Onde confidenziali (Le gialle di Valerio 142)

Marc Fernandez
Onde confidenziali
Sellerio, 2017
Traduzione di Francesco Bruno
Noir Hard-Boiled

Madrid. Qualche anno fa. Una donna fuma e ascolta in auto “Clandestino” di Manu Chao, finché non passa Paco Gómez, 36enne consigliere comunale dei franchisti dell’AMP (Alleanza per la maggioranza popolare), candidato a fare il ministro dell’Economia nel prossimo governo dei neo vincitori di destra alle elezioni politiche spagnole (quelle dopo la legislatura in cui fu approvato il matrimonio per coppie omosessuali). Gli spara alla nuca con una P38 nuova fiammante, un inizio di vendetta. Dopo aver votato, il sofferente giornalista slow Diego Martín (1970) è rientrato a casa nell’appartamento di Malasaña, vive solo (depresso, senza amore e senza sesso) da quando il capo del cartello di Juárez ha fatto uccidere l’amatissima moglie Carolina cinque anni prima, e ascolta davanti alla tv le pessime notizie sui risultati elettorali. Passano sei mesi. Diego è un democratico di sinistra, ma non gli hanno cancellato il programma settimanale di ogni venerdì, la seguita trasmissione “Onde confidenziali” dell’emittente pubblica Radio Uno, due ore dalla mezzanotte in avanti, in cui si occupa soprattutto di mala giustizia e ospita dettagliate cronache di un anonimo magistrato. Una sera decide di riparlare dell’insoluto assassinio di Gómez, ha chiesto alla sua bionda amica transessuale Ana Durán, già escort di gran classe, ora ottima detective privata, di dargli qualche spunto nuovo, inoltre vuole intervistare la madre della vittima. Quel pomeriggio la vendicatrice ferma l’auto del 90enne ricchissimo notaio Don Pedro de la Vega (legato alla destra della destra) e, quando lui abbassa il finestrino, gli spara in fronte e cancella il secondo nome dall’elenco di cinque che ha appuntato su un foglio. Diego scopre che Ana aveva avuto l’incarico di indagare sul notaio da parte della bella alta mora Isabel Ferrer, penalista francese da poco trasferitasi a Madrid per fondare l’Associazione nazionale dei bambini rapiti (Anbr).

Dopo vari libri inchiesta a quattro mani (con Jean-Christophe Rampal, anche su Ciudad Juárez), il giornalista francese Marc Fernandez (1973) esordisce nel “polar” (originale del 2015) con un interessante ritmato romanzo, Mala vida (titolo preso da un’altra canzone di Manu Chao). La narrazione è in terza varia al presente, concentrata in parallelo sui due protagonisti, Diego e Isabel, destinati ad attrarsi, almeno un poco, mentre la discutibile vendetta procede. Lo spunto è un fatto di cronaca nera: nel gennaio 2011 l’Associazione nazionale delle vittime delle adozioni irregolari (Anadir, «ricongiungere» in spagnolo) presentò una denuncia per la scomparsa di 261 bambini durante il periodo del franchismo; la dittatura era durata dal 1939 al 1975, il numero delle possibili vittime ben presto si moltiplicò, la vicenda creò enorme scalpore nelle regioni spagnole più coinvolte, emerse che i crimini erano continuati anche dopo Franco. La stessa Isabel ha la nonna 89enne Emilia nel XVIII° arrondissement di Parigi, cui fu sottratto a Madrid (in un ospedale gestito dalla Chiesa) il neonato in fasce quando aveva 21 anni e militava nel Partito comunista, e che accetta l’invito della nipote di farsi intervistare da Diego. C’era una vera e propria organizzazione criminale legata al regime franchista e creata al solo scopo di privare dei figli alcune famiglie di oppositori. Per il resto, i riferimenti politici sono liberamente tratti dalla vicenda spagnola. I cenni all’Italia riguardano una sorta di “berlusconizzazione” del paesaggio mediatico nazionale da una parte, il rischio per individui che ficcano il naso dove non dovrebbero di ritrovarsi a “vivere come Saviano”, sotto protezione permanente, dall’altra. Calimoxo è il miscuglio obbrobrioso di Coca e vino; meglio il rum del Venezuela e un bicchiere di Rioja. Diego ama anche Pink Floyd e Noir Desir, Isabel Mozart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Bastardi in salsa rossa (Le gialle di Valerio 141)

Joe R. Lansdale
Bastardi in salsa rossa
Einaudi, 2017
Traduzione di Luca Briasco
Noir Hard-Boiled

LaBorde e Camp Rapture, East Texas. Giorni nostri. Questa volta Hap e Leo sono soli. Brett, risoluta compagna rossa del primo, e Chance, recente figlia adulta, hanno l’influenza, sono gonfie e apatiche, restano sempre a casa. John, storico e credente compagno di vita del secondo, se n’è andato di nuovo. Hap è uscito dalla lunga convalescenza per il grave accoltellamento allo stomaco. Mentre Leo si trova a Houston occupato a far sesso con un ragazzo conosciuto in rete, lui svolge lavoro d’ufficio nell’agenzia d’investigazioni Sawyer (Brett), in compagnia della femmina di pastore tedesco Buffy. Riceve la visita della stanca signora di colore Louise Elton che abita lì di fronte. Le offre un caffè e i biscotti (di Leo), è convinta che il figlio Jamar sia stato ucciso, forse proprio da poliziotti, nella zona delle case popolari del quartiere nero. Tenta un sopralluogo, incontra la dura “adorabile” ragazzina 14enne Reba Little Woman e altri delinquentelli, capisce che il caso sarà complicato, lo affronteranno insieme, col solito spirito indomito e samaritano. I fratelli di fatto Hap Collins e Leonard Pine continuano a deridersi e divertirci su tutto (dal sesso alla caduta dei capelli, dall’amore al ring), stanchi fallaci uomini di mezza età dalla pelle dura e dalla lingua lunga. Jamar era uno studente brillante e un pugile promettente, contestava violenze gratuite, mostrava molto fastidio verso il poliziotto che insidiava la sorella minore Charm, filmava tutto, così era stato minacciato e poi picchiato a morte, anche per impedire che venissero fuori affari sporchi. Alcuni hanno luogo all’interno di una segheria abbandonata, accanto a un grande stagno di acqua salmastra che raccoglie polveri, segature e cadaveri di cani (in tal modo) “arrugginiti”, morti in combattimento.

Decimo ottimo romanzo della divertente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951), dal titolo americano intraducibile (Rusty Puppy, Cucciolo Arrugginito), mentre il titolo italiano strizza l’occhiolino a Tarantino (del resto, i due appaiono anche in una serie televisiva giunta alla terza stagione). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, ha fatto obiezione di coscienza lottando con la galera contro il Vietnam, brevemente sposato, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, arsenale nascosto in casa, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, pratica megachecca impaziente, luce maligna negli occhi, decorato in guerra, appassionato di Dr Pepper e biscotti alla vaniglia, manovalente per lavorare e menare, magro ordinato pulito atletico, ma ormai brizzolato, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona, lui che legge molti gialli e raccoglie un poco lo “stampo” dello scrittore, “ateo morale”, narrando l’indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi sul mondo della pirotecnica complicata imperfetta coppia. E, quando la bellissima impresaria (di colore) delle pompe funebri prova ad aiutarli con alcune “supposizioni” e aggiunge che però ha letto “troppi romanzi gialli”, è Leo a commentare: “forse dovremmo leggerne tutti di più”. Poco alcol e succo di mirtillo per Hap. E nello stereo entrambi preferiscono ascoltare il cd di Kasey (Lansdale), non a caso, altro che hip hop!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un anno in giallo (Le gialle di Valerio 140)

Autori vari
Un anno in giallo
Sellerio, 2017
Giallo Noir

Tempi e luoghi d’abitudine. Salvo Montalbano, mentre il giorno della Befana mangia il meglio cuscus di tutta la Sicilia nei paraggi di Monte Cofano, viene importunato da Saverio, il compagno della bella cameriera, che prima gli accenna della richiesta d’aiuto del commendator Zicari di Vigàta (lo strano furto subito dall’amante) e poi intelligentemente lascia perdere per non rovinargli il pranzo; tanto il commissario torna a casa ed è già scafato di suo. Saverio Lamanna non è convinto della confessione di un presunto assassino (del ragazzino caduto nella cisterna) e invoca la presenza dell’avvocatessa Cornelia, figlia di un conoscente di Trapani; ma lei lavora a Londra e ci pensa lui, indaga e infine spiega al maresciallo quanto accaduto a febbraio. Cornelia Zac quel dì di marzo 1984 sta leggendo un libro di Gary consigliato da Vince, professore biblioterapeuta, come medicina contro lo stress, e non s’accorge che il quasi adottato giovane Leroy è uscito, rischiando la vita come la vera madre; va fermata la gang di spacciatori anglo-somali. Vince Corso, dopo aver aiutato ad aprile il primo cliente uomo, vorrebbe scrivere l’ennesima cartolina vuota al padre sconosciuto, proprio davanti a un bar di via Merulana dove l’anziano Ampelio e altri vecchietti in gita turistica brindano in toscano alla giovinezza col Campari; si trattava di scoprire l’autore della dedica rivolta alla moglie (morta da parecchio) ora rinvenuta su un libro d’amore. Nonno Ampelio, Aldo, Massimo e gli altri del BarLume di Pineta sfogliano un giornale di maggio leggendo sia della conferenza a Pisa del noto sceneggiatore Monterossi su Dylan sia del furto di cento preziose bottiglie di vino nel caveau del ristorante di un noto sommelier; è tutta questione d’annate. Carlo Monterossi sta facendo altro a Milano quel giugno; i due killer che già tentarono di ucciderlo sono alle prese col doppio incarico di un marito e di una moglie che si vogliono reciprocamente morti e Carella non ha ancora niente in mano, fortuna che deve andare a prendere a Linate la collega siciliana Angela per uno stage di formazione. Angela Mazzola a luglio comunque va in vacanza a Lipari dove la libraia turco-tedesca Kati le consiglia e regala Winslow; è giovane e inesperta, alle prime armi nel servizio prevenzione antiscippi, però s’intestardisce sulla storia di un bel palermitano scomparso forse con l’attrice del film girato a Ballarò e fa bene. Kati Hirschel non riesce proprio ad accettare come stanno rovinando Istanbul sempre più vuota di turisti europei, pensa di consolarsi ad agosto con il nuovo romanzo su Petra in arrivo alla sua libreria e con la madre tornata dalla Spagna per qualche giorno di vacanza; non sa che il Presidente è in pericoloso giro per moschee. Petra Delicado è terrorizzata dai rientri di settembre, in crociera ha visitato bei posti e incontrato simpatici individui come una coppia milanese, Angela e il tappezziere in pensione della casa di ringhiera; a Barcellona le passano il caso del figlio accoltellato di una vecchia ricca compagna di classe e s’indispettisce ancor più. Per altro Consonni è finito chissà dove e forse non verrà mai a sapere cosa è accaduto d’ottobre al caro condomino 84enne Luis De Angelis, costretto a rifugi d’emergenza dopo aver incautamente aperto a tal commissario Spotorno della squadra metropolitana antitruffa. Vittorio Spotorno, anni addietro, quando era molto amico di Lorenzo La Marca e vicequestore a Palermo, con moglie e figli aveva partecipato a una novembrina raccolta di olive sulle Madonie, ricevendo in busta uno spinello dal collega romano Rocco; per poi industriarsi a capire come fosse morto un ladruncolo nel terreno vicino. Rocco Schiavone ha influenza e febbre (forse 37,3) quando quel dicembre trovano morto Donato Brocherel nella casa di montagna sopra Aosta, per telefono guida Italo sui giusti passi, anche se (odiando il periodo natalizio) preferirebbe dormire e leggere almeno il primo dei due libri con Salvo del famoso Camilleri che gli hanno portato; il fatto è che il delitto è collegato a un vecchio caso del 1997 a Santhià.

Le novità di quest’ultima bella raccolta di racconti gialli inediti sono diverse e positive, pur in continuità con le accorte riuscite sperimentazioni che hanno costituito una svolta nel genere del genere. Sono ancor più gli autori coinvolti della scuderia Sellerio: Camilleri, Savatteri, Simonetta Agnello Hornby (giallista e personaggio nuovi, libro prossimo), Stassi, Malvaldi, Robecchi (libro imminente), Costa (personaggio nuovo, libro imminente), Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami (altro inquilino), Piazzese, Manzini. Il tema sono i dodici successivi mesi dell’ambientazione temporale (talvolta non contemporanea, come in Agnello Hornby e Piazzese), uno ciascuno. Chi scrive ha trovato un ironico modo di fare cenno al principale personaggio dell’autore seguente (che poi magari stavolta è marginale, come in Robecchi, Recami e Piazzese) in una sorta di ideale staffetta (e l’ultimo chiude il cerchio). La lunghezza è molto omogenea (poco più lungo Savatteri, pochissimo più breve Stassi). Vi sono letture reciproche e scritture a loro volta condizionate dai sodali, una contaminazione che non inficia gli stili noti e amati di ogni autore.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo del labirinto (Le gialle di Valerio 139)

Donato Carrisi
L’uomo del labirinto
Longanesi, 2017
Noir Hard-boiled

Un non-luogo: una città dove, a causa delle alte proibitive temperature, le autorità raccomandano alla popolazione di dormire di giorno e tengono aperti solo di notte uffici pubblici, tribunali e scuole, con conseguenti turni di ospedali, polizia e vigili del fuoco, orari di società private, negozi e centri commerciali; nomi e cognomi meticci, anglofoni perlopiù. Oggi: i giorni apocalittici dei cambiamenti climatici globali contemporanei. La 13enne Samantha Sam Andretti era stata rapita il 23 febbraio di quindici anni prima, faceva la seconda media, giocava a pallavolo e uno dei ragazzi più carini della scuola proprio quel giorno aveva chiesto di parlarle tramite interposti amici. Stava verificando fondotinta e capelli (castani) sui finestrini a specchio di un minivan bianco; qualcuno con una maschera gigante di coniglio l’aveva trascinata dentro, rinchiusa, tenuta poi in cattività in una specie di labirinto, con efferatezze varie (sevizie, abusi, inganni e giochi crudeli). Ora, non si sa come, è riuscita a fuggire, nuda, con tante escoriazioni e una gamba rotta; l’hanno portata in ospedale; gli immensi cumuli di farmaci ipnotici e la lunghissima durata di prigionia grigia (ha addirittura partorito?) renderanno lento e incerto il recupero fisico, psicologico, sociale. L’investigatore privato Bruno Genko ascolta la notizia, a suo tempo aveva cercato il sadico per conto del padre, era uno dei pochi casi che non aveva risolto. Ora è a fine corsa e ritira fuori le carte, cerca i poliziotti coinvolti nel caso. Sono appena scaduti i due mesi di vita che i medici gli hanno dato per la sua incurabile malattia (un batterio infetto nel pericardio). Ogni attimo in più è un’incognita e una sorpresa. Li dedicherà a indagare e, a fatica, troverà tracce per capire chi possa essere il coniglio, uno fra i tanti che purtroppo si dedicano a schiavizzare i figli del buio.

L’ottimo sceneggiatore (originariamente) Donato Carrisi (Martina Franca, 1973) ha avuto enorme mondiale successo dal suo peculiare modo di raccontare il lato oscuro della mente umana, sia con i premiati romanzi (dal 2009, questo è l’ottavo) sia con il recente film (del 2017, tratto dal sesto). I protagonisti sono i due sopravvissuti, narrati in terza varia (talora in prima la ragazza che non è certa di poter e voler davvero ricordare quanto accaduto), anche se vien presto fuori che anche Mila, Maria Elena Vasquez (eroina di due precedenti libri), stava indagando sul caso e che “l’uomo” del titolo è il rapitore carceriere, evidentemente uno di quelli con una vita normale, in apparenza. Pare siano tanti nel mondo i casi di bambini segregati in tane sotterranee, sepolti vivi da sadici “virtuosi” che non si accontentano di uccidere, si nutrono della paura permanente che inducono, vogliono costringere le vittime ad atti abominevoli, tenerle plagiate, consolandole (e consolandosi così) per il fatto di essere dei mostri. Alla lunga, il grigio rende mansueti. Come nelle opere precedenti, il mostro genera mostri, il meccanismo è a terribili scatole cinesi, si è sempre dentro una pessima matrioska russa più grande, anche se non è possibile rendersene conto ogni volta. L’ambientazione è di edifici, strade, ponti, paludi, campagne, neve, pioggia, sole; niente di denominato geograficamente, niente mappe, niente che consenta di rassicurarci. Il primo autentico “labirinto” è sempre nella nostra mente, lì l’autore vorrebbe portarci, dove i nomi non hanno alcuna utilità e, come dice la suora, “Dio è un bambino, non lo sapeva? Per questo quando ci fa del male non se ne rende conto”. Bruno si diletta ancora un poco con la tequila e il Bach di Glenn Gould.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto (Le gialle di Valerio 138)

Fulvio Capezzuoli
Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto
Todaro, 2017
Giallo

Milano. Ottobre 1948. Il commissario Gianfranco Maugeri, già comandante partigiano durante la Resistenza, sprovvisto di senso dell’umorismo, vive in una casa per funzionari di Polizia con la moglie Giovanna e il figlio Giacomo (influenzato). L’amico vice questore gli ha chiesto di parlare con una vecchia signora, la 62enne Susanna Bellingeri, occhi scuri e labbra carnose, alle prese con strani rumori (da “fantasmi”) nel solaio della bella palazzina Liberty di via Ludovico Ariosto, zona Magenta. Quel sabato va e ascolta, poi attiva qualche procedura di verifica e sorveglianza. Eppure la mattina presto del lunedì successivo il bel serio cameriere Enrico Bonavita trova Susanna morta, seduta in poltrona. Abitavano con la sorella Elisa, malata e invalida, talora con la bella infermiera Franca, talora con Giovanni, architetto 35enne residente a Londra, figlio di Simone, il terzo fratello, deceduto suicida durante il conflitto. Marco Fulgenzi, il medico di famiglia spiega che Susanna non aveva particolari malattie, proprio mentre sentono il suono di un campanello. E nel solaio trovano un campanello con alcune impronte, che la Scientifica dirà essere appartenute ad Attilio Colombo, un condannato a morte nel 1938 per uxoricidio, fucilato dunque dieci anni prima. Per altro l’ispettore Valenti si era accorto di una macchiolina di sangue, caduto da una minuscola puntura al centro della nuca, più o meno in corrispondenza della parte terminale del tronco encefalico: Susanna è stata uccisa, e con le stesse modalità della moglie di Colombo. La vicenda appare molto ingarbugliata, in un intrico di relazioni affettive e politiche che chiama in causa famiglie ebree e affari svizzeri, foto di nudità e identità occultate. Poi anche Enrico viene ucciso, in solaio. I brividi (paranormali) non si placano.

Il bravo storico critico cinematografico Fulvio Capezzuoli (Cava de’ Tirreni), milanese d’adozione, dal 2014 scrive un’avventura l’anno, ricca di particolari sulla città nei primi anni del dopoguerra, 4 storie con il commissario Maugeri dall’estate 1946 all’autunno 1948 (finora), volute dalla compianta Tecla Dozio per la collana “Impronte” (gialle), che dirigeva. La narrazione è in terza fissa, quieta e sorniona, i brevi pensieri del protagonista in corsivo. L’autore getta uno sguardo documentato sulle politiche della neutrale Svizzera nella prima metà del Novecento, l’attrazione nei confronti di capitali e affari, le resistenze verso gli ebrei (anche ricchi), la chiusura (in parte conseguente) verso tutti i richiedenti asilo. A un certo punto, tutte le piste investigative convergono su Lugano: la sede della Società Anonima Telerie del Lago Maggiore di Simone Bellingeri e la sua stessa residenza quando si era sposato con l’ebrea Elisabetta Modena, prima di trasferirsi a Milano; la destinazione di lei poco prima del suicidio del marito, dopo che lui aveva forse quasi dilapidato le fortune accumulate dal padre con la fabbrica di Gironico (Como); la residenza d’origine di Enrico (anche lui circonciso). Ed è lì che Maugeri mostra il suo grande spirito organizzativo, profilo basso e poche ciance, ottimi risultati. Se Maometto non può andare alla montagna (per gli intoppi burocratici internazionali), persone e spunti decisamente interessanti gli arriveranno in treno da Lugano. Il riso giallo non manca mai, non c’entra il lusso del gran ristorante (che i poliziotti non possono permettersi), ove il vino va in bicchieri di cristallo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tre minuti (Le gialle di Valerio 137)

Anders Roslund e Börge Hellström
Tre minuti
Einaudi, 2017 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia De Marco e Alessandra Scali
Noir Hard-boiled

Colombia. Agosto 2015. Il 38enne Piet Hoffmann vorrebbe proprio tornare a Stoccolma, è sposato con Zofia, hanno due figli, Hugo (8) e Rasmus (6), ama la sua città e la sua famiglia alla follia. Da tre anni è infiltrato per conto dei governanti statunitensi fra i guerriglieri narcos del Prc, il movimento di guerriglia finanziato dal traffico di cocaina (più di cento chili a settimana), un secolo dopo la sua messa al bando. Si chiama Peter Haraldsson, snello e rasato, con un tatuaggio sul cranio nudo, senza indice e medio della mano sinistra, detto El Sueco. Per non essere scoperto mastica coca, beve intrugli, ammazza e tortura quando le circostanze lo richiedono. Zofia (Maria ora) si è trasferita con lui, insegna e sa tutto, i ragazzi no (Sebastian e William), studiano. L’ultima impresa criminale è stata ripresa dal satellite, gli americani hanno istituito la nuova potente Unità Crouse sotto l’impulso di Timothy D. Crouse, speaker della Camera dei rappresentanti, la terza persona più importante degli Usa dopo presidente e vice, animato da uno spirito di crociata visto che l’adorata figlia 24enne Liz (dipendente da 12) era morta per droga. Tim decide di guidare personalmente la distruzione di una cocina, un accampamento chimico, mal gliene coglie. L’armatissimo organizzatissimo gruppo militare speciale viene devastato nella giungla, lui stesso fatto prigioniero, messo in una gabbia, torturato atrocemente, costretto a proporre un patto al proprio governo, che ha appena iniziato (coi droni) a uccidere tutti i 13 capi della guerriglia. Piet è il settimo della lista, la direttrice della Dea a Washington non può più proteggerlo e nessun’altro sa che lui (in codice Paula) aiutava l’agenzia. Solo a Stoccolma un altro paio di importanti attempati poliziotti ne sono a conoscenza, a tutti loro spetta un triplo salto mortale carpiato. E nulla sarà impossibile, fino alla fine.

Anders Roslund (1961) e Börge Hellström (1957–2017), premiatissimi scrittori a tempo pieno dal 2004, narrano ancora con grande ritmo (in terza persona varia) l’avvincente saga di Piet, un uomo interessante in una società regolata dalla droga, all’interno della serie sul suo persecutore e (ora) difensore, il non più giovane commissario Ewert Grens, alto e cocciuto, mole imponente e andatura zoppicante. La scena si sposta di continuo; le città colombiane (Bogotá, Cali, Medellín) e i campi base smontabili nella foresta inaccessibile, i bordelli e i mercati, ospedali e bunker, le capitali di Svezia e Usa, le vite private e la Casa Bianca, i trasporti della merce e le fughe rocambolesche, di terra e di mare. Violenza a iosa. I dialoghi sono serrati e coinvolgenti, per quanto autorevoli possano essere i protagonisti, bimbi sicari o potenti del mondo. Il titolo fa riferimento a due dei tanti conti alla rovescia, i (pochi) minuti di preavviso che Piet ha prima dell’ennesima operazione per eliminarlo, la finestra temporale in cui un satellite lascia scoperto una singola coordinata di latitudine-longitudine del pianeta, un’eternità rispetto ai tre secondi del romanzo precedente (2010). Lui sa da molto e si ripete che deve fidarsi solo di se stesso. Doppie identità e tradimenti, traditori e traditi si accavallano in tutto il suo ultimo decennio: spacciatore arrestato, nove anni da informatore della polizia svedese, reati nuovi inventati per risultare credibile, portato in un carcere di massima sicurezza per infiltrarsi nella mafia polacca, bruciato e abbandonato da capi corrotti, infame evaso e condannato all’ergastolo in contumacia essendo morto per (quasi) tutti quelli che lo volevano tale, segretamente ingaggiato dal governo (bloccate 7 raffinerie e 15 partite grazie alle sue informazioni) che ora cerca di eliminarlo, una vita d’inferno finora. Il vino per gli anniversari è costoso, Moulin Touchais del 1982; il buon rum colombiano; la musica sacra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La farfalla nell’uragano (Le gialle di Valerio 136)

Walter Lucius
La farfalla nell’uragano
Marsilio, 2017 (orig. 2013)
Traduzione di Maria Cristina Coldagelli e Claudia Cozzi
Noir Hard-boiled

Amsterdam, Johannesburg, Mosca. Quattro giorni d’agosto di qualche anno fa. L’attraente irrequieta Farah, ricci capelli corvini, occhi azzurri, voce dolce, cresciuta a Kabul (nel ricco quartiere Wazir-Abkar-Khan, quasi nessuno sa che il padre era stato ministro), arrivata in Olanda a 9 anni, poi adottata e ben educata, vi vive ormai da 30; da 10 fa la giornalista di cronaca, lavora per il quotidiano di sinistra And; gira in Porsche Carrera nera del 1987, cambia spesso uomini (ora con il tarchiato documentarista e regista televisivo David sembra resistere bene, pur in appartamenti diversi); non crede nel matrimonio, nelle coincidenze e nel paradiso, è musulmana poco praticante; pratica il pencak silat, nobile arte marziale indonesiana appresa dal padre, se si arrabbia o commuove parla in dari. La sua lingua d’improvviso le serve quando in ospedale, di ritorno da un cruento combattimento spettacolo, incappa in un piccolo di 7 anni, travestito e truccato con leggiadre forme femminili, vittima di incidente e quasi ucciso: fratture multiple, emorragie interne, milza compromessa lui, due auto coinvolte e due cadaveri carbonizzati nel bagagliaio di una lì vicino. Il bimbo farfuglia una parola che solo lei capisce, si sente coinvolta, cerca di rassicurarlo, comincia ad andare spesso a trovarlo. Probabilmente era stato coinvolto in un bacha bazi, ragazzini comprati e venduti a signorotti vari da astuti criminali trafficanti, trasformati in ingioiellate danzatrici esotiche e in giocattoli sessuali, una forma di schiavismo e di prostituzione minorile coatta. Ci sono coinvolti uomini ricchi e potentissimi, pedofili e corrotti, governanti e imprenditori; vari cercano di insabbiare la storia e screditarla; l’intreccio s’allarga all’invasione sovietica del 1979, a Sudafrica e Russia di oggi; Paul (conosciuto da bimba) e suo zio Edward la aiutano, alcuni muoiono amaramente, tutti rischiano la vita.

Il documentarista e produttore Walter Lucius, pseudonimo di Walter Goverde (Den Helder, Paesi Bassi, 1954) si è occupato spesso di integrazione di migranti. Il romanzo è del 2013, primo di una trilogia (era pensata inizialmente come serie tv, il terzo pare sia quasi pronto). Narra in terza varia una palpitante storia noir di turbocapitalismo e di sfruttamento, attraverso tante diverse esperienze: Farah è la protagonista assoluta, olandese a tutti gli effetti con un passato orientale; i due poliziotti che seguono il caso sono il bel Joshua Calvino di origini italiane, occhi marroni e barba corta, impossibile non prendere una cotta per lui, e il più vecchio stressato imponente Marouan Diba che sta per partire con la famiglia verso il suo Marocco; la bionda sensibile medico che opera subito il bambino è appena scappata da un ospedale di fortuna in Africa attaccato da soldati armati di machete e mitra; uno dei possenti occulti registi del male parla in inglese con un forte accento slavo e vorrebbe in realtà ritirarsi a lontana vita privata con l’amato. Goverde ha spiegato in un’intervista: “la società non è un’entità statica, un’istituzione come il rock. La società è fatta di persone, che si muovono. Un movimento costante. Come nei nostri rapporti interpersonali, noi interagiamo con le persone. Se tutte le società interagissero bene tra di loro allora ci sarebbero molti meno problemi”. Il romanzo sviscera tre temi sensibili inevitabilmente permeati oggi dal fenomeno migratorio: il giornalismo spazzatura che distorce fatti, infanga individui, orienta strumentalmente paure; la moderna schiavitù dietro il traffico internazionale dei minori; il peso esplicito e implicito del passato (accaduto in terre più o meno distanti) nelle scelte attuali di ciascuno. Il titolo fa riferimento ai ricordi di Farah nel giardino del palazzo presidenziale di Kabul, all’antica farfalla portafortuna di stoffa acquistata da Farah in una bancarella e donata al suo mentore Parwaiz, anziano conservatore d’arte afghano, e all’uragano che si scatena nella vita di lei. Vino rosso. Cibi e musiche di tutti i continenti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nevada Connection (Le gialle di Valerio 135)

Don Winslow
Nevada Connection. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2017
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Terre Alte Solitarie (dopo Cina e California). Agosto 1981. Neal Carey, indigeno di New York, in teoria dottorando su Tobias Smollett alla facoltà di Letteratura inglese della Columbia, dopo la prima avventura è dovuto restare sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, dopo la seconda tre anni confinato nel Sichuan cinese, su e giù (con secchi d’acqua e fascine di legna) per pendii e cellette del freddo monastero. Ormai ha 27-28 anni e gli amici di famiglia lo richiamano in servizio per riportare alla madre un piccolissimo bambino scomparso tre mesi prima, quand’era “custodito” un weekend dal padre. È un lavoro sotto copertura. Anne Kelley, la bella mamma di Cody, è responsabile dei “creativi” nei Wishbone Studios di Hollywood, non ha potuto notificare la violazione di affidamento all’ex marito cowboy Harley McCall, il figlio ha poco più di due anni, pare che l’ex sia divenuto discepolo della Vera identità cristiana del reverendo Carter, bianchi suprematisti razzisti in una rete sotterranea di nazisti terroristi della Resistenza Ariana. Occorre rintracciare i fuggitivi, infiltrarsi nella comunità dove dovrebbero nascondersi, recuperare almeno il piccolo. Neal si ritrova in Nevada con una Chevrolet Nova di seconda mano in un’immensa valle a circa milleottocento metri di quota fra alte montagne, gole e grotte, poca gente, scarso bestiame, spazi aperti, molti animali selvatici, minuscoli borghi (Virginia City, Austin), un bar (Brogan), un saloon (Lucky Dollar), un motel (Comfort Rest), un bordello (Filly Ranch) e un paio di insediamenti agricoli. In uno dei due lo ospita la generosa simpatica famiglia di Steve Mills; nell’altra cresce pericolosamente la Hansen Cattle Company. E qui comincia la terza entusiasmante avventura.

Il grande Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una vera e propria serie d’esordio letterario (1991-96), questo è il terzo (1993), in terza quasi fissa, soliti eccelsi dialoghi, ambientazione primi anni ottanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso. Dopo aver studiato storia all’università, aver letto tanta narrativa poliziesca, girato per un paio di decenni (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario), Winslow inventò un personaggio parzialmente autobiografico: detective, base nell’Upper West Side di New York, studi in sospeso, vocazione narrativa. Per lui ogni storia inizia dai personaggi e Neal Carey è un ottimo primogenito, un passato tormentato, un carattere camaleontico anche per i personaggi che deve interpretare, questa volta impara a fuggire a cavallo e s’innamora perbene (dopo 4 anni senza stare con una donna), anche se deve poi tradire la fiducia dell’attraente forte alta maestra Karen per non farsi scoprire e metterla in pericolo. Si conferma il bel ruolo del padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene; questa volta si fa pure torturare per salvargli la vita. I malvagi codardi razzisti sanno che, casomai, ancora se la possono cavare emigrando in Sudafrica. Segnalo le antichissime pitture rupestri difese dal vecchio Shoshoko, bassissimo indiano di una tribù che si riteneva estinta da almeno cent’anni. Cibi in scatola o di montagna, vino solo per i brindisi. Gran musica country, ovviamente, per un altro romanzo da non perdere durante le feste di fine d’anno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Mai dimenticare (Le gialle di Valerio 134)

Michel Bussi
Mai dimenticare
Edizioni e/o, 2017
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Yport. 12 luglio 2014. Frana un pezzo di falesia, evento non raro sulla costa normanna di fronte al Canale della Manica. Tra i blocchi caduti sulla spiaggia la gendarmeria rinviene ossa di tre scheletri umani con un diverso grado di decomposizione (morti in date diverse). Per capirci qualcosa viene chiamata in causa l’Unità nazionale per l’identificazione delle vittime di catastrofi. La scena si sposta a quasi cinque mesi prima. Jamal Salaoui si stava allenando a Yport, gli era stata regalata una settimana di soggiorno come premio di un sondaggio telefonico. Correva sulla falesia più alta d’Europa quando vide una sciarpa rossa di cachemire attaccata alla recinzione di un campo, poi una bellissima ragazza discinta sull’orlo dello strapiombo, parlarono un attimo, provò a farla allontanare, le tirò la sciarpa, lei sembrò prenderla ma poi si gettò nel dirupo. Jamal è un giovane magrebino bruno, muscoloso e senza una gamba, tibia e piede di carbonio, cresciuto a La Courneuve nella regione parigina, dal 2008 assunto da categorie protette come operaio per manutenzioni varie in un istituto terapeutico, ormai sportivo di alto livello (paraolimpico) intenzionato a partecipare all’Ultra-Trail del Monte Bianco, la più dura campestre del mondo. L’apparente suicidio lo sconvolse, non poteva certo sporgersi sul ciglio, corse sotto, ritrovò il corpo sui sassi, stranamente aveva la sciarpa intorno al collo, due persone avevano visto solo la giovane cadere, arrivò la polizia, nessuno spiegava la concatenazione letale degli eventi e pian piano ci andò di mezzo lui. Fra l’altro nel 2004, a poca distanza di mesi, vi erano stati due episodi analoghi con belle ragazze poco meno e poco più che ventenni aggredite dopo un bagno, violentate e strangolate. Le morti non finiscono.

Il professore di geografia all’università di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a scrivere ottimi gialli senza protagonisti seriali in ecosistemi sempre molto biodiversi e originali. Qui quasi a casa sua. Il titolo si riferisce al nome dell’associazione promossa da familiari e amici delle prime due vittime per l’indimenticabile dolore subito, mai rassegnati all’inconcludenza delle tante indagini fatte. La narrazione ovviamente ha più piani temporali e alterna ad alcuni dispacci ufficiali la terza varia su alcuni protagonisti e la prima persona del diario scritto da Jamal, frastornato dalle donne incontrate, la ragazza che si era lanciata nel vuoto e Mona Salinas che incrociò in gendarmeria, capelli rossi, occhi neri, nasino all’insù, subito conquistata. E sorpreso dal contenuto delle buste riservate che qualcuno gli faceva trovare ovunque, per narrargli tutt’altra storia e destabilizzarlo di continuo, sia sul passato che sul presente. L’ingranaggio è molto complicato, perfettamente oleato. Ognuno dei 45 capitoli inizia con una frase inserita nel precedente. Come sempre il contesto è narrato con poesia e scienza: lo stesso senso di eternità del paesaggio risulta un’illusione, la falesia attaccata da tutte le parti (acqua, ghiaccio, pioggia, mare) resiste, si piega, cede e muore sotto gli occhi di milioni di turisti che non percepiscono quei cambiamenti sotterranei. Che bello: esistono ancora fan di progressive rock (Pink Floyd, Yes, Genesis) trent’anni dopo gli anni settanta. Per cene amorose si gustano costose coppe di champagne Piper-Heidsieck 2005 o chardonnay di Borgogna, Vougeot 2009 premier cru, altrimenti Calvados e Bergerac.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna di pietra (Le gialle di Valerio 133)

Xavier-Marie Bonnot
La donna di pietra
Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Barbara Sancin
Noir

Villaggio di Saint Vincent nella grande valle alpina francese dell’Oisans fra le cime delle Aiguilles. Pochi anni fa. Il 45enne Pierre Verdier assiste alla nuova sepoltura di Vicky nel piccolo cimitero montano e ripensa al calvario di tutta la storia iniziata l’autunno dell’anno precedente. Quello era il suo ambiente, accanto al Parc National des Écrins dove erano stati appena avvistati alcuni lupi, almeno tre esemplari. Stava attendendo la sorella Claire, in arrivo da Parigi per la festa di Ognissanti. La casa di famiglia si trovava all’estremo limite del minuscolo paesino, entrambi i genitori già morti. Dopo gloriosi decenni di guida alpina e di scalatore estremo sui picchi del mondo, ebbe un terribile incidente con la sua ricca dolce fidanzata Paola Berg (con la quale conviveva felicemente a Chamonix da più di cinque anni) arrampicandosi d’inverno su una pericolosa via della parete nord dell’Olan, lei non ne uscì viva. Lui riprese in mano casa e fattoria, fece costruire un ovile sul sentiero verso gli alpeggi, un gregge di oltre cento pecore e una decina di capre nei dodici ettari ereditati (in comproprietà), rimase triste e appartato con Capitaine, un mastino dei Pirenei. Claire lavorava a Parigi (dove Pierre non era mai stato) e tornava con passione ma raramente, cinque anni più piccola, occhi neri e scintillanti, alta e flessuosa, slanciata e vigorosa, modi da maschiaccio, gran lettrice, biologa impegnata al CNRS in una importante ricerca sul cervello del laboratorio di genetica, senza mai parlare di eventuali amori. Dopo il suo arrivo Pierre accennò al medico dei disturbi della sorella (incubi riguardanti una certa Vicky), decisero di vederla subito insieme, ma a casa non c’era più, trovarono tracce nella neve e poi lei impiccata a una corda da scalatore. In base a prime indagini il maresciallo Portal e la giudice Montaz decisero di arrestare Pierre. Né Vicky né l’ex innamorato un po’ fuori di testa erano stati trovati. Ancora.

Lo storico e documentarista Xavier-Marie Bonnot (Marsiglia, 1962) scrive polizieschi da una quindicina d’anni, un paio tradotti. In questo la protagonista è la montagna descritta con sapienza ed esperienza durante tutte le differenti quattro stagioni: rumori e odori, sapori e colori, rocce e paesaggi, neve e ghiacciai, animali e vegetali. Chi parla con l’ecosistema è Pierre e la narrazione in terza riguarda soprattutto lui (toccanti le pagine relative all’agnellatura), con intervalli sulla sorella e sui due investigatori, a loro modo sempre più coinvolti nella ricerca di verità antiche e moderne. Occorre entrare dentro le reti di relazioni familiari in piccoli borghi isolati dove non mancano segreti e pazzie, anche i fiori hanno un senso. Occorre ricostruire la vita parigina (pur senza fronzoli o eccessi) e gli affetti di Claire, come e perché avesse un legame profondo, poetico e sofferente con una bella donna lontana. Occorre far emergere la tragedia che colpì il venerato fratello, il senso delle chiacchiere che lo riguardano e dalle quali sembra sempre chilometri distante. Anche perché morti e dinamiche vendicative continuano a sconvolgere la valle per tutto quell’anno. Il titolo fa riferimento al carattere (apparentemente non fragile) di alcuni umani e di tutti i monti. Un ghiacciaio vive al ritmo lento della gravitazione, si nutre di neve e di freddo, e si spezza sui pendii. Mille forze lo percorrono. Mille fratture. Claire legge romanzi senza pretese, le piacciono perché così può far riposare il cervello. Allo scopo e per festeggiare molto si utilizzano anche i liquori al genepì, il bianco Aligoté (dei cugini) non è granché. Pierre è appassionato di musica barocca e sacra, venera Bach che illumina la sua solitudine; Claire invece canta sotto la doccia i vecchi successi degli anni ottanta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)