Confesso che ho stonato (Le varie di Valerio 77)

Gianni Mura
Confesso che ho stonato
Skyra, 2017
Musica

Italia e Francia. L’ultimo secolo. Gianni Mura è nato il 9 ottobre 1945 ed è sempre vissuto a Milano. Giornalista da oltre cinquant’anni, ha iniziato alla Gazzetta dello Sport subito dopo la conclusione del Liceo Classico (il Manzoni), presto rinunciando alla laurea in Lettere moderne dovendo girare l’Italia, l’Europa, il mondo per seguire eventi e personalità dell’agonismo sportivo, soprattutto calcio e ciclismo. Pare che avrebbe voluto, invece, fare il cantautore, provò pure a cantare nei cori scolastici alle medie, fu sconsigliato e ora ha deciso di raccontare minuziosamente il lungo intenso amore per la musica di uno che non va a tempo. Spiega di essersi acculturato di arie e canzoni nelle caserme dove lavorava il padre maresciallo dei carabinieri, cresciuto in un mondo di regole da rispettare, con libri e radio come uniche evasioni a disposizione. Da allora quando può canticchia, Giovanna Marini gli disse di trovarlo un poco distonico, altri tradussero in “totalmente stonato”, ma secondo lei forse poteva piacere a Luigi Nono. Si è così rassegnato al ruolo di ascoltatore e, proprio per questo, sopporta poco che ai concerti di musica cosiddetta leggera (non succede per jazz e classica) la musica non si senta e gli spettattori urlino insieme al cantante le parole delle canzoni (tipo karaoke), fra raggi laser e luci stroboscopiche. Nella sua educazione e nel suo ascolto esistono frammenti e passioni in molte lingue di molti continenti, sottolinea comunque spesso di prediligere il cantautorato francese e italiano del secolo scorso, anche in dialetto (milanese e non solo), anche impregnato di valori civili (le vite di chi sta ai margini, morti e sofferenze di chi lavora duro). Più di tutti suggerisce di riascoltare il musicista, compositore e autore Sergio Endrigo.

Che bello! Di Gianni Mura potete leggere volentieri ogni scritto, quelli che muoiono quotidianamente sulla carta stampata, quelli che vivono in volumi di genere vario: articolo, racconto, romanzo, reportage, conversazione, intervista, recensione o cronaca di costume che sia. Scrittura eccelsa, arguzia stilistica, divulgazione colta, forma e sostanza. Qui inaugura un’interessante collana di “Note d’autore” trattando argomenti musicali con garbo e competenza. Confessa subito che lui stona da sempre e regolarmente. Poi finisce per citare in una decina di più o meno brevi capitoli circa 170 musicisti che gli (ci) hanno regalato “emozioni con le loro canzoni, una solo oppure tante”, perlopiù italiani, tanti francesi. Non è un elenco organico, né vuole essere la storia di un periodo, trovate pochi gruppi e poco pop, è ovvio. Alcune canzoni sono citate lungamente e contestualizzate. Sono impressioni di un appassionato serio che narra mirabilmente delle proprie passioni musicali, di aneddoti e incontri connessi, ogni capitolo con un suo motivo ricorrente, un ritornello orecchiabile: Bearzot patito di be-bop, Brera che descrive Pelè con Leopardi, il valore (non immemorabile) degli inni delle squadre di calcio, la musica che accompagna vari altri sport, Ėdith Piaf, le pietre sonore di Pinuccio Sciola, la fisarmonica come esperanto degli strumenti e anguria della musica, il rispetto e l’altruismo del duo Enzo Jannacci – Beppe Viola nel triangolo di piazza Adigrat – via Sismondi – via Lomellina, i tanti assurdi tagli alle canzoni da parte della censura pubblica e privata, l’abuso di parole imprecise nelle descrizioni della musica e il complesso intreccio fra poesie e canzoni. Un libro da cui si capisce finalmente bene cos’è il ritmo in letteratura.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’abisso (Le varie di Valerio 76)

Flore Murard-Yovanovitch
L’abisso. Piccolo mosaico del disumano
Stampa alternativa , 2017
Traduzione di Luca Briasco
Reportage

Mediterraneo. Ai giorni nostri. “In una pulsione senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale, l’Europa sceglie la violenza come politica e decide di spostare la sua Frontiera più a sud, in Africa, trasformandosi in un dispositivo per bloccare e per deportare chi tenta di arrivare – l’Europa si fa muraglia di eserciti e di poliziotti, di campi, di leggi e persecuzioni”. Da circa dieci anni la giornalista Flore Murard-Yovanovitch, di origine serbe, nata e cresciuta in Francia, globetrotter militante, spesso con base a Roma, raccoglie cronache, commenti, pensieri, recensioni nel blog Floremy, molto imperniato sulla (cattiva) politica europea nei confronti delle immigrazioni. Non solo comunque: si tratta di scritture intuitive di quello che c’è nell’aria e delle trasformazioni psicosociali in corso, pulsanti verso una società diversa, libera e davvero umana fondata su rapporti umani nonviolenti, sulle realizzazioni reciproche degli individui, della loro identità, in creatività e fantasia. Esce ora con la terza parte di quello che ha chiamato “piccolo mosaico del disumano”. Dopo Derive (2014) e La negazione del Soggetto Migrante (2015), L’abisso (ottobre 2017) contiene quasi una trentina di testimonianze e resoconti su episodi di flusso migratorio del biennio 2015-2016: la percezione “delirante” (concetto ripreso dallo psichiatra Fagioli) che impera sugli organi d’informazione e sui social, capace di delirare sugli esodi, distorcendo dati e realtà; il nuovo “fascismo” della frontiera, ovvero muri razziali, caccia ai profughi, campi di concentramento nuovi lager lungo i transiti o all’arrivo, rimpatri forzati e mortiferi; la vera e propria “guerra” ai migranti, ovvero pattugliamenti militari respingenti, fuoco armato contro i soccorritori, naufragi indotti o accettati, psicopatologia dei poteri statali e comunitari.

Flore Murard-Yovanovitch (Parigi, 1972) è una storica di formazione, divenuta ben presto operatrice dell’Onu e di varie Organizzazioni non governative, giornalista freelance, coinvolta nelle esperienze di psichiatria dell’analisi collettiva di Massimo Fagioli (1931-2017), testimone diretta e sul campo di storie e volti di esodati. I testi erano in parte usciti anche su quotidiani cartacei e online, agenzie varie. Nel volume la scrittrice assembla i pezzi non per tema, ma per amaro argomento e aggiunge un lavoro di editing, oltre a un ricco apparato di circa cento note (con citazioni bibliografiche e riferimenti giuridici). Entusiasta l’impegnata postfazione di Alessandro Dal Lago, che parte dal “costo umano” dei morti di frontiera (“Trentamila annegati in vent’anni. Quaranta o forse cinquantamila morti, se contiamo le vittime, per fame, sete, torture o guerra, nelle savane, nei deserti e nelle desolazioni che separano l’Africa… dalle coste mediterranee”) e integra il libro con le novità del 2017: “quello che è successo in Italia tra il febbraio e l’estate del 2017 non ha precedenti. Una campagna, probabilmente appoggiata o ispirata dai servizi segreti, alimentata dai media scandalistici e legittimata da alcuni magistrati inquirenti loquaci o specializzati in esternazioni alla stampa, ha preso di mira le navi delle Ong che operano tra Sicilia e Libia, salvando migliaia di migranti”. Ė purtroppo un dato che l’Europa di fatto non ha mai riconosciuto il diritto di restare (con la schiavitù antica e moderna, il colonialismo, lo sfruttamento, le emissioni di gas serra) e ha paura della libertà di migrare (altrui e universale), unita da una psicosi nazionalistica ed etnocentrica. Abbiamo bisogno di conoscenza ed empatia per resistere alle abissali disuguaglianze!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chi ha bisogno di te (Le varie di Valerio 75)

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017
Sentimentale Musicale

Milano. Ora. Siamo insieme a una coppia appassionata dei Queen, una studentessa 17enne di seconda liceo e la Mamma 43enne, attraverso un diario di 51 scene. Nella prima la ragazza narra di sé chiusa nella propria stanza di casa, con le cuffie ad ascoltare Freddie Mercury e in testa pensieri convinti che è ora d’innamorarsi. Il suo nome è Mary (Meri), la compagna di classe e amica del cuore si chiama Sara, gira in bici, gioca a tennis, prende lezioni di piano e canta intonata all’interno di un coro, riesce a studiare solo con la musica ad alto volume (abbassa solo per matematica e scienze), pensa forse di iscriversi a Ingegneria Civile. La madre scrive, dopo aver studiato al Piccolo e aver insegnato molti anni ora fa la drammaturga (un suo personaggio è una grassa molto contenta, Olga), vive sola con la figlia e da sempre le spiega la vita con i testi delle canzoni, ben gestisce tante piante nei terrazzi e tanti libri dentro, mantiene una chioma lunga più di cinquanta centimetri, anoressica mentale di rado, per il resto sempre alla ricerca di qualcosa. Una svolta importante della loro vita ebbe luogo dieci anni prima, Meri era piccola ed esile con lunghi capelli chiari, il padre si trovava ancora con loro. Erano in vacanza a Berceto in provincia di Parma, per raccogliere semi e funghi, a fine agosto. Nello stesso bell’albergo c’era un gruppo di ragazzi appassionati di motocross, s’innamorò infantilmente di uno di loro, Davide; poi ci fu un incendio, si ustionò una mano, pur riacquistandone poi lentamente le funzioni; ebbe altri traumi uditivi, avendo poi maturato una maggiore sensibilità a ogni ronzio (soprattutto di mosche e api). E, dopo, i suoi si separarono. Meri e Sara sono carine e intelligenti; non si drogano, non fumano, non soffrono d’anoressia; si raccontano sempre (quasi) tutto. Ora c’è qualcuno che lascia fogliettini e messaggini anonimi per Meri, s’industriano per capirci qualcosa.

La scrittrice di talento Elisabetta Bucciarelli continua la sua ricerca narrativa (amante della poesia) con trame di coppie, qui madre-figlia soprattutto, e accorto uso delle parole, riferite a fattori biotici chiave, qui semi e api, per sostanziose ragioni che emergono dal diario, e soprattutto qui il mitico cantautore compositore gay leader dei Queen, sentimentalmente Freddie (1946-1991). Non a caso, è il terzo volume della collana di musica narrata (curata da Biondillo e Tonti) “Note d’autore”, dedicata alle colonne sonore proprie di personalità del mondo della cultura letteraria: non saggi o biografie, racconti (anche) della storia d’amore di uno scrittore con la musica. Entrambe le protagoniste femminili hanno spunti autobiografici, anche se la prima persona è assegnata a chi ne ha meno. La libera ricostruzione della mappa emotiva riguarda perlopiù proprio Meri. Il titolo fa riferimento all’incontenibile bisogno d’innamorarsi e di amare, all’incontrollabile sentimento dell’amore (nell’aprirsi e nel chiudersi), alla reciprocità e singolarità di alcuni effetti. La dedica appunto consegue: “stimo solo chi ha molto amato”, una frase che a un certo punto Meri prende da Olga, uno dei personaggi “inventati” dalla Mamma, che ora sta scrivendo un testo teatrale, protagonista un adolescente che minaccia di farsi fuori nel bagno del liceo. Meri, dal canto suo, riflette intensamente sull’autore dei biglietti, il primo in una busta sigillata, frasi scritte a mano di qualcuno che la conosce bene, condivide gusti d’ascolto e di lettura. L’indagine la porta a creare occasioni d’incontro, a cercarlo, a farsi cercare, a produrre un movimento di imprevedibili svelamenti d’identità e di relazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chandler Award: Margaret Atwood

Nei prossimi giorni a Milano (4-6 dicembre) e Como (7-10) si svolgerà la XXVII edizione del Noir in Festival; il 4 viene assegnato lo Scerbanenco, il Premio Raymond Chandler sarà consegnato alla straordinaria scrittrice canadese Margaret Atwood; su Atwood, ecologia, climate fiction Valerio Calzolaio ha scritto un pezzo per il catalogo del festival (disponibile cartaceo in quei giorni); forse pochi ricordano la collana Verdenero coeva della definizione cli-fi.

 MARGARET ATWOOD e la scienza dell’ecologia
CATALOGO NOIR DICEMBRE 2017
(Valerio Calzolaio)

Tra il 2003 e il 2013 Margaret Atwood pubblica tre libri ambientati nel futuro prossimo, circa cinquant’anni dopo in un ecosistema sconvolto da una catastrofe ecologica. Era già una scrittrice di fama mondiale, con trent’anni di carriera e riconoscimenti. Vi era appena stato lo straordinario successo del capolavoro The Blind Assassin (2000, Booker Prize e Hammett Award, edito in Italia l’anno successivo), una torbida vicenda familiare novecentesca nel passato del Canada. Passò a un altro snodo della propria ricerca letteraria. Il termine cli-fi non veniva usato quando uscì il primo, eppure la trilogia viene oggi considerata una sorta di pietra miliare della climate fiction, quasi un vero e proprio campo letterario, appunto la cli-fi, branca contemporanea della fantascienza, science fiction, l’amata sci-fi. I tre libri dell’Adamo pazzo, MaddAddam Trilogy sono Oryx And Crake (2003, L’ultimo degli uomini), The Year of the Flood (2009, 2010 in Italia), MaddAddam (2013, L’altro inizio, sempre per Ponte alle Grazie 2014). Avevano l’obiettivo di offrire una nuova prospettiva culturale non un nuovo genere letterario. Va detto che nemmeno il romanzo The Blind Assassin è propriamente un giallo o un noir, nonostante il titolo o crimini e misteri di cui è intriso; prevalentemente ambientato nel 1945-47 ricostruisce lo sviluppo e le crisi industriali, le relazioni sociali e familiari in una parte del Canada lungo la prima metà del Novecento con una narratrice di fine secolo. Il punto di vista è quello di due sorelle ed evidenzia ruoli e diritti delle donne come individui di un potere segnato dai maschi. E non mancano riferimenti al contesto ambientale.
Noi del noir evitiamo lunghe disquisizioni sulle etichette dei generi, tanto più su sci-fi e cli-fi: gli scrittori si sono sempre confrontati con l’ambiente naturale delle loro storie, anche per dare qualche base scientifica al rapporto dei personaggi con gli ecosistemi; vari scrittori da molto tempo narrano di futuro, più o meno terribile e fantascientifico, per descrivere possibili sviluppi del presente; esiste ormai una diffusa consapevolezza su alcuni raggiunti confini planetari e sugli effetti dei cambiamenti climatici antropici globali. Atwood stessa preferisce definire la propria letteratura speculative fiction, narrazioni per ragionare e re-agire, per far emergere con competenza e liricità i nessi fra scienza e politica, fra inquinamenti e disuguaglianze, per mostrare alternative fra scenari distopici e resilienze possibili, fra una distopia e un’utopia fantastiche, verosimili, comunque relative.
La trilogia considerata cli-fi descrive la fine della civilizzazione intorno alla metà del secolo in corso sulla East Coast; a quel punto una “catastrofe” ecologica, genetica e sociale è già avvenuta, tutti i tre romanzi descrivono le scarse e precarie relazioni umane sopravvissute con punti di vista diversi, intersecando poeticamente flashbacks e digressioni, miti culturali e questioni scientifiche, morti e rinascite di Adamo ed Eva. Non sono temi nuovi dell’universo narrativo della straordinaria scrittrice canadese, per certi versi l’intera opera ha sempre cercato, attraversando più generi (saggi, versi, sceneggiature, narrazioni varie per adulti e bambini), di vedere con realismo dove di brutto rischiamo di andare, per colpa o responsabilità di chi e su cosa fare leva per evitarlo: ripulsa, poesia, ecologia. Per altro, lo stesso The Blind Assassin ha atmosfere “gialle” su tre diversi piani temporali: la secolare storia della famiglia Chase, la vicenda del famoso omonimo romanzo (d’amore) e il futuro distopico sul pianeta Zycron (esigue bande di nomadi primitivi in mezzo a orribili distruzioni) che l’amato declama all’amata.
Le periodizzazioni della critica collocano nel 2007 il momento in cui si esplicita nella letteratura anglofona una tendenza alla climate fiction. Proprio Atwood riprese il termine e contribuì a renderlo “social”, insieme al proprio impegno contro ogni violenza. Da allora si citano alcuni precursori o pionieri e innumerevoli opere, letterarie televisive cinematografiche, siti hastag e pagine facebook. Il cli-fi si è caratterizzato per narrazioni che, a differenza della più parte della fantascienza tradizionale, non riguardano tecnologie immaginarie o pianeti lontani, piuttosto scenari ipotizzabili per un prossimo futuro del nostro pianeta. A esempio, quanto probabilmente accadrà se persisteranno gli effetti del climate change e avranno luogo gli scenari descritti dall’Intergovernmental Panel noto come IPCC: innalzamento del mare e sommersione di aree costiere, eventi meteorologici sempre più estremi, desertificazione in aree ora solo un po’ secche o siccitose. Il 2007 fu l’anno in cui il Premio Nobel per la pace venne assegnato all’IPCC e ad Al Gore.
Il romanzo e il film con contenuto climatologico sono divenuti spesso uno strumento utile agli sforzi collettivi per affrontare il riscaldamento globale, per superare negazionismo e diffidenza. Dan Bloom, laureato a Boston nel 1971 in letteratura, poi giornalista in giro per il mondo, attivista ecologista, usò il termine “cli-fi” su Amazon, da allora lo ha “gestito” in saggi e rapporti. Non voleva definire un nuovo “genere”, ma solo trovare una fraseologia accattivante per valorizzare la letteratura che si occupa di cambiamenti climatici e di riscaldamento del pianeta. La mattina del 23 aprile 2012 Margaret Atwood twittò: “ecco un nuovo termine, cli-fi” e citò l’articolo di Bloom, suscitando interesse e apprezzamento ancor più larghi. Con l’affermarsi della nozione, il mondo dell’editoria iniziò a considerarlo come una nuova a sé stante categoria. In un decennio il cli-fi è divenuto un fenomeno letterario globale, un fenomeno noir visto che descrive alcuni crimini contro l’umanità (e gli ecosistemi), chi li investiga e il conflitto (non proprio e non sempre a lieto fine) che si determina. Tratta di ingiustizia sociale e ambientale, il colpevole (collettivo) viene ancora poco e male perseguito.
Pochi ricordano che anche in Italia nello stesso 2007 cominciò a uscire la collana Verdenero, di cui si discusse già nell’edizione di dicembre 2007 del Noir in festival. Tutti i maggiori scrittori italiani del noir uscirono con un testo appositamente scritto per la collana, libri legati alla scienza dell’ecologia, non solo al clima. La scelta della noir climate fiction è meno deliberata, allora fu Baldini (“Melma”, Edizioni Ambiente 2007) ad adottare una prospettiva cli-fi, molti altri poi, con particolare efficacia Arpaia nel 2016 (“Qualcosa, là fuori”, Guanda). Baldini colloca il suo romanzo nel 2050, Arpaia illustra la vicenda del millennial napoletano Livio dal 2038 (dottorato in California) al 2078 (fuga dal Sud Italia verso il nord Europa), alle prese con i peggiori scenari descritti dall’IPCC (nel caso prevalga, come purtroppo sembra, l’opzione business as usual). Niente spettacolarizzazioni, il nostro catalogo di dieci anni fa spiegava che “il noir ecologista fa bene all’ambiente”: è fecondo parlare dei crimini contro gli ecosistemi e di un nuovo patto di sopravvivenza sul pianeta (non del pianeta), fondato sulla maggiore rinuncia possibile al carbone, sull’aumento dell’efficienza dei carburanti e dei combustibili, sulle fonti rinnovabili di energia, sull’efficiente assistenza ai nuovi paesi industrializzati e sull’aiuto sostenibile ai paesi in via di sviluppo.
Margaret Eleanor Atwood, Raymond Chandler Award 2017, ci è riuscita alla grande, memore della propria sopravvivenza ed evoluzione nelle foreste e nei ghiacci del Québec. Nata a Ottawa nell’Ontario nel 1939, seconda di tre figli, grazie all’infanzia immersa nella scuola della natura e ai genitori “scienziati” (padre entomologo, madre nutrizionista), ha sempre avuto grande attenzione alla vita come coevoluzione di specie e al pianeta come insieme di fattori biotici e abiotici non a “disposizione” degli umani. Prestissimo ha scelto la propria vocazione per la letteratura, leggendo, scrivendo, studiandola, riflettendoci, insegnandola. La bibliografia è ampissima e multiforme, solo in parte tradotta in italiano (poco i componimenti poetici e i saggi). Ora, con l’avvento di Trump, è tornato di moda il suo gran romanzo The Handmaid’s Tale (1985, Mondadori 1988, Ponte alle Grazie 2017), oggetto anche di una recente seguitissima trasposizione televisiva. Allora fu definito “inverosimile”, tuttavia l’Ancella aveva illustrato già oltre trent’anni fa un’America misogina occupata da fondamentalismo religioso (con istituzioni totalitarie) e degrado ambientale (con conseguente calo delle nascite), da oppressioni sessuali ed etniche, con una possibile fuga verso il Canada (oggi uno dei paesi con intelligenti, competenti, sostenibili e solidali politiche migratorie). In parte sono anticipazioni di una lucida testimone, in parte sono cicli della storia politica, in parte è una dinamica permanente del capitalismo contemporaneo.
Alla qualità letteraria non è forse indispensabile la coerenza di scelte e idee degli scrittori, né il fondamento culturale delle narrazioni. Atwood comunque garantisce entrambi. Sa di cosa parla: suscita emozioni perché le prova, si documenta con cura, raccoglie fatti accaduti e scenari veri, confronta con amici esperti la descrizione dei fenomeni, sceglie la precisione nell’uso evocativo delle parole. E cerca di agire secondo un principio isomorfico: vive e consuma con spirito critico, usa ovunque ironia e autoironia senza invettive e presunzioni, partecipa attivamente a informate campagne per la giustizia sociale, da molti anni è militante del Partito Verde canadese (pur sapendo che ogni dimensione politica ecologista ha una sua specifica storia nazionale). Amiamo leggerla perché scrive in modo stupendo, forse anche perché trasmette voglia di “diritti”. Molti individui, le donne, i migranti, gli inquinati, gli oppressi, le altre specie testimoniano ingiustizie che possono incontrare resistenza, la sua e la nostra indignazione. E capacità di rivalsa.

(Valerio Calzolaio per il NoirFest)

Al lavoro e alla lotta (Le varie di Valerio 74)

Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli
Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci
Harpo, 207
Politica, Storia

Il Partito Comunista Italiano. 1921-1991. Una napoletana (Franca Chiaromonte, 1957) e una ravennate (Fulvia Bandoli, Bagnocavallo, 1952) con una comune esperienza di funzionarie di partito e parlamentari, molte affinità sociali e personali, notevoli differenze politiche, leopardiane e attente al pensiero ironico, hanno deciso di raccontare il Pci attraverso 180 parole-chiave e dieci interviste. Il corpo del loro partito non c’è più, purtuttavia ha avuto un ruolo così significativo nella storia europea del secolo scorso che un glossario meditato di alcuni termini aiuta a ricostruirne periodizzazioni e geografie, personalità e scelte. Non si tratta di un elenco oggettivo ed esaustivo, sia perché hanno scelto di citare le parole che ricordavano nella loro specifica esperienza di figlie di compagni, giovani militanti e autorevoli dirigenti in alcune fasi, sia perché confermano in ogni definizione la pratica (femminista e fertile) di partire sempre dal proprio vissuto, anche quello emotivo e lessicale. Troverete modi di dire e di fare, fraseologia politica coniugata Fgci o Pci, simboli formali e sostanziali (come il Bottegone), termini storici (come “Austerità”, lì l’ecologia, non in “Territorio”). Ognuno che ha vissuto la politica a quei tempi, fuori o dentro partiti e istituzioni, sarà tentato dallo sport di vedere le parole (come Scienza) che mancano (alla propria memoria), sforzo inutile in questo caso. Sono parole o voci, non nomi propri, politici studiosi scrittori vengono casomai richiamati all’interno del lemma (e sarebbe stato utile un indice dei nomi): dunque Compromesso Storico, Donne Comuniste e Stalinismo sì, no Democrazia Cristiana, Femminismo e Berlinguer (citatissimo poi nella narrazione). Breve la narrazione del titolo, “al lavoro e alla lotta”: “con queste parole si chiudevano di solito le manifestazioni, i congressi e i comizi… Noi che venivamo dal ’68 o che stavamo annusando il femminismo avevamo serie difficoltà a usare parole così enfatiche…”.

Il Pci maturò ben presto una visione “progressiva” della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di “casematte”, come effetto dell’interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Fu dunque un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto), rifiutava contaminazioni episodiche e rapide. Tuttavia fu sempre capace lentamente di “metabolizzare” novità e pensieri lunghi; risultò una “spugna” prudente e permanente, riuscendo ad assimilare movimenti e culture di sinistra. Riportare alla luce il lessico del comunismo italiano è pertanto un’operazione utile alla storia e alla politica contemporanee, la narrazione politica era essenziale in quel grande articolato partito di massa, l’uso di parole precise (più o meno metaforiche) funzionale alla vita collettiva interna e alla ricerca del consenso esterno, non solo alla “concorrenza” rispetto agli altri soggetti politici. Circa cento pagine sono dedicate alle interviste fatte a personalità che attraversarono la stessa storia: sei donne (Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Lia Cigarini, Graziella Falconi, Marisa Rodano, Livia Turco) e quattro uomini (Cuperlo, Macaluso, Occhetto, Tortorella). Tutti rispondono alle stesse identiche dieci domande, riferite alla biografia di ciascuno (i libri di formazione, la scelta del Pci), a valutazioni sul partito (il rapporto fra i sessi, la Carta delle Donne, i nessi dirigenza-lavoro di base e intellettuale-operaio, gli organi d’informazione, la comunità politica) e all’attualità (cosa ancora ci manca del Pci, come si è collocati politicamente oggi).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La favolosa storia delle verdure (Le varie di Valerio 43)

Évelyne Bloch-Dano
La favolosa storia delle verdure
Add, 2017 (orig. fr. 2008)
Traduzione di Sara Prencipe
Gastronomia

Suoli coltivati. Da migliaia di anni. Évelyne Bloch-Dano (Neuilly-sur-Seine, 1948) ha a lungo insegnato lettere moderne (fino al 2000) e si è sempre dedicata anche a scrivere biografie, soprattutto di donne a vario titolo famose (la madre di Proust, la moglie di Zola, la Eugénie Grandet di Balzac, Colette, Flora Tristan, George Sand, Romy Schneider). Mantiene vocazione e metodo del genere letterario preferito, dedicando una vitale delicata biografia ad alcune famiglie alimentari vegetali, i cui individui sono piante intere o parti di piante, come fiori foglie frutti radici semi steli. Si tratta delle varie specie di verdure per capirci, erbe e ortaggi; perlopiù un tempo cresciute spontanee, raccolte (gli umani errando per il pianeta) e mangiate; poi coltivate (prima qui, poi là; a periodi più, ciclicamente meno) da popoli di umani agricoltori e agricultori, che selezionavano specie in relazione all’ecosistema in cui volevano piantarle (magari dopo lunghe intenzionali migrazioni e continue sperimentazioni). Della famiglia delle Asteracee vengono presi in esame il cardo (uno stelo), il carciofo (un fiore), il topinambur (una radice); delle Brassicacee il cavolo (foglia); delle Apiacee pastinaca (radice) e carota (radice); delle Fabacee pisello (seme) e fagiolo (seme); delle Solanacee pomodoro (frutto) e peperoncino (frutto); delle Cucurbitacee la zucca (frutto). Le riflessioni provengono dalla cultura francese, ma sia per le definizioni (nelle varie lingue) che per l’etimologia (e lo stesso genere dei termini), sia per l’origine geografica che per la “traduzione” culinaria, come pure per i nessi con letteratura, pittura, simboli e metafore si tiene conto più dell’alimento umano che della nazione alimentata. La storia del gusto nasce in momenti diversi nei vari paesi (in Francia nel XIV secolo), va spesso in parallelo con l’economia domestica, le buone maniere e, infine, con la gastronomia (in Francia a metà del XVII secolo).

Bloch-Dano ha collaborato fin dal primo momento con l’Université populaire du goût d’Argentan, creata da Michel Onfray in Bassa Normandia nel 2006 con il proposito di aiutare chi è stato schiacciato dalla brutalità liberista a ritrovare dignità attraverso un reinserimento sociale: l’orto come trampolino e pretesto per l’autostima personale nel lavoro e la riflessione collettiva sull’alimentazione. Per anni, mentre si cucinavano i prodotti, ha raccontato l’avventurosa vita naturale e sociale di quel che veniva preparato, animando i seminari storici sui gusti. Parlava del valore calorico o commerciale tanto quanto della carica simbolica o sessuale, di genetica e fiabe, di arte e geografia, di climi e giardini, di migrazioni forzate e poesia universale, di colori odori suoni sapori affetti diversi nel tempo e nello spazio, grande storia e piccole storie. Onfray ha scritto la prefazione del volume, accennando alla “gastrosofia” di Charles Marie François Fourier (1772-1837): fare del cibo una propedeutica a un altro mondo, nel quale il piacere non è un errore, un peccato, ma il cemento di una comunità nuova, una micro-repubblica gastrofisica. Il volume risente delle lezioni sul campo, non vuole essere un trattato scientifico ma un preciso ritratto letterario. Così ogni capitolo è preceduto da una nota su un dipinto noto (purtroppo non riprodotto) di grandi artisti come Arcimboldo, Chardin, La Tour, Wahrol, Carracci e tanti altri; ogni tanto s’intervallano ricette (anche un paio dell’autrice) e citazioni letterarie, proverbi e canzoni; né manca una ricca bibliografia finale. Prima della vicenda delle singole verdure Bloch-Dano fa garbata ironica autobiografia sui propri trionfanti esordi di gastronoma e colti efficaci ragionamenti sul nutrirsi e sul mangiare, sulle differenze sociali nell’alimentazione, sul ruolo dell’urbanizzazione e della chimica, sulla specificità dei vegetali rispetto all’uso eccessivo di glucidi e lipidi. La radice indoeuropea di “gustare” significa “scegliere”, questo bel libro aiuta a scegliere con gusto e competenza!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I soldati delle parole (Le varie di Valerio 42)

Frank Westerman
I soldati delle parole
Iperborea, 2017 (orig. 2016, “Een woord een woord”)
Traduzione di Franco Paris
Reportage

Luoghi del terrore. 1970-2015. Lo scrittore ex giornalista Frank Westerman (Emmen, Olanda, 1964) continua a investigare con acume e sensibilità su chi sceglie la violenza come scopo o mezzo della propria vita e sulla possibilità opposta di armarsi di parole nelle relazioni sociali e personali, anche per sconfiggere i primi. Fa base in patria, torna o gira ovunque per riflettere, intervistare e narrare. Non vuole spiegare antefatti storici e conflitti politici, ne dà per scontata una qualche conoscenza. Qui parte dalla sua infanzia a contatto coi molucchesi vicino Assen. Ricorda il quartiere dove ne aveva conosciuti alcuni bravi, qualcuno poi divenuto combattente. Riesamina alcune azioni terroristiche dal punto di vista dei protagonisti, terroristi e negoziatori: l’occupazione della residenza dell’ambasciatore indonesiano a Wassenaar nel 1970; il primo dirottamento-sequestro di treno a Wijster nel dicembre 1975; il secondo a De Punt nel maggio-giugno 1977, contemporaneo alla presa in ostaggio della scuola elementare di Bovensmilde con un centinaio di bambini dentro (vicino a dove abitava coi propri genitori e la sorella); il successivo (e di fatto ultimo) sequestro del palazzo della Provincia ad Assen nel marzo 1978. Evidenzia il passaggio dal Dutch Approach (preferenza per l’ascolto e la trattativa, coinvolgimento della comunità) alla repressione militare (retorica bellica, azioni chirurgiche che considerano tanti morti un prezzo da pagare) e fa un parallelo con dinamiche scelte o accadute in altri contesti, delle quali è stato testimone, in particolare con l’industria del sequestro cecena e le risposte russe fra 1995 e 2004. Riferisce su manuali e corsi di chi si pre-munisce di armi verbali: il quartiere tipo set cinematografico Ossendrecht-2 dove la polizia addestra i “mediatori” alla Gestione delle Crisi e dei Pericoli, la parigina Biennale de la négociation, l’esercitazione Skywawe a Shilphol, la rappresentazione teatrale di rievocazione da parte delle vittime.
Le Molucche sono un gruppo di isole dell’Indonesia. Gli olandesi arrivarono nel 1599 e denunciarono il malcontento degli aborigeni verso i portoghesi a causa della monopolizzazione del commercio tradizionale. Con l’aiuto dagli abitanti di Ambon, prevalse la Compagnia delle Indie Olandesi. Dopo l’indipendenza dell’Indonesia, un grande irrisolto problema riguardò i molucchesi che abitavano l’arcipelago meridionale, per quasi trecento anni collaborazionisti del regime coloniale olandese; molti di loro erano arruolati nell’esercito coloniale, il KNIL, non volevano uno stato unitario e nel 1950 proclamarono la Repubblica delle Molucche del Sud (RMS), subito osteggiata da Sukarno. Nessuno aveva il potere diplomatico di negoziare con il neonato stato indonesiano per garantire la creazione della RMS; così, dopo l’intervento di una corte olandese che riconobbe la responsabilità dell’oramai ex-madrepatria nei confronti dei Molucchesi, cominciarono le traversate verso i Paesi Bassi. Per l’Olanda la migrazione era volontaria, mentre per i Molucchesi era forzata, l’unica soluzione possibile, accettata come temporanea e con la speranza del ritorno. Il conflitto si trasferì, insieme alle frontiere razziali. Westerman realizza un bellissimo reportage, non un romanzo, non un’inchiesta. Alterna ricordi, ricostruzione giornalistica, interviste, spunti riflessivi. Ragiona sulle generazioni di terrorismi e terroristi; sul ruolo delle parole nel tentare di esacerbare o risolvere un conflitto, anche quando entrano in scena la violenza e altri soldati, con esempi su vari massacri; sulla fine che hanno fatto (quando non sono stati uccisi) sequestratori e dirottatori, famiglie e mediatori; su alcune personalità chiave della disciplina (o arte) negoziale come Guy Olivier Faure, Paul Meerts e Dick Mulder; sulla propria cultura calvinista e sullo scrivere di tutto ciò. Non scrivere di leggi e diritti, di storia e geografia, scrivere con chiara empatia di colloqui e azioni di donne e uomini, ben sapendo che anche le parole possono essere impotenti o violente, che lui stesso ha cambiato spesso prospettiva e non può che farsi domande scomode.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il vino capovolto (Le varie di Valerio 41)

Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi
Il vino capovolto
Porthos, 2017
Gastronomia Scienza Salute

Dalla vigna alla bocca. Per secoli. La coltivazione dei vitigni e il consumo di vino risalgono a molti millenni fa. All’inizio del millennio scorso primi enofili (in genere monaci, in Francia) iniziarono a scriverci sopra cose interessanti; secolo dopo secolo produzione e uso sono evoluti, in tanti ovunque hanno affinato il bere. L’Associazione Italiana dei Sommelier (Ais) organizza corsi per diplomarsi tali, ormai siamo oltre ottantamila. Si seguono una decina di lezioni per ognuno dei tre livelli di apprendimento, ci vuole almeno un anno per arrivare a dare l’esame, che prevede questionari scritti e prove pratiche. Non c’è però un unico modo per insegnare e imparare a degustare il vino, in Italia e nel mondo. Altre associazioni nel nostro paese organizzano percorsi analoghi, con impostazione e principi diversi; inoltre si può diventare un sommelier “di fatto”, seguendo un proprio percorso senza riconoscimenti ufficiali. Si voglia o meno fregiarsi del titolo, è buono e giusto bere meglio il vino (non più, ma diversamente), capire con quale liquido odoroso abbiamo a che fare, come e quanto spendere per accrescere il piacere, quali alimenti preferibilmente si accostano (abbinano) a quello che intendiamo forse portare a tavola in un determinato contesto. Due eccellenti enofili hanno realizzato un volume unitario da due differenti tipi di scritti.
Jacky Rigaux (Donzy, Bourgogne, 1948) è uno psicologo che lavora alla formazione enologica universitaria a Digione; dopo aver pubblicato decine di testi e organizzato o partecipato a centinaia di incontri sul vino, ha curato un sintetico manuale francese relativo alla “dégustation géo-sensorielle” (2012), qui tradotto.
Sandro Sangiorgi (Friburgo, 1962) è il giornalista enogastronomo che ha fondato “Porthos”, scuola ed editoria dedicate alla divulgazione del “vino naturale”, proponendo nel 2011 il fortunato denso manuale “L’invenzione della gioia”, qui presenti gli articoli didattici usciti successivamente..
Non si tratta di un testo con frasi vergate a quattro mani. Rigaux e Sangiorgi offrono tuttavia un comune sentire, alternativo a quello ormai tradizionale in Francia e in Italia. L’ipotesi è che, da un certo momento in poi, l’offerta di vino abbia preso due strade divergenti. Da una parte i vini tecnici di vitigno e di marca; dall’altra i vini di terroir capaci di “capovolgere” l’ordine dei fattori produttivi (prima il terreno territorio ecosistema della vigna, poi il resto). Da una parte lo sviluppo sconsiderato della viticoltura chimica e dell’enologia interventista; dall’altra la riflessione su clima ed ecosistemi (fattori abiotici e biotici) per vigne e vitigni naturalmente coerenti; da una parte l’agricoltura con tanti additivi o diserbanti chimici; dall’altra l’agricoltura biologica e biodinamica; cui seguono differenti modalità di affinamento e commercializzazione. Una volta pronto, si bevono o assaggiano perciò due tipologie di prodotti diversi e ci si deve educare a degustare ogni tipologia a suo modo. La degustazione geosensoriale serve per i vini di terroir, anche per vederne qualità che non si possono trovare negli altri. Si fonda sempre sulla chimica, ma presta attenzione primaria a quella inorganica, alla dimensione minerale del vino, al gusto del luogo. Tiene conto anche della vista e dell’olfatto, ma sottolinea la centralità del gusto in bocca e la trama unitaria di tutti gli aspetti (anche tattili e aromatici). Capisce che un po’ di solfiti possono essere indispensabili, ma insegna a riconoscere la “naturalità” del liquido odoroso, ovvero che non sia stato aggiunto altro rispetto ai microorganismi già presenti nel suolo e nel sottosuolo. Cerca pertanto vini diversi anno dopo anno, sorprendenti, emozionanti. Prefazioni varie, la prima del simpatico ottimo attore friulano Giuseppe Battiston, altre due di Burtschy e Roger al testo francese, che contiene in appendice anche una scheda molto diversa da quella Ais per le ragioni diffusamente spiegate nel testo. Ecco proprio un bel libro da sorseggiare!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Breve storia di chiunque sia mai vissuto (Le varie di Valerio 40)

Adam Rutherford
Breve storia di chiunque sia mai vissuto. Il racconto dei nostri geni
Traduzione di Sabrina Placidi
Bollati Boringhieri, 2017 (orig. 2016)
Scienza

Il genoma degli umani. Ieri e oggi. La luce ancora non è viva su origine e storia dell’uomo. Non conosciamo il percorso che ha condotto dalle scimmie al genere Homo (dal fiume Omo in Etiopia) e noi ovunque, tempi e luoghi non hanno successione lineare, il collegamento fra i siti di ritrovamento dei reperti traccia linee ipotetiche. Pare proprio che i 107 miliardi 602.707.791 (uno più, uno meno) esemplari di uomo moderno vissuti da circa 50.000 anni fa al 2011 abbiamo tutti la medesima origine africana. Pare che ognuno sia allo stesso tempo ordinario ed eccezionale, tutti una combinazione di uno spermatozoo e di un ovulo con unica impronta digitale genetica. Pare che genomi, geni e molecole del DNA (con struttura a doppia elica) contengano la registrazione del viaggio compiuto dalla vita umana sulla Terra, abbiamo imparato a leggerli e capito che possono dirci molto e qualcosa, almeno altrettanto, non possono. Non è chiara quale sia la relazione tra sequenza dei nostri geni nel genoma (genotipo) e modo in cui si manifestano sotto forma di proteina e nei caratteri esteriori (fenotipo). Le nostre origine ed evoluzione di bipedi mobili, sapienti, e civilizzati non hanno mai seguito una direzione ineluttabile. Il nebuloso arbusto di ominidi e umani appare come un cespuglio senza radici, con rami discontinui, rotti, intersecati, paralleli. Homo sapiens è un eucariote animale cordato mammifero primate aplorrino ominide homo, unica specie rimasta del genere. L’ultimo antenato comune con i Neanderthal dovrebbe essere esistito 500.000 anni fa (giorno più, giorno meno). Il più recente antenato dell’umanità attuale sarebbe vissuto 3.400 anni fa, 800 dei soli europei (perlopiù di incarnato scuro almeno fino a 8000 anni fa). Siamo tutti cugini, di vari gradi.
Il genetista e divulgatore scientifico inglese Adam Rutherford (Ipswich, Suffolk, 1974/75) ha scritto decisamente un bel libro (con bibliografia composta soprattutto di articoli recenti). Ecco i termini del glossario finale, ne apprenderemo significato e connessioni: allele, aminoacidi, basi, codone, cromosoma, DNA, eterozigote, fenotipo, gene, genetica, genoma, genomica, genotipo, leggi di Mendel, mitocondri, polimorfismo, proteina. Si tratta di una certa rilevante parte delle “scoperte” successive all’invenzione della biologia evoluzionistica da parte di Charles Darwin, ritenuto “il più grande scienziato in assoluto” (nel mio piccolo, sono d’accordo). L’autore illustra anche come (dall’inizio del XX secolo) la biologia si sia via via spostata dalla forma delle ossa e dei caratteri fisici all’ambito prima molecolare (i gruppi sanguigni) poi genetico (appunto il DNA), unendo statistiche e teorie darwiniane, formalizzando i meccanismi dell’evoluzione in base alla selezione naturale, individuando nell’agricoltura e nell’allevamento la svolta cruciale per quel che siamo oggi. E parla di capelli rossi e statura, di peste nera e sport, di latte e intelligenza, di eugenetica e medicina, di Riccardo III e Jack lo squartatore, di stereotipi razziali e pregiudizi antizigani. Non esiste alcuna componente genetica fondamentale che permetta di definire “razza” un particolare gruppo umano. L’evoluzione è cieca: siamo caratterizzati da una variabilità davvero infinita. Non è possibile prevedere i comportamenti complessi di una persona: il conflitto è nelle persone, non nella biologia. Per di più, dobbiamo riconoscere importanza all’esoincrocio e alle popolazioni endogamiche: se nel genoma di un bimbo non confluiscono geni nuovi aumenta il rischio che emergano malattie genetiche recessive. Così, è bene essere tutti meticci. L’autore cita di continuo il ruolo delle migrazioni, tanto che in un paio di occasioni segnala che il termine qualche volta potrebbe essere “fuorviante”, solo che non spiega come o perché e lo usa talora in modo impreciso; anche in questo testo manca una teoria critica del migrare. Rutherford ha studiato genetica e lavorato a “Nature”, ha dimestichezza con la ricerca di laboratorio e l’interdisciplinarità scientifica, risulta un ottimo scrittore. Studia, descrive, divulga con profondità e leggerezza, che utile e piacevole leggerlo!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le tre del mattino (Le varie di Valerio 39)

Gianrico Carofiglio
Le tre del mattino
Einaudi, 2017
Avventura Storico Sentimentale

Marsiglia. Due giorni. Da tre anni Antonio ha avuto la diagnosi di epilessia idiopatica. Si era accorto che gli accadeva qualcosa di strano già a 7-8 anni, circa una volta al mese il cervello smetteva di operare e lasciava passare tutto, improvvisamente non filtrava suoni, stimoli, movimenti. Poi un pomeriggio era svenuto da un amico e il medico di famiglia parlò di super attività elettrica e di sovraccarichi sensoriali. Finché nel 1980 durante la quarta ginnasio, dopo la scuola viene trovato a terra dalla madre, con la quale vive (figlio unico, il padre è andato via di casa quando aveva 9 anni), scosso dalle convulsioni, con gli occhi rovesciati e privo di conoscenza. Si risveglia all’ospedale in una stanza con accanto i genitori, piena di medici e infermieri. Vi rimane più di una settimana e infine lo dimettono da Neurologia e gli danno vari fogli di prescrizioni: quattro pasticche al giorno, niente sport e strapazzi, no a bevande gassate ed eccitanti, rumori alti da evitare e orari fissi da rispettare con molto sonno. Comincia a sentirsi un reietto, un invalido; cresce in lui una totale apatia; mesi dopo i genitori (sempre separati) suggerirono la visita da un luminare in Francia, hanno già preso appuntamento e partono. Al Centre Saint-Paul per la cura dell’epilessia il simpatico Henri Gastaut (realmente esistito), svolti tutti gli esami, esprime una prognosi favorevole, li rassicura sulla (non) gravità del caso e semplifica la terapia, dando appuntamento a tre anni dopo per una verifica. Antonio si sente meglio, ricomincia a leggere, va benino a scuola e quasi si scorda, non vorrebbe andare. Questa volta la madre non può accompagnarli, parte per Marsiglia solo con il padre, a fine primavera 1983. Arrivano e il soddisfatto medico propone un’ultima prova da stress. Antonio racconta quanto di fondamentale accadde quei due giorni e quelle due notti, ora, nel 2016, quando ha ormai 51 anni, l’età che aveva il padre allora.

L’ex magistrato ed ex senatore Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), esperto di marziale karate e creativa scrittura, è divenuto uno dei migliori autori italiani, alternando romanzi racconti saggi, narrazioni di vari generi. Qui si parte dalla traccia di una vicenda vera di cui è venuto a conoscenza e siamo nel campo della fiction, tutti i personaggi sono frutto d’invenzione tranne uno; l’ambientazione allude sommessamente al noir e incombe quella Marsiglia dove Izzo stava facendo il giornalista, le sere paurose con pericoli apparentemente in agguato (di malattia e violenza), il fascino dell’isola con il terribile carcere del Dantès di Dumas; il senso del romanzo è nel rapporto figlio (Antonio) padre (senza nome) e non si tratta propriamente di un romanzo di formazione, anche se contano i primi rapporti sessuali e amorosi affinché i due uomini si ri-conoscano; le delucidazioni (citazioni e storie) sull’epilessia, sulla matematica (pure connessa al diritto) e sul jazz (soprattutto al pianoforte) risultano ampie e organiche con l’obiettivo di tornare su un rapporto (non finto) fra verità e realtà, fra spartito e improvvisazione; i dialoghi sviluppano una precipua funzione di trasmettere aporie e imperfezioni della comunicazione affettiva o sentimentale, le dissonanze cognitive come specifica dimensione delle relazioni reali e vere, personali e sociali. Ogni pagina mostra cura eccelsa, forse anche per quanto vi è stato tolto. Antonio narra in prima persona e il padre diventa sempre più l’argomento dei suoi pensieri e delle sue azioni: nato nel 1932, magro e occhialuto, alto ed elegante, naso pronunciato e occhi scuri, capelli folti ormai spruzzati di grigio, cicatrice (sul sopracciglio sinistro), gran fumatore (unghie ingiallite dalla nicotina), musicista in gioventù e pianista dilettante, assistente a 24 anni e poi presto ordinario di matematica. Il titolo richiama una frase del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, ottimo scrittore e uomo infelice, implicito incipit di un evento rilevante dell’ultima notte del test. Innumerevoli i libri e i film citati cui si accenna con acume. Cucina marsigliese e maghrebina, rosato sfuso della Provenza e due azzeccate bottiglie di Châteauneuf-du-Pape.

(Recensione di Valerio Calzolaio)