La favolosa storia delle verdure (Le varie di Valerio 43)

Évelyne Bloch-Dano
La favolosa storia delle verdure
Add, 2017 (orig. fr. 2008)
Traduzione di Sara Prencipe
Gastronomia

Suoli coltivati. Da migliaia di anni. Évelyne Bloch-Dano (Neuilly-sur-Seine, 1948) ha a lungo insegnato lettere moderne (fino al 2000) e si è sempre dedicata anche a scrivere biografie, soprattutto di donne a vario titolo famose (la madre di Proust, la moglie di Zola, la Eugénie Grandet di Balzac, Colette, Flora Tristan, George Sand, Romy Schneider). Mantiene vocazione e metodo del genere letterario preferito, dedicando una vitale delicata biografia ad alcune famiglie alimentari vegetali, i cui individui sono piante intere o parti di piante, come fiori foglie frutti radici semi steli. Si tratta delle varie specie di verdure per capirci, erbe e ortaggi; perlopiù un tempo cresciute spontanee, raccolte (gli umani errando per il pianeta) e mangiate; poi coltivate (prima qui, poi là; a periodi più, ciclicamente meno) da popoli di umani agricoltori e agricultori, che selezionavano specie in relazione all’ecosistema in cui volevano piantarle (magari dopo lunghe intenzionali migrazioni e continue sperimentazioni). Della famiglia delle Asteracee vengono presi in esame il cardo (uno stelo), il carciofo (un fiore), il topinambur (una radice); delle Brassicacee il cavolo (foglia); delle Apiacee pastinaca (radice) e carota (radice); delle Fabacee pisello (seme) e fagiolo (seme); delle Solanacee pomodoro (frutto) e peperoncino (frutto); delle Cucurbitacee la zucca (frutto). Le riflessioni provengono dalla cultura francese, ma sia per le definizioni (nelle varie lingue) che per l’etimologia (e lo stesso genere dei termini), sia per l’origine geografica che per la “traduzione” culinaria, come pure per i nessi con letteratura, pittura, simboli e metafore si tiene conto più dell’alimento umano che della nazione alimentata. La storia del gusto nasce in momenti diversi nei vari paesi (in Francia nel XIV secolo), va spesso in parallelo con l’economia domestica, le buone maniere e, infine, con la gastronomia (in Francia a metà del XVII secolo).

Bloch-Dano ha collaborato fin dal primo momento con l’Université populaire du goût d’Argentan, creata da Michel Onfray in Bassa Normandia nel 2006 con il proposito di aiutare chi è stato schiacciato dalla brutalità liberista a ritrovare dignità attraverso un reinserimento sociale: l’orto come trampolino e pretesto per l’autostima personale nel lavoro e la riflessione collettiva sull’alimentazione. Per anni, mentre si cucinavano i prodotti, ha raccontato l’avventurosa vita naturale e sociale di quel che veniva preparato, animando i seminari storici sui gusti. Parlava del valore calorico o commerciale tanto quanto della carica simbolica o sessuale, di genetica e fiabe, di arte e geografia, di climi e giardini, di migrazioni forzate e poesia universale, di colori odori suoni sapori affetti diversi nel tempo e nello spazio, grande storia e piccole storie. Onfray ha scritto la prefazione del volume, accennando alla “gastrosofia” di Charles Marie François Fourier (1772-1837): fare del cibo una propedeutica a un altro mondo, nel quale il piacere non è un errore, un peccato, ma il cemento di una comunità nuova, una micro-repubblica gastrofisica. Il volume risente delle lezioni sul campo, non vuole essere un trattato scientifico ma un preciso ritratto letterario. Così ogni capitolo è preceduto da una nota su un dipinto noto (purtroppo non riprodotto) di grandi artisti come Arcimboldo, Chardin, La Tour, Wahrol, Carracci e tanti altri; ogni tanto s’intervallano ricette (anche un paio dell’autrice) e citazioni letterarie, proverbi e canzoni; né manca una ricca bibliografia finale. Prima della vicenda delle singole verdure Bloch-Dano fa garbata ironica autobiografia sui propri trionfanti esordi di gastronoma e colti efficaci ragionamenti sul nutrirsi e sul mangiare, sulle differenze sociali nell’alimentazione, sul ruolo dell’urbanizzazione e della chimica, sulla specificità dei vegetali rispetto all’uso eccessivo di glucidi e lipidi. La radice indoeuropea di “gustare” significa “scegliere”, questo bel libro aiuta a scegliere con gusto e competenza!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I soldati delle parole (Le varie di Valerio 42)

Frank Westerman
I soldati delle parole
Iperborea, 2017 (orig. 2016, “Een woord een woord”)
Traduzione di Franco Paris
Reportage

Luoghi del terrore. 1970-2015. Lo scrittore ex giornalista Frank Westerman (Emmen, Olanda, 1964) continua a investigare con acume e sensibilità su chi sceglie la violenza come scopo o mezzo della propria vita e sulla possibilità opposta di armarsi di parole nelle relazioni sociali e personali, anche per sconfiggere i primi. Fa base in patria, torna o gira ovunque per riflettere, intervistare e narrare. Non vuole spiegare antefatti storici e conflitti politici, ne dà per scontata una qualche conoscenza. Qui parte dalla sua infanzia a contatto coi molucchesi vicino Assen. Ricorda il quartiere dove ne aveva conosciuti alcuni bravi, qualcuno poi divenuto combattente. Riesamina alcune azioni terroristiche dal punto di vista dei protagonisti, terroristi e negoziatori: l’occupazione della residenza dell’ambasciatore indonesiano a Wassenaar nel 1970; il primo dirottamento-sequestro di treno a Wijster nel dicembre 1975; il secondo a De Punt nel maggio-giugno 1977, contemporaneo alla presa in ostaggio della scuola elementare di Bovensmilde con un centinaio di bambini dentro (vicino a dove abitava coi propri genitori e la sorella); il successivo (e di fatto ultimo) sequestro del palazzo della Provincia ad Assen nel marzo 1978. Evidenzia il passaggio dal Dutch Approach (preferenza per l’ascolto e la trattativa, coinvolgimento della comunità) alla repressione militare (retorica bellica, azioni chirurgiche che considerano tanti morti un prezzo da pagare) e fa un parallelo con dinamiche scelte o accadute in altri contesti, delle quali è stato testimone, in particolare con l’industria del sequestro cecena e le risposte russe fra 1995 e 2004. Riferisce su manuali e corsi di chi si pre-munisce di armi verbali: il quartiere tipo set cinematografico Ossendrecht-2 dove la polizia addestra i “mediatori” alla Gestione delle Crisi e dei Pericoli, la parigina Biennale de la négociation, l’esercitazione Skywawe a Shilphol, la rappresentazione teatrale di rievocazione da parte delle vittime.
Le Molucche sono un gruppo di isole dell’Indonesia. Gli olandesi arrivarono nel 1599 e denunciarono il malcontento degli aborigeni verso i portoghesi a causa della monopolizzazione del commercio tradizionale. Con l’aiuto dagli abitanti di Ambon, prevalse la Compagnia delle Indie Olandesi. Dopo l’indipendenza dell’Indonesia, un grande irrisolto problema riguardò i molucchesi che abitavano l’arcipelago meridionale, per quasi trecento anni collaborazionisti del regime coloniale olandese; molti di loro erano arruolati nell’esercito coloniale, il KNIL, non volevano uno stato unitario e nel 1950 proclamarono la Repubblica delle Molucche del Sud (RMS), subito osteggiata da Sukarno. Nessuno aveva il potere diplomatico di negoziare con il neonato stato indonesiano per garantire la creazione della RMS; così, dopo l’intervento di una corte olandese che riconobbe la responsabilità dell’oramai ex-madrepatria nei confronti dei Molucchesi, cominciarono le traversate verso i Paesi Bassi. Per l’Olanda la migrazione era volontaria, mentre per i Molucchesi era forzata, l’unica soluzione possibile, accettata come temporanea e con la speranza del ritorno. Il conflitto si trasferì, insieme alle frontiere razziali. Westerman realizza un bellissimo reportage, non un romanzo, non un’inchiesta. Alterna ricordi, ricostruzione giornalistica, interviste, spunti riflessivi. Ragiona sulle generazioni di terrorismi e terroristi; sul ruolo delle parole nel tentare di esacerbare o risolvere un conflitto, anche quando entrano in scena la violenza e altri soldati, con esempi su vari massacri; sulla fine che hanno fatto (quando non sono stati uccisi) sequestratori e dirottatori, famiglie e mediatori; su alcune personalità chiave della disciplina (o arte) negoziale come Guy Olivier Faure, Paul Meerts e Dick Mulder; sulla propria cultura calvinista e sullo scrivere di tutto ciò. Non scrivere di leggi e diritti, di storia e geografia, scrivere con chiara empatia di colloqui e azioni di donne e uomini, ben sapendo che anche le parole possono essere impotenti o violente, che lui stesso ha cambiato spesso prospettiva e non può che farsi domande scomode.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il vino capovolto (Le varie di Valerio 41)

Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi
Il vino capovolto
Porthos, 2017
Gastronomia Scienza Salute

Dalla vigna alla bocca. Per secoli. La coltivazione dei vitigni e il consumo di vino risalgono a molti millenni fa. All’inizio del millennio scorso primi enofili (in genere monaci, in Francia) iniziarono a scriverci sopra cose interessanti; secolo dopo secolo produzione e uso sono evoluti, in tanti ovunque hanno affinato il bere. L’Associazione Italiana dei Sommelier (Ais) organizza corsi per diplomarsi tali, ormai siamo oltre ottantamila. Si seguono una decina di lezioni per ognuno dei tre livelli di apprendimento, ci vuole almeno un anno per arrivare a dare l’esame, che prevede questionari scritti e prove pratiche. Non c’è però un unico modo per insegnare e imparare a degustare il vino, in Italia e nel mondo. Altre associazioni nel nostro paese organizzano percorsi analoghi, con impostazione e principi diversi; inoltre si può diventare un sommelier “di fatto”, seguendo un proprio percorso senza riconoscimenti ufficiali. Si voglia o meno fregiarsi del titolo, è buono e giusto bere meglio il vino (non più, ma diversamente), capire con quale liquido odoroso abbiamo a che fare, come e quanto spendere per accrescere il piacere, quali alimenti preferibilmente si accostano (abbinano) a quello che intendiamo forse portare a tavola in un determinato contesto. Due eccellenti enofili hanno realizzato un volume unitario da due differenti tipi di scritti.
Jacky Rigaux (Donzy, Bourgogne, 1948) è uno psicologo che lavora alla formazione enologica universitaria a Digione; dopo aver pubblicato decine di testi e organizzato o partecipato a centinaia di incontri sul vino, ha curato un sintetico manuale francese relativo alla “dégustation géo-sensorielle” (2012), qui tradotto.
Sandro Sangiorgi (Friburgo, 1962) è il giornalista enogastronomo che ha fondato “Porthos”, scuola ed editoria dedicate alla divulgazione del “vino naturale”, proponendo nel 2011 il fortunato denso manuale “L’invenzione della gioia”, qui presenti gli articoli didattici usciti successivamente..
Non si tratta di un testo con frasi vergate a quattro mani. Rigaux e Sangiorgi offrono tuttavia un comune sentire, alternativo a quello ormai tradizionale in Francia e in Italia. L’ipotesi è che, da un certo momento in poi, l’offerta di vino abbia preso due strade divergenti. Da una parte i vini tecnici di vitigno e di marca; dall’altra i vini di terroir capaci di “capovolgere” l’ordine dei fattori produttivi (prima il terreno territorio ecosistema della vigna, poi il resto). Da una parte lo sviluppo sconsiderato della viticoltura chimica e dell’enologia interventista; dall’altra la riflessione su clima ed ecosistemi (fattori abiotici e biotici) per vigne e vitigni naturalmente coerenti; da una parte l’agricoltura con tanti additivi o diserbanti chimici; dall’altra l’agricoltura biologica e biodinamica; cui seguono differenti modalità di affinamento e commercializzazione. Una volta pronto, si bevono o assaggiano perciò due tipologie di prodotti diversi e ci si deve educare a degustare ogni tipologia a suo modo. La degustazione geosensoriale serve per i vini di terroir, anche per vederne qualità che non si possono trovare negli altri. Si fonda sempre sulla chimica, ma presta attenzione primaria a quella inorganica, alla dimensione minerale del vino, al gusto del luogo. Tiene conto anche della vista e dell’olfatto, ma sottolinea la centralità del gusto in bocca e la trama unitaria di tutti gli aspetti (anche tattili e aromatici). Capisce che un po’ di solfiti possono essere indispensabili, ma insegna a riconoscere la “naturalità” del liquido odoroso, ovvero che non sia stato aggiunto altro rispetto ai microorganismi già presenti nel suolo e nel sottosuolo. Cerca pertanto vini diversi anno dopo anno, sorprendenti, emozionanti. Prefazioni varie, la prima del simpatico ottimo attore friulano Giuseppe Battiston, altre due di Burtschy e Roger al testo francese, che contiene in appendice anche una scheda molto diversa da quella Ais per le ragioni diffusamente spiegate nel testo. Ecco proprio un bel libro da sorseggiare!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Breve storia di chiunque sia mai vissuto (Le varie di Valerio 40)

Adam Rutherford
Breve storia di chiunque sia mai vissuto. Il racconto dei nostri geni
Traduzione di Sabrina Placidi
Bollati Boringhieri, 2017 (orig. 2016)
Scienza

Il genoma degli umani. Ieri e oggi. La luce ancora non è viva su origine e storia dell’uomo. Non conosciamo il percorso che ha condotto dalle scimmie al genere Homo (dal fiume Omo in Etiopia) e noi ovunque, tempi e luoghi non hanno successione lineare, il collegamento fra i siti di ritrovamento dei reperti traccia linee ipotetiche. Pare proprio che i 107 miliardi 602.707.791 (uno più, uno meno) esemplari di uomo moderno vissuti da circa 50.000 anni fa al 2011 abbiamo tutti la medesima origine africana. Pare che ognuno sia allo stesso tempo ordinario ed eccezionale, tutti una combinazione di uno spermatozoo e di un ovulo con unica impronta digitale genetica. Pare che genomi, geni e molecole del DNA (con struttura a doppia elica) contengano la registrazione del viaggio compiuto dalla vita umana sulla Terra, abbiamo imparato a leggerli e capito che possono dirci molto e qualcosa, almeno altrettanto, non possono. Non è chiara quale sia la relazione tra sequenza dei nostri geni nel genoma (genotipo) e modo in cui si manifestano sotto forma di proteina e nei caratteri esteriori (fenotipo). Le nostre origine ed evoluzione di bipedi mobili, sapienti, e civilizzati non hanno mai seguito una direzione ineluttabile. Il nebuloso arbusto di ominidi e umani appare come un cespuglio senza radici, con rami discontinui, rotti, intersecati, paralleli. Homo sapiens è un eucariote animale cordato mammifero primate aplorrino ominide homo, unica specie rimasta del genere. L’ultimo antenato comune con i Neanderthal dovrebbe essere esistito 500.000 anni fa (giorno più, giorno meno). Il più recente antenato dell’umanità attuale sarebbe vissuto 3.400 anni fa, 800 dei soli europei (perlopiù di incarnato scuro almeno fino a 8000 anni fa). Siamo tutti cugini, di vari gradi.
Il genetista e divulgatore scientifico inglese Adam Rutherford (Ipswich, Suffolk, 1974/75) ha scritto decisamente un bel libro (con bibliografia composta soprattutto di articoli recenti). Ecco i termini del glossario finale, ne apprenderemo significato e connessioni: allele, aminoacidi, basi, codone, cromosoma, DNA, eterozigote, fenotipo, gene, genetica, genoma, genomica, genotipo, leggi di Mendel, mitocondri, polimorfismo, proteina. Si tratta di una certa rilevante parte delle “scoperte” successive all’invenzione della biologia evoluzionistica da parte di Charles Darwin, ritenuto “il più grande scienziato in assoluto” (nel mio piccolo, sono d’accordo). L’autore illustra anche come (dall’inizio del XX secolo) la biologia si sia via via spostata dalla forma delle ossa e dei caratteri fisici all’ambito prima molecolare (i gruppi sanguigni) poi genetico (appunto il DNA), unendo statistiche e teorie darwiniane, formalizzando i meccanismi dell’evoluzione in base alla selezione naturale, individuando nell’agricoltura e nell’allevamento la svolta cruciale per quel che siamo oggi. E parla di capelli rossi e statura, di peste nera e sport, di latte e intelligenza, di eugenetica e medicina, di Riccardo III e Jack lo squartatore, di stereotipi razziali e pregiudizi antizigani. Non esiste alcuna componente genetica fondamentale che permetta di definire “razza” un particolare gruppo umano. L’evoluzione è cieca: siamo caratterizzati da una variabilità davvero infinita. Non è possibile prevedere i comportamenti complessi di una persona: il conflitto è nelle persone, non nella biologia. Per di più, dobbiamo riconoscere importanza all’esoincrocio e alle popolazioni endogamiche: se nel genoma di un bimbo non confluiscono geni nuovi aumenta il rischio che emergano malattie genetiche recessive. Così, è bene essere tutti meticci. L’autore cita di continuo il ruolo delle migrazioni, tanto che in un paio di occasioni segnala che il termine qualche volta potrebbe essere “fuorviante”, solo che non spiega come o perché e lo usa talora in modo impreciso; anche in questo testo manca una teoria critica del migrare. Rutherford ha studiato genetica e lavorato a “Nature”, ha dimestichezza con la ricerca di laboratorio e l’interdisciplinarità scientifica, risulta un ottimo scrittore. Studia, descrive, divulga con profondità e leggerezza, che utile e piacevole leggerlo!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le tre del mattino (Le varie di Valerio 39)

Gianrico Carofiglio
Le tre del mattino
Einaudi, 2017
Avventura Storico Sentimentale

Marsiglia. Due giorni. Da tre anni Antonio ha avuto la diagnosi di epilessia idiopatica. Si era accorto che gli accadeva qualcosa di strano già a 7-8 anni, circa una volta al mese il cervello smetteva di operare e lasciava passare tutto, improvvisamente non filtrava suoni, stimoli, movimenti. Poi un pomeriggio era svenuto da un amico e il medico di famiglia parlò di super attività elettrica e di sovraccarichi sensoriali. Finché nel 1980 durante la quarta ginnasio, dopo la scuola viene trovato a terra dalla madre, con la quale vive (figlio unico, il padre è andato via di casa quando aveva 9 anni), scosso dalle convulsioni, con gli occhi rovesciati e privo di conoscenza. Si risveglia all’ospedale in una stanza con accanto i genitori, piena di medici e infermieri. Vi rimane più di una settimana e infine lo dimettono da Neurologia e gli danno vari fogli di prescrizioni: quattro pasticche al giorno, niente sport e strapazzi, no a bevande gassate ed eccitanti, rumori alti da evitare e orari fissi da rispettare con molto sonno. Comincia a sentirsi un reietto, un invalido; cresce in lui una totale apatia; mesi dopo i genitori (sempre separati) suggerirono la visita da un luminare in Francia, hanno già preso appuntamento e partono. Al Centre Saint-Paul per la cura dell’epilessia il simpatico Henri Gastaut (realmente esistito), svolti tutti gli esami, esprime una prognosi favorevole, li rassicura sulla (non) gravità del caso e semplifica la terapia, dando appuntamento a tre anni dopo per una verifica. Antonio si sente meglio, ricomincia a leggere, va benino a scuola e quasi si scorda, non vorrebbe andare. Questa volta la madre non può accompagnarli, parte per Marsiglia solo con il padre, a fine primavera 1983. Arrivano e il soddisfatto medico propone un’ultima prova da stress. Antonio racconta quanto di fondamentale accadde quei due giorni e quelle due notti, ora, nel 2016, quando ha ormai 51 anni, l’età che aveva il padre allora.

L’ex magistrato ed ex senatore Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), esperto di marziale karate e creativa scrittura, è divenuto uno dei migliori autori italiani, alternando romanzi racconti saggi, narrazioni di vari generi. Qui si parte dalla traccia di una vicenda vera di cui è venuto a conoscenza e siamo nel campo della fiction, tutti i personaggi sono frutto d’invenzione tranne uno; l’ambientazione allude sommessamente al noir e incombe quella Marsiglia dove Izzo stava facendo il giornalista, le sere paurose con pericoli apparentemente in agguato (di malattia e violenza), il fascino dell’isola con il terribile carcere del Dantès di Dumas; il senso del romanzo è nel rapporto figlio (Antonio) padre (senza nome) e non si tratta propriamente di un romanzo di formazione, anche se contano i primi rapporti sessuali e amorosi affinché i due uomini si ri-conoscano; le delucidazioni (citazioni e storie) sull’epilessia, sulla matematica (pure connessa al diritto) e sul jazz (soprattutto al pianoforte) risultano ampie e organiche con l’obiettivo di tornare su un rapporto (non finto) fra verità e realtà, fra spartito e improvvisazione; i dialoghi sviluppano una precipua funzione di trasmettere aporie e imperfezioni della comunicazione affettiva o sentimentale, le dissonanze cognitive come specifica dimensione delle relazioni reali e vere, personali e sociali. Ogni pagina mostra cura eccelsa, forse anche per quanto vi è stato tolto. Antonio narra in prima persona e il padre diventa sempre più l’argomento dei suoi pensieri e delle sue azioni: nato nel 1932, magro e occhialuto, alto ed elegante, naso pronunciato e occhi scuri, capelli folti ormai spruzzati di grigio, cicatrice (sul sopracciglio sinistro), gran fumatore (unghie ingiallite dalla nicotina), musicista in gioventù e pianista dilettante, assistente a 24 anni e poi presto ordinario di matematica. Il titolo richiama una frase del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, ottimo scrittore e uomo infelice, implicito incipit di un evento rilevante dell’ultima notte del test. Innumerevoli i libri e i film citati cui si accenna con acume. Cucina marsigliese e maghrebina, rosato sfuso della Provenza e due azzeccate bottiglie di Châteauneuf-du-Pape.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/38: L’ultima bambina d’Europa

Francesco Aloe
L’ultima bambina d’Europa
Alter Ego, 2017
Avventura, Climate Fiction

Da Nord a Sud, Italia meridionale. Non molti anni dopo ora. Qualcosa è accaduto là fuori, nel nostro continente. In poco tempo un intenso cambiamento climatico ha trasformato l’Europa rendendola invivibile: troppo fredda, ampiamente ghiacciata, lambita da un mare radioattivo, scossa da terremoti ed eruzioni continui, da venti piogge incendi nebbie in siti inconsueti. Città e strade sono stati abbandonati, non funzionano mezzi di trasporto, tutto risulta divelto e deserto, l’unica alternativa sembra sia riuscire a fuggire in Africa, senza bagagli e trovando oro o pietre per pagare il trasbordo agli scafisti. Ma i sopravvissuti sono pochissimi, si riesce solo a camminare verso sud, cercando acqua e residui di cibo nel dissesto generale, con il rischio dei predoni e dei “soldati” del Reggimento Verde. Da qualche mese una famigliola sta costeggiando l’Adriatico, ora si trovano fra Puglia e Basilicata, ormai è autunno e tentano comunque di spostarsi a piedi verso la Calabria, lo stretto, la Sicilia, in tutto dovrebbero fare ottocento chilometri. Sono un uomo con la barba, una moglie vegetariana incinta (ormai circa al sesto mese) e la loro figlia bionda di 8 anni, Sofia, magri sfiniti sporchi acciaccati. Ricchi solo dei ricordi di tempi felici (il concepimento era avvenuto subito dopo la fuga, in una notte di stelle cadenti, sulle rive del lago di Suviana nell’Appennino bolognese) incontrano altri profughi, killer, tanti morti isolati o in fosse comuni. Continuano a scappare, a ripararsi in qualche modo, a marciare. Sarà dura.
Il giovane promettente direttore editoriale Francesco Aloe (Catanzaro, 1982), già autore di buoni romanzi, si cimenta con un genere spesso chiamato Climate Fiction. La sostanza del cambiamento climatico descritto è improbabile a breve e medio termine, a Nord tende a diventare più caldo. Vero è che, una volta innescato il riscaldamento globale (di origine antropica), si susseguiranno sempre più eventi meteorologici estremi, dinamiche non cicliche, svolte inattese e repentine, effetti imprevedibili. E lo scenario proposto dal libro sarebbe un’apocalisse straordinaria e terribile per noi, ma è da decenni l’apocalisse ordinaria e terribile di milioni di persone in fuga dai cambiamenti climatici dell’Africa subsahariana e di altri parti del mondo. Basterebbe ascoltare o leggere i loro drammatici racconti (quando sopravvivono)! Dovremmo pensare a ogni ragazzino e a ogni nucleo familiare che arriva dall’Africa come se domani fossimo noi costretti a salvare altrove L’ultima bambina d’Europa (da cui il titolo): gli sconvolgimenti sociali ed emotivi, i pericoli e gli orrori di un viaggio senza niente dietro (né beni né abitudini), il futuro del tutto incerto e i desideri da affidare al vento. Ci sono ragioni e sentimenti nella toccante narrazione, in terza fissa sul padre. Il rum ha un odore pungente, è un piacere da dimenticare, meglio barattarlo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Le varie di Valerio/37: Le 10 mappe che spiegano il mondo

Tim Marshall
Le 10 mappe che spiegano il mondo
Garzanti, 2017
Traduzione di Roberto Merlini
(orig. 2015 Prisoners of Geography)
Scienza Storia Politica (geopolitica)

Pianeta Terra. Ieri oggi domani. Da sempre l’ambiente fisico e il contesto geografico condizionano scelte e sentimenti, le dinamiche storiche individuali e collettive. Fiumi e montagne, deserti e mari, ciclo delle acque e clima hanno influenzato vicenda politica e sviluppo sociale dei popoli, guerre e poteri del passato e del presente. Tutto ciò è noto come “geopolitica”, il rapporto tra fattori geografici e relazioni internazionali. Eppure spesso i confini degli Stati non sono stati tracciati tenendone conto, sia per la violenza esterna di singoli invasori “a prescindere” sia per l’artificiosità di linee imposte da potenze coloniali oltretutto “ignoranti”. La geografia e la storia dello sviluppo delle nazioni risultano cruciali per capire il mondo come è oggi e come potrebbe configurarsi in futuro. Partiamo da dieci mappe, interconnesse, il cui insieme fa l’atlante globale (o quasi): Russia, Cina, Stati Uniti, Europa occidentale, Africa, Medio Oriente, India e Pakistan, Corea e Giappone, America latina, Artide. Si comincia dal paese più grande (oltre 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari) la cui profondità strategica senza montagne a occidente (una pianura dalla Francia agli Urali ha reso possibili svariate invasioni) e senza porti su acque temperate (la mancanza di accesso alle rotte commerciali più importanti ha imposto costi e compromessi) ha inevitabilmente finito per prevalere sull’ideologia di chi ha guidato il paese, zarista o comunista o neocapitalista. La geografia è sempre stata una “prigione” da cui gruppi umani e leader istituzionali hanno spesso faticato a evadere. Tutti i problemi e i conflitti quotidiani non ne prescindono. Per ora è inutile illudersi troppo sui diritti umani e sui valori occidentali.

Il bravissimo colto giornalista e analista inglese Timothy John Tim Marshall (1959) ha scritto un libro prezioso per orientarsi fra le “notizie” internazionali di questi anni con lungimiranza sana e spirito critico, verso quanto è già accaduto, quanto leggiamo e vediamo di giorno in giorno e quanto probabilmente accadrà. Il volume contiene oltre una 15ina di mappe in bianco e nero che combinano barriere fisiche e statuali, all’inizio dei capitoli e qualche volta anche dentro, oltre a una finale discreta bibliografia essenziale. La narrazione è accurata, piena di spunti (pure terminologici e culturali), briosa e competente, con riferimenti trasversali in ognuno dei dieci capitoli a caratteristiche geografiche (e abitabilità degli spazi), storia moderna e contemporanea, confini sui quattro lati, demografie e migrazioni antiche recenti prevedibili. Si arriva infine al Mar Glaciale Artico (14 milioni di chilometri quadrati), scosso da cambiamenti climatici che lo renderanno crocevia migratorio per nuove rotte e patrimonio energetico pericolosamente sfruttabile, forse in modo più condiviso. L’autore ci induce a riflettere meglio sulla discutibile presunzione d’onnipotenza (anche tecnologica) degli umani sapienti ed è cosa buona e giusta: gli ecosistemi sono variabili indipendenti e permanenti. Marshall raggiunge il suo obiettivo, pur se non tutte le scienze sono tenute in debito conto: di biologia e fisica poco si parla, si allude solo vagamente all’evoluzionismo e ad alcuni importanti aspetti dell’ecologia (le relazioni fra specie, i relativi equilibrio e resilienza, i limiti planetari ora raggiunti o sfiorati), sono rari i cenni alla storia prima dell’imporsi delle potenze navali, le mappe sono funzionali ma “povere” e non all’altezza della trattazione scritta. Da leggere e meditare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/36: L’arrivo di Saturno

Loredana Lipperini
L’arrivo di Saturno
Bompiani, 2017
Romanzo storico sentimentale (non solo)

Roma e molti altri luoghi. 1980, prima e dopo. Graziella De Palo (Roma, 17 giugno 1956) scomparve a Beirut il 2 settembre 1980 insieme al meno giovane collega Italo Toni (Sassoferrato, 31 gennaio 1930), il suo ex-compagno col quale continuava a collaborare (fra l’altro un libro insieme sul Che), entrambi giornalisti. Lei aveva scritto coraggiosi articoli per Paese Sera sulla vendita di armi italiane in Medio Oriente. Stavano seguendo la pista che collegava i servizi segreti nostrani e l’OLP, forse imperniata sul cosiddetto eventuale “lodo” Moro degli anni settanta (“noi chiudiamo gli occhi sul traffico d’armi, voi non fate attentati in Italia”), messo in crisi dal rapimento-esecuzione dello stesso Moro e da successivi omicidi e stragi. Graziella era stata per oltre un decennio la legatissima più cara amica della coetanea Dora, avevano rotto da poco più di un anno (futili motivi, piccole gelosie, competizione vitale). Giunta quasi a sessant’anni Dora cerca di dar conto del loro legame e della misteriosa vicenda, riprendendo in mano foto e taccuini, leggendo e studiando tanto, contattando parenti e amici, ripercorrendo le svolte personali e politiche prima (comuni) e dopo la scomparsa, segnalando quanto è stato volutamente occultato e falsato nel caso Toni-De Palo, utilizzando infine la finzione letteraria per narrare. “Non c’è verità negli artisti, non c’è nei cantastorie” si dice il pittore Han Van Meegeren, personaggio chiave del romanzo, falsario incaricato decenni fa da un vecchio ricchissimo di riprodurre in un santuario sperso sui monti marchigiani un Giudizio Universale di Vermeer. “Immagina che solo raccontando menzogne si possa arrivare a raccontare la verità. Immagina che sia tutto un inganno. Immagina di raccontare quell’inganno, per nascondere altro, che infine si risveglierà… per riprendersi la storia… Prova a fallire”. Abracadabra.

Gran bel romanzo della brillante giornalista, scrittrice e operatrice (agitatrice) culturale Loredana Lipperini (Roma, 1956) che alterna terza e seconda persona perché spiega quasi all’inizio: “Dora sei tu. Non ti chiami così. Ma Dora è un nome da romanzo e questo è un romanzo: dunque ti chiamerai Dora per raccontare la lunga vibrazione durata quasi una vita, e rimasta silenziosa prima di esplodere”. Dopo una lunga gestazione (covato per decenni, scritto in 4 anni), da uno stimolo di autofiction vien fuori un meticciato degli ibridi generi letterari: fiction storica e sentimentale (concentrata sugli anni 1978-81), no fiction generazionale e investigativa (prima e dopo). Una volta spiegato perché “mentire è creare”, corrono alternati l’introspezione di Dora e la pittura di Han, con svariate vibrazioni. Da una parte, mescolando realtà e creazione, i sentimenti dell’amicizia e l’intensa storia fra Dora e Graziella fino alle scelte adulte, l’incrocio con grandi personaggi e i clamorosi eventi degli anni settanta, elementi sulla sparizione dei due amici e sui segreti politici (di Stato e no), spunti autobiografici e riflessioni su Dora Loredana anche successivi; dall’altra, pure mescolando inganni e verità, il progredire del quadro, il contesto delle relazioni montane del pittore fra Serravalle e Muccia (“luoghi” dell’autrice e recentemente del terremoto), cenni su Vermeer e sul suo falsario olandese ex-alcolizzato (la storia è inventata ma Han è esistito, 1889-1947), richiami a tanti veri falsari della storia nelle arti visive e nei conflitti istituzionali. Essendo finzione non c’è l’indice dei nomi (tanti celebri) ma solo una nota sulla gestazione. Il lento Saturno ci mette quasi trent’anni a entrare in Scorpione. Pur forse a tratti ridondante e di lettura impegnativa, il testo scorre unitario e interessante. Lipperini è una personalità importante della cultura italiana dell’ultimo quarantennio, da quando lavorava a Notizie radicali (con Graziella, giovanissime), entrando anche nella segreteria nazionale del Partito Radicale, fino alle coraggiose scelte dalla parte delle bambine e dei più socialmente deboli (sul territorio come nei media). Cibi locali e passioni musicali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/35: Con parole precise

Gianrico Carofiglio
Con parole precise. Breviario di scrittura civile
Laterza, 2015
Letteratura, scienza, politica

Italia. Dall’inizio della scrittura in avanti. La citazione d’apertura è di Primo Levi: “Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno”. Carofiglio, ex magistrato ed ex senatore, da quindici anni è divenuto pure uno dei migliori scrittori italiani (romanzi, racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli esperienze d’uso delle parole per andare a segno e riesce a insegnarci molto, con semplicità e acume. Dopo il prologo sul linguaggio condiviso come primario contratto sociale, seguono undici capitoli di analisi di testi, citazioni specifiche, esempi concreti e consigli sapienti per riuscire a “dire la verità”, lasciando all’epilogo gli spunti su cosa sia la verità, per concludere con note e approfondimenti bibliografici e il multidisciplinare indice di nomi. All’inizio si accenna anche alla fiction: le parole sono decisive per poesie e romanzi, l’imprecisione può spesso essere deliberata e geniale, evocare ed emozionare sono compiti primari, nel poliziesco appare obbligatorio occultare seppur onestamente. Comunque anche queste scritture devono avere una loro coerenza narrativa, produrre un (qualche) senso. Ben presto la riflessione s’indirizza e concentra sulle lingue e sulle professioni del potere: giuristi, politici, legislatori e amministratori. Nel territorio dei doveri e dei diritti collettivi le parole possono appunto manipolare chi le subisce, ci vogliono assoluto rispetto e attenzione per gli altri, in particolare per la metafora, forma del pensiero e figura retorica, ben più potente (ed enigmatica) della similitudine. Berlusconi è spesso richiamato, insieme ad altre personalità come Bersani e Renzi. Il fatto è che le metafore devono aiutare a capire, non affermare supremazie, e che la democrazia vive di parole precise.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) già nel 2010 aveva fatto un’incursione, erudita e affascinante, nei mondi della “manomissione delle parole”. Qui riprende e approfondisce quel discorso con un compendio agile e sintetico rivolto innanzitutto ai destinatari delle parole affinché impariamo tutti ad ascoltare e leggere meglio. Per capirci: quando partecipiamo a una riunione è chi convoca che deve garantire esiti non predeterminati e chi introduce che determina la qualità della discussione. Farsi capire è un dovere e capire è un diritto. Doveri e diritti richiedono impegno, fatica, tempo. Facciamo caso alle parole superflue, all’abuso di avverbi, ai sostantivi astratti, ai verbi generici, alla forma passiva che sterilizza, al latino e all’inglese inutile, agli pseudotecnicismi, all’eccessiva lunghezza delle frasi, all’ordine nella cura della sintassi, soprattutto a chi ci rivolgiamo, e con quale obiettivo. Scrivere vuol dire anche rileggere e riscrivere, rendere la propria comunicazione precisa ed essenziale, chiara e corretta. L’autore cita molti grandi scrittori, filosofi, linguisti, giornalisti e, raramente, dialoghi e passaggi di propri romanzi. E fa innumerevoli esempi di frasi contenute in leggi e decreti vigenti oppure in atti giuridici (come pure nelle trascrizioni delle intercettazioni e negli articoli di giornale) di quasi impossibile comprensione e attuazione. Sapere (e non saper) manipolare forma e linguaggio può implicare manipolare pensiero e contenuto, consenso e democrazia. Vengono presi seriamente in esame comitati e manuali di scrittura. Purtroppo non si sa bene chi deve può vuole insegnare a leggere e scrivere bene (con lealtà) nella scuola e nelle istituzioni, sapendo qualcosa di neuroscienze. E ancora non si è riflettuto abbastanza sui meccanismi oggettivi (nel giornalismo e in politica) che ostacolano chiarezza e lealtà, quanto sia preferibile per alcuni protagonisti scrivere male (per vendere copie o conquistare voti, per esercitare il proprio potere), con un’ambigua slealtà che non si paga. A futura memoria anche delle proprie relazioni personali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/34: Angelica e le comete

Fabio Stassi
Angelica e le comete
Sellerio, 2017
Avventura

Kalamet (più o meno in provincia di Trapani), Sicilia. Oggi e intorno al 1860. Fabio Stassi, bibliotecario alla Sapienza, sposato con una figlia, risiede a Viterbo e tutti i giorni lavorativi fa avanti e indietro con Roma in treno. Clemente, il suo librario di fiducia (a San Lorenzo) gli ha dato un elenco di bei volumi d’antiquariato. Lo scorre e trova il proprio stesso nome in cima alla scheda relativa a “Angelica e le comete”, “una pantomima in tre chiavi per voce, pupi e piccola orchestra da camera”, un esemplare imperfetto col dorso rovinato, rilegato in rosso e illustrato con una decina di disegni. Pare che racconti la storia di una ballerina in una compagnia di marionette siciliane. Si ricorda di avere immaginato di scriverlo, non di averlo davvero fatto. Eppure Clemente trova il volume e glielo consegna. Si ricorda di aver buttato giù solo un paio di pagine, di averle spedite a Bufalino, che gli rispose con una bella lettera, tutto lì. Ora ha il volume in mano, lo sfoglia, torna subito a casa, lo legge e rilegge. Caterina è una graziosa minuscola stupefacente zingara danzatrice scalza, in carne e ossa, con fare da bimba ma non giovanissima (aveva già lavorato come nana in un circo), capelli sciolti sulle spalle, capace di capriole che nemmeno i gatti. La compagnia gira con la carrozza e debutta a Kalamet, una delle aree siciliane di chiara influenza araba, ai tempi dell’Unità d’Italia, incrocia Garibaldi e i Mille. Per lo scontroso padrone poliglotta analfabeta Lo Spagnolo e il fedele cocchiere gigante Bruciavento è Cate, per i pupi (compresi il furioso Orlando e l’innamorato Ardesio dalla “pelle” scura) la bell’Angelica nell’opera rappresentata, in mezzo a conflitti e avventure, vari altri animali e marionette con vita propria.

Il bravo bibliotecario di origine siciliane e gran lettore Fabio Stassi (Roma, 1962), ormai giunto a una decina di bei romanzi (il primo del 2006), gioca ancora una volta all’incastro del libro col libro, riprende intreccio e protagonisti di un precedente racconto e dà libero corso con autoironia alle fantasie e magie di cappa e spada, degli eserciti carolingi e degli accampamenti saraceni, dei cavalieri d’armi e degli amori cortesi, di duelli e battaglie mosse da fili. Una vicenda esile e garbata: il corpo del romanzo è il libro antico, con frontespizio della prima edizione e illustrazioni originali, prima e dopo parla e spiega qualcosa l’autore (di entrambi). Ci sono i tempi, i contesti, i modi, i pensieri di chi legge (ora), di chi rappresenta storie orali (alla fine del Regno delle Due Sicilie), delle storie (guerre del passato, altrove), non sovrapposti, piuttosto innestati con linguaggi appropriati che si integrano. I pupi hanno sentimenti e impulsi propri, Cate è sfruttata ma non ha fili, ognuno ha rimandi letterari e relazioni autonome. I notevoli eleganti incastri del romanzo sono quelli fra la lettura e la scrittura, fra le pagine scritte e la vita reale, fra le vicende materiali e i sogni, un influsso costante e reciproco. “A volte penso che sono vecchio di secoli, non per le cose che mi sono accadute ma per i libri che ho letto. Sono i libri che invecchiano e fanno disperare, i libri di cui non si trova il sigillo, le istruttorie che restano senza esito e non si possono archiviare”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)