Le varie di Valerio/33: Addomesticati

Richard C. Francis
Addomesticati. L’insolita evoluzione degli animali che vivono accanto all’uomo
Traduzione di Francesca Pe’
Bollati Boringhieri, 2016
Scienza

Milioni di anni, 200.000 e 12.000 anni fa, ora e poi. Qui, sul pianeta. Senza animali domestici e piante coltivate, la civiltà umana come la conosciamo non esisterebbe. Quelle famiglie e quei generi di esseri viventi esistevano prima che apparisse il genere Homo, la loro evoluzione è cambiata quando hanno cominciato a convivere pacificamente (loro) negli ecosistemi umani e, ancor più, dopo la cosiddetta rivoluzione neolitica, quando la popolazione umana ha cominciato a crescere vertiginosamente, da circa 10 milioni agli oltre 7 miliardi attuali (come anche la popolazione di alcune specie di quei generi e famiglie), distribuendosi sempre più in ogni angolo del pianeta. Nessuna specie addomesticata si è mai estinta. Però tutte si sono dovute “sottomettere”, adattando una quasi assoluta mansuetudine verso Homo sapiens, che si è sostituito alla natura assumendo l’ampio controllo del loro destino evolutivo. Il primo auto-ammansimento avvenne perlopiù mediante selezione naturale; la selezione artificiale intervenne più tardi, in qualche caso in tempi molto recenti. Gli esseri umani sono divenuti via via una componente decisiva (ma solo parzialmente consapevole) del regime di selezione. Prendiamo i cani: nel giro di 30.000 – 15.000 anni la selezione imposta dall’associazione con l’uomo ha causato alterazioni evolutive mai subite dalla famiglia dei canidi nei 40 milioni di anni precedenti. Colore del pelo, struttura dello scheletro, cranio, comportamenti sono variati tantissimo e con dinamiche accelerate, con conseguenze sempre imprevedibili, effetti collaterali imprevisti, a conferma della natura conservativa dell’evoluzione, anche quando alcuni processi sono rapidi.

Richard C. Francis è un saggista scientifico americano indipendente che, dopo il dottorato di ricerca in neurobiologia presso un’università di New York, ha pubblicato numerose ricerche specialistiche in neurobiologia evoluzionistica e sviluppo sessuale, lavorando presso l’università della California a Berkeley e la Stanford University ancora a New York. Nel 2015 ha pubblicato l’ultimo interessante saggio: “Domesticated. Evolution in a Man-made World”. Francis esamina la storia evolutiva e il processo di domesticazione (compreso l’avvento dello specialismo selettivo professionale meno di due secoli fa) di volpi, cani, gatti, puzzole, furetti, procioni, visoni, suini, bovini, pecore, capre, mufloni, renne, dromedari, cammelli, cavalli, topi, cavie nello loro complesse varianti. Non si tratta di capitoli separati, i fili scientifico e narrativo sono unitari, con intermezzi interdisciplinari. Prima della domesticazione si usano soprattutto biologia evoluzionistica e archeozoologia, poi genomica, evo-devo ed etologia, con una ricchissima bibliografia, esperienze personali, parallelismi e comparazioni, figure sulle ramificazioni sistematiche classificatorie, disamina di genotipi e fenotipi e delle razze antiche e moderne, varie appendici di approfondimento. Le specie convivono comunque: prede e predatori, dominanti e parassiti, antenati retaggi ibridazioni isolamenti omologie. E nei secoli recenti si approfondiscono le ragioni diverse della domesticazione: l’alimentazione, il ruolo nell’ecosistema, l’utilità per lavori e movimenti, la compagnia, l’utilità delle varie parti del corpo, la sperimentazione. Continui sono i riferimenti alla mobilità e alle barriere, utilizzando congruamente il “migrare” senza purtuttavia una tematizzazione specifica: loro che migrano e noi che li seguiamo, noi che migriamo e loro che ci seguono, noi che antropizziamo ecosistemi nuovi adattandoli e adattandoci, loro che si co-adattano, tutto vero, ma anche il migrare è in sé un fattore evolutivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/32: Storie di Natale

AA. VV.
Storie di Natale
Sellerio, 2016
Traduzione di Maria Nicola per Giménez-Bartlett

Racconti

La vigilia di Natale, o giù di lì. Da più parti. Quel 24 dicembre a Bologna c’era maltempo. Il volo GX5566 delle 18.35 per Palermo fu prima annunciato in ritardo, poi cancellato. Sembravano assenti le condizioni sia per atterrare (l’aeromobile era quello del volo da Madeira) che per decollare (però altri apparecchi arrivavano e partivano); un folto gruppo di viaggiatori, circa centoquaranta persone (verso la Sicilia per i più svariati motivi) restavano in tesa attesa di assistenza, fra notizie e voci di tutti i tipi, ognuno cercando più volte di aggiornare chi attendeva a Palermo. La compagnia stava affannosamente cercando soluzioni alternative. Non la faccio lunga, a molti lettori in movimento sono accaduti episodi analoghi in qualche aeroporto una qualche volta, soli o accompagnati, per turismo o lavoro, andata o ritorno, misti anche per età e nazionalità. Dopo qualche ora furono approntati per la maggior parte dei passeggeri (quelli che preferivano tentare comunque di arrivare in serata) due pullman per Firenze-Peretola, dove l’aeromobile era riuscito ad atterrare. Stava ormai per farsi mezzanotte, iniziò a nevicare. Un autista avvisò chi era a bordo della difficoltà di muoversi; insulti e minacce lo indussero ad avviarsi comunque in autostrada (mentre l’altro pullman andava in un albergo vicino Bologna). Sul tratto appenninico proseguire fu impossibile, la stessa autostrada venne chiusa. Molto tempo dopo seguirono l’arrembaggio in un autogrill spento e altre vicende inenarrabili, tutte da leggere, questa è una storia di natale che è accaduta veramente. O no?
Alla fine del 2016 l’editore Sellerio ha chiesto a sette grandi autori della “scuderia” (perlopiù celeberrimi “giallisti”) di narrare a proprio modo il sacro 25 dicembre. Francesco Recami (Firenze, 1956) esce dalla milanese casa di ringhiera e ambienta il mitico pranzo natalizio in un autogrill circondato dalla neve, isolato da tutto e tutti. È il racconto più comico e divertente (e anche più lungo) di una raccolta interamente godibile, comunque siano andate le feste trascorse. Andrea Camilleri ci racconta del bravissimo pescatore Tridicino Sghembari (nato a Vigàta il 15 maggio 1810) e delle scoperte avvenute in quattro dei suoi natali: il primo incontro con la violenza delle dragunare, la grande conchiglia per la moglie incinta, le due anfore d’archeologia, l’altra conchiglia per la vita. L’esistenza “è come la risacca: un jorno porta a riva un filo d’alga e il jorno appresso se lo ripiglia”. Giosuè Calaciura dei due fratelli Santo e Santino, il primo, più grande, quattordicenne, è un ragazzo speciale. Antonio Manzini interseca a Roma le vicende della comparsa Enzo De Dominicis, precario figurante di film e fiction, 43enne basso e brutto, e dell’ambiziosa collega Monia (o Giada) Breccoli, 25enne bellissima, capelli lunghi e neri, occhi verdi, che lo ha appena lasciato, puntando in alto. Fabio Stassi ci consegna una traversata tempestosa e struggente da Palermo a Ustica, forse quella stessa del vaporetto con a bordo Antonio Gramsci nel dicembre 1926: un musicista in catene (suonava il piano nei cinema durante i film muti) parla al presente e in prima persona (gli altri racconti sono tutti in terza), incarcerato dal fascismo, lui coinvolto per amore nell’attacchinaggio di due manifesti, pensa alla madre, a Lisa, soprattutto a Giuseppe e Maria: “la libertà è un’allucinazione, quando non è un privilegio”. Francesco M. Cataluccio parte da Milano e dall’ufficio di Felice Settembrini presso la casa editrice Pompazzi Barbieri per imbattersi poi in un laboratorio “letterario” di un ristorante greco. Infine, Alicia Giménez-Bartlett illustra nel racconto più breve il curioso incontro a Barcellona fra un padre, pittore separato, dispiaciuto per il mancato arrivo della figlia da Madrid (dove vive con la mamma, sua ex moglie) e una giovane testimone di Geova, magra e incinta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/31: Boncinelli e Giorello

Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello
L’incanto e il disinganno: Leopardi
Guanda, 2016
Scienza

Recanati, Italia. 1798 – 1837. Quella di Leopardi è una filosofia autentica, vissuta sofferta cantata articolata. Nei Canti, nei Pensieri, nello Zibaldone, nelle Operette Morali mostra una chiara (malinconica) visione della realtà: il mondo non è stato creato apposta per la specie umana, la natura si guarda bene dal mantenere le promesse che noi intuiamo e per le quali ci illudiamo, l’essere umano gode del (discutibile) privilegio del tedio o disagio esistenziale. Pur essendo vissuto prima di Darwin e delle sue ottime osservazioni e considerazioni biologiche, Leopardi insistette con acume razionale, sensoriale e poetico sul fatto che siamo solo una delle tante specie viventi in “natura”, comprimari dunque e inevitabilmente “traditi” dal vivere, chiamando spesso “male” solo ciò che non corrisponde alle aspettative individuali, via via più consapevoli dopo le nebbie mentali dell’infanzia in cui tutto pare gradevole e ragionevole (non ovunque, non per tutti). Fu capace di affrontare con lucidità e poesia coerenti il rapporto fra materia e spirito, la problematica del tempo, la sorpresa della parola e l’arte della fuga. E amò molto la scienza e la laica coscienza della propria finitezza. Risale al 1813 l’autografo (non era ancora quindicenne) della mirabile Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXI, “la più sublime, la più nobile fra le Fisiche scienze”, in cui esaminò rigorosamente anche i calendari del matematico Gaio Giulio Cesare e poi del pontefice Gregorio XIII; e trattò credenze e scoperte, teorie e personalità (da Platone a Tolomeo, da Copernico a Galileo, da Cartesio a Newton) poi ricorrenti in tutti i suoi scritti, dando abbrivio a quel noto scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa. E senza negarsi l’infinita gioiosa possibilità come unica, struggente, indomita necessità.

I milanesi Edoardo Boncinelli (Rodi, 1941, genetista) e Giulio Giorello (Milano, 1945, epistemologo) sono due grandi intellettuali europei, già capaci di dialogare e scrivere insieme. Alla vigilia degli anniversari leopardiani (180° dalla morte e 220° dalla nascita) consegnano alle stampe un interessante volume con due saggi scritti nello stile dei loro frequenti contributi su riviste e inserti culturali: “L’uomo e la natura. Leopardi e la filosofia” lo scienziato, “Desiderio d’infinito. Leopardi e la scienza” il filosofo della scienza. Nessuna pedante trattazione sistematica, con note e rassegne critiche degli studi; piuttosto una colta scrittura agile e gradevole, narrazione chiara e pungente (non l’inizio del secondo saggio), lunghe stimolanti citazioni di Leopardi, insomma una reinterpretazione originale del favoloso giovane recanatese, densa di riferimenti ai temi filosofici e scientifici di cui si parla oggi, sottolineando la “tendenza malinconica”, antidialettica. Non del tutto convincenti sono semmai le scelte dei due studiosi “agganciati”: Luporini per la filosofia (negativamente), Timpanaro per la scienza (positivamente). È buono e giusto sbeffeggiare i progressisti “razionalizzanti”, tuttavia nel 1947 si usciva da fascismo e guerra, si doveva superare la lettura calligrafica crociana di Leopardi e ci si doveva confrontare con le spiegazioni “romantiche”, molto e molti altri andrebbero criticati, tanta acqua è poi passata sotto i ponti. È buono e giusto osannare lo straordinario filologo marxista (fiorentino d’adozione), tuttavia il rigore critico spesso si accompagnava a una prospettiva militante che giunse a definire Leopardi “verde” ai primi tempi dei “Grünen” tedeschi. Del resto, Luporini e Timpanaro (e Binni) vengono spesso trattati all’interno di un unitario nuovo corso della critica leopardiana, tanti decenni fa. Poi molto si è ragionato sugli aspetti filosofici e scientifici. Boncinelli e Giorello aggiungono qualcosa di utile, anche nel dialogo che chiude il volume, “oltre il poeta romantico”, natura ironia e sentimenti come strumenti di conoscenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/30: Benacquista e Pennac

Tonino Benacquista e Daniel Pennac
Lucky Luke contro Pinkerton
Disegni di Achdé
Traduzione di Marco Farinelli
Nonaarte, 2010
Illustrazione e grafica

Far West. 1861. L’avvocato Abraham Abramo Lincoln (1809-1865) fu il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, il primo ad appartenere al Partito Repubblicano. I sudisti ce l’ebbero subito a morte con lui. Si era appena insediato e dovette sfuggire a un attentato a Baltimora. Lo aiutò a salvarsi Allan Pinkerton (1819-1884), fondatore dell’omonima celeberrima agenzia investigativa da Chicago nel mondo. Pinkerton sosteneva che il leggendario eroe Lucky Luke, senza macchia e senza paura, usava metodi ormai sorpassati nella lotta contro il crimine. Sono ormai i suoi tempestivi agenti ad arrestare i fratelli Dalton e poi una banda di falsari con le banconote fasulle. Sfruttano la nuova era delle comunicazioni e delle tecnologie (schedature, spionaggio, indagini scientifiche), nuove politiche e parole d’ordine (carcerazione preventiva, diffamazione, tolleranza zero). Il cowboy solitario subisce vari colpi alla credibilità e all’immagine, rischia il linciaggio, ormai si atteggia a pensionato. Le prigioni vengono sommerse di tantissimi nuovi detenuti senza il suo contributo: inchieste e delazioni abusive, prove sommarie, poteri di sicurezza concentrati e segreti, processi lampo, molti errori. E gli stessi Dalton protestano per l’arrivo in carcere del ministro della giustizia, rimpiangono Luke, beneficiano addirittura di un condono per sovraffollamento e sconto di pena, odiano Pinkerton, ricominciano a rapinare. Bisogna reagire!

Le prime avventure di Lucky Luke apparvero nel 1947, creatore il belga francofono Morris, pseudonimo di Maurice de Bévère (1923-2001), per una saga giunta a quasi 90 volumi. Il protagonista è indimenticabile e indimenticato: l’uomo che sparava più veloce della sua ombra. Dice la scheda: “originario del Texas, ha contribuito all’arresto di Cards Devon, Doc Dokey, Joss Jamon …” e molti altri. Il principale sceneggiatore fu René Goscinny, noto poi anche per Asterix con Albert Uderzo, artisti. In onore di Morris, due grandi scrittori francesi, anche discendenti di italiani, Daniel Pennac (Casablanca, 1944) e Tonino Benacquista (Choisy-le-Roi, 1961) hanno benissimo sceneggiato qualche anno fa una nuova avventura disegnata da Achdé, allievo di Uderzo. Si sono divertiti immaginando una sensata rivalità con il furbo arrivista destrorso inventore della moderna investigazione burocratica. I personaggi ci sono tutti, dagli animali (l’arzillo cavallo dell’eroe Jolly Jumper e lo stupido cane poliziotto Rantanplan) ai tanti comprimari reali di varie epiche epoche e scorribande western o noir: non solo Lincoln e Pinkerton, anche Eliot Ness, Buffalo Bill, Davy Crockett, Billy the Kid, Jim Thomson, Mac Carthy. Ne vien fuori uno scoppiettante colorato testo con continui rimandi e battute, rispettoso dell’originale, documentato nei riferimenti storici, attento ai temi del (nostro) presente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/29: Robinson

un-piacere-selvaggioJo Robinson
Un piacere selvaggio. La giusta alimentazione per una salute di ferro
Einaudi, 2016
Traduzione di Giuliana Lupi
Salute e gastronomia

Prima di mangiare. Ovunque siate. Tutti gli abitanti del pianeta si nutrivano di piante e animali selvatici fino alla diffusione dell’agricoltura (dopo l’ultima glaciazione) da diecimila anni fa sporadicamente diacronicamente in avanti. Poi, quattrocento generazioni di agricoltori e decine di migliaia di genetisti, hanno avuto un ruolo nel trasformare le piante spontanee, che (per millenni inavvertitamente) sono stati privati di alcuni nutrienti “chimici” importanti contro le malattie, gli insetti, la dannosa luce ultravioletta e gli erbivori. Le nostre colture selettive hanno sottratto potere terapeutico a ciò che mangiavamo e mangiamo. Da oltre un secolo l’industrializzazione degli alimenti ha fatto perdere molti sapori e altri nutrienti, oltre a inquinare. Eppure alcune varietà hanno conservato ancor oggi molto del contenuto nutritivo dei loro antenati selvatici, a prescindere da grandi immagazzinamenti e distribuzioni. E molto possiamo salvarne ancora se gli alimenti vengono conservati, preparati, cucinati da ciascuno in modo attento e consapevole. Ciò riguarda in particolare frutta e ortaggi. Da una parte le lattughe, gli agli, le patate e le altre radici commestibili, i pomodori e gli avocadi (frutti della famiglia delle bacche), broccoli e crocifere, legumi, carciofi, asparagi, mais. Dall’altra parte mele, mirtilli e more, fragole e lamponi, i frutti a nocciolo, l’uva e l’uvetta, gli agrumi, la frutta tropicale, i meloni e i cocomeri. Si tratta di riconoscere le varietà più salutari, controllare bene cosa comportano freschezza e colori, trovare le modalità appropriate in cucina (se e come cuocerli, a esempio). Si può fare.

La giornalista americana Jo Robinson (1947) da decenni conduce ricerche sul rapporto fra alimentazione e salute. Collabora con quotidiani e organi di informazione, ha scritto tantissimi apprezzati testi corredati (come questo) di ricca bibliografia storica e scientifica. Un piacere selvaggio (Eating on the Wild Side. The Missing Link to Optimum Health, 2013) è stato appena tradotto e fa riferimento al piacere per la salute e per il gusto del mangiare meglio, consapevole che alcune delle selezioni umane delle varietà non contemplavano gli effetti sulla prima e che il secondo può essere educato, affinato e mediato con opportune mescolanze. Ogni singolo ortaggio o frutto viene analizzato per la sua più antica origine alimentare geograficamente collocata (prima delle migrazioni delle specie e umane), per le caratteristiche nutrienti mantenute o perse, per modi e colori con i quali arriva oggi nei supermercati e nelle tavole, per come (tempi e forme) andrebbe conservato, cucinato e mangiato a casa o eventualmente coltivato nell’orto. Rispetto alla necessità di cibi buoni, puliti, giusti si tralascia un poco sola la terza, guardando a correggere e strutturare i consumi individuali; anche così si può retroagire sul mercato che guarda solo i profitti e trascura il benessere. Frutta e verdura possono avere fibre, proteine, vitamine, minerali, acidi grassi essenziali e zuccheri in quantità e qualità molto differenti, meglio saperlo. Sono originariamente mediterranei le crocifere (dalle coste orientali) e i carciofi (dal Nord Africa), i pomodori solo da qualche secolo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/28: Daniel Pennac

lavventura-teatrale-le-mie-italianeDaniel Pennac
L’avventura teatrale. Le mie italiane
Feltrinelli, 2007
Traduzione di Yasmina Melaouah
Teatro

In teatro. Inverno 2003 – autunno 2006. Oltre un decennio fa Daniel Pennac scrisse un’opera teatrale poi pubblicata in Francia e successivamente in Italia. Era il monologo (dedicato a Stefano Benni) di un premiato, un qualsiasi scrittore, compositore, scultore, pittore, attore, regista (o qualunque altra cosa) costretto al ringraziamento pubblico, dopo che gli sono stati consegnati un riconoscimento o un trofeo per l’insieme dell’opera. Il testo fu subito declamato, si pose il problema del suo adattamento in teatro. Per primo fu letto da Benni all’Archivolto di Genova nell’ottobre 2004. Dal luglio 2005 (anteprima a Milano in libreria) fu recitato da Claudio Bisio in giro per l’Italia. Dal settembre 2005 all’aprile 2006 fu recitato dallo stesso Pennac al Teatre du Rond-Point degli Champs Elysees a Parigi e poi, anche altrove, in Francia. Al termine della lunga serie di rappresentazioni uscì un volume del Folio Gallimard con il testo originale, il testo adattato da Pennac e, in mezzo, stupenda, la cronaca di cosa gli era capitato in teatro. A fine 2007 Feltrinelli ha fatto una pregevole congrua edizione italiana. I 21 deliziosi paragrafi parlano della creatività e del suo pubblico: dalla scrittura letteraria alla “traduzione” teatrale, dalla pagina stampata alla retorica memorizzata, dal personaggio finto all’attore incarnato, dagli automatismi all’improvvisazione, dagli errori di scena alle concatenazioni fonetiche, dalla noia alla nostalgia, dall’entusiasmo al panico. Come sempre, c’è senso del limite e pensiero ironico; la realtà ha multipli e mutevoli punti di vista.

Daniel Pennac, nato Pennacchioni (Casablanca, 1944), è un magnifico scrittore “ogni genere”. Gialli e neri, racconti per ragazzi, saghe, monologhi, diari, testi autobiografici (soprattutto su quando era “somaro” a scuola e sul successivo decennale insegnamento), pièce, conversazioni, fumetti, di tutto e di più per far divertire e riflettere. Va ringraziato. Nel gergo teatrale sono “italiane” le prove in piedi, senza costumi e movimenti di scena, le letture ad alta voce; così “Le mie italiane” costituisce sia il sottotitolo del libro che il titolo della parte cronachistica; si riferisce alle sperimentazioni dell’attore finalizzate a imparare il testo, spesso ambientate nelle vie di Parigi, accompagnato dal copione stampato continuamente appuntato. Sono note le tante variazioni intorno alla parola “grazie”; fra l’altro qualcuno di noi la usa troppo, sia come gratitudine fasulla sia come ringraziamento vero. Qui la parte cronachistica, “non” teatrale, narra in prima persona la personale avventura sulle scene. La lettura può risultare particolarmente utile a chi, di qualsiasi età e per qualsiasi ragione, debba frequentemente esprimersi in pubblico, davanti ad altri, nei luoghi e nei tempi della politica soprattutto. Ne avrà godimento e forse qualche giovamento, più capace di adattare buone strategie, al microfono o dalla platea, attivo o passivo, per trasformare il dolore in conoscenza ed evitare di trasformare i consumi in bisogni. Segnalo l’analisi qualitativa o “il diario” del pubblico, le tipologie delle risate e dei silenzi. Come sempre, non ci sono cibi e musiche; gusto e orecchio vengono appagati altrimenti.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/27: Pennac

la-lunga-notte-del-dottor-galvanDaniel Pennac
La lunga notte del dottor Galvan
Feltrinelli, 2005
Traduzione di Yasmina Melaouah
Teatro

Parigi, pronto soccorso della clinica universitaria (CHU) Postel-Couperin. Un tale incontra un misterioso grande scrittore e subito gli racconta quanto accaduto venti anni prima. Il giovane dottor Gérard Galvan stava trascorrendo il giorno (dalle 9) e la notte (di luna piena) come guardia medica tirocinante. La medicina era la più diffusa malattia ereditaria della sua famiglia, tutti medici sin dai tempi di Molière. Medico per tradizione dunque, oltretutto fidanzato con Françoise (figlia di un medico, vedi tu), avevano ossessivamente in gestazione il primo futuro biglietto da visita (ben curato graficamente), come docente e primario di medicina interna, esperto in punture lombari. Il corridoio era sempre pieno, continue le verifiche, ogni malato uno scalino. Verso le 2 dopo mezzanotte, non sentendosi tanto bene, ancor peggio in seguito alla lunga attesa, un signore (rimasto quasi solo) crollò a terra. Durante l’ora successiva venne portato in vari reparti, affermati specialisti (chirurgia addominale, urologia, pneumotisiologia, cardiologia) riscontrarono segni e sintomi di svariate patologie, talune mortifere: occlusione intestinale, attacco di malaria, eruzioni cutanee, globo vescicolare, angina pectoris. Alla fine l’anziano paziente andò in coma. Galvan decise di assisterlo per il resto della notte, ormai era diventato un caso clinico di studio multidisciplinare; quando successe pure a lui di addormentarsi, il paziente scomparve. E lo stesso Galvan finì per cambiare mestiere, è lui a raccontarlo ora, venti anni dopo, in flash back, il finale è noir.

A un certo punto della sua eccelsa carriera letteraria, il grande Daniel Pennac (Casablanca, Marocco, 1944) riadattò o contribuì a riadattare per il teatro vari testi o racconti, realizzando pregevoli opere in Francia e in Italia, perlopiù brevi monologhi teatrali come questo, che andò in scena per l’ottimo Teatro genovese dell’Archivolto a partire dal novembre 2005, efficace protagonista Neri Marcorè. Regista e attore inserirono nel testo originale tre farseschi incisi tratti da commedie molieriane (uno da “Il malato immaginario”, due da “La gelosia del Barbouillé”). Esilarante! Da mettere nelle affollate sale di dolorante attesa notturna di ogni pronto soccorso, per sorridere di sé e del nostro superficiale rapporto con la medicina, e pure per prepararsi al peggio!! Come veterani degli ospedali siamo tutti camaleonti; ancor più quando (di continuo) pretendiamo tranquillamente di curare noi stessi, enfatici fantasiosi indulgenti, straordinariamente concentrati, concretamente inverosimili. È un piccolo delizioso volume, come ovvio in prima persona, tredici capitoletti (ancora una volta la traduzione è eccelsa), integrati dai concisi testi del regista e delle citazioni di Moliére. Sono a confronto il malato dei malati e il dottore dei dottori, per generare dubbi, con affettuosa ironia, sui soliti abitudinari incidenti domestici, suicidi abortiti, aborti mancati, bambini bollenti come pentole, automobilisti in polpette, spacciatori fatti a colabrodo, adolescenti fumati o catatonici.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/26: Mina di Sospiro

La metafisica del ping-pongGuido Mina di Sospiro
La metafisica del ping-pong. Un’introduzione alla filosofia perenne
Ponte alle Grazie, 2016
Traduzione di Alessandro Peroni (con la collaborazione dell’autore)
Sport

Un tavolo di 152,5 centimetri per 274, alto 76 con retina di 15,25. Prima, ora e dopo. Guido Mina di Sospiro è cresciuto a Milano, faceva le vacanze in montagna e al mare, lì qualche volta giocava a ping-pong. Università a Los Angeles, fidanzamento matrimonio figli (3 maschi), trasferimento a Miami dove comprò un tavolo di ping-pong ma i pargoli impararono senza appassionarsi, durante le vacanze in Italia qualche volta ancora giocava, occasionalmente anche a casa di amici a Londra. Anni dopo vinse un torneo amatoriale in crociera, passati due anni un figlio lo sfidò e lo batté mentre erano in viaggio con la famiglia, finché un medico gli diagnosticò la pressione alta, doveva praticare uno sport, scelse il tennis tavolo, saggio e appagante, ebbe pure la sua rivincita. Ormai ha un ranking altissimo (addirittura 1900 punti qualche anno fa), è felice, ne ha tratto insegnamenti su tutti i fronti della vita. Quello sport era nato per l’aristocrazia vittoriana, nel 1900 fu introdotta la pallina cava di celluloide, le racchette erano “hardbats”, ricoperte da gomme con i puntini, prive di gommapiuma tra gomma e telaio, per velocità e abilità dominavano europei e americani. Dal 1952 cominciarono a prevalere giapponesi e cinesi, avevano racchette lisce con gommapiuma, facevano ruotare la pallina, “offendevano” con il topspin più che con la schiacciata, incrementarono soprattutto scatto e tattica, trasmisero il colpo al gioco capostipite (che si imitava in piccolo) ovvero il tennis (che impedì però l’adozione di racchette congrue). Una decina di anni dopo fu standardizzato il “sandwich”, gomma puntinata (verso l’interno) più gommapiuma sottile. Fu una rivoluzione, ormai i giocatori sono quasi tutti metafisici, resiste una sciocca minoranza di empiristi. Wow!

Guido Mina di Sospiro (Buenos Aires), è tornato con i genitori dall’Argentina in Italia negli anni sessanta dove ha fatto scherma e poi il liceo, ventenne all’inizio degli anni ottanta è andato a studiare negli Usa e vi è rimasto. Pizzetto sul mento, fumatore di pipa, alto più di 1,80, scrive in inglese e ha aiutato la traduzione di questo bel libro dedicato al ping-pong (originale del 2013). Assegna giustamente essenziali funzioni vitali al nostro amato sport, il secondo più praticato al mondo dopo il calcio. Serve a capire il pianeta umano e, comunque, a vivervi meglio. Da mezzo secolo il ping-pong è divenuto un’attività studiata in laboratorio, per l’infinita combinazione di spin, velocità, angoli e traiettorie: risente di ogni progresso scientifico e tecnologico e viene collegato a discipline come la meccanica dei fluidi, la matematica avanzata, la biomeccanica umana, l’intelligenza artificiale, la scienza dei materiali. Incredibile, ma vero: un gioco controintuitivo per un intrattenimento irriverente (si cita Sheryl Crow), da “Absolute Beginners” (David Bowie). Il volume è insieme un’autobiografia di parti importanti della vita con il racconto meticoloso di molti viaggi effettuati e di alcuni incontri disputati, un saggio breve a cavallo fra sport e scienza, un romanzo di formazione (aneddoti politico-culturali, dialoghi fra amici di varie nazionalità, citazioni colte, aforismi). Le parti “filosofiche” sono le più vicine alla competenza professionale dell’autore, pur se talora rasentano un certo unilaterale fondamentalismo pongista, imperniate sulla contrapposizione tra il moderno Platone e l’antico Aristotele. Alcuni possono perdonarglielo, noi che giocammo non poco e non a stento. Giusta diffidenza, comunque, per il pensiero lineare e la superbia. Segnalo il diabete a pag. 103.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/25: Pennac

Abbaiare stancaDaniel Pennac
Abbaiare stanca
Salani, 2006
Traduzione di Cristina Palomba
(Illustrazioni di Cinzia Ghigliano)
Teen YoungAdults

Nizza e Parigi. Tempo fa. Il Cane sentiva che la sua padroncina Mela era irritata e preoccupata, da due giorni aveva pure smesso di mangiare, lui digiuna come lei, lo chiudono in cucina e sogna, trema e singhiozza ripercorrendo dolori e gioie della propria breve vita. È un randagio, nato brutto in una cucciolata di 5, scartato dalla vendita e quasi annegato, finito nella discarica di Villeneuve vicino Nizza. Lì la vecchia stanca autorevole Muso nero lo svezza e alleva, gli insegna a riconoscere odori e trovare una pista, a capire alcuni pericoli senza esitare, a schivare la roba buttata via dal camion della spazzatura, cose così. Un giorno lei viene travolta dallo sportello di un frigorifero, lui si avventura in città per cercare una “padroncina”, come suggeritogli. Scopre gerani, aranci, case ocra e cielo azzurro, ordine e pulizia. Trova subito come amico un macellaio, segue alcune passanti, ma poi viene preso dall’accalappiacani e portato al canile. Un postaccio: con la recente ordinanza del primo luglio, se qualcuno non riconosce o sceglie quelli senza padrone verranno soppressi. Stanno tutti insieme, fanno comunità, crescono legami, attendono la fine con coraggio. Quasi all’ultimo momento una coppia di turisti accompagna la figlia e, senza alcuna apparente giustificazione, viene salvato. Grazie Mela! La bimbetta è gracile, magrissima, la testa a sole acceso (capelli rossi dritti), un profumo di mela. In campeggio stanno benissimo insieme, corrono e giocano, si coccolano. Decide di dargli come nome “Il Cane”, il più originale che esista. Al ritorno a Parigi cambia tutto. I genitori restano antipatici, Mela riprende vecchi amori, lui infine fugge e trova un’altra sistemazione, finché per caso non la reincontra e decide, questa volta, di ammaestrarla meglio. Ora è di nuovo il tempo di partire per le vacanze, Mela e Il Cane digiunano, i genitori Spepa e Muschioso si sono stancati di lui

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) aveva 38 anni quando pubblicò questo romanzo per ragazzi (“Cabot-Caboche”), era insegnante e padre. Alla fine della narrazione inserì un breve testo (in corsivo): “Né ammaestrato, né ammaestratore”. Dichiarava di non considerarsi uno specialista di cani, pur avendone avuti tanti per amici: Pec (il primo, bastardo cocker biondo) , Kanh (dobermann), Louke (compagnia per le vacanze, pastore beauceron), Diane, Fantou, Susi, Benjamin, Ubu, Petit, Alba, Swann, Bibi, Bolo, Julius, Blackie, J.B., Ouapy, Xango (cane di un amico, sotto il tavolo mentre scriveva). A loro (suoi, amici di parenti, personaggi letterari) il libro fu dedicato. Peccato non abbia mai conosciuto Brio e Lilla. La postfazione è molto utile a noi umani sapienti che da migliaia di anni conviviamo con varie specie canine, serve a far capire che è necessario un certo rispetto per la dignità di entrambi. E che, se si hanno amici che ne hanno paura, i cani non vanno imposti. E che si possono lasciare senza risposta le sciocche psicoanalisi sull’incapacità di amare. E che ognuno può verificare tranquillamente di persona che sono compatibili con i gatti. E che comunque non li si abbandona mai. Nel libro si capisce anche altro: la gelosia dei genitori, l’idiozia di alcune norme, il punto di vista animale sulle città e sulle relazioni civili. È in terza persona fissa sul Cane, una bella intelligente fiaba per adolescenti e adulti. Poche e graziose le illustrazioni, ottima la copertina originale e azzeccato il titolo dell’edizione italiana (la prima del 1993).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/24: Pennac

l'occhio del lupoDaniel Pennac
L’occhio del lupo
Salani, 1993
Traduzione di Donatella Ziliotto
Romanzo avventura

Uno zoo. Da molto tempo il ragazzo è bloccato davanti al recinto del lupo, guarda di continuo l’animale nell’unico occhio aperto, giallo e rotondo, l’altro è chiuso. Il lupo era stato catturato dieci anni prima, la lupa che gli faceva compagnia è morta da una settimana e il ragazzo immobile continua a fissarlo per giorni e giorni mentre trotta, pensa (non agli uomini) e sta per i fatti suoi. Finché il lupo non decide di ricambiare lo sguardo. E il ragazzo comincia a vedere nella pupilla nera dell’animale la storia di Lupo Azzurro. Viveva in Alaska nel Grande Nord canadese, la mamma si chiamava Fiamma Nera e aveva procreato sette lupacchiotti; cinque con il pelo rosso, lui con il manto azzurro, saggio e poco giocoso, l’ultima, la settima, con il pelo dorato, Paillette. Il padre Grande Lupo era morto. Il Cugino Grigio faceva la sentinella e li aiutava a fuggire dai cacciatori, riparandosi nelle tane delle volpi. Prima gli uomini trovarono la vecchia nonna, uccidendola, poi si misero a braccare il resto della famiglia attirati da una preziosa pelliccia d’oro. Paillette si annoiava, rideva tanto, era distratta. Una sera la presero e lui intervenne; lei scappò e lui restò prigioniero e con un occhio solo. Girò di zoo in zoo, finché arrivò nella sua gabbia anche Pernice, allegra e ciarliera, gli raccontò che aveva conosciuto una lupa grandissima, Paillette, il cui pelo si era spento dopo la partenza del fratello. Ora Pernice è morta e Lupo Azzurro accetta di diventare amico del ragazzo, che ha chiuso anche lui un occhio. In quello aperto scopre che si chiama Africa N’Bia e vede tutta la sua storia meravigliosa e pericolosa in Africa.

Occorre ringraziare i propri figli per averci fatto leggere a voce alta romanzi belli come questo, più volte per ciascuno, in anni passati (e Michele per avermi aiutato anche ora). Daniel Pennac (francese nato Pennacchioni a Casablanca nel 1944) è stato a lungo insegnante in scuole complicate, ha svolto il delicato amorevole mestiere di padre, risulta un famosissimo scrittore fin dai tempi del mitico capro espiatorio Benjamin Malaussène (1985-95 in Francia, 1991-95 in Italia). In parallelo narrava anche deliziose avventure per ragazzi, quelle della serie di Kamo, altre come “Abbaiare stanca” e questa del 1984 (1993 in Italia), ben illustrata (in bianco e nero) da Paolo Cardoni. L’intensa silenziosa comunicativa amicizia fra i due protagonisti è ricca di delicatezza e di cultura non antropomorfa. I pellegrinaggi per l’Africa, gialla la desertica, grigia l’arida, verde la tropicale; le qualità affabulatorie del ragazzo, fin da bimbo; i tanti animali incontrati, prede e predatori in ogni ecosistema; la loro immagine dell’Altro Mondo (il nostro, “civile”) ci dicono che spesso la realtà umana non merita nemmeno di essere guardata, seppur solitaria l’osservazione sincera può rivolgersi altrove, l’accettazione coerente e sincera dell’altro è premessa indispensabile di ogni pacifica comprensione sociale e sano legame affettivo. Si tratta di quattro capitoli di diversa lunghezza, con pochi o tanti brevi paragrafi al proprio interno: il loro incontro, l’occhio del lupo, l’occhio dell’uomo, l’Altro Mondo. Risulta infine significativo e struggente per tutte le età.

(Articolo di Valerio e Michele Calzolaio)