Le Lunghine di Fabio Lotti: Personaggi (I)

Breve excursus su alcuni personaggi particolari.
Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer.
Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Altro elemento a suo favore il forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.
Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura. Lo dice lui stesso “Quando andavo in giro con la mia band mi ero sentito sì libero, ma molto spesso solo”.
Ancora. Toby è buono (episodio del cane che deve spruzzarlo con l’ammoniaca ma gli dà da mangiare), e vedi pure la poliziotta Amanda e lo sguardo “duro da sbirro” che lui non potrà mai avere. Buono ma anche un po’ razzista (come noi?) verso i messicani “Da un lato mi facevano pena, ma dall’altro non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi”.
È riflessivo (pensieri sulla città che non offre prospettive ai giovani), sgomento quando ammira il cielo stellato e si sente come “un moscerino”, ricorda le paure da piccolo, le strane forme nell’ombra, si percepisce inadeguato “Forse, se fossi stato una persona più in gamba… O un musicista migliore. O un sacco di altre cose”.
È buffo e un po’ imbranato. O meglio Gischler ce lo presenta anche così attraverso l’episodio dell’armadio con la punta del glande incastrata nella cerniera dei pantaloni. Una specie di macchietta che si aggiunge al ricordo (nostro) di tanti “armadisti” scappati a gambe levate.
Pure incazzato nero con il mondo, il male esiste ma non si riesce a riconoscerlo fin dall’inizio (episodio di Nonna Jordan), forte, scaltro e risoluto quando c’è da menare le mani, colpire con l’accetta o con la pistola o salvare la propria pelle. Un personaggio a tutto tondo reso più completo dai ricordi che si affacciano di tanto in tanto. Ricordi che servono a rendere spessore alla storia e a rivelare qualcosa di nuovo anche in altri personaggi. Vedi la “terribile” Amanda, per esempio, che durante il ricordo del matrimonio fallito si mordicchia il pollice e alza la spalla, un gesto che vale più di mille parole (ecco la grandezza di uno scrittore).
Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme.

Passo, poi, a Billy Lafitte, creatura di Anthony Neil Smith in Yellow Medicine, Meridiano Zero 2011.
Si parte dal presente. Billy, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine, è in galera accusato dal federale Rome di un accordo con dei terroristi islamici. Primi spunti di vita. Nato e cresciuto nel profondo Sud, più precisamente nel Golfo del Mississippi, poi trasferitosi in Minnesota dopo l’uragano Katrina che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia, moglie e due figli. Lo sapremo più avanti ma possiamo dirlo ora. Durante il terribile uragano si appropria di parte del carico per le migliaia di persone senza tetto. Ergo perde il posto, tanti quattrini e la moglie, cristiana evangelica osservante che non perdona il suo comportamento ma lo aiuta a trovare un altro lavoro. Interrogatorio di Rome duro, reazione con urla e minacce, pistola elettrica che fa il suo effetto.
Si passa alle tre settimane precedenti l’arresto. Metà marzo, la ragazzina Drew (che si era scopata come molte altre) ha bisogno di aiuto, cioè di ritrovare Jan, l’attuale fidanzato spacciatore di metanfetamina. Da qui inizia la sua avventura.
Non facciamola lunga e fermiamoci sul nostro Billy. Qualche spunto lo troviamo: trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno.
Casa sul fiume, un etto e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist (la band di Drew) e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. È duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro e qualche dottore ubriaco ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio, la religione non c’entra niente, si tratta solo di egoismo.
C’è, come dire, una certa enfatizzazione, volontaria o involontaria, di Billy e di tutta la vicenda. Il tutto stiracchiato per le lunghe (cinquanta pagine di troppo?) con il nostro risoluto a farci credere che è uno spaccone violento, un gran figlio di puttana che cerca la pace per fare i cazzi suoi e pure dal cuore d’oro per Drew e la famiglia, ma non ci riesce. E neppure il destino lo ripaga di un suicidio abortito due volte che gli avrebbe dato un minimo di dignità e credibilità come antieroe.

Terzo incontro con Jack Ryan ne Lo sconosciuto n. 89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011. Trentasei anni, una serie infinita di lavori: polizze assicurative, auto, operaio edile e autotrasportatore, sindacalista, catena di montaggio alla Chevrolet, commesso a Troy, da giovane furti nelle abitazioni, finito dentro una volta per aggressione. Alla fine consegna di atti giudiziari su consiglio dell’amico agente di polizia Dick Speed. Lavoro giusto. Paziente e abile nel rintracciare i destinatari, si sente padrone di se stesso, ormai è entrato nel giro, anche se non gli piacciono gli sfratti e i pignoramenti. Lavoro giusto, per lui, e pericoloso. Minacce continue e insomma bisogna stare all’erta. Meglio avere vicino una pistola.
Vive in un bilocale di un condominio a Royal Oak, una Pontiac Catalina due porte a sostituire la Cougar, sposato con “una ragazza tranquilla” che poi diventa una “zuccona sempre pronta a trovare il pelo nell’uovo”. Ergo divorzio e frequentazione con Rita, la segretaria di uno studio legale.
Da Jay Walt (capelli luccicanti di lacca) e poi da Mr Perez “tanto cordiale e amichevole” (quindi infido) il compito di ritrovare, con bei dollaroni sonanti, un certo Robert Leary jr, un azionista che possiede quote di una società senza saperlo.
Piccolo problema: il suddetto Robert è un delinquente, praticamente una carriera da assassino psicopatico. E non è il solo a cercarlo, lo vuole trovare anche Virgil, cappello a coprirgli leggermente l’occhio sinistro, baffoni da brigante, occhiali da sole, che ha un conto in sospeso con lui. Ad aiutare nell’impresa il nostro Jack Ryan il già citato Dick Speed, “un metro e ottantatre per novantacinque chili”, capelli su capelli, collanine strette e Levi’s attillati e scoloriti, in servizio presso la Criminal Investigation Division.
Tutto si complica con l’uccisione di Robert (all’obitorio lo Sconosciuto n. 89) e l’entrata in gioco della moglie alcolizzata Denise, meglio conosciuta come Lee, depositaria delle azioni, presa di mira da Perez che vuole fregarla. Qui il cambiamento del nostro Ryan, anch’egli con una storia di alcolismo alle spalle, ora ricaduto in depressione. Bloody Mary, bourbon, vodka, birra, ritorno tra gli Alcolisti anonimi, incontro con Denise, il desiderio di toccarla, di starle vicino, di proteggerla “E la dolce, sorridente espressione di quegli occhi” che gli restano nel cuore. Affettuoso, premuroso, innamorato. Cinque giorni in Florida e poi insieme “Fecero l’amore con il sorriso sulle labbra”. E qui il miracolo. Ryan c’è e non c’è, ad un tratto sembra sparire, perdere peso e consistenza. Sembra quasi ondeggiare, levitare nell’aria. Solo il suo pensiero è vivo, concreto e fisso. Difendere il suo amore e fregare Perez. A qualunque costo, anche di perdere la vita tra le pistolettate di un ex galeotto.
Leonard, l’ho già scritto ma lo ripeto, è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti.
La storia si sviluppa, si complica, si gonfia quasi per partenogenesi, uno scorrere naturale degli avvenimenti con Ryan al centro della vicenda insieme a Lee, ai suoi dubbi e ai suoi tormenti. Una vita da balordo che può essere riscattata dedicandosi, finalmente, ad una “persona”, a qualcuno che ama e che può salvare. Con l’astuzia, la forza, i nervi d’acciaio, schivando i pericoli che incombono su entrambi.
Una storia di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

Attraverso Fuego di Marilù Oliva, elliot 2011, si fa la conoscenza di Elisa Guerra, la Guerrera.
Vado un po’ a braccio senza guardare troppo al sottile e ad un discorso articolato. Bologna “selciato in fiamme”. Elisa Guerra, la Guerrera, portatrice di pizze a lavorare per Atef “pakistano lungimirante” con famiglia numerosetta a carico nel paese natio. A tempo perso (le vanno tutte male) giornalista pubblicista, studia criminologia, in lotta continua per un posto di lavoro sente “dileguarsi le speranze nel futuro”. A mente la “Divina Commedia” sotto la sferza della prozia Fausta Zenzero ma ora “salsa, rum e niente divieti”. Caporeista, si dedica con molto impegno a questa disciplina che è un’arte marziale, via con una Peugeot 205 opaca tendente al grigiastro, in media un pasto al giorno e un piccolo sacchetto di patatine fritte. Tutta tesa a portare avanti il progetto del suo giornalino “Fuego” che le dà grande slancio vitale in un momento di depressione. Sua amica Catalina, magrissima e rossa di capelli, legge il futuro con i tarocchi, tiene una agenzia matrimoniale “Tu mi turbi” (tutto un programma) e si innamora di un pompiere (non scherzo).
Attorno a lei un piromane che brucia in qua e là (ecco il perché del pompiere) e becca pure il suo scooter, trovato poi morto per schiacciamento del torace e il burundanga in corpo che fa venire le allucinazioni, lo scontro con una donna travestita da uomo (spiegazione così e così), tutto il mondo latino con i balli, la salsa e i loro incredibili attori: il Chupa Chupa (che male alle unghie!), El Tigron, il subordinato El Pony geloso da morire, El Divino insegnante insigne di salsa, la Princesa bella da morire, El Electrico con il quale avrà un’avventura, il ritorno di una vecchia fiamma come il cantante Roelvis. E insomma amori, passioni, invidie, gelosie e tutte le inquietudini dell’animo umano.
Incontro con l’ispettore Basilica “profilo di Ligabue e accortezza di uomo di mare”, matrimonio in crisi più imposto che voluto, attratto da Elisa “Piccolina, scura, sembra una reginetta egizia senza frangia… pelle olivastra, bocca carnosa, iridi nerissime”, tacchi da capogiro, fremiti stuzzicarelli tra i due con momento di forte sensualità che si espande per tutto il racconto.
Intervista andata a male con uno scrittore semi arrivato pomposetto che la fa lunga e se la tira parecchio (chi potrebbe essere?), il maschilismo che impera tremendo pure nel Duemila (da discutere). Un sogno, o meglio un incubo di Elisa, la prozia, la fuga, la levitazione, il fuoco, la madre morta impiccata, Brevi squarci sui miti relativi al fuoco di varie popolazioni, balli su balli, un altro morto ucciso con la gola falciata, il culto sciamanico.
Al centro di questa vicenda, esposta in maniera volutamente singhiozzata, la Guerrera con le citazioni di Dante, la voglia di riuscire, la speranza, la delusione, la passione e l’amore, il suo rapporto particolare con Basilica. Magari un po’ in disparte, più osservatrice che attrice. Un personaggio al di fuori dei canoni tradizionali in un mondo latino americano con le sue regole e i suoi modi di vita, e un personaggio di una attualità sconcertante alle prese con i problemi assillanti di ogni giorno. Che non si ferma e non si abbatte. Che lotta, come una guerriera, appunto. Come dovranno fare i nostri giovani per trovare almeno un segno di conforto e di speranza al loro futuro. Incrociamo le dita.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (III)

Gli Speciali…
Questa volta mi dedico un po’ agli Speciali, a quei libri, insomma, curati spesso da Mauro Boncompagni e da Stefano Di Marino che mettono insieme romanzi o racconti su determinati argomenti. Me li sono beccati tutti ma qui ne citerò solo alcuni.
A dir la verità all’inizio era Supergiallo e ci aveva messo lo zampino pure Alan Altieri con Anime Nere sul quale mi divertii un po’ sfacciatamente anche a dare dei voti in maniera ironica (perdonatemi). Dunque non perdetevi gli Speciali. Sotto la guida di Mauro Boncompagni, dicevo, sono diventati davvero speciali.
Ci si trova di tutto. Pure una serie di signorine zitelline che non sono da meno dei maschietti (anzi!) nello scovare intrepidi assassini. Prendete Le signorine omicidi colpiscono ancora e Le signorine omicidi per rendervene conto. Qui abbiamo Miss Silver, Norma Boyd, Hildegarde Withers, Sarah Keate, Mammina (non scherzo) e Miss Marple a offrirvi qualche esempio della loro abilità investigativa basata, o su una specie di infallibile istinto (femminile, s’intende), o su una straordinaria, stringente logica deduttiva (e non manca neppure il sorriso).
Se le detective in gonnella non vi danno soddisfazione buttatevi pure sui gatti. Non vi prendo in giro. Sfogliate Il gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun e vi troverete in compagnia con gatti particolari come Koko e Yum Yum, il primo che riesce a intuire il chi, il come, il perché, e il luogo dove era avvenuto il crimine, e cercava di comunicare i propri sospetti, il secondo, pardon la seconda, intelligente, ricca di inventiva, furba, che nasconde le prove sotto il divano e sotto il tappeto.
In uno Speciale che si rispetti non mancano, non devono mancare, i veleni come in Veleni letali di John Dickson Carr, Hillary Waugh, Anthony Berkeley. Lunedì 7 giugno Roger Chapman, vice sovrintendente della scuola di Stockford nel Connectict, siede a tavola con la moglie Betty, insegnante di scuola alla media superiore. Tra le altre cose da mettere sotto i denti cipolle alla panna di un sapore terribile. Così come terribile è la sua morte da stricnina e anche la moglie se la vede brutta. Qualche giorno prima, guarda un po’, era nata una discussione in famiglia su Svetonio e sui famosi veleni imperiali, e dunque qui gatta ci cova… (tanto per darvi un’idea del primo romanzo Piazza pulita di Carr).
E non deve mancare nemmeno il sesso intrecciato con la morte come in Eros & Thanatos. Questo, mi ricordo, era a cura di Stefano Di Marino con una lunga trenata di autori, soprattutto al femminile.
Morte, dunque, e sesso. Anzi, prima sesso e poi morte. Naturalmente. Spiattellato in tutte le salse, sviscerato nei suoi più intimi segreti con tecnica sopraffina. Come solo le donne sanno fare. Su questo alzo le mani e mi arrendo. Sesso ed erotismo sottile, seducente, coinvolgente, sporco, cattivo, perverso e violento. E poi gelosia tremenda e tremenda vendetta, ma anche amore, via, la voglia d’amore, il desiderio d’amore, di un sorriso, di una carezza che non c’è e allora il coltello che fende e che squarcia, il sangue che sprizza. Racconti forti, duri, al limite della sopportazione e finali talora imprevisti e spiazzanti. Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
E sono presenti, sempre nei nostri magnifici Speciali, pure le “canzoncine” tremende che preannunciano momenti di sangue. Vedi Melodie di morte di Jonathan Stagge, Robert Goldsborough, Cornell Woolrich. Nella introduzione Mauro Boncompagni ce lo dice apertamente. Certe ballate o filastrocche nel romanzo poliziesco sono di una sfiga pazzesca. Portano morti ammazzati a go-go. E ne fa una lista impressionante.
Figuriamoci, poi, i castelli, dimore eccellenti per efferati delitti come in Delitti al castello in cui figurano Donald E. Westlake, Edgar Wallace e G.K. Chesterton (miezzeca!). Due romanzi ed un racconto. Tre storie diverse, tre stili diversi a costituire una lettura che ci vuole pronti agli sviluppi più grotteschi, aggrovigliati e paradossali. Con riposino e goduria mentale, diciamola così, insieme a Padre Brown di Chesterton.
In Tre donne del mistero si possono incontrare tre scrittrici indimenticabili: Dorothy L. Sayers con il suo investigatore dilettante Peter Wimsey; Ngaio Marsh, a sua volta con l’ispettore Roderick Alleyn e Mary Roberts Rinehart che sfrutta addirittura un veterinario per scoprire la scomparsa di un bambino.
Qualche parola su Le indagini di Scotland Yard di John Dickson Carr, J.J. Marric e Edgar Wallace. Qui troviamo l’ex ispettore Whicher, furbo una cifra. Ha capito chi è l’assassino e vuole tendergli una trappola con la collaborazione di una truffatrice. Poi George Gideon, comandante di un dipartimento investigativo di Scotland Yard, imponente ed elegante, tosto e incrollabile, moglie Kate che lo conforta al bisogno e cinque figli a rendergli la vita più movimentata. E, infine, Reeder della Procura generale, viso lungo, capelli argentei, basette, un paio di lenti cerchiate di metallo, una bombetta, cravatta con nodo già fatto e un ombrello appeso sempre al braccio (mi ricorda padre Brown). Un’autorità nello studio delle emozioni umane, vede il male dappertutto ed ha la mente come quella di un criminale (lo dice lui stesso). Per questo riesce a risolvere i casi più difficili come il presente.
Un mezzo per mandare qualcuno al creatore è senz’altro il cibo. Vedi L’alta cucina del delitto di Ellery Queen (La ricetta del diavolo), Douglas Clark (Ne uccide più la gola…) e Cornell Woolrich (Morte in ascensore).
Intanto, come antipasto, la succosa ”Introduzione” di Mauro Boncompagni sul rapporto giallo-cucina che ha prodotto ottimi risultati, anche perché, come scrive lui stesso tra l’attività del cuoco e quella del giallista c’è una somiglianza di fondo, a pensarci bene: confezionare un buon piatto può essere magari meno complesso, ma è altrettanto soddisfacente che confezionare un buon poliziesco. Il cibo, dunque, personaggio non secondario dei racconti. Stuzzica l’appetito al solo vederlo, ottimo al gusto, direi, se non fosse composto con troppa cipolla, per esempio, e talora non proprio salutare. Insomma avvelenato, in una maniera o nell’altra, capace di dare vita a disquisizioni scientifiche, ricostruzioni incredibili, sospetti, tensioni e paure. Nel terzo diventa addirittura giudice tremendo e inflessibile.
Di detective giornalisti ce ne sono stati parecchi. A partire da Joseph Rouletabille di Gaston Leroux e via a seguire con Philip Trent di E.C. Bentley e poi Roger Sheringham, Flashgum Casey e Kent Murdoch per arrivare a Jim Qwilleram, forse il più famoso, tanto per dare un’idea e già sapete i nomi degli autori. In Delitti in prima pagina di Fredric Brown, Gregory McDonald e Cornell Woolrich faremo la conoscenza del cronista Sam Evans, del giornalista Irvin Fletcher detto Fletch e del galoppino Clint Burgess. Un trio speciale. Tre personaggi alla ricerca della verità. Tre tipi diversi contro tutto e tutti. E il lettore è lì, a bocca spalancata, che li segue nei loro movimenti e nelle loro elucubrazioni attraverso una scrittura spesso veloce, ironica, leggera e pure divertente dentro una trama da manuale. Ora sorpreso, ora scosso, ora ammirato, ora un po’ sconcertato tra gli improvvisi cambiamenti che gli si parano davanti.
Negli Speciali c’è posto anche per il Noir con I tre volti del noir di James Hadley, Stefano Di Marino e Francis Iles.
Tre scelte oculate con determinate caratteristiche: il rocambolesco cambio di situazioni, sia fattuali che psicologiche del primo racconto; Il filone “esotico-avventuroso”, come sottolinea Boncompagni, tipico di Stefano nel secondo, in una Milano dove pullulano orientali di varie razze e dove il movimento la fa da padrone senza sfuggire a pause di puro sentimento; nell’ultimo racconto breve gli spasmi e i contorcimenti dell’animo del protagonista, espressi con una buona dose di ironia, prima dell’esito finale che non è certo come si aspettava. E poi c’è l’amore, soprattutto l’amore non voluto, l’amore forzato e respinto che si trasforma in odio a scatenare gli istinti più brutali dell’uomo.
Alla prossima. Se ci arrivo.

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Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (II)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Se il nostro G.M. ripropone storie dell’Agatha internazionale, come C’è un cadavere in biblioteca, il sottoscritto trilla come un passero all’arrivo della primavera. Fu uno dei primi libri che lessi con fervore negli anni giovanili. Il sogno meraviglioso della signora Bantry, vincitrice con i suoi piselli odorosi del primo premio dell’esposizione dei fiori, viene spezzato dalla voce “isterica e strozzata” di Mary “Oh, signora, signora, c’è un cadavere in biblioteca!”. E un cadavere c’è davvero, anche se suo marito, il sonnacchioso colonnello Bantry, non ci crede. È quello di una fanciulla bionda strozzata da una fascia di satin della sua stessa veste. Ragazza poco raccomandabile se fa la ballerina (vedi i tempi). In un batter d’occhio la “cosa” gira per St Mary Mead, il villaggio della nostra Miss Marple (anche perché ci pensano la signorina Wetherby e la signorina Hartnell a dargli una mano). E la matassa sarà sbrogliata dalla nostra inossidabile vecchietta che si avvale degli esempi tratti dalle storie del suo paese e da una incredibile conoscenza del cuore degli uomini, perché “la natura umana è sempre la stessa”. Libro sempre fresco, inossidabile, nonostante il passare degli anni.
Avevo da poco lasciato un cadavere trovato e poi sparito in Uscendo di casa una mattina di George Bellairs, che ecco ribecco la stessa idea in Il testimone muto di R. Austin Freeman. Là era Mrs Jump la “trovatrice”, qui il dottor Jardine durante una passeggiata notturna nella zona di Hampstead. Il morto sembra un sacerdote anche perché sul posto rimane un reliquiario dorato con alcune iniziali incise. Volatilizzato al ritorno sul luogo con la polizia. Caso interessante per l’amico dottor Thorndyke, tanto più che Jardine ha subito un attentato rischiando di morire soffocato con il gas, e c’è un uomo cremato troppo alla svelta che desta qualche sospetto. Iniziano le operazioni di ricerca, partendo dal luogo della scomparsa.
Azione, riflessione, osservazione, piccoli indizi sparsi, un uomo sospetto sempre alle calcagna, una signora che si incontra dappertutto, una bella ragazza amante della pittura, passi nel buio, travestimento, pericolo ancora per Jardine. Il tutto attraverso una scrittura precisa, minuziosa, “millimetrica” direi, senza la noia mortale che segue operazioni di tal fatta.
E ancora cadavere sparito (non stanno mai fermi!) in Un posto rosso per morire di John D. MacDonald (vedi un po’ come vengono variati, giustamente, gli autori).
“Travis McGee non accetta mai casi troppo facili d’affari. Mezzo investigatore e mezzo avventuriero, vive a bordo di una barca e non ama lavorare. Perciò, quando è costretto a farlo per mancanza di soldi, che almeno ne valga la pena. Questa volta il cliente è Mona Yeoman, moglie di un ricco uomo d’affari. La donna ha una relazione con un professore squattrinato, e vuole che Travis la aiuti a recuperare la sua dote dalle grinfie del marito per andarsene a fare la bella vita con l’amante”. Sogno spezzato da una pallottola che la stende ai piedi di Travis. Cadavere poi sparito (come nei libri già citati) ma la polizia non gli crede e pensa che i due piccioncini siano volati via.
John D. MacDonald delinea contorni, coglie le sfumature, scende dentro ai personaggi, critica la società, in special modo la scuola con gli studenti come polli da allevamento e la cricca che comanda su tutti e su tutto (c’è però anche il positivo in un avvocato integerrimo). Si perde un po’ nel finale secondo gusto lottiano (ma spero, invece, che piaccia ai lettori).
Con Bill Pronzini e I cospiratori bandita la noia. Si passa veloci da una storia all’altra, ci si intrufola nel passato, si scava nei rapporti del presente, nei ricordi insieme allo svolgersi della vita reale con squarci di natura e di realtà urbana che si inseriscono nelle storie popolate di personaggi vivi, concreti. Un bel miscuglio di cellule grigie e di azione, di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.
Se non bastasse questo c’è pure I dissimulatori dello stesso autore. Gli investigatori privati Bill e Tamara devono ritrovare la prima delle tre ex mogli di David Virden per firmare l’annullamento del matrimonio. Cosa piuttosto facile se non ci fosse il piccolo particolare che la donna trovata è, per Virden, quella sbagliata, anche se porta le stesse iniziali e rivela una certa somiglianza. Tra l’altro il cliente sparisce pure… Altro parto riuscito della coppia felice di Pronzini.
Una data per morire di Mignon G. Eberhart è una bella raccolta di racconti. Personaggio di alcuni Susan Dare, scrittrice di romanzi gialli dalla “testa leonina”, coadiuvata dall’amico giornalista Jim. Al tavolo di un ristorante. Scena sotto ai suoi occhi, la vecchia signora Farish alle prese con un nipote e la frase “Non la farò lunga. Ma ho deciso. Basta, soldi, mio caro”. Sicuro che rimarrà stecchita prima del tempo. Tra l’altro mentre si sta facendo le manicure.
Altre vicende hanno come protagonista James Wickwire, vicepresidente di una banca, “scapolo più o meno incallito e piuttosto anziano”, suo amico Happy un “cane enorme bracco dal pelo rossiccio”. “Una data per morire” è la storia che dà il titolo alla raccolta e insomma viene fuori un biglietto dove si stabilisce che il sig. Brown deve schiantare il 9 ottobre e oggi è l’8. Si potrà evitare questa morte prematura?
Con Avventura a mezzanotte di Brett Halliday il nostro Brett non solo si è divertito a scrivere una storia ma ci si è buttato perfino dentro. Siamo ad un gran gala del premio letterario Edgar Allan Poe. Volti noti e meno noti con qualche frecciatina in qua e là. Poi l’incontro con Elsie Murray che ha letto tutti i suoi libri. Ergo accompagnamento a casa e la solita idea del salto sul letto. Che va a farsi fottere perché lei ha in serbo il manoscritto “Notte tragica” (giuro) e vorrebbe il suo parere. Bene, leggiamolo. Solo che la ragazza si ritrova strangolata e l’autore dei gialli incasinato perché è l’ultimo che l’ha vista viva.
Fatto sta che Brett ha bisogno dell’aiuto della sua creatura letteraria: Michael Shayne “un uomo alto, slanciato, con i capelli rossi”, maniere spicce, whisky, cognac, Martell o Monnet lungo il gargarozzo. C’è pure un caso di assassinio rimasto insoluto ad infilarsi nella vicenda, raccontata da par suo dal nostro Halliday che, tra l’altro, è sparito.
Chi cerca il surreale e la suspense, arricchita di un pizzico di humour nero si butti su Pezzi d’uomo scelti di Boileau-Narcejac.
Pezzi d’uomo scelti, ovvero pezzi d’uomo morto trapiantati in corpi vivi che hanno subito terribili ferite. Gambe, braccia, organi interni. Perfino la testa. Sì, proprio la testa. In questo caso del condannato a morte René Myrtil che viene smembrato in sette parti per “rifornire” sette sfortunati, sotto la direzione del professor Anton Marek. Ma ad un certo punto questi operati incominciano a suicidarsi… Perché?.
Lacrime innocenti di Rhys Bowen è un romanzo dalle tinte gotiche con un pizzico di soprannaturale e la chiusura decisamente classica. Molly Murphy e Daniel Sullivan, capitano della polizia di New York, in luna di miele a Newport in un cottage offerto dal consigliere comunale Brian Hannan. Gli amici sono amici. Però io ti faccio un favore a te e tu fai un favore a me perché c’è qualcosa che mi turba. E questo qualcosa deve essere piuttosto grosso se il suddetto Brian si ritroverà sfracellato su una scogliera, dove anni prima era stata rinvenuta morta una sua nipote. C’è un collegamento fra queste due fini drammatiche? Molly incomincia ad indagare da sola dato che il maritino si è beccato una bella polmonite.
Si va sul sicuro con Perry Mason e il siero della verità di Erle Stanley Gardner.
Nadine Farr è in cura dal dottor Logbert P. Denair per problemi psichici. Sottoposta al siero della verità dichiara di avere avvelenato lo zio Mosher Higley che non voleva farla sposare con l’amato John Avington Locke. La faccenda scotta, urge un parere di Perry Mason, tanto più che il tutto potrebbe essere la conseguenza di una allucinazione provocata dal farmaco. Occorre indagare, fare delle ricerche anticipando l’intervento della polizia. Ma la polizia entra in scena prima del previsto e il nostro famoso avvocato viene addirittura accusato di fabbricare prove false. E allora sono cavoli amari… Tutto ruota intorno alla figura di Nadine, ora ritenuta commediante e cinica, ora brava e buona ragazza, in una relazione strana con lo zio (sembra che l’avesse in suo potere), che poi proprio zio non era. Solito scontro Mason-Burger (difesa e accusa) in tribunale con il giudice che cerca di mettere ordine e dialoghi a tamburo battente caratteristici di Gardner.
Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, Sherlock Holmes al Raffles Hotel di John Hall.
Sherlock se la deve vedere con un avvelenamento all’arsenico inserito in certi cioccolatini (solo in certi cioccolatini) di berkeleyana memoria (qui, però, c’era il nitrobenzolo). Un discreto plot da mettere in fibrillazione il lettore con un biglietto che sembra un ricatto, una vecchia storia di simpatia amorosa, un investigatore privato reclutato dalla defunta, una bottiglietta di arsenico trovata in un bidone dell’immondizia, un testamento particolare, dubbi, perplessità, depistaggi, Watson e l’amico dal fiuto d’oro a creare i loro indimenticabili personaggi. Il tutto attraverso una scrittura leggera, piacevole, delicata, pronta a creare una giusta atmosfera di tensione.
Chiudo con Sherlock Holmes e l’affare Hentzau di David Stuart Davies.
Questa volta non troviamo il grande investigatore intento a snocciolare soltanto le solite acrobatiche deduzioni (ci sono anche queste) ma, soprattutto, lo seguiremo in un continuo, incessante movimento. Racconto d’azione più che di pensiero. D’altra parte meglio così che vederlo impigrire sulla poltrona. Il suo cervello ha bisogno di continue sfide per non morire di noia. Come quella instillata dal colonnello Sapt che arriva addirittura dalla Ruritania, piccola nazione dell’Europa centrale, perché Sherlock possa ritrovare un certo Rassendyl, sosia perfetto del re, ora gravemente ammalato. Solo che il suddetto è scomparso e in giro c’è il conte Rupert di Hentzau che vuole impadronirsi del trono. Tra le varie abbiamo anche, signori miei, una bella sorpresa. Uno Sherlock più umano che, almeno per una volta, tira ad indovinare ed è lui stesso ad ammetterlo. Leggere per credere.

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Mangiando bene si indaga meglio (II)

Prosegue il viaggetto culinario fra i nostri detective… (qua la prima puntata)

le-ricette-di-pepe-carvalhoPassiamo ora in Spagna con Pepe Carvalho, creatura di Manuel Vasquez Montalbàn (La bella di Buenos Aires, Feltrinelli 2013, tanto per citarne uno). Riprendo un po’ in qua e là che mi sento pigro. “Ex studente contestatore, ex militante comunista, ex agente della CIA, Carvalho si dedica alle sue indagini in perenne contrasto con le forze dell’ordine “ufficiali” e non si fa certo scrupoli pur di scoprire i colpevoli: non è raro trovarlo ubriaco in qualche bettola o a letto con un’indagata. Di caratteristiche particolari Carvalho ne ha parecchie (è l’amante di una prostituta, vive con un avanzo di galera che gli fa da cuoco e segretario, brucia ogni sera un libro nel camino), ma soprattutto vanta un amore sconfinato per il cibo, che per lui è una vera e propria religione. Benché non sia certo ricco, Carvalho ama i grandi piatti e i grandi vini, e sa apprezzare ogni tipo di cucina, dalla più artigianale a quella dei ristoranti di lusso”.
Preferisce, soprattutto, la nuova cucina: lumache con besciamella alla menta e chicchi di melagrana e come secondo una spallina di capretto con acquavite alle erbe. Cibo come seduzione in Le ricette di Pepe Carvalho pubblicate dalla Feltrinelli nel 1994, che raccolgono piatti preparati dal Nostro nei precedenti quattordici volumi. Ricordiamolo anche autore di Ricette immorali che molto hanno a che vedere con il sesso (altrimenti la seduzione va a farsi friggere). Carvalho “ha cucinato piatti assurdi ad ore assurde, bevendo quantità spaventose di vini e liquori, e chiudendo il tutto con dei sigari, a volte buoni (Lusitania Pertegaz, Montecristo), e altre volte pessimi (Rey del Mundo, Macanudo). Come tutto nella gastronomia di Carvalho: egli ama accostare alla nouvelle cuisine il peggior vino da tavola, e al piatto piú semplice il bordeaux piú pregiato”. Non male eh…
Più lontano ancora in paesi esotici (si sarebbe detto una volta) Chen Cao di Qiu Xiaolong (Cyber China, Marsilio 2014), poeta e ispettore di polizia a Shanghai. È un personaggio che vive nella contraddizione tra la fedeltà ai vecchi schemi di partito e il desiderio di dare sfogo alla propria individualità. Uomo onesto in conflitto con il nuovo, non sempre onesto appunto, che sta emergendo e dunque costretto a compromessi.
Cibo bello tosto: ravioli con ripieno di germogli di bambù, carne e gamberetti, zuppa di nidi di rondini con orecchie d’albero, ostriche fritte in pastella di uovo strapazzato, anatra ripiena di riso, pesce vivo al vapore con zenzero fresco, cipolle verdi e pepe secco, tartaruga dal guscio molle e chiocciole di fiume. Oppure torta di riso, fritto con maiale, spaghetti ai funghi, sauna di gamberi…
Ci sono anche delle cosettine particolari come la “Testa di Budda”, praticamente una zucca bianca a forma di testa con dentro un passero fritto dentro ad una quaglia alla griglia dentro a un piccione brasato. Una specie di scatola cinese mangereccia. Poesia per l’animo e cibo per lo stomaco.
vish-puri-e-il-caso-della-domestica-scomparsaIn India troviamo Vish Puri di Tarquin Hall, cinquantun anni, fisico pienotto, soprannominato “Cicciotto” per la sua propensione verso i cibi grassi che non dovrebbe nemmeno guardare, secondo una raccomandazione del suo medico, data la pressione alta ed il rischio di diabete. Ma lui se ne frega assai e ogni tanto manda qualcuno a comprare qualcosa di proibito come Zerbino, il ragazzo tuttofare, che gli procura “due in voltolini di mortone con extra chutney” (oppure lo vediamo saziato con “papri chat con chutney al tamarindo” ad un chiosco). Li divora stando attento a “non lasciare macchie rivelatrici di grasso”. Che altrimenti si becca una lavata di capo dalla moglie Rumpi (il cui nome è tutto un programma). Tra le cose che beve e mette sotto i denti trovo in qua e là tè e biscotti, scotch, pomodori a fettine, cetrioli e cipolle, niente sale che gli fa male al cuore, (il solito dottor Mohan glielo ha proibito insieme al burro). Ma un po’ di sale con il peperoncino (che coltiva sul tetto) lo mangia lo stesso “Per molta gente, sarebbe stato come toccare piombo fuso con la punta della lingua” (non ho capito il perché della virgola).
In cucina sorveglia con particolare cura la preparazione del “barfi” al pistacchio e del latte dolce allo zafferano, e poi in fondo al libro (Vish Puri e il caso della domestica scomparsa, Mondadori 2009) troviamo tutta una serie di stuzzicanti (per gli indiani) prelibatezze: come il “bhang”, bevanda popolare ottenuta mischiando cannabis con mandorle, spezie, latte e zucchero; l’”halva”, dolce fatto con farina, semolino, lenticchie o carote grattugiate, con zucchero e burro chiarificato, ricoperto di mandorle; il “ladu”, palline di farina cotte nello sciroppo di zucchero (una manna per i diabetici); il “lassi”, bevanda di siero di latte dolce o salato, oppure ottenuto dalla frutta come la banana o il mango; il “matthi”, biscotti salati fritti, serviti spesso con il tè; il “panir”, formaggio fresco ottenuto cagliando il latte riscaldato con succo di limone e via discorrendo, fino a farvi venire voglia di una sana spaghettata di qualsiasi tipo.
lalbero-dei-giannizzeriCucina profumata (anche troppo!) di spezie varie quella di Yashim Togalu, di Jason Goodwin (primo libro L’albero dei giannizzeri, Einaudi 2006). Vediamo un po’ più da vicino questo personaggio che opera in Turchia. Yashim Togalu “Era un uomo alto e robusto sulla quarantina, con una gran massa di boccoli neri e qualche filo bianco; niente barba, ma baffi neri ricciuti. Aveva gli zigomi alti da turco e grigi occhi a mandorla di un popolo che viveva millenni sulla grande steppa eurasiatica”. Ha parecchie doti “fascino innato, disposizione per le lingue, e la capacità di sgranare quei suoi occhi grigi all’improvviso. Gli uomini e le donne rimanevano stranamente ipnotizzati dalla sua voce, prima ancora di capire chi stesse parlando. Però non aveva le palle” (e non in senso metaforico). Eunuco, dunque. Parla quando c’è da parlare, cioè quando occorre, altrimenti risponde a gesti, sbatte le palpebre o si stringe nelle spalle. Sensibile, delicato, arrossisce spesso. Sa rendersi invisibile nel senso che la sua presenza è diafana. Sempre pulito ed ordinato, agile e silenzioso. Ottimo cuoco e buongustaio, gli piace il caffè nero, dolce e denso senza spezie. Fuma preparandosi la sigaretta da solo, come gli aveva insegnato un mercante di cavalli albanese “arricciandone una estremità e infilando un pezzetto di carbone dall’altra”. Conduce una vita tranquilla, spesso in gellaba e pantofole. Il suo sogno è di avere un appartamento più grande con una bella biblioteca. I libri sono bene allineati sugli scaffali, i tappeti anatomici sul pavimento. Quando c’è bisogno è veloce nel prendere le decisioni, vedi per esempio quando deve domare un incendio scoppiato vicino alla sua casa. Ha digerito la sua menomazione che lo aveva fatto soffrire. “Era vivo. Bastava questo”. E vince il dolore con il distacco e l’ironia.
Nelle sue storie troviamo il già citato caffè nero privo di spezie con una punta di zucchero, zuppa di trippa senza l’innovazione del coriandolo tritato che l’innovazione porta all’inferno, dolce tè alla menta, in genere pesce e verdura, cipolle, noci, aglio, pane bianco, ciotolina d’olio, qualche seme di sesamo e olive.
Fabio Jonatan JessicaE ora basta… che… burp… mi sento pieno!

Le lunghine di Fabio Lotti: Mangiando bene si indaga meglio (I)

Viaggetto culinario fra i nostri detective
marpleOgni tanto i romanzi polizieschi mi stuzzicano l’appetito. Tema non principale, ma nemmeno troppo secondario, il cibo. Siamo lì che arzigogoliamo su chi possa essere l’assassino e ci ritroviamo ad un tratto tra forchette e coltelli ad occhieggiare ed annusare come piccoli porcellini. Dopo tutto il detective è una persona come noi, con i suoi istinti e le sue passioni. Tra cui, non ultima, quella della buona tavola. E allora, invitati o non invitati, ci sediamo insieme a lui…
Vado un po’ a caso in qua e là senza un filo ben preciso che mi viene meglio. Non è uno studio particolare, né una ricerca personale. È un estrapolare dalle mie letture e da qualche spunto tratto dagli scritti del poeta-giornalista Attilio Lolini che abita proprio al primo piano della mia abitazione (meglio un idraulico ma è andata così. Ciao, Lolus!).
marple-2All’inizio, in verità, furono torte (ai mirtilli, ai lamponi, alle fragoline di bosco…), focaccine, crostate, biscotti fragranti appena tirati fuori dal forno, preparati dalle abili mani della signorina Marple, conditi con rosoli, anisette, millefiori ben disposti su tavole apparecchiate con meravigliose tovaglie ricamate. Tutto lindo e pulito, insomma, e quando arriva il nipote Raymond West tutto sparisce in un batter d’occhio nella sua insaziabile bocchina. Ma la modernità incombe e la vecchia bottega di cestini fatti a mano del signor Tom è stata trasformata in un supermercato, mentre si aggira la voce, terribile, dell’apertura di un terribile negozio: una pizzeria a taglio (mamma mia!).
Sul dolce si butta a pesce Hercule Poirot che va matto per la cioccolata in tazza, la zuppa inglese, i pasticci con la besciamella, gli zabaioni conditi con marsala e vini, sempre dolci si capisce, come lo Xeres, il Porto, il Moscato (un paradiso per i diabetici).
A Philip Marlowe (di palo in frasca) va bene, invece, qualsiasi liquore purché non sia dolce, caffè nero e amaro. Pasti semplici ma più che mangiare fuma. Il fumo è il suo piatto preferito (infilato un po’ a forza).
nero-wolfeLa palma di esperto in arte culinaria e di instancabile golosità, va assegnata, lo sappiamo, a Nero Wolfe che si avvale di un esperto coi fiocchi come Fritz Brenner, con il quale spesso battibecca per un pizzico in più o in meno di pepe o zafferano. Il cuoco più famoso della letteratura poliziesca possiede ben duecento ottantanove libri di cucina, per lo più rarissimi tra cui un Libro d’Ore che riferisce una ricetta per cucinare l’arrosto di cerbiatto e la frittura del cervello dell’usignolo. Inoltre una serie di pentole antiche fra cui una adoperata addirittura da Giulio Cesare in persona! (ma Wolfe smentisce). Favolose le frittelle mattutine e le salsicce di mezzanotte (così la giornata è completata) la cui ricetta è riuscita ad accaparrarsi in cambio della risoluzione di un caso. Altra idea favolosa è lo stufato d’anatra ripiena di granchi che prevede pure tartufi bianchi freschissimi, scalogno e una droga tibetana. Anche l’insalata brasiliana non è male e comunque chi ne vuole sapere di più acquisti Le ricette di Nero Wolfe e le metta in pratica. Archie Goodwin, invece, si accontenta di patatine fritte e bistecche che escono dai distributori già incartate e beve latte che fa inorridire il suo datore di lavoro. Però anche lui ha il suo lato debole: i tortini di riso con il miele (acquolina in bocca).
Piatti ugualmente complicati per l’agente nero della CIA, il principe Malko Linge, creatura dello scrittore e giornalista francese Gerad de Villiers, aristocratico austriaco proprietario di un bel castello che gli costa un occhio ed è costretto a lavorare per l’agenzia americana. In giro per il mondo tra grandi alberghi e ristoranti alla moda si gode insalate d’alghe rosate, stufati di porcospino con mirtilli, arrosto d’iguana con patate lessate in brodo d’armadillo, paté di fegato di ghiro…e insomma avete capito che si casca nel raffinato.
gino-cervi-maigretDi gusti più semplici è, invece, il commissario transalpino Maigret che non ama per nulla la cucina sofisticata. Lo scrive papale papale George Simenon, quando lo fa invitare da un amico d’infanzia diventato ricco e decisamente snob “I cibi erano senza dubbio speciali ma Maigret non provava alcun piacere in quei piattini complicati, con salse invariabilmente costellate di tartufi e di code di gamberi”. Sua moglie Louise prepara piatti semplici, tipici della piccola borghesia francese di campagna, tratti da ricette scritte in un quaderno regalatogli dal marito. Naturalmente sono state anche queste frutto di studio e pubblicate. A volte certe pietanze segnano quasi un refrain alla storia come un piatto di cozze con patatine fritte o una torta di riso. Se non è in casa a mangiare spesso lo si trova nei bistrot o nella Brasserie Dauphine con un piatto di cipolla e un “formidable”, praticamente un litrozzo di birra a portata di mano. In ufficio, insieme alla birra, gli basta un gustoso sandwich al prosciutto ma non chiedetegli un assaggio che mette il broncio. Beve aperitivi, il vino bianco fresco e il calvados e, più per compiacere la cognata che per gusto personale, anche un distillato di frutta, la “prunella d’Alsazia”. Poi carica la pipa e viva la vita!
montalbano-tavolaMontalbano segue un po’ le orme del noto transalpino in Sicilia per quanto riguarda il mangiare semplice e genuino (si sa che Camilleri è un grande fan di Simenon). Lo troviamo spesso da Calogero per la frittura di pesce e gli antipasti di mare oppure, qualche volta, invitato dalla moglie del questore o del preside e anche in trattorie gestite pure da ex delinquenti come Tonino. A casa c’è Adelina che gli prepara “pasta fredda con pomodoro, vasilicò e paassuluna, olive nere”, alici con cipolle e aceto, gamberetti bolliti, peperoni arrosto, polipi affogati, spaghetti al nero di seppia, pasta con broccoli, involtini di tonno, triglie al forno. Insomma, come si vede, il mare viene sfruttato a dovere.
Per restare in tema Sicilia vediamo come se la cava il maresciallo dell’Arma Saverio Bonanno di Roberto Mistretta. Siamo alla sua prima apparizione ne Il canto dell’upupa, Cairo 2008. E scrutiamolo un po’ più da vicino questo Saverio Bonanno che non ha la stessa fama di Montalbano. Lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi il secondo del mattino lo consuma al bar Excelsior fatto dalle manine “sante” della signora Maruzza, capace di preparare “una cioccolata densa che serviva a farcire i cornetti lasciati a lievitare l’intera nottata. Era marrone, cremosa, profumata” (miezzeca!). Nuova macchina da caffè sul posto di lavoro e giù a “inebriarsi dell’aroma inconfondibile dello scuro di Sicilia, miscela catanese tostata a dovere. Sapeva di lava profumata”. Fuma in continuazione, ottima forchetta (come anticipato), risultato la pancia. Che cosa mangia? “Grosse e tenerissime fettine di vitello, farcite con uova sode, pisellini di campagna, bocconi di pecorino, un filo d’olio, cipolletta tagliata fine e rosmarino”, oppure pasta al forno, coniglio con olive nere, patate con la crosta e doppia razione di cardi impanati con uova di casa, il tutto innaffiato con rosso siculo di Liscialba, o ancora ditali con le lenticchie insaporite con due palmi di cotica, ancora olive, pecorino, funghi di ferula arrostiti e insaporiti con aglio e prezzemolo tritati e amalgamati con olio e aceto e poi un inno alle sarde e via dicendo. A casa preparati da donna Alfonsina o al ristorantino di Za Lisa dove può trovare i “cavateddi”, la pasta antica impastando farina di grano saraceno e acqua fredda. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono in maniera umoristica. Osservando una signora “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. E qui mi fermo…
Dal sud al nord con il commissario Soneri di Valerio Varesi. Il suo preferito è un piatto tipico parmigiano, vale a dire i tortelli. Essi possono essere cucinati nelle tre versioni classiche della tradizione, vale a dire con ripieno di patate, di erbette e ricotta o di zucca. C’è una quarta versione molto rara che si prepara in montagna col ripieno di castagne. Gli altri piatti gustati da Soneri sono gli gnocchi al pomodoro e gli anolini in brodo che rappresentano “una delle poche continuità della sua vita”. Il tutto innaffiato con il buon vino della sua terra (alla salute!).
Si mangia e si beve bene anche seguendo il Tour de France con Gianni, cronista sportivo, in Giallo su giallo, Feltrinelli 2007, di Gianni Mura, davvero famoso cronista sportivo nella realtà e incallito buongustaio. Praticamente parla di sé e delle sue preferenze culinarie: panini con rilettes (morbido paté di maiale. Preferisce quelle di Tours e di Le Mans perché più magre), Côtes du Rhône di Jaboulet, e poi sfilza di formaggi: Brie, Camembert, Bleu de Bresse, Roquefort, la Forme d’Ambert, Bleu d’Auvergne, e poi ravanelli, olive nere, burro salato sul pane. Non manca una dissertazione sul cassoulet (il piatto ricco dei poveri) fatto di fagioli bianchi e pezzi di carne. “Solo maiale a Castelnaudary, aggiunta di agnello e pernice rossa a Carcassone, un po’ meno d’agnello e anitra al posto della beccaccia a Tolosa” tanto per riportare le sue stesse parole.
Un peana a William Ledeuil che sui piatti tradizionali (foie gras, lumache, animelle, guancia di vitello) “innesta una vena orientale”, con tamarindo, valanga, curcuma, zenzero fresco e basilico thai. Sul bere ho trovato: caffè, birra, Vittel, Muscadet, Vieux Calvados di Heurteven, Saint Nicolas, Merlot Costières de Nîmes, Riesling, Quetsch, Roquwfort (praticamente una cantina). Per finire una tirata di MS o Gauloises, tanto per rendere allegro e spensierato il polmone. Anche nei momenti più dolorosi uno sguardo fugace alla buona tavola, al rognoncino intatto di Dédé e alla salsa di senape che ha formato una specie di velo solido. Se entra in un albergo nota subito “Salsicce affumicate, crauti, stufato di coda di bue”. E ironia “Non ho dormito per il dolore, l’angoscia e anche la fame. Va a finire che torno dimagrito dal Tour, sconcerto generale” (voi ci credete?).
Fabio Jonatan Jessica(Continua)

Le lunghine di Fabio Lotti: Le giovincelle terribili

Dopo le vecchiette terribili spazio alle giovincelle altrettanto tremende.
blanche-o-il-cuore-dellassassinoPartiamo con la diciassettenne Blanche Paicham di Hervé Jubert. Siamo nel 1870 durante l’assedio dei prussiani di Parigi. Idea non peregrina. La città assediata ricorda un po’ le case circondate dalla neve del giallo classico da cui non si poteva uscire. Dunque un thriller in uno spazio ben delimitato. Due piccioni con una fava. La solita litania di assassini mostruosi: un cappellaio, un macchinista, un soldato, un fonditore di caratteri ecc… che porta alle sette sataniche e a Rebecca, la signora dei veleni. Tutti i cadaveri recano impresso un misterioso tatuaggio sul braccio sinistro e i loro nomi hanno origine dalla mitologia. La colpa ricade su Victor Pilotin, un giovane apprendista del cappellaio che riesce a fuggire e viene addirittura tenuto nascosto da Blanche (crede alla sua innocenza).
Dicevo di Blanche Paicham che si ritrova sola a Parigi separata dai genitori (era destino, l’avevano già persa più di una volta) ad aiutare nelle indagini lo zio Gaston Loiseau, ispettore di polizia sulla quarantina. Studia il “Dizionario di polizia”, suona il pianoforte, segue un corso accelerato nei locali della scuola di medicina, si prodiga come infermiera per alleviare il dolore dei soldati feriti. Dunque fuori dagli schemi del suo tempo: energica, forte, resistente “Quella giovane era una forza della natura. E alcuni di coloro che s’erano trovati tra la vita e la morte le dovevano gratitudine”. E anche concreta, realista “Si era nutrita di materialismo e, tra le sue certezze, c’era questa: che la magia era soltanto un paravento aperto davanti a fenomeni assolutamente reali. Nel loro caso cosa nascondeva? Una storia di potere, non c’erano dubbi in proposito”. Non manca il movimento, il colpo di scena, il pericolo (rischia addirittura di essere uccisa da suo zio), il travestimento e insomma tutto l’armamentario del vecchio feuilleton. Compreso il volo sul pallone aerostatico con il famoso fotografo Nadar (realmente esistito). Il ritmo si fa via via più convulso sino all’epilogo finale e un’aura di mistero e magia nera serpeggia lungo tutto il libro (Blanche o il cuore dell’assassino di Hervé Jubert, Salani 2008).

Continuiamo con Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear.
maisie-dobbs“Londra, primavera 1929. Dieci anni dopo l’armistizio che ha posto fine a una guerra cruenta, l’intraprendente Maisie Dobbs apre un ‘agenzia di investigazioni private. Un’occupazione insolita per una donna e un traguardo ambizioso per lei, raggiunto con determinazione e fatica ma anche con un pizzico di fortuna, considerate le umili origini.
Questa Maise Dobbs è davvero un personaggio eccezionale. Capelli neri e occhi azzurri che guardano “dritto dentro”. Sin da piccola dura, forte, caparbia. Intenso e affettuoso rapporto con il padre Frankie vedovo (vive solo per lei) e con il suo insegnante privato Maurice Blanche i cui consigli le sono utili anche nella vita adulta.
Affascinata dalla biblioteca di lady Rowan (opere filosofiche di Hume e altre cosette del genere), studia e lavora, studia e lavora fino ad arrivare all’Università. Per puro slancio patriottico diventa infermiera. Ed ecco la guerra, il contatto con la morte e la sofferenza degli altri. E poi l’amore con Simon, tenero amore fatto solo di sentimento e teneri baci. Maisie è il vero motore del libro, al margine il mistero del giallo. Qualche lacrima subito asciugata, niente lamenti o piagnistei, “A parte la guerra, finora sono stata sempre fortunata”. La vita, seppure dura, continua “Bene, Billy. Allora… diamoci dentro!”.
In un mondo reale o in quello fittizio dei libri, dove vengono messe in mostra le sozzerie più sozze, le vigliaccherie più vigliacche, il marciume più marcio dell’uomo, dove impera il linguaggio più becero e schifoso e la volgarità più volgare, fa piacere ritrovare una ragazza semplice e pulita come Maisie Dobbs con i suoi sentimenti semplici e puliti.
(Maisie Dobbs di Jacqueline Winspear, Sonzogno 2007).

flavia-de-luce-e-il-delitto-nel-campo-dei-cetrioliFlavia de Luce di Alan Bradley ha solo undici anni. Madre morta quando aveva 1 anno, padre Colonnello con la passione per i francobolli, due sorelle maggiori (Le “Sorelle Fatali”), Daphne (Daffy) 17 anni che legge, legge, legge e Ophelia (Feely) 13 anni, con la testa fra le nuvole dietro ai suoi sogni amorosi, cuoca signora Mullet, giardiniere “strano” il sig. Dagger.
Siamo in estate quando sull’uscio di casa viene trovato un uccello morto con un francobollo nel becco e, di lì a poco, un altro morto, questa volta un uomo in giardino, la cui ultima parola prima di spirare è “Vale”. Incomincia l’avventura della nostra piccola eroina. Qualche particolare: sua passione per la chimica (“Chimica! Chimica! Quanto la amo!”) tanto da avere appeso allo specchio di camera il ritratto di Marie Anne Paulze Lavoisier, e della chimica soprattutto i veleni di cui conosce vita morte e miracoli. Suo luogo di “lavoro” il laboratorio lasciato dallo zio Tar, porta un apparecchio per i denti, dorme in un grande letto a baldacchino, legge molto e tra le letture troviamo anche qualche giallo di Austin Freeman con il dott. Thorndyke (inevitabile). In continua lotta con le sorelle e in continuo scarrozzamento con Gladys, la vecchia bicicletta, per cercare indizi e scuriosare di qua e di là. Bugiardella il giusto, forte, risoluta e coraggiosa riesce a superare anche i momenti più difficili (Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli di Alan Bradley, Mondadori 2010, ristampato di recente dalla Sellerio).

le-ragioni-dellinvernoBelli i racconti di Elena Vesnaver con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino che l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita. La classe non è acqua (Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009).

la-detectiveA Londra, nell’agosto del 1853 troviamo Mary Lang di Y.S. Lee, dodici anni, condannata all’impiccagione per furto con scasso viene liberata da una fantomatica “Accademia per Ragazze di Miss Scrimshaw” con lo scopo di “offrire alle giovani una vita indipendente”. Direttrice Anne Treleaven e collaboratrice Felicity Frame. Si passa, poi, di botto al 1858, quando Mary è già diventata una esperta insegnante. Arrivano i primi dati sulla sua vita sfortunata: il padre naufragato con la nave su cui viaggiava, la madre costretta a fare mille lavori, poi a prostituirsi e lei a rubare. Le viene chiesto se vuole far parte di una Agenzia di investigazioni e di svolgere alcune indagini su un mercante che sembra fare commerci di contrabbando. Affare fatto e da qui inizia l’avventura della nostra nuova eroina che entra come damigella di compagnia nella casa del mercante in questione Henry Thorold, sposato con moglie invalida ed una figlia capricciosa. Ora Mary ha diciassette anni, capelli corvini, bella, coraggiosa, risoluta, con la battuta pronta tanto da suscitare l’interesse di qualche maschietto. E se la caverà piuttosto bene. (La detective di Y.S. Lee, Mondadori 2010).

il-treno-per-la-campagnaDopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher di Kerry Greenwood, l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni 20 (sì, avete capito bene).
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. Aggiungo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto, perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. Infatti ci gioca. Non mancano il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio (Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009).

Fabio Jonatan JessicaE qui mi fermo.

Le lunghine di Fabio Lotti: Le vecchiette terribili

miss marpleTempo fa mi buttai sicuro sulla Introduzione del nostro Mauro Boncompagni scritta per Le signorine omicidi colpiscono ancora, Gli speciali del Giallo Mondadori 2009 (non lo perdete), per trovare conforto a qualche mia lettura. In principio erano zitelle. Ovvero “vecchiette terribili”, ovvero “eroine in pericolo”. Niente a che fare con quelle di oggi, ma non anticipiamo. Vediamone qualcuna.
Miss Silver di Patricia Wentworth è una “zitella sferruzzante” sempre china sui lavori a maglia per i vari nipoti. Ex insegnante ed istitutrice, sferruzza e tossisce, sferruzza e tossisce, sferruzza e tossisce. Mentre Miss Marple sorride, lei tossisce (non so se si è capito) ma all’occorrenza sa tirare fuori un bel sorriso accattivante. Educata, educatissima, vive con le sue vestaglie ornate di pizzo, con le sue pantofole vezzeggiate di perline, tra i suoi adorabili servizi di ceramica, sempre attenta e composta. Difficile, se non impossibile, che alzi la voce, al massimo scuote la testa. Talvolta il ticchettio dei ferri segue il ritmo della conversazione e mi pare di vederla impegnata a passare dall’adagio all’andante mosso. Si concede qualche citazione e qualche massima personale (si sente che ha studiato). Vista da un personaggio “Sembra uscita da una stampa del secolo scorso”. Nel libro citato sotto arriva con “un abito di lana verde oliva reso impeccabile dall’inserzione di piccole stecche di balena”, gonna di “una lunghezza decorosa”, i piedi “fasciati da calze di lana nera e da un paio di ciabatte dalla punta coperta di perline.“ (Ritorno dal buio, Mondadori 2010).
L’enigma della banderillaAltra pinza (dalle mie parti si dice anche così) Hildegarde Withers di Stuart Palmer, alta e rinseccolita, dalla faccia cavallina che ti aspetti un nitrito da un momento all’altro. Letterariamente parlando nasce qualche anno dopo Miss Marple (siamo negli anni trenta) ma non ne sono sicuro e non ho certo voglia di scartabellare tra i miei libri. Controllate voi. Dunque Hildegarde. Intanto è americana e non inglese. E questo è assodato. Insegnante di scuola elementare, tosta, dallo scilinguagnolo sciolto e affilato. Pettegola, insomma. Proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto, dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato, suo corteggiatore, (c’è speranza per tutti) nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non ricambiata almeno del tutto se lei pensa che non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui con la sua faccia da cavalla mattonata. Ama disegnare e camminare, vedere, osservare, esplorare. Certo non è una “signorina” sedentaria adatta all’uncinetto come Miss Silver. Per concludere una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto (entra ed esce dalle stanze altrui con una semplice forcella per capelli) e che risolve i misteri criminosi del suo tempo. (L’enigma della banderilla, Mondadori 2010).
I grandi casi di Miss MarpleE poi c’è la nostra Miss Marple. Con lei amore a prima vista. Sarà che il personaggio era pari pari spiccicato a certe vecchine del mio paese Staggia Senese che vedevo ogni giorno intente a ciabattare sulle scale di casa, mentre sferruzzavano maglioni a figli o nipoti e che mi salutavano quando passavo davanti a loro. Altri le consideravano solo brutte pettegole ma a me faceva piacere il loro sorriso e qualche frase riferita al mio continuo sviluppo “Guarda Fabio come cresce!”. Certo queste erano un po’ più sfortunate di quelle di St. Mary Mead. Nel senso che venivano prese di mira da noi ragazzacci che gliene combinavamo di tutti i colori. Una volta… ma lasciamo perdere.
Sarà quello che ho detto in precedenza, sarà che rivedevo in Miss Marple una nonna che non avevo mai conosciuta, sarà per altri motivi psicologici più reconditi ma l’impatto è stato subito positivo. Forse, a pensarci meglio, il primo elemento che me la rese nuova e simpatica fu proprio il fatto di essere donna e “vecchia” nello stesso tempo. Due particolari giallisticamente attraenti rispetto ai tanti poliziotti maschi e giovani che già conoscevo. E poi il villaggio di St. Mary Mead poteva benissimo essere il mio piccolo paese dove tutti ci conoscevamo e non c’era segreto di sorta per nessuno. Bello o brutto che fosse si sapeva perfettamente se quella se la faceva con quell’altro o se il postino non aveva portato le lettere perché aveva avuto la diarrea. Il personaggio funzionava e pure l’atmosfera che lo circondava. Un peana? Forse ho esagerato, ma mica tanto. L’anziana lady detective piaceva una cifra anche alla sua creatrice, quell’Agatha Christie, regina vera del giallo che ha allietato tante mie sere buie e tempestose (un classico).
Dicevo di Miss Marple, una vecchietta di circa settanta anni che si era intrufolata nella sua vita quasi senza accorgersene. Un tipo che aveva visto in casa di sua zia (o nonna che fosse) e che le si era stampata per sempre nel cuore. E sulla penna. Un fatto, però, mi incuriosiva. A St. Mary Mead si sapeva tutto su tutti eccetto che su Miss Marple. Una bella furbata di Agatha per renderla ancora più interessante? Diciamo quello che sappiamo: anziana (già detto), nubile (zitella dalle mie parti), alta, snella, occhi azzurri, di aspetto delicato, benestante, colta o dotta che fa lo stesso, di religione protestante, ottima istruttrice di domestiche e molto attaccata a suo nipote Raymond West. Per il momento non mi viene altro per la testa. Aggiungo semmai il volontariato e l’amore per il volo degli uccelli. Poi casa pulita, ordinata, precisa, giardino curato nei minimi particolari. Da qui guarda, scruta, osserva, conversa con le sue amiche. Quelle sì impiccione e pettegole! Specialmente la signorina Hartnell che non si fa gli affari suoi nemmeno a pagarla a peso d’oro. Il suo metodo di indagine (mal sopportato dall’ispettore Slack, ma tenuto in debito conto da Scotland Yard) è basato non solo sull’intuito e la deduzione ma anche, e direi soprattutto, dalla sua vasta esperienza di vita. Ogni abitante del suo paese, maschio o femmina, giovane o vecchio che sia è lì pronto nella sua mente per essere tirato fuori al momento opportuno e messo a confronto con i vari personaggi che ruotano intorno ad un delitto (niente di nuovo ma lo ridico lo stesso). Gli uomini saranno pure diversi nell’aspetto esteriore ma la natura umana è sempre uguale. E il male è dappertutto, anche dove meno te lo aspetti. Ma della natura umana fa parte pure il sesso. Che non è un male. Ecco un altro particolare che la rende simpatica. Non come quel misogino di Poirot! (solo all’inizio perché in seguito anche questo “difetto” diventa divertente). Certo non aspettatevi chissà che cosa. Siamo sempre nell’età vittoriana ed un casto bacio può benissimo rappresentare un’orgia dei giorni nostri. Ma insomma la nostra arzilla vecchietta è preparata anche su questo tema così scottante. E non solo sul sesso “normale”. Mi pare che lo dica lei stessa ma non ricordo dove (memoria andata).
Mi dimenticavo il sorriso (memoria ritornata). E l’aria innocente e svagata. Miss Marple parla e sorride. Parla, sorride e sembra pensare ad altro. E’ sempre così gentile e carina con quel suo amabile sorriso! Solo che sorridendo vi fa dire quello che vuole. Se avete dei terribili segreti e lei vi ha sorriso state pur certi che, bene o male, è riuscita a carpirveli. (Tra i millanta I grandi casi di Miss Marple, Mondadori 2010).
Altro personaggio da ricordare Cora Felton di Parnell Hall. La signora degli Enigmi vive con la nipote Shery Carter che vuole evitare le violenze del marito. Non cuce o sferruzza ma risolve i cruciverba. Nella rubrica tenuta da Sherry c’è la fotografia di Cora che appare “una dolce nonnina dai capelli bianchi”. Le piace bere e fumare senza perdere il ben dell’intelletto “Sherry, potrei bere una pinta di rum e recitarti ugualmente dall’inizio alla fine il celebre discorso di Lincoln a Gettysburg”.
Non si spaventa di niente. All’occasione appende al collo l’inseparabile borsa a sacco e si cala dal tetto. Sì, avete capito bene, si cala dal tetto per entrare in un ufficio. E non ha remora nello spaccare vetri con il calcio della pistola. Scorrazza a suo piacimento in internet e le piace chattare. Interessata a situazioni forti, che provocano emozioni “Voglio qualcosa di appassionante, dai risvolti succosi. Sesso, scandali, morti ammazzati. Chiedo troppo?”. Vista dal giudice Trillino “L’imputata, una signora piccolina, vestita di tweed, gli ricordava Miss Marple, e gli sembrava incapace, non solo di commettere il crimine di cui era accusata, ma anche solo di infrangere i limiti di velocità”. Non propriamente un occhio di lince. (Cruciverba criminale, Mondadori 2007).
Sapori assassini a BombayMiss Lalli di Kalpana Swaminathan, un metro e sessantacinque di altezza, cinquanta chili di peso. Viso da attrice “rugoso, intenso, espressivo”, occhi neri e lucenti, capelli argentati. Mani “quadrate incredibilmente forti”, elegante nel vestire, si muove veloce con delicatezza, “emana conforto, sagacia e una grazia vicina alla disciplina: quella sessantenne dallo sguardo acuto è infatti per la Omicidi di Bombay l’ultima spiaggia, la mente che risolve i casi più spinosi e sfuggenti.” Negata per gli acquisti, non sa mai quello che vuole. Acuta osservatrice, dettaglio scontato. In quarta di copertina “Questa donna è l’Agatha Christie indiana. Brividi assicurati”. E tutti i lettori incominciano a tremare. (Sapori assassini a Bombay, Kowalski 2009).
Concludo con mammina di James Yaffe, genitrice di David, ispettore della squadra omicidi di New York. Alla morte della moglie Shirley decide di lasciare la sua città per andare a Mesa Grande come investigatore privato di Ann Swenson, difensore d’ufficio. Mammina, oltre la soglia dei settanta, resta a casa (è vedova, naturalmente) perché non si sente ancora pronta a “voltare le spalle a quella che era stata la sua vita fino a quel momento”. A meno che non ci sia di mezzo un possibile delitto. Proprio da parte di un amico del figlio. Allora arriva con i suoi capelli grigi, i polsi magri, la faccia rugosa e la sua incredibile energia. Siamo nell’ambiente universitario. Invidie, ambizioni, tensioni, amarezze all’interno dell’accademia, sfruttati e sfruttatori di menti, razzismo strisciante, un plot complicato (in parte risaputo) neppure troppo credibile ma allo stesso tempo affascinante.
Al centro mammina che va alla sinagoga, fa amicizie, prepara colazioni e pranzetti gustosi, gira come una giovincella, gioca a Gin rummy (non so cosa sia) con il figlio imbrogliandolo, lo aspetta alzata di notte, lo aiuta a sbrogliare la matassa e, dopo la partenza, gli scrive pure una lettera finale dove spiega tutto l’ambaradan che però non gli spedirà mai. Solo che la leggeremo noi lettori. (Un bel delitto per mammina, Mondadori 2011).
Poi ce ne sono altre ma già queste ci hanno aperto la bocca al sorriso. E allora…
W le vecchiette terribili!Fabio Jonatan Jessica

Le lunghine di Fabio Lotti: Il detective magico

Serenata senza nomeVa di moda il detective magico. Voglio dire il detective che possiede qualche dono, qualche dote particolare oltre l’umano. Già visti singolarmente li ho qui riuniti. Parto dal commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio de Giovanni incontrato nel primo e precedente articolo di questa rubrica. E dunque non la faccio lunga riproponendone un breve accenno. Napoli, al tempo del fascismo. “Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. l’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne”. Accanto alle doti particolari che lo fanno sentire diverso anche la sua umanità sofferta, un miscuglio di dolore e malinconia che lo rende così vicino ai lettori. Come se possedere certe doti fosse motivo continuo di sofferenza. Un successo planetario dell’autore. Ultimo libro Serenata senza nome, Einaudi Stile Libero Big 2016.

venti corpi nella neveSimile a Ricciardi il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini. Lo troviamo in Venti corpi nella neve, Time Crime 2012.
Il commissario Roberto Serra è a Case Rosse speditoci dal superiore Bernini, viso tondo e baffi gialli di nicotina, per farlo riprendere da una situazione difficile. Dopo la morte violenta dei genitori, avvenuta quando aveva sedici anni, è colpito da un “dono”, ovvero la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci. Non si dà tregua finché non riesce a far riposare in pace i morti ammazzati che il destino gli fa incontrare. Qui, nel più piccolo commissariato d’Italia, Serra è visto come uno di fuori ed è aiutato dall’agente Valerio Manzini. Ufficio essenziale dove domina il colore grigio, corse per chilometri e preparazioni culinarie innaffiate di ottimi vini per ritrovare calma e lucidità. Gli ci vorranno perché nella notte di Capodanno del 1995 tre cadaveri al Prà grand: un uomo, una donna e una bambina barbaramente uccisi con un colpo di fucile a distanza ravvicinata.
Usciti in seguito Io sono lo straniero, Mondadori 2013, e  Il fiume ti porta via, Mondadori 2015. Caratteristica dell’autore, già sottolineata da altri critici, la sua attenzione verso le vittime: i civili trucidati dai fascisti, gli immigrati clandestini, i “matti” rinchiusi in ospedali terribili e poi lasciati allo sbando dopo l’abolizione dei manicomi.

L’odore del peccatoVediamo ora il “superpotere” di Don Attilio Verzi di Andrea Franco in L’odore del peccato, Mondadori 2013.
Già trovato il nostro uomo in L’odore del dolore in Giallo 24-Il mistero è in onda di AA. VV., Il Giallo Mondadori extra 2013, che mi colpì per la sua originalità.
La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846. Don Attilio Verzi ha un dono particolare “che molti avevano additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Centinaia di preghiere sotto la guida del bigotto padre Ruggero Ancillotti, conseguenza incubi ripetuti. Cercato dal papa per scovare l’assassinio di un giovane prete, don Pasquale Masini, colpito al capo nella chiesa dei Santi Vito e Modesto. Don Attilio viene aiutato nella ricerca del colpevole dal padre Augusto Giani, anch’egli con le sue passate sofferenze (le “cicatrici”) e in seguito dal capitano della Milizia Jacoangeli .
Ultimo nato L’odore dell’inganno, Mondadori 2016.
Anche qui odori, odori e odori (forte quello dell’inganno), voci, visioni, incubi, momenti di crisi, il passato doloroso che riemerge improvviso. La ricerca sofferta della verità attraverso una scrittura intensa e delicata, capace di penetrare nelle profondità dell’animo di don Attilio Verzi “caricato” di un dono portentoso e nello stesso tempo pesante che lui non vorrebbe possedere.

La mossa del cartomanteSimile a Verzi abbiamo l’ispettore Marzio Santoni di Franco Matteucci in La mossa del cartomante, Newton Compton 2014.
Marietta Lack, la sarta di Valdiluce, muore nell’incendio della sua casa. Tragico incidente o attentato? Ad indagare  Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori. Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi.
Consiglio Tre indagini per l’ispettore Santoni, Newton Compton 2016 che comprende Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante e Tre cadaveri sotto la neve.

La congiura di San DomenicoSu una memoria straordinaria si basa Julius von Hertenstein in La congiura di San Domenico della nostra Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein ha visto la luce ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio. Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità. E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto.

La profezia infernaleTermino con il Grifo di Massimo Pietroselli in La profezia infernale, Newton Compton 2013.
Roma 1599, a pochi mesi dall’apertura dell’anno santo. Al centro della storia il cranio deforme del pittore romano Maestro del Monogramma (in seguito sapremo chi è), autore dell’“Alfabeto di Erode”, un libro dalle incisioni terribili di bambini seviziati e uccisi che dovrebbe nascondere insegnamenti ermetici. Si aggiunga una profezia infernale dall’estasi di una suora che prevede sfracelli per il Giubileo e “innocenti che tremeranno fra le fredde mura”. E, infatti, quattro bambini con i nomi degli Evangelisti, spariscono dallo Spedale. Dietro al maledetto “Alfabeto” Leonia, in missione per Rodolfo II di Boemia (sue immense collezioni di bizzarrie) insieme a Grifo, un turco (gli hanno ucciso tutta la famiglia) che ha il dono di poter disegnare “a distanza di tempo, qualunque gli fosse stato detto di osservare, perfetta in ogni dettaglio, esattamente come l’aveva veduta, ma non avrebbe potuto alterarla, abbellirla, modificarla in alcun modo.” Qualche spunto “Colorito olivastro, occhi neri, sopracciglia folte e arcuate, e una barba fitta appena striata di grigio. Era un colosso, alto e dalle spalle forti: sovrastava la folla con il capo avvolto in un turbante giallo scuro con una penna nera di sghimbescio. Il busto era compresso in un farsetto leggero, di elegante seta color arancione con strisce nere, e il collo massiccio era adorno dei pizzi di una camicia bianca. Invece di una cintura, alla vita era annodata una fusciacca bianca con un sottile ricamo in oro.”
In seguito è uscito anche La congiura di Praga, Newton Compton 2013, altro successo dello stesso autore, che già avevo conosciuto e apprezzato attraverso il mitico Giallo Mondadori.
Dunque personaggi anomali provvisti di “doni” speciali che un po’ si assomigliano e che, evidentemente, attirano l’interesse, visto il boom straordinario di de Giovanni e l’ottimo risultato degli altri autori. Sì, perché la loro arma extraumana, chiamiamola così, incuriosisce il lettore che freme per vederla messa alla prova. Aiuta a risolvere i casi e nello stesso tempo umanizza i possessori che addirittura ne soffrono, attirando l’empatia di chi li segue nello loro vicende complesse e ricche di pathos, qualunque sia il tempo in cui esse vengono circoscritte.
E allora diamo il benvenuto al detective magico, sperando che un po’ della sua magia si riversi anche su di noi comuni mortali.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le lunghine di Fabio Lotti: Serenata senza nome

Serenata senza nomeSerenata senza nome
di Maurizio de Giovanni
Einaudi Stile Libero Big 2016

Amore, amore, amore…
Nel corsivo, all’inizio, c’è già l’atmosfera che pervaderà il resto della storia: l’autunno, la malinconia, la perdita. Una canzone struggente d’amore.
Napoli degli anni Trenta, al tempo del fascismo. Vincenzo e Cettina, diciassette e quindici anni. L’amore dell’adolescenza, un bacio, una promessa. Vincenzo andrà in America a cercare fortuna e ritornerà per sposarla (già qui si intuisce qualcosa).
Bianca Borgati dei marchesi di Zisa, moglie del conte Palmieri di Roccaspina (ora in galera), bella ed elegante, generosa, generosissima in quel senso (basta avere gli sghei giusti), si dice che sia l’amante “di uno strano commissario di polizia” (perché sono insieme lo scoprirete da voi). Ovvero di Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte.
Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. L’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne (vedremo in seguito). Eccolo al suo primo apparire “Luigi Alfredo Ricciardi era di statura media, magro. Scuro di carnagione, gli occhi verdi che spiccavano nel viso; i capelli neri, pettinati all’indietro e fissati con la brillantina, liberavano talvolta un ciuffo che gli attraversava la fronte e che lui, distrattamente, metteva a posto con un gesto secco. Il naso era diritto e sottile, come le labbra. Le mani piccole, quasi femminili: nervose, sempre in movimento. Le teneva in tasca, consapevole del fatto che tradivano la sua emozione, la tensione.” (Il senso del dolore, Fandango 2007). Per me fu un colpo di fortuna “L’acquisto di un libro dipende da molti fattori: il nome dell’autore, la lettura di una recensione, il consiglio di un amico ecc… Talvolta anche dal semplice stato d’animo. Come nel presente caso. Una giornata triste, una copertina con un volto triste ed un titolo triste: Il senso del dolore di Maurizio de Giovanni, Fandango 2007. Che tristezza! Non potevo che acquistarlo.” Ed ecco cosa scrissi alla fine “Un buon libro da leggere. Che avrà senz’altro un seguito. Ci potete scommettere.” Facile previsione che mi valse anche il ringraziamento, via mail, dell’autore stesso (miezzeca!).
Dunque Vincenzo Sannino è partito per l’America con il suo sogno, come migliaia di italiani in quel periodo, è diventato un pugile famoso, ha ucciso un negro sul ring, è stato colto da una crisi profonda ed è ritornato in patria dalla sua Cettina (alla quale dedica la serenata senza nome), ora sposata con il commerciante Costantino Irace. Chiaro che questi, dopo essere stato minacciato dallo stesso Vincenzo (Vinnie), verrà trovato morto ammazzato di botte. A stenderlo definitivamente un colpo alla mascella destra, praticamente quello famoso dell’ex pugile.
Da qui l’indagine di Ricciardi, la visione del morto con “il solito insieme di frammenti, di immagini vaghe, prive di contorni” e le sue ultime parole “tu, di nuovo tu, tu, di nuovo tu, un’altra volta tu, di nuovo tu.” (Chi sarà questo “tu”?). Indagine che lo porta su diverse piste. Quelle dell’amore, della fame e dei soldi: vedi il mediatore Nicola Martuscelli, il rivale Merolla, il socio Michelangelo Taliercio, l’avvocato Capone, Jack Biasin, il manager di Vinnie. O, addirittura, Cettina stessa. Comunque sia il Vicequestore Angelo Garzo è deciso a far arrestare il pugile che ha smesso di combattere perché deve essere senz’altro un “deviato”, un “pervertito”, un “assassino” e non un “maschio invincibile”, come vorrebbe  la muscolare ideologia fascista.
Accanto a questa c’è la storia del brigadiere Raffaele Maione (macchietta la guardia Giuseppe Amitrano) e la sua amicizia con Bambinella, il “femminiello pazzo”, innamorato di uno sposato che rischia la vita. Ha bisogno dell’aiuto di Maione per proteggerlo. Poi c’è Enrica, figlia del cavalier liberale Giulio Colombo (che ben si guarda dall’esprimere le sue idee in un momento storico così particolare), innamorata di Ricciardi e ora adocchiata dal maggiore Manfred von Brauchitsch. Il padre ha capito il suo tormento mentre la madre non vede l’ora di accasarla con qualcuno.
Pioggia, pioggia, pioggia continua, insistente che “flagella l’aria e la terra.”
Ci sono le altre donne. Quelle che girano intorno al Nostro: Bianca, già citata; Livia, la bellissima vedova Verzi che aveva lasciato in lacrime la sua casa per il suo rifiuto; Enrica che lui osservava dalla finestra, viso dolce e allo stesso tempo adirato; la nuova governante Nelide, brutta e sgraziata al posto di Rosa venuta a mancare (gli aveva fatto da madre) che rimane silenziosa al suo fianco durante i pasti (da incorniciare).
Maurizio de Giovanni con una scrittura lieve e delicata, pronta però a cogliere tutte le sfumature, anche le più crude, butta giù una storia di vita e di morte in cui ogni personaggio, pure di secondo o terzo grado, ha la sua parte, il suo momento di gloria (notate, per esempio, le figlie di Merolla che parlano tra loro con gli sguardi. Un cammeo). Flash back al punto giusto e passaggi sicuri da un personaggio all’altro.
C’è il nostro Ricciardi, ancor più cupo, ancora più svuotato, consapevole del suo essere (“Sono un pazzo, si disse per l’ennesima volta. Sono un povero pazzo.”)  in contrasto con il burbero, solido, forte Maione. C’è l’amore nelle sue varie sfumature, l’amore respinto e l’amore ricambiato, l’amore semplice e familiare e l’amore sofferto. C’è l’amore impossibile. E accanto, lungo la storia principale, le cose di ogni giorno in una Napoli dai volti diversi: il duro lavoro di chi stenta a campare, la bella vita dei privilegiati, cani randagi, una Madonna con il cuore trafitto, una via, una strada stupenda che dà sul mare, un quartiere dall’atmosfera spettrale. In fondo ad ogni capitolo spesso qualcosa che colpisce, che rimane. Un abbraccio, una corsa verso qualcuno dall’altro lato della strada. Un sorriso.
Troviamo in questo libro l’umanità intera, quella vera e reale, con le sue molteplici sfaccettature, le cadute e il rialzarsi veloce. Mi viene in mente, per dirne una, Bambinella, dopo che ha lasciato libero il fidanzato ed ha ripreso con orgoglio il suo “lavoro” (si deve pure sciacquare la bocca, piccolo tocco malizioso) che come lui non lo fa nessuno. Perfetto.
L’autore è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta (seguite, per esempio, la storia di Enrica). Ci sono anche dei momenti in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi (l’ho già scritto in altra recensione). Vedi, per esempio, tutto il capitolo XXVIII° con quel suo continuo intercalare “Chiedilo alla pioggia”, “Sono stato io”, “Sono stata io”. Ad un certo punto verrebbe quasi la voglia di gridare, immaginando il seguito, “Basta, due palle!” ma, andando avanti nella lettura, il grido si smorza per lasciare il posto ad una specie di irritante, stupida commozione.
Maurizio de Giovanni ci ha fregato anche questa volta.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti