Le gialle di Valerio/120: Dio non abita all’Avana

Yasmina Khadra
Dio non abita all’Avana
Sellerio, 2017
Traduzione di Marina Di Leo
Avventura noir sentimentale

L’Avana e Cuba. Non molti anni fa. Juan Del Monte Jonava era un famoso cantante e aveva 59 anni quando si trovò in mezzo alla strada. Madre corista (“La Sirena rossa”) morta in un incidente d’auto, padre precario (autista privato fra mille lavoretti) suicidatosi poco dopo, entrambi brave generose allegre persone di Trinidad, in seguito alla separazione dalla moglie Elena e dai figli Ricardo e Isabel, quattro anni prima era tornato a vivere dalla composita ampia famiglia della sorella maggiore Serena, innamorato sempre e solo delle note cantate. Lavorava al Buena Vista Café della capitale, tutte le sere idolo di un vasto pubblico, conosciuto da 35 anni proprio come “Don Fuego” perché capace di infiammare gli spettatori di ogni sesso e colore, di far vibrare le sale e fremere le donne. Credeva che l’esistenza fosse solo musica, ma ora il locale è stato comprato da una signora di Miami nell’ambito delle privatizzazioni disposte dal Partito, non c’è più posto per lui. Cerca aiuto senza successo, presuntuosamente illuso. Gli amici non hanno nemmeno gli occhi per piangere; i vicini sono mezze cartucce che stentano a sbarcare il lunario; il delegato di quartiere non dà una mano neanche alla sua famiglia; i funzionari preposti lo trattano con sufficienza. Ha soldi da parte, si accontenta di poco, fa qualche serata, trascorre spesso la notte nel vagone di un tram abbandonato. Finché una sera, fra i sedili s’imbatte in una meravigliosa ventenne dai rossi capelli sciolti, seno perfetto e sguardo magnetico, occhi azzurri e corpo da favola, riottosa e selvatica. Lei (Mayensi) vive nascosta ostile ai maschi. Se ne invaghisce. La fa ospitare, cerca di proteggerla da guai (è sola) e pericoli (c’è chi ammazza ubriaconi molesti), dopo un po’ per qualche mese sarà amore.

Yasmina Khadra (Mohammed Moulessehoul, Algeria, 1955) è un affermato scrittore. Ex ufficiale nato nel Sahara francofono, testimone attivo della guerra civile, poi militare in congedo, da oltre 20 anni si è trasferito in Francia, scrive in francese (all’inizio gialli con lo pseudonimo segreto) e continua a fare la spola fra colonia (nel 2014 si è presentato alle presidenziali algerine) ed ex-colonia. Questa volta si “trasferisce” nei Caraibi, lontano dal terrorismo, laddove “Dio è ormai una moneta fuori corso”. L’ultimo romanzo (uscito con lo stesso titolo in Francia nel 2016) racconta in prima persona al presente un adolescenziale amore senile. Don Fuego ci rifletterà per anni dopo la fine, anche quando sarà tornato sulla cresta dell’onda, presentando ancora gli antichi successi della rumba e del son (insieme a un nuovo gruppo con qualche testo scritto appositamente), consapevole di quanto e come era stato segnato nel corpo e nello spirito dalle emozioni e dagli avvenimenti di quella travolgente relazione, con tanti misteri aperti. Nella fascetta si parla di thriller tropicale, forse non proprio a proposito. Il travaglio della Cuba di oggi è descritto molto bene, con sensibilità e acume, comunque il protagonista investiga solo alla ricerca del nuovo amore. È un artista non più giovane (all’incirca l’età attuale dell’autore), improvvisamente catapultato sulla strada e sul viale del tramonto, che s’innamora di una fresca beltà e rischia tutto per lei, senza più ben comprendere cosa o chi ha intorno e l’intera propria precedente esistenza. In presa diretta una botta di vita, un intervallo d’entusiasmo, un’avventura di passione, un diario d’amorosi sensi. E, causa presbiopia, riesce a fatica a decifrare una gran bella canzone. La costante per lui, per gli altri tutti, per ogni umano di quei tropici è il rum. Aiuta quando finiscono i momenti di gloria, tanto più che chi ne ha viste di tutti i colori può fare un arcobaleno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/119: L’assassino cieco

Margaret Atwood
L’assassino cieco
Ponte alle Grazie, 2001 (orig. 2000)
Traduzione di Raffaella Belletti
Noir epico

Port Ticonderoga e Toronto. 1916-1999. Il 18 maggio 1945 la 25enne Laura Chase sbanda in auto, sfonda le barriere di protezione e si schianta nel baratro, restando uccisa sul colpo. A primavera 1947 esce per una casa editrice di New York lo splendido premiato volume postumo di Laura, L’assassino cieco, che parla dell’appassionata relazione amorosa segreta fra una lei benestante accasata e un lui ricercato avventuriero, il quale, prima o dopo il sesso in ritrovi occasionali, le racconta ad alta voce una storia fantascientifica sul pianeta Zycron. Il romanzo ha un gran successo, realizza nei decenni tante edizioni, rendendo famosa l’autrice nel paese e suscitando anche varie illazioni. Il 4 giugno 1947 il corpo dell’industriale 47enne Richard E. Griffen viene ritrovato senza vita (a causa di un’emorragia cerebrale) in una barca a vela ormeggiata al proprio imbarcadero privato sul fiume Jogues. La sorella maggiore di Laura è la moglie di Richard, Iris Chase Griffen (giugno 1916-maggio 1999): è lei ad aver prestato l’auto alla sorella quando Laura ha probabilmente deciso di farla finita; ed è suo marito il maschio ricco e autoritario che l’ha sposata (lui 35, lei 18) e poi non poco variamente tradita. Molto tempo dopo, nell’ultimo anno di vita, l’eccentrica vecchia malata famigerata Iris scrive i propri competenti ricordi: ha tanto da narrare sulla famiglia. Sulla propria: il nonno Benjamin che fondò la fabbrica di bottoni nei primi anni settanta dell’Ottocento, la più giovane nonna Adelia, l’amata casa che costruirono e dove crebbe, l’anglicano padre Norval che perse i due fratelli, un occhio e una gamba in guerra, la metodista madre Liliana, loro sorelle belle e bionde ma poco fascinose, la figlia Aimee (1937-1975) e la nipote Sabrina. Su quella del marito, soprattutto l’accidiosa sorella sovrintendente (a tutto) Winifred Prior (1905-1998). Su quella della bambinaia governante Reenie, e su amici e conoscenti come la compagna del padre vedovo e il giovane Alex. E, ovviamente, su Richard e Laura.

Straordinario capolavoro di Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 1939), poetessa e scrittrice canadese, attivista femminista e ambientalista. Il corposo romanzo uscì nel 2000 e continua a essere molto richiesto e letto in tutto il mondo. È la storia di due sorelle che non si ferma alla morte di una (1945) ma affonda nei decenni precedenti e si espande ai decenni successivi. Seppur lo spazio principale sia dedicato ai Trenta del Novecento, abbiamo lo sviluppo epico della storia canadese di un secolo e mezzo, politica sociale culturale. L’intreccio è magistrale, si alternano capitoli di libri diversi: in prima persona la rievocazione biografica volta a svelare una verità sconosciuta ai protagonisti (la maggior parte già scomparsi), in terza persona al presente il romanzo di successo (a sua volta con racconti autonomi) che dà anche il titolo all’intero testo che stiamo leggendo. Al loro interno i paragrafi talora sono articoli o cronache di giornale, oppure lettere, tutti con frequenti lunghe descrizioni di foto e significative citazioni letterarie. L’illustrazione antica riprodotta in copertina (anche originale) prende spunto da una foto di Laura, narrata da Iris, con la parte superiore del corpo voltata rispetto al fotografo e la testa girata per conferire al collo una curva aggraziata. Segnalo l’invenzione delle madri (a pag. 119), l’umiliazione dell’essere sotto i riflettori (a pag. 300) e il saccheggio degli oggetti da parte di clienti e passeggeri già nel 1936 (anno cruciale). Nelle trasmissioni politiche le parole vengono fuori come bolle di gas. Canzoni e balli storici. La saggia Fannie Farmer pubblicò nel 1896 l’ottimo The Boston Cooking-School Cook Book, iniziando dalla bevanda (e dall’abbinamento) più importante e pragmatico, l’acqua.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/118: Rondini d’inverno

Maurizio de Giovanni
Rondini d’inverno
Einaudi, 2017
Giallo

Napoli. Fine 1932. Il ricchissimo possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte dal 7 novembre conosce un sentimento nuovo e qualche volta sorride felice. Quel giorno pioveva, ha fermato Enrica di ritorno dal negozio di cappelli e guanti del padre, le ha chiesto di accompagnarla, si sono seduti in una masseria abbandonata dichiarando quel che entrambi, taciturni e illibati, sapevano da tempo, si amavano a distanza. Si baciano appena, decidono di incontrarsi castamente lì di nascosto, ora forse possono iniziare ad amarsi. Lui 32 anni, ciuffo ribelle e pupille verdi, introverso e senza patente; lei 25, alta e poco aggraziata, paziente e con gli occhiali. Lui che si tiene distante da relazioni affettive perché si sente diverso, percepisce chiaramente ultime parole e sentimenti dei morti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Lei che ha capito di volerlo come uomo della vita, rifiuta la corte di un bel maggiore tedesco e le invadenze materne. Il 28 dicembre avviene un fattaccio al teatro Splendor: durante l’ennesima replica del varietà il protagonista spara (non a salve questa volta) e uccide la bruna attrice, sua moglie anche fuori dal palcoscenico. Lui oltre i 50, sulla via del declino; lei meno di 35, bella e acclamata, forse innamorata di un altro. Ricciardi e il fido brigadiere Maione arrestano l’artefice che si dichiara devoto e innocente, così interrogano tutti i teatranti, attori musici ballerine tecnici personale, e rimestano nel torbido. Come pure il dottor Modo che trova in ospedale Lina, quasi uccisa di botte, una prostituta dolce e sensibile, di cui era cliente. Affetti e inchieste si accavallano. Finché qualcuno spara a Ricciardi.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) gestisce in gran forma i mesi di vita dell’amatissimo Ricciardi. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931 siamo al decimo volume e al Capodanno 1932. In copertina la rosa posata vicino al sipario rosso, nel punto in cui Fedora è spirata. Il romanzo inizia in corsivo e in prima, a narrare è chi ha appena sparato al commissario, il 31 dicembre, una voce che torna poi raramente fino all’epilogo. Il successivo prologo riprende il rapporto quasi contemporaneo a noi (presente in tutti i romanzi) fra un vecchissimo musicista e un ragazzo dotato (è primavera): si parla di una bella antica canzone (Rundinella del 1918) e della connessa vicenda dell’unica rondine che non tornò (da cui il titolo), una terza persona che scandisce le storie del passato, il cui dipanarsi avviene in terza varia sui protagonisti dell’amore e delle indagini, dei voli e dei sogni. Un meccanismo sentimentalmente creato e perfettamente oleato, avvincente, delicato, appagante. Con altri tanti personaggi a cui siamo in vario modo legati: dalle due donne sempre innamorate di Ricciardi (Livia e Bianca, prima o poi vi incontreremo!) alla giovanissima bruttissima governante Nelide che sa già cucinare bene cilentano e fa invaghire il magnifico Tanino detto ‘o Sarracino; dai temibili fascisti arrogante potente Garzo e minaccioso misterioso Falco al femminiello Bambinella. E anche chi poco sopporta le persone oneste ai limiti dell’ottusità. I tipici capisaldi (nove frutti) restati non mangiati sulla tovaglia decorata e imbandita (secondo tradizione) sono: i broccoli soffritti, i cinguli cu’ l’alici, il baccalà fritto, le zeppole salate, le nocche ‘i Natali e le pastoredde. La nobiltà può volentieri ascoltare voci d’oltreoceano, nella colonna sonora soprattutto partenopea non mancano Verdi e spagnoli del tempo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/117: La rete di protezione

Andrea Camilleri
La rete di protezione
Sellerio, 2017
Noir

Vigàta (Montelusa, Sicilia). 2015. Salvo Montalbano non ci può credere. Una troupe italo-svedese ha deciso di girare una fiction proprio nei luoghi dove trascorre tutti i santissimi giorni. Qualche mese prima Televigàta aveva chiesto di trovare vecchi filmini superotto in modo di ricostruire come si presentava il paese negli anni Cinquanta. Ora capisce. Piazze e vie sono tornate come allora: via le antenne, i cassonetti, le insegne al neon. È alle porte il gemellaggio Baltico-Mediterraneo Kalmar-Vigàta, fra equivoci e risse. Tecnici, attori e attrici (bionde) sono ovunque. La trama fa riferimento a una ragazza svedese imbarcata come nostromo su un vaporetto proveniente da Kalmar e giunta a Vigàta dove decide di restare dopo varie amorevoli peripezie. Iniziano le riprese e Salvo decide che deve andarsene lui, magari a Boccadasse da Livia: il silenzio è il suo companatico e non si mangia più. Due strani casi lo bloccano. L’anziano ingegnere capo del Comune, Ernesto Sabatello, ha trovato sei filmini del padre tutti girati il 27 marzo alle 10.25 dal 1958 al 1963 che inquadrano di continuo per 3-4 minuti solo un pezzo di muro. Salvo li studia e comincia un’intricata inchiesta personale, rintraccia i luoghi abbandonati della ripresa, ricostruisce il legame fra il padre e lo zio di Ernesto, i gemelli Francesco ed Emanuele (nato infelice) morti l’uno nel maggio 1963, l’altro il 27 marzo 1957. Nella scuola media Pirandello e nella classe III B di Salvuzzo, figlio di Mimì Augello, pare ci sia un caso di bullismo contro un ragazzino esperto del web. Salvo non gli dà peso, è più preoccupato per i tradimenti di Mimì e per le reazioni della moglie Beba, gli sono molto cari. Parte per Genova ma dopo appena due giorni il dovere lo richiama; a cena vede Mimì in un servizio del telegiornale, c’è stata un’irruzione di due mascherati con la pistola proprio in quella classe.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925) continua a non sbagliare un colpo, anzi la mira perfetta si confronta con bersagli sempre nuovi e attuali. Come ormai da quasi tre anni ha dettato il romanzo a Valentina Alferj, per i gravi problemi agli occhi. La struttura è sempre la stessa: capitoli della medesima lunghezza, terza fissa sul protagonista, vigatese stretto. Lo sappiamo: Salvo è attratto dalle faccende giudiziarie ma forse soprattutto “da quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Nel trentesimo libro con le avventure del commissario non ci sono veri e propri crimini e criminali, la storia del passato è una storia d’amore, per quanto triste e irrisolvibile; la storia del presente è pane quotidiano di tanti insegnanti e studenti, complicata da prevenire, reprimere o processare. Vengono trattate con i consueti ironici acume e garbo, senza lunghe riflessioni esistenziali e filosofiche, casi della vita contemporanea per quel che sono, dentro un coacervo di emozioni da commedia, farsa o tragedia sempre stemperate dal contesto ambientale e sociale. Costruirsi una “rete di protezione” (da cui il titolo) è un movente di tante azioni della nostra esistenza, di breve e lungo periodo, ma quando si moltiplicano in ogni luogo e momento, con qualsiasi causa vera e presunta, adottando le più svariate (rischiose) modalità, allora proteggersi può diventare il fine non lo strumento, nella vita e della vita. E forse non serve, riflette Salvo, come lui non è stato indispensabile al proseguo delle esistenze dei protagonisti dei due casi che ha affrontato. Da tempo ha capito che la verità si ri-vela: “certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifero”. Immancabili e deliziosi i siparietti dei dialoghi con Livia, Catarella, Fazio, Ezio (della trattoria), Ingrid e via leggendo, compresi i sogni dei sonni e i pensieri delle passeggiate. Adelina lo sorprende ogni giorno, è ora che ce la facciamo presentare (nei nostri frigo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/116: Quelli che meritano di essere uccisi

Peter Swanson
Quelli che meritano di essere uccisi
Einaudi, 2017
Traduzione di Letizia Sacchini

Londra, Boston e Maine. Poco tempo fa. All’aeroporto londinese di Heathrow il bel 38enne Ted Severson, consulente plurimilionario, incontra una giovane archivista, eterea magra sul metro e settanta, davvero carina, Lily Kintner, lunghi capelli rossi, meravigliosi occhi di un verde-azzurro cangiante, pelle bianca inabbronzabile, lentiggini affascinanti su braccia e collo, cresciuta selvatica in una magione vittoriana immersa nei boschi del Connecticut coi liberi creativi genitori, il padre David, famoso romanziere inglese, e la madre Sharon, espressionista astratta. Lily sta tornando nella patria Usa dove aver visitato il padre in carcere, arrestato per aver ucciso la seconda moglie in un incidente d’auto, ubriaco al volante. Prima nella business lounge, poi in business class Ted inizia a parlarle dell’appariscente moglie Miranda, gambe lunghe e seno generoso, scura e carnosa; sposati da tre anni a Boston, in procinto di inaugurare una casa strabiliante sulla costa meridionale del Maine. Racconta che si è praticamente trasferita già lì in albergo, la settimana prima lui ha scoperto per caso (con l’aiuto di un binocolo) che si gode un’intensa relazione sessuale col capocantiere Brad. Ted confessa che avrebbe voglia di ammazzarla, Lily non si scompone e dice che allora lo aiuterà e poi gli spiegherà perché (aveva ucciso un uomo che voleva farsela, appena 14enne, buttando poi il corpo in un pozzo). Fanno un piano, cercano vendetta e un poco si desiderano. Non è mai escluso che ci si possa eccitare nel pensare di avere ragioni per uccidere. Lily non se ne pentirà mai. E forse Miranda non le è estranea.

Lo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) costruisce uno scanzonato lucido noir di relazioni oscure. Tutti raccontano in prima persona, nella prima parte Ted e Lily, nella seconda parte Lily e Miranda, nella terza (finale) parte Henry Kimball, l’agente che investiga sull’omicidio, e ancora Lily. È lei ad aver maturato precocemente che qualcuno merita di essere ucciso (da cui il titolo, The Kind Worth Killing, originale del 2015), è intorno a lei che ruota tutta la storia, dotata di un senso morale animale (diverso da quello umano). “Onestamente, non credo che l’omicidio sia così brutto come lo dipingono. Tutti dobbiamo morire… Uccidendo tua moglie, anticiperesti solo la fine a cui è destinata per natura… Quando qualcuno abusa del suo potere, oppure dell’amore degli altri come ha fatto Miranda, be’, quel qualcuno merita di morire… Uccidere somiglia a un prurito che non riesci mai a placare del tutto”. Per altro non risultano esemplari gli uomini che incrociano la sua vita, il pittore Chet con la bava alla bocca o l’ingenuo furbastro competitivo politicante Eric, presidente della confraternita letteraria. I personaggi leggono tutti abbastanza (Lily tanti gialli inglesi), perlopiù sono sinceri bugiardi, stanno poco sui social. Pinot grigio con le linguine alle vongole, unico piatto che viene bene a Ted, il quale sceglie lo Syrah Vecchio Mondo per l’agnello preparatogli dalla moglie in viaggio d’interesse. Al bar Lily ascolta Eagles e Stones, conosce ma non ama il jazz perché le ricorda i genitori; Miranda sopporta i Radiohead nei languidi party.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/115: I guardiani di Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni
I guardiani
Rizzoli, 2017
Noir

Napoli. Dicembre 2016. Il direttore del dipartimento di Scienze antropologiche ed etnologiche dell’università chiama Marco di Giacomo (MdG), docente di Storia delle religioni, e il suo assistente Brazo Moscati. Li considera assurdi e indisponenti; comunque arriva in città la giornalista archeologa (con madre italiana) Ingrid Schultz di “Kultur Zeitung”, importante rivista di divulgazione scientifica tedesca, capelli biondi e occhi azzurri; vuole occuparsi di culti antichi, luoghi sacri, sciamani (e fesserie del genere) e (incredibilmente) ha chiesto di loro; debbono sospendere ogni attività didattica e starle dietro, accompagnarla, edulcorarla, offrirle pasti e giri con nota spese. Marco ha 42 anni, capelli castani e baffi brizzolati, è magro alto presbite, disordinato allampanato attraente; era stato uno dei più brillanti antropologi della sua generazione, una vera e propria promessa; convinto che ci fosse rapporto tra la natura geofisica dei siti e i luoghi permanenti di culto, 16 anni prima avviò una ricerca geniale e innovativa, ma carente di supporti; ora è in disgrazia, diffidente guardingo ateo livoroso, con pochi studenti e tesisti trattati pure male. Brazo ha 23 anni, figlio adottivo di un avvocato facoltoso, pallido smunto miope servizievole, convinto delle strane idee e innamorato della bella coetanea nipote del suo professore, Lisi. Anche lei si era laureata con lui. È una tipa speciale, capelli rasati da un lato e lunghi dall’altro, intuitiva geniale, in contatto con pochi adepti in tutto il mondo per confermare e aggiustare l’ipotesi dell’affezionato zio, le chiedono di unirsi alle visite di Ingrid. Siamo nel solstizio d’inverno, accadono strani fatti sottoterra come ogni volta ogni trent’anni, forse omicidi, inizia uno stimolante viaggio nella Napoli profonda.

Il grande scrittore Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è notoriamente innamorato della sua città, in ogni sua manifestazione. MdG qui ce ne fa conoscere aspetti meno noti, avviando una serie (di almeno tre romanzi) molto adatta a un pubblico giovane e destinata a un’imminente trasposizione televisiva. Napoli ha il fuoco sotto, cava quasi integralmente, centinaia di metri in profondità di tufo sedimenti strati, di cunicoli grotte nicchie, di scale passaggi gallerie, di canali serbatoi depositi, il tracciato ortogonale della città greca poi romana, spazi e momenti dei culti di tanti dei in varie epoche, sempre in contatto verticale col mondo esterno. Un coraggioso de Giovanni ci guida con acume e passione attraverso miti magie superstizioni dell’arcana Napoli esoterica, un percorso nel Tempo: la chiesa della Pietrasanta, la cappella Sansevero, la statua del dio Nilo al centro del Triangolo egizio, via Francesco del Giudice (già via della Luna). Se volete conoscere percorsi alternativi a quelli già amati per l’aria e il paesaggio, per i sapori e gli odori, per i colori e i suoni, usate il libro come traccia colta e sorprendente: i luoghi misteriosi non finiscono qui. La prima avventura inizia il tour e la sfida; funziona meno per l’intreccio e il cast, entrambi un poco forzati, un’avventura disordinata e personaggi tutti almeno bipolari (come ovvio, visto che alcuni son là da millenni e secoli). La narrazione alterna in bell’italiano, ora al presente ora al passato, i gruppi destinati a confliggere epicamente nella serie: il Maestro (l’erede primo degli Architetti) capo del segreto lontano Centro tecnologico in una rara prima persona, poi in terza varia il Padre con gli ignari Guardiani dei Luoghi (da cui il titolo), la Madre (in corpo di bimba) che è badata e vede più lontano, le “nostre” due coppie di amici in via di innamoramento e in costante pericolo. Cibi e musiche verranno dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/114: Nero di mare

Pasquale Ruju
Nero di mare
Edizioni e/o, 2017
Noir

Sardegna. Estate. Francesco Livio Zannargiu, in arte Franco Zanna, è originario di Raulei in provincia di Nuoro. Prese il massimo dei voti alla maturità classica nel capoluogo; iniziò Giurisprudenza a Torino, arrivando quasi alla laurea con una media altissima; ben presto si avvicinò ad ambienti anarchici e gruppi extraparlamentari, partecipando a movimenti, resistenze, disordini; con la Canon di seconda mano intraprese il mestiere di fotografo e cronista investigativo. Un giorno di fine anni novanta il suo reportage su una mazzetta finì addirittura in prima pagina; il giorno dopo scomparve, lasciando casa, lavoro e la fidanzata Carla (incinta). Lo ritroviamo diciassette anni dopo sull’isola nativa, sempre ai margini e in bolletta, solitario, alcolista, attaccabrighe, discreto cuoco, paparazzo; si mantiene lavorando per il gossip e avvistando furbamente coppie clandestine e celebrità di passaggio. Vive a Porto Sabore e scatta in Costa Smeralda. Incappa in Remo Girardi, noto opinionista televisivo, con la bellissima (amante) Lena Meier, una escort rossa e slanciata che ha lasciato la Svizzera e vive (benino) in Sardegna. Per un incidente non può usare le foto; Irene, la direttrice dell’agenzia pettegola di Olbia è arrabbiata con lui, un tempo si dilettavano a letto insieme oltre che sul lavoro. Poi però Lena lo contatta, ha paura per un incontro allargato che Remo gli ha procurato, ci va e scompare. Pessimi elementi vanno da Franco a dargli una dolorosa lezione proprio quando arriva a trovarlo per un mese la figlia Valentina (riuscita l’anno prima a trovarne orme su internet), stessi capelli neri e occhi screziati di verde della madre. Per salvarla chiede aiuto al parente (cugino del padre) latitante in montagna, “zio” Gonario, ottima persona. E si butta a corpo (quasi) morto sulle tracce di Lena.

L’architetto doppiatore fumettista sceneggiatore (fra l’altro di Dylan Dog) Pasquale Ruju (Nuoro, 1962) opera al Nord e resta ancorato ai luoghi belli della natia isola, non solo il mare dell’arcipelago a nord-est, anche Gennargentu e Barbagia, vien proprio voglia di tornarci. Dopo un ottimo esordio, col secondo romanzo narra in prima persona una storia nera, il Nero dove ci si tuffa per perdersi o ritrovarsi (da cui il titolo ma non la sfumata copertina), hard-boiled rispetto ai noiosissimi romanzi gialli che il protagonista talvolta legge. Franco si trova d’improvviso catapultato in una drammatica avventura di rimpianti e ricatti, d’amore e di riscatto, segnato dall’amore per l’adorabile figlia. Ben delineati tutti i personaggi del passato e del presente (soprattutto i vip e lo zio brigante antico e moderno), brevi tratti chiari e netti (e molti muoiono, a riprova della maestria del genere), in azioni aspre e asciutte stile Carlotto, conferma di una collezione tutta di grande qualità, Sabot/age, giunta ormai a ben 25 titoli di autori italiani. Attenzione al livello di insulina nel sangue del bravo commissario capo della questura Mario Ventura. E a quello di alcol nel corpo di Franco: rum, mirto, whisky, vino. Quando è brilla e gaudente Irene canta Vasco e si confessa sul sesso: “La verità è che mi piaceva troppo. Troppo. E non va bene. Ne avevo sempre voglia, perché… tu e io…”

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/113: Il poliziotto di Shanghai

Qiu Xiaolong
Il poliziotto di Shanghai
Marsilio, 2017
Traduzione di Fabio Zucchella
Giallo

Shanghai. 1953-1989. Qiu Xialong è vissuto in Cina fin quasi ai drammatici eventi di Piazza Tienanmen, poi è rimasto a studiare-insegnare grandi poeti e letteratura negli Usa e ha iniziato a scrivere ottimi gialli, pubblicando in inglese già nove romanzi con protagonista Chen Cao, prima un promettente funzionario di polizia, poi ispettore capo a Shanghai negli anni novanta e duemila, quello che sarebbe forse potuto essere l’autore stesso se fosse rimasto, un parallelo “impossibile” come altri aspetti delle reciproche biografie. Chen è figlio unico, ha un padre professore neoconfuciano etichettato come mostro “nero” durante la Rivoluzione Culturale (e morto per indigenza), madre docente alle medie e sofferente di epatite, pure lui ha studiato all’università di Pechino laureandosi alla facoltà di lingue straniere, si è visto assegnare dallo Stato un lavoro di polizia in seguito a una concatenazione di circostanze: massimo dei voti, intervento del padre di una bibliotecaria amica, esigenza di tradurre un manuale americano di procedura penale. Magro e riflessivo, vive con la madre in un solaio, gli assegnano un tavolino traballante nella sala lettura, conosce dinamiche e uffici, si trova a dare un brillante contributo in un caso delicato della squadra omicidi, nel quale usa sia il tesserino dell’Associazione scrittori che competenze da gourmet. Un anziano curato e benestante è stato ucciso di notte con un colpo in testa lontano dalla minuscola abitazione in vicolo della Polvere Rossa, non sanno nemmeno il nome, nessuno ha denunciato scomparse. Chen riesce a capire chi era grazie a quel che aveva mangiato, infine smaschera il colpevole.

Qiu Xiaolong (Shanghai, 1953) ha vissuto disastri e squallori del “maoismo” sulla pelle delle proprie famiglia, infanzia e adolescenza. Prima del 1949 il padre aveva diretto una piccola fabbrica di profumi, era un “capitalista”. A metà degli anni cinquanta l’azienda non gli apparteneva più, iniziò a lavorare come operaio ma dall’inizio della Rivoluzione Culturale fu sottoposto a critiche di massa per il passato, a sevizie e vessazioni, a denunce e confessioni, al distacco e all’operazione della retina. La moglie e i tre fratelli pagarono il prezzo di povertà e disprezzo, là nel vicolo della Polvere Rossa: la madre soffrì ben presto di esaurimento nervoso, il fratello maggiore Xiaowei era praticamente paralizzato, la sorella Xiaohong era la più piccola (vive ancora a Shanghai), toccò a Xiaolong già in prima media farsi carico della situazione, scrivendo fra l’altro dichiarazioni di colpevolezza. Lo racconta nel 2016 in “Becoming Inspector Chen”, un volume splendido di diversi generi letterari, appena tradotto, “Il poliziotto di Shanghai. Come fu che Chen Cao divenne ispettore”. Il racconto giallo che spiega l’esordio del futuro poliziotto è il testo lungo e centrale, con lo stile dei famosi romanzi (e le relative frustrazioni sessuali). Prima e dopo c’è di tutto, con raffinate varianze: spezzoni autobiografici in prima persona (come e perché Xiaolong si è trasferito negli Usa, ha inventato alcuni suoi personaggi cartacei reinterpretando amici e conoscenze, ha scelto un genere di cui era appassionato già in patria), la poesia che scrisse dopo il giro di vite contro il movimento studentesco (in parte già pubblicata come opera di Chen nel primo romanzo), altri racconti del vicolo (in continuità con le due splendide raccolte già uscite intitolate a quel luogo dove crebbe) e altre storie connesse a lui e a Chen. Il tutto con citazioni di ancor più componimenti e strofe, proverbi e detti. E tante ricette autoctone e tour gastronomici. In copertina la bella mitica Ling col walkman davanti alle scansie di libri. Da non perdere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/112: Corruzione di Don Winslow

Don Winslow
Corruzione
Einaudi, 2017
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

New York. Luglio 2015-luglio 2016. Il 4 luglio, festa dell’Indipendenza americana, i 4 poliziotti della principale squadra della Manhattan Special Task Force (detta Da Force) fanno irruzione in un magazzino di eroina nera messicana (ce ne sono 70 chili, valore al dettaglio cinquanta milioni) al secondo piano di un palazzo di Harlem gestito dal boss dominicano Diego Peña, che controlla buona parte della distribuzione nell’intera città. Sono Dennis Danny John Malone, il suo miglior amico Phil Russo (italiano dai capelli rossi e dal gusto fino), il geniale omaccione nero William Montague Big Monty, il bel fricchettone Billy O’Neill, armati e fatti fino ai denti. Si feriscono in tanti, muoiono due sicari insieme a Billy O e Peña, per evitare di uccidere cani il primo, per una vera e propria esecuzione il secondo. Il Natale successivo circola in molti ambienti la storia che i tre amici superstiti si siano tenuti molta droga e tutti i contanti trovati. È vero. Funziona così, è il sistema anche dei bravi poliziotti per sopravvivere alla strada. Del resto, se i dominicani subiscono un colpo se ne avvantaggia un altro criminale, nel caso di Manhattan North il crudele pusher di droga (e non solo) DeVon Carter, pur se il giorno della Vigilia gli arrestano il potente spacciatore Fat Teddy per poi stringere un patto losco anche con lui in vista di un grosso traffico di armi da bloccare. A Pasqua il capitano Sykes aggiunge un nuovo quarto uomo alla squadra, il giovane Dave Levin, bisognerà svezzarlo mentre clan e gang si fanno sanguinosa guerra, quasi come gli uffici del sindaco e del capo della polizia. All’inizio del luglio successivo il sergente Malone, 38 anni di vita e 18 di lavoro, 1,87 di muscoli e tatuaggi, capelli corti e occhi azzurri, ateo e arrogante, si trova in galera, incastrato e ricattato un po’ da tutte le parti in causa.

Un altro capolavoro di Don Winslow (New York, 1953) che torna alla costa est dei primi romanzi dopo la lunga fase nell’epica California delle pattuglie del surf e dei cartelli del narcotraffico. Il titolo americano è “The Force”, unità d’élite (con i propri rituali) vista male da Narcotici Omicidi Antigang, una piccola minoranza dura e coraggiosa (fatta apposta per Harlem) dei circa trentottomila agenti cittadini, 54 tra detective veterani, agenti sotto copertura, anticrimine e in divisa. Come al solito, prima di scrivere ha raccolto artigianalmente migliaia di documenti, rapporti, testimonianze e notizie, che riprende incidentalmente con stile e ritmo eccelsi, impasto di alta letteratura. Il consumo di massa di droghe, oppio e antidolorifici è sotto gli occhi di tutti. La narrazione è in terza fissa sul re poliziotto della parte settentrionale dell’isola, Malone, eroe infame. Tante altre figure (cattivi e molto cattivi, politici e immobiliaristi, avvocati e giudici, informatori e parenti) e tutte le complesse relazioni sono stupendamente descritte nella loro evoluzione, ma i pensieri e la prospettiva su persone ed eventi sono solo i suoi, anche quando (sempre più) ciò che accade sfugge alla sua regia. È cresciuto nel ghetto operaio di Staten Island e ama la polizia; rimasto senza padre (irlandese, anche lui poliziotto, un infarto) a otto anni, senza il fratello maggiore Liam (pompiere) con l’11 settembre e senza madre poco dopo; trasferitosi a Manhattan dopo la separazione dalla moglie Sheila e dagli amati figli, il più grande John (11 anni) e Caitlin (capelli rossi e occhi verdi materni), pur restando legato a loro e al quartiere (tifoso dei Rangers); ha respirato corruzione fin da quando ha ricevuto il distintivo, protetto dai club e dalle mafie italo-irlandesi; è innamorato dell’infermiera afroamericana Claudette in via di precaria disintossicazione; odioso verso i parassiti preti e chi se la prende coi bambini; sempre allenato con sacco e jogging, spesso pieno di dexedrine da cinque milligrammi e Jameson liscio, invaghito dei testi delle canzoni hip-hop. Ha denaro in contanti, investimenti, conti correnti, tutto ben nascosto dove i federali non arriveranno mai a ficcare il naso. Il titolo italiano si concentra appunto sul funzionamento ordinariamente avariato della giustizia (il circolo vizioso degli interessi e dei favori, inevitabilmente criminali), in cui tutti gli attori si usano, compreso Malone che solo così riesce a far “bene” il suo mestiere (prevenire e ridurre e colpire la criminalità), a farsi carico delle famiglie dei colleghi (pure dopo morti), a eliminare le interferenze, a essere rispettato o temuto: se il mondo giocasse lealmente, anche lui giocherebbe lealmente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/111: L’ultima sera di Hattie Hoffman

Mindy Mejia
L’ultima sera di Hattie Hoffman
Einaudi, 2017
Traduzione di Carla Palmieri
Giallo

Pine Valley, Sud Minnesota. 12 aprile 2008. Dopo una recita scolastica in teatro, a tarda sera nel lontano granaio abbandonato una secca coltellata uccide una ragazza solare, poi il bel volto viene sfregiato. Henrietta Sue Hattie Hoffman, alta e snella, pelle abbronzata color miele, occhi sbarazzini e intelligenti, lunghi capelli castani, aveva compiuto 18 anni a gennaio. Amava recitare sia nel rapporto quotidiano con gli altri sia come prospettiva di vita professionale (ambiva diventare attrice e lavorare a Broadway). A fine agosto 2007 aveva iniziato l’ultimo anno di scuola, sempre andata benissimo. C’era un nuovo affascinante docente di Lettere, il 26enne Peter Lund, capelli scuri e occhiali quadrati, runner e vegetariano, appena trasferitosi da Minneapolis per seguire la moglie Mary che doveva prendersi cura della madre e della fattoria. Sia Hattie che Peter avevano un nickname in rete, HollyG e BookNerd, per caso loggavano entrambi su Pulse e si incrociarono in un forum, scoprendo di avere gli stessi gusti culturali e sociali, era cresciuta in autunno un’intensa travolgente relazione virtuale (anche sessuale). Sulla scena del crimine arriva il taciturno anziano sceriffo della contea Del Goodman, trent’anni di onorato servizio, veterano di guerra (lasciato dalla moglie appena tornato dal Vietnam), molto amico dei genitori di Hattie, alla quale era pure affezionatissimo. Trovano sul cadavere traccia di sperma, un rapporto consensuale. Sanno che la ragazza frequentava Tommy Kinakis, un solido sciocco giocatore di football del quale forse non era innamorata. Scoprono altro aspettando il test del DNA.

La giovane graziosa scrittrice Mindy Mejia (che nasce, lavora e vive in Minnesota) fa centro al secondo romanzo, 26 capitoli datati (da agosto 2007), in cui si alternano tre prime persone in un originale percorso narrativo: Hattie nei mesi precedenti il delitto tiene una particolare forma di diario (che si rivelerà decisiva), Peter racconta e confessa in parallelo la sua vicenda sentimentale durante il corso d’insegnamento e poi le indagini, Del resoconta giorno per giorno il caso (per una settimana) dalla scoperta del corpo alla complicata soluzione. Sappiamo che la ragazza è morta e siamo ansiosi per la tragedia incombente, capiamo che ognuno dei personaggi ha in testa vari possibili colpevoli e, soprattutto, che alla vittima è stato impedito di far godere molte persone della propria esistenza (nelle passioni e nei tormenti), chiunque l’avesse incontrata, lì e altrove (da cui il titolo inglese “Everything You Want Me to Be”). Belli e colti i dialoghi sia orali che internet. Molto c’entra Shakespeare ovviamente, e la maledizione notoriamente connessa alle rappresentazioni del “dramma scozzese”, il Macbeth. La protagonista delle prove e della recita era stata Hattie, la malvagia Lady, interpretazione sublime, l’ultima. Del resto, adorava pure i fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, e detestava la musica country, Nashville compresa. Segnalo che al padre (non grasso) diagnosticano il prediabete. Ben innamorati, i due sgranocchiano cracker e formaggio sorseggiando Pinot Nero (da bicchieri di carta)!

(Recensione di Valerio Calzolaio)