La donna di pietra (Le gialle di Valerio 133)

Xavier-Marie Bonnot
La donna di pietra
Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Barbara Sancin
Noir

Villaggio di Saint Vincent nella grande valle alpina francese dell’Oisans fra le cime delle Aiguilles. Pochi anni fa. Il 45enne Pierre Verdier assiste alla nuova sepoltura di Vicky nel piccolo cimitero montano e ripensa al calvario di tutta la storia iniziata l’autunno dell’anno precedente. Quello era il suo ambiente, accanto al Parc National des Écrins dove erano stati appena avvistati alcuni lupi, almeno tre esemplari. Stava attendendo la sorella Claire, in arrivo da Parigi per la festa di Ognissanti. La casa di famiglia si trovava all’estremo limite del minuscolo paesino, entrambi i genitori già morti. Dopo gloriosi decenni di guida alpina e di scalatore estremo sui picchi del mondo, ebbe un terribile incidente con la sua ricca dolce fidanzata Paola Berg (con la quale conviveva felicemente a Chamonix da più di cinque anni) arrampicandosi d’inverno su una pericolosa via della parete nord dell’Olan, lei non ne uscì viva. Lui riprese in mano casa e fattoria, fece costruire un ovile sul sentiero verso gli alpeggi, un gregge di oltre cento pecore e una decina di capre nei dodici ettari ereditati (in comproprietà), rimase triste e appartato con Capitaine, un mastino dei Pirenei. Claire lavorava a Parigi (dove Pierre non era mai stato) e tornava con passione ma raramente, cinque anni più piccola, occhi neri e scintillanti, alta e flessuosa, slanciata e vigorosa, modi da maschiaccio, gran lettrice, biologa impegnata al CNRS in una importante ricerca sul cervello del laboratorio di genetica, senza mai parlare di eventuali amori. Dopo il suo arrivo Pierre accennò al medico dei disturbi della sorella (incubi riguardanti una certa Vicky), decisero di vederla subito insieme, ma a casa non c’era più, trovarono tracce nella neve e poi lei impiccata a una corda da scalatore. In base a prime indagini il maresciallo Portal e la giudice Montaz decisero di arrestare Pierre. Né Vicky né l’ex innamorato un po’ fuori di testa erano stati trovati. Ancora.

Lo storico e documentarista Xavier-Marie Bonnot (Marsiglia, 1962) scrive polizieschi da una quindicina d’anni, un paio tradotti. In questo la protagonista è la montagna descritta con sapienza ed esperienza durante tutte le differenti quattro stagioni: rumori e odori, sapori e colori, rocce e paesaggi, neve e ghiacciai, animali e vegetali. Chi parla con l’ecosistema è Pierre e la narrazione in terza riguarda soprattutto lui (toccanti le pagine relative all’agnellatura), con intervalli sulla sorella e sui due investigatori, a loro modo sempre più coinvolti nella ricerca di verità antiche e moderne. Occorre entrare dentro le reti di relazioni familiari in piccoli borghi isolati dove non mancano segreti e pazzie, anche i fiori hanno un senso. Occorre ricostruire la vita parigina (pur senza fronzoli o eccessi) e gli affetti di Claire, come e perché avesse un legame profondo, poetico e sofferente con una bella donna lontana. Occorre far emergere la tragedia che colpì il venerato fratello, il senso delle chiacchiere che lo riguardano e dalle quali sembra sempre chilometri distante. Anche perché morti e dinamiche vendicative continuano a sconvolgere la valle per tutto quell’anno. Il titolo fa riferimento al carattere (apparentemente non fragile) di alcuni umani e di tutti i monti. Un ghiacciaio vive al ritmo lento della gravitazione, si nutre di neve e di freddo, e si spezza sui pendii. Mille forze lo percorrono. Mille fratture. Claire legge romanzi senza pretese, le piacciono perché così può far riposare il cervello. Allo scopo e per festeggiare molto si utilizzano anche i liquori al genepì, il bianco Aligoté (dei cugini) non è granché. Pierre è appassionato di musica barocca e sacra, venera Bach che illumina la sua solitudine; Claire invece canta sotto la doccia i vecchi successi degli anni ottanta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ballando nel buio (Le gialle di Valerio 132)

Roberto Costantini
Ballando nel buio
Marsilio, 2017
Noir

Roma. 1974 e 1986. Michele Balistreri, bruno e muscoloso, nonno geometra dei coloni in Libia, padre bello affermato ingegnere cresciuto povero a Palermo e poi responsabile (per l’affare di favorire l’ascesa al potere di Gheddafi) della morte dell’amata madre fascista Italia, bravo fratello maggiore Alberto (ormai in Ibm a Londra), ha rabbia e odio come motori della vita, si sente esaltato e spietato, straniero ovunque. Soprattutto fra i camerati di Ordine Nuovo (appena sciolto) che stanno confluendo nel Fuan, alcuni sono i colleghi e forse amici coi quali gestisce la piccola lercia palestra dove lavora (come istruttore di arti marziali). Trova inutile continuare a dibattere, manifestare, volantinare, prendersela con qualche giovane rosso o poliziotto; vorrebbe eliminare i mandanti e le istituzioni statali dei traditori. Assomiglia al bellissimo Al Pacino, vive solo e astemio in un piccolo loculo spoglio con un letto, quattro sedie pieghevoli e il cucinino; sa di greco e letteratura, fa esami e legge Nietzsche, non sopporta che tanti lo chiamino ancora Africa (lì aveva ammazzato davvero i nemici), gira in 127 (che poi scambia con un Gilera 125); una sera incontra la sarda Isabella Mulas. S’innamora, nonostante lei si trova coinvolto in lanci di molotov, scommesse clandestine, traffico d’armi, strategia della tensione, manovre di partiti e Servizi (presto secretate), la vita svolta. Dodici anni dopo è laureato in filosofia, vive alla Garbatella e guida un Duetto, fuma e beve, risulta il più bravo, intuitivo e detestabile funzionario della squadra Mobile, sciupafemmine con una regola fissa (“mai con una donna che non ha un altro uomo”). Ai Parioli hanno ucciso un deputato, l’onorevole Giulio Giuli. Era suo capo e amico tra i fascisti, poi si era spostato nella Dc e aveva pure sposato Isabella. A stento gli assegnano il caso, reincontrerà tutti, altri ex camerati verranno assassinati, scoprirà passato e presente di ciascuno, onori e oneri.

L’ingegnere dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l’avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il quinto romanzo, sempre in prima (talora intervallata con diari altrui). Sappiamo che Michele è nato a Ferragosto 1950 in Libia. L’infanzia e l’adolescenza sono descritte nel secondo, il rientro a Roma dopo la morte della madre Italia nel terzo, qui lo troviamo all’Università nel 1974, ancora colmo di rancore, e dodici anni dopo, poliziotto acuto e torvo. Abbiamo già letto di alcuni misteri che ha risolto, precedenti (1982, 1983) e successivi (2001, 2005-06, 2011). A 61 anni è certamente arrivato, nonostante abbia incrociato ferite e attentati personali, morti tradimenti abbandoni affettivi, stragi delitti poteri crimini (famosi nella storia patria), per oltre 35 anni come capace investigatore (per quanto ben presto scopra d’odiare le diavolerie informatiche e s’intenda più di foto). Vari personaggi ritornano e si intrecciano, altri (inediti o quasi) hanno specifica centralità: qui soprattutto Viola, la figlia dell’odiato potente presidente Scandriga, è suo il diario segreto (dal cui testo, oltre che dallo Springsteen del 1984, deriva il titolo), è lei a essere rimasta 12 anni in carcere; e Carlo, nemico di Scandriga (e di Moro), l’uomo che lo aveva salvato dall’abisso, utilizzato nei servizi e in polizia, dopo essere divenuto capo (45enne) della squadra mobile più grande d’Italia. I pensieri di Mike su onore, lealtà e giustizia (nel ricordo della mamma) fanno da filo conduttore per amori, amicizie, legami; viene da un mondo dove offese e ignominie si lavano col sangue, scopre che si trova sempre qualche nuovo ribaldo o qualcuno col quale si è sleali. E, con l’età, s’abbandona spesso e tanto all’alcol del Lagavulin, da solo e in compagnia. Ben sapendo che Battisti c’entra poco con la destra, resta mesto con Leonard Cohen (che anche Viola apprezza).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Cinemascope (Le gialle di Valerio 131)

Erica Arosio e Giorgio Maimone
Cinemascope. Un delitto alla moviola per Greta e Marlon
TEA, 2017
Giallo

Milano. Autunno 1963. Lo stesso giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, di notte muore il ricchissimo industriale 50enne Edilio Borghini, lo conoscevano tutti: proprietario della Frost (elettrodomestici), di squadre di pallacanestro e ciclismo; cineasta dilettante attivo nella produzione di film e protagonista di attività benefiche e culturali; sposato con una nobile e molto attivo sessualmente altrove. Lo trova una sua pupilla di successo, la splendida affascinante carismatica Francesca Pagliani, alta 24enne, nata a Sion e scappata a Milano per frequentare l’Accademia dei Filodrammatici con Calindri, capelli mossi castano chiari (quasi bionda). Il cadavere penzolava nudo da una fune attaccata al soffitto della camera da letto, i polsi con leggeri segni rossi di legacci da gioco erotico, uno sgabello gettato lontano nel disordine generale (foto, libri, avanzi di cibo e alcol, stecca di sigarette, cinepresa accesa senza pellicola, pizze di altre registrazioni), tutto per aria e nessuna lettera d’addio. Il fatto è che Francesca era la fidanzata pubblica di Edilio ed è da qualche mese in amore privato con il 43enne Mario Marlon Longoni, ex partigiano, ex pugile, comunista e ateo, possente e invaghito, con il quale ha trascorso la notte, prima di correre all’appuntamento con l’uomo ora morto. Marlon è il braccio destro (colto investigatore di strada) dell’avvocata penalista 38enne Greta Morandi, si conoscono da sempre (con stima e affetto) e collaborano da almeno tredici anni, avendo già brillantemente risolto i due famosi casi Visconti e Giuditta. Francesca telefona subito a Marlon che corre sulla scena del crimine con il sodale Alberto e avvisa Greta, mentre ormai sta arrivando la polizia. La Triade non c’entra con il nido di vipere della famiglia Borghini, morranno vari altri prima che si riesca a trovare un filo di senso nel giallo di Francesca.

Terzo bel romanzo di genere per il duo di collaudati giornalisti milanesi Erica Arosio (pariniana filosofa estetica, da “Gioia”) e Giorgio Maimone (berchettiano musicologo poetico, dal “Sole 24 ore”), in terza varia al presente su chi investiga, anche se nella seconda parte irrompono un paio di prime persone, in corsivo la donna a sorpresa. Il titolo è connesso al permanente desiderio dell’industriale morto di fare il regista e alle sue piccanti esperienze dietro la macchina da presa (le pizze prelevate da Marlon accanto al cadavere, senza dire niente alla polizia). Le solite appendici a Varenna e in Svizzera non inficiano il ruolo di protagonista assoluta per Milano (gli anni di Scerbanenco), descritta nei minuziosi particolari di quel fertile periodo: strade, palazzi, ritrovi, spettacoli e personalità dei vari mondi (musica, cinema, televisione), tanto che in appendice c’è la mappa della città per una passeggiata attraverso i luoghi della narrazione. Per certi versi si tratta di un vero e proprio romanzo storico: non a caso ognuno dei 48 capitoli (dentro sette parti che corrono lungo trenta giorni, con qualche intervallo nel passato) ha il titoletto tratto dai più bei film del cinema noir, quel genere inventato, sviluppato e tematizzato proprio negli anni quaranta e cinquanta. L’indagine nera corre parallela alle cronache rosa e viola dell’intero equipaggio dello studio Morandi (con qualche dialogo a rischio di fumetti o macchiette): ben presto Marlon scopre che potrebbe essere padre del piccolo Vladimiro, Greta possiede qualche mese per mantenere fisica la torbida relazione con l’avventuriero Tom (ai domiciliari ancora per poco), la vecchia segretaria è sempre più inacidita, la nipote di Greta ha iniziato Legge e aiuta in ufficio oltre che manifestare con gruppi e movimenti comunisti, il baffuto collaboratore fornaio Alberto conquista tutte le donne che gli capitano a tiro. Vari vini rossi e bianchi, molto rum. Parole e musica dei grandi cantanti italiani dell’epoca, jazz e Chet Baker per Marlon.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Negli occhi di chi guarda (Le gialle di Valerio 130)

Marco Malvaldi
Negli occhi di chi guarda
Sellerio, 2017
Giallo

Poggio alle Ghiande, Maremma. Maggio 2017. L’umanista filologa archivista vegetariana fumatrice Margherita Castelli telefona allo scienziato medico genetista triatleta salutista Piergiorgio Pazzi. Avevano avuto una bella storia quando erano entrambi ricercatori a Pisa; poi, cinque anni prima, lei lo aveva lasciato per una relazione con un uomo sposato. Da allora non si erano più sentiti, finché non lo aveva chiamato per una prestazione (professionale). Margherita, capelli fucsia, occhi verdi, culo michelangiolesco, lo aspetta alla stazione di Campiglia Marittima per condurlo in Honda CBE 600 RR a dieci chilometri di distanza, nella tenuta del marchese di Poggioponente dove lui dovrebbe vedere due fratelli omozigoti sessantenni, vissuti per quasi quarant’anni nello stesso posto facendo lavori completamente diversi. Sono Alfredo e Zeno Cavalcanti, comproprietari al cinquanta per cento della tenuta e forse intenzionati a venderla a una holding cinese, se si metteranno in qualche modo (tecnico) finalmente d’accordo. Nati a Casteldelpiano il 20 marzo 1958, eterosessuali dagli occhi neri e dall’aspetto simile (occultato da scelte divergenti), appaiono decisi e determinati in termini opposti: Alfredo vorrebbe proprio disfarsene, Zeno no. Alfredo è uscito alla luce della vita propria 15 minuti dopo Zeno, stava più in alto nel ventre della madre, è considerato dunque il primogenito, affascinante concreto educato, barba corta curata, fa il broker nel campo della finanza, squalo in doppiopetto quasi sempre a Milano coi fast food. Zeno è un critico e collezionista d’arte, magnetico esoterico stravagante, barba fluente e treccia da druido, placido in fattoria col cibo buono; Margherita lavora per lui e ora ha di nuovo il cuore libero per Piergiorgio, chiamato per contare i telomeri. Il fatto è che il custode ottantenne (uscito dal manicomio nel 1978 con un regalo di Antonio Ligabue) viene ucciso.

Ancora un delizioso noir di gustoso intrattenimento per il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974), Sellerio per i romanzi di genere (per la serie del Barlume finora sei 2007-2016 con dieci racconti, non seriali altri quattro 2011-2015), multimediale per i saggi scientifici. Il titolo fa riferimento a una convinzione di Zeno mentre illustra una riservata collezione di opere che non tutte piacciono a Piergiorgio: riconoscere “la bellezza” è un punto di vista personale, la deve trovare chi guarda. Questo è anche il senso delle scelte stilistico sensoriali della convincente narrazione: l’autore usa la terza persona varia al passato e intervalla di continuo argute riflessioni scientifiche ed emotive su molecole, geni, vista, olfatto, udito (più che su gusto e tatto). Molto ruota intorno al tranquillo e remissivo, insieme ironico e smagliante professore 33enne, figlio di ferroviere, appena divenuto associato, maniaco dell’ordine e della pulizia, magro, col cranio rasato e la barba, tifoso della Fiorentina e delle vacanze all’Elba, ancora invaghito dell’indimenticabile Margherita. Ma c’è ampio divertente spazio per tutti i personaggi: il devoto uomo delle pulizie polacco Piotr, gli investigatori ufficiali, il furbo ingegnere immobiliarista e il simpatico architetto che devono gestire l’affare della vendita, i vari affittuari degli appartamenti annessi alla tenuta: la Verde chimica in pensione Giancarla, il Rosso meccanico di box di Formula 1 Riccardo Maria, la Blu casalinga 50enne neo-abbandonata dal marito Anna Maria, l’anziana coppia Gialla flautista-direttore d’orchestra ed ex modella violinista. E non manca un riferimento sia a Nero Wolfe sia allo strano vicequestore romano che, nonostante il nome, non sa stare agli ordini. In copertina c’è un manifesto pubblicitario del Tocaji, all’interno i due innamorati si godono un Franciacorta da sessanta euro. Qui, senz’altra musica!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un giorno di festa (Le gialle di Valerio 129)

Enrico Pandiani
Un giorno di festa
Rizzoli, 2017
Noir hard-boiled

Parigi. Estate 2016. Il commissario Jean-Pierre Mordenti pulsa finalmente amore per Tristane Le Normand, travolgente e condiviso, felice intenso appassionato; sta quasi pensando che potrebbero addirittura vivere insieme, va proprio d’accordo anche col piccolo Benjamin di 7 anni, si sente un fratello maggiore. Certo, la sua famiglia sono Les Italiens, la squadra della Crim nata originariamente ospitando solo rital, appoggiata in via provvisoria in un sottotetto del 36, Quai des Orfèvres (prima del trasferimento generale alle Batignolles). Suo padre (poliziotto della compagnia motociclisti) è morto, sua madre è tornata in Italia. Patrick, il granitico padre di lei, amico di famiglia, ben ne conosce l’inquietudine affettiva e soprattutto è suo capo, il gran patron, direttore di tutte le brigate della polizia giudiziaria. Scoppia un caso delicato. La prima donna della squadra, papà corso e mamma magrebina, l’intelligente capitano Leila Santoni è in vacanza col compagno, convinta che abbia un’altra. Mentre discutono animatamente viaggiando in auto sulla costa atlantica, un cecchino spara dal fuoristrada nero che li ha appena superati, uccide Fred e la Renault si ribalta; due arabi scendono e cercano di uccidere anche lei; arriva gente e Leila riesce a fuggire nella boscaglia senza più niente, fortuna che sono le zone dove è cresciuta. Capisce che il compagno incontrava una donna ma stava davvero dietro a un’indagine segreta, magari collegata a un recente furto di esplosivo. Pur braccata, riesce a mettersi in contatto con Pierre, che parte per Royan. Subiscono un altro attentato e scoprono che stanno indagando pure i servizi francesi antiterrorismo (SDAT e SAT). Qualcuno sta proprio cercando di rendere indimenticabile l’imminente festa nazionale del 14 luglio.

L’infografico e scrittore Enrico Pandiani (Torino, 1956) si muove ancora una volta a proprio agio per le strade francesi e affina ancor più linguaggio e stile, sia nelle relazioni personali dei personaggi, sia nella contestualizzazione politico-sociale. La serie (iniziata nel 2009) funziona e anche il nuovo romanzo ha ritmo e sostanza, sempre più superando rischi di macchiettismo. A parte l’incipit la terza persona è fissa su Pierre, i suoi pensieri e paure, i suoi affetti compresi la trabiccolante Karmann Ghia e il rilassante Gimlet, la sua affannata rincorsa per bloccare chi trama. Tristane abita ancora in rue Lancereaux (che scoprì l’origine pancreatica del diabete). Si passa spesso per Issy-les-Moulineaux. La vicenda si riferisce all’anno precedente le presidenziali che poi hanno visto l’elezione di Emmanuel Macron: il dramma degli attacchi e delle esplosioni nella capitale, le pulsioni di destra e le strumentalizzazioni della politica fanno da sfondo a un’indagine in cui ritornano i colorati poliziotti della squadra “tutti per uno, uno per tutti” (Alain, Aurélien, Bernard, Constance, Didier, Fabio, Michel, Gaston insieme alla recluta Zuna Di Falco) e figure di precedenti romanzi, soprattutto il pessimo neofascista trafficone Léon Lafontaine e la sua ottima figlia pittrice transessuale Moët (quasi tranquilla con Ocèan). Grandi vini: per la cena di gala in battello sono state ordinate 24 bottiglie di Montrachet Grand Cru, raffinato bianco da 500 euro. Musica varia in movimento, radio o mangianastri che sia; al funerale pianti e commozione con Le Testament di Brassens.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un piede in due scarpe (Le gialle di Valerio 128)

Bruno Morchio
Un piede in due scarpe
Rizzoli, 2017
Giallo sentimentale

Genova. Febbraio 1992. Paolo Luzi è un magro patetico depressone 38enne, dieci anni prima un disastro gli ha sconvolto l’esistenza, niente di peggio poteva capitargli, pseudovivacchia solo e indigente in una vecchia casa colonica sulle alture (sopra Porta delle Chiappe). Da quel dì non ha relazioni sessuali né va al cinema o ascolta musica, non frequenta amici e non ride mai (pur dopo essere stato un ragazzo allegro sportivo vitale), mantiene un discreto rapporto con mamma e papà (idraulico fedifrago), legge molti romanzi e fuma toscani, gli basta poco per sopravvivere (pure vegetariano). Ha ripreso comunque a fare lo psicoanalista, tutto il giorno in studio da mattina a sera dal lunedì al venerdì (anche senza appuntamenti). Un giorno piovoso trova sull’ultimo gradino al secondo piano (ufficio in via san Bernardo) una bizzarra 25enne che legge, Teresa, capelli rossi e occhi verdi, imbacuccata non sembra bella. Gli aveva lasciato un biglietto in farmacia, chiede consulenza: dai tempi del liceo sta con l’altrettanto puro e povero Luca, che da tre anni è sposato con la comune antica ricchissima amica Sonia. Teresa e Luca continuano ad amarsi vedendosi segretamente tutti i giorni, ora lui le ha confessato di non sopportare più di tenere un piede in due staffe e lei confessa che presto lo ammazzerà. Il fatto è che Paolo capisce se qualcuno gli mente (il collo s’irrigidisce e la testa comincia a girare), riconosce le menzogne per via psicosomatica. Teresa sta mentendo. Qualche giorno dopo Luca viene ucciso. E Paolo si sente chiamato in causa; tanto più che Teresa aveva avvisato anche altri, ci sono indizi, viene arrestata; neanche il pacioso commissario, tal Ingravallo (suo malgrado) Diego, alto e robusto, molisano di Bressanone, non è convinto della colpevolezza. Ne accadranno delle belle.

L’ottimo psicoterapeuta del servizio pubblico Bruno Morchio (Genova, 1954) sfida stereotipi e preconcetti dei suoi mestiere sociale e genere letterario con un bel giallo sentimentale. Narrazione in terza varia: gruppo di amici con delitto, coppia di poliziotti con il vice in romanesco, in parallelo altra coppia di investigatori sodali, storia d’amore in progress del sopito Paolo da risvegliare. C’è di che aspettarsi il seguito! Vi sono un preludio e due interludi in corsivo sull’amore con incipit poetici di Dante, Leopardi e ancora Dante, il filo di pensieri di chi arriva a togliere la vita altrui (purché non sia l’amato o l’amata), quando ritiene ci si macchi del crimine di spezzare incantesimi sentimentali che meritano assidua dedizione. Il titolo è, dunque, solo un modo comune di dire per descrivere i casi della vita, un piede unico e due scarpe diverse talora da indossare. E la vicenda ha molti casi clinici che intersecano l’indagine, i dialoghi del dottore con vari pazienti, storie realmente vissute riportate con garbo e acume, in sintonia con un pensiero critico e ironico. L’anno di “Mani pulite” rimane sullo sfondo, l’intreccio vuole essere giallo (piccolo gruppo di possibili colpevoli per dinamiche psicologiche descritte con competenza professionale) e rosa (le dipendenze nella relazione amorosa, talvolta reciproche, per un sacrificio simbolizzato dalle camelie). Interessanti le implicazioni relazionali dei lavori di padre e figlio. Madre e moglie odiavano la collina senza motivo (pensa Luzi citando il jazz di Conte). Attenzione: pasta al pesto col rosso (il barbaresco va bene), anche se poi ci si butta sul costoso Dom Pérignon per fare sesso (finalmente).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/127: Tempo da elfi

Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli
Tempo da elfi
Giunti, 2017
Giallo

Casedisopra (appennino tosco-emiliano). Estate 2016. Il 32enne Marco Gherardini, detto Ghera o Poiana, ha sempre a che fare con storie lunghe e complicate. È divenuto quattro anni prima il più giovane ispettore della forestale, ma il suo Corpo sta per essere trasferito all’interno dell’Arma dei Carabinieri e non gli andrebbe proprio di essere chiamato maresciallo. Guida la caserma del paese dove è nato, rispetta con il cuore la montagna dove è cresciuto, conosce bene il piccolo ambiente naturale e sociale dove opera, ma deve considerare la diffusa presenza degli elfi che son venuti da fuori. Appare giovane e bello, ma risulta pur sempre uno sbirro se accade qualcosa. E un elfo ucciso con tanti compaesani sospettati gli cambia inevitabilmente la vita, fortuna che a scuola aveva studiato anche un po’ di tedesco! Gli elfi sono sparsi in una mezza dozzina di insediamenti, il nome viene dal Signore degli anelli, cominciarono ad arrivare dopo gli anni di piombo e hanno poi continuato nei decenni successivi, prima soprattutto anarchici, comunque utopisti pacifici, hanno trovato case abbandonate e vi vivono tranquilli, privi di elettricità riscaldamento e servizi pubblici, coltivando e barattando, senza capi né gerarchie, con permanente libertà di andare e venire. Il 12 agosto, quando stanno già arrivando amici da tutt’Europa, a gruppi o in solitudine, per Rainbow, la Festa dell’Arcobaleno degli elfi di fine mese, nel bosco si rinviene il cadavere di uno sconosciuto biondo, uno di loro, una presenza occasionale, un Ramingo, caduto dal dirupo, forse spinto. Nessuno ne conosce l’identità, nessuno dice di averlo già incontrato, emergono strani traffici segreti e internazionali. Cosa è successo e perché? Marco indaga, con l’aiuto della 20enne elfa chitarrista Elena e la sospetta diffidenza della rigida magistrata Frassinori.

A venti anni dalla loro prima collaborazione letteraria gialla (un “romanzo di santi e delinquenti”) Francesco Guccini (Modena, 1940) e Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934) continuano a sfornare godibili narrazioni di alto artigianato artistico. L’ottava prova congiunta è sempre ambientata nelle splendide montagne del loro buen retiro. Lì, simpatici e appartati elfi in carne e ossa (da cui il titolo) è davvero capitato di incontrarli, passeggiando con gli zaini; il nuovo bel quieto romanzo parla della reciproca condivisione “di boschi, lupi e altri misteri”; sentieri, specie, persone presenti e passate, trattorie da salvare (anche) con le parole. L’ecosistema bosco è un meraviglioso labirinto e il lupo può ricominciare a starci bene. Casedisopra (la Vigàta dei nostri) ha 74 chilometri quadrati di territorio (il comune di Sambuca Pistoiese dove c’è la nota frazione di Pavana ne ha 77), più del novanta per cento sono boschi. Marco lo avevamo già incontrato con piacere più di due anni fa in un “romanzo di frane e altri delitti”, torna ora con grande successo. Loro scrivono a distanza, scambiando via via i capitoli, poi Loriano aggiunge, Francesco taglia. Come incipit troviamo sia l’elenco degli oltre 50 vari personaggi (tradizione di genere) lungo e dettagliato, sia un elenco di oltre 25 “luoghi” (borghi, paesi, caserme, monti, insediamenti degli elfi, grotti). Impegno civile e ricerca cognitiva, dialoghi teatrali e impasti linguistici sono messi al servizio dell’intrattenimento intelligente. Narrazione in terza varia, sempre più concentrata sull’ispettore che se pensa al mare sta male, in 4 anni non ha mai preso un permesso e poi gira 4 giorni solo nei boschi e sui prati (con baggioleti di mirtilli). Quando lo sollevano dall’indagine, vorrebbe prendere il colpevole come una poiana le serpi. Altri rumori e altri silenzi rispetto a frastuoni urbani e criminali; Elena ha una voce gradevole e canta in inglese. Il rosso è toscano, il rosè corso, il bianco spesso cattivo (autoprodotto), quel che risolve sono i grappini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/126: La notte del santo

Remo Bassini
La notte del santo
Fanucci, 2017
Giallo

Torino. Fine giugno 2014. Augusto Labrocca, barbone trotzkista sulla settantina, ex avvocato, non vedente e svelto di lingua, bighellona davanti a una palazzina con in mano una bottiglia di Bonarda dell’Oltrepò pavese e, quando gli offrono una sigaretta, avvisa i due poliziotti che al primo piano troveranno due studenti universitari sgozzati: “Non dovete nemmeno sfondare la porta, hanno lasciato aperto per voi”. Già. E, anche se non ancora scoperti, non sono i soli uccisi quella notte di San Giovanni Battista, patrono di Torino, tra il 23 e il 24 giugno. Intanto arriva l’ispettore Tavoletti; il suo capo e sostituto commissario Pietro Aziz Dallavita (58enne scuro di carnagione) non risponde al cellulare, in tutt’altre faccende affaccendato. Sta girando solo in auto guardando il Po, ormai si è deciso: deve andarsene da casa, lasciare la moglie, iniziare una nuova vita affettiva! Non ha (ancora) un’altra, a casa non ne può più (e non è nemmeno particolare colpa della moglie infermiera Carmen), il figlio Giacomo è grande e lui è attratto altrove (dalla molto più giovane Benedetta, traduttrice che incontra ogni giorno per uno, due, a volte tre caffè). Quando la mattina entra in questura, il turbato sbirro dal passato adamantino comincia anche lui a indagare: erano una coppia di omosessuali di Trecate (Novara), non belle persone, poco studiosi e molto cocainomani, amanti dei bar malfamati e dell’estrema destra xenofoba. Non crede c’entri il cieco e lo fa rilasciare. Sbaglia e sia il borioso giovane abbronzato capo della sezione omicidi Bartotti che il sensibile accorto neoquestore Mari lo rimproverano. Nemmeno con il poco esemplare 53enne Tavoletti va d’accordo, però si rinvengono altri cadaveri con la bocca incerottata e la gola squarciata, devono in qualche modo far fronte comune. Li aiuta pure la psicologa esperta in criminologia, ha un debole per Pietro.

Il bravo scrittore e giornalista (già operaio e portiere di notte) Remo Bassini (Cortona, 1956) fin da piccolo vive e opera a Vercelli. È giunto quasi al decimo romanzo, un’esperienza letteraria sempre più orientata al genere noir meditabondo ed esistenziale che ora ha trovato l’appropriata collana dell’esperto Fanucci. Il nuovo bel romanzo è un giallo in terza persona al passato su vari personaggi, raramente in corsivo l’uomo stralunato che ha deciso di vendicarsi mettendo su per un paio di notti la Banda del Santo (di qui il titolo). L’efficace narrazione evita le quinte metropolitane svelando i caratteri “provinciali” di ogni ufficio e città. Tutto si risolve in pochi giorni e, tuttavia, molto resterà segreto e in sospeso. Il punto non è l’indagine in senso stretto ma l’introspezione su come tragedie e occasioni inducano repentinamente svolte di vita o le evidenzino come mature, da cui derivano scelte conseguenti, più o meno sane, per figure diverse e talora distanti, non solo per Dallavita, il buon protagonista con la personalità sviscerata. Altri personaggi sono meno ben disegnati, anche se quasi nessuno dimenticherà di aver incontrato Luciana o Sonia o Eva che dir si voglia, la splendida argentina che aveva studiato recitazione negli Stati Uniti e combattuto per la guerriglia peruviana. Non troppo sullo sfondo i vizi del potere e il ruolo dei Servizi. Il vino piemontese merita sempre, rosso e bianco; anche la grappa. Pietro ama e ascolta Tenco per una miriade di motivi (illustrati), pure Jacques Brel, Leonard Cohen e soprattutto Paolo Conte.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/125: Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane

Massimo Carlotto
Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane
Edizioni e/o, 2017
Noir hard-boiled

Berna, Padova, Vienna, Monaco. Inverno 2016. Marco Alligatore Buratti, investigatore sprovvisto di licenza per indagini non autorizzate e guadagni di provenienza spesso illecita, è sotto ricatto. Angela Marino, bella affascinante vice questore carogna degli apparati ministeriali romani, vuole proteggere il pessimo Giorgio Pellegrini, infiltrato nel crimine mitteleuropeo, e chiede di aiutarla. Marco e gli storici carissimi amici Max la Memoria (grasso ex militante dei movimenti sociali dei Settanta, con problemi di salute) e Beniamino Rossini (elegante vecchio contrabbandiere rapinatore, l’unico ben capace di qualche fisica violenza) odiano Giorgio e decidono di giocarsi tutto, libertà e vita: “andremo ai resti”! Anche il latitante Pellegrini era ricattato dai poliziotti; odiando i “nostri” tre, li aveva attirato in una trappola, con l’accordo che Marino avrebbe usato pure loro (per scoprire la banda di killer assassini delle sue moglie e amante a Padova), poi li avrebbe scaricati e definitivamente gettati. Loro indagano; le tracce portano prima in Svizzera, poi in Austria e Baviera; ciascuno ha una missione personale o “segreta”, comunque non coincidente con quella formalmente dichiarata; tutti vogliono fare i cinici burattinai di altri e sono anche mossi da infidi fili altrui; molti prevedono di non lasciare testimoni; per ognuno sarà complicato tornare vivo e libero in Italia. Anche a causa dell’amore. Marco si invaghisce a prima vista di Edith, prostituta portoghese 42enne, schiavizzata dall’anziana maitresse e dai suoi sgherri. Vuole salvarla, vuole conquistarla, andarci a letto (senza pagare e non per riconoscenza) nel caso verrà dopo. Ci scappano svariati morti, qualche verità, poca giustizia.

Il grande Massimo Carlotto (Padova, 1956) ha scritto una trentina di ottimi testi, perlopiù documentati noir di stile hard-boiled; dopo 5 avventure fra 1995 e 2002, una ripresa nel 2009, a forte spinta popolare la serie Buratti ha ripreso a marciare con foga, tre storie tra il 2015 e il 2017 e si capisce che non è finita qui. Ora fa incrociare finalmente e direttamente il buon Buratti con il protagonista cattivo della miniserie Pellegrini (2 avventure nel 2001 e nel 2011, il secondo romanzo del 2015 come premessa di questo). La bella novità è una prima persona duplice, su undici capitoli in sette racconta Marco, in quattro Giorgio. Intrecci in parte diversi, in larga parte paralleli; punti di vista morali opposti. Il nostro eroe è il primo e, come alcune “vecchie puttane”, sta fra gli illegali perbene, quelli “all’antica”, lui senza armi; il secondo è cruciale solo come letale genio del male, bello immondo indistruttibile scienziato della propria sopravvivenza a spese di chiunque incontra. Per i nostri tre (pure diversi tra loro) un certo folle “cuore fuorilegge” (di qui il titolo) impone di cercare a qualsiasi costo risposte veritiere per correggere brutte storie, di non usare tortura e violenza sessuale oppure sequestri e assalti in casa, di evitare sempre danni collaterali alle vittime e ai loro parenti. A testa alta. L’autore degusta con perizia vino (anche austriaco, ma davvero ce n’è per i palati più fini), liquori e musica (il blues di genere, quello delle “signore”, oltre 30 brani, ma anche folk e Paoli). Camardi lo trova dal cuoco in disgrazia (zuppa di zucca con castagne e speck, il cabernet sauvignon Marchese di Villamarina). L’Alligatore è ormai certificato (a Cagliari): sette parti di calvados, tre di Drambuie, ghiaccio e mela verde.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/124: Il sentiero

Peter May
Il sentiero
Einaudi, 2017 (orig. 2016, Coffin Road)
Traduzione di Alessandra Montrucchio
Giallo

Isole Ebridi, Scozia. Settembre 2013. Un bell’uomo quasi quarantenne, capelli scuri e ricci, occhi azzurri e zigomi alti, magro e in forma, si trova stropicciato sulla spiaggia di un luogo sperduto e pochissimo abitato, con un giubbotto di salvataggio, senza ricordare chi è e dove abita, perché è lì e come ci è arrivato. Un tipo lo osserva col binocolo dalla collina prospiciente accanto a una roulotte e a una Land Rover malconce. Grazie alla battuta di un’anziana incontrata mentre sale verso la strada per il sentiero fra le dune, impara di chiamarsi Maclean e di abitare nel piccolo cottage a un piano dove lei lo accompagna. All’interno ci sono il Labrador color cioccolato Bran (accidenti, sa il suo nome!) e alcuni indizi: bollette destinate a Neal Maclean, Dune Cottage, Luskentyre, isola di Harris. Dunque, è la spiaggia di Tràigh Losgaintir, Ebridi scozzesi. Il computer è vuoto ma fra i pochi libri c’è Il mistero delle isole Frannan, sono vicine, isolotti vari a 30-35 chilometri, con un faro da dove scomparvero i tre guardiani nel dicembre 1900. Continua a non capire cosa ci fa lì, arriva una coppia di vicini, Jon e Sally Harrison. A loro ha detto di essere in periodo sabbatico dalla carriera accademica a Edimburgo e di star scrivendo un libro sull’antico mistero. Lo viene a sapere da Sally, a letto, hanno una relazione. Lei gli conferma di gestire col marito un anno sabbatico rispetto a un matrimonio che si stava sgretolando. Poi lo accompagna sul sentiero evidenziato in una mappa, la Via delle Bare, una specie di cimitero all’aperto in pendenza. In cima ci sono due massi e subito dietro una conca, ove qualcuno ha messo al riparo 18 arnie quadrate. Sa cosa sono e vede ferite da puntura sulle mani. Ancora non ricorda, intuisce che nella propria vita c’entrano le api e l’agrochimica.

L’affermato giornalista, scrittore e autore televisivo scozzese Peter May (Glasgow, 1951) dedica il nuovo romanzo “alle api”. E, in effetti, molte pagine illustrano, allegramente e senza supponenza o tecnicismi, che si meriterebbero molti ringraziamenti dalle altre specie, soprattutto da piante e umani. Sono una chiave decisiva per la sopravvivenza di molti ecosistemi. Anche se è stato un processo evolutivo casuale, non possiamo fare a meno di loro. Impollinano oltre i due terzi dei frutti e degli ortaggi, ovvero molto di quanto ci impedisce di morire di fame; hanno vita dura e breve, circa sessantamila in un alveare, tutte imparentate. Le femmine (“operaie”, fanno quasi tutto loro) svolgono le preminenti funzioni riproduttive e gerarchiche, i maschi (fuchi) oziano e muoiono dopo aver fecondato la regina. Quando lo incontriamo, il protagonista soffre di amnesia dissociativa e ci mette un po’ a ricordare come mai percorreva la Via delle Bare (il titolo inglese, Coffin Road) e cosa ha a che fare con le api. Narra l’improvviso enorme smarrimento in prima persona al presente, come ad alta voce; la storia avanza come disvelamento parallelo per se stesso e per i lettori. Emergono così due altre figure rilevanti, anche loro all’oscuro della sua identità: da una parte l’irrequieta figlia 17enne Karen, convinta che sia morto già da quasi due anni; dall’altra il non più giovane calmo sergente Gunn della stazione di polizia dell’isola, quasi convinto che comunque sia pure un assassino, visto che poi nel faro trovano anche un cadavere fresco. Il loro parallelo percorso investigativo è narrato in terza persona al passato, alternandosi col protagonista, con aggressioni e morti, intreccio e ritmi da buon giallo, ecothriller o “verdenero” che dir si voglia. Non mancano parole e frasi in gaelico, sono posti dove andare! Karen seleziona Marilyn Manson. Per provarci si serve dello syrah australiano, viola scuro. Caol Ila è l’ottimo whisky isolano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)