Invasori (Le varie di Valerio 92)

Pat Shipman
Invasori. Come gli umani e i loro cani hanno portato i Neanderthal all’estinzione
Carocci, 2017 (Orig. 2015)
Traduzione di Anna Maria Paci
Scienza

Europa. Ultimi cinquantamila anni. Un superpredatore, il moderno Homo sapiens fece il suo ingresso nell’ecosistema euroasiatico un po’ più di 45.000 anni fa. Dalle nostre parti, da qualche centinaia di migliaia di anni c’erano altre specie umane, in particolare i neanderthaliani. Noi siamo stati una specie molto invasiva, dopo poche migliaia di anni siamo di fatto rimasti l’unica specie umana in Europa e sul pianeta, abbiamo favorito l’estinzione di altri mammiferi di grossa taglia (megafauna), abbiamo sostituito piante e vegetazione spontanee con specie domesticate, abbiamo iniziato a far pagare un prezzo alto alla biodiversità globale. Gli ecosistemi sono entità complesse, intersecati e tenuti insieme da una rete di cooperazione, simbiosi e dipendenza reciproche. Quando i nostri progenitori s’imbatterono nei neanderthaliani in Eurasia, questi erano intelligenti, abili, ben adattati al loro ambiente; eppure loro si estinsero e noi no. La convivenza è durata poche migliaia di anni, le due specie erano non del tutto incompatibili sotto il profilo genetico, vi era già stata e è proseguita una qualche ibridazione (con discendenza fertile). Pare che non li abbiamo uccisi tutti o tanti, che vi sia stata competizione per le risorse ma la nostra prevalenza non sia dovuta a un’aggressiva conquista militare. Probabilmente le ragioni sono altre, hanno a che vedere con la biologia delle invasioni e i cambiamenti climatici: abbiamo occupato spazi e ci siamo adattati meglio. Allo sconvolgimento faunistico e ambientale avvenuto tra 45.000 e 35.000 anni fa, con rapide oscillazioni climatiche, sopravvissero lupi e uomini moderni, non è escluso che fossero anche predatori “alleati”, in grado di guardarsi nelle sclere (come mostra la copertina) e di sconfiggere i mammut.

La stimata antropologa americana Pat Shipman (Scarsdale, 1949), ex-docente alla Penn State University, dopo decenni di studi specifici di tassonomia e di archeologia fossile, nel nuovo millennio si è dedicata a biografie scientifiche e a questioni generali di paleo ecologia. Siamo noi gli invasori che le suggeriscono il titolo, meglio esserne consapevoli; mentre il sottotitolo non riassume l’insieme delle informazioni e riflessioni contenute poi nel testo. Per lunghi meditati capitoli l’autrice ragiona sulla competizione interspecifica negli ecosistemi, anche cercando di cogliere le dinamiche possibili rispetto ad assenza o presenza di umani; valuta le piramidi trofiche con produttori vegetali, diversi erbivori animali (consumatori primari) e consumatori secondari come insettivori e carnivori; chiarisce cosa in un ecosistema determina l’arrivo di una specie di predatori, con un esempio relativo all’habitat del parco di Yellowstone; segnala la lunga attività terrena di specie umane prima di e accanto a noi sapiens, i neanderthaliani in un vasto territorio dalla Spagna alla Russia, dal Galles al Medio Oriente. Forse, tra le capacità che a un certo punto mostrammo ci furono una notevole flessibilità della caccia (non solo con agguati) e della dieta (onnivora) e la domesticazione di un canide. Shipman lo definisce lupo-cane, segnalando peculiari caratteristiche, che si combinarono sinergicamente con quelle umane e ci rese specie quasi imbattibile nell’ecosistema europeo intorno a 40.000 anni fa. L’autrice conclude riconoscendo che nell’ipotesi vi sono anche “punti di debolezza: domande senza risposta, parametri non misurati, lacune nelle evidenze difficilmente colmabili”. Una cosa considera certa: il nostro ruolo negli ecosistemi del mondo è di invasori e ci si sta ritorcendo contro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le origini della civiltà (Le varie di Valerio 91)

James C. Scott
Le origini della civiltà. Una controstoria
Einaudi, 2018 (Orig. 2017 Against the Grain. A Deep History of the Earliest States)
Traduzione di Maddalena Ferrara
Storia

Mesopotamia, Mezzaluna fertile. Tra 8.500 e 3.600 anni fa. È un luogo comune che, dopo la fine dell’ultima glaciazione, la domesticazione di piante e animali da parte di Homo sapiens abbia condotto alla sedentarietà e all’agricoltura stanziale. Sbagliato. Vi sono di mezzo circa cinquemila anni in cui la maggior parte degli umani viveva in altro modo, la sedentarietà precedette la domesticazione ed entrambe esistevano molto prima che apparissero villaggi agricoli. Certo, quello contadino fu il primo lavoro vero e proprio, però chi lo faceva, costretto per ragioni di sussistenza e mancanza di alternative, stava peggio, non meglio. La vita fuori dai campi coltivati e poi dalle residenze agricole era materialmente più facile, libera e sana, almeno per gli umani non schiavi (per loro era pessima ovunque). Qui l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla Mesopotamia, la piana alluvionale meridionale a sud dell’odierna Bassora tra il Tigri e l’Eufrate, il paese di Sumer, poi la zona dei Sumeri. L’intervallo di tempo particolarmente approfondito va dalla cultura di Ubaid al periodo babilonese antico, con al centro la fase chiave della costruzione delle città murate (Uruk e poi altre) e della formazione degli stati primordiali. Si parte da lontano, dalla prima domesticazione (come controllo della riproduzione), quella del fuoco (Homo erectus, quasi mezzo milione di anni fa in Africa) e si va oltre quella contadina di piante e animali, per interpretare così anche l’assoggettamento degli schiavi allo stato e delle donne nella famiglia patriarcale. Fu un periodo cruciale per tutta la successiva enorme costruzione dell’impronta umana sulla Terra, un anticipo dell’Antropocene.

Lo scienziato americano di politica e antropologia James C. Scott (Mount Holly, New Jersey, 1936), docente a Yale, esperto finora soprattutto di stati antichi e anarchismo, ha dedicato l’ultimo quinquennio a studiare meglio il nesso ecologico nell’era del Neolitico fra mobili cacciatori-raccoglitori e primi contadini residenti, fra cereali e organizzazioni amministrative. All’inizio la popolazione mondiale non crebbe. La faticosa opzione stanziale sarebbe stata poi imposta dalle circostanze climatiche, risultando biologicamente vantaggiosa per il lentissimo saldo attivo fra maggior tasso di fertilità e riproduzione pure rispetto al maggior tasso di malattie infettive croniche acute e mortalità infantile. L’autore sottolinea le questioni cruciali, capitolo dopo capitolo, con molti dati e feconde riflessioni: l’importanza dei cambiamenti climatici e particolarmente delle terre umide nel garantire l’approvvigionamento alimentare; l’affollamento di popolazione che si determinò con conseguenti malattie epidemiche; la specificità del grano (da cui il titolo originale) nel determinare condizioni per la creazione delle mura e degli stati (obbligato lavoro fisso e duro, misurazione registrazione contabilità, esazione fiscale, difesa dei raccolti, infine scrittura); la crescita di poteri sovrani e il controllo della popolazione interna ed esterna tramite schiavitù, guerre, deportazioni; la fragilità climatica, epidemiologica e sociale dello stato antico e la lunga epoca d’oro dei barbari o selvaggi che potevano razziare chi stava “fermo”. Rimarchevoli sia le note che gli spunti, talora solo provocatori e non sempre efficaci. Molte le figure interessanti e originali (foto, mappe, schemi), ricca bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Per ridere aggiungere acqua (Le varie di Valerio 90)

Marco Malvaldi
Per ridere aggiungere acqua. Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio
Rizzoli, 2018
Scienza

Un computer. Domani, forse. Quando una macchina riuscirà a scherzare allora sarà davvero intelligente, per farlo dovrebbe forse “processare” il linguaggio umano. Parte da queste domande, come al solito inconsuete e conturbanti, Marco Malvaldi (Pisa, 1974), ottimi studi e seguiti universitari da chimico (1992-2005), affermato autore di gialli noir umoristici (dal 2007 Sellerio, almeno 12 romanzi e 11 racconti, oltre la metà con Massimo del BarLume protagonista), competente efficace divulgatore scientifico (dal 2011 una decina di testi con varie case editrici, da ultimo sempre Rizzoli).
Parte da esempi ed esperimenti in corso sui computer per evidenziare la difficoltà delle risposte: il modo in cui parliamo è aperto, impreciso, incompleto e spesso ambiguo. Il primo capitolo è dunque dedicato a capire meglio come funziona il linguaggio umano. Cita subito il grande Guareschi e lingue molto diverse come olandese e giapponese (credo le parli in modo fluente), sottolineando come lo scritto derivi dal parlato e tenda alla ridondanza (lo mostrano anche le analisi delle frequenze delle lettere e, poi, delle parole) e all’interdipendenza (il significato non dipende dalla statistica). Il meccanismo del capitolo iniziale continua: Malvaldi esprime concetti e nozioni solo dopo aver trovato testi ed esempi che li illustrano con il sorriso sulle labbra: la combinazione delle parole in frasi attraverso strutture ricorsive e discorsi (necessariamente) astratti, il vantaggio sociale del linguaggio umano come conoscenza condivisa (da almeno due individui), la relazione asimmetrica tra la lingua e il modo in cui noi le diamo significato, le particelle funzionali che collegano le parole di una frase come struttura portante, le aree del cervello destinate alla decodificazione. Tutto per arrivare all’umorismo!
Il riso nasce dall’inaspettato, convoglia due diversi significati, o due diversi punti di vista, nella medesima frase, vallo a spiegare al computer! Il divertimento nasce proprio dal cambio di direzione, la risata ne è un possibile effetto, realizzato solo quando separiamo la realtà dalla finzione e il contesto non ci trasmette rischi per la nostra esistenza. Il riso è un vantaggio evolutivo (Darwin insegna, seriosamente), è uno strumento di cui ci serviamo anche per scoraggiare e penalizzare i comportamenti asociali, l’emozione è curativa. Malvaldi fa riferimento alla filosofia, alla semiotica, alla psicologia cognitiva. Interessante ma non approfondita la citazione di Pirandello sulla differenza fra umorismo e ironia, fra ridere di altri con altri e trasmettere pensieri oppositori relativizzandoli. Suo malgrado, si riscontra notevole uso anche del pensiero ironico: quando può fa battute sulla Juventus (da tifoso contro) e sulla Lega (da politico contro), ineccepibili (da juventino). E attinge a piene mani dall’esperienza di narratore: sono le storie a stimolare le capacità di astrazione cerebrale, è il riso di pancia che aiuta a nascondere indizi. Il comico serve per imparare a non fidarsi del proprio cervello e come collante sociale. Insomma, prima o poi, premendo i tasti giusti, varrà forse la pena di insegnare al computer non solo a riconoscere, contare, mettere in ordine, ma anche a riconoscere l’ambiguità. A cosa servirebbe, se mai ci riuscissimo? L’umorismo è comunque la strada maestra per arrivarci. Ottimo, sintetico, godibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Andare per i luoghi di confino (Le varie di Valerio 89)

Anna Foa
Andare per i luoghi di confino
Il Mulino, 2018
Storia

Isole italiane (e luoghi isolati). 1926-1943 (soprattutto). Il confino non è stato inventato dal regime fascista; ha una storia più lunga e non solo italiana; per quanto riguarda il nostro paese inizia con la legge Pica del 1863 sul domicilio coatto, una misura di deportazione preventiva che poteva essere proposta dalle autorità di polizia e imposta anche senza la necessità di un processo regolare e di una condanna per un reato effettivamente previsto e commesso. La distinzione (chiave nel periodo fascista) è fra sanzione politica e sanzione comune. Il confino politico è la situazione di relegamento coatto di un oppositore politico, sinonimo di messa al bando dalla società civile e di reclusione di fatto in remote località della nazione, dove vi erano poche vie di comunicazione (e fuga). Poteva colpire le intenzioni: si basava su sospetti, non su fatti. Vi finirono in maniera sistematica e capillare sia antifascisti che fascisti dissidenti, forzatamente bloccati su poca terra in mezzo al mare o in minuscoli borghi montani spopolati e poveri, così da separarli fisicamente e moralmente dal resto del mondo e dai propri cari. Si cominciò con i deputati destituiti. Aveva una durata massima di 5 anni, rinnovabili. Nel territorio italiano, per periodi diversi, tra il 1926 ed il 1943, funzionarono centinaia di colonie di confino, un numero incerto anche perché vi furono confinamenti di singoli o pochi che non sono stati trattati da memorialistica o storiografia locale. In tutto, fra il 1929 e il 1943, dopo lunghi duri percorsi in catene, i confinati politici sono stati oltre 12.000, per la maggior parte ma non solo uomini (fra le confinate vi fu Camilla Ravera, fra le mogli che seguirono i confinati Ursula Hirschmann Colorni e Natalia Ginzburg). Un punto di svolta furono le leggi razziali del 1938 (anche per zingari e omosessuali), poi l’entrata in guerra, quando il confino fu spesso affiancato o sostituito da campi di concentramento (Esercito) o di internamento (Interno), destinandovi pure ebrei stranieri, civili di altri paesi in guerra, militari prigionieri. Infine pervicacemente continuò Salò.

La storica Anna Foa (Torino, 1944), a lungo docente di Storia moderna alla Sapienza di Roma (in pensione dal 2010), figlia di Vittorio Foa (1910-2008) e Lisa Giua (1923-2005), dopo essersi occupata di storia della cultura nella prima età moderna, di storia della mentalità, di storia degli ebrei, sta dedicando interesse e pubblicazioni a momenti (anche familiari) della vita italiana del Novecento. L’agile interessante nuovo saggio si concentra particolarmente sul confinamento nelle isole, con osservazioni acute e in parte generalizzabili oltre il contesto storico carcerario del fascismo e l’identità peninsulare italiana costellata di isole. Le isole hanno svolto e svolgono specifiche funzioni rispetto alla selezione naturale e all’evoluzione della biodiversità, soprattutto per le specie che non nuotano e non volano in e da quegli ecosistemi, bisognerà prima o poi scrivere storia e geografia delle isole-carcere nel mondo (ho iniziato). Foa narra i luoghi del confino durante il fascismo e, attraverso loro, l’esordio detentivo di molte figure che hanno poi fatto la storia politica o intellettuale dell’Italia repubblicana, da Spinelli a Rossi, da Ginzburg a Colorni, da Levi a Pertini, da Pavese a Lina Merlin, da Adele Bei a Cesira Fiori, da Lussu a Bifolchi, da Gramsci ai Rosselli. Sceglie uno stile fluido e sintetico, un affresco di ambienti (a partire dal disegno di copertina, un cumulo di sassi deserti in mezzo al mare). I brevi capitoli prendono in esame antifascisti ed ebrei, donne e tipologie considerate marginali e pericolose (zingari, omosessuali, Testimoni di Geova), luoghi o episodi particolari, passaggi storici anche in connessione con il confino di stranieri delle colonie o dei paesi in conflitto. Non c’è intento accademico o biografico, non servono note meticolose e la breve bibliografia riguarda quanto hanno scritto alcuni dei più famosi (con l’efficace corredo di qualche bella foto), non la storia del fenomeno e l’intera vita di ciascuno. Andare per i luoghi di confino è una guida e uno spunto per l’oggi, accurato nei dati e nei giudizi, non per lo studio scientifico ma per la cittadinanza attiva. Andiamoci ora, sembra dirci, in quelle località, spesso meravigliose (se liberi) e ricordiamo meglio un pezzo turpe della nostra storia (illiberale).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La scimmia vestita (Le varie di Valerio 88)

Claudio Tuniz e Patrizia Tiberi Vipraio
La scimmia vestita
Carocci, 2016
Scienza

Il pianeta (delle scimmie). Prima e ora. Il mondo non gira intorno a noi. La specie umana e l’umanità contemporanea sono il prodotto degli stessi processi che hanno originato tutti gli altri organismi viventi. Quel che accade oggi e, in larga parte, quel che accadrà sono la risultante del lungo processo evolutivo che ha avuto luogo nel nostro passato profondo, di processi adattativi e circolari di un sistema vitale complesso e integrato. Quella che, vista con gli occhi di oggi si chiamava civilizzazione, appare piuttosto come un processo di domesticazione e autodomesticazione, imperniato sulla capacità (acquisita) umana di pensare attraverso simboli, di inventarci realtà immaginarie che poi diventano reali, nelle nostre menti, e ci consentono di pianificare, di cambiare direzione e di reindirizzare le nostre energie per scopi diversi. L’evoluzione e l’adattamento si svolgono attraverso reti di continue interazioni – non lineari e a diversi livelli della struttura biologica – che collegano tra loro i rami delle diverse specie, e questi all’ambiente, attraverso processi circolari e retroattivi. Sappiamo che molte altre specie umane hanno preceduto noi Homo sapiens, che altre ancora ci sono state contemporanee, che loro e noi siamo stati più volte sull’orlo dell’estinzione, che innovazioni cerebrali e comportamentali ci hanno portato a un aumento frenetico della socialità negli ultimi 100.000 anni (a partire da un piccolo gruppo africano), accelerando ancora quando abbiamo iniziato ad avere un impatto globale sull’ambiente (circa 50.000 anni fa) e siamo restati (poco meno di 40.000 anni fa) l’unica specie sul pianeta, capace di diventare davvero un “organismo sociale” cosmopolita: grazie all’elevata capacità migratoria (e alla conseguente “ambiguità” territoriale, con maggiori gradi di libertà per stanziamenti e dispersioni) ci siamo sempre incrociati fra gruppi diversi e nessuno può associare la propria origine a un determinato territorio!
Il fisico Claudio Tuniz e l’economista Patrizia Tiberi Vipraio hanno già (ben) narrato una biografia (non autorizzata) della nostra specie. Ora iniziano la storia evolutiva dall’assunzione della posizione eretta (una svolta per deambulazione e alimentazione), proseguono con il graduale passaggio da prede a predatori (grazie anche al controllo del fuoco), cui si associa l’aumento del volume cerebrale per giungere al decisivo culmine (specifico): la nascita del pensiero simbolico (rappresentare, raccontandola, una realtà alternativa e trasformarla così in esistente), dalle tracce più episodiche e antiche ai possibili sviluppi futuri individuali e generali. Non si limitano certo alle proprie discipline, si addentrano con sintesi efficace nei territori dell’antropologia, archeologia, biologia, geologia, geografia, medicina, ingegneria, informatica e, ancora, neurologia, fisiologia, demografia, psicologia, sociologia. Ed è costante l’aggancio fra fenomeni e concetti che ci appaiono moderni o contemporanei con anticipazioni e preludi del Paleolitico e del Neolitico. Per giungere all’oggi: l’aumento demografico e l’instabilità climatica saranno i maggiori responsabili della conflittualità umana durante questo secolo. A settantamila anni dalla prima, ci sarà una seconda grande uscita dei sapiens dall’Africa, non per sostituire i Neanderthal ma per riempire il vuoto lasciato dalla scarsa natalità dei sapiens autoctoni. In più ci sarà un nuovo protagonista: l’intelligenza artificiale (un’intelligenza raffinata e ora tendenzialmente autonoma, ma anche “primordiale” della nostra specie), contributo-rischio per gestire la complessità delle relazioni sociali. Al termine si trovano sia le note esplicative distinte per ciascuno dei quindici capitoli, sia l’ampia bibliografia (poco italiana), che mostra la rete interdisciplinare e aggiornatissima dei riferimenti utilizzati dagli autori.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il mondo della fermentazione (Le varie di Valerio 87)

Sandor Ellix Katz
Il mondo della fermentazione. Il sapore, le qualità nutrizionali e la produzione di cibi vivi fermentati
Slow Food Editore, 2018 (orig. 2016, 2° ed.)
Traduzione di Carlo Nesler
Gastronomia

Ecosistemi alimentari umani biodiversi. Da sempre. Tutte le forme di vita sulla terra hanno origini batteriche e alcuni batteri, fra l’altro, mettono in atto straordinarie trasformazioni culinarie. La fermentazione è alla base di molti dei nostri alimenti principali e di alcune squisitezze come cioccolato, caffè, vino, birra. Il termine fermentation si usa allo stesso modo in tante lingue e, per tutte, deriva dal latino fervere, ribollire, lo spunto storico e fisico è quanto accade all’interno del mosto nel processo di vinificazione. Un insieme di microorganismi (batteri) catalizza la trasformazione di molecole (in genere carboidrati) presenti su piante o loro parti o loro derivati o su derivati di specie animali, che possono essere alimenti o cibi anche prima e, dopo, acquisiscono caratteristiche nuove e diverse, spesso “migliori” dal punto di vista del consumo umano, visto che poi risultano più digeribili e nutrienti, capaci di essere conservati a lungo e di proteggerci da malattie. Esseri umani sapienti (e forse prima anche altre specie umane) lo hanno veduto di persona in diretta, facendone ben presto un progetto e un processo, derivandone prodotti agricoli secondari, dal miele all’idromele, dal succo d’uva al vino, dal latte al formaggio, dalla farina di cereali al pane, quest’ultimo tramite il fuoco (scoprendo che la cottura induce ulteriori modificazioni). L’acqua e gli enzimi (nei lieviti, più o meno spontanei) svolgono le funzioni essenziali del percorso, che richiede anche un suo proprio tempo e che non risulta tutto evidente e lineare (tanto che spesso vi si associano accenti magici, alchimie).

Sandor Ellix Sandorkraut Katz (1962) discende da immigrati ebrei negli Stati Uniti (provenienti da Polonia, Russia, Lituania) ed è cresciuto a New York. Omosessuale, nel 1991 è risultato positivo al test Hiv, iniziando da allora ad assumere medicine antiretrovirali; dal 1993 si è trasferito nella campagna del Tennesse in una comunità queer estesa su due contee rurali, la Radical Faerie community. Ossessionato dai processi fermentativi, seguendo l’orto, studiando la foresta, sperimentando pratiche agricole e alimentari, sulla base di dieci anni di personale esperienza, nel 2003 ha pubblicato Wild Fermentation, tenendo poi centinaia di presentazioni e work shop e divenendo il catalizzatore mondiale di un vasto movimento di rinascita della fermentazione. È stato ascoltato, seguito, osannato in fattorie e mercati, università e biblioteche, ristoranti e caffè, chiese e festival, soprattutto americani e ormai di tutti i continenti. Un paio d’anni fa ha realizzato una seconda aggiornata arricchita edizione del libro, finalmente tradotto ora anche in italiano. Si tratta di un manuale vero e proprio. I primi capitoli offrono un contesto scientifico, culturale e sociale, sottolineando la salubrità microbiologica dei cibi ricchi di fermenti, possibilmente ancora vivi, contestando il terrore dei germi (e l’ossessione di un’igiene apparente) e l’eccessiva omogeneizzazione dei prodotti, valorizzando i metodi e le pratiche (molto) differenti di fermentazione sviluppate in ogni angolo (ecosistema) del pianeta. Segue una guida fai-da-te, con utensili e ingredienti di base. Poi lunghi illustrati didattici capitoli per ogni tipologia di alimenti da fermentare, corredati di foto disegni ricette: le verdure, le bevande, i caseari (con alternative vegane), i cereali, i legumi. E ancora vini, birre, aceto, per finire con cuochi e ricette italiani, sitografia, bibliografia e note. Completo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Considerazioni sui fatti di maggio (Le varie di Valerio 86)

Lucio Magri
Considerazioni sui fatti di maggio
Manifestolibri, 2018 (prima ed. De Donato, ottobre 1968) Prefazione di Filippo Maone
Politica

Parigi, Francia, mondo. Maggio 1968. Soprattutto nel 2018 molti stanno riflettondo sul significato del ’68, quando accadde alcuni partirono e si rimisero subito in discussione. All’inizio di maggio la deputata comunista Rossana Rossanda (Pola, 1924) e il funzionario Pci Lucio Magri (Ferrara, 1932 – Bellinzona, 2011) decisero di andare a vedere di persona il movimento nelle città francesi, coinvolgendo l’amico “libraio” precario Filippo Maone (Napoli, 1939). Erano tre “ingraiani”, pur con autonoma esperienza e identità politica (fra l’altro in linea di principio nel Pci le correnti non esistevano). Ingrao era uscito sconfitto all’XI° Congresso del 1966, molti di quelli che avevano condiviso i suoi indirizzi culturali stavano covando idee e progetti comuni. Nessuno dei tre possedeva un’auto, l’editore barese Diego De Donato mise a disposizione una scattante pulita (solo all’inizio) Giulia Alfa Romeo. A Parigi si separarono per l’alloggio, Rossanda dal suo compagno Karol (Lodz, 1924 – Parigi 2014), giornalista di “Le Nouvel Observateur”, Maone dai coniugi Singer nel Quartiere Latino, anche loro di origine polacca, economisti. Magri prima si arrangiò, poi si organizzò con Maone in una casa vicino Gare Montparnasse prestata da un deputato Pcf. Per quasi venti giorni girarono da un quartiere all’altro, senza sosta. Seguirono le numerose occupazioni in corso, di scuole e cinema, del teatro Odéon e di altri spazi pubblici. Visitarono la fabbrica della Renault a Boulogne-Billancourt. Discussero fra loro e con tanti altri, ascoltarono e lessero, studiarono giornali libri muri cortei, facendosi domande e arrovellandosi su mille cose possibili da fare, lì e in Italia. Tornarono. In macchina presero miglior forma i libri dei “fratelli maggiori”, quello che Rossanda stava già scrivendo (sulle lotte degli universitari italiani) e quello ora riedito con le “considerazioni” di Magri, e un progetto di una nuova rivista, con un nome e cognome oggi ancora in edicola, “Il manifesto” (dal giugno 1969).

Lucio Magri, intellettuale del Pci, fu uno dei fondatori del progetto del Manifesto; successivamente venne eletto deputato e segretario di un piccolo partito della sinistra italiana, il Pdup dal 1976 al 1984; ancora nel gruppo dirigente e in parlamento con il Pci, poi con Rifondazione; sempre spirito critico e libero, comunista e unitario, bello e carismatico. Il suo pensiero politico (i soggetti che diresse, gli interventi che svolse alla Camera, i libri che scrisse) è ancor oggi oggetto di ricerca e di studio, non solo in Italia e anche fra generazioni più giovani. Cinquanta anni fa capì subito che doveva contribuire a una lettura della dinamica degli avvenimenti attraversati in quel 1968 e del loro significato profondo, “eccezionale” e forse rivoluzionario. Assistere in diretta alla cronaca per ragionarsi su, subito e in prospettiva, queste sono le sue “considerazioni sui fatti di maggio”. Così conclude l’introduzione: “… gli sconvolgimenti … impongono a ciascuno di riconsiderare le proprie posizioni e di attirare l’attenzione su ciò che in concreto va corretto. La forma di dogmatismo oggi più diffusa è quella che usa una grande apertura metodologica e squillanti riconoscimenti della novità della situazione solo per conservare l’essenziale delle proprie idee o delle proprie abitudini, e dire agli altri come e perché sia ormai chiaro che hanno sbagliato. È il dogmatismo più corruttore; che per di più si possono permettere solo coloro che sempre hanno agito con sufficiente empirismo e scetticismo da poter rinunciare a molte cose. Forse anche a tutte, meno una: il potere, il proprio sicuro, particolare, rassicurante potere su alcuni uomini e su alcune cose”. Di quel nostro potere (di sopraffazione “diseguale”) negli ecosistemi e nelle relazioni spesso non sappiamo fare a meno ancor oggi. Da leggere, per chi c’era e per chi è venuto dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Amori comunisti (Le varie di Valerio 85)

Luciana Castellina
Amori comunisti
Nottetempo, 2018
Biografie storiche

Turchia, Grecia, Usa. Novecento. La traduttrice Münevver Andaç (1917-1998) e il poeta comunista Nâzım Hikmet Ran (1902-1963) si amarono, brevemente a Istanbul e qualche anno a distanza, vissero insieme poco ed ebbero un figlio. I comunisti greci Nikos Kokovlìs (1920-2013) e Arghirò Polichronaki (1926) si amarono, in decennale eroica clandestinità a Creta (alla cui fine ebbero un figlio) e poi per il restante tempo esuli (e genitori) in Uzbekistan (attraverso l’Italia), fino alla fine. I comunisti americani Sylvia Berman (1924-2014) e Robert George Thompson (1915-1965) si amarono, quando lui uscì dalla prigione del maccartismo per alcuni anni, lui divorziato (e sempre in viaggio) lei vedova, fino alla fine (sono seppelliti accanto nel militare Arlington National Cemetery di Washington, grazie all’onorificenza avuta in guerra). La comunista italiana Luciana Castellina (Roma, 1929) ha incontrato personalmente i primi cinque dei sei (e solo la seconda delle tre coppie) nella sua intensa attività di dirigente politica e parlamentare europea. Ha covato memoria diretta delle loro storie d’amore per almeno un decennio, conservando appunti e materiali, raccogliendo testi e lettere, svolgendo ricerche e approfondimenti. Esce ora con un toccante affresco di passioni e affetti, un volume con le straordinarie biografie di sei uomini e donne, che si votarono a un comunismo militante (mai dogmatico nei rari momenti democratici, quando poterono discutere), tre coppie attratte da politica e amore, capaci di incrociare con emozione comune i drammi del secolo. Narra alla grande l’amorevole geopolitica del Novecento. Leggendola si capisce più della Turchia e della poesia universale (denuncia politica e accenti sensuali), delle Resistenze e delle dittature a Creta e negli arcipelaghi greci, della conquista dei diritti, della clandestinità non criminale e del filosovietismo statunitensi leggendo le storie personali dei protagonisti, che attraverso cento saggi di aridi dati o fatti, date o cronologie. Mitico.

Oltre la metà del godibilissimo testo è ovviamente dedicato alle due personalità più note in Italia e nel mondo, al prolifico fondamentale amore fra il leggendario Nâzım, morto in esilio per infarto 55 anni fa, uno dei più grandi poeti del Novecento, e la cugina Münevver, l’ottima traduttrice in francese (e altrove, per quel tramite) dei grandi autori turchi (Hikmet stesso, pure Pamuk e Kemal). Lui figlio e nipote di pascià, 17enne pubblicò i primi versi, bello e affascinante, occhi azzurri e capelli biondi, 20enne si impegnò volontario per l’indipendenza con Atatürk (1881-1938), diventò insegnante e comunista, transitò in Russia; poi in patria venne più volte arrestato e trascorse ben 17 anni in carcere; nel 1950 fu rilasciato e riparò presto in Unione Sovietica. Lei, figlia di una francese e del fratello ambasciatore di Celile (la mamma di Nâzım), occhi verdi e sguardo intenso, bella e colta; aveva già un marito e una figlia (Renan) quando lo andò a trovare con altri nell’ospedale del carcere, si scrissero, partecipò alla campagna per la liberazione, decise di farsi trovare là fuori quando finalmente uscì; nel momento in cui lo aiutò a scappare e rimase sola visse da reclusa con i due figli, traducendo gialli, infine in esilio insegnò Lingue orientali a Varsavia. Castellina spiega chiaramente perché sceglie Münevver fra i tanti tormentati amori (anche lunghi) del romantico orgoglioso Nâzım. Si conobbero nell’autunno 1948, poterono frequentarsi (e convivere) solo dal luglio 1950 alla forzata fuga di lui da Istanbul (e da complotti dei militari) nel giugno 1950 (nemmeno tre mesi dopo la nascita di Mehmet), rimasero lontani quasi senza notizie per oltre dieci anni (e lui si sposò in Urss con Vera), si reincontrarono poi una solo volta a Varsavia il 3 agosto 1961 (nemmeno due anni prima della morte di Hikmet per infarto). Castellina li conobbe entrambi, lei a Istanbul grazie a Joyce Lussu (che aveva tradotto le poesie in italiano dal francese), lui a Roma: “il comunismo è colmo di errori e di orrori, ma anche di dolorosissimi amori”. Sono biografie di persone nel loro contesto geopolitico (sempre premesso e parallelo). I contatti personali risultano funzionali a collegare gli eventi internazionali al comunismo italiano e a sentire la “molla” umana, non altro. Non cercate pettegolezzi o consigli amorosi, anche i rari accenni a tipici atteggiamenti dei “maschi” sono utili solo a farci capire meglio l’amore per la poesia e per l’impegno politico, le donne e i popoli, l’innamoramento come una forma di non assuefazione. E per nessuna delle tre coppie ci poté mai essere vita civile, pubblica, ordinata in democrazie parlamentari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il primo inverno (Le varie di Valerio 84)

Philipp Blom
Il primo inverno. La piccolo era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700)
Marsilio, 2018 (orig. 2017, Die Welt aus den Angeln)
Traduzione di Francesco Peri
Storia e scienza

Europa. Da mezzo millennio fa. Fino al XVI secolo la neve è quasi assente in arte. Dalla seconda metà del Cinquecento gli artisti del Nord Europa scoprono il ghiaccio e il gelo. Il calo di temperatura osservabile tra il 1570 e il 1685, due gradi centigradi in media, ha un impatto enorme sugli ecosistemi e su tutti gli aspetti dell’esistenza umana. Fu un dato di fatto, anche se gli studiosi ancor oggi non concordano pienamente sulle cause o sull’esatta datazione. Specialisti di varie discipline hanno ricostruito comunque le caratteristiche del precedente periodo molto caldo (tardo Medioevo), della fine del periodo mite e dell’inizio del raggelamento (a partire dal Quattrocento), delle concause ipotizzabili nella lunghissima storia climatica del pianeta e, soprattutto, delle documentate ricadute pratiche in Europa, ora ottimamente descritte da un divulgatore storico tedesco. Inverni glaciali, primavere con grandine, estati piovose, autunni gelidi rappresentarono (spesso e insieme) una catastrofe per l’agricoltura e per un intero continente legato a cereali (grano, segale, orzo, avena), a ortaggi e frutti stagionali, raramente alla carne. I contadini vivevano di autosussistenza, la nobiltà e i feudatari vivevano dei contadini, il denaro aveva un ruolo secondario, le carestie (e le guerre) si moltiplicarono. L’adattamento ai cambiamenti climatici (quando ci fu e per chi sopravvisse) comportò innovazioni per ogni attività umana. Le monocolture affaticavano i terreni, si sperimentarono differenti specie e tecniche. I vegetali introdotti con lo “scambio” colombiano (rimasti per secoli culture da orto botanico) trovarono lentamente spazio produttivo. Culture e arti conobbero svolte. Ma l’evoluzione non obbediva a progressi lineari, ebbe ben poco di deliberato e intenzionale, conobbe enormi differenze temporali, geografiche e demografiche.

Il multidisciplinare giornalista Philipp Blom (Amburgo, 1970) narra un periodo storico che sconvolse il pianeta e le rare innovazioni che hanno retto alla prova del tempo giungendo a far parte anche delle nostre esistenze odierne. Parte dai quadri (il volume ha una decina di illustrazioni, oltre a una ricchissima bibliografia), parla di filosofia e teologia, medicina e scienze, economia e commercio, sottolinea qualche significativa biografia e grandi eventi, intrecciando la periodizzazione cronologica (nell’articolato ecosistema europeo) e le contraddittorie convinzioni culturali di quei tempi: tre densi capitoli (l’Europa tra il 1570 e il 1600, l’età del ferro ovvero quasi tutto il Seicento, le comete e le altre meteore nella lotta senza quartiere tra dogmatismo pensiero razionale-scientifico) fra un prologo e un epilogo (che si confronta con i cambiamenti climatici e politici in corso). Il filo “ideologico” (il conflitto fra “sogni”) non consente sempre all’autore assoluta precisione su fenomeni atmosferici e fonti storiche, tuttavia coglie bene il passaggio di fase. I primi testimoni del cambiamento climatico ragionavano quasi senza eccezione da un punto di vista religioso, finché una generazione di pionieri intellettuali tentò di scorporare il concetto di natura da quello di creato. L’inverno più rigido a memoria d’uomo fu quello del 1684, gennaio e febbraio; la morsa della piccola era glaciale non si sarebbe allentata prima di un altro secolo, diffusa a scala planetaria. Un successivo evento “climatico” globale fu l’eruzione del vulcano indonesiano sul monte Tambora nell’aprile 1815, il raggelamento durò un anno, una sorta di inverno nucleare, poi forse si consolidò un altro ciclo, il “riscaldamento”, ora accelerato drammaticamente. “Le api lavorano alla propria rovina. Sono api, è l’unica vita che conoscono”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Atlante delle frontiere (Le varie di Valerio 83)

Bruno Tertrais e Delphine Papin
Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni
Add, 2018 (ed. orig. 2016)
Traduzione e postfazione Marco Aime
Geopolitica

Al confine di ogni luogo. Oggi e domani. Da sempre un limite geografico – linea o spazio – riflette le relazioni tra due gruppi umani, uno di qua, uno (almeno uno) di là, noi e gli altri, divisi e vicini. Nel corso della loro storia i gruppi umani geograficamente distribuiti sono divenuti popoli e civiltà, infine (finora) Stati, separati da frontiere. Oggi tutto il mondo umano è diviso per Stati (193). A creare le frontiere terrestri sono state guerre (in più di cento casi), annessioni e secessioni. Soltanto una cinquantina sono gli Stati nati da una secessione (indipendenza) pacifica, divisioni consensuali o relazioni di buon vicinato o arbitrati internazionali. Circa nel 55% dei casi sono state scelte frontiere un poco anche “naturali” (montagne, supporti idrografici o orografici), le altre sono tutte “artificiali”, il 25% come linee dritte, mentre talvolta seguono meridiani o parallele. Più “fluido” è il discorso sulle frontiere marittime. Fra naturali e artificiali non c’è significativa differenza di complessità, arbitrarietà, ingiustizia, contestazioni; comunque all’interno non rimane praticamente mai solo un’etnia e solo un gruppo linguistico (esistono inevitabilmente sempre meticciati genetici e culturali). Nel complesso, le frontiere terrestri esistenti sono 323 su circa 250.000 km, cento in Europa per 37.000 km. Il passaggio non è proibito (anzi, l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dice che andrebbe considerato “libero” per ogni individuo), passare il confine è e deve essere regolamentato da entrambi gli Stati, pure in modo differente, senza obbligatoria reciprocità. I muri servono a impedirlo, trasformano la frontiera in dogana nei pochi interstizi; a seconda delle definizioni e dei metodi di calcolo rappresentano fra il 3% e il 18% delle frontiere; molti altri se ne stanno costruendo. Resta in sospeso il rapporto fra frontiere umane ed ecosistemi (anche) umani: lo stesso inevitabile antropocentrismo ha qualche limite!

Attenzione, ecco un libro “documentario” da sfogliare, leggere, consultare, garantendone una copia alle biblioteche pubbliche! Solo gli ecosistemi umani hanno confini o frontiere (quasi sinonimi). Da un certo momento in poi la nostra specie ha delimitato i luoghi, ha concepito (tracciato) una convenzione mentale, con molte funzioni pratiche e sociali: difesa del territorio, riscossione delle imposte, amministrazione, condizionamento per uscite e entrate, anti-immigrazione. In un bellissimo libro due bravi studiosi francesi, i geopolitologi Bruno Tertrais e Delphine Papin, fanno un meticoloso punto sulle frontiere. Traduzione e prefazione (colta) sono dell’antropologo Marco Aime (Torino, 1956) che ben sottolinea altre efficaci frontiere meno visibili: culturali, religiose, etniche, linguistiche, quasi mai coincidenti con quelle internazionali; e offre spunti e riferimenti per affrontare la domanda cruciale: è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine? Comunque sia (nel tempo e nello spazio), le frontiere sono fatte per essere superate, la storia dell’umanità è una storia di contrabbando. L’atlante è distinto in sei capitoli di argomenti: parte dalle frontiere ereditate (storiche) e invisibili (non fisiche, a esempio quelle culturali e marittime), ragiona su muri e migrazioni, indica casi specifici di sorprendente curiosità (Guantanamo, Cooch Behar, Baerle, Nagorno Karabakh) e di brucianti controversie (Gerusalemme e molto altro), conclude indicando “il roseo futuro delle frontiere”, non un auspicio, piuttosto un dato di fatto. Il bello è la splendida cartografia tematizzata che impreziosisce i sei concisi testi giornalistici, in modo di visualizzare la lettura: 41 tavole o mappe, precise e dettagliate, ciascuna con ulteriori disegni, dati, comparazioni, tabelle, definizioni, per una comprensione aiutata dal grande formato e da un eccelso lavoro grafico. Adeguata selezionata bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)