Alba nera (Le gialle di Valerio 196)

Giancarlo De Cataldo
Alba nera
Noir
Rizzoli, 2019

Roma, soprattutto. Dicembre 2018. Due giovanotti della pandilla di Giardinetti, gang di latinos, stanno per dare il colpo di grazia a una ragazza torturata a morte (da altri). Grazie alla soffiata di un informatore di fiducia, all’ultimo momento interviene il possente commissario Gianni Romani, atletico chiuso serio integerrimo puritano passionale carismatico, un tempo soprannominato il Biondo. Li blocca e scopre che potrebbe esserci una connessione con un vecchio caso che aveva affrontato quasi dieci anni prima insieme agli altri due migliori allievi del corso 2006-2008 per commissari della Scuola superiore di polizia: Giannaldo Grassi, esile simpatico povero timido arrampicatore sociale, chiamato dr. Sax in quanto discreto musicista col suo strumento preferito, e Alba Doria, infanzia dorata con padre diplomatico e madre insopportabile, alta e magrolina, bella intelligente arrogante, capelli mogano castani, occhi luminosi sul verde con taglio obliquo, zigomi alti, ovale delicato, collo da cigno, che alla fine li aveva stracciati nettamente e sorprendentemente nella gara di tiro al poligono di Nettuno. Si erano occupati del caso della Sirenetta, una giovane straniera uccisa da un sadico; nel tentare di risolverlo avevano commesso errori e si erano coperti a vicenda. Romani li ricontatta, li convince che forse l’antica soluzione non era quella giusta, discutono a lungo (rievocando il passato), hanno avuto percorsi e carriere diverse. Biondo e Alba erano stati insieme per un po’, lui è magari ancora innamorato, lei si sente attanagliata dal male della Triade Oscura, prova insieme attrazione e repulsione. Grassi aveva sposato Luisella, la figlia colta e bruttina di un potentissimo capo dei Servizi, si muove ormai nei meandri dei poteri istituzionali e finanziari. La nuova indagine si rivela ben presto piena di imprevisti e di pericoli, inevitabilmente rischiano la loro vita.

Un nuovo bel romanzo noir per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), che riprende e rilancia la protagonista di un recente racconto lungo (nel volume collettaneo “Sbirre”). La seconda avventura si svolge qualche mese dopo la riuscita caccia al serial killer, Alba ne ha ricavato la consapevolezza di un forte disturbo della personalità (altro che “post-traumatico”) e va regolarmente dall’analista, che la considera un poco folle e pericolosa. La Triade Oscura è una silenziosa compagna di vita, un doppio selvaggio col quale si è condannati a convivere, cocktail di narcisismo, sociopatia e capacità manipolatoria, senza mai attacchi di panico o compassione e spesso invece utile brachicardia o capacità di dominio, lei la ha e si sente una predestinata, tendenzialmente incontrollabile inafferrabile crudele. La godibile narrazione è in terza varia, alternando l’oggi al presente e il pregresso al passato, all’inizio più il secondo, sempre meno, finché non prevale la rischiosa complicata indagine contemporanea. Tutta noir in un contesto oscuro, fra pecore nere e divisioni nere, operazioni che lo Stato (il governo di turno, pro tempore) ha tutto l’interesse a fare ma che non può ammettere di aver condotto. Considerati i bisogni sadomaso di individui maschi insospettabili e funzionali, non si può che entrare in Rete fra le Luxuryslaves come Alba Nera Slave (da cui il titolo): ti si apre un mondo! Il vino bevuto meriterebbe una gustosa appendice alfabetica tecnica, aldilà dei vari superalcolici: Biancolella d’Ischia, Castelli romani, Falerno campano, Lettere di Grignano, Nebbiolo, Pinot Nero 2014, prosecco. Pur se non mancano Opera e cantautori, è il jazz a prevalere, trasgressione follia anarchia schizofrenia bastardaggine deformità di tanti suoi irrinunciabili interpreti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Hap & Leonard. Sangue e limonata (Le gialle di Valerio 195)

Joe R. Lansdale
Hap & Leonard. Sangue e limonata
Einaudi, 2019 (Originale 2017)
Traduzione di Luca Briasco
Noir

Texas Orientale. Anni cinquanta e sessanta. Hap e Leonard rievocano quando erano piccoli, già facevano battute in ogni situazione. Hap Collins (1950) oggi è un attempato bianco di un metro e ottanta, pigro e orgoglioso, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va, vive d’amore con la bella acuta rossa naturale, ex infermiera professionale Brett, con la ritrovata figlia Chance e con la cagnetta Buffy. Il suo fraterno amico Leonard Pine oggi è un grosso nero macho, magro ordinato pulito atletico, brizzolato ormai, si arrangia da Hap e Brett quando non convive con amanti maschi, elettore repubblicano se vota. Hap e Leonard sono proprio culo e camicia. Si conobbero quando avevano circa 17 anni, non si sono più lasciati. Li abbiamo incontrati da investigatori avventurieri adulti, ben li abbiamo visti operare spesso insieme, ora sono in vena di ricordi. Quel giorno è tranquillo, leggiucchiano il quotidiano cittadino, per caso ripensano alla parabola del bastone, a come reagire quando qualcuno ti mena e opprime: Hap si era trasferito a Marvel Creek e, da ragazzino di campagna, pur dopo aver avvisato il preside, aveva presto avuto un problema a scuola con il bulletto che lo picchiava tutti i giorni. L’amato padre gli aveva consigliato di procurarsi un bel bastone e reagire, contro ignoranti e falliti è sbagliato fare i martiri, cattivi e malvagi vanno trattati diversamente dalle persone giuste e rette, aveva funzionato. Escono per andare al dojo ad allenarsi, esausti continuano a chiacchierare a luci spente, nella conversazione Hap si trova a ripercorrere vecchie storie della sua infanzia e della sua adolescenza, anche le prime che hanno vissuto insieme. Vanno avanti così quasi per un intero giorno, prima da soli, pure al caffè, poi a casa, quando le donne di Hap tornano e si incuriosiscono. Incontri e pericoli del vivere nella provincia americana razzista.

Un romanzo a mosaico sui primordi arricchisce la divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). La successione degli eventi non è sempre regolare, né si incastrano uno nell’altro; in alcuni Hap non è il protagonista, in altri Leonard non è ancora comparso all’orizzonte, in un caso serve addirittura la terza persona. Sono quattordici episodi inframezzati da dialoghi contemporanei, narrati non in ordine cronologico, collocabili fra il 1959 e il 1968, ambientati in un’area di poche decine di chilometri intorno al fiume Sabine, in parte pure a La Borde (dove vivono ora). Sono racconti, quando Hap inizia a parlare del passato è una narrazione assestante, breve e specifica. Il racconto più lungo, quello con Hap più giovane, è quasi in mezzo e dà il titolo generale alla racconta: uscendo dal cinema con la mamma, impiegata e pittrice part time, vedono un ragazzino nero che piange, lo fanno salire a bordo della vecchia Ford nera e sferragliante, sono anche loro poveri ma vige la segregazione e i neri stanno peggio. Lo nutrono e, in qualche modo, scoprono da chi riaccompagnarlo. Non vengono bene accolti, ritornano mogi ma la madre spiega ad Hap: “la vita ha i suoi lati buoni e i suoi lati cattivi. Ha la limonata e il sangue. E non puoi lasciare che il bene che abbiamo fatto, ossia la limonata, venga cancellato da qualcosa che è andato storto”. Hap e Leo sono apparsi come coppia vissuta in una decina di romanzi e qualche racconto (1990-2018), sempre narrati in prima da Hap, e in una serie televisiva che l’autore considera bella, pur non essendo “la versione ufficiale”. Costituiscono quasi due lati dello stesso personaggio e subiscono un invecchiamento rallentato. Qui, invece, sono due personalità imberbi e autonome, prima di e durante la sperimentazione della nuova amicizia, non sapendo a quale livello sarebbe giunto il loro legame. Hap fin dal liceo fu capace di vivere dimostrando di non essere razzista, a differenza del pur bravo padre meccanico tuttofare, coraggioso e fisicamente fortissimo. Leo aveva una precoce vocazione gay ed era molto legato allo zio. Insieme si stanno completando da decenni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Bad Panda, l’istinto del lupo (Le gialle di Valerio 194)

Luca Bonisoli
Bad Panda, l’istinto del lupo
Todaro Lugano, 2019
Noir
Valerio Calzolaio

Milano. Luglio 2014. Antonio Maria Agatino Morelli è un bipolare schizofrenico, ha una natura duale e continue esperienze di sdoppiamento, di allucinazioni mentali e di sogni a occhi aperti. Sessantenne sodo ma sovrappeso, con tutti i capelli in testa ma irsuto, fa lo schivo tosto ispettore di polizia ma gira in Punto verde. È sposato con Rosa, un paio d’anni più giovane, entrambi di origine siciliana; si sono amati, da tempo si limitano a rispettarsi e a convivere; avevano avuto il loro Tommaso quando lei aveva solo 17 anni e lui era rimasto nell’esercito dopo la leva per potersi sposare; il figlio quasi quarantenne vive e lavora a Londra come traduttore tecnico di testi. Agatino era cresciuto in un piccolo paese, a Montagnareale, la famiglia di medi proprietari terrieri ridotta sul lastrico dalla grande crisi del Ventinove, rovinati ed emigranti, lui traghettato fuori dai pericoli e dalla fame grazie alla nonna straordinaria che gli parlava pure dei miti greci e delle ideologie, di Platone Dante Leopardi Cattaneo. Oltre che lavorare sodo nel capoluogo lombardo, aveva fatto fino a 35 anni il feroce letale tallonatore in una squadra di rugby di Monza arrivata alla serie B, conquistandosi sul campo il nome di battaglia, inciso sul retro di una polo nera con innesti rossi: Bad Panda, ed è tutto dire. Il suo metodo è ascoltare la pancia, la dialettica interiore fra un lupo e un Neanderthal, Achille e Vulcano. Con l’amico e agente di servizio pugliese Pasquale vengono chiamati in un deposito di container dove un cane ha fiutato il cadavere marcio e scrosciante di una donna, indagano nonostante il capo (un “lui”) li abbia estromessi, l’amico esperto di deep web li porta in contatto con un mercato di schiavi e schiave. Agatino fiuta bene i criminali, da ex militare sa torturare e mette a repentaglio la vita di molti per autodistruggere la sua, definitivamente.

L’architetto manager Luca Bonisoli (Milano, 1967), disegnatore di scaffalature e archivi, vive a Melzo, è stato giocatore di rugby, ha scritto un gran bel noir. La narrazione è in terza fissa sul protagonista, buono o cattivo che sia, con qualche inserto americano dove 5 attempati mercenari professionisti italiani su 5 Fiat 500 sono pagati per far esplodere bombe e seminare terrore, con vari effetti collaterali e vittime innocenti dalle parti di Tucson. Il cattivo che li ha ingaggiati è sardo, vive all’estero e c’entra anche con Milano. La forza incalzante e avvolgente del romanzo è, comunque, Agatino e il doppio titolo a lui fa riferimento, al prevalere progressivo di un polo. La svolta viene provocata da una donna, Greta, molto bella, tratti mediterranei ben incarnati, due figli piccoli senza marito, medico psicoterapeuta all’inizio di un rapporto con Carlo, l’hacker che fa conoscere al poliziotto e a noi i mercati virtuali e i bitcoin, i siti inaccessibili di internet e il darknet. Greta sussurra ad Agatino di aver capito le sue due vite, l’altra al di là dello specchio, di poterlo aiutare. Lui la considera come una nipote, perché il lupo va a dormire appena lei appare; solo che il lupo serve a reagire contro i criminali e a riscattarsi, deve tenerlo ben attivo. E Greta è costretta a trovare, suo malgrado, altre forme di collaborazione. In realtà un po’ tutti i personaggi comprimari sono azzeccati, consapevoli della follia, partecipi, solidali e, insieme, strani, peculiari. La colonna sonora è dichiarata, loro abbinata, funzionale alla scrittura di scene e umori: Orange Blossom, Police, Pink Floyd, Gotye, Specials, Händel, Barkley. L’alcol ci sta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I tempi nuovi (Le gialle di Valerio 193)

Alessandro Robecchi
I tempi nuovi
Sellerio, 2019
Noir

Milano. Marzo 2019. Tre casi nella città che si rianima e galleggia sui soldi, almeno: viene trovato al volante dell’auto il cadavere dell’irreprensibile brillante studente 23enne Filippo Maria Gelsi, jeans calati fino alle ginocchia, mani legate al volante, colpo mortale alla tempia, una strana esecuzione; il 55enne sovrintendente Tarcisio Ghezzi fa confessare alla moglie la segreta indagine che sta conducendo per aiutare la nipotina 14enne della maestra Morganti, terrorizzata da un bullo per alcune foto impudiche, lei in prima liceo, lui in quarta, ricco e figlio di potenti; la magnifica 36enne Gloria Grechi anticipa subito 5 mila euro agli investigatori privati Falcone e Cirrielli della Sistemi Integrati per rintracciare l’amatissimo marito, il 43enne magnifico ricercatore sociologo Alberto Sentieri, inverosimilmente scomparso mentre progettavano il colpo del secolo a danno di furbi criminali. Carlo Monterossi c’entra, c’entra sempre, a lui piace guardare da (troppo) vicino le esistenze degli altri. Quasi subito si capisce che l’omicidio è legato al colpo, Carella e Ghezzi sono i poliziotti sul pezzo, Carlo è amico di Falcone e accetta di ospitare la cliente complice. Pur non volendone più sapere delle storie del cazzo con i morti e i feriti, amando alzarsi a metà mattinata e iniziando ad appassionarsi della “sua” produttrice, la fragrante e acuta Bianca Ballesi, Carlo non riuscirà proprio a stare un attimo tranquillo per molte settimane. D’altra parte, viene pure convocato ai piani alti della Grande Fabbrica della Merda per adattare il programma televisivo del mercoledì Crazy Love ai tempi nuovi, ci vorrebbe proprio che qualcuno costruisse a tavolino più fiducia nella giustizia e nella verità. Ma tutto ha un limite, anche gli agguati.

Il giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua la serie metropolitana d’alta qualità, ottimi romanzi con impasti culturali e sociali sempre migliori, densi e appassionanti, emotivamente tesi e ben stesi. La narrazione è in terza varia al presente, perché Monterossi è lo spunto per un protagonista investigativo plurale, le notevoli efficienti coppie Carella-Ghezzi, Rosa-Tarcisio, Falcone-Cirrielli, Gloria-Alberto, con Carlo quasi sempre di mezzo; e poi interessa un poco anche il terremotato equilibrio fra l’uomo grosso elegante e il suo presunto capo criminale, due veri cattivi. Questa volta andiamo un poco più a fondo nel conoscere l’affiatamento familiare a casa Ghezzi e, soprattutto, la svolta esistenziale di Agatina Cirrielli in Smart, giovane esperta responsabile del commissariato Greco-Turro. Si dimette, non gli piacciono le accentuazioni del nuovo corso d’incattivimento diffuso, polizia troppo forte coi poveracci, troppo guanti bianchi con ricchi e potenti, ancora più complicato per una donna. Tarcisio la presenta all’amico di Carlo, l’oscuro Oscar Falcone in Passat, tipo poeta russo poco più che trentenne, abile misterioso investigatore irregolare, che gira senza pistola e mantiene un’immensa ragnatela di contatti senza pastoie burocratiche, appena trasferito nel nuovo centrale funzionale ufficio di via Boscovich. Finiscono di arredarlo insieme, s’intendono subito. Faticano però, come tutti, fortunatamente, a ricostruire la catena del tanto denaro sporco convogliato ogni giorno in quattro basi da vettori inconsapevoli di una banca illegale, riciclato all’estero, in poco tempo riconsegnato poi lavato e stirato ai criminali. Piani sovrapposti: bell’idea di tutti i tempi! Nuovi, invece, sono i tempi dell’Italia xenofoba e razzista che fa da titolo e continuo disgustante sfondo contemporaneo al romanzo, con uno sceriffo pure nuovo agli Interni. Il whisky è sempre giapponese, la colonna sonora imperniata sulla cruciale canzone dylaniana, Brownsville girl, dedicata all’indimenticabile Gloria, che forse purtroppo non incontreremo più, in ben altre faccende affaccendata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il meticcio (Le gialle di Valerio 192)

Federica Fantozzi
Il meticcio
Marsilio, 2019
Noir

Roma e altrove, in Italia e più lontano. 19 giugno – 12 luglio 2017. L’intuitiva e scrupolosa Amalia Ami Pinter, sessantuno chili stabili per un metro e sessantacinque, capelli neri e lisci a caschetto, fossette sulle guance, naso sottile, occhi nocciola, fa la giornalista al quotidiano romano Il Vero Investigatore, specializzato in cronaca nera e giudiziaria in salsa nazional-popolare, con la redazione vicina alla Fontana di Trevi. Lei ha i genitori residenti in una fattoria della Maremma, abita sola in una vecchia palazzina dietro Ponte Milvio (con la testuggine Rododendra e con il nero cane Kira, appena ereditato e pure guardia del corpo), gira in città con lo Scarabeo Rosso (in alternativa alla Panda per gli esterni o alla bici per il tempo libero) e ora ha ricevuto l’incarico da parte dell’altissimo Capo Gabriele Maraschini (e forse degli stessi proprietari, una società editoriale di Montecarlo) di fare un servizio sull’aeroporto Leonardo da Vinci, uno dei non-luoghi che ama. Lì incrocia l’amico poliziotto Alfredo Pani, da poco trasferito alla Dac, Direzione centrale anticrimine, e si trova invischiata in una rischiosa indagine sui corrieri della mafia nigeriana, guidata dalla brutale sanguinaria Ascia Nera, forse ormai in combutta anche con la mafia. Viene addirittura ucciso il dentista dove era stata sotto mentite spoglie, non sa ancora bene come districarsi quando la mandano a seguire un’asta di diamanti a Palazzo Colonna. Qui un occasionale amico, Cravatta Giallo Zafferano, le fa capire dinamiche e segreti di un mondo che non conosce, combine e interessi, soprattutto rispetto a un integro rarissimo diamante rosso denominato Purple Rain (magari per un afflato rock di qualcuno nell’originario giacimento del Minais Gerais). Gli acquirenti li avevi visti anche a Fiumicino, qualcosa collega le due storie, forse il brasiliano Ezequiel Alves, la cui azienda salta intermediari e sconquassa il mercato. Violenze e sorprese non sono terminate, lo verificherà di persona anche a Siena e a Palermo.

L’avvocatessa e nota brava giornalista Federica Fantozzi (Roma, 1968), dopo i due buoni romanzi pubblicati oltre 15 anni fa, ha avviato una nuova gradevole appassionante serie con protagonista una volitiva collega. Narra in terza varia su diverse scene e vicende che pian piano s’intersecano (anche in Brasile, terra di meticciati vari, da cui il titolo). Il contesto criminale, sia della manovalanza che dei poteri forti, è molto ben documentato e aggiornato. Amalia non capisce bene di chi può fidarsi, probabilmente di nessuno in quei mondi, quello affaristico, quello giudiziario, quello informativo. Dopo non essersi visti per un anno e mezzo, il rapporto con Alfredo s’intorbida e si approfondisce, lui un poco più giovane, sempre serio ma logorato, fisico scolpito e postura da judoka, capelli arancioni a spazzola e ancora acne sul viso, legati in passato soprattutto da una dinamica di reciproci attrazione e scambio: Alfredo le passava tutte le informazioni divulgabili, Amalia gli riservava un trattamento stampa favorevole. Lei per altro legge i romanzi gialli ambientati in Cina di Qiu Xiaolong e ne è condizionata. Certo, alla fine sappiamo davvero di più dei delinquenti di origini nigeriani che gestiscono traffici e prostituzione, di miniere, gemmologia, disegno di gioielli e nuovi diamanti sintetici, di Palio e di arancine. Ma soprattutto di come funzionano oggi le redazioni dei mass media, e non è un bel vedere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le parole di Sara (Le gialle di Valerio 191)

Maurizio de Giovanni
Le parole di Sara
Rizzoli, 2019
Noir

Napoli. Primi mesi dell’anno. Teresa Bionda Pandolfi da sei mesi si è proprio innamorata. Chi l’avrebbe mai detto? Già ai Servizi, ora è capo di un’unità segreta e speciale, dura ed esigente, attempata pantera bionda dal corpo elastico e dalle curve da sballo, gusto per carne sempre fresca a letto, da una botta e via in vista di altri piaceri (potere, libri, vino, musica), più fragile e impulsiva di quel che sembra. Il ragazzo è bruno e bello al pari di un dio greco, occhi neri ridenti incantevoli, viso solare, si chiama Sergio Minucci, 28enne assegnista di ricerca presso l’Istituto di Diritto regionale dell’Università. Gli è stato raccomandato come stagista e lei, per la prima volta, ha mescolato vita privata e professionale. Solo che, dopo un’altra gran bella notte insieme, Sergio improvvisamente scompare, lei riceve una strana allusiva visita di un alto dirigente romano, non sa che fare, si rivolge all’amica ed ex collega Sara Mora Morozzi, occhi azzurri e tratti dolci, figura sempre minuta e capelli ingrigiti. Già pochi mesi prima l’aveva chiamata in causa un paio di volte per indagini appartate con procedure non convenzionali. Sara è appena diventata nonna, nell’ottobre precedente è nato Massimiliano, la mamma Viola è la 28enne ex compagna (vedova) del figlio, curiosa e brava fotografa. Sara possiede una sapiente peculiare caratteristica, dono o dannazione che sia: è capace di udire frasi e dialoghi a lunga distanza, affinata abilità che mescola comprensione visual-vocale delle labbra e interpretazione gestuale dei pensieri. Accompagnata da un poliziotto che già l’aveva aiutata e si è affezionato a tutti loro, il tosto e trasandato Davide Pardo, Sara cerca di capire meglio come è Sergio: va a visitare Rachele, la fidanzata ufficiale che ne ha denunciato la scomparsa; fa un giro in aule e uffici universitari, fra colleghi e studenti; cerca e incontra la mamma, con la quale formalmente vive. Dopo due giorni viene ritrovato cadavere, c’è sotto qualcosa di antico e di grosso, affari e politica.

Consolida il successo la nuova interessante serie di Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958). In attesa dell’episodio conclusivo della prima strabiliante saga del commissario Ricciardi ai tempi del fascismo (1931-32), una fine annunciata da tempo, in attesa della sincronizzazione fra televisione e letteratura della seconda collettiva serie dei Bastardi (ispirata all’87° distretto di Ed McBain), il cui ultimo episodio trasmesso anticipa sviluppi dei prossimi romanzi, Sara Morozzi risolve piacevolmente bei casi, ancora nella stessa città contemporanea del tifosissimo autore. Sara era una brillante graduata della Polizia di Stato, sposata con prole, prima di entrare nell’unità speciale e di innamorarsi del Capo, Massimiliano Tamburi, più vecchio di 23 anni, intensamente ricambiata. Lei ha vissuto e gestito nefandezze, ha abbandonato per amore un marito fedele e un pargolo piccolo, ha affittato una stanza e ha scelto un’altra esistenza, condotta con fermezza e coerenza finché è stato possibile. Poi lui si era ammalato e Sara aveva lasciato tutto, ritirata a invisibile vita privata per assisterlo. Da poco sono morti prima lui, 76enne, indi il figlio (abbandonato) Giorgio, in un incidente stradale. Non ha ancora nemmeno 55 anni, si nasconde a tutto e tutti, pur bella colta vivace. Ma ora è nato un altro Massi e l’amica di sempre si trova in vera difficoltà, la vita prende un’inedita appassionata direzione, ricomincia a fare il braccio che soccorre e punisce. La narrazione è in terza varia al passato sull’indagine, intervallata dal resoconto in corsivo di una delle prime vicende professionali di Bionda e Mora alle prime armi nel 1991, dal persistente dialogo di Sara con l’amore perso e da incursioni sulle piacevoli corse mattutine del regista del malaffare. La protagonista, pure attraverso i silenzi, custodisce parole nascoste che dicono tanto anche se non sono pronunciate (da cui il titolo). Ad aiutarla appare un vecchio collega ormai cieco e solitario, che usa in modo straordinario udito e olfatto con ottime capacità deduttive. Le descrizioni sono, al solito, accurate e toccanti: ecco un bel noir di sensi e sentimenti! Viola ama la musica degli anni Sessanta e Settanta, il buon operaio ascolta Battisti e non si fa distrarre. In coda al volume c’è il racconto (ambientato prima del primo romanzo) uscito nell’antologia Sbirre.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chi ha rubato Annie Thorne? (Le gialle di Valerio 190)

C.J. Tudor
Chi ha rubato Annie Thorne?
Rizzoli, 2019 (originale 2019, The Taking of Annie Thorne)
Traduzione di Sandro Ristori
Noir

Nottinghamshire. Settembre 2017 (e 1992). Non lontano dai resti della leggendaria foresta di Sherwood c’è Arnhill, inospitale paesino al centro della zona delle miniere inglesi nel cupo tetro Nord, i pullman non arrivano, la stazione ferroviaria più vicina si trova a una ventina di chilometri. Joseph Joe Thorne vi era nato il 13 aprile del 1997 e vi aveva studiato, prima di subire traumi affettivi e andarsene a insegnare altrove. Lì due mesi prima sono morti in modo cruento una donna e un ragazzo, Joe riceve a Manchester una mail che lo riporta indietro nel tempo e decide di tornare con quel rottame della sua Golf. Ora, a inizio anno scolastico ha trovato posto come professore d’inglese nell’istituto che aveva frequentato, affittando proprio il cottage del recente fattaccio. Quand’era un quindicenne povero, timido e impacciato fu accolto nella banda del bello intelligente sadico bullo, insieme trovarono una botola d’ingresso ai cunicoli e un ossario di bambini. La sorellina di 8 anni li aveva seguiti con la torcia, avevano tutti avuto paura e, nella confusa fuga, Annie aveva subito un colpo e poi era scomparsa per due giorni. Al ritorno nulla era più stato come prima. Nei mesi successivi Annie sembrava come impazzita, un amico era entrato in depressione e si era suicidato, a causa di un incidente d’auto erano morti prima il padre e la stessa sorella di Joe, in seguito la madre. Ora Joe è perseguitato dai debiti di gioco e dalla killer inviata dal Ciccione per fargliela pagare, ma vuole comunque scoprire cosa era veramente accaduto 25 anni prima. Trova il bullo padrone effettivo del paesino, l’amata carina furba amica di allora moglie (malata) del bullo, l’unico figlio del bullo a spadroneggiare in classe e fra i coetanei. Viene minacciato e malmenato più volte, gira fra pub, riaffiorano suoi rancori risentimenti paure incubi, emergono malefici e segreti del villaggio, non è affatto certo che riesca a venirne fuori.

C. J. Caz Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con il compagno e la figlia. Ha lasciato la scuola a sedici anni e poi ha fatto di tutto un po’, sempre scrivendo come prima o seconda attività. Dopo l’enorme successo del romanzo d’esordio L’uomo di gesso (agosto 2017) torna ai lettori del globo con una seconda avvincente convulsa (e poco entusiasmante) storia narrata in prima persona al presente (con incisi sui trascorsi al passato). Il contesto è un piccolo claustrofobico centro, imperniato unicamente sulla pervasiva miniera di carbone (con i propri tanti incidenti sul lavoro e conflitti di classe), ora abbandonata da oltre un decennio, ormai desertificato e lontano da tutto. Più che criminalità metropolitana endemica vi domina la minuta sopraffazione sociale. La vecchia banda è ancora sulla bocca di tutti, una dinamica “genetica”, di cui Joe ha fatto parte per breve tempo, pur comprendendone a fondo i meccanismi relazionali. Annie e il fratello erano legatissimi, gli è stata presa (da cui il titolo) e non si è più ri-preso. Annie era una signorina piena di vita, stupidamente intelligente, insopportabilmente dolce, divertentissima e spassosa, cocciuta e frustrante. L’alto e magro Joe ha una gamba malandata e occhi scuri iniettati di sangue, niente famiglia e figli, sciatto incallito fumatore bevitore, non esattamente un eroe positivo. Anzi, il romanzo è pieno di cattivi o di cattiverie e molto fa riferimento al clima che si respira nelle scuole, colpa dei bulli da una parte, dell’apatia opportunistica dall’altra. Birra a fiumi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Da molto lontano (Le gialle di Valerio 189)

Roberto Costantini
Da molto lontano
Marsilio, 2018
Noir

Roma e Ravello. Luglio 1990 e gennaio 2018. Dopo la vittoria in Spagna e l’eliminazione agli ottavi in Messico, l’Italia (penultima vincitrice) ospita la quattordicesima edizione dei mondiali di calcio, qualificandosi bene per le semifinali con l’Argentina (ultima vincitrice, Maradona giocava col Napoli). Michele Mike Balistreri, moro e muscoloso commissario alla Terza sezione (Omicidi) della Squadra Mobile, sta per compiere 40 anni e continua ad avere solo rabbia e odio come motori della vita, esaltato e spietato, straniero ovunque. Il fido ispettore Capuzzo lo chiama domenica primo luglio e gli impone subito di inforcare il Duetto, assonnato e scarmigliato come si trova. Il magistrato leghista Mirko Locatelli sembra preoccupato per la lettera anonima giunta al Messaggero il giorno prima, come riportato quella mattina da un articolo (con occhiello in prima): potrebbe essere scomparso il 22enne Umberto Petruzzi, ostico riservato testardo e bellissimo figlio del potentissimo ricchissimo Prospero. Devono andare insieme presso l’immensa tenuta collinare del padre, ville statue colonne piscina cinema giochi giardini rimesse parcheggi. Vien detto loro di non preoccuparsi proprio. Conoscono anche la figlia Elide, ingegnere e sorellastra maggiore del ragazzo, si sta allenando nel tiro al piattello, spiega che l’avvocato factotum Annibaldi ha ipotizzato una fuga con una nuova fiamma, mentre lei è più convinta di un improvviso interesse culturale, niente di che. Indagano, capiscono che ci sono sotto loschi affari, anche la camorra; s’impicciano e rischiano finché poi la malvagia situazione precipita e trova parziale formale conclusione. Il cattivo presunto colpevole esce dal carcere a Natale 2017, il caso si riapre, ora Prospero è senatore, Mirko al CSM. Mike ha quasi settant’anni, da sei in pensione, abbastanza sereno con Bianca, Linda e i suoi ex agenti, pur con vuoti di memoria e sensi di colpa.

Il consulente aziendale e dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l’avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il sesto romanzo, in prima persona come al solito la prima parte (sul passato), in innovativa terza varia la seconda parte (sul presente). I suoi romanzi sono professionali opere d’alta ingegneria: un complesso sofisticato castello abitato da una quindicina di personaggi in rete, con innumerevoli stanze corridoi anfratti e stanze segrete, dialoghi intenzioni retropensieri e incroci inaspettati, ove sesso e crimine la fanno da padroni. L’unico vero poliziotto sembra Capuzzo, pure alle prese con primi cellulari e computer portatili. In copertina la significativa terrazza di Ravello, a picco sull’acqua. Il fulcro narrativo ed emotivo è Balistreri, una straordinaria cupa capacità di fare introspezione e connessioni, insieme al permanente successo con le donne, in quei giorni dell’estate 1990 apparentemente ne sedusse almeno quattro, perlopiù false e furbe: Silvana Beldon e Clara, rispettivamente bella compita assistente e mite moglie del magistrato; Francesca Cruciani, magnifica esuberante sorella della fidanzata di Umberto; la stessa Elide, piccola e allenata, leggermente strabica e molto dominatrice, maschiaccio che si eccita solo con sangue e dolore. L’amico Angelo Dioguardi una volta gli disse: “in certi casi o ti uccidi o riesci a guardare te stesso da molto lontano, dimostrando ogni giorno di essere meglio di ciò che eri…” (da cui il titolo). Chiacchierando col boss Sabatino Merola allo stadio, Mike osserva la meraviglia di Maradona nel palleggio. Quando trova i primi morti sulla barca, lo stordiscono e in ospedale la dottoressa gli consiglia di leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (1985); anche Silvana lo aveva da parte; pur se lui resta sempre ossessionato dalle ultime pagine di L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (1984). Vino rosso argentino (Clara) o brunello (le due sempiterne innamorate)? Mike ascolterebbe di continuo Cohen, Elide invece Rachmaninov suonato al piano da Yuja Wang, tutti gli altri le musiche delle notti magiche del tempo, da Madonna a Bennato; e qualcuno ora balla pure la zumba.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ragione da vendere (Le gialle di Valerio 188)

Enrico Pandiani
Ragione da vendere
Rizzoli, 2019
Hard-boiled

Parigi. 24 agosto – 2 settembre 2018. Il commissario Jean Pierre Mordenti con la compagna Tristane sono a cena (magrebina) dal collega Alain Servandoni e dalla moglie Karima, nel nono (square Montholon). Mentre ancora gozzovigliano e chiacchierano in piena notte (fra venerdì e sabato), dalla finestra aperta del balcone sentono una frenata, un cozzo, un colpo e altre detonazioni. Non è solo un incidente d’auto, si affacciano e una raffica di mitra colpisce sopra le loro teste, sono stati un uomo e una donna orientali che stavano spostando una ragazza bruna e una cassa da un furgone a una Škoda. Scendono con le armi in pugno, è restato lì solo il cadavere di un cittadino inglese, il 52enne George Stubbs, operatore della Mayfair Brokers Co. di Londra. Arrivano poliziotti di ogni ordine e grado, la squadra-famiglia guidata da Pierre cerca di individuare colpevoli e movente. Incontrano la moglie della vittima che non sembra molto interessata, non perde tempo a riconoscere la salma, fa strani ammiccamenti di sesso e truffa, scompare. Incontrano l’agente di Scotland Yard che, pure lui, scoprono non essere in servizio, implicato in un grosso affare di ricettazione di un bene archeologico di inestimabile valore, una specie di Falcone Maltese. E questi sono solo gli inglesi! Poi ci sono di mezzo vietnamiti e cinesi, collezionisti e ricettatori, bande criminali e doppiogiochisti, vari servizi segreti. Si fa viva pure un’investigatrice privata italiana, Zara Bosdaves, capelli biondi e occhi grigio-verdi, alta snella avvenente, circa 40enne, ottime tecniche di aikido e scasso. E il direttore massimo, il patron uomo di sasso Patrick Le Normand (padre di Tristane e nonno di Ben) è preoccupato che questa volta les italiens (come li chiamano alla Crim) non ce la facciano a venire a capo del caso o, almeno, a uscirne vivi con salvi i loro affetti (ben coinvolti).

Il bravo grafico editoriale, illustratore e sceneggiatore (infografico del quotidiano La Stampa) Enrico Pandiani (Torino, 1956) ha pubblicato il primo romanzo dieci anni fa, iniziando la serie dedicata al generoso arrembante Pierre e al gruppo di agenti capitani comandanti parigini di origine italiana, giunta al settimo romanzo. Nel 2012 ha preso poi avvio la serie di Zara, ex poliziotta nel nord-est, ora “private eye” torinese, giunta alla quarta avventura, se così si può dire. Infatti, qui i suoi due principali protagonisti s’incontrano, si scontrano, s’aiutano e si piacciono, pensano di avere un passato in comune. Ognuno dei trenta capitoli ha come titolo la frase con cui finirà. Narra Pierre, in prima persona al passato, erede del duro padre morto in servizio della compagnia motociclisti e memore della madre tornata a vivere in patria (nostra). Bisogna capire attorno a cosa ruota la giostra di opere d’arte, femmes fatales, sbirri britannici, tagliagole cinesi, ma tutto avviene di corsa, in clima hard-boiled: smitragliate, colpi d’accetta, mosse marziali, fucilate d’assalto, scazzottate a ripetizione, con intermezzi sentimentali e minima introspezione (intensa solo per il protagonista). Funziona: non c’è un attimo di tregua emotiva, una mano lava l’altra! Interessante la vicenda del monumentale esercito di terracotta di Xi’an. Fra l’altro, è in corso il discusso perturbante trasferimento della Gendarmérie dall’arca di Noè in centro al Bastione di vetro e metallo in periferia, dal mitico 36, Quai des Orfévres, nell’Île de la Cité, a pochi passi da Notre-Dame (il più famoso commissariato della storia del cinema e della letteratura mondiale), al ribadito 36, rue du Bastion, per raggruppare a Batignolles tutti i reparti e i 1.700 funzionari finora sparsi. I vini sono francesi, scelti sempre da Pierre: il franco-algerino Coteaux de Mascara nella sanguigna bettola di Poissy, Gaillac Les Gravels domaine Rotier per Zara fuori, “spumante” Vouvray per Zara e inglesi a casa, il rosso Gamay con Zara e Tristane. La musica è quella che si ascolta per radio in auto, come capita, dagli Animals agli Heartless Bastards.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La misura dell’uomo (Le gialle di Valerio 187)

Marco Malvaldi
La misura dell’uomo
Giunti, 2018
Noir storico

Milano. Ottobre 1493. Quando ha 41 anni, Messer Leonardo di ser Piero da Vinci (Toscana 1452 – Loira 1519) si trova nella ricca popolosa città lombarda (già dal 1482), ai servigi del quasi coetaneo (pochi mesi più giovane) Ludovico Maria Sforza detto il Moro (1452-1508). Vive nei locali attigui alla bottega con la madre Caterina e il giovane Gian Giacomo Caprotti detto il Salai, garzone trattato con indulgenza nonostante sia ladro e bugiardo. Ha un volto strano, maschio più che bello, con lunghi capelli biondi e ciocche grigie, barba folta, occhi dolci; sembra distratto, studia movenze animali ed espressioni facciali; non mangia carne e pare non si accompagni (carnalmente) a donne. Vestito spesso di rosa, fa genialmente di tutto e di più alla corte del potente signore (studi, progetti, decorazioni, pitture, musiche, ingegnerie, invenzioni, armi e uniformi, giochi di luci e suoni, consulenze professionali ed emotive), da quattro anni ha soprattutto l’incarico di realizzare un colossale monumento equestre, alto più di 7 metri, possibilmente in bronzo, leggero e resistente, dedicato al padre Francesco, primo duca Sforza di Milano. Da dieci si è vantato di poterlo realizzare, finora senza successo; schizza connessi meravigliosi disegni e appunta di continuo (da destra a sinistra) sui fogli di pergamena giallastra del taccuino da cui mai si separa; sta completando il modello in creta. Ora deve risolvere un mistero, fra gli intrighi politici di palazzo e le relazioni militari coi francesi: un uomo è stato trovato cadavere in un cortile, il Piazzale delle armi interno al castello; il giorno prima aveva chiesto udienza al duca; potrebbe essere stato ucciso anche se non si capisce come e perché. Il Magistro Ambrogio è convinto di una morte naturale, Leonardo ritiene invece che sia stato assassinato facendogli mancare aria nei polmoni. Vai a dimostrarlo! E a scoprire false monete e furberie finanziarie dei banchieri!

Un noir storico su commissione per il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974). Siamo a 500 anni dalla morte di Leonardo, era un’ottima idea farlo rivivere con garbo e ironia, mescolando ingegnosamente eventi storici e intrecci plausibili per un romanzo di ampio meritato successo, con una narrazione in terza varia al passato. L’intenzione non era rivolta a scrivere un capolavoro letterario, piuttosto un gustoso onesto parodistico divertissement, una sfida e un vincolo utili a riaccostare i lettori contemporanei al genio universale, oltre che a costumi, architetture e arti rinascimentali. Comprendiamo meglio anche le dinamiche della Francia con repubbliche e regni (e papato) italiani, poi decisive per gli Sforza; il lavoro di inventori e spie per fabbricare solidi cannoni mortiferi; il senso antico del prestare denaro per i singoli e le comunità (anche nella Firenze medicea). Leonardo mirava e tratteggiava spesso le mirabili proporzioni anatomiche umane, un punto di partenza su cui poi poteva misurarsi la vita intellettuale, anche per chi come lui non era di nobili o ricchi o esemplari natali e riusciva a essere solo anche in mezzo alle persone: “è nella crescita e nello imparare, non nella nascita, che si vede la misura dell’uomo” (da cui il titolo). “Solo con l’osservar la natura, e gli altri homini, l’homo apprende. Ma senza comparare ciò che si fa con ciò che si crede, ciò che si aspetta con ciò che succede, l’homo non può crescere sano nel suo intelletto e giudizio. E l’unico modo per haver cognizion dell’errore è misurarsi con la natura istessa, giacché, a differenza dell’homo, mai mentisce”. La nota finale ci segnala, con autoironia, di aver appena gustato un libro pieno, appunto, di errori, steso da un autore che, pur essendosi molto documentato, non poteva non possedere una certa dose di faccia di bronzo nella descrizione dei pensieri del protagonista.

(Recensione di Valerio Calzolaio)