Ci vuole orecchio (Le gialle di Valerio 201)

Gino Vignali
Ci vuole orecchio
Solferino Milano, 2019

Rimini. Primavera. Alle due del mattino del 3 maggio il bell’avvocato quarantenne Valentino Costanza è al timone dell’efficiente antico peschereccio Aurora, di cui è pure armatore e comandante, venticinque tonnellate a trenta miglia dalla costa adriatica. Dà un morso alla spianata con la mortadella mentre i suoi due marinai tunisini stanno recuperando le reti a strascico. Nel sacco, la parte terminale della rete, è rimasto incagliato un trolley, vi spunta un osso umano. Chiamano subito la Capitaneria di porto e sul molo via via arrivano tutte le forze dell’ordine. Alla presenza del vice questore (al maschile, così vuole) Costanza Confalonieri Bonnet (che all’alba stava correndo sulla spiaggia) e dell’amica medico legale Myrta Albanesi, aprono la valigia, dove sembra accartocciato uno scheletro di bambino. Si tratta in realtà, scoprono poi, del corpo di una contorsionista da circo, più o meno trentenne, uccisa da almeno un anno, forse spezzandole il collo, infilata nel trolley infine gettato a mare. A Costanza, Valentino è piaciuto proprio. Lei è una magnifica contessa vicina al mezzo del cammin di nostra vita, capelli lunghi e mossi, ha il figlio Andrea che fa il liceo nella sua Milano e gioca bene a tennis, trasferita in Romagna da nove mesi è single ma lì si accompagna spesso riservatamente con il sindaco della città (col quale giocano alle citazioni cinematografiche), unico a possedere la card della suite 401 del Grand Hotel, la Gradisca, dove Costanza dimora, gira spesso con la rossa Ducati Monster 821. Oltre che ammirata perché bella è divenuta pure stimata perché intelligente, avendo da poco risolto il clamoroso caso degli omicidi legati a un ingegnere clochard. Si butta a capofitto nella nuova indagine ma, durante una breve trasferta verso il circo di Montecarlo a bordo della Maserati del gentiluomo compagno della madre, notissimo comico, la informano che è stata uccisa l’ereditiera Diamante Brandolini con due colpi al petto sparati sul portone di casa. Ci vorrà orecchio.

Il grande autore televisivo e teatrale Luigi Gino Vignali (Milano, 1949) è conosciuto e apprezzato in coppia con Michele per innumerevoli successi in vari campi dello spettacolo oltre che per la mitica serie letteraria delle formiche, antologie delle battute. Insieme Gino & Michele scrissero nel 1980 anche il testo della splendida canzone di Enzo Jannacci, cui il romanzo è dedicato prendendone il titolo. Dal 2018 ha deciso di dedicarsi al genere giallo, crimini efferati raccontati con umorismo, questo è il secondo degli annunciati quattro della serie. L’allegra godibile narrazione è in terza quasi fissa sulla nobildonna questurina, una leggerezza seria, piena di giochi di parole, di citazioni argute, di riferimenti a donne e uomini della vita mondana milanese e nazionale. Il ritmo incalza, la trama regge, i personaggi incuriosiscono, non servono violenze gratuite, tutta la squadra della Omicidi è alla simpatica altezza. Il bravo sostituto procuratore è la progressista lucana Vanessa Albertini, che adora Pennac e si è rifatta il seno, il nesso non si vede perché non c’è e comunque non c’è niente di male; anche se… il paese è piccolo e il Palazzo di Giustizia mormora. La musicalità del testo è dovuta sia al meglio dei tanti italiani citati che a Radio Swiss Jazz. Al ristorante, Costanza e Riccardo avrebbero voluto scegliere spaghettoni Mancini aglio, olio, peperoncino e calamaretti pennini, se dopo non fosse stata prevista una matura notte di passione. Vini per tutti i gusti: dal Ferrari della festa nello Yacht Club al Bordeaux del Moshi Moshi sul molo di Fontvieille, ai (più nostri) Verdicchio e Trebbiano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il cuoco dell’Alcyon (Le gialle di Valerio 200)

Andrea Camilleri
Il cuoco dell’Alcyon
Sellerio Palermo, 2019

Vigàta e Mediterraneo. Una fine di maggio di qualche anno fa. Il commissario Salvo Montalbano continua a fare brutti sogni e arriva tardi in ufficio. I due vice sono entrambi assenti, accorsi alla manifestazione degli operai davanti allo stabilimento della fabbrica di scafi in crisi, ora mal gestita con licenziamenti e cassa integrazione dall’antipatico (figlio del vecchio proprietario) Giovanni Giogiò Trincanato, un quarantenne elegante e palestrato, dedito solo al gioco e alle donne. Un operaio disperato si è impiccato e Trincanato chiede a Salvo solo di levargli il cadavere “dai coglioni”, si becca uno schiaffo non certificato. Qualche ora dopo, mentre da tutt’altra parte l’impenitente “fimminaro” di Mimì Augello sta ricevendo una denuncia di scippo e oltraggio subiti da Joan, una meravigliosa giovane americana ventenne, ex Miss Dallas, ora escort extralusso, dodicimila a botta, proprio Trincanato arriva e la persuade a non sporgerla; è lui che ha chiamato Joan e un’altra collega per servizi particolari su una grande leggera barca a vela, una goletta da diporto con bandiera boliviana, venticinque metri di lunghezza per sette di larghezza. Il commissario è stufo di firmare carte, indagherebbe volentieri, però il questore lo blocca, intorno a Trincanato e alla nave ci sono crimini e complotti. La burocrazia interviene con dati ineccepibili: Salvo ha accumulato diritto alle ferie, questa volta ce lo mandano per dovere. L’ufficio personale della questura ha controllato: ha accumulato una tale quantità di ferie non godute che potrebbe restare ormai sempre a casa fino alla pensione. Per il graduale smaltimento iniziano col dargliene dieci giorni, Salvo parte per Boccadasse. Il questore lo vuole scansare del tutto, intende solo allontanarlo da un’indagine delicata o, viceversa, affidargliene una riservata? Anche i collaboratori vengono rimossi, separati, collocati altrove, sembra esserci di mezzo addirittura la Fbi. Mentre nel Mediterraneo continuano a morire poveri migranti nei naufragi.

Il maestro di scrittura e cultura Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) una decina di anni fa scrisse un soggetto per un film italo-americano, poi la coproduzione non fu più realizzata. Il delizioso nuovo romanzo ha, dunque, un’origine non letteraria e non tradizionale: molti cambi di scena e capitoli con lunghezze diverse; incursioni hard-boiled; usi, costumi e personaggi non siciliani. Come sempre, la narrazione è in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate nell’argot vigatese-camillerese stretto, questa volta con ancor più ricette di varia derivazione e, soprattutto, l’opportunità del commissario di sperimentarsi in cucina (da cui il titolo), spachetti alla Norma e gattò di patiti piaceranno a molti ma non a tutti. Formalmente è il trentesimo della serie, ma Salvo qui è ancora lontano dalla pensione, ha energia da vendere, Enzo (in trattoria, a comanda) e Adelina (a casa, in forno o frigo) gli hanno trasmesso molta arte e lui chiede altri lumi, il gusto già lo possedeva. Fra i memorabili tranquilli pranzi marinari al ristorante (con successiva passeggiata sul molo) e le solitarie succulente cene pronte, rimira un mare con un’imbarcazione per ricchi. Il pranzo preparato da Livia a Genova lo butta proprio, va un pochino meglio (pur senza appetito) al Porto Antico. Dal salumiere lui prende prosecco, il vizioso e viziato Trincanato cinquanta “buttiglie di sciampagne” (otto a testa). La televisione locale avversaria dà conto di tutte le traversie dei nostri amici, con breve interruzione solo per l’eclisse totale di luna. Ancora una volta la lettura è gradevole, colta, interessante; sullo sfondo le prime dinamiche degli sbarchi nel sud della Sicilia, tanti morti annegati per cattiverie o complicazioni, nonostante i porti aperti delle coste e delle isole.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il confine (Le gialle di Valerio 199)

Don Winslow
Il confine
Einaudi Torino, 2019 (orig. 2019)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Messico e Usa, tutti gli 81 stati (circa). Aprile 2017. A Washington Arturo Art Keller ha appena testimoniato vicende illegali e legali di quarantadue anni di narcotraffico fra Stati Uniti americani e Stati Uniti messicani di fronte al sottocomitato del Senato, presieduto dal vecchio amico Ben O’Brien, per indagare sul vischioso affare Towergate che coinvolge pure il nuovo presidente americano. Ha raccontato e provato proprio tutto, ragioni e strategie della cosiddetta guerra alla droga, i propri crimini e i propri errori, la vicenda che compromette Ben, l’altra che mette di mezzo il presidente. Finisce esausto, dopo ore. Schiva tutti i microfoni e fa una passeggiata con Marisol lungo il National Mall, nel parco accanto al memoriale dedicato ai veterani del Vietnam, come lui. Un cecchino è in attesa per ucciderlo, prescelto da potenti americani e formalmente ingaggiato dai residui narcotrafficanti messicani. Lui vorrebbe finalmente tornare a casa ma la guerra lo ha seguito e ha ancora bisogno del suo sangue. Art SonoSempreSolo Keller era nato nel 1950, intelligente cattolico cresciuto in un barrio californiano, padre bianco, madre messicana bella come il figlio, zazzera scura, naso prominente, Operazione Condor in Vietnam, poi agente DEA, una moglie alta magra occhi verdi bionda progressista, due bravi figli, dai quali si è presto allontanato per dedicare vita e carriera a combattere la droga. Il primo capitolo (1975-2004) lo abbiamo letto nel 2005 grazie a Il potere del cane, il secondo (2004-2012) nel 2015 grazie a Il cartello, il terzo (2012-2017) lo ripercorriamo ora, mentre il cecchino spara e uccide. Inizia a novembre 2012 quando ha successo la trappola ordita da Keller e segretamente dal governo americano per uccidere i capi dei due principali cartelli, l’odiato Adán Barrera compreso.

Non aggiungo altro. Ennesimo imperdibile capolavoro per Don Winslow (New York, 1953), californiano da decenni, il migliore scrittore americano dell’ultimo quarto di secolo. Ritroviamo tutti e quattro i protagonisti del primo capitolo, anche Sean e Nora (nel secondo solo evocati), ovviamente Art e Adán (nel terzo è il suo spirito ad aver vinto e continuare a vivere). Ineccepibile la documentazione di saggi e cronache su cui è fondata l’opera dell’autore. Emergono anche fondate ipotesi sulla strage dei 43 studenti del 26 settembre 2014 a Ayotzinapa, collocate nell’avvincente trama fiction. E troviamo pure Trump interpretato magnificamente dal magnate immobiliare e star dei reality show John Dennison, grande investitore nell’odio (prima di tutto verso Obama), con precisione dalla candidatura all’elezione. Se volete capire qualcosa delle gang e degli spacciatori, dei killer e dei boss, delle città dei femminicidi (Juarez e Tijuana) e delle metropoli dei tossicodipendenti (americani), dei differenti downtown e dei porti atlantici o (poco) pacifici, di tradizioni musicali e cibi locali, delle specifiche dinamiche ed evoluzioni dei vari cartelli, degli intrecci con il commercio di armi e con gli organi di informazione (il romanzo è dedicato ai tanti giornalisti uccisi), degli affari con il Guatemala e con gli altri stati del centro e sudamerica, del tanto denaro sporco che circola nei santuari della finanza, portatevelo dietro durante tutta l’estate 2019, è lungo e terribile ma vale la pena, tanti splendidi romanzi in uno. Si alternano i protagonisti (in rigorosa terza varia) e tante biografie minori (con motivati approfondimenti), relazioni complesse parentali e sociali, contesti ricchissimi e miserrimi, azione e sentimento, un brulicare di punti di vista e di contrastanti impatti emozionali, narrati con dura maestria. “Un confine è qualcosa che ci divide, ma anche che ci unisce; non può esserci alcun muro, proprio come non c’è un muro che divide l’animo umano tra i suoi impulsi positivi e quelli negativi. Keller lo sa. Lui è stato da entrambe le parti del confine” (da cui il titolo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Vento in scatola (Le gialle di Valerio 198)

Marco Malvaldi e Glay Ghammouri
Vento in scatola
Sellerio, 2019
Noir

Casa circondariale Antonio Gramsci di Pisa. Pochi giorni fa. Il tunisino Mohammed Bourifa, nato a Biserta il 15 agosto 1990, altezza e corporatura medie, minuto, ben rasato, occhiali, è uno dei tanti passeggeri del volo per Heathrow; viene chiamato per l’imbarco ma non reagisce subito; il suo vero nome suona Salim Mohammed Salah e non è abituato a sentirsi chiamare diversamente. Riesce a portare a bordo un coltello e, venti minuti dopo il decollo, chiama una hostess e le fa furtivamente vedere la tessera plastificata di ispettore ENAC in formazione, ora testimone di un’infrazione dell’aeroporto di partenza. Prima del poliziotto, però, faceva il detenuto a Pisa. Era stato arrestato per errore a inizio 2018, senza saperlo aveva cinquecento grammi di cocaina nella vecchia Mercedes usata appena acquistata, sostando in divieto vicino alla stazione. Allora non parlava italiano, non gli era stato possibile spiegare o incolpare altri, tanto più che era fuggito dalla patria dopo aver realizzato una truffa per un milione di dinari, circa trecentomila euro. Gli danno da scontare sei anni e mezzo. Si era laureato in economia e finanza all’Università di Gafsa (povera città ricca di fosfati e tappeti), aveva aperto una ditta di brokeraggio, esperto di flash trading; in carcere si arrabatta, impara la lingua, diventa esperto di sopravvivenza materiale, studia le persone (colleghi di pena e personale di guardia), cerca di far fruttare le sue competenze e i 250.000 segretamente accantonati. Ci sono camorristi e infiltrati che provano a servirsi di lui, che si affeziona soprattutto all’assistente scelto ignorante e sospettoso Gualtiero Molisano, ciociaro con moglie vegetariana. In cella per quasi un anno riesce chissà come a cucinare prelibatezze e se lo conquista, sono entrambi reclusi, di fatto e di diritto, affronteranno vecchi e nuovi crimini, correranno rischi, ci sono tanti modi di vivere e morire in prigione.

Evviva. Il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) fece un corso di scrittura alla casa Circondariale Don Bosco della sua città nel 2012, in quell’occasione conobbe Glay Ghammouri, un tunisino oggi di circa 40 anni che deve scontarne altri 27. Firmò la prefazione della raccolta di poesie realizzata da Glay e decisero poi di scrivere insieme un romanzo, ottima idea, “per essere autenticamente liberi occorre conoscere il carcere”, importante per noi e per tutti. Nel testo brilla lo stile frizzante concatenato divertente di Malvaldi, una trama noir a più livelli, benissimo mescolati all’interno di un contesto che può essere raccontato solo avendolo un poco vissuto: la privazione di (quasi) ogni libertà nelle piccole celle (pure quelle lisce), convivendo accanto ad altri umani detenuti e dentro dinamiche peculiari. Ogni carcere fa storia a sé stante, a seconda di chi lo dirige e di chi lo frequenta. Nella vicenda raccontata il direttore è praticamente assente, il vice è una brava persona, c’è sovraffollamento da mesi (trecento reclusi per una capienza di duecentodieci), oltre cento musulmani con la mensa che poco rispetta il Ramadan e casi di radicalizzazione, poco più di venti assistenti penitenziari. Un ruolo cruciale è svolto da competenti usi e costumi arabi: la finanza, la lingua, la cucina. Memorabili le ricette, Muhammara e Fessenjun fra le altre. Quando Gualtiero tenta Giuditta con polpettine nella salsa di spezie aggiunge pomodoro e scelgono vino bianco. Il proverbio tunisino sul vento (da cui il titolo) Salim forse lo inventa, quelli da ricordare stanno in Toscana, dove c’è un proverbio per ogni cosa, più modi di dire che altro, tanto ne esiste uno che dice bianco e un altro che dice nero. Noir di gusto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La trasparenza del tempo (Le gialle di Valerio 197)

Leonardo Padura
La trasparenza del tempo. Una nuova indagine di Mario Conde
Bompiani Milano, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Bruno Arpaia
Noir

L’Avana. Settembre 2014 (e più indietro nel tempo, anche molto prima e molto lontano). Mario Conde sta per compiere 60 anni, è nato il 9 ottobre, lui del 1954. Ha lasciato la polizia da 25 anni, era allergico alle armi e alla violenza, leggeva troppo di tutto e voleva scrivere storie squallide e commoventi; lavoricchia nel commercio di libri usati, scarpinando la città alla ricerca di libri vecchi in vendita, ma continua a intercettare storie criminali che affronta con il solito tormento. Vive poveramente solo con il cane Monnezza II; però si ferma non di rado dall’amorevole amata Tamara e si sbronza spesso coi soliti immensi amici dell’intera vita. Erano pure andati insieme al liceo e ora un altro compagno di scuola di allora lo va a trovare. Roberto Roque Bobby Rosell era un omosessuale represso e delicato, alto e magro, adesso è un omosessuale dichiarato e ricco, capelli decolorati e tinti di un biondo cenere, orecchino al lobo dell’orecchio, sopracciglia delineate, pingue, un matrimonio e figli alle spalle oltre a vari legami maschili, pure iniziato alla santeria. Due anni prima si era innamorato come una vecchia pazza cagna in calore del giovane Raydel che, improvvisamente, sembra essere scomparso dopo averlo depredato di tutto: gioielli, televisore, lampadine, pentole e, soprattutto, una statuetta della Vergine di Regla, dal viso e dalle estremità nere, seduta su una sedia con reminiscenze di trono, in una postura maiestatica, e con addosso una cappa blu filettata di bianco argento e in testa una piccola corona d’oro, sulla coscia un Bambino Gesù nero come lei, chino verso il seno materno, intento a reggere una sfera nella mano sinistra e con la destra alzata. Ritrovarla è prezioso, decisivo e pericoloso. Vari traffici, misfatti e morti saranno sulla strada.

Leonardo Padura racconta la sua Cuba ancora una volta in modo magistrale. Condecito non è il suo alter ego né fisicamente né biograficamente, è solo il suo interprete, la “voce” che canalizza suoi pensieri, sentimenti, sofferenze. Nato a La Habana il 9 ottobre 1955 (quasi il giorno giusto), laureato nel 1980 in filologia e letteratura latino-americana all’università della capitale, Padura ha fatto per una quindicina d’anni i mestieri del giornalista: culturale (“El Caiman Barbudo”), professionista per sei anni al quotidiano serale “Juventud Rebelde” (un anno pure corrispondente in Angola), ancora culturale (il mensile “La Gaceta de Cuba”) proprio per avere più tempo di scrivere cose che non muoiono ogni giorno; così dal 1984 si è dedicato anche alla scrittura voluminosa e continua ancor oggi, saggi sceneggiature cronache novelle, sempre più aggiungendo (nemesi storica!) collaborazioni giornalistiche (tramite internet e agenzie internazionali) e riconoscimenti internazionali. Vive e produce da sempre a Mantilla, un quartiere periferico (non marginale) di L’Avana. È sposato con Lucia Lopez Coll, sua donna e prima lettrice, quattro anni più giovane, anche lei studiosa di filologia, pure operatrice di cinema, curatrice di riviste e raccolte letterarie. Se non lo avete mai letto iniziate al più presto, se già la conoscete godetevi subito anche quest’ultima perla! Conde racconta tutto in prima persona, anche colte elucubrazioni introspettive, descrizioni paesaggistiche sociali urbane, aggiornamenti politico-culturali, vedendo il tempo di Cuba attraverso la trasparenza di una goccia di pioggia sospesa a un ramo (da cui il titolo), una lettura indispensabile (ottimamente tradotta) se si vuole capire passato e presente della meravigliosa isola. Sullo sfondo c’è sempre il tema dell’esodo, in primo piano omosessualità e clandestinità in una società chiusa. Questa volta lo sviluppo dell’indagine contemporanea è intervallato da lunghi capitoli in terza che corrono verso il passato (1989-1936, 1472, 1314-1308, 1291) incentrati su due nomi che tornano in ogni epoca fino alle Crociate, Antoni Barral e Jaume Pallard, fra le stirpi millenarie di monti e valli della Garrotxa catalana, all’origine dell’oggetto della statuetta e dei suoi compositi valori, alla cui stesura Conde finalmente contribuisce (aveva sempre voluto fare lo scrittore). Rum e reggaeton ovunque oggi, ma anche vini spagnoli, francesi, italiani e ovviamente i mitici Creedence Clearwater Revival.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Alba nera (Le gialle di Valerio 196)

Giancarlo De Cataldo
Alba nera
Noir
Rizzoli, 2019

Roma, soprattutto. Dicembre 2018. Due giovanotti della pandilla di Giardinetti, gang di latinos, stanno per dare il colpo di grazia a una ragazza torturata a morte (da altri). Grazie alla soffiata di un informatore di fiducia, all’ultimo momento interviene il possente commissario Gianni Romani, atletico chiuso serio integerrimo puritano passionale carismatico, un tempo soprannominato il Biondo. Li blocca e scopre che potrebbe esserci una connessione con un vecchio caso che aveva affrontato quasi dieci anni prima insieme agli altri due migliori allievi del corso 2006-2008 per commissari della Scuola superiore di polizia: Giannaldo Grassi, esile simpatico povero timido arrampicatore sociale, chiamato dr. Sax in quanto discreto musicista col suo strumento preferito, e Alba Doria, infanzia dorata con padre diplomatico e madre insopportabile, alta e magrolina, bella intelligente arrogante, capelli mogano castani, occhi luminosi sul verde con taglio obliquo, zigomi alti, ovale delicato, collo da cigno, che alla fine li aveva stracciati nettamente e sorprendentemente nella gara di tiro al poligono di Nettuno. Si erano occupati del caso della Sirenetta, una giovane straniera uccisa da un sadico; nel tentare di risolverlo avevano commesso errori e si erano coperti a vicenda. Romani li ricontatta, li convince che forse l’antica soluzione non era quella giusta, discutono a lungo (rievocando il passato), hanno avuto percorsi e carriere diverse. Biondo e Alba erano stati insieme per un po’, lui è magari ancora innamorato, lei si sente attanagliata dal male della Triade Oscura, prova insieme attrazione e repulsione. Grassi aveva sposato Luisella, la figlia colta e bruttina di un potentissimo capo dei Servizi, si muove ormai nei meandri dei poteri istituzionali e finanziari. La nuova indagine si rivela ben presto piena di imprevisti e di pericoli, inevitabilmente rischiano la loro vita.

Un nuovo bel romanzo noir per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), che riprende e rilancia la protagonista di un recente racconto lungo (nel volume collettaneo “Sbirre”). La seconda avventura si svolge qualche mese dopo la riuscita caccia al serial killer, Alba ne ha ricavato la consapevolezza di un forte disturbo della personalità (altro che “post-traumatico”) e va regolarmente dall’analista, che la considera un poco folle e pericolosa. La Triade Oscura è una silenziosa compagna di vita, un doppio selvaggio col quale si è condannati a convivere, cocktail di narcisismo, sociopatia e capacità manipolatoria, senza mai attacchi di panico o compassione e spesso invece utile brachicardia o capacità di dominio, lei la ha e si sente una predestinata, tendenzialmente incontrollabile inafferrabile crudele. La godibile narrazione è in terza varia, alternando l’oggi al presente e il pregresso al passato, all’inizio più il secondo, sempre meno, finché non prevale la rischiosa complicata indagine contemporanea. Tutta noir in un contesto oscuro, fra pecore nere e divisioni nere, operazioni che lo Stato (il governo di turno, pro tempore) ha tutto l’interesse a fare ma che non può ammettere di aver condotto. Considerati i bisogni sadomaso di individui maschi insospettabili e funzionali, non si può che entrare in Rete fra le Luxuryslaves come Alba Nera Slave (da cui il titolo): ti si apre un mondo! Il vino bevuto meriterebbe una gustosa appendice alfabetica tecnica, aldilà dei vari superalcolici: Biancolella d’Ischia, Castelli romani, Falerno campano, Lettere di Grignano, Nebbiolo, Pinot Nero 2014, prosecco. Pur se non mancano Opera e cantautori, è il jazz a prevalere, trasgressione follia anarchia schizofrenia bastardaggine deformità di tanti suoi irrinunciabili interpreti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Hap & Leonard. Sangue e limonata (Le gialle di Valerio 195)

Joe R. Lansdale
Hap & Leonard. Sangue e limonata
Einaudi, 2019 (Originale 2017)
Traduzione di Luca Briasco
Noir

Texas Orientale. Anni cinquanta e sessanta. Hap e Leonard rievocano quando erano piccoli, già facevano battute in ogni situazione. Hap Collins (1950) oggi è un attempato bianco di un metro e ottanta, pigro e orgoglioso, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va, vive d’amore con la bella acuta rossa naturale, ex infermiera professionale Brett, con la ritrovata figlia Chance e con la cagnetta Buffy. Il suo fraterno amico Leonard Pine oggi è un grosso nero macho, magro ordinato pulito atletico, brizzolato ormai, si arrangia da Hap e Brett quando non convive con amanti maschi, elettore repubblicano se vota. Hap e Leonard sono proprio culo e camicia. Si conobbero quando avevano circa 17 anni, non si sono più lasciati. Li abbiamo incontrati da investigatori avventurieri adulti, ben li abbiamo visti operare spesso insieme, ora sono in vena di ricordi. Quel giorno è tranquillo, leggiucchiano il quotidiano cittadino, per caso ripensano alla parabola del bastone, a come reagire quando qualcuno ti mena e opprime: Hap si era trasferito a Marvel Creek e, da ragazzino di campagna, pur dopo aver avvisato il preside, aveva presto avuto un problema a scuola con il bulletto che lo picchiava tutti i giorni. L’amato padre gli aveva consigliato di procurarsi un bel bastone e reagire, contro ignoranti e falliti è sbagliato fare i martiri, cattivi e malvagi vanno trattati diversamente dalle persone giuste e rette, aveva funzionato. Escono per andare al dojo ad allenarsi, esausti continuano a chiacchierare a luci spente, nella conversazione Hap si trova a ripercorrere vecchie storie della sua infanzia e della sua adolescenza, anche le prime che hanno vissuto insieme. Vanno avanti così quasi per un intero giorno, prima da soli, pure al caffè, poi a casa, quando le donne di Hap tornano e si incuriosiscono. Incontri e pericoli del vivere nella provincia americana razzista.

Un romanzo a mosaico sui primordi arricchisce la divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). La successione degli eventi non è sempre regolare, né si incastrano uno nell’altro; in alcuni Hap non è il protagonista, in altri Leonard non è ancora comparso all’orizzonte, in un caso serve addirittura la terza persona. Sono quattordici episodi inframezzati da dialoghi contemporanei, narrati non in ordine cronologico, collocabili fra il 1959 e il 1968, ambientati in un’area di poche decine di chilometri intorno al fiume Sabine, in parte pure a La Borde (dove vivono ora). Sono racconti, quando Hap inizia a parlare del passato è una narrazione assestante, breve e specifica. Il racconto più lungo, quello con Hap più giovane, è quasi in mezzo e dà il titolo generale alla racconta: uscendo dal cinema con la mamma, impiegata e pittrice part time, vedono un ragazzino nero che piange, lo fanno salire a bordo della vecchia Ford nera e sferragliante, sono anche loro poveri ma vige la segregazione e i neri stanno peggio. Lo nutrono e, in qualche modo, scoprono da chi riaccompagnarlo. Non vengono bene accolti, ritornano mogi ma la madre spiega ad Hap: “la vita ha i suoi lati buoni e i suoi lati cattivi. Ha la limonata e il sangue. E non puoi lasciare che il bene che abbiamo fatto, ossia la limonata, venga cancellato da qualcosa che è andato storto”. Hap e Leo sono apparsi come coppia vissuta in una decina di romanzi e qualche racconto (1990-2018), sempre narrati in prima da Hap, e in una serie televisiva che l’autore considera bella, pur non essendo “la versione ufficiale”. Costituiscono quasi due lati dello stesso personaggio e subiscono un invecchiamento rallentato. Qui, invece, sono due personalità imberbi e autonome, prima di e durante la sperimentazione della nuova amicizia, non sapendo a quale livello sarebbe giunto il loro legame. Hap fin dal liceo fu capace di vivere dimostrando di non essere razzista, a differenza del pur bravo padre meccanico tuttofare, coraggioso e fisicamente fortissimo. Leo aveva una precoce vocazione gay ed era molto legato allo zio. Insieme si stanno completando da decenni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Bad Panda, l’istinto del lupo (Le gialle di Valerio 194)

Luca Bonisoli
Bad Panda, l’istinto del lupo
Todaro Lugano, 2019
Noir
Valerio Calzolaio

Milano. Luglio 2014. Antonio Maria Agatino Morelli è un bipolare schizofrenico, ha una natura duale e continue esperienze di sdoppiamento, di allucinazioni mentali e di sogni a occhi aperti. Sessantenne sodo ma sovrappeso, con tutti i capelli in testa ma irsuto, fa lo schivo tosto ispettore di polizia ma gira in Punto verde. È sposato con Rosa, un paio d’anni più giovane, entrambi di origine siciliana; si sono amati, da tempo si limitano a rispettarsi e a convivere; avevano avuto il loro Tommaso quando lei aveva solo 17 anni e lui era rimasto nell’esercito dopo la leva per potersi sposare; il figlio quasi quarantenne vive e lavora a Londra come traduttore tecnico di testi. Agatino era cresciuto in un piccolo paese, a Montagnareale, la famiglia di medi proprietari terrieri ridotta sul lastrico dalla grande crisi del Ventinove, rovinati ed emigranti, lui traghettato fuori dai pericoli e dalla fame grazie alla nonna straordinaria che gli parlava pure dei miti greci e delle ideologie, di Platone Dante Leopardi Cattaneo. Oltre che lavorare sodo nel capoluogo lombardo, aveva fatto fino a 35 anni il feroce letale tallonatore in una squadra di rugby di Monza arrivata alla serie B, conquistandosi sul campo il nome di battaglia, inciso sul retro di una polo nera con innesti rossi: Bad Panda, ed è tutto dire. Il suo metodo è ascoltare la pancia, la dialettica interiore fra un lupo e un Neanderthal, Achille e Vulcano. Con l’amico e agente di servizio pugliese Pasquale vengono chiamati in un deposito di container dove un cane ha fiutato il cadavere marcio e scrosciante di una donna, indagano nonostante il capo (un “lui”) li abbia estromessi, l’amico esperto di deep web li porta in contatto con un mercato di schiavi e schiave. Agatino fiuta bene i criminali, da ex militare sa torturare e mette a repentaglio la vita di molti per autodistruggere la sua, definitivamente.

L’architetto manager Luca Bonisoli (Milano, 1967), disegnatore di scaffalature e archivi, vive a Melzo, è stato giocatore di rugby, ha scritto un gran bel noir. La narrazione è in terza fissa sul protagonista, buono o cattivo che sia, con qualche inserto americano dove 5 attempati mercenari professionisti italiani su 5 Fiat 500 sono pagati per far esplodere bombe e seminare terrore, con vari effetti collaterali e vittime innocenti dalle parti di Tucson. Il cattivo che li ha ingaggiati è sardo, vive all’estero e c’entra anche con Milano. La forza incalzante e avvolgente del romanzo è, comunque, Agatino e il doppio titolo a lui fa riferimento, al prevalere progressivo di un polo. La svolta viene provocata da una donna, Greta, molto bella, tratti mediterranei ben incarnati, due figli piccoli senza marito, medico psicoterapeuta all’inizio di un rapporto con Carlo, l’hacker che fa conoscere al poliziotto e a noi i mercati virtuali e i bitcoin, i siti inaccessibili di internet e il darknet. Greta sussurra ad Agatino di aver capito le sue due vite, l’altra al di là dello specchio, di poterlo aiutare. Lui la considera come una nipote, perché il lupo va a dormire appena lei appare; solo che il lupo serve a reagire contro i criminali e a riscattarsi, deve tenerlo ben attivo. E Greta è costretta a trovare, suo malgrado, altre forme di collaborazione. In realtà un po’ tutti i personaggi comprimari sono azzeccati, consapevoli della follia, partecipi, solidali e, insieme, strani, peculiari. La colonna sonora è dichiarata, loro abbinata, funzionale alla scrittura di scene e umori: Orange Blossom, Police, Pink Floyd, Gotye, Specials, Händel, Barkley. L’alcol ci sta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I tempi nuovi (Le gialle di Valerio 193)

Alessandro Robecchi
I tempi nuovi
Sellerio, 2019
Noir

Milano. Marzo 2019. Tre casi nella città che si rianima e galleggia sui soldi, almeno: viene trovato al volante dell’auto il cadavere dell’irreprensibile brillante studente 23enne Filippo Maria Gelsi, jeans calati fino alle ginocchia, mani legate al volante, colpo mortale alla tempia, una strana esecuzione; il 55enne sovrintendente Tarcisio Ghezzi fa confessare alla moglie la segreta indagine che sta conducendo per aiutare la nipotina 14enne della maestra Morganti, terrorizzata da un bullo per alcune foto impudiche, lei in prima liceo, lui in quarta, ricco e figlio di potenti; la magnifica 36enne Gloria Grechi anticipa subito 5 mila euro agli investigatori privati Falcone e Cirrielli della Sistemi Integrati per rintracciare l’amatissimo marito, il 43enne magnifico ricercatore sociologo Alberto Sentieri, inverosimilmente scomparso mentre progettavano il colpo del secolo a danno di furbi criminali. Carlo Monterossi c’entra, c’entra sempre, a lui piace guardare da (troppo) vicino le esistenze degli altri. Quasi subito si capisce che l’omicidio è legato al colpo, Carella e Ghezzi sono i poliziotti sul pezzo, Carlo è amico di Falcone e accetta di ospitare la cliente complice. Pur non volendone più sapere delle storie del cazzo con i morti e i feriti, amando alzarsi a metà mattinata e iniziando ad appassionarsi della “sua” produttrice, la fragrante e acuta Bianca Ballesi, Carlo non riuscirà proprio a stare un attimo tranquillo per molte settimane. D’altra parte, viene pure convocato ai piani alti della Grande Fabbrica della Merda per adattare il programma televisivo del mercoledì Crazy Love ai tempi nuovi, ci vorrebbe proprio che qualcuno costruisse a tavolino più fiducia nella giustizia e nella verità. Ma tutto ha un limite, anche gli agguati.

Il giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua la serie metropolitana d’alta qualità, ottimi romanzi con impasti culturali e sociali sempre migliori, densi e appassionanti, emotivamente tesi e ben stesi. La narrazione è in terza varia al presente, perché Monterossi è lo spunto per un protagonista investigativo plurale, le notevoli efficienti coppie Carella-Ghezzi, Rosa-Tarcisio, Falcone-Cirrielli, Gloria-Alberto, con Carlo quasi sempre di mezzo; e poi interessa un poco anche il terremotato equilibrio fra l’uomo grosso elegante e il suo presunto capo criminale, due veri cattivi. Questa volta andiamo un poco più a fondo nel conoscere l’affiatamento familiare a casa Ghezzi e, soprattutto, la svolta esistenziale di Agatina Cirrielli in Smart, giovane esperta responsabile del commissariato Greco-Turro. Si dimette, non gli piacciono le accentuazioni del nuovo corso d’incattivimento diffuso, polizia troppo forte coi poveracci, troppo guanti bianchi con ricchi e potenti, ancora più complicato per una donna. Tarcisio la presenta all’amico di Carlo, l’oscuro Oscar Falcone in Passat, tipo poeta russo poco più che trentenne, abile misterioso investigatore irregolare, che gira senza pistola e mantiene un’immensa ragnatela di contatti senza pastoie burocratiche, appena trasferito nel nuovo centrale funzionale ufficio di via Boscovich. Finiscono di arredarlo insieme, s’intendono subito. Faticano però, come tutti, fortunatamente, a ricostruire la catena del tanto denaro sporco convogliato ogni giorno in quattro basi da vettori inconsapevoli di una banca illegale, riciclato all’estero, in poco tempo riconsegnato poi lavato e stirato ai criminali. Piani sovrapposti: bell’idea di tutti i tempi! Nuovi, invece, sono i tempi dell’Italia xenofoba e razzista che fa da titolo e continuo disgustante sfondo contemporaneo al romanzo, con uno sceriffo pure nuovo agli Interni. Il whisky è sempre giapponese, la colonna sonora imperniata sulla cruciale canzone dylaniana, Brownsville girl, dedicata all’indimenticabile Gloria, che forse purtroppo non incontreremo più, in ben altre faccende affaccendata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il meticcio (Le gialle di Valerio 192)

Federica Fantozzi
Il meticcio
Marsilio, 2019
Noir

Roma e altrove, in Italia e più lontano. 19 giugno – 12 luglio 2017. L’intuitiva e scrupolosa Amalia Ami Pinter, sessantuno chili stabili per un metro e sessantacinque, capelli neri e lisci a caschetto, fossette sulle guance, naso sottile, occhi nocciola, fa la giornalista al quotidiano romano Il Vero Investigatore, specializzato in cronaca nera e giudiziaria in salsa nazional-popolare, con la redazione vicina alla Fontana di Trevi. Lei ha i genitori residenti in una fattoria della Maremma, abita sola in una vecchia palazzina dietro Ponte Milvio (con la testuggine Rododendra e con il nero cane Kira, appena ereditato e pure guardia del corpo), gira in città con lo Scarabeo Rosso (in alternativa alla Panda per gli esterni o alla bici per il tempo libero) e ora ha ricevuto l’incarico da parte dell’altissimo Capo Gabriele Maraschini (e forse degli stessi proprietari, una società editoriale di Montecarlo) di fare un servizio sull’aeroporto Leonardo da Vinci, uno dei non-luoghi che ama. Lì incrocia l’amico poliziotto Alfredo Pani, da poco trasferito alla Dac, Direzione centrale anticrimine, e si trova invischiata in una rischiosa indagine sui corrieri della mafia nigeriana, guidata dalla brutale sanguinaria Ascia Nera, forse ormai in combutta anche con la mafia. Viene addirittura ucciso il dentista dove era stata sotto mentite spoglie, non sa ancora bene come districarsi quando la mandano a seguire un’asta di diamanti a Palazzo Colonna. Qui un occasionale amico, Cravatta Giallo Zafferano, le fa capire dinamiche e segreti di un mondo che non conosce, combine e interessi, soprattutto rispetto a un integro rarissimo diamante rosso denominato Purple Rain (magari per un afflato rock di qualcuno nell’originario giacimento del Minais Gerais). Gli acquirenti li avevi visti anche a Fiumicino, qualcosa collega le due storie, forse il brasiliano Ezequiel Alves, la cui azienda salta intermediari e sconquassa il mercato. Violenze e sorprese non sono terminate, lo verificherà di persona anche a Siena e a Palermo.

L’avvocatessa e nota brava giornalista Federica Fantozzi (Roma, 1968), dopo i due buoni romanzi pubblicati oltre 15 anni fa, ha avviato una nuova gradevole appassionante serie con protagonista una volitiva collega. Narra in terza varia su diverse scene e vicende che pian piano s’intersecano (anche in Brasile, terra di meticciati vari, da cui il titolo). Il contesto criminale, sia della manovalanza che dei poteri forti, è molto ben documentato e aggiornato. Amalia non capisce bene di chi può fidarsi, probabilmente di nessuno in quei mondi, quello affaristico, quello giudiziario, quello informativo. Dopo non essersi visti per un anno e mezzo, il rapporto con Alfredo s’intorbida e si approfondisce, lui un poco più giovane, sempre serio ma logorato, fisico scolpito e postura da judoka, capelli arancioni a spazzola e ancora acne sul viso, legati in passato soprattutto da una dinamica di reciproci attrazione e scambio: Alfredo le passava tutte le informazioni divulgabili, Amalia gli riservava un trattamento stampa favorevole. Lei per altro legge i romanzi gialli ambientati in Cina di Qiu Xiaolong e ne è condizionata. Certo, alla fine sappiamo davvero di più dei delinquenti di origini nigeriani che gestiscono traffici e prostituzione, di miniere, gemmologia, disegno di gioielli e nuovi diamanti sintetici, di Palio e di arancine. Ma soprattutto di come funzionano oggi le redazioni dei mass media, e non è un bel vedere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)