Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2018

Questa volta dallo Stecchino un saluto ed un abbraccio forte forte alla Balenottera, al Lungagnone e alla Peperina.

E veniamo a noi…
Un messaggio dagli spiriti di Agatha Christie, Mondadori 2017.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.
“Neve, neve e ancora neve dappertutto. È il consueto bollettino meteo di un Natale nel Dartmoor. Così nel villaggio di Sittaford, appollaiato su un crinale nella brughiera, isolato dal resto del mondo, ci si organizza per passare il tempo in qualche modo.” Siamo nella casa del ricco capitano Trevelyan, affittata alla signora sudafricana Willett e a sua figlia Violet, venute qui per trascorrervi l’inverno. E qui arrivano pure gli invitati: il maggiore Burnaby, il signor Garfield, il signor Duke e il signor Rycroft.
Per passare il tempo una seduta spiritica durante la quale gli spiriti annunciano una realtà tremenda: il capitano Trevelyan, che si è trasferito a Exhampton, è morto assassinato, proprio in quel momento. Panico generale. L’unico che prende la decisione di andare a verificare la sconvolgente notizia è il maggiore Burnaby. In casa dello stesso, ovvero nello studio, trova il capitano con il cranio sfondato.
E qui entra in scena il commissario Narracott. Facile per lui identificare l’assassino nel nipote James, erede della vittima, che ha come movente il denaro. Ma non per Emily, la fidanzata dell’accusato, bellissima figura di ragazza forte ed energica (in seguito lo stesso ispettore ne apprezzerà “l’ardore, il coraggio e la determinazione”), tutta tesa a scoprire la verità. Con l’aiuto del giornalista Charles Enderby che da questa storia potrebbe ricavare un bel vantaggio per la sua carriera. Praticamente due indagini parallele.
Sospetti, sospetti e sospetti che aumentano con il passare del tempo. Ora l’uno, ora l’altro dei personaggi (ce ne sono ancora) potrebbe essere l’assassino. Anche Narracott, metodico e preciso, ha qualche dubbio. Le prove sulla colpevolezza di James esistono ma “Non sono completamente soddisfatto di questa storia” dichiara al suo superiore. E poi la faccenda della seduta spiritica: qualcosa di soprannaturale, difficile a crederci, o qualcuno dei partecipanti sapeva che Trevelyan sarebbe stato ucciso proprio in quel momento da un complice? Dubbi perfino sulla signora Willett e sua figlia: perché sono volute venire in un posto così freddo? Sono davvero quello che dichiarano di essere?…
Altri assilli, altri piccoli colpi di scena dentro la cornice di un paesaggio da brivido sotto la neve, un detenuto che fugge nella notte, un paio di scarponi che non si trovano. E la “luce” che si accende all’improvviso. Non manca il lato romantico della vicenda con il giornalista che si innamora di Emily (come andrà a finire?). Grande abilità di tessitura nel dialogo (ne assisteremo ben a quattro tra diverse persone nello stesso momento), soluzione certo non eccelsa ma senza intaccare la qualità del libro.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.

Cesare il conquistatore di Franco Forte, Mondadori 2017.
Dopo Cesare l’immortale, Mondadori 2016, ecco il seguito. L’eroe romano non è morto nella congiura delle Idi di marzo. Insieme a Bruto ha messo in scena il finto assassinio e, a capo di un manipolo di soldati ottimamente addestrati, la Legio Caesaris, si è portato nella mitica isola di Thule per combattere contro le creature che conoscono il segreto della vita eterna e strapparglielo. Ma è stato sconfitto insieme a Cicerone, Bruto, Spartaco e gli altri soldati.
Da qui ha inizio il secondo volume. Per conquistare la vita eterna occorre un’altra terribile impresa: la discesa nell’Averno per poi gettarsi nelle acque del fiume Stige che rendono immortali. Ma lo Stige non è altro che il nome antico del Nilo. Dunque il prossimo traguardo, una spedizione con l’aiuto della regina Cleopatra per risalire lungo il grande fiume fino alla sorgente e raggiungere il luogo segreto in cui è custodita la barca Mesektet di Cheope, partendo da Alessandria d’Egitto nel 30 a.C. Spedizione oltremodo dura e difficile, anche per l’età del dittatore ormai settantenne insieme agli altri compagni di viaggio segnati anch’essi dal Tempo. Vedi, per esempio, lo stesso Cicerone attaccato alla bottiglia e che fatica ad orinare, mentre Cleopatra mantiene ancora intatto il suo sorprendente fascino e la sua sorprendente sensualità.
Ostacoli duri, difficili da superare partendo dalle cateratte del Nilo che devono essere aggirate con enorme dispendio di energie. E poi gli attacchi delle tribù del luogo e quelli degli animali feroci come i leoni, i coccodrilli, gli ippopotami che metteranno in luce soprattutto l’eroismo di Spartaco. Pericolo anche da parte di Servio Primicerio, veterano fedele di Marco Antonio che si è ucciso davanti a Bruto, alla caccia di Cesare per fargliela pagare.
Terribile la discesa nell’Averno dove dovranno essere affrontati incredibili personaggi mitologici: Caronte, Cerbero, Plutone, in un paesaggio da brivido, contornato da tensioni, paure, colpi di scena. E la domanda che sorge spontanea “Riuscirà, questa volta, Cesare, nella sua incredibile impresa?”.
Un romanzo storico-fantasy-mitologico, di avventura e mistero, condotto attraverso una conoscenza accurata delle fonti del tempo (il Nilo, le imbarcazioni di papiro, le credenze, gli unguenti contro il morso delle zanzare, i vari personaggi dell’Averno…). Un libro “particolare” che ci trasporta dentro un territorio completamente diverso dall’abituale, in un mondo allo stesso tempo terribilmente concreto e terribilmente “meraviglioso”. Una commistione intrigante di generi narrativi e di personaggi storici conosciuti che hanno la forza di attrarre la curiosità e l’attenzione del lettore.

Un anno in giallo di AA. VV., Sellerio 2017.
Non c’è bisogno che la faccia lunga. Anzi, rispetto al solito, sarò breve, brevissimo. Lapidario. Trattasi di dodici racconti per i dodici mesi dell’anno con dodici protagonisti al centro della scena. Basta citarne alcuni per farvi capire il livello delle storie: Montalbano, i Vecchietti del Bar Lume, Petra Delicado, Rocco Schiavone, il condominio della Casa di Ringhiera…
Ne volete altri? D’accordo. Allora beccatevi anche Saverio Lamanna, Vince Corso, i killer di (lo scoprirete da voi), Kati Hirschel, Lorenzo La Marca. Tutti figli noti di noti autori che nemmeno cito. Cito, invece, due esordi: quello di Cornelia Zac di Simonetta Agnello Hornby (siamo in uno studio londinese), e quello di Angela Mazzola di Gian Mauro Costa, giovane poliziotta di Palermo di cui risentiremo parlare.
Dodici storie diverse in luoghi diversi (si va anche ad Istanbul) e in tempi diversi, seguendo i mesi del calendario, in prima o in terza persona, con una specie di “passamano” da un autore all’altro fino alla chiusura. Dodici personaggi ottimamente sbozzati con tutte le loro caratteristiche insieme a tanti altri a fare da comprimari, una serie di casi “strani”, particolari che fruttano indagini interessanti, personali o corali (e sapete a chi mi riferisco): qualcuno che non è convinto della confessione di un presunto assassino, uno strano furto, bottiglie di vino pregiate che spariscono, una moglie e un marito che si vogliono morti, il figlio ucciso di una vecchia compagna di classe, una indagine condotta per telefono (chi dovrebbe farla è malato), un prete spretato accoltellato in una chiesa sconsacrata, persone che scompaiono…
Storie diverse, dicevo, stili diversi, il pathos, la rabbia, l’ironia e il sorriso che si mischiano fra loro, spicchi di una società complessa, in continua trasformazione (“Artri tempi” quelli passati, dice Ampelio), talora brutta e difficile, addirittura terribilmente malvagia, criminale, che ogni tanto spunta fuori dalla trama, piccoli colpi di scena, l’idea geniale che, prima o poi, arriva e il puzzle che si ricompone.
Va bene, per gli indecisi segnalo anche gli altri autori: Camilleri, Savatteri, Stassi, Malvaldi, Robecchi, Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami, Piazzese, Manzini.
Un anno in giallo. E che anno!

Il sentiero di Peter May, Einaudi 2017.
Già conoscevo l’autore attraverso L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi 2012, e L’uomo degli scacchi, Einaudi Stile Libero Big 2015. Due splendidi volumi, per cui mi sono buttato anche sul presente.
“Non ho idea di che posto sia questo. E per la prima volta da quando ho ripreso conoscenza mi accorgo, con una fitta improvvisa, acuta e dolorosa d’ansia, di non sapere assolutamente chi sono.” Parole di un uomo che si risveglia su una spiaggia sconosciuta. Un uomo privo di memoria. L’ha persa, forse per qualche evento particolare che gli è successo. Non si riconosce nemmeno fisicamente, niente del suo corpo gli è familiare. Con l’aiuto di una signora anziana del luogo capisce di essere il signor Neal Maclean e di vivere in un cottage nell’isola di Harris delle Ebridi. Dai vicini Jan e Sally (saprà dopo essere la sua l’amante), che irrompono improvvisamente nella sua casa, apprende che sta scrivendo un libro sul mistero di tre guardiani del faro locale scomparsi senza lasciare traccia. Unico indizio una mappa con l’indicazione di un sentiero dal nome terribile “Le Bare” che attraversa l’isola. “Ma è successo qualcosa. Lo so, lo sento. Qualcosa di spaventoso.” Piccoli flash del passato a ricomporre il tremendo puzzle.
Andiamo per gradi. Primo punto, l’uomo smemorato che racconta in prima persona. Secondo punto la storia di Karen, da “adolescente ormonale” a “stronzetta ormonale e ribelle”, in terza persona, in rotta con la madre e il nuovo compagno. Cresta di capelli, piercing a borchia, anelli al labbro, tatuaggi di vario tipo. Cambiata dopo la morte di suo padre, noto scienziato e ricercatore sulle api finanziato dalla multinazionale Ergo. Un suicidio, sembra, ma lei non ci crede e farà di tutto per scoprire la verità.
Terzo punto, svolto ancora in terza persona, l’entrata in scena del sergente Gunn già conosciuto nei libri precedenti (si considera “uno studioso della natura umana”). Per l’omicidio di un uomo con il cranio sfondato in una cappella diroccata a Eilan Mòr nelle isole Flannan. Uomo trovato già prima dal supposto Maclean con diverse punture di api sul dorso delle mani (crede che sia stato lui ad ucciderlo). Già, le api, “personaggio” nuovo che avrà un bel peso nel corso della vicenda.
Dunque tre linee di sviluppo che si intrecciano fino all’epilogo finale di una storia che vede al centro una impressionante ed angosciante analisi all’interno del maggior protagonista alla ricerca della sua identità. Il tutto incorniciato dentro un paesaggio ed una natura incredibili. Da brivido: liberi, belli, aperti, fascinosi, inquietanti, attraversati da forti venti e il mare che giganteggia, in contrasto con la Londra vista da Karen, brutta, sporca e cattiva.
Il “sentiero” si presta ad essere interpretato come traccia tangibile e come percorso metaforico per ritrovare l’uomo e l’intera umanità. L’idea dell’amnesia certo non è nuova, così come in parte lo schema generale ma questo non inficia la qualità del libro.

Un giretto tra i miei libri
La strana morte dell’ammiraglio di AA. VV., Giunti 2012.
Che cosa sia stato il “Detection Club” (siamo negli anni Trenta) ce lo spiega in maniera semplice e chiara Dorothy L. Sayers nella introduzione “È un’associazione inglese di scrittori polizieschi che si incontrano più che altro per cenare insieme e parlare in continuazione di lavoro… Per entrare a far parte del Club bisogna avere scritto dei veri polizieschi (non romanzi di avventura o “thriller”), venire segnalati da due o più soci, essere votati dal Club e infine prestare giuramento”. Seguono delle regole da rispettare nell’attuazione delle storie.
Insomma questi soci un po’ fanno sul serio e un po’ si divertono. Come in questo caso. Uno inizia la storia e gli altri giù a continuarla senza sapere che cosa abbia in mente il suo predecessore. Sono ben dodici tra cui la nostra Agatha Christie che attira sempre l’attenzione dei lettori di ogni luogo e tempo (vedere copertina con suo nome e cognome in caratteri stratosferici). Prologo di Chesterton: tre immagini nelle volute di fumo dell’oppio, “tre momenti della progressiva rovina di un uomo”. O arrangiatevi. Siamo a Lingham. Neddy Ware, ex sottufficiale della Royal Navy, vede arrivare sul fiume la barca del vicario. Dentro c’è l’ammiraglio Penistone colpito al cuore con uno strumento a lama sottile. Indossa un cappotto, ha un giornale in tasca e nella barca viene trovato il cappello del vicario e una chiave. La gomena risulta tagliata.
Indaga l’ispettore Rudge “alto e magro, con il volto glabro e la carnagione giallastra”, fuma la pipa, è metodico, sistematico, sempre con il suo taccuino di appunti dietro, paziente, gli piacciono le susine (ricordo di ragazzo), appassionato di rose (una delle preferite la Madam Abel). Pignolo, non lascia nulla al caso (addirittura avvia una serie di indagini su ciascuno degli abitanti!), un uomo normale dunque, un uomo comune che “Non aveva il conforto del violino, né del flacone di cocaina, non passava il tempo a fare i nodi, o collezionava farfalle, oppure a distinguersi in qualche modo con attività estranee al lavoro” (frecciatina a Holmes da parte di Ronald A. Knox).
Secondo lui Penistone è stato ucciso da un’altra parte e poi infilato nella barca. Si scopre che si era messo nei pasticci a Hong Kong nel 1911 per una questione privata. Praticamente “c’entrava una donna”. Una vicenda che ruota intorno agli orari e alle evoluzione delle maree con gente che scappa da tutte le parti (vedi la nipote del vicario e il vicario stesso). La Christie ci infila pure la signora Davis che fa una capa tanta al nostro commissario (però lei tiene la bocca chiusa, tende a precisare), non mancano i colpi di scena e arriva pure un altro morto ammazzato.
Insomma un tourbillon di supposizioni, di “incasinamenti” magistrali e io mi immagino il povero Berkeley che suda come se fosse davanti ad un altoforno aperto per rimettere tutti i tasselli al loro posto. Al termine del libro altre soluzioni di nove (mi pare) degli autori a dimostrazione della loro incredibile capacità creativa.
Conclusa la lettura occhi sbarrati, mani tremanti e un “Li mortacci!” (misto di imprecazione-ammirazione) che viene su rigoglioso e spontaneo.

La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012.
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui viene chiesto dal procuratore della contea di Los Angeles di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per avere ucciso una ragazzina, Melissa Landy, strangolata (senza segni di aggressione e violenza), il cui corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora è in procinto di essere liberato, causa un recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito della sorella Sarah indossato dalla morta.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie uccisa a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza esclusione di colpi fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Richiamato dalla fine del mondo (insomma, al dire il vero, dalla polvere di uno scavo archeologico a Cipro), Enrico Radeschi deve tornare a Milano per una nuova difficilissima indagine e – udite, udite – stavolta addirittura in veste di consulente informatico ufficiale della questura. È questo che accade in Cartoline dalla fine del mondo. La nuova indagine di Enrico Radeschi (Marsilio, 2018), il nuovo romanzo dello scrittore, giornalista, autore teatrale milanese Paolo Roversi.
Ora però a voi un indispensabile antefatto esplicativo: Milano 2009, Radeschi è braccato. Un criminale vuole vendicarsi e dopo avere ucciso Delia, la sua ragazza, ora i sicari sono sulle sue tracce. L’unica chance di salvare la pelle è chiedere l’aiuto di un ex Kgb russo. Riceve istruzioni ferree: deve cadere in un buco nero, insomma dileguarsi, sparire dalla faccia delle terra. Per far questo deve consegnare le chiavi di casa per far pulizia di ogni traccia, poi il cellulare, il computer e uscire definitivamente da ogni e qualunque social. Gli è concesso solo di scrivere un biglietto per affidare il suo labrador Buck all’amico Furster, una lettera di vaghe spiegazioni a sua madre e pagare cento euro per nascondere il vespone giallo. Poi via: pizzetto, taglio corto di capelli, buttati gli occhiali, lenti a contatto colorate, e una nuova identità per un’altra vita. Una fuga nel nulla, durata ben otto anni, spesso imbarcato su navi cargo fino alla fine mondo con, come unico impiego semifisso, lavoretti sporchi a Cipro per un certo Danese. Fino a quando nel 2017…
Durante un esclusivo party offerto all’interno del Palazzo dell’Arengario, sede del Museo del Novecento di Milano, dalla Tech Hack Corp, la potente società multinazionale high tech di Pietro Sartori, uno degli invitati cade davanti al celeberrimo quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Naturalmente l’omicidio – perché di omicidio si tratta – interromperà la piacevole ed erotica serata del vice questore Loris Sebastiani, da sempre coprotagonista delle avventure di Radeschi. Anche perché le trasmissioni di tutte le telecamere di sorveglianza dell’Arengario sono state cancellate da un hacker ma le riprese della morte in diretta sono già state inserite su YouTube e Twitter, e l’assassinio è stato rivendicato da qualcuno che si firma Mamba Nero. E, ma guarda un po’, le immagini delle telecamere esterne appureranno che il morto, un manager dell’azienda, prima di entrare era stato graffiato con un chiodo impregnato di veleno di un Mamba, uno dei rettili più velenosi al mondo. La faccenda diventa subito molto seria, con questo misterioso hacker che continua ad aprire e chiudere account in tutto il mondo sfidando la polizia.
Sebastiani si rende conto che non gli resta che ripescare Enrico Radeschi, ovunque si trovi, e convincerlo a tornare a Milano ad aiutarlo. Un rientro non facile che impone a Radeschi di affrontare, oltre al fatto di dover dividere l’appartamento con una rumorosa cugina universitaria scopaiola fuori corso e al suo chihuahua, anche tutte le nuove miracolose conquiste informatiche. Ma che sarà mai per lui? Gli bastano alcune ore di rodaggio con un computer d’occasione, comprato in un favoloso negozietto di via Sarpi, e il suo supertalento virtuale riaffiora miracolosamente. Non guasta la collaborazione di Fuster, il suo ricco ex allievo di giornalismo e badante di Buck il labrador (stagionato ma ancora vivo) che ha ereditato il suo blog Milano Nera, facendolo diventare una redditizia e fortunata realtà. Appena in tempo però, perché Mamba Nero è pronto a colpire ancora e il bersaglio scelto è di nuovo la Hich Tech Corp. Vogliono distruggerla?
Radeschi e Loris Sebastiani non hanno scelta. Devono affrontare una vera e propria partita mortale con l’hacker assassino che ha ricominciato a mietere vittime, ispirandosi a Leonardo da Vinci. Bisogna scoprire la sua identità a tutti i costi e bloccarlo.
Cartoline dalla fine del mondo è divertente, effervescente, spregiudicato (un pensierino all’Alligatore ci sta eccome), mette in scena efficaci personaggi di contorno che fanno da spalla a Radeschi e, tra loro, doveroso citare il funambolicamente azzeccato Danese. Anche stavolta Paolo Roversi, coinvolgendo il lettore in un tour che per Radeschi ha il sapore di una rimpatriata, rende omaggio a una Milano più moderna e cosmopolita – forse l’Expo non è stato poi così male – arricchendola di nuove entità culturali, fatte anche di edifici svettanti al cielo, senza dimenticare le opere d’arte nei musei. Tutto questo senza dimenticare i ristoranti, le birrerie e i locali dove si sta bene. Bitcoin a gogò e girandola di colpi di scena con botto finale a sorpresa (buona o cattiva?) per Enrico Radeschi.
Velato tra le righe il sapore di hardboiled alla Chandler e un rimando molto gustoso a Indiana Jones con un imperdibile duello a base di vodka. Protagonista, con forti tratti autobiografici del suo autore, Enrico Radeschi si diverte a prendere in giro gli interlocutori, a dire fregnacce e a muoversi, parlando come Paolo Roversi che gli presta magnanimamente persino Rimbaud, il suo chihuahua.

Altri due consigli della nostra immarcescibile Patrizia.
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, in La notte della rabbia Roberto Riccardi ci racconta una bella storia e con, la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.
L’eredità dell’abate nero di Marcello Simoni, Newton Compton 2017. Lasciati, anche se a me spiace, esorcismi e diavolerie del suo ultimo romanzo, Simoni torna al suo classico raccontare prima maniera, con un nuovo intrigante feuilleton (il primo di un’altra Secretum Saga) e un’avventurosa trama che mischia storia, alchimia, rocamboleschi duelli, tranelli, doppi giochi, tradimenti e costumi rinascimentali.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi è la volta di I viaggi di Giovannino Perdigiorno di Gianni Rodari, Einaudi Ragazzi 2012, che mi ha consigliato nonnone Fabione. Molte poesie e qualche racconto veramente divertenti!
Giovannino Perdigiorno non sta mai fermo e va di continuo a visitare con mezzi diversi (aeroplano, auto, carretto, dirigibile, sottomarino…) popoli stranissimi alla ricerca di un paese ideale (nonno), dove tutto è perfetto. Visita, per esempio gli uomini pianta, quelli di ghiaccio, di vetro, di fuoco, di burro… Poesie e storie di fantasia che fanno anche riflettere. Per esempio il racconto sulla felicità del pianeta fanciullo dove tutti vogliono rimanere bambini. Ma allora è meglio non crescere?
Insomma, se volete fare un viaggio, strano, avventuroso e divertente cercate Giovannino Perdigiorno e andate con lui!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… In viaggio contromano

In viaggio contromano
di Michael Zadoorian
Marcos y Marcos, 2009

In questi giorni è comparso nei cinema italiani il film di Paolo Virzì, Ella & John, acclamato alla Biennale di Venezia e mirabilmente interpretato da Donald Sutherland e Helen Mirren nei panni dei due stagionati protagonisti scappati da casa su un vecchio camper del 1978. “The Leisure Seeker”, che vuol dire più o meno “Chi cerca il tempo libero”, è il nome di un mitico camper della Winnebago, molto in voga negli Stati Uniti, nome che nel romanzo assume anche le caratteristiche di una metafora esistenziale, quasi un esorcismo venato di poesia. Ma mentre nel film i due anziani e malandati protagonisti si mettono in viaggio da Boston verso la Florida lungo la dorsale Est, nel romanzo invece vanno a prendere la antica ma famosa Route 66 partendo da Detroit, con l’unico vero scopo andare via da tutto per vivere quel po’ d’inatteso che resta: “in barba a ogni cautela, a ogni pallosa ragionevolezza”.
Ella e John non hanno più vent’anni, ma ottanta, hanno due figli, dei nipoti già all’università, stanno insieme da una vita, ma adesso Ella ha deciso che hanno bisogno di un viaggio, devono concedersi una vacanza come ai vecchi tempi e regalarsi tante belle cose prima del black out. E allora? Come si fa? Poche storie. Obiettivo Disneyland, dall’altra parte degli States. Non resta che fare i bagagli caricarli di nascosto, portare la vecchia pistola per sicurezza, salire a bordo e sedersi. John gira la chiave dell’accensione del vecchio Leisure Seeker, da più di trent’anni fedele e amato compagno di tanti viaggi e avventure – il motore gira che è una bellezza – pronti si parte: via. Chi se ne frega dei tanti no, delle ansie dei figli, delle raccomandazioni, al diavolo medici, paramedici, rompiscatole che ti impestano a suon di suggerimenti, esami, prescrizioni e inutili precauzioni. Ella ha un cancro terminale, spesso sta male e qualche volta riesce ad avere un po’ di tregua soltanto grazie all’abbuffata di pillole anestetiche che prende, John, invece, da due anni si è ammalato di “amnesie” e qualche volta non ricorda il nome della moglie, ma in due formano ancora una persona intera. Uniti da così tanto e compagni da una vita, dunque questo loro necessario ultimo viaggio dovrà essere insieme.

Partendo da Detroit, raggiungono Chicago poi puntano verso ovest e ripercorrono tappa su tappa la vecchia Route 66, ormai in gran parte sepolta sotto il cemento della nuova autostrada, per puntare verso Disneyland, loro meta finale. Il loro sarà un viaggio contromano nella realtà, con la cosciente consapevolezza da parte di Ella che macinare chilometri significa tornare indietro nel tempo e far rivivere tanti ricordi di quello che erano, ma anche degli amici che non ci sono più. Però ne vale la pena se serve a rammentare tanti particolari preziosi delle vacanze di allora, gli itinerari più svariati, gli scherzi dei figli piccoli, i loro visetti bagnati dalle lacrime ma pronti a distendersi in un sorriso e soprattutto riassaporare il significato di un amore, il loro amore che non si è assopito, ma ha retto a molti colpi del destino. Significa anche lanciarsi in una costellazione di bugie durante le rare e rassicuranti telefonate fatte ai figli lontani, trovarsi davanti a nuove impreviste avventure, a tentativi di rapina sventati mettendo in fuga i ladri con la pistola, pericolose e improvvise assenze di John, continue soste che mettono lo stomaco alla prova in fast-food scalcinati, ma anche nuovi insuperabili tramonti e attimi in cui il mondo rivela la sua parte migliore. Un viaggio imbenzinato anche a base di cocktail vietati, con straordinari irrinunciabili incontri e, con le serate, alzato un vecchio lenzuolo, animate dalle proiezioni di insostituibili diapositive, ritagli della memoria di una vita. Un romanzo che è anche un inno alla Strada che diventa quasi il terzo protagonista del romanzo. La famosa Route 66 esiste ancora, anche se da un trentennio pare cancellata dalle mappe stradali. Come tante altre negli Stati Uniti, fu costruita negli anni ’20 per reggere il crescente traffico automobilistico e lo sviluppo dell’economia. Ma c’è di più. La Route 66 fin dall’inizio acquistò nell’immaginario degli americani il significato di una fuga verso l’Ovest, verso il sole, la libertà, il sogno dell’Eldorado, l’ultima frontiera in California. E dunque un romanzo che ci regala un caleidoscopio di paesaggi strepitosi e cittadine fantasma, ma che soprattutto rappresenta un perfetto coacervo di ansie, sogni, timori: quello che è stato, che si è amato, quello che c’è ora e non potrà più essere… perché la vita, profondamente nostra, deve essere teneramente, drammaticamente grande, fino alla fine, fino all’ultimo chilometro. L’indimenticabile amore di Ella e John li ha trasformati nella memoria storica l’una dell’altro. E forse il loro unico grande segreto è stato non lasciare mai la mano dell’altro. In viaggio contromano è un libro profondo, appassionante, toccante ma soprattutto imperdibile, un libro che riesce a farci sorridere e contemporaneamente riflettere. Ma non ci lasciamo ingannare dall’ambientazione, dagli usi e costumi diversi. Zadoorian non ha scritto solo una storia americana carica di emozione. No, lui ha parlato a beneficio di tutti, di vita, di amore, del trascorrere del tempo, della malattia, della forza e della fragilità dei legami familiari. E in più ha affrontato con delicatezza i temi ahimè tanto attuali dell’Alzheimer e del cancro, dell’eutanasia. Ma in realtà ci obbliga a porci la domanda che forse dovremmo affrontare: c’è un’eredità morale ed affettiva che lasciamo ai nostri cari dopo la morte?

La Route 66 La US Route 66 inizia dal centro di Chicago nel Grant Park e dopo 2.400 miglia attraverso tre fusi orari e otto stati – Illinois, Missuri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California – termina a Los Angeles esattamente all’incrocio del Santa Monica Boulevard con Ocean Avenue. Insomma, comincia sulle sponde del lago Michigan e arriva alle spiagge dell’Oceano Pacifico ed è stata una delle prime strade asfaltate a collegare l’Est con l’Ovest del Continente Americano. Tutti gli americani conoscono la Route 66 (una delle strade più famose del mondo), spesso chiamata localmente con i nomi delle antiche piste indiane sulle quali corre: Pontiac Trail, Osage Indian Trail, Postal Highway, Ozark Trail, Grand Canyon Route, National Old Trails Highway, Mormon Trail, Will Rogers Highway. “Lanciata” negli anni 20 con un’azione pubblicitaria degna di un prodotto commerciale di consumo. La Route 66 divenne immediatamente la “via Maestra” verso l’Ovest, la strada da percorrere per raggiungere la California, le spiagge dorate, le fortune milionarie, la Mecca del cinema. Certo aveva tutte le carte in regola per diventare un prodotto di successo. Il suo tracciato attraversava alcune tra le più belle aree del continente, dal Missouri al Texas, dagli altopiani del New Mexico ai Canyon dell’ Arizona, un viaggio a ritroso alla fine del secolo scorso, i tempi della grande colonizzazione dell’Ovest. Hollywood prima e la televisione poi, fecero la loro parte costruendo con centinaia di film il mito della frontiera americana. La lunga strada che collegava Chicago con Los Angeles e viceversa diventò un sinonimo di avventura, fu celebrata da scrittori e musicisti, ebbe risonanza nazionale in un famoso serial televisivo degli anni ’60, si guadagnò insomma un suo posto. Woody Guthrie vi scrisse le sue ballate “on the road”, Steinbeck vi collocò il suo capolavoro “Furore” chiamandola la Mother Road, la Strada Madre di tutti gli americani, Kerouac vi ambientò le sue opere migliori… Ma la Route 66 fu anche un potente strumento di sviluppo economico e culturale per gli stati che attraversava, portò milioni di persone nel South West americano. Nel periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale milioni di automobilisti la percorsero per cercare la fortuna in California o per sfuggire alla Grande Depressione. Senza considerare che durante i suoi cinquant’anni di esistenza, la Route 66 è diventata qualcosa di più di un nastro di asfalto perché si è trasformata in una specie museo a cielo aperto. Un museo che attraversando alcuni posti tra più interessanti degli Stati Uniti, permette di riscoprire la storia del paese e della sua evoluzione culturale nell’ultimo secolo. La nuova rete di Interstate, autostrade a quattro corsie, completate negli anni ’70 e in grado di affrontare la crescente motorizzazione di massa, rese più facile viaggiare ma decretò la rovina di gran parte di quel mondo nato e cresciuto intorno alla Route 66. Le autostrade infatti hanno scarsi contatti con il territorio circostante. Solo i paesi che ottennero un’uscita sopravvissero, anzi si svilupparono, ma quelli tagliati fuori declinarono inesorabilmente: in meno di un decennio sparirono centinaia di Motel, autofficine officine e i piccoli ristoranti familiari. Ma non del tutto perché uno sparuto numero di “sopravvissuti” continuarono a vivere e lavorare ai bordi della vecchia strada, spesso più per nostalgia che per convenienza, conservando ancora intatto quello che fu lo spirito della Route 66. Tanti piccoli centri si spopolarono completamente ma alcuni riuscirono a conservare le loro caratteristiche, quasi come una magica bolla protetta dal mondo esterno. Ripercorrendo l’antico tracciato, dove è ancora agibile, si viene accolti da una civiltà fatta ancora di rapporti umani, di personaggi semplici e di piccole grandi cose che si penserebbero ormai dimenticate nei tempi. Oltre allo splendido paesaggio non ancora invaso dal turismo di massa, la Route 66 regala ancora emozioni insospettabili al viaggiatore non frettoloso e incontri impossibili da dimenticare. Per questo motivo la Route 66 è diventata un parco nazionale, caso unico al mondo per una strada, ed è stata vincolata dal Ministero Federale dei Beni Culturali come un pezzo significativo della storia d’America. E con i suoi oltre 4.000 chilometri di lunghezza e uno di larghezza, è il parco naturale più lungo del mondo.

La Debicke e… Il fratello unico

Il fratello unico
di Alberto Garlini
Mondadori, 2017

Con Il fratello unico scopriamo con piacere Garlini giallista. Risultato: un indovinato connubio vincente. La sua scelta è stata quella di buttarsi sul giallo classico e usare come ambientazione la bassa parmense perché, a suo dire «aveva bisogno di una zona speciale e Parma e la sua provincia sono la culla di storie incredibili, fascinose, tragiche, spietate e sognanti. Sembra che la pianura, a differenza della montagna, non possa nascondere nulla… La pianura, e il Po, con le sue acque che scorrono implacabili e a volte tracimano, sono lo sfondo dei delitti e dei misteri di fantasia che in questo libro ho raccontato».
Un territorio così infatti parrebbe fatto su misura per un ricco (azionista di una banca di affari) investigatore letterario come Saul Lovisoni, ex poliziotto dotato di un talento infallibile, ex studente modello laureato ad Harvard, ex ragazzo della buona società ed (ex?) scrittore di gran successo. Un uomo che ha deciso di estraniarsi quasi completamente dalla vita pubblica finché qualcosa non busserà di nuovo alla sua porta. Si parte bene. Voce narrante: la sua assistente Margherita Pratts, ventiseienne inquieta che, per sua ammissione, nella vita ha combinato poco, segnata dal piercing e da un tatuaggio (Stieg Larrson aleggia), apprezza il buon vino e va in giro su una Twingo scalcagnata. Tornata di recente dall’Angola, dopo una breve e infelice esperienza lavorativa e stufa di dividere la casa con il suo ex, vede sulla Gazzetta, per sua fortuna, l’annuncio di Saul Lovisoni che dice “Cerco una segretaria che sappia leggere. Lavoro di investigazione e di archivio” e parte in caccia. L’impatto iniziale, abbastanza faticoso, la costringe a vagare sotto un temporale, che imperversa con fulmini e saette, fino all’arrivo a un casone trasandato della campagna parmigiana dove incontra Saul Lovisoni. Descrizione dell’autore: «tratti marcati ma eleganti. Sembrava fatto di nulla, anche se i muscoli urgevano contro il tessuto della camicia. Meno di quarant’anni, forse trentasette o trentotto. Capelli scuri. Labbra carnose. Un pallore malinconico, come di certe montagne». (Sublime il pallore malinconico di certe montagne, mi fa subito pensare alle Apuane). Margherita viene assunta immediatamente per aver superato il test di prova, letto da Lovisoni, riconoscendo fin dalle prime battute Emma di Jane Austen. Incarico ufficiale archivista di dodicimila libri e in realtà segretaria tuttofare. Salario proposto ottimo e in più avrà diritto a vitto e alloggio. E lei zac, fa le valigie e trasloca. A metà novembre piomba a tradimento la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. Si presenta: è la contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (detto Bernie), appartenente a una abbiente e importante famiglia proprietaria del castello di San Secondo (celebre edificio rinascimentale Rocca dei Rossi) è scomparso da tre giorni. La polizia non vuole muoversi: è un maschio adulto e vaccinato, tre giorni sono pochi ma secondo la sorella non è da lui. Ḕ preoccupata e vuole che Lovisoni lo cerchi. Bernardo (Bernie) si è innamorato di una tale Sabina Ruffini, una qualunque, ex drogata e divisa dal marito, che da poco ha perso un figlio, un bambino investito da una macchina. Cosima sa che il fratello prima di sparire ha litigato di brutto con lei. Lovisoni accetta di occuparsene, incarica Margherita di fissare la parcella e lei, per l’importo, si rifà a quella di Philip Marlowe (vedi gialli di Chandler). Ben presto (elementare no?) Lovisoni trova il cadavere di Bernardo. Più d’uno in zona aveva motivi per ucciderlo, sospetti, arresti ma solo alla fine, come in ogni giallo che si rispetti, scopriremo, con un deliberato colpo di scena in una riunione finale alla Ellery Queen, l’identità dell’assassino. Ricco di citazioni letterarie, gialle e no, Il fratello unico è un intrigo perfetto, un raffinato omaggio al mystery classico di Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Rex Stout e tutti gli altri maestri del genere. Saul Lovisoni è un calibrato mix di certi miti investigativi. Per alcuni versi ricorda Maigret ma soprattutto somiglia a Sherlock Holmes con le sue improvvise sparizioni, i suoi sbalzi di umore e il modo in cui anticipa tutti con le sue deduzioni, irritando soprattutto Margherita. Però, pur essendo un personaggio ispirato al’eroe di Conan Doyle, per arrivare alla verità e svelare il nome dell’assassino Saul Lovisoni applica alle indagini un suo particolare metodo, strettamente collegato ai meccanismi letterari…
Margherita, inevitabilmente, è attratta e affascinata dalle stravaganze e genialità del suo capo. Saul, si capisce al volo, soffre e nasconde qualcosa: quali sono i motivi del suo isolamento in campagna dopo l’eccezionale successo del primo libro? Si informa in giro. Certe risposte non le piacciono ma…
Scrittura serrata e gradevolmente ironica, dialoghi realistici e brevi frasi per un ritmo incalzante, con momenti di dolorosa pausa. Garlini, tuttavia, per il suo romanzo, non solo si ispira ai polizieschi ma attinge a piene mani anche dalla “letteratura”. E infatti per Bernardo (il fratello unico che presta il titolo al romanzo, prendendo spunto da una canzone di Rino Gaetano) ci rimanda a due “signori” personaggi: Don Chisciotte di Miguel de Cervantes e Francis Macomber, protagonista di un racconto di Hemingway.

La Debicke e… Una famiglia pericolosa

Una famiglia pericolosa
di Caroline Moorehead
Newton Compton, 2017

La verità andrebbe sempre raccontata senza mai stancarsi, perché gli anni annebbiano la memoria storica e gli italiani di oggi dovrebbero essere figli, nipoti e pronipoti di coloro che si batterono per la libertà. Ma erano pochi e troppo spesso le loro voci furono messe a tacere per oltre un ventennio. L’illusione, che per altro continua a serpeggiare velenosamente nelle menti di troppi, che il fascismo fosse il male minore, che fece anche cose “positive” (dimenticando troppo spesso tutte quelle negative: l’Africa e peggio), deve scontrarsi con quello che sicuramente portò: lo sfascio di una generazione e la distruzione morale e materiale di una nazione. Ma si sa: l’Italia e gli italiani hanno sempre sofferto del loro profondo male identitario. E allora la perenne insicurezza, l’ignoranza dovuta all’analfabetismo ancora molto diffuso nella penisola e l’incertezza di ideali comuni furono duramente messi alla prova dall’orrore della I Guerra Mondiale. Con il senno di poi, si può affermare che l’Italia avrebbe dovuto e potuto non farsi coinvolgere, né in quella guerra né nella successiva, ma la massa degli italiani di oggi invece, perennemente contraddistinta da faide politiche intestine, continua belligeranza e nuovi stravaganti sogni di potere assoluto, discende soprattutto da coloro che accettarono, magari per forza ma supini e incolori, Mussolini e il fascismo.
E dunque, visto che si è quasi perso l’anima di una generazione, buona parte dei superstiti sono pallidi ectoplasmi di quei loro predecessori che seppero dimostrare tanto patriottismo, sopportazione e coraggio. Scrivo questo perché il libro sull’odissea della famiglia Rosselli mi ha commosso e mi ha fatto toccare con mano e con il cuore cosa debba essere stato vivere e combattere la loro sanguinosa battaglia. La famiglia Rosselli faceva parte dell’aristocrazia intellettuale fiorentina che tanto dette alla nazione agli inizi del Novecento. I Rosselli erano una famiglia di commercianti e banchieri livornesi molto legati all’Inghilterra. Di fede mazziniana, credevano nel Risorgimento e per il Risorgimento si adoperarono sempre strenuamente. Attorno al 1890 Giuseppe “Joe” Rosselli sposò Amelia Pincherle, di origine veneziana, ed ebbero tre figli, Aldo, Carlo e Nello. Vivevano a Roma, erano entrambi ebrei non praticanti ma soprattutto si sentivano degli italiani. Dissapori nati tra i coniugi, dovuti soprattutto alla mania del gioco di Joe, li portarono alla separazione nel 1903, ma i rapporti tra loro restarono sempre improntati alla civiltà. Amelia Pincherle Rosselli, che è una figura chiave della storia, si trasferì a Firenze e provvide personalmente a una spartana educazione di Aldo, Carlo e Nello. Joe morì nel 1911 a quarantaquattro anni, lasciandola vedova. Ma Amelia era una donna straordinaria: di grande moralità e decisa a fare dei suoi figli dei cittadini responsabili. Fiera ed elegante, frequentava i più colti circoli fiorentini. La prima guerra mondiale le portò via Aldo, il maggiore dei ragazzi, morto in Carnia nella battaglia del Pal Piccolo. Sin dall’avvento di Mussolini e la sua cricca, Amelia, una matriarca a capo della famiglia, e i suoi due figli Carlo e Nello, si opposero al regime, prendendo posizione anche pubblicamente. Grazie ai dividendi di una miniera sul monte Amiata, avevano soldi sufficienti per finanziare le loro attività antifasciste: fondare e mandare avanti giornali liberali, fornire aiuto economico ai perseguitati dal sistema e tentare di far conoscere all’estero il pericolo della dittatura mussoliniana, che Carlo Rosselli definiva la peste nera. Quando si instaurò il nuovo Stato di Polizia, i Rosselli trasformarono il loro dissenso in una resistenza politica più attiva che li costrinse a vivere ripetutamente il confino. Erano convinti socialisti e il loro progetto era alternativo al comunismo: Carlo ci lavorò durante la prigionia sul’isola di Lipari e più tardi, quando riuscì a fuggire rocambolescamente e riparare in Francia, scrivendo, durante l’esilio parigino, il manifesto “Socialismo Liberale”, che in seguito ispirò il Partito D’Azione e il movimento Giustizia e Libertà. Dopo la fuga di Carlo, Nello fu arrestato di nuovo, poi rilasciato per i buoni uffici di uno storico amico che si barcamenava con il regime, ma costretto a Firenze a una vita isolata di ricercatore. Ma a metà degli Anni ’30 il capo della polizia di Mussolini, Bocchini, aveva un vasto apparato di spie e informatori a Parigi, che era il centro degli antifascisti esiliati. Dopo la guerra civile in Spagna, alla quale prese parte durante la fase iniziale, Carlo rientrò in Francia dopo essere stato ferito. Ma con il suo eccezionale carisma, che lo aveva fatto diventare un militante simbolo dell’antifascismo, diventava sempre più influente. E tanto pericoloso da doverlo eliminare. Infatti il 9 giugno nel 1937 i due fratelli – Nello aveva raggiunto il maggiore per una breve visita – furono brutalmente assassinati in Normandia, su ordine di Galeazzo Ciano. I loro funerali furono seguiti da oltre 200.000 persone. I fascisti tentarono di attribuire la loro morte a un tradimento di alcuni componenti del movimento Giustizia e Libertà, ma dopo pochi giorni la verità rimbalzò sulla stampa internazionale. Ma i tempi si facevano sempre più invivibili per gli ebrei in Italia e, dopo un soggiorno in Svizzera, Amelia raggiunse New York con le nuore e i bambini, grazie all’intervento di Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente degli Stati Uniti.

Una famiglia pericolosa o la storia della famiglia Rosselli è l’indimenticabile affresco di un’Italia piegata sotto il giogo del fascismo e un vivido ritratto della strenua volontà di resistenza di alcuni che la dittatura non riuscì a soffocare. Un racconto disincantato sul colpevole silenzio di molti e sull’eroismo di coloro che persero la vita combattendo il regime. L’autrice ha dichiarato a ragione: il coraggio si impara dai Rosselli.

Caroline Moorehead: nata a Londra, è giornalista, autrice e attivista per i diritti umani. Ha firmato numerose opere, tra cui la biografia di Bertrand Russell e una storia della Croce Rossa, e ha collaborato con le più famose testate internazionali, tra cui «The Independent», lo «Spectator», il «Times» e la BBC. La Newton Compton ha pubblicato Un treno per Auschwitz, La piccola città dei sopravvissuti e Una famiglia pericolosa.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2018

Oggi voglio iniziare con un abbraccio e un augurio per il nuovo anno ai miei nipotini Jonathan e Jessica. Che il sorriso sia sempre con voi. (E io, Alessandra, aggiungo i miei auguri).

Il grido della sirena di Paul Halter, Mondadori 2017.
Si parte dall’inverno del 1897, quando all’allevatore di pecore Nielsen viene portata una seconda figlia, avuta da una relazione adulterina, proprio nel momento in cui è nata l’altra frutto del matrimonio (la madre muore). Due bambine identiche, “gemelle” che vivranno, però, separate…
E si passa al 1922. Più precisamente a Moretonbury, Cornovaglia. Qui arriva lo studioso di scienze occulte, ovvero di “fenomeni insoliti e inspiegabili”, l’irlandese Alan Twist, quarant’anni suonati, un uomo esile, tranquillo con l’aria da pensionato, zazzera folta e rosseggiante, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera. È stato chiamato dal proprietario terriero James Malleson, marito di Lydie Cranston, per risolvere un caso “decisamente fuori dell’ordinario”.
Ma già prima, fermatosi alla locanda “City Dars”, aveva fatto la conoscenza di due personaggi importanti per la storia: l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard e il lessicografo Jeremie Bell ispirato al Gideon Fell di Carr, con la sua famosa corporatura elefantiaca, il doppio mento, i baffi da brigante, il mantello nero e gli altrettanto famosi “Arconti di Atene!” qui sostituiti da “Per i sandali di Mercurio!”, “Per tutti i satiri dell’Olimpo!”, “Per i fulmini di Zeus!”, “Per Marte!”. E, sempre nella medesima locanda, aveva sentito parlare di un “grido silenzioso” a cui sono legate morti violente (in parole povere muore chi non lo sente) che ritroveremo in seguito.
Il caso da risolvere per il nostro Twist consiste in uno spettro che sembra aggirarsi per la casa di James Malleson, più precisamente in soffitta. Di fronte alla casa una torre considerata luogo maledetto. Lì è stato ucciso Charles Cranston da una creatura alata e in seguito anche il figlio Julian è morto, precipitando lungo la falesia per non avere sentito il grido della Banshee, essere demoniaco con un pettine rotto, che lancia un urlo bestiale.
Intanto dall’ispettore Hurst viene messa in dubbio l’identità di Malleson. Sembra che durante la guerra abbia fatto amicizia con un tizio poco raccomandabile che gli assomiglia, ovvero l’impostore Patrick Degan. Uno dei due muore ucciso. Chi sarà quello ritornato che, tra gli altri sospetti, gioca tanto bene a scacchi come non succedeva prima della sua partenza?…
Un plot di vicende veramente complesso. Passato e presente che si intrecciano, enigmi su enigmi, drammi, misteri, tradimenti (in quel senso), il classico filone del “doppio”, il “grido silenzioso” che ancora uccide. Insomma un’atmosfera angosciosa e angosciante con lo stesso Twist a gettare sconcerto perché pensa che “dietro a tutto questo ci sia la presenza del Maligno.”
Scrittura di classe, personaggi che rimangono impressi (ce ne sono altri tra cui le “gemelle” diventate grandi e due cugini a creare scompiglio), una storia affascinante dagli aspetti sovrannaturali anche se a volte inverosimile (non tutte le spiegazioni finali convincono), fino a quando “Caso risolto”, sentenzia un Twist innamorato. Anzi, casi risolti, quelli del presente e quelli del passato.
Leggere per credere.

Il falso ispettore di Peter Lovesey, Mondadori 2017.
“L’uomo che sarebbe diventato il falso ispettore Dew si chiamava Baranov.”, uno dei superstiti, insieme a suo padre, dell’affondamento del Lusitania, anno 1915, dove morirono più di mille passeggeri. “Lo stadio successivo della creazione del falso ispettore cominciò nella primavera del 1921”. Nello studio del dentista dottor Baranov c’è Alma Webster che lo ama “con tutta se stessa”. Abita da sola in una casa su tre piani e lavora a maglia per gli uomini al fronte. Alle spalle un passato doloroso. Il vero nome di Baranov è Walter Brown, sposato all’egocentrica e dittatoriale Lydia attrice, amica, tra l’altro, di Charlie Chaplin.
Altra donna coinvolta nella vicenda è Poppy Duke “ladra da manuale.” Ma questa volta fa cilecca. Il giovanotto a cui vuole rubare il portafoglio se ne accorge e, addirittura, la sfrutta “Mi hanno riferito che sei la borsaiola più abile di tutta Londra, e io voglio assicurarmi i tuoi servigi per una sera”, dichiara Jack, sposato con Kate.
Così come saranno coinvolti Marjorie Livingstone Cordell, terzo matrimonio con Livy e figlia Barbara che farà la conoscenza del corteggiatissimo Paul Westerfield, erede di un impero finanziario.
Il punto principale della storia è che Alma e Walter si innamorano, ma Lydia vuole andare a recitare in America con il piroscafo Mauretania. Dunque per i due piccioncini o lasciarsi, oppure riprendere un’idea, migliorandola, del famigerato caso Crippen che, insieme alla sua Ethel, avevano fatto a pezzi la moglie seppellendola in cantina. Purtroppo scoperti dall’ispettore Dew. Alma è entusiasta del piano (più dei libri della sua scrittrice preferita), lei stessa si presenterà sul Mauretania nelle vesti della signora Lydia, dapprima in seconda classe, e poi in prima dopo che questa sarà addormentata con il cloroformio e gettata in mare da Walter sotto le mentite spoglie di Drew. Anche gli altri personaggi citati si ritroveranno sullo stesso piroscafo, dando vita ad una serie incredibile di situazioni.
Tutto sembra procedere per il meglio con Alma che si trova alla perfezione nella parte della moritura, fino a quando una donna cadrà veramente in mare, strangolata. E chi meglio del riconosciuto e famoso ispettore Walter Dew di Scotland Yard potrà risolvere il mistero del suo stesso crimine? Vedete un po’ il Destino. A meno che non si tratti, invece…
Vicenda intricatissima: passeggeri che scompaiono, le paure di Alma verso lo stesso Walter così cambiato, tradimento, bari truffatori con le carte, spari, il passato che ritorna, un tourbillon di sorprese che tengono il lettore avvinghiato fino all’ultima pagina. Fino all’ultima riga. Con la domanda principale “Ce la farà il nostro Walter a non farsi scoprire?” E mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura.

L’ultimo passo di tango di Maurizio de Giovanni, BUR 2017.
Non saprei da dove incominciare tanta è la forza di questi racconti. Intanto spesso mi sono commosso. E non solo perché vecchiarello votato al sospiro. Spesso mi sono commosso perché preso, rapito dai fatti, dalle storie che via via si dispiegano con una profonda e delicata sensibilità umana, tipica di De Giovanni. Parte importante il dolore. A cominciare da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di polizia al tempo del fascismo, che incontrai per la prima volta con Il senso del dolore, Fandango 2007, costretto a vedere e ascoltare le ultime parole dei morti. Lo racconta lui stesso in “Mammarella”: “Vedo i morti ammazzati, o per incidente, con violenza insomma, all’improvviso… Li vedo con le ferite e il sangue, ma con l’espressione dell’ultimo sguardo, che ripetono l’ultima metà del pensiero che la morte ha amputato, continuamente, con lo stesso tono e le stesse parole”. Una vita, la sua, all’interno di questa maledizione, di questo “Fatto.”
Mi sono commosso di fronte a certi episodi di vita reale: lo stupro delle ragazzine, la donna con un bambino in braccio ammalato che chiede aiuto al dottor Modo, di fronte alla storia di Rosaria rimasta con il figlio piccolo che non può andare a scuola, o a quella di Filomena, ragazzina orfana e sola “dai grandi occhi senza lacrime” che deve accudire i fratellini.
Ricordi, ricordi e ricordi che affiorano nei molteplici personaggi, il passato che si insinua nostalgico o doloroso nel presente, quello che sembra e che non è (vedi i fiori rubati per la moglie morente), vita e morte che si mescolano inconsapevoli in una Napoli vista nella sua multiforme realtà: scugnizzi. ambulanti, lustrascarpe, gli odori dei vicoli, “dove non esistono sensi unici né divieti di sosta”, soprattutto nei Quartieri Spagnoli, la fame, la povertà, la bellezza e la ricchezza, il mare…
Ci sono i casi da risolvere per il nostro Ricciardi con il questore addosso, e bisogna fare in fretta che il Duce stesso mamma mia, l’anello che manca, la chiesa e il bordello, il contadino ridicolizzato nel suo sentimento d’amore. Già, l’amore, intorno al quale ruota gran parte della vita, quello vero e quello ambiguo, quello falso per ottenere, magari, figli che non si hanno…
E poi il bullismo, il mondo infido della scuola e degli scrittori, una stupida società che non perdona gli anziani anche se talentuosi, la gerarchia negli uffici con il Capo circondato dai sottoposti e la “giovane fanciulla assunta” che frega tutti, la violenza maschile all’interno della famiglia, l’incomunicabilità fra marito e moglie, il fastidio per gli stranieri, l’importanza delle storie…
De Giovanni è un asso nello sfruttare tutti i marchingegni della tecnica narrativa attraverso voci narranti diverse, ed è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta. Ci sono anche dei momenti, l’ho già scritto e lo ripeto, in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi. Siamo lì sul ciglio del burrone strappalacrime ma non riusciamo a caderci per una specie di magico equilibrio. Prosa delicata, attenta alle sfumature, ora profonda, dolce e commovente, ora cruda, ora mista di humour, puntuta e ironica, ricca di stilettate a certi aspetti e personaggi della società e della sua Napoli. Passo sopra a qualche inevitabile ripetitività nella struttura e alle frasettine in corsivo che non sopporto (mea culpa).
Ce ne sarebbero ancora di cose da dire su questi racconti, semplicemente belli. Ma è meglio che li leggiate voi stessi.

Un delitto inglese di Cyril Hare, Sellerio 2017.
Warbeck Hall, la più antica residenza del Marckshire. Il dottor Wenceslaus Bottwink sta lavorando nello studio dell’archivio su richiesta di lord Warbech, gravemente ammalato. Tra poco è Natale, nevica (un classico) e arriveranno gli invitati: il figlio Robert, un nazistoide presidente della Lega di Libertà e Giustizia; Il cugino Julius, ministro laburista del governo insieme al sergente Rogers che deve proteggerlo; la nipote Camilla innamorata invano di Robert; la signora Carstairs, moglie del più stretto collaboratore del ministro. Non manca il maggiordomo Briggs impeccabile nelle sue mansioni a osservare il tutto.
Dunque una bella residenza inglese, un vecchio Lord a fine vita, un piccolo gruppo di personaggi, ciascuno con la sua personalità e i suoi “interessi”. E una neve che scende imperterrita a isolare il tutto seguita da una fitta nebbia. Se dovesse accadere qualcosa di brutto…
E qualcosa di brutto accade. È mezzanotte, la mezzanotte di Natale quando, al suono delle campane si deve fare il brindisi. Robert “vuotò il bicchiere tutto in un sorso, restò immobile per un momento, il viso orribilmente stravolto, si afferrò la gola con una mano mentre il bicchiere gli cadeva dall’altra, poi piombò pesantemente a terra, con la faccia sul pavimento”. Avvelenamento da cianuro. E sarà omicidio, anche se qualcuno prospetta il suicidio.
Chi ce l’aveva con lui? Ad indagare il meticoloso sergente Rogers fino a quando la polizia del luogo potrà accedere al casato, e lo studioso Bottwink. Tutti i personaggi, ben strutturati nelle loro caratteristiche, manifestano qualcosa di sospetto. Anche Briggs ha il suo segreto, come ogni maggiordomo che si rispetti nelle storie inglesi. E qui nasconde, fino ad un certo punto, una figlia che contribuisce a complicare maledettamente la faccenda…
Ormai l’atmosfera è tesa. Chi è l’assassino che si aggira per la casa? Ci sarà una prossima vittima? Ci sarà, anzi ci saranno e almeno una inconcepibile, tanto da far esclamare al dottor Bottwink “È impossibile! Per tutte le regole della logica e della ragione, è impossibile!” E sarà proprio lui, lo straniero che non si lascia intimidire, a risolvere il rebus.
Un classico nella struttura e nella scrittura lieve, elegante, graziosa, senza sobbalzi di sorta. Un giallo ben confezionato che riflette anche sulla politica inglese. Da leggere come distensivo preferibilmente dopo un frenetico malloppone di sparatorie, sangue e sesso.

Un giretto tra i miei libri
Un Superleggero di 105 pagine come La società dell’indagine di Alessandro Perissinotto, Bompiani 2008, è quello che ci voleva per rilassarmi e riflettere su un fenomeno dal sottoscritto (e non solo) già ampiamente verificato e sottolineato: il successo del romanzo poliziesco, anzi l’abnorme successo del romanzo poliziesco. Qui la distinzione tra generi è superflua, lascia il tempo che trova. E dunque, per Perissinotto, si deve parlare di narrativa d’indagine, il cui oggetto di valore è la verità che nasce da “un profondo senso di insicurezza”.
Il giallo (sempre inteso in senso generale) non solo consolatorio, come valvola di sfogo, come intrattenimento, ma anche come mezzo di indagine della realtà, della società e dei suoi mali.
Il primo più appannaggio della fiction televisiva con il lavoro di squadra. A riportare l’ordine non è la classica figura unica dell’investigatore ma lo Stato stesso. In ogni caso consolatorio o meno “…qualsiasi poliziesco porta con sé un protagonista che di consolatorio ha ben poco: la morte” bandita dall’Occidente che ne prova vergogna. Il romanzo poliziesco con le sue “dosi omeopatiche” di essa ci fa riprendere la familiarità perduta.
I letterati di professione con la puzza sotto il naso, riferendosi al giallo, parlano di “paraletteratura”, “letteratura di consumo”, “letteratura di genere”, “libri da stazione”. Non tutti, aggiungo, io che in questi ultimi tempi c’è stato anche un certo “ravvedimento”, vedi per esempio gli interventi su Tirature ’07 e Giallo e dintorni di Maria Immacolata Macioti.
Altri spunti interessanti: il rapporto tra il giallo e la tragedia, la sua evoluzione partendo da Holmes e Dupin passando attraverso l’hard boiled per finire tra le braccia di Maigret e poi di Dürrenmatt (citando anche Sciascia).
Si mettono in evidenza gli esiti positivi e nefasti del C.S.I. effect, si esamina la House Medical Division e l’ormai famoso dottor House che altri non è se non uno Sherlock Holmes “trasferito dalla Londra vittoriana agli Stati Uniti del terzo millennio”. Egli non cura i malati ma le malattie, con la scoperta del complotto (complottano le malattie, i superiori e gli stessi pazienti), e si analizza pure la Medical Investigation, un team di ricercatori che fanno fronte ad emergenze sanitarie. Per concludere viene fuori da parte della “massa” (intesa non in senso spregiativo ma come numero) dei lettori un forte interesse per la ricerca della verità.
Ma insomma, gira e rigira la domanda cruciale che sempre aleggia nell’aria è se il romanzo poliziesco faccia parte o meno della letteratura tout court. Per trovare una risposta tornerei ad una frase che si trova a pagina 56 “Semplificando si può dire che, agli occhi dei critici, un buon romanzo poliziesco cessa di essere un poliziesco”. È solo un buon romanzo. Capito?.

Fatemelo dire. Lo so, è scontato ma lo voglio dire lo stesso. Spesso si sta facendo una rincorsa alla disgrazia. Anche il lettore più distratto se ne sarà accorto. La disgrazia la fa ormai da padrone in molti (troppi) romanzi polizieschi di vario genere. Più disgrazie, più gusto per i lettori (si dice). Non ne rimane immune nemmeno La stanza delle urla di Thomas O’Callaghan, Mondadori 2009.
E dunque abbiamo il solito tenente della polizia di New York W. Driscoll irlandese sfigato fradicio con la moglie morta (sei anni in coma) e pure la figlia per un incidente stradale (immaginatevi i ricordi che lo assalgono a ogni piè sospinto) e aggiungo la madre buttatasi sotto le rotaie della metropolitana e pure la sorella che è in terapia (non ho capito bene di che cosa ma la testa non è a posto). Nel momento in cui scrivo non ricordo del padre ma forse è meglio così; la solita gnoccolona compagna di lavoro del suddetto Driscoll con un passato alle spalle anche lei niente male (in fatto di sfiga, naturalmente…) sotto cura psichiatrica; il solito braccio destro con problemi di alcolismo per averne combinate un paio; il solito, anzi i soliti che qui sono due, disgraziati maledetti colpiti da un destino infame (leggi violenza) che si divertono a uccidere chi gli capita sotto tiro togliendogli lo scalpo come gli indiani ecc…
E allora morti scalpati da tutte le parti (perfino nel didietro di un dinosauro nella sala di un museo), disperazione del Sindaco per gli attacchi della stampa, violenza privata che genera violenza pubblica, un miliardario che vuole vendicare la morte della figlia (anche lui un po’ strano…), i pericoli della rete, la nuova generazione di You Tube e perfino qualche tocco d’Italia con Armani e Versace (di casa e di bottega in molti thriller americani).
Capitoletti brevi, personaggi appiattiti, riflessioni scontate. Prevale lo schema sulla storia o meglio sull’efficacia della storia che va avanti quasi per inerzia se si eccettua qualche lampo di genio come il miliardario che in quattro e quattr’otto riesce a piazzare un lanciafiamme automatico sul tetto di una casa facendosi beffe della polizia.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Ludus in fabula di Danila Comastri Montanari, Mondadori 2017. Nella Roma imperiale (Claudio imperatore) una specie di misteriosa caccia al tesoro nata quasi come un scommessa, un gioco da ragazzi, ha avuto un tale imprevedibile successo da coinvolgere tutti i cittadini. Da giorni ormai tutta Roma, che si tratti di ragazzi, servi, plebei, malviventi della Suburra o addirittura ricche dame patrizie, cavalieri e membri del senato, sono caduti vittime dell’incantesimo e si mettono in gara per risolvere gli indovinelli e seguire la pista. Più in particolare un ragazzone sveglio ma pasticcione, un famosissimo campione di trigono, una donna affascinante ma dal carattere impossibile, i membri di una banda di Galli che imperversa nella Suburra, un equivoco segnapunti, tre plebee che devono sbarcare il lunario e un giovane straniero che, stranamente, sembra il senatore Publio Aurelio Stazio da giovane. E poi tante voci girano, ingigantendosi. Si favoleggia di un milionario premio destinato a chi sarà il fortunato vincitore. A Roma è diventato l’argomento del giorno e Pomponia, la rotonda matrona, la più informata di Roma (leggasi pettegola) buona amica e spalla del nostro ricchissimo senatore, è già pronta all’alba, impegnata alla spasimo nella competizione con la sua più agguerrita rivale Domitilla, per andare a scovare un nuovo indizio, presso la statua di Cornelia nel Portico di Ottavia. Ma stavolta niente facile indovinello e invece, dietro alla statua, trova un mano mozzata con un anello al dito, un indizio talmente agghiacciante che la procace matrona stramazza al suolo. Ciò nondimeno, non appena riprende i sensi, corre in cerca di sostegno e aiuto dall’amico senatore, Publio Aurelio Stazio.
Perché all’improvviso la caccia al tesoro, da innocuo passatempo, si è trasformata in un gioco di morte? Aurelio Stazio decide che bisogna intervenire al più presto e, ricuperato il macabro reperto, chiede lumi al suo medico e protetto Ipparco di Cesarea, acuto precursore dei moderni anatomopatologi. Ipparco infatti, pur con solo quella a disposizione, riesce a dirgli che si tratta della mano di un ragazzo, che probabilmente lavorava in una follonica (lavanderia), ma che era già morto quando gliel’avevano mozzata.
La solita composita e variegata ambientazione e le caratteristiche e le abitudini della romana umanità dell’epoca, comprese le colorite rappresentazioni di vivande e cene sopraffine, sono ben ricostruite senza mai appesantire la narrazione e descritte da Danila Comastri stuzzicando il lettore con il suo impareggiabile humour. Ma, mentre Aurelio si dedica a far luce sugli enigmi, spalleggiato dal solito stuolo di famigli collaboratori molto bene retribuiti (o che si retribuiscono da soli: quali l’astuto liberto, Castore, il fido insomma? amministratore Paride), lo sconosciuto ideatore della caccia al tesoro alza ancora la posta in gioco e comincia a lasciare dietro di se una scia di cadaveri. I ragazzi morti diventano tre e non basta… Il numero si ripete, eh già! Ci sono tre donne poverissime, tre abbienti fratellastri, i Suri. Il senatore si scervella anche sul mistero del suo quasi sosia che pare ricomparire dappertutto. Un altro indovinello? Poco male, perché tanto ormai Publio Aurelio Stazio deve affrontare e risolvere l’enigma del perfido gioco di morte. Riuscirà a farcela anche stavolta?
Con Ludus in fabula Mondadori riporta nelle librerie il famoso personaggio creato da Danila Comastri Montanari, il senatore Publio Aurelio Stazio con la suo colta, frizzante e vivacissima indagine poliziesca, molto poco giallo classico tradizionale e che si legge in un lampo. Molto intrigante la caccia al tesoro e tutto il bailamme del corollario.

La solitudine del ghiaccio di Sheena Kamal, Harpers Collins 2017.
Una sopravvissuta: così si definisce Nora Watts, la protagonista di La solitudine del ghiaccio, il fortunato romanzo di esordio di Sheena Kamal, pubblicato in Italia da Harper Collins e ambientato in Canada, più in particolare nel Nord Ovest. Nora Watts, mezzosangue autoctona, non bella, ultratrentenne trascurata. Nora non è una poliziotta, né un avvocato e nemmeno un’investigatrice; è semplicemente una donna con un difficile passato che non vuole essere considerata una vittima ma una sopravvissuta. È orfana, ha passato l’infanzia in diverse strutture casa-famiglia, si è arruolata nell’esercito, in seguito si è mantenuta con la sua voce e, dopo aver subito una spaventosa violenza, si è lasciata andare alla disperazione e all’alcol.
Quando finalmente ha trovato l’aiuto e la volontà per lasciare la bottiglia, in virtù della raccomandazione del suo quasi angelo custode, il giornalista che le ha salvato la vita e poi ha romanzato la sua storia, Nora ha ottenuto uno pseudo lavoro a Vancouver, come segretaria tuttofare, assistente nelle indagini di una coppia di gay, uno scrittore, giornalista d’indagine e un investigatore privato, e vive “clandestinamente” nello scantinato dell’ufficio, con Fruscio, una cagna bastarda che l’ha scelta.
Anche se di tanto in tanto i demoni dei ricordi affollano minacciosi la sua mente, la sua vita è vagamente accettabile, non spende in vestiti e risparmia ogni dollaro per trovarsi una sistemazione migliore. Ma una mattina presto il suo cellulare squilla ripetutamente e, quando risponde, la voce di un uomo, che si presenta come Everett Walsh, le chiede di ritrovare la figlia, una ragazzina scomparsa. Ma è il suo passato che ritorna schiaffeggiandola, perché la quindicenne scomparsa, Bonnie, è sua figlia, frutto della violenza da lei subita e che ha dato in adozione appena nata. Secondo i ricchi genitori adottivi non è la prima volta, Bonnie è ribelle, è già successo, stavolta è scappata rubando molti soldi della famiglia e la polizia, visto i precedenti, non la sta cercando. Ma stavolta Bonnie è scomparsa da troppo tempo e allora Everett Walsh e sua moglie Lynn angosciati hanno cercato Nora, la madre naturale, nella vana speranza di trovarla da lei…
Un racconto tutto in prima persona, che si snoda senza fronzoli accurato e, pur pervaso da amara ironia, si mantiene sempre pacato, nonostante il carattere drammatico delle scene descritte. Un romanzo crudo e violento, con una singolare e intrigante protagonista, e qui mi pare inevitabile fare il confronto con la Lisbeth Salander di Stieg Larsson. Nora Watts, una protagonista difficile, spesso sgradevole, un’antieroina, che non guarda in faccia nessuno, che si approccia male e troppo spesso fuori dalle righe con gli altri personaggi della storia (buoni o cattivi). Una protagonista che forse avrà un futuro grazie alla sua splendida voce di contralto e che, volenti o nolenti, riesce a incantare gli ascoltatori e ad appassionare i lettori. E riuscirà anche a sorprenderli in un geniale epilogo, con un’ inattesa ma plausibile verità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della Fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2010.
La prima avventura si svolge sotto il mare dove c’è il castello delle fate. Qui Geronimo Stilton incontra una fata di nome Aquaria che gli chiede di sconfiggere la strega malvagia Vermelia che abita in un castello. Durante il viaggio incontra come falso amico un coyote, viene legato ma poi liberato dal cavaliere Drago Blu che ha un cuore blu sulla fronte. Egli lo aiuterà a sconfiggere la strega Vermelia se a sua volta verrà aiutato a ritrovare la sua ragazza Melissa…
Una storia straordinaria ricca di tante vicende fantastiche inaspettate e di personaggi strani: anelli magici, i Troll che lanciano caccole, fanno rutti e scorregge (giuro), ometti piccoli e verdi, streghe su serpenti alati, Geronimo che viene trasformato in rospo, streghe che diventano fate…
Una lettura avvincente che vi terrà con la bocca spalancata fino alla fine!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Il debito

Il debito
di Glenn Cooper
Nord, 2017

Glenn Cooper, autore di La Biblioteca dei MortiIl segno della croce (3 milioni di copie vendute in Italia) torna in cima alle liste italiane dei bestseller.
Come varcare orizzonti proibiti ai comuni mortali? Il debito ti dà modo di farlo, facendoti entrare nell’Archivio Segreto Vaticano in compagnia dell’emerito professor Calvin Donovan, che già abbiamo incontrato e imparato ad apprezzare in Il segno della croce, prima avventura con ambientazione clerico/vaticana. La protagonista di tutto il libro, che prende l’avvio da quanto accaduto nel precedente Il segno della croce, è la Chiesa, sia quella Chiesa rivolta ai poveri, agli “ultimi”e quindi seguace dei veri insegnamenti del Vangelo (qui interpretati da papa Celestino VI, “costruito” sulla possente e carismatica figura di papa Francesco), che quella rappresentata dal più meschino, cieco e abbietto conservatorismo dei suoi nemici, che si servirà dell’inganno e del tradimento.
Dicevamo: abbiamo incontrato Donovan per la prima volta un anno fa, in Il segno della croce. Insegnante di Storia della religione e Archeologia ad Harvard, Donovan, che vanta un passato di ex militare, sembra ancora in perfetta forma per i suoi quarantacinque anni e gode dell’amorosa amicizia di un corposo giro al femminile. Tutto questo nonostante i consueti, giornalieri appuntamenti con la vodka. Ah, dimenticavo, Cal Donovan neppure disdegna di far uso di cazzotti, salendo ogni tanto sul ring. Sulla trama: l’Archivio Segreto Vaticano non è il paradiso, ma per Cal Donovan è come se lo fosse. Per ringraziarlo del suo ruolo decisivo nel caso del sacerdote con le stigmate in Il segno della croce, papa Celestino VI ha infatti concesso a Donovan uno straordinario privilegio: l’accesso illimitato alla Biblioteca Vaticana e soprattutto all’Archivio Segreto Vaticano. Provate a immaginare la vastità e la quantità di notizie contenute in chilometri di scaffali sui quali sono conservati centinaia di migliaia tra manoscritti, documenti antichi e reperti inestimabili. Pare quasi impossibile anche solo pensare da dove cominciare a leggere, documentarsi e indagare, ma Cal Donovan, che invece ha già le idee ben chiare, ne approfitta subito per cominciare le sue ricerche sul famoso cardinal Lambruschini, uomo rigorosamente conservatore e papa mancato per un soffio perché battuto sul filo di lana da Pio IX. Luigi Lambruschini fu un cardinale italiano vissuto a metà dell’Ottocento, testimone e accanito rivale dei moti rivoluzionari che sconvolsero l’ordine e la legalità dello stivale e dello Stato Pontificio. Ma il nostro professore, nel consultare le carte, scoprirà presto un pericoloso mistero che ha portato morte in passato e l’annuncia minacciosamente nel presente, perché s’imbatte in una lettera privata del cardinale Antonelli, segretario di Stato dell’epoca, in cui si fa riferimento a un banchiere e alla necessità di trasferirlo in gran segreto fuori Roma.
Affascinato dalla vicenda, il docente americano approfondisce e viene a conoscenza di un fatto sconcertante: un ingente debito – mai restituito – contratto in segreto dalla Chiesa di allora, previo avallo di Pio IX, con una banca gestita da una famiglia ebrea. Se fosse ancora valido, la restituzione ammonterebbe a una cifra da capogiro. Celestino VI, informato da Donovan, gli ordina di scavare più a fondo e scoprire le prove dell’eventuale validità del debito. Ma quali sono le intenzioni del papa? Il professor Donovan non è l’unico a porsi la domanda. Per alcuni esponenti corrotti della Curia, la scelta di restituire in qualche modo quel prestito metterebbe in gioco la sopravvivenza stessa della Chiesa, e sono pronti a usare qualsiasi mezzo pur di ostacolare i progetti del Santo Padre…
Lo stile è scorrevole, ma il romanzo non è uno dei migliori di Cooper e paga lo scotto del ritmo troppo lento per buona parte della trama. Infatti praticamente succede tutto, anzi di tutto e di più, ma solo quando ci si avvia verso la fine. Per il resto, oltre alle astruse tematiche finanziare, abbastanza ostiche per i profani, sembra quasi che tutta la storia giri in caccia di qualcosa di più di quella “vecchia e sanguinosa carognata” della quale si sa già quasi tutto dopo appena cinquanta pagine. Cooper si sforza di inserire delitti, azione, suspense, agguati, ma tutto si spegne un po’ tra riunioni su riunioni e continue ricerche in biblioteche.
Il tema ampiamente trattato nella narrazione (la spropositata ricchezza del Vaticano) pone senza mezzi termini il solito e antico interrogativo: è giusto che una Chiesa che predica la carità possieda denaro in abbondanza e opere d’arte dal valore inestimabile, mentre in tutto il mondo c’è gente che muore di fame? Cosa si dovrebbe o si potrebbe fare?

La Debicke e… C’era una volta Roma

C’era una volta Roma
di Alessandra Spinelli e Piero Santonastaso
Newton Compton, 2017
Un viaggio tra passato lontano e prossimo e l’oggi, alla riscoperta dei luoghi spariti della Città Eterna e della sua fascinosa storia. Non l’ennesimo verboso saggio sulla Città eterna, quindi, ma è come se si andasse a spasso per la Capitale in sella a un drone in grado di andare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, senza dimenticare la memoria della tradizione popolare. Un magico attrezzo capace di mostrarci come il fiume, le strade, le piazze, le case, i monumenti, nel millenario corso degli anni dalla sua nascita, sono stati programmati, costruiti, manipolati, trasfigurati, demoliti, saccheggiati e riedificati. Di spiegarci come il sole rappresenti la base, quella sacra scintilla legata alla nascita di Roma di quel lontano 21 aprile del 753 a.C. (fu quello l’anno dalla sua fondazione?). Da allora Roma ha attraversato i secoli, mantenendo lo stesso eccezionale palcoscenico ma cambiando volto di continuo come le quinte di un teatro. La piccola Roma da regno assurta a possente repubblica, fondata sulla variegata etnia e multicultura dei primi abitanti di cui ancora possiamo scoprire e ammirare alcune vestigia, ha ceduto il passo a quella imperiale, poi si è fatta cannibalizzare da quella medievale e rinascimentale per poi dare vita alla Roma barocca. Questa indistruttibile Capitale che, attraverso innumerevoli mutamenti (quando non si debba parlare di stravolgimenti architettonici anche recenti) è arrivata a essere quella di oggi, con il Ponentino (o Favonio) che non riesce più a farsi strada attraverso i grattacieli. Una città dove dominano gli ettari di verde, ma in realtà il verde si vede ben poco. Una città che galleggia su un misterioso e caldo Tevere nascosto nelle sue viscere… In questo colto mosaico fatto di tanti luoghi sconosciuti ai più, trovano spazio anche le vicende di una città in ogni tempo sfruttata, maltrattata, offesa e devastata da potenti e, più di recente (XIX secolo), dalle ardite speculazioni di cardinali francesi.
Irrinunciabili comunque, nelle 320 pagine del libro, le storie e le vite e le opere dei tanti grandi personaggi che si sono succeduti nei millenni e che hanno segnato Roma con il proprio contributo, purtroppo non sempre positivo, e che ci immergono in un viaggio temporale. Un viaggio in una città che, partendo dal corso del Paleotevere e dalle ripetute colate laviche che ne hanno formato la base, affronta la catena di fiamme degli incendi che tante volte la ridussero cenere, fino alla drammatica devastazione del Sacco di Roma. Un viaggio che, guardando giù dal Campidoglio, assiste alla frenetica ansia di nuova possanza sabauda per far posto al Vittoriano, fece tabula rasa della torre di Paolo III mecenate, collezionista ma anche demolitore. Un viaggio che ricorda l’avventuroso volo con Wilbur Wright con il primo aereo a motore, decollato dall’aeroporto di Centocelle nel 1909… Un viaggio in 320 pagine, dicevo, attraverso i luoghi spariti della Città Eterna, lungo le ere a cominciare dalla preistoria, incontrando un’infinità di personaggi spesso dimenticati come la giovanissima Margherita d’Austria vedova di Alessandro de’ Medici (quello ammazzato da Lorenzaccio) e chiamata affettuosamente Madama dai fiorentini e, immaginate un po’, è proprio per lei che la polizia romana viene detta “Madama”; il capitano del popolo Brancaleone degli Andalò, il nobile bolognese che tentò di mettere ordine nella Roma del XIII secolo, o l’ampollina con il sangue di San Pantaleone che ogni 27 luglio, ricorrenza del suo martirio, si liquefà e bolle nel segreto del convento come quello di san Gennaro. Una città per millenni in balia delle capricciose piene devastatrici del suo incontrollabile fiume che Garibaldi, con slancio donchisciottesco, voleva deviare. Una grande metropoli internazionale, che esibisce il suo volto più nobile, ma anche quello più amaro. Nei tanti capitoli infatti, spuntano una costellazioni di gustosi e inediti particolari, a partire dai ritrovamenti dei crani di Sacco Pastore, appartenuti a una donna e a un uomo neandertaliani e dunque ai primi romani in assoluto. L’Asylum, nato con l’Urbe: «Una gloria romana», secondo gli autori, simbolo di «una città dell’accoglienza che apriva le porte di più e meglio di quanto si faccia oggi». Per non parlare della dimenticata esistenza di Giovannipoli, la cittadella fortificata voluta da papa Giovanni VIII, per difendere la Basilica di San Paolo dagli attacchi saraceni; l’origine di piazza dei Calcarari, adiacente a Largo di Torre Argentina. Piazza che deve il suo nome alle fornaci usate per inghiottire tonnellate di marmi e pietre della Roma antica e farne calce per le nuove costruzioni; l’ammazzatora o pubblici macelli che portava l’invasione del bestiame in Piazza del Popolo e Porta Maggiore che fu la “mamma” di Termini, sorta sulla parziale distruzione della splendida Villa Peretti. Per poi giungere gloriosamente all’ultimo capitolo intitolato: Il primo snack e i suoi antenati in cui si descrive la Roma delle tante dimenticate osterie e famosi cafè che non ci sono più, vedi l’osteria regina la Garbanta, quella dell’ostessa che diede il nome alla Garbatella, e una targa sul luogo la ricorda. E il celeberrimo Caffè Nuovo di Palazzo Ruspoli, cenacolo di artisti e intellettuali tra via del Corso e via di Fontanella Borghese… Allora non c’era la movida e non si parlava di apericena, ma era «Roma che si muoveva ed era meglio così». Molto, ma molto meglio, dico io.

La Debicke e… Venerdì 17

Venerdì 17
di Dominique Valton
Amazon, 2017

Dominique Valton è una signora che vive e cura il suo giardino nell’agreste tranquillità della sua casa di Concarneau (Bretagna). A prima occhiata direste che è una persona tranquilla, serena. Ben diversa da certi protagonisti delle sue storie noir, degli scellerati senza scrupoli che mirano soltanto a raggiungere i loro obiettivi. Stavolta, per sbrogliare un delitto che pare inspiegabile, ha inserito nella trama un affollato palcoscenico di personaggi con i quali deve confrontarsi l’ispettore Francesco Neri, a cui verrà affidata l’indagine. La famiglia Cursi/Landini, vittima dell’orribile disgrazia, è ricca e di primo piano a Firenze. I media titolano sull’atroce delitto in prima pagina. Il questore in persona soffia sul collo del povero Neri e lui, vedovo ultrasessantenne ancora lucido ma con la testa ormai alla pensione, deve arrabattarsi fin dall’inizio con strani indizi, dubbi, sospetti, continuo cambio di carte in tavola che lo costringeranno a valutare un variegato ventaglio di possibili indiziati. Non sazia, Dominique Valton gli offre finalmente un valido appoggio sul lavoro, ma contemporaneamente continua a introdurre a sorpresa nuovi scenari e, pagina dopo pagina, scoprite che la realtà è ben diversa da quella che sembrava.
Due righe sulla trama: una ricca famiglia “felice” allargata, o almeno pare, composta dal padre Giorgio, dalla madre Mami, dalla figlia Desirée, dal genero Andrea Landini, bravo ginecologo e dalla nipotina, e una grande festa di compleanno in arrivo, quello del papà che stavolta cade proprio di venerdì, venerdì 17. Ma la mattina una pianta di crisantemi, macabramente confezionata in un vaso nero, viene consegnata a casa della figlia con un biglietto provocatorio: «Per festeggiare la morte annunciata di un amore. Per ulteriori spiegazioni: appuntamento a San Casciano alle h 10 e 30. Non mancare.» Con tutti gli impegni che ha in programma per la giornata, Desirée farebbe meglio a ignorare il biglietto, ma quelle parole la inquietano e la curiosità la brucia, tanto che chiede alla sua più cara amica Antonella di accompagnarla nel casolare di famiglia a San Casciano. La faccenda si complica perché qualcuno, suo marito?, ha passato la serata là in compagnia. Morsa dal tarlo della gelosia, Desirée manda via l’amica e decide di affrontare l’appuntamento. La raggiungerà dopo, alla festa del padre. Ma Desirée a quella festa non arriverà mai e il commissario Neri troverà il suo cadavere dentro un capanno con la testa sfracellata. Presto le indagini dell’ispettore Neri portano alla luce diverse magagne sia della famiglia modello che dei loro amici e conoscenti. Il marito dottore viene coinvolto da accuse di violenze su pazienti, Desirée sponsorizzava artisti e giovani e in cerca di fortuna, aveva una garconnière e frequentava camere d’albergo, i genitori hanno i loro scheletri nell’armadio, gli amici anche… Una serie di possibili moventi per il delitto, troppi testimoni raccontano verità che poi ritrattano, tante informazioni discordanti, troppi punti oscuri che non aiutano. Le indagini sembrano arrivate a un punto morto, nonostante tutto il materiale a disposizione. Tutti i personaggi hanno qualcosa da nascondere ed evidentemente l’efferato assassino molto di più.
Dominque Valton suddivide la trama in tre parti: la prima a più voci, corale, che scorre lenta in un articolato concatenarsi di eventi introduttivi. Nella seconda invece la voce narrante è affidata al sano buon senso dell’ispettore Neri, mentre nella terza Neri passa il testimone al nuovo vice questore Lucilla Vannucci che, senza guardare in faccia nessuno e con prepotenza, riesce a dare una scossa a un’indagine che pareva arenata e chiude il sipario con un perfido gran finale…

La Debicke e… Magic

Magic
di V. E. Schwab
Newton Compton, 2017

Primo e stuzzicante capitolo di un’interessante trilogia fantasy che sarà presto un film, Magic (o “A darker shade of magic” secondo il titolo originale), è un romanzo coinvolgente. Un’esaltante avventura che si svolge su quattro mondi paralleli che non possono comunicare tra loro, a meno di non essere uno dei pochissimi eletti, e tutti con la stessa capitale: Londra. Tante versioni di una Londra misteriosa: la Rossa, la Bianca, la Grigia e la Nera, nelle quali accadono fatti e cose, in epoche differenti ma concomitanti, che ti proiettano nelle trame di una storia travolgente, densa di imprevedibili conseguenze e straordinarie sorprese. Ma attenzione: sia che si parli della Londra grigia in cui sfuma nella quasi completa assenza, della Londra bianca dove è sintomo di potenza e dolore, passando per la Londra rossa in cui viene trattata con rispetto e giustizia, fino alla profondità dell’orrore in cui è chiusa la Nera, la “Magia” è la principale protagonista della storia e si presenta al lettore attraverso la voce di un eroe, senza mantello ma con un cappotto molto speciale. Lui è Kell, uno degli ultimi maghi della specie degli Antari che, con i poteri che gli derivano dal sangue, è in grado di viaggiare tra gli universi paralleli della stessa città. Kell è cresciuto ad Arnes, lo sconfinato continente della Londra Rossa solcato dal vermiglio Tamigi, e si muove come ambasciatore della famiglia reale dell’Impero di cui è diventato un membro. Gli occhi di Kell, quello nero senza fondo e quello di un blu accecante, saranno il punto di riferimento di una storia che scorre tra mondi simili solo nel nome e sottoposti a forze sconosciute. Kell, messaggero ufficiale delle lettere che si scambiano i Sovrani delle varie città, approfitta dei suoi viaggi per coltivare l’hobby del collezionista, contrabbandando piccoli oggetti rari e fingendo di ignorare che può diventare un gioco pericoloso. E, visto che non riesce a rinunciare alle sue avventure, finirà per trovarsi coinvolto per uno scherzo del destino in un minaccioso complotto di potere che dovrà sventare a ogni costo se vorrà salvare se stesso e Londra Rossa. Un protagonista interessante Kell, un personaggio simpatico e profondamente umano con le sue imperfezioni. La magia gli fluisce nelle vene, ma la solitudine gli pesa, è stato raccolto e adottato a quattro anni dalla famiglia reale, e l’essere superiore ma diverso dagli altri lo spinge a battersi per cercare il suo vero posto nel mondo. Secondo e importante personaggio, che talvolta riesce a rubargli la scena, è Lila Bard, l’abilissima ladra che forse nasconde un segreto. Una specie di Lara Croft in salsa Harry Potter, Lila Bard non si lascia intimidire, ama il pericolo, l’ignoto, l’avventura e sogna di diventare un pirata. Per farsi largo è disposta a lottare fino in fondo. Una ragazza strana che vanta un’astuta mente calcolatrice e un’eccezionale furbizia, che salta all’improvviso dentro la storia e, senza concedersi un attimo di respiro, si attacca a Kell.
Dettagli curatissimi, intreccio avventuroso indovinato che permette di assistere al rapido scorrere degli avvenimenti. Ci sarebbe tanto altro da dire su questo romanzo, a partire dalla magia che domina. Magia vera, viva, animata! Non sempre però si tratta di magia positiva e quella più oscura intralcerà il cammino dei protagonisti. Kell dovrà lottare per impedirle di prendere il sopravvento e si troverà a fianco Lila, che all’inizio gli sembrava la più improbabile delle alleate. Lila invece lo aiuterà a vincere la nera minaccia del male ma anche a riconoscersi, a capire di essere amato e più fortunato degli altri.
Per tirare le somme: un fantasy appassionante (tenete presente che finora solo le avventure di Harry Potter avevano veramente toccato le mie corde), inaspettato, affascinante e che si distingue dalla massa. Il mondo inventato dalla Schwab mi piace e, secondo me, è senz’altro un libro da leggere. Ah, e a breve dovrebbe arrivare il seguito.

La Debicke e… Fratelli e soldati

di Bruce Henderson
Newton Compton, 2017
A più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore e giornalista Bruce Henderson ha scovato una bella storia che non era mai stata raccontata.  Sulla base di diari ritrovati fortuitamente, con pazienza certosina, ha ricostruito un docu-romanzo antologico che racconta l’incredibile storia, vera ma ignorata per anni, dei “Ritchie Boys”.
Dopo l’ascesa al potere del Terzo Reich in Germania, mentre l’atmosfera diventava di giorno in giorno più incandescente, gli ebrei che riuscirono a trovare un “affidavit”, che garantisse la sopravvivenza economica al di là dell’oceano, partirono per salvarsi o, dovendo scegliere, fecero partire un figlio. Molti di questi erano poco più che bambini. Viaggiarono da soli, non parlavano la lingua ma impararono, si diedero da fare, studiarono. Poi, anni dopo, alcuni di loro si arruolarono.
Fratelli e soldati è la storia di duemila giovani tedeschi di religione ebraica, costretti a lasciare la patria per sfuggire alle persecuzioni naziste, che tornarono in Europa per aiutare i loro nuovi concittadini e gli Alleati a sconfiggere il nazismo.
Nell’autunno del 1942 una notizia spaventò a morte gli abitanti della valle del Maryland, dove l’esercito aveva dislocato il campo militare di Fort Ritchie. Alcuni operai, che avevano superato per sbaglio l’area top secret del campo, avevano visto passare un plotone di soldati tedeschi con l’uniforme della Wehrmacht. L’America era stata invasa? Gli operai avevano bevuto? Nossignore. L’America non era stata invasa, e non era colpa dell’alcol. Effettivamente gli operai avevano visto bene, ma i giovani soldati con l’uniforme tedesca che marciavano nel campo erano ragazzi ebrei tedesco-americani, nati in Germania ma che avevano ottenuto la cittadinanza americana. Questi giovani, i Ritchie Boys, militavano ufficialmente sotto la bandiera a stelle e strisce, si esercitavano per combattere in Europa e stavano seguendo dei corsi speciali per mettere a punto una nuova e rivoluzionaria tecnica di guerra: come interrogare i prigionieri appena catturati per avere informazioni vitali sullo schieramento nemico. Una tecnica utilizzata per la prima volta dagli americani e dai britannici dopo lo sbarco in Nord Africa. Dopo un addestramento di otto settimane, circa duemila ragazzi partirono per l’Inghilterra. Fu così che duemila soldati ebrei vennero rispediti di nuovo nella Germania nazista, in prima linea sui campi di battaglia. I “Ritchie Boys”, un’unità segreta dell’esercito americano.
Molti furono paracadutati in Francia e si ricongiunsero con la fanteria. Altri sbarcarono in Normandia e, al seguito del generale Patton, conquistarono Nantes, Orléans, Nancy, per poi prendere parte, nel dicembre del 1944, alla spaventosa battaglia delle Ardenne. Molti di loro persero la vita durante l’invasione o in battaglia, ma la loro presenza e il loro intervento nell’intelligence fu importante per la sconfitta finale tedesca. Un rapporto riservato dell’esercito alleato ha rivelato che quasi il 60 per cento delle informazioni attendibili sugli spostamenti e armamenti del nemico, raccolte in Europa, furono frutto del lavoro svolto dai Ritchie Boys, addestrati dal Military Intelligence Training Center. Il loro sistema inquisitivo era buono ed era già stato collaudato in Africa, ma quale fu il quid che fece la differenza? I Ritchie Boys sapevano di dover interrogare subito i prigionieri perché le informazioni sui movimenti delle truppe, sulle postazioni difensive, sui campi minati e sul morale del nemico diventavano ben presto vecchie e superate. In più i Ritchie Boys parlavano la lingua alla perfezione, conoscevano le abitudini e il modo di pensare dei loro ex connazionali tedeschi, nazisti o no, e potevano porre le giuste domande, improvvisando o immaginando la psicologia dei prigionieri. Erano spinti da un personale coinvolgimento e sapevano come muoversi per ottenere il massimo dai loro interlocutori, e solo in alcuni rari casi dovettero ricorrere alle minacce e alle maniere forti. Molto spesso si avvalevano invece di ingegnosi trucchi e addirittura diventarono famosi, persino tra le più alte cariche militari, per aver inventato un falso rappresentante della polizia segreta sovietica presso l’esercito americano. Quando, nell’aprile del 1945, i Ritchie Boys arrivarono per la prima volta a Buchenwald, dovettero affrontare una spaventosa realtà. Avevano davanti agli occhi un esecrabile esempio del disumano orrore che aveva inghiottito i loro cari: genitori, fratelli, familiari e amici. Ma i Ritchie Boys, senza pretendere né vendetta né gloria, andarono avanti con il loro splendido lavoro fino alla fine della guerra, per poi fare ritorno in America e condurre una nuova vita lontana dalle luci del palcoscenico.