ha per vittima un poveraccio, Matteo, uno studente universitario di ventisei anni la cui unica colpa è di aver assistito a una esecuzione ordinata dal clan e, per sua sfortuna, di essersi fatto vedere mentre entrava nella caserma dei carabinieri. Va punito ed eliminato senza pietà e La Lupa, volitiva moglie di Granatiero, capo batteria e carismatico boss mafioso del Gargano, dopo aver ordinato di fare a pezzi il cadavere, con gelida e disumana ferocia dice al suo scagnozzo, di mestiere macellaio: «Portalo nel tuo negozio e mettilo fra le seconde scelte o in mezzo alla carne per il brodo… Così ci guadagni pure qualcosa.» Quindi, dopo avere filmato ogni macabro particolare, spegne la telecamera e la mette in borsa.
Dicevamo che La Lupa si riannoda al precedente romanzo di Piernicola Silvis perché Diego Pastore, lo zio Teddy, (ricorderete che parte aveva…) non è morto. È stato ricoverato per giorni in coma, sotto stretta sorveglianza della polizia, nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di San Giovanni Rotondo. Ma qualche tempo dopo dà segni di vita e apre gli occhi. Il tempo di farsi togliere il necessario per la respirazione forzata, passare i primi controlli e chiederà di parlare con Renzo Bruni, il poliziotto che lo ha arrestato. La notizia del suo risveglio e della sua richiesta costringono Bruni a tornare in Puglia, dove questa storia è cominciata. Sembra che finalmente abbiano in mano le prove per incriminare Pastore per pedofilia, omicidio e cannibalismo ma, la notte prima che l’arresto venga convalidato, con un blitz Diego Pastore viene prelevato dall’ospedale e nascosto in un posto sicuro da uomini della batteria di Granatiero. Renzo Bruni verrà subito incaricato delle indagini ma la situazione non è semplice. Tanto per cominciare la squadra di Renzi deve essere ricostituita e questa volta non solo bisogna dare la caccia ad un killer, ma anche scontrarsi con un clan mafioso. E soprattutto capire perché la criminalità organizzata si sia mossa per liberare un assassino. Renzi ha aperto le indagini senza risparmiare uomini e mezzi, avvalendosi dei collegamenti con la Dea e servendosi di informatori. E basteranno le successive mosse dei Granatiero, che hanno scatenato un bagno di sangue sul territorio, per chiarire alla polizia che Diego Pastore si è affiliato al clan che ne ha organizzato la fuga, diventandone prima un feroce sicario, poi l’aspirante nuovo capo. Mentre il foggiano è scosso dai violenti e barbari omicidi di una guerra senza tregua per la supremazia fra clan, Renzo Bruni ingaggia una drammatica caccia all’uomo nonostante le sporche intromissioni di una politica deviata e i ripetuti e vigliacchi tentativi di silurarlo per allontanarlo dal suo compito. Il suo principale bersaglio è Diego Pastore che, in una folle sete di potere e di gloria, è impegnato a creare una nuova spaventosa, spietata e implacabile entità: La quarta mafia.
Leggendo La Lupa bisogna andare al di là le della principali tematiche che il romanzo affronta, quali la caccia al killer e la lotta alla mafia che da anni comanda incontrastata su questo territorio, per capire perché tutto questo sia possibile e quali siano le vere cause di questa colpevolmente innocentista connivenza locale con il male. Una storia che parla di sete di potere, che descrive senza veli la spietatezza di certi atroci comportamenti umani, l’esecrabile eccitazione nel compierli o nel vederli eseguire, e d’altra parte il rimorso, il muto e composto dolore di chi si è visto privare degli affetti e alberga un naturale desiderio di vendetta. Una storia densa di incontrollabili passioni che si devono bruciare in fretta e vorrebbero dilagare. Una storia in grado di alimentare quei dubbi che di continuo si sostituiscono alle certezze. Ma anche una storia profondamente ancorata a un territorio. È mai possibile che gran parte del non vedere, del tacere legato a quella sensazione di insicurezza, di minaccia costante affondi le sue radici in mal interpretati rapporti umani di solidarietà? Certo la malvagità, il ricatto fanno paura e non è da tutti essere eroi disposti anche al sacrificio come il sovrintendente Piazzolla..
Ancora una volta Pienicola Silvis ha scritto un romanzo duro, scarno, con un ritmo serrato scandito dal presente, troncato al momento giusto in brevi capitoli che cambiano di continuo orizzonte, in un rapido scambio di personaggi che si passano il timone. Un romanzo immerso nello splendore incontaminato di una Puglia selvaggia, tra masserie isolate, il mare ma anche in zone di città dove il crimine agisce indisturbato. Un Puglia solare ma intenta e a cercare il suo nero baratro di male.
Piernicola Silvis (1954), dirigente della Polizia di Stato, nel corso della carriera è stato capo delle squadre mobili di Vicenza e Verona, responsabile dei commissariati di PS di Vasto e Senigallia, capo di gabinetto della questura di Ancora, vice questore vicario di Macerata, questore di Oristano e successivamente di Foggia.

La Debicke e… Città senza stelle

Tim Baker
Città senza stelle
SEM, 2018

Una cifra scandita che avanza durante la narrazione e che indica il rapido e progressivo aumentare del numero delle vittime. Una incontenibile spirale di femminicidi. Un romanzo duro, nero, feroce, per stomaci forti, ambientato in un Messico, lontano dalle immagini da cartolina care ai vacanzieri.
Ciudad Real (che poi sarebbe Ciudad Juaréz) è una città frontaliera del Messico, una città operaia, l’inferno in terra delle maquiladoras, puzzolenti capannoni che alloggiano fabbriche di scarpe di marca o altro a capitale straniero e dove la forza lavoro femminile viene utilizzata sottocosto, pagata pochi dollari al giorno in turni di avvicendamento e sfruttamento prossimi alla schiavitù. Nata al confine con la nazione più potente e incantatrice del mondo, Ciudad Real negli anni ‘60 sognava ancora un futuro, immersa nel breve miracolo messicano, quando il lavoro non mancava al di qua e al di là della frontiera. Ma il sogno americano si è scontrato con la realtà perché questo era solo il miraggio prima del dilagare della crisi economica, accompagnata dalla serie degli omicidi a catena. Ai margini di Ciudad Real, spuntata peggio di un malefico fungo parassita lungo la frontiera con gli Stati Uniti, da anni vengono ritrovati i corpi straziati di centinaia di donne. Tutte sono state rapite, violentate e uccise. Sono omicidi brutali, inspiegabili. Potrebbero essere legati all’osceno e incontenibile dilagare dei cartelli dei narcos in continua espansione. E nulla, pare, è in grado di ostacolarlo.
La polizia indaga, o meglio fa finta di indagare. Ma nessuno vuole che la verità venga fuori davvero. Salvo un uomo con l’animo di un antico cavaliere, un paladino votato alla morte e disposto a tutto pur di scoprire cosa c’è dietro. Si chiama Fuentes, ha scelto di essere trasferito a Ciudad Real da Tijuana perché è un puro, un poliziotto diverso dagli altri della zona. Fuentes è convinto che molti dei suoi colleghi siano al soldo di un crudele narcotrafficante senza scrupoli che imperversa nella zona, e sa bene contro cosa dovrà combattere se vuole mettere fine a quegli omicidi. Anche lui, come tanti messicani, aveva dei sogni, credeva nelle tante cose che contano e rendono migliori gli uomini: l’amore, la famiglia, i figli, il matrimonio. La sicurezza, la scelta e lo scopo di una vita e di una carriera in polizia. L’opportunità di potersi impegnare, di battersi contro i delitti, di fare una differenza. Vorrebbe poter ancora tirar fuori quel tanto di buono che è convinto che esista ancora nella società messicana, ma ha dovuto rinunciare a tutto ciò che era importante per lui e oggi gli restano solo la carriera di poliziotto e la volontà di battere il male.
Duro e testardo, Fuentes crede di poter mettere fine all’incontrollabile dilagare del femminicidio. Mentre la polizia locale corrotta e senza scrupoli, sorvola sulle indagini, annacquando le prove e insabbiandole una dopo l’altra, Fuentes va avanti senza farsi incantare o fermare. Ha più di un motivo per sospettare che molti suoi colleghi siano a libro paga dei signori del narcotraffico. Ma non tutti all’inferno sono in vendita, per esempio c’è Pilar, giovane e convinta attivista sindacale, impegnata a organizzare nelle fabbriche azioni contro lo sfruttamento delle operaie.
Romanzo corale, questo di Tim Baker, arricchito dalla traduzione di Alfredo Colitto, interpretato da un variegato ventaglio di personaggi tra i quali primeggiano le attrici femminili: Pilar, dicevamo, la pasionaria, impegnata a cercare di migliorare le condizioni di lavoro delle operaie delle famigerate maquiladoras, Ventura, la modella fotografa da anni in cerca di affermare la sua vita e personalità di donna moderna, che vuole scrivere un libro di denuncia sui femminicidi e, tra quelli maschili, Gomez il collega di Fuentes, l’unico che gli darà una mano nel tentare di sbrogliare il caso, nonostante l’insormontabile livello di corruzione e complicità della polizia e di certa élite messicana. Da citare: di appoggio, di spessore anche se in un certo senso defilato dal gioco il grande scrittore di fama mondiale, poi di impotenza, nonostante di sacrificio e di lotta per la causa, il sindacalista Juan Antonio e alla fine forse più marcate e che dilagano oscenamente nella narrazione la contorta figura di El Santo, con la sua vocazione al sangue, alla morte, al massacro, quelle dei suoi orridi sgherri che trasudano un incontenibile orgia di crudeltà e la furia vendicatrice della personalità più controversa del libro, quella di padre Marcio, il prete piagato dalle finte stimmate, il santo peccatore, da bambino innocente vittima, contaminata moralmente delle depravazione sessuale del clero, che calcheranno la scena fino alla fine della storia. Proprio gli interpreti della storia, il palcoscenico e il suo sfondo mettono in evidenza lo spaventoso e rischioso contagio del male. Un male che puoi affrontare, combattere, controllare? Difficile, perché l’uomo ne è origine e determinato artefice.
Un romanzo-denuncia che esibisce senza veli le spaventose realtà che prosperano all’ombra dei cartelli della droga in una nazione in preda alle guerre dei narcos. È un dato reale che Ciudad Juarez (la Ciudad Real del romanzo) a partire dagli anni Novanta è stata teatro di violenti omicidi seriali di donne. Il nome della città è stato spesso legato anche a quello della potente organizzazione criminale dedita al traffico di droghe, alla tratta dei clandestini, all’estorsione e ai rapimenti denominata Cartello di Juárez. Secondo alcune credibili statistiche, Ciudad Juárez è considerata la città più pericolosa del mondo. La spirale di violenza che si è innestata e non pare potersi fermare più, è provocata in gran parte dal narcotraffico, che prospera alla frontiera con gli Stati Uniti. Si calcolano un migliaio di pandillas (bande armate) che operano a Ciudad Juárez, con decine di migliaia di affiliati, guidate da sanguinari leader che non si fermano di fronte a nessuna vendetta o omicidio di macelleria. Molti, di origine messicana, provengono dagli Stati Uniti d’America, da dove sono stati espulsi. La guerra del narcotraffico è cominciata nel 2004 quando il Cartello di Sinaloa, dopo aver vinto la guerra per Tijuana ed aver imposto la propria egemonia su quasi tutta la frontiera con gli Stati Uniti, ha puntato gli occhi sulla città di Juárez, a quel tempo saldamente nelle mani del Cartello di Juárez. Il femminicidio di Ciudad Juárez non si è mai arrestato. Dal 2010 sono scomparse migliaia di donne, molte delle quali minorenni e, non di rado, bambine. A queste bisogna aggiungere tutte quelle morte ammazzate, delle quali sono stati trovati soltanto brandelli di vestiti e mucchi di ossa. Nel 90 per cento dei casi le vittime hanno un’età compresa tra i 10 e i 35 anni e, soprattutto negli stati del nord del Messico, sono spesso donne sole, emigrate da altre regioni del paese alla ricerca di un futuro migliore per lavorare nelle maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio delle multinazionali. Le ipotesi fatte da parte delle autorità locali sono tante: sette sataniche, narcotraffico, snuff movies, fantomatici serial killer. Tutti i casi però hanno un modus operandi che li accomuna – sequestro, tortura, violenza sessuale, morte – anche se, finora, i colpevoli restano sconosciuti e impuniti nel 97% dei casi. Un dramma che pare incontenibile e che non vedrà, temiamo, miglioramenti dopo l’afflusso a valanga dei nuovi emigranti sudamericani che premono contro i confini americani difesi senza pietà dai diktat imperialisti di Trump.

Tim Baker è nato a Sydney, in Australia, e a vent’anni si è trasferito in Italia per poi vivere in Spagna e successivamente in Francia, dove ha lavorato all’ambasciata australiana di Parigi. Vive nel Sud della Francia. Il suo primo romanzo, Il lungo sonno, è stato pubblicato in Italia da Mondadori (2016).

La Debicke e… Fa troppo freddo per morire

Christian Frascella
Fa troppo freddo per morire
Einaudi, 2018

Ambientato nella Torino oscura, dove alligna generoso il microcosmo governato dalla criminalità, diversa dalla città placida e opulenta dei quartieri di tono che siamo abituati a vedere, Fa troppo freddo per morire è una piacevole novità sulle scene giallistiche. Christian Frascella si è inventato un protagonista fuori dalle righe e gli ha regalato una prima indagine da far rizzare i capelli. Però ci piace, ci stuzzica, ci impelaga dietro lui nelle false piste, svicolando tra le sue avventure e disavventure sentimentali quando oibò, volente e nolente, è costretto a fare i conti con la sua vita che è andata a rotoli. Era un poliziotto ma si è fatto cacciare dal servizio per una serie di stupide porcherie di mazzette e droga, ha cattivi rapporti con la ex moglie e la figlia quindicenne Valentina. Possiede una Panda Young, maggiorenne da un pezzo, e forse quello è «il rapporto più duraturo che abbia mai avuto nella vita». Meno male che è sorretto dalla sua famiglia di accatto che lo ospita e lo ama incondizionatamente: la sorella e due nipoti. Fino a quando però? Tuttavia Contrera è un uomo che non si perde d’animo. Per i buoni uffici di un amico, tenente dei carabinieri, ha ottenuto la licenza di investigatore privato e lavora in Barriera di Milano. Già, nel quartiere di Torino che si chiama “Barriera d Milan” o solo Barriera. Un avamposto aperto incondizionatamente verso il resto del mondo. Da anni l’ex solido quartiere operaio si è trasformato in una babele multietnica ma in via di riqualificazione. È proprio qui, in una lavanderia a gettoni gestita dal magrebino Mohamed, che Contrera ha istallato il suo ufficetto dove per sopravvivere riceve i clienti e si arrangia a mantenersi con gli scarsi guadagni racimolati in pedinamenti di mariti infedeli o smascherando piccoli truffatori. Accanto a un tavolino e una sedia di plastica c’è anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo esclusivo uso e consumo, perché i musulmani non bevono alcol e Mohamed è un musulmano ligio alla regola. Ma sarà proprio il suo padrone di “ufficio” e proprietario della lavanderia a chiedergli di aiutare Driss, un ragazzo che gli sta a cuore, una specie di nipote, un bravo ragazzo a suo dire, che si è paurosamente indebitato con una banda di albanesi. La faccenda scotta ma Contrera non può tirarsi indietro. Scoprirà che Driss, si è ficcato in seri guai. Il primo impatto esplorativo di Contrera nel night club di Corso Venezia, La stella notturna gestita dal boss mafioso Oskar, non è il massimo ma poteva andare peggio, se si considera che il detective riesce a uscire indenne dalle mani degli scagnozzi albanesi e ottenere in elemosina una dilazione di pagamento di dieci giorni. Ma dopo, se Driss non paga… Ciò nondimeno le cose sono destinate a precipitare quando Oskar viene trovato nel suo locale con un coltello a serramanico piantato in petto, e il giovane marocchino viene riconosciuto mentre fuggiva dal luogo del delitto. Oddio, ci sono alcune incongruenze nella ricostruzione dei fatti e strani e sporchi giochi di denaro dietro la faccenda ma, per la polizia agli ordini del vicequestore De Falco, nemico giurato di Contrera, le prove a carico del ragazzo, che per di più è uccel di bosco, appaiono schiaccianti. E anche la mafia albanese pretende il suo colpevole. Ma il dannato codice di onore, Mohamed e la comunità magrebina si fidano di lui, impone a Contrera di andare avanti e continuare a indagare fino in fondo. Anche se si rende conto di essersi ficcato in un colossale pasticcio nel quale sta rischiando di brutto la pelle. Tanto per cominciare deve trovare Driss e scoprire la verità. Ci riuscirà?
Coinvolgente, ironico, intrigante quanto basta e con tutte le premesse e le carte in regola per funzionare come interprete di un “serial”, Contrera è un mix di hard boiled vecchia maniera e fuochi d’artificio polizieschi genere ispettore Coliandro. Personaggio imperdibile e assolutamente da citare Luca l’“einstainiano”, dodicenne figlio del suo nuovo amore (forse perduto?). A presto su queste scene!

Christian Frascella è nato a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato Mia sorella è una foca monaca (Fazi 2009), Sette piccoli sospetti (Fazi 2010), La sfuriata di Bet (Einaudi 2011), Il panico quotidiano (Einaudi 2013), La cosa più incredibile (Salani 2015), Brucio (Mondadori 2016) e Fa troppo freddo per morire (Einaudi 2018).

La Debicke e… L’uomo di Calcutta

Abir Mukherjee
L’uomo di Calcutta
SEM, 2018
Traduzione di Alfredo Colitto

Abir Mukherjee, autore britannico di origini indiane, nato e cresciuto nell’ovest della Scozia, ha vinto con L’uomo di Calcutta (titolo originale A Rising Man) il concorso per la scrittura del crimine del Telegraph Harvill Secker. Un giallo storico e spy story per un raffinatissimo esordio che spalanca l’orizzonte su un periodo rovente e cruciale della storia anglo-indiana che sembra essere stato quasi dimenticato. Il romanzo è ambientato nel 1919 a Calcutta (ora conosciuta come Kolkata) la moderna, monumentale capitale del Bangladesh costruita dagli inglesi alla fine del 1700 in stile neoclassico europeo, poi eletta a sede della Compagnia delle Indie e rimasta capitale dell’India fino al 1911.
Nel 1919, il veterano della Grande guerra, unico superstite del suo reggimento poi passato alla Forze speciali, il giovane Capitano Sam Wyndham, ex Scotland Yard Detective, è appena arrivato a Calcutta. Piagato dalle ferite subite in guerra e dalla perdita della giovane moglie (falciata dall’influenza), ha accettato l’offerta del ex suo superiore Lord Haggart, nominato capo della polizia britannica in India, di assumere il comando della sua compagnia nelle forze di polizia.
La guerra e le gravi ferite gli hanno lasciato dolorose tracce anche psicologiche che combatte con un duro ma controllato uso di droghe, morfina e oppio, più facili da reperire in Oriente. E dopo un lungo e faticoso viaggio per mare di cinquemila miglia, con tappe ad Alessandria e Aden, l’impatto allo momento dello sbarco non è facile. Calcutta è Calcutta e niente, salvo forse la guerra, aveva potuto prepararlo a quella sua nuova realtà in cui dominano quasi insopportabili il caldo e l’umido. I ricordi degli inglesi di ritorno dall’India, i cosiddetti India-man, nelle sale piene di fumo di Pall Mall non bastavano certo a descriverla davvero e neppure le pagine dei romanzieri. Per un inglese Calcutta rappresentava un’aliena entità a sé, dove tutto era caos, commerci, intrighi e politica. Il governatore del Bengala nel 1700, Lord Robert Clive, detto Clive d’India, l’aveva definita il posto più malvagio dell’universo, e sicuramente non esagerava.
Appena insediato, pochi giorni dopo il suo arrivo, Wyndham dovrà entrare subito in azione: il cadavere di un europeo in frac è stato ritrovato in un gullee, vicolo cieco e buio della Città Nera. Wyndham, studiando la scena del crimine, rimane colpito da alcuni dettagli. La vittima, un occidentale, ha un foglio di carta accartocciato e infilato in bocca, su cui si riuscirà a leggere, scritto in bengalese, la minaccia: “il sangue inglese scorrerà per le strade. Andate via dall’India”. Come mai quel “burra sahib”, è finito ammazzato proprio davanti a una casa di tolleranza, tra i fatiscenti edifici di un sordido quartiere? Si scoprirà che il morto, uno scozzese nel paese da molti anni, era un alto funzionario dell’impero britannico che operava agli ordini del vice governatore e con solidi legami in loco. Ma negli ultimi tempi frequentava anche assiduamente una chiesa riformata diretta dal pastore Gunn… Qualche possibile connessione?
Wyndham comincia a indagare passando dai lussuosi salotti degli affaristi più arrivati, vedi Buchanan, ricchissimo re della iuta, agli orfanatrofi, alle luride tane degli informatori, avvalendosi della collaborazione dei suoi collaboratori, l’arrogante ispettore Digby e il giovane Sergente Banerjee, educato a Cambridge ma di origine indiana, tra i quali serpeggiano competitività e irrequietudini.
Con l’incombente minaccia dell’incontrollata esplosione di una rivoluzione armata e la stabilità del Raj a rischio, le piste da seguire di intrecciano e si sovrappongono pericolosamente. I suoi superiori, ma soprattutto i Servizi Segreti, sono convinti che i colpevoli siano da ricercare tra gli attivisti indiani e le successive notizie sull’inutile massacro di Amritsar, perpetrato dall’esercito di Sua Maestà, provocano altri disordini, coinvolgendo il Capitano Wyndham nella politica adottata dell’Impero nei confronti degli indiani e nelle lotte intestine tra i suoi compatrioti.
Il crescente dissenso che ribolle nelle colonie, e noi sappiamo a cosa portò perché è diventato storia, fa da splendido palcoscenico a questo giallo dove gli avvenimenti sociali non sovrastano la peculiarità di alcuni tra i protagonisti.
Il necessario pragmatismo di Wyndham e l’arroganza inglese, temperati dal suo humour e dalla sua intelligenza, sono contrapposti ai modi educati, signorili, del pronto ed efficace sergente bengalese Banerjee. Banerjee, che spesso sembra un intellettuale più che un poliziotto, è dotato però di spirito combattivo, non a caso il suo nome indiano inglesizzato è diventato Surrender-not e cioè “Mai resa ”… e sicuramente il poliziotto bengalese è il personaggio più significativo del romanzo. Quello che rappresenta al meglio la bivalenza della cultura angloindiana: il rispetto verso l’Impero portatore di progresso, ma anche la strenua fedeltà nei confronti del proprio popolo teso verso l’autodeterminazione. Per motivi razziali, nella Calcutta coloniale, uomini di grande spessore si vedevano spesso costretti ai margini della società, o comunque subordinati agli inglesi. E tuttavia spesso gli occidentali subivano e continuano a subire ancora oggi il fascino delle tante contraddizioni indiane.
L’uomo di Calcutta è un romanzo intenso, appassionante, sincero, intriso di profondo umorismo sul fascinoso sfondo dell’India subito dopo la Prima Guerra Mondiale, che riesce a descrivere un passato coloniale scomodo e, forse, non ancora del tutto metabolizzato. Mi ha rimandato, ma era logico, stesso periodo, stesso mondo, stessi coinvolgimenti esistenziali a Passaggio in India di Edward Morgan Forster, straordinario romanzo di fama internazionale.
Primo capitolo di una trilogia poliziesca in ambientazione inusuale la serie di Sam Wyndham continuerà con A necessary evil (2017) e Smoke and ashes (2018), confidiamo di prossima pubblicazione anche in Italia.

Abir Mukherjee, giovane autore best seller di origine indiana, è cresciuto nell’Ovest della Scozia. Per questo suo romanzo d’esordio è stato ispirato dal desiderio di saperne di più su un periodo cruciale della storia angloindiana che sembra essere stato quasi dimenticato. La pluripremiata serie che vede come protagonista Sam Wyndham sarà integralmente pubblicata da SEM.

La Debicke e… Da molto lontano

Roberto Costantini
Da molto lontano
Marsilio, 2018

Roberto Costantini ha sempre saputo scrivere e parlare fuori dai denti. Prima si è servito della “Trilogia del male” per spiegare con toni giallo-noir quanto è avvenuto prima e dopo l’ascesa al potere di Gheddafi poi, come il protagonista Michele Balistreri, si è trasferito in Italia. Da molto lontano è il sesto lungo e intenso capitolo di un saga che Costantini ha dedicato alle sue avventure con una trama che si snoda su due piani temporali, tra il ’90 e i mesi compresi tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, e quindi divisi tra loro da quasi trent’anni ma strettamente connessi.
1990. Sono le frenetiche notti del mondiale di calcio in Italia, ci sarà la combattuta semifinale tra gli argentini e gli italiani, tra chi tifa azzurro e chi invece, con un cuore borbonico che batte nel petto, tifa Maradona. Proprio durante una di quelle notti scompare Umberto, il figlio del potente costruttore romano cavalier Prospero Petruzzi, ex-muratore emigrato argentino fattosi da sè, ora spietato e potentissimo affarista. La scomparsa del giovanotto – oltre a lui il cavaliere ha anche una figlia decisamente intrigante, Elide, con il pelo sullo stomaco peggio del padre – salta fuori solo grazie a una lettera anonima al Messaggero. Naturalmente il caso viene appioppato al nostro Michele Balistreri. Lui considera subito il fatto una rogna, vista la fama di faccendiere di Petruzzi padre, e non crede a un rapimento. Mentre indaga, cercando di capirci qualcosa, cominciano a sfilare davanti a lui avvocati di grido al soldo della famiglia, affaristi senza scrupoli, tra i quali emerge un giovane e cazzuto boss della camorra, belle donne disposte a tutto e un magistrato, tutto d’un pezzo o almeno pare, sceso a Roma dal Nord con l’intento di bonificare lo stato… Ma il ritrovamento dei corpi orribilmente mutilati del giovane e della sua amica Penny, con legami familiari poco chiari, faranno prendere all’inchiesta una direzione più precisa. Michele Balistreri, impegnato a districarsi tra il pierre nordista Locatelli e Capuzzo, il suo valido collaboratore meridionale, in disaccordo su tutto, indaga svogliatamente.
E invece punto cardine dell’inchiesta sarà proprio Capuzzo, l’ispettore napoletano, ottimo investigatore, grande tifoso del web, tanto che vive praticamente in simbiosi con il suo Compaq portatile, e del “Pibe” Diego Maradona, colonna del Napoli. La trama tuttavia vira al tragico, le piste si toccano, si sovrappongono e si ingarbugliano fino ad arrivare a un finale drammatico che porterà alla (o a una ?) soluzione del caso.
Ma nel 2018 un biglietto anonimo, ricevuto anche stavolta dal Messaggero, spedisce la polizia nel parco semidistrutto di Villa Petruzzi, da anni donata dal cavaliere allo stato, fa ritrovare sepolti in terra due manichini con le stesse orride mutilazioni inflitte ai due giovani amanti e fa riaprire il caso.
Nel 2018 Balistreri, ormai in pensione, fa vita tranquilla, da poco ha festeggiato in famiglia il Natale con la moglie Bianca, ex giudice, e la figlia, la brava giornalista d’inchiesta Linda Nardi. Legge molto e fa lunghe passeggiate sulla spiaggia di Ostia. Ma, secondo sua moglie, sta perdendo la memoria, e la neurologa teme che il motivo reale sia l’aver lasciato un lavoro che lo stimolava. E quindi ricorda poco di quella storiaccia del 1990, piena di personaggi senza scrupoli, uomini e donne. Ma inevitabilmente l’ex-commissario viene coinvolto nella indagine dal suo successore ed ex vice, Corvu, e da sua figlia Linda. Anche l’ex giovane boss della camorra, l’unico ad essere stato condannato (non per la morte di Umberto e Penny però) ed è appena uscito di galera, vuole che sia incastrato l’assassino. Sul macabro ritrovamento si buttano i mass media, con in testa Linda Nardi, la figlia di Balistreri. E purtroppo per Balistreri i due manichini lo costringeranno a fare marcia indietro nel tempo fino a quel 1990, che non gli ricorda il Campionato del mondo in Italia, ma piuttosto una maledetta sparatoria in cui lui stesso era stato coinvolto. Una sparatoria che allora aveva provocato l’annacquamento e il blocco delle indagini, fino ad oggi, fino a quasi tre decenni dopo, quando le vittime dei due irrisolti omicidi torneranno a reclamare giustizia.
Balistreri ha i capelli grigi, a più di sessant’anni potrà finalmente godersi un po’ di pace? Siamo arrivati all’ultimo capitolo della storia di uno dei personaggi più particolari del noir italiano? Oppure Costantini dedicherà ancora qualche prequel al suo poliziotto eclettico e sui generis? Per chi non lo sapesse, Balistreri non lotta solo contro gli assassini e i loro crimini, ma soprattutto e da sempre contro il suo lato oscuro e i fantasmi del suo passato. Balistreri è un uomo che, nonostante il nuovo status di pensionato, non può fare a meno di indagare, deve poter finire quel qualcosa lasciato incompiuto e, per non perdere se stesso, dovrà continuare.
Una trama forte, molto convincente, che si rispecchia in errori che non si possono più correggere e si avvale dell’alternarsi del presente e del passato radicato negli anni novanta. Una trama che ha dato spazio anche a un’intima analisi di quanto il lavoro e la sfera privata possano diventare una cosa sola e, se non ben calibrati, portare a un’irresistibile spinta all’autodistruzione. Tra un salto temporale e l’altro, Costantini dà modo di ripassare e rivivere eventi che, nel bene e nel male, hanno scandito la vita italiana. Che è poi, questa, una delle sue caratteristiche: la scelta di raccontare costumi, politica e intrighi attraverso il suo personaggio. E state certi che, se i nodi verranno al pettine, il Commissario Balistreri sarà là, pronto a contarli uno a uno.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), ingegnere, consulente aziendale, oggi dirigente della Luiss. È autore per Marsilio della Trilogia del Male con il commissario Michele Balistreri, bestseller in Italia e già pubblicata negli Stati Uniti e nei maggiori paesi europei, premio speciale Giorgio Scerbanenco 2014 quale “migliore opera noir degli anni 2000”. Con La moglie perfetta è stato finalista al premio Bancarella 2016.
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La Debicke e… A chi appartiene la notte

Patrick Fogli
A chi appartiene la notte
Baldini + Castoldi, 2018

Premio Scerbanenco 2018

La Contessa, due piani in sasso e una mansarda che si erge su un’enorme pianta rettangolare, in cima a una delle colline di quella parte di Appennino Reggiano, era la casa di sua nonna, la casa delle sue vacanze da bambina, quella dei ricordi familiari. Su tre lati, ettari di campi a coltivazione. Sul quarto, il bosco, l’unica terra che non le appartiene. Ma ora La Contessa è sua e rappresenta la sua nuova vita. il suo nuovo lavoro. Irene Fontana è, o meglio era, una giornalista d’inchiesta tenacemente dedita a svelare la corruzione e tutelare i diritti della gente. Poi, un fatale errore, la crepa in un’impeccabile carriera, il tracollo. Quando tutto ciò che per lei contava era crollato, era tornata a vivere là. Per ripartire da capo, forse nella speranza che il mondo la rimpiangesse e la ricordasse più di qualche istante.
La storia che trascina tutta la trama sarà quella di Filippo, diciassettenne, studioso, timido, solitario. In una limpida notte d’estate Filippo precipita, con un volo di circa 300 metri (grazie, Enrico!), dalla Pietra di Bismantova, l’isolato massiccio a forme di nave, un luogo speciale, quasi un simbolo per quella zona appenninica. Il giorno dopo sul posto si trova per caso Irene Fontana, da anni appassionata rocciatrice, che assiste scioccata al recupero del corpo da parte delle squadre di soccorso. Filippo si è suicidato o è stato spinto giù da qualcuno? Cosa nascondeva la sua vita, all’apparenza così innocente e tranquilla? Dorina, madre del ragazzo, la casearia del posto che, pur duramente provata, continua a lavorare, non crede al suicidio. Contatta Irene Fontana e le chiede di aiutarla a scoprire cosa sia accaduto veramente, per riuscire a dare un senso alla sua tragedia. Irene accetta, pur avendo in mano solo poche tracce quasi indecifrabili: foto, appunti su peregrinazioni, racconti non finiti. Lo fa perché sa di essere forse la sola in grado di ripercorrere il breve passato di Filippo, immergendosi nella parte più ignota e segreta di un adolescente, alla ricerca di un perché. Non le resta che dare il via a un’indagine che la rimanda anche implacabilmente al suo passato, ripartendo dagli amici del ragazzo, dalle sue frequentazioni e dai luoghi che batteva di solito. Spostandosi, bussando alle porte e interrogando le famiglie del luogo, raggiungendo i lontani borghi individuati nelle foto, abbandonati al fascino misterioso delle sette mistiche. Incontrerà uno strano uomo, il Pittore, un artista che vive isolato in una specie di casa museo, circondato della sue sculture da incubo. Ma Irene riuscirà ad andare oltre e scoprire anche un locale, lo Snoopy dove, nel giorno di chiusura, si organizzano festini estremi. Ha scoperchiato il malefico vaso di Pandora della zona che va dalle feste allucinanti, dove chiunque può fare dell’altro ciò che vuole, senza pietà, limite o regola, al patto risalente al dopoguerra. Un ferreo e orrido patto stipulato per sfuggire alla mostruosità di una serie di spaventose carestie e garantire prosperità. Cinque famiglie, in cinque diverse frazioni dell’Appennino, disposte ad accettare un barbaro sacrificio in cambio di un qualche futuro. Questa è la verità, o solo una parte di un quadro ben più complesso che parte da lontano.
«Uno per generazione, perché il patto si trasmette e si eredita. Una vita per la vita di tutti. Bisogna prenderli giovani, quando hanno tutta la vita davanti, il potenziale integro.» Anche se per Irene inseguire la vita di Filippo si trasformerà in una spaventosa discesa all’inferno, contemporaneamente questo calvario forse le darà agio di riappropriarsi del suo posto nel mondo.
Patrick Fogli, alternando una narrazione in terza e prima persona, saltando abilmente dal passato al presente, dal mondo avventuroso al microcosmo montano, scrive un romanzo convincente, con quel nero che è il colore degli incubi, ma anche quello della notte. E ciò che è legato alla notte, è come un’illusione: dura lo spazio di un attimo… poi non c’è più. Come i sogni, i miraggi, i miracoli, i demoni, le nostalgie, le favole e i ricordi, i racconti degli anziani e i miti ancestrali legati alle antiche millenarie credenze. Un thriller diverso che s’impadronisce dell’attenzione del lettore in un vortice frenetico. Una commistione di fantasy, horror e noir, alla ricerca di una realtà mischiata al sogno, l’incubo che spinge al terrore dell’uomo nero o di ciò che questo rappresenta nell’inconscio collettivo, assumendo un caleidoscopio di ancestrali e terrificanti impressioni immaginate. Il tutto inserito in un fatale scontro con il bisogno connaturato alla natura della protagonista (per me forte e commovente la memoria morale di Oriana Fallaci) che sembra rappresentare la personificazione umana dalla ricerca della verità unita alla ferma volontà di annientare il male.

Patrick Fogli è nato e vive a Bologna (1971). Ha esordito con Lentamente prima di morire (2006), un romanzo che ha ottenuto molto successo e altrettanti riconoscimenti. Successivamente ha pubblicato L’ultima estate di innocenza (2007) e Il tempo infranto (2008), consacrandosi come uno fra gli scrittori italiani più sensibili al mistero e ai lati inquietanti della psiche umana ma anche della vita civile. Con Stefano Incerti ha scritto la sceneggiatura di Neve, il film del regista napoletano.