Fiori sopra l’inferno (Le gialle di Valerio 146)

Ilaria Tuti
Fiori sopra l’inferno
Longanesi, 2018
Noir

Autunno 2016. Travenì, Friuli Venezia Giulia. Ė un piccolo villaggio raccolto nella conca formata da una corona di montagne, non lontano dal confine con l’Austria, a circa cento chilometri da Udine; un centro minuscolo, torre medievale in piazza, stazione ferroviaria, un migliaio di abitanti (turisti esclusi), ventimila ettari di foresta intorno (e animali “selvaggi”, grotte, cave, miniere, laghi, cascate, l’orrido dello Sliva), interessato a breve dalla costruzione di un nuovo polo sciistico con disboscamenti e forte impatto ambientale. Fuori dal paese viene rinvenuto un cadavere senza occhi (strappati via e scomparsi), adagiato e “allestito” supino nudo sull’erba, coperto di brina, vicino fra i rovi un totem fatto con gli abiti insanguinati; si tratta di Roberto Valent, ingegnere civile 43enne nato e cresciuto nella valle, padre di Diego, scomparso da due giorni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola. Arrivano dalla città la non più giovane commissaria Teresa Battaglia con i due storici collaboratori e il nuovo aitante bell’ispettore metropolitano Massimo Marini, appena assegnato alla squadra. Lei è nata il 20 maggio 1958, aveva subito per un po’ il pessimo marito, non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, appare malata e sola, gestisce a fatica un diabete insulinodipendente e l’incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. Esperta ed energica, scontrosa e determinata, capisce subito che c’è un disegno nella prima violenza, che non finirà lì. Ha doti di profiler, anche se emergono come contraddittori i connotati della personalità del colpevole rispetto all’evoluzione criminale della specie umana. Del resto, il gruppo misto degli amici di Diego percepisce da tempo una presenza oscura (non malevola) nel bosco, qualche cattiveria e qualche bontà ruotano intorno alle loro famiglie.

Di valore e di successo l’esordio nel romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, soprattutto investigatori e bimbi, talora anche “lui”, che osserva a distanza e agisce per mimesi, a causa di un’identità poco sociale, scolpita nel passato. L’incipit e alcuni intermezzi dell’efficace narrazione riguardano infatti la Scuola, cupo orfanotrofio montano dove nel 1978 si facevano strani criminali esperimenti; a suo modo, nel brulicante Nido, cresceva un individuo nel posto numero 39. Lentamente, inesorabilmente emergono truci connessioni con un passato ancor più remoto e col presente. Il titolo (“tratto” dal poeta giapponese Kobayashi Issa) si riferisce al fatto che talora chi compie del male vede l’inferno che ciascuno abbiamo sotto i piedi (mentre noi contempliamo benevolmente i fiori che crescono in superficie); per stanarlo occorre vedere oltre i fiori, cercare l’inferno. La bellezza aspra del paesaggio e dell’ecosistema (siamo in zona Tarvisio, sono immaginarie solo le denominazioni) stride ben presto con le dinamiche misere e le doppie vite all’interno della comunità paesana, dentro e fuori le mura familiari. Ne vien fuori una multiforme toccante riflessione sul legame indefinibile e arcano, primitivo e sacro, pro-creato dalla maternità, su adulti che tormentano i bimbi o li privano delle cure affettive, sulle teorie eugenetiche e, di converso, sulle pratiche empatiche della genitorialità e della vita. Nei conventi per secoli c’era spesso una ruota degli “innocenti” esposti. L’autrice (mamma da poco, la dedica è a Jasmine) semina con maestria indizi, forse il serial killer non intende delinquere in una camera chiusa, forse i crimini e i criminali sono tanti ma non tutti. A Teresa fanno compagnia bei libri e buon jazz.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il morso della reclusa (Le gialle di Valerio 145)

Fred Vargas
Il morso della reclusa
Einaudi, 2018
Traduzione di Margherita Botto
Noir
(orig. 2017, Quand sort la recluse)

Parigi (e Sud-Est della Francia). Primavera 2016. Il basso magnetico mitico commissario Jean-Baptiste Adamsberg, ultracinquantenne bruno e magro, cafone montanaro originario del pirenaico Béarn (padre calzolaio), bambino (e adulto) ficcanaso refrattario alle regole, zigomi prominenti, grande naso aquilino, guance incavate, capelli bruni spettinati, algoso sguardo svagato, mento debole, sorriso storto, pelle olivastra, al polso sinistro due orologi (fermi), trascorre vacanze in Islanda, tranquillo e pacificato, c’è con lui Zerk (o Armel, il figlio conosciuto da poco, quando aveva già 28 anni). Lo richiamano in servizio con urgenza (e Zerk resta là): una bella 37enne è stata schiacciata per due volte sotto le ruote di un suv, l’assassino o è il disinteressato ricco marito o il servizievole presunto amante. Ad vede nella nebbia e risolve il caso con facilità, sembra Sherlock, senonché s’imbatte per caso nell’impossibile omicidio di due vecchi per il tramite di ragni. Mentre risolve con facilità un altro delicato caso (un pessimo stupratore sulle tracce di una sua tenente), l’amico, collega e vice Danglard contesta apertamente l’apertura di una nuova astrusa indagine, la squadra si trova in un clima malsano. A sorpresa emergono antichi crimini commessi dagli assassinati (fin dall’orfanotrofio) e altre precedenti morti pure connesse; con tradimenti e pugni, bolle e proto-pensieri, la squadra forse potrebbe ricomporsi intorno al capo. E il commissario è costretto a dirigersi frequentemente verso sud, in treno o auto (guidata da altri) che sia. Si confronta con lo psichiatra Martin Pescatore, visita il fratello Raphaël (più piccolo di due anni) all’Île de Ré, fa ricorso a vecchi amici, organizza uno scavo vicino Lourdes. C’è qualcuno paziente che la sa più lunga da molto tempo.

Da un quarto di secolo Fred Vargas delizia lettori e lettrici: ecco l’ultima meravigliosa opera dell’archeozoologa doppia e multipla, fiabesca e illuminosa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) per romanzi polar, colti e ironici. Ha la fissa del protagonista, delucidato in terza, maschio ormai senza più libido, in connessione con donne mai seduttive, giunto alla nona avventura della serie. Adamsberg è nebbioso lento trasandato iponervoso, ostinato prolisso visionario, già tiratore scelto, disegnatore assorto, lettore camminante; i pensieri si formano prima ancora che li pensi; non resta mai arrabbiato a lungo, prende sonno all’istante; ha andatura beccheggiante e vagabonda, una voce da tonalità basse e dolci; mangia con indifferenza e compra sigarette per il figlio lontano solo per potergliele subito rubare e fumare. La squadra è composta da 27 agenti dell’Anticrimine di Parigi (nel XIII°), oltre la metà è presente fin dal primo immediato Concilio, ognuno descritto con fantastica concreta creatività, fra scartoffie e distrazioni, gerarchie e fobie, tipo 87°. Questa volta è operativa ma più frastagliata la storica contrapposizione fra i positivisti materialisti eruditi, disturbati dalle divagazioni erratiche, e gli accomodanti deleganti, per i quali c’è poco di male a spalare nuvole di tanto in tanto, con in mezzo i noti moderati esitanti; destra e sinistra irrituali, visto anche che il vero centro è un individuo per definizione senza equilibrio e certezze. Eccelsi dialoghi surreali e curiosità linguistiche, citazioni colte e pedopsichiatria degli abbandonati, uno stile assecondato da stranezze ossefiane e multimediali. Si parla di cose orrende come in una fiaba, orripilante e leggiadra al contempo. La copertina è un po’ troppo simile a precedenti, il titolo indica il ragnetto eremita e pauroso, il ragno violino Loxosceles rufescend (reclusa nelle originarie Americhe). S’ingozzano e bevono alla maniera degli Alti Pirenei Atlantici: Garbure, Jurançon (bianco), Madiran (rosso).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Follia maggiore (Le gialle di Valerio 144)

Alessandro Robecchi
Follia maggiore
Sellerio, 2018
Noir

Milano. Novembre 2017 – gennaio 2018. Carlo Monterossi, portatore sano di blues dylaniano e di autentici guai (con orrore della violenza), ha abbandonato il programma Crazy Love che lo ha reso famoso e benestante, vivacchia in attesa di capire che fare. Ha iniziato a vedersi e a fare spesso sesso con Bianca Ballesi, la carina spigliata produttrice dell’odiato programma, quasi 39enne. Continua a garantire aiuto al grande amico borderline ficcanaso private eye Oscar Falcone, che ora si fa accompagnare a Napoli per trovare e far tornare il 72enne Umberto Serrani (in forma perfetta), come chiesto dal figlio (più interessato al denaro che al resto). Serrani si è ormai ritirato a vita privata. Per decenni aveva “nascosto” soldi: spostato, recuperato, diviso, riunito e seppellito soldi, acquisendo un notevole gruzzolo e autorevoli amicizie. In auto parla loro di ossessioni e rimpianti. Poi scopre che è stata uccisa per strada l’ancora bella insegnante e traduttrice 59enne Giulia Zerbi e allora li assume per scoprire chi è stato. Anche la polizia ovviamente segue il caso: questa volta l’alto sottile solitario nervoso 40enne sovrintendente Pasquale Carella e l’acuto indisciplinato camaleontico compassionevole (ormai a pochi anni dalla pensione) vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi fanno coppia, ognuno a suo onesto modo, il fumatore insonne e l’intagliatore di dubbi. All’inizio degli anni novanta Umberto e Giulia avevano condiviso un meraviglioso appassionato amore (mantenendo ciascuno una doppia esistenza, sconosciuta all’altro). Lei ora viveva con Sonia, una figlia promettente soprano, e stava subendo difficoltà economiche. In passato, era stato lui a decidere di non vedersi più, sceglie perciò di farsi bene carico dell’intera situazione, senza più rimorsi.

Piove sempre nel nuovo ottimo romanzo del giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960), in terza varia al presente, quinto della serie d’alta qualità. La pioggia fa malinconia e stride. Bagna e non rassicura. E copre tutte le Milano, disincantandole: gli skyline e i casermoni, gli apericena e i brutti bar, gli scintillii e i carretti, le ville nel verde e i poveri stropicciati. Accanto all’indagine principale vi sono altre piste: i soldi a strozzo e l’usura, lo spaccio e le bande del traffico, la corruzione di poliziotti e funzionari apparentemente perbene. Solita ironica attenzione a vecchie e nuove figure: certo la diva Flora che continua il programma; certo la badante Katrina che garantisce fede e cibo; questa volta il finanziere innamorato, suoi i flashback sugli intriganti incontri del passato, soprattutto in lussuosi alberghi; questa volta Sonia che canta agli sposi dopo uno sfarzoso matrimonio proprio l’aria del titolo, “Non si dà follia maggiore / dell’amare un solo oggetto: / noia arreca, e non diletto / il piacere d’ogni dì”. Nessuna illusione, è uno spreco amare un uomo / una donna alla volta, meglio forse concedersi a tanti / tante. Si tratta dell’incipit della cavatina di donna Fiorilla dal Turco in Italia del giovane celebrato Gioacchino Rossini (1792-1868). E l’opera lirica comincia a piacere tanto all’aitante Carlo (gli gusta Pergolesi, e poi la classica di Bach e Barber), pur non rinnegando mai suoni e parole dell’immenso Dylan, fra un whisky e l’altro. Sauvignon Blanc con Bianca, ovviamente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La danza infelice (Le gialle di Valerio 143)

Alessandra Pepino
La danza infelice
Atmosphere, 2017
Noir

Napoli. 9-15 gennaio 2017. L’acuto burbero ispettore Jacopo Starsky Guerra, dopo il fallito matrimonio, da tre anni convive con la bionda Costanza Fierro, che tiene lezioni tre giorni alla settimana (alternandosi al titolare della cattedra); ora lei è incinta di tre mesi, lui ha già smesso di fumare e le ha promesso che chiederà il trasferimento in una più tranquilla città di provincia. La sensibile esperta ispettrice Valeria Hutch Aveta ha un ottimo amato marito e stravede per il figlio Riccardo, si sente comunque molto attratta dal medico legale torinese Arturo Guida, alto e affascinante, occhi neri e spalle da pallanuotista, da poco trasferitosi. I due affiatati poliziotti sono alle prese con un caso rognoso. Il professor Leonardo Mancini, 36enne intransigente allenatore di una squadra di serie D, niente sigarette o alcol, padre solitario della figlia autistica Gioia, è stato pestato, ucciso, mutilato in palestra. Le dita mozzate vengono ritrovate all’interno dell’antico Cimitero delle Fontanelle. I sospetti si appuntano sul giovane talento cui stava dando una seconda chance, con frequenti litigi: Angelo Grimaldi è ricco sfondato di famiglia, non ha ancora nemmeno 23 anni e una storia già molto complicata. A 18 anni aveva fatto un provino positivo con la Juve e doveva trasferirsi a Torino, poi c’erano stati l’incidente col motorino e il ginocchio distrutto, un anno bloccato e l’occasione sfumata, la depressione. Si era sposato con la fidanzata (da sempre) Licia ed era nato Alessandro, ma continuava ad essere frustrato e insicuro. Mancini aveva cambiato qualcosa, c’era un rapporto intenso, quasi d’amore e d’odio. L’indagine si complica, Angelo è scomparso. Inoltre, il capo del commissariato, il vicequestore Renato Immobile, sta molto male, il Parkinson comincia a essere proprio evidente. Cerca di tener duro, considera Guerra il proprio bravo erede, lo avvisa che dovrà essere promosso alla Omicidi, altro che trasferirsi!

Terzo giallo della serie (in quattro anni) per Alessandra Pepino (Napoli, 1984), in prima e terza varia. Il titolo richiama le dita sparse tra i teschi, il muoversi senza allegria. La prima persona riguarda perlopiù i due poliziotti, ma anche altri, a loro legati da affetto o indagine: Costanza che Guerra aveva conosciuto investigando sull’omicidio della sorella Benedetta; il bel gigante Antonio Colangelo, collega e amico, dopo tante conquiste ora innamorato perso di Flavia; la stessa Flavia alle prese con un segreto che non può confessare a nessuno; il dolorante amareggiato Immobile, ormai prossimo alla pensione; Assunta Procopio, la vicina che spesso tiene Gioia con sé; la collega Claudia Vitagliano, già amante del capo, ora alle prese con le storie occasionali dei siti d’incontro per cuori solitari e un caso parallelo; il giovane capace agente semplice Gennaro Rizzo, esigente fidanzato spesso turbato dalla personalità di Aveta; la collega Iolanda Scapece che deve laurearsi. E la terza indugia a sprazzi (capitoli sempre brevi) sugli ulteriori personaggi (come Gioia, senza voce), su mail segrete e sull’irresistibile Napoli (ben tratteggiata), su intermezzi e flashback; sicché non sempre è semplice seguire un filo nello stile e nella storia. I pensieri scandiscono identità e personalità che s’intersecano a fatica. E la stessa, pur intuibile, qualità della narrazione, lo stesso ritmo del giallo rischiano di essere offuscati. Ottimi olfatto e gusto a chilometro zero, o quasi: Lacryma Christi e Aglianico. Nella cena fra amici sinceri sguscia fuori dallo stereo la voce di James Taylor.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Onde confidenziali (Le gialle di Valerio 142)

Marc Fernandez
Onde confidenziali
Sellerio, 2017
Traduzione di Francesco Bruno
Noir Hard-Boiled

Madrid. Qualche anno fa. Una donna fuma e ascolta in auto “Clandestino” di Manu Chao, finché non passa Paco Gómez, 36enne consigliere comunale dei franchisti dell’AMP (Alleanza per la maggioranza popolare), candidato a fare il ministro dell’Economia nel prossimo governo dei neo vincitori di destra alle elezioni politiche spagnole (quelle dopo la legislatura in cui fu approvato il matrimonio per coppie omosessuali). Gli spara alla nuca con una P38 nuova fiammante, un inizio di vendetta. Dopo aver votato, il sofferente giornalista slow Diego Martín (1970) è rientrato a casa nell’appartamento di Malasaña, vive solo (depresso, senza amore e senza sesso) da quando il capo del cartello di Juárez ha fatto uccidere l’amatissima moglie Carolina cinque anni prima, e ascolta davanti alla tv le pessime notizie sui risultati elettorali. Passano sei mesi. Diego è un democratico di sinistra, ma non gli hanno cancellato il programma settimanale di ogni venerdì, la seguita trasmissione “Onde confidenziali” dell’emittente pubblica Radio Uno, due ore dalla mezzanotte in avanti, in cui si occupa soprattutto di mala giustizia e ospita dettagliate cronache di un anonimo magistrato. Una sera decide di riparlare dell’insoluto assassinio di Gómez, ha chiesto alla sua bionda amica transessuale Ana Durán, già escort di gran classe, ora ottima detective privata, di dargli qualche spunto nuovo, inoltre vuole intervistare la madre della vittima. Quel pomeriggio la vendicatrice ferma l’auto del 90enne ricchissimo notaio Don Pedro de la Vega (legato alla destra della destra) e, quando lui abbassa il finestrino, gli spara in fronte e cancella il secondo nome dall’elenco di cinque che ha appuntato su un foglio. Diego scopre che Ana aveva avuto l’incarico di indagare sul notaio da parte della bella alta mora Isabel Ferrer, penalista francese da poco trasferitasi a Madrid per fondare l’Associazione nazionale dei bambini rapiti (Anbr).

Dopo vari libri inchiesta a quattro mani (con Jean-Christophe Rampal, anche su Ciudad Juárez), il giornalista francese Marc Fernandez (1973) esordisce nel “polar” (originale del 2015) con un interessante ritmato romanzo, Mala vida (titolo preso da un’altra canzone di Manu Chao). La narrazione è in terza varia al presente, concentrata in parallelo sui due protagonisti, Diego e Isabel, destinati ad attrarsi, almeno un poco, mentre la discutibile vendetta procede. Lo spunto è un fatto di cronaca nera: nel gennaio 2011 l’Associazione nazionale delle vittime delle adozioni irregolari (Anadir, «ricongiungere» in spagnolo) presentò una denuncia per la scomparsa di 261 bambini durante il periodo del franchismo; la dittatura era durata dal 1939 al 1975, il numero delle possibili vittime ben presto si moltiplicò, la vicenda creò enorme scalpore nelle regioni spagnole più coinvolte, emerse che i crimini erano continuati anche dopo Franco. La stessa Isabel ha la nonna 89enne Emilia nel XVIII° arrondissement di Parigi, cui fu sottratto a Madrid (in un ospedale gestito dalla Chiesa) il neonato in fasce quando aveva 21 anni e militava nel Partito comunista, e che accetta l’invito della nipote di farsi intervistare da Diego. C’era una vera e propria organizzazione criminale legata al regime franchista e creata al solo scopo di privare dei figli alcune famiglie di oppositori. Per il resto, i riferimenti politici sono liberamente tratti dalla vicenda spagnola. I cenni all’Italia riguardano una sorta di “berlusconizzazione” del paesaggio mediatico nazionale da una parte, il rischio per individui che ficcano il naso dove non dovrebbero di ritrovarsi a “vivere come Saviano”, sotto protezione permanente, dall’altra. Calimoxo è il miscuglio obbrobrioso di Coca e vino; meglio il rum del Venezuela e un bicchiere di Rioja. Diego ama anche Pink Floyd e Noir Desir, Isabel Mozart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Bastardi in salsa rossa (Le gialle di Valerio 141)

Joe R. Lansdale
Bastardi in salsa rossa
Einaudi, 2017
Traduzione di Luca Briasco
Noir Hard-Boiled

LaBorde e Camp Rapture, East Texas. Giorni nostri. Questa volta Hap e Leo sono soli. Brett, risoluta compagna rossa del primo, e Chance, recente figlia adulta, hanno l’influenza, sono gonfie e apatiche, restano sempre a casa. John, storico e credente compagno di vita del secondo, se n’è andato di nuovo. Hap è uscito dalla lunga convalescenza per il grave accoltellamento allo stomaco. Mentre Leo si trova a Houston occupato a far sesso con un ragazzo conosciuto in rete, lui svolge lavoro d’ufficio nell’agenzia d’investigazioni Sawyer (Brett), in compagnia della femmina di pastore tedesco Buffy. Riceve la visita della stanca signora di colore Louise Elton che abita lì di fronte. Le offre un caffè e i biscotti (di Leo), è convinta che il figlio Jamar sia stato ucciso, forse proprio da poliziotti, nella zona delle case popolari del quartiere nero. Tenta un sopralluogo, incontra la dura “adorabile” ragazzina 14enne Reba Little Woman e altri delinquentelli, capisce che il caso sarà complicato, lo affronteranno insieme, col solito spirito indomito e samaritano. I fratelli di fatto Hap Collins e Leonard Pine continuano a deridersi e divertirci su tutto (dal sesso alla caduta dei capelli, dall’amore al ring), stanchi fallaci uomini di mezza età dalla pelle dura e dalla lingua lunga. Jamar era uno studente brillante e un pugile promettente, contestava violenze gratuite, mostrava molto fastidio verso il poliziotto che insidiava la sorella minore Charm, filmava tutto, così era stato minacciato e poi picchiato a morte, anche per impedire che venissero fuori affari sporchi. Alcuni hanno luogo all’interno di una segheria abbandonata, accanto a un grande stagno di acqua salmastra che raccoglie polveri, segature e cadaveri di cani (in tal modo) “arrugginiti”, morti in combattimento.

Decimo ottimo romanzo della divertente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951), dal titolo americano intraducibile (Rusty Puppy, Cucciolo Arrugginito), mentre il titolo italiano strizza l’occhiolino a Tarantino (del resto, i due appaiono anche in una serie televisiva giunta alla terza stagione). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, ha fatto obiezione di coscienza lottando con la galera contro il Vietnam, brevemente sposato, buon psicologo di uomini, esperto di Hapkido e arti marziali, arsenale nascosto in casa, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, pratica megachecca impaziente, luce maligna negli occhi, decorato in guerra, appassionato di Dr Pepper e biscotti alla vaniglia, manovalente per lavorare e menare, magro ordinato pulito atletico, ma ormai brizzolato, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona, lui che legge molti gialli e raccoglie un poco lo “stampo” dello scrittore, “ateo morale”, narrando l’indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi sul mondo della pirotecnica complicata imperfetta coppia. E, quando la bellissima impresaria (di colore) delle pompe funebri prova ad aiutarli con alcune “supposizioni” e aggiunge che però ha letto “troppi romanzi gialli”, è Leo a commentare: “forse dovremmo leggerne tutti di più”. Poco alcol e succo di mirtillo per Hap. E nello stereo entrambi preferiscono ascoltare il cd di Kasey (Lansdale), non a caso, altro che hip hop!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un anno in giallo (Le gialle di Valerio 140)

Autori vari
Un anno in giallo
Sellerio, 2017
Giallo Noir

Tempi e luoghi d’abitudine. Salvo Montalbano, mentre il giorno della Befana mangia il meglio cuscus di tutta la Sicilia nei paraggi di Monte Cofano, viene importunato da Saverio, il compagno della bella cameriera, che prima gli accenna della richiesta d’aiuto del commendator Zicari di Vigàta (lo strano furto subito dall’amante) e poi intelligentemente lascia perdere per non rovinargli il pranzo; tanto il commissario torna a casa ed è già scafato di suo. Saverio Lamanna non è convinto della confessione di un presunto assassino (del ragazzino caduto nella cisterna) e invoca la presenza dell’avvocatessa Cornelia, figlia di un conoscente di Trapani; ma lei lavora a Londra e ci pensa lui, indaga e infine spiega al maresciallo quanto accaduto a febbraio. Cornelia Zac quel dì di marzo 1984 sta leggendo un libro di Gary consigliato da Vince, professore biblioterapeuta, come medicina contro lo stress, e non s’accorge che il quasi adottato giovane Leroy è uscito, rischiando la vita come la vera madre; va fermata la gang di spacciatori anglo-somali. Vince Corso, dopo aver aiutato ad aprile il primo cliente uomo, vorrebbe scrivere l’ennesima cartolina vuota al padre sconosciuto, proprio davanti a un bar di via Merulana dove l’anziano Ampelio e altri vecchietti in gita turistica brindano in toscano alla giovinezza col Campari; si trattava di scoprire l’autore della dedica rivolta alla moglie (morta da parecchio) ora rinvenuta su un libro d’amore. Nonno Ampelio, Aldo, Massimo e gli altri del BarLume di Pineta sfogliano un giornale di maggio leggendo sia della conferenza a Pisa del noto sceneggiatore Monterossi su Dylan sia del furto di cento preziose bottiglie di vino nel caveau del ristorante di un noto sommelier; è tutta questione d’annate. Carlo Monterossi sta facendo altro a Milano quel giugno; i due killer che già tentarono di ucciderlo sono alle prese col doppio incarico di un marito e di una moglie che si vogliono reciprocamente morti e Carella non ha ancora niente in mano, fortuna che deve andare a prendere a Linate la collega siciliana Angela per uno stage di formazione. Angela Mazzola a luglio comunque va in vacanza a Lipari dove la libraia turco-tedesca Kati le consiglia e regala Winslow; è giovane e inesperta, alle prime armi nel servizio prevenzione antiscippi, però s’intestardisce sulla storia di un bel palermitano scomparso forse con l’attrice del film girato a Ballarò e fa bene. Kati Hirschel non riesce proprio ad accettare come stanno rovinando Istanbul sempre più vuota di turisti europei, pensa di consolarsi ad agosto con il nuovo romanzo su Petra in arrivo alla sua libreria e con la madre tornata dalla Spagna per qualche giorno di vacanza; non sa che il Presidente è in pericoloso giro per moschee. Petra Delicado è terrorizzata dai rientri di settembre, in crociera ha visitato bei posti e incontrato simpatici individui come una coppia milanese, Angela e il tappezziere in pensione della casa di ringhiera; a Barcellona le passano il caso del figlio accoltellato di una vecchia ricca compagna di classe e s’indispettisce ancor più. Per altro Consonni è finito chissà dove e forse non verrà mai a sapere cosa è accaduto d’ottobre al caro condomino 84enne Luis De Angelis, costretto a rifugi d’emergenza dopo aver incautamente aperto a tal commissario Spotorno della squadra metropolitana antitruffa. Vittorio Spotorno, anni addietro, quando era molto amico di Lorenzo La Marca e vicequestore a Palermo, con moglie e figli aveva partecipato a una novembrina raccolta di olive sulle Madonie, ricevendo in busta uno spinello dal collega romano Rocco; per poi industriarsi a capire come fosse morto un ladruncolo nel terreno vicino. Rocco Schiavone ha influenza e febbre (forse 37,3) quando quel dicembre trovano morto Donato Brocherel nella casa di montagna sopra Aosta, per telefono guida Italo sui giusti passi, anche se (odiando il periodo natalizio) preferirebbe dormire e leggere almeno il primo dei due libri con Salvo del famoso Camilleri che gli hanno portato; il fatto è che il delitto è collegato a un vecchio caso del 1997 a Santhià.

Le novità di quest’ultima bella raccolta di racconti gialli inediti sono diverse e positive, pur in continuità con le accorte riuscite sperimentazioni che hanno costituito una svolta nel genere del genere. Sono ancor più gli autori coinvolti della scuderia Sellerio: Camilleri, Savatteri, Simonetta Agnello Hornby (giallista e personaggio nuovi, libro prossimo), Stassi, Malvaldi, Robecchi (libro imminente), Costa (personaggio nuovo, libro imminente), Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami (altro inquilino), Piazzese, Manzini. Il tema sono i dodici successivi mesi dell’ambientazione temporale (talvolta non contemporanea, come in Agnello Hornby e Piazzese), uno ciascuno. Chi scrive ha trovato un ironico modo di fare cenno al principale personaggio dell’autore seguente (che poi magari stavolta è marginale, come in Robecchi, Recami e Piazzese) in una sorta di ideale staffetta (e l’ultimo chiude il cerchio). La lunghezza è molto omogenea (poco più lungo Savatteri, pochissimo più breve Stassi). Vi sono letture reciproche e scritture a loro volta condizionate dai sodali, una contaminazione che non inficia gli stili noti e amati di ogni autore.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’uomo del labirinto (Le gialle di Valerio 139)

Donato Carrisi
L’uomo del labirinto
Longanesi, 2017
Noir Hard-boiled

Un non-luogo: una città dove, a causa delle alte proibitive temperature, le autorità raccomandano alla popolazione di dormire di giorno e tengono aperti solo di notte uffici pubblici, tribunali e scuole, con conseguenti turni di ospedali, polizia e vigili del fuoco, orari di società private, negozi e centri commerciali; nomi e cognomi meticci, anglofoni perlopiù. Oggi: i giorni apocalittici dei cambiamenti climatici globali contemporanei. La 13enne Samantha Sam Andretti era stata rapita il 23 febbraio di quindici anni prima, faceva la seconda media, giocava a pallavolo e uno dei ragazzi più carini della scuola proprio quel giorno aveva chiesto di parlarle tramite interposti amici. Stava verificando fondotinta e capelli (castani) sui finestrini a specchio di un minivan bianco; qualcuno con una maschera gigante di coniglio l’aveva trascinata dentro, rinchiusa, tenuta poi in cattività in una specie di labirinto, con efferatezze varie (sevizie, abusi, inganni e giochi crudeli). Ora, non si sa come, è riuscita a fuggire, nuda, con tante escoriazioni e una gamba rotta; l’hanno portata in ospedale; gli immensi cumuli di farmaci ipnotici e la lunghissima durata di prigionia grigia (ha addirittura partorito?) renderanno lento e incerto il recupero fisico, psicologico, sociale. L’investigatore privato Bruno Genko ascolta la notizia, a suo tempo aveva cercato il sadico per conto del padre, era uno dei pochi casi che non aveva risolto. Ora è a fine corsa e ritira fuori le carte, cerca i poliziotti coinvolti nel caso. Sono appena scaduti i due mesi di vita che i medici gli hanno dato per la sua incurabile malattia (un batterio infetto nel pericardio). Ogni attimo in più è un’incognita e una sorpresa. Li dedicherà a indagare e, a fatica, troverà tracce per capire chi possa essere il coniglio, uno fra i tanti che purtroppo si dedicano a schiavizzare i figli del buio.

L’ottimo sceneggiatore (originariamente) Donato Carrisi (Martina Franca, 1973) ha avuto enorme mondiale successo dal suo peculiare modo di raccontare il lato oscuro della mente umana, sia con i premiati romanzi (dal 2009, questo è l’ottavo) sia con il recente film (del 2017, tratto dal sesto). I protagonisti sono i due sopravvissuti, narrati in terza varia (talora in prima la ragazza che non è certa di poter e voler davvero ricordare quanto accaduto), anche se vien presto fuori che anche Mila, Maria Elena Vasquez (eroina di due precedenti libri), stava indagando sul caso e che “l’uomo” del titolo è il rapitore carceriere, evidentemente uno di quelli con una vita normale, in apparenza. Pare siano tanti nel mondo i casi di bambini segregati in tane sotterranee, sepolti vivi da sadici “virtuosi” che non si accontentano di uccidere, si nutrono della paura permanente che inducono, vogliono costringere le vittime ad atti abominevoli, tenerle plagiate, consolandole (e consolandosi così) per il fatto di essere dei mostri. Alla lunga, il grigio rende mansueti. Come nelle opere precedenti, il mostro genera mostri, il meccanismo è a terribili scatole cinesi, si è sempre dentro una pessima matrioska russa più grande, anche se non è possibile rendersene conto ogni volta. L’ambientazione è di edifici, strade, ponti, paludi, campagne, neve, pioggia, sole; niente di denominato geograficamente, niente mappe, niente che consenta di rassicurarci. Il primo autentico “labirinto” è sempre nella nostra mente, lì l’autore vorrebbe portarci, dove i nomi non hanno alcuna utilità e, come dice la suora, “Dio è un bambino, non lo sapeva? Per questo quando ci fa del male non se ne rende conto”. Bruno si diletta ancora un poco con la tequila e il Bach di Glenn Gould.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto (Le gialle di Valerio 138)

Fulvio Capezzuoli
Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto
Todaro, 2017
Giallo

Milano. Ottobre 1948. Il commissario Gianfranco Maugeri, già comandante partigiano durante la Resistenza, sprovvisto di senso dell’umorismo, vive in una casa per funzionari di Polizia con la moglie Giovanna e il figlio Giacomo (influenzato). L’amico vice questore gli ha chiesto di parlare con una vecchia signora, la 62enne Susanna Bellingeri, occhi scuri e labbra carnose, alle prese con strani rumori (da “fantasmi”) nel solaio della bella palazzina Liberty di via Ludovico Ariosto, zona Magenta. Quel sabato va e ascolta, poi attiva qualche procedura di verifica e sorveglianza. Eppure la mattina presto del lunedì successivo il bel serio cameriere Enrico Bonavita trova Susanna morta, seduta in poltrona. Abitavano con la sorella Elisa, malata e invalida, talora con la bella infermiera Franca, talora con Giovanni, architetto 35enne residente a Londra, figlio di Simone, il terzo fratello, deceduto suicida durante il conflitto. Marco Fulgenzi, il medico di famiglia spiega che Susanna non aveva particolari malattie, proprio mentre sentono il suono di un campanello. E nel solaio trovano un campanello con alcune impronte, che la Scientifica dirà essere appartenute ad Attilio Colombo, un condannato a morte nel 1938 per uxoricidio, fucilato dunque dieci anni prima. Per altro l’ispettore Valenti si era accorto di una macchiolina di sangue, caduto da una minuscola puntura al centro della nuca, più o meno in corrispondenza della parte terminale del tronco encefalico: Susanna è stata uccisa, e con le stesse modalità della moglie di Colombo. La vicenda appare molto ingarbugliata, in un intrico di relazioni affettive e politiche che chiama in causa famiglie ebree e affari svizzeri, foto di nudità e identità occultate. Poi anche Enrico viene ucciso, in solaio. I brividi (paranormali) non si placano.

Il bravo storico critico cinematografico Fulvio Capezzuoli (Cava de’ Tirreni), milanese d’adozione, dal 2014 scrive un’avventura l’anno, ricca di particolari sulla città nei primi anni del dopoguerra, 4 storie con il commissario Maugeri dall’estate 1946 all’autunno 1948 (finora), volute dalla compianta Tecla Dozio per la collana “Impronte” (gialle), che dirigeva. La narrazione è in terza fissa, quieta e sorniona, i brevi pensieri del protagonista in corsivo. L’autore getta uno sguardo documentato sulle politiche della neutrale Svizzera nella prima metà del Novecento, l’attrazione nei confronti di capitali e affari, le resistenze verso gli ebrei (anche ricchi), la chiusura (in parte conseguente) verso tutti i richiedenti asilo. A un certo punto, tutte le piste investigative convergono su Lugano: la sede della Società Anonima Telerie del Lago Maggiore di Simone Bellingeri e la sua stessa residenza quando si era sposato con l’ebrea Elisabetta Modena, prima di trasferirsi a Milano; la destinazione di lei poco prima del suicidio del marito, dopo che lui aveva forse quasi dilapidato le fortune accumulate dal padre con la fabbrica di Gironico (Como); la residenza d’origine di Enrico (anche lui circonciso). Ed è lì che Maugeri mostra il suo grande spirito organizzativo, profilo basso e poche ciance, ottimi risultati. Se Maometto non può andare alla montagna (per gli intoppi burocratici internazionali), persone e spunti decisamente interessanti gli arriveranno in treno da Lugano. Il riso giallo non manca mai, non c’entra il lusso del gran ristorante (che i poliziotti non possono permettersi), ove il vino va in bicchieri di cristallo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tre minuti (Le gialle di Valerio 137)

Anders Roslund e Börge Hellström
Tre minuti
Einaudi, 2017 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia De Marco e Alessandra Scali
Noir Hard-boiled

Colombia. Agosto 2015. Il 38enne Piet Hoffmann vorrebbe proprio tornare a Stoccolma, è sposato con Zofia, hanno due figli, Hugo (8) e Rasmus (6), ama la sua città e la sua famiglia alla follia. Da tre anni è infiltrato per conto dei governanti statunitensi fra i guerriglieri narcos del Prc, il movimento di guerriglia finanziato dal traffico di cocaina (più di cento chili a settimana), un secolo dopo la sua messa al bando. Si chiama Peter Haraldsson, snello e rasato, con un tatuaggio sul cranio nudo, senza indice e medio della mano sinistra, detto El Sueco. Per non essere scoperto mastica coca, beve intrugli, ammazza e tortura quando le circostanze lo richiedono. Zofia (Maria ora) si è trasferita con lui, insegna e sa tutto, i ragazzi no (Sebastian e William), studiano. L’ultima impresa criminale è stata ripresa dal satellite, gli americani hanno istituito la nuova potente Unità Crouse sotto l’impulso di Timothy D. Crouse, speaker della Camera dei rappresentanti, la terza persona più importante degli Usa dopo presidente e vice, animato da uno spirito di crociata visto che l’adorata figlia 24enne Liz (dipendente da 12) era morta per droga. Tim decide di guidare personalmente la distruzione di una cocina, un accampamento chimico, mal gliene coglie. L’armatissimo organizzatissimo gruppo militare speciale viene devastato nella giungla, lui stesso fatto prigioniero, messo in una gabbia, torturato atrocemente, costretto a proporre un patto al proprio governo, che ha appena iniziato (coi droni) a uccidere tutti i 13 capi della guerriglia. Piet è il settimo della lista, la direttrice della Dea a Washington non può più proteggerlo e nessun’altro sa che lui (in codice Paula) aiutava l’agenzia. Solo a Stoccolma un altro paio di importanti attempati poliziotti ne sono a conoscenza, a tutti loro spetta un triplo salto mortale carpiato. E nulla sarà impossibile, fino alla fine.

Anders Roslund (1961) e Börge Hellström (1957–2017), premiatissimi scrittori a tempo pieno dal 2004, narrano ancora con grande ritmo (in terza persona varia) l’avvincente saga di Piet, un uomo interessante in una società regolata dalla droga, all’interno della serie sul suo persecutore e (ora) difensore, il non più giovane commissario Ewert Grens, alto e cocciuto, mole imponente e andatura zoppicante. La scena si sposta di continuo; le città colombiane (Bogotá, Cali, Medellín) e i campi base smontabili nella foresta inaccessibile, i bordelli e i mercati, ospedali e bunker, le capitali di Svezia e Usa, le vite private e la Casa Bianca, i trasporti della merce e le fughe rocambolesche, di terra e di mare. Violenza a iosa. I dialoghi sono serrati e coinvolgenti, per quanto autorevoli possano essere i protagonisti, bimbi sicari o potenti del mondo. Il titolo fa riferimento a due dei tanti conti alla rovescia, i (pochi) minuti di preavviso che Piet ha prima dell’ennesima operazione per eliminarlo, la finestra temporale in cui un satellite lascia scoperto una singola coordinata di latitudine-longitudine del pianeta, un’eternità rispetto ai tre secondi del romanzo precedente (2010). Lui sa da molto e si ripete che deve fidarsi solo di se stesso. Doppie identità e tradimenti, traditori e traditi si accavallano in tutto il suo ultimo decennio: spacciatore arrestato, nove anni da informatore della polizia svedese, reati nuovi inventati per risultare credibile, portato in un carcere di massima sicurezza per infiltrarsi nella mafia polacca, bruciato e abbandonato da capi corrotti, infame evaso e condannato all’ergastolo in contumacia essendo morto per (quasi) tutti quelli che lo volevano tale, segretamente ingaggiato dal governo (bloccate 7 raffinerie e 15 partite grazie alle sue informazioni) che ora cerca di eliminarlo, una vita d’inferno finora. Il vino per gli anniversari è costoso, Moulin Touchais del 1982; il buon rum colombiano; la musica sacra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)