Errore (Le varie di Valerio 107)

Giulio Giorello e Pino Donghi
Errore
Il Mulino Bologna, 2019
Scienza

Science fiction e no fiction. Da sempre. Sugli schermi dei nostri PC talora compare un messaggio difficile da ignorare. “System error”. Obsolescenza ed errori sono programmati, non si aggiustano, bisogna resettare e ricominciare, spegnere e riaccendere. Al tempo della società controllata dagli algoritmi, se cadiamo in una situazione imprevista dalla procedura, è impossibile per l’utente ritornare dentro una qualche configurazione gestita, se ne deve occupare il dio-architetto-progettista. La trilogia cinematografica di Matrix lo aveva già mostrato sul grande schermo: l’errore è proprietà e funzione della programmazione originaria, prescinde dal concreto operare e dalle eventuali improbabili emozioni sia degli schiavi che dei ribelli. L’imprecisione corrisponde a imperfette libertà ed emozioni, la perfezione è a prova di errore. Bizzarro. Homo sapiens e la straordinaria civiltà che è riuscito a costruire sono frutto della sua naturale propensione alla scoperta di nuovi mondi e all’altrettanto ineludibile attitudine al racconto, dipendono in sostanza dagli innumerevoli errori di trascrizione genetica alla base di quel processo evolutivo scoperto da Darwin e ben interpretato dai successivi filosofi della scienza capaci di elogiare proprio gli errori (Mach e Popper soprattutto). Conoscenza ed errore dipendono da medesimi meccanismi psichici e solo il risultato permette (transitoriamente) di distinguerli. L’errore è il motore stesso della ricerca, un’impresa collettiva (di colleghi e rivali, falsi e veri, per scelta o per caso) e mai solo individuale. Per questo la politica dovrebbe ispirarsi un poco di più al dibattito scientifico, almeno nella modalità argomentativa di ciascun protagonista e gruppo di parte, consapevole che ogni azione e ogni progettualità producono conseguenze, sovente inattese, qualche volta sgradevoli. Triste ma frequente che si dia purtroppo torto a quest’ineccepibile esigenza.

Con garbo e stile il grande epistemologo Giulio Giorello (Milano, 1945) e l’eccellente divulgatore scientifico Pino Donghi (Roma, 1957) tornano sulla potenza euristica dell’Errore. Non è un trattato organico, non è un compendio esaustivo. L’agile volumetto parte dall’attualità informatica e dall’immaginario collettivo per introdurre la svolta dell’evoluzionismo che struttura la biologia, anticipa e indirizza la genetica. Senza errori non c’è evoluzione, senza errori non c’è progresso della conoscenza. Le idee buone vengono dalla tradizione filosofica, dalle letture spregiudicate, dalle intuizioni creative degli scienziati. Un significativo capitolo è dedicato alla meraviglia biologica del nostro corpo e agli errori in medicina, rari, non augurabili e spesso prevenibili, ma mai inconcepibili. Come in tutte le attività umane, periodici errori sono inevitabili, di regola non causati dalle azioni di un singolo e tantomeno intenzionali. Certo, c’è sempre una responsabilità (colpevolezza) basata sull’elemento della scelta, proprio la riflessione sulle circostanze (talora attenuanti) degli errori nell’esercizio della relazione fra medico e paziente, fra sanità e pubblico, costituiscono un’insostituibile occasione per il miglioramento del sistema stesso, oltre che per la corretta valutazione dell’innegabile individualità della risposta a trattamenti e cure ed eventualmente per risarcire le vittime occasionali. Gli autori giustamente sottolineano come sia cruciale in medicina (e, per certi versi, in politica, aggiungo) l’erronea percezione del potere del medico (dell’amministratore e del dirigente) nella relazione terapeutica (e associativa). Ogni scienza è una grande arte dell’approssimazione. Conta il principale fattore umano, pensare: il volume si chiude con l’esemplare citazione del caso (2009) del pilota americano di aerei Sullenberger meravigliosamente portato al cinema da Eastwood e Hanks (2016), Sully. Sfruttiamo al meglio il grande futuro che l’errore ha davanti a sé.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La vita bugiarda degli adulti (Le varie di Valerio 106)

Elena Ferrante
La vita bugiarda degli adulti
Edizioni e/o Roma, 2019

Napoli. Fine inverno 1992 – fine primavera 1995. Giovanna Trada è nata il 3 giugno 1979, quando i genitori Andrea e Nella avevano lui 32 e lei 30 anni. L’esile padre è professore di storia e filosofia nel liceo più prestigioso di Napoli, intellettuale abbastanza noto in città, disponibile a molto richieste lezioni private per arrotondare il modesto stipendio; la madre insegna latino e greco in un altro liceo, corregge bozze di storie e romanzetti rosa, e talora ne scrive, per arrotondare a sua volta. Vivono nei quartieri benestanti, in cima a San Giovanni dei Capri al Rione Alto (sopra il Vomero); le hanno spiegato tutto sulla sincerità e sul sesso, leggono tantissimo, fanno spesso riunioni importanti fuori e dentro casa, sono legati ai colti benestanti coetanei Mariano e Costanza con le due figlie Angela e Ida, pensano con cura se devono dire qualcosa, cercando di mantenere sempre gentilezza e proprietà di linguaggio. Una sera di febbraio 1992, Giovanna, che è in terza media e non va molto bene a scuola pur studiando molto, ascolta per caso una frase che nella loro camera il padre (due anni prima di andarsene poi di casa) dice sottovoce alla madre a commento dell’informazione sul deludente risultato dei colloqui con gli insegnanti. “L’adolescenza non c’entra”, Giovanna “sta facendo la faccia di Vittoria”, ovvero della brutta e malvagia sorella minore (quasi 40enne). La dodicenne si sente sconvolta e ferita in un periodo di fragilità e svogliatezza: da un anno ha avuto le prime mestruazioni, si vergogna per come si sente cambiare dentro e fuori (odori e languori, seno in crescita, capelli e peli in trasformazione), adora i genitori e soprattutto il padre che le hanno dipinto una zia pessima povera sciatta, infrequentabile, tenendola dunque a distanza, nei quartieri bassi con gli altri parenti. Impara a dire bugie, decide di conoscere Vittoria e diventa Giannina, per la zia e per un po’. Vittoria, in realtà, è alta e bella, vive nel ricordo del grande amore Enzo insieme alla di lui moglie vedova Margherita e ai figli del matrimonio, Tonino, Corrado e la splendida Giuliana fidanzata con il mitico Roberto di cui s’invaghisce, primo vero amore.

Chiunque sia, Elena Ferrante è napoletana di fatto e diritto, forse; nata nella prima metà degli anni cinquanta, forse; oggi probabilmente la più brava scrittrice italiana, certo quella di maggior meritato successo, nazionale e internazionale. I suoi romanzi sono ruvidi e trasudano lividi, slabbrature, smargini. Narra meravigliosamente in prima, un continuo flusso di coscienza momentanea e retrospettiva, in questo caso in parte un filo di un racconto adolescenziale reinterpretato, in parte un dolore arruffato e senza redenzione. Affronta i momenti essenziali di tre anni importanti, individueremo poco del prima e sapremo nulla del dopo, solo che Giovanna è viva e pensa ancora molto. Con acume e interesse incontreremo alcune di quelle persone che la circondarono allora, non i compagni di classe e i docenti al liceo del Vomero, non altri amici e conoscenti inevitabilmente frequentati, solo le relazioni essenziali e funzionali. Non è e non ha un’amica geniale, impara sola a non essere più bambina. Scopre il chiacchiericcio supponente dei colti, gli amori molesti, i giorni dell’abbandono, la genitorialità e la figliolanza oscure, le frantumaglie della coscienza adulta in cui sta entrando, chi fugge e chi resta, i mille modi di stare (male) al mondo, la vita bugiarda a tratti di tutti i grandi piccoli uomini (e donne), da cui il titolo. A ogni nitido ricordo delle scoperte di quegli anni, accenna a quel che “oggi” potrebbe forse aggiungere, da donna, 25 anni dopo. Non fa sconti: lei e ogni personaggio risultano ovviamente “impuri”, doppi o plurivalenti nei comportamenti concreti e nella comunicazione affettiva. L’autrice è stata capace di inventare un genere letterario proprio, al confine di tanti e questa è la forte continuità con i quattro volumi che l’hanno resa famosa nel mondo. Così non manca nemmeno un filo noir, un “falcone maltese” luogo tutto il racconto, il braccialetto d’oro, di origine e influsso contrastanti. Si fanno azioni che sembrano azioni e invece sono simboli. E alcuni pensieri sprigionano a volte una forza latente, afferrano immagini contro la tua volontà, te le spingono per una frazione di secondo sotto gli occhi. Da leggere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il paradosso della bontà (Le varie di Valerio 105)

Richard Wrangham
Il paradosso della bontà. La strana relazione tra convivenza e violenza nell’evoluzione umana
Bollati Boringhieri Torino, 2019
Scienza

Terra. Da centinaia e decine di migliaia di anni. In tutto il mondo gli esseri umani sembrano possedere la stessa propensione sia alla generosa virtù che alla perfida violenza, una combinazione paradossale di altruismo ed egoismo. Tradizionalmente esistono due spiegazioni: l’elemento innato sarebbe la docile tolleranza ma poi la vita sociale corrompe; l’elemento innato sarebbe l’aggressiva cattiveria ma poi cerchiamo di migliorarci, dovendo convivere. Entrambe risultano parzialmente giuste e parzialmente sbagliate. Per capire meglio il mix comportamentale può essere utile ricordare che la selezione naturale favorisce un’ampia gamma di inclinazioni e studiare quali e come si sono affermate fra gli altri animali, soprattutto fra uccelli e mammiferi, ancor più fra i primati come noi; in particolare, è sorprendente e significativo che bonobo e scimpanzé mostrino opposte prevalenze. Da indagini interdisciplinari comparate è così emersa un’essenziale distinzione fra due differenti tipi di comportamenti aggressivi violenti, intesi come gamma complessa di abilità biologiche ed emozioni: quelli reattivi (a caldo, difensivi, impulsivi, rabbiosi, affettivi) e quelli proattivi (a freddo, offensivi, premeditati, mirati, bellici). Noi sapiens abbiamo evoluto un valore ridotto dei primi ed elevato dei secondi. Differiscono non solo per spiegazione e frequenza, ma anche per il modo in cui sono visti dall’opinione pubblica e dalla legge (per esempio come colpa o dolo). Entrambe le aggressività, poi, ebbero una svolta fondamentale con lo sviluppo sapiente del linguaggio articolato e simbolico.

Il famoso primatologo inglese Robert Walter Wrangham (1948), docente di Antropologia Biologica all’Università di Harvard, pubblica un libro sull’ampiezza dello spettro morale nell’evoluzione del genere umano. Nel primo capitolo documenta le differenze comportamentali tra specie umane, scimpanzé e bonobo: l’aggressività si è evoluta in modo diverso in ciascuna specie. Nel secondo individua la domanda chiave: perché abbiamo la virtù di una scarsa aggressività reattiva e il vizio di una notevole aggressività proattiva? Seguono una decina di approfonditi capitoli: le somiglianze tra animali domestici ed esseri umani (forse anche noi una versione addomesticata di un antico progenitore); i nessi tra l’insorgenza di nuovi caratteri fisici e di alcune modifiche comportamentali mansuete, di riduzione dell’aggressività reattiva; il caso dei bonobo come specie autodomesticata; il possibile caso dei sapiens come originariamente (da 300.000 anni) già contrassegnati da una sindrome da domesticazione; la differente evoluzione connessa a come si è impedito agli individui maschi alfa (“naturalmente” aggressivi) di dominare sempre e comunque sugli altri (grazie alle femmine o ad altri accorgimenti sociali); l’impiego della pena capitale nelle società umane (su media o ampia scala), ovvero l’esecuzione come pressione selettiva per costringere i dominanti a conformarsi alle norme della convivenza di gruppo; la comparazione fra due differenti specie umane come neanderthal e sapiens; il ruolo della morale e delle connesse critica e reputazione; la complementarietà dell’evoluzione verso l’aumento dell’aggressività proattiva e di società gerarchiche e dispotiche; la guerra e le guerre rispetto a tutto ciò. La conclusione ritorna appunto sul paradosso del binomio umano bontà-cattiveria, da cui il titolo. La natura umana è una chimera, la combinazione di tendenze contrapposte. La sfida più difficile è la capacità sociale coalizionaria, ridurre la nostra capacità di compiere la violenza organizzata; anche per questo Wrangham, pur consapevole di alcuni benefici che la pena capitale portò in un lontano passato, si schiera da tempo e nettamente per la sua attuale illegittimità e inutilità. Completano il volume ricche note, ampissima bibliografia, discreto indice analitico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lo spartito del mondo (Le varie di Valerio 104)

Giovanni Bietti
Lo spartito del mondo. Breve storia del dialogo tra culture in musica
Laterza, 2018
Musica

Mondo umano. Da qualche decina di migliaia di anni e soprattutto negli ultimi secoli. La sapiente cultura umana ha sempre parlato anche attraverso la voce, forse prima con i suoni che con le parole. A sua volta, la musica ha sempre fatto incontrare e dialogare persone, linguaggi, culture. Così, intraprendere un viaggio musiculturale attraverso il tempo significa compiere esplorazioni sorprendenti e stimolanti, cominciare a scrivere uno spartito del mondo intero. Restando nell’ultimo mezzo millennio, migrano le danze e gli strumenti musicali fra gli Stati e i continenti, si avvicinano e contaminano le tradizioni occidentali colte e le culture musicali extraeuropee, alcuni musicisti riescono a unire i popoli pure in totale contrasto rispetto a ciò che contemporaneamente accade nelle società (spesso fra tensioni politiche e militari). Il volume del musicista Giovanni Bietti (compositore, pianista, musicologo) prende in esame alcuni momenti significativi del dialogo musiculturale nella storia europea dal Rinascimento ai giorni nostri, ossia approssimativamente dalla nascita della stampa e dell’editoria musicale (1501) fino all’odierna era della musica “riprodotta”, del disco, del CD, di Youtube. Ovviamente l’autore è consapevole che da sempre esiste pure una zona d’ombra nella storia della musica, un lato ambiguo e contraddittorio: il rapporto con il potere e, di conseguenza, con il mercato. Negli ultimi decenni, poi, la relazione tra aspirazioni artistiche e interessi economici e commerciali si è fatta ancor più intricata da decifrare e divulgare, una concatenazione più che una divagazione.

Il viaggio si sviluppa come un racconto cronologico, attraverso undici capitoli: singoli musicisti, periodi epocali o specifici generi ed evoluzioni estetiche, con esempi musicali audio di accompagnamento e riferimenti conclusivi di approfondimento specialistico; in fondo una buona nota bibliografica, un utile glossario di una sessantina di termini essenziali, l’indice ricco dei nomi e di selezionate tracce audio. Il primo spunto è dedicato a Orlando di Lasso che nel 1573 pubblicò a Monaco un libro contenente 28 composizioni di quattro diverse lingue (latino, tedesco, francese, italiano) a quattro voci ciascuna, insieme a quattro Dialoghi a otto voci nelle quattro lingue. Musicultura appunto, è questa la chiave, una curiosa insopprimibile vocazione al meticciato come incontro, confronto, ibridazione, mescolanza e talora fusione, come sogno ed esperienze plurivalenti di generi e forme, usi e costumi, stili e strumenti intorno alla musica. Il secondo capitolo è dedicato al fondamentale “cambio di passo” che fra Quattrocento e Cinquecento ebbe la danza, il genere che migra con più facilità, si sposta da un luogo all’altro e di adatta rapidamente alle caratteristiche delle varie culture, grazie a ritmo e ripetizioni quasi sempre senza testi verbali e nobile accesso ai balli di corte. Seguono capitoli che affrontano la complicata accoglienza delle musiche di popoli lontani (ebrei, turchi, arabi, cinesi) rappresentate all’inizio in modo grottesco e deformato, la musica strumentale della prima metà del Seicento, la sorprendente vicenda sinfonica della Tarantella (e prima ancora della Pizzica), la specifica funzione universale svolta dalla Nona di Beethoven (nel 1824 la prima esecuzione), le scuole nazionali dell’Ottocento, il ruolo di Debussy (1862-1918) nell’elogio dei piccoli popoli, i microcosmi dell’ungherese Béla Bartók (1881-1945), per chiudere con la nostra era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (anche musiculturale).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chi siamo e come siamo arrivati fin qui (Le varie di Valerio 104)

David Reich
Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità
Raffaello Cortina, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Giancarlo Carlotti
Scienza, genetica

Vita umana. Dal principio. Grazie alla possibilità di estrarre il DNA dalle ossa antiche ormai sappiamo che le persone che vivono oggi in un qualsiasi dato posto non discendono esclusivamente da coloro che vivevano nello stesso posto nel lontano passato. Le popolazioni hanno avuto un ricambio continuo, la mescolanza di gruppi estremamente differenziati è stata un fenomeno ricorrente, le popolazioni a noi contemporanee sono una miscela di quelle passate, che erano miscele a loro volta. Oggi tutti i circa 7,7 miliardi di sapiens siamo figli di mescolanze e migrazioni, io direi meticci. Fatta salva una più remota comune origine africana (comunque non pura), certo la formazione dell’attuale popolazione dell’Eurasia è stata favorita dalla diffusione dei produttori di cibo. Sia in Asia che in Europa una massiva migrazione di agricoltori dall’Oriente di 9000 anni fa si mescolò ai cacciatori-raccoglitori, dopodiché una seconda migrazione dalle steppe euroasiatiche di 5000 anni fa portò un diverso tipo di DNA e probabilmente anche le lingue indoeuropee. Le stesse popolazioni nativo-americane precedenti all’arrivo degli europei avevano un corredo genetico proveniente da plurime importanti ondate migratorie dall’Asia. L’ascendenza est-asiatica deriva dalle grandi diaspore delle popolazioni provenienti dal cuore agricolo della Cina. Ovunque e sempre hanno avuto luogo immense mescolanze di gruppi diversi, travolgenti sostituzioni ed espansioni demografiche, e anche scissioni e spaccature che non seguono la falsariga delle odierne differenze. La spiegazione su come siamo diventati ciò che siamo oggi va basata sulle migrazioni e sulle mescolanze del passato, possibilmente iniziando a studiare il genoma dei sapiens vissuti oltre 160.000 anni fa e ricordando sempre che le datazioni genetiche sono approssimative a causa dell’incertezza sul reale ritmo delle mutazioni umane.

Un grande scienziato italiano, Luigi Luca Cavalli-Sforza (1922-2018) ha fondato gli studi genetici sul nostro passato. Fra i suoi studenti e allievi vi fu David Reich (Washington, 1974), nato e cresciuto in una colta famiglia americana ebrea, oggi docente di genetica a Harvard. Reich ritiene che molte delle asserzioni del suo maestro si siano successivamente rivelate imprecise o errate, ma essenziale e imprescindibile fu e resta l’idea di integrare gli studi di archeologia, linguistica e storia, per ricostruire le grandi migrazioni del passato basandosi sulle differenze genetiche delle popolazioni odierne. Il laboratorio di Reich è ora uno dei più rinomati al mondo per le ricerche sul DNA antico, avendo innovato molto per tecnologia, metodiche, modelli, costi; dopo decine di saggi scientifici pubblicati soprattutto durante l’ultimo decennio, nel 2018 l’autore ha riassunto i più significativi risultati delle ricerche proprie e di altri rispetto all’origine delle specie umane e soprattutto di noi sapiens. Interessantissimo. Il libro è diviso in tre parti, nella prima (“la storia profonda della nostra specie”) spiega che il genoma umano non fornisce solo tutte le informazioni necessarie all’ovulo fecondato per svilupparsi, ma contiene anche dati abbastanza certi su dove e con chi evolvemmo nella notte dei tempi. La seconda parte (“come siamo arrivati dove ci troviamo oggi”) fa il giro di tutti i continenti del Pianeta mostrando con date e percorsi come sempre e comunque le popolazioni umane sono state connesse, in Africa come in Eurasia, in Australia come nelle Americhe, mai isolatesi del tutto, nessuna esistente in forma non mista, talora alcune in contatto con altre che non esistono più ma che hanno lasciato tracce. La terza parte (“il genoma rivoluzionario”) spiega che gli studi del DNA antico hanno svelato anche la storia millenaria della disparità di potere sociale tra le varie popolazioni, tra i sessi e tra gli individui. Molte chiare figure e illustrazioni, ricche note bibliografiche, ottimo indice analitico. Ribadito giustamente che la mescolanza è nella natura umana e che nessuna popolazione è, né può essere, pura, non sempre risultano convincenti quelle riflessioni finali sul fatto che nessuno conosca ancora la verità sulle vere differenze tra popolazioni codificate nei geni (e sembrano quasi alludere a una terza via tra razzismo e antirazzismo); l’esigenza di lasciare libera la ricerca è del tutto condivisibile, ma le argomentazioni appaiono meno approfondite, talvolta superficiali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Sillabario di genetica per principianti (Le varie di Valerio 103)

Guido Barbujani
Sillabario di genetica per principianti
Bompiani, 2019
Scienza

Viventi e replicanti. Da sempre. Portiamo con noi un messaggio dal passato, le istruzioni per l’uso. Ce le hanno inviate milioni di nostri antenati. Stanno nel DNA di ognuna delle nostre circa 37 mila miliardi di cellule (che siamo noi, complessi individui umani), moltiplicatesi in maniera ordinata dall’unica cellula uovo fecondata da cui proveniamo (grazie ai nostri genitori biologici). I geni sono i singoli tratti del DNA che hanno svolto e svolgono una certa funzione, circa 20 mila, ciascuno risponde anche al funzionamento degli altri geni e ai messaggi provenienti dal contesto esterno, tutti insieme compongono il nostro genoma individuale, oltre 6 miliardi di caratteri. Condividiamo con ogni altro dei 7,7 miliardi di donne e uomini sapiens viventi (e le decine di miliardi già vissuti), vicini e perlopiù lontani, conosciuti e perlopiù mai conosciuti, il 99,9% del nostro DNA. Quello 0,1, le varianti del DNA (gli alleli), è comunque quasi tutto cosmopolita, cioè rappresentato da alleli presenti, a frequenze diverse, in tutti i continenti. Poche varianti del DNA sono esclusivamente asiatiche (l’1%), pochissime solo europee (lo 0,1), un poco di più quelle solo africane (il 7), proprio perché dalla biodiversità di quel continente deriviamo tutti, da sempre, ovunque. Al momento, i due studiati genomi più diversi fra loro appartengono a due componenti del popolo San (i boscimani) che vivono a poche centinaia di chilometri di distanza fra loro (non a molte migliaia, come noi). Certo, a livello complessivo di popolazione il genoma del nostro vicino di casa è mediamente più simile a noi che a gente lontana, ma appunto solo mediamente e solo poco di più (il 12 per cento per l’esattezza). Sono pochi gli alleli presenti solo in una o poche popolazioni, tantissimi sono ovunque, tanti in più continenti o in più popolazioni dello stesso continente. Ne deriva che assomigliamo spesso anche a persone di paesi lontani in molti dei nostri caratteri, che quasi ogni carattere umano tende a essere meticcio. Altro che razze!

Il grande scienziato genetista Guido Barbujani (Adria, 1955) ha insegnato a New York e Londra, a Padova e Bologna, ora a Ferrara; da 45 anni studia e lavora pure sperimentalmente sul DNA; prova a spiegarlo a noi principianti con chiarezza e completezza. Proprio all’inizio ci suggerisce di partire con passione da Darwin, per i più stanchi o diffidenti almeno dall’indice e dai titoli dei primi sei capitoli de L’origine delle specie. La biologia moderna, di cui la genetica fa parte, non si limita al pensiero di Darwin, ma è ancora assolutamente darwiniana, evoluzionistica. Poi spiega: DNA, RNA e proteine, i geni in funzione, il genoma, le regole dell’eredità, il precario equilibrio che ci denota, geni e malattie, geni che non ci sono (criminalità, intelligenza, amore, origini), vecchi geni (che ci sono, e bisognerà tornarci sopra, sul DNA antico), i nuovi geni (un commiato esplicativo sui cosiddetti OGM, antichi e moderni). Quel tanto che si sa, quel che non si sa, quel che si potrebbe presto sapere. In fondo aggiunge un prezioso piccolo glossario, quasi 150 lemmi, le parole sottolineate nel corso della trattazione. Il capitolo centrale affronta la genetica delle popolazioni: qui di “precario” non ci sono le molteplici conoscenze, bensì gli equilibri fissi e costanti di un gruppo umano, forse ideali per qualcuno, e però impossibili nella realtà. Tutte le popolazioni sono evolute ed evolvono geneticamente e le ragioni sono sempre le stesse, quattro: mutazione, ovvero casuali alterazioni ereditarie nella sequenza del DNA, che si ereditano (significative solo attraverso lunghi periodi di tempo); deriva genetica, ovvero variazioni casuali nelle frequenze alleliche, specie in popolazioni di piccole dimensioni (con frequente conseguente omogeneizzazione e perdita di variabilità interna, anche in tempi non lunghi); selezione in genere lenta, ovvero non casuale diminuzione o crescita, eliminazione o trasformazione, di certe caratteristiche biologiche per adattarsi all’ambiente e trasferire l’adattamento alle generazioni successive (sopravvivono meglio i più adatti, non i migliori), una selezione che può essere sia biologica naturale che anche biologica sessuale; flusso genico, ovvero la migrazione altrove (qui la definizione è meno accurata) di gruppi e individui, genomi e geni, che ha continuamente ridotto (per gli umani) la variabilità genetica generale. Un libro esemplare, colto aggiornato pulito, e bello (narrativamente) da leggere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’impronta genetica (Le varie di Valerio 102)

Robert Plomin
L’impronta genetica. Come il DNA ci rende quello che siamo
Raffaello Cortina Milano, 2019 (orig. 2018, Blueprint)
Traduzione di Elena Stubel
Scienze (psicologia e genetica)

Dentro di noi, da quando siamo nati e in futuro. La possibilità di usare il DNA per capire chi siamo e prevedere chi diventeremo è emersa solo negli ultimi anni, grazie allo sviluppo della genomica personalizzata. Da decenni, comunque, psicologi e genetisti ci lavoravano, consapevoli che i bambini sono geneticamente simili ai loro genitori per il 50%. Sia i geni che l’ambiente contribuiscono a determinare le differenze psicologiche tra le persone. Tuttavia quel 50% forse è maggioranza assoluta, certo è maggioranza relativa, risulta più di qualsiasi altra componente all’origine dell’individualità psicologica di ciascuno di noi. Se scegliamo alcuni tratti umani e ci domandiamo quanto sono influenzati dalla genetica, le opinioni di migliaia di intervistati e i risultati della ricerca scientifica ci danno risultati diversi. I tratti che più dipendono dalle differenze ereditate al momento del concepimento sono il colore dell’iride, la statura, il peso, l’autismo, l’ulcera gastrica, le abilità spaziali, anche se non tutti gli intervistati ne sono consapevoli (soprattutto per l’ulcera, le abilità, il peso, l’autismo). I tratti che meno dipendono dai genitori sono il cancro al seno e la personalità complessiva, comunque circa il 50% la schizofrenia e l’intelligenza generale, anche se non ne siamo del tutto consapevoli (quasi per niente relativamente al cancro). Nell’ultimo secolo la ricerca genetica si è affidata soprattutto a due sistemi per scindere natura e cultura, connettere differenze genetiche e tratti psicologici: l’adozione, ovvero la crescita di bambini insieme a genitori diversi dai propri; la gemellanza, ovvero la crescita parallela di due bambini che hanno ereditato lo stesso DNA. Bisogna prenderne atto: gli effetti genetici sui tratti psicologici sono statisticamente sostanziali e importantissimi per la quantità della varianza che spiegano, gli effetti dell’ambiente sono perlopiù casuali e privi di effetti a lungo termine.

Lo psicologo americano Robert Plomin (Chicago, 1948) fin dal principio della lunga apprezzata carriera ha studiato il ruolo dell’ereditarietà sui tratti biologici, morfologici e psicologici degli umani e ora insegna proprio Genetica comportamentale a Londra. Il testo riassume e aggiorna quarantacinque anni di ricerche genetiche, di dati e possibili implicazioni, sulla salute e sulle malattie mentali, sulla personalità e sulle abilità (disabilità) intellettive. La prima parte esamina lungo nove capitoli perché il DNA è importante; la seconda in cinque capitoli offre una alfabetizzazione di genetica e biologia; ricchissime le note, non limitate ai riferimenti bibliografici. La narrazione non è brillante, contiene molti giustificati riferimenti personali, ribadisce con chiarezza il punto di vista dell’autore sul rilievo decisivo dei geni nell’indirizzare e plasmare la nostra vita. Famiglia, scuola, ambiente, esperienze sono comunque meno influenti. Questo non significa assegnare al DNA un ruolo divinatorio e subire percorsi ineluttabili, piuttosto accettarci per quel che siamo e incidere sulle mediazioni vitali delle nostre possibilità di scelta. Non siamo determinati geneticamente né programmati, meglio se capiamo un poco però come genetica e biologia influenzano davvero alcuni nostri comportamenti. Invece che subirci passivamente, possiamo percepire, interpretare, selezionare, modificare attivamente qualcosa di quanto abbiamo ereditato e creare ambienti correlati alle nostre predisposizioni genetiche; tanto più che le influenze genetiche diventano più importanti (non meno!) con l’avanzare dell’età. L’anormalità è più normale se la riconosciamo con (non contro!) gli altri.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ogni riferimento è puramente casuale (Le varie di Valerio 101)

Antonio Manzini
Ogni riferimento è puramente casuale
Sellerio, 2019
Racconti

Italia. Intorno a oneri e onori della produzione di libri e a noi ignari lettori che alcuni ne consumiamo. Le presentazioni: il 34enne romano Samuel Protti, barba rossiccia ed esperienze ecosostenibili, dopo 5 romanzi rifiutati da tutte le case editrici del paese, diventa improvvisamente celebre quando un grande editore milanese gli pubblica L’altra bellezza; ora dovrà presentarlo in giro per l’Italia, gli hanno organizzato 143 appuntamenti nei successivi tre mesi; comincia da Gorizia a gennaio, già a inizio febbraio talora piange solo in albergo, dopo la 74° presentazione a Brugherio lo chiamano dall’ufficio stampa in seguito alle lamentele per le risposte sgarbate e gli scarabocchi sulle copie, poi Como e Pavia, finché se ne perdono le tracce; un’odissea, un incubo per ogni scrittore. Le recensioni: l’incorruttibile critico milanese quasi sessantenne Curzio Biroli è il più accreditato commentatore di romanzi, intrattabile cane sciolto; detesta premi e scuole di scrittura creativa, ormai non sopporta più quel che gli suggeriscono di leggere con i continui pacchetti postali, le telefonate, le raccomandazioni; ogni giorno scrive una critica, solo che ormai sono sempre stroncature; tutti gli innumerevoli professionisti non scrittori (né lettori, spesso) operanti fra chi ha scritto (non sempre molto letto, talora) e chi compra (perlopiù in libreria, ancora) s’industriano per corteggiarlo; ci provano anche negli uffici della famosa Hyperion di Brugherio per Amore 2 punto zero, il discutibile manoscritto di Gabriele Seppi; così si rivolgono alla costosa arma finale Adoración Moretti, diversamente bella, una bomba sessuale dalla chioma rosso fuoco naturale. E Biroli forse capitola, a suo modo, i recensori sono vittime. Seguono i mitici autentici scrittori stranieri con i loro amici editori; i mitici isolati scrittori sardi nella collana Meridiani di Mondadori; i mitici librai indipendenti periferici (questa volta a Giugliano) con i loro parenti, amici, amori; le apprese arti dei ringraziamenti finali e delle dediche autografe durante i firmacopie.

L’attore, sceneggiatore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) è uno degli scrittori italiani di maggior (meritato) successo da solo sei anni, dall’avvio della mitica serie alla ricerca dello Schiavone perduto. Aveva pubblicato qualcosa di interessante anche prima e ha continuato poi ad alternare scritture varie ai romanzi e ai racconti sul vicequestore romano trasferito ad Aosta per punizione. Qui in sette brevi episodi grotteschi e surreali immersi in un vocabolario di parole appropriate, sceglie la forma del racconto con l’obiettivo di descrivere alcuni aspetti sostanziali del mondo dell’editoria per come ha imparato a conoscerlo in poco tempo sulla propria pelle, nella fama e nei drammi, nei trucchi e nelle leggende, nelle dinamiche di cultura e di mercato, nei miti tragici e nei tic ridicoli, fra i saloni di Torino, i cortili di Mantova e le tecnostrutture di Pordenone, fra circoli dei lettori, uffici di marketing e quattro amici al bar. Delizioso tutto, a tratti esilarante, con una persistente vena satirica e noir; compreso il titolo, visto che molti riferimenti non sono affatto casuali, tanto che ai ringraziati corrispondono nomi più o meno importanti di quel mondo. Solo pochi scrittori hanno fatto eccezione alla regola che sui Meridiani si pubblica solo chi non è più in vita: “ma quelli sono scrittori senza regole, esecrano tutti i dettami e nella vita fu impossibile misurarli, sia coi meridiani che coi paralleli. Sempre sfuggirono alle conte e … ai cataloghi. Liberi come la lingua e come le storie” (uno fu Camilleri). Sembra per altro che l’unico vero autentico scrittore italiano contemporaneo, Alvaro Careddu (sostiene Protti), abiti nelle campagne del maceratese o faccia il barbone in Friuli Venezia Giulia. Come al solito, discreta attenzione al panorama enologico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il destino di Roma (Le varie di Valerio 100)

Kyle Harper
Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero
Einaudi Torino, 2019 (orig. 2017)
Traduzione di Luigi Giacone
Storia

Roma e dintorni. 24 agosto del 410. Per la prima volta in oltre 800 anni (dopo la mitica monarchia, comprendendo repubblica e impero) la Città Eterna fu saccheggiata dai goti, in quello che fu il momento più drammatico nella lunga successione di accadimenti noti come “la caduta dell’impero romano”. Come poté accadere può essere valutato sotto vari punti di vista con l’ausilio di molte scienze, non solo sociali, non solo storiche. Certo, i romani fecero alcune scelte (sbagliate dal loro punto di vista, postumo) che condussero alla catastrofe. Probabilmente c’erano da tempo vari problemi strutturali (militari e fiscali soprattutto) nel meccanismo imperiale. Forse sia l’avvento che la caduta sono cicli alla lunga inevitabili per ogni civiltà dominante. E, però, occorre considerare di più e meglio il secolare contesto ecologico delle vicende dell’attuale capitale italiana e degli immensi territori interconnessi e urbanizzati, mediterranei e atlantici, conquistati intorno alla città, ai margini dei tropici, in Eurasia e in Africa; dare il giusto peso alle pandemie antonina, di Cipriano, bubbonica (sotto Giustiniano). Il destino di Roma (da cui il titolo dell’accurato studio) fu portato a compimento da imperatori e barbari, senatori e generali, soldati e schiavi, ma venne parimenti deciso da batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. Solo negli ultimi anni siamo venuti in possesso degli strumenti scientifici che consentono almeno di intravedere, spesso fugacemente, il grande dramma del cambiamento ambientale di cui i romani furono attori inconsapevoli, talora dando vita e vigore al dissesto ulteriore e alla latente pericolosa evoluzione patogena (le malattie infettive emergenti). Il modo di produzione agricolo che creò la base energetica delle società premoderne non è un fondale statico, l’antropizzazione interagì (come anche prima e dopo) in forme più o meno prevedibili, vendicative, capricciose.

Il giovane storico americano Kyle Harper (Edmond, Oklahoma, 1979) esamina circa quattro secoli di storia romana distinguendo l’impero per zone ecologiche del volubile pianeta, valutando innanzitutto i differenti impatti dei periodi climatici: dall’optimum climatico (200 a.C. – 150 d.C) alla fase di transizione fino al 450 d.C. e all’inizio della piccola glaciazione della Tarda Antichità. Ogni volta che emergono gli eventi noti che portarono i romani a cooptare intelligentemente i ceti elitari di tre continenti, con poche centinaia di propri funzionari di alto rango, decine e decine di migliaia di schiavi, battaglie e imperatori, attacchi e difese, frontiere e norme, in parallelo (con le opportune sincronie e diacronie) ragiona sullo stato della salute umana e del contesto ecologico, su malattie e pestilenze, mortalità e resilienza, energia solare e alimentare, assimilazione biologica e competizione sociale rispetto agli altri gruppi umani, recependo contributi interdisciplinari di microbiologia, geologia, climatologia, riflettendo sul ruolo della politica e delle ideologie nel modellare resilienza o meno, e comparando spesso il quadro mediterraneo con aree del resto del pianeta. Bravo! Le società umane sono profondamente radicate nei loro ambienti naturali, sono vulnerabili ai loro cambiamenti, che influiscono su ogni aspetto delle biografie individuali e collettive. L’impero romano non era sulla strada di un’inevitabile apocalisse, negli ultimi tempi era stato capace di determinare un patriottismo militare che andava oltre l’antica aristocrazia senatoria di origine laziale e mediterranea. Eppure crollò e l’autore ci aiuta a capire meglio i perché e il come. La rete globale di migrazioni e scambi aveva messo in circolazione anche le malattie, non solo idee e merci. Vi erano vari agglomerati urbani sovrappopolati e malsani, innanzitutto la megalopoli romana con oltre un milione di abitanti (e almeno 45 tonnellate di escrementi). Hanno avuto già meritato successo studi comparati sui collassi di civiltà antiche e moderne, qui si affronta con acume e precisione, con ricchissimi materiali (cartine e indici) un caso davvero paradigmatico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Umani. La nostra storia (Le varie di Valerio 99)

Adam Rutherford
Umani. La nostra storia
Bollati Boringhieri, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Sabrina Placidi
Illustrazioni di Alice Roberts
Scienza

Animali. Da quando esistono sulla Terra a prima o poi. La biologia ha quattro pilastri condivisi da ogni fattore vivente e da ogni individuo vivente, per quanto unico: universalità del codice genetico (le quattro lettere che vanno a comporre il DNA, A, C, T e G), teoria cellulare (organizzazione della vita in cellule discrete che ricavano energia dal resto dell’universo), chemiosmosi (processo basilare del metabolismo di ogni cellula per utilizzare quell’energia) e selezione naturale (intuita e spiegata da Darwin). Noi siamo viventi e siamo una specie, l’unica residua, del genere Homo dell’ordine dei primati. Il corpo dei primi pochi sapiens era abbastanza simile a quello dei 7,7 miliardi di oggi, eppure qualcos’altro è cambiato profondamente e ha reso la nostra evoluzione capace di squilibrare gli ecosistemi locali e quello globale. Vale la pena studiare e ristudiare il pacchetto delle nostre imperfette facoltà per capire cosa davvero non può essere paragonato con gli animali non sapiens. Molti dei tratti che un tempo venivano considerati unicamente come umani non lo sono: altri animali utilizzano strumenti, fanno sesso non per riprodursi e tra membri dello stesso sesso, comunicano in vario articolato modo. Ogni percorso evolutivo è unico ma tutti gli esseri viventi sono imparentati fra loro. L’evoluzione è cieca, la mutazione è casuale, la selezione no. La novità più grande è che noi accumuliamo cultura e la insegniamo ad altri. Trasmettiamo informazioni, non solo di generazione in generazione attraverso il DNA, bensì in ogni direzione, a persone con cui non abbiamo legami biologici diretti. Narriamo storie che abbiamo creato noi stessi. Insomma, siamo animali straordinari.

Il biologo e divulgatore scientifico inglese Adam Rutherford (Ipswich, Suffolk, 1974) ha scritto un altro bel libro (con riferimenti bibliografici composti soprattutto di articoli recenti), che ruota intorno alla frase di Amleto (Shakespeare) sull’uomo come “capolavoro” anche attraverso “il paragone degli animali”. Per la comparazione sceglie gli elementi cruciali, nessuno solo nostro, tutti più e specialmente nostri: gli strumenti e gli utensili, il sesso, l’anatomia bipede, il linguaggio con parole e simboli. Illustra le tecnologie di delfini e spugne, uccelli e scimmie; affronta le pratiche sessuali più o meno piacevoli di svariati animali; ogni volta evidenzia che abbiamo antenati comuni per quanto oggi stentiamo a crederlo e vediamo solo lo specifico accumularsi e trasmettersi della cultura umana. Il viaggio di ognuno di noi si fonda su migliaia di anni di conoscenze accumulate, a loro volta basate su miliardi di anni di evoluzione. La nostra cultura fa parte della nostra evoluzione ed è un errore cercare di separarle. Non è mai esistito un momento in cui un attimo prima non eravamo Homo sapiens e poi di colpo lo siamo diventati perché un gene è mutato. L’autore saggiamente accenna anche all’idea che noi siamo “un ibrido”, discendiamo da vari tipi di umani africani antichi; fa così spesso riferimento alle migrazioni, talora assegnando loro un decisivo ruolo nell’evoluzione dei caratteri umani, cita (giustamente) spesso Darwin e tuttavia mai la sua teoria a riguardo. Quel che non viene abbastanza sottolineato sono i nessi evoluzionistici dell’interconnesso fenomeno migratorio delle specie, considerato in altri testi o uno spettacolo pirotecnico da ammirare o un fatto storico conchiuso, comunque teoricamente e praticamente separato da quello umano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)