Chi ha rubato Annie Thorne? (Le gialle di Valerio 190)

C.J. Tudor
Chi ha rubato Annie Thorne?
Rizzoli, 2019 (originale 2019, The Taking of Annie Thorne)
Traduzione di Sandro Ristori
Noir

Nottinghamshire. Settembre 2017 (e 1992). Non lontano dai resti della leggendaria foresta di Sherwood c’è Arnhill, inospitale paesino al centro della zona delle miniere inglesi nel cupo tetro Nord, i pullman non arrivano, la stazione ferroviaria più vicina si trova a una ventina di chilometri. Joseph Joe Thorne vi era nato il 13 aprile del 1997 e vi aveva studiato, prima di subire traumi affettivi e andarsene a insegnare altrove. Lì due mesi prima sono morti in modo cruento una donna e un ragazzo, Joe riceve a Manchester una mail che lo riporta indietro nel tempo e decide di tornare con quel rottame della sua Golf. Ora, a inizio anno scolastico ha trovato posto come professore d’inglese nell’istituto che aveva frequentato, affittando proprio il cottage del recente fattaccio. Quand’era un quindicenne povero, timido e impacciato fu accolto nella banda del bello intelligente sadico bullo, insieme trovarono una botola d’ingresso ai cunicoli e un ossario di bambini. La sorellina di 8 anni li aveva seguiti con la torcia, avevano tutti avuto paura e, nella confusa fuga, Annie aveva subito un colpo e poi era scomparsa per due giorni. Al ritorno nulla era più stato come prima. Nei mesi successivi Annie sembrava come impazzita, un amico era entrato in depressione e si era suicidato, a causa di un incidente d’auto erano morti prima il padre e la stessa sorella di Joe, in seguito la madre. Ora Joe è perseguitato dai debiti di gioco e dalla killer inviata dal Ciccione per fargliela pagare, ma vuole comunque scoprire cosa era veramente accaduto 25 anni prima. Trova il bullo padrone effettivo del paesino, l’amata carina furba amica di allora moglie (malata) del bullo, l’unico figlio del bullo a spadroneggiare in classe e fra i coetanei. Viene minacciato e malmenato più volte, gira fra pub, riaffiorano suoi rancori risentimenti paure incubi, emergono malefici e segreti del villaggio, non è affatto certo che riesca a venirne fuori.

C. J. Caz Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con il compagno e la figlia. Ha lasciato la scuola a sedici anni e poi ha fatto di tutto un po’, sempre scrivendo come prima o seconda attività. Dopo l’enorme successo del romanzo d’esordio L’uomo di gesso (agosto 2017) torna ai lettori del globo con una seconda avvincente convulsa (e poco entusiasmante) storia narrata in prima persona al presente (con incisi sui trascorsi al passato). Il contesto è un piccolo claustrofobico centro, imperniato unicamente sulla pervasiva miniera di carbone (con i propri tanti incidenti sul lavoro e conflitti di classe), ora abbandonata da oltre un decennio, ormai desertificato e lontano da tutto. Più che criminalità metropolitana endemica vi domina la minuta sopraffazione sociale. La vecchia banda è ancora sulla bocca di tutti, una dinamica “genetica”, di cui Joe ha fatto parte per breve tempo, pur comprendendone a fondo i meccanismi relazionali. Annie e il fratello erano legatissimi, gli è stata presa (da cui il titolo) e non si è più ri-preso. Annie era una signorina piena di vita, stupidamente intelligente, insopportabilmente dolce, divertentissima e spassosa, cocciuta e frustrante. L’alto e magro Joe ha una gamba malandata e occhi scuri iniettati di sangue, niente famiglia e figli, sciatto incallito fumatore bevitore, non esattamente un eroe positivo. Anzi, il romanzo è pieno di cattivi o di cattiverie e molto fa riferimento al clima che si respira nelle scuole, colpa dei bulli da una parte, dell’apatia opportunistica dall’altra. Birra a fiumi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Da molto lontano (Le gialle di Valerio 189)

Roberto Costantini
Da molto lontano
Marsilio, 2018
Noir

Roma e Ravello. Luglio 1990 e gennaio 2018. Dopo la vittoria in Spagna e l’eliminazione agli ottavi in Messico, l’Italia (penultima vincitrice) ospita la quattordicesima edizione dei mondiali di calcio, qualificandosi bene per le semifinali con l’Argentina (ultima vincitrice, Maradona giocava col Napoli). Michele Mike Balistreri, moro e muscoloso commissario alla Terza sezione (Omicidi) della Squadra Mobile, sta per compiere 40 anni e continua ad avere solo rabbia e odio come motori della vita, esaltato e spietato, straniero ovunque. Il fido ispettore Capuzzo lo chiama domenica primo luglio e gli impone subito di inforcare il Duetto, assonnato e scarmigliato come si trova. Il magistrato leghista Mirko Locatelli sembra preoccupato per la lettera anonima giunta al Messaggero il giorno prima, come riportato quella mattina da un articolo (con occhiello in prima): potrebbe essere scomparso il 22enne Umberto Petruzzi, ostico riservato testardo e bellissimo figlio del potentissimo ricchissimo Prospero. Devono andare insieme presso l’immensa tenuta collinare del padre, ville statue colonne piscina cinema giochi giardini rimesse parcheggi. Vien detto loro di non preoccuparsi proprio. Conoscono anche la figlia Elide, ingegnere e sorellastra maggiore del ragazzo, si sta allenando nel tiro al piattello, spiega che l’avvocato factotum Annibaldi ha ipotizzato una fuga con una nuova fiamma, mentre lei è più convinta di un improvviso interesse culturale, niente di che. Indagano, capiscono che ci sono sotto loschi affari, anche la camorra; s’impicciano e rischiano finché poi la malvagia situazione precipita e trova parziale formale conclusione. Il cattivo presunto colpevole esce dal carcere a Natale 2017, il caso si riapre, ora Prospero è senatore, Mirko al CSM. Mike ha quasi settant’anni, da sei in pensione, abbastanza sereno con Bianca, Linda e i suoi ex agenti, pur con vuoti di memoria e sensi di colpa.

Il consulente aziendale e dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l’avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il sesto romanzo, in prima persona come al solito la prima parte (sul passato), in innovativa terza varia la seconda parte (sul presente). I suoi romanzi sono professionali opere d’alta ingegneria: un complesso sofisticato castello abitato da una quindicina di personaggi in rete, con innumerevoli stanze corridoi anfratti e stanze segrete, dialoghi intenzioni retropensieri e incroci inaspettati, ove sesso e crimine la fanno da padroni. L’unico vero poliziotto sembra Capuzzo, pure alle prese con primi cellulari e computer portatili. In copertina la significativa terrazza di Ravello, a picco sull’acqua. Il fulcro narrativo ed emotivo è Balistreri, una straordinaria cupa capacità di fare introspezione e connessioni, insieme al permanente successo con le donne, in quei giorni dell’estate 1990 apparentemente ne sedusse almeno quattro, perlopiù false e furbe: Silvana Beldon e Clara, rispettivamente bella compita assistente e mite moglie del magistrato; Francesca Cruciani, magnifica esuberante sorella della fidanzata di Umberto; la stessa Elide, piccola e allenata, leggermente strabica e molto dominatrice, maschiaccio che si eccita solo con sangue e dolore. L’amico Angelo Dioguardi una volta gli disse: “in certi casi o ti uccidi o riesci a guardare te stesso da molto lontano, dimostrando ogni giorno di essere meglio di ciò che eri…” (da cui il titolo). Chiacchierando col boss Sabatino Merola allo stadio, Mike osserva la meraviglia di Maradona nel palleggio. Quando trova i primi morti sulla barca, lo stordiscono e in ospedale la dottoressa gli consiglia di leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (1985); anche Silvana lo aveva da parte; pur se lui resta sempre ossessionato dalle ultime pagine di L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (1984). Vino rosso argentino (Clara) o brunello (le due sempiterne innamorate)? Mike ascolterebbe di continuo Cohen, Elide invece Rachmaninov suonato al piano da Yuja Wang, tutti gli altri le musiche delle notti magiche del tempo, da Madonna a Bennato; e qualcuno ora balla pure la zumba.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ragione da vendere (Le gialle di Valerio 188)

Enrico Pandiani
Ragione da vendere
Rizzoli, 2019
Hard-boiled

Parigi. 24 agosto – 2 settembre 2018. Il commissario Jean Pierre Mordenti con la compagna Tristane sono a cena (magrebina) dal collega Alain Servandoni e dalla moglie Karima, nel nono (square Montholon). Mentre ancora gozzovigliano e chiacchierano in piena notte (fra venerdì e sabato), dalla finestra aperta del balcone sentono una frenata, un cozzo, un colpo e altre detonazioni. Non è solo un incidente d’auto, si affacciano e una raffica di mitra colpisce sopra le loro teste, sono stati un uomo e una donna orientali che stavano spostando una ragazza bruna e una cassa da un furgone a una Škoda. Scendono con le armi in pugno, è restato lì solo il cadavere di un cittadino inglese, il 52enne George Stubbs, operatore della Mayfair Brokers Co. di Londra. Arrivano poliziotti di ogni ordine e grado, la squadra-famiglia guidata da Pierre cerca di individuare colpevoli e movente. Incontrano la moglie della vittima che non sembra molto interessata, non perde tempo a riconoscere la salma, fa strani ammiccamenti di sesso e truffa, scompare. Incontrano l’agente di Scotland Yard che, pure lui, scoprono non essere in servizio, implicato in un grosso affare di ricettazione di un bene archeologico di inestimabile valore, una specie di Falcone Maltese. E questi sono solo gli inglesi! Poi ci sono di mezzo vietnamiti e cinesi, collezionisti e ricettatori, bande criminali e doppiogiochisti, vari servizi segreti. Si fa viva pure un’investigatrice privata italiana, Zara Bosdaves, capelli biondi e occhi grigio-verdi, alta snella avvenente, circa 40enne, ottime tecniche di aikido e scasso. E il direttore massimo, il patron uomo di sasso Patrick Le Normand (padre di Tristane e nonno di Ben) è preoccupato che questa volta les italiens (come li chiamano alla Crim) non ce la facciano a venire a capo del caso o, almeno, a uscirne vivi con salvi i loro affetti (ben coinvolti).

Il bravo grafico editoriale, illustratore e sceneggiatore (infografico del quotidiano La Stampa) Enrico Pandiani (Torino, 1956) ha pubblicato il primo romanzo dieci anni fa, iniziando la serie dedicata al generoso arrembante Pierre e al gruppo di agenti capitani comandanti parigini di origine italiana, giunta al settimo romanzo. Nel 2012 ha preso poi avvio la serie di Zara, ex poliziotta nel nord-est, ora “private eye” torinese, giunta alla quarta avventura, se così si può dire. Infatti, qui i suoi due principali protagonisti s’incontrano, si scontrano, s’aiutano e si piacciono, pensano di avere un passato in comune. Ognuno dei trenta capitoli ha come titolo la frase con cui finirà. Narra Pierre, in prima persona al passato, erede del duro padre morto in servizio della compagnia motociclisti e memore della madre tornata a vivere in patria (nostra). Bisogna capire attorno a cosa ruota la giostra di opere d’arte, femmes fatales, sbirri britannici, tagliagole cinesi, ma tutto avviene di corsa, in clima hard-boiled: smitragliate, colpi d’accetta, mosse marziali, fucilate d’assalto, scazzottate a ripetizione, con intermezzi sentimentali e minima introspezione (intensa solo per il protagonista). Funziona: non c’è un attimo di tregua emotiva, una mano lava l’altra! Interessante la vicenda del monumentale esercito di terracotta di Xi’an. Fra l’altro, è in corso il discusso perturbante trasferimento della Gendarmérie dall’arca di Noè in centro al Bastione di vetro e metallo in periferia, dal mitico 36, Quai des Orfévres, nell’Île de la Cité, a pochi passi da Notre-Dame (il più famoso commissariato della storia del cinema e della letteratura mondiale), al ribadito 36, rue du Bastion, per raggruppare a Batignolles tutti i reparti e i 1.700 funzionari finora sparsi. I vini sono francesi, scelti sempre da Pierre: il franco-algerino Coteaux de Mascara nella sanguigna bettola di Poissy, Gaillac Les Gravels domaine Rotier per Zara fuori, “spumante” Vouvray per Zara e inglesi a casa, il rosso Gamay con Zara e Tristane. La musica è quella che si ascolta per radio in auto, come capita, dagli Animals agli Heartless Bastards.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La misura dell’uomo (Le gialle di Valerio 187)

Marco Malvaldi
La misura dell’uomo
Giunti, 2018
Noir storico

Milano. Ottobre 1493. Quando ha 41 anni, Messer Leonardo di ser Piero da Vinci (Toscana 1452 – Loira 1519) si trova nella ricca popolosa città lombarda (già dal 1482), ai servigi del quasi coetaneo (pochi mesi più giovane) Ludovico Maria Sforza detto il Moro (1452-1508). Vive nei locali attigui alla bottega con la madre Caterina e il giovane Gian Giacomo Caprotti detto il Salai, garzone trattato con indulgenza nonostante sia ladro e bugiardo. Ha un volto strano, maschio più che bello, con lunghi capelli biondi e ciocche grigie, barba folta, occhi dolci; sembra distratto, studia movenze animali ed espressioni facciali; non mangia carne e pare non si accompagni (carnalmente) a donne. Vestito spesso di rosa, fa genialmente di tutto e di più alla corte del potente signore (studi, progetti, decorazioni, pitture, musiche, ingegnerie, invenzioni, armi e uniformi, giochi di luci e suoni, consulenze professionali ed emotive), da quattro anni ha soprattutto l’incarico di realizzare un colossale monumento equestre, alto più di 7 metri, possibilmente in bronzo, leggero e resistente, dedicato al padre Francesco, primo duca Sforza di Milano. Da dieci si è vantato di poterlo realizzare, finora senza successo; schizza connessi meravigliosi disegni e appunta di continuo (da destra a sinistra) sui fogli di pergamena giallastra del taccuino da cui mai si separa; sta completando il modello in creta. Ora deve risolvere un mistero, fra gli intrighi politici di palazzo e le relazioni militari coi francesi: un uomo è stato trovato cadavere in un cortile, il Piazzale delle armi interno al castello; il giorno prima aveva chiesto udienza al duca; potrebbe essere stato ucciso anche se non si capisce come e perché. Il Magistro Ambrogio è convinto di una morte naturale, Leonardo ritiene invece che sia stato assassinato facendogli mancare aria nei polmoni. Vai a dimostrarlo! E a scoprire false monete e furberie finanziarie dei banchieri!

Un noir storico su commissione per il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974). Siamo a 500 anni dalla morte di Leonardo, era un’ottima idea farlo rivivere con garbo e ironia, mescolando ingegnosamente eventi storici e intrecci plausibili per un romanzo di ampio meritato successo, con una narrazione in terza varia al passato. L’intenzione non era rivolta a scrivere un capolavoro letterario, piuttosto un gustoso onesto parodistico divertissement, una sfida e un vincolo utili a riaccostare i lettori contemporanei al genio universale, oltre che a costumi, architetture e arti rinascimentali. Comprendiamo meglio anche le dinamiche della Francia con repubbliche e regni (e papato) italiani, poi decisive per gli Sforza; il lavoro di inventori e spie per fabbricare solidi cannoni mortiferi; il senso antico del prestare denaro per i singoli e le comunità (anche nella Firenze medicea). Leonardo mirava e tratteggiava spesso le mirabili proporzioni anatomiche umane, un punto di partenza su cui poi poteva misurarsi la vita intellettuale, anche per chi come lui non era di nobili o ricchi o esemplari natali e riusciva a essere solo anche in mezzo alle persone: “è nella crescita e nello imparare, non nella nascita, che si vede la misura dell’uomo” (da cui il titolo). “Solo con l’osservar la natura, e gli altri homini, l’homo apprende. Ma senza comparare ciò che si fa con ciò che si crede, ciò che si aspetta con ciò che succede, l’homo non può crescere sano nel suo intelletto e giudizio. E l’unico modo per haver cognizion dell’errore è misurarsi con la natura istessa, giacché, a differenza dell’homo, mai mentisce”. La nota finale ci segnala, con autoironia, di aver appena gustato un libro pieno, appunto, di errori, steso da un autore che, pur essendosi molto documentato, non poteva non possedere una certa dose di faccia di bronzo nella descrizione dei pensieri del protagonista.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Rien ne va plus (Le gialle di Valerio 186)

Antonio Manzini
Rien ne va plus
Sellerio, 2019
Noir

Aosta e Roma. Da martedì 10 a mercoledì 18 dicembre 2013. Non poteva finire lì. Rocco non era convinto del movente omicida e intendeva continuare a indagare. Era riuscito a far arrestare il croupier che aveva accoltellato il vedovo ragioniere in pensione Romano Favre, ex ispettore presso lo stesso casinò de la Vallée (Saint Vincent), ma non è certo di mandanti e intrecci. Ora poi si aggiunge, lungo la statale 26 prima di Châtillon, la sparizione del portavalori blindato che avrebbe dovuto portare i proventi del gioco ad Aosta, duemilioniottocentoventinovemilasettecento euro in tre cassette d’alluminio, evidentemente una sofisticata rapina, il furgone fatto salire su un camion giallo, persi tutti i contatti, l’allarme satellitare e i gps. Il vicequestore Rocco Schiavone ha la fondata personale opinione che vi sia un legame con l’omicidio, anche se è molto distratto dalle notizie raccolte sul pentito che lo bracca e deve continuamente andare nella capitale. Pare che Enzo Baiocchi abbia precisamente indicato alla polizia dove si trova il cadavere del fratello Luigi, colpito e sepolto a Roma da Rocco e dai suoi amici, dopo che aveva sparato all’amata moglie del vicequestore. Il magistrato ha deciso di credergli e sta disponendo lo scavo nel luogo segnalato, Sebastiano continua a rendersi irreperibile, Brizio e Furio sono preoccupati e si danno da fare, Rocco prende in considerazione di fuggire all’estero prima di essere arrestato come responsabile del delitto. Intanto, mentre la Guardia di Finanza sta cercando le prove della truffa ai danni della Regione e dello Stato intorno alla gestione del casinò, reincontra in vario modo i protagonisti della vicenda e guida i suoi sulla pista giusta per risolvere i vari casi. Fanno tutti squadra in questura, non solo i diversi fidati (ormai amici) Italo e Antonio: sia uomini che donne, intelligenti più o meno, molto o poco difettosi, trovano l’occasione per farsi valere.

Ottavo romanzo dell’eccelsa sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo personaggio (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, seconda serie terminata nell’autunno 2018). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa, al passato. Quel che Rocco definisce come il proprio “metodo” sono perlopiù perquisizioni non autorizzate, indispensabili, riesce a entrare ovunque anche in questo caso. I malati di ludopatia del precedente romanzo ci ricascano tutti, anche se forse non in modo stabile. La razza di Lupa trova finalmente esteriore esplicita certificazione (a pag. 292), è proprio una Saint-Rhémy-en-Ardennes! E nascono forse nuovi amori: la sospettosa palermitana commissario della Scientifica Michela Gambino con il medico legale squartatore di cadaveri Alberto Fumagalli, due scienziati che si intendono in laboratorio?, l’imbranato metodico agente (prossimo alla pensione) di origini pugliesi Ugo Casella con la graziosa curata vicina di casa divorziata Eugenia Artaz, due sperduti che si trovano?, l’altro lento agente 37enne Domenico D’Intino con il breve amore di gioventù (abruzzese) rimasta presto vedova, Pupa Iezzi, due ricordi che non si dimenticano? E Rocco non riesce a lasciare alle spalle il passato remoto e recente: continua a dialogare con Marina, ma resta ferito da Caterina, attratto da Lada (come non potrebbe?), incuriosito da Sandra, sorpreso da Cecilia e le pensa spesso, pur mantenendo insospettabile atteggiamento paterno per Gabriele. Le mani e i fiori parlano più delle parole, ad Antonio manca il mare di Senigallia, circa il prezzo dei bei ristoranti (non solo) di Aosta bisogna soprattutto fare attenzione al vino. Mozart e Waldteufel sono le migliori musiche da abbinare a quei meravigliosi paesaggi alpini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il sapore del sangue (Le gialle di Valerio 185)

Gianni Biondillo
Il sapore del sangue
Guanda, 2018
Noir

Quarto Oggiaro, Milano. Gennaio 2018. Fa freddo, nevica. Dopo 4 anni di galera Sasà torna nel suo quartiere, ha fretta di cercare l’amico 42enne Francesco Ciccio Greco, dovrebbe recuperare un bottino nascosto, poi la moglie Anna e la figlia Chiara, infine volatilizzarsi. Salvatore Sasà Procopio aveva avuto infanzia e adolescenza complicate. Famiglia disagiata, padre alcolizzato e manesco di origini calabresi, madre incompetente e rassegnata, a casa era un po’ sereno solo con la mediocre sorella Nunzia (Annunziata, maggiore) in cerca di una sistemazione. A 15 anni si era già fatto due volte la quinta elementare e due la terza media, di studiare non gli importava, dormiva in classe e tirava su qualche soldo vendendo tocchi di pakistano nero a chiunque chiedesse, per clienti alcuni studenti e bidelli, un professore. La roba gliela procurava il grasso casertano Tonino che poi iniziò a usarlo anche come corriere per l’eroina; a Napoli conobbe un capo, Gaetano, divenendone il referente principale (in aggiunta verso la Germania) quando Tonino fu arrestato. Nel mondo della droga era cresciuto e pasciuto, disponibile pure a omicidi e ricatti per conto della ‘ndrangheta, con vari vantaggi e qualche inconveniente, fra l’altro i capelli presto in caduta libera e ingrigiti. Ormai ha 46 anni, il volto non è più bello e rassicurante, si presenta con un florilegio di rughe e macchie, l’orecchio sinistro mozzato, le gambe molli, la pancia sgraziata. Sull’autobus incontra una banda di cinque minorenni scalmanati, che bullizzano, terrorizzano e malmenano stranieri e donne. Lui non fa niente per bloccarli, provano lo stesso a provocarlo, cascano male, rimedia una pistola e una vaga segnalazione alla polizia. Il sarcastico disincantato incazzoso ispettore Michele Ferraro, suo malgrado, viene chiamato in causa. Vorrebbe ormai stare alla larga da tutti i guai, ha chiuso ogni account in rete, conta minuti ore giorni prima della pensione, alloggia solitario in un loft di NoLo, frequenta ancora un poco l’ex moglie Francesca e la figlia Giulietta. Continua a risolvere i casi, ora quello della gang di bulli, del criminale uscito e di un grosso colpo in preparazione.

L’architetto scrittore Gianni Biondillo (Milano, 1966) è felicemente giunto all’ottavo romanzo della serie Ferraro (tralasciamo il giro per l’Italia di Francesca con le amiche negli Ottanta, per sempre giovani), iniziata 15 anni fa con un pubblico sempre ampio di affezionati lettori (e il Premio Scerbanenco 2011 assegnato al quarto), in mezzo a tante altre versatili scritture e narrazioni, anche no fiction e per cinema, televisione o teatro. Il testo è in terza varia al passato, soprattutto sui due ambienti, il ricercato più o meno accanto agli affetti e il ricercatore nel contesto dei pubblici ufficiali. Come mai un pluripregiudicato è tornato in libertà? Perigliose avventure sanguinarie e amari sbalzi di scena riguardano soprattutto gli episodi del passato, con frequenti significativi flashback di biografia criminale. Il presente è più misterioso e incerto. In questo modo l’autore riesce ad aggiornarci ancora una volta sull’evoluzione urbana, architettonica e sociale, della familiare Quarto Oggiaro, un mondo di sensi antichi di desolazione e prove recenti di riscatto con invisibili confini, alla periferia nord-ovest della metropoli italiana più europea, fra continui cantieri che scavano e nuovi grattacieli che svettano, con acute riflessioni e amorosa ironia. L’ispettore comincia la sua ricerca da una palestra di boxe di via Padova dove il giovane laureato pugile gli confessa di sentire in bocca il sapore del sangue (citando per la prima volta la costante che dà il titolo al volume) ogni volta che ricorda di essere stato campione nazionale dei superleggeri, per interrompere subito la conversazione e urlare consigli alla talentuosa 13enne bionda Chiara, un pulcino con la coda di cavallo pronto sul ring a pestarsi con chiunque per preparare il primo combattimento ufficiale. Ferraro prosegue misurando i passi. Ecco la cifra del bel solido romanzo è la misura dell’indagine e della narrazione, anche quando ci si deve confrontare con la tristezza e la ferocia dell’umana convivenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone (Le gialle di Valerio 184)

Maurizio de Giovanni
Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone
Einaudi, 2018
Noir

Napoli. Una settimana del novembre di due-tre d’anni fa. Elsa Martini stava stringendo i tempi di un’eccellente rapida (già pluridecorata) carriera in polizia, poi aveva ucciso di proposito un 67enne famoso pediatra squallido pedofilo, le avevano dato eccesso di legittima difesa, in appello l’assoluzione. Dopo Torino, ora viene trasferita a Pizzofalcone, a nove mesi di distanza, fra gli altri Bastardi (scartati). Arriva e lascia subito il segno. La 34enne originaria di Alessandria ha mossi capelli rossi e penetranti occhi verdi, figura slanciata e fisico atletico, gambe lunghe e cervello fino, magnifica femmina alfa; vive con l’intelligente matura figlia di 11 anni, Vittoria Vicky; fuma abbastanza ed è molto refrattaria all’attività di squadra, abituata a non consultare nessuno; risulta una gran lavoratrice e la più alta in grado dopo il commissario Palma. Peraltro, deve sostituire Pisanelli, l’anziano vice che continua a restare in Ospedale a seguito della delicata operazione subita, lasciando l’organico (suo malgrado) troppo ridotto rispetto alle turbolenze del quartiere. In commissariato è arrivata la segnalazione di un’insegnante di Matematica presso il Tecnico, preoccupata della scomparsa della 42enne collega di Lettere, Chiara Fimiani in Baffi, di solito serena e riservata. Non si sente di fare una vera e propria denuncia pur se, nemmeno due giorni prima, ha ricevuto un sms che sembra riferito a un pericolo procuratole dal marito: “Questo stasera mi ammazza. Addio, amica mia”. Giuseppe e Alex stanno provando a sentire a scuola e in giro, lo sposo è un ricco noto potente industriale e non sembra particolarmente teso, ipotizzano che potrebbe averla voluta morta, Elsa è subito coinvolta e irrequieta, qualcosa sotto c’è sicuro. E l’infermo Pisanelli si è ormai definitivamente convinto che l’amico frate elimini i potenziali aspiranti suicidi che forse vogliono farsi suicidare; vorrebbe chiedere ad Aragona di rintracciarlo per farlo arrestare.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è giunto all’ottavo romanzo (in sei anni) della sua ottima seconda (e contemporanea) serie; a inizio 2017 e fine 2018 i personaggi li abbiamo visti su RaiUno, ormai hanno quei volti e posture. Chi ha seguito le due stagioni televisive, ognuna di sei episodi, sa che alcune vicende non sono state ancora raccontate nei romanzi: per esempio qui il clan camorristico non ha ancora tentato di corrompere Lojacono (sta appena iniziando) e sua figlia Marinella non ha ancora un fidanzato (sta appena innamorandosi). La narrazione scritta è più compatta e lirica, il filo è il vuoto del titolo e della seconda di copertina, in ordine gerarchico: vuoto di potere (Palma), di forze (Pisanelli), di passato (Elsa Martini), di futuro (Lojacono), di decisioni (Romano), di certezze (Ottavia Calabrese), di coraggio (Alessandra Di Nardo), a perdere (Aragona). Le dinamiche personali e relazionali di ciascun bastardo irrompono spesso sulla scena, mentre si sviluppano i molteplici fronti dei bui misteri criminali. Sia il privato che il professionale lasciano sempre nuovi vuoti, mai assoluti, talora colorati, talora ciclici. In questa occasione è poco presente l’altra femmina alfa, la magistrata Laura Piras, piccola bruna sarda. Interessanti le lezioni itineranti del buon Davide Maggioni, 61enne poeta e romanziere di chiara fama, due divorzi alle spalle. La narrazione è in terza varia, come sempre, in corsivo solo un dialogo fra mafiosi e qualche lettera. Come nella tradizione matura dell’amato McBain la distanza temporale dal caso precedente non coincide con quella dal libro precedente. Alex sceglie Greco di Tufo per l’attesa turbolenta cena a casa sua col padre.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una giornata in giallo (Le gialle di Valerio 183)

AA. VV. (Camilleri, Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Malvaldi, Dominique Manotti, Piazzese, Recami, Savatteri)
Una giornata in giallo
Sellerio, 2018
Due racconti tradotti da Maria Nicola e Francesco Bruno
Noir

Tempi e luoghi differenti ma consueti. Salvo Montalbano, agli esordi, festeggia il primo mese trascorso nella casa di Marinella a Vigàta, acquistando per 50 mila lire una bottiglia di sciampagni e deve gestire il pizzino mafioso dove qualcuno minaccia di dare fuoco all’enoteca (con ventiquattr’ore di ritardo). Un sabato del maggio scorso Saverio Lamanna visita Gibellina, città perfetta (50 anni dopo il terremoto del Belice), con la morosa Suleima e l’amico Peppe, ma dal museo scompare l’arazzo di Boetti, prisenti o drappo professionale, dieci metri per due, cuciti con devozione, valore alto, più di 500 mila euro (anche solo un metro quadrato). Loro di Pineta, compresi quelli della Loggia del Cinghiale, sono tutti in trasferta ad Amsterdam per la mitica festa arancione del 27 aprile; solo Alice Martelli è rimasta a casa a lavorare, vigile e agile come sempre, e risolve a distanza il caso del duplice scippo contro Tiziana e Marchino. Il 28 agosto 1973 il giovane commissario Daquin da sei mesi si trova (di mala voglia) a Marsiglia, ha già chiesto il trasferimento; lì ce l’hanno con gli immigrati, ovviamente con gli algerini in particolare, per l’odio ci scappa il morto e, pur di andarsene quanto prima possibile alla Narcotici di Parigi, lui risolve il caso. A fine luglio di uno degli anni novanta Lorenzo La Marca, appena tornato dall’aeroporto di Palermo, poco fuori l’ingresso della Stazione Notarbartolo, cammina solitario e incontra una biscia; son ricordi oltre che problemi; a lui fanno schifo ma lo scorsone nero, detto Iside e Maria Walewska, memore dell’omicidio di una lucciola, sta battendo sul vetro di una pelletteria; difficile farlo smettere. In pieno nubifragio il ladro Drago si avventura nei magazzini sotterranei (dove confluiscono pure acque nere e bianche) della casa di ringhiera di via *** 14 a Milano e vi rimane chiuso dentro; quel primo giugno 2006, da tappezziere in pensione, Consonni vorrebbe studiare meglio l’omicidio di viale Bligny, epperò la figlia Caterina gli lascia il piccolo Enrico, termometro e lavandino funzionano così e così, l’idraulico non arriva, che pene! Angela Mazzola ha la giornata libera, è un assolato aprile palermitano e resterebbe volentieri a crogiolarsi in terrazza, senonché la chiamano i suoi capi dell’Antirapina, vi è stato lì vicino lo strano furto di un furgoncino carico di carciofi (refurtiva di circa 3 mila euro); lascia il labrador, prende il Liberty e fa un sopralluogo; c’è di mezzo una guerra di criminalità organizzata e si rivela ancora una volta molto brava. Petra Delicado ha appena risolto un caso difficile e sguazza fra le scartoffie, a tarda sera esce dal commissariato di Barcellona e viene sequestrata da una pericolosa manesca ragazza, finendo così per trascorrere il giorno più insolito dell’intera sua vita lavorativa, perlopiù in un casolare immerso nel bosco di pini.

Le novità di quest’ultima raccolta di racconti gialli inediti sono diverse e non tutte positive, pur in continuità con le accorte riuscite sperimentazioni che hanno costituito una svolta nel genere del genere. Sono meno gli autori coinvolti della scuderia Sellerio: Camilleri, Savatteri, Malvaldi, Dominique Manotti, Piazzese, Recami, Costa, Alicia Giménez-Bartlett. Il tema un po’ forzato sono le 24 ore, l’ambientazione temporale (decenni fa nella metà dei casi) di un solo giorno “in giallo”. La lunghezza è molto omogenea (poco più lungo Savatteri, più breve Manotti), la raccolta ribadisce una contaminazione che non inficia gli stili noti e amati di ogni autore, come d’abitudine solo alcuni in prima persona (Savatteri, Piazzese, Giménez-Bartlett). Ma questa volta è la qualità letteraria non sempre all’altezza in tutti gli autori, a tratti stanchi, almeno nella prima parte; bello e attuale Manotti; molto carino Recami. I mafiosi con la musica non ci appattano, Maremma amara sui canali, Miles Davis coi leggendari (sognati) Margarita, per la bella fulva blues e indie con la voce di Beth Hart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ultimo respiro del drago (Le gialle di Valerio 182)

Qiu Xiaolong
L’ultimo respiro del drago
Marsilio, 2018 (orig. 2017, Hold Your Breath, China)
Traduzione di Fabio Zucchella
Noir

Shanghai. Una settimana del 2015. Il colto, sensibile, capace e onesto shanghaiese purosangue ispettore capo Chen Cao continua a operare nel centro finanziario dell’Asia ed è ora chiamato ad affrontare il dramma criminale del mortifero inquinamento atmosferico. Gli telefona Zhao, il suo protettore politico, primo segretario del Comitato centrale di disciplina del Partito, ora in pensione. Da Pechino, la Città Proibita, si è trasferito presso l’Hotel Hyatt a Pudong per una breve vacanza al Sud, vuole che lo raggiunga subito, ne ha abbastanza dello smog della capitale, chiede che gli faccia da suggeritore turistico e soprattutto che indaghi sul movimento degli attivisti ambientalisti che sta organizzando qualcosa di clamoroso proprio a Shanghai. Pare sia guidato da Yuan Jing, una giovane donna con milioni di follower, capelli neri e occhi radiosi, bella moglie di un uomo d’affari. Zhao vuole saper tutto sul progetto: contatti, risorse, tempistica. Gli mostra la foto della responsabile e Chen rimane senza parole, lui l’aveva conosciuta a Wuxi (e non è escluso si sappia), si tratta di Shanshan, l’amata alleata nel caso delle “lacrime del lago Tai”, cui aveva dedicato due anni prima una magnifica pubblicata celebrata poesia, senza riferimenti espliciti. Riprende il treno per Wuxi, individua chi fra ricchi o attivisti può dargli informazioni certe, verifica che è in corso un aspro conflitto ai piani alti del potere centrale fra quanti sono interessati al business as usual e quanti non vogliono più negare l’inquinamento. Però è distratto dai ricordi, dal non poter visitare la madre e dall’indagine di cui era consulente col fido ispettore Yu Guangming: già quattro delitti seriali avvenuti e altri in preparazione. Pian piano capisce tutto, ammesso che serva.

Decimo ottimo episodio della magnifica serie ambientata in Cina e scritta in inglese negli Usa dal docente universitario di letteratura in Missouri Xiaolong (“piccolo drago”) Qiu (Shanghai, 1953), in terza varia sul protagonista e i poliziotti buoni. I primi episodi erano stati ambientati subito dopo i fatti di Tienanmen (1989), che suggerirono, invece, a Qiu di fermarsi negli Stati Uniti. Ora siamo giunti ai giorni nostri, sappiamo che Chen esprime la vita parallela dell’autore se fosse rimasto in patria. Qui finalmente opta per passare all’azione, conferma la lealtà personale alla verità e si prende in aggiunta una pubblica responsabilità civile. Niente passionale sesso (“momenti di nubi e pioggia”) in quest’avventura, era stata un’eccezione. Il protagonista resta solitario romantico buongustaio irrequieto fumatore poeta, traduttore di polizieschi americani (oltre che di Eliot e di business plan) e non credente. Il parco del Bund è il suo rifugio feng shui, lì prende le decisioni importanti, anche rispetto al socialismo reale. Si documenta seriamente sul dramma dell’inquinamento (pure delle menti) e sull’eccessiva presunzione da parte del partito unico di voler controllare tutto e tutti, dati e notizie su decessi e malattie, ricerche sulle cause e sulle responsabilità. Come al solito, l’ispirazione riguarda il vero video di una brava giornalista cinese visto online milioni di volte prima di essere oscurato dalle autorità. Il noir serve a indagare non solo enigmi e colpevoli bensì anche le circostanze sociali, culturali e politiche all’origine dei crimini; la poesia a salvare storie ed emozioni dell’identità collettiva della comunità (versi musicali, antichi e moderni, sono citati di continuo). Innumerevoli i riferimenti al cibo, il sontuoso banchetto è abbinato a una bottiglia di liquore, Maotai distillato dei primi anni Settanta. Nella caffetteria dell’Associazione scrittori fa da sottofondo la sinfonia Dal nuovo mondo di Antonín Dvořák (1893).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il delitto di Kolymbetra (Le gialle di Valerio 181)

Gaetano Savatteri
Il delitto di Kolymbetra
Sellerio, 2018
Noir

Sicilia, Agrigento. Primavera, fine aprile. Peppe Piccionello e Saverio Lamanna si recano per pochi giorni a Milano, dove s’inaugura la concept home art (galleria espositiva) di tal Marisa (conosciuta in gioventù e nuova estimatrice dei post sulla pagina Facebook del primo) e dove ormai lavora l’architetta Suleima, col delizioso broncio da ribelle, nata a Dublino di padre irlandese e madre friulana (fidanzata del secondo). Va tutto secondo le previsioni e presto tornano nel golfo di Màkari, in provincia di Trapani. Qui i due amici hanno entrambi la proposta di un incarico sul lato meridionale dell’isola. Un conoscente, Accursio Sabella, direttore di “LiveSicilia”, propone a Saverio alcuni servizi d’autore (scritti e filmati) relativi ai luoghi della Sicilia patrimonio dell’Unesco e si potrebbe iniziare dalla Valle dei Templi di Agrigento (vicino a dove Suleima pare debba presto andare). La comare Lina chiede aiuto a Peppe, in quanto madre della ragazza di cui lui è stato padrino al battesimo: si è sposata con un giovane di Agrigento (che col fratello gestisce un’impresa) ma ora la coppia è finita sotto protezione per problemi con la mafia, occorre che consegni loro seimila euro da parte dei genitori. E così partono alla volta delle zone di Montalbano. Vanno nell’area archeologica e a un convegno, dove il grande professore Demetrio Alù parla della battaglia del 480 a.C. a Himera fra siracusani (Gelone) e cartaginesi (Amilcare) e del possibile ritrovamento del teatro dell’antica Akragas (trecentomila abitanti, una delle più importanti città della Magna Grecia). All’alba del giorno dopo viene trovato con la testa spaccata nel giardino della Kolymbreta. Saverio si sente messo di mezzo, individua i tre possibili assassini e prova a fare la sua. Dall’altra parte aiuta Peppe a rintracciare la compaesana nella misteriosa faccenda che sempre più s’intorbida. Suleima c’è e insieme a lui lotta (oltre ad altro), beato.

Il bravo giornalista Gaetano Savatteri (Milano, 1964) è cresciuto a Racalmuto in Sicilia, da parecchio vive e lavora a Roma; grazie anche all’editore insiste sul suo scoppiettante protagonista seriale e sulla relativa corte dei miracoli, che funzionano proprio per raccontare usi e costumi siciliani, fatti e miti. La doppia trama gialla resta esile, ma non importa, contano dialoghi, situazioni, personaggi, rimandi, citazioni, giochi di parole, ironie e autoironie, sapori colori odori umori di una terra magnifica. Pirandello, Sciascia e Camilleri incombono a ogni passo, insieme ai mitici scrittori preferiti dal saggio padre e alla invadente Teresita del corso di spagnolo. Con loro, alcuni colleghi giallisti della Sellerio in un continuo sovrapporsi fra i libri dell’autore e quelli di Lamanna. Non a caso, la narrazione è in prima persona al presente. Il giardino del titolo risulta un paradiso terrestre: cinque ettari di ulivi, carrubi, mandorli, arance, limoni, accanto al tufo sabbioso degli incantevoli Templi. Bello il progetto di Farm Cultural Park ai Sette Cortili di Favara: museo di arte contemporanea, residenza per artisti stranieri, laboratorio culturale, sede per il corso di architettura rivolto a bambine e bambini. Il vino abbonda in tutte le accorte bocche: zibibbo, inzolia, catarratto, grillo; altro che il prosecco della trasferta veneziana del precedente settembre! Musica dei Collage per gli amori giovanili, mentre il padre ascolta I’m on fire di Bruce Springsteen sentendosi (anche per colpa del figlio) “born in Usa”, per quanto non si sia mai mosso da Palermo e dalla Sicilia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)