Le gialle di Valerio/124: Il sentiero

Peter May
Il sentiero
Einaudi, 2017 (orig. 2016, Coffin Road)
Traduzione di Alessandra Montrucchio
Giallo

Isole Ebridi, Scozia. Settembre 2013. Un bell’uomo quasi quarantenne, capelli scuri e ricci, occhi azzurri e zigomi alti, magro e in forma, si trova stropicciato sulla spiaggia di un luogo sperduto e pochissimo abitato, con un giubbotto di salvataggio, senza ricordare chi è e dove abita, perché è lì e come ci è arrivato. Un tipo lo osserva col binocolo dalla collina prospiciente accanto a una roulotte e a una Land Rover malconce. Grazie alla battuta di un’anziana incontrata mentre sale verso la strada per il sentiero fra le dune, impara di chiamarsi Maclean e di abitare nel piccolo cottage a un piano dove lei lo accompagna. All’interno ci sono il Labrador color cioccolato Bran (accidenti, sa il suo nome!) e alcuni indizi: bollette destinate a Neal Maclean, Dune Cottage, Luskentyre, isola di Harris. Dunque, è la spiaggia di Tràigh Losgaintir, Ebridi scozzesi. Il computer è vuoto ma fra i pochi libri c’è Il mistero delle isole Frannan, sono vicine, isolotti vari a 30-35 chilometri, con un faro da dove scomparvero i tre guardiani nel dicembre 1900. Continua a non capire cosa ci fa lì, arriva una coppia di vicini, Jon e Sally Harrison. A loro ha detto di essere in periodo sabbatico dalla carriera accademica a Edimburgo e di star scrivendo un libro sull’antico mistero. Lo viene a sapere da Sally, a letto, hanno una relazione. Lei gli conferma di gestire col marito un anno sabbatico rispetto a un matrimonio che si stava sgretolando. Poi lo accompagna sul sentiero evidenziato in una mappa, la Via delle Bare, una specie di cimitero all’aperto in pendenza. In cima ci sono due massi e subito dietro una conca, ove qualcuno ha messo al riparo 18 arnie quadrate. Sa cosa sono e vede ferite da puntura sulle mani. Ancora non ricorda, intuisce che nella propria vita c’entrano le api e l’agrochimica.

L’affermato giornalista, scrittore e autore televisivo scozzese Peter May (Glasgow, 1951) dedica il nuovo romanzo “alle api”. E, in effetti, molte pagine illustrano, allegramente e senza supponenza o tecnicismi, che si meriterebbero molti ringraziamenti dalle altre specie, soprattutto da piante e umani. Sono una chiave decisiva per la sopravvivenza di molti ecosistemi. Anche se è stato un processo evolutivo casuale, non possiamo fare a meno di loro. Impollinano oltre i due terzi dei frutti e degli ortaggi, ovvero molto di quanto ci impedisce di morire di fame; hanno vita dura e breve, circa sessantamila in un alveare, tutte imparentate. Le femmine (“operaie”, fanno quasi tutto loro) svolgono le preminenti funzioni riproduttive e gerarchiche, i maschi (fuchi) oziano e muoiono dopo aver fecondato la regina. Quando lo incontriamo, il protagonista soffre di amnesia dissociativa e ci mette un po’ a ricordare come mai percorreva la Via delle Bare (il titolo inglese, Coffin Road) e cosa ha a che fare con le api. Narra l’improvviso enorme smarrimento in prima persona al presente, come ad alta voce; la storia avanza come disvelamento parallelo per se stesso e per i lettori. Emergono così due altre figure rilevanti, anche loro all’oscuro della sua identità: da una parte l’irrequieta figlia 17enne Karen, convinta che sia morto già da quasi due anni; dall’altra il non più giovane calmo sergente Gunn della stazione di polizia dell’isola, quasi convinto che comunque sia pure un assassino, visto che poi nel faro trovano anche un cadavere fresco. Il loro parallelo percorso investigativo è narrato in terza persona al passato, alternandosi col protagonista, con aggressioni e morti, intreccio e ritmi da buon giallo, ecothriller o “verdenero” che dir si voglia. Non mancano parole e frasi in gaelico, sono posti dove andare! Karen seleziona Marilyn Manson. Per provarci si serve dello syrah australiano, viola scuro. Caol Ila è l’ottimo whisky isolano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/123: Pulvis et umbra

Antonio Manzini
Pulvis et umbra
Sellerio, 2017
Noir

Aosta e Roma. Giugno 2013. Il vicequestore Rocco Schiavone è sui 47 e da sei si trascina la vita sulle spalle con la faccia spiegazzata, i capelli spettinati, il torso masticato, gli occhi spenti e inespressivi, inno alla gioia come sarcastica suoneria personalizzata. Il 7 luglio 2007 era morta la moglie Marina (per caso, volevano uccidere lui). Depressione e allucinazioni non lo lasciano, ora da qualche tempo lei non va più a trovarlo, neanche ad Aosta dove è stato forzatamente trasferito da dieci mesi per punizione e ora retrocesso pure di ufficio. Vive solo, senza internet quadri libri. Gli resta Lupa, fedele cucciola lupetta che riconosce tre nomi (il proprio, “pappa”, “no”). Finisce pure per affezionarsi paternamente a Gabriele, l’adolescente ciccione brufoloso ignorante, vicino di appartamento, che gli chiede aiuto per il latino e glielo garantisce per il web. Rocco continua a detestare le rotture di coglioni (seconda una personale classifica), comprese criminologia e feste comandate, porta sempre le Clarks (sedici paia e tallonite al sinistro dopo i primi dieci mesi di montagna), si fa regolari canne, collega le persone incontrate a una specie animale, gira in Volvo. Trovano una trans argentina M to F morta, sulle rive della Dora Baltea; la prostituta è stata strangolata a casa e gettata lì. Già risulta complicato darle un’identità, peggio se capisce di essere seguito e spiato, sembra c’entrano i Servizi in qualche modo. E, poi, a Castel di Decimo in un campo sulla Pontina, trovano un cadavere sgozzato, in tasca un foglietto con il suo numero di cellulare. Potrebbe tornare a galla la vecchia storia del traffico di droga ed essere coinvolto Enzo Baiocchi, il vendicativo detenuto scappato da Velletri che (volendo uccidere lui) ha già ucciso Adele, donna del grande amico Sebastiano, messosi in caccia verso il Friuli. Rocco cerca gli amici e risolve entrambi i casi; ma forse è peggio: verità e giustizia son distanti.

Fra altre scritture, sesto romanzo per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) della bella sospesa serie Schiavone, originale anche perché concepita come un unico romanzo “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato dieci mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (nell’autunno 2016 anche in tv). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa o comunque connessa al protagonista, al passato. Anche qui è vero autentico noir, il protagonista fa i conti con il proprio dolore strutturale e con il proprio ruolo formale, mettendo a repentaglio l’amicizia più profonda, quella trasteverina dei sodali romani (Furio e Brizio oltre a Seba), loro ancora sul crinale del crimine ai bordi della legalità, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Le molliche possono essere lasciate non da Pollicino ma a bella (polverosa) posta. E si tradisce nell’ombra, talora senza saperlo volerlo poterlo. Il latino appare nel titolo (appunto “polvere e ombra”, Orazio), nelle ripetizioni sulle declinazioni, in qualche proverbio. I personaggi vecchi e nuovi lasciano bene il segno: il questore Costa, il magistrato Baldi e la turbata vice Caterina fra i primi; fra le seconde la dolce Carmen all’ambasciata dell’Honduras e la sospettosa palermitana commissario della Scientifica (appena arrivata) Michela Gambino, convinta che le scie chimiche siano un ottimo sistema di controllo da parte dei 300 registi mondiali. Segnalo che il 40enne calciatore dilettante Gianandrea rinviene il cadavere mentre ascolta Finardi e corre dopo solo due mesi di fermo per la cuffia dei rotatori. Più che su scontati bianco o rosso, meglio puntare su rhum e cioccolato fondente. Gabriele gli mette David Bowie in sottofondo triste e Rocco apprezza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/122: Non lasciare la mia mano

Michel Bussi
Non lasciare la mia mano
e/o, 2017
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Giallo Hard-boiled

Francia, Saint-Gilles-les-Bains, Isola della Réunion. 29 marzo – 1 aprile 2013. Josapha Sofa Bellion ha sei anni, disincantata figlia di Liane e Martial, capelli biondi e occhi azzurri, adorabile peste, intelligente appassionata volitiva. Liane Armati, bibliotecaria a mezzo tempo, è la più bella donna dell’hotel, bionda, lattiginosa, lentigginosa, esile, allegra, di classe. Martial aveva già vissuto sull’isola, ora è custode di palestra in un piccolo comune della regione parigina, muscoloso e abbronzato, sono sposati da cinque anni. Sofa sta facendo la smorfiosa coi braccioli in piscina quando la madre svanisce. Era salita un attimo in camera, il padre l’aveva raggiunta, un’ora dopo lui affranto ne dichiara la scomparsa, nella stanza manca un coltello e sono evidenti gli schizzi di sangue. Poche ore dopo i primi interrogatori, quando vari indizi convergono sulla colpevolezza del marito che sta per essere arrestato pur non essendo stato rinvenuto il cadavere, anche papà e figlia scappano e riescono a non farsi più trovare. Li braccano ovunque con perquisizioni e posti di blocco, all’inizio sotto la guida della locale giovane comandante della brigata di gendarmeria, Aja Purvi, meticcia zarabe (padre di origine indiana e religione musulmana) e creola, lunghi capelli neri e occhi a mandorla, laureata in Giurisprudenza a Parigi, sposata con il perfetto maestro Tom, due figlie, piccola nervosa ambiziosa tenace, coadiuvata dall’irregolare vecchietto sottotenente Christos innamorato della curiosa arrapante Imelda. Vari muoiono, la matassa risulterà dolorosa e difficile da sbrogliare.

Il professore di geografia all’università di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a scrivere ottimi gialli senza protagonisti seriali in ecosistemi sempre molto biodiversi e originali. Grande oltre 2.500 chilometri quadrati con quasi un milione di abitanti (5 deputati all’Assemblea Nazionale), la frastagliata isola tropicale Réunion fa parte dell’arcipelago delle Mascarene nell’Oceano Indiano, dipartimento francese d’oltremare a est del Madagascar non lontano da Mauritius, una meraviglia per le vacanze, piena di turisti soprattutto durante la settimana di Pasqua. Immigrazioni plurime e diacroniche ne hanno fatto un guazzabuglio etnico, attira godurioso turismo per il vulcano e i 207 chilometri di costa, le foreste tropicali e le barriere coralline. Vi si svolge un’accorata caccia all’uomo di 50 ore e verrebbe voglia di visitare ognuno dei centri urbani e dei siti naturali citati. La narrazione è in terza varia al presente, emerge la sensibilità evoluzionistica dell’autore, sia quando parla delle specie animali presenti più o meno estinte (come il tenrec o il papangue, il tec-tec, il dodo), sia quando usa termini e modi di dire del posto. Il titolo (anche francese) fa riferimento alle paure della bambina (per suggestione o rischio pratico), che si rivolge accoratamente al papà (talora in prima), pur non sapendo se abbia davvero già ucciso la mamma. Frequenti i richiami normanni e Monet non manca mai! Vino di Cilaos e rum alla nespola giapponese (anche lo Charrette andrebbe benissimo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/121: I signori della cenere

Tersite Rossi
I signori della cenere
Pendragon, 2016
Noir Hard-boiled (narrativa d’inchiesta)

New York e Creta (fra l’altro). 2006-2008 (e molto prima). Lorenzo Rettura, nato a Settebagni nel 1968, padre postino e madre casalinga, liceo linguistico e Lettere Moderne, molto amante di Bukowski, scommesse, ozio e avventure di una notte, nell’estate 1993 durante il classico road-trip negli Usa conosce un trader di Wall Street, fanno amicizia e inizia a far carriera, diventando presto asso del trading e cocainomane. Dopo l’11 settembre l’amico si suicida, la psicanalista gli spiega che ha una personalità dipendente, diventa più ricco e potente, sempre più dipendente da borsa, droga, violenza, prostitute. Visti il parco clienti e i successi finanziari è quasi l’unico cui viene concesso di non adeguarsi al modello “banca e famiglia” (serietà, austerità, salutismo, stabilità sentimentale con prole). Inevitabilmente all’inizio dell’autunno 2006 la competizione al vertice si fa durissima e, per prevalere, deve imparare i trucchi illeciti del mestiere e usare i ricatti personali del potere. Non mancheranno incidenti di percorso e comportamenti criminali, riuscirà a scalare verso l’alto, finché nel maggio 2007 a Milano condividerà un pericolo di poche ore con la donna. Petra Venturini è una bella 31enne fiorentina iscritta a un dottorato in antropologia, si mantiene sistemando scatole in una profumeria, con pessima vita sentimentale (grande amore svanito, pletora di occasionali feticisti, frustati, impotenti o idioti), ora disperata per la scomparsa dell’amica Sonia. D’estate Lorenzo e Petra cominciano a scriversi, legati anche dall’interesse per gli studi che stava facendo Sonia su civiltà neolitiche pacifiche, imperniate sulla Grande Madre, un altro modo di essere umani sapienti, da sempre perseguitati e stuprati (anche nel mondo della finanza). Escogitano un piano.

Tersite (antieroe omerico) Rossi è un collettivo di scrittura (prevalentemente due, Mattia e Marco). Dopo un paio di bei romanzi d’inchiesta sulla Sera della “trattativa” Stato-Mafia e sui Sinistri della deriva assolutista scelgono di raccontare la grande crisi economico-finanziaria esplosa nel 2007-2008, nelle sue (evitabili criminali) premesse di finanza speculativa e nei suoi sviluppi, per i quali i principali responsabili alla fine si sono trovati meglio. Dietro la narrazione (ancora “binaria”) vi sono letture e ricerche sulle perverse reazioni a catena nei processi decisionali di chi opera in borsa e sui sempiterni “globocrati”, uomini del fuoco e signori della cenere. Interessanti (seppur parziali) anche i riferimenti alle teorie sulla contrapposizione fra società androcratiche e gilaniche, adattata alle strategie dei contropoteri per non subire l’oppressione e gli istinti criminali dei poteri. Non a caso l’incipit si colloca nel XII secolo a.C. e nel 1973, prima fra i guerrieri alla caccia delle donne guidate da una Sacerdotessa, poi fra i ricchissimi neoliberisti (non solo americani) che fondano la globalizzazione e il Clan, o la Trilateral che dir si voglia. Variabile parzialmente indipendente (ma funzionale ai potenti) sono gli extraterreni monaci del Grande Ordine, che fanno rinviare a un ecosistema sconosciuto l’epoca della Pacificazione Globale. Si giustificano così continui salti nel tempo e nello spazio, sempre in varia terza persona, con molte storie collaterali al percorso di Lorenzo e Petra. Nell’insieme, si mescolano bene fiction hard-bolied e pagine tecnico-informative (forse troppe e troppo lunghe). Ovviamente alcuni mangiano e brindano alla grande.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/120: Dio non abita all’Avana

Yasmina Khadra
Dio non abita all’Avana
Sellerio, 2017
Traduzione di Marina Di Leo
Avventura noir sentimentale

L’Avana e Cuba. Non molti anni fa. Juan Del Monte Jonava era un famoso cantante e aveva 59 anni quando si trovò in mezzo alla strada. Madre corista (“La Sirena rossa”) morta in un incidente d’auto, padre precario (autista privato fra mille lavoretti) suicidatosi poco dopo, entrambi brave generose allegre persone di Trinidad, in seguito alla separazione dalla moglie Elena e dai figli Ricardo e Isabel, quattro anni prima era tornato a vivere dalla composita ampia famiglia della sorella maggiore Serena, innamorato sempre e solo delle note cantate. Lavorava al Buena Vista Café della capitale, tutte le sere idolo di un vasto pubblico, conosciuto da 35 anni proprio come “Don Fuego” perché capace di infiammare gli spettatori di ogni sesso e colore, di far vibrare le sale e fremere le donne. Credeva che l’esistenza fosse solo musica, ma ora il locale è stato comprato da una signora di Miami nell’ambito delle privatizzazioni disposte dal Partito, non c’è più posto per lui. Cerca aiuto senza successo, presuntuosamente illuso. Gli amici non hanno nemmeno gli occhi per piangere; i vicini sono mezze cartucce che stentano a sbarcare il lunario; il delegato di quartiere non dà una mano neanche alla sua famiglia; i funzionari preposti lo trattano con sufficienza. Ha soldi da parte, si accontenta di poco, fa qualche serata, trascorre spesso la notte nel vagone di un tram abbandonato. Finché una sera, fra i sedili s’imbatte in una meravigliosa ventenne dai rossi capelli sciolti, seno perfetto e sguardo magnetico, occhi azzurri e corpo da favola, riottosa e selvatica. Lei (Mayensi) vive nascosta ostile ai maschi. Se ne invaghisce. La fa ospitare, cerca di proteggerla da guai (è sola) e pericoli (c’è chi ammazza ubriaconi molesti), dopo un po’ per qualche mese sarà amore.

Yasmina Khadra (Mohammed Moulessehoul, Algeria, 1955) è un affermato scrittore. Ex ufficiale nato nel Sahara francofono, testimone attivo della guerra civile, poi militare in congedo, da oltre 20 anni si è trasferito in Francia, scrive in francese (all’inizio gialli con lo pseudonimo segreto) e continua a fare la spola fra colonia (nel 2014 si è presentato alle presidenziali algerine) ed ex-colonia. Questa volta si “trasferisce” nei Caraibi, lontano dal terrorismo, laddove “Dio è ormai una moneta fuori corso”. L’ultimo romanzo (uscito con lo stesso titolo in Francia nel 2016) racconta in prima persona al presente un adolescenziale amore senile. Don Fuego ci rifletterà per anni dopo la fine, anche quando sarà tornato sulla cresta dell’onda, presentando ancora gli antichi successi della rumba e del son (insieme a un nuovo gruppo con qualche testo scritto appositamente), consapevole di quanto e come era stato segnato nel corpo e nello spirito dalle emozioni e dagli avvenimenti di quella travolgente relazione, con tanti misteri aperti. Nella fascetta si parla di thriller tropicale, forse non proprio a proposito. Il travaglio della Cuba di oggi è descritto molto bene, con sensibilità e acume, comunque il protagonista investiga solo alla ricerca del nuovo amore. È un artista non più giovane (all’incirca l’età attuale dell’autore), improvvisamente catapultato sulla strada e sul viale del tramonto, che s’innamora di una fresca beltà e rischia tutto per lei, senza più ben comprendere cosa o chi ha intorno e l’intera propria precedente esistenza. In presa diretta una botta di vita, un intervallo d’entusiasmo, un’avventura di passione, un diario d’amorosi sensi. E, causa presbiopia, riesce a fatica a decifrare una gran bella canzone. La costante per lui, per gli altri tutti, per ogni umano di quei tropici è il rum. Aiuta quando finiscono i momenti di gloria, tanto più che chi ne ha viste di tutti i colori può fare un arcobaleno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/119: L’assassino cieco

Margaret Atwood
L’assassino cieco
Ponte alle Grazie, 2001 (orig. 2000)
Traduzione di Raffaella Belletti
Noir epico

Port Ticonderoga e Toronto. 1916-1999. Il 18 maggio 1945 la 25enne Laura Chase sbanda in auto, sfonda le barriere di protezione e si schianta nel baratro, restando uccisa sul colpo. A primavera 1947 esce per una casa editrice di New York lo splendido premiato volume postumo di Laura, L’assassino cieco, che parla dell’appassionata relazione amorosa segreta fra una lei benestante accasata e un lui ricercato avventuriero, il quale, prima o dopo il sesso in ritrovi occasionali, le racconta ad alta voce una storia fantascientifica sul pianeta Zycron. Il romanzo ha un gran successo, realizza nei decenni tante edizioni, rendendo famosa l’autrice nel paese e suscitando anche varie illazioni. Il 4 giugno 1947 il corpo dell’industriale 47enne Richard E. Griffen viene ritrovato senza vita (a causa di un’emorragia cerebrale) in una barca a vela ormeggiata al proprio imbarcadero privato sul fiume Jogues. La sorella maggiore di Laura è la moglie di Richard, Iris Chase Griffen (giugno 1916-maggio 1999): è lei ad aver prestato l’auto alla sorella quando Laura ha probabilmente deciso di farla finita; ed è suo marito il maschio ricco e autoritario che l’ha sposata (lui 35, lei 18) e poi non poco variamente tradita. Molto tempo dopo, nell’ultimo anno di vita, l’eccentrica vecchia malata famigerata Iris scrive i propri competenti ricordi: ha tanto da narrare sulla famiglia. Sulla propria: il nonno Benjamin che fondò la fabbrica di bottoni nei primi anni settanta dell’Ottocento, la più giovane nonna Adelia, l’amata casa che costruirono e dove crebbe, l’anglicano padre Norval che perse i due fratelli, un occhio e una gamba in guerra, la metodista madre Liliana, loro sorelle belle e bionde ma poco fascinose, la figlia Aimee (1937-1975) e la nipote Sabrina. Su quella del marito, soprattutto l’accidiosa sorella sovrintendente (a tutto) Winifred Prior (1905-1998). Su quella della bambinaia governante Reenie, e su amici e conoscenti come la compagna del padre vedovo e il giovane Alex. E, ovviamente, su Richard e Laura.

Straordinario capolavoro di Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 1939), poetessa e scrittrice canadese, attivista femminista e ambientalista. Il corposo romanzo uscì nel 2000 e continua a essere molto richiesto e letto in tutto il mondo. È la storia di due sorelle che non si ferma alla morte di una (1945) ma affonda nei decenni precedenti e si espande ai decenni successivi. Seppur lo spazio principale sia dedicato ai Trenta del Novecento, abbiamo lo sviluppo epico della storia canadese di un secolo e mezzo, politica sociale culturale. L’intreccio è magistrale, si alternano capitoli di libri diversi: in prima persona la rievocazione biografica volta a svelare una verità sconosciuta ai protagonisti (la maggior parte già scomparsi), in terza persona al presente il romanzo di successo (a sua volta con racconti autonomi) che dà anche il titolo all’intero testo che stiamo leggendo. Al loro interno i paragrafi talora sono articoli o cronache di giornale, oppure lettere, tutti con frequenti lunghe descrizioni di foto e significative citazioni letterarie. L’illustrazione antica riprodotta in copertina (anche originale) prende spunto da una foto di Laura, narrata da Iris, con la parte superiore del corpo voltata rispetto al fotografo e la testa girata per conferire al collo una curva aggraziata. Segnalo l’invenzione delle madri (a pag. 119), l’umiliazione dell’essere sotto i riflettori (a pag. 300) e il saccheggio degli oggetti da parte di clienti e passeggeri già nel 1936 (anno cruciale). Nelle trasmissioni politiche le parole vengono fuori come bolle di gas. Canzoni e balli storici. La saggia Fannie Farmer pubblicò nel 1896 l’ottimo The Boston Cooking-School Cook Book, iniziando dalla bevanda (e dall’abbinamento) più importante e pragmatico, l’acqua.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/118: Rondini d’inverno

Maurizio de Giovanni
Rondini d’inverno
Einaudi, 2017
Giallo

Napoli. Fine 1932. Il ricchissimo possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte dal 7 novembre conosce un sentimento nuovo e qualche volta sorride felice. Quel giorno pioveva, ha fermato Enrica di ritorno dal negozio di cappelli e guanti del padre, le ha chiesto di accompagnarla, si sono seduti in una masseria abbandonata dichiarando quel che entrambi, taciturni e illibati, sapevano da tempo, si amavano a distanza. Si baciano appena, decidono di incontrarsi castamente lì di nascosto, ora forse possono iniziare ad amarsi. Lui 32 anni, ciuffo ribelle e pupille verdi, introverso e senza patente; lei 25, alta e poco aggraziata, paziente e con gli occhiali. Lui che si tiene distante da relazioni affettive perché si sente diverso, percepisce chiaramente ultime parole e sentimenti dei morti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Lei che ha capito di volerlo come uomo della vita, rifiuta la corte di un bel maggiore tedesco e le invadenze materne. Il 28 dicembre avviene un fattaccio al teatro Splendor: durante l’ennesima replica del varietà il protagonista spara (non a salve questa volta) e uccide la bruna attrice, sua moglie anche fuori dal palcoscenico. Lui oltre i 50, sulla via del declino; lei meno di 35, bella e acclamata, forse innamorata di un altro. Ricciardi e il fido brigadiere Maione arrestano l’artefice che si dichiara devoto e innocente, così interrogano tutti i teatranti, attori musici ballerine tecnici personale, e rimestano nel torbido. Come pure il dottor Modo che trova in ospedale Lina, quasi uccisa di botte, una prostituta dolce e sensibile, di cui era cliente. Affetti e inchieste si accavallano. Finché qualcuno spara a Ricciardi.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) gestisce in gran forma i mesi di vita dell’amatissimo Ricciardi. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931 siamo al decimo volume e al Capodanno 1932. In copertina la rosa posata vicino al sipario rosso, nel punto in cui Fedora è spirata. Il romanzo inizia in corsivo e in prima, a narrare è chi ha appena sparato al commissario, il 31 dicembre, una voce che torna poi raramente fino all’epilogo. Il successivo prologo riprende il rapporto quasi contemporaneo a noi (presente in tutti i romanzi) fra un vecchissimo musicista e un ragazzo dotato (è primavera): si parla di una bella antica canzone (Rundinella del 1918) e della connessa vicenda dell’unica rondine che non tornò (da cui il titolo), una terza persona che scandisce le storie del passato, il cui dipanarsi avviene in terza varia sui protagonisti dell’amore e delle indagini, dei voli e dei sogni. Un meccanismo sentimentalmente creato e perfettamente oleato, avvincente, delicato, appagante. Con altri tanti personaggi a cui siamo in vario modo legati: dalle due donne sempre innamorate di Ricciardi (Livia e Bianca, prima o poi vi incontreremo!) alla giovanissima bruttissima governante Nelide che sa già cucinare bene cilentano e fa invaghire il magnifico Tanino detto ‘o Sarracino; dai temibili fascisti arrogante potente Garzo e minaccioso misterioso Falco al femminiello Bambinella. E anche chi poco sopporta le persone oneste ai limiti dell’ottusità. I tipici capisaldi (nove frutti) restati non mangiati sulla tovaglia decorata e imbandita (secondo tradizione) sono: i broccoli soffritti, i cinguli cu’ l’alici, il baccalà fritto, le zeppole salate, le nocche ‘i Natali e le pastoredde. La nobiltà può volentieri ascoltare voci d’oltreoceano, nella colonna sonora soprattutto partenopea non mancano Verdi e spagnoli del tempo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/117: La rete di protezione

Andrea Camilleri
La rete di protezione
Sellerio, 2017
Noir

Vigàta (Montelusa, Sicilia). 2015. Salvo Montalbano non ci può credere. Una troupe italo-svedese ha deciso di girare una fiction proprio nei luoghi dove trascorre tutti i santissimi giorni. Qualche mese prima Televigàta aveva chiesto di trovare vecchi filmini superotto in modo di ricostruire come si presentava il paese negli anni Cinquanta. Ora capisce. Piazze e vie sono tornate come allora: via le antenne, i cassonetti, le insegne al neon. È alle porte il gemellaggio Baltico-Mediterraneo Kalmar-Vigàta, fra equivoci e risse. Tecnici, attori e attrici (bionde) sono ovunque. La trama fa riferimento a una ragazza svedese imbarcata come nostromo su un vaporetto proveniente da Kalmar e giunta a Vigàta dove decide di restare dopo varie amorevoli peripezie. Iniziano le riprese e Salvo decide che deve andarsene lui, magari a Boccadasse da Livia: il silenzio è il suo companatico e non si mangia più. Due strani casi lo bloccano. L’anziano ingegnere capo del Comune, Ernesto Sabatello, ha trovato sei filmini del padre tutti girati il 27 marzo alle 10.25 dal 1958 al 1963 che inquadrano di continuo per 3-4 minuti solo un pezzo di muro. Salvo li studia e comincia un’intricata inchiesta personale, rintraccia i luoghi abbandonati della ripresa, ricostruisce il legame fra il padre e lo zio di Ernesto, i gemelli Francesco ed Emanuele (nato infelice) morti l’uno nel maggio 1963, l’altro il 27 marzo 1957. Nella scuola media Pirandello e nella classe III B di Salvuzzo, figlio di Mimì Augello, pare ci sia un caso di bullismo contro un ragazzino esperto del web. Salvo non gli dà peso, è più preoccupato per i tradimenti di Mimì e per le reazioni della moglie Beba, gli sono molto cari. Parte per Genova ma dopo appena due giorni il dovere lo richiama; a cena vede Mimì in un servizio del telegiornale, c’è stata un’irruzione di due mascherati con la pistola proprio in quella classe.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925) continua a non sbagliare un colpo, anzi la mira perfetta si confronta con bersagli sempre nuovi e attuali. Come ormai da quasi tre anni ha dettato il romanzo a Valentina Alferj, per i gravi problemi agli occhi. La struttura è sempre la stessa: capitoli della medesima lunghezza, terza fissa sul protagonista, vigatese stretto. Lo sappiamo: Salvo è attratto dalle faccende giudiziarie ma forse soprattutto “da quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Nel trentesimo libro con le avventure del commissario non ci sono veri e propri crimini e criminali, la storia del passato è una storia d’amore, per quanto triste e irrisolvibile; la storia del presente è pane quotidiano di tanti insegnanti e studenti, complicata da prevenire, reprimere o processare. Vengono trattate con i consueti ironici acume e garbo, senza lunghe riflessioni esistenziali e filosofiche, casi della vita contemporanea per quel che sono, dentro un coacervo di emozioni da commedia, farsa o tragedia sempre stemperate dal contesto ambientale e sociale. Costruirsi una “rete di protezione” (da cui il titolo) è un movente di tante azioni della nostra esistenza, di breve e lungo periodo, ma quando si moltiplicano in ogni luogo e momento, con qualsiasi causa vera e presunta, adottando le più svariate (rischiose) modalità, allora proteggersi può diventare il fine non lo strumento, nella vita e della vita. E forse non serve, riflette Salvo, come lui non è stato indispensabile al proseguo delle esistenze dei protagonisti dei due casi che ha affrontato. Da tempo ha capito che la verità si ri-vela: “certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifero”. Immancabili e deliziosi i siparietti dei dialoghi con Livia, Catarella, Fazio, Ezio (della trattoria), Ingrid e via leggendo, compresi i sogni dei sonni e i pensieri delle passeggiate. Adelina lo sorprende ogni giorno, è ora che ce la facciamo presentare (nei nostri frigo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/116: Quelli che meritano di essere uccisi

Peter Swanson
Quelli che meritano di essere uccisi
Einaudi, 2017
Traduzione di Letizia Sacchini

Londra, Boston e Maine. Poco tempo fa. All’aeroporto londinese di Heathrow il bel 38enne Ted Severson, consulente plurimilionario, incontra una giovane archivista, eterea magra sul metro e settanta, davvero carina, Lily Kintner, lunghi capelli rossi, meravigliosi occhi di un verde-azzurro cangiante, pelle bianca inabbronzabile, lentiggini affascinanti su braccia e collo, cresciuta selvatica in una magione vittoriana immersa nei boschi del Connecticut coi liberi creativi genitori, il padre David, famoso romanziere inglese, e la madre Sharon, espressionista astratta. Lily sta tornando nella patria Usa dove aver visitato il padre in carcere, arrestato per aver ucciso la seconda moglie in un incidente d’auto, ubriaco al volante. Prima nella business lounge, poi in business class Ted inizia a parlarle dell’appariscente moglie Miranda, gambe lunghe e seno generoso, scura e carnosa; sposati da tre anni a Boston, in procinto di inaugurare una casa strabiliante sulla costa meridionale del Maine. Racconta che si è praticamente trasferita già lì in albergo, la settimana prima lui ha scoperto per caso (con l’aiuto di un binocolo) che si gode un’intensa relazione sessuale col capocantiere Brad. Ted confessa che avrebbe voglia di ammazzarla, Lily non si scompone e dice che allora lo aiuterà e poi gli spiegherà perché (aveva ucciso un uomo che voleva farsela, appena 14enne, buttando poi il corpo in un pozzo). Fanno un piano, cercano vendetta e un poco si desiderano. Non è mai escluso che ci si possa eccitare nel pensare di avere ragioni per uccidere. Lily non se ne pentirà mai. E forse Miranda non le è estranea.

Lo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) costruisce uno scanzonato lucido noir di relazioni oscure. Tutti raccontano in prima persona, nella prima parte Ted e Lily, nella seconda parte Lily e Miranda, nella terza (finale) parte Henry Kimball, l’agente che investiga sull’omicidio, e ancora Lily. È lei ad aver maturato precocemente che qualcuno merita di essere ucciso (da cui il titolo, The Kind Worth Killing, originale del 2015), è intorno a lei che ruota tutta la storia, dotata di un senso morale animale (diverso da quello umano). “Onestamente, non credo che l’omicidio sia così brutto come lo dipingono. Tutti dobbiamo morire… Uccidendo tua moglie, anticiperesti solo la fine a cui è destinata per natura… Quando qualcuno abusa del suo potere, oppure dell’amore degli altri come ha fatto Miranda, be’, quel qualcuno merita di morire… Uccidere somiglia a un prurito che non riesci mai a placare del tutto”. Per altro non risultano esemplari gli uomini che incrociano la sua vita, il pittore Chet con la bava alla bocca o l’ingenuo furbastro competitivo politicante Eric, presidente della confraternita letteraria. I personaggi leggono tutti abbastanza (Lily tanti gialli inglesi), perlopiù sono sinceri bugiardi, stanno poco sui social. Pinot grigio con le linguine alle vongole, unico piatto che viene bene a Ted, il quale sceglie lo Syrah Vecchio Mondo per l’agnello preparatogli dalla moglie in viaggio d’interesse. Al bar Lily ascolta Eagles e Stones, conosce ma non ama il jazz perché le ricorda i genitori; Miranda sopporta i Radiohead nei languidi party.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/115: I guardiani di Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni
I guardiani
Rizzoli, 2017
Noir

Napoli. Dicembre 2016. Il direttore del dipartimento di Scienze antropologiche ed etnologiche dell’università chiama Marco di Giacomo (MdG), docente di Storia delle religioni, e il suo assistente Brazo Moscati. Li considera assurdi e indisponenti; comunque arriva in città la giornalista archeologa (con madre italiana) Ingrid Schultz di “Kultur Zeitung”, importante rivista di divulgazione scientifica tedesca, capelli biondi e occhi azzurri; vuole occuparsi di culti antichi, luoghi sacri, sciamani (e fesserie del genere) e (incredibilmente) ha chiesto di loro; debbono sospendere ogni attività didattica e starle dietro, accompagnarla, edulcorarla, offrirle pasti e giri con nota spese. Marco ha 42 anni, capelli castani e baffi brizzolati, è magro alto presbite, disordinato allampanato attraente; era stato uno dei più brillanti antropologi della sua generazione, una vera e propria promessa; convinto che ci fosse rapporto tra la natura geofisica dei siti e i luoghi permanenti di culto, 16 anni prima avviò una ricerca geniale e innovativa, ma carente di supporti; ora è in disgrazia, diffidente guardingo ateo livoroso, con pochi studenti e tesisti trattati pure male. Brazo ha 23 anni, figlio adottivo di un avvocato facoltoso, pallido smunto miope servizievole, convinto delle strane idee e innamorato della bella coetanea nipote del suo professore, Lisi. Anche lei si era laureata con lui. È una tipa speciale, capelli rasati da un lato e lunghi dall’altro, intuitiva geniale, in contatto con pochi adepti in tutto il mondo per confermare e aggiustare l’ipotesi dell’affezionato zio, le chiedono di unirsi alle visite di Ingrid. Siamo nel solstizio d’inverno, accadono strani fatti sottoterra come ogni volta ogni trent’anni, forse omicidi, inizia uno stimolante viaggio nella Napoli profonda.

Il grande scrittore Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è notoriamente innamorato della sua città, in ogni sua manifestazione. MdG qui ce ne fa conoscere aspetti meno noti, avviando una serie (di almeno tre romanzi) molto adatta a un pubblico giovane e destinata a un’imminente trasposizione televisiva. Napoli ha il fuoco sotto, cava quasi integralmente, centinaia di metri in profondità di tufo sedimenti strati, di cunicoli grotte nicchie, di scale passaggi gallerie, di canali serbatoi depositi, il tracciato ortogonale della città greca poi romana, spazi e momenti dei culti di tanti dei in varie epoche, sempre in contatto verticale col mondo esterno. Un coraggioso de Giovanni ci guida con acume e passione attraverso miti magie superstizioni dell’arcana Napoli esoterica, un percorso nel Tempo: la chiesa della Pietrasanta, la cappella Sansevero, la statua del dio Nilo al centro del Triangolo egizio, via Francesco del Giudice (già via della Luna). Se volete conoscere percorsi alternativi a quelli già amati per l’aria e il paesaggio, per i sapori e gli odori, per i colori e i suoni, usate il libro come traccia colta e sorprendente: i luoghi misteriosi non finiscono qui. La prima avventura inizia il tour e la sfida; funziona meno per l’intreccio e il cast, entrambi un poco forzati, un’avventura disordinata e personaggi tutti almeno bipolari (come ovvio, visto che alcuni son là da millenni e secoli). La narrazione alterna in bell’italiano, ora al presente ora al passato, i gruppi destinati a confliggere epicamente nella serie: il Maestro (l’erede primo degli Architetti) capo del segreto lontano Centro tecnologico in una rara prima persona, poi in terza varia il Padre con gli ignari Guardiani dei Luoghi (da cui il titolo), la Madre (in corpo di bimba) che è badata e vede più lontano, le “nostre” due coppie di amici in via di innamoramento e in costante pericolo. Cibi e musiche verranno dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)