Il purgatorio dell’angelo (Le gialle di Valerio 164)

Maurizio de Giovanni
Il purgatorio dell’angelo
Einaudi, 2018
Giallo

Napoli. Maggio 1933. Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, è certo di essere pazzo, e di aver ereditato la sua follia dalla madre, la defunta baronessa Marta. Piuttosto è incerto se confessarlo finalmente a qualcuno, forse alla stessa amata Enrica, con la quale finalmente si frequentano da dolci innamorati, nonostante l’opposizione della madre, l’aggressiva Maria. Lui quasi 33 anni, enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, schivo e introverso, senza auto né patente; lei 25, occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Ricciardi si sente diverso, nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Questa volta lo chiamano sugli scogli di Posillipo, in fondo a via Costa c’è il cadavere di un anziano prete, colpito in testa da dietro senza segni di colluttazione, lui capisce che era inginocchiato (l’autopsia confermerà) e parlava di una confessione (perché e di chi andrà indagato). Il brigadiere Maione gli è accanto e collabora con affetto e dedizione, pur distratto da una serie di rapine di un gruppo di ragazzini nel quartiere Chiaia, quasi all’orario di chiusura e distanti dalle ronde delle guardie. La vittima dell’omicidio, padre Angelo, era apprezzato sia nella comunità di gesuiti di San Luigi ove viveva da decenni, docente teologo, sia da vari esponenti della più alta società cittadina, dei quali era il preferito confessore. Nel suo passato o nel suo presente si nascondono segreti, sommessamente Ricciardi li scoprirà, sollecitando chiare confessioni agli affetti più cari.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie è giunta quasi al termine. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, ora narra alcuni mesi (residui) della magnifica città. Siamo all’undicesimo volume, molto bello, probabilmente il penultimo. In copertina l’ucciso, il mare e la sagoma della montagna che si distingue nella luce di latte. Con un titolo pervasivo: i peccati sono un fardello di cui non si libera con facilità (solo per qualcuno, credente o meno), la vita è un purgatorio per chi ha fede (e qualcun altro), soprattutto per gli angeli come è noto. Così gran parte dei personaggi combattono con la necessità di confessarsi, per l’assoluzione o lo sfogo. Come sempre, la narrazione è in terza varia al passato, le due indagini e le vicende private accavallate con sapienza drammaturgica, capitoli talora intervallati da inserti che raccontano la storia parallela dell’antico “scherzo” di due studenti per evitare una prova di greco in classe (alla fine si capirà l’intreccio), oltre che dai (rari) intensi toccanti ispirati corsivi autorali. Gran ragù preparato da Lucia per il marito brigadiere, i sei figli e il nuovo allievo prediletto. La colonna sonora musicale è affidata all’avvenente personaggio che siamo tutti in attesa di incontrare (prima o poi), Bianca Borgati, marchesa di Rosaspina. Mentre il marito è giustamente in prigione, muore il carissimo leale amico Carlo lasciandole tanti denari e gran bei dischi, soprattutto due (clandestini) cantati dalla giovane mitica Billie Holiday: But Not for Me e The Man I Love, dei fratelli Gershwin.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il metodo Catalanotti (Le gialle di Valerio 163)

Andrea Camilleri
Il metodo Catalanotti
Sellerio, 2018
Giallo

Vigàta. Autunno – inverno 2015-2016. Novità in casa Montalbano. Fra i gustosi tranquilli pranzi marinari alla trattoria di Enzo (con successiva passeggiata sul molo) e le solitarie succulente cene pronte di Adelina, dopo una mattina di inutili indagini, improvvisamente a Salvo prende lo sghiribizzo di andare in un altro ristorante di cui ha sentito parlare bene, “Catarinetta”, in aperta campagna a metà strada tra Vigàta e Montaperto. Per caso sta mangiando lì Antonia Nicoletti, la giovane nuova responsabile della scientifica. Si mette al suo stesso tavolo, gli piace proprio, scambiano qualche frase, paga lui. L’aveva incontrata di recente sulla scena di un crimine, quando era stato rinvenuto cadavere il 50enne vigatese Carmelo Catalanotti, benvestito sul proprio letto, con un manico di tagliacarte che spuntava all’altezza del cuore. Non era quello il morto che Salvo e Domenico Mimì Augello cercavano, in realtà. Quell’impenitente “fimminaro” del suo vice si era imbattuto la sera prima, fuggendo per balconi a causa di un incontro erotico con Genoveffa interrotto dall’arrivo del marito, in un altro uomo insanguinato e senza respiro, steso su un letto al buio, scomparso quando erano tornati di giorno. D’altra parte Carmelo è pieno di misteri, sospeso fra due differenti identità e attività: l’usuraio gentile, con tanti debitori meticolosamente appuntati cui riservava tassi bassi e congruo tempo; il teatrante fissato, con tanti attori, aspiranti o meno, cui imponeva gravose prove psicologiche. Il fatto è che Antonia distrae Salvo, almeno un poco, lui sente Livia ormai come un’amica, si rifà barba e guardaroba, ci mette parecchio tempo a capirci qualcosa. Lei è una trentenne alta, capelli ricci corti, occhi lunghi verdi, naso perfetto, arrivata da appena una settimana, sola per scelta e in procinto di essere trasferita di nuovo, ad Ancona. Non è che ci troviamo Montalbano nelle Marche la prossima volta?

Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) torna subito in testa alle classifiche di vendita! Come sempre, narra in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate, questa volta con intermezzi in corsivo di racconti e trame. Per i gravi problemi agli occhi, come ormai da quattro anni, ha dettato il romanzo a Valentina Alferj (vista, udito e contrappunto immediato del metodico grandissimo autore). La struttura è analoga alle precedenti: capitoli della medesima lunghezza ritmati dall’argot vigatese-camillerese stretto, una partitura musicale questa volta dedicata al grande amore per la drammaturgia, il ritorno al teatro è il vero tema del romanzo. L’ucciso è un artista dalla personalità complessa, gran lettore e conoscitore di opere, autore originale, applicava un metodo severo (da cui il titolo) per mettere un attore in condizione di recitare, ne faceva venir fuori emozioni forti e pulsioni recondite. Vengono così citati figure e teorie del teatro “povero”, del verosimile e del similvero, delle opere para-poliziesche (genere “giallo” usato per indagini profonde nell’animo dell’uomo contemporaneo). Salvo non è lontano dalla pensione, ha la pancetta e altre sue abitudini, fra l’ennesima sigaretta e il buon whisky, fra le troppe firme burocratiche e il sentirsi in colpa per chi resta senza lavoro, capisce di dover prendere di petto l’antica scontata relazione con Livia (che vive a Boccadasse, si è presa un cagnetto e l’ultima volta gli ha lasciato un foglietto di prescrizioni alimentari), la passione si è trasformata in amore fraterno, e questo è l’altro filo conduttore del romanzo. Vino in fiasco o bottiglia accompagna ogni mangiata. Montalbano si felicita con i versi di Neruda (e non solo) oppure canticchia il valzer della Vedova allegra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il quaderno rosso (Le gialle di Valerio 162)

Michel Bussi
Il quaderno rosso
Edizioni e/o, 2018 (orig. On la trouvait plutôt jolie, 2017)
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Marsiglia (e area mediterranea). In soli quattro recenti giorni di fine 2016. L’affascinante energica vivace efficiente Leyli Maal ha avuto fino a questo momento un’esistenza intensa e drammatica, ora vive nel quartiere di case popolari Les Aigues Douces, nella periferia metropolitana della metropoli portuale francese, in un piccolo appartamento di venticinque metri quadrati. Va nel comune di Port-de-Bouc per chiedere ancora di avere assegnato un alloggio più grande, porta il contratto di lavoro (pulizie in un albergo) ottenuto finalmente a tempo indeterminato (dopo cinque anni di lavoretti), insieme alle foto della piccola casa e dei tre amati figli. Cena insieme a loro tutte le sere, alle sette e mezzo a tavola, un rito irrinunciabile. La più grande è una meraviglia, Bamby (nome peul), ormai quasi 22enne (27 marzo 1995), ha frequentato la facoltà di psicologia, lunghi capelli neri, occhi a mandorla dai riflessi nocciola, collo ramato, labbra di pesca, silhouette slanciata, pelle olivastra. Il più piccolo gioca spesso a pallone, Tidiane, 10 anni (2006), minuto, già gran lettore, affezionato ai carissimi nonni Moussa e Marème. In mezzo c’è il possente Alpha, nero e molto alto, oltre un metro e novanta per novanta chili di muscoli, 17enne (1999) che ha abbandonato la scuola e sa sempre cavarsela, una forza della natura. Accade che Bamby seduca François, lo leghi, gli prelevi del sangue, lo uccida. E anche gli altri figli sembrano coinvolti in qualcosa di criminale. Vengono prese di mira persone e attività della Vogelzug, una delle più grandi associazioni europee di assistenza ai migranti. Indagano due bravi poliziotti francesi, il primo è però pure un informatore servizievole del capo dell’associazione. Leyli non si dà pace, finisce per raccontare agli interlocutori la sua lunga terribile storia di ex cieca ed ex prostituta, l’aveva pure scritta. Deve pur salvare i figli in qualche modo!

Il professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a realizzare ottimi gialli senza protagonisti seriali in ecosistemi sempre molto biodiversi e originali. Qui siamo a sud, Marsiglia e oltre. Come nelle altre occasioni, la trama è ben arzigogolata, la vicenda narrata (in terza molto varia al passato) si svolge in meno di 75 ore, pur motivandosi con l’intera biografia della protagonista, coi tanti segreti finora nascosti, via via che emergono le fasi e gli ecosistemi di una “tipica” epopea migratoria, condensata poi in un cesto di occhiali da sole di tutte le forme e colori e nelle statuine a forma di civetta disseminate ovunque nella stanza. È originaria di Ségou in Mali, duecento chilometri a nord-est della capitale Bamako, ben presto innamoratasi della lettura a causa di una malattia della pelle e subito privata della vista dall’amaurosi, prima di peggiori travagliate vicissitudini. Era cocciuta e graziosa (da cui il titolo francese) e un’amica scrisse per lei in un quaderno quanto accadde in Africa (da cui il titolo italiano). Il bellissimo romanzo è dedicato ai geografi “che esplorano il mondo” (citando versi di Brassens e Lennon), fate attenzione alle accurate convincenti descrizioni dei luoghi se volete capirci qualcosa. Insegna anche molto sui mercati generati dai flussi migratori, aiutandoci a comprendere la doppia assenza e la doppia presenza di ogni migrante: “la stragrande maggioranza della gente vuole rimanere dov’è… Sono solo pochi pazzi a tentare l’avventura. Tra i cento e i duecentomila migranti che ogni anno cercano di attraversare il Mediterraneo, cioè meno di un africano su diecimila, e mi vengono a parlare di invasione?” Perfetto: è come se avesse letto del diritto di restare e della “libertà di migrare”! Vini rossi e bianchi, lo Château Musar per chi vuole essere sedotto. Musiche della nostalgia e del Benin.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lady Las Vegas (Le gialle di Valerio 161)

Don Winslow
Lady Las Vegas. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2018 (orig. 1994, “A Long Walk Up the Water Slide”)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-Boiled

Nevada e Texas. Settembre 1982. Neal Carey, indigeno di New York, in teoria dottorando su Tobias Smollett alla facoltà di Letteratura inglese della Columbia, dopo la prima avventura è stato bloccato sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, dopo la seconda tre anni confinato nel Sichuan cinese, ora dopo la terza nelle Terre Alte Solitarie quasi felice da almeno nove mesi, è restato ad Austin con la maestra cowgirl Karen Hawley, capelli neri e occhi azzurri, mantenuto con assegni fissi dagli “amici di famiglia” che lo avevano sempre messo nei guai. Ormai ha 28 anni, troppi studi in sospeso, vocazione narrativa, barba e capelli lunghi. Cambierebbe volentieri definitivamente vita. Però. Arriva il padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene; propone alla coppia una cosa facile. Devono nascondere ed educare linguisticamente Polly Paget, aureola rossa e occhi verdi, seni piccoli e spalle larghe, alta e sexy, stereotipo parlante di sguaiata “sgualdrina”, che a New York ha denunciato per stupro il bel noto (moralista) bel conduttore televisivo Jack Landis. Nonostante sia simpatica a Karen, per Neal non sarà semplice trasformarla in “fidanzata” d’America (per deporre nei tribunali e sui media), soprattutto perché la cercano in tanti e per ragioni diverse, comunque non per farle del bene, eliminarla o usarla che sia. Non è questione solo di reputazione, c’è in ballo un enorme villaggio vacanze in costruzione, appalti anticipi prestiti truffe banche ricatti crimini famiglie mafia killer. Tutti giocano almeno doppio. Neal deve rischiare, scivolando all’indietro.
Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una vera e propria notevole seriale cinquina d’esordio (1991-96), in terza non fissa, soliti eccelsi dialoghi, ambientazione primi anni ottanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario). Questo è il quarto (1994), davvero stupendo, scoppiettante ed esilarante (ormai sicuro delle qualità letterarie), colmo di iperboli e metafore, Shakespeare e Mao, un circo indimenticabile di personaggi, caratteristi, spalle (anche quando muoiono in corso d’opera). Visto che ogni storia inizia dai personaggi Neal Carey è un ottimo primogenito, forse (se riuscirà a salvarsi) potrebbe decidere una paternità responsabile (pure letteraria). L’eliminatore perfezionista qui ha Overtime come leggendario soprannome (un tempo dato ai pugili); uccide con orgoglio nell’ombra, rapido e pulito, senza discriminazioni di sesso o etnia; opera per priorità, niente facilitazioni per gruppi, niente sconti; dopo l’uxoricidio non ha compagne ma un ricco conto alle isole Cayman. La scena si sposta presto dalle montagne del Nevada al Texas, gli alberghi casinò con convegni porno di Las Vegas (da cui il titolo italiano) e il parco giochi con acquascivolo di Candyland a Sant’Antonio (da cui il titolo americano). Si beve birra ovviamente, ma anche molto vino, sia bianco che rosso (senza specificazioni). L’opera lirica italiana fa sempre bella figura; tuttavia, al cimitero Joe accende il mangiacassette con brani jazz di Blossom Drearie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Sara al tramonto (Le gialle di Valerio 160)

Maurizio de Giovanni
Sara al tramonto
Rizzoli, 2018
Noir

Napoli. Maggio 2017. Sara Mora Morozzi era una brillante graduata della Polizia di Stato, sposata con prole, prima di entrare nell’unità speciale e di innamorarsi alla follia del Capo, Massimiliano Tamburi, più vecchio di 23 anni, intensamente ricambiata, lei occhi azzurri e tratti dolci, figura sempre minuta e capelli ormai grigi. Alla scoperta della grave malattia di Massi, da quattro anni aveva abbandonato tutto, autorottamata e anonima pensionata, si era ritirata a invisibile vita privata per assisterlo fino alla fine, ma da qualche mese sono morti prima lui, 76enne, successivamente il figlio (abbandonato) Giorgio, in un incidente stradale. Viene così ricontattata dall’ex collega (già ai Servizi) Teresa Bionda Pandolfi, ora è lei a capo della sezione e le chiede di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Sara possiede una sapiente peculiare caratteristica, dono o dannazione che sia: è capace di udire frasi e dialoghi a lunga distanza, abilità che ha lungamente affinato, mescolando comprensione vocale delle labbra e interpretazione gestuale dei pensieri. Dovrebbe riprendere in mano il caso Molfino, l’omicidio di un ricchissimo finanziere, cranio spaccato l’anno prima, per il quale è in carcere la figlia Dalinda, con prove schiaccianti. Davide Pardo, il poliziotto che l’aveva arrestata, tosto e trasandato, con paturnie, non è più certo della colpevolezza, ha attivato contatti riservati ed è preoccupato per Beatrice, la figlia di sei anni dell’incarcerata, data in affidamento all’altro figlio (maggiore) della vittima. Il fatto è che Sara soffre di forte insonnia e, soprattutto, ha iniziato a frequentare Viola, la 27enne compagna (vedova) del figlio, incinta (dovrebbe partorire a ottobre), curiosa e brava fotografa. Comunque accetta, si è mantenuta sana e allenata, ha conservato vecchi incartamenti. E la storia si rivela proprio complicata: la morte del passato è meno lineare di quel che sembrava e la piccola sta effettivamente male.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) inizia una nuova interessante serie, da affiancare ai ripetuti meritati successi di Ricciardi e dei Bastardi (da oltre un quinquennio un romanzo l’anno per ciascuna serie). Il precedente tentativo con i Guardiani non era pienamente riuscito, questo invece sì! Non a caso persiste l’ottima notevole accoglienza di critica e di pubblico: Sara non può che piacere e commuovere. Ha vissuto e gestito nefandezze, ha abbandonato per amore un marito fedele e un pargolo piccolo, ha affittato una stanza e ha scelto un’altra esistenza, condotta con fermezza e coerenza finché è stato possibile, non ha ancora nemmeno 55 anni, si nasconde a tutto e tutti, pur bella colta vivace. Ha un dono “sensitivo” (come Ricciardi), saprebbe ancora fare squadra (come i Bastardi), ascolta molto con introspezione, tanto quanto parla poco con nettezza. La narrazione è in terza varia al passato, intervallata dalla rara prima del colpevole e da intensi momenti (spesso in corsivo) del persistente dialogo di Sara (o Viola) con gli affetti persi o gli sconosciuti osservati, mentre sembrano più scontate le comiche conversazioni fra donne o fra poliziotti. Sara incontra Viola ogni sera al tramonto (in una città egocentrica che poco lo conosce, come l’alba), il momento della giornata che maggiormente ama (come Massimiliano ben sapeva), in cui si sente più fragile e diversa, quando percepisce un cuore forse più disponibile ad aprirsi, però davanti alla porta che si trova in cima a una scala a chiocciola. Vi sono spunti per innumerevoli seguiti, del resto Viola ha una madre naturale insopportabile, dalla quale si salva solo canticchiando appropriate melodie con un filo di voce (Billy Joel e gli anni ottanta vanno alla grande).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La condanna (Le gialle di Valerio 159)

Anne Holt
La condanna
Einaudi, 2018 (orig. 2016)
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Noir

Oslo. Gennaio 2016 (e dicembre 2001). Il corpulento 58enne commissario Kjell Bonsaksen lavora in polizia dal 1978, sta andando in pensione, si trasferirà con la moglie in Provenza, non lontano dall’unico figlio e dai due nipotini. Per caso incontra il 47enne Jonas Abrahamsem, legge rassegnato tormento nei suoi occhi; nel 2004 lo aveva fatto accusare, incriminare e condannare (a dodici anni) per omicidio pur non essendo del tutto convinto fosse colpevole, è il solo sassolino che sente nelle scarpe da lavoro; così decide di consegnare a Henrik Holme il gonfio raccoglitore ad anelli del caso chiuso e gli chiede di dare un’occhiata. Henrik è ormai giovane e famoso, pur timido e pieno di tic, reduce dal fantastico successo ottenuto nel ridurre la devastazione di un attentato terroristico e nell’arrestarne i responsabili (ora sotto processo); da 5 anni in polizia, continua a lavorare a casi irrisolti, ormai da due insieme alla mitica pragmatica 55enne Hanne Wilhelmsen, bloccata su una sedia a rotelle e sempre più scontrosa sarcastica caustica (salvo che con la moglie matematica musulmana Nefis e la loro figlia 12enne Ida). Hanne lo ascolta con stima e rispetto ma pensa ad altro, ha un suo tarlo presente. Si sarebbe appena suicidata la malvagia 62enne Iselin Havørn (blogger di destra con uno pseudonimo da poco scoperto) e Hanne non riesce a crederci: era una donna forte con enorme autostima, credeva di svolgere una guerra santa xenofoba e non dubitava mai, “nessuno si toglie la vita soltanto perché passa un momento sgradevole”. Entrambi sono “non” casi, là potrebbe essere suicidio, qui chissà come dovrebbe non esserlo, nessuno potrebbe e dovrebbe preoccuparsene. Fortunatamente se ne occupano, con la solita perspicacia e un aiuto reciproco.

L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato complessivamente quasi una ventina di gialli, questo (doloroso e stupendo) è il decimo della serie Wilhelmsen, il primo uscì nel 1993. Considerate le vicissitudini affettive e professionali di Hanne, ormai i protagonisti sono due, il solitario Henrik va assolutamente promosso, lui che ha trent’anni e non ha mai fatto sesso, esile e insicuro. La narrazione è ancora in terza varia al passato, tanti accanto a loro, fra cui Kejll, Jonas (il tormento è la sua seconda vita, dopo la morte della figlia in un casuale incidente), Maria (moglie di Iselin). I due poliziotti procedono senza alcuna autorizzazione o competenza formale, oltretutto le vicende sono chiuse e separate. Poi tutti d’improvviso iniziano a preoccuparsi perché viene pure rapita una bambina di tre anni, Hedda: la madre è famosa, il nonno ha vinto al lotto, i fili si moltiplicano e s’ingarbugliano. Non ci si può congratulare per ogni condanna (da cui il titolo italiano). Il romanzo è avvincente, gestito con maestria fra passato recente e presente convulso di tre settimane. L’autrice riesce a offrirci riflessioni informate e acute rispetto al suicidio, a Breivnik, alla destra che investe sulla paura, alla normale omosessualità, alla articolata genitorialità. Negli appartamenti norvegesi ci si toglie le scarpe all’ingresso, come forse è noto (e utile). Segnalo la risata sui gialli con almeno due casi apparentemente diversi e realmente intrecciati, a pag. 191. E le trousse delle compagnie aeree con tutto l’occorrente per la toilette, a pag. 371. Jazz e Grisham. Nel sentirsi liberi e morti ha la sua importanza una vecchia canzone interpretata da Janis Joplin, “Me and Bobby McGee”. Vino prevalentemente rosso, questa volta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La clinica Riposo & Pace (Le gialle di Valerio 158)

Francesco Recami
La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2
Sellerio, 2018
Noir

Il borghetto. Ieri. C’era una volta l’elegante seicentesca Villa Riposo & Pace sulle amene colline preappenniniche, in mezzo a cipressi e olivi, dove si portavano parenti a morire in fretta. Fungeva da costosissima casa di riposo per anziani non autosufficienti, consistente di tre bei corpi separati per tutte le esigenze. Onerosa inopinabile caparra; costi altissimi pur con permanenze tendenzialmente brevi; sperimentata garanzia di efficienza e riservatezza sotto la guida del Professore; ristorante stellato a chilometro zero e resort di lusso con piscina per parenti e conoscenti dei ricoverati. Poi venne il momento di un grave guaio: vi fu condotto dalla nipote cinquantenne Mikaela accompagnata dall’elegante marito Roberto l’85enne Alfio Pallini, grande e grosso, un metro e novanta per 120 chili, braccia e dita da fabbro, in permanente contatto con l’amico e alter ego Ulrich. Soffriva di sindrome degenerativa su base circolatoria, demenza senile in stato avanzato (delirio, mania di persecuzione, marcata aggressività), era già in terapia con farmaci antipsicotici atipici come la quetiapina. Venne messo nella stanza numero 9 al secondo piano, quella dei “moribundi in pocha semana” (secondo l’inserviente di colore), due letti, il vicino era appena morto, subito sostituito da un altro, Valerio. Alfio faceva sempre attenzione a fingere di dormire, ascoltando tutto; a farsi imboccare le pasticche, gettandole invece di nascosto appena rimasto solo (o conservandole alla bisogna); a gestire con furbizia quiz cognitivi, pet therapy, musicoterapia e pure suor Andrea. Forse cercheranno di ucciderlo in vari (scientifici) modi. E il rompicoglioni dovrà adottare vari (fantasiosi) piani d’azione e di fuga.

Il meticoloso divertente scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto soprattutto per romanzi e racconti dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, continua la nuova serie toscana (per ora) di favole (incubi) noir, in terza quasi fissa sul resistente maschio. Pare proprio di esserci già stati in un posto così, nella clinica del titolo, di aver ascoltato anche noi quelle conversazioni fra geriatri e medici, fra colleghe infermiere o colleghi guardiani, fra chi vi lavora e i parenti di chi ne usufruisce. Il dolore, la fatica, il residuo pensiero nelle malattie dei vecchi; il mercato applicato alla salute e ai farmaci; la cinica (inevitabile?) commedia nell’evoluzione delle relazioni affettive; i confini della legalità nel trattamento dei corpi e della medicina. La formula è ancora di ironica drammaturgia: la stanza fatidica è al centro praticamente di tutte le 26 scene, distinte in quattro atti: esposizione, complicazione, peripezie e climax, catastrofe. I dialoghi sono tanti, gergali, tipici di ospedali italiani, non solo quel gergo ma anche i cento cocktail di medicine, più o meno “utili” a seconda degli obiettivi. Non solo umani: i gatti sono tantissimi, Aristide soffre proprio di diabete, costano enormemente i croccantini senza carboidrati e l’insulina non la passano per gli animali. Niente alcol in corsia. Uno dei vicini di letto canta di continuo “Un ragazzo di strada” dei Corvi, un tic: “Io sono quel che sono… la gente ride di me… Vivo ai margini della città… una ragazza come te… Sono un poco di buono… lasciami in pace perché…”. Ottima ossessiva terapia musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Donne che odiano i fiori (Le gialle di Valerio 157)

Paola Sironi
Donne che odiano i fiori
Todaro, 2018
Giallo

Milano. Ottobre-novembre. Alla Mobile della Questura di Milano funziona bene la squadra del reparto Problem solving (o “Desbrujà rugne” che dir si voglia), ideato per dirimere inchieste con problemi di organizzazione “tra” le forze dell’ordine. Il coordinatore è un veterano, l’imponente commissario Elia Mastrosimone, calvo coi baffi neri, centrocampista e cannoniere. La bionda ossigenata sensuale valtellinese Caterina Cederna è la fantasista. Il buon toscano Vilnev Villeneuve Rosaspina con giovani ciuffi castani, da spericolato pilota, è l’ala sinistra. Infine c’è l’ultima arrivata, lei, ispettore Annalisa Lisetta Consolati, milanese purosangue, capelli chiari e fini, terzino destro e protagonista. Ha chiesto il trasferimento quando Patrizio, il padre vedovo, si è ammalato di parafrenia senile, per avere orari regolari e giovedì mattina libero. Lo accompagna dallo psichiatra e lo accudisce sempre, insieme all’amata saggia partner Minerva (nonostante le antipatiche sorelle gemelle), restauratrice, lineamenti perfetti e capelli corvini. Annalisa non cucina, fa ovunque il lavoro sporco ma è soddisfatta. Ora hanno il caso di una 49enne solitaria, Loretta Manarrelli, titolare di un vivaio di piante, probabile suicida sotto un treno proprio quando stava per essere interrogata circa la strana morte del suo amico Damiano Brancher sul Mottarone (Verbania), stritolato da un anaconda. Procure distanti, scarso coordinamento, devono intervenire loro. Ed è l’occasione, al funerale, per reincontrare una brava professoressa delle superiori, Nice Carnera, ora in pensione.

L’analista funzionale (informatica) Paola Sironi (Milano, 1966) inizia una nuova serie nella bella collana (impostata e a lungo diretta dalla grande Tecla Dozio) ove ci aveva già ben raccontato dei vari Malesani. Narrazione in terza persona fissa sulle peripezie pubbliche e private di Annalisa, con brevissimi intermezzi in corsivo (ancora in terza) per Damiano, Loretta, Nice, e soprattutto per papà Patrizio. Lui ormai vive quasi solo il proprio mondo di “continuatore di film”: attinge alla memoria di dettagliate precise storie da grande o piccolo schermo, per aggiungervi avvenimenti inventati, con bizzarra creatività e protagonismo demiurgico. Ci riesce alla grande con Una giornata particolare di Scola. Essendo molte le inconsuete incognite del caso anche l’inconscio paterno potrà essere utile: da dove arriva l’anaconda verde, visto che è una specie di cui è vietata la detenzione e la vendita? E perché si è suicidata la donna che considerava l’assassinato come il miglior unico amico e aveva sul tavolo della cucina un foglietto scarabocchiato con “quelle che odiano i fiori” (che è pure il titolo del romanzo)? Scavando appena un poco ci si imbatte in donne sfruttate, nella tratta e nella schiavitù delle prostitute nigeriane, un tunnel (quasi sempre) senza via d’uscita, né in Europa né in patria. Anche in questo intreccio noir (e giallo insieme) ci sono dunque perlopiù donne, tutte a loro modo interessanti e vivaci. Invece, i due maschi coinvolti sono pessimi, uno fottitore e schiattato, uno vecchio e cattivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un covo di bastardi (Le gialle di Valerio 156)

Mick Herron
Un covo di bastardi
Feltrinelli
2018 (orig. Slow Horses, 2010)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Londra. 2010. La Casa nella palude non è in una palude, e non è nemmeno una casa. Non ha un campanello, né buca per (impossibili) lettere. Solo una porta, tre piani, quartiere Finsbury, vicino alla stazione Barbican della metropolitana. Forse non era allora ancora abbastanza noto, sono uffici dove distaccano i Brocchi, agenti dell’ente inglese per la sicurezza e il controspionaggio (il noto MI5, colloquialmente “Cinque”) che si siano dotati di una grave macchia nel lavoro (crimini o danni di droga, ubriachezza, lussuria, tradimento, incapacità), falliti o fregati, riuniti a non fare praticamente niente, in attesa di inevitabili definitive dimissioni. Risultando pur sempre un ramo dei Servizi di King’s Cross, sembra un sistema efficiente per liberarsi delle persone senza doverle licenziare, aggirando problemi e minacce di cause in tribunale, lontano dai purosangue sul campo. Non costituiscono una squadra e da lì non si torna indietro. In quel periodo erano una decina, l’esperto Jackson Lamb in cima alla gerarchia, non più giovane, guance cascanti e stomaco debordante, unti capelli biondicci pettinati all’indietro sulla fronte alta, un bastardo rude, grasso e pigro, ma insospettabilmente agile. Incarica di controllare la spazzatura di un ex giornalista famoso il fresco River Cartwright, biondo e prestante, inguaiato otto mesi prima da un’esercitazione falsata. Dovrebbe trattarsi solo di una commissione banale ed episodica, si rivela un guazzabuglio di piani e di manovre, doppi e tripli giochi; c’è di mezzo anche il rapimento di un 19enne pakistano, terroristi veri e presunti (con la destra in primo piano) minacciano di decapitarlo. Morti a gogò, tutti mettono in gioco la vita.

Mick Herron (Newcastle upon Tyne) ha pubblicato quattro polizieschi fra il 2003 e il 2009 prima di iniziare l’ottima apprezzata serie Jackson Lamb, giunta nel 2018 al sesto romanzo. Il celebrato Slow Horses è il primo e la conoscenza italiana dell’autore inglese comincia alla grande. I “bastardi” del nostro titolo riprendono nella forma e nella sostanza un protagonista collettivo relegato in un “covo”, poliziotti reietti, parigini o napoletani o londinesi che siano (chiunque abbia avuto l’idea iniziale, probabilmente indipendente). Si parte da qui, forse da una seconda chance per alcuni di loro. E il tema non è datato: al centro ci sono vari imprenditori della paura, chi (avendone mezzi e poteri) investe sulla xenofobia e sulle emozioni contingenti di individui e gruppi sociali per determinare esiti politici, in un senso e nell’altro. Accurati i quadri offerti sul funzionamento (pure pratico e gergale) sia dei servizi segreti che delle multiformi destre inglesi (PJ forse si muove un po’ come Salvini). Già nel 2010 per essere credibili nel mondo del web occorreva dimenticare grammatica, sintassi, umorismo, buone maniere e critica letteraria. Una protagonista è la grande Londra, compresa la città sotterranea, estesa quasi quanto quella in superficie, senza comparire su nessuna mappa turistica: passaggi e tunnel progettati per proteggere il complesso sistema di governo nelle crisi. E poi i singoli agenti si procurano sempre un fondo fuga: qualche centinaio di sterline, un passaporto, la chiave di una cassetta di sicurezza. L’informatico manda death metal a tutto volume.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo che dorme (Le gialle di Valerio 155)

Corrado De Rosa
L’uomo che dorme
Rizzoli, 2018
Giallo

Salerno. Febbraio-marzo 2012. Antonio Tonino Costanza, lineamenti irregolari e gambe tozze, vorrebbe affrontare in solitudine anche la notte di San Valentino (come gli ultimi sei mesi), al riparo da tutti. La sua vita di quarantenne è un rimbalzo (in Vespa PX 200) tra l’ospedale e il carcere. Fa lo psichiatra, consulente del Tribunale per i crimini violenti, e ormai si sente comodo nella ragnatela dell’indolenza, niente (altre) storie da sentire, niente (altra) gente da vedere. Sara lo aveva lasciato tre anni prima, non erano sposati, avevano un figlio, Luca, giunto ormai ai dieci anni. Quella sera l’amico Elvezio lo chiama e lo convince a vedersi nel Caffè Scorretto, Antonio incrocia la giornalista Laura Santamaria, vispa e formosa. Comunque si stufa presto e, facendo finta di ricevere una chiamata, se ne torna a casa. Nei giorni successivi legge sul giornale della morte (la stessa notte) di una prostituta 66enne, Milena Franco, in arte Sonia, strangolata con il laccio della vestaglia, una forbice nella vagina e un’altra infilata in bocca. Non se ne interesserebbe proprio se, dopo una settimana, non lo chiamasse Laura, alla ricerca di qualche significativa frase sulla personalità dell’assassino, certamente un folle. Dal colloquio un pezzo da quotidiano viene fuori; cominciano pure a frequentarsi, chiacchierando allegramente di tutto un po’, il 28 finiscono a letto, senza impegno. Sara comunica ad Antonio che ha un nuovo compagno stabile, vegetariano laico; il rapporto con Laura si complica. Però è sempre più coinvolto nell’indagine, il primo marzo viene uccisa un’altra prostituta, serve la sua acuta esperienza per individuare il colpevole.

Lo psichiatra forense Corrado De Rosa (Napoli, 1975) vive da tempo (per stabili ragioni professionali) sulla A3 Salerno-Reggio Calabria e ha pubblicato vari saggi di ricerca psicosociale, con particolare attenzione a mafia e camorra. L’esordio letterario nella fiction non riguarda la criminalità organizzata, piuttosto disturbi maschili individuali violenti. Il titolo fa riferimento a quelle ricerche scientifiche che li collocano più frequentemente durante il sonno, i rei potrebbero essere uomini che dormono. La narrazione è in terza varia, ricorrente sul buon protagonista (tendenzialmente seriale), sfaccettata su vari comprimari (quasi mai interessanti) della storia. L’autore coglie l’occasione per raccontare episodi e casi evidentemente tratti da esperienze personali, in particolare la vicenda di Federico, in trattamento sanitario obbligatorio, e della sua famiglia; oppure le biografie arrotolate di Vincenzo Amerigo Troisi (“uno dei motivi per cui valeva la pena fare lo psichiatra”) e del pessimo imputabile Vito Senatore (“l’hai mai visto un esordio psicotico a cinquantasei anni?”). Il fatto è che alla storia gialla o nera non ci si appassiona mai; l’esistenza dei crimini in controluce vale solo come pretesto per un racconto di genere quasi autoreferenziale, a tratti simpatico e divertente, amaro e scanzonato. I vini sono quelli giusti, a denominazione di origine controllata (a chilometro zero, più o meno), Aglianico e Fiano. In giro si ascolta di tutto, in Vespa i Velvet Underground, Radiohead, Eno, Dylan. Alberto, front-man dei Rag Doll, appare un tipo improbabile: chiodo borchiato, guanti neri a mezzo dito, orecchini appariscenti, chioma bionda, se possibile maglietta dei Metallica, armeggi con boa e pitoni. Il pubblico s’infiamma, pure Laura (in apparenza).

(Recensione di Valerio Calzolaio)