La Debicke e… Vendetta a Venezia

Philip Gwynne Jones
Vendetta a Venezia
Newton Compton, 2018

Secondo godibile romanzo di Philip Gwynne Jones, già autore del thriller lagunare Il ponte dei delitti con lo stesso protagonista: Nathan Sutherland, console onorario britannico a Venezia, un po’ imbranato e con tanti, troppi problemi a cui pensare. Impegnato a risolvere i guai dei connazionali in viaggio, a portare avanti il lavoro di traduttore (che gli dà da vivere e lo costringe a confrontarsi con testi di ogni tipo) e a contenere le bizzarrie del suo gatto viziato e poco socievole, che stavolta si rivelerà essenziale. Ah, dimenticavo… deve anche decidersi a mettere ordine nella sua personale situazione affettiva. Non ci sono grandi vantaggi ad essere Console Onorario Inglese a Venezia, di solito si è afflitti soprattutto da impegni burocratici e seccature, ma almeno la carica gli dà il diritto di avere il pass per il Festival della Biennale e l’invito al vernissage che precede l’apertura ufficiale dell’esposizione nel Padiglione Britannico. Un evento artistico che vede anche la presenza dell’Ambasciatore, arrivato apposta da Roma. Dovrebbe essere l’occasione per una piacevole giornata a base di vino e intelligenti conversazioni con esponenti di livello del mondo dell’arte: artisti, giornalisti e critici. La cornice è impregnata di magia, il cielo è limpido, il sole splende sulla laguna, il clima veneziano a maggio appena tiepido. Superata con il pass Vip la folla che si assiepa all’ingresso, Nathan Sutherland raggiunge il padiglione ma là, dopo il breve discorso di benvenuto di Paul Considine, l’artista che quest’anno rappresenta il suo paese, quando gli invitati cominciano a inoltrarsi all’interno del padiglione, un’unica enorme stanza concepita tutta in vetro, sarà testimone di quello che sembra un tragico e mortale incidente. Un critico, di pessimo carattere ma di fama mondiale, viene decapitato dal cedimento di una ringhiera dell’installazione. Un terribile incidente, fino a quando la polizia trova, nella tasca della giacca della vittima, una cartolina con la splendida opera di Artemisia Gentileschi: Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie (Giuditta che decapita Oloferne). Che si tratti di una coincidenza? Ma questa cartolina sarà solo la prima di una serie. In poco tempo, infatti, arriveranno altre cartoline con risultati letali. La morte di Marat di David, Il trionfo della morte del Dorè e il Martirio di San Sebastiano del Mantegna. Uno dopo l’altro i cadaveri si accumulano.
Nathan Sutherland si dà da fare, indaga e benché Vanni, l’amico della polizia, gli abbia chiesto di stare tranquillo, si ritrova sempre più vicino alla verità, ma anche pericolosamente implicato dall’assassino. Quando anche lui riceve un’immagine della Morte con una falce, non gli resta che buttarsi in una disperata corsa contro il tempo tra calli, campielli, vaporetti veneziani (descritta talmente bene che si può quasi immaginarne la mappa!) per fermare il killer e salvare la propria vita.

Non è stata una sorpresa venire a sapere che Philip Gwynne Jones vive a Venezia, da lui descritta con amore e in modo superbo anche nel suo secondo romanzo. Certo, una città afflitta da tanti problemi, come l’umidità e l’acqua alta, ricca di palazzi che avrebbero bisogno di essere ristrutturati, invasa da turisti che vengono da tutto il mondo per vederla e non la vedono affatto, e piena di opere d’arte, di chiese, di capolavori. L’arte e l’architettura impreziosiscono la trama, mettendo in scena una serie di coreografici ma spaventosi delitti, sullo sfondo della più bella città del mondo. La tensione lievita pagina dopo pagina trascinando il lettore al punto da far pensare che a suo modo l’omicidio possa diventare una forma d’arte. Insomma un thriller venato di sottile humour inglese. Una lettura piacevole e coinvolgente che sarebbe da accompagnare con il prosecco e i cicchetti.

Philip Gwynne Jones è nato nel sud del Galles nel 1966. Ha vissuto e lavorato in tutta Europa prima di stabilirsi in Scozia negli anni ‘90. Lavorava nel dipartimento IT di una grande banca scozzese durante la crisi finanziaria globale. Era a un bivio: poteva voltare pagina e cambiare vita. Philip e sua moglie Caroline lasciarono il lavoro, vendettero l’appartamento e si trasferirono a Venezia in cerca di un futuro migliore e più semplice. Più semplice? Forse. Comunque ora Philip lavora come insegnante, scrittore e traduttore e vive a Venezia con sua moglie. Ama la cucina, l’arte, la musica classica e l’opera.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2018

Ogni volta che devo iniziare il mio contributo al blog mi trovo in difficoltà per la scelta degli argomenti. O parlare di qualche lettura fatta al gabinetto (ma quale tra le millanta di vario genere?), o mandare un saluto a qualcuno, o affidarmi a certi ricordi nostalgicamente pallosi del mio vissuto, soffermandomi su alcuni particolari personaggi (vedi il postino, la pettegola e il prof. di filosofia), o buttarmi, infine, sul presente con qualche battuta più o meno riuscita.
Oggi ho deciso di partire dal blog L’oeil de Lucien di Giuseppina La Ciura “Da molti giorni soffro del “blocco del lettore”. I libri li apro, ne leggo mezza pagina e passo ad un altro. E così via. La causa è evidente. I Gialli Mondadori sono roba da mercatino rionale.
I Gialli inediti degli Anni Trenta pubblicati da Polillo sono rimasugli del passato, routinari e tediosi (il delitto del baronetto nella sua tenuta di campagna, indagine, soluzione ed impiccagione del colpevole). I Gialli moderni, con poche eccezioni, sono un ammasso di corpi squartati che nemmeno Oseghale potrebbe fare di meglio. I romanzi blancs sono illeggibili perché stereotipati e computerizzati. Quelli antichi li ho letti quasi tutti. I romanzi non mi insegnano più niente della vita. Andiamo ai saggi… “
Giuseppina La Ciura mi piace perché sincera, diretta, senza mezze parole e perché ricorda un po’ il Lottino di una volta, (invecchiando sono diventato più morbido, accidenti!). E allora dico a Giuseppina di non buttarsi giù che qualche buon libro si riesce ancora a trovare.

Donne pericolose di AA.VV., Piemme 2006.
Come già scritto tempo fa proprio qui “Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA.VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA.VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?”
Alla fine mi sono deciso. A leggerlo. O rileggerlo… (da lettino psichiatrico).
Trattasi di quattordici racconti. Inutile e faticoso farne un sunto di tutti. Volteggerò leggero in qua e là senza meta e senza un ordine preciso. Tra donne pericolose, come sintetizzato nel titolo e ampliato nella Prefazione citata di Otto Penzler. Per esempio donne affascinanti che giocano con la morte. Lo possiamo verificare sin dall’inizio “Perché non ammazziamo qualcuno?” è la proposta di una bionda “alta e flessuosa” ad un certo Will che di morti ne ha già fatti diversi durante la guerra del Golfo. “Che ne dici di quella ragazza che è seduta in fondo al bancone?”, così, come vittima scelta a caso. Inizio niente male, tra l’altro di Ed McBain. Cosa farà il nostro Will?…
Personaggi nuovi e personaggi conosciuti. C’è Bosch, per esempio, di Michael Connelly, fissato con un certo Seguin e i suoi occhi verdi di assassino. Qualcosa lo tormenta, ancora un dubbio rimasto senza risposta. Deve andare a trovarlo nelle carceri di San Quentin, mentre continua l’indagine su una ragazza uccisa. La voglia spasmodica di sapere… Racconto di guerra nel Laos, il cecchino, una donna che uccide tutti tranne uno, ovvero il personaggio che narra la storia. Perché? Ritmo, movimento, azione, rovello… In forma di lettera delirante la richiesta, da parte di un’amante respinta, del cuore dell’uomo che ha amato quando morirà. E sarà presto “Caro dottor K…”, la loro storia, l’amore, le promesse, la delusione, il travaglio, il diritto di prendersi il cuore…
Ma non facciamola lunga. Sentimenti: odio e vendetta per il tradimento, per il sogno d’amore spezzato della donna. Amore e morte. Racconti vissuti soprattutto dall’interno, un inizio “normale”, pacato, che via via si gonfia fino ad esplodere. Spesso un incontro casuale che potrebbe benissimo svolgersi nella più normale quotidianità a creare imprevedibile catastrofe. Racconti negli abissi dell’animo, dicevo, ma anche intrisi d’azione a mettere in risalto aspetti brutali della vita: soldi, sesso a go-go, sesso estremo, tradimento, follia, scontri, sparatorie, rapine, la decisione improvvisa, a sorpresa, di qualche personaggio, capace di capovolgere completamente le aspettative e la situazione. Ogni tanto uno spiraglio di luce, un momento di riflessione, il passato che ritorna, il ricordo di un volto, di un amore vero a ricondurci verso la perduta “umanità”. Tristezza e dolore.
Personaggi intriganti e inquietanti, a volte al limite dell’assurdo, tutti presi dal loro folle progetto, dalla loro perfida macchinazione. C’è di tutto e di più in questi racconti, ognuno svolto con il proprio stile. Più lunghi, più brevi. Più densi, più secchi o più articolati. Più leggeri e scanzonati o più foschi. In ogni caso terribili. Non tutti alla stessa altezza secondo la forza dei proponenti e gusto del lettore. Ma capaci, comunque, di attrarre, di interessare, di far riflettere, almeno per un momento, su quello che siamo, o che potremmo essere. Sia Donne che Uomini. Pericolosi.

L’ospite di Giorgio Faletti, Einaudi 2018.
L’ospite
Uno scoop giornalistico. È quello che propone Riccardo Falchi al direttore di “Scout”. Previo centomila bigliettoni. Lui sa dove si trova Walter Celi, una star della televisione sparito improvvisamente da quattro anni. Dopo il fattaccio. Dopo che la soubrette italiana Vicky Merlino, durante una serata di uno show, “…era arrivata fino a lui, lo aveva salutato, abbracciato e baciato e poi, con un gesto talmente naturale da parere studiato, era scivolata a terra ed era morta. Morta stecchita.” Nessuno era riuscito a sapere dove fosse. Eccetto lui. Così, per caso, attraverso certe diapositive della nipote Sara appena tornata da una vacanza… Occhio ad un piccoletto con il vestito scuro, la camicia gialla, una cravatta a farfalla rossa e un lecca lecca in bocca che ogni tanto appare…
Per conto terzi
Asti. Un uomo che scende dal treno. Ha preso la sua decisione con una pistola nella tasca destra del soprabito. Poi ecco il Bradipo con due voci. La Voce Buona con la quale saluta, ovvero solo “una specie di maschera sonora.” E la Voce Cattiva che sente dentro. Un guardone tremendo con “gli occhi sporgenti e acquosi”, fissato con il sesso. Ancora un personaggio cercatore di funghi, il trifulan, come viene chiamato da quelle parti, immerso nei pensieri insieme al suo cane, da tartufi, naturalmente. E la scoperta di un uomo impiccato. Lavoro per il commissario Marco Capuzzo che indaga. Suicidio o omicidio?…
Dunque un personaggio dietro l’altro, un “avanti” e un “ritorno” continui, una specie di gioco di scatole cinesi, con l’“ospite” inquietante che si cela nell’ombra, concentrato nel suo obiettivo, a creare sconcerto nel lettore. Personaggi con le loro storie devastanti che rimuginano dentro di loro. Ironia, mistero, l’apparenza che inganna, il Destino che accomuna, il colpo a sorpresa dentro un intreccio ben congegnato.
Giorgio Faletti (1950/2014) è stato comico, attore, cantante, compositore, paroliere. E scrittore. Con Io uccido del 2002 ha venduto cinque milioni di copie solo in Italia e ha confermato il successo con altri libri. Allo stesso tempo esaltato (qualcuno in internet ha scritto che si muove sulla scia di Poe, Lovecraft e King) e stroncato come fosse uno scribacchino. A me pare sia stato scrittore di buon livello e i due racconti sono qui a dimostrarlo.

Il pozzo della morte di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
Vita tranquilla per l’ex ispettore Reginald Wexford in pensione. Si dedica alle letture, gli piace la musica (soprattutto Bach e Händel), visita volentieri le gallerie d’arte, di solito con la moglie Dora. Vita tranquilla. Troppo tranquilla. A salvarlo dalla noiosa routine l’incontro casuale con Thomas Ede (Tom), vecchia conoscenza di poliziotto, ora sovrintendente investigativo. Urge una sua consulenza per un caso di omicidio. Nel pozzo di carbone di una storica villa in stile georgiano a St John’s Wood, ovvero l’Orcadia Cottage, sono stati rinvenuti i cadaveri decomposti di due uomini e due donne non identificabili. Nelle tasche dell’uomo più giovane fili di perle, un diamante e una collana di zaffiri. Sfida accettata con la stessa ansia e la stessa eccitazione di quando aveva cominciato il suo lavoro.
Sfida accettata ma indagine difficile, lunga, a ritroso nel tempo secondo il periodo di morte dei ritrovati, tre deceduti da circa dodici anni, il quarto solo da due. Difficile anche stabilire la loro identità, e dunque incontri e colloqui con i vicini e altri personaggi che attraverso le loro storie suscitano ricordi in Wexford (spunti sulla sua vita, sulle sue letture tra le quali, naturalmente, i gialli con i loro famosi detective, a volte cita pure le stesse parole tratte dai libri, vedi la Bisbetica domata).
Arriva qualche progresso, un indizio che tira l’altro a partire da un quadro con la dicitura “Marc e Harriet in Orcadia Place, di Simon Alpheton 1973”, una macchina americana vista nelle vicinanze, un giro tra i rivenditori di auto e le imprese edili, piano piano la trama che si ricompone, mentre la vita scorre con le gioie e i problemi familiari del nostro (una sua figlia viene accoltellata dal fidanzato).
La Rendell è protesa a delineare il quadro di una società che sta decisamente cambiando. A partire dalla stessa Londra piena di sorprese come le tante zone agresti, la strada a volte squallida e pacchiana oppure seria e dignitosa, un’area colonizzata da mediorientali e asiatici, donne velate o, addirittura, con il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. I continui lavori in corso nella capitale sembrano non finire mai, la gente non conosce più i propri vicini, aumenta la violenza domestica e quella sui gay, di norma lo sfruttamento delle donne di servizio dell’est che spesso finiscono nei bordelli.
È anche nel passeggiare lungo questo ambiente di vita che arrivano i dubbi, gli assilli, i continui rimuginamenti di Wexford, insieme a quelli di Tom. Riflessione, ma anche azione con inevitabile pericolo. Ed ecco il fatto accidentale, il “caso” vero e proprio ad accendere nuova luce fino a quando… la classica spiegazione finale. Fra tanta tristezza qualcosa che va nel verso giusto. La vita continua.

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
“I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Ockley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo.
Ad indagare su questo caso molto particolare l’avvocato Amos Petrie, amico di Masters e dell’ispettore Ripple. Una ben strana coppia. Il primo, “l’ometto”, piccolo e basso, “occhi miopi sotto gli occhiali senza montatura”, mani grosse che strofina su un enorme fazzoletto colorato. Il secondo, invece “alto, pallido e magro”, piuttosto nervoso e dalle orecchie grandi. Dunque il nostro cadavere viene trovato fuori dalla casa nello “Stagno dei gigli” con un’orchidea nell’occhiello della giacca ed una rosa in mano. Che l’assassino sia una donna, oppure trattasi di un perfetto depistaggio?
Indagine difficile, momenti di impasse. Ripple a Petrie “Ho la testa che mi gira. Dato che sospetti di tutti, da dove dovremmo partire, secondo te? Quell’uomo è morto da diverse ore e non abbiamo fatto niente.”. Dunque sospetti, sospetti e sospetti (d’altra parte i personaggi che girano intorno alla vicenda sono diversi), di mezzo situazioni sentimentali, possibili tradimenti, motivi di interesse, debiti, richieste di sostegno finanziario, il classico testamento e, addirittura, una storia poliziesca dal titolo “I milionari devono morire” (guarda un po’). Allora un ritorno accurato sul luogo del delitto e qualcosa che può rivelarsi utile: una impronta di stivale, un mozzicone di sigaro, una siringa.
Peculiarità di Amos Petrie è la sua buffa analogia tra il crimine e la pesca, tra la maniera di affrontare il post-delitto dagli stessi assassini e le caratteristiche istintive di certi pesci come la carpa, il persico, la tinca, il ghiozzo, il barbo. Pesca e birra a lui assai gradite. Poi l’idea che si fa sempre più chiara nella mente del piccolo avvocato, basta un semplice processo di eliminazione dei sospettati e un trucco (la “tattica d’urto”) per smascherare l’assassino. Scrittura accurata, personaggi ben delineati, due piantine del luogo del delitto a chiarire meglio la situazione. Andamento lento. Sonnacchioso. Forse troppo. E qualcosa di già conosciuto.

Un giretto tra i miei libri
L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.
Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

LCSI: morte sulla luna di Steven Harper, Mondadori 2009.
Tenetevi forte!
Si parte con un morto. Con un morto ammazzato, si capisce. Un morto ammazzato senza nome. Non identificabile. E il luogo dove è stato ucciso non è quello in cui è stato trovato (un classico). A indagare Noah Skyler, studente di criminologia e agente dell’LCSI (Luna City Special Investigation). Ventisette anni, figlio di mezzo di sette fratelli, bella presenza, esperienze di teatro (si esibirà anche qui), un po’ imbranato nel camminare (deve adeguarsi alla pressione della luna).
Abbiamo la dottoressa Karen Fang, una specie di Kay Scarpetta, poi c’è Linus Pavlik ispettore capo dell’LCSI e altri personaggi che troverete cammin facendo come la bella ragazza Ilene Hatt che, insomma, affascinerà il nostro eroe…
A fare compagnia all’individuo assassinato ne verrà un altro e poi…e poi i responsabili vanno scoperti alla svelta per motivi economici (Luna City deve attirare turisti e non ha bisogno di una cattiva pubblicità).
Non manca l’amore, l’attrazione, un pizzico di sesso (occhio all’ottovolante), il dubbio, l’assillo, l’introspezione psicologica e le novità tecnico-scientifiche che possono esserci in un mondo futuro. Il tutto bene amalgamato senza esagerazioni di sorta in un senso o nell’atro tipiche di certi mallopponi che vanno tanto di moda. Prosa che scivola via in modo naturale.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Lupo mangia cane di Nora Venturini, Mondadori 2018.
Sembra proprio che i morti ammazzati si divertano ad attraversare la strada di Debora Camilli, al lavoro con la macchina Siena 23, tassista per necessità e detective per vocazione. Infatti, anche in Lupo mangia cane (secondo episodio della serie di Nora Venturini che la vede protagonista) proprio una fredda sera di novembre, mentre ha appena scaricato un gruppo di uomini d’affari milanesi davanti alla stazione Termini, sente dire che a via Marsala, poco lontano da là, è appena stato ritrovato un cadavere. Come può resistere al richiamo della foresta? E, visto che è attratta da morti e feriti come un’ape sul miele (e in quei casi diventa puntuale come un orologio svizzero), riesce ad arrivare al volo e intrufolarsi sul luogo del delitto…
Debora Camilli si conferma un personaggio particolare, anticonformista, maschiaccio, scatenata e perennemente incasinata. Tanto forte quanto fragile, piena di voglia di tenerezza, euforica e subito dopo depressa, determinata, testarda, furba, intuitiva, bugiarda. Irrimediabilmente ritardataria, scombinata ma decisamente brava per quello che vorrebbe fosse il suo lavoro, ha superato gli esami di vice ispettore di polizia, ma con la improvvisa morte del padre ha dovuto mettere da parte il diploma per dedicarsi al taxi di famiglia. Lei, generosa amica confusionaria ma sempre con il cuore in mano, anche quando il voler far troppo e la mancanza di sonno le impediscono di mantenere le promesse. Giallo ben articolato che riesce a incuriosirci e con un finale non scontato.

L’ultimo testimone di Simon Scarrow e Lee Francis, Newton Compton 2018.
L’agente speciale dell’FBI Rose Blake è entrata nella tana, lo splendido chalet di caccia, di Shane Koenig, il macabro e crudele serial killer cannibale che cattura le sue vittime, le sevizia e poi le uccide, straziandole. Per farlo, la Blake ha usato gli stessi metodi che finora hanno garantito l’impunità del criminale. Lei e la sua squadra l’hanno individuato nel dark web, il lato oscuro di internet del quale il mostro si serviva per irretire le sue vittime, e gli hanno lanciato l’amo. Koenig ha abboccato all’esca, ma all’ultimo momento qualcosa della trappola accuratamente preordinata non ha funzionato…
Un romanzo, L’ultimo testimone, denso di idee e considerazioni lucide e intelligenti, con un’eroina buona e comprensiva ma costretta a confrontarsi con un mortale nemico che niente e nulla sembra poter fermare.

Il superstite di Massimiliano Governi, e/o 2018.
Il superstite è un romanzo breve, un noir dal titolo inquietante, parlante. Il narratore, che poi è il Superstite, è il protagonista di una storia terribile, ambientata – almeno pare – nel Nord Italia. Una mattina, alle otto e mezzo, il Superstite, che vive centocinquanta metri più in là, passa davanti alla casa dei genitori, vicina all’allevamento dei polli di suo padre. Stranamente le luci del giardino sono ancora accese e le imposte sbarrate nonostante sua madre abbia l’abitudine di svegliarsi molto presto e dar aria alla casa. Da sotto la porta d’ingresso esce un torrentello d’acqua. Un guasto? Perplesso, preoccupato, il Superstite entra lasciando la bambina nell’ingresso ad aspettarlo e scopre lo spaventoso massacro: padre, fratello, sorella, madre, uccisi, colpiti a morte. La sua famiglia era semplice, non certo abbiente, una famiglia di piccoli imprenditori campagnoli. Chi ha commesso un tale spietato delitto? E perché?…
Con scrittura affilata, tagliente e durissima, senza fare sconti ai sentimenti, Massimiliano Governi ci racconta di un uomo solo, devastato nell’anima da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare ad avere normali rapporti con i suoi affetti familiari, una specie di naufrago, un reietto che stenta a ritrovare il suo posto nella vita, in preda a incubi che non smettono mai di ossessionarlo, alla forse vana ricerca di una sconosciuta verità. Una favola nera ma di una disarmante realtà, una storia che, nella sua gelida ferocia, è precisa nei dettagli quanto volutamente indefinita nelle ambientazioni. Ci sono l’Italia, la Serbia, gli Stati Uniti, ma tutto potrebbe essere accaduto altrove…. ovunque? “Tutto può sembrare vero o falso allo stesso tempo”.

Kiss me first  di Lottie Moggach, romanzo già pubblicato in Italia, torna in libreria con il nome Prendi la mia vita (Nord, 2018) in occasione del prossima proiezione della serie inglese Kiss me first, distribuita da Netflix.
Una partenza da thriller, con un prologo denso di tensione che anticipa quella che sarà la scena madre della storia. Due donne stanno parlando via skype. Sono a Londra e noi possiamo vederne solo una che piange e ammette di avere paura. L’altra invece parla con voluto distacco di un piano da portare a termine. Alla fine le due si dicono addio per sempre. Dopo questa misteriosa anticipazione, la storia passa in Spagna, in una comune, e la voce narrante, la donna invisibile del prologo, si chiama Leila, è arrivata là da Londra per cercare l’altra donna della conversazione che si chima Tess ed è sparita. Leila non sa se Tess sia in Spagna, se sia ancora viva o se, come voleva fare, si sia suicidata. Mentre la cerca tra la gente ospite della comune, scrive sul suo computer portatile rivelando man mano tutta la loro storia…
Prendi la mia vita, della giornalista inglese Lottie Moggach, ha fatto parlare molto di sé nel Regno Unito, immagino per l’attenzione che dedica a due temi oggi molto discussi: l’eutanasia e la crescente tendenza di troppe persone a vivere ogni aspetto della propria vita attraverso Internet. Il romanzo poi inventa un traumatico e possibile nesso tra questi due temi: se le nostre vite sono diventate così cibernetiche da risultare interscambiabili, la nostra identità potrebbe essere rubata da chiunque, e una persona morta potrebbe continuare a vivere all’infinito o quasi nel cyberspazio? E ancora una volta un romanzo mi costringe a porre la solita pericolosa domanda: è possibile arrivare a questo totale coinvolgimento mentale con l’web? Insomma vivere praticamente solo e per Internet?

Torna in libreria Marcello Simoni con Il patto dell’abate nero, Newton Compton 2018, seconda puntata della nuova e dirompente Secretum Saga, ambientata nel Quattrocento, con Tigrinus in veste di protagonista (eroe di professione e ladro per scelta), azzeccato mix di avventura e feuilleton salgariano/dumasiano di colto respiro storico ambientale. E ci propone un lungo ma intrigante e spericolato viaggio che porterà il nostro eroe dalla chioma zebrata dalla Firenze di Cosimo de’ Medici ad Alghero, e da là lo costringerà a spingersi a costo della vita fino a uno sperduto monastero nelle riarse alture dell’interno della Catalogna…
L’indovinata ricetta delle sue storie sta nel sapiente mix di alcuni tra i più coinvolgenti generi narrativi: il romanzo di cappa e spada (e dunque avventure, tradimenti e intrighi), il cuore dei romanzi gotici inglesi (con sotterranei, agguati, misteri) e il coup de thèatre del classico poliziesco con l’affannosa attesa del finale e la soluzione. Stavolta con Il patto dell’abate nero ci ha fatto correre tra Firenze, la Sardegna, la Francia, e la Catalogna sulle tracce di un favoloso tesoro per cui già molti hanno perso la vita. Tiriamo il fiato! Alla prossima!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Questa volta andremo in missione con Geronimo alla ricerca del cuore della felicità! È stato svegliato dal canto del drago dell’arcobaleno, perché trovi questo cuore che manca nel paese di cristallo in cui vivono. Insieme a lui, al drago e ad altri amici (lo scarafaggio Oscar, un unicorno alato, una principessa muta, un camaleonte), visiteremo un sacco di paesi diversi: quello dei giocattoli, dei dolci, dell’oro, delle fiabe, degli orchi. Sarà un viaggio bello ma anche pericoloso. Il drago viene ferito da una freccia avvelenata scagliata dagli orchi, ma l’antidoto si trova nella foresta delle streghe. Riuscirà Geronimo a trovarlo? E riuscirà a vincere le streghe? Ma, soprattutto, riuscirà a trovare il cuore della felicità?…
Venite con noi e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti (e buone vacanze da tutti noi!)

La Debicke e… Il giallo di Montelepre

Gavino Zucca
Il giallo di Montelepre
Newton Compton, 2018

Benvenuti nella “Sardegna dei misteri” degli anni Sessanta, con un altro caso scottante per il tenente Giorgio Roversi, bolognese DOC trasferito, o meglio sbattuto, in Sardegna per motivi disciplinari.
1961. Siamo a Sassari, dieci giorni prima di Natale. Sono passate poche settimane dall’arrivo in Sardegna del tenente Giorgio Roversi, bolognese laureato in fisica, fanatico della scorza di cioccolato e di Tex Willer. Poche settimane colme di avvenimenti nelle quali Roversi, che si è messo subito di buzzo buono per imparare la lingua del posto, è persino riuscito a risolvere un misterioso omicidio con l’aiuto della Squadra Speciale, formata dai suoi impagabili nuovi amici di Villa Flora: il padrone, Luigi Gualandi, ex ufficiale veterinario dell’Arma (anche lui cultore di Tex) e Caterina, la bella governante della tenuta.
Natale si avvicina, ma a Villa Flora è tutto un fiorir di rogne. Due preziosi lenzuoli sono spariti, il capanno degli attrezzi è nel caos: qualcuno ha buttato per aria i sacri bulbi di donna Brunilde (moglie tedesca di Gualandi) e rubato il sacco di patate da friggere pronte per la semina. Rimedia, la nipote del gestore tuttofare Michele, è sicura che si tratti del fantasma che protegge il tesoro che, secondo un’antica leggenda, fu nascosto nella villa dai Gesuiti. Luigi Gualandi invece è sicuro che qualche ladruncolo si diverta e faccia man bassa a sue spese. Interpella così l’amico Giorgio Roversi affinché lo aiuti a sbrogliare la situazione. Il tenente arriva in suo soccorso, ma al suo rientro in caserma deve andare a constatare un omicidio: Millomì, sbandato e confuso reduce del fronte russo diventato un barbone ma ben tollerato in città, è stato ritrovato morto in una piazza del centro storico. Qualcuno gli ha fracassato la testa con una pietra. Subito si pensa che a ucciderlo sia stato un altro barbone, Barrasò, con cui era venuto alle mani pochi giorni prima. Il caso pare semplice: una testimone ha addirittura visto il presunto omicida che sottraeva qualcosa dalle tasche della vittima, ma Barrasò ha fatto perdere le sue tracce. Si scatena dunque la caccia all’uomo, anche se alcuni indizi suggeriscono a Roversi che la verità sia da ricercare altrove. E, nonostante le pressioni del capitano Armani, suo superiore, che spinge per chiudere in fretta il caso, allarga le indagini. La piazza e il bar, tipici posti di ritrovo dei sassaresi, rappresenteranno succose fonti di informazioni. Ma Roversi deve anche confrontarsi con i fantasmi del suo recente passato bolognese, evocati dall’arrivo dell’amica Flavia Lanzarini che è venuta a chiedere il suo aiuto. Pur passando in secondo piano, però, i misteri di villa Flora non verranno trascurati, anche perché continuano a infittirsi e ad arricchirsi di nuovi strani particolari! Ai furti dell’ipotetico fantasma si aggiunge una misteriosa invasione di gatti gialli che coinvolgerà anche altre case della zona e, altro mistero, la comparsa al bar di un inquietante e pericoloso figuro: il pindacciu (lo jettatore). Possibile che l’arrivo in città di questo personaggio foriero di sventura sia legato agli ultimi avvenimenti? Jella delle jelle, viene rinvenuto anche un secondo cadavere. Roversi ha davvero poco tempo per agire, ma per scoprire la verità dovrà tornare indietro nel tempo seguendo gli indizi disseminati ovunque con l’aiuto di Luigi Gualandi e della sua Squadra speciale, formata dalla famiglia di Villa Flora allargata, prima che l’assassino riesca a farla franca. Le ultime pagine lasciano aperti molti interrogativi anche squisitamente logistici: appuntamento alla prossima puntata! In Sardegna? Oppure?

Nella Sardegna degli anni Sessanta, fra antiche tradizioni, leggende locali, credenze popolari, sapori particolari che fanno venire l’acquolina in bocca e paesaggi unici, si snoda una trama popolata da una brillante carrellata di personaggi, che mischia i toni tipici impegnati del genere poliziesco al sorriso. Ma Il giallo di Montelepre ci fa anche ripercorrere gli anni bui del Fascismo e riflettere sui brutti giorni legati alla sua fine. Dopo il 25 Aprile 1945, ovunque in Italia e anche in Sardegna la barbarie prese il sopravvento. Bisognava dare una lezione, pareggiare i conti con i gerarchi e le camicie nere che, per più di vent’anni, avevano tenuto l’isola sotto il tallone dei loro stivali…

Gavino Zucca è laureato in Fisica e Filosofia ed è specializzato in Progettazione di Sistemi Informatici. È nato a Sassari nel 1959 e vive a Bologna.

La Debicke e… L’uomo sbagliato

Salvo Toscano
L’uomo sbagliato
Newton Compton, 2018

Palermo. Cosimo Pandolfo è in prigione, condannato a trent’anni per l’omicidio di Giovanni Cannizzaro, ucciso, secondo l’accusa, per banali questioni di vicinato. Ci sono uomini cattivi in giro per il mondo. E Cosimo Pandolfo era stato a lungo uno di loro. Beveva smodatamente, picchiava la moglie davanti al figlio bambino, non si controllava. Insomma un disgraziato, poco più che una bestia. Ma Cosimo Pandolfo, anche se violento e dedito all’alcol, si è sempre dichiarato innocente del delitto che l’ha mandato in galera. Solo suo figlio Filippo, allora dodicenne e ora uomo fatto, gli crede e addirittura da tre anni ha aperto un sito internet per provare l’innocenza del padre. E quando una testimone, quasi in punto di morte, lo chiama per raccontargli la sua verità, che potrebbe scagionare Cosimo, il ragazzo chiede l’aiuto dei fratelli Corsaro, famosi per aver saputo sbrogliare casi molto difficili. Se davvero saltasse fuori qualcosa di nuovo si potrebbe azzardare a chiedere una revisione del processo, ma per poterlo fare servono prove e per trovarle bisogna mettersi in gioco.
Fabrizio Corsaro, giornalista di cronaca nera, e Roberto Corsaro, avvocato penalista, indagheranno entrambi, seppur seguendo piste diverse, e arriveranno a scoperchiare un calderone di segreti, falsità e brutali violenze che rimandano fino all’Iraq, ai contractors e a certi spaventosi orrori legati al terribile dopoguerra mediorientale. Ma i due fratelli Corsaro non si fermeranno e, per affrontare un avversario pericoloso e senza scrupoli, dovranno persino mettere a rischio la loro vita e quella dei loro cari.
Salvo Toscano sceglie ancora Palermo, la splendida città siciliana, disincantata ma di indiscusso fascino, che ritrae con pacata ironia anche nei suoi lati più sinistri, per ambientare la nuova indagine dei fratelli Corsaro.
Le voci di Fabrizio e Roberto Corsaro si alternano nella narrazione offrendo due punti di vista diversi e decisamente distanti della stessa storia. Non potrebbe essere altrimenti: Fabrizio è istintivo, confusionario, una specie di moderno Casanova con le paturnie mentre Roberto è uno stimato avvocato, riflessivo, preciso e irreprensibile padre e marito. Ma si completano a vicenda e insieme ce la faranno a creare una testa d’ariete in grado di sfondare e ottenere dei risultati. Il giallo di Salvo Toscano, con lo scopo di rimediare un’odiosa ingiustizia, mette sul tavolo certe realtà di compagnie militari private coinvolte nella storia rimandandoci ai traffici internazionali, alle guerre, all’Iraq, allo sfruttamento delle prostitute bambine, alle efferatezze di torbide e turpi conseguenze del conflitto. Tra realtà e finzione, avvalendosi di un umorismo colto e misurato (divertenti e gustosi alcuni particolari, cito a memoria: la stupenda definizione “opera di un archistar” per presentare un moderno orrore edilizio e quella irresistibile di “faccia anale” pronunciata dall’insostituibile aiutante dell’avvocato invece di “faccia di c…”) che alleggerisce il coinvolgimento emotivo di protagonisti e lettori, alla fine Salvo Toscano ci rivela una amara e povera verità. Tutti purtroppo possono diventare cattivi e in qualche modo provocare grande dolore con le proprie scelte.
L’uomo sbagliato è un legal thriller ben congegnato, nato da un mix sapientemente calibrato di elementi narrativi sfiziosi e con un imprevisto sviluppo che intriga. Un giallo con due protagonisti, i fratelli Corsaro, e la loro vita sia pubblica che privata. Non hanno e non avranno mai l’animo da eroi, hanno entrambi umane debolezze che parrebbero renderli più fragili e invece hanno l’innata e pericolosa tendenza a non voler accettare l’ingiustizia e il male.
Salvo Toscano, autore di quella che ormai è diventata la saga dei fratelli Corsaro, è considerato uno degli autori emergenti della “scuola palermitana” del noir. È giornalista e autore dei romanzi Ultimo appello, L’enigma Barabba e Sangue del mio sangue. È stato semifinalista al Premio Scerbanenco e finalista al Premio Zocca Giovani. Con Newton Compton ha pubblicato Insoliti sospetti, Falsa testimonianza e Una famiglia diabolica.

La Debicke e… Il segreto del commendator Storace

Renzo Bistolfi
Il segreto del commendator Storace
TEA, 2018

Sapore piacevolmente vintage per Il segreto del commendator Storace, romanzo “luciferino” con cui Renzo Bistolfi torna in libreria, romanzo che potrebbe avere come sottotitolo: morire proprio al momento sbagliato.
Il ricco e malandato commendator Lisandro Storace da settimane sembra che stia per morire; ormai si contano innumerevoli i salvifici interventi in extremis del dottor Cabella e i tentativi di estreme unzioni impartiti da Monsignor Malacalza, chiamato di corsa quando la fine sembrava vicina ma, ogni volta, questo novello Lazzaro pare risuscitare miracolosamente. E ora, dopo un ultimo inimmaginabile recupero, ha convocato per una merenda domenicale dell’ottobre 1957, nel suo grande ed elegante appartamento di Sestri Ponente pieno di opere d’arte, l’arciprete monsignor Malacalza, il cavalier Damonte, amministratore dei suoi beni, il maresciallo Galanti e due stravaganti vicine di casa. Con il dichiarato scopo di rivelare a tutti loro qualcosa. Ma aspettava forse qualcuno? Perché per organizzare questa pubblica rivelazione ha fatto anche arrivare in transatlantico da New York l’unico pronipote, fino a quel momento assolutamente ignaro della loro parentela. Insomma sembra che non voglia morire senza aver prima raccontato il suo segreto. Ma quale importante rivelazione dovrà mai fare? Potrebbe riguardare l’increscioso accaduto di dieci anni prima, quando la giovane e bellissima moglie del commendatore, in uno dei suoi frequenti attacchi di rabbiosa paranoia, ha abbandonato precipitosamente il tetto coniugale, senza poi dare mai più notizie di sé. Da quel momento il marito, il commendatore, si è chiuso in casa, lasciandosi sopraffare da uno stato di prostrazione. Ma, proprio quando Lisandro Storace è finalmente pronto a parlare, zac muore, lasciandoli tutti a bocca aperta e con un palmo di naso.
Il pronipote Nicolò, detto Nick, giovanissimo (23 anni) alto, magro, remissivo ma molto curioso, vorrebbe scoprire cosa c’era di così segreto nella vita di quel prozio, appena conosciuto. Doveva essere importante se il commendatore aveva organizzato tutto quel circo e, superando la sua timidezza, decide di indagare. Fa domande tra le persone più vicine allo zio, passeggia tra i vicoli, dove raccoglie confidenze e sussurri, e poco per volta riesce a mettere insieme i primi pezzi del variopinto puzzle legato al microcosmo di affetti che circondava il vecchio commendatore, pur andando incontro a strane disavventure. Ma lui testardo va avanti a ogni costo, evitando d’un soffio misteriosi vasi che piombano giù dai balconi, incappando in rischiose scivolate sui binari del tram, senza lasciarsi fermare da lettere anonime e brutte bronchiti che non vogliono guarire. Evidentemente qualcuno vorrebbe che il famoso segreto restasse sepolto per sempre con il commendator Storace. Insomma il romanzo gira tutto attorno a “quella faccenda là….”, il segreto di cui nessuno vuole o può parlare, ma che a poco a poco verrà rivelato in un crescendo di atmosfere e situazioni che rimandano ai mistery di Agatha Christie.
Molto godibile l’affollato palinsesto di personaggi maggiori e minori, una calibrata polifonia di voci capace di evocare immagini autentiche, sepolte nella memoria dando piacevolezza alla narrazione divertente e dal sapore antico. Un raffinato noir di provincia che riesce a riportarci in un mondo d’altri tempi.

La Debicke e… Penelope Poirot e l’ora blu

Becky Sharp
Penelope Poirot e l’ora blu
Marcos y Marcos, 2018

Fate, fatine deluse, streghe impenitenti, orchi-mandrilli di provincia, ninfe che cantano nell’ora blu: il nuovo mystery con Penelope Poirot e Velma Hamilton è fatato. Una favola nera da brivido che rischia di ripiombare Velma Hamilton in uno strano mondo irreale denso di timori e angosce puerili. Mai tornare nei luoghi dell’infanzia a troppo tempo di distanza: amari ricordi, rivalse, rancori e sopraffazione rischiano sempre di falsare il giudizio. Oppure?
Becky Sharp sceglie, come palcoscenico per la terza avventura della sua eroina, un tranquillo borgo dominato da un castello, in bilico tra Liguria e Piemonte. Là la dama locale, Edelweiss Gastaldi, potente e rinomato personaggio universitario, organizza nella sua villa un convegno sulle fiabe. Per Penelope Poirot è un piacevole diversivo rallegrato anche dalla presenza di Francis Trevers, accademico in esilio e suo cavalier servente. Per Velma Hamilton, la sua fida segretaria, invece rischia di trasformarsi in uno sgradito tuffo nel passato: la villa è a Corterossa, paese di origine dei suoi nonni italiani, che ha rappresentato la meta di tutte le estati della sua infanzia. Velma non vuole tornare là, dove allora attendeva e sperava nelle fate. Ciò nondimeno andranno per trovare un’ospitalità molto sui generis e un’atmosfera ben poco idilliaca. Prima del convegno però ci sarà una grande festa dedicata al paese, con tutti gli ospiti della padrona di casa, organizzata vicino al lago, quasi con i piedi nell’acqua tra gli intensi profumi di carni arrostite sulle griglie, piatti sopraffini e spari dal bosco che accolgono il crepuscolo, facendo levare un volo di colombe. Ma proprio sul più bello, quando finalmente si vorrebbe mangiare la torta e brindare, c’è una testa che cade…
Con il sangue dell’antenato detective che le scalpita nelle vene, Penelope Poirot scoprirà alla svelta che tanti, troppi, detestavano la vittima. Il cavalier servente, la dottoranda mascolina, la servitù, il Cristo boscaiolo… Insomma, tutti coloro che bene o male gravitano intorno alla villa; ma anche Velma? Sì, anche Velma.
Sola contro tutto e tutti, Penelope Poirot percorrerà caparbiamente ogni pista, scartando quelle false e ingannatrici, fino alla rivelazione, un vero gran finale, in riva al lago, nell’ora blu, in quel momento della giornata dove la luce cede il passo alla notte e dove forse il tempo non esiste più.
Dopo esserci godute le due precedenti italianissime avventure di Penelope Poirot e della sua assistente Velma Hamilton, la prima sulle colline toscane, la seconda approfittando del sole e del mare di Portofino, aspettavamo la terza che finalmente è arrivata. È arrivata e, come ci aspettavamo, ci ha piacevolmente colpiti, ma in un certo senso anche messi sottosopra. Stavolta infatti la nostra Becky Sharp, britannico pseudonimo di Silvia Arzola, italiana puro sangue, traduttrice e brava scrittrice per i più piccoli, servendosi maliziosamente di continui cambi di punti di vista, pur lasciando spazio ai canoni del giallo classico (affidando a Penelope Poirot l’arduo compito di sostenere la fiamma dell’indagine), dà più corposità e risalto al colto fluire della narrativa, travolgendoci in un turbine di fantasia. Fantasia che non le impedisce però di far salire sul suo nuovo magico palcoscenico le sue classiche eroine, di dedicare largo spazio alla costruzione di una ricca serie di personaggi e di approfondire con intensa e pericolosa voluttà i loro profili psicologici. Tutti, e dico tutti, condividono a tratti elementi fatati e di stregoneria che inquietano.
Le protagoniste, come nelle precedenti storie, sono loro, la “poliedrica” Penelope Poirot (che, dopo esser stata valente critica enogastronomica e affermata scrittrice, ora si è ritagliata il ruolo di creatrice di aforismi) e la sua assistente Velma, italo-inglese e anarchica da parte di nonno. Ma in questo romanzo la scrittrice ci regala un nuovo sconosciuto ed esoterico aspetto di Velma. La trama del terzo capitolo infatti è basato sul passato dell’assistente di Penelope, l’“inglese” (come la chiamavano e la chiamano tuttora gli abitanti di Corterossa) e proprio nel passato di Velma troveremo certe risposte al suo futuro. Penelope Poirot, invece, è sempre lei, la protagonista per eccellenza, boriosa, sarcastica, superiore e sempre pronta a criticare. Però stavolta è costretta a lasciare molto spazio a Velma e ai suoi ricordi di vita. Gli altri, i tanti co-protagonisti, servono soprattutto a far risaltare la vera star di questo romanzo: Edelweiss Gastaldi, una donna ricca e potente che riesce a dominare con prepotenza la popolazione di Corterossa. Un personaggio indovinato, l’unico in grado di fronteggiare Penelope Poirot, in uno scontro alla pari, tra titaniche forze quasi uguali.
Becky Sharp. Se le chiedi cosa fa, Becky Sharp ti dirà di essere un’avventuriera della parola scritta e vanterà le sue prodezze da redattrice, copy e traduttrice. Millanterà nobili natali nel regno della filosofia e della critica letteraria. Non paga, insinuerà di essere scrittrice, misteriosa e altresì tradotta oltralpe. In realtà si sospetta che si dedichi ad attività sedentarie e che nei libri, soprattutto, si nasconda.
Marcos y Marcos ha pubblicato Penelope Poirot fa la cosa giusta, Penelope Poirot e il male inglese e Penelope Poirot e l’ora blu.

La Debicke e… I bambini delle Case Lunghe

Corrado Peli
I bambini delle Case Lunghe
Fanucci Time Crime, 2018

1985. A Case Lunghe, un quartiere della frazione di San Felice dove tutti si conoscono, la vita scorre lenta, sempre uguale e i bambini, una banda unita composta da Davide, Carlo, Eleonora, più grandi, ai quali si aggregano Laura e Nunzio, più piccoli e paurosi, crescono sognando meravigliosi viaggi a bordo di una obsoleta e non più in grado di marciare 131 Fiat. Una banda di amici che scorrazza in bicicletta per le campagne della bassa bolognese. E nei lunghi e assolati giorni di vacanza, esplorano i dintorni e, inseguendosi per le stradine dei campi in cerca di emozioni forti e improbabili avventure, azzardano qualche misteriosa puntata in ville della zona che si dicono abbandonate. Poi ci sono i raduni festaioli, gli scontri intrapresi e irrisolti con una banda di ragazzi più grandi. E poi c’è don Gaetano, il gigantesco e pragmatico parroco capace di tenere in riga tutto, anche quando ogni cosa sembra dovere andare in pezzi. Don Gaetano che ama talmente i suoi ragazzi da non esitare a mettersi in gioco.

La storia, un gran bel noir che si nasconde tra le nebbie della “Bassa”, si sviluppa in due epoche: il 1985, con i flash back che rimandano a quando i protagonisti erano bambini, e il presente, il 2016, con quei bambini diventati adulti, chi restando a vivere a Case Lunghe, chi trasferendosi in città. Ma cosa è veramente accaduto in quella lontana notte del 1985? Qualcosa che ha segnato per sempre il loro destino e che, più di trent’anni dopo, li costringerà ad affrontare se stessi. Ci sono Carlo, che allora era rimasto orfano e che ha scelto di fare l’agricoltore nella piccola azienda di famiglia, Eleonora, che ha interrotto la sua carriera di avvocato per tornare a gestire la locanda paterna, e Davide, che ha avuto gran successo e oggi è assessore regionale. Ma ci sono anche Laura e Nunzio e le loro scelte forzate e non. E il muscolare ricordo di Don Gaetano. Ma quei silenzi, quegli orizzonti bassi, quelle nebbie che sembrano non diradarsi mai custodiscono segreti inconfessabili, violenze soffocate nel perbenismo, passioni proibite consumate e rinnegate, silenzi ottenuti con il ricatto… Finché un gruppo di bambini si è ribellato tragicamente, creando un nuovo ordine che pareva durare. Ma, trentun anni dopo, l’arrivo di don Stefano Vitali, inviato a San Felice per dirimere i particolari burocratici di un ingente lascito alla parrocchia della frazione, fa riemergere dal passato i cupi contorni di un dramma che avrebbe dovuto essere dimenticato per sempre. L’ambientazione di I bambini delle Case Lunghe è uno dei maggiori punti di forza di questo romanzo. Una ambientazione bucolica che oggi non è più attuale, ma che invece più di trent’anni prima era ancora vera e tangibile. Allora a quaranta km da Bologna si respirava un’altra aria, la mentalità, le abitudini e le priorità della gente erano altre, diverse. La Case lunghe facevano parte di San Felice, un paesino dove il gigantesco e adorato parroco don Gaetano dettava legge, raddrizzava torti, puniva misfatti e riusciva a far girare lo sguardo anche al maresciallo dei carabinieri. I bambini delle Case Lunghe a piedi e in bicicletta fendevano quella loro personale nebbia fatta anche di incoscienza, ignoranza e omertà che poi era la stessa acquisita, vissuta e accettata dai loro genitori. Tutti volutamente inconsapevoli delle possibili conseguenze e alla fine forse spingendosi troppo oltre. Quei bambini però oggi non sono più gli stessi, sanno che niente potrà essere come prima, anche se molti hanno lasciato che la nebbia annacquasse il passato. Ma se Don Gaetano, che ama i suoi ragazzi e che cerca di proteggerli prima di tutto da se stessi, sapeva e ha taciuto, ora chi mai potrà dire?
Da leggere.

La Debicke e… Questa sera è già domani

Lia Levi
Questa sera è già domani
Edizioni E/O

Genova. Alessandro è un ragazzino precoce, figlio e nipote unico di una famiglia che lo vorrebbe genio; soprattutto sua madre, moglie delusa, inquieta e inappagata, vorrebbe approfittare del successo del figlio per riscattare idealmente se stessa. Alessandro è nato in seno a una famiglia ebraica, particolare a cui nessuno ha mai prestato troppa attenzione, anche perché i suoi non sono praticanti. Ma è nato in Italia e nel momento sbagliato, perché presto arriveranno gli anni bui delle leggi razziali. La famiglia è composta da suo padre Marc, straniero, abile gioielliere e tagliatore di diamanti di origini olandesi e passaporto inglese, gli altri, sua madre Emilia, gli zii Osvaldo e Wanda, nonno Luigi e zii, cugini italiani. Un padre molto equilibrato ma condizionato delle fobie della moglie, uno strano nonno che sa tante cose, degli zii incombenti ma consolanti, e dei cugini ribelli che vanno e vengono. Quanto è lecito restare invischiati in ciechi interessi personali nel momento in cui la storia si sta confrontando con i suoi inesorabili problemi? Come può essere giusto volere restare a ogni costo nel paese dove ci sono parte delle tue radici quando è prudente, anzi urgente, fuggire? Perché poi, quando è troppo tardi, non si è approfittato dell’occasione offerta e si è perso il momento giusto, cosa fare? Ci sarà un paese ancora pronto ad accoglierti? Quando un crudele burattinaio muove dall’alto i fili dei diversi destini e si vanno a intrecciare i dubbi, le passioni, le debolezze, gli slanci delle marionette coinvolte nell’epocale tragedia di una popolo. Una vicenda vera che man mano si trasforma in calvario, vissuta con disperazione e coraggio, Questa sera è già domani, pur ricreata e rivista avvalendosi di quell’intimo filtro che si chiama pudore dell’anima e che ci rimanda a un tragico recente passato, è ispirata a una storia vera, alle vicissitudini di una famiglia ebrea italiana dalla metà degli anni Trenta fino al 1943. Dal giorno in qui la loro serena quotidianità viene irrimediabilmente cambiata e stravolta dalle indegne leggi razziali. Alle quali faranno seguito incredulità, ingenuità, che troppo presto dovranno invece confrontarsi con rabbia, pericolo e paura.
Lia Levi riprende la storia di suo marito, il giornalista Luciano Tas, tra i fondatori del mensile ebraico Shalom, scomparso nel 2014. Luciano Tas, come Lia Levi, era solo un bambino quando dovette vivere sulla propria pelle l’obbrobrio della persecuzione razziale. A lui si ispirano, tra realtà e finzione, le vicende di Alessandro e della sua famiglia. Ma quando nel 1938 in Italia vengono promulgate le leggi razziali, nulla sarà più come prima. Come e con quali reazioni interiori chi ne è toccato può reagire? Il giorno prima Alessandro era pronto a tornare a scuola. Ma ora il fatto di essere nato ebreo stravolgerà la sua vita, interromperà la solida quotidianità. Perché non potrà più frequentare il ginnasio, e nessun’altra scuola pubblica. Il fatto di essere ebreo dovrà essere scritto sui documenti e messo in mostra sui vestiti. Nessun italiano ebreo potrà più lavorare per lo stato, avere una propria attività, possedere dei beni immobiliari… Tematica storica e morale di cui non si è detto e scritto mai abbastanza. Le notizie austriache e tedesche sono pessime, ciò nondimeno in molti, troppi, si illudono ancora che gli italiani siano diversi, che Mussolini non si comporterà mai come Hitler, che gli ebrei in Italia sono al sicuro, che l’Italia non entrerà mai in guerra… Ma Alessandro per primo capirà presto che non è così. E come lui, pian piano a caro prezzo anche i componenti della sua famiglia. Però, quando le cose iniziano a precipitare, come arrangiarsi e sopravvivere, arrancando in un mondo che tenta in tutti i modi di annientarti? Ci sarà qualcuno disposto a ribellarsi di fronte ai tanti spietati sbarramenti? In questo nuovo emozionante romanzo Lia Levi torna ad affrontare con particolare tensione narrativa i temi ancora brucianti di un nostro tragico passato. Il maggiore merito di Questa sera è già domani è far rivivere la Storia, quella con la S maiuscola, scaraventandoci idealmente nell’Italia di 80 anni fa. Facendoci fare un salto indietro in un passato ancora abbastanza vicino da bruciare le coscienze, con la cruda capacità di dimostrarci quanto l’oggi possa essere paragonabile a quell’allora, quando, dal 6 al 15 luglio 1938, i delegati di 32 Paesi si riunirono nella Conferenza di Evian per affrontare il problema dei rifugiati ebrei in fuga da Germania e Austria. Si discusse, si pontificò si spesero tante belle parole ma in pratica nessuno li voleva davvero. Quanti morti ha provocato quella vigliacca e ferale indecisione. Colpisce e fa male l’analogia con le attuali conferenze in cui i paesi dell’UE si contendono al ribasso le quote dei rifugiati dalle guerre in Medio Oriente e in Africa, oggi fuggitivi. Non c’è molta differenza tra l’ostilità, il sospetto e persino il rifiuto troppo spesso mostrati dagli italiani allora e ai giorni nostri. Indubbiamente quando si è poveri, spaventati e si ha fame è più facile chiudersi nel proprio guscio che dividere quel poco che si ha, quel pezzo di pane con gli altri.

Vincitrice del Premio Strega giovani 2018, Lia Levi è nella cinquina finalista del Premio Strega.

La Debicke e… Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine

Fabio Lotti e Mario Leoncini
Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine
Prisma, 2005

Dichiara l’amico Fabio: “In questo libro ho ripreso e sviluppato alcune brevissime parti di “Partita a scacchi con il morto” che ho ritenute significative anche nel nuovo contesto. Ho sempre considerato il primo lavoro una specie di banco di prova, di bozza, data la sua limitata lunghezza, per una successiva pubblicazione più corposa come la presente. I “vecchi” lettori vi potranno trovare qualche somiglianza schematica nella costruzione delle “scene” che si susseguono, ma ciò è stato necessario per non sciupare ciò che di buono era già stato scritto. D’altra parte le novità sono molte di più delle situazioni conosciute. Basti pensare al numero dei personaggi che affollano la seconda “fatica” rispetto alla precedente. Un’altra avvertenza. Questo è un giallo, naturalmente, essendoci il morto assassinato ed il relativo detective, ma un giallo “sui generis” nel senso che la mia attenzione non si è rivolta tanto a costruire i meccanismi perfetti del giallo classico, quanto nello sfruttarne la struttura per scrivere qualcosa di piacevole e divertente, comprese alcune battute sui nostri politici che non vogliono essere altro che semplici battute. A dir la verità ero stato consigliato di evitarle, ma per noi toscani è difficile fare a meno di dare qualche “pizzicata” a chi sta in alto, anche parlando delle previsioni del tempo. Per venire incontro, almeno in parte, a tale consiglio ho deciso di inserire i puntini al posto dei nomi. Se poi il lettore li indovina lo stesso… sarà stata colpa sua”.

E allora parliamo un po’ di Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine, il giallo allargato di Fabio Lotti e Mario Leoncini. Il libro già nel titolo si dichiara a doppia faccia: prima il romanzo breve (di Fabio Lotti) poi una serie di piccoli saggi (di Mario Leoncini). Iniziamo dal più corposo romanzo breve di Lotti, arricchito da esilaranti scene di vita domestica del commissario in pensione Marco Tanzini, ambientato nella irripetibile cornice di Siena eletta a palcoscenico per una super tenzone scacchistica tra i più forti Grandi Maestri del momento. Il nostro Fabio coglie l’occasione, e fa bene, per presentare al lettore, attraverso gli occhi del suo Tanzini, gli infiniti tesori della città del Palio. Ma torniamo alla trama. Per pubblicizzare maggiormente la città, il Monte dei Paschi, nato come Monte di Pietà (oggi tutt’altra cosa) e la più longeva banca del mondo, ha organizzato un supertorneo di scacchi. Cavallo dato vincente e punta di diamante dell’avvenimento è il gelido ma carismatico giocatore russo Eugeny Khaliuscin, campione del mondo, ma già all’affollatissima presentazione al popolo e ai media, nella sala del Cral del Monte dei Paschi, l’occhio ben allenato del commissario in pensione Marco Tanzini nota in lui qualcosa di strano. Insomma il favorito sembra agitato, nervoso… C’è qualcosa che non va?
Al primo turno il Khaliuscin vince contro il rivale Shitiov facilmente, forse un po’ troppo? Ma la mattina seguente viene ritrovato, barbaramente “ucciso” dai pezzi della sua scacchiera, nel principesco nido della suite dell’hotel Majestic dove alloggia con gli altri partecipanti. “La scena era da voltastomaco… Il volto una maschera irriconoscibile, i globi degli occhi pendevano fuori, appesi al loro fragile nervo. Nelle orbite vuote, irrorate di sangue rappreso, due Alfieri conficcati con forza. La bocca poi…”. Insomma uno spaventoso omicidio che butta fuori dalla scena dello scacchismo internazionale il grande K. Chi ha compiuto un delitto così e in modo tanto efferato? Il colpevole potrebbe essere uno dei campioni rivali del morto che partecipavano al torneo. Salterà fuori che tutti più o meno avevano il loro buon motivo per uccidere Khaliuscin. Il commissario Tanzini, richiamato in fretta e furia in servizio attivo dalla procura per il suo eccezionale fiuto, si ritroverà tra le mani una spaventosa gatta da pelare, senza contare che stavolta la faccenda potrebbe avere persino implicazioni internazionali…
La trama poliziesca è in secondo piano rispetto alla costruzione di personaggi simpatici e credibili allo stesso tempo. E anche gli scacchi sono tenuti volutamente in secondo piano, pur arricchendo la storia di mistero, per i profani, e ammiccando agli esperti. Siena invece si ritaglia largo spazio in quanto superba cornice della storia, con il suo meraviglioso panorama medioevale per un delitto che rimanda alle torture dalla Santa inquisizione. Tra tresche amorose improbabili, padri tormentati, invidie e rivincite sperate, tutti i giocatori superstiti sono sospettati. Tutti e nessuno, questo il problema. Tanzini fiuta, interroga, indaga dappertutto ma la faccenda è ostica. Potrebbe essere al di là delle sue possibilità?
Ciò nondimeno salta agli occhi e ovunque la grande cultura di Lotti e la sua inarrestabile ironia, “da toscanaccio”. Il faticoso avanzare delle indagini mette in evidenza anche una serie di personaggi minori ma molto meno secondari di quanto potrebbero sembrare. Tra questi c’è anche un certo Bafio Tolti… O chi sarà mai? Che risulta particolarmente intrigante, grande conoscitore di scacchi e non solo.

Questo vale per la prima parte del libro. La seconda, Scacchi e crimine, è una serie di saggi brevi, piccoli scorci, in cui serpeggia efferatamente il delitto. “E se Alekhine fosse stato ucciso con un colpo di pistola?” cita la quarta di copertina. Capitolo decisamente interessante è quello sui delitti effettivamente avvenuti. Sapevate che la sconfitta in una partita a scacchi può esasperare a tal punto il perdente da spingerlo a un raptus omicida? Basta pensare al caso di uno dei maggiori giovani talenti americani rinchiuso da quarant’anni in un manicomio criminale. E quello di Bevacqua in Italia, oppure quello dello scacchista Wallace. E come non citare l’intrigo nato da una telefonata al Liverpool Chess Club. Non basta, pensiamo all’ergastolano 99432 salito al secondo posto nella graduatoria Elo americana e all’assassinio della miglior giocatrice italiana del secolo passato Clarice Benini, senza dimenticare i serial killer o i semplici fuori legge come Bobby Fischer. Una stuzzicante rassegna di autori e romanzi nei quali gli scacchi entrano, in qualche modo, in gioco. Molto pertinente è la categorizzazione generale. Innumerevoli sono gli autori citati e i riferimenti espliciti a grandi testi, classici e non solo, della narrativa poliziesca, tra cui il celebre “Enigma dell’alfiere” di S.S. Van Dine e Sherlock Holmes, sebbene il grandissimo detective sia poco attento alla sottile arte del gioco, il suo autore in realtà preferiva l’avventura, la boxe e le gare di cavalli. Tuttavia Leoncini elenca una serie di casi in cui il celebre detective si è trovato a stretto contatto con gli scacchi, da un film a (addirittura) una scacchiera con i pezzi a lui ispirati. Chissà cosa ne avrebbe pensato il suo autore. Per gli innamorati del cinema, Leoncini passa in rassegna tanti casi, e non sono pochi, di film polizieschi in cui fanno capolino gli scacchi. Obbligatorio perciò far cenno al celebre “Agente 007, dalla Russia con amore”, in cui proprio l’inizio vede il temibile numero 5 disputare la gara per il campionato del mondo, prima di essere chiamato dal terribile capo della Spectre. Ai curiosi la lettura degli altri casi. Questo e tanto altro troverete nell’originale ricerca di Mario Leoncini sui 1500 anni di vita degli scacchi, che copre la letteratura, il cinema e la cronaca. Una ricerca a suo dire di natura soprattutto antologica. Leoncini dichiara infatti, molto onestamente, come le sue analisi non abbiano una reale validità scientifica, ma la sua ampia e motivata ricerca può rivelarsi propedeutica a un più completo e specifico studio sull’argomento. La contorta diabolicità di molti delitti ricorda la genialità richiesta in alcune partite di scacchi e spesso, riferendosi a una indagine complicata, si scrive che l’assassino sta giocando a scacchi con gli investigatori. Quindi, parrebbe proprio esserci un qualche collegamento tra la pianificazione di certi delitti e la mentalità dello scacchista. Ai lettori che vorranno, il piacere di scoprire se il tasso di criminalità legato all’universo scacchistico sia più alto rispetto al resto del mondo.

Mario Leoncini, classe 1956, abita a Siena, è maestro, problemista ed esperto di scacchi eterodossi. Ha pubblicato numerosi articoli di storia degli scacchi e ha condotto una ventennale ricerca sugli scacchi a Siena, culminata nella pubblicazione del libro All’ombra della Torre: settecento anni di scacchi a Siena (1994).

Fabio Lotti nasce a Poggibonsi nel 1946. Maestro per corrispondenza, partecipa a diverse finali nazionali (ha vinto con la Nazionale A la 5ª Coppa Latina). Vorace divoratore di libri, è curioso di tutto e di tutti; i suoi interessi spaziano dalla storia all’arte, dalla letteratura al giallo. È stimato autore di numerosi articoli e libri teorici.

La Debicke e… La vittima perfetta

Robert Bryndza
La vittima perfetta
Newton Compton, 2018

Londra, in una torrida estate rotta a fatica dalle pale dei ventilatori della sala operativa (i condizionatori sono riservati ai piani alti). E un nuovo caso per Erika Foster. Perché giustamente carta che vince non si cambia e Robert Bryndza, autore inglese che vive in Slovacchia con suo marito Jan, dopo il grande successo di La donna di ghiaccio, mira al bis con La vittima perfetta e riporta in scena la sua ispettore capo Foster, slovacca di origine (la nuova patria giustamente va tenuta in palmo di mano), bionda, alta, una donna sola seppur giovane. Erika è vedova, avendo perso il marito Mark, anch’egli poliziotto e in servizio con lei, in una tragica retata antidroga due anni prima. E le fa piombare tra capo e collo, nel bel mezzo di una cena tra amici in un’afosa e soffocante notte estiva, un nuovo difficile caso: un brutto omicidio. La vittima è un dottore di mezz’età, padre di un figlio, in procinto di divorziare dalla moglie. La madre, che lo credeva in vacanza, l’ha ritrovato nudo, con i polsi legati, gli occhi fuori dalle orbite e un sacchetto di plastica trasparente stretto con un cordino intorno al collo. Pochi giorni dopo, sempre di notte, un altro uomo, giovane contestato e chiacchierato, un volto noto della televisione, viene trovato morto nello stesso modo. Erika e la sua vecchia squadra si trovano al cospetto di una serie di omicidi compiuti dalla stessa mano. Insomma, una mano assassina che sembra appartenere un serial killer freddo e molto abile. E le vittime, uno stimato dottore e un conduttore televisivo, erano single, con tendenze gay, però apparentemente non legati tra loro e che custodivano gelosamente i segreti della loro vita privata. Ma perché ucciderli? E in quel modo?
Erika farà di tutto per bloccare “l’Ombra della notte”, soprannome subito affibbiato al killer dai media, prima che la conta degli omicidi cresca ancora. E invece l’escalation non si ferma, anzi con la terza vittima, uno scrittore, arriva a toccarla più da vicino. Un errore, un imprevisto e un calcolo sbagliato finiranno per incastrare uno dei suoi. Ora risolvere il caso diventerà per lei una vera missione e una necessaria occasione di riscatto anche a costo di mettere a rischio il suo lavoro e la sua vita.
Tuttavia, mentre è sulle tracce del killer, deve coprirsi le spalle, non abbassare mai la guardia e affrontare l’ombra minacciosa che la segue. La soluzione potrebbe essere a portata di mano? Un thriller che mischia equamente momenti di suspense a minuziose descrizioni, e che concede spazio e punto di vista a un serial killer pericolosamente instabile che agisce in modo brutale ma che preordina minuziosamente i suoi attacchi, sa rendersi trasparente, sceglie con cura le sue vittime – è chiaro che segue le sue prede in attesa del momento migliore per colpire e uccidere, muovendosi etereo come un fantasma.
Erika Foster è una donna forte, con una personalità decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi. Ha perso molto, riesce a nascondere la sua fragilità emotiva, deve ancora riuscire a metabolizzare il dolore, ma le piace il suo lavoro e sa di essere brava, di avere un istinto innato e di poter fare carriera.
L’autore si è divertito a scrivere un doppio romanzo: giallo-noir fino almeno a metà, smaccatamente thriller dal momento in cui ci rivela il volto e il nome dell’assassino e le oscure motivazioni di questo Gufo, così lui si firma in deliranti messaggi chat irrintracciabili perché supportati dal browser Tor, e che come un gufo predatore osserva di notte e di nascosto le sue vittime.
Tanto che Bryndiza fa dire a Lee Graham, vecchio ex collega di Erika Foster della Metropolitan Police: “Tante volte vorrei che internet non fosse mai stato inventato. Ci sono troppe persone con troppo tempo a disposizione per le loro fantasie malate.”
Una frase e un’idea che sposo appieno. Certo è che negli ultimi anni ormai internet e tutto l’web, sia palese che perfidamente deep, stanno diventando privilegiati e quasi indispensabili protagonisti della letteratura thriller giallo/noir.