La verità su Amedeo Consonni (Le gialle di Valerio 214)

Francesco Recami
La verità su Amedeo Consonni
Sellerio Palermo, 2019
Noir

Camogli. Novembre 2011. Alberto Scevola e Angela Mattioli si sono trasferiti lì da Milano, in una deliziosa casa rosa (un tempo appartenuta a tal Gassa, tipo strano) all’interno di un paesaggio idilliaco. Ormai sono in pensione e preferiscono vivere appartati e socializzare poco, forse nascondono qualcosa. Lui resta spesso solo, lei ha ancora molte pratiche familiari da sbrigare, perlopiù a Milano, nel condominio di ringhiera dov’era iniziata la loro storia. Alberto s’annoia e non sa bene che fare, continua a ritagliare articoli di cronaca nera, soprattutto segue la vicenda del prossimo processo sul caso della strage di Corsico (quattro vittime), in cui è coinvolto il pessimo vicequestore Magni, accusato di omicidio volontario; pare siano stati appena ritrovati due agenti della squadra che dirigeva, nudi dentro un camion in Turchia; erano scomparsi da quasi un anno, più o meno contemporaneamente a quando veniva dato per morto il testimone chiave, il 66enne ex tappezziere Amedeo Consonni, giustiziato sotto casa, l’appartamento (8) ormai rimasto vuoto. Angela torna nel suo appartamento (2). Amici e inquilini maschi del condominio sono turbati dalla presenza della teutonica poliglotta Yutta che vive con il manovale Antonio (nel 9), capelli biondi e occhi verdi, un metro e ottantacinque di forme splendide, spesso discinta sul ballatoio, una dea. L’84enne Luis De Angelis (16) la spia di continuo col binocolo. Gianmarco, il figlio più grande (anni 14) della disoccupata Donatella Giorgi (appartamento 15), ha una visibile cotta. Non sono da meno Claudio, il marito alcolista occupato come badante presso l’anziana finta invalida Mattei-Ferri (12), i nipoti che prima capitavano di rado come Daniel (di Luis) e il piccolo Enrico (di Amedeo), l’architetto Jacopo Du Vivier (appartamenti 6 e 7). Solo peruviani e cinesi sembrano distratti; e infastidita certo è la furba Mattei-Ferri che sta tramando crimini nell’ombra. Alcune verità sono evidenti, altre meno.

Il bravo scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956) aveva lasciato in sospeso vari equivoci e sospetti sui personaggi della sua principale fortunata serie. Dopo l’anno raccontato nei sei programmati romanzi (pubblicati fra il 2011 e il 2016), la casa di ringhiera nasconde ancora segreti e continua a riservare profittevoli sorprese. La narrazione (opportunamente in terza varia) ha come protagonista quel curioso godibile microcosmo milanese, la ventina di inquilini di un modesto edificio del primo Novecento, con una corte rettangolare e ringhiere di ferro battuto, misfatti crimini emozioni sentimenti che lì si svolgono, storie di tutti i generi e sottogeneri. Il primo capitolo scompagina il quadro perché illustra la biografia di Giovanni Bacigalupo detto Gassa (1922-1991), marinaio di Camogli, bisnipote, nipote e figlio di marinai, forte motivato simpatizzante del Partito Comunista Italiano, considerato alla fine un po’ il matto del paese. Soltanto attraverso il dipanarsi delle avventure (ultimo il capitolo 53, “l’oro di Re Mida”) potremo forse capire perché il comunista ha rovinato la vita di Alberto a Camogli, intuire cosa accidenti c’entra con la casa di ringhiera o che poi ci faceva davvero Yutta a Milano, verificare qualche attuale verità pur mantenendo aperti e incerti tutti i futuri. I romanzi di Recami sono sempre una garbata compagnia, tutti sono e siamo un poco portati in giro, il gioco letterario funziona, nella buona e nella cattiva sorte. Qui torna pure la Svetka di Amedeo, Angela si scrive lunghe dettagliate lettere con un vecchio amore, appaiono Schiavone e La Marca sotto mentite spoglie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il coltello (Le gialle di Valerio 213)

Jo Nesbø
Il coltello
Einaudi, 2019 (orig. 2019)
Traduzione di Eva Kampmann
Giallo Noir

Oslo. Marzo 2018. Il vecchio padre della moglie del gestore di Simensen Jakt & Fiske ha avuto un ictus e passa ore davanti allo schermo che proietta le immagini della telecamera subacquea installata nel fiume davanti alla scala dei salmoni. Capisce ancora qualcosa ma non parla più e il genero non si accorge che si è appena spaventato, in diretta ha visto Harry Hole affondare a bordo di un’auto con l’abitacolo pieno di acqua fin quasi al soffitto. Il vecchio peraltro non ne conosce il nome, però ricorda che era stato da poco loro cliente per comprare prima uno poi un altro rilevatore di selvaggina. Allo scopo di capire come il quasi cinquantenne Harry sia finito lì e se ne uscirà, bisogna fare un salto indietro di qualche giorno. Poche settimane prima l’amata moglie Rakel si era trovata a dover nuovamente cacciare Harry dalla villa di tronchi a Holmenkollen, aveva scoperto qualcosa che non le era piaciuto proprio, poi lui aveva ripreso a ubriacarsi e azzuffarsi con tutti, di nuovo colpito dalla strutturale instabilità emotiva, svenduto il bar, precario nel lavoro come semplice agente all’Anticrimine. Inoltre sembra a ragione molto preoccupato perché il 77enne Svein “il Fidanzato” Finne è uscito di prigione, ricominciando a stuprare donne e a dargli la caccia. Vi sono tre omicidi irrisolti e non gli assegnano l’indagine, costringendolo a seguire un uxoricidio in cui il marito ha pure subito confessato (anche se… e lui scopre d’intuito il vero colpevole!). Poi Rakel viene uccisa, sia Harry che Finne hanno un alibi, tuttavia da subito risulta evidente il molto che non torna: lei conosceva chi l’ha accoltellata, tutti i possibili ingressi sono chiusi dall’interno, i vestiti di Harry sono pieni di sangue quando si risveglia dall’ubriacatura. C’è forse abbastanza da suicidarsi.

Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre) scrive da oltre venti anni ottimi lunghi romanzi della serie HH, enorme costante successo mondiale, questo è il dodicesimo, ormai siamo tutti tragici holeomani. L’autore narra ancora in terza varia e mossa al passato, talora sullo stupratore assassino seriale. È un grande noir sull’amore struggente e sul miscuglio con l’odio, talora lucido. L’affinata terza persona consente garbati espedienti letterari, invertendo spesso a sorpresa (e ad arte) l’attribuzione della suspense sulla scena, con coltelli sempre in primo piano (da cui il titolo) e flash sul passato. Harry resta il leggendario poliziotto che conosciamo, stanare i criminali cattivi è la sua unica implacabile missione, alto 1 e 93, magro e largo di spalle, capelli corti dritti biondi spruzzati di grigio e iridi azzurre, pallido esausto sincero altezzoso individualista, enorme cicatrice fra bocca a orecchio, medio della sinistra troncato. Aveva incontrato Rakel quindici anni prima, si sono consumati un lungo vero grande amore, suggellato da un appassionato matrimonio quattro anni prima; nessuno aveva mai visto due così profondamente e drammaticamente innamorati. Non gli sono mancate altre storie, il bel macho tenebroso attrae ovviamente quasi tutte, qui la medico legale Alexandra, l’esperta di diritti umani Kaja, la capa Katrine, ciascuna lo induce ad approfondire una pista credibile (e potenzialmente terribile) verso la verità; nel cuore mantiene soprattutto Oleg, il figlio di Rakel, intelligente serio ex tossicodipendente, suo allievo e “figlio”, 23enne, alto 1 e 90 con un ciuffo nero (del padre russo che pure aveva un problema di alcol). La vita semplice è quella compressa nelle domande binarie, come bere o non bere. La complicazione arriva anche quando ci si sente responsabili della vita (e della morte) di altri, tanto più che molti nascondono istinti omicidi. Segnalo il ping-pong fra soldati a pag. 295. La chiave del delitto sta nella musica e in una specifica canzone, pur se tutto è cosparso di ottima colonna sonora.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’isola delle anime (Le gialle di Valerio 212)

Piergiorgio Pulixi
L’isola delle anime
Rizzoli Milano, 2019
Noir

Sardegna. Autunno 2016. Nell’estate 2017 l’ispettrice Eva Croce torna al santuario nuragico di Santa Vittoria e ripercorre gli eventi connessi all’indagine sull’omicidio di Dolores Murgia portata avanti meno di un anno prima insieme a quattro colleghi, ormai persi. Lei, occhi cerulei e carnagione diafana, lentiggini sul viso e piercing al naso, era arrivata a Cagliari come investigatrice specializzata in sette e delitti rituali, in forza presso l’Unità delitti insoluti del Servizio centrale operativo, l’élite della Polizia, già con stato di servizio di prim’ordine nonostante la giovane età, trasferitasi dopo un buon lavoro a Milano, da dove era scappata in seguito a una drammatica vicenda personale (e a un lungo congedo per malattia), non prima di aver colorato con tinta nera i bei capelli rossi. Deve coadiuvare l’attività della neonata e sperimentale Sezione delitti insoluti della Omicidi promossa dal bravo commissario capo Giacomo Farci. Sono solo in due, ha accanto l’ispettrice capo Mara Rais, capelli biondi e occhi celesti, intelligente e scorbutica, sempre elegante e sboccata, separata da un ricco potente penalista, convivente con la figlia studentessa tornata a dormire nel lettone con la madre, in rotta con il questore per ragioni anche personali. Affibbiano loro trenta delitti irrisolti, faldoni da spulciare nello stanzino del polveroso umido archivio, come fossero entrambe in punizione. La scomparsa e poi il tragico ritrovamento di Dolores Murgia nei dintorni di Carbonia le rimettono in pista. L’anziano ispettore capo Moreno Barrali è malato di tumore e demenza (gli restano pochissimi mesi di vita) ma è convinto che le modalità dell’omicidio richiamino due efferati delitti del passato, la prima vittima risale al 1975, la seconda al 1986, pure allora uccise la notte de sa die de sos mortos, la notte dei morti o delle anime, fra 1 e 2 novembre. Nessuna identificazione, né rivendicazione; zero testimoni, zero sospetti. Maschere e richiami relativi a sacrifici di vestali per propiziare divinità. Mistero.

L’autore e sceneggiatore Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) negli ultimi dieci anni si è sempre più affermato con acume e coraggio come uno dei più bravi scrittori italiani sulla scena letteraria europea. Dopo aver partecipato giovanissimo al Collettivo Sabot (animato da Massimo Carlotto), dopo la tumultuosa quadrilogia sul corrotto Mazzeo (nel nordest), dopo altre prove interessanti (e premiate) hard-boiled, spy-story, giallo, noir e thriller, ambientate a Milano e nella ricca Lombardia, torna ora con straordinaria efficacia nella natia mitica Sardegna. La narrazione è in terza varia su due differenti campi di battaglia che corrono paralleli: da una parte i vari investigatori (con rari brevi intermezzi su Dolores intrappolata e ferita), dall’altra parte i Ladu nella Barbagia superiore (la Valle delle anime dell’entroterra sardo), una rispettata stirpe di uomini violenti, selvatici, imprevedibili come belve, che hanno sempre preservato uno stile di vita antiquato, quasi primitivo, estraneo al consesso civile, pur con qualche inevitabile incrocio. Il titolo richiama i continui riferimenti interdisciplinari alle anime, come elemento unificante dell’intera isola. Frequenti le accurate descrizioni della Sardegna dal Neolitico (ovviamente non dal Paleolitico), presunti indigeni e protosardi, nuragici e neonuragici infervorati per la Nuraxia, una pseudoreligione, con al seguito potenti e acculturati (inconsapevoli del nostro essere tutti meticci), fra circoli megalitici e pozzi sacri, siti archeologici e riti carnevaleschi, messinscene e truffe. Pure nel capoluogo molti rimarchevoli luoghi da visitare, Iron Sky come sottofondo o altro. Dialetti e specialità dell’Ogliastra. Il rosso carignano del Sulsis, fil’ e ferru per chiudere alla grande.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nero a Milano (Le gialle di Valerio 211)

Romano De Marco
Nero a Milano
Piemme Milano, 2019
Noir

Milano. Marzo 2019. Marco Tanzi e Luca Betti sono veri amici. Marco è un ex poliziotto (prima bravo, poi corrotto), ex carcerato (quasi otto anni), ex barbone, ora solitario investigatore privato con regolare licenza in un piccolo vecchio ufficio; un po’ per caso da circa un anno gli affari hanno cominciato a girare bene, possiede gli agganci giusti un po’ ovunque, guadagna circa il triplo di uno stipendio da commissario; quasi 50 anni, un metro e novantotto di muscoli, si allena regolarmente, ha affittato un bel trilocale perfettamente ristrutturato (valore due milioni di euro), gira in Jeep Grand Cherokee nera, non ha più fiducia né speranza: “la vita è solo un’inutile fiera del dolore, dove non c’è spazio per nient’altro”. Luca è uno stanco commissario di polizia quasi 49enne, nervoso e irascibile, senza più spinta ideale o emotiva, se non quella di fare il proprio lavoro, sempre (meno) sulla retta via e sempre (più) incerto sul futuro; separato, un metro e ottantasei per 87 chili, poco sovrappeso, vive solo, mantiene un complicato rapporto con la figlia universitaria Sara, gira in Qashqai grigio. Marco e Luca un tempo erano una formidabile coppia di sbirri, dopo dieci anni senza vedersi si sono ritrovati quando Giulia, la figlia 18enne di Marco, fu rapita e Luca si spese bene per salvarla dal peggio. Ora si aiutano a vicenda, ognuno per i propri casi, e non solo. Da Marco si presenta una splendida signora borghese chiedendogli di ritrovare il figlio Davide appena maggiorenne, se ne è andato fra i clochard, ha un disturbo emotivo comportamentale con tratti schizotipici di personalità; in quei giorni però qualcuno ammazza proprio i senzatetto. A Luca vengono imposte sedute dallo psicologo, pur dopo aver risolto un caso di traffici illeciti e dovendo ancora indagare su una coppia trovata carbonizzata in un villino abbandonato, dopo che era morta la loro figlia e si era probabilmente suicidato il nonno. Le indagini si intrecciano, questa volta sarà Marco ad aiutare Luca per Sara.

Romano De Marco (Francavilla al Mare, 1965) è un professionista della sicurezza integrata (persone, valori, dati) negli istituti di credito, da circa un decennio pubblica interessanti romanzi e racconti di successo, questo è il terzo della serie milanese (dove De Marco non vive ma opera) su Tanzi e Betti. Lo sfondo è quello del noir metropolitano inquinato (da cui il titolo): azione e reazione, violenza e vendetta, affetti e tradimenti, con epilogo sorprendente ma non troppo. Come in altre occasioni la narrazione è mista: Marco e Luca sia in prima persona che in terza; Davide in corsivo e in prima pudica e breve; in terza e prima Luisa Genna, la collega poliziotta appena trasferitasi alla squadra Anticrimine, una quarantenne magra e alta, capelli biondi corti, molto malata; più raramente altre situazioni in terza; una confusione di ruoli e climi ottimamente orchestrata, pur se non sempre del tutto leale con il lettore. L’autore è molto attento sia nella informata descrizione degli ambienti dei clochard milanesi, delineandone anche alcuni personalità in qualche modo esemplari, sia nella sentita introspezione dei casi umani studiati nella malattia e nel dolore. Marco finisce per innamorarsi della 38enne Diletta madre di Davide, ne ha evidenti ragioni, pur se non sa capacitarsene; purtroppo la sua festa di compleanno si fa col prosecco. Aspro il confronto fra Luca e Luisa sullo snobismo musicale, entrambi sono in una giustificata fase ispida e intrattabile, però si trovano pur d’accordo su qualche cosa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Dodici rose a Settembre (Le gialle di Valerio 210)

Maurizio de Giovanni
Dodici rose a Settembre
Sellerio Palermo, 2019
Giallo

Napoli. Novembre 2018. La psicologa Gelsomina Settembre, detta Mina, capelli lucidi e corvini, zigomi alti, occhi neri e profondi, miope, ha 42 anni e vive ancora nella cameretta di quand’era ragazzina, con i poster di Baglioni, a casa con la sarcastica madre Concetta, paralizzata, e con la badante Sonia. Era sposata con il compìto presuntuoso Claudio ma non c’era amore, lo ha lasciato e si è dedicata a corpo morto alla passione militante e alla professione sociale di assistente in un piccolo consultorio pubblico dei Quartieri Spagnoli, dove da poco ha iniziato a lavorare il bellissimo ginecologo Domenico Gammardella, detto Mimmo, fidanzato a distanza e fedelissimo, che comunque attira una miriade di donne e maschi, lunghe file in sala d’attesa senza effettive ragioni sanitarie. Le tre amiche di Mina non lo sanno, si limitano a spingerla fastidiosamente a trovarsi un uomo purché sia, dopo il prolungato periodo di solitudine. Lei, però, sente di avere ben altri guai, in particolare due Problemi fissi, questioni di accettazione della dura realtà della vita che le si ripropongono di continuo: da una parte il rapporto con la mamma invadente e urticante, dall’altra il rapporto col proprio grande incontenibile seno, meraviglioso solo per chi si trova di fronte. Mentre una persona meticolosa comincia a uccidere a destra e a manca (dopo aver fatto recapitare rose rosse, una dopo l’altra), sparando alla vittima dietro la nuca con un’antichissima Luger P08, come se eseguisse una vendetta, e l’antipatico magistrato De Carolis indaga sulle costanti degli omicidi, Mina ascolta la bruna 11enne Flor affermare che il padre sta per ammazzare Ofelia, la madre peruviana, dopo averla più volte massacrata di botte; è un boss abbastanza potente. Settembre vorrebbe salvarle, ma anche l’altra inchiesta finisce per toccarla da vicino, non potrà che correre rischi, non solo nelle GdM.

Il grande scrittore napoletano Maurizio de Giovanni (1958) s’incammina ancora una volta sulla strada di una nuova serie gialla. La protagonista ha molte caratteristiche interessanti ed era già apparsa nelle due raccolte Sellerio del 2013 e del 2014. L’atteso primo romanzo sembrava in gestazione da tempo, rallentato dalle altre serie e dalle loro trasposizioni televisive. Ora è uscito e sembra proprio un buon inizio, anche se l’autore si mostra ancora alla ricerca di un incedere specifico e coerente, diverso dagli altri personaggi già e meglio noti. La narrazione è in terza, soprattutto su Settembre e su De Carolis, oppure sul portiere dello stabile dell’ufficio con lo sguardo fisso sulle tette di Mina (è a loro che parla), intervallata da capitoli più brevi dove appare la personalità criminale durante i quattro omicidi (alcuni in prima persona, rivolta alle imminenti vittime; altri in terza sui suoi delitti). De Giovanni è alla ricerca dello stile confacente e, talora, rischia un po’ l’insistenza su caratteri ripetitivi caricaturali delle situazioni e delle personalità, come se stesse ancora affinando la conoscenza con la nuova promettente serie. Napoli vien fuori come sempre alla grande, nel bene e nel male: segnalo le Sbadate del quartiere, che arrivano in ospedale menate dai mariti e ripetono mestamente che sono scivolate, cadute per le scale, inciampate nel tappetino della doccia, o sono state solo graffiate dal gatto. Che Mina mostri insofferenza ma sia davvero attratta da Mimmo è certo, lui spettinati capelli biondo scuro e volto perfetto. Gli ricorda l’irresistibile Robert Redford, in ogni situazione di contatto riferibile alle diverse interpretazioni di indimenticabili film; invece per Luciana assomiglia a Kostner, per Delfina a Newman, per Greta a Dempsey, insomma fate voi ma conoscetelo presto!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il gioco del mai (Le gialle di Valerio 209)

Jeffery Deaver
Il gioco del mai
Rizzoli Milano, 2019 (orig. 2019)
Traduzione di Sandro Ristori
Giallo

Silicon Valley (ampia o ristretta che sia). Domenica 9 giugno 2019. Di mattina Colter Shaw è costretto a tuffarsi dal molo nelle fredde acque pacifiche, sta cercando di salvare la 32enne Elizabeth Chabelle, incinta di sette mesi e mezzo, all’interno di una cabina chiusa di una piccola vecchia barca da pesca (12 metri) che sta affondando. Prima ha infilato il braccio nell’oceano valutando la temperatura (circa 4 gradi), ha una mezz’oretta prima di svenire per l’ipotermia. La donna è stata rapita e lasciata lì dal Giocatore, è la terza vittima; per imperscrutabili ragioni si diverte a riprodurre la dinamica di un famoso videogioco. Colter lo sa, è arrivato da quelle parti due giorni prima per rintracciare quella che si è rivelata come la prima vittima, la studentessa 19enne Sophie Mulliner, poi rintracciata con perdite in una fabbrica abbandonata. La polizia sembrava poco interessata alla scomparsa e il disperato povero padre aveva offerto una ricompensa di diecimila dollari per chi l’avesse rintracciata. Colter fa quello di mestiere, il localizzatore, cerca le persone che qualcuno vuole ritrovare, valutando caso per caso, non accetta taglie, non lavora per criminali. Il padre gli ha insegnato l’arte della sopravvivenza in condizioni estreme o inattese; lui ha talento nello sviscerare ogni tipo di indizio e calcola le probabilità di ogni eventuale nesso di causa ed effetto. Ha 31 anni, parla solo sobrio e composto, sorride molto raramente; uno da non prendere alla leggera, sfiora il metro e ottanta, capelli biondi corti, occhi blu, spalle larghe, muscoli tesi, cicatrici su guancia, coscia e (più grande) collo; vive solo in un camper (Winnebago), se può gira in moto (Yamaha da cross). Tre giorni prima aveva rubato un fascio di carte nell’università di Berkeley, quindici anni prima il padre era morto, è convinto ci sia dietro qualche cospirazione o mistero, più o meno terribile. Rischiare non lo spaventa.

L’eccelso scrittore americano di thriller Jeffery Deaver (Glen Ellyn, Illinois, 1950), dopo altri cicli ed esperienze narrative (dal 1988) e lo straordinario successo delle 15 avventure della serie con Lincoln Rhyme (1997-2018), ben conosciuto in 24 lingue e oltre centocinquanta paesi, pure al cinema, ci propone un nuovo attraente personaggio. Il romanzo d’esordio è ottimo, meccanismi perfettamente oleati, il seguito è già in corso di stesura. Il titolo combina le regole paterne su cosa non fare “mai” con il “gioco” mortale nella finzione e nella realtà. La terza persona è fissa su Colter Shaw, il testo serve a presentarcelo a tutto tondo, esperto e allenato per l’educazione avuta e la vita già vissuta, eventi trascorsi e caratteri forgiati che vengono descritti via via, mentre è in azione, parla al telefono con amici e collaboratori, ricorda genitori (la mamma è viva e sta ancora alla Tenuta), fratello e sorella, ripensa a Margot, incontra vari guai e la rossa Maddie, la guida bella e competente nel mondo dei videogiochi durante i tre intensi giorni della Conferenza internazionale C3 del San Jose Exposition Centre. Lo scrittore si è molto documentato in argomento: concorrenza e spionaggio industriali, fasce e livelli di consumo, tipologie di clienti e mercati, concentrazione territoriale e mercato immobiliare connesso, innovazione tecnologica e rischi per la privacy, dipendenze e follie. Considera i videogiochi i suoi veri rivali rubando tempo alla lettura e ai libri. Colter non è povero, da dieci anni persegue una grande carriera di cacciatore di ricompense, rintraccia dispersi e fuggiaschi, oppure individui che cercano di far perdere le tracce. E prende un sacco di appunti, riempendo taccuini con una stilografica italiana: quando scrivi una cosa a mano, lentamente, quelle parole diventano tue, si conficcano nella mente e nella memoria. Beve spesso birra di marca (non vino) e segue la playlist di Tommy Emmanuel, il chitarrista acustico. Alla fine andrà a Washington o a Echo Ridge?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I morti non sognano (Le gialle di Valerio 208)

Ed McBain
I morti non sognano. Racconti 1953-2000
Mondadori, 2019
A cura di Roberto Santachiara, prefazione di Maurizio de Giovanni
Traduzione di vari (soprattutto Mauro Boncompagni e Luca Briasco)
Giallo

Stati Uniti. Seconda metà del secolo scorso. Un famoso regista americano, potente arrogante campione d’incassi, viene intervistato per una rivista sui suoi film e, in particolare, sull’incidente accaduto in Sardegna a giugno durante le riprese dell’ultimo, appena uscito nelle sale (il 4 luglio): la 19enne attrice protagonista è affogata. Lui chiarisce subito che ammira solo pochi colleghi e tutti ormai morti, che considera gli sceneggiatori e i tecnici come la servitù, gli attori bestie da soma, i produttori ignoranti e incompetenti, i critici presuntuosi e noiosi, i cronisti inaffidabili, gli intervistatori incapaci e scorretti. L’inchiesta delle autorità italiane ha stabilito che l’annegamento è stato accidentale, eppure l’insistenza delle domande costringe il regista a tornarci più volte sopra, a far emergere particolari significativi e inediti sull’orrendo mondo del cinema e sui poco casuali casi della vita. L’intervista (The Sardinian Incident) è uno dei più interessanti racconti scritti da Ed McBain, a suo modo un divertente torbido noir; fu pubblicato da “Playboy” nell’ottobre 1971 (vi collaborò molto in quegli anni) ed era già abbastanza noto anche in Italia.
Il tema è caro a Evan Hunter che aveva imparato a non amare Hollywood, fin dalle peripezie accadute alla riduzione cinematografica del romanzo (1954) Il seme della violenza al Festival di Venezia nel 1956 e dalla prima sceneggiatura per il film di Hitchcock Gli uccelli del 1963. L’autore alla nascita si chiamava Salvatore Albert Lombino (New York, 1926), svolse lavori precari (come editor e insegnante) prima di poter seguire l’amata vocazione, si è sempre firmato con vari pseudonimi per le opere di fiction (i primi racconti, romanzi e sceneggiature risalgono al 1952-53), adottò presto ufficialmente all’anagrafe Hunter e divenne famoso nel mondo come McBain, il più fortunato degli pseudonimi, quello della serie dell’87° distretto avviata con tre magnifici romanzi nel 1956.

Con un bel titolo e una divertente copertina, finalmente arriva in unico volume la racconta completa dei racconti del grande Ed McBain, gialli, polizieschi, neri e non solo. Sono in tutto 64; dopo il primo (appunto il dialogo dell’“intervista”) presentati in ordine cronologico; dal primo pubblicato nel febbraio 1953 (La donna di Carrera) all’ultimo realizzato nel 2000 (Ma voi ci conoscete), significativamente dedicato al cancro. Evan Hunter morirà a Weston nel Connecticut nel 2005 a causa di un tumore alla laringe. La maggioranza dei racconti era stata già edita in vario modo in Italia e, comunque, più di due terzi erano apparsi nelle due disordinate raccolte Einaudi di quasi una decina di anni fa. Circa la metà (trenta) vanno riferiti agli esordi letterari dello scrittore, ai quattro anni 1953-1956, quando si faceva spazio nel complesso sterminato mercato editoriale americano; non era né ricco né tradotto e scriveva più delle 20 cartelle al giorno per 5 giorni alla settimana (che fu poi la routine dell’artigiano professionista, lo “scultore” su cui introduce de Giovanni, con opportuno entusiasmo). I successivi contengono spesso momenti di autoironia, parodie e omaggi, oltre che riferimenti alle concrete esperienze vissute con il successo (e quindi pure ambientazioni cinematografiche). Vero è che, per altro, Hunter fino alla morte non ha mai smesso di usare la forma del racconto (quasi uno ogni anno, comunque con minor frequenza dei romanzi). Una volta teorizzò proprio le differenti caratteristiche della scrittura (e della lettura) connesse alla lunghezza del testo e alla collocazione in libreria (oppure altrove) della pubblicazione. Alcuni racconti sono in prima persona, altri in terza. Impossibile fare una graduatoria di qualità (i poliziotti dell’87° distretto appaiono solo in un caso), tutti sono giochi e spettacoli di alta maestria, con un ruolo cruciale di bellissimi indimenticabili dialoghi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il pianto dell’alba (Le gialle di Valerio 207)

Maurizio de Giovanni
Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi
Einaudi Torino, 2019
Noir

Napoli. Luglio, anno XII (1934). Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, genitori morti e figlio unico, da un anno si è sposato con Enrica, è felice, stanno per avere un figlio. O una figlia, chissà? Vari famigli se ne intendono e hanno opinioni diverse su forme e segnali. Lui 34 anni (primo giugno 1900), enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, taciturno e introverso, nervoso e malinconico, senza auto né patente; lei 26 anni (24 ottobre 1907), occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Quella domenica primo di luglio Ricciardi è di turno, esce all’alba, saluta con un breve inchino del capo la moglie alla finestra che gli invia un bacio, si sente sereno e si dirige a piedi al lavoro in questura. Per strada trova il fido brigadiere Maione ad attenderlo, con accanto la domestica di Livia Lucani vedova Vezzi (di Ricciardi da anni innamorata), bella affascinante colta disinibita. La ragazza ha trovato sul letto di casa (odoroso di vino) la signora profondamente addormentata con una rivoltella in mano e l’amante con il buco di un colpo di pistola in testa, si tratta del maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, addetto culturale del consolato tedesco (spasimante di Enrica, tempo prima). Incombono guai sotto tutti i profili, giudiziari politici emotivi. Decidono di precipitarsi sulla scena del crimine facendosi accompagnare anche dall’amico medico (antifascista) Bruno Modo. Maturano un’idea circa l’accaduto ma sopraggiungono quattro uomini vestiti di scuro con i cappelli a tesa larga in una specie di divisa, la polizia politica. Vengono cacciati in malo modo. Pare che Manfred fosse una spia, c’è una lotta al vertice delle dittature sia in Germania che in Italia, Livia è caduta in disgrazia a Roma, non sono velate le minacce alle famiglie di tutti. Risulterà davvero difficile indagare, ancor più individuare e perseguire gli assassini.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie sarebbe giunta al termine con questo (dodicesimo) romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, passiamo qui dal maggio 1933 all’estate 1934. Gli eventi renderanno inevitabile abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Ricciardi era certo di essere pazzo, ora non più, però mantiene una peculiarità al limite del paranormale e non sa se possa trasmettersi alla prole: nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno), chiama questo fenomeno il Fatto (conosciuto ora solo da Enrica, con la quale condivide tutto). La narrazione è in terza varia, Ricciardi ha tutte le sue donne attorno, in differente modo. Sa di aver ereditato la follia dalla madre, la defunta baronessa Marta, e lei gli appare spesso in testa per rimproverarlo. Prova un amore nuovo e profondo per la moglie Enrica e ha paura di metterla in pericolo perché si vogliono bene, perché lei è in procinto di partorire, perché lui deve affrontare subdoli criminali. Vuole salvare Livia e lei è comunque ancora perdutamente innamorata di lui. Come al solito lo aiuta la meravigliosa Bianca Borgati, ora ricchissima e sola, altra vittima del suo tetro fascino. La bruttissima giovanissima governante Nelide anticipa ogni suo desiderio, innanzitutto curandosi della gravidanza, ma questa volta s’inserisce pure nell’indagine seguendo in sogno i consigli di zi’ Rosa. E sono soprattutto le lettrici donna (l’ampia maggioranza di chi legge) che stanno protestando con l’autore per far tornare Ricciardi, prima o poi. Certo è che il romanzo è bello e la fine impeccabile. Il maestro del noir sentimentale evita con cura la tipologia degli altri finali annunciati, costruisce una trama originale e coerente, a più strati affettivi. Ovviamente si mangia (bene) cilentano. E le magnifiche appropriate canzoni napoletane illuminano ogni ora del giorno e ogni relazione di emozioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Cinquanta in blu (Le gialle di Valerio 206)

Aa.Vv. (Costa, Malvaldi, Piazzese, Recami, Robecchi, Savatteri, Simi, Stassi)
Cinquanta in blu. Otto racconti gialli
Sellerio Palermo, 2019
Noir

Italia. Qui e là, ora e sempre. Ampelio, il nonno di Massimo Viviani, ha il diabete e sta peggiorando, i disturbi cominciano a essere seri. A metà giugno riescono a portarlo dal medico e il direttore del reparto di Diabetologia della clinica Santa Bona sita in Pineta intima un cambio di cura e dieta ferrea: niente frutta ma broccoli a volontà, legumi al posto della carne. Il rischio è che i pasti siano brevi e insoddisfacenti, invece lunghe e rumorose le soste al bar dove Massimo lavora. Alice Martelli, fidanzata di Massimo e vicequestore, sta intanto indagando sul professore che pare si sia gettato dalla finestra della sua camera d’albergo a Pisa e che stava per tenere una conferenza (insieme all’ex compagno d’università di Massimo) sull’identità di Geoffrey Holiday Hall, lo scrittore americano della cui biografia nessuno finora sa molto (niente luogo e data di nascita, forse si tratta di uno pseudonimo) pur avendo pubblicato nel 1949 un celebre capolavoro, The End is known (in Italia meritò poi l’introduzione di Sciascia). Il morto era soprattutto un esperto d’identificazione di testi scritti attraverso il calcolo matematico delle frequenze nell’uso delle parole, veniva coinvolto in varie perizie anche all’estero. Il suo computer portatile è scomparso, ci vorranno scienza e acume per risolvere i misteri. Massimo e Alice riusciranno a collaborare alla grande, la coppia funziona e si conclude abbastanza bene la prima delle otto avventure. Seguono Lorenzo La Marca a Palermo negli anni Novanta (in prima persona), Amedeo Consonni a Milano quasi una ventina di anni fa, Saverio Lamanna fra Màkari e l’ultimo Salone del Libro di Torino (in prima), Dario Corbo a Viareggio d’estate (in prima), Angela Mazzola a Palermo, Vince Corso a Roma (in prima), Carlo Monterossi a Milano. Coi soliti amici e parenti intorno.

L’originalità di quest’ultima (quattordicesima) raccolta di racconti gialli inediti degli otto grandi autori (questa volta tutti italiani) della scuderia Sellerio sta nello spunto comune: ognuno doveva scegliere un vecchio romanzo della collana “La Memoria” (giunta qui al titolo numero 1140) e utilizzarlo come elemento significativo della trama del testo con il proprio protagonista. Missione riuscita, il filo “blu” (il titolo richiama il cinquantenario della casa editrice e il colore dei volumi) riesce a essere sia unitario che diversificato, rispettoso dei differenti stile e sensibilità; forse non è in assoluto la raccolta con tutti i migliori racconti, certo è molto gradevole e stimolante la lettura. La lunghezza è abbastanza omogenea (più lungo Savatteri, più breve Stassi), risulta davvero fertile una contaminazione che non inficia i paradigmi noti e amati di ogni autore, come d’abitudine solo alcuni in prima persona. Appare indispensabile citare il personale abbinamento dei romanzi a ogni autore. Illustrato diffusamente per Malvaldi, gli altri sono: Ignazio Buttitta (1899-1997) La vera storia di Salvatore Giuliano per Piazzese, Louise de Vilmorin (1902-1969) I gioielli di Madame de*** per Recami, Anatole France (1844-1924) Il procuratore della Giudea per Savatteri, Manuel Vázquez Montalban (1939-2003) Assassinio al Comitato Centrale per Simi, Salvo Licata (1937-2000) Storie e cronache della città sotterranea per Costa, Gesualdo Bufalino (1920-1996) La luce e il lutto per Stassi, Hans Fallada (1893-1947) Ognuno muore solo per Robecchi. Ovviamente vini e canzoni non mancano e vanno riferiti ai personaggi e ai contesti dei singoli scrittori.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I nostri padri (Le gialle di Valerio 205)

Karin Brynard
I nostri padri
Edizioni e/o, 2019 (originale in Afrikaans 2012, in inglese 2016)
Traduzione dall’inglese di Silvia Montis
Noir

Sudafrica. Tarda estate-inizio autunno 2010 (marzo-maggio). L’ispettore bianco poco più che quarantenne Albertus Markus Bert Beeslar, due metri di altezza, capelli neri e occhi verde scuro, tratti solidi e forti, pallido e corrucciato, sbirro vecchia scuola, spesso rude e sgarbato, pauroso solo dei ragni, vent’anni di servizio nella SAPS (la polizia sudafricana) perlopiù a Soweto (Johannesburg) e ora nel Western Cape, la polvere ruvida del Kalahari, decide di trascorrere qualche giorno di vacanza dal suo amico e mentore Balthazar Blikkies Bliksem van Blerk, un collega sessantenne appena andato in pensione, collocatosi in una residenza per anziani a Stellenbosch, dove vive la figlia Tertia. Proprio lei lo chiama mentre è in viaggio: il padre è morto. Naturalmente. Fa in tempo a partecipare alla cerimonia funebre e viene coinvolto nelle chiacchiere su strane vicende che accadono all’interno della casa di riposo. Poi arriva una telefonata: qualcuno ha ucciso la bella moglie del figlio di una delle ospiti più anziane, che gli chiede di aiutarli sostenendo che nelle forze dell’ordine i neri sono incapaci e demotivati, soprattutto quando ci sono di mezzo ricchi e/o afrikaner. La responsabile dell’indagine è il capitano xhosa Vuyokazi Qhubeka, giovane ma anche lei molto legata a Blikkies. Forse suo malgrado, di fatto Albertus si trova coinvolto. Nelle stesse ore il suo ex figlioccio meticcio Jannes Ghaap si è trasferito e sta provando a fare l’inesperto aitante sergente nell’enorme agglomerato di Soweto, quasi due milioni di persone. Gli rubano macchina e pistola, rischia salute e provvedimenti, finché arriva la chiamata che denuncia la scomparsa della rossa Gerda incinta e del figlio di venti mesi. Nelle foto di casa c’è Beeslaar, era la sua amata, accidenti!

La giornalista politica Karin Brynard (Koffiefontein, 1975) conferma le qualità letterarie e la densità emotiva (mostrate all’esordio) anche nel secondo ottimo romanzo della serie, uscito nel 2011 in afrikaans, poi tradotto in inglese nel 2016. Dall’arido contesto selvaggio del veld, l’azione si sposta parallelamente nella terra vitivinicola per eccellenza e nella township connessa a Johannesburg. La narrazione è in terza varia, alternativamente fissa sul punto di vista dei tre connessi protagonisti: Albertus, Jannes, Gerda; memorabili le telefonate fra i due, emozionanti e più brevi i capitoli sul violento rapimento della donna che sta per partorire una bambina concepita proprio con Beeslaar (anche se lui non lo sa), compiuto da due minorenni violati che l’hanno rinchiusa, legata e imbavagliata, con gli occhi coperti, in compagnia di una iena in gabbia. Finalmente scopriamo cosa era accaduto anni prima fra lei e Albertus, a legarli e allontanarli contemporaneamente e drammaticamente per la vita. I padri del titolo sono i nostri, quelli di ogni figlio, comunità, popolo; continui riferimenti ai meticci e al meticciato; le ferite dell’apartheid risultano ancora tutte aperte. E molto si racconta e si riflette su come i maschi esercitano la paternità, più o meno irresponsabile. Le descrizioni sociali sono accurate e approfondite, riguardo sia ai ricchi boeri dell’imprenditoria immobiliare che alle contraddizioni di classi e colori nelle persistenti townships. Il vino di Stellenbosch andrebbe assolutamente degustato. Beeslaar si addormenterebbe volentieri con i concerti per corno di Mozart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)