Lo sguardo profondo (Le varie di Valerio 82)

Massimo Luciani
Lo sguardo profondo. Leopardi, la politica, l’Italia
Mucchi, 2017
Letteratura e Diritto

Recanati e Italia. 1798-1837. Ormai conosciamo abbastanza bene vita e opere di Giacomo Leopardi. Quel che continua a stupire è la vitalità contemporanea dei suoi testi letterari e delle sue riflessioni culturali, anche rispetto a discipline e argomenti meno indagati, come il diritto e le forme di governo (non solo la politica). Il crivello leopardiano ha saputo separare attentamente la liquidità contingente dalla permanente solidità dei processi storici, in particolare guardando a fondo nella psicologia degli italiani e cogliendo con lucidità e freschezza le correnti carsiche che percorrono la storia del nostro Paese. Leopardi mette sempre in guardia contro l’illusione che i governi possano dare agli uomini la felicità, pur consapevole che l’inutilità della politica non è maggiore né diversa dall’inutilità della vita e di tutte le cose umane in generale. Al centro del suo pensiero si colloca il concetto dell’illusione, delle illusioni, maggiori e più fertili (foriere di immaginazione) nello stato di fanciullezza, del singolo e della comunità politica, sempre e comunque essenziali per la sopravvivenza individuale e per la tenuta dei legami sociali. Essendo materialismo, empirismo, scetticismo, non cognitivismo, relativismo i tratti fondamentali della sua “filosofia”, per il poeta recanatese è il sistema delle illusioni che aiuta a farci sopportare il destino umano e a conservare le comunità politiche. Molto si è discusso se qualche spunto innovativo degli ultimi anni (di contro alla “natura” unicamente il sodalizio degli uomini può servire di difesa, per tutti e per ciascuno) contrasti le opinioni precedenti; più probabilmente le completa, problematizzandole ulteriormente. Ciò riguarda anche l’apprezzamento per le forme di governo segnate dall’appartenenza del potere alla nazione, una (meno imperfetta) società “mezzana” che asseconda la brama umana di felicità e assicura la massima varietà delle personalità (una uguaglianza almeno di mezzi e di opportunità).

Il grande costituzionalista Massimo Luciani (Roma, 1952) quasi una decina di anni fa introdusse un seminario a porte chiuse su Leopardi politico, poi apparso fra il 2010 e il 2012 in varie riviste e volumi collettanei. Il bel testo esce ora in modo autonomo (formato snello e tascabile) con ampia ricca prefazione e titolo nuovo. I paragrafi centrali erano sei, i primi tre sulle premesse antropologiche e le cruciali illusioni nel pensiero leopardiano, i successivi più specifici su argomenti giuridici (la dottrina delle forme di governo, la critica all’universalismo e al cosmopolitismo e la figura del nemico, la questione dell’Italia), tutti di non semplice (ma molto interessante) lettura per virgolettati, rimandi, parentesi. Le considerazioni supplementari riflettono ancora sulla capacità leopardiana di indagine storica stratigrafica (oltre gli eventi individuali) e approfondiscono due aspetti: universalismo e linguaggio. L’avversione al cosmopolitismo non era ideologica o aprioristica, ma logica e razionale, espressa col tradizionale angosciato disincanto. Il nesso di causalità va dalla società e dalla politica alla letteratura e all’espressione linguistica. Luciani offre continue frequenti citazioni di Leopardi sui vari temi trattati, prima di esaminare con acume e coerenza una parte delle interpretazioni critiche che già li avevano valutati. Denso è l’apparato di note, dal quale emerge una bibliografia selezionata ed essenziale. Interessanti i riferimenti al nesso fra parole e cose e alla xenofobia. Forse è un poco sottovalutato il retroterra scientifico nella filosofia e nella poesia di un piccolo gobbo sommo pensante, che molto amò la scienza e la laica coscienza della propria finitezza, per arrivare a definire uno scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La musica vuota (Le varie di Valerio 81)

Corrado Dottori
La musica vuota
Pequod, 2017
Avventura, sentimentale

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.

Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Con i piedi nel fango (Le varie di Valerio 80)

Gianrico Carofiglio (con Jacopo Rosatelli)
Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità
Edizioni Gruppo Abele, 2018
Politica

Italia. Discorsi pubblici. Fra l’estate e l’autunno del 2017 l’insegnante e ricercatore politico Jacopo Rosatelli (Torino, 1981) ha conversato con Gianrico Carofiglio, sollecitando risposte e riflessioni su argomenti connessi al fare politica. Carofiglio ha suggerito di iniziare da Gramsci, dall’invettiva lanciata esattamente un secolo prima dalle pagine del periodico socialista “La città futura” (era il febbraio 1917, l’Italia era in guerra), contestando sia chi rifiuta ogni impegno (allora come ora) sia chi pratica con attivismo vuoto e nevrotico solo il rancore (oggi patologicamente). Si susseguono continue rapide domande e risposte argomentate ma concise, appunti scintille pizzicotti, che molto spesso prendono spunto dalla citazione del passo rilevante o della parola-chiave di una singola personalità, acquisita da un romanzo o saggio o intervento che sia. Non si tratta di un saggio organico o di un trattato sistematico, piuttosto di un breviario con al centro la comunicazione politica, più o meno fattiva e chiara, articolato in quattro parti: indifferenza e rancore; menzogna e manipolazione; verità, sostantivo plurale; le parole e le storie. Il titolo deriva da un noto aforisma di Orwell (connesso pure alla frase di don Mazzolari e don Milani) sulla distinzione fra politici utopisti e politici realisti e sul camminare nel fango (o sullo sporcarsi le mani) per raggiungere l’obiettivo enunciato. L’intento non è informativo o filologico; in fondo al testo appare un’esauriente bibliografia con le fonti dei volumi citati, capitolo per capitolo, in ordine di apparizione. Le conversazioni sono state rielaborate e curate prima delle elezioni politiche italiane del 2018, il volume è tuttavia uscito subito il loro svolgimento. Come “tradurlo” per commentare gli sconvolgenti (non sorprendenti) risultati elettorali del 4 marzo spetterà dunque ai lettori, in particolare a quelli impegnati a gestire o fronteggiare il quadro politico assolutamente inedito e complesso della nuova fase.

Nel settembre 2015 Carofiglio (Bari, 1961), da quindici anni uno dei migliori scrittori italiani, ex magistrato ed ex senatore, pubblicò con meritato successo Con parole precise. Breviario di scrittura civile (Laterza). Riprende e approfondisce ora gli stessi argomenti in un piccolo volume (non a caso edito dal Gruppo Abele) chiarendo che chi “guarda il mondo da sinistra”, non può che arricchirsi di tanti altri punti di vista. Si dice convinto “che la storia si muova verso il progresso e che rispetto a questo progresso l’azione consapevole degli individui e delle collettività sia fondamentale, e dunque doverosa”. Critica, perciò, chi si astiene (anche dal voto) e chi aborrisce il compromesso (“pratica sana e… imprescindibile”). E fa ruotare tutto intorno al concetto di verità, pure rispetto agli errori che inevitabilmente si fanno. Spiega i quattro rigorosi precetti toltechi, per poi poter vivere la politica “con la giusta dose di distacco e anche di allegria”; in sostanza, essere seri ma non prendersi sul serio (richiamando implicitamente il pensiero ironico) e combattere di continuo l’ipertrofia dell’ego per cui ci si immedesima con la funzione, la carica, il ruolo. Molto spazio è dedicato alle notizie false (sempre esistite), ma anche al troppo “latinorum”, al principio isomorfico (non così definito) nella relazione fra il dire e il fare, alla distinzione fra privilegi ingiusti e legittime prerogative, al principio di responsabilità, all’ecologia del dialogo gentile, sempre con uso accorto e meditato delle parole, perché la verità è plurale. Nel lessico necessario inserisce, simbolicamente, giustizia ribellione bellezza scelta speranza, e insiste molto sul declinare i propri (radicali) valori con storie ed emozioni, capaci di parlare a tutti i sensi e a quante più possibili motivazioni di individui e collettivi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Spacenoir (Le varie di Valerio 79)

Alberto Lavoradori e Mauro Cicarè
Spacenoir
Edizioni Di (Grifo), 2017
Graphic Novel, Fantascienza

Spazio. Circa nel 2100. Luna Schauberger è nata il 13 luglio 2079 e ha un antenato illustre: l’austriaco Viktor Schauberger (Alland, 30 giugno 1885 – 25 settembre 1958), naturalista eccentrico e inventore illuminato, uno dei pochi teorici dell’implosione, ovvero di teorie basate su vortici fluidici e movimenti nella natura; costruì attuatori per aerei, navi, turbine silenziose, tubi auto-pulenti e attrezzature per la pulizia e la cosiddetta “raffinatezza” di acqua per creare acqua di sorgente, da utilizzare come rimedio; trascorse gli ultimi mesi di vita negli Stati Uniti in Texas, dove le sue idee rischiavano di essere sfruttate in chiave capitalistica e bellica; decise allora di tornare in patria col figlio, dovendo però firmare carte che lo obbligavano a lasciare ai committenti americani tutti i suoi progetti e lavori; soggiornò qualche giorno a Linz e morì pochi giorni dopo. Luna già a 8 anni era entrata a far parte dell’associazione Mensa (fondata a Oxford nel 1946) grazie all’altissimo quoziente d’intelligenza; si era laureata a 16 grazie alla grande passione per la fisica; a 19 anni cominciò a lavorare presso i laboratori Firstdyne Industries, locali immensi, hi-tech sofisticato, risorse inimmaginabili. C’era grande intesa con Paul Laszlo, scrupoloso collega e rassicurante amante, ma il test sul suo progetto sperimentale stranamente non andò bene: Paul morto, prototipo distrutto, test fallito, ma, sorprendentemente, i padroni sembrarono proprio contenti e le rinnovarono il contratto. Non ci capisce più nulla, c’è qualcosa sotto (la materia oscura), deve fuggire. Ora vaga fra gli asteroidi, ma qualcuno la vuole morta.

L’ottimo sceneggiatore Alberto Lavoradori (Mestre, 1965) e l’ottimo illustratore Mauro Cicarè (Macerata, 1957) collaborano insieme per la prima volta. E con notevole efficacia. Una narrazione grafica è più un film che un romanzo. C’è una trama, incipit sviluppo intrecci epilogo. Ma non sono tanto le frasi a trasmetterci senso. Contano molto la “visione” del testo, inquadrature colori sfumature, la struttura delle pagine, con più o meno fumetti, con tavole più o meno larghe e lunghe, l’atmosfera dello scritto, comunque poco, allusioni rimandi vignette (anche dei suoni). Entrambi gli autori conoscono bene entrambi i mestieri narranti, sia scrivere che disegnare; si cimentano meritoriamente con un genere in voga da una cinquantina d’anni. Lavoradori vive nella campagna veneta ed è noto anche per l’originale Paperinik. Cicarè vive sulla costa marchigiana ed è noto anche per le splendide mostre. Si stimavano a distanza, non si erano mai visti prima. Cicarè ha contattato l’altro per una storia comune di fantascienza “senza grandi effetti speciali”, Lavoradori ha proposto titolo (due parole di lingue diverse che suonano benissimo, senza trattino) e l’abbozzo di storia. Cicarè ha iniziato a preparare la grafica, Lavoradori ha adattato i testi, Cicarè ha preparato le tavole (cinque mesi di intenso lavoro per 100 pagine da incorniciare), ci hanno lavorato insieme e ne è venuto fuori un ricco affascinante fumetto di noir science fiction (fantascienza retrò). Si alternano (in dieci “capitoli”) il presente con colori ad acquarello e il passato (recente) con effetto flou di grigi-neri-viola-bluastri. Si viaggia in un presente-futuro, incontrando personalità oscure e pericolose; in navicella, attraverso Spacenoir per raggiungere la cintura di Belt fra le orbite di Marte e Giove, con scali su una fascia di asteroidi (Deimos, Pallade, Belt), poi a Cerere; si passeggia a Earcity e Crecity nella materia non osservabile perché “oscura”. Colonna sonora (implicita) dei Massive Attack (“Mezzanine”).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Non sono razzista, ma (Le varie di Valerio 78)

Luigi Manconi e Federica Resta
Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura
Feltrinelli, 2017
Politica

Italia e Mediterraneo. L’ultimo ventennio. Ormai “non sono razzista, ma” è un’unità lessicale, una frase tipica, una locuzione italiana. Si può serenamente affermare che l’Italia non è razzista, fermo restando che all’interno dell’Italia si ritrovano forme e manifestazioni di razzismo. In aumento. Esemplificate da titoli stereotipati e pregiudiziali sulla carta stampata, da un’aggressiva strategia discorsiva di canali radiofonici e televisivi, da una legittimazione antistraniero nella sfera politico-istituzionale. Il paradigma razzista attribuisce in modo indifferenziato all’intera comunità connotati e misfatti di un suo singolo componente (o di più componenti): il rischio è che ogni straniero diventi criminale, ma anche ogni italiano razzista. Non è e non può essere così. Il linguaggio è terreno di scontro tra discriminazione e integrazione, tra rifiuto e accoglienza, rispetto a ciascuna comunità di cui un individuo è inevitabilmente parte. Quella locuzione mostra una classica procedura retorica: “mettere le mani avanti”; in realtà è proprio il contenuto dell’avversativa che fa spesso emergere le reali opinioni di chi parla (presentate come legate alla semplice osservazione della realtà e alla conoscenza di fatti). E segnala pure talora una sorta di richiesta d’aiuto: aiutatemi a non diventare razzista, non predicate in modo astratto, sappiate che la solidarietà è faticosa, valutate meglio il bisogno di mutuo soccorso. In ciascuno di noi – dichiarate o censurate – covano forme di intolleranza e pulsioni xenofobe. Servono dunque nuove politiche pubbliche, né superficiali né irresponsabili. Mentre invece le norme, soprattutto dal 1990 in avanti, hanno via via delineato un diritto asimmetrico e diseguale per gli stranieri, oltretutto con la progressiva riduzione delle possibilità d’ingresso, di fatto in contrasto con la tendenza strutturale dei flussi migratori e con le competenze dell’economia e della demografia.

Il sociologo Luigi Manconi (Sassari, 1948) e l’avvocata Federica Resta (Bari, 1980) ci aiutano molto a tirar fuori il razzismo che è in noi, offrendoci fondamenti linguistici, culturali, sociali e normativi per sconfiggere sia la xenofobia diffusa che gli imprenditori politici della paura. Il volume è diviso in cinque parti con dettagliate note in fondo; la terza (redatta dal solo Manconi) dedicata alla vicenda (luglio 2013) degli insulti del senatore Calderoli alla ministra Kyenge con la relativa discussione parlamentare relativa alla richiesta (respinta) di autorizzazione a procedere; le ultime due riferite alle “gabbie” nuove che si stanno costruendo ovunque in vario modo (soprattutto nei Cie) e al “peccato dell’indifferenza” che nessuno può più permettersi. Si parte sempre da parole tratte da fedeli trascrizioni di cronache quotidiane; vengono illustrati i significati formali e sostanziali, espliciti e impliciti, con citazioni funzionali di studiosi e colti acuti riferimenti alla musica e alla cinematografia; “zingaro”, “lager”, “confini” e tante altre, senza mai concedere nulla a ricette facili e semplificazioni autoassolutorie. Stigmi generalizzanti, autorappresentazioni stereotipate e denunce indistinte sono riferibili a personaggi politici di varia estrazione culturale e contesto istituzionale. I migranti rappresentano un capro espiatorio elettivo per ogni tipo di rivendicazione identitaria. Un lessico consapevole e controllato è la premessa per non assistere in silenzio al “cattivismo” in corso. Forti di differenti complementari esperienze (all’interno del Senato della Repubblica e del Garante per la protezione dei dati personali), gli autori contribuiscono a “leggere” i conflitti attinenti il migrare, i flussi di emigranti, le comunità dei cittadini, degli stranieri e degli immigrati. Arricchiamo di dimensioni culturali e di moduli espressivi la nostra identità di individui sociali umani!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Confesso che ho stonato (Le varie di Valerio 77)

Gianni Mura
Confesso che ho stonato
Skyra, 2017
Musica

Italia e Francia. L’ultimo secolo. Gianni Mura è nato il 9 ottobre 1945 ed è sempre vissuto a Milano. Giornalista da oltre cinquant’anni, ha iniziato alla Gazzetta dello Sport subito dopo la conclusione del Liceo Classico (il Manzoni), presto rinunciando alla laurea in Lettere moderne dovendo girare l’Italia, l’Europa, il mondo per seguire eventi e personalità dell’agonismo sportivo, soprattutto calcio e ciclismo. Pare che avrebbe voluto, invece, fare il cantautore, provò pure a cantare nei cori scolastici alle medie, fu sconsigliato e ora ha deciso di raccontare minuziosamente il lungo intenso amore per la musica di uno che non va a tempo. Spiega di essersi acculturato di arie e canzoni nelle caserme dove lavorava il padre maresciallo dei carabinieri, cresciuto in un mondo di regole da rispettare, con libri e radio come uniche evasioni a disposizione. Da allora quando può canticchia, Giovanna Marini gli disse di trovarlo un poco distonico, altri tradussero in “totalmente stonato”, ma secondo lei forse poteva piacere a Luigi Nono. Si è così rassegnato al ruolo di ascoltatore e, proprio per questo, sopporta poco che ai concerti di musica cosiddetta leggera (non succede per jazz e classica) la musica non si senta e gli spettattori urlino insieme al cantante le parole delle canzoni (tipo karaoke), fra raggi laser e luci stroboscopiche. Nella sua educazione e nel suo ascolto esistono frammenti e passioni in molte lingue di molti continenti, sottolinea comunque spesso di prediligere il cantautorato francese e italiano del secolo scorso, anche in dialetto (milanese e non solo), anche impregnato di valori civili (le vite di chi sta ai margini, morti e sofferenze di chi lavora duro). Più di tutti suggerisce di riascoltare il musicista, compositore e autore Sergio Endrigo.

Che bello! Di Gianni Mura potete leggere volentieri ogni scritto, quelli che muoiono quotidianamente sulla carta stampata, quelli che vivono in volumi di genere vario: articolo, racconto, romanzo, reportage, conversazione, intervista, recensione o cronaca di costume che sia. Scrittura eccelsa, arguzia stilistica, divulgazione colta, forma e sostanza. Qui inaugura un’interessante collana di “Note d’autore” trattando argomenti musicali con garbo e competenza. Confessa subito che lui stona da sempre e regolarmente. Poi finisce per citare in una decina di più o meno brevi capitoli circa 170 musicisti che gli (ci) hanno regalato “emozioni con le loro canzoni, una solo oppure tante”, perlopiù italiani, tanti francesi. Non è un elenco organico, né vuole essere la storia di un periodo, trovate pochi gruppi e poco pop, è ovvio. Alcune canzoni sono citate lungamente e contestualizzate. Sono impressioni di un appassionato serio che narra mirabilmente delle proprie passioni musicali, di aneddoti e incontri connessi, ogni capitolo con un suo motivo ricorrente, un ritornello orecchiabile: Bearzot patito di be-bop, Brera che descrive Pelè con Leopardi, il valore (non immemorabile) degli inni delle squadre di calcio, la musica che accompagna vari altri sport, Ėdith Piaf, le pietre sonore di Pinuccio Sciola, la fisarmonica come esperanto degli strumenti e anguria della musica, il rispetto e l’altruismo del duo Enzo Jannacci – Beppe Viola nel triangolo di piazza Adigrat – via Sismondi – via Lomellina, i tanti assurdi tagli alle canzoni da parte della censura pubblica e privata, l’abuso di parole imprecise nelle descrizioni della musica e il complesso intreccio fra poesie e canzoni. Un libro da cui si capisce finalmente bene cos’è il ritmo in letteratura.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’abisso (Le varie di Valerio 76)

Flore Murard-Yovanovitch
L’abisso. Piccolo mosaico del disumano
Stampa alternativa , 2017
Traduzione di Luca Briasco
Reportage

Mediterraneo. Ai giorni nostri. “In una pulsione senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale, l’Europa sceglie la violenza come politica e decide di spostare la sua Frontiera più a sud, in Africa, trasformandosi in un dispositivo per bloccare e per deportare chi tenta di arrivare – l’Europa si fa muraglia di eserciti e di poliziotti, di campi, di leggi e persecuzioni”. Da circa dieci anni la giornalista Flore Murard-Yovanovitch, di origine serbe, nata e cresciuta in Francia, globetrotter militante, spesso con base a Roma, raccoglie cronache, commenti, pensieri, recensioni nel blog Floremy, molto imperniato sulla (cattiva) politica europea nei confronti delle immigrazioni. Non solo comunque: si tratta di scritture intuitive di quello che c’è nell’aria e delle trasformazioni psicosociali in corso, pulsanti verso una società diversa, libera e davvero umana fondata su rapporti umani nonviolenti, sulle realizzazioni reciproche degli individui, della loro identità, in creatività e fantasia. Esce ora con la terza parte di quello che ha chiamato “piccolo mosaico del disumano”. Dopo Derive (2014) e La negazione del Soggetto Migrante (2015), L’abisso (ottobre 2017) contiene quasi una trentina di testimonianze e resoconti su episodi di flusso migratorio del biennio 2015-2016: la percezione “delirante” (concetto ripreso dallo psichiatra Fagioli) che impera sugli organi d’informazione e sui social, capace di delirare sugli esodi, distorcendo dati e realtà; il nuovo “fascismo” della frontiera, ovvero muri razziali, caccia ai profughi, campi di concentramento nuovi lager lungo i transiti o all’arrivo, rimpatri forzati e mortiferi; la vera e propria “guerra” ai migranti, ovvero pattugliamenti militari respingenti, fuoco armato contro i soccorritori, naufragi indotti o accettati, psicopatologia dei poteri statali e comunitari.

Flore Murard-Yovanovitch (Parigi, 1972) è una storica di formazione, divenuta ben presto operatrice dell’Onu e di varie Organizzazioni non governative, giornalista freelance, coinvolta nelle esperienze di psichiatria dell’analisi collettiva di Massimo Fagioli (1931-2017), testimone diretta e sul campo di storie e volti di esodati. I testi erano in parte usciti anche su quotidiani cartacei e online, agenzie varie. Nel volume la scrittrice assembla i pezzi non per tema, ma per amaro argomento e aggiunge un lavoro di editing, oltre a un ricco apparato di circa cento note (con citazioni bibliografiche e riferimenti giuridici). Entusiasta l’impegnata postfazione di Alessandro Dal Lago, che parte dal “costo umano” dei morti di frontiera (“Trentamila annegati in vent’anni. Quaranta o forse cinquantamila morti, se contiamo le vittime, per fame, sete, torture o guerra, nelle savane, nei deserti e nelle desolazioni che separano l’Africa… dalle coste mediterranee”) e integra il libro con le novità del 2017: “quello che è successo in Italia tra il febbraio e l’estate del 2017 non ha precedenti. Una campagna, probabilmente appoggiata o ispirata dai servizi segreti, alimentata dai media scandalistici e legittimata da alcuni magistrati inquirenti loquaci o specializzati in esternazioni alla stampa, ha preso di mira le navi delle Ong che operano tra Sicilia e Libia, salvando migliaia di migranti”. Ė purtroppo un dato che l’Europa di fatto non ha mai riconosciuto il diritto di restare (con la schiavitù antica e moderna, il colonialismo, lo sfruttamento, le emissioni di gas serra) e ha paura della libertà di migrare (altrui e universale), unita da una psicosi nazionalistica ed etnocentrica. Abbiamo bisogno di conoscenza ed empatia per resistere alle abissali disuguaglianze!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chi ha bisogno di te (Le varie di Valerio 75)

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017
Sentimentale Musicale

Milano. Ora. Siamo insieme a una coppia appassionata dei Queen, una studentessa 17enne di seconda liceo e la Mamma 43enne, attraverso un diario di 51 scene. Nella prima la ragazza narra di sé chiusa nella propria stanza di casa, con le cuffie ad ascoltare Freddie Mercury e in testa pensieri convinti che è ora d’innamorarsi. Il suo nome è Mary (Meri), la compagna di classe e amica del cuore si chiama Sara, gira in bici, gioca a tennis, prende lezioni di piano e canta intonata all’interno di un coro, riesce a studiare solo con la musica ad alto volume (abbassa solo per matematica e scienze), pensa forse di iscriversi a Ingegneria Civile. La madre scrive, dopo aver studiato al Piccolo e aver insegnato molti anni ora fa la drammaturga (un suo personaggio è una grassa molto contenta, Olga), vive sola con la figlia e da sempre le spiega la vita con i testi delle canzoni, ben gestisce tante piante nei terrazzi e tanti libri dentro, mantiene una chioma lunga più di cinquanta centimetri, anoressica mentale di rado, per il resto sempre alla ricerca di qualcosa. Una svolta importante della loro vita ebbe luogo dieci anni prima, Meri era piccola ed esile con lunghi capelli chiari, il padre si trovava ancora con loro. Erano in vacanza a Berceto in provincia di Parma, per raccogliere semi e funghi, a fine agosto. Nello stesso bell’albergo c’era un gruppo di ragazzi appassionati di motocross, s’innamorò infantilmente di uno di loro, Davide; poi ci fu un incendio, si ustionò una mano, pur riacquistandone poi lentamente le funzioni; ebbe altri traumi uditivi, avendo poi maturato una maggiore sensibilità a ogni ronzio (soprattutto di mosche e api). E, dopo, i suoi si separarono. Meri e Sara sono carine e intelligenti; non si drogano, non fumano, non soffrono d’anoressia; si raccontano sempre (quasi) tutto. Ora c’è qualcuno che lascia fogliettini e messaggini anonimi per Meri, s’industriano per capirci qualcosa.

La scrittrice di talento Elisabetta Bucciarelli continua la sua ricerca narrativa (amante della poesia) con trame di coppie, qui madre-figlia soprattutto, e accorto uso delle parole, riferite a fattori biotici chiave, qui semi e api, per sostanziose ragioni che emergono dal diario, e soprattutto qui il mitico cantautore compositore gay leader dei Queen, sentimentalmente Freddie (1946-1991). Non a caso, è il terzo volume della collana di musica narrata (curata da Biondillo e Tonti) “Note d’autore”, dedicata alle colonne sonore proprie di personalità del mondo della cultura letteraria: non saggi o biografie, racconti (anche) della storia d’amore di uno scrittore con la musica. Entrambe le protagoniste femminili hanno spunti autobiografici, anche se la prima persona è assegnata a chi ne ha meno. La libera ricostruzione della mappa emotiva riguarda perlopiù proprio Meri. Il titolo fa riferimento all’incontenibile bisogno d’innamorarsi e di amare, all’incontrollabile sentimento dell’amore (nell’aprirsi e nel chiudersi), alla reciprocità e singolarità di alcuni effetti. La dedica appunto consegue: “stimo solo chi ha molto amato”, una frase che a un certo punto Meri prende da Olga, uno dei personaggi “inventati” dalla Mamma, che ora sta scrivendo un testo teatrale, protagonista un adolescente che minaccia di farsi fuori nel bagno del liceo. Meri, dal canto suo, riflette intensamente sull’autore dei biglietti, il primo in una busta sigillata, frasi scritte a mano di qualcuno che la conosce bene, condivide gusti d’ascolto e di lettura. L’indagine la porta a creare occasioni d’incontro, a cercarlo, a farsi cercare, a produrre un movimento di imprevedibili svelamenti d’identità e di relazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chandler Award: Margaret Atwood

Nei prossimi giorni a Milano (4-6 dicembre) e Como (7-10) si svolgerà la XXVII edizione del Noir in Festival; il 4 viene assegnato lo Scerbanenco, il Premio Raymond Chandler sarà consegnato alla straordinaria scrittrice canadese Margaret Atwood; su Atwood, ecologia, climate fiction Valerio Calzolaio ha scritto un pezzo per il catalogo del festival (disponibile cartaceo in quei giorni); forse pochi ricordano la collana Verdenero coeva della definizione cli-fi.

 MARGARET ATWOOD e la scienza dell’ecologia
CATALOGO NOIR DICEMBRE 2017
(Valerio Calzolaio)

Tra il 2003 e il 2013 Margaret Atwood pubblica tre libri ambientati nel futuro prossimo, circa cinquant’anni dopo in un ecosistema sconvolto da una catastrofe ecologica. Era già una scrittrice di fama mondiale, con trent’anni di carriera e riconoscimenti. Vi era appena stato lo straordinario successo del capolavoro The Blind Assassin (2000, Booker Prize e Hammett Award, edito in Italia l’anno successivo), una torbida vicenda familiare novecentesca nel passato del Canada. Passò a un altro snodo della propria ricerca letteraria. Il termine cli-fi non veniva usato quando uscì il primo, eppure la trilogia viene oggi considerata una sorta di pietra miliare della climate fiction, quasi un vero e proprio campo letterario, appunto la cli-fi, branca contemporanea della fantascienza, science fiction, l’amata sci-fi. I tre libri dell’Adamo pazzo, MaddAddam Trilogy sono Oryx And Crake (2003, L’ultimo degli uomini), The Year of the Flood (2009, 2010 in Italia), MaddAddam (2013, L’altro inizio, sempre per Ponte alle Grazie 2014). Avevano l’obiettivo di offrire una nuova prospettiva culturale non un nuovo genere letterario. Va detto che nemmeno il romanzo The Blind Assassin è propriamente un giallo o un noir, nonostante il titolo o crimini e misteri di cui è intriso; prevalentemente ambientato nel 1945-47 ricostruisce lo sviluppo e le crisi industriali, le relazioni sociali e familiari in una parte del Canada lungo la prima metà del Novecento con una narratrice di fine secolo. Il punto di vista è quello di due sorelle ed evidenzia ruoli e diritti delle donne come individui di un potere segnato dai maschi. E non mancano riferimenti al contesto ambientale.
Noi del noir evitiamo lunghe disquisizioni sulle etichette dei generi, tanto più su sci-fi e cli-fi: gli scrittori si sono sempre confrontati con l’ambiente naturale delle loro storie, anche per dare qualche base scientifica al rapporto dei personaggi con gli ecosistemi; vari scrittori da molto tempo narrano di futuro, più o meno terribile e fantascientifico, per descrivere possibili sviluppi del presente; esiste ormai una diffusa consapevolezza su alcuni raggiunti confini planetari e sugli effetti dei cambiamenti climatici antropici globali. Atwood stessa preferisce definire la propria letteratura speculative fiction, narrazioni per ragionare e re-agire, per far emergere con competenza e liricità i nessi fra scienza e politica, fra inquinamenti e disuguaglianze, per mostrare alternative fra scenari distopici e resilienze possibili, fra una distopia e un’utopia fantastiche, verosimili, comunque relative.
La trilogia considerata cli-fi descrive la fine della civilizzazione intorno alla metà del secolo in corso sulla East Coast; a quel punto una “catastrofe” ecologica, genetica e sociale è già avvenuta, tutti i tre romanzi descrivono le scarse e precarie relazioni umane sopravvissute con punti di vista diversi, intersecando poeticamente flashbacks e digressioni, miti culturali e questioni scientifiche, morti e rinascite di Adamo ed Eva. Non sono temi nuovi dell’universo narrativo della straordinaria scrittrice canadese, per certi versi l’intera opera ha sempre cercato, attraversando più generi (saggi, versi, sceneggiature, narrazioni varie per adulti e bambini), di vedere con realismo dove di brutto rischiamo di andare, per colpa o responsabilità di chi e su cosa fare leva per evitarlo: ripulsa, poesia, ecologia. Per altro, lo stesso The Blind Assassin ha atmosfere “gialle” su tre diversi piani temporali: la secolare storia della famiglia Chase, la vicenda del famoso omonimo romanzo (d’amore) e il futuro distopico sul pianeta Zycron (esigue bande di nomadi primitivi in mezzo a orribili distruzioni) che l’amato declama all’amata.
Le periodizzazioni della critica collocano nel 2007 il momento in cui si esplicita nella letteratura anglofona una tendenza alla climate fiction. Proprio Atwood riprese il termine e contribuì a renderlo “social”, insieme al proprio impegno contro ogni violenza. Da allora si citano alcuni precursori o pionieri e innumerevoli opere, letterarie televisive cinematografiche, siti hastag e pagine facebook. Il cli-fi si è caratterizzato per narrazioni che, a differenza della più parte della fantascienza tradizionale, non riguardano tecnologie immaginarie o pianeti lontani, piuttosto scenari ipotizzabili per un prossimo futuro del nostro pianeta. A esempio, quanto probabilmente accadrà se persisteranno gli effetti del climate change e avranno luogo gli scenari descritti dall’Intergovernmental Panel noto come IPCC: innalzamento del mare e sommersione di aree costiere, eventi meteorologici sempre più estremi, desertificazione in aree ora solo un po’ secche o siccitose. Il 2007 fu l’anno in cui il Premio Nobel per la pace venne assegnato all’IPCC e ad Al Gore.
Il romanzo e il film con contenuto climatologico sono divenuti spesso uno strumento utile agli sforzi collettivi per affrontare il riscaldamento globale, per superare negazionismo e diffidenza. Dan Bloom, laureato a Boston nel 1971 in letteratura, poi giornalista in giro per il mondo, attivista ecologista, usò il termine “cli-fi” su Amazon, da allora lo ha “gestito” in saggi e rapporti. Non voleva definire un nuovo “genere”, ma solo trovare una fraseologia accattivante per valorizzare la letteratura che si occupa di cambiamenti climatici e di riscaldamento del pianeta. La mattina del 23 aprile 2012 Margaret Atwood twittò: “ecco un nuovo termine, cli-fi” e citò l’articolo di Bloom, suscitando interesse e apprezzamento ancor più larghi. Con l’affermarsi della nozione, il mondo dell’editoria iniziò a considerarlo come una nuova a sé stante categoria. In un decennio il cli-fi è divenuto un fenomeno letterario globale, un fenomeno noir visto che descrive alcuni crimini contro l’umanità (e gli ecosistemi), chi li investiga e il conflitto (non proprio e non sempre a lieto fine) che si determina. Tratta di ingiustizia sociale e ambientale, il colpevole (collettivo) viene ancora poco e male perseguito.
Pochi ricordano che anche in Italia nello stesso 2007 cominciò a uscire la collana Verdenero, di cui si discusse già nell’edizione di dicembre 2007 del Noir in festival. Tutti i maggiori scrittori italiani del noir uscirono con un testo appositamente scritto per la collana, libri legati alla scienza dell’ecologia, non solo al clima. La scelta della noir climate fiction è meno deliberata, allora fu Baldini (“Melma”, Edizioni Ambiente 2007) ad adottare una prospettiva cli-fi, molti altri poi, con particolare efficacia Arpaia nel 2016 (“Qualcosa, là fuori”, Guanda). Baldini colloca il suo romanzo nel 2050, Arpaia illustra la vicenda del millennial napoletano Livio dal 2038 (dottorato in California) al 2078 (fuga dal Sud Italia verso il nord Europa), alle prese con i peggiori scenari descritti dall’IPCC (nel caso prevalga, come purtroppo sembra, l’opzione business as usual). Niente spettacolarizzazioni, il nostro catalogo di dieci anni fa spiegava che “il noir ecologista fa bene all’ambiente”: è fecondo parlare dei crimini contro gli ecosistemi e di un nuovo patto di sopravvivenza sul pianeta (non del pianeta), fondato sulla maggiore rinuncia possibile al carbone, sull’aumento dell’efficienza dei carburanti e dei combustibili, sulle fonti rinnovabili di energia, sull’efficiente assistenza ai nuovi paesi industrializzati e sull’aiuto sostenibile ai paesi in via di sviluppo.
Margaret Eleanor Atwood, Raymond Chandler Award 2017, ci è riuscita alla grande, memore della propria sopravvivenza ed evoluzione nelle foreste e nei ghiacci del Québec. Nata a Ottawa nell’Ontario nel 1939, seconda di tre figli, grazie all’infanzia immersa nella scuola della natura e ai genitori “scienziati” (padre entomologo, madre nutrizionista), ha sempre avuto grande attenzione alla vita come coevoluzione di specie e al pianeta come insieme di fattori biotici e abiotici non a “disposizione” degli umani. Prestissimo ha scelto la propria vocazione per la letteratura, leggendo, scrivendo, studiandola, riflettendoci, insegnandola. La bibliografia è ampissima e multiforme, solo in parte tradotta in italiano (poco i componimenti poetici e i saggi). Ora, con l’avvento di Trump, è tornato di moda il suo gran romanzo The Handmaid’s Tale (1985, Mondadori 1988, Ponte alle Grazie 2017), oggetto anche di una recente seguitissima trasposizione televisiva. Allora fu definito “inverosimile”, tuttavia l’Ancella aveva illustrato già oltre trent’anni fa un’America misogina occupata da fondamentalismo religioso (con istituzioni totalitarie) e degrado ambientale (con conseguente calo delle nascite), da oppressioni sessuali ed etniche, con una possibile fuga verso il Canada (oggi uno dei paesi con intelligenti, competenti, sostenibili e solidali politiche migratorie). In parte sono anticipazioni di una lucida testimone, in parte sono cicli della storia politica, in parte è una dinamica permanente del capitalismo contemporaneo.
Alla qualità letteraria non è forse indispensabile la coerenza di scelte e idee degli scrittori, né il fondamento culturale delle narrazioni. Atwood comunque garantisce entrambi. Sa di cosa parla: suscita emozioni perché le prova, si documenta con cura, raccoglie fatti accaduti e scenari veri, confronta con amici esperti la descrizione dei fenomeni, sceglie la precisione nell’uso evocativo delle parole. E cerca di agire secondo un principio isomorfico: vive e consuma con spirito critico, usa ovunque ironia e autoironia senza invettive e presunzioni, partecipa attivamente a informate campagne per la giustizia sociale, da molti anni è militante del Partito Verde canadese (pur sapendo che ogni dimensione politica ecologista ha una sua specifica storia nazionale). Amiamo leggerla perché scrive in modo stupendo, forse anche perché trasmette voglia di “diritti”. Molti individui, le donne, i migranti, gli inquinati, gli oppressi, le altre specie testimoniano ingiustizie che possono incontrare resistenza, la sua e la nostra indignazione. E capacità di rivalsa.

(Valerio Calzolaio per il NoirFest)

Al lavoro e alla lotta (Le varie di Valerio 74)

Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli
Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci
Harpo, 207
Politica, Storia

Il Partito Comunista Italiano. 1921-1991. Una napoletana (Franca Chiaromonte, 1957) e una ravennate (Fulvia Bandoli, Bagnocavallo, 1952) con una comune esperienza di funzionarie di partito e parlamentari, molte affinità sociali e personali, notevoli differenze politiche, leopardiane e attente al pensiero ironico, hanno deciso di raccontare il Pci attraverso 180 parole-chiave e dieci interviste. Il corpo del loro partito non c’è più, purtuttavia ha avuto un ruolo così significativo nella storia europea del secolo scorso che un glossario meditato di alcuni termini aiuta a ricostruirne periodizzazioni e geografie, personalità e scelte. Non si tratta di un elenco oggettivo ed esaustivo, sia perché hanno scelto di citare le parole che ricordavano nella loro specifica esperienza di figlie di compagni, giovani militanti e autorevoli dirigenti in alcune fasi, sia perché confermano in ogni definizione la pratica (femminista e fertile) di partire sempre dal proprio vissuto, anche quello emotivo e lessicale. Troverete modi di dire e di fare, fraseologia politica coniugata Fgci o Pci, simboli formali e sostanziali (come il Bottegone), termini storici (come “Austerità”, lì l’ecologia, non in “Territorio”). Ognuno che ha vissuto la politica a quei tempi, fuori o dentro partiti e istituzioni, sarà tentato dallo sport di vedere le parole (come Scienza) che mancano (alla propria memoria), sforzo inutile in questo caso. Sono parole o voci, non nomi propri, politici studiosi scrittori vengono casomai richiamati all’interno del lemma (e sarebbe stato utile un indice dei nomi): dunque Compromesso Storico, Donne Comuniste e Stalinismo sì, no Democrazia Cristiana, Femminismo e Berlinguer (citatissimo poi nella narrazione). Breve la narrazione del titolo, “al lavoro e alla lotta”: “con queste parole si chiudevano di solito le manifestazioni, i congressi e i comizi… Noi che venivamo dal ’68 o che stavamo annusando il femminismo avevamo serie difficoltà a usare parole così enfatiche…”.

Il Pci maturò ben presto una visione “progressiva” della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di “casematte”, come effetto dell’interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Fu dunque un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto), rifiutava contaminazioni episodiche e rapide. Tuttavia fu sempre capace lentamente di “metabolizzare” novità e pensieri lunghi; risultò una “spugna” prudente e permanente, riuscendo ad assimilare movimenti e culture di sinistra. Riportare alla luce il lessico del comunismo italiano è pertanto un’operazione utile alla storia e alla politica contemporanee, la narrazione politica era essenziale in quel grande articolato partito di massa, l’uso di parole precise (più o meno metaforiche) funzionale alla vita collettiva interna e alla ricerca del consenso esterno, non solo alla “concorrenza” rispetto agli altri soggetti politici. Circa cento pagine sono dedicate alle interviste fatte a personalità che attraversarono la stessa storia: sei donne (Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Lia Cigarini, Graziella Falconi, Marisa Rodano, Livia Turco) e quattro uomini (Cuperlo, Macaluso, Occhetto, Tortorella). Tutti rispondono alle stesse identiche dieci domande, riferite alla biografia di ciascuno (i libri di formazione, la scelta del Pci), a valutazioni sul partito (il rapporto fra i sessi, la Carta delle Donne, i nessi dirigenza-lavoro di base e intellettuale-operaio, gli organi d’informazione, la comunità politica) e all’attualità (cosa ancora ci manca del Pci, come si è collocati politicamente oggi).

(Recensione di Valerio Calzolaio)