Il gioco del mai (Le gialle di Valerio 209)

Jeffery Deaver
Il gioco del mai
Rizzoli Milano, 2019 (orig. 2019)
Traduzione di Sandro Ristori
Giallo

Silicon Valley (ampia o ristretta che sia). Domenica 9 giugno 2019. Di mattina Colter Shaw è costretto a tuffarsi dal molo nelle fredde acque pacifiche, sta cercando di salvare la 32enne Elizabeth Chabelle, incinta di sette mesi e mezzo, all’interno di una cabina chiusa di una piccola vecchia barca da pesca (12 metri) che sta affondando. Prima ha infilato il braccio nell’oceano valutando la temperatura (circa 4 gradi), ha una mezz’oretta prima di svenire per l’ipotermia. La donna è stata rapita e lasciata lì dal Giocatore, è la terza vittima; per imperscrutabili ragioni si diverte a riprodurre la dinamica di un famoso videogioco. Colter lo sa, è arrivato da quelle parti due giorni prima per rintracciare quella che si è rivelata come la prima vittima, la studentessa 19enne Sophie Mulliner, poi rintracciata con perdite in una fabbrica abbandonata. La polizia sembrava poco interessata alla scomparsa e il disperato povero padre aveva offerto una ricompensa di diecimila dollari per chi l’avesse rintracciata. Colter fa quello di mestiere, il localizzatore, cerca le persone che qualcuno vuole ritrovare, valutando caso per caso, non accetta taglie, non lavora per criminali. Il padre gli ha insegnato l’arte della sopravvivenza in condizioni estreme o inattese; lui ha talento nello sviscerare ogni tipo di indizio e calcola le probabilità di ogni eventuale nesso di causa ed effetto. Ha 31 anni, parla solo sobrio e composto, sorride molto raramente; uno da non prendere alla leggera, sfiora il metro e ottanta, capelli biondi corti, occhi blu, spalle larghe, muscoli tesi, cicatrici su guancia, coscia e (più grande) collo; vive solo in un camper (Winnebago), se può gira in moto (Yamaha da cross). Tre giorni prima aveva rubato un fascio di carte nell’università di Berkeley, quindici anni prima il padre era morto, è convinto ci sia dietro qualche cospirazione o mistero, più o meno terribile. Rischiare non lo spaventa.

L’eccelso scrittore americano di thriller Jeffery Deaver (Glen Ellyn, Illinois, 1950), dopo altri cicli ed esperienze narrative (dal 1988) e lo straordinario successo delle 15 avventure della serie con Lincoln Rhyme (1997-2018), ben conosciuto in 24 lingue e oltre centocinquanta paesi, pure al cinema, ci propone un nuovo attraente personaggio. Il romanzo d’esordio è ottimo, meccanismi perfettamente oleati, il seguito è già in corso di stesura. Il titolo combina le regole paterne su cosa non fare “mai” con il “gioco” mortale nella finzione e nella realtà. La terza persona è fissa su Colter Shaw, il testo serve a presentarcelo a tutto tondo, esperto e allenato per l’educazione avuta e la vita già vissuta, eventi trascorsi e caratteri forgiati che vengono descritti via via, mentre è in azione, parla al telefono con amici e collaboratori, ricorda genitori (la mamma è viva e sta ancora alla Tenuta), fratello e sorella, ripensa a Margot, incontra vari guai e la rossa Maddie, la guida bella e competente nel mondo dei videogiochi durante i tre intensi giorni della Conferenza internazionale C3 del San Jose Exposition Centre. Lo scrittore si è molto documentato in argomento: concorrenza e spionaggio industriali, fasce e livelli di consumo, tipologie di clienti e mercati, concentrazione territoriale e mercato immobiliare connesso, innovazione tecnologica e rischi per la privacy, dipendenze e follie. Considera i videogiochi i suoi veri rivali rubando tempo alla lettura e ai libri. Colter non è povero, da dieci anni persegue una grande carriera di cacciatore di ricompense, rintraccia dispersi e fuggiaschi, oppure individui che cercano di far perdere le tracce. E prende un sacco di appunti, riempendo taccuini con una stilografica italiana: quando scrivi una cosa a mano, lentamente, quelle parole diventano tue, si conficcano nella mente e nella memoria. Beve spesso birra di marca (non vino) e segue la playlist di Tommy Emmanuel, il chitarrista acustico. Alla fine andrà a Washington o a Echo Ridge?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I morti non sognano (Le gialle di Valerio 208)

Ed McBain
I morti non sognano. Racconti 1953-2000
Mondadori, 2019
A cura di Roberto Santachiara, prefazione di Maurizio de Giovanni
Traduzione di vari (soprattutto Mauro Boncompagni e Luca Briasco)
Giallo

Stati Uniti. Seconda metà del secolo scorso. Un famoso regista americano, potente arrogante campione d’incassi, viene intervistato per una rivista sui suoi film e, in particolare, sull’incidente accaduto in Sardegna a giugno durante le riprese dell’ultimo, appena uscito nelle sale (il 4 luglio): la 19enne attrice protagonista è affogata. Lui chiarisce subito che ammira solo pochi colleghi e tutti ormai morti, che considera gli sceneggiatori e i tecnici come la servitù, gli attori bestie da soma, i produttori ignoranti e incompetenti, i critici presuntuosi e noiosi, i cronisti inaffidabili, gli intervistatori incapaci e scorretti. L’inchiesta delle autorità italiane ha stabilito che l’annegamento è stato accidentale, eppure l’insistenza delle domande costringe il regista a tornarci più volte sopra, a far emergere particolari significativi e inediti sull’orrendo mondo del cinema e sui poco casuali casi della vita. L’intervista (The Sardinian Incident) è uno dei più interessanti racconti scritti da Ed McBain, a suo modo un divertente torbido noir; fu pubblicato da “Playboy” nell’ottobre 1971 (vi collaborò molto in quegli anni) ed era già abbastanza noto anche in Italia.
Il tema è caro a Evan Hunter che aveva imparato a non amare Hollywood, fin dalle peripezie accadute alla riduzione cinematografica del romanzo (1954) Il seme della violenza al Festival di Venezia nel 1956 e dalla prima sceneggiatura per il film di Hitchcock Gli uccelli del 1963. L’autore alla nascita si chiamava Salvatore Albert Lombino (New York, 1926), svolse lavori precari (come editor e insegnante) prima di poter seguire l’amata vocazione, si è sempre firmato con vari pseudonimi per le opere di fiction (i primi racconti, romanzi e sceneggiature risalgono al 1952-53), adottò presto ufficialmente all’anagrafe Hunter e divenne famoso nel mondo come McBain, il più fortunato degli pseudonimi, quello della serie dell’87° distretto avviata con tre magnifici romanzi nel 1956.

Con un bel titolo e una divertente copertina, finalmente arriva in unico volume la racconta completa dei racconti del grande Ed McBain, gialli, polizieschi, neri e non solo. Sono in tutto 64; dopo il primo (appunto il dialogo dell’“intervista”) presentati in ordine cronologico; dal primo pubblicato nel febbraio 1953 (La donna di Carrera) all’ultimo realizzato nel 2000 (Ma voi ci conoscete), significativamente dedicato al cancro. Evan Hunter morirà a Weston nel Connecticut nel 2005 a causa di un tumore alla laringe. La maggioranza dei racconti era stata già edita in vario modo in Italia e, comunque, più di due terzi erano apparsi nelle due disordinate raccolte Einaudi di quasi una decina di anni fa. Circa la metà (trenta) vanno riferiti agli esordi letterari dello scrittore, ai quattro anni 1953-1956, quando si faceva spazio nel complesso sterminato mercato editoriale americano; non era né ricco né tradotto e scriveva più delle 20 cartelle al giorno per 5 giorni alla settimana (che fu poi la routine dell’artigiano professionista, lo “scultore” su cui introduce de Giovanni, con opportuno entusiasmo). I successivi contengono spesso momenti di autoironia, parodie e omaggi, oltre che riferimenti alle concrete esperienze vissute con il successo (e quindi pure ambientazioni cinematografiche). Vero è che, per altro, Hunter fino alla morte non ha mai smesso di usare la forma del racconto (quasi uno ogni anno, comunque con minor frequenza dei romanzi). Una volta teorizzò proprio le differenti caratteristiche della scrittura (e della lettura) connesse alla lunghezza del testo e alla collocazione in libreria (oppure altrove) della pubblicazione. Alcuni racconti sono in prima persona, altri in terza. Impossibile fare una graduatoria di qualità (i poliziotti dell’87° distretto appaiono solo in un caso), tutti sono giochi e spettacoli di alta maestria, con un ruolo cruciale di bellissimi indimenticabili dialoghi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il pianto dell’alba (Le gialle di Valerio 207)

Maurizio de Giovanni
Il pianto dell’alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi
Einaudi Torino, 2019
Noir

Napoli. Luglio, anno XII (1934). Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, genitori morti e figlio unico, da un anno si è sposato con Enrica, è felice, stanno per avere un figlio. O una figlia, chissà? Vari famigli se ne intendono e hanno opinioni diverse su forme e segnali. Lui 34 anni (primo giugno 1900), enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, taciturno e introverso, nervoso e malinconico, senza auto né patente; lei 26 anni (24 ottobre 1907), occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Quella domenica primo di luglio Ricciardi è di turno, esce all’alba, saluta con un breve inchino del capo la moglie alla finestra che gli invia un bacio, si sente sereno e si dirige a piedi al lavoro in questura. Per strada trova il fido brigadiere Maione ad attenderlo, con accanto la domestica di Livia Lucani vedova Vezzi (di Ricciardi da anni innamorata), bella affascinante colta disinibita. La ragazza ha trovato sul letto di casa (odoroso di vino) la signora profondamente addormentata con una rivoltella in mano e l’amante con il buco di un colpo di pistola in testa, si tratta del maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, addetto culturale del consolato tedesco (spasimante di Enrica, tempo prima). Incombono guai sotto tutti i profili, giudiziari politici emotivi. Decidono di precipitarsi sulla scena del crimine facendosi accompagnare anche dall’amico medico (antifascista) Bruno Modo. Maturano un’idea circa l’accaduto ma sopraggiungono quattro uomini vestiti di scuro con i cappelli a tesa larga in una specie di divisa, la polizia politica. Vengono cacciati in malo modo. Pare che Manfred fosse una spia, c’è una lotta al vertice delle dittature sia in Germania che in Italia, Livia è caduta in disgrazia a Roma, non sono velate le minacce alle famiglie di tutti. Risulterà davvero difficile indagare, ancor più individuare e perseguire gli assassini.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie sarebbe giunta al termine con questo (dodicesimo) romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, passiamo qui dal maggio 1933 all’estate 1934. Gli eventi renderanno inevitabile abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Ricciardi era certo di essere pazzo, ora non più, però mantiene una peculiarità al limite del paranormale e non sa se possa trasmettersi alla prole: nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno), chiama questo fenomeno il Fatto (conosciuto ora solo da Enrica, con la quale condivide tutto). La narrazione è in terza varia, Ricciardi ha tutte le sue donne attorno, in differente modo. Sa di aver ereditato la follia dalla madre, la defunta baronessa Marta, e lei gli appare spesso in testa per rimproverarlo. Prova un amore nuovo e profondo per la moglie Enrica e ha paura di metterla in pericolo perché si vogliono bene, perché lei è in procinto di partorire, perché lui deve affrontare subdoli criminali. Vuole salvare Livia e lei è comunque ancora perdutamente innamorata di lui. Come al solito lo aiuta la meravigliosa Bianca Borgati, ora ricchissima e sola, altra vittima del suo tetro fascino. La bruttissima giovanissima governante Nelide anticipa ogni suo desiderio, innanzitutto curandosi della gravidanza, ma questa volta s’inserisce pure nell’indagine seguendo in sogno i consigli di zi’ Rosa. E sono soprattutto le lettrici donna (l’ampia maggioranza di chi legge) che stanno protestando con l’autore per far tornare Ricciardi, prima o poi. Certo è che il romanzo è bello e la fine impeccabile. Il maestro del noir sentimentale evita con cura la tipologia degli altri finali annunciati, costruisce una trama originale e coerente, a più strati affettivi. Ovviamente si mangia (bene) cilentano. E le magnifiche appropriate canzoni napoletane illuminano ogni ora del giorno e ogni relazione di emozioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Cinquanta in blu (Le gialle di Valerio 206)

Aa.Vv. (Costa, Malvaldi, Piazzese, Recami, Robecchi, Savatteri, Simi, Stassi)
Cinquanta in blu. Otto racconti gialli
Sellerio Palermo, 2019
Noir

Italia. Qui e là, ora e sempre. Ampelio, il nonno di Massimo Viviani, ha il diabete e sta peggiorando, i disturbi cominciano a essere seri. A metà giugno riescono a portarlo dal medico e il direttore del reparto di Diabetologia della clinica Santa Bona sita in Pineta intima un cambio di cura e dieta ferrea: niente frutta ma broccoli a volontà, legumi al posto della carne. Il rischio è che i pasti siano brevi e insoddisfacenti, invece lunghe e rumorose le soste al bar dove Massimo lavora. Alice Martelli, fidanzata di Massimo e vicequestore, sta intanto indagando sul professore che pare si sia gettato dalla finestra della sua camera d’albergo a Pisa e che stava per tenere una conferenza (insieme all’ex compagno d’università di Massimo) sull’identità di Geoffrey Holiday Hall, lo scrittore americano della cui biografia nessuno finora sa molto (niente luogo e data di nascita, forse si tratta di uno pseudonimo) pur avendo pubblicato nel 1949 un celebre capolavoro, The End is known (in Italia meritò poi l’introduzione di Sciascia). Il morto era soprattutto un esperto d’identificazione di testi scritti attraverso il calcolo matematico delle frequenze nell’uso delle parole, veniva coinvolto in varie perizie anche all’estero. Il suo computer portatile è scomparso, ci vorranno scienza e acume per risolvere i misteri. Massimo e Alice riusciranno a collaborare alla grande, la coppia funziona e si conclude abbastanza bene la prima delle otto avventure. Seguono Lorenzo La Marca a Palermo negli anni Novanta (in prima persona), Amedeo Consonni a Milano quasi una ventina di anni fa, Saverio Lamanna fra Màkari e l’ultimo Salone del Libro di Torino (in prima), Dario Corbo a Viareggio d’estate (in prima), Angela Mazzola a Palermo, Vince Corso a Roma (in prima), Carlo Monterossi a Milano. Coi soliti amici e parenti intorno.

L’originalità di quest’ultima (quattordicesima) raccolta di racconti gialli inediti degli otto grandi autori (questa volta tutti italiani) della scuderia Sellerio sta nello spunto comune: ognuno doveva scegliere un vecchio romanzo della collana “La Memoria” (giunta qui al titolo numero 1140) e utilizzarlo come elemento significativo della trama del testo con il proprio protagonista. Missione riuscita, il filo “blu” (il titolo richiama il cinquantenario della casa editrice e il colore dei volumi) riesce a essere sia unitario che diversificato, rispettoso dei differenti stile e sensibilità; forse non è in assoluto la raccolta con tutti i migliori racconti, certo è molto gradevole e stimolante la lettura. La lunghezza è abbastanza omogenea (più lungo Savatteri, più breve Stassi), risulta davvero fertile una contaminazione che non inficia i paradigmi noti e amati di ogni autore, come d’abitudine solo alcuni in prima persona. Appare indispensabile citare il personale abbinamento dei romanzi a ogni autore. Illustrato diffusamente per Malvaldi, gli altri sono: Ignazio Buttitta (1899-1997) La vera storia di Salvatore Giuliano per Piazzese, Louise de Vilmorin (1902-1969) I gioielli di Madame de*** per Recami, Anatole France (1844-1924) Il procuratore della Giudea per Savatteri, Manuel Vázquez Montalban (1939-2003) Assassinio al Comitato Centrale per Simi, Salvo Licata (1937-2000) Storie e cronache della città sotterranea per Costa, Gesualdo Bufalino (1920-1996) La luce e il lutto per Stassi, Hans Fallada (1893-1947) Ognuno muore solo per Robecchi. Ovviamente vini e canzoni non mancano e vanno riferiti ai personaggi e ai contesti dei singoli scrittori.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I nostri padri (Le gialle di Valerio 205)

Karin Brynard
I nostri padri
Edizioni e/o, 2019 (originale in Afrikaans 2012, in inglese 2016)
Traduzione dall’inglese di Silvia Montis
Noir

Sudafrica. Tarda estate-inizio autunno 2010 (marzo-maggio). L’ispettore bianco poco più che quarantenne Albertus Markus Bert Beeslar, due metri di altezza, capelli neri e occhi verde scuro, tratti solidi e forti, pallido e corrucciato, sbirro vecchia scuola, spesso rude e sgarbato, pauroso solo dei ragni, vent’anni di servizio nella SAPS (la polizia sudafricana) perlopiù a Soweto (Johannesburg) e ora nel Western Cape, la polvere ruvida del Kalahari, decide di trascorrere qualche giorno di vacanza dal suo amico e mentore Balthazar Blikkies Bliksem van Blerk, un collega sessantenne appena andato in pensione, collocatosi in una residenza per anziani a Stellenbosch, dove vive la figlia Tertia. Proprio lei lo chiama mentre è in viaggio: il padre è morto. Naturalmente. Fa in tempo a partecipare alla cerimonia funebre e viene coinvolto nelle chiacchiere su strane vicende che accadono all’interno della casa di riposo. Poi arriva una telefonata: qualcuno ha ucciso la bella moglie del figlio di una delle ospiti più anziane, che gli chiede di aiutarli sostenendo che nelle forze dell’ordine i neri sono incapaci e demotivati, soprattutto quando ci sono di mezzo ricchi e/o afrikaner. La responsabile dell’indagine è il capitano xhosa Vuyokazi Qhubeka, giovane ma anche lei molto legata a Blikkies. Forse suo malgrado, di fatto Albertus si trova coinvolto. Nelle stesse ore il suo ex figlioccio meticcio Jannes Ghaap si è trasferito e sta provando a fare l’inesperto aitante sergente nell’enorme agglomerato di Soweto, quasi due milioni di persone. Gli rubano macchina e pistola, rischia salute e provvedimenti, finché arriva la chiamata che denuncia la scomparsa della rossa Gerda incinta e del figlio di venti mesi. Nelle foto di casa c’è Beeslaar, era la sua amata, accidenti!

La giornalista politica Karin Brynard (Koffiefontein, 1975) conferma le qualità letterarie e la densità emotiva (mostrate all’esordio) anche nel secondo ottimo romanzo della serie, uscito nel 2011 in afrikaans, poi tradotto in inglese nel 2016. Dall’arido contesto selvaggio del veld, l’azione si sposta parallelamente nella terra vitivinicola per eccellenza e nella township connessa a Johannesburg. La narrazione è in terza varia, alternativamente fissa sul punto di vista dei tre connessi protagonisti: Albertus, Jannes, Gerda; memorabili le telefonate fra i due, emozionanti e più brevi i capitoli sul violento rapimento della donna che sta per partorire una bambina concepita proprio con Beeslaar (anche se lui non lo sa), compiuto da due minorenni violati che l’hanno rinchiusa, legata e imbavagliata, con gli occhi coperti, in compagnia di una iena in gabbia. Finalmente scopriamo cosa era accaduto anni prima fra lei e Albertus, a legarli e allontanarli contemporaneamente e drammaticamente per la vita. I padri del titolo sono i nostri, quelli di ogni figlio, comunità, popolo; continui riferimenti ai meticci e al meticciato; le ferite dell’apartheid risultano ancora tutte aperte. E molto si racconta e si riflette su come i maschi esercitano la paternità, più o meno irresponsabile. Le descrizioni sociali sono accurate e approfondite, riguardo sia ai ricchi boeri dell’imprenditoria immobiliare che alle contraddizioni di classi e colori nelle persistenti townships. Il vino di Stellenbosch andrebbe assolutamente degustato. Beeslaar si addormenterebbe volentieri con i concerti per corno di Mozart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna di picche (Le gialle di Valerio 204)

Remo Bassini
La donna di picche
Fanucci, 2019
Noir

Torino e Vercelli. Da maggio a ottobre. L’alto commissario Pietro Dallavita, occhi castano scuro e voce bassa roca, sguardo dolce e acuto, gran fiuto investigativo, è turbato. Si sente vecchio e malandato, è sfinito nonostante abbia solo 59 anni e solo tre amori alle spalle, coi quali crede di aver fatto del male, di non essere stato all’altezza e di aver stritolato il figlio 28enne Giacomo. Ha avuto tre strapazzate donne di cuori: la moglie Carmen di cui è stato a lungo fedele e buon marito, una seconda Carmen amata follemente dieci anni prima (giovane moglie di un collega), poi la recente storia con la comprensiva criminologa Maria Grazia, ancora una volta finita dolorosamente. Una donna di picche è quella che non arriverà mai. A pochi mesi dalla pensione, con tante ferie arretrate, frastornato e spento, accetta da un potente subdolo funzionario romano e dal questore un incarico lontano da Torino, pur sempre in regione, con treno o con l’auto Vercelli non è troppo distante. Resta un insistente pestino e ci si mette di buzzo buono. C’è lì un delitto irrisolto da più di un anno, probabilmente una cruenta esecuzione. Qualcuno ha sparato tre colpi col silenziatore in pieno volto all’avvocato vedova 52enne Eleonora Paganica Malerba in chiesa all’alba. Dallavita capisce subito di essere un poco manovrato; si fa aiutare, oltre che dal fido Tavoletti, per una reciproca attrazione da Micaela, gentile affidabile segretaria del questore, separata con tre figli grandi; riprende comunque in mano tutta la copiosa documentazione sulle indagini inutilmente svolte e sulle tre piste prese in considerazione: quella passionale, quella di una vendetta per una causa persa o per malversazioni della ricca potente famiglia d’origine. Però era stata praticamente ripudiata quando aveva deciso di mettersi col professore conosciuto nell’ultimo anno di liceo (e quindici anni più vecchio), poi uccisosi lasciando la figlia adolescente, Lucilla, una magnifica ragazza che aveva lavorato in Questura a Torino dove aveva conosciuto anche Pietro e verificato (anche in quel caso) una reciproca attrazione. Lui è soprattutto un poliziotto e capirà cosa è davvero successo.

Il bravo giornalista e scrittore (già operaio e portiere di notte) Remo Bassini (Cortona, 1956) fin da piccolo si è trasferito a Vercelli, pubblicando via via vari romanzi, un’esperienza letteraria sempre più orientata al genere noir meditabondo ed esistenziale. Esce ora il secondo della serie Dallavita, ancora all’interno dell’appropriata collana dell’esperto Fanucci. Si tratta di un giallo narrato (a differenza del primo) attraverso due differenti prime persone femminili, di più Micaela e abbastanza anche Lucilla, le personalità che si autocandidano a diventare la donna di picche (da cui il titolo e la copertina). La scrittura è morbida, sensibile, accurata; la trama quasi un pretesto per narrare la città intensa e le complicate relazioni dei personaggi, nelle loro ferite e nelle loro durezze. Quasi tutti dicono solo dei pezzi verità (quando va bene), il che equivale spesso a una bugia (cui si aggiungono le omissioni). Molto ruota intorno al tempio abbandonato di Soletta e ai suoi sotterranei, per i protagonisti in coppia una sorta di pellegrinaggio a pochi chilometri da Vercelli (a Costanzana), il borgo delle leggende maledette. Segnalo poi Augusto Franzoj, il poco conosciuto amico di Salgari, che intriga Dallavita durante le tante settimane in cui l’indagine non procede. Qui il buon colto maschio tradito si suicida, forse anche perché cardiopatico e diabetico, vita dura! Ovvio che birra e vini scorrano a fiumi, pure un po’ di prosecco purtroppo, oltre ai magnifici piemontesi rossi, bianchi e rosé. Micaela amava il Banco del Mutuo Soccorso, anche se la colonna sonora è tutta di Pietro, i soliti Conte e Tenco, soprattutto Susanna (Antonella) Parigi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’atroce delitto di via Lurcini (Le gialle di Valerio 203)

Francesco Recami
L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3
Sellerio Palermo, 2019
Noir

Firenze. Autunno 2016. Il veneto Francesco Franzes Molesin, cesta filacciosa di capelli bianchi sporchi, ex imprenditore poi colpevole di bancarotta fraudolenta, è l’ubriacone capo assoluto di un rifugio di senzatetto, numero variabile dalla trentina alla cinquantina; singoli, coppie o famiglie nello stanzone, ammonticchiati all’interno della fatiscente ex cabina di controllo della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. Le rispettive aree di spettanza, riquadri di circa tre metri per tre colmi di funzionali oggetti usati ed effetti personali propri di ciascuno degli occupanti, sono diligentemente segnalate e separate dai nastri bianchi e rossi che si usano per i cantieri o per gli appartamenti messi sotto sequestro. Sopra una più grande pedana di legno rialzata all’estremità nord è inchiodata e montata una tenda da campeggio (a casetta) con dentro un vero materasso, un baule ampio, una vecchia poltrona, bacinella e specchio, i fornelli e alcune scatole, cavalletto da pittore con tele dipinte o da dipingere e quadretti paesaggistici da vendere per strada. Lì vive e amministra Franzes, con pugno di ferro. Pagamento giornaliero e anticipato: un euro per il posto, 50 centesimi per i “servizi”. Lui dorme sotto strati di coperte militari e russa forte. Quel giorno si sveglia e ha le mani lorde di sangue semirappreso. Turbe, il vecchietto che gli fa da guardia fuori dalla tenda non sa spiegargli cosa può essere accaduto e lo porta in giro, ma Franzes si preoccupa, tanto più che in una tasca si trova inaspettatamente tre carte da 50 euro. Turbe gli legge un articolo sul giornale, c’è stato un terribile delitto in via Lurcini, una abbiente turista circa 35enne di origini ucraine trovata seminuda con la gola tagliata, calva per la chemioterapia in corso, essendo scomparsa pure la parrucca. La polizia brancola nel buio, ma Franzes trova la parrucca. Non sarà l’unico omicidio su cui indagare nella vicenda grottesca che ne consegue.

Il meticoloso divertente scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto soprattutto per romanzi e racconti dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, continua la nuova serie toscana di favole (incubi) noir, in terza quasi fissa sul pessimo elemento maschio. Il delitto è sullo sfondo, interessa poco. Il titolo inventa e traduce in fiorentino la via di una commedia francese del 1857, spunto d’ispirazione. In primo piano c’è la colorata paradossale situazione residenziale, legami e competizioni, conflitti e crimini, convivenze e mescolanze. Da sempre marginalità e povertà sono a una discutibile pubblica attenzione. In pochi giorni arrivano nel rifugio non solo di continuo nuovi richiedenti, pure giornalisti e operatori sociali, bensì anche e soprattutto i responsabili e i tecnici di un progetto culturale megagalattico di cui tutta la città già parla, realizzare in quello spazio un’installazione e uno spettacolo di teatro-danza sulla condizione dei diseredati, Gli Ultimi, di fatto e imprecisamente i “meticci de merda”. Mentre Franzes cerca di nascondere i suoi guai e di guadagnarci pure, due Maestri, il grande coreografo Corrado Netzer e il grande artista Urs Freulerich, hanno deciso di collaborare per sensibilizzare il pubblico sulla vita degli homeless, dopo aver già prodotto spettacoli di notevole rilievo internazionale sui disabili, sui non vedenti, sui Down, sul deficit cognitivo, sull’autismo e persino sui ludopatici. Gli ospiti dello stanzone saranno parte integrante dell’evento: “Brecht vs Hemingway, cioè fare finta facendo finta di fare finta contro fare finta facendo finta di non fare finta”. Sopravvivere stanca. Il romanzo racconta con cinica verosimiglianza la preparazione e lo svolgimento di una serata davvero unica, musiche e danze, orchestra e pubblico; imprevisti, equivoci e crimini compresi. C’è pure una scintillante locomotiva a vapore in movimento, sembra Guccini (rivestita d’oro pur tuttavia). I vini sono tutti di risulta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una favolosa estate di morte (Le gialle di Valerio 202)

Piera Carlomagno
Una favolosa estate di morte
Rizzoli, 2019
Noir

Pisticci e Matera. Giugno 2018. L’attrice e impegnata regista teatrale Lara Venosa sta preparando uno spettacolo con attori in abiti moderni, fra i calanchi, buche e grotte in una distesa di terra rossiccia, un palco sontuoso con tre scene, le sedie degli spettatori posate su un deserto di dune tra le pietre d’argilla, i monti sullo sfondo. Per caso in una specie di discarica vede due corpi aggrovigliati e avvinti, neri e laceri, ammazzati abbracciati pare. Allarme. Arrivano tutti, anche l’elegante sostituto procuratore Loris Ferrara, alto e bruno, sui quaranta, di Torre del Greco, in procinto di separarsi dalla moglie, e la sua collaboratrice Viola Guarino, laureata in medicina e scienziata multidisciplinare, proprio di Matera, occhi neri e folti capelli mossi, sottile in jeans, occhiali da sole e reflex (al collo), single con rapporti guardinghi e accigliati verso l’altro sesso. Si tratta dei cadaveri dell’architetto Sante Bruno, scuro con baffi leggeri, vedovo di fatto (con figlia ragazzina) vista l’improvvisa misteriosa scomparsa della moglie a febbraio, e della giovane ricca amante Floriana Montemurro (conosciuta famiglia di notai), bionda e bellissima, occhi chiari e sorriso ammaliante; accoltellati con due diverse lame, due ferite per lui, trentadue coltellate per lei. Tutti ne spettegolavano come gli amanti di Tinchi, ma gli investigatori procedono a fatica, un altro caso squassa la regione: nell’eterno conflitto tra i capoluoghi delle due province, i materani invadono Potenza. Un blitz della Procura di Matera negli uffici della Regione Basilicata a Potenza mostra come l’ufficio appalti sia una macchina perfetta per gestire e indirizzare le gare, Bruno era di casa e c’è di mezzo una chiacchierata funzionaria, dirigente dei settori Urbanistica e Ragioneria, la chiamano “Laura, l’intoccabile”. Le indagini presto si complicano: viene volutamente investito e ucciso pure un possibile indiziato del duplice omicidio, l’avvocato 33enne ex fidanzato di Montemurro. Umane plurivalenze: affaristi, innamorati, criminali, assassini, prèfiche, streghe nella città dei Sassi imperituri e dei giovani divani.

La giornalista salernitana Piera Carlomagno, laureata in lingue e letteratura cinese, attivissima sul piano culturale e sociale, da almeno un decennio scrive non solo di cronaca: romanzi, guide turistiche e soprattutto gialli. Qui l’ambientazione è particolarmente tempestiva (ma il titolo non c’entra molto), chi visita Matera nel 2019, la capitale europea della cultura, potrà avere una compagnia letteraria colta e accurata, capace di insinuarsi dietro le facciate dei muri di pietra e dei fuochi d’artificio. L’arte del giudizio popolare non riguarda solo le vite private. Forse un passaggio di cose senza senso rischia di non lasciare alcun segno su quella (amata) terra disgraziata, difficile da raggiungere e dunque selettiva, densa di abitanti con memorie e riluttanze antiche. Tanto più che da un po’ stanno arrivando tanti, troppi denari e speculazioni. La narrazione è in terza varia, vieppiù concentrata sulla densa estate di Loris e Viola, sulle reciproche solitudini e sulla parallela attrazione. Il dipanarsi della trama criminale a tratti incespica nelle pietre, pur mantenendo ritmo e stile, coerenti e avvincenti. La nonna di Viola è Menghina, lamentatrice funebre di successo in Lucania (trasformando la morte in professione), buona preparatrice di un piatto meraviglioso (che comunque dovete assolutamente provare in zona), la cialledda: pane giallo, condito con olio, sale, origano, pomodori, cipolla (e, talora, basilico e olive). Impossibile dimenticarlo. Più complicati gli abbinamenti, un prosecco è invadente e perdente. Meglio il Primitivo. Oppure, addirittura, i rossi ottimi di quelle terre, nella cena che prepara la prima volta dei due fanno miracoli (con zuppa di fave e cicoria).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ci vuole orecchio (Le gialle di Valerio 201)

Gino Vignali
Ci vuole orecchio
Solferino Milano, 2019

Rimini. Primavera. Alle due del mattino del 3 maggio il bell’avvocato quarantenne Valentino Costanza è al timone dell’efficiente antico peschereccio Aurora, di cui è pure armatore e comandante, venticinque tonnellate a trenta miglia dalla costa adriatica. Dà un morso alla spianata con la mortadella mentre i suoi due marinai tunisini stanno recuperando le reti a strascico. Nel sacco, la parte terminale della rete, è rimasto incagliato un trolley, vi spunta un osso umano. Chiamano subito la Capitaneria di porto e sul molo via via arrivano tutte le forze dell’ordine. Alla presenza del vice questore (al maschile, così vuole) Costanza Confalonieri Bonnet (che all’alba stava correndo sulla spiaggia) e dell’amica medico legale Myrta Albanesi, aprono la valigia, dove sembra accartocciato uno scheletro di bambino. Si tratta in realtà, scoprono poi, del corpo di una contorsionista da circo, più o meno trentenne, uccisa da almeno un anno, forse spezzandole il collo, infilata nel trolley infine gettato a mare. A Costanza, Valentino è piaciuto proprio. Lei è una magnifica contessa vicina al mezzo del cammin di nostra vita, capelli lunghi e mossi, ha il figlio Andrea che fa il liceo nella sua Milano e gioca bene a tennis, trasferita in Romagna da nove mesi è single ma lì si accompagna spesso riservatamente con il sindaco della città (col quale giocano alle citazioni cinematografiche), unico a possedere la card della suite 401 del Grand Hotel, la Gradisca, dove Costanza dimora, gira spesso con la rossa Ducati Monster 821. Oltre che ammirata perché bella è divenuta pure stimata perché intelligente, avendo da poco risolto il clamoroso caso degli omicidi legati a un ingegnere clochard. Si butta a capofitto nella nuova indagine ma, durante una breve trasferta verso il circo di Montecarlo a bordo della Maserati del gentiluomo compagno della madre, notissimo comico, la informano che è stata uccisa l’ereditiera Diamante Brandolini con due colpi al petto sparati sul portone di casa. Ci vorrà orecchio.

Il grande autore televisivo e teatrale Luigi Gino Vignali (Milano, 1949) è conosciuto e apprezzato in coppia con Michele per innumerevoli successi in vari campi dello spettacolo oltre che per la mitica serie letteraria delle formiche, antologie delle battute. Insieme Gino & Michele scrissero nel 1980 anche il testo della splendida canzone di Enzo Jannacci, cui il romanzo è dedicato prendendone il titolo. Dal 2018 ha deciso di dedicarsi al genere giallo, crimini efferati raccontati con umorismo, questo è il secondo degli annunciati quattro della serie. L’allegra godibile narrazione è in terza quasi fissa sulla nobildonna questurina, una leggerezza seria, piena di giochi di parole, di citazioni argute, di riferimenti a donne e uomini della vita mondana milanese e nazionale. Il ritmo incalza, la trama regge, i personaggi incuriosiscono, non servono violenze gratuite, tutta la squadra della Omicidi è alla simpatica altezza. Il bravo sostituto procuratore è la progressista lucana Vanessa Albertini, che adora Pennac e si è rifatta il seno, il nesso non si vede perché non c’è e comunque non c’è niente di male; anche se… il paese è piccolo e il Palazzo di Giustizia mormora. La musicalità del testo è dovuta sia al meglio dei tanti italiani citati che a Radio Swiss Jazz. Al ristorante, Costanza e Riccardo avrebbero voluto scegliere spaghettoni Mancini aglio, olio, peperoncino e calamaretti pennini, se dopo non fosse stata prevista una matura notte di passione. Vini per tutti i gusti: dal Ferrari della festa nello Yacht Club al Bordeaux del Moshi Moshi sul molo di Fontvieille, ai (più nostri) Verdicchio e Trebbiano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il cuoco dell’Alcyon (Le gialle di Valerio 200)

Andrea Camilleri
Il cuoco dell’Alcyon
Sellerio Palermo, 2019

Vigàta e Mediterraneo. Una fine di maggio di qualche anno fa. Il commissario Salvo Montalbano continua a fare brutti sogni e arriva tardi in ufficio. I due vice sono entrambi assenti, accorsi alla manifestazione degli operai davanti allo stabilimento della fabbrica di scafi in crisi, ora mal gestita con licenziamenti e cassa integrazione dall’antipatico (figlio del vecchio proprietario) Giovanni Giogiò Trincanato, un quarantenne elegante e palestrato, dedito solo al gioco e alle donne. Un operaio disperato si è impiccato e Trincanato chiede a Salvo solo di levargli il cadavere “dai coglioni”, si becca uno schiaffo non certificato. Qualche ora dopo, mentre da tutt’altra parte l’impenitente “fimminaro” di Mimì Augello sta ricevendo una denuncia di scippo e oltraggio subiti da Joan, una meravigliosa giovane americana ventenne, ex Miss Dallas, ora escort extralusso, dodicimila a botta, proprio Trincanato arriva e la persuade a non sporgerla; è lui che ha chiamato Joan e un’altra collega per servizi particolari su una grande leggera barca a vela, una goletta da diporto con bandiera boliviana, venticinque metri di lunghezza per sette di larghezza. Il commissario è stufo di firmare carte, indagherebbe volentieri, però il questore lo blocca, intorno a Trincanato e alla nave ci sono crimini e complotti. La burocrazia interviene con dati ineccepibili: Salvo ha accumulato diritto alle ferie, questa volta ce lo mandano per dovere. L’ufficio personale della questura ha controllato: ha accumulato una tale quantità di ferie non godute che potrebbe restare ormai sempre a casa fino alla pensione. Per il graduale smaltimento iniziano col dargliene dieci giorni, Salvo parte per Boccadasse. Il questore lo vuole scansare del tutto, intende solo allontanarlo da un’indagine delicata o, viceversa, affidargliene una riservata? Anche i collaboratori vengono rimossi, separati, collocati altrove, sembra esserci di mezzo addirittura la Fbi. Mentre nel Mediterraneo continuano a morire poveri migranti nei naufragi.

Il maestro di scrittura e cultura Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) una decina di anni fa scrisse un soggetto per un film italo-americano, poi la coproduzione non fu più realizzata. Il delizioso nuovo romanzo ha, dunque, un’origine non letteraria e non tradizionale: molti cambi di scena e capitoli con lunghezze diverse; incursioni hard-boiled; usi, costumi e personaggi non siciliani. Come sempre, la narrazione è in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate nell’argot vigatese-camillerese stretto, questa volta con ancor più ricette di varia derivazione e, soprattutto, l’opportunità del commissario di sperimentarsi in cucina (da cui il titolo), spachetti alla Norma e gattò di patiti piaceranno a molti ma non a tutti. Formalmente è il trentesimo della serie, ma Salvo qui è ancora lontano dalla pensione, ha energia da vendere, Enzo (in trattoria, a comanda) e Adelina (a casa, in forno o frigo) gli hanno trasmesso molta arte e lui chiede altri lumi, il gusto già lo possedeva. Fra i memorabili tranquilli pranzi marinari al ristorante (con successiva passeggiata sul molo) e le solitarie succulente cene pronte, rimira un mare con un’imbarcazione per ricchi. Il pranzo preparato da Livia a Genova lo butta proprio, va un pochino meglio (pur senza appetito) al Porto Antico. Dal salumiere lui prende prosecco, il vizioso e viziato Trincanato cinquanta “buttiglie di sciampagne” (otto a testa). La televisione locale avversaria dà conto di tutte le traversie dei nostri amici, con breve interruzione solo per l’eclisse totale di luna. Ancora una volta la lettura è gradevole, colta, interessante; sullo sfondo le prime dinamiche degli sbarchi nel sud della Sicilia, tanti morti annegati per cattiverie o complicazioni, nonostante i porti aperti delle coste e delle isole.

(Recensione di Valerio Calzolaio)