Sillabario di genetica per principianti (Le varie di Valerio 103)

Guido Barbujani
Sillabario di genetica per principianti
Bompiani, 2019
Scienza

Viventi e replicanti. Da sempre. Portiamo con noi un messaggio dal passato, le istruzioni per l’uso. Ce le hanno inviate milioni di nostri antenati. Stanno nel DNA di ognuna delle nostre circa 37 mila miliardi di cellule (che siamo noi, complessi individui umani), moltiplicatesi in maniera ordinata dall’unica cellula uovo fecondata da cui proveniamo (grazie ai nostri genitori biologici). I geni sono i singoli tratti del DNA che hanno svolto e svolgono una certa funzione, circa 20 mila, ciascuno risponde anche al funzionamento degli altri geni e ai messaggi provenienti dal contesto esterno, tutti insieme compongono il nostro genoma individuale, oltre 6 miliardi di caratteri. Condividiamo con ogni altro dei 7,7 miliardi di donne e uomini sapiens viventi (e le decine di miliardi già vissuti), vicini e perlopiù lontani, conosciuti e perlopiù mai conosciuti, il 99,9% del nostro DNA. Quello 0,1, le varianti del DNA (gli alleli), è comunque quasi tutto cosmopolita, cioè rappresentato da alleli presenti, a frequenze diverse, in tutti i continenti. Poche varianti del DNA sono esclusivamente asiatiche (l’1%), pochissime solo europee (lo 0,1), un poco di più quelle solo africane (il 7), proprio perché dalla biodiversità di quel continente deriviamo tutti, da sempre, ovunque. Al momento, i due studiati genomi più diversi fra loro appartengono a due componenti del popolo San (i boscimani) che vivono a poche centinaia di chilometri di distanza fra loro (non a molte migliaia, come noi). Certo, a livello complessivo di popolazione il genoma del nostro vicino di casa è mediamente più simile a noi che a gente lontana, ma appunto solo mediamente e solo poco di più (il 12 per cento per l’esattezza). Sono pochi gli alleli presenti solo in una o poche popolazioni, tantissimi sono ovunque, tanti in più continenti o in più popolazioni dello stesso continente. Ne deriva che assomigliamo spesso anche a persone di paesi lontani in molti dei nostri caratteri, che quasi ogni carattere umano tende a essere meticcio. Altro che razze!

Il grande scienziato genetista Guido Barbujani (Adria, 1955) ha insegnato a New York e Londra, a Padova e Bologna, ora a Ferrara; da 45 anni studia e lavora pure sperimentalmente sul DNA; prova a spiegarlo a noi principianti con chiarezza e completezza. Proprio all’inizio ci suggerisce di partire con passione da Darwin, per i più stanchi o diffidenti almeno dall’indice e dai titoli dei primi sei capitoli de L’origine delle specie. La biologia moderna, di cui la genetica fa parte, non si limita al pensiero di Darwin, ma è ancora assolutamente darwiniana, evoluzionistica. Poi spiega: DNA, RNA e proteine, i geni in funzione, il genoma, le regole dell’eredità, il precario equilibrio che ci denota, geni e malattie, geni che non ci sono (criminalità, intelligenza, amore, origini), vecchi geni (che ci sono, e bisognerà tornarci sopra, sul DNA antico), i nuovi geni (un commiato esplicativo sui cosiddetti OGM, antichi e moderni). Quel tanto che si sa, quel che non si sa, quel che si potrebbe presto sapere. In fondo aggiunge un prezioso piccolo glossario, quasi 150 lemmi, le parole sottolineate nel corso della trattazione. Il capitolo centrale affronta la genetica delle popolazioni: qui di “precario” non ci sono le molteplici conoscenze, bensì gli equilibri fissi e costanti di un gruppo umano, forse ideali per qualcuno, e però impossibili nella realtà. Tutte le popolazioni sono evolute ed evolvono geneticamente e le ragioni sono sempre le stesse, quattro: mutazione, ovvero casuali alterazioni ereditarie nella sequenza del DNA, che si ereditano (significative solo attraverso lunghi periodi di tempo); deriva genetica, ovvero variazioni casuali nelle frequenze alleliche, specie in popolazioni di piccole dimensioni (con frequente conseguente omogeneizzazione e perdita di variabilità interna, anche in tempi non lunghi); selezione in genere lenta, ovvero non casuale diminuzione o crescita, eliminazione o trasformazione, di certe caratteristiche biologiche per adattarsi all’ambiente e trasferire l’adattamento alle generazioni successive (sopravvivono meglio i più adatti, non i migliori), una selezione che può essere sia biologica naturale che anche biologica sessuale; flusso genico, ovvero la migrazione altrove (qui la definizione è meno accurata) di gruppi e individui, genomi e geni, che ha continuamente ridotto (per gli umani) la variabilità genetica generale. Un libro esemplare, colto aggiornato pulito, e bello (narrativamente) da leggere.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’impronta genetica (Le varie di Valerio 102)

Robert Plomin
L’impronta genetica. Come il DNA ci rende quello che siamo
Raffaello Cortina Milano, 2019 (orig. 2018, Blueprint)
Traduzione di Elena Stubel
Scienze (psicologia e genetica)

Dentro di noi, da quando siamo nati e in futuro. La possibilità di usare il DNA per capire chi siamo e prevedere chi diventeremo è emersa solo negli ultimi anni, grazie allo sviluppo della genomica personalizzata. Da decenni, comunque, psicologi e genetisti ci lavoravano, consapevoli che i bambini sono geneticamente simili ai loro genitori per il 50%. Sia i geni che l’ambiente contribuiscono a determinare le differenze psicologiche tra le persone. Tuttavia quel 50% forse è maggioranza assoluta, certo è maggioranza relativa, risulta più di qualsiasi altra componente all’origine dell’individualità psicologica di ciascuno di noi. Se scegliamo alcuni tratti umani e ci domandiamo quanto sono influenzati dalla genetica, le opinioni di migliaia di intervistati e i risultati della ricerca scientifica ci danno risultati diversi. I tratti che più dipendono dalle differenze ereditate al momento del concepimento sono il colore dell’iride, la statura, il peso, l’autismo, l’ulcera gastrica, le abilità spaziali, anche se non tutti gli intervistati ne sono consapevoli (soprattutto per l’ulcera, le abilità, il peso, l’autismo). I tratti che meno dipendono dai genitori sono il cancro al seno e la personalità complessiva, comunque circa il 50% la schizofrenia e l’intelligenza generale, anche se non ne siamo del tutto consapevoli (quasi per niente relativamente al cancro). Nell’ultimo secolo la ricerca genetica si è affidata soprattutto a due sistemi per scindere natura e cultura, connettere differenze genetiche e tratti psicologici: l’adozione, ovvero la crescita di bambini insieme a genitori diversi dai propri; la gemellanza, ovvero la crescita parallela di due bambini che hanno ereditato lo stesso DNA. Bisogna prenderne atto: gli effetti genetici sui tratti psicologici sono statisticamente sostanziali e importantissimi per la quantità della varianza che spiegano, gli effetti dell’ambiente sono perlopiù casuali e privi di effetti a lungo termine.

Lo psicologo americano Robert Plomin (Chicago, 1948) fin dal principio della lunga apprezzata carriera ha studiato il ruolo dell’ereditarietà sui tratti biologici, morfologici e psicologici degli umani e ora insegna proprio Genetica comportamentale a Londra. Il testo riassume e aggiorna quarantacinque anni di ricerche genetiche, di dati e possibili implicazioni, sulla salute e sulle malattie mentali, sulla personalità e sulle abilità (disabilità) intellettive. La prima parte esamina lungo nove capitoli perché il DNA è importante; la seconda in cinque capitoli offre una alfabetizzazione di genetica e biologia; ricchissime le note, non limitate ai riferimenti bibliografici. La narrazione non è brillante, contiene molti giustificati riferimenti personali, ribadisce con chiarezza il punto di vista dell’autore sul rilievo decisivo dei geni nell’indirizzare e plasmare la nostra vita. Famiglia, scuola, ambiente, esperienze sono comunque meno influenti. Questo non significa assegnare al DNA un ruolo divinatorio e subire percorsi ineluttabili, piuttosto accettarci per quel che siamo e incidere sulle mediazioni vitali delle nostre possibilità di scelta. Non siamo determinati geneticamente né programmati, meglio se capiamo un poco però come genetica e biologia influenzano davvero alcuni nostri comportamenti. Invece che subirci passivamente, possiamo percepire, interpretare, selezionare, modificare attivamente qualcosa di quanto abbiamo ereditato e creare ambienti correlati alle nostre predisposizioni genetiche; tanto più che le influenze genetiche diventano più importanti (non meno!) con l’avanzare dell’età. L’anormalità è più normale se la riconosciamo con (non contro!) gli altri.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ogni riferimento è puramente casuale (Le varie di Valerio 101)

Antonio Manzini
Ogni riferimento è puramente casuale
Sellerio, 2019
Racconti

Italia. Intorno a oneri e onori della produzione di libri e a noi ignari lettori che alcuni ne consumiamo. Le presentazioni: il 34enne romano Samuel Protti, barba rossiccia ed esperienze ecosostenibili, dopo 5 romanzi rifiutati da tutte le case editrici del paese, diventa improvvisamente celebre quando un grande editore milanese gli pubblica L’altra bellezza; ora dovrà presentarlo in giro per l’Italia, gli hanno organizzato 143 appuntamenti nei successivi tre mesi; comincia da Gorizia a gennaio, già a inizio febbraio talora piange solo in albergo, dopo la 74° presentazione a Brugherio lo chiamano dall’ufficio stampa in seguito alle lamentele per le risposte sgarbate e gli scarabocchi sulle copie, poi Como e Pavia, finché se ne perdono le tracce; un’odissea, un incubo per ogni scrittore. Le recensioni: l’incorruttibile critico milanese quasi sessantenne Curzio Biroli è il più accreditato commentatore di romanzi, intrattabile cane sciolto; detesta premi e scuole di scrittura creativa, ormai non sopporta più quel che gli suggeriscono di leggere con i continui pacchetti postali, le telefonate, le raccomandazioni; ogni giorno scrive una critica, solo che ormai sono sempre stroncature; tutti gli innumerevoli professionisti non scrittori (né lettori, spesso) operanti fra chi ha scritto (non sempre molto letto, talora) e chi compra (perlopiù in libreria, ancora) s’industriano per corteggiarlo; ci provano anche negli uffici della famosa Hyperion di Brugherio per Amore 2 punto zero, il discutibile manoscritto di Gabriele Seppi; così si rivolgono alla costosa arma finale Adoración Moretti, diversamente bella, una bomba sessuale dalla chioma rosso fuoco naturale. E Biroli forse capitola, a suo modo, i recensori sono vittime. Seguono i mitici autentici scrittori stranieri con i loro amici editori; i mitici isolati scrittori sardi nella collana Meridiani di Mondadori; i mitici librai indipendenti periferici (questa volta a Giugliano) con i loro parenti, amici, amori; le apprese arti dei ringraziamenti finali e delle dediche autografe durante i firmacopie.

L’attore, sceneggiatore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) è uno degli scrittori italiani di maggior (meritato) successo da solo sei anni, dall’avvio della mitica serie alla ricerca dello Schiavone perduto. Aveva pubblicato qualcosa di interessante anche prima e ha continuato poi ad alternare scritture varie ai romanzi e ai racconti sul vicequestore romano trasferito ad Aosta per punizione. Qui in sette brevi episodi grotteschi e surreali immersi in un vocabolario di parole appropriate, sceglie la forma del racconto con l’obiettivo di descrivere alcuni aspetti sostanziali del mondo dell’editoria per come ha imparato a conoscerlo in poco tempo sulla propria pelle, nella fama e nei drammi, nei trucchi e nelle leggende, nelle dinamiche di cultura e di mercato, nei miti tragici e nei tic ridicoli, fra i saloni di Torino, i cortili di Mantova e le tecnostrutture di Pordenone, fra circoli dei lettori, uffici di marketing e quattro amici al bar. Delizioso tutto, a tratti esilarante, con una persistente vena satirica e noir; compreso il titolo, visto che molti riferimenti non sono affatto casuali, tanto che ai ringraziati corrispondono nomi più o meno importanti di quel mondo. Solo pochi scrittori hanno fatto eccezione alla regola che sui Meridiani si pubblica solo chi non è più in vita: “ma quelli sono scrittori senza regole, esecrano tutti i dettami e nella vita fu impossibile misurarli, sia coi meridiani che coi paralleli. Sempre sfuggirono alle conte e … ai cataloghi. Liberi come la lingua e come le storie” (uno fu Camilleri). Sembra per altro che l’unico vero autentico scrittore italiano contemporaneo, Alvaro Careddu (sostiene Protti), abiti nelle campagne del maceratese o faccia il barbone in Friuli Venezia Giulia. Come al solito, discreta attenzione al panorama enologico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il destino di Roma (Le varie di Valerio 100)

Kyle Harper
Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero
Einaudi Torino, 2019 (orig. 2017)
Traduzione di Luigi Giacone
Storia

Roma e dintorni. 24 agosto del 410. Per la prima volta in oltre 800 anni (dopo la mitica monarchia, comprendendo repubblica e impero) la Città Eterna fu saccheggiata dai goti, in quello che fu il momento più drammatico nella lunga successione di accadimenti noti come “la caduta dell’impero romano”. Come poté accadere può essere valutato sotto vari punti di vista con l’ausilio di molte scienze, non solo sociali, non solo storiche. Certo, i romani fecero alcune scelte (sbagliate dal loro punto di vista, postumo) che condussero alla catastrofe. Probabilmente c’erano da tempo vari problemi strutturali (militari e fiscali soprattutto) nel meccanismo imperiale. Forse sia l’avvento che la caduta sono cicli alla lunga inevitabili per ogni civiltà dominante. E, però, occorre considerare di più e meglio il secolare contesto ecologico delle vicende dell’attuale capitale italiana e degli immensi territori interconnessi e urbanizzati, mediterranei e atlantici, conquistati intorno alla città, ai margini dei tropici, in Eurasia e in Africa; dare il giusto peso alle pandemie antonina, di Cipriano, bubbonica (sotto Giustiniano). Il destino di Roma (da cui il titolo dell’accurato studio) fu portato a compimento da imperatori e barbari, senatori e generali, soldati e schiavi, ma venne parimenti deciso da batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. Solo negli ultimi anni siamo venuti in possesso degli strumenti scientifici che consentono almeno di intravedere, spesso fugacemente, il grande dramma del cambiamento ambientale di cui i romani furono attori inconsapevoli, talora dando vita e vigore al dissesto ulteriore e alla latente pericolosa evoluzione patogena (le malattie infettive emergenti). Il modo di produzione agricolo che creò la base energetica delle società premoderne non è un fondale statico, l’antropizzazione interagì (come anche prima e dopo) in forme più o meno prevedibili, vendicative, capricciose.

Il giovane storico americano Kyle Harper (Edmond, Oklahoma, 1979) esamina circa quattro secoli di storia romana distinguendo l’impero per zone ecologiche del volubile pianeta, valutando innanzitutto i differenti impatti dei periodi climatici: dall’optimum climatico (200 a.C. – 150 d.C) alla fase di transizione fino al 450 d.C. e all’inizio della piccola glaciazione della Tarda Antichità. Ogni volta che emergono gli eventi noti che portarono i romani a cooptare intelligentemente i ceti elitari di tre continenti, con poche centinaia di propri funzionari di alto rango, decine e decine di migliaia di schiavi, battaglie e imperatori, attacchi e difese, frontiere e norme, in parallelo (con le opportune sincronie e diacronie) ragiona sullo stato della salute umana e del contesto ecologico, su malattie e pestilenze, mortalità e resilienza, energia solare e alimentare, assimilazione biologica e competizione sociale rispetto agli altri gruppi umani, recependo contributi interdisciplinari di microbiologia, geologia, climatologia, riflettendo sul ruolo della politica e delle ideologie nel modellare resilienza o meno, e comparando spesso il quadro mediterraneo con aree del resto del pianeta. Bravo! Le società umane sono profondamente radicate nei loro ambienti naturali, sono vulnerabili ai loro cambiamenti, che influiscono su ogni aspetto delle biografie individuali e collettive. L’impero romano non era sulla strada di un’inevitabile apocalisse, negli ultimi tempi era stato capace di determinare un patriottismo militare che andava oltre l’antica aristocrazia senatoria di origine laziale e mediterranea. Eppure crollò e l’autore ci aiuta a capire meglio i perché e il come. La rete globale di migrazioni e scambi aveva messo in circolazione anche le malattie, non solo idee e merci. Vi erano vari agglomerati urbani sovrappopolati e malsani, innanzitutto la megalopoli romana con oltre un milione di abitanti (e almeno 45 tonnellate di escrementi). Hanno avuto già meritato successo studi comparati sui collassi di civiltà antiche e moderne, qui si affronta con acume e precisione, con ricchissimi materiali (cartine e indici) un caso davvero paradigmatico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Umani. La nostra storia (Le varie di Valerio 99)

Adam Rutherford
Umani. La nostra storia
Bollati Boringhieri, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Sabrina Placidi
Illustrazioni di Alice Roberts
Scienza

Animali. Da quando esistono sulla Terra a prima o poi. La biologia ha quattro pilastri condivisi da ogni fattore vivente e da ogni individuo vivente, per quanto unico: universalità del codice genetico (le quattro lettere che vanno a comporre il DNA, A, C, T e G), teoria cellulare (organizzazione della vita in cellule discrete che ricavano energia dal resto dell’universo), chemiosmosi (processo basilare del metabolismo di ogni cellula per utilizzare quell’energia) e selezione naturale (intuita e spiegata da Darwin). Noi siamo viventi e siamo una specie, l’unica residua, del genere Homo dell’ordine dei primati. Il corpo dei primi pochi sapiens era abbastanza simile a quello dei 7,7 miliardi di oggi, eppure qualcos’altro è cambiato profondamente e ha reso la nostra evoluzione capace di squilibrare gli ecosistemi locali e quello globale. Vale la pena studiare e ristudiare il pacchetto delle nostre imperfette facoltà per capire cosa davvero non può essere paragonato con gli animali non sapiens. Molti dei tratti che un tempo venivano considerati unicamente come umani non lo sono: altri animali utilizzano strumenti, fanno sesso non per riprodursi e tra membri dello stesso sesso, comunicano in vario articolato modo. Ogni percorso evolutivo è unico ma tutti gli esseri viventi sono imparentati fra loro. L’evoluzione è cieca, la mutazione è casuale, la selezione no. La novità più grande è che noi accumuliamo cultura e la insegniamo ad altri. Trasmettiamo informazioni, non solo di generazione in generazione attraverso il DNA, bensì in ogni direzione, a persone con cui non abbiamo legami biologici diretti. Narriamo storie che abbiamo creato noi stessi. Insomma, siamo animali straordinari.

Il biologo e divulgatore scientifico inglese Adam Rutherford (Ipswich, Suffolk, 1974) ha scritto un altro bel libro (con riferimenti bibliografici composti soprattutto di articoli recenti), che ruota intorno alla frase di Amleto (Shakespeare) sull’uomo come “capolavoro” anche attraverso “il paragone degli animali”. Per la comparazione sceglie gli elementi cruciali, nessuno solo nostro, tutti più e specialmente nostri: gli strumenti e gli utensili, il sesso, l’anatomia bipede, il linguaggio con parole e simboli. Illustra le tecnologie di delfini e spugne, uccelli e scimmie; affronta le pratiche sessuali più o meno piacevoli di svariati animali; ogni volta evidenzia che abbiamo antenati comuni per quanto oggi stentiamo a crederlo e vediamo solo lo specifico accumularsi e trasmettersi della cultura umana. Il viaggio di ognuno di noi si fonda su migliaia di anni di conoscenze accumulate, a loro volta basate su miliardi di anni di evoluzione. La nostra cultura fa parte della nostra evoluzione ed è un errore cercare di separarle. Non è mai esistito un momento in cui un attimo prima non eravamo Homo sapiens e poi di colpo lo siamo diventati perché un gene è mutato. L’autore saggiamente accenna anche all’idea che noi siamo “un ibrido”, discendiamo da vari tipi di umani africani antichi; fa così spesso riferimento alle migrazioni, talora assegnando loro un decisivo ruolo nell’evoluzione dei caratteri umani, cita (giustamente) spesso Darwin e tuttavia mai la sua teoria a riguardo. Quel che non viene abbastanza sottolineato sono i nessi evoluzionistici dell’interconnesso fenomeno migratorio delle specie, considerato in altri testi o uno spettacolo pirotecnico da ammirare o un fatto storico conchiuso, comunque teoricamente e praticamente separato da quello umano.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Imperfezione (Le varie di Valerio 98)

Telmo Pievani
Imperfezione. Una storia naturale
Raffaello Cortina, 2019
Scienza

Ovunque e in nessuna parte. Da 13,82 miliardi di anni fa a un attimo dopo ora. In principio fu l’imperfezione, una piccolissima infinitesimale anomalia divenne scaturigine di ogni cosa. Il nostro universo è l’incessante metamorfosi di uno stato perfetto di vuoto quantistico, pieno di tutto, brulicante di oscillazioni casuali, inquieto, ribollente. Una “ribellione” degli inflatoni, una minuscola deviazione fortuita, un deragliamento e la simmetria primeva si spezzò, ne scaturì un’esotica biodiversità di particelle elementari, la materia prevalse di un soffio sull’antimateria. Si può partire da molto spazio-tempo fa per seguire la cascata innumerevole di altre asimmetrie, ramificazioni e aggregazioni e fare così la storia naturale dell’imperfezione e delle sue scientifiche leggi, durature anche nel nostro spazio-tempo. Il filosofo delle scienze naturali Telmo Pievani ci accompagna con precisione e ironia nel mirabile viaggio e sceglie come incipit per ognuno dei sette tratti di strada una citazione da Voltaire (Candido, o l’Ottimismo), protagoniste le opinioni di Pangloss, mitico insegnante di metafisico-teologo-cosmoloscemologia. Il primo tratto si conclude con l’abiogenesi, l’imperfezione biologica, quando intorno a 3,5 miliardi di anni fa emersero forme di vita autoreplicanti a partire dalla chimica della materia inanimata, una ricetta (la nostra) a base di amminoacidi, nucleotidi, zuccheri e grassi. Poi venne fuori che la membrana che li imprigionò non era impermeabile (scambiava materiali con l’esterno, nutrienti immigrati e scarti emigranti) e cominciò il gioco dell’autoreplicazione (le catene di RNA e il polimero del DNA entrarono in scena non senza casuali errori di copiatura). Per sopravvivere in ambienti che cambiano (o cambiare ambiente) bisogna saper variare, trovare compromessi instabili e precari col proprio organismo e con gli altri organismi, sempre più multicellulari e biodiversi. Non sempre ci si riesce, la maggioranza delle specie esistite si sono già estinte, batteri piante sesso animali, un mondo di possibilità. Passo passo (non c’è cronologia che tenga) affrontiamo l’evoluzionismo darwiniano, la selezione naturale, la cooptazione funzionale, i geni dormienti e i DNA spazzatura, lo sgraziato fragile ambivalente cervello umano, le nostre storie.

Telmo Pievani (Bergamo, 1970) fu allievo di un grande scienziato americano, è prorettore a Padova, oggi lui stesso maestro di cultura scientifica universale. Da secoli in letteratura va di moda far tornare antichi personaggi dei grandi classici con autori moderni, libri che avrebbero potuto scrivere Poe o Conan Doyle, Chandler o Montalban. Il suo libro ha gli stessi competente scientifico garbo, curioso punteggiato equilibrio, ricchi multidisciplinari riferimenti di quelli meravigliosi di Stephen Jay Gould (1941-2002). Pur tuttavia, al cinema continua a non andar di moda fare spoiler, nessuno me ne voglia per la sintesi del libro di Pievani, il piacere della lettura e la necessità di metterlo nella propria biblioteca non ne saranno intaccati. Da quel che ho capito le sei leggi dell’imperfezione sono più o meno le seguenti, vengono fuori pian piano dallo spazio-tempo: la contingenza cambia spesso imprevedibilmente le regole del gioco evolutivo; il compromesso vitale è risultato di interessi diversi e spinte selettive antagoniste; i vincoli storici, fisici, strutturali e di sviluppo condizionano e relativizzano pure la selezione naturale; il riuso di strutture già esistenti e sub ottimali è molto frequente; la cipolla ha molti più geni dei sapiens anche perché l’evoluzione è la trasformazione del possibile e l’eccedenza tollerabile una precondizione; la Regina Rossa (Carroll) corre all’infinito e sempre più velocemente per poter restare sullo stesso posto, pure noi (come tutti i viventi, sapienti o meno) ci ritroviamo di continuo sfasati e inadatti rispetto alle mutazioni del contesto biotico e abiotico che abbiamo intorno, ancor più da quando c’è disaccoppiamento fra i tempi lenti della biologia e i tempi frenetici della cultura. Perfettamente spiegate (nel libro).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’invenzione occasionale (Le varie di Valerio 97)

Elena Ferrante
L’invenzione occasionale
Edizioni e/o, 2019
Illustrazioni di Andrea Ucini

Italia e Europa. Negli ultimi anni. The Guardian è uno straordinario indipendente organo d’informazione inglese, compirà due secoli di vita nel 2021, settimanale all’inizio, quotidiano dal 1852, considerato da decenni riferimento principale degli elettori laburisti (liberal, radical, progressisti, di sinistra, che dir si voglia), lettura importante pure fuori dai confini dell’isola oltre Manica. Dal gennaio 2018 è in formato tabloid. Alla fine del 2017 il Guardian chiese a un’autorevole personalità italiana, Elena Ferrante, autrice di libri di successo in ricca parte del mondo, di tenere una rubrica settimanale su argomenti di varia attualità, concordati e non prefissati rigidamente dalla redazione, che avrebbe inviato temi e questioni in parte segnalati anche da Ferrante, sui quali sarebbe poi stato imbastito il pezzo autorale. E così fu, dal 20 gennaio 2018 al 12 gennaio 2019 ogni sabato è uscito sul quotidiano (che non esce la domenica) un articolo di Elena Ferrante, accompagnato da disegni del musicista e illustratore concettuale italiano Andrea Ucini (che vive e lavora in Danimarca), originariamente scritto in italiano (tradotto in inglese da Ann Goldstein), editato e titolato (da Melissa Denes). Ora, nella primavera 2019, le deliziose opere, frammenti letterari e grafiche colorate, sono cronologicamente raccolte in volume dallo storico scopritore editore italiano di Ferrante. Introducendo il libro, spiega la novità della scrittura: non l’autonoma scelta e il lavorio di cancellazioni e sostituzioni di parole frasi azioni storie, con i propri modi e tempi, bensì l’urto tra uno stimolo esterno e l’urgenza della stesura: piccole esperienze esemplari, intuizioni improvvise, conclusioni brusche. Insomma, come sintetizza il titolo, sono “invenzioni occasionali, non diverse del resto da quelle con cui reagiamo ogni giorno al mondo in cui ci è capitato di vivere”.

La data di nascita di Elena Ferrante è il 1990, quando uscì L’amore molesto, il primo romanzo con il suo nome e cognome. Da allora è una figura pubblica, incontrata da tanti in vari luoghi (a Napoli e non solo) con età e aspetto di sapiens in carne e ossa, conosciuta da molti più come autrice di bellissime narrazioni da quasi trent’anni. È con questo ruolo che rilascia interviste a distanza, subisce ricerche identitarie, paga comunque le tasse, esprime opinioni da stampare, ha collaborato col Guardian. Di chi sono le riflessioni sulla politica e il cinema, sull’infanzia e la maternità, sulla vita di coppia e il sesso, sulle prime volte e la paura, sul sonno e le piante, sulla dipendenza dal fumo e l’indipendenza dagli esclamativi, sulla letteratura e “il più straordinario dei poeti italiani” Leopardi? Certo, di una donna, visto che ad Elena corrispondono sempre desinenze femminili. Certo, di una persona di cittadinanza italiana, visto che Ferrante scrive da sempre nella nostra lingua e nel nostro contesto istituzionale. Epperò c’è l’artificio che va ancora segnalato, il filo sottile di demarcazione che lega verità e finzione, quel che pensa un cervello identificato con quel che noi pensiamo potrebbe argomentare chi è stato capace di scrivere le frantumagliose moleste storie delle amiche geniali. Per noi che siamo da sempre innamorati della scrittrice si tratta di altri bei testi illustrati da tenere accanto, per chi ancora non la conosce, non ne ha letto né visto le riduzioni telecinematografiche, di un interessante spaccato sulla vita intellettuale dei tempi moderni. “Amo il mio paese ma non ho alcuno spirito patriottico e nessun orgoglio nazionale… I caratteri nazionali mi sembrano semplificazioni che vanno combattute”. La nazionalità linguistica è “un punto di partenza per dialogare, … guardare oltre confine, oltre tutti i confini, innanzitutto quelli di genere”. “Non ho mai votato per i Cinquestelle… La guerra contro il Movimento ha impedito di vedere che il pericolo era altrove. Mi riferisco alla Lega di Matteo Salvini”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Senza confini (Le varie di Valerio 96)

Francesca Buoninconti
Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori
Codice Torino, 2019
Scienza

Aria, acque, suolo del pianeta. Da milioni di anni. Il nostro pianeta è attraversato da miliardi di animali migratori in viaggio: uccelli, mammiferi marini, terrestri e volatori, pesci, anfibi, rettili, insetti e altri invertebrati ancora. Migrano grandi e piccoli, balene e farfalle; da soli o in gruppo, percorrono migliaia di chilometri ogni anno, affrontando difficoltà e pericoli, su percorsi infidi che costano la loro vita. Più o meno si sa perché partono, per riprodursi e trovare cibo a sufficienza. Ma come fanno, chi e cosa glielo fa fare, sono questioni che incuriosiscono gli umani sapienti dall’antichità, anche Aristotele ci rifletteva (senza riuscire a capire bene), da un secolo la scienza offre alcune risposte. La maggior parte degli animali migratori vive in luoghi che hanno stagioni definite. E molto spesso proprio l’alternanza delle stagioni e dei cicli produttivi fa sì che le aree favorevoli e ricche di cibo in inverno, non lo siano per riprodursi in estate. E viceversa (tenendo pure conto che la localizzazione nei due emisferi inverte la prospettiva). Di quando e come siano nate le migrazioni non sappiamo molto, è ancora tutto da scoprire e da confermare. Molti gruppi e molte specie animali hanno iniziato da tempo: secondo le teorie più accreditate il fenomeno migratorio si sarebbe sviluppato nel Neogene (tra 23 e 2,6 milioni di anni fa), prima della comparsa delle forme umane (che poi tanto ne sono state condizionate), per poi affinarsi nelle successive fasi glaciali del Quaternario. Grazie agli stimoli ormonali, a caratteri genetici di vita e adattamento negli ecosistemi biodiversi e mutevoli, i migratori sanno quando giungono i momenti di partire e di tornare. Capacità e modalità hanno avuto una continua evoluzione. Ovunque siano diretti, con una bussola magnetica, solare o con le stelle, i migratori sanno di sicuro come arrivarci. In volo, a nuoto o in marcia non ha importanza: è tempo di migrare.

La giovane giornalista scientifica Francesca Buoninconti (Napoli) ha esaminato i più recenti studi sulle migrazioni delle specie animali di competenti ricercatori di varie discipline. Con stile curato e fresco si mette a fianco degli animali che non conoscono le frontiere fra Stati stabilite dagli umani (da cui il titolo). Pur senza un’adeguata complessiva teoria del migrare e delle migrazioni, il volume risulta molto interessante e contiene innumerevoli casi, curiosità, dati, comparazioni, spunti aggiornati, talora aiutati da disegni o mappe. La brava autrice distingue giustamente tre grandi comparti: chi si libra per aria, chi sguazza in acqua, chi calpesta terre, pur in ecosistemi sempre connessi e mai soli. Non si può che iniziare dagli appariscenti uccelli migratori, le variabili di migrazione sono quasi infinite, a corto o lungo raggio, tutti insieme o maschi e femmine differenziati, comportamenti e diete spesso adattate a luoghi e tempi. Sono i più studiati, soprattutto attraverso tre tecniche: l’inanellamento (avviato oltre un secolo fa, praticato ormai in modo diffuso e sofisticato), i radar, i GPS logger. Poi migrano volando anche libellule, locuste, farfalle, falene, pipistrelli, alcune di loro attraverso più generazioni per ogni andata e ritorno. Mari e oceani sono pieni di migranti e, forse, da oltre cento milioni di anni, come nel caso delle tartarughe marine, rettili che vivono in mare aperto, le cui femmine nidificano sulle spiagge (ricordandosi pure quelle “natie”). I cetacei, invece, hanno le pinne e sanno cantare, la comunicazione canora è cruciale. Mancano ancora notizie certe sull’incredibile traffico delle specie dei pesci, come si regola precisamente, ognuna e accanto alle altre, circa dolcezza, temperatura, correnti delle acque: qualcosa in più è noto per tonni e sardine, salmoni e anguille. Infine vengono narrati gli animali terrestri: pinguini, gnu, zebre, elefanti, renne (e persistenti popolazioni umane nomadi), caribù, antilocapre, cervi mulo, rane, anfibi, granchi. Nello scenario globale, il cambiamento climatico di origine prevalentemente antropica sta lasciando il segno anche sui migratori: sfasamento delle temperature e delle tempistiche, alterazione delle reti alimentari, fughe e nuovi adattamenti da stanzialità a migratorietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il razzismo è illegale (Le varie di Valerio 95)

Livio Pepino (a cura di) per Arci, Asgi, GruppoAbele, LibertàGiustizia
Il razzismo è illegale. Strumenti per un’opposizione civile
Edizioni Gruppo Abele Torino, 2019
Politica e diritto

Italia. 2019. Oggi subiamo anche un “razzismo di Stato”. L’odio razziale ha scalato le stanze del potere e si è trasformato in programma di Governo. Gli antefatti culturali furono tanti e proseguono nella totale inconsapevolezza del ruolo dell’Occidente nell’innesco delle migrazioni e nel pensiero diffuso di identità nazionali escludenti e contrapposte. L’antefatto giuridico risale purtroppo alla prima legge del 1998 (nota come Turco-Napolitano) che assumeva le migrazioni come fenomeno negativo, era cauta nell’accoglienza e formalmente inflessibile nel controllo delle irregolarità. Una vera e propria svolta repressiva fu indotta dalla legge del 2002 (nota come Bossi-Fini); un ulteriore salto di qualità razzista si è verificato nell’ultimo anno con il governo Conte-Salvini-Di Maio. Risulta ancor più evidente che il razzismo è uno dei veicoli di cui si serve l’establishment per mantenere il proprio potere e i propri privilegi, indirizzando la protesta verso veri e propri capri espiatori: chi ha e può meno, i poveri soprattutto (non esattamente una novità nella storia delle civiltà). Eppure, tutti i dati degli ultimi decenni ci dicono che non siamo di fronte a una pressione immigratoria insostenibile, né in Europa né tanto meno in Italia. La Costituzione italiana è stata tradita, in particolare con il decreto-legge Salvini 113/2018, convertito con modifiche nella legge 132/2018, un uso improprio della decretazione d’urgenza che crea cittadini di serie B, erode e lede l’effettività del diritto d’asilo, annulla la protezione umanitaria, toglie la libertà personale agli stranieri. Il testo viene esaminato con molta precisione e chiarezza, sottolineando come smantelli il modello (pur contraddittorio) di accoglienza diffusa in vigore dal 2002, lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: chi arriva va parcheggiato in attesa che vada via, stop, ciò si propaganda e ciò si vorrebbe ottenere in odio a geografia e storia.

Il magistrato (dal 1970 al 2010) Livio Pepino (Caramagna Piemonte, 1944) è stato presidente di Magistratura democratica e dirige ora le Edizioni Gruppo Abele. Per conto anche di altre tre grandi associazioni nazionali ha redatto, curato e assemblato un ottimo lavoro collettivo di dodici personalità (Alessandra Algostino, Daniela Consoli, D’Amora, Masera, Miraglia, Montanari, Pallante, Chiara Sasso, Schiavone, Nicoletta Vettori, Nazarena Zorzella) con l’obiettivo di contrastare il crescente diffuso razzismo “istituzionale”: leggi, provvedimenti, ordinanze, dichiarazioni di pubbliche autorità contro gli stranieri che vivono nel nostro paese e contro quelli che vi arrivano (o cercano di farlo), atteggiamenti che fanno da cemento unitario della destra ma hanno anche visto la sinistra inerte o subalterna o complice. Sono atti in contrasto con la Costituzione italiana, con ogni principio etico e con i fondamenti del nostro sistema giuridico, rispetto ai quali reagire sia con il rifiuto e la disobbedienza civile, sia in positivo, mettendo insieme esperienze, definendo adeguati strumenti e creando una cultura diversa. La seconda parte del volume è dedicata alle proposte operative: come ridurre i danni delle norme recentemente approvate, quali provvedimenti solidali approvare nelle amministrazioni locali, come garantire protezione e accesso ai servizi a chi ne ha bisogno. Viene spiegato in teoria e in pratica il “diritto di resistenza” (di cui parlarono Dossetti e Mortati alla Costituente): come costruire una rete di esperienze virtuose ed efficaci, quali progetti già sono stati avviati per le microaccoglienze e microassistenze, quali ong e navi di soccorso possono essere sostenute nel Mediterraneo. E l’ultimo capitolo è dedicato al ruolo dei giudici: a loro occorre chiedere imparzialità e terzietà, non neutralità rispetto ai principi e ai diritti sanciti dalla carta costituzionale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Guida alla letteratura noir (Le varie di Valerio 94)

Walter Catalano, Luca Ortino, Giuseppe Panella, Pasquale Pede, Leopoldo Santovincenzo
(a cura di Walter Catalano)
Guida alla letteratura noir
Odoya Bologna, 2018
Letteratura

Letteratura noir, policier, mystery, Kriminal, hard-boiled, gialla. Ultimo secolo. Per le storie di crimini e misteri si suole risalire alla Bibbia o, almeno, a Poe, quasi due secoli fa. I libri del genere hanno avuto alterne ma crescenti produzione e diffusione, successo un po’ ovunque nel mondo. E innumerevoli ricostruzioni critiche, definizioni linguistiche e nazionali, articolazioni tecniche e comparate. A un certo punto, per il tramite della critica francese alla storia del cinema americano, a cavallo della guerra poco prima della metà del Novecento apparve il termine “Noir” come genere o sottogenere assestante. In Italia l’utilizzo è divenuto via via talmente pervasivo che ha finito per sostituire il nostro tradizionale e intraducibile “Giallo”. Ancora oggi tutto è noir e nulla più è proprio un giallo. Questa confusione giustificato un interessante libro di orientamento culturale per lettori, più o meno appassionati. Cinque esperti (a vario titolo) ci offrono le coordinate precise (o volutamente imprecise), gli autori giusti, i romanzi chiave per leggere meglio la letteratura noir, il cui fascino irresistibile risiederebbe proprio “in un’aura che permea ma non determina”, in un carattere apofatico: “può essere definito solo tramite negazioni”. La prima parte del volume riassume i principali differenti tentativi di definizione, sia illustrando alcune (non coincidenti) opinioni degli estensori sia esaminando le strette e articolate relazioni intrattenute con altri limitrofi generi o sottogeneri (Mystery, Western, Feuilleton). La seconda parte elenca le ventotto personalità (Boileau-Narcejac valgono uno) imprescindibili come “fondanti” il Noir, concentrandosi quindi su tanti statunitensi, alcuni francesi (7), pochi inglesi (2), un solo italiano (Scerbanenco, “unico maestro di tutti”).

Gli operatori editoriali Walter Catalano (coordinatore) e Luca Ortino, il docente universitario Giuseppe Panella, lo psicoanalista collezionista Pasquale Pede, il regista Leopoldo Santovincenzo hanno realizzato una guida utile sia ai neofiti (per un percorso di letture mirate) sia ai cultori (per approfondire e sviscerare). Ognuno di loro ha scritto uno o più brevi saggi di critica letteraria e raccontato vari fra gli autori, faticosamente selezionati (con trasparenti contrasti). I magnifici 28 sono tutti maschi: Boileau-Narcejac, Brown, Bunker, Burnett, Cain, Chandler, Chase, Chaze, Ellroy, Giovanni, Goodis, Hammett, Héléna, Higgins, Himes, Izzo, Malet, Manchette, McCoy, Raymond, Scerbanenco, Simenon, Spillane, Thompson, White, Willeford, Williams, Woolrich. In ordine alfabetico, ciascuna personalità viene presentata sul piano biografico e bibliografico con segnalazione dei testi imprescindibili (nell’edizione italiana) e corredo di foto, disegni e copertine; poche chiare pagine con un unitario schema di trattazione, citazioni e impatti. In appendice Pede esamina i pubblicatori e le pubblicazioni del Noir, negli Usa Pulp & Paperback, in Francia Marcel Duhamel e la Série Noire, in Italia le fortune e le sfortune connesse quasi soltanto alla logica e all’evoluzione del Giallo Mondadori fino alla svolta degli anni ottanta. Segue un indice dei titoli (più che dei nomi) delle centinaia di romanzi citati. Emerge come davvero il Noir sia innanzitutto stile, movimento, sensibilità, atmosfera di disagi e incompiutezze. Come la vita.

(Recensione di Valerio Calzolaio)