Le varie di Valerio/38: L’ultima bambina d’Europa

Francesco Aloe
L’ultima bambina d’Europa
Alter Ego, 2017
Avventura, Climate Fiction

Da Nord a Sud, Italia meridionale. Non molti anni dopo ora. Qualcosa è accaduto là fuori, nel nostro continente. In poco tempo un intenso cambiamento climatico ha trasformato l’Europa rendendola invivibile: troppo fredda, ampiamente ghiacciata, lambita da un mare radioattivo, scossa da terremoti ed eruzioni continui, da venti piogge incendi nebbie in siti inconsueti. Città e strade sono stati abbandonati, non funzionano mezzi di trasporto, tutto risulta divelto e deserto, l’unica alternativa sembra sia riuscire a fuggire in Africa, senza bagagli e trovando oro o pietre per pagare il trasbordo agli scafisti. Ma i sopravvissuti sono pochissimi, si riesce solo a camminare verso sud, cercando acqua e residui di cibo nel dissesto generale, con il rischio dei predoni e dei “soldati” del Reggimento Verde. Da qualche mese una famigliola sta costeggiando l’Adriatico, ora si trovano fra Puglia e Basilicata, ormai è autunno e tentano comunque di spostarsi a piedi verso la Calabria, lo stretto, la Sicilia, in tutto dovrebbero fare ottocento chilometri. Sono un uomo con la barba, una moglie vegetariana incinta (ormai circa al sesto mese) e la loro figlia bionda di 8 anni, Sofia, magri sfiniti sporchi acciaccati. Ricchi solo dei ricordi di tempi felici (il concepimento era avvenuto subito dopo la fuga, in una notte di stelle cadenti, sulle rive del lago di Suviana nell’Appennino bolognese) incontrano altri profughi, killer, tanti morti isolati o in fosse comuni. Continuano a scappare, a ripararsi in qualche modo, a marciare. Sarà dura.
Il giovane promettente direttore editoriale Francesco Aloe (Catanzaro, 1982), già autore di buoni romanzi, si cimenta con un genere spesso chiamato Climate Fiction. La sostanza del cambiamento climatico descritto è improbabile a breve e medio termine, a Nord tende a diventare più caldo. Vero è che, una volta innescato il riscaldamento globale (di origine antropica), si susseguiranno sempre più eventi meteorologici estremi, dinamiche non cicliche, svolte inattese e repentine, effetti imprevedibili. E lo scenario proposto dal libro sarebbe un’apocalisse straordinaria e terribile per noi, ma è da decenni l’apocalisse ordinaria e terribile di milioni di persone in fuga dai cambiamenti climatici dell’Africa subsahariana e di altri parti del mondo. Basterebbe ascoltare o leggere i loro drammatici racconti (quando sopravvivono)! Dovremmo pensare a ogni ragazzino e a ogni nucleo familiare che arriva dall’Africa come se domani fossimo noi costretti a salvare altrove L’ultima bambina d’Europa (da cui il titolo): gli sconvolgimenti sociali ed emotivi, i pericoli e gli orrori di un viaggio senza niente dietro (né beni né abitudini), il futuro del tutto incerto e i desideri da affidare al vento. Ci sono ragioni e sentimenti nella toccante narrazione, in terza fissa sul padre. Il rum ha un odore pungente, è un piacere da dimenticare, meglio barattarlo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

 

Le varie di Valerio/37: Le 10 mappe che spiegano il mondo

Tim Marshall
Le 10 mappe che spiegano il mondo
Garzanti, 2017
Traduzione di Roberto Merlini
(orig. 2015 Prisoners of Geography)
Scienza Storia Politica (geopolitica)

Pianeta Terra. Ieri oggi domani. Da sempre l’ambiente fisico e il contesto geografico condizionano scelte e sentimenti, le dinamiche storiche individuali e collettive. Fiumi e montagne, deserti e mari, ciclo delle acque e clima hanno influenzato vicenda politica e sviluppo sociale dei popoli, guerre e poteri del passato e del presente. Tutto ciò è noto come “geopolitica”, il rapporto tra fattori geografici e relazioni internazionali. Eppure spesso i confini degli Stati non sono stati tracciati tenendone conto, sia per la violenza esterna di singoli invasori “a prescindere” sia per l’artificiosità di linee imposte da potenze coloniali oltretutto “ignoranti”. La geografia e la storia dello sviluppo delle nazioni risultano cruciali per capire il mondo come è oggi e come potrebbe configurarsi in futuro. Partiamo da dieci mappe, interconnesse, il cui insieme fa l’atlante globale (o quasi): Russia, Cina, Stati Uniti, Europa occidentale, Africa, Medio Oriente, India e Pakistan, Corea e Giappone, America latina, Artide. Si comincia dal paese più grande (oltre 17 milioni di chilometri quadrati, 11 fusi orari) la cui profondità strategica senza montagne a occidente (una pianura dalla Francia agli Urali ha reso possibili svariate invasioni) e senza porti su acque temperate (la mancanza di accesso alle rotte commerciali più importanti ha imposto costi e compromessi) ha inevitabilmente finito per prevalere sull’ideologia di chi ha guidato il paese, zarista o comunista o neocapitalista. La geografia è sempre stata una “prigione” da cui gruppi umani e leader istituzionali hanno spesso faticato a evadere. Tutti i problemi e i conflitti quotidiani non ne prescindono. Per ora è inutile illudersi troppo sui diritti umani e sui valori occidentali.

Il bravissimo colto giornalista e analista inglese Timothy John Tim Marshall (1959) ha scritto un libro prezioso per orientarsi fra le “notizie” internazionali di questi anni con lungimiranza sana e spirito critico, verso quanto è già accaduto, quanto leggiamo e vediamo di giorno in giorno e quanto probabilmente accadrà. Il volume contiene oltre una 15ina di mappe in bianco e nero che combinano barriere fisiche e statuali, all’inizio dei capitoli e qualche volta anche dentro, oltre a una finale discreta bibliografia essenziale. La narrazione è accurata, piena di spunti (pure terminologici e culturali), briosa e competente, con riferimenti trasversali in ognuno dei dieci capitoli a caratteristiche geografiche (e abitabilità degli spazi), storia moderna e contemporanea, confini sui quattro lati, demografie e migrazioni antiche recenti prevedibili. Si arriva infine al Mar Glaciale Artico (14 milioni di chilometri quadrati), scosso da cambiamenti climatici che lo renderanno crocevia migratorio per nuove rotte e patrimonio energetico pericolosamente sfruttabile, forse in modo più condiviso. L’autore ci induce a riflettere meglio sulla discutibile presunzione d’onnipotenza (anche tecnologica) degli umani sapienti ed è cosa buona e giusta: gli ecosistemi sono variabili indipendenti e permanenti. Marshall raggiunge il suo obiettivo, pur se non tutte le scienze sono tenute in debito conto: di biologia e fisica poco si parla, si allude solo vagamente all’evoluzionismo e ad alcuni importanti aspetti dell’ecologia (le relazioni fra specie, i relativi equilibrio e resilienza, i limiti planetari ora raggiunti o sfiorati), sono rari i cenni alla storia prima dell’imporsi delle potenze navali, le mappe sono funzionali ma “povere” e non all’altezza della trattazione scritta. Da leggere e meditare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/36: L’arrivo di Saturno

Loredana Lipperini
L’arrivo di Saturno
Bompiani, 2017
Romanzo storico sentimentale (non solo)

Roma e molti altri luoghi. 1980, prima e dopo. Graziella De Palo (Roma, 17 giugno 1956) scomparve a Beirut il 2 settembre 1980 insieme al meno giovane collega Italo Toni (Sassoferrato, 31 gennaio 1930), il suo ex-compagno col quale continuava a collaborare (fra l’altro un libro insieme sul Che), entrambi giornalisti. Lei aveva scritto coraggiosi articoli per Paese Sera sulla vendita di armi italiane in Medio Oriente. Stavano seguendo la pista che collegava i servizi segreti nostrani e l’OLP, forse imperniata sul cosiddetto eventuale “lodo” Moro degli anni settanta (“noi chiudiamo gli occhi sul traffico d’armi, voi non fate attentati in Italia”), messo in crisi dal rapimento-esecuzione dello stesso Moro e da successivi omicidi e stragi. Graziella era stata per oltre un decennio la legatissima più cara amica della coetanea Dora, avevano rotto da poco più di un anno (futili motivi, piccole gelosie, competizione vitale). Giunta quasi a sessant’anni Dora cerca di dar conto del loro legame e della misteriosa vicenda, riprendendo in mano foto e taccuini, leggendo e studiando tanto, contattando parenti e amici, ripercorrendo le svolte personali e politiche prima (comuni) e dopo la scomparsa, segnalando quanto è stato volutamente occultato e falsato nel caso Toni-De Palo, utilizzando infine la finzione letteraria per narrare. “Non c’è verità negli artisti, non c’è nei cantastorie” si dice il pittore Han Van Meegeren, personaggio chiave del romanzo, falsario incaricato decenni fa da un vecchio ricchissimo di riprodurre in un santuario sperso sui monti marchigiani un Giudizio Universale di Vermeer. “Immagina che solo raccontando menzogne si possa arrivare a raccontare la verità. Immagina che sia tutto un inganno. Immagina di raccontare quell’inganno, per nascondere altro, che infine si risveglierà… per riprendersi la storia… Prova a fallire”. Abracadabra.

Gran bel romanzo della brillante giornalista, scrittrice e operatrice (agitatrice) culturale Loredana Lipperini (Roma, 1956) che alterna terza e seconda persona perché spiega quasi all’inizio: “Dora sei tu. Non ti chiami così. Ma Dora è un nome da romanzo e questo è un romanzo: dunque ti chiamerai Dora per raccontare la lunga vibrazione durata quasi una vita, e rimasta silenziosa prima di esplodere”. Dopo una lunga gestazione (covato per decenni, scritto in 4 anni), da uno stimolo di autofiction vien fuori un meticciato degli ibridi generi letterari: fiction storica e sentimentale (concentrata sugli anni 1978-81), no fiction generazionale e investigativa (prima e dopo). Una volta spiegato perché “mentire è creare”, corrono alternati l’introspezione di Dora e la pittura di Han, con svariate vibrazioni. Da una parte, mescolando realtà e creazione, i sentimenti dell’amicizia e l’intensa storia fra Dora e Graziella fino alle scelte adulte, l’incrocio con grandi personaggi e i clamorosi eventi degli anni settanta, elementi sulla sparizione dei due amici e sui segreti politici (di Stato e no), spunti autobiografici e riflessioni su Dora Loredana anche successivi; dall’altra, pure mescolando inganni e verità, il progredire del quadro, il contesto delle relazioni montane del pittore fra Serravalle e Muccia (“luoghi” dell’autrice e recentemente del terremoto), cenni su Vermeer e sul suo falsario olandese ex-alcolizzato (la storia è inventata ma Han è esistito, 1889-1947), richiami a tanti veri falsari della storia nelle arti visive e nei conflitti istituzionali. Essendo finzione non c’è l’indice dei nomi (tanti celebri) ma solo una nota sulla gestazione. Il lento Saturno ci mette quasi trent’anni a entrare in Scorpione. Pur forse a tratti ridondante e di lettura impegnativa, il testo scorre unitario e interessante. Lipperini è una personalità importante della cultura italiana dell’ultimo quarantennio, da quando lavorava a Notizie radicali (con Graziella, giovanissime), entrando anche nella segreteria nazionale del Partito Radicale, fino alle coraggiose scelte dalla parte delle bambine e dei più socialmente deboli (sul territorio come nei media). Cibi locali e passioni musicali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/35: Con parole precise

Gianrico Carofiglio
Con parole precise. Breviario di scrittura civile
Laterza, 2015
Letteratura, scienza, politica

Italia. Dall’inizio della scrittura in avanti. La citazione d’apertura è di Primo Levi: “Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno”. Carofiglio, ex magistrato ed ex senatore, da quindici anni è divenuto pure uno dei migliori scrittori italiani (romanzi, racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli esperienze d’uso delle parole per andare a segno e riesce a insegnarci molto, con semplicità e acume. Dopo il prologo sul linguaggio condiviso come primario contratto sociale, seguono undici capitoli di analisi di testi, citazioni specifiche, esempi concreti e consigli sapienti per riuscire a “dire la verità”, lasciando all’epilogo gli spunti su cosa sia la verità, per concludere con note e approfondimenti bibliografici e il multidisciplinare indice di nomi. All’inizio si accenna anche alla fiction: le parole sono decisive per poesie e romanzi, l’imprecisione può spesso essere deliberata e geniale, evocare ed emozionare sono compiti primari, nel poliziesco appare obbligatorio occultare seppur onestamente. Comunque anche queste scritture devono avere una loro coerenza narrativa, produrre un (qualche) senso. Ben presto la riflessione s’indirizza e concentra sulle lingue e sulle professioni del potere: giuristi, politici, legislatori e amministratori. Nel territorio dei doveri e dei diritti collettivi le parole possono appunto manipolare chi le subisce, ci vogliono assoluto rispetto e attenzione per gli altri, in particolare per la metafora, forma del pensiero e figura retorica, ben più potente (ed enigmatica) della similitudine. Berlusconi è spesso richiamato, insieme ad altre personalità come Bersani e Renzi. Il fatto è che le metafore devono aiutare a capire, non affermare supremazie, e che la democrazia vive di parole precise.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) già nel 2010 aveva fatto un’incursione, erudita e affascinante, nei mondi della “manomissione delle parole”. Qui riprende e approfondisce quel discorso con un compendio agile e sintetico rivolto innanzitutto ai destinatari delle parole affinché impariamo tutti ad ascoltare e leggere meglio. Per capirci: quando partecipiamo a una riunione è chi convoca che deve garantire esiti non predeterminati e chi introduce che determina la qualità della discussione. Farsi capire è un dovere e capire è un diritto. Doveri e diritti richiedono impegno, fatica, tempo. Facciamo caso alle parole superflue, all’abuso di avverbi, ai sostantivi astratti, ai verbi generici, alla forma passiva che sterilizza, al latino e all’inglese inutile, agli pseudotecnicismi, all’eccessiva lunghezza delle frasi, all’ordine nella cura della sintassi, soprattutto a chi ci rivolgiamo, e con quale obiettivo. Scrivere vuol dire anche rileggere e riscrivere, rendere la propria comunicazione precisa ed essenziale, chiara e corretta. L’autore cita molti grandi scrittori, filosofi, linguisti, giornalisti e, raramente, dialoghi e passaggi di propri romanzi. E fa innumerevoli esempi di frasi contenute in leggi e decreti vigenti oppure in atti giuridici (come pure nelle trascrizioni delle intercettazioni e negli articoli di giornale) di quasi impossibile comprensione e attuazione. Sapere (e non saper) manipolare forma e linguaggio può implicare manipolare pensiero e contenuto, consenso e democrazia. Vengono presi seriamente in esame comitati e manuali di scrittura. Purtroppo non si sa bene chi deve può vuole insegnare a leggere e scrivere bene (con lealtà) nella scuola e nelle istituzioni, sapendo qualcosa di neuroscienze. E ancora non si è riflettuto abbastanza sui meccanismi oggettivi (nel giornalismo e in politica) che ostacolano chiarezza e lealtà, quanto sia preferibile per alcuni protagonisti scrivere male (per vendere copie o conquistare voti, per esercitare il proprio potere), con un’ambigua slealtà che non si paga. A futura memoria anche delle proprie relazioni personali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/34: Angelica e le comete

Fabio Stassi
Angelica e le comete
Sellerio, 2017
Avventura

Kalamet (più o meno in provincia di Trapani), Sicilia. Oggi e intorno al 1860. Fabio Stassi, bibliotecario alla Sapienza, sposato con una figlia, risiede a Viterbo e tutti i giorni lavorativi fa avanti e indietro con Roma in treno. Clemente, il suo librario di fiducia (a San Lorenzo) gli ha dato un elenco di bei volumi d’antiquariato. Lo scorre e trova il proprio stesso nome in cima alla scheda relativa a “Angelica e le comete”, “una pantomima in tre chiavi per voce, pupi e piccola orchestra da camera”, un esemplare imperfetto col dorso rovinato, rilegato in rosso e illustrato con una decina di disegni. Pare che racconti la storia di una ballerina in una compagnia di marionette siciliane. Si ricorda di avere immaginato di scriverlo, non di averlo davvero fatto. Eppure Clemente trova il volume e glielo consegna. Si ricorda di aver buttato giù solo un paio di pagine, di averle spedite a Bufalino, che gli rispose con una bella lettera, tutto lì. Ora ha il volume in mano, lo sfoglia, torna subito a casa, lo legge e rilegge. Caterina è una graziosa minuscola stupefacente zingara danzatrice scalza, in carne e ossa, con fare da bimba ma non giovanissima (aveva già lavorato come nana in un circo), capelli sciolti sulle spalle, capace di capriole che nemmeno i gatti. La compagnia gira con la carrozza e debutta a Kalamet, una delle aree siciliane di chiara influenza araba, ai tempi dell’Unità d’Italia, incrocia Garibaldi e i Mille. Per lo scontroso padrone poliglotta analfabeta Lo Spagnolo e il fedele cocchiere gigante Bruciavento è Cate, per i pupi (compresi il furioso Orlando e l’innamorato Ardesio dalla “pelle” scura) la bell’Angelica nell’opera rappresentata, in mezzo a conflitti e avventure, vari altri animali e marionette con vita propria.

Il bravo bibliotecario di origine siciliane e gran lettore Fabio Stassi (Roma, 1962), ormai giunto a una decina di bei romanzi (il primo del 2006), gioca ancora una volta all’incastro del libro col libro, riprende intreccio e protagonisti di un precedente racconto e dà libero corso con autoironia alle fantasie e magie di cappa e spada, degli eserciti carolingi e degli accampamenti saraceni, dei cavalieri d’armi e degli amori cortesi, di duelli e battaglie mosse da fili. Una vicenda esile e garbata: il corpo del romanzo è il libro antico, con frontespizio della prima edizione e illustrazioni originali, prima e dopo parla e spiega qualcosa l’autore (di entrambi). Ci sono i tempi, i contesti, i modi, i pensieri di chi legge (ora), di chi rappresenta storie orali (alla fine del Regno delle Due Sicilie), delle storie (guerre del passato, altrove), non sovrapposti, piuttosto innestati con linguaggi appropriati che si integrano. I pupi hanno sentimenti e impulsi propri, Cate è sfruttata ma non ha fili, ognuno ha rimandi letterari e relazioni autonome. I notevoli eleganti incastri del romanzo sono quelli fra la lettura e la scrittura, fra le pagine scritte e la vita reale, fra le vicende materiali e i sogni, un influsso costante e reciproco. “A volte penso che sono vecchio di secoli, non per le cose che mi sono accadute ma per i libri che ho letto. Sono i libri che invecchiano e fanno disperare, i libri di cui non si trova il sigillo, le istruttorie che restano senza esito e non si possono archiviare”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/33: Addomesticati

Richard C. Francis
Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo
Traduzione di Francesca Pe’
Bollati Boringhieri, 2016
Scienza

Milioni di anni, 200.000 e 12.000 anni fa, ora e poi. Qui, sul pianeta. Senza animali domestici e piante coltivate, la civiltà umana come la conosciamo non esisterebbe. Quelle famiglie e quei generi di esseri viventi esistevano prima che apparisse il genere Homo, la loro evoluzione è cambiata quando hanno cominciato a convivere pacificamente (loro) negli ecosistemi umani e, ancor più, dopo la cosiddetta rivoluzione neolitica, quando la popolazione umana ha cominciato a crescere vertiginosamente, da circa 10 milioni agli oltre 7 miliardi attuali (come anche la popolazione di alcune specie di quei generi e famiglie), distribuendosi sempre più in ogni angolo del pianeta. Nessuna specie addomesticata si è mai estinta. Però tutte si sono dovute “sottomettere”, adattando una quasi assoluta mansuetudine verso Homo sapiens, che si è sostituito alla natura assumendo l’ampio controllo del loro destino evolutivo. Il primo auto-ammansimento avvenne perlopiù mediante selezione naturale; la selezione artificiale intervenne più tardi, in qualche caso in tempi molto recenti. Gli esseri umani sono divenuti via via una componente decisiva (ma solo parzialmente consapevole) del regime di selezione. Prendiamo i cani: nel giro di 30.000 – 15.000 anni la selezione imposta dall’associazione con l’uomo ha causato alterazioni evolutive mai subite dalla famiglia dei canidi nei 40 milioni di anni precedenti. Colore del pelo, struttura dello scheletro, cranio, comportamenti sono variati tantissimo e con dinamiche accelerate, con conseguenze sempre imprevedibili, effetti collaterali imprevisti, a conferma della natura conservativa dell’evoluzione, anche quando alcuni processi sono rapidi.

Richard C. Francis è un saggista scientifico americano indipendente che, dopo il dottorato di ricerca in neurobiologia presso un’università di New York, ha pubblicato numerose ricerche specialistiche in neurobiologia evoluzionistica e sviluppo sessuale, lavorando presso l’università della California a Berkeley e la Stanford University ancora a New York. Nel 2015 ha pubblicato l’ultimo interessante saggio: “Domesticated. Evolution in a Man-made World”. Francis esamina la storia evolutiva e il processo di domesticazione (compreso l’avvento dello specialismo selettivo professionale meno di due secoli fa) di volpi, cani, gatti, puzzole, furetti, procioni, visoni, suini, bovini, pecore, capre, mufloni, renne, dromedari, cammelli, cavalli, topi, cavie nello loro complesse varianti. Non si tratta di capitoli separati, i fili scientifico e narrativo sono unitari, con intermezzi interdisciplinari. Prima della domesticazione si usano soprattutto biologia evoluzionistica e archeozoologia, poi genomica, evo-devo ed etologia, con una ricchissima bibliografia, esperienze personali, parallelismi e comparazioni, figure sulle ramificazioni sistematiche classificatorie, disamina di genotipi e fenotipi e delle razze antiche e moderne, varie appendici di approfondimento. Le specie convivono comunque: prede e predatori, dominanti e parassiti, antenati retaggi ibridazioni isolamenti omologie. E nei secoli recenti si approfondiscono le ragioni diverse della domesticazione: l’alimentazione, il ruolo nell’ecosistema, l’utilità per lavori e movimenti, la compagnia, l’utilità delle varie parti del corpo, la sperimentazione. Continui sono i riferimenti alla mobilità e alle barriere, utilizzando congruamente il “migrare” senza purtuttavia una tematizzazione specifica: loro che migrano e noi che li seguiamo, noi che migriamo e loro che ci seguono, noi che antropizziamo ecosistemi nuovi adattandoli e adattandoci, loro che si co-adattano, tutto vero, ma anche il migrare è in sé un fattore evolutivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/32: Storie di Natale

AA. VV.
Storie di Natale
Sellerio, 2016
Traduzione di Maria Nicola per Giménez-Bartlett

Racconti

La vigilia di Natale, o giù di lì. Da più parti. Quel 24 dicembre a Bologna c’era maltempo. Il volo GX5566 delle 18.35 per Palermo fu prima annunciato in ritardo, poi cancellato. Sembravano assenti le condizioni sia per atterrare (l’aeromobile era quello del volo da Madeira) che per decollare (però altri apparecchi arrivavano e partivano); un folto gruppo di viaggiatori, circa centoquaranta persone (verso la Sicilia per i più svariati motivi) restavano in tesa attesa di assistenza, fra notizie e voci di tutti i tipi, ognuno cercando più volte di aggiornare chi attendeva a Palermo. La compagnia stava affannosamente cercando soluzioni alternative. Non la faccio lunga, a molti lettori in movimento sono accaduti episodi analoghi in qualche aeroporto una qualche volta, soli o accompagnati, per turismo o lavoro, andata o ritorno, misti anche per età e nazionalità. Dopo qualche ora furono approntati per la maggior parte dei passeggeri (quelli che preferivano tentare comunque di arrivare in serata) due pullman per Firenze-Peretola, dove l’aeromobile era riuscito ad atterrare. Stava ormai per farsi mezzanotte, iniziò a nevicare. Un autista avvisò chi era a bordo della difficoltà di muoversi; insulti e minacce lo indussero ad avviarsi comunque in autostrada (mentre l’altro pullman andava in un albergo vicino Bologna). Sul tratto appenninico proseguire fu impossibile, la stessa autostrada venne chiusa. Molto tempo dopo seguirono l’arrembaggio in un autogrill spento e altre vicende inenarrabili, tutte da leggere, questa è una storia di natale che è accaduta veramente. O no?
Alla fine del 2016 l’editore Sellerio ha chiesto a sette grandi autori della “scuderia” (perlopiù celeberrimi “giallisti”) di narrare a proprio modo il sacro 25 dicembre. Francesco Recami (Firenze, 1956) esce dalla milanese casa di ringhiera e ambienta il mitico pranzo natalizio in un autogrill circondato dalla neve, isolato da tutto e tutti. È il racconto più comico e divertente (e anche più lungo) di una raccolta interamente godibile, comunque siano andate le feste trascorse. Andrea Camilleri ci racconta del bravissimo pescatore Tridicino Sghembari (nato a Vigàta il 15 maggio 1810) e delle scoperte avvenute in quattro dei suoi natali: il primo incontro con la violenza delle dragunare, la grande conchiglia per la moglie incinta, le due anfore d’archeologia, l’altra conchiglia per la vita. L’esistenza “è come la risacca: un jorno porta a riva un filo d’alga e il jorno appresso se lo ripiglia”. Giosuè Calaciura dei due fratelli Santo e Santino, il primo, più grande, quattordicenne, è un ragazzo speciale. Antonio Manzini interseca a Roma le vicende della comparsa Enzo De Dominicis, precario figurante di film e fiction, 43enne basso e brutto, e dell’ambiziosa collega Monia (o Giada) Breccoli, 25enne bellissima, capelli lunghi e neri, occhi verdi, che lo ha appena lasciato, puntando in alto. Fabio Stassi ci consegna una traversata tempestosa e struggente da Palermo a Ustica, forse quella stessa del vaporetto con a bordo Antonio Gramsci nel dicembre 1926: un musicista in catene (suonava il piano nei cinema durante i film muti) parla al presente e in prima persona (gli altri racconti sono tutti in terza), incarcerato dal fascismo, lui coinvolto per amore nell’attacchinaggio di due manifesti, pensa alla madre, a Lisa, soprattutto a Giuseppe e Maria: “la libertà è un’allucinazione, quando non è un privilegio”. Francesco M. Cataluccio parte da Milano e dall’ufficio di Felice Settembrini presso la casa editrice Pompazzi Barbieri per imbattersi poi in un laboratorio “letterario” di un ristorante greco. Infine, Alicia Giménez-Bartlett illustra nel racconto più breve il curioso incontro a Barcellona fra un padre, pittore separato, dispiaciuto per il mancato arrivo della figlia da Madrid (dove vive con la mamma, sua ex moglie) e una giovane testimone di Geova, magra e incinta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/31: Boncinelli e Giorello

Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello
L’incanto e il disinganno: Leopardi
Guanda, 2016
Scienza

Recanati, Italia. 1798 – 1837. Quella di Leopardi è una filosofia autentica, vissuta sofferta cantata articolata. Nei Canti, nei Pensieri, nello Zibaldone, nelle Operette Morali mostra una chiara (malinconica) visione della realtà: il mondo non è stato creato apposta per la specie umana, la natura si guarda bene dal mantenere le promesse che noi intuiamo e per le quali ci illudiamo, l’essere umano gode del (discutibile) privilegio del tedio o disagio esistenziale. Pur essendo vissuto prima di Darwin e delle sue ottime osservazioni e considerazioni biologiche, Leopardi insistette con acume razionale, sensoriale e poetico sul fatto che siamo solo una delle tante specie viventi in “natura”, comprimari dunque e inevitabilmente “traditi” dal vivere, chiamando spesso “male” solo ciò che non corrisponde alle aspettative individuali, via via più consapevoli dopo le nebbie mentali dell’infanzia in cui tutto pare gradevole e ragionevole (non ovunque, non per tutti). Fu capace di affrontare con lucidità e poesia coerenti il rapporto fra materia e spirito, la problematica del tempo, la sorpresa della parola e l’arte della fuga. E amò molto la scienza e la laica coscienza della propria finitezza. Risale al 1813 l’autografo (non era ancora quindicenne) della mirabile Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXI, “la più sublime, la più nobile fra le Fisiche scienze”, in cui esaminò rigorosamente anche i calendari del matematico Gaio Giulio Cesare e poi del pontefice Gregorio XIII; e trattò credenze e scoperte, teorie e personalità (da Platone a Tolomeo, da Copernico a Galileo, da Cartesio a Newton) poi ricorrenti in tutti i suoi scritti, dando abbrivio a quel noto scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa. E senza negarsi l’infinita gioiosa possibilità come unica, struggente, indomita necessità.

I milanesi Edoardo Boncinelli (Rodi, 1941, genetista) e Giulio Giorello (Milano, 1945, epistemologo) sono due grandi intellettuali europei, già capaci di dialogare e scrivere insieme. Alla vigilia degli anniversari leopardiani (180° dalla morte e 220° dalla nascita) consegnano alle stampe un interessante volume con due saggi scritti nello stile dei loro frequenti contributi su riviste e inserti culturali: “L’uomo e la natura. Leopardi e la filosofia” lo scienziato, “Desiderio d’infinito. Leopardi e la scienza” il filosofo della scienza. Nessuna pedante trattazione sistematica, con note e rassegne critiche degli studi; piuttosto una colta scrittura agile e gradevole, narrazione chiara e pungente (non l’inizio del secondo saggio), lunghe stimolanti citazioni di Leopardi, insomma una reinterpretazione originale del favoloso giovane recanatese, densa di riferimenti ai temi filosofici e scientifici di cui si parla oggi, sottolineando la “tendenza malinconica”, antidialettica. Non del tutto convincenti sono semmai le scelte dei due studiosi “agganciati”: Luporini per la filosofia (negativamente), Timpanaro per la scienza (positivamente). È buono e giusto sbeffeggiare i progressisti “razionalizzanti”, tuttavia nel 1947 si usciva da fascismo e guerra, si doveva superare la lettura calligrafica crociana di Leopardi e ci si doveva confrontare con le spiegazioni “romantiche”, molto e molti altri andrebbero criticati, tanta acqua è poi passata sotto i ponti. È buono e giusto osannare lo straordinario filologo marxista (fiorentino d’adozione), tuttavia il rigore critico spesso si accompagnava a una prospettiva militante che giunse a definire Leopardi “verde” ai primi tempi dei “Grünen” tedeschi. Del resto, Luporini e Timpanaro (e Binni) vengono spesso trattati all’interno di un unitario nuovo corso della critica leopardiana, tanti decenni fa. Poi molto si è ragionato sugli aspetti filosofici e scientifici. Boncinelli e Giorello aggiungono qualcosa di utile, anche nel dialogo che chiude il volume, “oltre il poeta romantico”, natura ironia e sentimenti come strumenti di conoscenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/30: Benacquista e Pennac

Tonino Benacquista e Daniel Pennac
Lucky Luke contro Pinkerton
Disegni di Achdé
Traduzione di Marco Farinelli
Nonaarte, 2010
Illustrazione e grafica

Far West. 1861. L’avvocato Abraham Abramo Lincoln (1809-1865) fu il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo ad appartenere al Partito Repubblicano. I sudisti ce l’ebbero subito a morte con lui. Si era appena insediato e dovette sfuggire a un attentato a Baltimora. Lo aiutò a salvarsi Allan Pinkerton (1819-1884), fondatore dell’omonima celeberrima agenzia investigativa da Chicago nel mondo. Pinkerton sosteneva che il leggendario eroe Lucky Luke, senza macchia e senza paura, usava metodi ormai sorpassati nella lotta contro il crimine. Sono ormai i suoi tempestivi agenti ad arrestare i fratelli Dalton e poi una banda di falsari con le banconote fasulle. Sfruttano la nuova era delle comunicazioni e delle tecnologie (schedature, spionaggio, indagini scientifiche), nuove politiche e parole d’ordine (carcerazione preventiva, diffamazione, tolleranza zero). Il cowboy solitario subisce vari colpi alla credibilità e all’immagine, rischia il linciaggio, ormai si atteggia a pensionato. Le prigioni vengono sommerse di tantissimi nuovi detenuti senza il suo contributo: inchieste e delazioni abusive, prove sommarie, poteri di sicurezza concentrati e segreti, processi lampo, molti errori. E gli stessi Dalton protestano per l’arrivo in carcere del ministro della giustizia, rimpiangono Luke, beneficiano addirittura di un condono per sovraffollamento e sconto di pena, odiano Pinkerton, ricominciano a rapinare. Bisogna reagire!

Le prime avventure di Lucky Luke apparvero nel 1947, creatore il belga francofono Morris, pseudonimo di Maurice de Bévère (1923-2001), per una saga giunta a quasi 90 volumi. Il protagonista è indimenticabile e indimenticato: l’uomo che sparava più veloce della sua ombra. Dice la scheda: “originario del Texas, ha contribuito all’arresto di Cards Devon, Doc Dokey, Joss Jamon …” e molti altri. Il principale sceneggiatore fu René Goscinny, noto poi anche per Asterix con Albert Uderzo, artisti. In onore di Morris, due grandi scrittori francesi, anche discendenti di italiani, Daniel Pennac (Casablanca, 1944) e Tonino Benacquista (Choisy-le-Roi, 1961) hanno benissimo sceneggiato qualche anno fa una nuova avventura disegnata da Achdé, allievo di Uderzo. Si sono divertiti immaginando una sensata rivalità con il furbo arrivista destrorso inventore della moderna investigazione burocratica. I personaggi ci sono tutti, dagli animali (l’arzillo cavallo dell’eroe Jolly Jumper e lo stupido cane poliziotto Rantanplan) ai tanti comprimari reali di varie epiche epoche e scorribande western o noir: non solo Lincoln e Pinkerton, anche Eliot Ness, Buffalo Bill, Davy Crockett, Billy the Kid, Jim Thomson, Mac Carthy. Ne vien fuori uno scoppiettante colorato testo con continui rimandi e battute, rispettoso dell’originale, documentato nei riferimenti storici, attento ai temi del (nostro) presente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/29: Robinson

un-piacere-selvaggioJo Robinson
Un piacere selvaggio. La giusta alimentazione per una salute di ferro
Einaudi, 2016
Traduzione di Giuliana Lupi
Salute e gastronomia

Prima di mangiare. Ovunque siate. Tutti gli abitanti del pianeta si nutrivano di piante e animali selvatici fino alla diffusione dell’agricoltura (dopo l’ultima glaciazione) da diecimila anni fa sporadicamente diacronicamente in avanti. Poi, quattrocento generazioni di agricoltori e decine di migliaia di genetisti, hanno avuto un ruolo nel trasformare le piante spontanee, che (per millenni inavvertitamente) sono stati privati di alcuni nutrienti “chimici” importanti contro le malattie, gli insetti, la dannosa luce ultravioletta e gli erbivori. Le nostre colture selettive hanno sottratto potere terapeutico a ciò che mangiavamo e mangiamo. Da oltre un secolo l’industrializzazione degli alimenti ha fatto perdere molti sapori e altri nutrienti, oltre a inquinare. Eppure alcune varietà hanno conservato ancor oggi molto del contenuto nutritivo dei loro antenati selvatici, a prescindere da grandi immagazzinamenti e distribuzioni. E molto possiamo salvarne ancora se gli alimenti vengono conservati, preparati, cucinati da ciascuno in modo attento e consapevole. Ciò riguarda in particolare frutta e ortaggi. Da una parte le lattughe, gli agli, le patate e le altre radici commestibili, i pomodori e gli avocadi (frutti della famiglia delle bacche), broccoli e crocifere, legumi, carciofi, asparagi, mais. Dall’altra parte mele, mirtilli e more, fragole e lamponi, i frutti a nocciolo, l’uva e l’uvetta, gli agrumi, la frutta tropicale, i meloni e i cocomeri. Si tratta di riconoscere le varietà più salutari, controllare bene cosa comportano freschezza e colori, trovare le modalità appropriate in cucina (se e come cuocerli, a esempio). Si può fare.

La giornalista americana Jo Robinson (1947) da decenni conduce ricerche sul rapporto fra alimentazione e salute. Collabora con quotidiani e organi di informazione, ha scritto tantissimi apprezzati testi corredati (come questo) di ricca bibliografia storica e scientifica. Un piacere selvaggio (Eating on the Wild Side. The Missing Link to Optimum Health, 2013) è stato appena tradotto e fa riferimento al piacere per la salute e per il gusto del mangiare meglio, consapevole che alcune delle selezioni umane delle varietà non contemplavano gli effetti sulla prima e che il secondo può essere educato, affinato e mediato con opportune mescolanze. Ogni singolo ortaggio o frutto viene analizzato per la sua più antica origine alimentare geograficamente collocata (prima delle migrazioni delle specie e umane), per le caratteristiche nutrienti mantenute o perse, per modi e colori con i quali arriva oggi nei supermercati e nelle tavole, per come (tempi e forme) andrebbe conservato, cucinato e mangiato a casa o eventualmente coltivato nell’orto. Rispetto alla necessità di cibi buoni, puliti, giusti si tralascia un poco sola la terza, guardando a correggere e strutturare i consumi individuali; anche così si può retroagire sul mercato che guarda solo i profitti e trascura il benessere. Frutta e verdura possono avere fibre, proteine, vitamine, minerali, acidi grassi essenziali e zuccheri in quantità e qualità molto differenti, meglio saperlo. Sono originariamente mediterranei le crocifere (dalle coste orientali) e i carciofi (dal Nord Africa), i pomodori solo da qualche secolo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)