Imperfezione (Le varie di Valerio 98)

Telmo Pievani
Imperfezione. Una storia naturale
Raffaello Cortina, 2019
Scienza

Ovunque e in nessuna parte. Da 13,82 miliardi di anni fa a un attimo dopo ora. In principio fu l’imperfezione, una piccolissima infinitesimale anomalia divenne scaturigine di ogni cosa. Il nostro universo è l’incessante metamorfosi di uno stato perfetto di vuoto quantistico, pieno di tutto, brulicante di oscillazioni casuali, inquieto, ribollente. Una “ribellione” degli inflatoni, una minuscola deviazione fortuita, un deragliamento e la simmetria primeva si spezzò, ne scaturì un’esotica biodiversità di particelle elementari, la materia prevalse di un soffio sull’antimateria. Si può partire da molto spazio-tempo fa per seguire la cascata innumerevole di altre asimmetrie, ramificazioni e aggregazioni e fare così la storia naturale dell’imperfezione e delle sue scientifiche leggi, durature anche nel nostro spazio-tempo. Il filosofo delle scienze naturali Telmo Pievani ci accompagna con precisione e ironia nel mirabile viaggio e sceglie come incipit per ognuno dei sette tratti di strada una citazione da Voltaire (Candido, o l’Ottimismo), protagoniste le opinioni di Pangloss, mitico insegnante di metafisico-teologo-cosmoloscemologia. Il primo tratto si conclude con l’abiogenesi, l’imperfezione biologica, quando intorno a 3,5 miliardi di anni fa emersero forme di vita autoreplicanti a partire dalla chimica della materia inanimata, una ricetta (la nostra) a base di amminoacidi, nucleotidi, zuccheri e grassi. Poi venne fuori che la membrana che li imprigionò non era impermeabile (scambiava materiali con l’esterno, nutrienti immigrati e scarti emigranti) e cominciò il gioco dell’autoreplicazione (le catene di RNA e il polimero del DNA entrarono in scena non senza casuali errori di copiatura). Per sopravvivere in ambienti che cambiano (o cambiare ambiente) bisogna saper variare, trovare compromessi instabili e precari col proprio organismo e con gli altri organismi, sempre più multicellulari e biodiversi. Non sempre ci si riesce, la maggioranza delle specie esistite si sono già estinte, batteri piante sesso animali, un mondo di possibilità. Passo passo (non c’è cronologia che tenga) affrontiamo l’evoluzionismo darwiniano, la selezione naturale, la cooptazione funzionale, i geni dormienti e i DNA spazzatura, lo sgraziato fragile ambivalente cervello umano, le nostre storie.

Telmo Pievani (Bergamo, 1970) fu allievo di un grande scienziato americano, è prorettore a Padova, oggi lui stesso maestro di cultura scientifica universale. Da secoli in letteratura va di moda far tornare antichi personaggi dei grandi classici con autori moderni, libri che avrebbero potuto scrivere Poe o Conan Doyle, Chandler o Montalban. Il suo libro ha gli stessi competente scientifico garbo, curioso punteggiato equilibrio, ricchi multidisciplinari riferimenti di quelli meravigliosi di Stephen Jay Gould (1941-2002). Pur tuttavia, al cinema continua a non andar di moda fare spoiler, nessuno me ne voglia per la sintesi del libro di Pievani, il piacere della lettura e la necessità di metterlo nella propria biblioteca non ne saranno intaccati. Da quel che ho capito le sei leggi dell’imperfezione sono più o meno le seguenti, vengono fuori pian piano dallo spazio-tempo: la contingenza cambia spesso imprevedibilmente le regole del gioco evolutivo; il compromesso vitale è risultato di interessi diversi e spinte selettive antagoniste; i vincoli storici, fisici, strutturali e di sviluppo condizionano e relativizzano pure la selezione naturale; il riuso di strutture già esistenti e sub ottimali è molto frequente; la cipolla ha molti più geni dei sapiens anche perché l’evoluzione è la trasformazione del possibile e l’eccedenza tollerabile una precondizione; la Regina Rossa (Carroll) corre all’infinito e sempre più velocemente per poter restare sullo stesso posto, pure noi (come tutti i viventi, sapienti o meno) ci ritroviamo di continuo sfasati e inadatti rispetto alle mutazioni del contesto biotico e abiotico che abbiamo intorno, ancor più da quando c’è disaccoppiamento fra i tempi lenti della biologia e i tempi frenetici della cultura. Perfettamente spiegate (nel libro).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’invenzione occasionale (Le varie di Valerio 97)

Elena Ferrante
L’invenzione occasionale
Edizioni e/o, 2019
Illustrazioni di Andrea Ucini

Italia e Europa. Negli ultimi anni. The Guardian è uno straordinario indipendente organo d’informazione inglese, compirà due secoli di vita nel 2021, settimanale all’inizio, quotidiano dal 1852, considerato da decenni riferimento principale degli elettori laburisti (liberal, radical, progressisti, di sinistra, che dir si voglia), lettura importante pure fuori dai confini dell’isola oltre Manica. Dal gennaio 2018 è in formato tabloid. Alla fine del 2017 il Guardian chiese a un’autorevole personalità italiana, Elena Ferrante, autrice di libri di successo in ricca parte del mondo, di tenere una rubrica settimanale su argomenti di varia attualità, concordati e non prefissati rigidamente dalla redazione, che avrebbe inviato temi e questioni in parte segnalati anche da Ferrante, sui quali sarebbe poi stato imbastito il pezzo autorale. E così fu, dal 20 gennaio 2018 al 12 gennaio 2019 ogni sabato è uscito sul quotidiano (che non esce la domenica) un articolo di Elena Ferrante, accompagnato da disegni del musicista e illustratore concettuale italiano Andrea Ucini (che vive e lavora in Danimarca), originariamente scritto in italiano (tradotto in inglese da Ann Goldstein), editato e titolato (da Melissa Denes). Ora, nella primavera 2019, le deliziose opere, frammenti letterari e grafiche colorate, sono cronologicamente raccolte in volume dallo storico scopritore editore italiano di Ferrante. Introducendo il libro, spiega la novità della scrittura: non l’autonoma scelta e il lavorio di cancellazioni e sostituzioni di parole frasi azioni storie, con i propri modi e tempi, bensì l’urto tra uno stimolo esterno e l’urgenza della stesura: piccole esperienze esemplari, intuizioni improvvise, conclusioni brusche. Insomma, come sintetizza il titolo, sono “invenzioni occasionali, non diverse del resto da quelle con cui reagiamo ogni giorno al mondo in cui ci è capitato di vivere”.

La data di nascita di Elena Ferrante è il 1990, quando uscì L’amore molesto, il primo romanzo con il suo nome e cognome. Da allora è una figura pubblica, incontrata da tanti in vari luoghi (a Napoli e non solo) con età e aspetto di sapiens in carne e ossa, conosciuta da molti più come autrice di bellissime narrazioni da quasi trent’anni. È con questo ruolo che rilascia interviste a distanza, subisce ricerche identitarie, paga comunque le tasse, esprime opinioni da stampare, ha collaborato col Guardian. Di chi sono le riflessioni sulla politica e il cinema, sull’infanzia e la maternità, sulla vita di coppia e il sesso, sulle prime volte e la paura, sul sonno e le piante, sulla dipendenza dal fumo e l’indipendenza dagli esclamativi, sulla letteratura e “il più straordinario dei poeti italiani” Leopardi? Certo, di una donna, visto che ad Elena corrispondono sempre desinenze femminili. Certo, di una persona di cittadinanza italiana, visto che Ferrante scrive da sempre nella nostra lingua e nel nostro contesto istituzionale. Epperò c’è l’artificio che va ancora segnalato, il filo sottile di demarcazione che lega verità e finzione, quel che pensa un cervello identificato con quel che noi pensiamo potrebbe argomentare chi è stato capace di scrivere le frantumagliose moleste storie delle amiche geniali. Per noi che siamo da sempre innamorati della scrittrice si tratta di altri bei testi illustrati da tenere accanto, per chi ancora non la conosce, non ne ha letto né visto le riduzioni telecinematografiche, di un interessante spaccato sulla vita intellettuale dei tempi moderni. “Amo il mio paese ma non ho alcuno spirito patriottico e nessun orgoglio nazionale… I caratteri nazionali mi sembrano semplificazioni che vanno combattute”. La nazionalità linguistica è “un punto di partenza per dialogare, … guardare oltre confine, oltre tutti i confini, innanzitutto quelli di genere”. “Non ho mai votato per i Cinquestelle… La guerra contro il Movimento ha impedito di vedere che il pericolo era altrove. Mi riferisco alla Lega di Matteo Salvini”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Senza confini (Le varie di Valerio 96)

Francesca Buoninconti
Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori
Codice Torino, 2019
Scienza

Aria, acque, suolo del pianeta. Da milioni di anni. Il nostro pianeta è attraversato da miliardi di animali migratori in viaggio: uccelli, mammiferi marini, terrestri e volatori, pesci, anfibi, rettili, insetti e altri invertebrati ancora. Migrano grandi e piccoli, balene e farfalle; da soli o in gruppo, percorrono migliaia di chilometri ogni anno, affrontando difficoltà e pericoli, su percorsi infidi che costano la loro vita. Più o meno si sa perché partono, per riprodursi e trovare cibo a sufficienza. Ma come fanno, chi e cosa glielo fa fare, sono questioni che incuriosiscono gli umani sapienti dall’antichità, anche Aristotele ci rifletteva (senza riuscire a capire bene), da un secolo la scienza offre alcune risposte. La maggior parte degli animali migratori vive in luoghi che hanno stagioni definite. E molto spesso proprio l’alternanza delle stagioni e dei cicli produttivi fa sì che le aree favorevoli e ricche di cibo in inverno, non lo siano per riprodursi in estate. E viceversa (tenendo pure conto che la localizzazione nei due emisferi inverte la prospettiva). Di quando e come siano nate le migrazioni non sappiamo molto, è ancora tutto da scoprire e da confermare. Molti gruppi e molte specie animali hanno iniziato da tempo: secondo le teorie più accreditate il fenomeno migratorio si sarebbe sviluppato nel Neogene (tra 23 e 2,6 milioni di anni fa), prima della comparsa delle forme umane (che poi tanto ne sono state condizionate), per poi affinarsi nelle successive fasi glaciali del Quaternario. Grazie agli stimoli ormonali, a caratteri genetici di vita e adattamento negli ecosistemi biodiversi e mutevoli, i migratori sanno quando giungono i momenti di partire e di tornare. Capacità e modalità hanno avuto una continua evoluzione. Ovunque siano diretti, con una bussola magnetica, solare o con le stelle, i migratori sanno di sicuro come arrivarci. In volo, a nuoto o in marcia non ha importanza: è tempo di migrare.

La giovane giornalista scientifica Francesca Buoninconti (Napoli) ha esaminato i più recenti studi sulle migrazioni delle specie animali di competenti ricercatori di varie discipline. Con stile curato e fresco si mette a fianco degli animali che non conoscono le frontiere fra Stati stabilite dagli umani (da cui il titolo). Pur senza un’adeguata complessiva teoria del migrare e delle migrazioni, il volume risulta molto interessante e contiene innumerevoli casi, curiosità, dati, comparazioni, spunti aggiornati, talora aiutati da disegni o mappe. La brava autrice distingue giustamente tre grandi comparti: chi si libra per aria, chi sguazza in acqua, chi calpesta terre, pur in ecosistemi sempre connessi e mai soli. Non si può che iniziare dagli appariscenti uccelli migratori, le variabili di migrazione sono quasi infinite, a corto o lungo raggio, tutti insieme o maschi e femmine differenziati, comportamenti e diete spesso adattate a luoghi e tempi. Sono i più studiati, soprattutto attraverso tre tecniche: l’inanellamento (avviato oltre un secolo fa, praticato ormai in modo diffuso e sofisticato), i radar, i GPS logger. Poi migrano volando anche libellule, locuste, farfalle, falene, pipistrelli, alcune di loro attraverso più generazioni per ogni andata e ritorno. Mari e oceani sono pieni di migranti e, forse, da oltre cento milioni di anni, come nel caso delle tartarughe marine, rettili che vivono in mare aperto, le cui femmine nidificano sulle spiagge (ricordandosi pure quelle “natie”). I cetacei, invece, hanno le pinne e sanno cantare, la comunicazione canora è cruciale. Mancano ancora notizie certe sull’incredibile traffico delle specie dei pesci, come si regola precisamente, ognuna e accanto alle altre, circa dolcezza, temperatura, correnti delle acque: qualcosa in più è noto per tonni e sardine, salmoni e anguille. Infine vengono narrati gli animali terrestri: pinguini, gnu, zebre, elefanti, renne (e persistenti popolazioni umane nomadi), caribù, antilocapre, cervi mulo, rane, anfibi, granchi. Nello scenario globale, il cambiamento climatico di origine prevalentemente antropica sta lasciando il segno anche sui migratori: sfasamento delle temperature e delle tempistiche, alterazione delle reti alimentari, fughe e nuovi adattamenti da stanzialità a migratorietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il razzismo è illegale (Le varie di Valerio 95)

Livio Pepino (a cura di) per Arci, Asgi, GruppoAbele, LibertàGiustizia
Il razzismo è illegale. Strumenti per un’opposizione civile
Edizioni Gruppo Abele Torino, 2019
Politica e diritto

Italia. 2019. Oggi subiamo anche un “razzismo di Stato”. L’odio razziale ha scalato le stanze del potere e si è trasformato in programma di Governo. Gli antefatti culturali furono tanti e proseguono nella totale inconsapevolezza del ruolo dell’Occidente nell’innesco delle migrazioni e nel pensiero diffuso di identità nazionali escludenti e contrapposte. L’antefatto giuridico risale purtroppo alla prima legge del 1998 (nota come Turco-Napolitano) che assumeva le migrazioni come fenomeno negativo, era cauta nell’accoglienza e formalmente inflessibile nel controllo delle irregolarità. Una vera e propria svolta repressiva fu indotta dalla legge del 2002 (nota come Bossi-Fini); un ulteriore salto di qualità razzista si è verificato nell’ultimo anno con il governo Conte-Salvini-Di Maio. Risulta ancor più evidente che il razzismo è uno dei veicoli di cui si serve l’establishment per mantenere il proprio potere e i propri privilegi, indirizzando la protesta verso veri e propri capri espiatori: chi ha e può meno, i poveri soprattutto (non esattamente una novità nella storia delle civiltà). Eppure, tutti i dati degli ultimi decenni ci dicono che non siamo di fronte a una pressione immigratoria insostenibile, né in Europa né tanto meno in Italia. La Costituzione italiana è stata tradita, in particolare con il decreto-legge Salvini 113/2018, convertito con modifiche nella legge 132/2018, un uso improprio della decretazione d’urgenza che crea cittadini di serie B, erode e lede l’effettività del diritto d’asilo, annulla la protezione umanitaria, toglie la libertà personale agli stranieri. Il testo viene esaminato con molta precisione e chiarezza, sottolineando come smantelli il modello (pur contraddittorio) di accoglienza diffusa in vigore dal 2002, lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: chi arriva va parcheggiato in attesa che vada via, stop, ciò si propaganda e ciò si vorrebbe ottenere in odio a geografia e storia.

Il magistrato (dal 1970 al 2010) Livio Pepino (Caramagna Piemonte, 1944) è stato presidente di Magistratura democratica e dirige ora le Edizioni Gruppo Abele. Per conto anche di altre tre grandi associazioni nazionali ha redatto, curato e assemblato un ottimo lavoro collettivo di dodici personalità (Alessandra Algostino, Daniela Consoli, D’Amora, Masera, Miraglia, Montanari, Pallante, Chiara Sasso, Schiavone, Nicoletta Vettori, Nazarena Zorzella) con l’obiettivo di contrastare il crescente diffuso razzismo “istituzionale”: leggi, provvedimenti, ordinanze, dichiarazioni di pubbliche autorità contro gli stranieri che vivono nel nostro paese e contro quelli che vi arrivano (o cercano di farlo), atteggiamenti che fanno da cemento unitario della destra ma hanno anche visto la sinistra inerte o subalterna o complice. Sono atti in contrasto con la Costituzione italiana, con ogni principio etico e con i fondamenti del nostro sistema giuridico, rispetto ai quali reagire sia con il rifiuto e la disobbedienza civile, sia in positivo, mettendo insieme esperienze, definendo adeguati strumenti e creando una cultura diversa. La seconda parte del volume è dedicata alle proposte operative: come ridurre i danni delle norme recentemente approvate, quali provvedimenti solidali approvare nelle amministrazioni locali, come garantire protezione e accesso ai servizi a chi ne ha bisogno. Viene spiegato in teoria e in pratica il “diritto di resistenza” (di cui parlarono Dossetti e Mortati alla Costituente): come costruire una rete di esperienze virtuose ed efficaci, quali progetti già sono stati avviati per le microaccoglienze e microassistenze, quali ong e navi di soccorso possono essere sostenute nel Mediterraneo. E l’ultimo capitolo è dedicato al ruolo dei giudici: a loro occorre chiedere imparzialità e terzietà, non neutralità rispetto ai principi e ai diritti sanciti dalla carta costituzionale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Guida alla letteratura noir (Le varie di Valerio 94)

Walter Catalano, Luca Ortino, Giuseppe Panella, Pasquale Pede, Leopoldo Santovincenzo
(a cura di Walter Catalano)
Guida alla letteratura noir
Odoya Bologna, 2018
Letteratura

Letteratura noir, policier, mystery, Kriminal, hard-boiled, gialla. Ultimo secolo. Per le storie di crimini e misteri si suole risalire alla Bibbia o, almeno, a Poe, quasi due secoli fa. I libri del genere hanno avuto alterne ma crescenti produzione e diffusione, successo un po’ ovunque nel mondo. E innumerevoli ricostruzioni critiche, definizioni linguistiche e nazionali, articolazioni tecniche e comparate. A un certo punto, per il tramite della critica francese alla storia del cinema americano, a cavallo della guerra poco prima della metà del Novecento apparve il termine “Noir” come genere o sottogenere assestante. In Italia l’utilizzo è divenuto via via talmente pervasivo che ha finito per sostituire il nostro tradizionale e intraducibile “Giallo”. Ancora oggi tutto è noir e nulla più è proprio un giallo. Questa confusione giustificato un interessante libro di orientamento culturale per lettori, più o meno appassionati. Cinque esperti (a vario titolo) ci offrono le coordinate precise (o volutamente imprecise), gli autori giusti, i romanzi chiave per leggere meglio la letteratura noir, il cui fascino irresistibile risiederebbe proprio “in un’aura che permea ma non determina”, in un carattere apofatico: “può essere definito solo tramite negazioni”. La prima parte del volume riassume i principali differenti tentativi di definizione, sia illustrando alcune (non coincidenti) opinioni degli estensori sia esaminando le strette e articolate relazioni intrattenute con altri limitrofi generi o sottogeneri (Mystery, Western, Feuilleton). La seconda parte elenca le ventotto personalità (Boileau-Narcejac valgono uno) imprescindibili come “fondanti” il Noir, concentrandosi quindi su tanti statunitensi, alcuni francesi (7), pochi inglesi (2), un solo italiano (Scerbanenco, “unico maestro di tutti”).

Gli operatori editoriali Walter Catalano (coordinatore) e Luca Ortino, il docente universitario Giuseppe Panella, lo psicoanalista collezionista Pasquale Pede, il regista Leopoldo Santovincenzo hanno realizzato una guida utile sia ai neofiti (per un percorso di letture mirate) sia ai cultori (per approfondire e sviscerare). Ognuno di loro ha scritto uno o più brevi saggi di critica letteraria e raccontato vari fra gli autori, faticosamente selezionati (con trasparenti contrasti). I magnifici 28 sono tutti maschi: Boileau-Narcejac, Brown, Bunker, Burnett, Cain, Chandler, Chase, Chaze, Ellroy, Giovanni, Goodis, Hammett, Héléna, Higgins, Himes, Izzo, Malet, Manchette, McCoy, Raymond, Scerbanenco, Simenon, Spillane, Thompson, White, Willeford, Williams, Woolrich. In ordine alfabetico, ciascuna personalità viene presentata sul piano biografico e bibliografico con segnalazione dei testi imprescindibili (nell’edizione italiana) e corredo di foto, disegni e copertine; poche chiare pagine con un unitario schema di trattazione, citazioni e impatti. In appendice Pede esamina i pubblicatori e le pubblicazioni del Noir, negli Usa Pulp & Paperback, in Francia Marcel Duhamel e la Série Noire, in Italia le fortune e le sfortune connesse quasi soltanto alla logica e all’evoluzione del Giallo Mondadori fino alla svolta degli anni ottanta. Segue un indice dei titoli (più che dei nomi) delle centinaia di romanzi citati. Emerge come davvero il Noir sia innanzitutto stile, movimento, sensibilità, atmosfera di disagi e incompiutezze. Come la vita.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I segreti tecnologici delle antiche civiltà (Le varie di Valerio 93)

James M. Russell
I segreti tecnologici delle antiche civiltà. Le straordinarie invenzioni che hanno cambiato il mondo
Newton Compton, 2019 (originale 2018, Plato’s Alarm Clock)
Traduzione di Mariafelicia Maione

Dal Neolitico in avanti. Quasi in ogni ecosistema umano. Ben prima dell’Età del bronzo erano in uso calendari di varia natura: abbiamo documenti scritti che testimoniano sistemi di datazione presso i sumeri, gli egizi e gli assiri circa 5 mila anni fa; una recente scoperta archeologica in un campo della Scozia indica addirittura che già 10 mila anni fa popolazioni mesolitiche di quell’area comprendevano le fasi lunari e monitoravano i mesi. Prima strumenti di rozza pietra, poi versioni d’osso più duttili, poi strumenti di pietra per tagliare, macinare e lucidare frammenti d’osso, e ricavarne utensili, una storia di oltre 100 mila anni, forse non solo della nostra specie sapiens, certo legata anche all’alimentazione, alla pesca, all’ornamento, alla vestizione, alla musica (musicultura). Egualmente lunga e parallela la lenta evoluzione delle posate, manufatti per portare il cibo alla bocca, via via più raffinate, le forchette un problema più per la visione del mondo cristiana che per altri. Anche il molto recente sviluppo della ruota fu lento e graduale, prima rotolio e torni, poi materiali ruotanti di pietra e di legno, ancora poi la decisiva ruota raggiata, infine carri e strade, ma sempre tutto diacronico nel tempo e nello spazio, non irreversibile. Molte invenzioni che pensiamo moderne erano già in uso da migliaia di anni: i vestiti forse da 170 mila; gli aghi per cucire forse da 60 mila; le corde forse da 28 mila; i cesti da 10-12 mila. E le imbarcazioni? Zattere o barchine da oltre 40 mila, poi canoe da almeno 8 mila, infine le navi, sempre più grandi per navigazioni sempre più sofisticate. In Germania 28 mila anni fa è stato pure trovato un fallo di siltite, gli afrodisiaci hanno usi consapevoli di almeno 4 mila anni (come i metodi contraccettivi e forme di prostituzione).

Il divulgatore culturale londinese James M. Russell, laureato in filosofia a Cambridge, operatore nel mercato editoriale, ha utilmente raccolto la storia di svariati strumenti, invenzioni e scoperte dell’antichità provenienti da diverse parti del mondo ed epoche, spiegando chiaramente che “la scienza e la tecnologia si possono sia scoprire che perdere”, “la storia è punteggiata da secoli bui e cataclismi, durante i quali la conoscenza viene perduta e la condizione umana peggiora”. Ora qui ora là, ora per responsabilità di altri umani ora no. Il titolo inglese fa riferimento al modo di svegliarsi (e svegliare gli studenti in tempo per le sue dialoganti lezioni) escogitato dal filosofo greco Platone (428/7-348/7 a.C.), allievo di Socrate e maestro di Aristotele. Un contenitore si riempiva gradualmente d’acqua fino a raggiungere un’altezza precisa, poi tramite un condotto fluiva rapidamente in un secondo recipiente più in basso. Il recipiente era sigillato ma aveva piccole aperture progettate per “fischiare” in modo acuto quando l’acqua ne usciva. Si poteva programmare la cosa affinché la straordinaria sveglia avvenisse in un determinato momento. Il gocciolio graduale per scandire il passare del tempo si usava da tempo ovunque, orologi ad acqua esistevano a Babilonia, in Egitto, in India e in Cina migliaia di anni fa. Anche candele all’interno di sfere di metallo risultavano utili allo stesso scopo, la prima apparizione di orologi meccanici (azionati dalla forza dell’acqua ma scanditi da ore e giorni) apparve in Cina già nell’ottavo secolo d.C.. La trattazione (talora superficiale) è distinta per trenta argomenti di vita quotidiana (compresi gabinetti e specchi), sedici di tecnologia meccanica e industriale (dal motore a vapore di Erone di Alessandria alle immersioni subacquee), dieci di misteri (come la nanotecnologia di Damasco e l’acciaio damasco), undici militari che contemplano anche una brevissima storia delle armi, nove medici (fra cui dentiere, protesi e i primi tatuaggi), quindici scientifici. Il volume è corredato di alcune immagini in bianco e nero e dell’indice analitico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Errore (Le varie di Valerio 92)

Pietro Greco
Errore
Doppiavoce Napoli, 2019

La vita, di tutti, ovunque. È piena di errori, lo sappiamo o intuiamo. Sbagliando s’impara, vero è, non solo un detto popolare. Eppure filosofi e storici, ricercatori sul campo ed epistemologi hanno impiegato secoli per comprenderlo. Ora, da almeno un secolo, gli scienziati hanno piena consapevolezza del filo rosso che lega l’errore all’apprendimento. Così può essere divertente e utile ripercorrere con la memoria analitica dieci errori d’autore. Cristoforo Colombo e le conseguenze fortunate di lungo periodo di una serie di errori di misurazione prima del 14 ottobre 1492 giapponese-americano, antichi e moderni, di altri e suoi. Claudio Tolomeo ad Alessandria d’Egitto nel secondo secolo d.C., i cicli astronomici errati (cosa davvero ruota e intorno a cosa) e le dimensioni e le longitudini della Terra deformate, nonostante i cartaginesi avessero già solcato l’intero Atlantico. Il Premio Nobel nel 1938 a Enrico Fermi (1901-1954), l’errore di valutazione di Nature e i dati della prima fissione artificiale del nucleo atomico male interpretati. Il francese Jean-Baptiste Pierre Antoine de Monet, cavaliere di Lamark (1744-1829) e la prima (sbagliata) formulazione di una teoria scientifica sulla trasformazione dei viventi con tre fondamentali errori nel primo grande approccio all’evoluzionismo biologico. Il presunto infinito immobile omogeneo isotropo universo fisico di sir Isaac Newton (1643-1727) e l’invocazione pregiudiziale di Dio. L’evoluzione cosmica (statica o dinamica?) e la teoria della relatività generale di Albert Einstein (1879-1955), con l’occasione mancata della fisica teorica. Il non-errore di Galileo (1564-1642), il doppio errore concettuale di Cartesio (1596-1650), l’errata fine della fisica di William Thomson barone Kelvin (1824-1907), la perduta certezza della matematica di David Hilbert (1862-1943), non si finisce mai di commettere discutibili fertili errori!

Il miglior giornalista scientifico italiano vivente, a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955) ci delizia parlando degli errori di alcune grandi personalità. Fa dieci esempi, lontani nel tempo e nello spazio, legati a cognizioni famose, all’interno di biografie complesse (sempre accennate con acume e ironia), utili a impostare correttamente anche il nostro rapporto con i continui errori che facciamo. Servono, facciamone tesoro, chiediamo scusa e trattiamoli con dolcezza, usiamoli per capirci e capirsi meglio. Non solo in ambito scientifico. Siamo fallaci, imperfetti. Per favorire migrazioni ed esplorazioni Colombo errò e capì male, scoprì quella America di cui dopo nessuno più poté poi fare a meno. Errore ed errante sono sostantivi con la medesima radice, si riferiscono a un analogo dubbioso vagabondare, dal latino e dai precedenti indoeuropei, in italiano in francese (erre) in spagnolo (yerro) e in altre derivazioni. Il migrante e lo scienziato furono e in parte sono stati prevalentemente dei movimentati erranti. Non c’è biografia dove non esistano innumerevoli esempi di paralisi, rallentamenti, accelerazioni, tentativi, handicap, casi come deviazioni imprevedibili per gli attori e casi come informazioni incomplete di noi attori, errori come errori fattuali (o refusi, qui) ed errori proprio concettuali. L’autore, citando tanti e soprattutto Popper, conclude su questa distinzione. L’errore (minimizzabile) di misura può essere strumentale, ambientale, procedurale e umano (trascrizionale o di stima); l’errore (falsificabile) di concetto è centrale nell’impresa scientifica, va cercato e non nascosto, non si sbaglia! Non è un trattato, non è un compendio, non c’è bibliografia. Si tratta del secondo volume della collana “La parola alle parole” (curata da Ugo Leone), sono già usciti la A (Ambiente) e la E, presto usciranno la G e la M. Se non lo trovate in libreria, è acquistabile via internet.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il mare nero dell’indifferenza (Le varie di Valerio 91)

Liliana Segre
Il mare nero dell’indifferenza
A cura di Giuseppe Civati
People, 2019

Italia. Oggi. Liliana Segre nacque il 10 settembre 1930 all’ospedale di Milano in via San Vittore, nel 2020 compirà 90 anni. Attualmente, dal 19 gennaio 2018, è senatrice a vita, nominata dal Presidente Mattarella “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”. Quando non aveva nemmeno un anno morì la madre Lucia Foligno, lei rimase col padre Alberto e i nonni paterni. Il 5 settembre 1938 stava per compiere otto anni, attendeva in vacanza che riprendessero le lezioni all’istituto di via Ruffini, quando il governo Mussolini espulse dalle scuole gli insegnanti e gli alunni di “razza ebraica”, le leggi razziste e i conseguenti decreti le impedirono di tornare in aula a ottobre e di proseguire gli studi pubblici, unica della classe cacciata in quanto nata (ebrea). Continuò a studiare dalle suore a Milano e a Como. Scelsero di battezzarla. Dopo l’8 settembre fu comunque espulsa dall’Italia, clandestina in fuga, richiedente asilo, respinta dalla Svizzera, carcerata per un mese a San Vittore, infine deportata ad Auschwitz, operaia-schiava, dal campo di concentramento alla fabbrica di munizioni tutti i giorni per un anno. Sopravvisse, a stenti. Dei 775 bambini italiani di età inferiore ai quattordici anni che vi furono deportati, 751 sono morti dentro. Anche il padre. Pochi mesi dopo la liberazione a maggio 1945 tornò in Italia dove trovò la casa deserta, comunque lo zio e i nonni materni. Nel 1948 conobbe a Pesaro Alfredo Belli Paci (morto nel 2007), si sposarono e dal loro amore sono arrivati tre figli, poi tre nipoti. Nel 1990, divenuta nonna (anche di sé stessa, bambina che aveva avuto sconvolta la vita), ha deciso di dedicarsi a raccontare cosa furono Shoah e Olocausto a studenti e cittadini, da poco più di un anno lo fa da senatrice.

Giuseppe Pippo Civati (Monza, 1975) consegna alle stampe un libro imperdibile. Per ripercorrere i passaggi fondamentali della biografia di Liliana Segre compie un lavoro di sensibilità filologica. Non parla lei (usando uno scrittore di oggi), non parla lui (dovendo fare storia), Civati si è accordato con Segre per “narrarla” in terza persona, tessendo alcuni crudi fatti storici con le parole già usate da lei stessa in discorsi ufficiali, interviste, interventi, dichiarazioni, relazioni, più raramente in conversazioni fra loro due. Mi sono commosso più volte, causa età avanzata forse, perché non si indulge mai in sentimentalismi. Il titolo prende spunto dall’eterno meccanismo dell’indifferenza: quella più di tutto sentì intorno a sé la bimba quando fu travolta dalla barbarie umana, quella sente lei oggi come la principale avversaria da criticare e limitare, quella vediamo spesso intorno a chi fugge forzatamente dai luoghi (lontani) di nascita, talora solo per affogare altrove, in altri mari neri. Liliana Segre è una donna di pace e una donna libera, spiega che la sua “prima libertà è quella dall’odio”. Da tre anni una volta alla settimana nelle aule scolastiche e da un anno nelle aule parlamentari porta le voci di quelle migliaia di italiani appartenenti alla minoranza ebraica che nel 1938 subirono l’umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano, soprattutto di quelli meno fortunati che non sono tornati. Salvarli dall’oblio, coltivare la Memoria è il vaccino contro l’indifferenza all’orrore della Shoah, alla follia del razzismo, alla barbarie della discriminazione e della predicazione dell’odio. Ribadisce l’eccezionalità indiscutibile dell’Olocausto e, insieme, descrive gli aspetti che possono tornare, anche con altre modalità, in ogni forma di discriminazione, a esempio verso i neri e i migranti. Parla della rete assistenziale e della rete criminale (anche di scafisti) del 1943 e si emoziona per quanto (di simile) accade oggi. Dedica pensieri e parole al padre (morto 44enne), a quando per sei giorni vissero accanto sul vagone verso i lager (lei ha ancora tatuato sul braccio 75190, un numero, una cosa). Completano l’ottimo volume schede e appendici documentarie, un breve saggio di Silvia Antonelli, la bibliografia essenziale degli scritti di Liliana Segre.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’assassino timido (Le varie di Valerio 90)

Clara Usón
L’assassino timido
Sellerio, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Silvia Sichel
Biografia, autobiografia, fiction

Spagna. Franchismo e post-franchismo. Sandra Mozarovski (Tangeri, 17 ottobre 1958 – Madrid, 14 settembre 1977) morì giovanissima e sarà sempre ricordata come bella attrice per gli scollacciati film sexy e porno soft, chiamati destape (spogliarello), concessi dalla dittatura come generosa limitata libertà espressiva. Clara Usón è nata in Catalogna poco più di due anni dopo Sandra, erano giovani nello stesso periodo finale del regime; laureatasi in diritto e divenuta avvocato, ha presto deciso di dedicarsi molto alla letteratura, esordendo nel 1998 col primo romanzo e conquistandosi poi un ruolo di magnifica sensibile affermata scrittrice dei nostri tempi. Lo spunto del nuovo libro è la caduta mortale dell’attrice dal balcone di casa, nemmeno 19enne. Un incidente, un suicidio, un omicidio? Fin da subito sono emersi vari sospetti e ipotesi sulle (eventuali) ragioni del gesto, se e quanto voluto e, in caso affermativo, quanto provocato da lei o da altri e, eventualmente, da chi e perché. Ci fu una versione ufficiale, non furono fatte inchieste, la voce più nota e diffusa allude al fatto che fosse un amante del re (39enne) Juan Carlos, incinta. Usón non investiga, narra. Ha visto più volte tutti i film, letto accuratamente le interviste e le cronache dell’epoca, studiato materiali e contesti, intervistato interlocutori che la conoscevano e sono ancora vivi. Descrive foto e cortometraggi, intuisce i percorsi e le emozioni, suggerisce possibilità nelle dinamiche relazionali, talora si immedesima o comunque compara la vita di Sandra alla sua per narrare pure di sé, senza compiacenze autobiografiche, come ulteriore dato di una realtà parallela di giovinezza femminile fino al 1977 (entrambe benestanti) e, poi, di donna autonoma. Pavese ricorre in molte forme, innanzitutto nel titolo che allude a una possibile definizione personale del suicidio (proprio o altrui).

Clara Usón (Barcellona, 1961) riesce a consegnare ai posteri uno splendido testo intriso di storia e di cultura. Non considera separate realtà e finzione, vi si immerge insieme con stile del tutto trasparente ed esplicito, in prima persona. Esiste una strutturale imperfetta doppiezza del linguaggio articolato simbolico della meticcia specie umana da qualche decina di migliaia di anni a questa parte: assegniamo sempre un nome alle cose ma abbiamo pure sempre bisogno di immaginare altre cose e di assegnare altri significati alle stesse cose. Nel pensier ci fingiamo, vorremmo vivere e non sappiamo come si fa, questo ci ricorda di continuo l’autrice! Ci parla del suicidio come pensiero immanente tanti momenti della vita di molti, masochismo invece che sadismo, ripercorrendo riflessioni e congetture di personalità come Wittgenstein e Pavese (molto), poi Čechov, Camus, Cervantes, Russell e tanti altri. Ci parla dell’essere figlie di madri, esseri generati e sessuati spesso accanto a fratelli e/o sorelle, come pensiero carnale conturbante ogni anfratto delle successive esistenze per molti. Ci parla della morte e della vita, vitali entrambi per tutti. Ci parla di sé stessa, mette a nudo la propria storia e i propri sentimenti. Ci parla della Spagna, dei dittatori e dei monarchi non solo spagnoli. E ripercorriamo la colonna sonora dei padri e dei ragazzi, una filmografia non solo nazionale. Sandra nacque da padre russo (diplomatico) e madre spagnola, prima di tre figli, mostrò subito talento artistico e recitò la prima volta già a dieci anni. Aveva una bellezza slava: occhi verdi leggermente a mandorla, bocca grande dalle labbra piene, incarnato pallido, chioma castana e folta, lineamenti perfetti, corpo scultoreo (che i registi volevano mostrare quel tanto nudo che bastasse). Molti dei suoi viaggi e incontri ebbero pubblica rilevanza. Per lei la svolta fu il cinema e Usón investiga su cosa abbia comportato, prova a mettersi nei suoi panni, visto che perlopiù le coetanee non ebbero quella (contingente) fortuna, fra l’altro così prossima temporalmente a una terribile fine.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Homo sum (Le varie di Valerio 89)

Maurizio Bettini
Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico
Einaudi, 2019
Filosofia e filologia

Antiche Grecia e Roma. Moderna organizzazione delle Nazioni Unite. A scuola tutti studiammo e studiate l’Eneide, poema epico scritto da Virgilio tra il 29 e il 19 a.C.. Narra la mitologica storia di Enea, figlio di Anchise e della dea Venere, eroe guerriero di Troia nell’antica Grecia, che riuscì a fuggire dopo la caduta della città e viaggiò profugo per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore dell’antico popolo romano. A scuola tutti studiammo e studiate la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 d.C., preambolo e trenta articoli di principi e obblighi, diritti e doveri, votata da 48 dei 58 Stati allora membri dell’Onu (8 astenuti, 2 assenti, l’Italia ancora non ne era parte), in vigore non vincolante. È all’origine di una settantina di patti globali vincolanti e risulta purtroppo ancora violata da molti Stati e governi in giro per il mondo (a motivata detta di istituzioni, corti di giustizia e organizzazioni internazionali). Un grande latinista antropologo prova a relazionare il senso di umanità che emerse e si espresse migliaia di anni fa nelle culture classiche con il testo della moderna dichiarazione universale, attraverso uno studio comparato di termini e locuzioni, aiutandoci a valutare le drammatiche cronache attuali e, soprattutto, a indignarci per i troppi cadaveri che fluttuano ora nei nostri mari. Prima il naufrago troiano riuscì perigliosamente a sbarcare con pochi altri superstiti a Cartagine (la Libia di allora, la Tunisia di oggi). Didone, la sovrana regnante, memore di essere stata a suo volta costretta ad abbandonare Tiro (la patria fenicia) spiegò a tutti che le frontiere si chiudono di fronte agli aggressori, non a disgraziati e miseri, li soccorse e diede aiuto; offrì loro di restare a parità di diritti con i locali o mezzi e viveri per rimettersi in mare verso Sicilia o Italia. Occorre approfondire bene quali convinzioni ed emozioni erano alla base di una tale opzione umanitaria, senza enfatizzare pietà e retorica, vedendo somiglianze e differenze.

Maurizio Bettini (Bressanone, 1947) insegna Filologia classica all’Università di Siena e, dopo aver ha scritto decine di interessanti saggi oltre che centinaia di acuti articoli, ci offre adesso uno splendido originale studio sui diritti umani. La colta esplorazione linguistica e filosofica segue tre fili di raffronto: eventuali continuità o analogie, ovvi contrasti e scarti, problemi equivalenti perché inerenti la storia e la geografia umane. L’Eneide ha emblematicamente contribuito a creare la consapevolezza culturale che ha portato all’elaborazione di quei principi di rispetto e garanzia, rifiuto della barbarie e buoni costumi, che poi sono stati chiamati “diritti umani”. L’autore rilegge meticolosamente la Dichiarazione Universale mettendo sullo sfondo espressioni e percorsi della cultura greca e romana: un qualche rapporto è evidente, soprattutto nel rifiutare l’attributo umano per violenza, brutalità, efferatezza, e nel connettere giustizia a cultura ed educazione. Così come emergono divergenze e opposizioni, innanzitutto rispetto all’effettiva eguaglianza fra tutti gli umani: per i greci gli stranieri tendevano a essere in sostanza “barbari” (balbettanti), ridicoli e inferiori, una posizione in certo senso egemone anche fra i romani (pur con vari necessari distinguo). Oltre all’ineguaglianza delle donne, la questione cruciale era la schiavitù, pratica che faceva strutturalmente parte della società e dell’economia, legittimata per innumerevoli secoli da filosofi ed ecclesiastici. Il terzo filone è quello più stimolante, le categorie, i miti, i termini e i modi di pensiero interni alla cultura classica che richiamano a loro modo principi poi contenuti nella Dichiarazione del 1948: l’individuazione di doveri e obblighi umani, per quanto iscritti in un orizzonte di carattere religioso, in particolare il sostegno operativo a erranti, fuggitivi e migranti (e qui si rinvia all’articolo 13). Il filologo usa continue competenti citazioni dei grandi autori ed evidenzia specificità e contrapposizioni: Seneca e l’umanesimo stoico si spinsero certo molto avanti verso una visione di cosmopolitismo, non ponevano limiti alla generosità interumana, ma fu il commediografo Terenzio che scrisse (da cui il titolo): Homo sum, humani nihil a me alienum puto; “sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo”. Nessuno è figlio di una “propria” terra, ogni fondazione è un rimescolamento: i romani credevano davvero nella virtù della mescolanza, la sperimentarono e propugnarono. Loro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)