Mio caro serial killer (Le gialle di Valerio 153)

Alicia Giménez-Bartlett
Mio caro serial killer
Sellerio, 2018
Traduzione di Maria Nicola
Giallo

Barcellona. Ai giorni nostri. Proprio quella mattina che la cinquantenne Petra Delicado decide di ritardare un poco e concedersi i servizi di un centro estetico, il commissario Coronas in persona la chiama dall’ufficio e la redarguisce severamente: è stata trovata una donna assassinata in casa. Non basta: devono andarci subito col fido inseparabile vice Fermín Garzón ma è la polizia autonoma ad aver chiesto collaborazione, a coordinare le indagini sarà un giovane massiccio disciplinato ispettore dei Mossos d’Esquadra, Roberto Fraile, occhi verdi e capelli a spazzola, sulla trentina. Ne vedremo inevitabilmente delle belle. E delle brutte: qualcuno ha pugnalato 22 volte l’impiegata 55enne Paulina Armengol, poi le ha tagliato la faccia fino a renderla irriconoscibile, lasciando un biglietto di disinganno d’amore. Dopo appena un giorno accade di nuovo, una 35 ecuadoriana con regolare permesso di soggiorno, accoltellata all’addome, con il volto devastato e un messaggio amoroso, stessa mano omicida e identiche modalità. Non è finita lì e non vi sono tracce o piste. Erano tutte donne sole, pochi o niente amici o parenti, fra loro non si frequentavano né si conoscevano, l’unico labile legame sembrano forse le agenzie matrimoniali con cui erano entrate in contatto, una in particolare, molto riservata. Petra e Fermín sono tranquilli a casa, i rapporti (rispettivamente) con Marcos e Beatriz sono stabili da tempo, i partner affiatati e collaborativi. Certo cresce la curiosità dei figli del terzo marito (conviventi) e della loro nonna (appena arrivata), però l’armonia non è rovinata ed emerge anzi qualche spunto investigativo. Il fatto è che il lavoro è un inferno: giorno e notte, senza costrutto, con un collega gentile ma turbato, impreparato ai comportamenti strani e ai dialoghi stranianti dei due della Policía Nacional. In qualche modo, impareranno a sonnecchiare insieme, a vedersi alla Jarra de Oro e a stimarsi.

La bravissima Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) si cimenta con morti seriali, non poteva più farne a meno. Si tratta di un argomento tipico di gialli e noir, di un topos letterario, quasi un luogo comune. Nella sua serie (iniziata nel 1996 e giunta al decimo romanzo) ci sono tante parodie fisse sul genere: il duo protagonista, le tecniche investigative, i tic dei personaggi. Non poteva mancare ora l’indagine su un presunto serial killer di donne indifese, qualcosa per cui la Petra che conosciamo (attaccabrighe e scettica) forse non sarebbe potuta essere all’altezza, lei che comunque narra in prima persona, al passato, senza compassione per nessuno (come Fermín, con il cuore di fredda ironica pietra). Ci immergiamo così nel mondo delle Agenzie di Relazioni Matrimoniali e dei siti d’incontri, nell’infinita solitudine di alcune donne, foto scelte per trasmettere un atteggiamento, una propensione, un personaggio, nella speranza di trovare un compagno. Emergono con umorismo e indulgenza i tanti possibili rifugi per cuori solitari (anche maschili): associazioni di escursionisti, centri culturali, agenzie di contatti, circoli di poker, scuole di tango. Mentre stenta a venir fuori l’intreccio sordido di interessi e crudeltà, bugie e opportunismi, destinato a tradursi poi, non tanto casualmente, in crimini sanguinosi. La lenta verifica confermerà che nessun assassino è perfetto, pare che presto se ne farà un film. Concilianti i rapporti fra le due polizie operanti in Catalogna, anche perché il terzo incomodo (vera novità del romanzo) finirà per capire e far capire l’utile piacere della condivisione. Segnalo la velenosa convivenza di verità ed equilibrio mentale, a pagina 80. Il sospettato ha lo studio in calle de la Sal a Barceloneta, proprio sopra la libreria “Il Giallo e il Nero” (“Negra y Criminal”, dove tornare presto), il gestore Paco conosce bene Beatriz e Fermín, con sorpresa di Petra: il romanzo poliziesco unisce molta gente. Passito, cariñena, cava, barricato, e via vineggiando.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il compimento è la pioggia (Le gialle di Valerio 152)

Giorgia Lepore
Il compimento è la pioggia
Edizioni e/o, 2018
Noir

Bari. Dicembre 2013. Il 33enne ispettore della squadra Mobile Gregorio Gerri Esposito, bello e impossibile, svagato e presuntuoso, vive un esilio autoimposto. Era nato e cresciuto a Napoli, prima in un campo zingari, presto abbandonato dai genitori (madre scomparsa dopo avergli detto “aspettami” sotto la pioggia), poi in un collegio orfanotrofio gestito da due persone brave, il prete di strada don Mimì e la suora laica Adelina, ormai morti. Si sente ovunque fuori posto, senza legami e senza senso. Abita solo, frequenta varie donne con affetto, senza riuscire a stringere amori duraturi: non con la bellissima collega romana Sara Coen (la relazione ha lasciato a entrambi un reciproco rifugio, ma ormai bisticciano sempre), non con la splendida prostituta nigeriana Milly (o Jamilah o Emily o Emilie, lei ormai non lo fa pagare, ma ha un figlio in istituto e ben altro cui pensare per sopravvivere), non con la minorenne Lavinia (sono lontani e probabilmente è meglio vi restino); né con altre cui piace o che lo attirano. Proprio la notte di San Nicola arriva sulla scena di un delitto nella città vecchia: la 24enne Caterina Ketty Camarda è stata uccisa da più mani (in tempi successivi), dopo aver fatto l’amore consenziente e aver subito più di un’aggressione; era incinta e aveva due figli (che trovano chiusi nella cassapanca). Entra subito in intensa relazione con la più grande, Jennifer (cinque anni), che gli confida chi è stato, il padre Nicola, biondo alto e con gli occhi azzurri, pessimo compagno della madre (non il nuovo fidanzato Pasquale) e si fa promettere che se lo prende lo uccide. Aleggiano tutt’intorno una selva di personaggi (e rispettive famiglie): soprattutto padre e fratello di Ketty, madre fratello sorella padre di Nicola, e l’antipatico giovane pm milanese incaricato di seguire il caso insieme al vicequestore aggiunto Alfredo Marinetti, capo e padre putativo di Gerri alla terza sezione.

L’archeologa e storica dell’arte pugliese Giorgia Lepore prosegue con successo la bella serie in terza persona (quasi fissa) sul suo inquieto Gerri, sempre sospeso fra passato e presente, infanzia zingara o sola e bimbi incontrati in affanno ora. Per ragioni diverse, ha frequenti dolori a spalla, gamba, testa, e sente spesso pure i dolori degli altri; a volta risulta odioso scocciato nervoso assente, altre volte calmo paziente comprensivo suadente. Gerri si porta dietro confusamente tutto del suo passato, spesso attraverso sogni, flashback, analogie. Ogni altro personaggio (seriale oppure occasionale) risulta comprimario. Eppure, continuiamo a non sapere tutto di lui: intuiamo zone d’ombra, vuoti, buchi neri (che sono in parte nel passato di ciascuno). Non solo le indagini ma l’insieme delle sue relazioni sociali (con o senza parole) affondano lontano nel tempo e debbono risultare funzionali a un percorso di presa di coscienza e di messa a fuoco di tutto ciò che lo incatena all’infanzia. Non a caso cerca di fissare quanto più possibile su carta, affronta ogni caso arrovellandosi su complicati schematici appunti, chi dove come quando perché, disegni simboli nomi lettere asterischi frecce riquadri, colori ed evidenziazioni varie. E la narrazione noir non prevede mai azioni in diretta, gialle o hard-boiled che siano: quando sta per accadere qualcosa passiamo al momento in cui qualcuno (lui in genere) lo ripensa o lo narra, dopo. Si tratta, dunque, di storie (volutamente) circonvolute. Intrattenimento molto godibile per lettori assorti e accorti, non distratti da enogastronomia e consumi dominanti. Gerri odia il pesce, ha in libreria tanti volumi sui rom e ascolta tutto Vinicio Capossela. Il titolo deriva da un proverbio arabo, “le nuvole sono una promessa. L’adempimento è la pioggia”, accompagnato ovviamente (nella dedica) dal capolavoro di Dürrenmatt, appunto sulla promessa (difficile da mantenere).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le spose sepolte (Le gialle di Valerio 151)

Marilù Oliva
Le spose sepolte
HarperCollins, 2018
Giallo

Monterocca, Appennino bolognese. Aprile scorso. All’ultimo censimento il paesino aveva 7.098 abitanti, solo 2.321 maschi. Da oltre quindici anni vi era iniziato, infatti, un esperimento democratico: dimostrare che il buon governo è realizzato meglio dalle donne. Così, il consiglio comunale e la giunta sono a larga prevalenza femminile; i principali incarichi pubblici vengono affidati a donne; si vota spesso su singole questioni tramite forum pubblici, a esempio a chi intitolare le strade, e finora la scelta cade sempre su donne da commemorare; l’economia risulta quasi autosufficiente con forte indirizzo ecologico; ricevono molte richieste di trasferimento e autogestiscono un regolamento per cui chi affitta o compra deve non avere sentenze penali né essere troppo facoltoso, includendo due profughi ogni tanto. Il nome Monterocca deriva da un antico bastione trecentesco arroccato su un pendio, presto fagocitato dal bel bosco. Le case sono tutte all’interno delle mura, con un solo punto di accesso, custodito, e il divieto di circolazione per ogni veicolo a motore (si va coi tre pulmini comunali, oppure a piedi, in bici, coi pattini). L’agglomerato urbano è un ovale lungo circa tre chilometri, tagliato in due parti (non proprio uguali) da un viale: comincia dalla porta trecentesca di accesso, a destra le abitazioni in bioedilizia dipinte con fantasia, e poi i calanchi, a sinistra altre abitazioni con orti, gli edifici pubblici, e poi le colline; finisce sulle sponde di un lago artificiale (due architette norvegesi), inaccessibile altrimenti. Anche i tre poliziotti in arrivo da Bologna devono lasciare la volante nel largo parcheggio all’aperto, stanno indagando sull’omicidio Cionti, drogato (prima di essere ucciso) con un siero della verità prodotto in via sperimentale proprio a Monterocca. Si susseguono altre morti, sempre uomini la cui moglie era scomparsa anni prima; c’è un serial killer che vendica donne probabilmente uccise. E infatti qualcuno ora avvisa la polizia su dove si trovano i resti.

L’insegnante di lettere Marilù Oliva ha raggiunto ormai la soglia dei dieci romanzi (dal 2009), oltre a tutta una serie di altre pubblicazioni. Il titolo del nuovo bel turbinante giallo richiama la sostanza della triste storia: spose uccise da sposi senza che siano stati scoperti e che siano state degnamente sepolte. L’ambientazione nella sperimentale Città delle donne non vuole essere né fiabesca né apologetica, prendiamola come un luogo (purtroppo) inventato per un’indagine su crimini di femminicidio ispirati a tanti fatti di cronaca. La narrazione è in terza varia, un quarto dei circa sessanta brevi capitoli narra in corsivo un’altra storia mesta: una piccola racconta in prima persona l’antico assassinio della propria madre, quando aveva 5 anni, da parte del padre e della bella bambinaia complice. La protagonista è l’ispettore capo Micol Medici, trentenne snella per un metro e sessantatré, tanta memoria e ragionamenti matematici, un fidanzamento in via di esaurimento, lunghi capelli ricci e occhioni color ambra, un vistoso sfregio cicatrizzato nella parte inferiore della guancia; con lei un superiore, il commissario Elio, alto biondo cinquantenne, e lo zelante coetaneo sovrintendente Antonio. Incontrano necessariamente tanti interessanti monterocchesi, l’attempata malata sindaca esclude possa esserci il colpevole, anche lei fa il suo mestiere politico e istituzionale. Nella contrada è comunque presto evidente che ogni abitante che incontrano nasconde qualcosa, anche il paese è oggetto di continue progressive scoperte. Molto confermerà che non sono tanto le singole donne migliori dei singoli uomini (animi feroci e dinamiche crudeli prescindono dai generi), quanto e bensì un sistema maschilista sempre e comunque peggiore di tutto. Difficile smentirlo. S’imparano metodi officinali di morte a pag. 272. E si discute con garbo di cosa sia “naturale”, di pro e contro rispetto alla vivisezione. Altoparlanti trasmettono buona e solida musica, spesso ben attempata. Incombe il pignoletto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Souvenir (Le gialle di Valerio 150)

Maurizio de Giovanni
Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone
Einaudi, 2017
Giallo

Napoli e Sorrento. Ottobre 2017 (e primavera 1962). Nell’area del cantiere della metropolitana dell’ex piazza Santa Maria degli Angeli all’alba trovano un uomo robusto pestato a sangue: ecchimosi, tibia fratturata, costole rotte; sopravvive ma resta in coma. Non ha documenti né cellulare, l’identificazione è pure abbastanza rapida, dalla foto sul sito di un giornale di Sorrento i poliziotti del commissariato riconoscono Ethan Wood, un americano scomparso il giorno prima. Era in vacanza con la sorella Holly, la famosa anziana madre e l’infermiera badante diplomata Beth in un lussuoso hotel dell’incantevole cittadina. Sembrava alla ricerca di qualcuno ma nessuno pare sapere di chi e perché. È il figlio della bellissima attrice Carlotta Lucy Castiglione (nata nel giugno 1938 a Brooklyn da genitori lucani che parlavano italiano in casa), una delle più grandi star di Hollywood, la Fidanzata d’America, sposata con un regista di quasi trent’anni più grande di lei che la stava dirigendo in opere di grande successo. Proprio a Sorrento avevano realizzato insieme nel 1962 il film più famoso, Souvenir, lei ripeté poi sempre che vi aveva trascorso un mese indimenticabile, il più bello della sua vita. Accadde però qualcosa: la lavorazione fu burrascosa, le riprese durarono meno del previsto, partirono d’improvviso e terminarono il lavoro a Los Angeles. Successivamente Charlotte rimase vedova, ricchissima e carismatica, e i due figli, sempre single e con lei, gestivano i denari, i fan club e i premi, entrambi mai capitati in Italia fino a quel momento. Palma, il commissario di Pizzofalcone, decide che devono investigare bene tutti i suoi ispettori e agenti, fare squadra e riunioni collegiali, dividersi i compiti nelle due città e rispetto a ogni credibile pista, anche perché il consolato mette fretta alla questura. Il fatto è che emerge una possibile connessione con la criminalità organizzata, guai.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) non perde un colpo. Siamo giunti al sesto romanzo (in quattro anni) della sua ottima seconda (e contemporanea) serie Einaudi; a inizio 2017 i personaggi li abbiamo visti su RaiUno (ormai hanno quei volti e posture), sono in corso le riprese per i nuovi episodi (dovrebbero intrattenerci in prima serata entro il 2018). Come nella tradizione matura dell’amato McBain il caso si apre pochi mesi dopo il precedente, mentre il libro esce l’anno successivo. Il titolo non identifica solo un mirabile film: i ricordi degli amori possono restare per sempre in vario modo, souvenir importanti e cari che illuminano la vita successiva, fu il caso delle famiglie coinvolte. Tuttavia, oltre e più che scavare nel passato, i Bastardi debbono trovare il nesso con la violenza criminale di oggi. La squadra è al completo, la prima coppia stavolta è composta dal Cinese Giuseppe Lojacono e da Alex Alessandra Di Nardo, gli altri collaborano con successo, pur con qualche impiccio: Marco Aragona è richiesto anche per la sorveglianza di un magazzino, Giorgio Pisanelli perde ancora la tranquillità per la ricerca dell’assassino dei suicidi, Francesco Romano sbarella quando s’ammala la piccola Giorgia (che vuole prendere in affidamento), Ottavia Calabrese deve curare le retrovie informatiche mentre spasima un poco per Palma. Il vero snodo riguarda questa volta le relazioni con la magistratura (Piras e Lojacono si amano ormai a distanza, ostilmente), in particolare con la procura antimafia del magnifico Buffardi (sono spariti cie il furbo contabile dell’onnipotente clan dei Sorbo che, in altro modo, sua moglie Angela, dolce, capace e forse coinvolta nella vicenda sorrentina). La narrazione in terza interseca quasi tutti i personaggi, in prima le lettere che raccontano il fuoco (non spento) del passato. Le variegate relazioni affettive personali arricchiscono il percorso investigativo, tanto quanto alcuni interludi di emozioni campane. Torna di continuo la questione dell’avere “tanti rimpianti” ma “nessun rimorso” (dedica a Severino e a Gigi). Vino rosso, questa volta meno melodramma e più Gershwin (quando serve).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’intruso (Le gialle di Valerio 149)

Tana French
L’intruso
Einaudi, 2018
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Dublino. Una settimana del gennaio 2015. La poliziotta 32enne single Antoinette Conway, pelle bruna (sangue “misto” da parte del padre, mai conosciuto), capelli neri e lucenti, occhi infossati e zigomi alti, forte e intuitiva, dura e guerriera, bella casa a schiera in stile vittoriano (con un pesante mutuo), Audi TT nera del 2008 (pure presa a rate), cuoca al microonde, longilinea in forma, da due anni lavora alla Omicidi nel Durbin Castle (prima alle Persone scomparse). Da quattro mesi ha come partner il 33enne allegro ciarliero piacione Steve Moran (prima ai Casi freddi), gambe lunghe e spalle strette, capelli arancioni, anche lui single. C’erano state poche donne prima in squadra, forse una mezza dozzina, alcune andate via da sole, altre indotte a farlo, lei adesso è l’unica in mezzo a più di venti uomini ed è partita col piede sbagliato. Finora si è dovuta occupare prevalentemente di omicidi domestici, le hanno costruito addosso una brutta reputazione, subisce frequente bullismo di lazzi e scherzi, reagisce con astio e scontrosità verso i colleghi, si guarda sempre le spalle convinta che tutti la scansino o la boicottino. A sorpresa, appena finito un turno, il capo O’Kelly chiede ai due di andare sulla scena di un crimine. Antoinette capisce subito di aver già incontrato la bella vittima, ora che assomiglia a una Barbie uccisa. Si tratta della giovane Aislinn Gwendolyn Murray, pare aspettasse qualcuno a cena, si era messa alla grande e aveva preparato per due. Scoprono che mostrava un nuovo interesse amoroso e forse aveva un amante segreto, fra l’altro da anni continuava la ricerca avviata dalla madre (poi morta) su come e perché il padre fosse scomparso. E un bieco giornalista comincia subito a criticarli, mentre qualcun altro depista le indagini.

Tana French (Burlington, Vermont, 1973) ha studiato in Irlanda e ha girovagato anche come attrice, prima di divenire un’autrice di successo; il sesto romanzo della serie dedicata alla Squadra Omicidi di Dublino (iniziata nel 2007) conferma notevoli qualità letterarie. Il primo ringraziamento finale appare una sottolineatura chiave: “Stavolta più del solito, devo un grosso grazie a Dave Walsh, le cui conoscenze del mondo dei detective mi hanno dato tutto ciò che in questo libro è basato sulla vita reale e nulla di ciò che non lo è”. Non conosciamo Dave, ma l’imprinting della narrazione (in prima al presente) sono i succosi dialoghi fra colleghi, anche nelle riunioni per fare il punto e dividersi il lavoro, e i lunghissimi interrogatori di sospetti, più ancora che le semplici procedure o l’antipatica discriminazione verso una donna. La cura psicologica nel fare domande e nel costruire un percorso per giungere a risposte utili è mostrata in centinaia di pagine, con lento acume, senza mai scene cruente. Del resto, la protagonista è un’intrusa in una comunità maschile autoconvinta che si tratti proprio di un mestiere macho. La vittima cresce come un’intrusa nella vita sociale e chi la uccide sembra un intruso rispetto alla sua vita pubblica. Né mancano altre trasgressioni (The Trespasser è il titolo inglese), la vita è tutta un’intrusione, Antoinette sa che i poliziotti corrotti esistono (anche se qui sembra sia forse una falsa pista) e che i siti di appuntamenti sono rispettabili solo per chi è lì per affari (evidenziando altrimenti troppa poca autostima). Il rischio è sempre quello della troppa introspezione: tanti sono sospetti e troppi pascolano la mente in decine di ipotesi fantasiose, rovinandosi pensieri e vita, nel romanzo un po’ tutti i personaggi. Vino di scarsa qualità, meglio champagne e liquori. Aislinn ascoltava Beyoncé, prima di mettere musica d’atmosfera e accendere la candela profumata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Stella o croce (Le gialle di Valerio 148)

Gian Mauro Costa
Stella o croce
Sellerio, 2018
Giallo

Palermo. Ottobre 2016. La 30enne Angela Mazzola, infanzia non ricca a Borgo Nuovo, diploma scientifico e leva completati in collegio e con lavoretti vari, lunghi capelli ondulati color rame, viso aggraziato, corpo slanciato (verso il metro e settanta) e muscoloso (per palestra occasionale e corsette mattutine), curve notevoli da “gran figa” (a detta dei colleghi), rockettara (grazie al fratello), gira col motorino Liberty 200 o con l’auto di servizio, operativa alla Sezione Antirapina. Da appena quindici giorni vive sola in una piccola specie di attico di due stanze con vista sul mare e terrazza personale, al quartiere Acquasanta, una delle borgate marinare della città. Se la gode, sorseggia Inzolia ben fresco sulle note del Boss, fa finta di essere ossequiata e ascoltata dal maggiordomo Gianpi, sfoglia il giornale e s’imbatte nel “delitto della parruccaia di via Amari”, avvenuto sette mesi prima e insoluto. Rosellina, una sua simpatica compagna di scuola, è nipote della vittima Anna Fundarò e protesta sui ritardi della polizia. Conosce già anche l’autrice dell’intervista su “Repubblica”, Sandra Passafiume, incontrata al corso di degustazione. La parruccaia svolgeva una funzione preziosa e apprezzata per malati oncologici, transessuali, salotti mondani, mondo dello spettacolo. Angela sente entrambe le amiche e inevitabilmente s’impiccia del caso, anche perché il giovane collega Santo Iovino è appena passato alla Omicidi e le fornisce qualche ulteriore particolare in una sera in cui le porta e le cucina un bel chilo di vongole veraci, e lei accetta di concedersi uno “svago”, comunque mandandolo via alle tre di notte. Angela ha da seguire anche faccende di contrabbando di sigarette e di rapine in farmacia, tuttavia s’intestardisce, rischia la carriera e aiuta tutti a fare una certa giustizia.

L’ottimo giornalista (ora in pensione dalla Rai) e scrittore Gian Mauro Costa (Palermo, 1952) abbandona il personaggio seriale del mite elettrotecnico Enzo Baiamonte (che, diversamente giovane, ci ha lietamente accompagnato alla Zisa negli ultimi 7-8 anni) e propone un nuovo riuscito affascinante personaggio femminile. La narrazione è in terza fissa sulla fresca poliziotta al passato, con notevoli acume e cultura, begli intensi dialoghi (anche fra sé e sé), tanta magnifica Palermo (non sempre poetica, come noto), e raramente qualche frase più didascalica (giornalistica). Interessante il mondo delle parrucche (e, in fondo, quello delle “pillole”). Il titolo fa riferimento al commento perpetuo della zia Giuseppina, l’una o l’altra: “ogni giorno il Signoruzzo gioca con la moneta a stella e croce con ognuno di noi… La stella è quella della nascita, la croce quella della morte”. Alla fine, simpaticamente, Angela finirà per dare a una cucciola di labrador proprio il benaugurante nome di “Stella”. Resta la curiosità di reincontrare presto sia Angela che i vari personaggi ben tratteggiati, amiche e colleghi. Eventuali serate da single possono trascorrersi al Nautoscopio. Con il vino siciliano si degusta di continuo, anche il fruttato Viognier, il Cuddia della Ginestra (o Kuddia), i rossi Perricone e Syrah; Franciacorta solo per brindisi sensuali. Incontriamo anche tanta buona musica, la passione si concentra soprattutto sulla grande voce blues di Beth Hart (senza dimenticare Fiorella Mannoia e Pearl Jam, dipende da personaggi e contesto).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo di gesso (Le gialle di Valerio 147)

C.J. Tudor
L’uomo di gesso
Rizzoli, 2018
Traduzione di Sandro Ristori
Noir

Anderbury, a una trentina di chilometri da Bournemouth (costa sud dell’Inghilterra). Estati 1986 e 2016. La piccola città sembra pittoresca: tanti bei parchi con passeggiate lungo il fiume e avventurosi boschi oltre i margini, a un tiro di schioppo i monti (New Forest) e le spiagge della Manica, bella piazza centrale, strade ancora di ciottoli, cattedrale (abbastanza) famosa con antica guglia in restauro, variopinte sale da tè, percorsi da casa a scuola (o lavoro) da fare a piedi, dignitose scuole, un hotel di lusso, farmacia libreria supermercato tutti pezzi unici, pochi abitanti che si conoscono (più o meno), affollata solo d‘estate per i turisti. Trent’anni fa Eddie Ed Munster Adams, figlio di un’alta ginecologa con molto lavoro (anche aborti) e di un barbuto scrittore con poco lavoro (in riviste e giornali), aveva 12 anni e faceva banda con i quasi coetanei Gav la Palla, Mickey Metallo, Hoppo e Nicky, ragazzina molto carina con lunghi capelli rossi, pelle chiara, numerose lentiggini, e il padre pastore della chiesa locale, il reverendo Martin, da lei odiato. Quell’estate accaddero una serie di eventi che travolsero l’amicizia e sconvolsero l’inquieta cittadina, in particolare fu trovata la Ragazza del Valzer con le membra sparse nel bosco (non la testa, qualcuno l’aveva messa in uno zaino). Reincontriamo il professor Adams nel 2016, ancora lì. Ha 42 anni, capelli folti e neri, qualche ruga d’espressione, è molto alto e un poco ricurvo, insegna con passione letteratura inglese, ha vissuto insieme alla madre (restata vedova e ora 78enne) finché cinque anni prima lei non ha conosciuto Gerry seguendolo in una casa ecologica nelle campagne del Wiltshire. Ed, single e solitario, si cucina (maluccio), soffre d’insonnia, beve troppo, continua a collezionare cose, per integrare il reddito affitta una stanza alla giovane Chloe. Torna un vecchio amico, omicidi e violenze del passato vengono di nuovo a galla, con aggiornati pericoli.

C.J. Caz Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con il suo compagno e la figlia. Ha lasciato la scuola a sedici anni e poi ha fatto di tutto un po’, sempre scrivendo come prima o seconda attività: tirocinante giornalista, autrice per la radio, cameriera, assistente di negozio, agente pubblicitaria, doppiatrice, presentatrice televisiva, sceneggiatrice, dog-sitter. Ora, con il romanzo d’esordio, da agosto 2017 è una scrittrice di enorme successo, caso internazionale all’ultima Fiera di Francoforte, diritti venduti ai quattro angoli del globo, traduzioni in corso un po’ ovunque. Il titolo è inevitabile, tutto ruota intorno al secchiello di gessi colorati: regalati da chissà chi a Gav per il compleanno (come davvero, tempo fa, da Claire e Matt all’autrice ispirata), usati dai cinque piccoli della banda con il disegno di ometti per darsi appuntamenti segreti e riconoscersi (Ed arancione, gli altri rosso o blu o verde o giallo), ometti di gesso poi apparsi nel bosco e sulla scena del delitto, nomignolo dell’inquietante buon signor Halloran appena arrivato per insegnare alla ripresa della scuola (albino allampanato). La narrazione è tutta in prima: il punto di vista è di Ed, allora (al passato) e ora (al presente). Come il mondo gli andò in pezzi da ragazzino, come rischia di accadere altrettanto. Per quasi tutto il romanzo si alternano i capitoli 1986 e 2016, con buon ritmo, ognuno con qualche suspense finale, sempre in parallelo temporale sui vari personaggi. I genitori erano minacciati dalle faziosità ideologiche contro l’aborto: ripensandoci, direbbe che “un sacco di attivisti radicalizzati” erano convinti di fare la cosa giusta… così potevano giustificare tutte le cose sbagliate che facevano in nome della causa”. Quando vuole far colpo Ed prepara spaghetti al ragù e abbina il rosso Barolo; quando è solo, bourbon! Chloe ascolta punk/folk.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Fiori sopra l’inferno (Le gialle di Valerio 146)

Ilaria Tuti
Fiori sopra l’inferno
Longanesi, 2018
Noir

Autunno 2016. Travenì, Friuli Venezia Giulia. Ė un piccolo villaggio raccolto nella conca formata da una corona di montagne, non lontano dal confine con l’Austria, a circa cento chilometri da Udine; un centro minuscolo, torre medievale in piazza, stazione ferroviaria, un migliaio di abitanti (turisti esclusi), ventimila ettari di foresta intorno (e animali “selvaggi”, grotte, cave, miniere, laghi, cascate, l’orrido dello Sliva), interessato a breve dalla costruzione di un nuovo polo sciistico con disboscamenti e forte impatto ambientale. Fuori dal paese viene rinvenuto un cadavere senza occhi (strappati via e scomparsi), adagiato e “allestito” supino nudo sull’erba, coperto di brina, vicino fra i rovi un totem fatto con gli abiti insanguinati; si tratta di Roberto Valent, ingegnere civile 43enne nato e cresciuto nella valle, padre di Diego, scomparso da due giorni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola. Arrivano dalla città la non più giovane commissaria Teresa Battaglia con i due storici collaboratori e il nuovo aitante bell’ispettore metropolitano Massimo Marini, appena assegnato alla squadra. Lei è nata il 20 maggio 1958, aveva subito per un po’ il pessimo marito, non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, appare malata e sola, gestisce a fatica un diabete insulinodipendente e l’incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. Esperta ed energica, scontrosa e determinata, capisce subito che c’è un disegno nella prima violenza, che non finirà lì. Ha doti di profiler, anche se emergono come contraddittori i connotati della personalità del colpevole rispetto all’evoluzione criminale della specie umana. Del resto, il gruppo misto degli amici di Diego percepisce da tempo una presenza oscura (non malevola) nel bosco, qualche cattiveria e qualche bontà ruotano intorno alle loro famiglie.

Di valore e di successo l’esordio nel romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, soprattutto investigatori e bimbi, talora anche “lui”, che osserva a distanza e agisce per mimesi, a causa di un’identità poco sociale, scolpita nel passato. L’incipit e alcuni intermezzi dell’efficace narrazione riguardano infatti la Scuola, cupo orfanotrofio montano dove nel 1978 si facevano strani criminali esperimenti; a suo modo, nel brulicante Nido, cresceva un individuo nel posto numero 39. Lentamente, inesorabilmente emergono truci connessioni con un passato ancor più remoto e col presente. Il titolo (“tratto” dal poeta giapponese Kobayashi Issa) si riferisce al fatto che talora chi compie del male vede l’inferno che ciascuno abbiamo sotto i piedi (mentre noi contempliamo benevolmente i fiori che crescono in superficie); per stanarlo occorre vedere oltre i fiori, cercare l’inferno. La bellezza aspra del paesaggio e dell’ecosistema (siamo in zona Tarvisio, sono immaginarie solo le denominazioni) stride ben presto con le dinamiche misere e le doppie vite all’interno della comunità paesana, dentro e fuori le mura familiari. Ne vien fuori una multiforme toccante riflessione sul legame indefinibile e arcano, primitivo e sacro, pro-creato dalla maternità, su adulti che tormentano i bimbi o li privano delle cure affettive, sulle teorie eugenetiche e, di converso, sulle pratiche empatiche della genitorialità e della vita. Nei conventi per secoli c’era spesso una ruota degli “innocenti” esposti. L’autrice (mamma da poco, la dedica è a Jasmine) semina con maestria indizi, forse il serial killer non intende delinquere in una camera chiusa, forse i crimini e i criminali sono tanti ma non tutti. A Teresa fanno compagnia bei libri e buon jazz.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il morso della reclusa (Le gialle di Valerio 145)

Fred Vargas
Il morso della reclusa
Einaudi, 2018
Traduzione di Margherita Botto
Noir
(orig. 2017, Quand sort la recluse)

Parigi (e Sud-Est della Francia). Primavera 2016. Il basso magnetico mitico commissario Jean-Baptiste Adamsberg, ultracinquantenne bruno e magro, cafone montanaro originario del pirenaico Béarn (padre calzolaio), bambino (e adulto) ficcanaso refrattario alle regole, zigomi prominenti, grande naso aquilino, guance incavate, capelli bruni spettinati, algoso sguardo svagato, mento debole, sorriso storto, pelle olivastra, al polso sinistro due orologi (fermi), trascorre vacanze in Islanda, tranquillo e pacificato, c’è con lui Zerk (o Armel, il figlio conosciuto da poco, quando aveva già 28 anni). Lo richiamano in servizio con urgenza (e Zerk resta là): una bella 37enne è stata schiacciata per due volte sotto le ruote di un suv, l’assassino o è il disinteressato ricco marito o il servizievole presunto amante. Ad vede nella nebbia e risolve il caso con facilità, sembra Sherlock, senonché s’imbatte per caso nell’impossibile omicidio di due vecchi per il tramite di ragni. Mentre risolve con facilità un altro delicato caso (un pessimo stupratore sulle tracce di una sua tenente), l’amico, collega e vice Danglard contesta apertamente l’apertura di una nuova astrusa indagine, la squadra si trova in un clima malsano. A sorpresa emergono antichi crimini commessi dagli assassinati (fin dall’orfanotrofio) e altre precedenti morti pure connesse; con tradimenti e pugni, bolle e proto-pensieri, la squadra forse potrebbe ricomporsi intorno al capo. E il commissario è costretto a dirigersi frequentemente verso sud, in treno o auto (guidata da altri) che sia. Si confronta con lo psichiatra Martin Pescatore, visita il fratello Raphaël (più piccolo di due anni) all’Île de Ré, fa ricorso a vecchi amici, organizza uno scavo vicino Lourdes. C’è qualcuno paziente che la sa più lunga da molto tempo.

Da un quarto di secolo Fred Vargas delizia lettori e lettrici: ecco l’ultima meravigliosa opera dell’archeozoologa doppia e multipla, fiabesca e illuminosa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) per romanzi polar, colti e ironici. Ha la fissa del protagonista, delucidato in terza, maschio ormai senza più libido, in connessione con donne mai seduttive, giunto alla nona avventura della serie. Adamsberg è nebbioso lento trasandato iponervoso, ostinato prolisso visionario, già tiratore scelto, disegnatore assorto, lettore camminante; i pensieri si formano prima ancora che li pensi; non resta mai arrabbiato a lungo, prende sonno all’istante; ha andatura beccheggiante e vagabonda, una voce da tonalità basse e dolci; mangia con indifferenza e compra sigarette per il figlio lontano solo per potergliele subito rubare e fumare. La squadra è composta da 27 agenti dell’Anticrimine di Parigi (nel XIII°), oltre la metà è presente fin dal primo immediato Concilio, ognuno descritto con fantastica concreta creatività, fra scartoffie e distrazioni, gerarchie e fobie, tipo 87°. Questa volta è operativa ma più frastagliata la storica contrapposizione fra i positivisti materialisti eruditi, disturbati dalle divagazioni erratiche, e gli accomodanti deleganti, per i quali c’è poco di male a spalare nuvole di tanto in tanto, con in mezzo i noti moderati esitanti; destra e sinistra irrituali, visto anche che il vero centro è un individuo per definizione senza equilibrio e certezze. Eccelsi dialoghi surreali e curiosità linguistiche, citazioni colte e pedopsichiatria degli abbandonati, uno stile assecondato da stranezze ossefiane e multimediali. Si parla di cose orrende come in una fiaba, orripilante e leggiadra al contempo. La copertina è un po’ troppo simile a precedenti, il titolo indica il ragnetto eremita e pauroso, il ragno violino Loxosceles rufescend (reclusa nelle originarie Americhe). S’ingozzano e bevono alla maniera degli Alti Pirenei Atlantici: Garbure, Jurançon (bianco), Madiran (rosso).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Follia maggiore (Le gialle di Valerio 144)

Alessandro Robecchi
Follia maggiore
Sellerio, 2018
Noir

Milano. Novembre 2017 – gennaio 2018. Carlo Monterossi, portatore sano di blues dylaniano e di autentici guai (con orrore della violenza), ha abbandonato il programma Crazy Love che lo ha reso famoso e benestante, vivacchia in attesa di capire che fare. Ha iniziato a vedersi e a fare spesso sesso con Bianca Ballesi, la carina spigliata produttrice dell’odiato programma, quasi 39enne. Continua a garantire aiuto al grande amico borderline ficcanaso private eye Oscar Falcone, che ora si fa accompagnare a Napoli per trovare e far tornare il 72enne Umberto Serrani (in forma perfetta), come chiesto dal figlio (più interessato al denaro che al resto). Serrani si è ormai ritirato a vita privata. Per decenni aveva “nascosto” soldi: spostato, recuperato, diviso, riunito e seppellito soldi, acquisendo un notevole gruzzolo e autorevoli amicizie. In auto parla loro di ossessioni e rimpianti. Poi scopre che è stata uccisa per strada l’ancora bella insegnante e traduttrice 59enne Giulia Zerbi e allora li assume per scoprire chi è stato. Anche la polizia ovviamente segue il caso: questa volta l’alto sottile solitario nervoso 40enne sovrintendente Pasquale Carella e l’acuto indisciplinato camaleontico compassionevole (ormai a pochi anni dalla pensione) vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi fanno coppia, ognuno a suo onesto modo, il fumatore insonne e l’intagliatore di dubbi. All’inizio degli anni novanta Umberto e Giulia avevano condiviso un meraviglioso appassionato amore (mantenendo ciascuno una doppia esistenza, sconosciuta all’altro). Lei ora viveva con Sonia, una figlia promettente soprano, e stava subendo difficoltà economiche. In passato, era stato lui a decidere di non vedersi più, sceglie perciò di farsi bene carico dell’intera situazione, senza più rimorsi.

Piove sempre nel nuovo ottimo romanzo del giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960), in terza varia al presente, quinto della serie d’alta qualità. La pioggia fa malinconia e stride. Bagna e non rassicura. E copre tutte le Milano, disincantandole: gli skyline e i casermoni, gli apericena e i brutti bar, gli scintillii e i carretti, le ville nel verde e i poveri stropicciati. Accanto all’indagine principale vi sono altre piste: i soldi a strozzo e l’usura, lo spaccio e le bande del traffico, la corruzione di poliziotti e funzionari apparentemente perbene. Solita ironica attenzione a vecchie e nuove figure: certo la diva Flora che continua il programma; certo la badante Katrina che garantisce fede e cibo; questa volta il finanziere innamorato, suoi i flashback sugli intriganti incontri del passato, soprattutto in lussuosi alberghi; questa volta Sonia che canta agli sposi dopo uno sfarzoso matrimonio proprio l’aria del titolo, “Non si dà follia maggiore / dell’amare un solo oggetto: / noia arreca, e non diletto / il piacere d’ogni dì”. Nessuna illusione, è uno spreco amare un uomo / una donna alla volta, meglio forse concedersi a tanti / tante. Si tratta dell’incipit della cavatina di donna Fiorilla dal Turco in Italia del giovane celebrato Gioacchino Rossini (1792-1868). E l’opera lirica comincia a piacere tanto all’aitante Carlo (gli gusta Pergolesi, e poi la classica di Bach e Barber), pur non rinnegando mai suoni e parole dell’immenso Dylan, fra un whisky e l’altro. Sauvignon Blanc con Bianca, ovviamente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)