Il mondo della fermentazione (Le varie di Valerio 87)

Sandor Ellix Katz
Il mondo della fermentazione. Il sapore, le qualità nutrizionali e la produzione di cibi vivi fermentati
Slow Food Editore, 2018 (orig. 2016, 2° ed.)
Traduzione di Carlo Nesler
Gastronomia

Ecosistemi alimentari umani biodiversi. Da sempre. Tutte le forme di vita sulla terra hanno origini batteriche e alcuni batteri, fra l’altro, mettono in atto straordinarie trasformazioni culinarie. La fermentazione è alla base di molti dei nostri alimenti principali e di alcune squisitezze come cioccolato, caffè, vino, birra. Il termine fermentation si usa allo stesso modo in tante lingue e, per tutte, deriva dal latino fervere, ribollire, lo spunto storico e fisico è quanto accade all’interno del mosto nel processo di vinificazione. Un insieme di microorganismi (batteri) catalizza la trasformazione di molecole (in genere carboidrati) presenti su piante o loro parti o loro derivati o su derivati di specie animali, che possono essere alimenti o cibi anche prima e, dopo, acquisiscono caratteristiche nuove e diverse, spesso “migliori” dal punto di vista del consumo umano, visto che poi risultano più digeribili e nutrienti, capaci di essere conservati a lungo e di proteggerci da malattie. Esseri umani sapienti (e forse prima anche altre specie umane) lo hanno veduto di persona in diretta, facendone ben presto un progetto e un processo, derivandone prodotti agricoli secondari, dal miele all’idromele, dal succo d’uva al vino, dal latte al formaggio, dalla farina di cereali al pane, quest’ultimo tramite il fuoco (scoprendo che la cottura induce ulteriori modificazioni). L’acqua e gli enzimi (nei lieviti, più o meno spontanei) svolgono le funzioni essenziali del percorso, che richiede anche un suo proprio tempo e che non risulta tutto evidente e lineare (tanto che spesso vi si associano accenti magici, alchimie).

Sandor Ellix Sandorkraut Katz (1962) discende da immigrati ebrei negli Stati Uniti (provenienti da Polonia, Russia, Lituania) ed è cresciuto a New York. Omosessuale, nel 1991 è risultato positivo al test Hiv, iniziando da allora ad assumere medicine antiretrovirali; dal 1993 si è trasferito nella campagna del Tennesse in una comunità queer estesa su due contee rurali, la Radical Faerie community. Ossessionato dai processi fermentativi, seguendo l’orto, studiando la foresta, sperimentando pratiche agricole e alimentari, sulla base di dieci anni di personale esperienza, nel 2003 ha pubblicato Wild Fermentation, tenendo poi centinaia di presentazioni e work shop e divenendo il catalizzatore mondiale di un vasto movimento di rinascita della fermentazione. È stato ascoltato, seguito, osannato in fattorie e mercati, università e biblioteche, ristoranti e caffè, chiese e festival, soprattutto americani e ormai di tutti i continenti. Un paio d’anni fa ha realizzato una seconda aggiornata arricchita edizione del libro, finalmente tradotto ora anche in italiano. Si tratta di un manuale vero e proprio. I primi capitoli offrono un contesto scientifico, culturale e sociale, sottolineando la salubrità microbiologica dei cibi ricchi di fermenti, possibilmente ancora vivi, contestando il terrore dei germi (e l’ossessione di un’igiene apparente) e l’eccessiva omogeneizzazione dei prodotti, valorizzando i metodi e le pratiche (molto) differenti di fermentazione sviluppate in ogni angolo (ecosistema) del pianeta. Segue una guida fai-da-te, con utensili e ingredienti di base. Poi lunghi illustrati didattici capitoli per ogni tipologia di alimenti da fermentare, corredati di foto disegni ricette: le verdure, le bevande, i caseari (con alternative vegane), i cereali, i legumi. E ancora vini, birre, aceto, per finire con cuochi e ricette italiani, sitografia, bibliografia e note. Completo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Considerazioni sui fatti di maggio (Le varie di Valerio 86)

Lucio Magri
Considerazioni sui fatti di maggio
Manifestolibri, 2018 (prima ed. De Donato, ottobre 1968) Prefazione di Filippo Maone
Politica

Parigi, Francia, mondo. Maggio 1968. Soprattutto nel 2018 molti stanno riflettondo sul significato del ’68, quando accadde alcuni partirono e si rimisero subito in discussione. All’inizio di maggio la deputata comunista Rossana Rossanda (Pola, 1924) e il funzionario Pci Lucio Magri (Ferrara, 1932 – Bellinzona, 2011) decisero di andare a vedere di persona il movimento nelle città francesi, coinvolgendo l’amico “libraio” precario Filippo Maone (Napoli, 1939). Erano tre “ingraiani”, pur con autonoma esperienza e identità politica (fra l’altro in linea di principio nel Pci le correnti non esistevano). Ingrao era uscito sconfitto all’XI° Congresso del 1966, molti di quelli che avevano condiviso i suoi indirizzi culturali stavano covando idee e progetti comuni. Nessuno dei tre possedeva un’auto, l’editore barese Diego De Donato mise a disposizione una scattante pulita (solo all’inizio) Giulia Alfa Romeo. A Parigi si separarono per l’alloggio, Rossanda dal suo compagno Karol (Lodz, 1924 – Parigi 2014), giornalista di “Le Nouvel Observateur”, Maone dai coniugi Singer nel Quartiere Latino, anche loro di origine polacca, economisti. Magri prima si arrangiò, poi si organizzò con Maone in una casa vicino Gare Montparnasse prestata da un deputato Pcf. Per quasi venti giorni girarono da un quartiere all’altro, senza sosta. Seguirono le numerose occupazioni in corso, di scuole e cinema, del teatro Odéon e di altri spazi pubblici. Visitarono la fabbrica della Renault a Boulogne-Billancourt. Discussero fra loro e con tanti altri, ascoltarono e lessero, studiarono giornali libri muri cortei, facendosi domande e arrovellandosi su mille cose possibili da fare, lì e in Italia. Tornarono. In macchina presero miglior forma i libri dei “fratelli maggiori”, quello che Rossanda stava già scrivendo (sulle lotte degli universitari italiani) e quello ora riedito con le “considerazioni” di Magri, e un progetto di una nuova rivista, con un nome e cognome oggi ancora in edicola, “Il manifesto” (dal giugno 1969).

Lucio Magri, intellettuale del Pci, fu uno dei fondatori del progetto del Manifesto; successivamente venne eletto deputato e segretario di un piccolo partito della sinistra italiana, il Pdup dal 1976 al 1984; ancora nel gruppo dirigente e in parlamento con il Pci, poi con Rifondazione; sempre spirito critico e libero, comunista e unitario, bello e carismatico. Il suo pensiero politico (i soggetti che diresse, gli interventi che svolse alla Camera, i libri che scrisse) è ancor oggi oggetto di ricerca e di studio, non solo in Italia e anche fra generazioni più giovani. Cinquanta anni fa capì subito che doveva contribuire a una lettura della dinamica degli avvenimenti attraversati in quel 1968 e del loro significato profondo, “eccezionale” e forse rivoluzionario. Assistere in diretta alla cronaca per ragionarsi su, subito e in prospettiva, queste sono le sue “considerazioni sui fatti di maggio”. Così conclude l’introduzione: “… gli sconvolgimenti … impongono a ciascuno di riconsiderare le proprie posizioni e di attirare l’attenzione su ciò che in concreto va corretto. La forma di dogmatismo oggi più diffusa è quella che usa una grande apertura metodologica e squillanti riconoscimenti della novità della situazione solo per conservare l’essenziale delle proprie idee o delle proprie abitudini, e dire agli altri come e perché sia ormai chiaro che hanno sbagliato. È il dogmatismo più corruttore; che per di più si possono permettere solo coloro che sempre hanno agito con sufficiente empirismo e scetticismo da poter rinunciare a molte cose. Forse anche a tutte, meno una: il potere, il proprio sicuro, particolare, rassicurante potere su alcuni uomini e su alcune cose”. Di quel nostro potere (di sopraffazione “diseguale”) negli ecosistemi e nelle relazioni spesso non sappiamo fare a meno ancor oggi. Da leggere, per chi c’era e per chi è venuto dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Amori comunisti (Le varie di Valerio 85)

Luciana Castellina
Amori comunisti
Nottetempo, 2018
Biografie storiche

Turchia, Grecia, Usa. Novecento. La traduttrice Münevver Andaç (1917-1998) e il poeta comunista Nâzım Hikmet Ran (1902-1963) si amarono, brevemente a Istanbul e qualche anno a distanza, vissero insieme poco ed ebbero un figlio. I comunisti greci Nikos Kokovlìs (1920-2013) e Arghirò Polichronaki (1926) si amarono, in decennale eroica clandestinità a Creta (alla cui fine ebbero un figlio) e poi per il restante tempo esuli (e genitori) in Uzbekistan (attraverso l’Italia), fino alla fine. I comunisti americani Sylvia Berman (1924-2014) e Robert George Thompson (1915-1965) si amarono, quando lui uscì dalla prigione del maccartismo per alcuni anni, lui divorziato (e sempre in viaggio) lei vedova, fino alla fine (sono seppelliti accanto nel militare Arlington National Cemetery di Washington, grazie all’onorificenza avuta in guerra). La comunista italiana Luciana Castellina (Roma, 1929) ha incontrato personalmente i primi cinque dei sei (e solo la seconda delle tre coppie) nella sua intensa attività di dirigente politica e parlamentare europea. Ha covato memoria diretta delle loro storie d’amore per almeno un decennio, conservando appunti e materiali, raccogliendo testi e lettere, svolgendo ricerche e approfondimenti. Esce ora con un toccante affresco di passioni e affetti, un volume con le straordinarie biografie di sei uomini e donne, che si votarono a un comunismo militante (mai dogmatico nei rari momenti democratici, quando poterono discutere), tre coppie attratte da politica e amore, capaci di incrociare con emozione comune i drammi del secolo. Narra alla grande l’amorevole geopolitica del Novecento. Leggendola si capisce più della Turchia e della poesia universale (denuncia politica e accenti sensuali), delle Resistenze e delle dittature a Creta e negli arcipelaghi greci, della conquista dei diritti, della clandestinità non criminale e del filosovietismo statunitensi leggendo le storie personali dei protagonisti, che attraverso cento saggi di aridi dati o fatti, date o cronologie. Mitico.

Oltre la metà del godibilissimo testo è ovviamente dedicato alle due personalità più note in Italia e nel mondo, al prolifico fondamentale amore fra il leggendario Nâzım, morto in esilio per infarto 55 anni fa, uno dei più grandi poeti del Novecento, e la cugina Münevver, l’ottima traduttrice in francese (e altrove, per quel tramite) dei grandi autori turchi (Hikmet stesso, pure Pamuk e Kemal). Lui figlio e nipote di pascià, 17enne pubblicò i primi versi, bello e affascinante, occhi azzurri e capelli biondi, 20enne si impegnò volontario per l’indipendenza con Atatürk (1881-1938), diventò insegnante e comunista, transitò in Russia; poi in patria venne più volte arrestato e trascorse ben 17 anni in carcere; nel 1950 fu rilasciato e riparò presto in Unione Sovietica. Lei, figlia di una francese e del fratello ambasciatore di Celile (la mamma di Nâzım), occhi verdi e sguardo intenso, bella e colta; aveva già un marito e una figlia (Renan) quando lo andò a trovare con altri nell’ospedale del carcere, si scrissero, partecipò alla campagna per la liberazione, decise di farsi trovare là fuori quando finalmente uscì; nel momento in cui lo aiutò a scappare e rimase sola visse da reclusa con i due figli, traducendo gialli, infine in esilio insegnò Lingue orientali a Varsavia. Castellina spiega chiaramente perché sceglie Münevver fra i tanti tormentati amori (anche lunghi) del romantico orgoglioso Nâzım. Si conobbero nell’autunno 1948, poterono frequentarsi (e convivere) solo dal luglio 1950 alla forzata fuga di lui da Istanbul (e da complotti dei militari) nel giugno 1950 (nemmeno tre mesi dopo la nascita di Mehmet), rimasero lontani quasi senza notizie per oltre dieci anni (e lui si sposò in Urss con Vera), si reincontrarono poi una solo volta a Varsavia il 3 agosto 1961 (nemmeno due anni prima della morte di Hikmet per infarto). Castellina li conobbe entrambi, lei a Istanbul grazie a Joyce Lussu (che aveva tradotto le poesie in italiano dal francese), lui a Roma: “il comunismo è colmo di errori e di orrori, ma anche di dolorosissimi amori”. Sono biografie di persone nel loro contesto geopolitico (sempre premesso e parallelo). I contatti personali risultano funzionali a collegare gli eventi internazionali al comunismo italiano e a sentire la “molla” umana, non altro. Non cercate pettegolezzi o consigli amorosi, anche i rari accenni a tipici atteggiamenti dei “maschi” sono utili solo a farci capire meglio l’amore per la poesia e per l’impegno politico, le donne e i popoli, l’innamoramento come una forma di non assuefazione. E per nessuna delle tre coppie ci poté mai essere vita civile, pubblica, ordinata in democrazie parlamentari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il primo inverno (Le varie di Valerio 84)

Philipp Blom
Il primo inverno. La piccolo era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700)
Marsilio, 2018 (orig. 2017, Die Welt aus den Angeln)
Traduzione di Francesco Peri
Storia e scienza

Europa. Da mezzo millennio fa. Fino al XVI secolo la neve è quasi assente in arte. Dalla seconda metà del Cinquecento gli artisti del Nord Europa scoprono il ghiaccio e il gelo. Il calo di temperatura osservabile tra il 1570 e il 1685, due gradi centigradi in media, ha un impatto enorme sugli ecosistemi e su tutti gli aspetti dell’esistenza umana. Fu un dato di fatto, anche se gli studiosi ancor oggi non concordano pienamente sulle cause o sull’esatta datazione. Specialisti di varie discipline hanno ricostruito comunque le caratteristiche del precedente periodo molto caldo (tardo Medioevo), della fine del periodo mite e dell’inizio del raggelamento (a partire dal Quattrocento), delle concause ipotizzabili nella lunghissima storia climatica del pianeta e, soprattutto, delle documentate ricadute pratiche in Europa, ora ottimamente descritte da un divulgatore storico tedesco. Inverni glaciali, primavere con grandine, estati piovose, autunni gelidi rappresentarono (spesso e insieme) una catastrofe per l’agricoltura e per un intero continente legato a cereali (grano, segale, orzo, avena), a ortaggi e frutti stagionali, raramente alla carne. I contadini vivevano di autosussistenza, la nobiltà e i feudatari vivevano dei contadini, il denaro aveva un ruolo secondario, le carestie (e le guerre) si moltiplicarono. L’adattamento ai cambiamenti climatici (quando ci fu e per chi sopravvisse) comportò innovazioni per ogni attività umana. Le monocolture affaticavano i terreni, si sperimentarono differenti specie e tecniche. I vegetali introdotti con lo “scambio” colombiano (rimasti per secoli culture da orto botanico) trovarono lentamente spazio produttivo. Culture e arti conobbero svolte. Ma l’evoluzione non obbediva a progressi lineari, ebbe ben poco di deliberato e intenzionale, conobbe enormi differenze temporali, geografiche e demografiche.

Il multidisciplinare giornalista Philipp Blom (Amburgo, 1970) narra un periodo storico che sconvolse il pianeta e le rare innovazioni che hanno retto alla prova del tempo giungendo a far parte anche delle nostre esistenze odierne. Parte dai quadri (il volume ha una decina di illustrazioni, oltre a una ricchissima bibliografia), parla di filosofia e teologia, medicina e scienze, economia e commercio, sottolinea qualche significativa biografia e grandi eventi, intrecciando la periodizzazione cronologica (nell’articolato ecosistema europeo) e le contraddittorie convinzioni culturali di quei tempi: tre densi capitoli (l’Europa tra il 1570 e il 1600, l’età del ferro ovvero quasi tutto il Seicento, le comete e le altre meteore nella lotta senza quartiere tra dogmatismo pensiero razionale-scientifico) fra un prologo e un epilogo (che si confronta con i cambiamenti climatici e politici in corso). Il filo “ideologico” (il conflitto fra “sogni”) non consente sempre all’autore assoluta precisione su fenomeni atmosferici e fonti storiche, tuttavia coglie bene il passaggio di fase. I primi testimoni del cambiamento climatico ragionavano quasi senza eccezione da un punto di vista religioso, finché una generazione di pionieri intellettuali tentò di scorporare il concetto di natura da quello di creato. L’inverno più rigido a memoria d’uomo fu quello del 1684, gennaio e febbraio; la morsa della piccola era glaciale non si sarebbe allentata prima di un altro secolo, diffusa a scala planetaria. Un successivo evento “climatico” globale fu l’eruzione del vulcano indonesiano sul monte Tambora nell’aprile 1815, il raggelamento durò un anno, una sorta di inverno nucleare, poi forse si consolidò un altro ciclo, il “riscaldamento”, ora accelerato drammaticamente. “Le api lavorano alla propria rovina. Sono api, è l’unica vita che conoscono”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Atlante delle frontiere (Le varie di Valerio 83)

Bruno Tertrais e Delphine Papin
Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni
Add, 2018 (ed. orig. 2016)
Traduzione e postfazione Marco Aime
Geopolitica

Al confine di ogni luogo. Oggi e domani. Da sempre un limite geografico – linea o spazio – riflette le relazioni tra due gruppi umani, uno di qua, uno (almeno uno) di là, noi e gli altri, divisi e vicini. Nel corso della loro storia i gruppi umani geograficamente distribuiti sono divenuti popoli e civiltà, infine (finora) Stati, separati da frontiere. Oggi tutto il mondo umano è diviso per Stati (193). A creare le frontiere terrestri sono state guerre (in più di cento casi), annessioni e secessioni. Soltanto una cinquantina sono gli Stati nati da una secessione (indipendenza) pacifica, divisioni consensuali o relazioni di buon vicinato o arbitrati internazionali. Circa nel 55% dei casi sono state scelte frontiere un poco anche “naturali” (montagne, supporti idrografici o orografici), le altre sono tutte “artificiali”, il 25% come linee dritte, mentre talvolta seguono meridiani o parallele. Più “fluido” è il discorso sulle frontiere marittime. Fra naturali e artificiali non c’è significativa differenza di complessità, arbitrarietà, ingiustizia, contestazioni; comunque all’interno non rimane praticamente mai solo un’etnia e solo un gruppo linguistico (esistono inevitabilmente sempre meticciati genetici e culturali). Nel complesso, le frontiere terrestri esistenti sono 323 su circa 250.000 km, cento in Europa per 37.000 km. Il passaggio non è proibito (anzi, l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dice che andrebbe considerato “libero” per ogni individuo), passare il confine è e deve essere regolamentato da entrambi gli Stati, pure in modo differente, senza obbligatoria reciprocità. I muri servono a impedirlo, trasformano la frontiera in dogana nei pochi interstizi; a seconda delle definizioni e dei metodi di calcolo rappresentano fra il 3% e il 18% delle frontiere; molti altri se ne stanno costruendo. Resta in sospeso il rapporto fra frontiere umane ed ecosistemi (anche) umani: lo stesso inevitabile antropocentrismo ha qualche limite!

Attenzione, ecco un libro “documentario” da sfogliare, leggere, consultare, garantendone una copia alle biblioteche pubbliche! Solo gli ecosistemi umani hanno confini o frontiere (quasi sinonimi). Da un certo momento in poi la nostra specie ha delimitato i luoghi, ha concepito (tracciato) una convenzione mentale, con molte funzioni pratiche e sociali: difesa del territorio, riscossione delle imposte, amministrazione, condizionamento per uscite e entrate, anti-immigrazione. In un bellissimo libro due bravi studiosi francesi, i geopolitologi Bruno Tertrais e Delphine Papin, fanno un meticoloso punto sulle frontiere. Traduzione e prefazione (colta) sono dell’antropologo Marco Aime (Torino, 1956) che ben sottolinea altre efficaci frontiere meno visibili: culturali, religiose, etniche, linguistiche, quasi mai coincidenti con quelle internazionali; e offre spunti e riferimenti per affrontare la domanda cruciale: è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine? Comunque sia (nel tempo e nello spazio), le frontiere sono fatte per essere superate, la storia dell’umanità è una storia di contrabbando. L’atlante è distinto in sei capitoli di argomenti: parte dalle frontiere ereditate (storiche) e invisibili (non fisiche, a esempio quelle culturali e marittime), ragiona su muri e migrazioni, indica casi specifici di sorprendente curiosità (Guantanamo, Cooch Behar, Baerle, Nagorno Karabakh) e di brucianti controversie (Gerusalemme e molto altro), conclude indicando “il roseo futuro delle frontiere”, non un auspicio, piuttosto un dato di fatto. Il bello è la splendida cartografia tematizzata che impreziosisce i sei concisi testi giornalistici, in modo di visualizzare la lettura: 41 tavole o mappe, precise e dettagliate, ciascuna con ulteriori disegni, dati, comparazioni, tabelle, definizioni, per una comprensione aiutata dal grande formato e da un eccelso lavoro grafico. Adeguata selezionata bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lo sguardo profondo (Le varie di Valerio 82)

Massimo Luciani
Lo sguardo profondo. Leopardi, la politica, l’Italia
Mucchi, 2017
Letteratura e Diritto

Recanati e Italia. 1798-1837. Ormai conosciamo abbastanza bene vita e opere di Giacomo Leopardi. Quel che continua a stupire è la vitalità contemporanea dei suoi testi letterari e delle sue riflessioni culturali, anche rispetto a discipline e argomenti meno indagati, come il diritto e le forme di governo (non solo la politica). Il crivello leopardiano ha saputo separare attentamente la liquidità contingente dalla permanente solidità dei processi storici, in particolare guardando a fondo nella psicologia degli italiani e cogliendo con lucidità e freschezza le correnti carsiche che percorrono la storia del nostro Paese. Leopardi mette sempre in guardia contro l’illusione che i governi possano dare agli uomini la felicità, pur consapevole che l’inutilità della politica non è maggiore né diversa dall’inutilità della vita e di tutte le cose umane in generale. Al centro del suo pensiero si colloca il concetto dell’illusione, delle illusioni, maggiori e più fertili (foriere di immaginazione) nello stato di fanciullezza, del singolo e della comunità politica, sempre e comunque essenziali per la sopravvivenza individuale e per la tenuta dei legami sociali. Essendo materialismo, empirismo, scetticismo, non cognitivismo, relativismo i tratti fondamentali della sua “filosofia”, per il poeta recanatese è il sistema delle illusioni che aiuta a farci sopportare il destino umano e a conservare le comunità politiche. Molto si è discusso se qualche spunto innovativo degli ultimi anni (di contro alla “natura” unicamente il sodalizio degli uomini può servire di difesa, per tutti e per ciascuno) contrasti le opinioni precedenti; più probabilmente le completa, problematizzandole ulteriormente. Ciò riguarda anche l’apprezzamento per le forme di governo segnate dall’appartenenza del potere alla nazione, una (meno imperfetta) società “mezzana” che asseconda la brama umana di felicità e assicura la massima varietà delle personalità (una uguaglianza almeno di mezzi e di opportunità).

Il grande costituzionalista Massimo Luciani (Roma, 1952) quasi una decina di anni fa introdusse un seminario a porte chiuse su Leopardi politico, poi apparso fra il 2010 e il 2012 in varie riviste e volumi collettanei. Il bel testo esce ora in modo autonomo (formato snello e tascabile) con ampia ricca prefazione e titolo nuovo. I paragrafi centrali erano sei, i primi tre sulle premesse antropologiche e le cruciali illusioni nel pensiero leopardiano, i successivi più specifici su argomenti giuridici (la dottrina delle forme di governo, la critica all’universalismo e al cosmopolitismo e la figura del nemico, la questione dell’Italia), tutti di non semplice (ma molto interessante) lettura per virgolettati, rimandi, parentesi. Le considerazioni supplementari riflettono ancora sulla capacità leopardiana di indagine storica stratigrafica (oltre gli eventi individuali) e approfondiscono due aspetti: universalismo e linguaggio. L’avversione al cosmopolitismo non era ideologica o aprioristica, ma logica e razionale, espressa col tradizionale angosciato disincanto. Il nesso di causalità va dalla società e dalla politica alla letteratura e all’espressione linguistica. Luciani offre continue frequenti citazioni di Leopardi sui vari temi trattati, prima di esaminare con acume e coerenza una parte delle interpretazioni critiche che già li avevano valutati. Denso è l’apparato di note, dal quale emerge una bibliografia selezionata ed essenziale. Interessanti i riferimenti al nesso fra parole e cose e alla xenofobia. Forse è un poco sottovalutato il retroterra scientifico nella filosofia e nella poesia di un piccolo gobbo sommo pensante, che molto amò la scienza e la laica coscienza della propria finitezza, per arrivare a definire uno scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La musica vuota (Le varie di Valerio 81)

Corrado Dottori
La musica vuota
Pequod, 2017
Avventura, sentimentale

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.

Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Con i piedi nel fango (Le varie di Valerio 80)

Gianrico Carofiglio (con Jacopo Rosatelli)
Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità
Edizioni Gruppo Abele, 2018
Politica

Italia. Discorsi pubblici. Fra l’estate e l’autunno del 2017 l’insegnante e ricercatore politico Jacopo Rosatelli (Torino, 1981) ha conversato con Gianrico Carofiglio, sollecitando risposte e riflessioni su argomenti connessi al fare politica. Carofiglio ha suggerito di iniziare da Gramsci, dall’invettiva lanciata esattamente un secolo prima dalle pagine del periodico socialista “La città futura” (era il febbraio 1917, l’Italia era in guerra), contestando sia chi rifiuta ogni impegno (allora come ora) sia chi pratica con attivismo vuoto e nevrotico solo il rancore (oggi patologicamente). Si susseguono continue rapide domande e risposte argomentate ma concise, appunti scintille pizzicotti, che molto spesso prendono spunto dalla citazione del passo rilevante o della parola-chiave di una singola personalità, acquisita da un romanzo o saggio o intervento che sia. Non si tratta di un saggio organico o di un trattato sistematico, piuttosto di un breviario con al centro la comunicazione politica, più o meno fattiva e chiara, articolato in quattro parti: indifferenza e rancore; menzogna e manipolazione; verità, sostantivo plurale; le parole e le storie. Il titolo deriva da un noto aforisma di Orwell (connesso pure alla frase di don Mazzolari e don Milani) sulla distinzione fra politici utopisti e politici realisti e sul camminare nel fango (o sullo sporcarsi le mani) per raggiungere l’obiettivo enunciato. L’intento non è informativo o filologico; in fondo al testo appare un’esauriente bibliografia con le fonti dei volumi citati, capitolo per capitolo, in ordine di apparizione. Le conversazioni sono state rielaborate e curate prima delle elezioni politiche italiane del 2018, il volume è tuttavia uscito subito il loro svolgimento. Come “tradurlo” per commentare gli sconvolgenti (non sorprendenti) risultati elettorali del 4 marzo spetterà dunque ai lettori, in particolare a quelli impegnati a gestire o fronteggiare il quadro politico assolutamente inedito e complesso della nuova fase.

Nel settembre 2015 Carofiglio (Bari, 1961), da quindici anni uno dei migliori scrittori italiani, ex magistrato ed ex senatore, pubblicò con meritato successo Con parole precise. Breviario di scrittura civile (Laterza). Riprende e approfondisce ora gli stessi argomenti in un piccolo volume (non a caso edito dal Gruppo Abele) chiarendo che chi “guarda il mondo da sinistra”, non può che arricchirsi di tanti altri punti di vista. Si dice convinto “che la storia si muova verso il progresso e che rispetto a questo progresso l’azione consapevole degli individui e delle collettività sia fondamentale, e dunque doverosa”. Critica, perciò, chi si astiene (anche dal voto) e chi aborrisce il compromesso (“pratica sana e… imprescindibile”). E fa ruotare tutto intorno al concetto di verità, pure rispetto agli errori che inevitabilmente si fanno. Spiega i quattro rigorosi precetti toltechi, per poi poter vivere la politica “con la giusta dose di distacco e anche di allegria”; in sostanza, essere seri ma non prendersi sul serio (richiamando implicitamente il pensiero ironico) e combattere di continuo l’ipertrofia dell’ego per cui ci si immedesima con la funzione, la carica, il ruolo. Molto spazio è dedicato alle notizie false (sempre esistite), ma anche al troppo “latinorum”, al principio isomorfico (non così definito) nella relazione fra il dire e il fare, alla distinzione fra privilegi ingiusti e legittime prerogative, al principio di responsabilità, all’ecologia del dialogo gentile, sempre con uso accorto e meditato delle parole, perché la verità è plurale. Nel lessico necessario inserisce, simbolicamente, giustizia ribellione bellezza scelta speranza, e insiste molto sul declinare i propri (radicali) valori con storie ed emozioni, capaci di parlare a tutti i sensi e a quante più possibili motivazioni di individui e collettivi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Spacenoir (Le varie di Valerio 79)

Alberto Lavoradori e Mauro Cicarè
Spacenoir
Edizioni Di (Grifo), 2017
Graphic Novel, Fantascienza

Spazio. Circa nel 2100. Luna Schauberger è nata il 13 luglio 2079 e ha un antenato illustre: l’austriaco Viktor Schauberger (Alland, 30 giugno 1885 – 25 settembre 1958), naturalista eccentrico e inventore illuminato, uno dei pochi teorici dell’implosione, ovvero di teorie basate su vortici fluidici e movimenti nella natura; costruì attuatori per aerei, navi, turbine silenziose, tubi auto-pulenti e attrezzature per la pulizia e la cosiddetta “raffinatezza” di acqua per creare acqua di sorgente, da utilizzare come rimedio; trascorse gli ultimi mesi di vita negli Stati Uniti in Texas, dove le sue idee rischiavano di essere sfruttate in chiave capitalistica e bellica; decise allora di tornare in patria col figlio, dovendo però firmare carte che lo obbligavano a lasciare ai committenti americani tutti i suoi progetti e lavori; soggiornò qualche giorno a Linz e morì pochi giorni dopo. Luna già a 8 anni era entrata a far parte dell’associazione Mensa (fondata a Oxford nel 1946) grazie all’altissimo quoziente d’intelligenza; si era laureata a 16 grazie alla grande passione per la fisica; a 19 anni cominciò a lavorare presso i laboratori Firstdyne Industries, locali immensi, hi-tech sofisticato, risorse inimmaginabili. C’era grande intesa con Paul Laszlo, scrupoloso collega e rassicurante amante, ma il test sul suo progetto sperimentale stranamente non andò bene: Paul morto, prototipo distrutto, test fallito, ma, sorprendentemente, i padroni sembrarono proprio contenti e le rinnovarono il contratto. Non ci capisce più nulla, c’è qualcosa sotto (la materia oscura), deve fuggire. Ora vaga fra gli asteroidi, ma qualcuno la vuole morta.

L’ottimo sceneggiatore Alberto Lavoradori (Mestre, 1965) e l’ottimo illustratore Mauro Cicarè (Macerata, 1957) collaborano insieme per la prima volta. E con notevole efficacia. Una narrazione grafica è più un film che un romanzo. C’è una trama, incipit sviluppo intrecci epilogo. Ma non sono tanto le frasi a trasmetterci senso. Contano molto la “visione” del testo, inquadrature colori sfumature, la struttura delle pagine, con più o meno fumetti, con tavole più o meno larghe e lunghe, l’atmosfera dello scritto, comunque poco, allusioni rimandi vignette (anche dei suoni). Entrambi gli autori conoscono bene entrambi i mestieri narranti, sia scrivere che disegnare; si cimentano meritoriamente con un genere in voga da una cinquantina d’anni. Lavoradori vive nella campagna veneta ed è noto anche per l’originale Paperinik. Cicarè vive sulla costa marchigiana ed è noto anche per le splendide mostre. Si stimavano a distanza, non si erano mai visti prima. Cicarè ha contattato l’altro per una storia comune di fantascienza “senza grandi effetti speciali”, Lavoradori ha proposto titolo (due parole di lingue diverse che suonano benissimo, senza trattino) e l’abbozzo di storia. Cicarè ha iniziato a preparare la grafica, Lavoradori ha adattato i testi, Cicarè ha preparato le tavole (cinque mesi di intenso lavoro per 100 pagine da incorniciare), ci hanno lavorato insieme e ne è venuto fuori un ricco affascinante fumetto di noir science fiction (fantascienza retrò). Si alternano (in dieci “capitoli”) il presente con colori ad acquarello e il passato (recente) con effetto flou di grigi-neri-viola-bluastri. Si viaggia in un presente-futuro, incontrando personalità oscure e pericolose; in navicella, attraverso Spacenoir per raggiungere la cintura di Belt fra le orbite di Marte e Giove, con scali su una fascia di asteroidi (Deimos, Pallade, Belt), poi a Cerere; si passeggia a Earcity e Crecity nella materia non osservabile perché “oscura”. Colonna sonora (implicita) dei Massive Attack (“Mezzanine”).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Non sono razzista, ma (Le varie di Valerio 78)

Luigi Manconi e Federica Resta
Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura
Feltrinelli, 2017
Politica

Italia e Mediterraneo. L’ultimo ventennio. Ormai “non sono razzista, ma” è un’unità lessicale, una frase tipica, una locuzione italiana. Si può serenamente affermare che l’Italia non è razzista, fermo restando che all’interno dell’Italia si ritrovano forme e manifestazioni di razzismo. In aumento. Esemplificate da titoli stereotipati e pregiudiziali sulla carta stampata, da un’aggressiva strategia discorsiva di canali radiofonici e televisivi, da una legittimazione antistraniero nella sfera politico-istituzionale. Il paradigma razzista attribuisce in modo indifferenziato all’intera comunità connotati e misfatti di un suo singolo componente (o di più componenti): il rischio è che ogni straniero diventi criminale, ma anche ogni italiano razzista. Non è e non può essere così. Il linguaggio è terreno di scontro tra discriminazione e integrazione, tra rifiuto e accoglienza, rispetto a ciascuna comunità di cui un individuo è inevitabilmente parte. Quella locuzione mostra una classica procedura retorica: “mettere le mani avanti”; in realtà è proprio il contenuto dell’avversativa che fa spesso emergere le reali opinioni di chi parla (presentate come legate alla semplice osservazione della realtà e alla conoscenza di fatti). E segnala pure talora una sorta di richiesta d’aiuto: aiutatemi a non diventare razzista, non predicate in modo astratto, sappiate che la solidarietà è faticosa, valutate meglio il bisogno di mutuo soccorso. In ciascuno di noi – dichiarate o censurate – covano forme di intolleranza e pulsioni xenofobe. Servono dunque nuove politiche pubbliche, né superficiali né irresponsabili. Mentre invece le norme, soprattutto dal 1990 in avanti, hanno via via delineato un diritto asimmetrico e diseguale per gli stranieri, oltretutto con la progressiva riduzione delle possibilità d’ingresso, di fatto in contrasto con la tendenza strutturale dei flussi migratori e con le competenze dell’economia e della demografia.

Il sociologo Luigi Manconi (Sassari, 1948) e l’avvocata Federica Resta (Bari, 1980) ci aiutano molto a tirar fuori il razzismo che è in noi, offrendoci fondamenti linguistici, culturali, sociali e normativi per sconfiggere sia la xenofobia diffusa che gli imprenditori politici della paura. Il volume è diviso in cinque parti con dettagliate note in fondo; la terza (redatta dal solo Manconi) dedicata alla vicenda (luglio 2013) degli insulti del senatore Calderoli alla ministra Kyenge con la relativa discussione parlamentare relativa alla richiesta (respinta) di autorizzazione a procedere; le ultime due riferite alle “gabbie” nuove che si stanno costruendo ovunque in vario modo (soprattutto nei Cie) e al “peccato dell’indifferenza” che nessuno può più permettersi. Si parte sempre da parole tratte da fedeli trascrizioni di cronache quotidiane; vengono illustrati i significati formali e sostanziali, espliciti e impliciti, con citazioni funzionali di studiosi e colti acuti riferimenti alla musica e alla cinematografia; “zingaro”, “lager”, “confini” e tante altre, senza mai concedere nulla a ricette facili e semplificazioni autoassolutorie. Stigmi generalizzanti, autorappresentazioni stereotipate e denunce indistinte sono riferibili a personaggi politici di varia estrazione culturale e contesto istituzionale. I migranti rappresentano un capro espiatorio elettivo per ogni tipo di rivendicazione identitaria. Un lessico consapevole e controllato è la premessa per non assistere in silenzio al “cattivismo” in corso. Forti di differenti complementari esperienze (all’interno del Senato della Repubblica e del Garante per la protezione dei dati personali), gli autori contribuiscono a “leggere” i conflitti attinenti il migrare, i flussi di emigranti, le comunità dei cittadini, degli stranieri e degli immigrati. Arricchiamo di dimensioni culturali e di moduli espressivi la nostra identità di individui sociali umani!

(Recensione di Valerio Calzolaio)