Le gialle di Valerio/111: L’ultima sera di Hattie Hoffman

Mindy Mejia
L’ultima sera di Hattie Hoffman
Einaudi, 2017
Traduzione di Carla Palmieri
Giallo

Pine Valley, Sud Minnesota. 12 aprile 2008. Dopo una recita scolastica in teatro, a tarda sera nel lontano granaio abbandonato una secca coltellata uccide una ragazza solare, poi il bel volto viene sfregiato. Henrietta Sue Hattie Hoffman, alta e snella, pelle abbronzata color miele, occhi sbarazzini e intelligenti, lunghi capelli castani, aveva compiuto 18 anni a gennaio. Amava recitare sia nel rapporto quotidiano con gli altri sia come prospettiva di vita professionale (ambiva diventare attrice e lavorare a Broadway). A fine agosto 2007 aveva iniziato l’ultimo anno di scuola, sempre andata benissimo. C’era un nuovo affascinante docente di Lettere, il 26enne Peter Lund, capelli scuri e occhiali quadrati, runner e vegetariano, appena trasferitosi da Minneapolis per seguire la moglie Mary che doveva prendersi cura della madre e della fattoria. Sia Hattie che Peter avevano un nickname in rete, HollyG e BookNerd, per caso loggavano entrambi su Pulse e si incrociarono in un forum, scoprendo di avere gli stessi gusti culturali e sociali, era cresciuta in autunno un’intensa travolgente relazione virtuale (anche sessuale). Sulla scena del crimine arriva il taciturno anziano sceriffo della contea Del Goodman, trent’anni di onorato servizio, veterano di guerra (lasciato dalla moglie appena tornato dal Vietnam), molto amico dei genitori di Hattie, alla quale era pure affezionatissimo. Trovano sul cadavere traccia di sperma, un rapporto consensuale. Sanno che la ragazza frequentava Tommy Kinakis, un solido sciocco giocatore di football del quale forse non era innamorata. Scoprono altro aspettando il test del DNA.

La giovane graziosa scrittrice Mindy Mejia (che nasce, lavora e vive in Minnesota) fa centro al secondo romanzo, 26 capitoli datati (da agosto 2007), in cui si alternano tre prime persone in un originale percorso narrativo: Hattie nei mesi precedenti il delitto tiene una particolare forma di diario (che si rivelerà decisiva), Peter racconta e confessa in parallelo la sua vicenda sentimentale durante il corso d’insegnamento e poi le indagini, Del resoconta giorno per giorno il caso (per una settimana) dalla scoperta del corpo alla complicata soluzione. Sappiamo che la ragazza è morta e siamo ansiosi per la tragedia incombente, capiamo che ognuno dei personaggi ha in testa vari possibili colpevoli e, soprattutto, che alla vittima è stato impedito di far godere molte persone della propria esistenza (nelle passioni e nei tormenti), chiunque l’avesse incontrata, lì e altrove (da cui il titolo inglese “Everything You Want Me to Be”). Belli e colti i dialoghi sia orali che internet. Molto c’entra Shakespeare ovviamente, e la maledizione notoriamente connessa alle rappresentazioni del “dramma scozzese”, il Macbeth. La protagonista delle prove e della recita era stata Hattie, la malvagia Lady, interpretazione sublime, l’ultima. Del resto, adorava pure i fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, e detestava la musica country, Nashville compresa. Segnalo che al padre (non grasso) diagnosticano il prediabete. Ben innamorati, i due sgranocchiano cracker e formaggio sorseggiando Pinot Nero (da bicchieri di carta)!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/110: Storia nera di un naso rosso

Alessandro Morbidelli
Storia nera di un naso rosso
Todaro, 2017
Noir

Milano. Parecchi anni. Angelo Cantiani era un oncologo, lavorava con i bambini malati in un ospedale al nord della città, talvolta si travestiva da clown (Willy Pancione) per farli ridere un po’; sulla quarantina, atletico alto snello, talaltra si mostrava crudele e sbrigativo verso la morte (altrui). Una sera rimprovera un gruppo di giovani scapestrati, il 12enne Diego Lentini (uno di loro) il giorno dopo si suicida, sia il padre Remo che la mamma Anita vanno in depressione, non sanno di che e chi potersi vendicare, si lasciano. Silvia, la sua collega clown (Radicchio Ridarella) s’innamora (ricambiata) della madre rumena di un bambino agli ultimi giorni, Angelo le aiuta. Lui tradiva la moglie Serena con la bella feroce studentessa 22enne Valentina, che tirava su qualche soldo aiutando la grassa ritardata Paola a fare i compiti, scoprendo che la madre era sua professoressa al Politecnico, il padre colpito dal suo fascino e la ragazzina amica di Diego. Serena aveva lasciato definitivamente Angelo poco prima che la madre morisse di cancro allo stomaco, aveva reso loro la vita difficile ed era ricoverata nel suo ospedale, il giorno dopo il funerale si rivedono, la loro figlia Isabella crescerà senza che lui ne sappia niente. Settimane dopo Anita riceve la visita di Angelo, lei gestisce un negozio di acquari e pesci, le amiche Mariella e Dina non riescono a consolarla, tanto meno Alessandra, moglie di Vincenzo, carissimo amico del marito; con Angelo Anita ha una breve storia prima di tornarsene nella sua Belluno. Anni dopo Angelo non c’è più e Remo è un vecchio ubriacone fallito ed ex galeotto, vive nella mansarda sopra Vincenzo e Alessandra, che ancora non riescono ad aver figli.

L’architetto imprenditore Alessandro Morbidelli (Ancona, 1978) da anni si è costruito variegate esperienze e discrete prove di scrittore di genere, qui narra crudeli intrecci usando per tutti i protagonisti la prima persona al presente. Ben presto si intuisce che gli spezzoni di biografia sono diacronici, collocati in almeno due differenti contesti temporali, a oltre dieci anni di distanza l’uno dall’altro, ognuno con (spesso) inconsapevoli incastri dei personaggi. Il primo a parlare è l’unico maschio, le successive sono cinque donne; una successiva compagna (cercata per il rimorso o altro più cattivo movente), la collega lesbica, la giovane amante, la ex moglie, una loro conoscente; l’ultima, ormai desiderosa solo di diventare madre, lucidamente freddamente. La fluidità della storia ne risente un poco, l’intreccio criminogeno è evocato, denso comunque di colpi di scena volutamente senza regia, descritti in modo chiaro ed efficace. Il trio Sgranocchio (Pamela, Pipolo Pallino, è la terza) usa sul naso una pallina rossa per darsi un’aria buffa da pagliacci, una pallina di speranza alla quale sono tutti in vario modo affezionati (da qui il titolo e la copertina). Segnalo che Darwin non sosteneva che i più deboli sono i meno adatti e falliscono. Ogni protagonista ha i suoi gusti musicali: Lou Reed, Leonard Cohen, Red Hot Chili Peppers e via ascoltando. Vino generico fino al Valtellina Superiore Inferno di una cena speciale. Postfazione di Barbara Garlaschelli per un’ottima collana gialla a lungo curata e diretta dalla compianta Tecla Dozio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/109: Del dirsi addio

Marcello Fois
Del dirsi addio
Einaudi, 2017
Noir

Bolzano. Gennaio 2017. Gea Bomoll aveva visto il padre molestare suo fratello gemello Lilo, aveva testimoniato come chiesto dalla zia, c’erano altre prove. Fu affidata alla famiglia Ludovisi che abitava molto distante da dove era nata, Lilo scomparve, la zia partì, il padre si uccise. Crebbe con Nicola, figlio dei Ludovisi; anni dopo si sposarono ed ebbero un figlio straordinario Michele, delicato e iperdotato; presto a scuola capirono che era troppo intelligente per la sua età, si domandavano che fare. Una sera, tornando a casa dopo una cena in un buon ristorante dell’Alto Adige, dubbiosi si fermano a fare pipì e Michele scompare, ha 11 anni, nessuno capisce come sia stato possibile. La polizia viene chiamata dal parroco locale, don Giuseppe. Arrivano l’arguto atletico commissario Sergio Striggio e l’ispettore capo Elisabetta Menetti, c’è molto che non quadra ma non hanno indizi, la vicenda via via s’intorbida. Striggio ha quasi 34 anni, è originario di Bologna, lenti a contatto, niente tv a casa, bipolare scrittore dilettante, figlio d’arte e gay; non ha mai fatto proprio outing, pur esitando sa di doverlo dire al padre malato (l’amata elegante madre è morta da tempo, da poco anche la successiva terza moglie di Pietro); ormai da un po’ ama molto e convive spesso con lo splendido bravo maestro elementare Leonardo Leo Pallavicini, barba nera e occhi azzurri, corpo liscio e asciutto, più giovane (sette anni e mezzo), conosciuto quattro anni prima a Bologna nel bar dove lavorava, mentre lui era ispettore capo alla Scientifica, fidanzato con la magnifica Laura. Menetti è acuta sensibile e bella, vive sola libera e con la coda, già Miss Liceo Scientifico, si sente invaghita del capo in modo profondo e (anche auto) ironico. Devono capire gli amori (e la pedofilia?) del presente e del passato.

Una delizia ai corposi margini di ogni genere l’ultimo romanzo dello straordinario scrittore sardo-bolognese Marcello Fois (Nuoro, 1960), in terza varia con i pensieri di ogni innamorato turbato. Da ormai trent’anni Fois è uno dei più importanti grandi autori italiani, ogni nuova opera lo conferma. Qui torna il solito stile acuto, colto, pastoso; una scrittura piena di rimandi all’immaginario visivo e sonoro di gesti e relazioni. Cadaveri e crimini aleggiano in una piena letterarietà diversa dal “giallo” o anche dal “noir”. Non il pretesto del “genere” ma l’investigazione come condizione umana. Il perno sono le molteplici relazioni a due, in tutte le declinazioni dell’amore, diversamente reciproche: omosessuale, maschio-femmina, marito-moglie, padre-figlio, madre-figlio. Ecco il titolo: ci si può dire addio? E come? Solo con la morte? E, comunque, ci si può preparare? O, a un certo punto, basta dirlo? La stagione del contesto è quella della ostinata impetuosa neve bianca (in copertina) che isola e offusca, cancella e nasconde, chiarisce e schiarisce. La narrazione avanza attraverso il filo dei quattro elementi della poliedrica cultura greca, uno per ogni lungo capitolo: terra, fuoco, acqua, aria; intervallando dense pagine di coerente pertinente pura fantasia, con innesti poetici, musicali, cinematografici, drammaturgici. Segnalo il pensare alle latrine di Birkenau come metafora dell’orrenda crudeltà di certe delicatezze apparenti, il detestare quel genere di frasi che si attaccano al contingente ma si riverberano su tutto il resto, il piangere facile degli uomini che si sono capiti (qualunque sia la cosa che hanno capito di sé). Tutto molto bello.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/108: Donne col rossetto nero

Alessandro Defilippi
Donne col rossetto nero
Einaudi, 2017
Giallo noir

Genova. Gennaio 1953. Il 50enne colonnello (partigiano) Enrico Anglesio, carabinieri Legione Liguria, moro con corto pizzo grigio, sempre in borghese e mattiniero amante della Lambretta, trova insopportabile il fumo di sigaretta e ha spesso un Toscano in bocca, si trova alle prese con il probabile inconsueto assassinio di giovani donne, Gemma, Marisa, forse altre prima, forse altre minacciate ancora. I polsi presentano segni di legatura e, dopo morte, vengono pesantemente truccate come maschere: tanta cipria scura, ombretto di vari colori in dense pennellate, linea rossa in fronte, labbra coperte di rossetto nero. Il fatto è che pure il lucido Anglesio ha i suoi problemi, sogni, incubi, insieme turbato dal rapporto con Letizia e affollato dall’incombenza di Laura. La fidanzata Letizia, capelli biondi tendenti al rosso, brava laureata poliglotta in Ingegneria navale, è magnifica e lo ama nonostante abbia la metà degli anni; ora però il ricchissimo padre Amilcare, armatore con i cantieri Schelher nel mirino dell’Ansaldo, ha subito minacce e rischi, deve chiederle di andare in Brasile per sei mesi. L’ex moglie malata (di mente) Laura, già ricoverata (con elettroshock) in vari manicomi, era scomparsa senza che mai se ne ritrovasse il corpo, volata dritta in mare su una curva dell’Aurelia a soli 33 anni, da quasi otto è un’annegata presunta; ora gli arriva un biglietto con la sua firma e aleggia in varie stanze della casa. L’indagine è complicata; anche un anziano ex camallo, che poteva indirizzarla meglio, viene ucciso con un violento colpo di sbarra in una galleria; il filo sembra essere una serie di astucci d’argento con vasetti di trucco, ora anche Letizia ne ha ricevuto uno. E in città si smercia oppio, altri crimini incombono; amici e collaboratori aiutano ma non sarà facile.

Il medico e psicoterapeuta junghiano Alessandro Defilippi (Torino, 1956) ha già all’attivo vari romanzi e racconti; considera (giustamente) Genova borgo marinaro di Torino e vi ambienta la serie del colonnello Anglesio. Narra in terza varia, qualche volta in corsivo la personalità misogina del cattivo. In realtà è ben presto evidente l’intestazione seriale del killer, ciò non rovina in niente la trama. Scrittura attenta, lettura gradevole: il tono è talora un po’ ripetitivo, allusivo, incompiuto. Il paffuto riccioluto rossastro (con l’aureola) maresciallo Medardo Vercesi e il magro baffuto pericoloso (per la forza) brigadiere Mattia Ferrari sono fedeli e fidati, riconoscendo le qualità umane e intuendo la follia latente del colonnello. E tutti apprezzano l’intelligente amica maîtresse zia Rina, tratti fini e netti, occhi acuti e ironici, capelli brizzolati e mani curate, corpo sottile e giovanile: sa ben curare, massaggiare, gustare, consigliare, anche per il notevole archivio. La vita sociale e alcolica del protagonista ruota intorno alla Lanterna e soprattutto alla piccola spiaggetta di Boccadasse, all’osteria del mitico nostalgico 52enne ex scassinatore Cicin, focaccia trofie triglie pansòti prescinsôea buridda e frisceu, comunque abbinati al Pigato, a ogni ora del giorno e della notte. Il raro rosso è un Nebbiolo. La grappa peraltro fa una sessantina di gradi. Quando cucina, Anglesio mette in sottofondo la tromba di Armstrong, Satchmo Serenades o la vecchia Billie Holiday Sings. Poi, aspettando, legge Simenon, un Maigret. E la porta resta socchiusa: Laura o Letizia? Chi può dirlo?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le gialle di Valerio/107: Il caso Malaussène

Daniel Pennac
Il caso Malaussène. Mi hanno mentito
Feltrinellli, 2017
Traduzione di Yasmina Melaouah
Noir

Dalle parti di Parigi e del Sud Vercors, Prealpi del Delfinato (sotto il Grand Veymont, 2346 m slm). Verso il settembre 2016. In rue des Archers (?) una banda rapisce Georges Lapietà, uomo d’affari, ex ministro e consulente del gruppo LAVA. La lista di chi si era inimicato è lunghissima, a cominciare dagli 8.302 dipendenti mandati a spasso quando ha chiuso le filiali che aveva rilevato per la cifra simbolica di un euro con la solenne promessa di non toccare i posti di lavoro. Come riscatto vengono chiesti 807.204 euro, cifra corrispondente all’assegno che stava per intascare come paracadute d’oro per quei licenziamenti. Benjamin Malaussène lo scopre tramite gli organi d’informazione, lui non ne sa niente e si trova lontano. Come capro espiatorio dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione ha avuto l’incarico di mettere al sicuro in un luogo segreto, un’inaccessibile area montana che solo lui ben conosce, lo scrittore Alceste Fontana, che ha appena pubblicato “Mi hanno mentito” e sta completando il seguito (“La loro grandissima colpa”), racconti senza metafore dei pessimi comportamenti della propria stessa famiglia, otto fratelli (tre femmine e altri quattro maschi) e due genitori che li hanno adottati. Ben parla via skype con i nipoti Mara e Nange e con il figlio Sigma, volontari di belle Ong in tre varie lontane parti del mondo. Agogna solo di poterli presto riabbracciare, alla rentrée. Fatto sta che, pochi giorni dopo, due bravi poliziotti sottraggono alla legge i sequestratori per scarrozzarli con l’ostaggio (in un veicolo rubato da un collega) e nasconderli in un orfanatrofio per ordine di un giudice istruttore che non ha intenzione di deferire l’evento. Non è che l’ideale colpa sarà di Malaussène? Ca va sans dire!

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) riesce nel (quasi) impossibile. Venti anni dopo fa tornare protagonisti di una storia contemporanea i personaggi che lo hanno reso amatissimo e famoso in parte del mondo (compresa l’Italia); abbiamo memoria di avventure mirabolanti, di amorevoli storie noir, di fiabe ironiche e horror, di empatiche figure inevolvibili, di significati multisenso e impatti multisensoriali. La scommessa è ardua: chi le ricorda forse inizia a leggere con perplessità e diffidenza. Una prima questione è risolta dal Repertorio iniziale, una decina di pagine con il centinaio di personaggi citati o evocati, qualche luogo e qualche archetipo, non c’è bisogno di altro per essere aggiornati. Poi il testo comincia in terza persona, il rapimento dello squallido ridicolo in bermuda e canna da pesca; segue Ben in prima persona (come sempre), accanto al tipo da proteggere, certo antipatico ma ogni lavoro va accettato; poi un’altra prima, proprio Alceste, lo scrittore braccato che vuol raccontare solo l’effimero reale, convive con la calamita Ben e ne è (quasi) l’esatto opposto. Si tratta di sensate innovazioni narrative, coerenti con gli sviluppi della trama. Si susseguono dialoghi scoppiettanti e colpi di teatro, scene poetiche in luoghi tradizionali, situazioni drammatiche trattate con la consueta levità. La narrazione diverte proprio perché ha più livelli di lettura e di comprensione, del resto ognuno resta all’oscuro di una parte della propria vicenda umana. Anche chi non ricorda le vecchie storie scopre un grande autore, un’incantevole fantasia non ripetitiva. Cruciale è Verdun, la giudice muta Talvern, minuta sorella urlante di Ben, moglie di un enorme professore panettiere: “vivere significa passare il tempo a riempire i due piatti della bilancia”. Segnalo il manifesto dei rapitori, a pag. 152-153. E tante parole bretoni. Come di consueto, son sfaccettati i silenzi, pure saturi e logorroici. Il commissario in pensione Rabdomant sta scrivendo un libro sul Caso (l’errore giudiziario), se ne parla spesso; dunque questo è solo l’inizio, come si evince dal titolo francese (Le Cas Malaussène. I. Ils m’ont menti), dalla vignetta finale e dall’incerta spietata condizione di Lapietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/106: Viaggiare in giallo

Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri
Viaggiare in giallo
Sellerio, 2017
Traduzione di Maria Nicola (dallo spagnolo)
Racconti gialli

Italia, Corsica, Praga, Girona, girate con vari mezzi. La scusa per evitare la festa del 161° della polizia ad Aosta, è la convocazione per la riunione condominiale a Roma; il vicequestore Rocco Schiavone parte in treno e sul Frecciarossa si verifica un furto con la vittima colpita da infarto; non è il primo ma sarà l’ultimo per quella banda. Caterina propone al figlio Enrico, detto il Cipolla, anni 5, interista, seconda Materna, una vacanza in Corsica con il compagno Carlo; è così che il bimbo scopre trasporti innovativi (il Frecciarossa con insolito insoluto delitto a bordo, traghetto, elicottero, motoscafo); verifica soprattutto che il 65enne nonno pensionato Amedeo Consonni forse non è morto anche se ora lo chiamano Alberto Scevola, residente nell’isola (genovese) di San Pietro in Sardegna. Anche il matematico barista Massimo Viviani è costretto a fare una settimana di crociera verso le Canarie per scoprire crimini e segreti connessi a furti a Pisa e Pineta; oltre che per amore del vicequestore Alice Martelli, che lo usa a distanza, il cervello di lui ovviamente; partono tutti i 29 adepti della Loggia del Cinghiale compresi i 4 vecchietti del BarLume, arrivano a capire come e chi ruba nelle case dei vacanzieri. Peppe Piccionello e Saverio Lamanna al centro commerciale di Castelvetrano (80 km da Màkari), come milionesimi clienti vincono un viaggio in aereo dalla Sicilia a Praga; la mitica Suleima li raggiunge là da Milano, ma scopre subito che in aereo si è fatta avanti con Saverio la bella intrigante Larisa, stile spy story, lasciando recapiti e chiavetta usb; d’altro canto Peppe ha pure appuntamento con Santo il Monaco per cercare le spoglie di San Vito. Poi Carlo Monterossi assiste Oscar nel cercare in Brianza il delizioso cane Killer e il collare (da 180.000 euro) che ha al collo. E infine Petra & Fermín devono prendere la corriera verso casa dell’autrice per capire chi è l’ucciso (e tagliato a pezzi) nella valigia di una brava ragazza.
Insomma già li conoscete tutti. Qui ci raccontano viaggi; per caso o piacere, premio o dovere, in vacanza o a trovare qualcuno. Ognuno a suo modo (Saverio e Petra in prima persona), nel contesto di tempo e di spazio fra il precedente romanzo di grande successo e il successivo (speriamo prossimo) con personaggi ormai amici di tanti di noi. Gli autori di casa Sellerio ci hanno abituato a queste deliziose raccolte a tema, affiatate e tempestive: uno stesso filo, in un analogo rapporto con tecniche e obiettivi degli autori seriali. Direi anzi che c’è quasi una contaminazione reciproca fra gli italiani, che si citano a vicenda (Savatteri in uno scoppiettio di colleghi di tutti i tipi e pure altri editori) e in qualche modo reimpastano anche parallele ironie e giochi letterari. Manzini “Senza fermate intermedie”, Recami “Il testimone”, Malvaldi “In crociera col Cinghiale”, Savatteri “La segreta alchimia” (il più lungo), Robecchi “Killer (La gita in Brianza)”, Alicia Giménez-Bartlett “Un vero e proprio viaggio” (il più breve, nonostante le soste degustative) offrono un volume unitario, serialmente di squadra; insieme composito, utile a meglio inquadrare l’evoluzione di ogni singola serie. E al bar si lavora, non si gioca a Diabetik, per nessuna ragione.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/105: Ferro e sangue

Liza Marklund
Ferro e sangue
Marsilio, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Laura Cangemi
Noir Hard-boiled

Stoccolma. Giugno 2015. La dura e curiosa 43enne Annika Bengtzon, esile snella scura spigolosa, separata e ora felicemente accompagnata con Jimmy (due figli a testa), è molto preoccupata e ne ha ben donde. Si è accasciata a terra ed è svenuta all’improvviso per un attacco di panico, è costretta ad andare dalla psicologa e faticosamente racconta i propri incubi; il dedito direttore del quotidiano dove lavora le rivela segretamente che presto chiuderanno l’edizione cartacea, per lei come per ogni giornalista (non solo di nera) è un trauma (ormai quasi universale); la madre la chiama a sorpresa perché pare sia sparita la sorella minore Birgitta, con entrambe non andava affatto d’accordo. E riappaiono alla necessità di cronaca pure due vecchi casi terribili: la sua prima firma sul giornale 15 anni prima riguardava l’omicidio di una spogliarellista 19enne, il certo colpevole si era garantito un alibi tramite false testimonianze degli amici, i lettori hanno chiesto di leggere ancora su quella vicenda senza condanna, avvenuta quando non c’erano efficaci esami dell’eventuale Dna; sta per aprirsi il processo al Carpentiere ed erano stati proprio i suoi articoli che avevano portato alla cattura del serial killer, una brava collega segue le testimonianze e la tiene al corrente, tanto più che torture e delitti sono avvenuti per decenni in vari paesi, simili, insoluti e ancora in corso. Investiga con acume come al solito, sia sui propri affetti e passioni che su delitti e crimini, si trova a girare molto con la Volvo e a correre svariati rischi.

La scrittrice e giornalista svedese Liza Marklund (Pålmark, vicino al Circolo Polare Artico, 1962) in 17 anni (1998-2015) ha pubblicato 11 romanzi della serie Annika Bengtzon, con grande successo in tutt’Europa come negli Stati Uniti e varie riduzione cinematografiche. La protagonista è sempre tormentata, parafulmine di immensi guai che accompagnano le sedute dalla psicologa e i pensieri personali di ogni storia (per quanto la narrazione sia in terza varia al passato): la tragedia del padre ubriacatosi e morto per assideramento quando aveva 17 anni, la condanna per l’omicidio colposo del fidanzato che la perseguitava con violenza, i continui fastidi causati dal rancore sordo e cattivo del marito che la tradiva, il frequente coinvolgimento professionale (e non solo) in fatti di cronaca estremi. Leggiamo di una persona “al limite” e ciò finisce per rendere ogni romanzo intenso e interessante, quasi un’avvincente monotonia. Il ferro e il sangue del titolo richiamano anche la fonderia dove lavorava il padre del fidanzato ucciso, lo va a incontrare e lui non le dà torto. Molto utili e attuali le riflessioni su nazioni e mondo privi di quotidiani, i cambiamenti nell’immagine urbana (le edicole, le locandine, la raccolta dei rifiuti, le attività durante i trasporti collettivi), nell’apprendimento rispetto a formato e contenuto (come si legge, quanto si ricorda), nella quantità e qualità della domanda e offerta di lavoro “giornalistico”. Tutti, comunque, usano il “tu” e si tolgono le scarpe quando entrano in un appartamento. Vino di qualità, da sudafricani Merlot e Shiraz alla Rioja del 2004.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/104: Sete di Jo Nesbø

Jo Nesbø
Sete
Einaudi, 2017
Traduzione di Eva Kampmann
Giallo Noir

Oslo. Già in altre occasioni avevamo lasciato Harry Hole a serio mortale rischio di terribili killer, sembrava essere giunta l’ultima volta per il leggendario poliziotto, alto 1 e 93, magro e largo di spalle, biondo con iridi azzurre, pallido esausto sincero altezzoso individualista, enorme cicatrice fra bocca a orecchio, medio della sinistra troncato. Ora, dopo lo spettro di fine 2010, ha cambiato vita, insegna alla scuola di polizia, prende meno soldi ma non è in prima fila, ha qualche incubo ma con migliori risvegli (anche soddisfatti di felicità), mantiene una voce profonda e calma, lineamenti duri con tante rughe, folti capelli a spazzola con spruzzata laterale di grigio, occhi senza più reticolo rosso. Finalmente è a dieta sana e in astinenza dall’alcol, proprio innamorato di Rakel (sposata tre anni prima, mettendo la pistola in un cassetto e una fede all’anulare), mite giurista presso il Ministero degli esteri, occhi castani capelli bruni zigomi alti, e del figlio di lei, Oleg, intelligente serio ex tossicodipendente, ormai suo “allievo” quasi 22enne, alto 1 e 90 con un ciuffo nero (del padre russo). Non amano la stessa musica ma odiano la stessa. Li ritroviamo a novembre 2015. Rakel ha scoperto di avere una rara malattia del sangue, proprio quando qualcuno ha iniziato a uccidere donne trovate via Tinder e morse con una dentatura di ferro, bevendone poi il sangue, forse è proprio un vampirista. Non sono vittime a caso, lentamente Harry lo capisce, viene coinvolto nell’indagine, suo malgrado, insieme a uno psicologo il quale da anni, deriso, sostiene che da secoli esistano davvero i vampiristi. Quando Penelope viene lasciata in vita e in coma, Harry intuisce che chi ha ordito la trama ha anche lui nel mirino. E finisce per comprare un bar, in pieno uragano Emilia.

Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre) ha scritto dal 1997 ottimi lunghi romanzi della serie Hole, grandissimo successo mondiale, questo è l’undicesimo, ormai siamo tutti holeomani, malinconici. L’autore narra ancora in terza varia e mossa al passato, talora sull’assassinio seriale. L’affinata terza persona gli consente garbati espedienti letterari, invertendo spesso a sorpresa (e ad arte) l’attribuzione della suspense sulla scena. Sono testi noir con pessime torture, cupi e violenti, l’ultimo capace di virare più sul giallo che sull’orrido. Butta là indizi sul coinvolgimento di più di un possibile colpevole. E, mesi dopo, la storia sembra ricominciare. Anche nell’egualitaria Norvegia tanti hanno scheletri nell’armadio e segreti che li coinvolgono, vicende intrecciate o di contorno, poliziotti giornalisti medici, una selva di personaggi di sicuro interesse, nemici o amici, egocentrici o generosi, strumentali e ostili, come al solito. Significativo il disturbo bipolare della bella intelligente agente investigativa speciale Katrine Bratt, giovane capo della sezione Crimini violenti, maniaco depressiva, borderline, da poco tornata single, rimorchiatrice di maschi proprio via Tinder (appuntamento online), per principio gelosa di Rakel, ancora incuriosita dal noioso perfetto innamorato ex compagno (bravo tecnico della Scientifica). Ottime aggiornate scelte musicali, per il cattivo vanno sempre bene i Pink Floyd. La sete (del titolo) non viene appagata solo da globuli rossi e crudeltà: appare spesso il vino (non per il gusto di Harry), pur senza specificazioni. Il regalo tardivo è un amaro d’erbe arancione, proprio quando “il Fidanzato” esce di prigione, vecchio e pronto a vendicarsi. Non finisce lì.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/103: La giostra dei criceti

Antonio Manzini
La giostra dei criceti
Sellerio, 2017
(Prima edizione Einaudi 2007)
Noir Hard-boiled

Roma. Febbraio 2004. Renato Massa detto René nacque nella capitale il 7 ottobre 1963. Capelli rossi come il fuoco e occhi grigi, gran lettore (anche dopo il liceo, passione per la filosofia del diritto), è un delinquente e sta fuori con la condizionale. Partecipa a una rapina a mano armata, l’autista prende in pieno la campana dei rifiuti e va storto qualcos’altro; 40 anni compiuti da poco si ritrova in gattabuia, o almeno crede. Era già stato dentro quattro volte, è un duro, pur se da tempo aspirerebbe ad altra vita. Ha un amore segreto, la giovane magnifica Alessia (anche lei profondamente innamorata), setosi capelli neri e intensi occhi verdi, figlia di un barista malavitoso e fidanzata ufficiale del possente complice del padre (una macchina omicida di un metro e novantacinque di muscoli). Ha un fratello minore segreto (orfani fin da bimbi), il pavido abitudinario Diego, capelli rossi e lentiggini sugli zigomi, una vecchia nonna sulle spalle, impiegato Inps senza qualità, che non lo sopporta e non vede da più di quattro anni. Proprio mentre René capisce che a tenerlo prigioniero sono i falsi poliziotti che hanno inscenato il fallimento della rapina, Diego recupera casualmente una bella cifra che sa di bottino rubato, 175.000 euro. Deve però gestire un’emergenza in cui l’hanno coinvolto: il suo capo si aggrega al piano ordito dall’amico ministro, da un generale dei carabinieri, dal direttore generale e da un influente sottosegretario per eliminare pensionati soli, molto anziani e improduttivi, target precisi (ancora da individuare) per l’Operazione Anno Zero. Ed è tutto un tourbillon d’intrecci: tradimenti, ricatti, bugie, botte, un’arruffata giostra di fuochi d’artificio, un misto di casi ineluttabili in cui è proprio difficile restare vivi.

Son dieci anni che l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) si e ci diletta anche con ottime scritture. Iniziò con una pièce per il teatro, “Sangue Marcio”, cui seguì questo testo, pubblicato da Stile Libero, terza persona sui vari connessi protagonisti (spesso a loro insaputa). Aveva già all’attivo pure vari racconti e sceneggiature quando è arrivato il primo romanzo (2013) della serie di Rocco Schiavone, con un successo crescente e travolgente. Così gli esordi tornano ora in libreria illuminati da nuova luce. Manzini spiega che, considerando la successiva esperienza, voleva “ritoccarlo” ma poi “sarebbe diventato un altro libro” e ha “lasciato perdere”, il percorso letterario si capisce meglio, “un pezzo delle fondamenta” di casa sua. Si potrebbe dire che scrisse un “hard-boiled de’ noantri”, bello e artigianale. È significativa la dedica d’ascendenza a Frederic Brown (1906-1972), l’ottimo autore americano di fantascienza e gialli dallo stile secco e crudo; Manzini intinge quell’umorismo e quel cinismo a Roma, facendosi tristi beffe delle piccole ambizioni e delle illusioni solitarie, della criminalità disorganizzata e della potente protervia, messe in oggettivo ridicolo, mondi e stile non forbiti. Fra i personaggi mancano investigatori e poliziotti questurini. Segnalo che l’ingegnere e il ministro sono cresciuti a Macerata, dove avevano diviso tutto: biglie, figurine, seghe, medie e liceo e dove poi Iacobazzi si era candidato ed era stato eletto. E che la banca rapinata è la Cassa Rurale delle Marche, pura coincidenza. Nella villa del boss si beve Fiano di Avellino.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/102: Alcuni avranno il mio perdono

Luigi Romolo Carrino
Alcuni avranno il mio perdono
Edizioni e/o, 2017
Noir

Napoli. Si apre a ottobre 2015 e si chiude a febbraio 2017. Da otto anni, dopo aver ucciso Aldo, figlio di Angela Rosamaria Lieto e fratello di Maurizio Musso, la bella colta laureata ex commerciante Mariasole Vient’ ’E Terra Simonetti comanda Acqua Storta, la federazione di famiglie che controlla il business di gran parte del territorio partenopeo. Lei è ‘a vedova ‘e ‘nu ricchione, il pur amato marito Giovanni Farnesini, a sua volta figlio dell’ex spietato boss Don Antonio (e nipote di Angela). A Mariasole, il vento di terra che spazza via ogni cosa sul suo cammino, la donna più letale della Campania, alta e autorevole, segnata ma fiera, capelli neri e bocca carnosa, danno tutti del Voi eccetto l’amatissimo sbalestrato figlio 16enne Antonio, capelli biondi e occhi grigi, rozzo e muscoloso, appena fermato ubriaco alla guida della fiammante Ligier nera, con accanto una Ruger LC9 e due bustine proibite. Nei mesi successivi, all’interno del parlatorio del carcere minorile, Antonio incontra spesso la madre e s’innamora di Rosa, una bella ragazza 15enne bruna e riccia che capita lì a trovare il fratello quasi 16enne Nicola, figli proprio di Musso, l’attuale capo della fazione avversa. Basta uno sguardo, Romeo e Giulietta capiscono di amarsi, quando lui esce iniziano a frequentarsi con mille sotterfugi, si tatuano in parallelo, sanno che rischiano a farsi scoprire. Tanto più che, quando il rivale torna libero, riparte una guerra sanguinaria, Antonio e Nicola, come futuri capi vogliono bruciare i tempi, sia nella conquista della propria fazione sia nella lotta agli altri. E l’anziana lucida 76enne Angela, sola ma finora protetta dai Musso, vuole cogliere l’occasione per vendicarsi di Mariasole e tornarsene a Procida.

Luigi Romolo Carrino (Napoli, 1968) scrive un altro notevole romanzo, scongiurando i limiti della serialità, proprio bravo. Tornano immediatamente i protagonisti di due precedenti belle storie (2008, 2015) senza tuttavia venire a mancare struttura originale e stile apposito. Qui c’è Shakespeare, l’eterna narrazione di un amore intenso e tragico, esordiente e irripetibile, perfetto e impossibile; ognuna delle cinque parti (il titolo nell’ultima, quella in cui altri avranno la loro giusta punizione) rielabora scene degli atti dell’archetipo di fine Cinquecento. Qui c’è una diversa prima persona a narrare su una panchina davanti al mare, il fratello più grande di Antonio, il silenzioso Arturo Pappacena (stesso padre, madre morta da un anno), studi classici e voglia sulla scapola destra, un bravo ragazzo che lavorava in un centro scommesse, nessuno già conosceva e non c’entrava con la camorra. Segnalo il chip dumping nel poker online, ora in declino per via degli insistenti controlli dell’antiriciclaggio, anche se sono sempre stati inventati nuovi modi per sciacquare i soldi neri, a cominciare dalla finanza internazionale e dalla telefonia. Anna (appassionata di Premier) e Imma (Liga e Bundes), le due rigorose efficienti guardie lesbiche che proteggono Mariasole, quando scommettono in genere fanno cinque bollette da due euro, tutte over e under (almeno o meno di tre gol in una partita). Il mojito è aspro e il ragù non deve bollire bensì peppiare. I ragazzi vanno pazzi per Franco Ricciardi e i neomelodici, la malavita non conta. E poi Antonio ascolta Calvin Harris e Rosa Justin Bieber.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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