Lettera a un razzista del terzo millennio (Le varie di Valerio 88)

Luigi Ciotti
Lettera a un razzista del terzo millennio
Gruppo Abele, 2019
Migrazioni

A noi, italiani. Ora, in questo secolo. È appena arrivata una lettera. Redatta da un uomo che in genere scrive poco e agisce molto, preferisce i fatti con il loro linguaggio, silenzioso ma vero. Rivolta non solo a me, chi altri avrà voglia di leggerla scoprirà che ci interessa tutti, come compatrioti. Un sacerdote famoso, don Luigi Ciotti, ha deciso di scriverci di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi. Di ogni cosa che non va si dà la colpa ai migranti, non è d’accordo. Le migrazioni non vanno sottovalutate ma governate in un modo intelligente ed è necessario parlarne senza rimozioni. Così ci ha provato. E ci è riuscito. Prende in esame tutte le paure, ne condivide l’origine, ci si confronta, allarga lo sguardo su altre emozioni e su altri fatti. Inizia dalle ingiustizie, non le nega certo, anzi conferma subito che non viviamo in un bel mondo, troppe povertà disoccupazione disuguaglianze. Prendersela con chi non c’entra nulla non fa che aggravare il problema. L’inversione di tendenza, quando cioè i figli hanno iniziato a stare peggio dei padri, è cominciata già alla fine degli Ottanta, e dunque ben prima che nel nostro Paese si affacciassero ampie immigrazioni. Eppure, il razzismo dirotta la rabbia sociale contro il capro espiatorio dei migranti, incombe come pulsione ostile e aggressiva nei confronti di chi è percepito diverso: per il colore della pelle o per abitudini di vita, lingua, religione. Si susseguono insulti e gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio; il linguaggio di alcuni media getta benzina sul fuoco e alimenta pregiudizi; alcune leggi contribuiscono a dare diritto di cittadinanza al razzismo con un inasprimento repressivo che non c’entra niente con la sicurezza. Il testo è molto descrittivo e minuzioso nelle citazioni e negli esempi, soprattutto per sfatare i luoghi comuni dell’invasione in corso, del “prima gli italiani”, dei muri, dell’“aiutiamoli a casa loro” o dell’“uomo solo al comando”.

Pio Luigi Ciotti (1945) ha deciso di trovare parole semplici e giuste per contrastare l’onda xenofoba e razzista. Non si sente, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri. Ascoltando, ribattendo, approfondendo, agendo. Sicurezza è vivere in libertà insieme agli altri, non a scapito di altri; è costruire una società responsabile, fondata su diritti e doveri, dove ogni persona sia riconosciuta nella sua inviolabile dignità. Così ci ha scritto una lettera aperta, chiara, ferma, costruttiva, colma di rispetto e pietà per ciascuno di noi, senza pulpiti, con tanti palpiti. Coglie l’occasione per offrire spunti autobiografici sulla propria vocazione e fede, sul Gruppo Abele, sul comune percorso di impegno. La sua e la loro parrocchia è la strada. Segnala di essere anche lui un migrante, trasferitosi dalla provincia di Belluno a Torino per il lavoro operaio del padre. Ricorda con precisione l’ex medico divenuto clochard, il cruciale incontro che a 17 anni cambiò la sua esistenza. Spiega i primi passi del Gruppo fra drogati, prostitute, immigrati, carcerati, disadattati, emarginati. Richiama spesso le parole di Papa Francesco e i passi dell’Enciclica, cita altri donne e uomini che hanno detto o scritto frasi significative. Conclude con la speranza e la voce dei bambini. Un libro magnifico che si legge in 30 minuti, che si può portare in tasca, che ci fa con-vivere meglio, che può aiutarci a non subire come inevitabile ineluttabile l’onda imperante contro la libertà di migrare e contro il valore di ogni persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La versione di Fenoglio (Le varie di Valerio 87)

Gianrico Carofiglio
La versione di Fenoglio
Einaudi, 2019

Bari. Qualche anno fa, una decina forse. Pietro ne ha compiuti 58 e, dopo un’artrosi quasi fulminea, deve sottoporsi a più di un mese di fisioterapia, dure lunghe sedute due o tre ore al giorno ascoltando in cuffia Bach o Mozart. Ormai gli mancano ancora solo due settimane, ma arriva compagnia nello stesso orario: un ragazzo si era rotto tutto in un brutto incidente d’auto (di cui non ricorda nulla), ha fatto a Bologna la difficile operazione di protesi d’anca e deve compiere una riabilitazione simile. Si chiama Giulio, bello ed emaciato, legge e osserva molto, risulta curioso e ama dialogare. Cambia il clima nella palestrina. Pietro Fenoglio è un maresciallo dei carabinieri a sedici mesi dalla pensione, figlio d’arte di origini piemontesi, aveva studiato Lettere a Torino, da decenni operativo in Puglia, efficiente e mite (ha dovuto vedere centosettantuno morti ammazzati), in passato estimatore di Berlinguer, frequentatore di pinacoteche, separato senza figli. Giulio Crollalanza è un laureando in Giurisprudenza, gli mancano due esami e la tesi, incerto sul futuro professionale (il magistrato?), legato alla nonna morta da pochi anni (siciliana alta e bionda, normanna, poetessa) e molto diversa dal padre avvocato, famiglia benestante, prende appunti su un quaderno con la copertina nera, pensa che sta imparando tanto dalle storie investigative che induce a raccontare, le ascolta con acume di spirito e partecipazione d’emozioni. La fisioterapista Bruna presiede ai loro esercizi fisici, li assegna e aggiorna, controlla che inizino correttamente e finiscano per tempo; è una (quasi) cinquantenne bionda separata, tonica e sorridente, solitaria e attraente, un figlio di 25 anni e una figlia di 23, entrambi lontani, alla fine degli studi. A Pietro piace davvero e Giulio è convinto che lui piaccia a lei, a prescindere dal lavoro, chissà?

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) entrò in magistratura con il concorso del 1986 rimanendovi fino al 2008 quando fu eletto senatore, non si ricandidò nel 2013 e decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha esordito come grande autore con la serie gialla noir dell’avvocato Guerrieri iniziata nel 2002. Da allora continua a farci leggere opere di eccelsa qualità narrativa, densi romanzi di vario genere e opere di educazione civile, senza ripetersi mai come stile e storia (tra breve tornerà anche Guerrieri), attento a virgole parole regole citazioni che ci sono (e a quelle che mancano). Fenoglio non è un nuovo personaggio, lo avevamo già incontrato (e amato per la misurata umanità) in romanzi e racconti di intreccio (genericamente) giallo, ambientati nella Bari di qualche decennio fa. Ora lo troviamo alla vigilia della pensione, la moglie Serena non è tornata dopo la pausa che si era presa avendo scoperto che non avevano figli per “colpa” del marito. L’unico modo per preservare le storie della vita vissuta e dei tanti casi risolti è raccontarle, soprattutto se si trova un interlocutore che vale la pena. Il romanzo è sempre in terza fissa sul protagonista, i concisi capitoli dell’incontro amorevole fra i due, agli attrezzi o in giardino, ricchi di dialoghi, drammaturgia; questa volta vi sono anche alcuni capitoli più lunghi narrati in prima, antiche vicende di crimini e criminali (più o meno) vissute dal maresciallo, la sua versione (da cui il titolo) con azioni avventurose e conversazioni investigative, mai fine a sé stesse, autobiografia. Nulla sappiamo di come trascorrono il resto delle giornate in quelle due settimane, non ci sono mai cellulari o social a distrarli. Abbondano temi epistemologici, come e quanto scientificamente si conosce: il meccanismo delle etichette, la sospensione dell’incredulità, l’ego spropositato, il discorso sull’attenzione, il telefono senza fili, e poi, di continuo, usi e funzioni di menzogne bugie errori dicerie psicoterapie e… arti marziali. Visto che tutti in qualche modo mentiamo, l’investigazione (come la narrazione) è l’arte di guardarsi lentamente intorno in senso materiale (e in senso metaforico), immaginare scenari diversi, chiarire i dubbi raccontando a ritroso, ridurre il rischio di falsità involontarie, correggere, tagliare. Così, accanto a opere espressamente commentate (Lussu, Dumas, Capote, Conan Doyle, Borges) vi sono frasi di cui non ci ricordiamo l’autore (or mi sovviene Block). Al bar un calice di bianco freddo tira l’altro, inevitabilmente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Identità culturale e violenza (Le varie di Valerio 86)

Franco Fabbro
Identità culturale e violenza. Neuropsicologia delle lingue e delle religioni
Bollati Boringhieri, 2018
Scienza

Luoghi e cervelli, io noi altri. Prima e dopo. L’unico e più originale “territorio” di un popolo si situa a livello cerebrale e mentale. La cultura è costituita da informazioni e abilità memorizzate nel cervello umano e, in secondo luogo, nei supporti materiali come manufatti, opere musicali, quadri, lettere, poemi, romanzi, contesti elettronici. Acquista significato solo all’interno di una rete sociale di più individui, gruppi popoli Stati. Anche altre specie hanno espressioni culturali, la nostra è l’unica che per manifestarle si è dotata di un linguaggio articolato simbolico (tradottosi in più lingue, parlate e/o scritte, alcune estinte). Sappiamo ormai qualcosa su quando dove come e perché. L’”invenzione” del linguaggio risale a circa 80 000 anni fa in Africa, un’evoluzione culturale di Homo sapiens che veniva da lontano (rispetto ad altre specie di mammiferi, primati, ominidi, ominini, umani) ed è andata poi molto avanti (dopo che siamo rimasti soli ed è divenuto egemone il modo di produzione stanziale agricolo). I più significativi momenti precedenti Homo sapiens riguardano: sviluppo dell’andatura bipede (4,5 milioni di anni fa), costruzione di primi utensili litici (3,3), fuoriuscita dall’Africa (2,5), controllo del fuoco e aumento della capacità cranica, affinamento delle amigdale bifacciali (1,5), costruzione di lame (0,5), lance e accampamenti (0,4). Lo stile organizzativo di con-vivere in gruppi sociali ristretti in media di 70-150 individui viene ereditato dalla nostra specie e resta invariato per decine di migliaia di anni, con punti di forza (legame bambini-madri-parenti-affini, responsabilità educative diffuse, moderazione dei sistemi punitivi) e limiti di debolezza (scarsa interazione con gli estranei, ostilità e violenza verso comunità linguistiche e culturali differenti). La successiva decisiva svolta avviene con l’”invenzione” dell’agricoltura e dell’allevamento a partire da circa dieci mila anni fa, che consente di sopravvivere e meglio riprodursi a gruppi molto più ampi, popoli, civiltà.

Il neuropsicologo e docente Franco Fabbro (Pozzuolo del Friuli, 1956) da tempo riflette, studia e spiega su bilinguismo e linguaggio, religioni e fede. Condensa ora in un chiaro volume una disamina multidisciplinare sulla crescita parallela negli ultimi millenni di ideali universalistici (integrativi di stranieri) e violenti conflitti identitari (fra istituzioni statuali). Tiene sempre in debito conto la biologia evoluzionistica e le neuroscienze per vedere se e come è possibile conciliare nella mente e nei comportamenti, sia individuali che collettivi, propensioni universalistiche e istanze identitarie, entrambe con radici neuroculturali, entrambe da rispettare e promuovere. Senza differenti popoli, lingue e culture potrebbe non esservi spazio né per un’evoluzione biologica della specie umana, né per un ricco variegato e pacifico progresso culturale e rischiare di imporsi soltanto una desolante, disumana e universale standardizzazione. Serve ragionare bene sia sulla spinta alla violenza sia sull’esigenza di religione. Una certa aggressività intraspecifica è presente in tutte le specie di vertebrati, per l’accesso al cibo o a partner sessuali; fra i mammiferi può essere difensiva, predatoria o di dominanza (soprattutto umana, organizzata e maschile). Quella di dominanza interpersonale non viene approfondita. D’altra parte, in tutte le religioni coesistono nella forma e nelle pratiche, caratteristiche identitarie e aspetti universalistici. Visto che, come per la lingua, esistono strutture cerebrali che rendono possibile l’acquisizione di qualsiasi religione (e opzione relazionale più o meno aggressiva) appare decisiva la prima decade della vita: insegnamenti di storia e geografia delle tradizioni religiose, educazione bi o plurilingue, approcci al pensiero critico e scientifico, induzione all’autoconoscenza. Pochi cenni all’essenziale questione del fenomeno migratorio come straordinario fattore evolutivo della nostra specie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il pianeta umano (Le varie di Valerio 85)

Simon L. Lewis e Mark A. Maslin
Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene
Einaudi, 2019 (ed. orig. 2018)
Traduzione di Simonetta Frediani
Scienza

Terra. Eoni, ere, periodi, epoche, piani. Il nostro pianeta natale funziona come un unico sistema integrato: componenti fisiche, chimiche e biologiche (comparse circa 4 miliardi di anni fa), oceani, atmosfera e terre emerse sono tutti collegati. Noi, Homo sapiens, specie saggia, siamo un’aggiunta biologica recente. I cambiamenti ambientali causati dalle nostre attività sono aumentati al punto che oggi le azioni umane costituiscono una nuova forza della natura, che determina in misura crescente il futuro del pianeta. Ripercorrendo la storia sociale della nostra specie troviamo quattro transizioni principali che modificarono in modo fondamentale sia le società che gli impatti sul sistema, due legate alle forme d’uso dell’energia, due all’organizzazione umana: la prima circa 10500 anni fa derivò dalla nascita dell’agricoltura (cattura diretta di maggiore energia solare), la seconda dal “colombiano “scambio transoceanico di specie a partire dal Cinquecento, la terza dall’estrazione di antichi depositi concentrati di energia solare (con conseguente reimmissione in aria) a partire dalla fine del Seicento, la quarta dalla creazione di una rete di istituzioni globali dopo l’ultima guerra mondiale. Gli effetti cumulativi sono paragonabili a quelli di altri eventi geologici di scala globale e, combinando le parole greche traducibili con “uomo” e “recente”, gli scienziati di varie discipline da tempo riflettono se e da quando vi sia stato l’inizio di un nuovo strato sedimentario (ancora in corso ovviamente) che possa essere definito Antropocene. E su cosa ci aspetta. Vi sarà una quinta transizione a nuova forma di società umana, forse in grado di mitigare i nostri impatti sull’ambiente e di migliorare la vita delle persone? Oppure stiamo andando verso un collasso?

Gli scienziati inglesi cinquantenni Simon L. Lewis e Mark A. Maslin hanno scritto un ottimo testo di approfondimento teorico e divulgazione colta. Sono convinti che le scelte politiche dei prossimi decenni possano determinare la rotta di gran parte dell’umanità per un periodo di tempo molto più lungo e, per permettere la costruzione di risposte intelligenti, chiariscono benissimo qual è la posta in gioco, partendo da quando qui la vita è iniziata, nella notte dei tempi, in cui la Terra si formò per aggregazione di particelle con la gravità che attraeva materia fino a formare un oggetto grande come un pianeta (4,54 miliardi or sono). La geologia è scienza umana e da secoli aiuta a ricostruire la storia terrena (terrestre), pur condizionata dalle preoccupazioni dominanti nelle varie fasi, che fossero e siano religiose, politiche o filosofiche. La stessa suddivisione del tempo è stata via via dibattuta e aggiornata sulla base delle tracce fossili. Gli autori riprendono e rivalutano molte narrazioni classiche, attraverso una chiara comparazione scientifica interdisciplinare: la discesa dagli alberi, l’agricoltura prima rivoluzione energetica, la globalizzazione 1.0, i combustibili fossili seconda rivoluzione energetica, la globalizzazione 2.0 che ci ha condotti a toccare i confini planetari. L’argomentata tesi è che, dall’inizio del mondo moderno del Cinquecento, due circuiti di feedback autorinforzanti e collegati (l’investimento dei profitti per generare altri profitti e la produzione crescente di conoscenza mediante il metodo scientifico) hanno dominato in misura sempre maggiore le culture del mondo. La stimolante ipotesi conclusiva è che sia stato il 1610 il cosiddetto chiodo d’oro (golden Orbis spike), ovvero il marcatore temporale dal quale la Terra ha iniziato a procedere verso un nuovo stato, dopo aver toccato il minimo dell’anidride carbonica atmosferica presente in una carota di ghiaccio antartico. Ricchissima bibliografia, notevole apparato di figure e note, dettagliato processuale stile narrativo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il gusto di stare bene (Le varie di Valerio 85)

Antonio Moschetta e Moreno Cedroni
Il gusto di stare bene
Newton Compton Editori, 2018
Gastronomia

La buona alimentazione oggi. Ormai conosciamo abbastanza bene alimenti e cibi, quanti e quali nutrienti dovrebbe introdurre un eucariote animale cordato mammifero primate aplorrino ominide homo umano sapiente (quale è ciascuno dei circa sette miliardi e mezzo di noi) nel proprio apparato digerente, per garantirsi sopravvivenza e riproduzione, salute e benessere. C’è chi non li ha a disposizione e soffre fame, sete e malattie. Fra la maggioranza che può disporne, molti hanno poi anche la capacità di assimilare quei nutrienti cucinati secondo il personale gusto che ha ereditato o sperimentato, da solo o comunitariamente, con apporti e abbinamenti non solo locali. La scienza che si occupa più da vicino dello studio delle basi molecolari dell’interazione dei singoli nutrienti con il DNA e il metabolismo dell’individuo è la nutrigenomica. Può aiutare a calibrare le nostre abitudini e i nostri cibi alle esigenze individuali e all’evoluzione sanitaria, a personalizzare il nostro percorso nutrizionale lungo le stagioni e gli anni. Lo stato di salute dell’organismo (gestione delle malattie e durata di vita) è legato al Dna, tanto quanto alla mediazione di un’alimentazione corretta e di un’attività fisica costante. Gli studiosi hanno evidenziato alcune relazioni fra l’insorgenza di specifiche malattie e l’eccessiva ingestione di specifici alimenti (meglio che ognuno si documenti e valuti). Inoltre, i troppo diffusi sovrappeso e obesità si possono misurare anche con la circonferenza addominale (meglio che gli uomini non superino i 94 centimetri, gli 88 le donne). Occorre introiettare se e come contribuiscono i vari alimenti nel bene e nel male: cereali e carni, latte e olio, pesce e frutta, verdure e spezie. La strategia vincente consiste nel seguire una dieta varia ed equilibrata, diversificando le fonti e apprezzando conseguenti ricette più appetibili possibile (in termini anche di costi-benefici). Leggiamoci sopra le informazioni e i consigli giusti!

L’esperto ricercatore e medico Antonio Moschetta (Bitonto, 1973) e il creativo cuoco e ristoratore Moreno Cedroni (Ancona, 1964) hanno scritto un bel volume a quattro mani, ciascuno più per la parte di cui è competente. Tutta la verità sul cibo che fa vivere a lungo e in salute con le ricette di un grande chef è un testo unitario che nelle prime (quasi) cento pagine illustra le proprietà benefiche (e malefiche) di quanto e come possiamo mangiare, con glossario e bibliografia, e nelle seconde (quasi) duecento pagine dettaglia la composizione la preparazione, la realizzazione e il relativo consiglio medico per (quasi) cento elaborati culinari distinti in: centrifugati, cocktail, pane, breakfast, antipasti, fermentati, pasta, minestre, secondi di pesce, secondi di carne, legumi, hamburger, contorni, uovo, frutta, dolci, rivisitando infine anche una decina di ricette della tradizione gastronomica italiana (fra cui, non a caso, l’adriatico stoccafisso all’anconetana). Moschetta insegna all’università in Puglia e svolge studi anche per l’AIRC, in particolare sulle correlazioni fra scelte nella dieta e prevenzione dei tumori. Cedroni è partito nel 1984 dalla Madonnina del Pescatore di Senigallia, ottenendo la prima stella Michelin nel 1996 e la seconda nel 2006, gestisce vari luoghi di ristorazione con spirito innovativo e scrive libri di cucina. Le ricette sono abbastanza semplici e i consigli medici servono a creare consapevolezza su come e quando gustarsele riducendo i rischi; sono una sorta di valutazione d’impatto sanitario di quanto mangiamo bene, sulla base della divulgazione alimentare scientifica dei primi paragrafi. Se si vuole trovare una combinata pecca riguarda il poco spazio per il male e l’eventuale bene dell’alcool (fra gli alimenti) e l’assenza degli abbinamenti col vino (nelle ricette).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ospite e il nemico (Le varie di Valerio 84)

Raffaele Simone
L’ospite e il nemico. La Grande Migrazione e l’Europa
Garzanti, 2018
Filosofia e antropologia

Europa. Negli ultimi anni. Raffaele Simone osserva che a partire dal 2015 si è rovesciata sull’Europa una sottovalutata Grande Migrazione di massa, menziona alcuni episodi, dati e fatti del fenomeno, valuta sbagliato il modo in cui istituzioni pubbliche ed élites dirigenti l’hanno ricevuta, riflette sui possibili effetti sociali, culturali e politici che derivano dall’impatto. Non ha senso essere “pro o contro”, è gigantesca e crescente. Ed è altrettanto sbagliato negare che sempre più sarà un’inondazione tempestosa. Cerchiamo di capirla e di organizzare risposte adeguate, fin qui tutto giusto e scontato. L’autore è convinto che il processo abbia avuto inizio nel 2015 (l’anno in cui s’impennerebbe il flusso precedente di ondate intermittenti non particolarmente numerose), reso inquietante dal terribile intreccio di altri fattori globali estremi (soprattutto la crisi economica e l’attività terroristica). Secondo lui, non è proibito il confronto con le Invasioni Barbariche, diversi i mezzi ma non i moventi e i rischi di dissoluzione (dell’Impero o dell’Europa). La Grande Migrazione supera per imponenza e drammaticità le due più recenti ondate verso l’Europa, avvenute nel secondo Dopoguerra (dal Sud al Nord dell’Europa) e alla fine degli anni Ottanta (dall’Europa balcanica e slava verso Ovest) e sarebbe diversa da quelle preistoriche perché proveniente soprattutto da zone (Africa sub-sahariana e Asia centrale) che non avrebbero acquisito la moderna mentalità stanziale occidentale. L’autore rileva opportunamente che il diritto relativo al migrare ha due facce ben distinte: andarsene dal proprio paese, entrare in un paese “altrui”. Suggerisce preliminarmente di riflettere su due opzioni (frequenti): chi insiste sulla Colpevolezza per il passato cattivo e sostiene che l’Europa se lo merita; chi enfatizza un progetto di Grande Sostituzione degli europei da parte dei nuovi arrivati. Entrambe parziali.

L’autorevole linguista Raffaele Simone (Lecce, 1944) si è già spesso scagliato contro le mine ideologiche del Politicamente Corretto e lo fa anche qui, con consueta ripetitiva verve polemica. Ce l’ha con l’incoscienza e l’impreparazione mostrate dalle istituzioni europee e perlopiù con chi ancora amministra mite accoglienza sulla base del presunto principio costituzionale dell’”inclusione illimitata” (considerato molto sbagliato), proprio dell’Ideologia Europea. La prima parte (“Il presente e l’ombra del passato”) è colma di affermazioni apocalittiche, niente affatto scientifiche sul piano evoluzionistico, ecologico, antropologico e statistico, spesso superficiali e categoriche, con la scusa banalizzata di contrastare le (altre) ideologie. Manca l’analisi approfondita e comparata del fenomeno migratorio nella storia e nella geografia dei continenti (e del nostro). Trasuda astiosa contrapposizione verso alcuni noti intellettuali francesi del Club Radicale (fra gli altri Balibar e Withol de Wenden), confondendo il politicamente scorretto con lo scientificamente inesatto, come se, quando non si è d’accordo, sia poi conseguenza indispensabile usare linguaggi offensivi e assolutistici. La seconda parte (“Figure di un evento fatale”) riveste un indubbio interesse culturale. Pur non mancando ulteriori sfoghi retorici, l’autore riflette sul comportamento dei popoli antichi, greci e romani (da cui il titolo) verso nemici, ospiti e stranieri. Pur mantenendo arbitrarie comparazioni all’attualità, con acume e dotte citazioni individua quattro angolazioni d’analisi e dedica a ciascuna un godibile capitolo: chi può cercare accoglienza (da vicino o lontano, invitato o inatteso, pellegrino forestiero fuggiasco, sconvolgente o meno); come l’accoglienza può manifestarsi (figure, schemi e rischi del multiculturalismo); cosa possono diventare l’accolto dopo l’insediamento e il paese accogliente dopo gli arrivi. La terza parte (“Il segno del futuro”) prende in esame le prospettive e, con qualche realismo, il breve, medio e lungo periodo. L’autore opportunamente distingue paura e odio, xenofobia e razzismo e suggerisce di prestare più attenzione alla complessità e alle emozioni collettive. E di studiare meglio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Festa al trullo (Le varie di Valerio 93)

Chicca Maralfa
Festa al trullo
Les Flâneurs, 2018
Moda

Puglia, alto Salento, valle d’Itria, Ostuni, contrada Pascarosa. D’estate, forse proprio venerdì 12 agosto 2016. C’è una gran bella festa al C-Trullo: trenta ettari di terra, cancellata antica sul viale di pini verso l’edificio padronale (ancora non ben ristrutturato) con balconcino, a cento metri ampia piscina non senza idromassaggio, dietro la casa dei custodi contadini (ora anche per ospiti) con corte, poi soprattutto la trulleria (a sei coni) con una nuova magnifica area residenziale e quattro altri coni diroccati più distanti, l’agrumeto con venti piante di aranci, dieci di limoni, tre di mandarini, un cedro, e ancora la vite, gli ulivi, i grilli. Tutto stasera è un set cinematografico: la proprietaria è originaria dei luoghi, 45enne di Cisternino, famosissima influencer, mammasantissima della moda internazionale, Chiara Laera, in gioventù modella di successo, ora fashion blogger e stylist editor, sorridenti occhi azzurri e lunghi capelli biondi, volto lentigginoso ed esile, non classica bellezza ma fascinosa e magrissima; la festa serve a lanciare l’emergente 27enne fasanese (Pezze di Greco) Vanni Loperfido; per la sua nuova collezione hanno scelto il nome ciceri&tria, il piatto tipico a km0 (base di ceci e pasta fritta), squisito (se ben preparato, come ora). Piccole casse ben nascoste trasmettono musica a volume altissimo per tutti i gusti, i circa trecento agghindati ospiti passano da un artigiano figurante all’altro (mozzarelliere, cartomante, cestaio), ballando e mangiando prodotti biologici (qualcuno molto bevendo, facendo sesso o altro), mentre un drone e vari addetti riprendono e fotografano il lecito in diretta su ogni social possibile, in vista pure di un film. Fra palme, ombrelloni e fuochi d’artificio l’architetto del restauro sembra proprio rilassato nella poltrona gonfiabile in acqua.

La giornalista pugliese (girovaga) Chicca Maralfa (Bari, 1965) esordisce nella fiction con un testo di scoppiettante prorompente modernità, letto socialmente prima dell’edizione (campagna di comunicazione teaser). Non finisce qui, sono già pronti altri due romanzi. La narrazione è in terza varia al passato, l’incedere originale ed elegante, un poco ripetitivo verso la fine, con una chiusura peraltro ben congegnata. Opportuni divertenti e certificati gli innumerevoli brevi detti e proverbi fasanesi (tradotti in nota). Pur debordando inevitabili anglismi, è un testo consigliabile pure a colleghi lettori antiquati, sconcertati da parlamentari che fanno spettacoli più che norme, da ministri che con tweet e post si sentono più influencer che servitori pubblici. Tutto avviene in una notte, anche se a ogni personaggio significativo e a ogni relazione vitale sono poi dedicati spunti e narrazioni di flashback o backstage. Sullo sfondo uno scontro di civiltà, il conflitto tra vecchio e nuovo, culturale e generazionale (ai tempi della terribile Xylella, questione fitosanitaria e maledizione biblica, tornata purtroppo oggi attuale): i nativi contro gli invasori del Nord e gli stranieri, chi resta ancorato ai vecchi contenuti dell’esistere e chi asseconda ormai solo una modellistica dell’apparire e dell’avere. Il nuovo è la corte di Chiara, succubi e professionisti che le ruotano intorno e dipendono dal suo stile; il vecchio è rappresentato dal custode contadino residente nel podere (e geloso della memoria) Mimmo Montanaro, 65enne figlio del colono della vecchia proprietà, sposato con Memena (titolare della ricetta riportata in fondo come brand), padre di due ragazze, per vent’anni operaio specializzato licenziato quando la fabbrica aveva chiuso. Durante i due tre anni della ristrutturazione era entrato in aperto aspro continuo screzio con l’architetto Sante D’Elia, omosessuale milanese grande amico di Chiara, la quale (presunta colta indigena) cerca comunque sempre di far conciliare gli opposti. Mimmo si sente minacciato dallo sbarco invadente di presenze aliene (manageriali e turistiche) dentro spazi, valori e tradizioni che considera sacri; e medita una qualche rivalsa per salvare il proprio ecosistema, naturale ed esistenziale. Rosé di primitivo e negramaro rosso. Colonna sonora variegata e spumeggiante (la compilation è sul sito dell’esperta autrice).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Invasori (Le varie di Valerio 92)

Pat Shipman
Invasori. Come gli umani e i loro cani hanno portato i Neanderthal all’estinzione
Carocci, 2017 (Orig. 2015)
Traduzione di Anna Maria Paci
Scienza

Europa. Ultimi cinquantamila anni. Un superpredatore, il moderno Homo sapiens fece il suo ingresso nell’ecosistema euroasiatico un po’ più di 45.000 anni fa. Dalle nostre parti, da qualche centinaia di migliaia di anni c’erano altre specie umane, in particolare i neanderthaliani. Noi siamo stati una specie molto invasiva, dopo poche migliaia di anni siamo di fatto rimasti l’unica specie umana in Europa e sul pianeta, abbiamo favorito l’estinzione di altri mammiferi di grossa taglia (megafauna), abbiamo sostituito piante e vegetazione spontanee con specie domesticate, abbiamo iniziato a far pagare un prezzo alto alla biodiversità globale. Gli ecosistemi sono entità complesse, intersecati e tenuti insieme da una rete di cooperazione, simbiosi e dipendenza reciproche. Quando i nostri progenitori s’imbatterono nei neanderthaliani in Eurasia, questi erano intelligenti, abili, ben adattati al loro ambiente; eppure loro si estinsero e noi no. La convivenza è durata poche migliaia di anni, le due specie erano non del tutto incompatibili sotto il profilo genetico, vi era già stata e è proseguita una qualche ibridazione (con discendenza fertile). Pare che non li abbiamo uccisi tutti o tanti, che vi sia stata competizione per le risorse ma la nostra prevalenza non sia dovuta a un’aggressiva conquista militare. Probabilmente le ragioni sono altre, hanno a che vedere con la biologia delle invasioni e i cambiamenti climatici: abbiamo occupato spazi e ci siamo adattati meglio. Allo sconvolgimento faunistico e ambientale avvenuto tra 45.000 e 35.000 anni fa, con rapide oscillazioni climatiche, sopravvissero lupi e uomini moderni, non è escluso che fossero anche predatori “alleati”, in grado di guardarsi nelle sclere (come mostra la copertina) e di sconfiggere i mammut.

La stimata antropologa americana Pat Shipman (Scarsdale, 1949), ex-docente alla Penn State University, dopo decenni di studi specifici di tassonomia e di archeologia fossile, nel nuovo millennio si è dedicata a biografie scientifiche e a questioni generali di paleo ecologia. Siamo noi gli invasori che le suggeriscono il titolo, meglio esserne consapevoli; mentre il sottotitolo non riassume l’insieme delle informazioni e riflessioni contenute poi nel testo. Per lunghi meditati capitoli l’autrice ragiona sulla competizione interspecifica negli ecosistemi, anche cercando di cogliere le dinamiche possibili rispetto ad assenza o presenza di umani; valuta le piramidi trofiche con produttori vegetali, diversi erbivori animali (consumatori primari) e consumatori secondari come insettivori e carnivori; chiarisce cosa in un ecosistema determina l’arrivo di una specie di predatori, con un esempio relativo all’habitat del parco di Yellowstone; segnala la lunga attività terrena di specie umane prima di e accanto a noi sapiens, i neanderthaliani in un vasto territorio dalla Spagna alla Russia, dal Galles al Medio Oriente. Forse, tra le capacità che a un certo punto mostrammo ci furono una notevole flessibilità della caccia (non solo con agguati) e della dieta (onnivora) e la domesticazione di un canide. Shipman lo definisce lupo-cane, segnalando peculiari caratteristiche, che si combinarono sinergicamente con quelle umane e ci rese specie quasi imbattibile nell’ecosistema europeo intorno a 40.000 anni fa. L’autrice conclude riconoscendo che nell’ipotesi vi sono anche “punti di debolezza: domande senza risposta, parametri non misurati, lacune nelle evidenze difficilmente colmabili”. Una cosa considera certa: il nostro ruolo negli ecosistemi del mondo è di invasori e ci si sta ritorcendo contro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le origini della civiltà (Le varie di Valerio 91)

James C. Scott
Le origini della civiltà. Una controstoria
Einaudi, 2018 (Orig. 2017 Against the Grain. A Deep History of the Earliest States)
Traduzione di Maddalena Ferrara
Storia

Mesopotamia, Mezzaluna fertile. Tra 8.500 e 3.600 anni fa. È un luogo comune che, dopo la fine dell’ultima glaciazione, la domesticazione di piante e animali da parte di Homo sapiens abbia condotto alla sedentarietà e all’agricoltura stanziale. Sbagliato. Vi sono di mezzo circa cinquemila anni in cui la maggior parte degli umani viveva in altro modo, la sedentarietà precedette la domesticazione ed entrambe esistevano molto prima che apparissero villaggi agricoli. Certo, quello contadino fu il primo lavoro vero e proprio, però chi lo faceva, costretto per ragioni di sussistenza e mancanza di alternative, stava peggio, non meglio. La vita fuori dai campi coltivati e poi dalle residenze agricole era materialmente più facile, libera e sana, almeno per gli umani non schiavi (per loro era pessima ovunque). Qui l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla Mesopotamia, la piana alluvionale meridionale a sud dell’odierna Bassora tra il Tigri e l’Eufrate, il paese di Sumer, poi la zona dei Sumeri. L’intervallo di tempo particolarmente approfondito va dalla cultura di Ubaid al periodo babilonese antico, con al centro la fase chiave della costruzione delle città murate (Uruk e poi altre) e della formazione degli stati primordiali. Si parte da lontano, dalla prima domesticazione (come controllo della riproduzione), quella del fuoco (Homo erectus, quasi mezzo milione di anni fa in Africa) e si va oltre quella contadina di piante e animali, per interpretare così anche l’assoggettamento degli schiavi allo stato e delle donne nella famiglia patriarcale. Fu un periodo cruciale per tutta la successiva enorme costruzione dell’impronta umana sulla Terra, un anticipo dell’Antropocene.

Lo scienziato americano di politica e antropologia James C. Scott (Mount Holly, New Jersey, 1936), docente a Yale, esperto finora soprattutto di stati antichi e anarchismo, ha dedicato l’ultimo quinquennio a studiare meglio il nesso ecologico nell’era del Neolitico fra mobili cacciatori-raccoglitori e primi contadini residenti, fra cereali e organizzazioni amministrative. All’inizio la popolazione mondiale non crebbe. La faticosa opzione stanziale sarebbe stata poi imposta dalle circostanze climatiche, risultando biologicamente vantaggiosa per il lentissimo saldo attivo fra maggior tasso di fertilità e riproduzione pure rispetto al maggior tasso di malattie infettive croniche acute e mortalità infantile. L’autore sottolinea le questioni cruciali, capitolo dopo capitolo, con molti dati e feconde riflessioni: l’importanza dei cambiamenti climatici e particolarmente delle terre umide nel garantire l’approvvigionamento alimentare; l’affollamento di popolazione che si determinò con conseguenti malattie epidemiche; la specificità del grano (da cui il titolo originale) nel determinare condizioni per la creazione delle mura e degli stati (obbligato lavoro fisso e duro, misurazione registrazione contabilità, esazione fiscale, difesa dei raccolti, infine scrittura); la crescita di poteri sovrani e il controllo della popolazione interna ed esterna tramite schiavitù, guerre, deportazioni; la fragilità climatica, epidemiologica e sociale dello stato antico e la lunga epoca d’oro dei barbari o selvaggi che potevano razziare chi stava “fermo”. Rimarchevoli sia le note che gli spunti, talora solo provocatori e non sempre efficaci. Molte le figure interessanti e originali (foto, mappe, schemi), ricca bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Per ridere aggiungere acqua (Le varie di Valerio 90)

Marco Malvaldi
Per ridere aggiungere acqua. Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio
Rizzoli, 2018
Scienza

Un computer. Domani, forse. Quando una macchina riuscirà a scherzare allora sarà davvero intelligente, per farlo dovrebbe forse “processare” il linguaggio umano. Parte da queste domande, come al solito inconsuete e conturbanti, Marco Malvaldi (Pisa, 1974), ottimi studi e seguiti universitari da chimico (1992-2005), affermato autore di gialli noir umoristici (dal 2007 Sellerio, almeno 12 romanzi e 11 racconti, oltre la metà con Massimo del BarLume protagonista), competente efficace divulgatore scientifico (dal 2011 una decina di testi con varie case editrici, da ultimo sempre Rizzoli).
Parte da esempi ed esperimenti in corso sui computer per evidenziare la difficoltà delle risposte: il modo in cui parliamo è aperto, impreciso, incompleto e spesso ambiguo. Il primo capitolo è dunque dedicato a capire meglio come funziona il linguaggio umano. Cita subito il grande Guareschi e lingue molto diverse come olandese e giapponese (credo le parli in modo fluente), sottolineando come lo scritto derivi dal parlato e tenda alla ridondanza (lo mostrano anche le analisi delle frequenze delle lettere e, poi, delle parole) e all’interdipendenza (il significato non dipende dalla statistica). Il meccanismo del capitolo iniziale continua: Malvaldi esprime concetti e nozioni solo dopo aver trovato testi ed esempi che li illustrano con il sorriso sulle labbra: la combinazione delle parole in frasi attraverso strutture ricorsive e discorsi (necessariamente) astratti, il vantaggio sociale del linguaggio umano come conoscenza condivisa (da almeno due individui), la relazione asimmetrica tra la lingua e il modo in cui noi le diamo significato, le particelle funzionali che collegano le parole di una frase come struttura portante, le aree del cervello destinate alla decodificazione. Tutto per arrivare all’umorismo!
Il riso nasce dall’inaspettato, convoglia due diversi significati, o due diversi punti di vista, nella medesima frase, vallo a spiegare al computer! Il divertimento nasce proprio dal cambio di direzione, la risata ne è un possibile effetto, realizzato solo quando separiamo la realtà dalla finzione e il contesto non ci trasmette rischi per la nostra esistenza. Il riso è un vantaggio evolutivo (Darwin insegna, seriosamente), è uno strumento di cui ci serviamo anche per scoraggiare e penalizzare i comportamenti asociali, l’emozione è curativa. Malvaldi fa riferimento alla filosofia, alla semiotica, alla psicologia cognitiva. Interessante ma non approfondita la citazione di Pirandello sulla differenza fra umorismo e ironia, fra ridere di altri con altri e trasmettere pensieri oppositori relativizzandoli. Suo malgrado, si riscontra notevole uso anche del pensiero ironico: quando può fa battute sulla Juventus (da tifoso contro) e sulla Lega (da politico contro), ineccepibili (da juventino). E attinge a piene mani dall’esperienza di narratore: sono le storie a stimolare le capacità di astrazione cerebrale, è il riso di pancia che aiuta a nascondere indizi. Il comico serve per imparare a non fidarsi del proprio cervello e come collante sociale. Insomma, prima o poi, premendo i tasti giusti, varrà forse la pena di insegnare al computer non solo a riconoscere, contare, mettere in ordine, ma anche a riconoscere l’ambiguità. A cosa servirebbe, se mai ci riuscissimo? L’umorismo è comunque la strada maestra per arrivarci. Ottimo, sintetico, godibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)