Sara al tramonto (Le gialle di Valerio 160)

Maurizio de Giovanni
Sara al tramonto
Rizzoli, 2018
Noir

Napoli. Maggio 2017. Sara Mora Morozzi era una brillante graduata della Polizia di Stato, sposata con prole, prima di entrare nell’unità speciale e di innamorarsi alla follia del Capo, Massimiliano Tamburi, più vecchio di 23 anni, intensamente ricambiata, lei occhi azzurri e tratti dolci, figura sempre minuta e capelli ormai grigi. Alla scoperta della grave malattia di Massi, da quattro anni aveva abbandonato tutto, autorottamata e anonima pensionata, si era ritirata a invisibile vita privata per assisterlo fino alla fine, ma da qualche mese sono morti prima lui, 76enne, successivamente il figlio (abbandonato) Giorgio, in un incidente stradale. Viene così ricontattata dall’ex collega (già ai Servizi) Teresa Bionda Pandolfi, ora è lei a capo della sezione e le chiede di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Sara possiede una sapiente peculiare caratteristica, dono o dannazione che sia: è capace di udire frasi e dialoghi a lunga distanza, abilità che ha lungamente affinato, mescolando comprensione vocale delle labbra e interpretazione gestuale dei pensieri. Dovrebbe riprendere in mano il caso Molfino, l’omicidio di un ricchissimo finanziere, cranio spaccato l’anno prima, per il quale è in carcere la figlia Dalinda, con prove schiaccianti. Davide Pardo, il poliziotto che l’aveva arrestata, tosto e trasandato, con paturnie, non è più certo della colpevolezza, ha attivato contatti riservati ed è preoccupato per Beatrice, la figlia di sei anni dell’incarcerata, data in affidamento all’altro figlio (maggiore) della vittima. Il fatto è che Sara soffre di forte insonnia e, soprattutto, ha iniziato a frequentare Viola, la 27enne compagna (vedova) del figlio, incinta (dovrebbe partorire a ottobre), curiosa e brava fotografa. Comunque accetta, si è mantenuta sana e allenata, ha conservato vecchi incartamenti. E la storia si rivela proprio complicata: la morte del passato è meno lineare di quel che sembrava e la piccola sta effettivamente male.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) inizia una nuova interessante serie, da affiancare ai ripetuti meritati successi di Ricciardi e dei Bastardi (da oltre un quinquennio un romanzo l’anno per ciascuna serie). Il precedente tentativo con i Guardiani non era pienamente riuscito, questo invece sì! Non a caso persiste l’ottima notevole accoglienza di critica e di pubblico: Sara non può che piacere e commuovere. Ha vissuto e gestito nefandezze, ha abbandonato per amore un marito fedele e un pargolo piccolo, ha affittato una stanza e ha scelto un’altra esistenza, condotta con fermezza e coerenza finché è stato possibile, non ha ancora nemmeno 55 anni, si nasconde a tutto e tutti, pur bella colta vivace. Ha un dono “sensitivo” (come Ricciardi), saprebbe ancora fare squadra (come i Bastardi), ascolta molto con introspezione, tanto quanto parla poco con nettezza. La narrazione è in terza varia al passato, intervallata dalla rara prima del colpevole e da intensi momenti (spesso in corsivo) del persistente dialogo di Sara (o Viola) con gli affetti persi o gli sconosciuti osservati, mentre sembrano più scontate le comiche conversazioni fra donne o fra poliziotti. Sara incontra Viola ogni sera al tramonto (in una città egocentrica che poco lo conosce, come l’alba), il momento della giornata che maggiormente ama (come Massimiliano ben sapeva), in cui si sente più fragile e diversa, quando percepisce un cuore forse più disponibile ad aprirsi, però davanti alla porta che si trova in cima a una scala a chiocciola. Vi sono spunti per innumerevoli seguiti, del resto Viola ha una madre naturale insopportabile, dalla quale si salva solo canticchiando appropriate melodie con un filo di voce (Billy Joel e gli anni ottanta vanno alla grande).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La condanna (Le gialle di Valerio 159)

Anne Holt
La condanna
Einaudi, 2018 (orig. 2016)
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Noir

Oslo. Gennaio 2016 (e dicembre 2001). Il corpulento 58enne commissario Kjell Bonsaksen lavora in polizia dal 1978, sta andando in pensione, si trasferirà con la moglie in Provenza, non lontano dall’unico figlio e dai due nipotini. Per caso incontra il 47enne Jonas Abrahamsem, legge rassegnato tormento nei suoi occhi; nel 2004 lo aveva fatto accusare, incriminare e condannare (a dodici anni) per omicidio pur non essendo del tutto convinto fosse colpevole, è il solo sassolino che sente nelle scarpe da lavoro; così decide di consegnare a Henrik Holme il gonfio raccoglitore ad anelli del caso chiuso e gli chiede di dare un’occhiata. Henrik è ormai giovane e famoso, pur timido e pieno di tic, reduce dal fantastico successo ottenuto nel ridurre la devastazione di un attentato terroristico e nell’arrestarne i responsabili (ora sotto processo); da 5 anni in polizia, continua a lavorare a casi irrisolti, ormai da due insieme alla mitica pragmatica 55enne Hanne Wilhelmsen, bloccata su una sedia a rotelle e sempre più scontrosa sarcastica caustica (salvo che con la moglie matematica musulmana Nefis e la loro figlia 12enne Ida). Hanne lo ascolta con stima e rispetto ma pensa ad altro, ha un suo tarlo presente. Si sarebbe appena suicidata la malvagia 62enne Iselin Havørn (blogger di destra con uno pseudonimo da poco scoperto) e Hanne non riesce a crederci: era una donna forte con enorme autostima, credeva di svolgere una guerra santa xenofoba e non dubitava mai, “nessuno si toglie la vita soltanto perché passa un momento sgradevole”. Entrambi sono “non” casi, là potrebbe essere suicidio, qui chissà come dovrebbe non esserlo, nessuno potrebbe e dovrebbe preoccuparsene. Fortunatamente se ne occupano, con la solita perspicacia e un aiuto reciproco.

L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato complessivamente quasi una ventina di gialli, questo (doloroso e stupendo) è il decimo della serie Wilhelmsen, il primo uscì nel 1993. Considerate le vicissitudini affettive e professionali di Hanne, ormai i protagonisti sono due, il solitario Henrik va assolutamente promosso, lui che ha trent’anni e non ha mai fatto sesso, esile e insicuro. La narrazione è ancora in terza varia al passato, tanti accanto a loro, fra cui Kejll, Jonas (il tormento è la sua seconda vita, dopo la morte della figlia in un casuale incidente), Maria (moglie di Iselin). I due poliziotti procedono senza alcuna autorizzazione o competenza formale, oltretutto le vicende sono chiuse e separate. Poi tutti d’improvviso iniziano a preoccuparsi perché viene pure rapita una bambina di tre anni, Hedda: la madre è famosa, il nonno ha vinto al lotto, i fili si moltiplicano e s’ingarbugliano. Non ci si può congratulare per ogni condanna (da cui il titolo italiano). Il romanzo è avvincente, gestito con maestria fra passato recente e presente convulso di tre settimane. L’autrice riesce a offrirci riflessioni informate e acute rispetto al suicidio, a Breivnik, alla destra che investe sulla paura, alla normale omosessualità, alla articolata genitorialità. Negli appartamenti norvegesi ci si toglie le scarpe all’ingresso, come forse è noto (e utile). Segnalo la risata sui gialli con almeno due casi apparentemente diversi e realmente intrecciati, a pag. 191. E le trousse delle compagnie aeree con tutto l’occorrente per la toilette, a pag. 371. Jazz e Grisham. Nel sentirsi liberi e morti ha la sua importanza una vecchia canzone interpretata da Janis Joplin, “Me and Bobby McGee”. Vino prevalentemente rosso, questa volta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La clinica Riposo & Pace (Le gialle di Valerio 158)

Francesco Recami
La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2
Sellerio, 2018
Noir

Il borghetto. Ieri. C’era una volta l’elegante seicentesca Villa Riposo & Pace sulle amene colline preappenniniche, in mezzo a cipressi e olivi, dove si portavano parenti a morire in fretta. Fungeva da costosissima casa di riposo per anziani non autosufficienti, consistente di tre bei corpi separati per tutte le esigenze. Onerosa inopinabile caparra; costi altissimi pur con permanenze tendenzialmente brevi; sperimentata garanzia di efficienza e riservatezza sotto la guida del Professore; ristorante stellato a chilometro zero e resort di lusso con piscina per parenti e conoscenti dei ricoverati. Poi venne il momento di un grave guaio: vi fu condotto dalla nipote cinquantenne Mikaela accompagnata dall’elegante marito Roberto l’85enne Alfio Pallini, grande e grosso, un metro e novanta per 120 chili, braccia e dita da fabbro, in permanente contatto con l’amico e alter ego Ulrich. Soffriva di sindrome degenerativa su base circolatoria, demenza senile in stato avanzato (delirio, mania di persecuzione, marcata aggressività), era già in terapia con farmaci antipsicotici atipici come la quetiapina. Venne messo nella stanza numero 9 al secondo piano, quella dei “moribundi in pocha semana” (secondo l’inserviente di colore), due letti, il vicino era appena morto, subito sostituito da un altro, Valerio. Alfio faceva sempre attenzione a fingere di dormire, ascoltando tutto; a farsi imboccare le pasticche, gettandole invece di nascosto appena rimasto solo (o conservandole alla bisogna); a gestire con furbizia quiz cognitivi, pet therapy, musicoterapia e pure suor Andrea. Forse cercheranno di ucciderlo in vari (scientifici) modi. E il rompicoglioni dovrà adottare vari (fantasiosi) piani d’azione e di fuga.

Il meticoloso divertente scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto soprattutto per romanzi e racconti dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, continua la nuova serie toscana (per ora) di favole (incubi) noir, in terza quasi fissa sul resistente maschio. Pare proprio di esserci già stati in un posto così, nella clinica del titolo, di aver ascoltato anche noi quelle conversazioni fra geriatri e medici, fra colleghe infermiere o colleghi guardiani, fra chi vi lavora e i parenti di chi ne usufruisce. Il dolore, la fatica, il residuo pensiero nelle malattie dei vecchi; il mercato applicato alla salute e ai farmaci; la cinica (inevitabile?) commedia nell’evoluzione delle relazioni affettive; i confini della legalità nel trattamento dei corpi e della medicina. La formula è ancora di ironica drammaturgia: la stanza fatidica è al centro praticamente di tutte le 26 scene, distinte in quattro atti: esposizione, complicazione, peripezie e climax, catastrofe. I dialoghi sono tanti, gergali, tipici di ospedali italiani, non solo quel gergo ma anche i cento cocktail di medicine, più o meno “utili” a seconda degli obiettivi. Non solo umani: i gatti sono tantissimi, Aristide soffre proprio di diabete, costano enormemente i croccantini senza carboidrati e l’insulina non la passano per gli animali. Niente alcol in corsia. Uno dei vicini di letto canta di continuo “Un ragazzo di strada” dei Corvi, un tic: “Io sono quel che sono… la gente ride di me… Vivo ai margini della città… una ragazza come te… Sono un poco di buono… lasciami in pace perché…”. Ottima ossessiva terapia musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Donne che odiano i fiori (Le gialle di Valerio 157)

Paola Sironi
Donne che odiano i fiori
Todaro, 2018
Giallo

Milano. Ottobre-novembre. Alla Mobile della Questura di Milano funziona bene la squadra del reparto Problem solving (o “Desbrujà rugne” che dir si voglia), ideato per dirimere inchieste con problemi di organizzazione “tra” le forze dell’ordine. Il coordinatore è un veterano, l’imponente commissario Elia Mastrosimone, calvo coi baffi neri, centrocampista e cannoniere. La bionda ossigenata sensuale valtellinese Caterina Cederna è la fantasista. Il buon toscano Vilnev Villeneuve Rosaspina con giovani ciuffi castani, da spericolato pilota, è l’ala sinistra. Infine c’è l’ultima arrivata, lei, ispettore Annalisa Lisetta Consolati, milanese purosangue, capelli chiari e fini, terzino destro e protagonista. Ha chiesto il trasferimento quando Patrizio, il padre vedovo, si è ammalato di parafrenia senile, per avere orari regolari e giovedì mattina libero. Lo accompagna dallo psichiatra e lo accudisce sempre, insieme all’amata saggia partner Minerva (nonostante le antipatiche sorelle gemelle), restauratrice, lineamenti perfetti e capelli corvini. Annalisa non cucina, fa ovunque il lavoro sporco ma è soddisfatta. Ora hanno il caso di una 49enne solitaria, Loretta Manarrelli, titolare di un vivaio di piante, probabile suicida sotto un treno proprio quando stava per essere interrogata circa la strana morte del suo amico Damiano Brancher sul Mottarone (Verbania), stritolato da un anaconda. Procure distanti, scarso coordinamento, devono intervenire loro. Ed è l’occasione, al funerale, per reincontrare una brava professoressa delle superiori, Nice Carnera, ora in pensione.

L’analista funzionale (informatica) Paola Sironi (Milano, 1966) inizia una nuova serie nella bella collana (impostata e a lungo diretta dalla grande Tecla Dozio) ove ci aveva già ben raccontato dei vari Malesani. Narrazione in terza persona fissa sulle peripezie pubbliche e private di Annalisa, con brevissimi intermezzi in corsivo (ancora in terza) per Damiano, Loretta, Nice, e soprattutto per papà Patrizio. Lui ormai vive quasi solo il proprio mondo di “continuatore di film”: attinge alla memoria di dettagliate precise storie da grande o piccolo schermo, per aggiungervi avvenimenti inventati, con bizzarra creatività e protagonismo demiurgico. Ci riesce alla grande con Una giornata particolare di Scola. Essendo molte le inconsuete incognite del caso anche l’inconscio paterno potrà essere utile: da dove arriva l’anaconda verde, visto che è una specie di cui è vietata la detenzione e la vendita? E perché si è suicidata la donna che considerava l’assassinato come il miglior unico amico e aveva sul tavolo della cucina un foglietto scarabocchiato con “quelle che odiano i fiori” (che è pure il titolo del romanzo)? Scavando appena un poco ci si imbatte in donne sfruttate, nella tratta e nella schiavitù delle prostitute nigeriane, un tunnel (quasi sempre) senza via d’uscita, né in Europa né in patria. Anche in questo intreccio noir (e giallo insieme) ci sono dunque perlopiù donne, tutte a loro modo interessanti e vivaci. Invece, i due maschi coinvolti sono pessimi, uno fottitore e schiattato, uno vecchio e cattivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un covo di bastardi (Le gialle di Valerio 156)

Mick Herron
Un covo di bastardi
Feltrinelli
2018 (orig. Slow Horses, 2010)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Londra. 2010. La Casa nella palude non è in una palude, e non è nemmeno una casa. Non ha un campanello, né buca per (impossibili) lettere. Solo una porta, tre piani, quartiere Finsbury, vicino alla stazione Barbican della metropolitana. Forse non era allora ancora abbastanza noto, sono uffici dove distaccano i Brocchi, agenti dell’ente inglese per la sicurezza e il controspionaggio (il noto MI5, colloquialmente “Cinque”) che si siano dotati di una grave macchia nel lavoro (crimini o danni di droga, ubriachezza, lussuria, tradimento, incapacità), falliti o fregati, riuniti a non fare praticamente niente, in attesa di inevitabili definitive dimissioni. Risultando pur sempre un ramo dei Servizi di King’s Cross, sembra un sistema efficiente per liberarsi delle persone senza doverle licenziare, aggirando problemi e minacce di cause in tribunale, lontano dai purosangue sul campo. Non costituiscono una squadra e da lì non si torna indietro. In quel periodo erano una decina, l’esperto Jackson Lamb in cima alla gerarchia, non più giovane, guance cascanti e stomaco debordante, unti capelli biondicci pettinati all’indietro sulla fronte alta, un bastardo rude, grasso e pigro, ma insospettabilmente agile. Incarica di controllare la spazzatura di un ex giornalista famoso il fresco River Cartwright, biondo e prestante, inguaiato otto mesi prima da un’esercitazione falsata. Dovrebbe trattarsi solo di una commissione banale ed episodica, si rivela un guazzabuglio di piani e di manovre, doppi e tripli giochi; c’è di mezzo anche il rapimento di un 19enne pakistano, terroristi veri e presunti (con la destra in primo piano) minacciano di decapitarlo. Morti a gogò, tutti mettono in gioco la vita.

Mick Herron (Newcastle upon Tyne) ha pubblicato quattro polizieschi fra il 2003 e il 2009 prima di iniziare l’ottima apprezzata serie Jackson Lamb, giunta nel 2018 al sesto romanzo. Il celebrato Slow Horses è il primo e la conoscenza italiana dell’autore inglese comincia alla grande. I “bastardi” del nostro titolo riprendono nella forma e nella sostanza un protagonista collettivo relegato in un “covo”, poliziotti reietti, parigini o napoletani o londinesi che siano (chiunque abbia avuto l’idea iniziale, probabilmente indipendente). Si parte da qui, forse da una seconda chance per alcuni di loro. E il tema non è datato: al centro ci sono vari imprenditori della paura, chi (avendone mezzi e poteri) investe sulla xenofobia e sulle emozioni contingenti di individui e gruppi sociali per determinare esiti politici, in un senso e nell’altro. Accurati i quadri offerti sul funzionamento (pure pratico e gergale) sia dei servizi segreti che delle multiformi destre inglesi (PJ forse si muove un po’ come Salvini). Già nel 2010 per essere credibili nel mondo del web occorreva dimenticare grammatica, sintassi, umorismo, buone maniere e critica letteraria. Una protagonista è la grande Londra, compresa la città sotterranea, estesa quasi quanto quella in superficie, senza comparire su nessuna mappa turistica: passaggi e tunnel progettati per proteggere il complesso sistema di governo nelle crisi. E poi i singoli agenti si procurano sempre un fondo fuga: qualche centinaio di sterline, un passaporto, la chiave di una cassetta di sicurezza. L’informatico manda death metal a tutto volume.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo che dorme (Le gialle di Valerio 155)

Corrado De Rosa
L’uomo che dorme
Rizzoli, 2018
Giallo

Salerno. Febbraio-marzo 2012. Antonio Tonino Costanza, lineamenti irregolari e gambe tozze, vorrebbe affrontare in solitudine anche la notte di San Valentino (come gli ultimi sei mesi), al riparo da tutti. La sua vita di quarantenne è un rimbalzo (in Vespa PX 200) tra l’ospedale e il carcere. Fa lo psichiatra, consulente del Tribunale per i crimini violenti, e ormai si sente comodo nella ragnatela dell’indolenza, niente (altre) storie da sentire, niente (altra) gente da vedere. Sara lo aveva lasciato tre anni prima, non erano sposati, avevano un figlio, Luca, giunto ormai ai dieci anni. Quella sera l’amico Elvezio lo chiama e lo convince a vedersi nel Caffè Scorretto, Antonio incrocia la giornalista Laura Santamaria, vispa e formosa. Comunque si stufa presto e, facendo finta di ricevere una chiamata, se ne torna a casa. Nei giorni successivi legge sul giornale della morte (la stessa notte) di una prostituta 66enne, Milena Franco, in arte Sonia, strangolata con il laccio della vestaglia, una forbice nella vagina e un’altra infilata in bocca. Non se ne interesserebbe proprio se, dopo una settimana, non lo chiamasse Laura, alla ricerca di qualche significativa frase sulla personalità dell’assassino, certamente un folle. Dal colloquio un pezzo da quotidiano viene fuori; cominciano pure a frequentarsi, chiacchierando allegramente di tutto un po’, il 28 finiscono a letto, senza impegno. Sara comunica ad Antonio che ha un nuovo compagno stabile, vegetariano laico; il rapporto con Laura si complica. Però è sempre più coinvolto nell’indagine, il primo marzo viene uccisa un’altra prostituta, serve la sua acuta esperienza per individuare il colpevole.

Lo psichiatra forense Corrado De Rosa (Napoli, 1975) vive da tempo (per stabili ragioni professionali) sulla A3 Salerno-Reggio Calabria e ha pubblicato vari saggi di ricerca psicosociale, con particolare attenzione a mafia e camorra. L’esordio letterario nella fiction non riguarda la criminalità organizzata, piuttosto disturbi maschili individuali violenti. Il titolo fa riferimento a quelle ricerche scientifiche che li collocano più frequentemente durante il sonno, i rei potrebbero essere uomini che dormono. La narrazione è in terza varia, ricorrente sul buon protagonista (tendenzialmente seriale), sfaccettata su vari comprimari (quasi mai interessanti) della storia. L’autore coglie l’occasione per raccontare episodi e casi evidentemente tratti da esperienze personali, in particolare la vicenda di Federico, in trattamento sanitario obbligatorio, e della sua famiglia; oppure le biografie arrotolate di Vincenzo Amerigo Troisi (“uno dei motivi per cui valeva la pena fare lo psichiatra”) e del pessimo imputabile Vito Senatore (“l’hai mai visto un esordio psicotico a cinquantasei anni?”). Il fatto è che alla storia gialla o nera non ci si appassiona mai; l’esistenza dei crimini in controluce vale solo come pretesto per un racconto di genere quasi autoreferenziale, a tratti simpatico e divertente, amaro e scanzonato. I vini sono quelli giusti, a denominazione di origine controllata (a chilometro zero, più o meno), Aglianico e Fiano. In giro si ascolta di tutto, in Vespa i Velvet Underground, Radiohead, Eno, Dylan. Alberto, front-man dei Rag Doll, appare un tipo improbabile: chiodo borchiato, guanti neri a mezzo dito, orecchini appariscenti, chioma bionda, se possibile maglietta dei Metallica, armeggi con boa e pitoni. Il pubblico s’infiamma, pure Laura (in apparenza).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’agente del caos (Le gialle di Valerio 154)

Giancarlo De Cataldo
L’agente del caos
Einaudi, 2018
Noir

Roma, Londra e Usa, prevalentemente. Oggi e prima. Un affermato scrittore italiano è alla ricerca di motivazioni e trama per il nuovo libro, pressato dall’editore, incerto su tutto. Viene contattato dall’avvocato americano Alwyn Flint, che ha sfogliato l’edizione inglese del precedente romanzo Blue Moon, una buona combinazione di finzione letteraria ed elementi veritieri. Il protagonista era realmente esistito, Jay Dark, un’avventurosa vita di spia, considerato un trafficante dalla DEA, almeno undici lingue parlate in modo fluente, oltre venti identità assunte in svariati contesti geopolitici, arrestato in Italia e detenuto per 4 anni, poi scomparso, forse morto, potendo lasciare così libero sfogo al fertile contributo di personaggi immaginari (un poliziotto e un giudice, soprattutto) e a intrecci storici (come il caso Moro). L’avvocato spiega di curare gli interessi della Fondazione Fire of Chaos, istituita anni prima da Dark. Dopo qualche preliminare, lo invita a scrivere una nuova biografia, con meno invenzioni possibile e ispirata alla più grande carenza del romanzo: “il caos. Manca il caos”. Si vedono e ne discutono in italiano, Flint spiega che lui c’era e gli fornisce via via notizie e interpretazioni, superando ricorrenti incertezze e abbandoni dello scrittore, inviando pure video e altri materiali. Il nome di Dark sarebbe stato Jaroslav Jaro Darenski, nato verso il 1940, cresciuto a Williamsburg e Manhattan, padre straniero sconosciuto, madre sempre ubriaca, secco e pallido, poco socievole, ben presto ladro per mestiere e lettore di dizionari e volumi in altre lingue per passione, arrestato e internato, fino all’incontro col dottor Kirk, il teorico del caos, che ne intuisce e verifica i funzionali “doni” (enormi capacità d’apprendimento, insensibilità alle droghe) e lo “manovra” per almeno un decennio. Poi si gestisce da solo.

Nuovo bel romanzo per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), molto ben influenzato dalle recenti attività di sceneggiatura e regia. Visionari e visioni travolgono tanto la realtà quanto la finzione, attraverso una narrazione che corre su più binari dello stesso binomio. Il principale è la prima persona, lui anonimo famoso scrittore contemporaneo, con frequenti acuminate dubbiose riflessioni di fronte alla scrittura civile e al mercato editoriale. Poi ci sono i dialoganti incontri (innaffiati da whisky e rhum) con quello strano avvocato che fa impertinenti domande personali (e una certa autobiografia irrompe nelle risposte narrate) e sembra essere stato in qualche modo accorto testimone di ogni episodio, conoscendo pure i migliori ristoranti e vini italiani. La ricostruzione dei passaggi cruciali nell’esistenza di Dark diventa così (per la maggior parte dei capitoli, evidentemente suggeriti dall’avvocato e rielaborati dallo scrittore) biografia in terza persona al passato, i fatti dall’esterno, il romanzo della sua (vera) vita, alternando movimenti ed eventi storici (il progetto clandestino CIA Mk-ultra, la rivolta di Watts contro il potere bianco, la Wholly Communion di poeti e artisti beat), foto versi video rintracciabili sul web o inventati di sana pianta (plausibile comunque che altri tirassero le fila), personaggi reali in situazioni verosimili (a esempio Timothy Leary, Andy Warhol, Ronald Laing). Jaro diventa Jay, principale agente del caos nel mondo anglosassone degli anni sessanta, settanta e ottanta, imperniando attività e complotti intorno alle droghe psichedeliche, Lsd in primis (oltre all’autoprodotta pillola Kaos). In mezzo il 1968, l’anno del caos, ça va sans dire. Come previsto lo scrittore è invaghito di Leonard Cohen, il già nazista Kirk di Carmina Burana, Händel, Mozart, Flint dell’opera lirica. Buona musica non manca mai.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Mio caro serial killer (Le gialle di Valerio 153)

Alicia Giménez-Bartlett
Mio caro serial killer
Sellerio, 2018
Traduzione di Maria Nicola
Giallo

Barcellona. Ai giorni nostri. Proprio quella mattina che la cinquantenne Petra Delicado decide di ritardare un poco e concedersi i servizi di un centro estetico, il commissario Coronas in persona la chiama dall’ufficio e la redarguisce severamente: è stata trovata una donna assassinata in casa. Non basta: devono andarci subito col fido inseparabile vice Fermín Garzón ma è la polizia autonoma ad aver chiesto collaborazione, a coordinare le indagini sarà un giovane massiccio disciplinato ispettore dei Mossos d’Esquadra, Roberto Fraile, occhi verdi e capelli a spazzola, sulla trentina. Ne vedremo inevitabilmente delle belle. E delle brutte: qualcuno ha pugnalato 22 volte l’impiegata 55enne Paulina Armengol, poi le ha tagliato la faccia fino a renderla irriconoscibile, lasciando un biglietto di disinganno d’amore. Dopo appena un giorno accade di nuovo, una 35 ecuadoriana con regolare permesso di soggiorno, accoltellata all’addome, con il volto devastato e un messaggio amoroso, stessa mano omicida e identiche modalità. Non è finita lì e non vi sono tracce o piste. Erano tutte donne sole, pochi o niente amici o parenti, fra loro non si frequentavano né si conoscevano, l’unico labile legame sembrano forse le agenzie matrimoniali con cui erano entrate in contatto, una in particolare, molto riservata. Petra e Fermín sono tranquilli a casa, i rapporti (rispettivamente) con Marcos e Beatriz sono stabili da tempo, i partner affiatati e collaborativi. Certo cresce la curiosità dei figli del terzo marito (conviventi) e della loro nonna (appena arrivata), però l’armonia non è rovinata ed emerge anzi qualche spunto investigativo. Il fatto è che il lavoro è un inferno: giorno e notte, senza costrutto, con un collega gentile ma turbato, impreparato ai comportamenti strani e ai dialoghi stranianti dei due della Policía Nacional. In qualche modo, impareranno a sonnecchiare insieme, a vedersi alla Jarra de Oro e a stimarsi.

La bravissima Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) si cimenta con morti seriali, non poteva più farne a meno. Si tratta di un argomento tipico di gialli e noir, di un topos letterario, quasi un luogo comune. Nella sua serie (iniziata nel 1996 e giunta al decimo romanzo) ci sono tante parodie fisse sul genere: il duo protagonista, le tecniche investigative, i tic dei personaggi. Non poteva mancare ora l’indagine su un presunto serial killer di donne indifese, qualcosa per cui la Petra che conosciamo (attaccabrighe e scettica) forse non sarebbe potuta essere all’altezza, lei che comunque narra in prima persona, al passato, senza compassione per nessuno (come Fermín, con il cuore di fredda ironica pietra). Ci immergiamo così nel mondo delle Agenzie di Relazioni Matrimoniali e dei siti d’incontri, nell’infinita solitudine di alcune donne, foto scelte per trasmettere un atteggiamento, una propensione, un personaggio, nella speranza di trovare un compagno. Emergono con umorismo e indulgenza i tanti possibili rifugi per cuori solitari (anche maschili): associazioni di escursionisti, centri culturali, agenzie di contatti, circoli di poker, scuole di tango. Mentre stenta a venir fuori l’intreccio sordido di interessi e crudeltà, bugie e opportunismi, destinato a tradursi poi, non tanto casualmente, in crimini sanguinosi. La lenta verifica confermerà che nessun assassino è perfetto, pare che presto se ne farà un film. Concilianti i rapporti fra le due polizie operanti in Catalogna, anche perché il terzo incomodo (vera novità del romanzo) finirà per capire e far capire l’utile piacere della condivisione. Segnalo la velenosa convivenza di verità ed equilibrio mentale, a pagina 80. Il sospettato ha lo studio in calle de la Sal a Barceloneta, proprio sopra la libreria “Il Giallo e il Nero” (“Negra y Criminal”, dove tornare presto), il gestore Paco conosce bene Beatriz e Fermín, con sorpresa di Petra: il romanzo poliziesco unisce molta gente. Passito, cariñena, cava, barricato, e via vineggiando.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il compimento è la pioggia (Le gialle di Valerio 152)

Giorgia Lepore
Il compimento è la pioggia
Edizioni e/o, 2018
Noir

Bari. Dicembre 2013. Il 33enne ispettore della squadra Mobile Gregorio Gerri Esposito, bello e impossibile, svagato e presuntuoso, vive un esilio autoimposto. Era nato e cresciuto a Napoli, prima in un campo zingari, presto abbandonato dai genitori (madre scomparsa dopo avergli detto “aspettami” sotto la pioggia), poi in un collegio orfanotrofio gestito da due persone brave, il prete di strada don Mimì e la suora laica Adelina, ormai morti. Si sente ovunque fuori posto, senza legami e senza senso. Abita solo, frequenta varie donne con affetto, senza riuscire a stringere amori duraturi: non con la bellissima collega romana Sara Coen (la relazione ha lasciato a entrambi un reciproco rifugio, ma ormai bisticciano sempre), non con la splendida prostituta nigeriana Milly (o Jamilah o Emily o Emilie, lei ormai non lo fa pagare, ma ha un figlio in istituto e ben altro cui pensare per sopravvivere), non con la minorenne Lavinia (sono lontani e probabilmente è meglio vi restino); né con altre cui piace o che lo attirano. Proprio la notte di San Nicola arriva sulla scena di un delitto nella città vecchia: la 24enne Caterina Ketty Camarda è stata uccisa da più mani (in tempi successivi), dopo aver fatto l’amore consenziente e aver subito più di un’aggressione; era incinta e aveva due figli (che trovano chiusi nella cassapanca). Entra subito in intensa relazione con la più grande, Jennifer (cinque anni), che gli confida chi è stato, il padre Nicola, biondo alto e con gli occhi azzurri, pessimo compagno della madre (non il nuovo fidanzato Pasquale) e si fa promettere che se lo prende lo uccide. Aleggiano tutt’intorno una selva di personaggi (e rispettive famiglie): soprattutto padre e fratello di Ketty, madre fratello sorella padre di Nicola, e l’antipatico giovane pm milanese incaricato di seguire il caso insieme al vicequestore aggiunto Alfredo Marinetti, capo e padre putativo di Gerri alla terza sezione.

L’archeologa e storica dell’arte pugliese Giorgia Lepore prosegue con successo la bella serie in terza persona (quasi fissa) sul suo inquieto Gerri, sempre sospeso fra passato e presente, infanzia zingara o sola e bimbi incontrati in affanno ora. Per ragioni diverse, ha frequenti dolori a spalla, gamba, testa, e sente spesso pure i dolori degli altri; a volta risulta odioso scocciato nervoso assente, altre volte calmo paziente comprensivo suadente. Gerri si porta dietro confusamente tutto del suo passato, spesso attraverso sogni, flashback, analogie. Ogni altro personaggio (seriale oppure occasionale) risulta comprimario. Eppure, continuiamo a non sapere tutto di lui: intuiamo zone d’ombra, vuoti, buchi neri (che sono in parte nel passato di ciascuno). Non solo le indagini ma l’insieme delle sue relazioni sociali (con o senza parole) affondano lontano nel tempo e debbono risultare funzionali a un percorso di presa di coscienza e di messa a fuoco di tutto ciò che lo incatena all’infanzia. Non a caso cerca di fissare quanto più possibile su carta, affronta ogni caso arrovellandosi su complicati schematici appunti, chi dove come quando perché, disegni simboli nomi lettere asterischi frecce riquadri, colori ed evidenziazioni varie. E la narrazione noir non prevede mai azioni in diretta, gialle o hard-boiled che siano: quando sta per accadere qualcosa passiamo al momento in cui qualcuno (lui in genere) lo ripensa o lo narra, dopo. Si tratta, dunque, di storie (volutamente) circonvolute. Intrattenimento molto godibile per lettori assorti e accorti, non distratti da enogastronomia e consumi dominanti. Gerri odia il pesce, ha in libreria tanti volumi sui rom e ascolta tutto Vinicio Capossela. Il titolo deriva da un proverbio arabo, “le nuvole sono una promessa. L’adempimento è la pioggia”, accompagnato ovviamente (nella dedica) dal capolavoro di Dürrenmatt, appunto sulla promessa (difficile da mantenere).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le spose sepolte (Le gialle di Valerio 151)

Marilù Oliva
Le spose sepolte
HarperCollins, 2018
Giallo

Monterocca, Appennino bolognese. Aprile scorso. All’ultimo censimento il paesino aveva 7.098 abitanti, solo 2.321 maschi. Da oltre quindici anni vi era iniziato, infatti, un esperimento democratico: dimostrare che il buon governo è realizzato meglio dalle donne. Così, il consiglio comunale e la giunta sono a larga prevalenza femminile; i principali incarichi pubblici vengono affidati a donne; si vota spesso su singole questioni tramite forum pubblici, a esempio a chi intitolare le strade, e finora la scelta cade sempre su donne da commemorare; l’economia risulta quasi autosufficiente con forte indirizzo ecologico; ricevono molte richieste di trasferimento e autogestiscono un regolamento per cui chi affitta o compra deve non avere sentenze penali né essere troppo facoltoso, includendo due profughi ogni tanto. Il nome Monterocca deriva da un antico bastione trecentesco arroccato su un pendio, presto fagocitato dal bel bosco. Le case sono tutte all’interno delle mura, con un solo punto di accesso, custodito, e il divieto di circolazione per ogni veicolo a motore (si va coi tre pulmini comunali, oppure a piedi, in bici, coi pattini). L’agglomerato urbano è un ovale lungo circa tre chilometri, tagliato in due parti (non proprio uguali) da un viale: comincia dalla porta trecentesca di accesso, a destra le abitazioni in bioedilizia dipinte con fantasia, e poi i calanchi, a sinistra altre abitazioni con orti, gli edifici pubblici, e poi le colline; finisce sulle sponde di un lago artificiale (due architette norvegesi), inaccessibile altrimenti. Anche i tre poliziotti in arrivo da Bologna devono lasciare la volante nel largo parcheggio all’aperto, stanno indagando sull’omicidio Cionti, drogato (prima di essere ucciso) con un siero della verità prodotto in via sperimentale proprio a Monterocca. Si susseguono altre morti, sempre uomini la cui moglie era scomparsa anni prima; c’è un serial killer che vendica donne probabilmente uccise. E infatti qualcuno ora avvisa la polizia su dove si trovano i resti.

L’insegnante di lettere Marilù Oliva ha raggiunto ormai la soglia dei dieci romanzi (dal 2009), oltre a tutta una serie di altre pubblicazioni. Il titolo del nuovo bel turbinante giallo richiama la sostanza della triste storia: spose uccise da sposi senza che siano stati scoperti e che siano state degnamente sepolte. L’ambientazione nella sperimentale Città delle donne non vuole essere né fiabesca né apologetica, prendiamola come un luogo (purtroppo) inventato per un’indagine su crimini di femminicidio ispirati a tanti fatti di cronaca. La narrazione è in terza varia, un quarto dei circa sessanta brevi capitoli narra in corsivo un’altra storia mesta: una piccola racconta in prima persona l’antico assassinio della propria madre, quando aveva 5 anni, da parte del padre e della bella bambinaia complice. La protagonista è l’ispettore capo Micol Medici, trentenne snella per un metro e sessantatré, tanta memoria e ragionamenti matematici, un fidanzamento in via di esaurimento, lunghi capelli ricci e occhioni color ambra, un vistoso sfregio cicatrizzato nella parte inferiore della guancia; con lei un superiore, il commissario Elio, alto biondo cinquantenne, e lo zelante coetaneo sovrintendente Antonio. Incontrano necessariamente tanti interessanti monterocchesi, l’attempata malata sindaca esclude possa esserci il colpevole, anche lei fa il suo mestiere politico e istituzionale. Nella contrada è comunque presto evidente che ogni abitante che incontrano nasconde qualcosa, anche il paese è oggetto di continue progressive scoperte. Molto confermerà che non sono tanto le singole donne migliori dei singoli uomini (animi feroci e dinamiche crudeli prescindono dai generi), quanto e bensì un sistema maschilista sempre e comunque peggiore di tutto. Difficile smentirlo. S’imparano metodi officinali di morte a pag. 272. E si discute con garbo di cosa sia “naturale”, di pro e contro rispetto alla vivisezione. Altoparlanti trasmettono buona e solida musica, spesso ben attempata. Incombe il pignoletto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)