Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone (Le gialle di Valerio 184)

Maurizio de Giovanni
Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone
Einaudi, 2018
Noir

Napoli. Una settimana del novembre di due-tre d’anni fa. Elsa Martini stava stringendo i tempi di un’eccellente rapida (già pluridecorata) carriera in polizia, poi aveva ucciso di proposito un 67enne famoso pediatra squallido pedofilo, le avevano dato eccesso di legittima difesa, in appello l’assoluzione. Dopo Torino, ora viene trasferita a Pizzofalcone, a nove mesi di distanza, fra gli altri Bastardi (scartati). Arriva e lascia subito il segno. La 34enne originaria di Alessandria ha mossi capelli rossi e penetranti occhi verdi, figura slanciata e fisico atletico, gambe lunghe e cervello fino, magnifica femmina alfa; vive con l’intelligente matura figlia di 11 anni, Vittoria Vicky; fuma abbastanza ed è molto refrattaria all’attività di squadra, abituata a non consultare nessuno; risulta una gran lavoratrice e la più alta in grado dopo il commissario Palma. Peraltro, deve sostituire Pisanelli, l’anziano vice che continua a restare in Ospedale a seguito della delicata operazione subita, lasciando l’organico (suo malgrado) troppo ridotto rispetto alle turbolenze del quartiere. In commissariato è arrivata la segnalazione di un’insegnante di Matematica presso il Tecnico, preoccupata della scomparsa della 42enne collega di Lettere, Chiara Fimiani in Baffi, di solito serena e riservata. Non si sente di fare una vera e propria denuncia pur se, nemmeno due giorni prima, ha ricevuto un sms che sembra riferito a un pericolo procuratole dal marito: “Questo stasera mi ammazza. Addio, amica mia”. Giuseppe e Alex stanno provando a sentire a scuola e in giro, lo sposo è un ricco noto potente industriale e non sembra particolarmente teso, ipotizzano che potrebbe averla voluta morta, Elsa è subito coinvolta e irrequieta, qualcosa sotto c’è sicuro. E l’infermo Pisanelli si è ormai definitivamente convinto che l’amico frate elimini i potenziali aspiranti suicidi che forse vogliono farsi suicidare; vorrebbe chiedere ad Aragona di rintracciarlo per farlo arrestare.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è giunto all’ottavo romanzo (in sei anni) della sua ottima seconda (e contemporanea) serie; a inizio 2017 e fine 2018 i personaggi li abbiamo visti su RaiUno, ormai hanno quei volti e posture. Chi ha seguito le due stagioni televisive, ognuna di sei episodi, sa che alcune vicende non sono state ancora raccontate nei romanzi: per esempio qui il clan camorristico non ha ancora tentato di corrompere Lojacono (sta appena iniziando) e sua figlia Marinella non ha ancora un fidanzato (sta appena innamorandosi). La narrazione scritta è più compatta e lirica, il filo è il vuoto del titolo e della seconda di copertina, in ordine gerarchico: vuoto di potere (Palma), di forze (Pisanelli), di passato (Elsa Martini), di futuro (Lojacono), di decisioni (Romano), di certezze (Ottavia Calabrese), di coraggio (Alessandra Di Nardo), a perdere (Aragona). Le dinamiche personali e relazionali di ciascun bastardo irrompono spesso sulla scena, mentre si sviluppano i molteplici fronti dei bui misteri criminali. Sia il privato che il professionale lasciano sempre nuovi vuoti, mai assoluti, talora colorati, talora ciclici. In questa occasione è poco presente l’altra femmina alfa, la magistrata Laura Piras, piccola bruna sarda. Interessanti le lezioni itineranti del buon Davide Maggioni, 61enne poeta e romanziere di chiara fama, due divorzi alle spalle. La narrazione è in terza varia, come sempre, in corsivo solo un dialogo fra mafiosi e qualche lettera. Come nella tradizione matura dell’amato McBain la distanza temporale dal caso precedente non coincide con quella dal libro precedente. Alex sceglie Greco di Tufo per l’attesa turbolenta cena a casa sua col padre.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una giornata in giallo (Le gialle di Valerio 183)

AA. VV. (Camilleri, Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Malvaldi, Dominique Manotti, Piazzese, Recami, Savatteri)
Una giornata in giallo
Sellerio, 2018
Due racconti tradotti da Maria Nicola e Francesco Bruno
Noir

Tempi e luoghi differenti ma consueti. Salvo Montalbano, agli esordi, festeggia il primo mese trascorso nella casa di Marinella a Vigàta, acquistando per 50 mila lire una bottiglia di sciampagni e deve gestire il pizzino mafioso dove qualcuno minaccia di dare fuoco all’enoteca (con ventiquattr’ore di ritardo). Un sabato del maggio scorso Saverio Lamanna visita Gibellina, città perfetta (50 anni dopo il terremoto del Belice), con la morosa Suleima e l’amico Peppe, ma dal museo scompare l’arazzo di Boetti, prisenti o drappo professionale, dieci metri per due, cuciti con devozione, valore alto, più di 500 mila euro (anche solo un metro quadrato). Loro di Pineta, compresi quelli della Loggia del Cinghiale, sono tutti in trasferta ad Amsterdam per la mitica festa arancione del 27 aprile; solo Alice Martelli è rimasta a casa a lavorare, vigile e agile come sempre, e risolve a distanza il caso del duplice scippo contro Tiziana e Marchino. Il 28 agosto 1973 il giovane commissario Daquin da sei mesi si trova (di mala voglia) a Marsiglia, ha già chiesto il trasferimento; lì ce l’hanno con gli immigrati, ovviamente con gli algerini in particolare, per l’odio ci scappa il morto e, pur di andarsene quanto prima possibile alla Narcotici di Parigi, lui risolve il caso. A fine luglio di uno degli anni novanta Lorenzo La Marca, appena tornato dall’aeroporto di Palermo, poco fuori l’ingresso della Stazione Notarbartolo, cammina solitario e incontra una biscia; son ricordi oltre che problemi; a lui fanno schifo ma lo scorsone nero, detto Iside e Maria Walewska, memore dell’omicidio di una lucciola, sta battendo sul vetro di una pelletteria; difficile farlo smettere. In pieno nubifragio il ladro Drago si avventura nei magazzini sotterranei (dove confluiscono pure acque nere e bianche) della casa di ringhiera di via *** 14 a Milano e vi rimane chiuso dentro; quel primo giugno 2006, da tappezziere in pensione, Consonni vorrebbe studiare meglio l’omicidio di viale Bligny, epperò la figlia Caterina gli lascia il piccolo Enrico, termometro e lavandino funzionano così e così, l’idraulico non arriva, che pene! Angela Mazzola ha la giornata libera, è un assolato aprile palermitano e resterebbe volentieri a crogiolarsi in terrazza, senonché la chiamano i suoi capi dell’Antirapina, vi è stato lì vicino lo strano furto di un furgoncino carico di carciofi (refurtiva di circa 3 mila euro); lascia il labrador, prende il Liberty e fa un sopralluogo; c’è di mezzo una guerra di criminalità organizzata e si rivela ancora una volta molto brava. Petra Delicado ha appena risolto un caso difficile e sguazza fra le scartoffie, a tarda sera esce dal commissariato di Barcellona e viene sequestrata da una pericolosa manesca ragazza, finendo così per trascorrere il giorno più insolito dell’intera sua vita lavorativa, perlopiù in un casolare immerso nel bosco di pini.

Le novità di quest’ultima raccolta di racconti gialli inediti sono diverse e non tutte positive, pur in continuità con le accorte riuscite sperimentazioni che hanno costituito una svolta nel genere del genere. Sono meno gli autori coinvolti della scuderia Sellerio: Camilleri, Savatteri, Malvaldi, Dominique Manotti, Piazzese, Recami, Costa, Alicia Giménez-Bartlett. Il tema un po’ forzato sono le 24 ore, l’ambientazione temporale (decenni fa nella metà dei casi) di un solo giorno “in giallo”. La lunghezza è molto omogenea (poco più lungo Savatteri, più breve Manotti), la raccolta ribadisce una contaminazione che non inficia gli stili noti e amati di ogni autore, come d’abitudine solo alcuni in prima persona (Savatteri, Piazzese, Giménez-Bartlett). Ma questa volta è la qualità letteraria non sempre all’altezza in tutti gli autori, a tratti stanchi, almeno nella prima parte; bello e attuale Manotti; molto carino Recami. I mafiosi con la musica non ci appattano, Maremma amara sui canali, Miles Davis coi leggendari (sognati) Margarita, per la bella fulva blues e indie con la voce di Beth Hart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ultimo respiro del drago (Le gialle di Valerio 182)

Qiu Xiaolong
L’ultimo respiro del drago
Marsilio, 2018 (orig. 2017, Hold Your Breath, China)
Traduzione di Fabio Zucchella
Noir

Shanghai. Una settimana del 2015. Il colto, sensibile, capace e onesto shanghaiese purosangue ispettore capo Chen Cao continua a operare nel centro finanziario dell’Asia ed è ora chiamato ad affrontare il dramma criminale del mortifero inquinamento atmosferico. Gli telefona Zhao, il suo protettore politico, primo segretario del Comitato centrale di disciplina del Partito, ora in pensione. Da Pechino, la Città Proibita, si è trasferito presso l’Hotel Hyatt a Pudong per una breve vacanza al Sud, vuole che lo raggiunga subito, ne ha abbastanza dello smog della capitale, chiede che gli faccia da suggeritore turistico e soprattutto che indaghi sul movimento degli attivisti ambientalisti che sta organizzando qualcosa di clamoroso proprio a Shanghai. Pare sia guidato da Yuan Jing, una giovane donna con milioni di follower, capelli neri e occhi radiosi, bella moglie di un uomo d’affari. Zhao vuole saper tutto sul progetto: contatti, risorse, tempistica. Gli mostra la foto della responsabile e Chen rimane senza parole, lui l’aveva conosciuta a Wuxi (e non è escluso si sappia), si tratta di Shanshan, l’amata alleata nel caso delle “lacrime del lago Tai”, cui aveva dedicato due anni prima una magnifica pubblicata celebrata poesia, senza riferimenti espliciti. Riprende il treno per Wuxi, individua chi fra ricchi o attivisti può dargli informazioni certe, verifica che è in corso un aspro conflitto ai piani alti del potere centrale fra quanti sono interessati al business as usual e quanti non vogliono più negare l’inquinamento. Però è distratto dai ricordi, dal non poter visitare la madre e dall’indagine di cui era consulente col fido ispettore Yu Guangming: già quattro delitti seriali avvenuti e altri in preparazione. Pian piano capisce tutto, ammesso che serva.

Decimo ottimo episodio della magnifica serie ambientata in Cina e scritta in inglese negli Usa dal docente universitario di letteratura in Missouri Xiaolong (“piccolo drago”) Qiu (Shanghai, 1953), in terza varia sul protagonista e i poliziotti buoni. I primi episodi erano stati ambientati subito dopo i fatti di Tienanmen (1989), che suggerirono, invece, a Qiu di fermarsi negli Stati Uniti. Ora siamo giunti ai giorni nostri, sappiamo che Chen esprime la vita parallela dell’autore se fosse rimasto in patria. Qui finalmente opta per passare all’azione, conferma la lealtà personale alla verità e si prende in aggiunta una pubblica responsabilità civile. Niente passionale sesso (“momenti di nubi e pioggia”) in quest’avventura, era stata un’eccezione. Il protagonista resta solitario romantico buongustaio irrequieto fumatore poeta, traduttore di polizieschi americani (oltre che di Eliot e di business plan) e non credente. Il parco del Bund è il suo rifugio feng shui, lì prende le decisioni importanti, anche rispetto al socialismo reale. Si documenta seriamente sul dramma dell’inquinamento (pure delle menti) e sull’eccessiva presunzione da parte del partito unico di voler controllare tutto e tutti, dati e notizie su decessi e malattie, ricerche sulle cause e sulle responsabilità. Come al solito, l’ispirazione riguarda il vero video di una brava giornalista cinese visto online milioni di volte prima di essere oscurato dalle autorità. Il noir serve a indagare non solo enigmi e colpevoli bensì anche le circostanze sociali, culturali e politiche all’origine dei crimini; la poesia a salvare storie ed emozioni dell’identità collettiva della comunità (versi musicali, antichi e moderni, sono citati di continuo). Innumerevoli i riferimenti al cibo, il sontuoso banchetto è abbinato a una bottiglia di liquore, Maotai distillato dei primi anni Settanta. Nella caffetteria dell’Associazione scrittori fa da sottofondo la sinfonia Dal nuovo mondo di Antonín Dvořák (1893).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il delitto di Kolymbetra (Le gialle di Valerio 181)

Gaetano Savatteri
Il delitto di Kolymbetra
Sellerio, 2018
Noir

Sicilia, Agrigento. Primavera, fine aprile. Peppe Piccionello e Saverio Lamanna si recano per pochi giorni a Milano, dove s’inaugura la concept home art (galleria espositiva) di tal Marisa (conosciuta in gioventù e nuova estimatrice dei post sulla pagina Facebook del primo) e dove ormai lavora l’architetta Suleima, col delizioso broncio da ribelle, nata a Dublino di padre irlandese e madre friulana (fidanzata del secondo). Va tutto secondo le previsioni e presto tornano nel golfo di Màkari, in provincia di Trapani. Qui i due amici hanno entrambi la proposta di un incarico sul lato meridionale dell’isola. Un conoscente, Accursio Sabella, direttore di “LiveSicilia”, propone a Saverio alcuni servizi d’autore (scritti e filmati) relativi ai luoghi della Sicilia patrimonio dell’Unesco e si potrebbe iniziare dalla Valle dei Templi di Agrigento (vicino a dove Suleima pare debba presto andare). La comare Lina chiede aiuto a Peppe, in quanto madre della ragazza di cui lui è stato padrino al battesimo: si è sposata con un giovane di Agrigento (che col fratello gestisce un’impresa) ma ora la coppia è finita sotto protezione per problemi con la mafia, occorre che consegni loro seimila euro da parte dei genitori. E così partono alla volta delle zone di Montalbano. Vanno nell’area archeologica e a un convegno, dove il grande professore Demetrio Alù parla della battaglia del 480 a.C. a Himera fra siracusani (Gelone) e cartaginesi (Amilcare) e del possibile ritrovamento del teatro dell’antica Akragas (trecentomila abitanti, una delle più importanti città della Magna Grecia). All’alba del giorno dopo viene trovato con la testa spaccata nel giardino della Kolymbreta. Saverio si sente messo di mezzo, individua i tre possibili assassini e prova a fare la sua. Dall’altra parte aiuta Peppe a rintracciare la compaesana nella misteriosa faccenda che sempre più s’intorbida. Suleima c’è e insieme a lui lotta (oltre ad altro), beato.

Il bravo giornalista Gaetano Savatteri (Milano, 1964) è cresciuto a Racalmuto in Sicilia, da parecchio vive e lavora a Roma; grazie anche all’editore insiste sul suo scoppiettante protagonista seriale e sulla relativa corte dei miracoli, che funzionano proprio per raccontare usi e costumi siciliani, fatti e miti. La doppia trama gialla resta esile, ma non importa, contano dialoghi, situazioni, personaggi, rimandi, citazioni, giochi di parole, ironie e autoironie, sapori colori odori umori di una terra magnifica. Pirandello, Sciascia e Camilleri incombono a ogni passo, insieme ai mitici scrittori preferiti dal saggio padre e alla invadente Teresita del corso di spagnolo. Con loro, alcuni colleghi giallisti della Sellerio in un continuo sovrapporsi fra i libri dell’autore e quelli di Lamanna. Non a caso, la narrazione è in prima persona al presente. Il giardino del titolo risulta un paradiso terrestre: cinque ettari di ulivi, carrubi, mandorli, arance, limoni, accanto al tufo sabbioso degli incantevoli Templi. Bello il progetto di Farm Cultural Park ai Sette Cortili di Favara: museo di arte contemporanea, residenza per artisti stranieri, laboratorio culturale, sede per il corso di architettura rivolto a bambine e bambini. Il vino abbonda in tutte le accorte bocche: zibibbo, inzolia, catarratto, grillo; altro che il prosecco della trasferta veneziana del precedente settembre! Musica dei Collage per gli amori giovanili, mentre il padre ascolta I’m on fire di Bruce Springsteen sentendosi (anche per colpa del figlio) “born in Usa”, per quanto non si sia mai mosso da Palermo e dalla Sicilia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Donne che non perdonano (Le gialle di Valerio 180)

Camilla Läckberg
Donne che non perdonano
Einaudi, 2018 (originale 2018)
Traduzione Katia De Marco
Noir

Svezia. Un inverno dei giorni nostri. Tre donne di differenti generazioni sopravvivono con maschi molto imperfetti e imperdonabili, due in realtà si conoscono (pur non sapendo molto l’una dell’altra), la terza è segregata lontana. Ingrid Steen è sposata con Tommy. Entrambi sono giornalisti a Stoccolma; lei, dopo 14 anni di professione, due come corrispondente dagli Stati Uniti, innumerevoli premi, ha accettato di restare a casa quando il marito è divenuto l’intelligente direttore dell’autorevole Aftonpressen (dove per altro si erano conosciuti); la loro figlia Lovisa era nata da poco; lui aveva detto che in caso opposto avrebbe fatto la medesima cosa. Ora è certa che Tommy la tradisca con qualcuna della redazione, mette un piccolo registratore nella fodera del giaccone. La maestra della bimba si chiama Birgitta Nilsson, a due anni dalla pensione le hanno appena diagnosticato un tumore al seno. Per tanto tempo aveva rinviato le sollecitazioni istituzionali a fare la mammografia, non voleva mostrare ferite ed ecchimosi procuratele dall’amato marito commercialista Jacob con sempre maggior crudeltà, ancor più dopo che i gemelli ventenni si sono trasferiti e li vanno solo a trovare con le fidanzate. Victoria Volkova si trova a Sillbo nella Svezia centrale, senza amici né lavoro. Si è sposata per corrispondenza con Malte Brunberg, dopo che tre anni prima in Russia, alla festa del suo ventesimo compleanno, avevano ucciso il gangster con cui viveva. Lui si ubriaca spesso, impone frequenti pompini, lesina soldi, usa cattive parole. Le tre decidono di vendicarsi, separatamente ma insieme.

La brava scrittrice Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson (Fjällbacka, 1974) in circa 15 anni ha scritto la serie di una decina di romanzi gialli noir ambientati nella sua città natale, sulla costa occidentale della Svezia. Ha avuto grande successo di critica e di pubblico, tradotta ovunque, protagonista della vita culturale del suo paese (serie tv, cucina, testi musicali, danza), attiva in molte iniziative umanitarie (anche coi figli). Qui prende di petto l’onda del #MeToo. Ovviamente ci son uomini di tutti gli stili, più o meno cortesi o violenti, rozzi o forbiti, ricchi o poveracci, campagnoli o metropolitani. Alcuni, molti hanno la cattiva abitudine di instaurare una relazione asimmetrica di potere e, talora, di violenza con le proprie compagne. Pure le donne hanno stili e caratteri diversi. Alcune, molte donne subiscono la relazione, anche le tre protagoniste, a lungo, troppo. Tutte e tre hanno chinato il capo di fronte a un modo (ingiusto) di sopravvivere finché non accade qualcosa che le spinge a reagire, a rifiutare ruoli di comparsa o di schiava, a cercare una soluzione, ognuna per suo conto, attraverso un percorso mentale individuale, chiedendo infine un anonimo aiuto su un sito collettivo (FamiljeLiv.se) e dichiarandosi disponibili a darlo per liberare altre. È un noir criminale, sia chiaro, non un fondo di denuncia o un appello pubblico. Lo stile è secco ed essenziale (a differenza di altre opere dell’autrice), senza eccessive introspezioni o lamenti teorici, in terza varia sulle tre “vendicatrici”, messe nelle condizioni di soffrire ancora molto, destinate comunque a incrociarsi e svelarsi. I capitoli sono brevissimi, una sceneggiatura già pronta. Vino e/o coca ai party, fiumi di birra il venerdì. Tommy canticchia Springsteen, Ingrid in auto ascolta Beyoncé.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Palm Desert (Le gialle di Valerio 179)

Don Winslow
Palm Desert. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2018 (orig. 1996, While Drowning in the Desert)
Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Dal Nevada (Austin e Las Vegas) verso la California. Agosto 1983. Neal Carey, indigeno della Grande Mela, dopo la prima avventura è dovuto restare sette mesi in quarantena dello Yorkshire e dopo la seconda confinato nel Sichuan cinese; dopo la terza da due anni si è sistemato con la maestra cowgirl Karen Hawley, capelli neri e occhi azzurri, in un’immensa valle a circa milleottocento metri di quota. Ormai ha quasi 30 anni, dovrebbero sposarsi fra un paio di mesi e sta iniziando l’ultimo semestre del master presso l’università del Nevada, tesi su Tobias Smollett, il fuoriclasse della letteratura inglese del XVIII secolo. Il suo prof potrebbe poi fargli avere un posto di assistente a New York dove sarebbero quindi presto intenzionati a trasferirsi (Karen sta pure suggerendo di fare un figlio). Senonché arriva Joe Graham, il padre putativo, con una richiesta del solito datore di lavoro, gli Amici di Famiglia, il servizio privato di una potente ricca banca di Providence. Gli chiedono di riportare a casa (Palm Desert, vicino a Palm Springs) un vecchietto finito nella città del gioco e del peccato, “il posto più assurdo del mondo”, pensa Neal. Prende la Jeep e parte (rivelandosi in seguito incapace di guidare con il cambio manuale). Il tipo si chiama Nathan Silverstein, ben noto come Natty Silver, uno dei grandi del burlesque; un piccolo ebreo di almeno 85 anni, radi capelli bianchi spettinati, naso a becco, pelle sottile e rugosa, occhi di bambino, ancora indiscreto fumatore e scopatore, inesauribile verve (estro conversevole) di battute, gag e racconti. Lo trova al Mirage, lo accompagna al casinò e lui subito si apparta con l’alta bionda simpatica sensibile Hope White. Torna e continua a sfinire Neal di chiacchiere, rimandando il rientro. In realtà forse è paura, ne ha ben donde.

Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una serie d’esordio (1991-96). Qui la narrazione è ancora in prima al passato, ma non mancano, quando la scena si sposta, anche pagine dei diari di Karen e Hope, un professionale scambio di mail fra la sovrintendente agli indennizzi e due avvocati, qualche registrazione da microfono illegale. Lo stile è già eccelso, seppur sbrigativo, lo scrittore cominciava ad avere altri progetti. L’ambientazione anni ottanta è legata a quel che allora faceva lui stesso (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario). Questo è il quinto e ultimo romanzo (1996), un commiato, molto più breve dei precedenti. L’amato deserto c’entra, ovviamente, in più di un senso, se vi stai annegando (da cui il titolo americano), allora “scalcia nell’acqua” (conclude Neal). Il burlesque impera: pare che i maghi abbiano sempre nomi italiani e gli ipnotizzatori russi; poi si usano molte figure letterarie, dalla metafora tormentata alla doppia ridondanza. Natty è il risultato di un accurato lavoro di documentazione (scritta e orale) sul genere, noi ci divertiamo, Neal impazzisce. Del resto, il padre era il classico donatore di sperma anonimo che aveva messo incinta la madre, la quale faceva la prostituta; non sa proprio se ha voglia di diventare genitore e si conferma maratoneta del tenere il broncio, con una faccia cupa da manuale. Pensa che la vita sia una sequenza casuale di eventi arbitrari, non (come Karen) un viaggio predestinato, pieno di sfide e scoperte. Sono innamorati. Eppure?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Uno sporco lavoro (Le gialle di Valerio 178)

Bruno Morchio
Uno sporco lavoro. La calda estate del giovane Bacci Pagano
Garzanti, 2018
Noir

Genova e Pieve Ligure. Luglio 1985 (e oggi). La primavera scorsa Giovanni Battista Bacci Pagano, dopo aver ricevuto una chiamata, è andato a trovare Maria Samperi in ospedale, reparto di pneumologia, appena rioperata. Lei racconta, ha tre maschi, il grande lavora in una compagnia aerea, di fatto li ha cresciuti da sola, il padre dava una mano. Insieme rievocano l’estate di oltre 30 anni fa, quando si conobbero (e un po’ amarono). Maria era la sbarazzina baby-sitter del piccolo Daniele (Lele) di 2 anni, Bacci aveva ricevuto come (primo) incarico la protezione della ricca famiglia Rissi in vacanza nell’immensa meravigliosa villa (ex Pirelli). Maria, pure genovese, appena ventenne, folta capigliatura nera e riccia, profondi occhi verdi velati di tristezza, corpo minuto e ben proporzionato, mediterranea carnagione olivastra, lavorava bene con affetto e diligenza ma non ne poteva più di domestici di mezz’età e genitori assenti, agognava esplicitamente cervello e carne freschi con cui trascorrere il poco vitale tempo libero. Bacci aveva il noto travagliato passato alle spalle (militanza politica, immeritata galera, morte dei genitori, vita randagia), ormai era un povero ateo alto trentenne sposato e, regolare investigatore privato con molte lezioni di tiro, iniziava una “feritevole” pericolosa carriera. Il lavoro di addetto alla sicurezza gli fu presentato come poco impegnativo e ben remunerato, circa sei milioni di guadagno netto per una ventina di giorni, isolato (con pistola Walther P38, calibro 7,65, Parabellum) in un bel posto. Subito si accorse che c’era qualcosa di strano: da uno yacht al largo partì un gommone, a bordo due tipacci, qualcuno li stava controllando, seguendo, intimorendo. Il socialista padrone di casa Silvano risultava intrallazzato con commerci di armi e tecnologie in zone di guerre, la moglie Adriana era magnifica e soggiogata, arrivarono guai dal mare e da tutte le parti.

Il bravo psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) prosegue la serie Pagano, ottima e di successo (12 romanzi, prima Frilli ora Garzanti), il noir dei caruggi, con una bella avventura dedicata al suo analista. Il racconto è sempre in prima persona; dal nuovo improvviso incontro con Maria s’avvia un flusso di ricordi sull’esordio investigativo; memoria riaperta, ogni tanto intervallata e conclusa da significativi dialoghi con l’affetto di allora. Il peso della “prima” parte d’esistenza è più recente e gravoso: gli adolescenziali sentimenti sovversivi nei movimenti di sinistra, la manifestazione con la pistola in tasca e l’ingiusta condanna per attività terroristiche, 5 anni dentro una minuscola cella bianca a leggere in massima sicurezza, il diventare orfano prima della piena assoluzione (nonno e padre operai), l’inutile laurea in lettere, altri 5 anni di lavori precari in giro per Cuba, Usa, Kenya, Senegal e Marocco, un matrimonio inevitabilmente poco affiatato (Clara si stava specializzando a Parigi in letteratura francese). Alcuni tratti già sono impressi: la Vespa, la pipa, il caffè amaro, il tifo per i colori del Grifone, l’irruenza saturnina malmostosa, la rabbia morale, il solitario acume e la fedeltà ai clienti (da cui il titolo). La figlia e la separazione, tante ferite fisiche e relazionali erano di là da venire. Quando si va rimettendo dopo aver rischiato la vita per salvare separatamente i Rissi, incontra per la prima volta anche il mitico imponente Pertusiello, ispettore della squadra mobile di Genova. I ricchi si sollazzano col Cristal, un po’ tutti con vermentino, bianchetta, pigato e sauvignon, in Liguria non mancano. E poi arrivano i brani di Sanremo, anche se il padre musicofilo ha consentito a Bacci di apprezzare il melodramma italiano e le grandi opere sinfoniche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il diario segreto del cuore (Le gialle di Valerio 177)

Francesco Recami
Il diario segreto del cuore
Sellerio, 2018
Commedia in bianco e noir

Milano, casa di ringhiera al civico 14 di via *** del quartiere Casoretto. Ottobre-novembre 2011. Ricapitoliamo i protagonisti conviventi: Consonni (appartamento 8), Angela Mattioli (2 e 22, ma ha anche altre tre o quattro deleghe), Luis De Angelis (5), coniugi Du Vivier (6 e 7), Antonio con occasionali compagne (9), la signorina Olga Mattei Ferri (12), Claudio Giorgi (15), i peruviani (senza numero), la signora Xing (locali di sotto). Per ragioni diverse gli appartamenti son tutti vuoti. Consonni, già circa 66enne tappezziere pensionato, orrendamente morì, proprio nella corte, il funerale aveva traumatizzato tutti. Tanti inquilini sono altrove, provvisoriamente o meno, causa lavoro, vacanza, salute o chissà perché. Solo un nucleo è in qualche modo restato nel condominio, Donatella e i due figli, Gianmarco e Margherita, nell’appartamento familiare (il 15) e il separato marito Claudio come badante regolare della vecchia pettegola (del 12) ora assente. I due ragazzi (13 anni e mezzo e quasi 11) erano stati testimoni di vecchie storie criminali, trovarono pure un panetto di fumo, hanno sempre paura che tornino a galla. Donatella ha da poco compiuto 43 anni, è povera e piena di dubbi. Gianmarco sta ripetendo la terza media, gioca a calcio e attraversa un complicato inizio di adolescenza. Dal 12 settembre la piccola (anche di statura) genietto Margherita tiene un diario e la mamma finalmente lo scopre: vi sono giudizi severi, recensioni di libri, lettere del padre, le risposte, commenti inaspettati, soprattutto un accenno a chi uccise Consonni. Poi un profilo Facebook tira l’altro e succede di tutto, fin quando, via via, pure altri affezionati inquilini cominciano a farsi rivedere.

Il bravo scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956) non è riuscito a lasciar morire il suo personaggio principale (un fattore abiotico, però), come già accadde ad autorevoli personalità del genere giallo e noir. Aveva annunciato fin dal principio (2011) che sarebbero stati sei i romanzi della serie della “casa di ringhiera”, dedicata a un curioso microcosmo milanese, un modesto edificio del primo Novecento, con una corte rettangolare, ringhiere di ferro battuto e una ventina di inquilini. Mantenne l’impegno, un volume ogni anno (fino al 2016), anche se le narrazioni coprono un intervallo temporale più breve. Dopo un paio di commedie nere, a fine 2018 l’autore torna a casa. Amedeo Consonni è evocato ma non può manifestarsi, tutto (come al solito) ruota intorno all’originale ambientazione, impronta “bianca e noir”: misteri, misfatti e crimini fanno da cornice, servono a evocare il genere letterario non a praticarlo. A prescindere dall’assenza di persone uccise, è l’ulteriore verifica e conferma che in ogni dinamica sociale affettiva ci sarebbe sempre qualcuno o qualcuna da far fuori! La narrazione è in terza, ma quasi la metà è dedicata al diario, in corsivo (da cui il titolo). La talentuosa bimba adora Gerry Way (fondatore e cantante dei My Chemical Romance, 7 anni fa ancora attivi), legge molto e bene (forse con gli stessi gusti dell’autore) e vince a mani basse il concorso per studenti Raccontare è vivere (con un racconto che ci è possibile apprezzare); mentre la passione per Nesbø (Premio Chandler 2018) è passata da Amedeo a Donatella.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna che morì due volte (Le gialle di Valerio 176)

Leif GW Persson
La donna che morì due volte
Marsilio, 2018 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia de Marco
Noir

Solna, contea di Stoccolma. Estate 2016. Edvin Milosevic, dieci anni, figlio di serbi profughi dalla Croazia, piccolo e magro, ha un ottimo rapporto di nobile cameratismo maschile con Evert Bäckström, capo della locale sezione di polizia, pessimo uomo, ormai ultra 60enne. Sono vicini di casa a Kungsholmen. Il ragazzino considera Evert un mito, ascolta e ripete ogni sua indicazione, discreto e leale, a disposizione per frequenti piccole commissioni; il commissario non ama i bambini e non sopporta praticamente nessuno, vede in Edvin qualche affinità interiore, si è quasi affezionato. Nel tardo pomeriggio del 19 luglio Edvin suona, qualche ora prima è fuggito dal campo scout avendo casualmente rinvenuto qualcosa di importante e orribile, apre lo zaino, estrae un sacchetto contenente un cranio, spiega bene cosa ha già giustamente dedotto, c’è un evidente buco di pallottola. Evert lo ringrazia e avvia l’inevitabile laboriosa indagine. I resti della vittima sono stati ritrovati sulla piccola inospitale maledetta isola di Ofärdsön sul lago Mälaren, nemmeno un centinaio di ettari, già pascolo estivo per il bestiame prima di acquisire la brutta fama di portare sfortuna, niente spiagge o facili approdi, quasi completamente coperta di arbusti e cespugli. Quel che presto emerge dalle analisi è che il Dna appartiene a una thailandese nata nel 1973 e già morta nello tsunami di fine dicembre 2004. Tutta la squadra, i tecnici della scientifica, i colleghi asiatici, pure i servizi segreti studiano genetica e si immergono nella vicenda per un paio di mesi. Una delle due morti deve riguardare qualcun’altra, non si può morire due volte. Oppure sì?

Leif Gustav Willy GW Persson (1945), professore di criminologia alla Scuola nazionale di polizia a Stoccolma, è stato consulente del ministero di Giustizia e dei Servizi segreti svedesi e, da una ventina d’anni, ci delizia con lunghi bei gialli (la vicenda Palme insegna)! Colti e divertenti, costituiscono un ritratto vivido e ironico delle opulente società contemporanee, terza fissa al passato, una goduria di dettagli ed emozioni: si scherza e si pensa, si odia e si ama, si ride e si piange, ci si stupisce e ci si commuove, incantati da dialoghi con deliziosi retro pensieri, in punta di piedi, con raro senso della musicalità. Il suo primo mitico protagonista Lars Martin Johansson è ormai morto da oltre cinque anni. Persson alterna pertanto cattivi e buone che erano ai suoi comandi, segnalando talora personaggi e intrecci dei precedenti romanzi, qui tutto ruota intorno a Bäckström, il peggiore. Il tondo furbo fortunato commissario è figlio d’arte, corrotto ubriacone misogino arrapato volgare (grazie a un celebre supersalame), né brutto né sciocco, capace di mirabolanti intuizioni induzioni deduzioni abduzioni, ricorda collega pianifica il proprio esclusivo benessere, soprattutto gastronomico, alcolico e sessuale. Fra l’altro riemergono varie vecchie storie, pare che Putin e il governo russo, per il tramite dell’amico Gustaf G:son GeGurra Henning, vogliano assegnare a Evert la medaglia Puškin per il caso del naso di Pinocchio, si rischia l’incidente diplomatico. Più che buon vino tanta birra e vodka, al meglio con i würstel Bullens Pilsnerkorv. Il nome della barca viene da Puccini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La doppia madre (Le gialle di Valerio 175)

Michel Bussi
La doppia madre
Edizioni e/o, 2018
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Le Havre. Novembre 2015. La 39enne comandante di polizia Marianne Augresse, con il giovane strafigo vice Jean-Baptiste Jibè Lechevalier e il tenente 52enne pluripaterno Pierrick Papy Pasdeloup, sono sulle tracce dei ricercati e del bottino della rapina del 6 gennaio a Deauville; un colpo organizzato alla perfezione con la refurtiva nascosta prima che la polizia riuscisse a uccidere la coppia in moto dei quattro rapinatori e a colpirne gravemente un terzo, Timo Soler, poi anche lui sparito; dieci mesi dopo il ferito contatta un medico, forse possono prenderlo. Il bello psicologo scolastico Vasil Dragonman, voce soave e accento slavo, occhi brioche dorata e possente corpo fascinoso, contatta Marianne e la distrae: è convinto che il piccolo Malone Moulin di soli tre anni e mezzo dica qualcosa di vero quando, nonostante prove contrarie, fra tante frasi di apparente fervida fantasia, in continuo dialogo col peluche Guti, accenna al fatto che i suoi genitori ufficiali, Amanda e Dimitri, non siano i veri mamma e papà. Le indagini parallele rendono sempre più pieni e convulsi i giorni di Marianne: chi aiuta Timo è furbo o insospettabile, si allunga una scia di cadaveri dietro il principale cervello della banda; Vasil è sempre più osteggiato, ma convincente e affascinante nel tentare di comprendere il passato del bambino; la sexy nuova gentile geniale amica Angélique Angie Fontaine le sta vicino e condivide lo stesso desiderio di avere finalmente un figlio. Finché si capisce che è proprio Malone la chiave di tutto, il punto d’intersezione fra i casi, la memoria dei misteri e dei crimini, lo strumento di vari registi non in sintonia, l’occasione per trovare qualche verità e giustizia.

Il professore universitario di Rouen e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a realizzare ottimi gialli senza protagonisti seriali con ambientazioni accurate, talvolta nella sua Normandia, in questo caso l’area portuale sulla Manica. Ormai, ogni volta che s’inizia, subito si comincia a capire che ci sono frasi e situazioni in cui ti sta fregando, gli intrecci sono sempre minuziosi e sorprendenti, ancor più in un romanzo imperniato su un ometto. Intuisci che il testo è opera creativa di un illusionista (per certi versi è così tutto il giallo classico alla Christie), poi cominci a divertirti, a incuriosirti, ti prende ed è un colto grande intrattenimento. Ovviamente è dedicato alla mamma (e alle mamme di tutti noi?). Del resto, non mancano teorie e lezioni di psicologia dello sviluppo: accade che la memoria adulta non possiede ricordi dei primi anni di vita (perché e a che punto scompaiono?), che l’infante ha poco tempo a disposizione prima che si dimentichi tutto (giorni o mesi?), che i bambini mantengono rilevante memoria sensoriale, emozioni e impressioni che si incidono (e restano nell’inconscio oltre che in gusti e personalità?), che il gioco svolga le funzioni di imitazione, codificazione, trasgressione (e ubbidienza?), che la resilienza mescola sincerità e menzogna. Come nel resto della vita. La narrazione è in terza varia, distinta in tre parti di donna (Marianne, Amanda, Angie) con lo stesso incipit del venerdì all’aeroporto della fuga e il flashback verso i primi giorni della settimana. Un sito le accompagna, voglia-di-uccidere.com, oltre una ventina di significativi spunti per farlo, con condanne e assoluzioni popolari! In corsivo le belle storie ascoltate da Malone. Al bar o da sole le amiche bevono rioja, in famiglia faugères. Freddie Mercury è sempre decisivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)