Il sorriso di Jackrabbit (Le gialle di Valerio 172)

Joe R. Lansdale
Il sorriso di Jackrabbit
Einaudi, 2018
Traduzione di Luca Briasco
Noir Hard-Boiled

LaBorde e Marvel Creek, East Texas. Un sabato di aprile, ai giorni nostri. Hap Collins e Brett Sawyer, rossa risoluta, si sono appena uniti in matrimonio davanti al giudice di pace, wow! Al picnic nuziale arrivano gli affetti più cari, parenti come Chance, figlia adulta dello sposo recentemente acquisita, il fratello di fatto Leo Pine col fidanzato poliziotto Curt Cucciolo Collins e il capo Marvin Hanson, Felicity e Reba, Manny e Cason. Poi, d’improvviso, da un pick-up bianco scendono due razzisti, morte e distruzione sono sempre in agguato. Si tratta di Judith Mulhanew e dell’aggressivo figlio Thomas, si sono rivolti alla loro agenzia investigativa (dopo il rifiuto di tutti i pochi colleghi della zona) per cercare l’altra figlia maggiore Jackie, attraente e ribelle, chiamata Jackrabbit per i grandi denti davanti, poco più che ventenne, contabile grande esperta di numeri, matematica e ragioneria. Se n’era andata cinque anni prima in un paesotto lì vicino, Marvel Creek (dove Hap è cresciuto), all’inizio stava con l’omaccione che gestiva la discarica, ma da qualche mese nessuna l’ha più vista. L’anticipo è modesto, decidono comunque di provarci, fanno un sopralluogo, domandano in giro, pare che la ribelle ragazza si sia messa con un nero e abbia avuto un figlio, pare che il padre sia appena morto essendosi pagato un efferato suicidio. Tuttavia, le domande attirano guai, soprattutto non piacciono ai segregazionisti del Professore, uno strano inquietante tipo, ben piazzato e di bell’aspetto, capelli corti e faccia liscia, falso sorriso smagliante e radioso, ricco e potente, che manovra tanti per far vivere separate le razze, da una parte i bianchi (come lui) dall’altra i neri (inferiori). Ha protezione violenta e vari segreti. Per contare i morti non basteranno le dita delle due mani.

Decimo bel romanzo della divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore e linguaccia lunga, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, fin dal liceo capace di vivere dimostrando di non essere razzista, brevemente sposato, uccide da sempre il meno possibile, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, elegante megachecca impaziente, decorato in guerra, adora cani e biscotti alla vaniglia, uccide i cattivi di gusto, ordinato pulito atletico, ormai brizzolato e rapato a zero, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona al passato, alter ego dello scrittore, “ateo morale”, narrando l’indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi (sul mondo) della pirotecnica complicata imperfetta coppia. Questa volta piove sempre e la sfida western finale si svolge nella puzzolente sanguinolenta fattoria dei maiali. L’autore si confronta col pessimo razzismo dei tempi andati, si ispira a cronache odierne e descrive il clima emotivo purtroppo egemone in Occidente, populisti nazionalisti xenofobi suprematisti (bianchi), i nuovi negri sono gli immigrati: odio e pregiudizio, ignoranza e cattiveria, disinteresse verso ogni forma di cultura e orgoglio di non sapere. Leonard atterra chi ha colpito Hap e subito canticchia un paio di strofe di una canzone di Kasey (Lansdale), Sorry Ain’t Enough!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Terra di sangue (Le gialle di Valerio 171)

Karin Brynard
Terra di sangue
Edizioni e/o, 2018 (originale 2009, Weeping Waters)
Traduzione di Silvia Montis (dall’inglese)
Noir

Sudafrica, Northern Cape. Circa dieci anni fa. L’ispettore quarantenne bianco Albertus Markus Bert Beeslar, alto ben 1,95, capelli neri e tratti forti, pallido e cupo, viene avvisato del massacro in una fattoria: sono state uccise la proprietaria pittrice bianca di 33 anni (Freddie) e la bambina di quattro che stava adottando (Klara, affetta da sindrome alcolica fetale). Beeslar è uno che lavora sodo, di vecchia scuola, finché un caso non viene risolto 14 ore al giorno, niente straordinari weekend riposo; ha amori lontani e tragedie nel passato, la rossa Gerda non vuole più vederlo dopo gli orribili casini accaduti anche con i figli di lei a Johannesburg, prende ormai regolarmente anticonvulsivi contro la sindrome da stress post-traumatico, poi lo hanno punito per le botte a un collega (violentatore di donne), ora da un paio di mesi è stato mandato in un minuscolo luogo remoto quasi di confino. In quell’area aspra, poco densamente popolata, convivono etnie diverse e stratificate, sono in corso un’ondata di furti di bestiame (pecore e bovini) e assalti alle fattorie (afrikaans), il tasso di omicidi è divenuto il più alto di tutta la nazione, al riarmo generalizzato della criminalità organizzata e degli odi razziali sembrano aggiungersi rivendicazioni di nativi e potenti interessi immobiliari intorno alle terre. Arriva da Cape Town Sara Swarts, sorella più piccola di Freddie, giornalista ambientalista, minuta e atletica, occhi verdi e capelli scuri (spesso con la coda), attraente spavalda tignosa. Non si vedevano da un paio d’anni, avevano litigato e, nel frattempo, il padre era morto accudito dalla figlia maggiore. C’è qualcosa che non torna nel rituale macabro dell’omicidio.

La bozza di questo bell’esordio letterario della giornalista politica Karin Brynard (Koffiefontein, 1975) era di oltre mille pagine, uscito ridimensionato nel 2009 in afrikaans, poi tradotto in inglese nel 2014, ora finalmente in italiano. Trasuda intimità verso quell’ecosistema complesso a 900 chilometri da Città del Capo, sia per l’arido contesto selvaggio del veld (sabbia rossa, crateghi, alberi nani, rocce di dolerite nera, miniere di ferro e manganese, leoni del deserto, babbuini ammaestrabili) sia per il mosaico etnico non solo del post-apartheid (boscimani, Griqua, meticci, ognuno con relative lingue e riti). Segnalo lo slogan lanciato dopo la morte del leader del partito comunista sudafricano Chris Hani nell’aprile 1993 (quando i moti da guerra civile furono calmati dall’apparizione a reti unificate di Mandela, ancora semplice cittadino): “uccidi, il boero, uccidi il colono”. In realtà, come spiega Beeslar, “il mondo è pieno di persone fuori di testa. A volte sono bianche, a volte nere. Ma sono pazze allo stesso modo”. La lenta fluida narrazione di quell’intensa violenta settimana è in terza sull’investigatore e sulla giornalista, due diversi approcci emotivi che si alternano, incrociano, sovrappongono, apprezzano (senza amore) in una terra di acque piangenti, intrisa di sangue che sporca le mani a tutti (da cui i titoli, originale e italiano). S’incontrano innumerevoli rimarchevoli personaggi. Birre e vino (da Stellenbosch) non mancano mai. Mozart, Bach, Vivaldi per Beeslar, il cantante pop Bok van Blerk per i boeri che celebrano l’indipendenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Senti la sua paura (Le gialle di Valerio 170)

Peter Swanson
Senti la sua paura
Einaudi, 2018 (orig. 2017, Her Every Fear)
Traduzione di Letizia Sacchini
Noir

Boston. Primavera. La giovane Katherine Kate Priddy è originaria di Braintree nell’Essex e arriva da Londra, per la prima volta negli Stati Uniti. Ha scambiato per sei mesi il suo trilocale con il bell’appartamento (con vista sulla città e sul fiume Charles) del cugino Corbin Harriman Dell, si è iscritta a un corso di grafica digitale. Fin da piccola soffriva di disturbi d’ansia e ora vuole tentare di cambiare aria dopo quanto le è successo qualche anno prima: il rischio di morire per mano del fidanzato, due giorni chiusa nell’armadio, la paura che ancora la pervade, niente più sesso, le frequenti crisi di panico, mantenendo sempre a portata di mano pillole di benzodiazepine. Proprio nel cuore della notte del suo arrivo, viene uccisa in casa la vicina di pianerottolo, Audrey Marshall, bionda e fragile. La polizia dice e spiega poco ma la scena del crimine doveva essere molto sanguinolenta e cruenta, la detective Roberta James chiede di dare un’occhiata anche da lei. In giardino incontra un ragazzo ebreo magro con lineamenti strampalati, un volto bello e triste, Alan Cherney, lui osservava spesso dalla finestra la vita casalinga della vittima, era divenuta quasi una mania, forse innamoramento (specie dopo che si era lasciato con Quinn). Andando a fare spesa il giorno dopo Kate s’imbatte in un ragazzo dai capelli rossicci, Jack Ludovico, lui era amico e invaghito della vittima. E lei inizia a disegnare schizzi di tutti quelli che incontra, i suoi quaderni sono sempre stati pieni di ritratti abbozzati. Entrambi i giovani hanno alluso a una qualche relazione di Audrey col cugino, più o meno segreta, a Kate cominciano ad accadere cose strane (disegni leggermente cambiati, chiavi e oggetti spostati, bagno visitato), c’è di che aver paura.

Il bravo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) ha forse due costanti finora: Old e New England, vari protagonisti a incastro. Questa volta narra in terza persona sui vari protagonisti (tutti tra i 25 e i 30 anni), via via che si dipanano e intrecciano le loro storie: Kate, Alan, Corbin, Jake. Hanno alle spalle intense dinamiche emotive ed episodi noir, scavando indietro emergono anche legami insospettabili e omicidi mai risolti. La struttura è convincente ma capita pure che annoi un poco: i singoli diversi punti di vista trattano storie non egualmente torbide e violente, sempre paurose ma distanti, nel tempo, nello spazio e nelle emozioni; taluno è immerso nel terrore, tal altro teme per altri o gode per il timore altrui. In realtà, il caso si risolve in soli quattro giorni, pur se cronache e ambientazioni fanno riferimento a vicende del passato in giro per colleges e cottages, birre e caffè di Inghilterra e Massachusetts. Qualcosa c’entrano il regista newyorkese Stanley Kubrick (1928-1999) e alcuni suoi capolavori: Odissea nello spazio (1968), Arancia meccanica (1971), Shining (1980). Grandi quantità di vino bianco e rosso, più a casa che in giro, senza distinzione di odori, sapori, gusti, abbinamenti. La musica giusta per riprovare a fare l’amore è il buon solido datato jazz, e soprattutto una delle infinite versioni musical di Bewitched, Bothered and Bewildered (1940). Però, quando il gioco si fa duro, i cattivi, non a caso, si sparano a tutto volume Brotherhood dei New Order.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Inferno in Church Street (Le gialle di Valerio 169)

Jake Hinkson
Inferno in Church Street
Edizioni del Capricorno, 2018 (Orig. 2011)
Traduzione di Roberto Marro
Noir

Verso l’Arkansas. Poco tempo fa. Il fuggitivo Paul cerca qualcuno da rapinare e incontra il grassone Geoffrey Webb. Gli punta la pistola e salgono in macchina. Geoffrey preme l’acceleratore a tutta e propone un accordo, non gli importa di morire. Da anni vive come una termite (e cita ancora Shakespeare): fa il turno di notte al supermercato della stazione di servizio fuori Sallisaw in Oklahoma, niente famiglia, niente amici, fuma e mangia schifezze. Ora vorrebbe tornare nel minuscolo paese di Little Rock, è disponibile a lasciare i tremila dollari nelle mani del rapinatore pur di potergli raccontare, lungo il percorso notturno di almeno cinque ore, perché merita di andare all’inferno. Comincia a guidare, parlare, narrare. Ha avuto una pessima infanzia e adolescenza: la madre menefreghista se ne andò poco dopo la separazione dal padre violento e sadico lasciandolo allo zio molto credente. Frequentò la chiesa battista, fu accettato nel gruppo giovanile da Fratello Leonard e, finite le superiori, pur non credendo, trovò lavoro come ministro per condurre il gregge dei giovani fedeli, ebbe discreto successo dicendo bene loro quel che volevano ascoltare, finché conobbe la figlia del pastore. Angela Card aveva meno di 17 anni, era poco attraente, sovrappeso, capelli biondo pallido e vacui occhi azzurri. Assegnarono a Geoffrey una casetta bianca di legno a meno di 5 minuti dalla canonica dei Card e a 10 dalla chiesa, tutte lungo Church Street. Lui nascose una consistente collezione di videocassette porno ma ormai pensava sempre ad Angela, riuscì a farle dimenticare il ragazzo di cui era invaghita, lentamente la conquistò e sedusse, non aveva mai baciato una ragazza prima, sarà la prima e ultima perché poi sarà scoperto e ricattato, avviando una spirale di violenza.

Lo scrittore americano Jake Hinkson (1975) è cresciuto in una comunità religiosa di una regione isolata delle Ozarks Mountains (dove il romanzo è ambientato) e ha conosciuto bene le chiese evangeliche delle piccole città dell’Arkansas. Poi si è trasferito a Chicago, iniziando a pubblicare molte buone cose, questo del 2011 è l’esordio letterario, poi pubblicato in Francia un paio d’anni fa (Prix Mystère de la critique 2016), ora finalmente in italiano, cui sono seguiti vari altri romanzi noir, racconti e saggi. La narrazione è tutta in prima persona, all’inizio e alla fine Paul, l’ampio corpo centrale Geoffrey, che si presenta come l’uomo peggiore del mondo. Il più cattivo risulta forse il massiccio sceriffo della contea, Timothy “Doolittle” Norris, guance rosse e capelli argentei, rieletto per il rotto della cuffia, parte essenziale di una specie di famiglia mafiosa (guidata dalla madre), che controlla varie attività criminali, dispensando pure marijuana e metamfetamine. Ma, del resto, “ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, sottolinea Fratello Webb, citando addirittura Tolstoj. Rimarchevoli e meditabili le quattro essenziali verità della vita: la maggioranza delle persone vuole che tu dica loro quel che vogliono sentirsi dire; ci fidiamo soltanto delle persone che condividono i nostri pregiudizi; per il 99,9 % del mondo tu non esisti; il numero di persone a cui “importa” di te è direttamente proporzionale al bisogno che hanno di te. In effetti, conosco qualcuno che le conosce e le applica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ostracismo (Le gialle di Valerio 168)

Veit Heinichen
Ostracismo
Edizioni e/o, 2018 (Orig. 2017, Scherbengericht)
Traduzione di Monica Pesetti
Giallo

Trieste. Novembre 2016. Il bravo gigantesco cuoco Aristèides Athos Kiki Albanese, cresciuto senza padre, madre di origini greche morta quando aveva 4 anni, ne ha ormai 54. Gli ultimi 17 li ha trascorsi in carcere, è uscito da tre mesi con barba folta e capelli castani lunghi raccolti in coda di cavallo, qualche fantasiosa idea per la testa. Fu condannato da capro espiatorio per un omicidio non commesso su falsa retribuita testimonianza di dodici traditori; ora deve comunque ancora presentarsi dagli sbirri una volta alla settimana. L’anziana malata 80enne ex prostituta Melissa zia Milli Fabiani ha ingenti risparmi da parte e lo aiuta in tutti i modi ad aprire un ristorante d’intesa con la comunità di periferia del dinamico 60enne don Alfredo, cui era stato affidato appena scarcerato e dove preparava i pasti per i profughi. In cucina lo aiuta il dotato pakistano 35enne Aahrash Ahmad Zardari, presso il cui piccolo appartamento vive, disponibile anche a collaborare alla nuova impresa. In vista dell’apertura vorrebbe però togliersi lo sfizio di vendicarsi. Comincia a intrufolarsi nelle case di chi lo tradì e a preparare loro qualcosa di molto buono, avvelenato. Fra di loro ci sono due figure chiave: la sua compagna di allora, Fedora Bertone, esuberante sgualdrina bionda, allora cameriera nella sua trattoria, che ora gestisce come bar, senza avergli permesso rapporti col figlio Dino 24enne; il potente politicante Antonio Tonino Gasparri che lo fece fuori, consigliere comunale e regionale ammanicato con tutto e tutti, esile e untuoso, furbo e corrotto. E potrebbe andarci di mezzo forse anche il commissario (dal 1999) vicequestore (già da un po’) Proteo Laurenti, che 17 anni prima non si ribellò alla dinamica criminale e ora indaga su un’armatrice precipitata nel vuoto.

Veit Heinichen (Villingen-Schwenningen, 1957) è un economista tedesco che ha scelto prima di essere solo un professionista letterario, libraio editore giornalista, poi di trasferirsi nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia dove vive da decenni. In una ventina d’anni ha anche scritto una decina di belle premiate avventure noir del testardo Laurenti, di lontane origini salernitane, poliziotto di strada, alto e sottile, sempre innamorato della moglie Laura, bella energica donna d’affari (le storie con Linda e Ziva risalgono al passato) e dei tre figli ormai grandicelli, Livia Patrizia Marco (nati a due anni di distanza l’una dall’altro, cresciuti con le solite dinamiche familiari, ogni volta articolate e aggiornate). Molto si parla dei rapporti fra Trieste e Grecia, anche il titolo fa riferimento all’istituto dell’esilio forzato, utilizzato nella democrazia di Atene e di altre antiche città greche per mettere al bando persone capaci ritenute pericolose dal potere costituito. Bella l’idea del nuovo ristoro in centro: usare avanzi a basso costo per preparazioni improvvisate e di gusto, tanto che il giornale spiega con entusiasmo anglo-verboso che il nuovo “ristorante fast-casual propone piatti espressi preparati in front-cooking con la rapidità di un locale quick service. La selezione del giorno non è molto ampia, ma i prodotti sono freschi e il locale offre anche un servizio di take-away, ponendosi a un livello intermedio tra il fast food e il casual dining… Rating AA+”. Sullo sfondo i discutibili interessi commerciali portuali e le persecuzioni legaiole contro i migranti. Troppo prosecco, ma alla piccola taverna greca accanto al Ghetto Laurenti si concede un rosso di Creta, lo Skalani, cuvée di Syrah e Kotsifali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Sbirre (Le gialle di Valerio 167)

Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni
Sbirre
Rizzoli, 2018
Racconti gialli

Pubblica sicurezza. Oggi. Anna Santarossa è vicequestore in Friuli Venezia Giulia, diligente, colta, gentile, bella, sterile. Da quattro anni ogni tre settimane tradisce polizia di Stato e marito Pietro con il sovrintendente capo Zeno Degrassi alla pensione Mangart, frontiera fra Italia Austria Slovenia. Corrotti dalla mafia bulgara (per far passare armi, stupefacenti, latitanti, puttane, soldi) dividono diecimila euro, vino, sesso (dopo un’iniezione di papaverina nel cazzo). Finché qualcuno nelle campagne di Cormons taglia la gola a Zeno, che aveva una maestra moglie (da dodici anni) e due figli maschi. E Anna finisce in grossi guai, davvero. Alba Doria è commissario all’Unità di analisi del crimine violento di Roma, nemmeno trentenne, corti capelli biondi e occhi verdi. Col suo capo Paolo Petti, vanesio rapace cinquantenne sovrappeso col quale è stata a letto una sola volta nonostante lui continui a insistere, stanno guardando per l’ennesima volta il video di un ragazzo che ha sparato ai genitori e si è gettato dal terrazzo. C’è qualcosa che non la convince, come se l’omicida fosse teleguidato. Finché si verifica un caso apparentemente analogo. E Alba si butta a cercare nella rete profonda, il dark web, fra odiatori e psicopatici affetti da triade oscura, davvero. Sara Morozzi si è autorottamata dall’unità speciale di Napoli, lei maestra per le intercettazioni, bruna poco più che cinquantenne, occhi azzurri e tratti dolci, figura minuta e capelli ingrigiti. Il suo amore 76enne è morto dopo penosa malattia, per lui aveva abbandonato la famiglia. La avvisano ora che anche il figlio metodico scienziato chimico Giorgio Alberti (che non vedeva da anni) è deceduto in un incidente stradale, davanti alla casa dove viveva con la compagna fotografa incinta. Sara agisce subito, indagando i segreti, aspettando con tenacia, ricominciando a fare il braccio che punisce, davvero.

Massimo Carlotto (Padova, 1956), Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) e Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) sono tre fra i maggiori scrittori italiani contemporanei, dediti prevalentemente alla letteratura e al romanzo giallo noir, senza disdegnare altre arti e altri generi. Il progetto di un volume collettaneo risale indietro nel tempo e vede finalmente la luce con tre estesi bei racconti polizieschi dedicati a protagoniste di sesso femminile, “Senza sapere quando” per Carlotto, “La triade oscura” (il più lungo) per De Cataldo, “Sara che aspetta” (il più breve) per De Giovanni. Esperimento riuscito. Terza persona fissa al passato per tutti. Sara era apparsa in un recente libro dell’autore napoletano, inizio di una serie, comunque il racconto è ambientato qualche mese prima degli avvenimenti del romanzo (non dopo), quando sta per essere ricontattata dall’ex collega (già ai Servizi) Teresa Pandolfi, ora a capo della sezione, che le vuol chiedere appunto di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Anna e Alba sono di fatto alla loro prima apparizione, pur non potendosi ora escludere che possano tornare; soprattutto la seconda, brillante nella Rete buia, garanzia di affermazione sociale; la prima si trova comunque in braghe di tela, umiliata con metodo, finendo per chiedere aiuto proprio alla brava moglie dell’amante, Aleksandra Droic a Tarvisio. Comunque donne sensibili, di forte adeguata reattività, capaci di violenza, in bilico fra bene e male, immerse nei crimini e nelle vendette. Ribolla gialla per Anna, Sauvignon per lo spasimante di Alba, costretta pure alle note di Dragon Ball e Carmina Burana.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

A bocce ferme (Le gialle di Valerio 166)

Marco Malvaldi
A bocce ferme
Sellerio, 2018
Giallo

Pineta. 7 gennaio 2018. La procace precisa intelligente Tiziana Guazzelli deve andare dal commercialista, coglie l’occasione per valutare con il matematico Massimo Viviani l’andamento del loro nuovo BarLume. Arrivano e, prima di salire al primo piano, trovano Alice Martelli a piano terra, la freddolosa compagna 37enne di Massimo, attesa presso l’ufficio del notaio (pare che i due professionisti condividano pure altro, oltre alla palazzina). Occorre presenziare all’apertura di un testamento, nel cui testo (evidentemente) si parla di qualche reato che interessa l’autorità giudiziaria. Dieci giorni prima era morto Alberto Corradi (nato lì nel 1948), ricco proprietario della Farmesis e padre di Matteo (nato a Pisa nel 1980), ora ha lasciato scritto di aver ucciso nel maggio 1968 il padre putativo Camillo Luraschi, il lascito testamentario non può essere reso operativo, accidenti! E poi c’è di mezzo il Sessantotto: che accidenti facevano allora quelli della banda della “Magliadilana”, proprio nell’anno in cui Massimo stava appunto venendo al mondo e loro non erano ancora vecchietti prostatici (tutti ispirati a personaggi reali)? Certo conoscevano Luraschi. Aldo era già del Torino (come Massimo e alcuni altri), Pilade Del Tacca già lavorava all’anagrafe (tanto che Alice gli dà un incarico ufficiale), Gino Rimediotti si dichiarava già nostalgico di destra e, soprattutto, Nonno Ampelio Viviani (ora diabetico, vicino ai novant’anni) era ferroviere sindacalista di sinistra e fu arrestato per rissa aggravata. Tocca ancora una volta a Massimo e ai simpatici sodali capirci qualcosa, tanto più quando capita un altro omicidio che si ricollega a delitti dei tempi andati, in qualche modo.

Lo scienziato scrittore (già allievo di conservatorio e buon pongista) Marco Malvaldi (Pisa, 1974) è una garanzia di piacevole divertente intrattenimento noir. Qui tornano gli spassosi toscanacci seriali apparsi nel 2007 e già protagonisti di (finora) sette romanzi, una decina di racconti e vari episodi televisivi (Sky). La narrazione in terza varia al passato alterna tempi e luoghi, l’ambientazione nella Pisa del Movimento (ringraziamenti ad Adriano Sofri) e nel piccolo e anonimo borgo del litorale toscano contemporaneo. Significativa e competente la storia dell’azienda farmaceutica del defunto (mentre ora l’erede Matteo vorrebbe buttarsi in politica). Le battute si sprecano, tutto viene trattato con arguzia e ironia, attraverso i soliti dialoghi teatrali scoppiettanti e qualche rara introspezione. Sacrosanta ostilità alla demagogia. Il tifo si manifesta solo in un paio di occasioni, contro la Juve (anche se non avevano ancora saputo di Cristiano Ronaldo). Quel che conta è la corale squadra investigativa, anche Tiziana fa parte degna, non indifferenziata: negli ultimi dieci anni in provincia ci sono stati circa venti omicidi, circa metà sono avvenuti dalle parti di Pineta, quasi tutti sono stati risolti da loro che, comunque, iniziano solo leggendo il giornale e commentando ogni notizia, mentre bevono caffè corretto al sassolino (Gino), spuma bionda (Aldo), estratto di sedano e finocchio (Pilade), caffè semplice (Ampelio) e Massimo sbatacchia la campana di bronzo se ascolta una cazzata. Il brindisi si fa con lo spumante Chiarebolle della Tenuta Tebaldi Santangeli. Meglio il rum, Demerara 1990.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lo stupore della notte (Le gialle di Valerio 165)

Piergiorgio Pulixi
Lo stupore della notte
Rizzoli, 2018
Noir

Milano. Dicembre 2017. Rosa Lopez ha 46 anni e uno stato di servizio impeccabile: laureata entra da sottotenente nell’Esercito, due anni volontaria in missione nei Balcani, poi carriera in polizia, sette anni in Calabria, finché risulta prima al concorso interno per commissario, trasferendosi nel 2009 a Milano dove si dota di un arabo perfetto e ottiene varie specializzazioni, 157 arresti, 64 espulsioni, 37 onorificenze, 14 proiettili nella cassetta postale. Graziosa e arcigna, forme generose e toniche, allenamenti quotidiani, abitazione impersonale e sempre temporanea intestata a un prestanome, dorme poco, mangia vegetariano, soffre di ulcera e stress, beve impreca spara come un uomo. Ora è al Forno, capo dell’Unità speciale (circa una ventina di persone) contro il terrorismo di matrice islamica. Frequenta per sesso e distrazione (rigeneranti) un ricco affascinante medico giramondo, prima ha avuto due intensi amori, il suo vecchio capo (ucciso dalla ‘ndrangheta) e un amico collega più giovane (in coma), la chiamano “Vedova nera”. Voci affidabili segnalano che si sta preparando un grande attentato. Lei lavora anche per gli americani (un vecchio ricatto) alle spalle del Viminale; loro ne sono certi, gestiscono infiltrati e altre fonti criminali; hanno sede nei duemila metri quadrati non accatastati del Lovers (già Albergo Venere, base Ovra, prigione nazista, quartier generale alleato), mitico profondo centro fantasma di detenzione e tortura. Sono stati rubati tre fucili d’assalto AK-47, ci sono funzionali giri di droga e denaro, vari ragazzi si stanno organizzando per diventare martiri, scompaiono tre furgoni, forse esiste davvero il Maestro, nell’ombra, a gestire regia e depistaggi, qualcuno che conosce bene metodi e capi degli investigatori italiani. Moriranno in tanti, davvero tanti, e Rosa si arrabbierà di più, costretta a vederne di tutti i colori e i sapori.

L’autore e sceneggiatore Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) da dieci anni si fa avanti con acume e coraggio sulla scena letteraria europea. Dopo aver partecipato giovanissimo al Collettivo Sabot (animato da Massimo Carlotto), dopo la tumultuosa quadrilogia sul corrotto Mazzeo (nel nordest), dopo altre prove interessanti (e premiate), si cimenta ottimamente con il terrorismo: hard-boiled, spy-story, giallo, thriller nell’inquinato luccicante ecosistema milanese (dove ora vive). La narrazione in terza varia al passato segue sia Rosa sia gli altri protagonisti, soprattutto quelli attorno al Maestro, che aveva impiegato anni a costruire un piano di geometrica precisione, a dragare nel web e nei quartieri metropolitani più disagiati (incubatori di radicalismo e indottrinamento), a reclutare emarginati e piccoli delinquenti alla deriva disposti a ritrovare il “vero” Islam. Pulixi mantiene la cifra di noir adrenalinici, alternando sempre con ritmo ed efficacia differenti ambientazioni sociali e dimensioni emotive e previlegiando l’azione senza disdegnare l’introspezione. Lo stile si è via via affinato, arricchito, maturato. Segnalo che la poetessa preferita da Rosa è Alda Merini, ne visita la tomba al Monumentale. Il Cuba ha un aroma delizioso; grande cura nella scelta sia dei vini che dei liquori, il pugliese Nero di Troia (Canace, 2007) è intraprendente e determinato come lei, che predilige pure il Joe Lovano Classic Quartet (lui sassofonista). Anche se poi ai ricordi s’abbandona con Mina, Se telefonando.

Valerio Calzolaio

Il purgatorio dell’angelo (Le gialle di Valerio 164)

Maurizio de Giovanni
Il purgatorio dell’angelo
Einaudi, 2018
Giallo

Napoli. Maggio 1933. Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, è certo di essere pazzo, e di aver ereditato la sua follia dalla madre, la defunta baronessa Marta. Piuttosto è incerto se confessarlo finalmente a qualcuno, forse alla stessa amata Enrica, con la quale finalmente si frequentano da dolci innamorati, nonostante l’opposizione della madre, l’aggressiva Maria. Lui quasi 33 anni, enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, schivo e introverso, senza auto né patente; lei 25, occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Ricciardi si sente diverso, nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Questa volta lo chiamano sugli scogli di Posillipo, in fondo a via Costa c’è il cadavere di un anziano prete, colpito in testa da dietro senza segni di colluttazione, lui capisce che era inginocchiato (l’autopsia confermerà) e parlava di una confessione (perché e di chi andrà indagato). Il brigadiere Maione gli è accanto e collabora con affetto e dedizione, pur distratto da una serie di rapine di un gruppo di ragazzini nel quartiere Chiaia, quasi all’orario di chiusura e distanti dalle ronde delle guardie. La vittima dell’omicidio, padre Angelo, era apprezzato sia nella comunità di gesuiti di San Luigi ove viveva da decenni, docente teologo, sia da vari esponenti della più alta società cittadina, dei quali era il preferito confessore. Nel suo passato o nel suo presente si nascondono segreti, sommessamente Ricciardi li scoprirà, sollecitando chiare confessioni agli affetti più cari.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie è giunta quasi al termine. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, ora narra alcuni mesi (residui) della magnifica città. Siamo all’undicesimo volume, molto bello, probabilmente il penultimo. In copertina l’ucciso, il mare e la sagoma della montagna che si distingue nella luce di latte. Con un titolo pervasivo: i peccati sono un fardello di cui non si libera con facilità (solo per qualcuno, credente o meno), la vita è un purgatorio per chi ha fede (e qualcun altro), soprattutto per gli angeli come è noto. Così gran parte dei personaggi combattono con la necessità di confessarsi, per l’assoluzione o lo sfogo. Come sempre, la narrazione è in terza varia al passato, le due indagini e le vicende private accavallate con sapienza drammaturgica, capitoli talora intervallati da inserti che raccontano la storia parallela dell’antico “scherzo” di due studenti per evitare una prova di greco in classe (alla fine si capirà l’intreccio), oltre che dai (rari) intensi toccanti ispirati corsivi autorali. Gran ragù preparato da Lucia per il marito brigadiere, i sei figli e il nuovo allievo prediletto. La colonna sonora musicale è affidata all’avvenente personaggio che siamo tutti in attesa di incontrare (prima o poi), Bianca Borgati, marchesa di Rosaspina. Mentre il marito è giustamente in prigione, muore il carissimo leale amico Carlo lasciandole tanti denari e gran bei dischi, soprattutto due (clandestini) cantati dalla giovane mitica Billie Holiday: But Not for Me e The Man I Love, dei fratelli Gershwin.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il metodo Catalanotti (Le gialle di Valerio 163)

Andrea Camilleri
Il metodo Catalanotti
Sellerio, 2018
Giallo

Vigàta. Autunno – inverno 2015-2016. Novità in casa Montalbano. Fra i gustosi tranquilli pranzi marinari alla trattoria di Enzo (con successiva passeggiata sul molo) e le solitarie succulente cene pronte di Adelina, dopo una mattina di inutili indagini, improvvisamente a Salvo prende lo sghiribizzo di andare in un altro ristorante di cui ha sentito parlare bene, “Catarinetta”, in aperta campagna a metà strada tra Vigàta e Montaperto. Per caso sta mangiando lì Antonia Nicoletti, la giovane nuova responsabile della scientifica. Si mette al suo stesso tavolo, gli piace proprio, scambiano qualche frase, paga lui. L’aveva incontrata di recente sulla scena di un crimine, quando era stato rinvenuto cadavere il 50enne vigatese Carmelo Catalanotti, benvestito sul proprio letto, con un manico di tagliacarte che spuntava all’altezza del cuore. Non era quello il morto che Salvo e Domenico Mimì Augello cercavano, in realtà. Quell’impenitente “fimminaro” del suo vice si era imbattuto la sera prima, fuggendo per balconi a causa di un incontro erotico con Genoveffa interrotto dall’arrivo del marito, in un altro uomo insanguinato e senza respiro, steso su un letto al buio, scomparso quando erano tornati di giorno. D’altra parte Carmelo è pieno di misteri, sospeso fra due differenti identità e attività: l’usuraio gentile, con tanti debitori meticolosamente appuntati cui riservava tassi bassi e congruo tempo; il teatrante fissato, con tanti attori, aspiranti o meno, cui imponeva gravose prove psicologiche. Il fatto è che Antonia distrae Salvo, almeno un poco, lui sente Livia ormai come un’amica, si rifà barba e guardaroba, ci mette parecchio tempo a capirci qualcosa. Lei è una trentenne alta, capelli ricci corti, occhi lunghi verdi, naso perfetto, arrivata da appena una settimana, sola per scelta e in procinto di essere trasferita di nuovo, ad Ancona. Non è che ci troviamo Montalbano nelle Marche la prossima volta?

Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) torna subito in testa alle classifiche di vendita! Come sempre, narra in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate, questa volta con intermezzi in corsivo di racconti e trame. Per i gravi problemi agli occhi, come ormai da quattro anni, ha dettato il romanzo a Valentina Alferj (vista, udito e contrappunto immediato del metodico grandissimo autore). La struttura è analoga alle precedenti: capitoli della medesima lunghezza ritmati dall’argot vigatese-camillerese stretto, una partitura musicale questa volta dedicata al grande amore per la drammaturgia, il ritorno al teatro è il vero tema del romanzo. L’ucciso è un artista dalla personalità complessa, gran lettore e conoscitore di opere, autore originale, applicava un metodo severo (da cui il titolo) per mettere un attore in condizione di recitare, ne faceva venir fuori emozioni forti e pulsioni recondite. Vengono così citati figure e teorie del teatro “povero”, del verosimile e del similvero, delle opere para-poliziesche (genere “giallo” usato per indagini profonde nell’animo dell’uomo contemporaneo). Salvo non è lontano dalla pensione, ha la pancetta e altre sue abitudini, fra l’ennesima sigaretta e il buon whisky, fra le troppe firme burocratiche e il sentirsi in colpa per chi resta senza lavoro, capisce di dover prendere di petto l’antica scontata relazione con Livia (che vive a Boccadasse, si è presa un cagnetto e l’ultima volta gli ha lasciato un foglietto di prescrizioni alimentari), la passione si è trasformata in amore fraterno, e questo è l’altro filo conduttore del romanzo. Vino in fiasco o bottiglia accompagna ogni mangiata. Montalbano si felicita con i versi di Neruda (e non solo) oppure canticchia il valzer della Vedova allegra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)