Errore (Le varie di Valerio 92)

Pietro Greco
Errore
Doppiavoce Napoli, 2019

La vita, di tutti, ovunque. È piena di errori, lo sappiamo o intuiamo. Sbagliando s’impara, vero è, non solo un detto popolare. Eppure filosofi e storici, ricercatori sul campo ed epistemologi hanno impiegato secoli per comprenderlo. Ora, da almeno un secolo, gli scienziati hanno piena consapevolezza del filo rosso che lega l’errore all’apprendimento. Così può essere divertente e utile ripercorrere con la memoria analitica dieci errori d’autore. Cristoforo Colombo e le conseguenze fortunate di lungo periodo di una serie di errori di misurazione prima del 14 ottobre 1492 giapponese-americano, antichi e moderni, di altri e suoi. Claudio Tolomeo ad Alessandria d’Egitto nel secondo secolo d.C., i cicli astronomici errati (cosa davvero ruota e intorno a cosa) e le dimensioni e le longitudini della Terra deformate, nonostante i cartaginesi avessero già solcato l’intero Atlantico. Il Premio Nobel nel 1938 a Enrico Fermi (1901-1954), l’errore di valutazione di Nature e i dati della prima fissione artificiale del nucleo atomico male interpretati. Il francese Jean-Baptiste Pierre Antoine de Monet, cavaliere di Lamark (1744-1829) e la prima (sbagliata) formulazione di una teoria scientifica sulla trasformazione dei viventi con tre fondamentali errori nel primo grande approccio all’evoluzionismo biologico. Il presunto infinito immobile omogeneo isotropo universo fisico di sir Isaac Newton (1643-1727) e l’invocazione pregiudiziale di Dio. L’evoluzione cosmica (statica o dinamica?) e la teoria della relatività generale di Albert Einstein (1879-1955), con l’occasione mancata della fisica teorica. Il non-errore di Galileo (1564-1642), il doppio errore concettuale di Cartesio (1596-1650), l’errata fine della fisica di William Thomson barone Kelvin (1824-1907), la perduta certezza della matematica di David Hilbert (1862-1943), non si finisce mai di commettere discutibili fertili errori!

Il miglior giornalista scientifico italiano vivente, a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955) ci delizia parlando degli errori di alcune grandi personalità. Fa dieci esempi, lontani nel tempo e nello spazio, legati a cognizioni famose, all’interno di biografie complesse (sempre accennate con acume e ironia), utili a impostare correttamente anche il nostro rapporto con i continui errori che facciamo. Servono, facciamone tesoro, chiediamo scusa e trattiamoli con dolcezza, usiamoli per capirci e capirsi meglio. Non solo in ambito scientifico. Siamo fallaci, imperfetti. Per favorire migrazioni ed esplorazioni Colombo errò e capì male, scoprì quella America di cui dopo nessuno più poté poi fare a meno. Errore ed errante sono sostantivi con la medesima radice, si riferiscono a un analogo dubbioso vagabondare, dal latino e dai precedenti indoeuropei, in italiano in francese (erre) in spagnolo (yerro) e in altre derivazioni. Il migrante e lo scienziato furono e in parte sono stati prevalentemente dei movimentati erranti. Non c’è biografia dove non esistano innumerevoli esempi di paralisi, rallentamenti, accelerazioni, tentativi, handicap, casi come deviazioni imprevedibili per gli attori e casi come informazioni incomplete di noi attori, errori come errori fattuali (o refusi, qui) ed errori proprio concettuali. L’autore, citando tanti e soprattutto Popper, conclude su questa distinzione. L’errore (minimizzabile) di misura può essere strumentale, ambientale, procedurale e umano (trascrizionale o di stima); l’errore (falsificabile) di concetto è centrale nell’impresa scientifica, va cercato e non nascosto, non si sbaglia! Non è un trattato, non è un compendio, non c’è bibliografia. Si tratta del secondo volume della collana “La parola alle parole” (curata da Ugo Leone), sono già usciti la A (Ambiente) e la E, presto usciranno la G e la M. Se non lo trovate in libreria, è acquistabile via internet.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il mare nero dell’indifferenza (Le varie di Valerio 91)

Liliana Segre
Il mare nero dell’indifferenza
A cura di Giuseppe Civati
People, 2019

Italia. Oggi. Liliana Segre nacque il 10 settembre 1930 all’ospedale di Milano in via San Vittore, nel 2020 compirà 90 anni. Attualmente, dal 19 gennaio 2018, è senatrice a vita, nominata dal Presidente Mattarella “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”. Quando non aveva nemmeno un anno morì la madre Lucia Foligno, lei rimase col padre Alberto e i nonni paterni. Il 5 settembre 1938 stava per compiere otto anni, attendeva in vacanza che riprendessero le lezioni all’istituto di via Ruffini, quando il governo Mussolini espulse dalle scuole gli insegnanti e gli alunni di “razza ebraica”, le leggi razziste e i conseguenti decreti le impedirono di tornare in aula a ottobre e di proseguire gli studi pubblici, unica della classe cacciata in quanto nata (ebrea). Continuò a studiare dalle suore a Milano e a Como. Scelsero di battezzarla. Dopo l’8 settembre fu comunque espulsa dall’Italia, clandestina in fuga, richiedente asilo, respinta dalla Svizzera, carcerata per un mese a San Vittore, infine deportata ad Auschwitz, operaia-schiava, dal campo di concentramento alla fabbrica di munizioni tutti i giorni per un anno. Sopravvisse, a stenti. Dei 775 bambini italiani di età inferiore ai quattordici anni che vi furono deportati, 751 sono morti dentro. Anche il padre. Pochi mesi dopo la liberazione a maggio 1945 tornò in Italia dove trovò la casa deserta, comunque lo zio e i nonni materni. Nel 1948 conobbe a Pesaro Alfredo Belli Paci (morto nel 2007), si sposarono e dal loro amore sono arrivati tre figli, poi tre nipoti. Nel 1990, divenuta nonna (anche di sé stessa, bambina che aveva avuto sconvolta la vita), ha deciso di dedicarsi a raccontare cosa furono Shoah e Olocausto a studenti e cittadini, da poco più di un anno lo fa da senatrice.

Giuseppe Pippo Civati (Monza, 1975) consegna alle stampe un libro imperdibile. Per ripercorrere i passaggi fondamentali della biografia di Liliana Segre compie un lavoro di sensibilità filologica. Non parla lei (usando uno scrittore di oggi), non parla lui (dovendo fare storia), Civati si è accordato con Segre per “narrarla” in terza persona, tessendo alcuni crudi fatti storici con le parole già usate da lei stessa in discorsi ufficiali, interviste, interventi, dichiarazioni, relazioni, più raramente in conversazioni fra loro due. Mi sono commosso più volte, causa età avanzata forse, perché non si indulge mai in sentimentalismi. Il titolo prende spunto dall’eterno meccanismo dell’indifferenza: quella più di tutto sentì intorno a sé la bimba quando fu travolta dalla barbarie umana, quella sente lei oggi come la principale avversaria da criticare e limitare, quella vediamo spesso intorno a chi fugge forzatamente dai luoghi (lontani) di nascita, talora solo per affogare altrove, in altri mari neri. Liliana Segre è una donna di pace e una donna libera, spiega che la sua “prima libertà è quella dall’odio”. Da tre anni una volta alla settimana nelle aule scolastiche e da un anno nelle aule parlamentari porta le voci di quelle migliaia di italiani appartenenti alla minoranza ebraica che nel 1938 subirono l’umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano, soprattutto di quelli meno fortunati che non sono tornati. Salvarli dall’oblio, coltivare la Memoria è il vaccino contro l’indifferenza all’orrore della Shoah, alla follia del razzismo, alla barbarie della discriminazione e della predicazione dell’odio. Ribadisce l’eccezionalità indiscutibile dell’Olocausto e, insieme, descrive gli aspetti che possono tornare, anche con altre modalità, in ogni forma di discriminazione, a esempio verso i neri e i migranti. Parla della rete assistenziale e della rete criminale (anche di scafisti) del 1943 e si emoziona per quanto (di simile) accade oggi. Dedica pensieri e parole al padre (morto 44enne), a quando per sei giorni vissero accanto sul vagone verso i lager (lei ha ancora tatuato sul braccio 75190, un numero, una cosa). Completano l’ottimo volume schede e appendici documentarie, un breve saggio di Silvia Antonelli, la bibliografia essenziale degli scritti di Liliana Segre.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’assassino timido (Le varie di Valerio 90)

Clara Usón
L’assassino timido
Sellerio, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Silvia Sichel
Biografia, autobiografia, fiction

Spagna. Franchismo e post-franchismo. Sandra Mozarovski (Tangeri, 17 ottobre 1958 – Madrid, 14 settembre 1977) morì giovanissima e sarà sempre ricordata come bella attrice per gli scollacciati film sexy e porno soft, chiamati destape (spogliarello), concessi dalla dittatura come generosa limitata libertà espressiva. Clara Usón è nata in Catalogna poco più di due anni dopo Sandra, erano giovani nello stesso periodo finale del regime; laureatasi in diritto e divenuta avvocato, ha presto deciso di dedicarsi molto alla letteratura, esordendo nel 1998 col primo romanzo e conquistandosi poi un ruolo di magnifica sensibile affermata scrittrice dei nostri tempi. Lo spunto del nuovo libro è la caduta mortale dell’attrice dal balcone di casa, nemmeno 19enne. Un incidente, un suicidio, un omicidio? Fin da subito sono emersi vari sospetti e ipotesi sulle (eventuali) ragioni del gesto, se e quanto voluto e, in caso affermativo, quanto provocato da lei o da altri e, eventualmente, da chi e perché. Ci fu una versione ufficiale, non furono fatte inchieste, la voce più nota e diffusa allude al fatto che fosse un amante del re (39enne) Juan Carlos, incinta. Usón non investiga, narra. Ha visto più volte tutti i film, letto accuratamente le interviste e le cronache dell’epoca, studiato materiali e contesti, intervistato interlocutori che la conoscevano e sono ancora vivi. Descrive foto e cortometraggi, intuisce i percorsi e le emozioni, suggerisce possibilità nelle dinamiche relazionali, talora si immedesima o comunque compara la vita di Sandra alla sua per narrare pure di sé, senza compiacenze autobiografiche, come ulteriore dato di una realtà parallela di giovinezza femminile fino al 1977 (entrambe benestanti) e, poi, di donna autonoma. Pavese ricorre in molte forme, innanzitutto nel titolo che allude a una possibile definizione personale del suicidio (proprio o altrui).

Clara Usón (Barcellona, 1961) riesce a consegnare ai posteri uno splendido testo intriso di storia e di cultura. Non considera separate realtà e finzione, vi si immerge insieme con stile del tutto trasparente ed esplicito, in prima persona. Esiste una strutturale imperfetta doppiezza del linguaggio articolato simbolico della meticcia specie umana da qualche decina di migliaia di anni a questa parte: assegniamo sempre un nome alle cose ma abbiamo pure sempre bisogno di immaginare altre cose e di assegnare altri significati alle stesse cose. Nel pensier ci fingiamo, vorremmo vivere e non sappiamo come si fa, questo ci ricorda di continuo l’autrice! Ci parla del suicidio come pensiero immanente tanti momenti della vita di molti, masochismo invece che sadismo, ripercorrendo riflessioni e congetture di personalità come Wittgenstein e Pavese (molto), poi Čechov, Camus, Cervantes, Russell e tanti altri. Ci parla dell’essere figlie di madri, esseri generati e sessuati spesso accanto a fratelli e/o sorelle, come pensiero carnale conturbante ogni anfratto delle successive esistenze per molti. Ci parla della morte e della vita, vitali entrambi per tutti. Ci parla di sé stessa, mette a nudo la propria storia e i propri sentimenti. Ci parla della Spagna, dei dittatori e dei monarchi non solo spagnoli. E ripercorriamo la colonna sonora dei padri e dei ragazzi, una filmografia non solo nazionale. Sandra nacque da padre russo (diplomatico) e madre spagnola, prima di tre figli, mostrò subito talento artistico e recitò la prima volta già a dieci anni. Aveva una bellezza slava: occhi verdi leggermente a mandorla, bocca grande dalle labbra piene, incarnato pallido, chioma castana e folta, lineamenti perfetti, corpo scultoreo (che i registi volevano mostrare quel tanto nudo che bastasse). Molti dei suoi viaggi e incontri ebbero pubblica rilevanza. Per lei la svolta fu il cinema e Usón investiga su cosa abbia comportato, prova a mettersi nei suoi panni, visto che perlopiù le coetanee non ebbero quella (contingente) fortuna, fra l’altro così prossima temporalmente a una terribile fine.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Homo sum (Le varie di Valerio 89)

Maurizio Bettini
Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico
Einaudi, 2019
Filosofia e filologia

Antiche Grecia e Roma. Moderna organizzazione delle Nazioni Unite. A scuola tutti studiammo e studiate l’Eneide, poema epico scritto da Virgilio tra il 29 e il 19 a.C.. Narra la mitologica storia di Enea, figlio di Anchise e della dea Venere, eroe guerriero di Troia nell’antica Grecia, che riuscì a fuggire dopo la caduta della città e viaggiò profugo per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore dell’antico popolo romano. A scuola tutti studiammo e studiate la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 d.C., preambolo e trenta articoli di principi e obblighi, diritti e doveri, votata da 48 dei 58 Stati allora membri dell’Onu (8 astenuti, 2 assenti, l’Italia ancora non ne era parte), in vigore non vincolante. È all’origine di una settantina di patti globali vincolanti e risulta purtroppo ancora violata da molti Stati e governi in giro per il mondo (a motivata detta di istituzioni, corti di giustizia e organizzazioni internazionali). Un grande latinista antropologo prova a relazionare il senso di umanità che emerse e si espresse migliaia di anni fa nelle culture classiche con il testo della moderna dichiarazione universale, attraverso uno studio comparato di termini e locuzioni, aiutandoci a valutare le drammatiche cronache attuali e, soprattutto, a indignarci per i troppi cadaveri che fluttuano ora nei nostri mari. Prima il naufrago troiano riuscì perigliosamente a sbarcare con pochi altri superstiti a Cartagine (la Libia di allora, la Tunisia di oggi). Didone, la sovrana regnante, memore di essere stata a suo volta costretta ad abbandonare Tiro (la patria fenicia) spiegò a tutti che le frontiere si chiudono di fronte agli aggressori, non a disgraziati e miseri, li soccorse e diede aiuto; offrì loro di restare a parità di diritti con i locali o mezzi e viveri per rimettersi in mare verso Sicilia o Italia. Occorre approfondire bene quali convinzioni ed emozioni erano alla base di una tale opzione umanitaria, senza enfatizzare pietà e retorica, vedendo somiglianze e differenze.

Maurizio Bettini (Bressanone, 1947) insegna Filologia classica all’Università di Siena e, dopo aver ha scritto decine di interessanti saggi oltre che centinaia di acuti articoli, ci offre adesso uno splendido originale studio sui diritti umani. La colta esplorazione linguistica e filosofica segue tre fili di raffronto: eventuali continuità o analogie, ovvi contrasti e scarti, problemi equivalenti perché inerenti la storia e la geografia umane. L’Eneide ha emblematicamente contribuito a creare la consapevolezza culturale che ha portato all’elaborazione di quei principi di rispetto e garanzia, rifiuto della barbarie e buoni costumi, che poi sono stati chiamati “diritti umani”. L’autore rilegge meticolosamente la Dichiarazione Universale mettendo sullo sfondo espressioni e percorsi della cultura greca e romana: un qualche rapporto è evidente, soprattutto nel rifiutare l’attributo umano per violenza, brutalità, efferatezza, e nel connettere giustizia a cultura ed educazione. Così come emergono divergenze e opposizioni, innanzitutto rispetto all’effettiva eguaglianza fra tutti gli umani: per i greci gli stranieri tendevano a essere in sostanza “barbari” (balbettanti), ridicoli e inferiori, una posizione in certo senso egemone anche fra i romani (pur con vari necessari distinguo). Oltre all’ineguaglianza delle donne, la questione cruciale era la schiavitù, pratica che faceva strutturalmente parte della società e dell’economia, legittimata per innumerevoli secoli da filosofi ed ecclesiastici. Il terzo filone è quello più stimolante, le categorie, i miti, i termini e i modi di pensiero interni alla cultura classica che richiamano a loro modo principi poi contenuti nella Dichiarazione del 1948: l’individuazione di doveri e obblighi umani, per quanto iscritti in un orizzonte di carattere religioso, in particolare il sostegno operativo a erranti, fuggitivi e migranti (e qui si rinvia all’articolo 13). Il filologo usa continue competenti citazioni dei grandi autori ed evidenzia specificità e contrapposizioni: Seneca e l’umanesimo stoico si spinsero certo molto avanti verso una visione di cosmopolitismo, non ponevano limiti alla generosità interumana, ma fu il commediografo Terenzio che scrisse (da cui il titolo): Homo sum, humani nihil a me alienum puto; “sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo”. Nessuno è figlio di una “propria” terra, ogni fondazione è un rimescolamento: i romani credevano davvero nella virtù della mescolanza, la sperimentarono e propugnarono. Loro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lettera a un razzista del terzo millennio (Le varie di Valerio 88)

Luigi Ciotti
Lettera a un razzista del terzo millennio
Gruppo Abele, 2019
Migrazioni

A noi, italiani. Ora, in questo secolo. È appena arrivata una lettera. Redatta da un uomo che in genere scrive poco e agisce molto, preferisce i fatti con il loro linguaggio, silenzioso ma vero. Rivolta non solo a me, chi altri avrà voglia di leggerla scoprirà che ci interessa tutti, come compatrioti. Un sacerdote famoso, don Luigi Ciotti, ha deciso di scriverci di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi. Di ogni cosa che non va si dà la colpa ai migranti, non è d’accordo. Le migrazioni non vanno sottovalutate ma governate in un modo intelligente ed è necessario parlarne senza rimozioni. Così ci ha provato. E ci è riuscito. Prende in esame tutte le paure, ne condivide l’origine, ci si confronta, allarga lo sguardo su altre emozioni e su altri fatti. Inizia dalle ingiustizie, non le nega certo, anzi conferma subito che non viviamo in un bel mondo, troppe povertà disoccupazione disuguaglianze. Prendersela con chi non c’entra nulla non fa che aggravare il problema. L’inversione di tendenza, quando cioè i figli hanno iniziato a stare peggio dei padri, è cominciata già alla fine degli Ottanta, e dunque ben prima che nel nostro Paese si affacciassero ampie immigrazioni. Eppure, il razzismo dirotta la rabbia sociale contro il capro espiatorio dei migranti, incombe come pulsione ostile e aggressiva nei confronti di chi è percepito diverso: per il colore della pelle o per abitudini di vita, lingua, religione. Si susseguono insulti e gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio; il linguaggio di alcuni media getta benzina sul fuoco e alimenta pregiudizi; alcune leggi contribuiscono a dare diritto di cittadinanza al razzismo con un inasprimento repressivo che non c’entra niente con la sicurezza. Il testo è molto descrittivo e minuzioso nelle citazioni e negli esempi, soprattutto per sfatare i luoghi comuni dell’invasione in corso, del “prima gli italiani”, dei muri, dell’“aiutiamoli a casa loro” o dell’“uomo solo al comando”.

Pio Luigi Ciotti (1945) ha deciso di trovare parole semplici e giuste per contrastare l’onda xenofoba e razzista. Non si sente, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri. Ascoltando, ribattendo, approfondendo, agendo. Sicurezza è vivere in libertà insieme agli altri, non a scapito di altri; è costruire una società responsabile, fondata su diritti e doveri, dove ogni persona sia riconosciuta nella sua inviolabile dignità. Così ci ha scritto una lettera aperta, chiara, ferma, costruttiva, colma di rispetto e pietà per ciascuno di noi, senza pulpiti, con tanti palpiti. Coglie l’occasione per offrire spunti autobiografici sulla propria vocazione e fede, sul Gruppo Abele, sul comune percorso di impegno. La sua e la loro parrocchia è la strada. Segnala di essere anche lui un migrante, trasferitosi dalla provincia di Belluno a Torino per il lavoro operaio del padre. Ricorda con precisione l’ex medico divenuto clochard, il cruciale incontro che a 17 anni cambiò la sua esistenza. Spiega i primi passi del Gruppo fra drogati, prostitute, immigrati, carcerati, disadattati, emarginati. Richiama spesso le parole di Papa Francesco e i passi dell’Enciclica, cita altri donne e uomini che hanno detto o scritto frasi significative. Conclude con la speranza e la voce dei bambini. Un libro magnifico che si legge in 30 minuti, che si può portare in tasca, che ci fa con-vivere meglio, che può aiutarci a non subire come inevitabile ineluttabile l’onda imperante contro la libertà di migrare e contro il valore di ogni persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La versione di Fenoglio (Le varie di Valerio 87)

Gianrico Carofiglio
La versione di Fenoglio
Einaudi, 2019

Bari. Qualche anno fa, una decina forse. Pietro ne ha compiuti 58 e, dopo un’artrosi quasi fulminea, deve sottoporsi a più di un mese di fisioterapia, dure lunghe sedute due o tre ore al giorno ascoltando in cuffia Bach o Mozart. Ormai gli mancano ancora solo due settimane, ma arriva compagnia nello stesso orario: un ragazzo si era rotto tutto in un brutto incidente d’auto (di cui non ricorda nulla), ha fatto a Bologna la difficile operazione di protesi d’anca e deve compiere una riabilitazione simile. Si chiama Giulio, bello ed emaciato, legge e osserva molto, risulta curioso e ama dialogare. Cambia il clima nella palestrina. Pietro Fenoglio è un maresciallo dei carabinieri a sedici mesi dalla pensione, figlio d’arte di origini piemontesi, aveva studiato Lettere a Torino, da decenni operativo in Puglia, efficiente e mite (ha dovuto vedere centosettantuno morti ammazzati), in passato estimatore di Berlinguer, frequentatore di pinacoteche, separato senza figli. Giulio Crollalanza è un laureando in Giurisprudenza, gli mancano due esami e la tesi, incerto sul futuro professionale (il magistrato?), legato alla nonna morta da pochi anni (siciliana alta e bionda, normanna, poetessa) e molto diversa dal padre avvocato, famiglia benestante, prende appunti su un quaderno con la copertina nera, pensa che sta imparando tanto dalle storie investigative che induce a raccontare, le ascolta con acume di spirito e partecipazione d’emozioni. La fisioterapista Bruna presiede ai loro esercizi fisici, li assegna e aggiorna, controlla che inizino correttamente e finiscano per tempo; è una (quasi) cinquantenne bionda separata, tonica e sorridente, solitaria e attraente, un figlio di 25 anni e una figlia di 23, entrambi lontani, alla fine degli studi. A Pietro piace davvero e Giulio è convinto che lui piaccia a lei, a prescindere dal lavoro, chissà?

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) entrò in magistratura con il concorso del 1986 rimanendovi fino al 2008 quando fu eletto senatore, non si ricandidò nel 2013 e decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha esordito come grande autore con la serie gialla noir dell’avvocato Guerrieri iniziata nel 2002. Da allora continua a farci leggere opere di eccelsa qualità narrativa, densi romanzi di vario genere e opere di educazione civile, senza ripetersi mai come stile e storia (tra breve tornerà anche Guerrieri), attento a virgole parole regole citazioni che ci sono (e a quelle che mancano). Fenoglio non è un nuovo personaggio, lo avevamo già incontrato (e amato per la misurata umanità) in romanzi e racconti di intreccio (genericamente) giallo, ambientati nella Bari di qualche decennio fa. Ora lo troviamo alla vigilia della pensione, la moglie Serena non è tornata dopo la pausa che si era presa avendo scoperto che non avevano figli per “colpa” del marito. L’unico modo per preservare le storie della vita vissuta e dei tanti casi risolti è raccontarle, soprattutto se si trova un interlocutore che vale la pena. Il romanzo è sempre in terza fissa sul protagonista, i concisi capitoli dell’incontro amorevole fra i due, agli attrezzi o in giardino, ricchi di dialoghi, drammaturgia; questa volta vi sono anche alcuni capitoli più lunghi narrati in prima, antiche vicende di crimini e criminali (più o meno) vissute dal maresciallo, la sua versione (da cui il titolo) con azioni avventurose e conversazioni investigative, mai fine a sé stesse, autobiografia. Nulla sappiamo di come trascorrono il resto delle giornate in quelle due settimane, non ci sono mai cellulari o social a distrarli. Abbondano temi epistemologici, come e quanto scientificamente si conosce: il meccanismo delle etichette, la sospensione dell’incredulità, l’ego spropositato, il discorso sull’attenzione, il telefono senza fili, e poi, di continuo, usi e funzioni di menzogne bugie errori dicerie psicoterapie e… arti marziali. Visto che tutti in qualche modo mentiamo, l’investigazione (come la narrazione) è l’arte di guardarsi lentamente intorno in senso materiale (e in senso metaforico), immaginare scenari diversi, chiarire i dubbi raccontando a ritroso, ridurre il rischio di falsità involontarie, correggere, tagliare. Così, accanto a opere espressamente commentate (Lussu, Dumas, Capote, Conan Doyle, Borges) vi sono frasi di cui non ci ricordiamo l’autore (or mi sovviene Block). Al bar un calice di bianco freddo tira l’altro, inevitabilmente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Identità culturale e violenza (Le varie di Valerio 86)

Franco Fabbro
Identità culturale e violenza. Neuropsicologia delle lingue e delle religioni
Bollati Boringhieri, 2018
Scienza

Luoghi e cervelli, io noi altri. Prima e dopo. L’unico e più originale “territorio” di un popolo si situa a livello cerebrale e mentale. La cultura è costituita da informazioni e abilità memorizzate nel cervello umano e, in secondo luogo, nei supporti materiali come manufatti, opere musicali, quadri, lettere, poemi, romanzi, contesti elettronici. Acquista significato solo all’interno di una rete sociale di più individui, gruppi popoli Stati. Anche altre specie hanno espressioni culturali, la nostra è l’unica che per manifestarle si è dotata di un linguaggio articolato simbolico (tradottosi in più lingue, parlate e/o scritte, alcune estinte). Sappiamo ormai qualcosa su quando dove come e perché. L’”invenzione” del linguaggio risale a circa 80 000 anni fa in Africa, un’evoluzione culturale di Homo sapiens che veniva da lontano (rispetto ad altre specie di mammiferi, primati, ominidi, ominini, umani) ed è andata poi molto avanti (dopo che siamo rimasti soli ed è divenuto egemone il modo di produzione stanziale agricolo). I più significativi momenti precedenti Homo sapiens riguardano: sviluppo dell’andatura bipede (4,5 milioni di anni fa), costruzione di primi utensili litici (3,3), fuoriuscita dall’Africa (2,5), controllo del fuoco e aumento della capacità cranica, affinamento delle amigdale bifacciali (1,5), costruzione di lame (0,5), lance e accampamenti (0,4). Lo stile organizzativo di con-vivere in gruppi sociali ristretti in media di 70-150 individui viene ereditato dalla nostra specie e resta invariato per decine di migliaia di anni, con punti di forza (legame bambini-madri-parenti-affini, responsabilità educative diffuse, moderazione dei sistemi punitivi) e limiti di debolezza (scarsa interazione con gli estranei, ostilità e violenza verso comunità linguistiche e culturali differenti). La successiva decisiva svolta avviene con l’”invenzione” dell’agricoltura e dell’allevamento a partire da circa dieci mila anni fa, che consente di sopravvivere e meglio riprodursi a gruppi molto più ampi, popoli, civiltà.

Il neuropsicologo e docente Franco Fabbro (Pozzuolo del Friuli, 1956) da tempo riflette, studia e spiega su bilinguismo e linguaggio, religioni e fede. Condensa ora in un chiaro volume una disamina multidisciplinare sulla crescita parallela negli ultimi millenni di ideali universalistici (integrativi di stranieri) e violenti conflitti identitari (fra istituzioni statuali). Tiene sempre in debito conto la biologia evoluzionistica e le neuroscienze per vedere se e come è possibile conciliare nella mente e nei comportamenti, sia individuali che collettivi, propensioni universalistiche e istanze identitarie, entrambe con radici neuroculturali, entrambe da rispettare e promuovere. Senza differenti popoli, lingue e culture potrebbe non esservi spazio né per un’evoluzione biologica della specie umana, né per un ricco variegato e pacifico progresso culturale e rischiare di imporsi soltanto una desolante, disumana e universale standardizzazione. Serve ragionare bene sia sulla spinta alla violenza sia sull’esigenza di religione. Una certa aggressività intraspecifica è presente in tutte le specie di vertebrati, per l’accesso al cibo o a partner sessuali; fra i mammiferi può essere difensiva, predatoria o di dominanza (soprattutto umana, organizzata e maschile). Quella di dominanza interpersonale non viene approfondita. D’altra parte, in tutte le religioni coesistono nella forma e nelle pratiche, caratteristiche identitarie e aspetti universalistici. Visto che, come per la lingua, esistono strutture cerebrali che rendono possibile l’acquisizione di qualsiasi religione (e opzione relazionale più o meno aggressiva) appare decisiva la prima decade della vita: insegnamenti di storia e geografia delle tradizioni religiose, educazione bi o plurilingue, approcci al pensiero critico e scientifico, induzione all’autoconoscenza. Pochi cenni all’essenziale questione del fenomeno migratorio come straordinario fattore evolutivo della nostra specie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il pianeta umano (Le varie di Valerio 85)

Simon L. Lewis e Mark A. Maslin
Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene
Einaudi, 2019 (ed. orig. 2018)
Traduzione di Simonetta Frediani
Scienza

Terra. Eoni, ere, periodi, epoche, piani. Il nostro pianeta natale funziona come un unico sistema integrato: componenti fisiche, chimiche e biologiche (comparse circa 4 miliardi di anni fa), oceani, atmosfera e terre emerse sono tutti collegati. Noi, Homo sapiens, specie saggia, siamo un’aggiunta biologica recente. I cambiamenti ambientali causati dalle nostre attività sono aumentati al punto che oggi le azioni umane costituiscono una nuova forza della natura, che determina in misura crescente il futuro del pianeta. Ripercorrendo la storia sociale della nostra specie troviamo quattro transizioni principali che modificarono in modo fondamentale sia le società che gli impatti sul sistema, due legate alle forme d’uso dell’energia, due all’organizzazione umana: la prima circa 10500 anni fa derivò dalla nascita dell’agricoltura (cattura diretta di maggiore energia solare), la seconda dal “colombiano “scambio transoceanico di specie a partire dal Cinquecento, la terza dall’estrazione di antichi depositi concentrati di energia solare (con conseguente reimmissione in aria) a partire dalla fine del Seicento, la quarta dalla creazione di una rete di istituzioni globali dopo l’ultima guerra mondiale. Gli effetti cumulativi sono paragonabili a quelli di altri eventi geologici di scala globale e, combinando le parole greche traducibili con “uomo” e “recente”, gli scienziati di varie discipline da tempo riflettono se e da quando vi sia stato l’inizio di un nuovo strato sedimentario (ancora in corso ovviamente) che possa essere definito Antropocene. E su cosa ci aspetta. Vi sarà una quinta transizione a nuova forma di società umana, forse in grado di mitigare i nostri impatti sull’ambiente e di migliorare la vita delle persone? Oppure stiamo andando verso un collasso?

Gli scienziati inglesi cinquantenni Simon L. Lewis e Mark A. Maslin hanno scritto un ottimo testo di approfondimento teorico e divulgazione colta. Sono convinti che le scelte politiche dei prossimi decenni possano determinare la rotta di gran parte dell’umanità per un periodo di tempo molto più lungo e, per permettere la costruzione di risposte intelligenti, chiariscono benissimo qual è la posta in gioco, partendo da quando qui la vita è iniziata, nella notte dei tempi, in cui la Terra si formò per aggregazione di particelle con la gravità che attraeva materia fino a formare un oggetto grande come un pianeta (4,54 miliardi or sono). La geologia è scienza umana e da secoli aiuta a ricostruire la storia terrena (terrestre), pur condizionata dalle preoccupazioni dominanti nelle varie fasi, che fossero e siano religiose, politiche o filosofiche. La stessa suddivisione del tempo è stata via via dibattuta e aggiornata sulla base delle tracce fossili. Gli autori riprendono e rivalutano molte narrazioni classiche, attraverso una chiara comparazione scientifica interdisciplinare: la discesa dagli alberi, l’agricoltura prima rivoluzione energetica, la globalizzazione 1.0, i combustibili fossili seconda rivoluzione energetica, la globalizzazione 2.0 che ci ha condotti a toccare i confini planetari. L’argomentata tesi è che, dall’inizio del mondo moderno del Cinquecento, due circuiti di feedback autorinforzanti e collegati (l’investimento dei profitti per generare altri profitti e la produzione crescente di conoscenza mediante il metodo scientifico) hanno dominato in misura sempre maggiore le culture del mondo. La stimolante ipotesi conclusiva è che sia stato il 1610 il cosiddetto chiodo d’oro (golden Orbis spike), ovvero il marcatore temporale dal quale la Terra ha iniziato a procedere verso un nuovo stato, dopo aver toccato il minimo dell’anidride carbonica atmosferica presente in una carota di ghiaccio antartico. Ricchissima bibliografia, notevole apparato di figure e note, dettagliato processuale stile narrativo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il gusto di stare bene (Le varie di Valerio 85)

Antonio Moschetta e Moreno Cedroni
Il gusto di stare bene
Newton Compton Editori, 2018
Gastronomia

La buona alimentazione oggi. Ormai conosciamo abbastanza bene alimenti e cibi, quanti e quali nutrienti dovrebbe introdurre un eucariote animale cordato mammifero primate aplorrino ominide homo umano sapiente (quale è ciascuno dei circa sette miliardi e mezzo di noi) nel proprio apparato digerente, per garantirsi sopravvivenza e riproduzione, salute e benessere. C’è chi non li ha a disposizione e soffre fame, sete e malattie. Fra la maggioranza che può disporne, molti hanno poi anche la capacità di assimilare quei nutrienti cucinati secondo il personale gusto che ha ereditato o sperimentato, da solo o comunitariamente, con apporti e abbinamenti non solo locali. La scienza che si occupa più da vicino dello studio delle basi molecolari dell’interazione dei singoli nutrienti con il DNA e il metabolismo dell’individuo è la nutrigenomica. Può aiutare a calibrare le nostre abitudini e i nostri cibi alle esigenze individuali e all’evoluzione sanitaria, a personalizzare il nostro percorso nutrizionale lungo le stagioni e gli anni. Lo stato di salute dell’organismo (gestione delle malattie e durata di vita) è legato al Dna, tanto quanto alla mediazione di un’alimentazione corretta e di un’attività fisica costante. Gli studiosi hanno evidenziato alcune relazioni fra l’insorgenza di specifiche malattie e l’eccessiva ingestione di specifici alimenti (meglio che ognuno si documenti e valuti). Inoltre, i troppo diffusi sovrappeso e obesità si possono misurare anche con la circonferenza addominale (meglio che gli uomini non superino i 94 centimetri, gli 88 le donne). Occorre introiettare se e come contribuiscono i vari alimenti nel bene e nel male: cereali e carni, latte e olio, pesce e frutta, verdure e spezie. La strategia vincente consiste nel seguire una dieta varia ed equilibrata, diversificando le fonti e apprezzando conseguenti ricette più appetibili possibile (in termini anche di costi-benefici). Leggiamoci sopra le informazioni e i consigli giusti!

L’esperto ricercatore e medico Antonio Moschetta (Bitonto, 1973) e il creativo cuoco e ristoratore Moreno Cedroni (Ancona, 1964) hanno scritto un bel volume a quattro mani, ciascuno più per la parte di cui è competente. Tutta la verità sul cibo che fa vivere a lungo e in salute con le ricette di un grande chef è un testo unitario che nelle prime (quasi) cento pagine illustra le proprietà benefiche (e malefiche) di quanto e come possiamo mangiare, con glossario e bibliografia, e nelle seconde (quasi) duecento pagine dettaglia la composizione la preparazione, la realizzazione e il relativo consiglio medico per (quasi) cento elaborati culinari distinti in: centrifugati, cocktail, pane, breakfast, antipasti, fermentati, pasta, minestre, secondi di pesce, secondi di carne, legumi, hamburger, contorni, uovo, frutta, dolci, rivisitando infine anche una decina di ricette della tradizione gastronomica italiana (fra cui, non a caso, l’adriatico stoccafisso all’anconetana). Moschetta insegna all’università in Puglia e svolge studi anche per l’AIRC, in particolare sulle correlazioni fra scelte nella dieta e prevenzione dei tumori. Cedroni è partito nel 1984 dalla Madonnina del Pescatore di Senigallia, ottenendo la prima stella Michelin nel 1996 e la seconda nel 2006, gestisce vari luoghi di ristorazione con spirito innovativo e scrive libri di cucina. Le ricette sono abbastanza semplici e i consigli medici servono a creare consapevolezza su come e quando gustarsele riducendo i rischi; sono una sorta di valutazione d’impatto sanitario di quanto mangiamo bene, sulla base della divulgazione alimentare scientifica dei primi paragrafi. Se si vuole trovare una combinata pecca riguarda il poco spazio per il male e l’eventuale bene dell’alcool (fra gli alimenti) e l’assenza degli abbinamenti col vino (nelle ricette).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ospite e il nemico (Le varie di Valerio 84)

Raffaele Simone
L’ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l’Europa
Garzanti, 2018
Filosofia e antropologia

Europa. Negli ultimi anni. Raffaele Simone osserva che a partire dal 2015 si è rovesciata sull’Europa una sottovalutata Grande Migrazione di massa, menziona alcuni episodi, dati e fatti del fenomeno, valuta sbagliato il modo in cui istituzioni pubbliche ed élites dirigenti l’hanno ricevuta, riflette sui possibili effetti sociali, culturali e politici che derivano dall’impatto. Non ha senso essere “pro o contro”, è gigantesca e crescente. Ed è altrettanto sbagliato negare che sempre più sarà un’inondazione tempestosa. Cerchiamo di capirla e di organizzare risposte adeguate, fin qui tutto giusto e scontato. L’autore è convinto che il processo abbia avuto inizio nel 2015 (l’anno in cui s’impennerebbe il flusso precedente di ondate intermittenti non particolarmente numerose), reso inquietante dal terribile intreccio di altri fattori globali estremi (soprattutto la crisi economica e l’attività terroristica). Secondo lui, non è proibito il confronto con le Invasioni Barbariche, diversi i mezzi ma non i moventi e i rischi di dissoluzione (dell’Impero o dell’Europa). La Grande Migrazione supera per imponenza e drammaticità le due più recenti ondate verso l’Europa, avvenute nel secondo Dopoguerra (dal Sud al Nord dell’Europa) e alla fine degli anni Ottanta (dall’Europa balcanica e slava verso Ovest) e sarebbe diversa da quelle preistoriche perché proveniente soprattutto da zone (Africa sub-sahariana e Asia centrale) che non avrebbero acquisito la moderna mentalità stanziale occidentale. L’autore rileva opportunamente che il diritto relativo al migrare ha due facce ben distinte: andarsene dal proprio paese, entrare in un paese “altrui”. Suggerisce preliminarmente di riflettere su due opzioni (frequenti): chi insiste sulla Colpevolezza per il passato cattivo e sostiene che l’Europa se lo merita; chi enfatizza un progetto di Grande Sostituzione degli europei da parte dei nuovi arrivati. Entrambe parziali.

L’autorevole linguista Raffaele Simone (Lecce, 1944) si è già spesso scagliato contro le mine ideologiche del Politicamente Corretto e lo fa anche qui, con consueta ripetitiva verve polemica. Ce l’ha con l’incoscienza e l’impreparazione mostrate dalle istituzioni europee e perlopiù con chi ancora amministra mite accoglienza sulla base del presunto principio costituzionale dell’”inclusione illimitata” (considerato molto sbagliato), proprio dell’Ideologia Europea. La prima parte (“Il presente e l’ombra del passato”) è colma di affermazioni apocalittiche, niente affatto scientifiche sul piano evoluzionistico, ecologico, antropologico e statistico, spesso superficiali e categoriche, con la scusa banalizzata di contrastare le (altre) ideologie. Manca l’analisi approfondita e comparata del fenomeno migratorio nella storia e nella geografia dei continenti (e del nostro). Trasuda astiosa contrapposizione verso alcuni noti intellettuali francesi del Club Radicale (fra gli altri Balibar e Withol de Wenden), confondendo il politicamente scorretto con lo scientificamente inesatto, come se, quando non si è d’accordo, sia poi conseguenza indispensabile usare linguaggi offensivi e assolutistici. La seconda parte (“Figure di un evento fatale”) riveste un indubbio interesse culturale. Pur non mancando ulteriori sfoghi retorici, l’autore riflette sul comportamento dei popoli antichi, greci e romani (da cui il titolo) verso nemici, ospiti e stranieri. Pur mantenendo arbitrarie comparazioni all’attualità, con acume e dotte citazioni individua quattro angolazioni d’analisi e dedica a ciascuna un godibile capitolo: chi può cercare accoglienza (da vicino o lontano, invitato o inatteso, pellegrino forestiero fuggiasco, sconvolgente o meno); come l’accoglienza può manifestarsi (figure, schemi e rischi del multiculturalismo); cosa possono diventare l’accolto dopo l’insediamento e il paese accogliente dopo gli arrivi. La terza parte (“Il segno del futuro”) prende in esame le prospettive e, con qualche realismo, il breve, medio e lungo periodo. L’autore opportunamente distingue paura e odio, xenofobia e razzismo e suggerisce di prestare più attenzione alla complessità e alle emozioni collettive. E di studiare meglio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)