Palm Desert (Le gialle di Valerio 179)

Don Winslow
Palm Desert. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2018 (orig. 1996, While Drowning in the Desert)
Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Dal Nevada (Austin e Las Vegas) verso la California. Agosto 1983. Neal Carey, indigeno della Grande Mela, dopo la prima avventura è dovuto restare sette mesi in quarantena dello Yorkshire e dopo la seconda confinato nel Sichuan cinese; dopo la terza da due anni si è sistemato con la maestra cowgirl Karen Hawley, capelli neri e occhi azzurri, in un’immensa valle a circa milleottocento metri di quota. Ormai ha quasi 30 anni, dovrebbero sposarsi fra un paio di mesi e sta iniziando l’ultimo semestre del master presso l’università del Nevada, tesi su Tobias Smollett, il fuoriclasse della letteratura inglese del XVIII secolo. Il suo prof potrebbe poi fargli avere un posto di assistente a New York dove sarebbero quindi presto intenzionati a trasferirsi (Karen sta pure suggerendo di fare un figlio). Senonché arriva Joe Graham, il padre putativo, con una richiesta del solito datore di lavoro, gli Amici di Famiglia, il servizio privato di una potente ricca banca di Providence. Gli chiedono di riportare a casa (Palm Desert, vicino a Palm Springs) un vecchietto finito nella città del gioco e del peccato, “il posto più assurdo del mondo”, pensa Neal. Prende la Jeep e parte (rivelandosi in seguito incapace di guidare con il cambio manuale). Il tipo si chiama Nathan Silverstein, ben noto come Natty Silver, uno dei grandi del burlesque; un piccolo ebreo di almeno 85 anni, radi capelli bianchi spettinati, naso a becco, pelle sottile e rugosa, occhi di bambino, ancora indiscreto fumatore e scopatore, inesauribile verve (estro conversevole) di battute, gag e racconti. Lo trova al Mirage, lo accompagna al casinò e lui subito si apparta con l’alta bionda simpatica sensibile Hope White. Torna e continua a sfinire Neal di chiacchiere, rimandando il rientro. In realtà forse è paura, ne ha ben donde.

Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una serie d’esordio (1991-96). Qui la narrazione è ancora in prima al passato, ma non mancano, quando la scena si sposta, anche pagine dei diari di Karen e Hope, un professionale scambio di mail fra la sovrintendente agli indennizzi e due avvocati, qualche registrazione da microfono illegale. Lo stile è già eccelso, seppur sbrigativo, lo scrittore cominciava ad avere altri progetti. L’ambientazione anni ottanta è legata a quel che allora faceva lui stesso (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario). Questo è il quinto e ultimo romanzo (1996), un commiato, molto più breve dei precedenti. L’amato deserto c’entra, ovviamente, in più di un senso, se vi stai annegando (da cui il titolo americano), allora “scalcia nell’acqua” (conclude Neal). Il burlesque impera: pare che i maghi abbiano sempre nomi italiani e gli ipnotizzatori russi; poi si usano molte figure letterarie, dalla metafora tormentata alla doppia ridondanza. Natty è il risultato di un accurato lavoro di documentazione (scritta e orale) sul genere, noi ci divertiamo, Neal impazzisce. Del resto, il padre era il classico donatore di sperma anonimo che aveva messo incinta la madre, la quale faceva la prostituta; non sa proprio se ha voglia di diventare genitore e si conferma maratoneta del tenere il broncio, con una faccia cupa da manuale. Pensa che la vita sia una sequenza casuale di eventi arbitrari, non (come Karen) un viaggio predestinato, pieno di sfide e scoperte. Sono innamorati. Eppure?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Uno sporco lavoro (Le gialle di Valerio 178)

Bruno Morchio
Uno sporco lavoro. La calda estate del giovane Bacci Pagano
Garzanti, 2018
Noir

Genova e Pieve Ligure. Luglio 1985 (e oggi). La primavera scorsa Giovanni Battista Bacci Pagano, dopo aver ricevuto una chiamata, è andato a trovare Maria Samperi in ospedale, reparto di pneumologia, appena rioperata. Lei racconta, ha tre maschi, il grande lavora in una compagnia aerea, di fatto li ha cresciuti da sola, il padre dava una mano. Insieme rievocano l’estate di oltre 30 anni fa, quando si conobbero (e un po’ amarono). Maria era la sbarazzina baby-sitter del piccolo Daniele (Lele) di 2 anni, Bacci aveva ricevuto come (primo) incarico la protezione della ricca famiglia Rissi in vacanza nell’immensa meravigliosa villa (ex Pirelli). Maria, pure genovese, appena ventenne, folta capigliatura nera e riccia, profondi occhi verdi velati di tristezza, corpo minuto e ben proporzionato, mediterranea carnagione olivastra, lavorava bene con affetto e diligenza ma non ne poteva più di domestici di mezz’età e genitori assenti, agognava esplicitamente cervello e carne freschi con cui trascorrere il poco vitale tempo libero. Bacci aveva il noto travagliato passato alle spalle (militanza politica, immeritata galera, morte dei genitori, vita randagia), ormai era un povero ateo alto trentenne sposato e, regolare investigatore privato con molte lezioni di tiro, iniziava una “feritevole” pericolosa carriera. Il lavoro di addetto alla sicurezza gli fu presentato come poco impegnativo e ben remunerato, circa sei milioni di guadagno netto per una ventina di giorni, isolato (con pistola Walther P38, calibro 7,65, Parabellum) in un bel posto. Subito si accorse che c’era qualcosa di strano: da uno yacht al largo partì un gommone, a bordo due tipacci, qualcuno li stava controllando, seguendo, intimorendo. Il socialista padrone di casa Silvano risultava intrallazzato con commerci di armi e tecnologie in zone di guerre, la moglie Adriana era magnifica e soggiogata, arrivarono guai dal mare e da tutte le parti.

Il bravo psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) prosegue la serie Pagano, ottima e di successo (12 romanzi, prima Frilli ora Garzanti), il noir dei caruggi, con una bella avventura dedicata al suo analista. Il racconto è sempre in prima persona; dal nuovo improvviso incontro con Maria s’avvia un flusso di ricordi sull’esordio investigativo; memoria riaperta, ogni tanto intervallata e conclusa da significativi dialoghi con l’affetto di allora. Il peso della “prima” parte d’esistenza è più recente e gravoso: gli adolescenziali sentimenti sovversivi nei movimenti di sinistra, la manifestazione con la pistola in tasca e l’ingiusta condanna per attività terroristiche, 5 anni dentro una minuscola cella bianca a leggere in massima sicurezza, il diventare orfano prima della piena assoluzione (nonno e padre operai), l’inutile laurea in lettere, altri 5 anni di lavori precari in giro per Cuba, Usa, Kenya, Senegal e Marocco, un matrimonio inevitabilmente poco affiatato (Clara si stava specializzando a Parigi in letteratura francese). Alcuni tratti già sono impressi: la Vespa, la pipa, il caffè amaro, il tifo per i colori del Grifone, l’irruenza saturnina malmostosa, la rabbia morale, il solitario acume e la fedeltà ai clienti (da cui il titolo). La figlia e la separazione, tante ferite fisiche e relazionali erano di là da venire. Quando si va rimettendo dopo aver rischiato la vita per salvare separatamente i Rissi, incontra per la prima volta anche il mitico imponente Pertusiello, ispettore della squadra mobile di Genova. I ricchi si sollazzano col Cristal, un po’ tutti con vermentino, bianchetta, pigato e sauvignon, in Liguria non mancano. E poi arrivano i brani di Sanremo, anche se il padre musicofilo ha consentito a Bacci di apprezzare il melodramma italiano e le grandi opere sinfoniche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il diario segreto del cuore (Le gialle di Valerio 177)

Francesco Recami
Il diario segreto del cuore
Sellerio, 2018
Commedia in bianco e noir

Milano, casa di ringhiera al civico 14 di via *** del quartiere Casoretto. Ottobre-novembre 2011. Ricapitoliamo i protagonisti conviventi: Consonni (appartamento 8), Angela Mattioli (2 e 22, ma ha anche altre tre o quattro deleghe), Luis De Angelis (5), coniugi Du Vivier (6 e 7), Antonio con occasionali compagne (9), la signorina Olga Mattei Ferri (12), Claudio Giorgi (15), i peruviani (senza numero), la signora Xing (locali di sotto). Per ragioni diverse gli appartamenti son tutti vuoti. Consonni, già circa 66enne tappezziere pensionato, orrendamente morì, proprio nella corte, il funerale aveva traumatizzato tutti. Tanti inquilini sono altrove, provvisoriamente o meno, causa lavoro, vacanza, salute o chissà perché. Solo un nucleo è in qualche modo restato nel condominio, Donatella e i due figli, Gianmarco e Margherita, nell’appartamento familiare (il 15) e il separato marito Claudio come badante regolare della vecchia pettegola (del 12) ora assente. I due ragazzi (13 anni e mezzo e quasi 11) erano stati testimoni di vecchie storie criminali, trovarono pure un panetto di fumo, hanno sempre paura che tornino a galla. Donatella ha da poco compiuto 43 anni, è povera e piena di dubbi. Gianmarco sta ripetendo la terza media, gioca a calcio e attraversa un complicato inizio di adolescenza. Dal 12 settembre la piccola (anche di statura) genietto Margherita tiene un diario e la mamma finalmente lo scopre: vi sono giudizi severi, recensioni di libri, lettere del padre, le risposte, commenti inaspettati, soprattutto un accenno a chi uccise Consonni. Poi un profilo Facebook tira l’altro e succede di tutto, fin quando, via via, pure altri affezionati inquilini cominciano a farsi rivedere.

Il bravo scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956) non è riuscito a lasciar morire il suo personaggio principale (un fattore abiotico, però), come già accadde ad autorevoli personalità del genere giallo e noir. Aveva annunciato fin dal principio (2011) che sarebbero stati sei i romanzi della serie della “casa di ringhiera”, dedicata a un curioso microcosmo milanese, un modesto edificio del primo Novecento, con una corte rettangolare, ringhiere di ferro battuto e una ventina di inquilini. Mantenne l’impegno, un volume ogni anno (fino al 2016), anche se le narrazioni coprono un intervallo temporale più breve. Dopo un paio di commedie nere, a fine 2018 l’autore torna a casa. Amedeo Consonni è evocato ma non può manifestarsi, tutto (come al solito) ruota intorno all’originale ambientazione, impronta “bianca e noir”: misteri, misfatti e crimini fanno da cornice, servono a evocare il genere letterario non a praticarlo. A prescindere dall’assenza di persone uccise, è l’ulteriore verifica e conferma che in ogni dinamica sociale affettiva ci sarebbe sempre qualcuno o qualcuna da far fuori! La narrazione è in terza, ma quasi la metà è dedicata al diario, in corsivo (da cui il titolo). La talentuosa bimba adora Gerry Way (fondatore e cantante dei My Chemical Romance, 7 anni fa ancora attivi), legge molto e bene (forse con gli stessi gusti dell’autore) e vince a mani basse il concorso per studenti Raccontare è vivere (con un racconto che ci è possibile apprezzare); mentre la passione per Nesbø (Premio Chandler 2018) è passata da Amedeo a Donatella.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna che morì due volte (Le gialle di Valerio 176)

Leif GW Persson
La donna che morì due volte
Marsilio, 2018 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia de Marco
Noir

Solna, contea di Stoccolma. Estate 2016. Edvin Milosevic, dieci anni, figlio di serbi profughi dalla Croazia, piccolo e magro, ha un ottimo rapporto di nobile cameratismo maschile con Evert Bäckström, capo della locale sezione di polizia, pessimo uomo, ormai ultra 60enne. Sono vicini di casa a Kungsholmen. Il ragazzino considera Evert un mito, ascolta e ripete ogni sua indicazione, discreto e leale, a disposizione per frequenti piccole commissioni; il commissario non ama i bambini e non sopporta praticamente nessuno, vede in Edvin qualche affinità interiore, si è quasi affezionato. Nel tardo pomeriggio del 19 luglio Edvin suona, qualche ora prima è fuggito dal campo scout avendo casualmente rinvenuto qualcosa di importante e orribile, apre lo zaino, estrae un sacchetto contenente un cranio, spiega bene cosa ha già giustamente dedotto, c’è un evidente buco di pallottola. Evert lo ringrazia e avvia l’inevitabile laboriosa indagine. I resti della vittima sono stati ritrovati sulla piccola inospitale maledetta isola di Ofärdsön sul lago Mälaren, nemmeno un centinaio di ettari, già pascolo estivo per il bestiame prima di acquisire la brutta fama di portare sfortuna, niente spiagge o facili approdi, quasi completamente coperta di arbusti e cespugli. Quel che presto emerge dalle analisi è che il Dna appartiene a una thailandese nata nel 1973 e già morta nello tsunami di fine dicembre 2004. Tutta la squadra, i tecnici della scientifica, i colleghi asiatici, pure i servizi segreti studiano genetica e si immergono nella vicenda per un paio di mesi. Una delle due morti deve riguardare qualcun’altra, non si può morire due volte. Oppure sì?

Leif Gustav Willy GW Persson (1945), professore di criminologia alla Scuola nazionale di polizia a Stoccolma, è stato consulente del ministero di Giustizia e dei Servizi segreti svedesi e, da una ventina d’anni, ci delizia con lunghi bei gialli (la vicenda Palme insegna)! Colti e divertenti, costituiscono un ritratto vivido e ironico delle opulente società contemporanee, terza fissa al passato, una goduria di dettagli ed emozioni: si scherza e si pensa, si odia e si ama, si ride e si piange, ci si stupisce e ci si commuove, incantati da dialoghi con deliziosi retro pensieri, in punta di piedi, con raro senso della musicalità. Il suo primo mitico protagonista Lars Martin Johansson è ormai morto da oltre cinque anni. Persson alterna pertanto cattivi e buone che erano ai suoi comandi, segnalando talora personaggi e intrecci dei precedenti romanzi, qui tutto ruota intorno a Bäckström, il peggiore. Il tondo furbo fortunato commissario è figlio d’arte, corrotto ubriacone misogino arrapato volgare (grazie a un celebre supersalame), né brutto né sciocco, capace di mirabolanti intuizioni induzioni deduzioni abduzioni, ricorda collega pianifica il proprio esclusivo benessere, soprattutto gastronomico, alcolico e sessuale. Fra l’altro riemergono varie vecchie storie, pare che Putin e il governo russo, per il tramite dell’amico Gustaf G:son GeGurra Henning, vogliano assegnare a Evert la medaglia Puškin per il caso del naso di Pinocchio, si rischia l’incidente diplomatico. Più che buon vino tanta birra e vodka, al meglio con i würstel Bullens Pilsnerkorv. Il nome della barca viene da Puccini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La doppia madre (Le gialle di Valerio 175)

Michel Bussi
La doppia madre
Edizioni e/o, 2018
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Le Havre. Novembre 2015. La 39enne comandante di polizia Marianne Augresse, con il giovane strafigo vice Jean-Baptiste Jibè Lechevalier e il tenente 52enne pluripaterno Pierrick Papy Pasdeloup, sono sulle tracce dei ricercati e del bottino della rapina del 6 gennaio a Deauville; un colpo organizzato alla perfezione con la refurtiva nascosta prima che la polizia riuscisse a uccidere la coppia in moto dei quattro rapinatori e a colpirne gravemente un terzo, Timo Soler, poi anche lui sparito; dieci mesi dopo il ferito contatta un medico, forse possono prenderlo. Il bello psicologo scolastico Vasil Dragonman, voce soave e accento slavo, occhi brioche dorata e possente corpo fascinoso, contatta Marianne e la distrae: è convinto che il piccolo Malone Moulin di soli tre anni e mezzo dica qualcosa di vero quando, nonostante prove contrarie, fra tante frasi di apparente fervida fantasia, in continuo dialogo col peluche Guti, accenna al fatto che i suoi genitori ufficiali, Amanda e Dimitri, non siano i veri mamma e papà. Le indagini parallele rendono sempre più pieni e convulsi i giorni di Marianne: chi aiuta Timo è furbo o insospettabile, si allunga una scia di cadaveri dietro il principale cervello della banda; Vasil è sempre più osteggiato, ma convincente e affascinante nel tentare di comprendere il passato del bambino; la sexy nuova gentile geniale amica Angélique Angie Fontaine le sta vicino e condivide lo stesso desiderio di avere finalmente un figlio. Finché si capisce che è proprio Malone la chiave di tutto, il punto d’intersezione fra i casi, la memoria dei misteri e dei crimini, lo strumento di vari registi non in sintonia, l’occasione per trovare qualche verità e giustizia.

Il professore universitario di Rouen e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a realizzare ottimi gialli senza protagonisti seriali con ambientazioni accurate, talvolta nella sua Normandia, in questo caso l’area portuale sulla Manica. Ormai, ogni volta che s’inizia, subito si comincia a capire che ci sono frasi e situazioni in cui ti sta fregando, gli intrecci sono sempre minuziosi e sorprendenti, ancor più in un romanzo imperniato su un ometto. Intuisci che il testo è opera creativa di un illusionista (per certi versi è così tutto il giallo classico alla Christie), poi cominci a divertirti, a incuriosirti, ti prende ed è un colto grande intrattenimento. Ovviamente è dedicato alla mamma (e alle mamme di tutti noi?). Del resto, non mancano teorie e lezioni di psicologia dello sviluppo: accade che la memoria adulta non possiede ricordi dei primi anni di vita (perché e a che punto scompaiono?), che l’infante ha poco tempo a disposizione prima che si dimentichi tutto (giorni o mesi?), che i bambini mantengono rilevante memoria sensoriale, emozioni e impressioni che si incidono (e restano nell’inconscio oltre che in gusti e personalità?), che il gioco svolga le funzioni di imitazione, codificazione, trasgressione (e ubbidienza?), che la resilienza mescola sincerità e menzogna. Come nel resto della vita. La narrazione è in terza varia, distinta in tre parti di donna (Marianne, Amanda, Angie) con lo stesso incipit del venerdì all’aeroporto della fuga e il flashback verso i primi giorni della settimana. Un sito le accompagna, voglia-di-uccidere.com, oltre una ventina di significativi spunti per farlo, con condanne e assoluzioni popolari! In corsivo le belle storie ascoltate da Malone. Al bar o da sole le amiche bevono rioja, in famiglia faugères. Freddie Mercury è sempre decisivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Fate il vostro gioco (Le gialle di Valerio 174)

Antonio Manzini
Fate il vostro gioco
Sellerio, 2018
Noir

Aosta. Dicembre 2013. Il quasi 50enne vicequestore Rocco Schiavone, laureato in giurisprudenza con il minimo dei voti, fa un salto nella sua Trastevere, ma Seba è ai domiciliari e continua a non volerlo vedere, Furio e Brizio accampano scuse, è proprio in crisi la storica amicizia (siglata con goccia di sangue a dieci anni). In montagna l’attendono il freddo, la neve e un paio di brutte storie. C’è qualcuno che ruba negli uffici, alcuni oggetti costosi sono scomparsi (un laptop, un drone), almeno tre spini pronti e mezzo sacchetto di marijuana risultano pure spariti (dal suo cassetto), bisogna assolutamente individuare Manolunga. E poi li chiamano in un condominio di Saint-Vincent, in un appartamento trovano il cadavere del vedovo ragioniere Romano Favre, 65 anni, in pensione da 7, prima lavorava al casinò, controllore di sala, da qualche tempo aveva ricominciato a frequentarlo. Lo hanno squarciato con due coltellate, una al fegato, l’altra alla giugulare, tanto sangue in giro. Trovano le chiavi sulla toppa interna della porta blindata, dentro un accendino bianco sul comodino e una fiche (di Sanremo) serrata fra le dita della mano destra del morto, spalancata la porta-finestra sul giardino. Le indagini piacciono a Rocco, però continua a non sentirsi in forma: gli amici sono distanti anche col cuore, Caterina lo ha tradito sul lavoro e negli affetti e ormai è a Roma, il giovane amico agente Italo Pierron è turbato (non solo per l’amata collega), la sua squadra ha molti altri punti deboli; inoltre, il famigerato Enzo Baiocchi è divenuto collaboratore di giustizia, sempre più protetto dalla magistratura alla quale consente arresti eccellenti nel mondo della droga, pur non avendo rinunciato all’idea di uccidere Rocco; e il casinò appare una fogna sotto tutti i punti di vista. Quello valdostano è pure stranamente in perdita, mentre raccoglie (come tutti gli altri) troppi ludopatici e qualche affare sporco. Non potrà finire lì.

Settimo romanzo della bella sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, seconda serie ora nell’autunno 2018). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa, al passato. I consueti personaggi pubblici fanno la loro funzionale figura: il questore Costa, il magistrato Baldi, i subalterni più o meno efficienti, i collaboratori come Gambino e Fumagalli. Il protagonista, invece, fa i conti con un dolore strutturale e con il ruolo formale, si è creato un proprio mondo nella testa, sofferente per la moglie morta oltre 7 anni prima a causa sua (con lei spesso dialoga) e per i sodali romani, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Comunque il ladro Brizio molto lo aiuta. E anche lui s’acconcia bene a furti contro i cattivi (il decalogo dei principi etici si trova a pagina 182), poi prende i casi sul personale, come sfide private, alla fine ricomincia da capo se non è soddisfatto. L’attenzione si concentra sulle varie forme della malattia del gioco (da cui il titolo): Italo perde a poker, tanti altri ai tavoli del casinò, è scientifico. Manzini, attraverso Rocco (che odia carte e cavalli), scandaglia: i tic del personale e dei giocatori incalliti, la mesta umanità perduta destinata a perdere ancora, l’imprescindibile necessità di curarsi. Rocco invecchia, soffre dolori alla colonna vertebrale, acquista continuamente Clarks nuove, fuma Camel, vive solo con la cagna Lupa (se non fosse per l’imberbe Gabriele!) ma ha come al solito molto successo con le donne (pare valga anche per Giallini, l’autore che lo interpreta, da prima) e, talora, per evitare problemi e sfogare rabbia, si limita a frequentare puttane. Rum e genepy, ovviamente, ma anche nebbiolo e Blanc de Morgex. Pink Floyd e David Bowie fanno gioire più generazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il taglio di Dio (Le gialle di Valerio 173)

Jeffery Deaver
Il taglio di Dio
Rizzoli, 2018 (orig. The Cutting Edge, 2018)
Traduzione di Rosa Prencipe
Noir Hard-Boiled

New York. Un marzo dei giorni nostri. Il Diamond District si trova a Midtown Manhattan. I giovani innamorati Anna e William stanno andando dal bravissimo famoso diamantaire 55enne Jatin Patel sulla 47° Street, lei deve provare l’anello di fidanzamento, oro bianco con pietra IF quasi pura tagliata princess da un carato e mezzo, valore sedicimila dollari. Un uomo li segue in ascensore, quando si fanno aprire li spinge dentro l’appartamento e fa una strage. In quel momento arriva anche l’apprendista tagliatore Vimal Lahori, esile 22enne, l’uomo spara anche a lui, ma in qualche modo riesce a scappare. L’assassino si mette sulle sue tracce, deve assolutamente ritrovarlo, non ha finito di cercare qualcosa e di uccidere vari. Il detective di primo livello del New York Police Department Lon Sellitto, tarchiato e sgualcito, chiede consulenza all’amico esperto Lincoln Rhyme, criminologo tetraplegico, già capitano al NYPD e capo della Scientifica, assistito da Thom e dalla moglie Amelia Sachs nella palazzina di Central Park West. I coniugi sono appena tornati da Washington, parecchio interessati al processo in corso contro il potente trafficante di droga messicano Eduardo El Halcón Capilla, di cui non è stato ancora scoperto il socio americano. Lon coinvolge nel caso della rapina e omicidio plurimo della sezione Major Cases anche Ron Recluta Pulaski, agente atletico e biondo. Come al solito, è Amelia a visionare di persona la prima e le successive scene dei crimini, arrivandovi a bordo della Torino Cobra da 410 cavalli. Sono vari gli interrogativi aperti: quasi tutti i diamanti non sono stati rubati, la tortura del proprietario sembra inspiegabile, qualcuno ha fatto una telefonata anonima di denuncia. Paura e dubbi crescono, altri fidanzati vengono aggrediti, cominciano a scoppiare conduttore del gas causa terremoto o simili, che sta succedendo?

Il grande scrittore americano Jeffery Deaver (Glen Ellyn, 1950) è giunto (in venti anni) al quattordicesimo bel romanzo della sua serie di maggior successo, portata più volte sul grande schermo. Come talora accade per i maestri del genere, attraverso il nuovo caso si apprende tutto su un fenomeno della vicenda (e commedia) umana contemporanea, questa volta la vita dei diamanti dopo il rinvenimento delle preziose pietre. Tutte le miniere del mondo hanno storie e mercati interconnessi, in cui investono finanzieri e governi, spie e sfruttatori di ogni risma. Gli acquirenti al dettaglio producono un giro di affari di circa quaranta miliardi di dollari l’anno solo negli Stati Uniti. Sono cinque i passaggi che servono per arrivare al pezzo finito, come cinque sono le parti del volume (una per ogni adrenalinico giorno della trama): marcatura, clivaggio, segaggio, sbozzatura, sfaccettatura o pulitura. La narrazione è in terza persona molto varia: i testimoni involontari (e alcuni assurgono a protagonisti), i differenti cattivi e buoni, pur se uno solo riesce a prevedere le dinamiche, dal letto dove mantiene buoni sensi e può muovere solo un dito e le palpebre. Noi, comunque, stravediamo per l’indomita e magnifica ex modella Amelia, alta snella rossa, autista spericolata, tiratrice provetta, sofferente di artrite e claustrofobia. C’è come sempre un cavallo di Troia e appare davvero troppo facile intrufolarsi nelle stanze-laboratorio di Rhyme, anche se poi, alla fin fine, gli fanno un baffo! Vini sudafricani, ma non per i due: cabernet rosso e robusto per lui, bianco chardonnay di Borgogna per lei. Alla salute!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il sorriso di Jackrabbit (Le gialle di Valerio 172)

Joe R. Lansdale
Il sorriso di Jackrabbit
Einaudi, 2018
Traduzione di Luca Briasco
Noir Hard-Boiled

LaBorde e Marvel Creek, East Texas. Un sabato di aprile, ai giorni nostri. Hap Collins e Brett Sawyer, rossa risoluta, si sono appena uniti in matrimonio davanti al giudice di pace, wow! Al picnic nuziale arrivano gli affetti più cari, parenti come Chance, figlia adulta dello sposo recentemente acquisita, il fratello di fatto Leo Pine col fidanzato poliziotto Curt Cucciolo Collins e il capo Marvin Hanson, Felicity e Reba, Manny e Cason. Poi, d’improvviso, da un pick-up bianco scendono due razzisti, morte e distruzione sono sempre in agguato. Si tratta di Judith Mulhanew e dell’aggressivo figlio Thomas, si sono rivolti alla loro agenzia investigativa (dopo il rifiuto di tutti i pochi colleghi della zona) per cercare l’altra figlia maggiore Jackie, attraente e ribelle, chiamata Jackrabbit per i grandi denti davanti, poco più che ventenne, contabile grande esperta di numeri, matematica e ragioneria. Se n’era andata cinque anni prima in un paesotto lì vicino, Marvel Creek (dove Hap è cresciuto), all’inizio stava con l’omaccione che gestiva la discarica, ma da qualche mese nessuna l’ha più vista. L’anticipo è modesto, decidono comunque di provarci, fanno un sopralluogo, domandano in giro, pare che la ribelle ragazza si sia messa con un nero e abbia avuto un figlio, pare che il padre sia appena morto essendosi pagato un efferato suicidio. Tuttavia, le domande attirano guai, soprattutto non piacciono ai segregazionisti del Professore, uno strano inquietante tipo, ben piazzato e di bell’aspetto, capelli corti e faccia liscia, falso sorriso smagliante e radioso, ricco e potente, che manovra tanti per far vivere separate le razze, da una parte i bianchi (come lui) dall’altra i neri (inferiori). Ha protezione violenta e vari segreti. Per contare i morti non basteranno le dita delle due mani.

Decimo bel romanzo della divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore e linguaccia lunga, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, fin dal liceo capace di vivere dimostrando di non essere razzista, brevemente sposato, uccide da sempre il meno possibile, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, elegante megachecca impaziente, decorato in guerra, adora cani e biscotti alla vaniglia, uccide i cattivi di gusto, ordinato pulito atletico, ormai brizzolato e rapato a zero, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona al passato, alter ego dello scrittore, “ateo morale”, narrando l’indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi (sul mondo) della pirotecnica complicata imperfetta coppia. Questa volta piove sempre e la sfida western finale si svolge nella puzzolente sanguinolenta fattoria dei maiali. L’autore si confronta col pessimo razzismo dei tempi andati, si ispira a cronache odierne e descrive il clima emotivo purtroppo egemone in Occidente, populisti nazionalisti xenofobi suprematisti (bianchi), i nuovi negri sono gli immigrati: odio e pregiudizio, ignoranza e cattiveria, disinteresse verso ogni forma di cultura e orgoglio di non sapere. Leonard atterra chi ha colpito Hap e subito canticchia un paio di strofe di una canzone di Kasey (Lansdale), Sorry Ain’t Enough!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Terra di sangue (Le gialle di Valerio 171)

Karin Brynard
Terra di sangue
Edizioni e/o, 2018 (originale 2009, Weeping Waters)
Traduzione di Silvia Montis (dall’inglese)
Noir

Sudafrica, Northern Cape. Circa dieci anni fa. L’ispettore quarantenne bianco Albertus Markus Bert Beeslar, alto ben 1,95, capelli neri e tratti forti, pallido e cupo, viene avvisato del massacro in una fattoria: sono state uccise la proprietaria pittrice bianca di 33 anni (Freddie) e la bambina di quattro che stava adottando (Klara, affetta da sindrome alcolica fetale). Beeslar è uno che lavora sodo, di vecchia scuola, finché un caso non viene risolto 14 ore al giorno, niente straordinari weekend riposo; ha amori lontani e tragedie nel passato, la rossa Gerda non vuole più vederlo dopo gli orribili casini accaduti anche con i figli di lei a Johannesburg, prende ormai regolarmente anticonvulsivi contro la sindrome da stress post-traumatico, poi lo hanno punito per le botte a un collega (violentatore di donne), ora da un paio di mesi è stato mandato in un minuscolo luogo remoto quasi di confino. In quell’area aspra, poco densamente popolata, convivono etnie diverse e stratificate, sono in corso un’ondata di furti di bestiame (pecore e bovini) e assalti alle fattorie (afrikaans), il tasso di omicidi è divenuto il più alto di tutta la nazione, al riarmo generalizzato della criminalità organizzata e degli odi razziali sembrano aggiungersi rivendicazioni di nativi e potenti interessi immobiliari intorno alle terre. Arriva da Cape Town Sara Swarts, sorella più piccola di Freddie, giornalista ambientalista, minuta e atletica, occhi verdi e capelli scuri (spesso con la coda), attraente spavalda tignosa. Non si vedevano da un paio d’anni, avevano litigato e, nel frattempo, il padre era morto accudito dalla figlia maggiore. C’è qualcosa che non torna nel rituale macabro dell’omicidio.

La bozza di questo bell’esordio letterario della giornalista politica Karin Brynard (Koffiefontein, 1975) era di oltre mille pagine, uscito ridimensionato nel 2009 in afrikaans, poi tradotto in inglese nel 2014, ora finalmente in italiano. Trasuda intimità verso quell’ecosistema complesso a 900 chilometri da Città del Capo, sia per l’arido contesto selvaggio del veld (sabbia rossa, crateghi, alberi nani, rocce di dolerite nera, miniere di ferro e manganese, leoni del deserto, babbuini ammaestrabili) sia per il mosaico etnico non solo del post-apartheid (boscimani, Griqua, meticci, ognuno con relative lingue e riti). Segnalo lo slogan lanciato dopo la morte del leader del partito comunista sudafricano Chris Hani nell’aprile 1993 (quando i moti da guerra civile furono calmati dall’apparizione a reti unificate di Mandela, ancora semplice cittadino): “uccidi, il boero, uccidi il colono”. In realtà, come spiega Beeslar, “il mondo è pieno di persone fuori di testa. A volte sono bianche, a volte nere. Ma sono pazze allo stesso modo”. La lenta fluida narrazione di quell’intensa violenta settimana è in terza sull’investigatore e sulla giornalista, due diversi approcci emotivi che si alternano, incrociano, sovrappongono, apprezzano (senza amore) in una terra di acque piangenti, intrisa di sangue che sporca le mani a tutti (da cui i titoli, originale e italiano). S’incontrano innumerevoli rimarchevoli personaggi. Birre e vino (da Stellenbosch) non mancano mai. Mozart, Bach, Vivaldi per Beeslar, il cantante pop Bok van Blerk per i boeri che celebrano l’indipendenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Senti la sua paura (Le gialle di Valerio 170)

Peter Swanson
Senti la sua paura
Einaudi, 2018 (orig. 2017, Her Every Fear)
Traduzione di Letizia Sacchini
Noir

Boston. Primavera. La giovane Katherine Kate Priddy è originaria di Braintree nell’Essex e arriva da Londra, per la prima volta negli Stati Uniti. Ha scambiato per sei mesi il suo trilocale con il bell’appartamento (con vista sulla città e sul fiume Charles) del cugino Corbin Harriman Dell, si è iscritta a un corso di grafica digitale. Fin da piccola soffriva di disturbi d’ansia e ora vuole tentare di cambiare aria dopo quanto le è successo qualche anno prima: il rischio di morire per mano del fidanzato, due giorni chiusa nell’armadio, la paura che ancora la pervade, niente più sesso, le frequenti crisi di panico, mantenendo sempre a portata di mano pillole di benzodiazepine. Proprio nel cuore della notte del suo arrivo, viene uccisa in casa la vicina di pianerottolo, Audrey Marshall, bionda e fragile. La polizia dice e spiega poco ma la scena del crimine doveva essere molto sanguinolenta e cruenta, la detective Roberta James chiede di dare un’occhiata anche da lei. In giardino incontra un ragazzo ebreo magro con lineamenti strampalati, un volto bello e triste, Alan Cherney, lui osservava spesso dalla finestra la vita casalinga della vittima, era divenuta quasi una mania, forse innamoramento (specie dopo che si era lasciato con Quinn). Andando a fare spesa il giorno dopo Kate s’imbatte in un ragazzo dai capelli rossicci, Jack Ludovico, lui era amico e invaghito della vittima. E lei inizia a disegnare schizzi di tutti quelli che incontra, i suoi quaderni sono sempre stati pieni di ritratti abbozzati. Entrambi i giovani hanno alluso a una qualche relazione di Audrey col cugino, più o meno segreta, a Kate cominciano ad accadere cose strane (disegni leggermente cambiati, chiavi e oggetti spostati, bagno visitato), c’è di che aver paura.

Il bravo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) ha forse due costanti finora: Old e New England, vari protagonisti a incastro. Questa volta narra in terza persona sui vari protagonisti (tutti tra i 25 e i 30 anni), via via che si dipanano e intrecciano le loro storie: Kate, Alan, Corbin, Jake. Hanno alle spalle intense dinamiche emotive ed episodi noir, scavando indietro emergono anche legami insospettabili e omicidi mai risolti. La struttura è convincente ma capita pure che annoi un poco: i singoli diversi punti di vista trattano storie non egualmente torbide e violente, sempre paurose ma distanti, nel tempo, nello spazio e nelle emozioni; taluno è immerso nel terrore, tal altro teme per altri o gode per il timore altrui. In realtà, il caso si risolve in soli quattro giorni, pur se cronache e ambientazioni fanno riferimento a vicende del passato in giro per colleges e cottages, birre e caffè di Inghilterra e Massachusetts. Qualcosa c’entrano il regista newyorkese Stanley Kubrick (1928-1999) e alcuni suoi capolavori: Odissea nello spazio (1968), Arancia meccanica (1971), Shining (1980). Grandi quantità di vino bianco e rosso, più a casa che in giro, senza distinzione di odori, sapori, gusti, abbinamenti. La musica giusta per riprovare a fare l’amore è il buon solido datato jazz, e soprattutto una delle infinite versioni musical di Bewitched, Bothered and Bewildered (1940). Però, quando il gioco si fa duro, i cattivi, non a caso, si sparano a tutto volume Brotherhood dei New Order.

(Recensione di Valerio Calzolaio)