Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2016

christmas-tree-toilet-paperA ruota libera e senza farla tanto lunga.
Questa volta via veloce tra libri letti e spiluzzicati. Per spiluzzicati intendo quelli di cui ho visionato almeno una trentina di pagine in qua e là nella solita libreria di Siena. Sarà mia cura indicarli.

Inizio con Occhi nel buio di Margaret Millar, Mondadori 2016.
Una famiglia tormentata quella degli Heath. La morte per malattia della madre Isabel e un incidente d’auto che toglie la vita a Geraldine, la ragazza del figlio John, e rende cieca la figlia minore Kelsey al centro della vicenda tormentata e tormentante. Chiaro che ci lascia le penne. È il momento dell’ispettore Sands, uomo di statura normale, di mezza età, che sembra più alto per la sua magrezza, eternamente solo (non è sposato) e stanco. Un delitto del presente e un incidente automobilistico del passato che si intrecciano e danno vita a dubbi, ipotesi e congetture dentro una cornice da brivido. Splendida ricostruzione finale dell’ispettore con l’immancabile colpo a sorpresa.

L’uomo autentico di Don Robertson, Nutrimenti 2016.
luomo-autentico“Don Robertson è stato ed è uno dei tre scrittori che mi hanno influenzato quando ero un ragazzo che stava cercando di diventare un romanziere (gli altri due sono Richard Matheson e John D. MacDonald)” scrive Stephen King nella sua Introduzione. Un bel viatico e, dunque, un forte stimolo alla lettura. Qualche parola in più qui è d’obbligo.
Vediamo. Houston in Texas. “Herman Marshall guardava di traverso la pioggia.” È il personaggio principale. Ha settantaquattro anni. La moglie, Edna, giace sul letto d’ottone. Sta per morire. Il figlio Billy è già morto. A diciassette anni di meningite spinale. Arrivano i ricordi, a ondate, con un continuo ritorno al punto di partenza. Lì, in quella stanza. Fratello minore maltrattato dagli altri tre, prima base in una squadra di quasi professionisti, ottimo giocatore di scacchi, autista di camion, uccisore di nazi in guerra. Una vita in giro a bere e scoparsi ragazze, cameriere, puttane, mogli di pastori. E ora è davanti alla sua Edna ad ascoltare la “rivelazione”. Billy non è suo figlio ma di un suo amico, Romero, il messicano.
E ancora il tempo passato che si affaccia, spinge e non da tregua, frasi in corsivo, dirette, che sfrecciano nella memoria: la sofferenza del figlio, gli amici, i vecchi che si intrattengono al Top of the World con la birra che scende a fiumi, le loro stupide barzellette, le pisciate continue al bagno, qualche figura particolare tra gli ubriaconi che si lascia dietro una scia di morti, comprese le tre mogli, i quattro figli e i sei nipoti. E poi Edna, il suo incontro, l’innamoramento, la passione, la terribile verità, la voglia della moglie di farla finita. Che sia lui toglierla di mezzo…
E via, di nuovo Herman a correre indietro negli anni con il suo eroe Tom Mix di cui ha visto tutti i suoi film, Tom Mix che uccide tutti quegli sporchi farabutti e fuorilegge e avrebbe fatto qualunque cosa per essere come lui; i pensieri e le domande su Dio, sull’inferno e il paradiso, gli applausi di quando giocava a scacchi, il momento in cui Edna si concesse a lui per la prima volta, il matrimonio, la guerra, l’uccisione dei soldati nemici, l’amicizia con il messicano Romero…
C’è tutta la vita, la stramaledetta vita in questo libro, già pubblicato nel 1987. Così com’è. Nuda e cruda. Un paese per vecchi con la loro schifosa puzza di piscio e qualche sbandata di sentimento. Con le avventure, gli errori, le umiliazioni, il senso di colpa e l’istinto brutale che ci accompagna anche nei momenti più teneri e delicati. A chiusura il classico colpo finale, insospettato, tragico e terribile che inchioda il lettore. C’è tutta la stramaledetta vita in questo libro.

poirot-e-i-quattroIl rapporto giallo-scacchi mi ha sempre incuriosito. In effetti parecchi pezzi grossi dell’indagine poliziesca (notare la parola “pezzi” che viene a fagiolo) conoscono bene il “nobil giuoco”. Partendo dalla regina del giallo Agatha Christie che in Poirot e i quattro fa usare all’omicida l’Alfiere di Re del Bianco per uccidere l’avversario. In una maniera del tutto inaspettata (leggete il libro). Alla testa d’uovo si può aggiungere Sherlock Holmes, Philo Vance, Philip Marlowe, Lord Peter Wimsey e tanti altri. Così come tanti altri autori di successo o meno. Magari ne riparlerò più ampiamente in una mia lunghina. Chi vuole leggere le mie cose di scacchi qui e qui.

Per rimanere nell’ambito del “nobil giuoco”, colpito da fischerite acuta, ho preso (quante volte l’avrò fatto!) dalla mia libreria i tre volumi di Bobby Fischer, Ediciones Eseuve 1992, con le partite del grande campione americano commentate da altrettanti campioni, e me le sono gustate, anche se in minima parte, sulla scacchiera sembrandomi di averlo lì, accanto a me. Bello, forte, solo contro tutti. Siccome, poi, vicino ai suddetti libri ne ho trovati tre piccoli dalla splendida copertina rossa, li ho ripassati con calma senile. I primi due appartengono al reparto storia (una delle mie passioni): Il massacro di San Bartolomeo di Tommaso Sassetti, Salerno editrice 1995 e Vita di Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere di Giovangirolamo de’ Rossi, Salerno editrice 1996. Il terzo, una vera chicca, è Lucifero disoccupato di Aleksander Wat, sempre della stessa casa editrice del 1994. Cinque racconti ironici e grotteschi che aprono la bocca al sorriso. Nel primo (dà il titolo alla raccolta) Satana sta girando per le strade di una città quando si accorge, sconsolato, che gli uomini non hanno ormai più bisogno dei suoi consigli per le loro malefatte e si ritrova ad annegare la sua disperazione in un bicchiere di latte. Ha perso il suo lavoro e non gli rimane che tentare la fortuna nel… Un libro e un autore (tra l’altro morto suicida) che vi invito a leggere e conoscere.

Il diavolo, sotto le sembianze di Woland, lo si ritrova nel libro accanto al già citato (vedete un po’ le coincidenze) Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, La biblioteca di Repubblica 2002, quando arriva nella Mosca degli anni Venti per portare sia il Male che il Bene dato che ormai la società sovietica è priva di valori e disvalori. Capolavoro assoluto di fantasia, ironia, di satira sociale e politica.
Più in là c’è pure Belfagor arcidiavolo in I classici del pensiero italiano Niccolò Machiavelli, a cura di Mario Bonfantini, Biblioteca Treccani 2006. E qui la creatura infernale viene mandata da Plutone a Firenze (prenderà il nome di Federigo di Castiglia) per vivere dieci anni ammogliato “e di poi fingendo di morire tornarsene e per esperienza fare fede ai suoi superiori quali sieno i carichi e le incommodità del matrimonio.” Come a dire, secondo il noto fiorentino, uomo avvisato…

la-voce-delle-ombreCon La voce delle ombre di Paolo Lanzotti, Mondadori 2016, siamo catapultati a Venezia nel 1849, durante la difesa estrema della repubblica sotto i colpi degli austriaci. All’ex sbirro della polizia asburgica Teodoro Valier, viste le sue eccellenti qualità di investigatore, viene dato l’incarico da Daniele Manin, capo storico della resistenza, di indagare sull’uccisione di Alvise Scarpa (già sepolto), combattente volontario in prima linea, molto vicino all’ala più estrema di Sirtori. Urge scoprire l’assassino perché non si insinui che lo abbia fatto uccidere proprio lo stesso Manin.
Bel romanzo in un contesto storico in parte vero, in parte inventato (lo scrive l’autore stesso), capace di far rivivere l’atmosfera cupa e disperata di quei tragici momenti insieme a episodi e personaggi riusciti. Discussioni su questa “Italia” che ha da venire, scene miserabili, il colera che si diffonde, piccoli cortei funebri, disgraziati con la mano tesa, bambini senza sorriso (riporto integralmente), folle inferocite, lotte tra fazioni, sotto i colpi di cannone e le scariche di fucileria degli austriaci.
Con il solitario Teodoro Valier (racconta in prima persona la vicenda) che si aggira “in quel delitto come un fantasma, ascoltando le voci delle ombre”. E ne esce, anche lui stesso, come un’ombra, come un fantasma. Ma qualcosa ancora deve fare… Sicuro che lo rivedremo.

scomparsaPer chi vuole avere un’idea della situazione sociale e morale degli Stati Uniti, almeno nella seconda parte sottoposta a indagine, si becchi Scomparsa di Joyce Carol Oates, Mondadori 2016, e si ritroverà sbattuto tra reduci di guerra, criminali di ogni risma, drogati, poveri che muoiono di malattie perché non hanno soldi per curarsi e tutto il marciume dell’umanità. Con un pizzico di luce (spiluzzicato ma è un bel malloppetto).

Spiluzzicato pure Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell, Marsilio 2016, un autore che ci ha lasciato l’anno scorso e che ci offre praticamente un testo sul senso della vita (proprio nel momento in cui stava combattendo per questa). Un personaggio su un’isola, il vento, il fuoco, la casa che brucia. Ormai quasi solo, rapporto sfilacciato con la figlia, un amore appena sbocciato. E la gente crede che sia stato proprio lui ad appiccare il fuoco.

giallosveziaE, a proposito di Svezia, letto tutto con bella soddisfazione GialloSvezia di Asa Larsson, Stieg Larsson, Henning Mankell e altri, Marsilio 2016, diciassette racconti di autori noti e meno noti, direi pure sconosciuti qui da noi, con una breve introduzione sugli stessi e una interessante postfazione di John Henri Holmberg sulla storia del giallo svedese. Che dire? Difficile farne una sintesi. Molti racconti sono ambientati la vigilia di Natale con la neve che scende o è già scesa, spesso rigata di rosso sangue. Un’atmosfera candida brutalizzata dall’uomo. Delitti con l’immancabile ispettore, uomo o donna che sia, travagliato/a dalla sua vita matrimoniale e uno sguardo acuto su certi aspetti della società. Spesso il rapporto interpersonale sta alla base delle vicende narrate, un qualcosa che si è rotto nel passato (il passato riemerge sempre terribile), che può portare a tragiche conseguenze, anche se queste vengono mascherate abilmente dallo scrittore sino alla fine. C’è la vendetta di chi si sente tradita da tutti, o il pazzo omicida che cammina nella notte, bussa alle porte e uccide, travagliato da ricordi mostruosi e incubi ricorrenti. Morti e morti ma anche racconti senza un filo di sangue, di puro intrattenimento e anche un po’ di fantascienza. E poi storia di bambini le cui mamme da sole non ce la fanno più, il milionario cafone e prepotente, un matrimonio sotto terra, la vendetta di un’isola… Abilità di costruzione, sapienza di scrittura, ora intensa, ora lieve, drammatica, leggera, ironica secondo l’occorrenza. Ottimo livello con qualche piccola caduta che diciassette racconti possono produrre nel lettore una certa ripetitività. Ricordo anche gli ultimi due libri di racconti letti e qui recensiti Menti pericolose di Jeffery Deaver, Rizzoli 2016, e Rebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.

un-pomeriggio-da-ammazzareUn pomeriggio da ammazzare di Shelley Smith, Polillo 2016. “In viaggio verso l’India a bordo di un piccolo aereo privato, Lancelot Jones è costretto da una avaria a un atterraggio d’emergenza nel deserto.” Qui farà la conoscenza di Alva Hine, che gli racconterà la sua storia, stimolata dalla domanda perché una signora inglese viva in un posto così strano e solitario. Storia di un rapporto edipico con il padre e sofferto con una bella matrigna, storia familiare di inganni e tradimenti che culmina con la morte della matrigna stessa. Mentre il nostro Lancelot ascolta paziente, attento e incuriosito, diventando una specie di detective su ciò che apprende in un pomeriggio da ammazzare. Nancy Hermione Courlander, alias Shelley Smith (1912-1998), si allontanò dalla formula del poliziesco tradizionale di allora, dando rilievo soprattutto agli aspetti psicologici della personalità criminale. In questo caso ha tirato fuori una vicenda davvero intrigante.

asso-di-quadriAncora della Polillo (in netta ripresa dopo un momento di impasse) Asso di quadri, asso di cuori di Edgar Wallace che ci presenta il noto investigatore privato J.G. Reeder, primo assistente del Procuratore Generale Inglese e tipico rappresentante degli investigatori alla Poirot, tutto cervello e niente muscoli sulla pista del Malvagio che uccide. Con gli inseparabili occhiali, ombrello e bombetta. Le due carte del titolo saranno molto utili per le indagini. Non sono uno fan sfegatato di Wallace (spesso mi ha deluso, evidentemente a mio disdoro vista la sua popolarità) ma questo, a occhio, sembra almeno buono. Mi sa che, prima o poi, lo leggo tutto.

La mogliera e la sorella consigliano Le mille bocche della nostra sete di Guido Conti, Mondadori 2010, storia di due ragazze dopo il 1946 che si innamorano fra loro. Un amore, però, “sporco” e proibito… Romanzo coinvolgente e delicato.

Dalla mia figliola Claudia letto e apprezzato il libro postumo di Anna Marchesini È arrivato l’arrotino, Rizzoli 2016, che va giù come una spremuta d’arancia. Racconta la nascita e l’infanzia della scrittrice e la storia di Maddalena nata in prigione, legate entrambe dalla figura dell’arrotino. Tra il sorriso e la commozione.

E dall’amico Stefano Piersimoni questi tre brevissimi spunti di lettura: Teutoburgo di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2016. La storia di Arminio, figlio del capo supremo della tribù germanica dei Cherusci, catturato dai romani e fatto crescere come uno di loro, ma che gli inflisse una severa sconfitta nella selva di Teutoburgo; Il giorno del giuramento di Steve Berry, Nord 2016. Nuova avventura per Cotton Malone, questa volta alle prese con vecchi esponenti del KGB decisi a vendicare in maniera estremamente spettacolare il crollo dell’Unione Sovietica; Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones, Longanesi 2016. Il seguito del famoso La cattedrale del mare, ambientato nella Barcellona a cavallo tra XIV e XV secolo. Al quarto romanzo, l’avvocato catalano risulta meno godibile rispetto ai suoi precedenti lavori.

Un giretto tra i miei libri
La ballata degli impiccati di Peter Lovesey, Mondadori 2009.
la-ballata-degli-impiccatiPeter Diamond, sovrintendente della polizia di Bath, storica città inglese, ha perso da tre anni la moglie Steph assassinata al Royal Victoria Park. Fisico aitante, forte carattere “Una cosa si poteva dire di Peter Diamond: nessuno riusciva a scoraggiarlo”, al bisogno passa alle mani anche contro la legge. Preso dai ricordi della moglie non vuole altre storie sentimentali fino a quando non arriva una lettera di una ammiratrice che poi si rivela essere Paloma Kean, ricca e divorziata…
Al dunque: scomparsa e poi trovata morta impiccata alle altalene gialle dei bambini più grandi Delia Williamson. Un signore, D. Monnington, ha cercato un approccio con lei che lavorava in un ristorante. Secondo l’anatomopatologo Bertram Sealy prima è stata strangolata e poi impiccata. E quasi sicuramente trasportata. Dopo un po’ arriva un’altra impiccagione di un uomo al viadotto di un ponte. E si tratta, guarda un po’ di… (lascio in sospeso). E due anni prima era successo un caso analogo. Urge indagare anche su questo.
Abbondanza di interrogatori, dialoghi, ritmo vivace, schema conosciuto con continui capovolgimenti di prospettive e abbordabile, abbordabilissima soluzione finale.

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.
la-bella-di-buenos-airesBiscuter a Carvalho “Lei, capo, manca di modernità”. Unico mezzo tecnico presente nell’ufficio il telefono. Immobilismo. Bisogna stare al passo coi tempi. Occorre almeno un fax per la ditta “Carvalho & Biscuter, detective associati” (intanto ci si tira su con “spaghetti alla genovese e blanquette d’agnello al curry”).
Subito la magia del fax con la richiesta di un consulto. Sparita una ragazza che avrebbe potuto essere l’Emanuelle argentina (chi non ricorda Sylvia Kristel?). Bisogna cercarla. Trovata morta come barbona assassinata da una serie di pugnalate, l’ultima al cuore. Nome Barbara Helga Singer, Palita “per i suoi colleghi di miserie”. Una ragazza che sognava di diventare una star, sfruttata e rimasta incinta. Indagine della polizia, di Carvalho e Biscuter. Nel mondo del teatro, fra i barboni che hanno la merda come corazza “sul corpo e sull’anima”.
Altri morti ammazzati, un po’ di sesso (Biscuter montato da una Pepita sbracata) anche per Carvalho dimentico di come sia fatta una donna, la buona cucina che ritorna ogni tanto (vedi l’agnello in salsa di capperi), la fissazione di bruciare i libri che non insegnano a vivere ma solo a mascherarci.
Ma chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca, il passato? O si tratta di uno spunto individuale? Una brutta vicenda che scopre una società ipocrita, fatta di compromessi, raggiri e violenza (di mezzo pure un corpo operativo speciale) delineata con un sorriso ironico leggero (soprattutto se si parla del “moderno” Biscuter, ex ladro di macchine costose) e spesso malinconico, con un buon finale da colpo di teatro.
Montalbán è Montalbán.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi, Sellerio 2007.
la-briscola-in-cinque“La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell’immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l’immaginaria Pineta… Ma caso vuole che, per amor di maldicenze e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del Bar Lume e il suo barista.”
Il primo libro di una serie fortunata dell’autore, semplice, schietto, con personaggi vivi e reali, facilmente riconoscibili in qualsiasi borgo toscano: Ampelio Viviani di anni 82, Gino Rimediotti di anni 75, Pilade Del Tacca di anni 74, Aldo del ristorante “Boccaccio” senza espressa età (così mi sembra) e Massimo il barista sulla trentina costituiscono il nucleo principale della vicenda insieme ad altri messi in risalto con pochi tocchi efficaci.
Attraverso i loro discorsi, le loro baruffe, i loro battibecchi in un toscano accessibile viene fuori il volto di una piccola società con le sue manie, i suoi pregiudizi, i suoi istinti. E poi lo stile, ora garbato ora incisivo e popolare al momento giusto, con una buona dose di affettuosa presa in giro (diciamo pure presa di culo) caratteristica peculiare delle nostre parti. Chiusura tipica da giallo classico con il barista che alla fine ci spiega tutto l’ambaradan della vicenda.

La casa dei sette cadaveri di Jefferson Farjeon, Polillo 2011.
la-casa-dei-sette-cadaveriTrovarsi di fronte a sette cadaveri non deve essere stata una bella esperienza per il ladruncolo Ted Lyte nella villa di Haven House. Più precisamente sei uomini e una donna nel salotto dell’abitazione. Durante la sua fuga precipitosa viene fermato dal giornalista freelance Thomas Hazeldean, un personaggio franco e indipendente con indole romantica, che si trovava da quelle parti con la sua imbarcazione.
Indaga l’ispettore Kendall, cervello acuto, minuzioso nelle indagini, in continua discussione con il sergente Wade (una specie di spalla un po’ dura di comprendonio). Spariti gli abitanti della villa, Mr. Fenner e Dora Fenner, la nipote. Alcuni particolari: le imposte delle finestre inchiodate, una dozzina di giornali infilati nella canna del camino, il ritratto di una ragazza colpito da una pallottola, una vecchia e consunta palla da cricket sopra un vaso di fiori, un orologio spostato sulla mensola, un biglietto a stampatello “CON LE SCUSE DEL CLUB DEI SUICIDI” e dietro un indirizzo indecifrabile, tra le dita di un morto un mozzicone di una vecchia matita rossa. Delitto o suicidio?
La scena si divide in due. Da una parte Halzedean a Boulogne per ricercare Dora con uno strano mercante di seta che lo segue, dall’altra Kendall a continuare l’indagine presso la villa esaminando accuratamente il terreno intorno ad essa. Pensieri, turbamenti, riflessioni, suspense, innamoramento, uno scontro, la classica botta in testa, ancora un paio di morti e un diario che svela l’arcano.
Un autore amato dalla Sayers che svolge con dignità il suo lavoro.

E ora la parola alla nostra cara Patrizia Debicke (la Debicche).
Il gioco del male di Angela Marsons, Newton Compton 2016.
il-gioco-del-maleIn questo suo secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, la Marsons mette in secondo piano la trama gialla e costruisce un thriller psicologico che pone una serie di terribili e inquietanti interrogativi. Ci saranno omicidi che fanno pensare a un burattinaio, una persona spaventosamente intelligente ma dalla distorta personalità sociopatica, che inspiegabilmente, o almeno pare, manovra i fili delle sue marionette e avvelena tutto ciò che tocca. Questi delitti hanno qualcosa, o meglio forse qualcuno, in comune? Seguendo la buona regola dei thriller, Angela Marsons fa onnisciente il lettore, che sa ma non può indirizzare gli inquirenti sulla buona strada. Ciononostante Kim Stone, il sergente detective inglese che deve indagare, sente subito che qualcosa non quadra, intuisce la spaventosa forza di questo burattinaio, crede di sapere chi è ma non ha le prove o il modo per fermarlo.
L’unica possibilità per lei è mettersi in gioco di persona. Ma sarà un gioco molto pericoloso e dall’esito incerto.
C’è qualcosa in comune tra Kim e il criminale: le loro personalità, che si incontrano si valutano e in un certo senso si assomigliano, pur con reazioni diametralmente opposte, li costringono a un lunga e preliminare schermaglia prima dello scontro finale.
Ottimo ritmo narrativo e un’eccellente caratterizzazione anche psicologica di tutti i personaggi, con la “squadra” del detective Stone in crescita. Benvenuti i nuovi acquisti, quali David Hardwick, il direttore della struttura di ricupero degli ex carcerati, e il complessato cane Barney, che è riuscito a scalfire l’acciaio della corazza di Kim Stone. Appuntamento alla prossima.
ultima-notte-in-oltrepoAltri libri consigliati Ultima notte in Oltrepò di Alessandro Reali, Frilli 2016, quinta avventura dell’inossidabile e strampalata coppia di detective pavesi Gigi Sambuco e Selmo Dell’Oro dell’omonima agenzia di investigazioni a Pavia. Stavolta i nostri due eroi dovranno sbrogliare un caso, nel borgo di Fortunago, un’incredibile location da cartolina, tra le colline oltre padane, un paese decadente, una specie di paese fantasma, che dall’autunno vive immerso nella palpabile umidità della nebbia. Un luogo romantico e crepuscolare quasi come i suoi abitanti e coprotagonisti del romanzo. Il caso, affidato a Sambuco e a Dell’Oro, è l’inspiegabile scomparsa del Conte Oramala, ricco proprietario locale di vigne, terreni e di una splendida villa, in cui abitava con Licia, la moglie paralizzata dopo una caduta da cavallo e con Marzia la bella, misteriosa e affascinante cognata…
Per troppa luce di Livio Romano, Fernandel 2016. Eccitazione, divertissement esaltato e per-troppa-lucelinguaggio erotico grottesco sono gli elementi principe della nuova stravagante commedia o fatica letteraria di Livio Romano, una specie di funambolica e vorticosa storia all’italiana, una storia che prova ad affrontare ogni aspetto della comune vita civile talvolta esibendo una sfilata di tragiche maschere umane. Allora commedia, o forse tragedia? Un tentativo riuscito, oppure no (al lettore l’ardua sentenza), di illuminare tanti degli ossessivi contorcimenti e lati bui della attuale società? Sullo sfondo di una provincia italiana libertina, in cui l’impegno civile potrebbe essere un modo per dare un senso alla propria esistenza lasciando qualche traccia di sé. Per troppa luce prova a descrivere il Caos di questo scorcio di secolo, pur vivo e vitale nonostante i suoi smisurati difetti, e le tante zone d’ombra della società e dei suoi protagonisti. E narra delle due anime italiane che da sempre si contrappongono e per sempre lo faranno: da una parte i cialtroni, i populisti, i cultori degli slogan, e i quasi salvatori della patria dall’altra, meno esibizionisti, gli equilibrati, i colti, i riflessivi che magari sono i più, ma da troppo tempo l’aspetto mediatico legato all’Italia riesce a dimostrare che i primi la vincono e fanno man bassa.
Buona lettura.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

P.S.
Uscito per le Montechino edizioni Chiamatemi Marlowe. No, non “quel” Marlowe, di Lucius Etruscus. Racconti esilaranti letti su Thriller Magazine che mi lasciarono con il sorriso sulle labbra. Ora finalmente in libro. Qui il suo blog.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2016

storie-illustrate-dai-miti-greciCome i nipotini ti spingono ad una rilettura. Partendo, per esempio, da L’Odissea, in Storie illustrate dai miti greci, Edizioni Usborne 2013 (splendido). Racconto ricco di illustrazioni adatte al mio Jonathan (sette anni) che ci si è buttato a capofitto. Giunti all’episodio di Polifemo ecco arrivare saltellante e giuliva anche Jessica (tre anni) che rimane folgorata dall’unico occhio del Ciclope. Rilettura di gruppo fremente a bocca spalancata. Poi visione del famoso episodio in internet tratto dal film con l’ineguagliabile Kirk Douglas. Ripetuto a sazietà con Jessica che trillava come un passero. Da solo non mi è rimasto che riprendere l’opera in versi di Omero, pubblicata da Einaudi 2004, e ripercorrerla con calma in più puntate soffermandomi, soprattutto, sul canto nono. Potenza culturale dei nipoti!

Partiamo dai nostri imprescindibili G.M.
Grido di morte di Fredric Brown, Mondadori 2016.
grido-di-morte“Un agente immobiliare non dovrebbe giocare al detective. Reduce da un esaurimento nervoso, George Weaver ha preso una stanza in un hotel a Taos, nel New Mexico, per rimettersi in sesto con un periodo di riposo. Ma il destino si presenta alla sua porta nei panni di un amico giornalista…”
L’amico giornalista è Luke Ashley, alto e magro tanto da ricordare “William Gillette nel ruolo di Sherlock Holmes” con l’immancabile battuta “Elementare, mio caro Weaver”. E se c’è di mezzo Holmes, ci sarà pure, di sicuro, un assassino da acciuffare. In questo caso di un delitto irrisolto otto anni prima riguardo ad una certa Jenny Ames. Luke ci sta lavorando sopra e c’è da guadagnarci un bel mucchietto di quattrini. Se l’amico volesse dargli una mano nella ricerca potrebbe anche lui, che ne ha bisogno, intascarne una parte.
L’idea sembra buona e George affitta pure la casa dove fu commesso l’omicidio e dove, fra poco, arriverà la moglie Vi alcolizzata. Il fatto, all’inizio, sembra giovargli “Si sentì meglio di quanto non si fosse sentito negli ultimi giorni. Indagare su un delitto, anche se vecchio di otto anni, gli avrebbe fornito qualcosa da fare e poteva magari rivelarsi un’occupazione interessante.” Convinzione sballata. Sarà per lui un caos, un continuo tormento insieme al rapporto sbriciolato con Vi contornato da sensi di colpa.
Inizia l’avventura. Prima tappa da Pepe, il ragazzo che ha visto Jenny per l’ultima volta inseguita dal fidanzato Nelson con il braccio alzato e il coltello in mano. Ma Nelson non venne arrestato, niente di concreto a suo carico. L’indagine di George continua affastellata da una serie crescente di dubbi, di domande espresse in corsivo a se stesso e ai due fidanzati come se fossero lì ad ascoltarlo. Insieme a ricerche concrete sull’assassino della ragazza sparita e ritrovata cadavere in una fossa profonda, uccisa da diversi colpi di coltello.
Qualche spunto da tenere presente: i quadri di Nelson, le valige mancanti, le lettere scomparse, tra continui assilli e tormenti. Jenny, Jenny era proprio lei? E lui, George, sta forse impazzendo? Un’atmosfera tesa e ossessiva lungo tutto il racconto. Traduzione, come al solito superba, di Mauro Boncompagni.
Capolavoro.

Il sentiero delle tombe di Martin Edwards, Mondadori 2016.
il-sentiero-delle-tombe“Daniel Kind, accademico oxfordiano e la sua partner comprano un cottage in una vallata sperduta fra le colline per sfuggire alla routine cittadina. Sono i luoghi dove lui trascorreva le vacanze con la famiglia da bambino, e dove la memoria di un atroce delitto non si è mai cancellata.”
Una giovane donna, una turista di nome Gabriel Anders, era stata uccisa con la gola tagliata e deposta su una pietra sacrificale. Sospettato Barrie Gilpin, ritrovato morto in un burrone vicino alla scena del crimine. Ma Daniel l’aveva conosciuto da ragazzo e non può credere nella sua colpevolezza, perché la gente impara, fa errori ma “la sua natura non cambia”. Barrie era una persona gentile, onesta e coraggiosa se lo aveva pure salvato dall’affogare nelle acque di un lago. Solo, contro il parere di molti che lo ritenevano e lo ritengono, invece, un poco di buono e pure un guardone.
Dunque Daniel alla caccia della verità, così come l’ispettore capo Hannah Scarlett che dirige una squadra dedicata ai casi freddi. Fra i due si instaurerà un rapporto amichevole, sempre più contornato da brividi sentimentali e di eccitazione. Hannah parlerà a lui anche di suo padre, Ben Kind, che aveva partecipato alle indagini del caso e abbandonato la famiglia per un’altra donna.
Il suo passato è, dunque, pesante, doloroso, colpito pure da un senso di colpa per la morte suicida della fidanzata Aimee, gettatasi dalla torre di Oxford. Con il passare dei giorni e l’allungamento delle indagini sempre più difficili e tesi diventano i rapporti delle coppie Daniel-Miranda e Hannah-Marc. Indagini, dicevo, lunghe contornate da dubbi, ripensamenti, ricordi, sogni, mentre si scava nella vita della morta che voleva intraprendere la carriera di modella. Diversi i sospettati e candidati all’omicidio.
Aggiungo una strana telefonata, la scomparsa improvvisa di un personaggio, segreti e segreti lungo la vecchia strada del cimitero, la rivelazione finale quasi improvvisa e inaspettata, (anche se non si tratta di novità). Una trama complessa, ricca di personaggi complessi intrappolati nelle loro storie difficili, nelle loro sofferenze. Spunti sulla vita, sul passato che incombe, sulla fragilità dell’esistenza umana.
E, soprattutto, sull’amore. Sull’amore vissuto e quello che resta solo nella mente. Come una promessa. Forse il più vero. Forse il più bello. Chissà…

Il mistero della giovane infermiera di Dario Crapanzano, Mondadori 2016.
il-mistero-della-giovane-infermieraMilano 1953. La città sta rinascendo dopo i disastri provocati dalla guerra. Spunti sui lavori del tempo oggi scomparsi: materassaio, arrotino, riparatore di ombrelli, venditore di acciughe sotto sale, spazzacamino.
In questo contesto post-bellico una giovane infermiera, Gemma Salvatori, viene uccisa a colpi di martello in uno stabile in costruzione. Niente soldi, niente preziosa collana, niente agenda che portava con sé. In seguito verremo a sapere che è incinta. Nuovo caso per il commissario capo Mario Arrigoni “basso, tozzo e sovrappeso” e i suoi uomini. Tra l’altro trattasi di una bella ragazza (“un fisico che nemmeno la Silvana Pampanini”, secondo giudizio di un personaggio) con il desiderio di fare la modella, posava per un pittore e faceva girare la testa a molti. Diversi gli indiziati: il fidanzato, il primario della clinica in cui è stata assunta, il pittore, il marito della sorella. Almeno in un primo momento.
Qualche spunto sul commissario, oltre il basso, tozzo e sovrappeso. Fuma il sigaro, per spostarsi usa pure la Lambretta (non ce lo vedo), tormentato dalla “propria evidente inferiorità estetica” verso la moglie, ha una madre vedova premurosa e una figlia che lo costringe a giocare a canasta. Ottima forchetta (ci ritorneremo), dietro il suo aspetto corpulento si nasconde “un raffinato esteta, in grado di apprezzare i lati meno appariscenti della bellezza” femminile (oltre il seno e il fondoschiena). Lettore accanito di opere letterarie (si cita, per esempio, “Le memorie del sottosuolo” di Dostoevskij), il suo secondo sogno era stato quello di diventare insegnante di lettere. Calmo, metodico nello svolgere le indagini, partendo dalle notizie sulla morta e da quelli che la conoscevano, ribattezzato dalla stampa “il Maigret del Porta Venezia”.
L’indagine è difficile. Alla fine degli interrogatori, gira e rigira si torna sempre al punto di partenza. Momenti di impasse e di dubbio, discussioni e “scontri” di idee sul caso soprattutto con l’istintivo Mastrantonio, classica lavata di capo del superiore (si trova ormai dappertutto) perché privo di tatto nei confronti del dottor Vinciguerra, contornato da protezioni politiche. Conseguenza, incubo notturno, tanto per farci capire la sua sensibilità.
Scrittura “semplice” e nello stesso tempo dignitosa tesa alla creazione di una atmosfera ovattata pur tra la barbarie del delitto, non disdegnando momenti di ironia soprattutto sul nostro commissario che giganteggia nella scena. Ora le sue passeggiate, ora le riflessioni da solo o con i sottoposti ai quali si rivolge con il “lei”, piccoli flash sulla famiglia (da tenere presente lo spunto alle indagini della moglie Lucia), amante della buona tavola (ma sa anche contenersi) si butta con piacere fra ossi buchi, zabaioni, spaghetti alle cozze, alici al forno… e qualche bevuta, soprattutto dell’amato marsala. Come momento di relax le letture (già detto) e la visione di qualche film, magari con Maigret interpretato da Charles Laughton (delusione per l’attore), contornato dall’avanspettacolo scollacciato.
Una scrittura, ripeto, tersa e pulita che può far storcere il naso a chi la vuole più corposa e complessa, o apprezzare da chi non ne può più di incasinamenti parolai.
Crapanzano è stato paragonato a Simenon e Arrigoni a Maigret, citato più volte nel libro. Diciamo, per non fare un torto a nessuno, che c’è una vaga somiglianza.

Menti pericolose di Jeffery Deaver, Rizzoli 2016.
menti-pericoloseNell’introduzione l’autore dichiara che nei racconti brevi occorre “sedurre, affascinare” il lettore. Come? “Bisogna andare dritti allo stomaco con un colpo di scena sconvolgente, una sorpresa, l’inatteso.” Vediamo un po’ (qualche spunto in breve).
In fretta
I Fratelli della libertà, di cui un paio sono stati arrestati, stanno per far saltare in aria un raduno dell’Associazione Bancari (siamo a Natale). Noi lettori lo sappiamo ma non Katryn Dance e Michael O’Neil che devono scoprirlo. Come fare se l’interrogato non confessa e si sono usati tutti i trucchi del mestiere? Il tempo passa in fretta. Il tempo, il ticchettio dell’orologio. Forse… forse un’idea. Scontro ideologico, movimento e una visita all’acquario di Katryn con i figli (interrotta all’inizio) che c’è da vedere un imponente cefalopode.
Gioco.
Un anno prima. La vecchietta impaurita da due “mostri”, mamma e figlio che non la lasciano in pace, aumento continuo di tensione e paura, qualcosa non quadra, troppe domande, troppa affabilità. Hanno in mente di impadronirsi dei suoi denari?. Un anno prima. Ma oggi c’è qualcuno che vuole ritrovare il suo corpo (visto che è successo qualcosa di brutto?) attraverso un detective fissato con le partite di calcio (il “gioco” del titolo). Allora dove sarà il colpo di scena? Seguitelo nelle indagini e ne scoprirete delle belle.
La spintarella.
L’ultima occasione di Mike O’Connor con Aaron Felter. Che accetti la sua proposta per una nuova serie televisiva, dopo che aveva avuto successo negli anni passati con Squadra Omicidi e ora sta con le mani in mano. Niente da fare. I tempi sono cambiati. Ci vogliono soggetti nuovi, diversi. Ma una cosa si può fare, “Una partita a poker tra personaggi famosi”. A Las Vegas. Titolo Mi gioco tutto con soldi contanti sul tavolo. Un’idea che potrebbe ridargli visibilità, la “spintarella” del titolo. OK. Ma c’è qualcuno che vorrebbe approfittare di tutti quei soldi per farli sparire. Giro veloce sui partecipanti, attori più o meno in declino. Spunti sul poker, citazioni di film, chi perde e chi vince. L’assalto… e un dubbio che serpeggia nella mente di Mike O’Connor, sconfitto proprio nell’ultima partita. Forse che…
Un caso da manuale.
Una donna assassinata in un box. Ad indagare sulla scena del crimine Amelia Sachs in contatto con l’ormai famoso tetraplegico Lincoln Rhyme, paralizzato dal collo in giù. Troppe prove sulla suddetta scena. Lista impressionante di reperti. Immondizia. Qualcosa che riporta ad un libro di Rhyme. L’assassino lo conosce, l’ha letto. E colpisce ancora. Ma chi può essere?.
Paradise.
Qui c’è John Pellam, altro personaggio conosciuto di Deaver, sul suo camper che sta per scontrarsi con una Ford. Se la cava ma si becca un gancio destro al mento dalla guidatrice. Arriva il sergente Lambers. Un tizio è stato ucciso su un terreno privato lungo la strada percorsa dalle due macchine. L’assassino potrebbe essere fra loro. Per esempio lo stesso Pellam che viene arrestato. Se la caverà? Certo. Però la sexy cowgirl della tavola calda dal notevole seno guarda un altro, mica lui. Stronza (sorriso).
Atleti.
Occorre sventare un attentato alle Olimpiadi in Cina. Da parte del popolo uiguro che vuole l’indipendenza. Ma come? Basta conoscere il go, la versione degli scacchi (eccoli!). Basta guardare lontano, oltre la scacchiera, per riconoscere un diversivo dell’avversario.
La trama.
Il famosissimo scrittore di romanzi gialli J.B. Prescott è morto lasciando addolorati milioni di lettori. Ma per il sergente della polizia di New York, Jimmy Malloy, mica è tutto chiaro. Intanto c’è di mezzo una cospicua eredità e la visita alla vedova non lo convince. Quella donna non sembra per niente a lutto. E poi c’è uno sconosciuto che lo segue. Per risolvere il caso, però, basta ricordarsi di Conan Doyle e Sherlock Holmes…
L’analista.
Martin Kobel, psicologo, vuole salvare Annabelle Young dall’influenza di un “neme”, ovverossia di “un corpo separato di energia immateriale che suscita negli uomini reazioni emotive estreme, sfociando in un comportamento deleterio per l’ospite o la società in cui vive.” Lo capisce dal suo modo di agire. Solo… solo che lo scoprirete da voi. Dibattito serrato tra accusa e difesa in un processo per omicidio e su questo benedetto “neme”. Tra l’altro potrebbe esistere davvero…
L’arma.
In giro un’arma di distruzione di massa. Un prigioniero che sa, che deve sapere qualcosa in proposito, interrogato in uno dei “siti neri” gestito dalla IAS. Primo interrogatorio con Andrew. Fallito. Anche il secondo con l’affascinante Claire non porta a nulla. Ora c’è Akhem, il duro e l’interrogatorio sarà bestiale. Ma… ma, ecco l’imponderabile.
Riconciliazione.
Padre e figlio. Il primo morto inaspettatamente senza avergli dato la possibilità di conoscere chi fosse. Ora il secondo ritorna, per lavoro, sui luoghi dell’infanzia. Ricordi e ricordi del padre. Un fantasma che non lo lascia in pace. Non doveva andare lì, a Chesterton nell’Indiana. L’incontro con una bella donna, la vecchia casa, il bar e il barista che aveva conosciuto suo padre. La verità tra una strizzata di strofinaccio e l’altra.
Il necrologio.
Una circolare di polizia. Il capitano Lincoln Henry Rhyme è morto per ferite da arma da fuoco. Ricordate le sue qualità di investigatore paraplegico e la sua determinazione di vivere in quelle condizioni. E ora c’è Amelia Sachs che entra nella casa di Rhyme accompagnata da un gruppo di agenti. Solito colpo a sorpresa e spiegazione finale.
Insieme per sempre.
Suicidio o omicidio dei Benson, una coppia di anziani? Per il detective dalla sagoma tozza Greg La Tour vale la prima ipotesi, per Tal Simmons (fissato con i dati, i numeri, i questionari) la seconda, anche se hanno lasciato il biglietto “Insieme per sempre.” Altro strano suicidio di un’altra coppia di anziani. Ricca, come la prima. Qualcosa di insolito nel loro sangue. Ora c’è un terzo vecchietto a cui viene fatta la seguente domanda “Che ne direbbe di vivere per sempre?.” Trattasi della clonazione della coscienza (giuro)… Una stronzata, via. Però…
Partiamo dall’assunto fondamentale dell’autore: il colpo a sorpresa. Diciamo che nella maggioranza dei casi è ottimamente preparato e risulta convincente. Qualche volta, però, il povero assassino ne deve combinare davvero di cotte e di crude, pur di non farsi smascherare e uscire fuori all’improvviso creandoti un certo sobbalzo (ops, non me l’aspettavo). Insomma va bene il colpo a sorpresa, basta che non sia troppo artificioso e, quindi, poco credibile. E basta che il “sistema” non sia ripetuto (per esempio il fatto che un personaggio ritenuto morto sia in effetti ancora vivo). Succede anche questo.
Le tematiche, come abbiamo visto, sono varie e interessanti, a volte al limite e oltre il credibile, svolte con sicurezza quasi scientifica per incantare e spiazzare il lettore. Troviamo personaggi noti insieme ad altri del tutto nuovi che rimangono facilmente impressi nella memoria, così come altri personaggi secondari costruiti con intenti vari, talvolta ironici (vedi i tic e le manie) nel contesto di una realtà vista nei suoi molteplici aspetti.
Scrittura spesso veloce, dinamica, incisiva, più lenta al punto giusto, per creare momenti di attesa, di tensione. Un lavoro che si orienta e si svolge più all’interno che all’esterno, ma non mancano, al bisogno, movimento e azione.
Racconti di classe, via.

Accanto a questo ricordatevi di leggere Rebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016. Altra chicca di racconti.

Spiluzzicature
Elena Ferrante è o non è Anita Raja, come sostiene il giornalista Claudio Gatti che ha sollevato un polverone mondiale? Su questo dubbio non ci ho dormito per tre notti di fila.
promessa-mantenutaRiabbaiano i Bassotti della Polillo. Per esempio con Promessa mantenuta di James Ronald. Una vendetta. Di un certo Lucius Marplay, fuggito da una clinica per malattie mentali con l’obiettivo di uccidere i suoi vecchi quattro dipendenti che molti anni prima gli hanno fregato il giornale più letto di Londra. La figlia del pazzo cerca di impedire il massacro ma tre di loro ci lasciano la buccia. Per mezzo di tre delitti impossibili…
Altro parto polillesco L’enigma della stanza impenetrabile di Derek Smith. Il titolo la dice già tutta. Uno dei millanta libri su questo problema che ha affascinato decine di scrittori (alcuni citati) e milionate di lettori. A risolverlo un personaggio fuori dai canoni tradizionali, giovane, bello, che piace un po’ a tutti. Ci voleva.

Sta avendo un certo successo la scrittrice Sophie Hannah, sfruttando come protagonista dei suoi ultimi libri nientepopodimeno che il Poirot di Agatha Christie. Per esempio in La cassa aperta, Mondadori 2016. Classico testamento di una famosa scrittrice che verrà cambiato di fronte a certe persone interessate. Chiaro che una di queste tirerà il calzino e Poirot avrà il suo bel da fare.

Un giretto fra i miei libri
Commenti al minimo.
Ipotesi per un delitto di Clifford Witting, Polillo 2009.
ipotesi-per-un-delitto”La notizia di un tentativo di strangolamento a opera di due mani fosforescenti non è di quelle più comuni anche se l’ispettore Charlton della polizia di Lulverton è abituato ai casi più bizzarri. Per di più a denunciare l’aggressione è addirittura Sir Victor Warringham, un anziano e rispettato magnate dell’industria automobilistica”.
Allora due mani fosforescenti, un signore malato e un po’ pazzo o dato per pazzo (pareri contrastanti dell’avvocato e del medico di famiglia), un figlio di cui non si sa di preciso la paternità (ora è di uno, ora di un altro), strangolamento con filo elettrico e tagliacarte (una specie di garrota), testamento che sta per essere cambiato, rivoltella giocattolo, scala all’esterno della casa, il maligno che è nell’aria, il Luminal, i soliti dubbi e cambiamenti di prospettiva nella individuazione dell’assassino, spunti interessanti dal medico legale e ancora una volta i miei scacchi inseriti in un contesto giallo (Victor “…il gioco più bello mai inventato dall’uomo”). Ed altre cosucce ancora.
Personaggi un po’ sbiaditi, prosa neutra, monotona, discreta organizzazione. Lavoro dignitoso senza guizzi di luce. Da leggersi in una giornata piovosa.

jane-e-la-disgrazia-di-lady-scargraveTra le sempre più numerose detective lady che affollano le storie di stampo più o meno giallistico ecco arrivare anche la deliziosa Jane Austen in Jane e la disgrazia di Lady Scargrave di Stephanie Barron, Tea 2009.
Proprio la famosa scrittrice inglese in visita dall’amica Isobel Payne, contessa di Scargrave, si trova testimone di una tragedia. Suo marito, il conte Frederick, colto da un improvviso malore, muore in poco tempo. Un biglietto la accusa di omicidio e di adulterio. E da qui cominciano i guai.
Il tutto proposto in forma di diario scritto da Jane Austen medesima tra il 1802 e il 1803 che contiene alcune lettere all’amica Cassandra. L’autrice cerca di riprodurre la prosa della Austen, fluente, elegante, graziosa, brillante, ricca del bon ton e dello spirito del tempo. Libro di molti ingredienti che mischio fra loro: fasi di un processo, lettere minacciose, amori ricambiati e non ricambiati, signorine prematuramente incinte (succedeva anche allora), differenze sociali, problemi di testamento e patrimoni, aspettative delle fanciulle in un bel matrimonio con relativo bel patrimonio, mistero, dubbi, angosce, prigioni malsane e puzzolenti, fazzoletto rivelatore insieme a noci delle Barbados piuttosto indigeste, spruzzo di gotico con il fantasma redivivo del conte che a mezzanotte in punto fa la sua inquietante e grottesca comparsa. Non manca la politica e Napoleone. Psicologie ben sviluppate, buona organizzazione, colpo di scena finale con relativo pericolo (un classico) per la nostra Jane.
Piacevole senza entusiasmare.

Killer sul velluto di Neill Graham, Mattioli 2007.
killer-sul-velluto“Nella Londra degli anni Cinquanta, Mark Lyman, un playboy senza scrupoli, circuisce la giovane Sally Blane. Sembra solo una facile avventura, ma le cose si complicano misteriosamente. A indagare è il detective privato Solo Malcom, un imponente scozzese che fuma la pipa come Sherlock Holmes ed è un vero duro come Marlowe”. Aggiungo che il nostro detective privato viene ingaggiato da Sally per il ritrovamento di una preziosa collana rubatale, forse, da Mark Lyman e che questi, come succede spesso in tale genere di avventure, ci rimette la pelle.
Il romanzo ci riporta con la mente alla hard-boiled americana con movimento, colpi di scena, scazzottate ed altre situazioni tipiche di quel periodo letterario. Prosa scarna, essenziale senza tanti funambolismi retorici, lieve ironia. Personaggi scolpiti con pochi tocchi, ma niente a che fare con Marlowe. Non scatta la scintilla. Passabile se non si è letto Chandler. Ma anche Hammett o Ross Macdonald.

E ora la nostra inseparabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Il turista di Massimo Carlotto, Rizzoli 2016.
il-turistaCon un rapido e melodioso giro di valzer Massimo Carlotto, dopo il recente e meritato successo letterario e teatrale del suo Il mondo non mi deve nulla, ci immerge nel fascinoso scenario di una Venezia a fosche tinte noir, e sceglie una “nuovissima compagnia di attori” per il suo Il Turista, in libreria dal primo settembre. E, da prestigiatore nato, si diverte a stupirci calando sul tavolo un intrigante tris di personaggi: il serial killer, l’insopportabile ma diabolico protagonista con inclinazioni narcisistiche feticistiche, l’ex commissario sfigato (che sarà poi l’eroe) e l’addetto alla sicurezza degli hotel, un suo vecchio amico d’infanzia, ma zac! pronto a pescare la carta giusta e trasformarlo in un poker.
Due righe tanto per spiegare un po’.
Il protagonista, nome di comodo Abel Cartagena, bello, biondo e sciupafemmine, è convinto di essere un serial killer perfetto, imprendibile e non identificabile. Tutta la sua vita e la sua personalità infatti, da quando era un ragazzo difficile e pericoloso, è stata costruita e ruota intorno alla sua psicopatica e criminale perversione. L’ingente patrimonio di sua madre gli ha permesso di attaccare e uccidere le sue vittime (sempre donne) per suo vizioso piacere. Ha già colpito impunemente a Dublino, Siviglia, in Austria, a Bruxelles… Per questo gli investigatori di tutta Europa, che gli danno la caccia, l’hanno soprannominato il Turista.
La causa scatenante dei suoi delitti sono le borsette firmate di grande marca. E tutto fila come un orologio finché a Venezia il caso, fino ad allora suo alleato, si trasforma in letale nemico, lo costringe a commettere un passo falso e a cacciarsi in una trappola, racchiusa nel modellino di una gondola, organizzata da chi vuole sfruttare le sue arti letali. Il cacciatore è stato incastrato e ora deve muoversi a comando.
Dopo di che, a braccarlo su incarico di Tiziana Basile, Vice questore, sua superiore e amica/nemica, sarà Pietro Sambo, ex capo della Omicidi, che paga un errore del passato ed è costretto a vivere ai margini, deriso dai veneziani, e abbandonato dalla famiglia. Un nuovo personaggio “normale” minato dai dubbi e dalle insicurezze ma che dovrà per forza fare i conti con la realtà.
Con distaccata leggerezza, Carlotto ci introduce nella complicata geografia del nuovo crimine organizzato, che si avvale anche di specialisti inquadrati in un team di cattivi che si fa chiamare “Liberi Professionisti” contrapposto a una misteriosa squadra speciale di servizi segreti “buoni?” che assolda l’ex commissario e socio. Da sottolineare il sottile umorismo che gli fa attribuire ai vari sicari dei Liberi Professionisti nomi convenzionali di riconoscimento tratti dai serial televisivi più in voga al momento, vedi ad esempio Il trono di Spade.
Il turista di Massimo Carlotto è un romanzo intrigante che si apre piano piano al lettore, che si bea di trasognate descrizioni lagunari indugiando anche a tavola e di cui bisogna saper leggere tra le righe, godendo e apprezzando ogni piccola sfumatura.
Alla prossima con Sambo? Io ci conto!

Altro consiglio di Patrizia Il mistero di Villa Saturn di M.R.C. Kasasian, Newton Compton 2016.
“Divertimento, intelligenza, astrusità e humour sono i principali ingredienti della spassosa serie di Kasasian ambientata alla fine dell’800 (questo episodio nel 1883) che narra di Sidney Grice, il più stravagante e intrigante detective dai tempi di Sherlock Holmes e della sua pupilla assistente (per così dire un dottor Watson in gonnella) March Middleton.”

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2016

book-toilet“Professore!…professore!”. Mi sono girato verso la voce insieme al mio nipotino Jonathan lungo una strada di Siena (eravamo stati a scegliere un libro per lui), più precisamente quella che porta alla basilica di San Domenico. “Mi riconosce?” quasi urla un giovanotto sorridente dai capelli rossi. Beh, insomma, penso io, la faccia non mi è nuova, e poi questi capelli… “Sono… allora si ricorda?”. Eccolo, laggiù quasi in fondo alla classe, vispo come un furetto, sempre pronto a far girar le scatole. Segue l’abbraccio, i soliti ricordi, i volti degli altri compagni che vengono fuori lentamente dalla nebbia del tempo, gli scambi di battute e… e un groppetto in gola che fatico a nascondere. Il saluto, una stretta di mano, lo guardo allontanarsi fino a perderlo di vista. I miei ragazzi. I miei ragazzi diventati grandi. “Era un mio alunno” dico a Jonathan che mi guarda con ammirazione. “Anche tu diventerai grande”. E continuiamo, mano nella mano, per la nostra strada.

Iniziamo, come al solito, con gli imprescindibili G.M.
Perry Mason e il grido nella notte di Erle Stanley Gardner, Mondadori 2016.
perry-mason-e-il-grido-nella-notte“Vorrei che sottoponeste mio marito ad un interrogatorio, avvocato” chiede la signora Joan Kirby a Perry Mason, “Mi ha raccontato una storia che non deve ripetere a nessuno”. Ed ecco la storia del magnate John Northrup Kirby. Praticamente l’incontro notturno su una strada con una ragazza a cui hanno portato via l’auto e la borsa insieme ai documenti. Colpito dalla penosa situazione l’uomo l’ha portata in un motel, dichiarandosi marito e moglie, e non l’ha più trovata. A questo fatto si connette l’aggressione, rivelatasi poi mortale, contro un certo dottor Babb. I vicini hanno sentito uno strillo di donna e poi hanno visto uscire dalla casa una ragazza quasi identica a quella aiutata dal signor Kirby.
La faccenda si complica. Soprattutto quando risulta che il dottor Babb “si occupava di fornire figli posticci a chi non ne aveva”. Due cliniche private: in una donne ricche falsamente in gravidanza, nell’altra donne povere o ragazze madri che non avrebbero mai voluto un figlio.
Poiché le ultime parole del morto, alla domanda di un poliziotto su chi è stato a colpirlo, sembrano essere “John Kirby”, questi viene arrestato e si inizia il processo. Inevitabile scontro fra il procuratore distrettuale Hamilton Burger e il nostro Perry Mason, difensore dell’accusato. Solite schermaglie movimentate con il primo che latra, bercia, tuona, sbraita, ruggisce (mi ricorda Gideon Fell) esasperato, eccitato e frenetico, mentre l’avvocato ribatte impassibile con una serie di “Mi oppongo” e di contromosse forensi micidiali. Il giudice Cameron, munito di fermezza e pazienza, guida il dibattimento.
Comunque uno dei problemi da risolvere è sapere chi c’era effettivamente nella casa del dottor Babb, come si sono svolti realmente i fatti e che cosa ne farà Mason di un documento compromettente venuto in suo possesso, per avere il quale un altro avvocato, “uno dei più noti azzeccagarbugli del foro”, aveva fatto una proposta indecente (con quel libretto si potevano tenere in pugno le famiglie più ricche della città) subito respinta. Situazione difficile che preoccupa Della Street e lo stesso super avvocato, che ad un certo punto si sente come “nel centro di un banco di sabbie mobili”. Ma, con la consueta abilità, l’aiuto della segretaria “più carina del solito” e del fidato Paul Drake, riuscirà ugualmente a sbrogliare l’intricatissima matassa. Dialoghi veloci e martellanti su una storia che presenta problematiche ancora attuali (purtroppo).
Ah, dimenticavo. Occhio ad un gatto e ai pesci rossi!

I delitti della camera chiusa di Rino Cammilleri, Mondadori 2016.
i-delitti-della-camera-chiusaOgni volta che mi accingo a presentare una raccolta di racconti non so da che parte incominciare. Scrivere succintamente di tutti, impossibile. Sceglierne solo alcuni, limitativo. Perciò di solito inizio e vado avanti secondo l’estro del momento. Come in questo caso.
Il titolo stesso ci fa capire che non c’è scampo. Voglio dire per il povero assassino. Che si tratti di una camera, di un bagno, di uno studio, di una cella, di uno scompartimento in un treno, dentro una macchina…, insomma di uno spazio perfettamente chiuso da tutte le parti, c’è sempre qualche bell’ingegno che ti butta all’aria in quattro e quattr’otto tutto l’ambaradan costruito con infinita pazienza dall’omicida. Un fatto impossibile che si risolve in una dannata, lucida, semplice esposizione chiarificatrice. Neanche fossero tutti degli Sherlock Holmes quelli preposti alle indagini. A dir la verità uno c’è che gli assomiglia parecchio, anche se sotto mentite spoglie. Così come molti altri a rappresentare, secondo intento esplicito dell’autore, celebrità acquisite della letteratura poliziesca, partendo, per esempio, da quello che non smuove il culo dalla poltrona nemmeno se viene il terremoto, per finire, la butto lì, a quell’altro tutto impomatato e impettito come un dandy. Al lettore il gusto di scoprirli.
Stanze chiuse, dicevo, luoghi chiusi o, comunque, con spazio circoscritto, dove il malcapitato passa la sua ultima ora (forse anche meno). I mezzi per farlo fuori non mancano, ce n’è per tutti i gusti, dai classici veleno, pistola, coltello etc… fino alla spada che ti si infila nel deretano mentre sei tranquillo a ponzare sull’apposito vaso (giuro). Delitti e delitti da far rizzare i capelli (per chi ce l’ha), e se non sono delitti saranno suicidi che l’uomo talvolta non ne può più anche di se stesso. Suicidi, però, che sembrano omicidi, magari sempre nella stessa stanza sigillata a far bollire le cellule grigie del nostro Sherlock di turno, pardon, in questo caso, del nostro Poirot. E se non sono suicidi saranno disgrazie che anche il Fato vuole avere la sua parte funesta. Comunque, omicidi, suicidi o disgrazie, c’è sempre qualcosa, una pur minima traccia, un pur minimo, imperscrutabile indizio, che passerebbe inosservato ad un tizio qualunque dotato di una superba intelligenza, che inchioda il colpevole, compreso il Fato, naturalmente. Impossibile farla franca e il lettore, spesso, sono sicuro, fa un tifo tremendo perché non venga scoperto. Del tutto inutile. Qui, a sbrogliare l’incredibile, inestricabile matassa, non abbiamo il più bravo della classe ma il genio fuori dal comune (in contrasto con il solito pigrone mentale) che, magari, si avvale pure di un Tacito o della Bibbia per risolvere il diabolico crimine (tanto per dirne una).
Luoghi chiusi, dicevo, per ogni dove e in qualsiasi tempo. Siamo scaraventati, per esempio, nell’anno di grazia 1273 fra domenicani e inquisitore, oppure nel 1628 a Siviglia, in India, in Giappone, ad Alessandria, a Roma, nell’Irlanda “profonda e superstiziosa”, in Sicilia, durante il fascismo e chi più ne ha più ne metta. Luoghi e tempi diversi, anzi, diversissimi.
Rino Cammilleri riproduce lo stile di certi famosi autori e scrive con il proprio estro presentando personaggi nuovi (vedi Corrado da Tours e don Gaetano Alicante), disegna trame complesse credibili, inserite in un particolare contesto storico vivo e pulsante, perfettamente rappresentato, talora, anche con tocchi di felice ironia.
Bella lettura.

L’archivista di Loriano Macchiavelli, Einaudi 2016.
larchivistaBologna, anni Ottanta. A dir la verità non verrebbe voglia di parlare della trama quando c’è di mezzo un personaggio come il vicequestore aggiunto Poli Ugo, detto lo Zoppo. Lui, da solo, basta e avanza. Un personaggio che riempie, che straborda lungo tutta la vicenda con una personalità che lascia allibiti. Per la potenza e la perfezione con cui l’ha creato l’autore. Al suo cospetto il più noto Sarti Antonio sergente, tormentato dalla colite, che abbiamo già conosciuto in tanti libri precedenti, fa la figura della comparsa.
Lo Zoppo è fantastico nella sua insopportabile, odiosa, schifosa presenza fisica e morale. Sciancato (un incidente gli ha massacrato la gamba destra), cammina aiutandosi con un pesante bastone, gira su una bicicletta completa di accessori come vuole la legge. Non fuma, non beve, non prende neppure il caffè. Forte con i deboli, remissivo con i forti. Rapporto brusco con tutti (eufemismo), perfino con moglie e figlio (a dir la verità manco ci parla con quest’ultimo). Una specie di Tersite omerico, come è stato puntualmente evidenziato da Tommaso De Lorenzis nella postfazione, e un “Figuriamoci!” ripetuto a iosa per ogni dove.
È lui, l’archivista, quello costretto a restarsene in compagnia delle pratiche, a condurre questa volta una indagine del tutto personale. D’accordo, due parole sulla vicenda sono inevitabili. Dunque una macchina, una mano che esce dal finestrino per strappare la borsa ad una ragazza, Norma Valini, diciotto anni in coma per la caduta. Il rapporto di Sarti Antonio, sergente, arriva sul tavolo dello Zoppo per essere protocollato (scontro fra i due). Nello stesso pomeriggio altro fascicolo scritto di pugno dall’ispettore capo Cesare Raimondi “Pratica Romolo Lucito. Incidente sul lavoro”. Una scorsa al documento. Morto nella Cineteca Comunale colpito da una scarica elettrica mentre azionava una moviola attinente ad un film che un gruppo di cineasti sta girando in città. “Incidente sul lavoro, figurarsi!”. Un altro caso insoluto, sogghigna. Buoni a nulla! È venuto il tempo dell’indagine, della “sua” indagine. Via da casa in hotel, riscaldato al bisogno da una “coperta”, una settimana di permesso e vediamo chi riesce a risolvere i due casi. In giro di qua e di là con la sua bicicletta che se tentano di rubargliela il bastone su cui si appoggia è pronto a calare, tremendo, sulla testa del ladro (e accadrà). Intanto fra i due casi si scopre un punto di contatto. Norma Valini è andata in Cineteca la stessa notte in cui è morto Romolo Lucito. Perché? Lo Zoppo si frega le mani.
Una storia ottimamente architettata dal nostro Macchiavelli con una scrittura veloce e incisiva tra onorevoli, professoroni, cineasti, pornofilm e puttane, le Urap (unità rivoluzionarie armate proletarie per la presa del potere), mentre un anonimo narratore segue la vicenda e commenta in particolare le azioni e gli sproloqui dello Zoppo. Spunti sulla città “di merda con le strade fra le più scassate d’Italia e non se ne accorgono né il sindaco, che viaggia in automobile supermolleggiata, né i suoi assessori” e siamo scaraventati in avanti di trentacinque anni.
Niente paura, dunque, che il libro, pubblicato nel 1981 nel catalogo de Il Giallo Mondadori, e il personaggio principale siano datati. Oggi lo Zoppo farebbe la sua porca figura nei talk show televisivi e avrebbe un successone perfino in parlamento.
Figuriamoci!

I delitti della laguna di Letizia Triches, Newton Compton 2016.
i-delitti-della-lagunaVenezia 1990. Quadri veri, quadri falsi, musica, malattie mentali, odio, amore e morte. Ricapitolando all’osso mi viene così. Ma nemmeno, che poi c’è la città della laguna a pretendere, giustamente, la sua parte.
Il romanzo è complesso e, dunque, difficile farne una recensione che non diventi una palla per il lettore (mi è capitato più volte, sia di leggerla che di scriverla). Vado un po’ a braccio. Personaggi principali: Otis Moore, “un magnetico bluesman afroamericano, soprannominato “il Moro di Cannaregio” che suona negli Indigo Blues e lavora pure per una casa d’aste di Filippo Severato; Bianca, voce solista del gruppo; Stelio Luni, suo marito più vecchio, che produce falsi d’autore; Alvise Volpato psichiatra, proprietario di un bel palazzo sul Canal Grande; la sorella Matilde, esclusa dall’eredità; Loris Favero, marito della suddetta…
Basta, la faccenda diventa uggiosa. Due morti ammazzati, il primo proprio il nostro Otis, attrattiva delle belle donne, incaprettato e mascherato (un delitto di mafia?). Il secondo lo scoprirete. Ad indagare la vedova Chantal Chiusano di Ischia, coadiuvata dal restauratore fiorentino Giuliano Neri che ha pure un discreto fiuto per queste cose. Una specie di “casalinga robusta” dai fianchi generosi, occhi azzurri e limpidi, lo sguardo gentile.
Due morti ammazzati, dicevo, un commissario donna, un restauratore-detective, una discreta serie di personaggi sbalzati a tutto tondo con le loro complesse individualità. Storia ai limiti del credibile (ci può stare), immersa negli intrighi degli odi familiari, delle pazzie, dei ricoverati malati di mente, tra truffe, ricatti, sesso, musica e pittura, falsi d’autore a creare un’atmosfera allucinata e straniante riportata, ogni tanto, al concreto da piccoli tocchi di realtà (vedi le bellezze e gli intrichi di Venezia, o lo sguardo posato sui gabbiani che volteggiano…), insieme al passato che riemerge funesto come nel più classico dei classici.
Occhio ad una fotografia particolare e al colore!

Spiluzzicature

Spiluzzicato alla Feltrinelli di Siena Vite minuscole di Pierre Michon, Adelphi 2016. Vite brevi di un mondo contadino povero e tragico che attraggono e appassionano più di tante vite illustri. Una scrittura colta come un omaggio ai personaggi umili del libro.
Chi vuole conoscere le donne di Hitchcock, ovvero le donne che hanno partecipato ai suoi film con relative foto, vada qui nel blog di Omar Lastrucci dove si possono trovare interessanti articoli sulla letteratura gialla (purtroppo sta chiudendo).
Chi vuole, invece, confrontarsi con tre delitti impossibili e un quarto andato storto si becchi Promessa mantenuta di James Roland, Polillo 2016, e poi vada a leggere cosa ne dice Pietro De Palma e scoprirete un altro, ottimo blog.
Eccellente La trilogia di New York di Paul Auster, Einaudi 2016, che raccoglie i tre volumi Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Siamo catapultati nelle atmosfere hardboiled degli anni Trenta, quelle, tanto per intenderci, di Chandler e compagnia bella tra pedinamenti, scarrozzate e pistolettate da tutte le parti. Con l’obiettivo di suscitare domande sulla vita e sull’uomo. Qui il discorso si farebbe più complicato parlando del “giallo metafisico” e di Borges. Infatti non ne parlo.
Il mistero della giovane infermiera di Dario Crapanzano, Mondadori 2016, ci presenta ancora una volta il commissario cicciottello Mario Arrigoni di Milano. E, ancora una volta, qualcuno si è messo a fare il confronto con il Maigret di Simenon e con Simenon stesso. Io il libro l’ho solo spiluzzicato (quindi non faccio testo), però, così a naso, il confronto lo lascerei perdere. Comunque ci ritornerò sopra.

Un giretto fra i miei libri

Il tè delle tre vecchie signore di Friedrich Glauser, Sellerio 2010.
il-te-delle-tre-vecchie-signoreDue di notte, in place du Molard (Ginevra) un giovane, pupille dilatate e tratti del volto rigidi, incomincia a spogliarsi, si mette in mutande, e cade a terra. Sul posto l’agente Malan e il prof. Louis Dominicé che diagnostica un caso di avvelenamento. Perquisiti i gabinetti Malan si becca una botta allo stomaco e intravede scappare un tizio con pantaloni bianchi da tennis. All’ospedale il dott. Thévenoz (fidanzato con la dottoressa Madge che lo stressa) e il dottor Wladimir Rosenstock osservano una strana puntura nella piega del gomito, forse per una iniezione di iosciamina. Ad indagare il commissario Pillevuit con lunga barba bionda assillato dai superiori.
Per non farla lunga ad un certo punto del racconto un personaggio (Natascia) spiega ad un altro (Jakob) la trama degli eventi e quest’ultimo esclama “Non ci capisco niente”. In seguito un altro personaggio fa un breve sunto dell’accaduto “Ma la prego, consigliere, mi spieghi come pensa di conciliare giacimenti petroliferi indiani, missionari americani nelle vesti di delegati della Standard Oil, agenti segreti dei soviet, gnosi basilidiane, erbe velenose, ricette della strega, maharaja indiani, psicologi che fanno esperimenti su materiale umano, psichiatri scomparsi, uomini innocui ricoverati per improvvisa pazzia, il Maestro dei cieli dorati con il volto di legno, cartelle rubate e ritrovate, e per finire vecchie signore che bevono il tè!”. Aggiungerei freccette avvelenate e un paio di citazioni degli scacchi.
Anche il sottoscritto a fine lettura, sballottato dalla mole degli eventi, ha avvertito un leggero senso di smarrimento, ma sverga comunque un “ottimo”, per non fare la figura del cretino.

Il veleno nella mente di Thomas H. Cook, Giallo Mondadori 2012.
Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. La Morte ha visitato la sua famiglia, a partire dal padre ucciso per gelosia dal marito di Lola (così sembra). Un percorso all’indietro nel tempo con riprese continue, la sua vita, la sua intelligenza, la voglia di sfondare in una prestigiosa università. Il padre meschino, rozzo, non adatto alla madre dedita alla lettura e al figlio con i suoi pressanti consigli “Non accontentarti di Glenville, Luke”.
C’è un grande sogno, una grande speranza in questa storia, ci sono letture, citazioni di film, tutto appare vago, incerto e nello stesso tempo inquietante e spaventoso. Sprazzi di cinismo, sprazzi di amore, un senso di desolazione, un tocco al cuore. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità. “Tu vai avanti, vai avanti e credi di sapere chi sei e come girano le cose. Ma poi, da un momento all’altro, cambia tutto” (Lola). Se vogliamo anche un libro sulle apparenze scritto in maniera magistrale. Una riflessione su noi stessi.

Una sfiga pazzesca potrebbe essere il titolo più appropriato di In caso di mia morte, di Carlene Thompson, Marcos Y Marcos 2004.
in-caso-di-mia-morte“La prima a morire è Angela Ricci, un’attrice di successo. Barbaramente assassinata nel suo appartamento a Manhattan. E Laurel, una giovane fiorista di provincia, potrebbe essere la seconda. Ha trovato un messaggio raccapricciante nella cassetta delle lettere. Tredici anni prima, un macabro gioco organizzato da un gruppo di amiche, in una notte che nessuna ha più dimenticato, era costato la vita a una di loro, Faith. Laurel, Angela e le altre avevano giurato di non rivelare a nessuno l’accaduto. Ma qualcuno, evidentemente, ha scoperto quell’orrendo segreto, e ha deciso di vendicare la morte della povera Faith…”
In quarta di copertina in corsivo “Lasciate perdere Mary Higgings Clarke e compagnia… al suo sesto thriller, Carlene Thompson si annuncia ormai come uno dei nuovi maestri del brivido…” Ora, sfortunatamente per la nuova maestra del brivido, a meno di metà libro ero già sicuro del colpevole (la forza dell’esperienza), per cui la cosa che mi è rimasta più impressa di questo thriller sono le disgrazie familiari che si allargano a cerchi concentrici verso gli amici della protagonista principale Laurel Damron.
Sentite un po’. Abbiamo Crystal che per prima cosa perde i genitori, poi partorisce un bambino senza vita, ed infine viene lasciata dal marito. Monica (altra amica) è più fortunata. Perde solo la madre, poi il padre si sposa di nuovo ma la moglie non ne vuole sapere di lei e viene spedita presso una prozia. Anche Mary, sempre sfortunatamente amica della suddetta, (e sorella di Faith finita morta impiccata, e incinta tra l’altro, per un gioco pazzesco), viene abbandonata dal marito Neil Kamrath (e qui non c’è niente di nuovo sotto il sole). Il quale marito perde moglie e figlio in un incidente stradale.
Una sfiga pazzesca!

In due si indaga meglio di Rex Stout, Colin Dexter e Arthur Conan Doyle, Giallo Mondadori 2011.
Introduzione di Mauro Boncompagni (e questo è già un ottimo viatico).
Partiamo dal primo, Non ti fidare di Rex Stout. Gli ingredienti ci sono tutti. Voglio dire quelli che hanno fatto la fortuna del grande Stout: un Archie Goodwin in forma smagliante (specialmente con le donne) come il suo corpulento datore di lavoro, il classico scontro Wolfe-Cramer, una storia stuzzicante.
Praticamente un manoscritto assassino che lascia dietro di sé un bel po’ di cadaveri. Il pachiderma ad escogitare stando incollato alla poltrona e Goodwin, insieme agli altri compari, a mulinar gambe di qua e di là. Stile brillante, ironico, ricco di battute.
Passiamo al secondo L’ispettore Morse e la ragazza scomparsa di Colin Dexter. La coppia qui è formata da l’ispettore Morse e dal sergente Lewis alle prese con la scomparsa di una ragazza, Valerie Taylor, sparita due anni prima, dopo che l’ispettore capo Ainley aveva seguito il caso senza risolverlo.
Una ricerca lunga, difficile, interminabile, densa di dubbi, false certezze e continui ripensamenti. Morse scapolo, Lewis sposato, buon affiatamento insieme a qualche contrasto, specialmente quando “Le acrobazie mentali di Morse cominciavano a mettere in crisi le capacità di analisi di Lewis”. Insomma il lettore in tensione (bravo l’autore) fino all’epilogo.
Per terminare il racconto Il vampiro del Sussex di A.C. Doyle.
Un classico che fa sempre piacere rileggere. Una lettera con una strana storia con una signora “vampiro” che succhierebbe il sangue del figlio, una antica e isolata fattoria, un cane ridotto male e la coppia famosa, Sherlock e Watson che vanno un po’ a vedere di che cosa si tratta.
Seguiteli!

Concludiamo con la nostra intramontabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Testimone. Sette indagini per Antonio Mariani di Maria Masella, Frilli 2016.
testimone-sette-indagini-per-antonio-marianiIn Italia, le antologie, le raccolte di racconti insomma, se dimentichiamo il passato, e tanto per fare un esempio le favolose Novelle del Boccaccio (ma quanti le hanno lette davvero?) hanno avuto rara fortuna. Al giorno d’oggi le antologie sono poco amate dai più e bistrattate dagli editori, che le sminuiscono riducendole a palestra di brillanti spunti di autori di grido da mettere in copertina, unite a creazioni amatoriali. E da aggiungere, purtroppo, che difficilmente risultano vincenti.
Maria Masella invece, zac! Si introduce controcorrente sul mercato e ci offre sette racconti, sette gioiellini incastonati fra i tanti romanzi del suo commissario Mariani, pubblicati finora. Sette storie brevi, ben misurate e che interagiscono con i romanzi mettendo meglio a fuoco certe sfaccettature della personalità dell’uomo Mariani. Per meglio orchestrare la sua trama, Maria Masella fa risalire in scena alcuni “amati” personaggi e con consumata abilità riesce a coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine. Bello ed emotivamente molto intrigante infatti il primo racconto in flash back con cui la raccolta si avvia.
Bari, solstizio d’estate, un giovanotto, ventotto anni, sbarca qui, pensando di fermarsi solo qualche giorno. Il giovanotto è Antonio Mariani, laureato in giurisprudenza, che, dopo la prematura morte del padre, ha scelto di arruolarsi come marinaio. Perché? Irrequietezza, voglia di scoprire altri orizzonti oltre a Genova sua città natale? O altro? Chi può dire. Ma l’aver messo piede a terra a Bari, dove si troverà coinvolto come testimone in un omicidio, cambierà completamente la sua vita, costringendolo a restare in Italia e indicandogli la sua vera strada.
Maria Masella ha scritto queste sette storie per il commissario Mariani, un uomo giusto che sente ogni indagine un “caso personale”. Lo tutela e l’accompagna dai primi passi della sua scelta di vita alla maturità come persona e come funzionario pubblico al servizio della legge, da quando era solo “un comune di coperta” alle sofferenze e tragedie vissute negli ultimi romanzi.
Scrittura semplice e lineare che introduce le calibrate descrizioni introspettive dei protagonisti. Una Genova diretta, palpabile, amata ma anche valutata senza paraocchi. Si ritrovano fatti, punti di riferimento ed esperienze sostanziali nella vita di Mariani. Ci sono i ricordi legati a episodi che hanno contribuito alla sua formazione. Alcuni piacevoli, altri forti e altri ancora struggenti e impregnati di pathos.
Vedo che Testimone è il sedicesimo capitolo della serie Mariani, un regalo e, allo stesso tempo, un gustoso aperitivo che Maria Masella ha voluto offrire ai suoi lettori, in attesa delle nuove avventure del suo commissario cult.
L’aspettiamo!
Altri libri suggeriti da Patrizia:
Falsa testimonianza di Salvo Toscano, New Compton 2016, “un romanzo ambientato in una fosca Palermo di più di venti anni fa che si barcamena pericolosamente tra i nuovi metodi e orizzonti mafiosi e i grevi segreti di Stato”.
E Morte di un ex tappezziere di Francesco Recami, Sellerio 2016. “Confermata la notizia! Siamo all’ultimo episodio della serie. Francesco Recami, che non si smentisce mai, e l’aveva annunciato fin da La casa di ringhiera, il primo dei suoi sei romanzi, uno all’anno, che vedevano l’ex tappezziere come protagonista di rocambolesche avventure, e al sesto zac ha fatto fuori l’Amedeo Consonni. Come? Va bene che non era più un ragazzino, aveva sessantasei anni anche se fisico e forma lasciavano un po’ a desiderare. Ma insomma va là. E invece…”
Per chi ama gli e-book Patrizia consiglia inoltre “La Sherlockiana”, l’unica collana al mondo che ogni settimana pubblica un apocrifo o “pastiche” con (e il nome della collana ce lo dice) l’insopprimibile Sherlock Holmes. Qua il link con tutti i 125 titoli pubblicati finora.
Fabio Jonatan Jessica

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2016

cento-racconti-illustrati-degli-autori-per-ragazzi-piu-notiIn quel di Ampugnano, dove vado quasi tutte le mattine a leggere e camminare (ormai lo sapete), ho portato Cento racconti illustrati degli autori per ragazzi più noti, Edizioni Usborne 2012, per tenermi al passo con le letture del mio nipotino Jonathan che ha frequentato la prima elementare. E sono ritornato indietro nei secoli quando pure il sottoscritto volteggiava sinuoso sulle ali della fantasia fra lupi feroci, brutte streghe, orchi mostruosi ma anche fatine carine che risolvevano il tutto con un tocco di bacchetta magica (beate loro) facendomi tirare un sospiro di sollievo dopo tanto batticuore.
Per Jessica, tre anni, bionda, occhioni azzurri da infarto, mi cimento con testi più semplici (vedi Masha e Orso, oppure Peppa Pig, per esempio). Però è difficile conquistarla. Inizio a leggerle una storia ma dopo tre parole di numero “Ora basta, nonno” e via a saltellare giuliva. Comunque Jessica è proprio una lettrice spiccicata da gabinetto che fa onore alla mia rubrica. Quando le scappa qualcosa prende il vasino, raccoglie i suoi libretti e incomincia a leggerli a voce alta, rimbrodolando non so che cosa. E via così per delle mezz’orette intere. Due tesori (se gli girano bene).

Inizio, come al solito, con gli immarcescibili G.M.
Delitto in prestito e altre storie di Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
delitto-in-prestito-e-altre-storieQuando mi trovo davanti a Cornell Woolrich mi prende un non so che, una specie di ansia e di brivido incorporato. C’è sempre qualcosa di imprevisto e di ossessionante nelle sue storie.
Sentite questa. Jerome Swanson ha bisogno di soldi per curare il figlio malato. Ma come procurarseli? Viene a fagiolo il “Daily Reflector” con la bella somma di dollari che mette a disposizione di chi darà informazioni per la cattura dell’assassino di Robert J. Ranger, facoltoso agente di cambio. Bene, il gioco è fatto. Basta qualche ricerca, presentarsi come l’assassino stesso, intascare i bigliettoni, poi il nostro Jerome si trarrà d’impaccio con la testimonianza della moglie e del dottore. Ok, ottima idea, se tutto filasse liscio…
Murray Hobart, esperto, espertissimo di francobolli. C’è bisogno di lui per l’ispettore Foster. È stato ucciso un agente immobiliare soffocato nella sua poltrona con un fazzoletto, collezionista pure lui di francobolli e alcun album tutti intorno al luogo del delitto. Bisogna ispezionarli per vedere di ricavarci qualcosa, una traccia, un indizio. Tra i francobolli il famoso Capo di Buona Speranza che vale una fortuna. A meno che non si tratti di un falso. Ma Murray sa come verificarlo e ora lo hanno lasciato tutto solo. Allora potrebbe… la tentazione è forte…
Due amici diversi: Bill Brown, vivace, brillante, pittoresco e Joe Greeley, un semplice sgobbone. Due poliziotti, il primo promosso e il secondo solo a fare pesanti ricerche (vedi il destino). Un omicidio e i due che indagano insieme. Qualcosa nel comportamento di Bill non quadra. Qualcosa di poco chiaro…
In prima persona. Il Caso. Un giornale, conti inattivi non reclamati da molti anni. Un peccato lasciarli lì. Occorre studiare la faccenda e farsi passare per il possessore di uno dei conti stessi. Tutto fila liscio, un sacco di soldi in tasca per chi racconta la storia. Ma c’è qualcuno che lo nota, che lo fissa in un night club. Certo un poco di buono. Per risolvere il problema l’aiuto di un amico occasionale (bastano dieci dollari). Ma il destino è davvero incredibile…
Ecco, dicevo, il Destino, il Caso, qualcosa che all’improvviso si intromette nell’agire dell’uomo e ne condiziona il suo scopo. Spesso in negativo, talvolta con inaspettata sorpresa positiva.
Ogni volta che leggo un lavoro di Cornell Woolrich, non so perché ma mi pare di essere catapultato in un’altra dimensione.

Dieci incredibili giorni di Ellery Queen, Mondadori 2016.
dieci-incredibili-giorni“È successo ancora. Lo scultore Howard Van Horn si risveglia in un alberghetto di New York dopo l’ennesimo episodio di amnesia. Ha addosso del sangue non suo e i segni di una colluttazione. Forse questa volta, durante il lungo blackout di cui nulla ricorda, ha davvero fatto quello che si aspettava, prima o poi: forse ha commesso un omicidio.”
Urge un aiuto. Dell’amico Ellery Queen, in casa sua a Wrightsville per essergli vicino al prossimo attacco. La famiglia: il padre Diedrich, uomo grosso e affascinante, ha sposato la giovane e bella Sally, che piace subito a Ellery; lo zio Wolf che emana “acredine”, un “filo sottile e storto” che sdegna il nipote e Sally, “pericoloso.”; Christina Van Horn, la madre che gira nel parco di notte e cita salmi della Bibbia. “Abbiamo fatto un patto con la morte!” grida (perché?).
La faccenda si complica. Ellery pensa che il male di Howard sia dovuto al profondo attaccamento verso il padre messo in pericolo da Sally ma poi scopre…
E qui mi fermo. Dieci, incredibili giorni. Oscuri misteri familiari, lettere d’amore nascoste in un doppio fondo di un cofanetto, furti, ricatti con voce artefatta, omicidio, momenti di crisi, inquietudine, il lampo, la luce ed ecco “il piano, l’intero, orribile, magnifico piano” formarsi nella mente del nostro Ellery. La Bibbia e i dieci comandamenti. E gli anagrammi. Cosa c’entra la Bibbia e cosa c’entrano gli anagrammi? Vedrete che c’entrano anche questi.
Un viaggio inquietante tra gli oscuri meandri di una famiglia. Una costruzione assai complessa dei due famosi cugini.

Quella casa nella brughiera di Ngaio Marsh, Mondadori 2016.
quella-casa-nella-brughieraCuthbert ha assassinato l’amante della moglie; Mervyn ha mandato all’altro mondo un ladro con un ferro da stiro piazzato in cima ad una porta; Wilfred, Kittiwee per gli amici dato che ama i gatti, ha sbattuto mortalmente contro un muro la testa di una guardia che li maltrattava; Nigel, appartenente ad una setta estrema, ha fatto fuori una donna definita da lui “peccaminosa”, mentre Vincent ha soltanto avuto il torto di rinchiudere una vecchia strega in una serra piena di vapori di arsenico.
Ecco i “particolari” domestici, ognuno con le proprie mansioni, della isolata residenza di campagna di Halberds, il cui proprietario è il ricchissimo antiquario Hilary Bill-Tasman che ha invitato Agatha Troy, moglie del sovrintendente di Scotland Yard Roderick Alleyn, a dipingere il suo ritratto. Fra poco ci sarà un party natalizio e la festa si prospetta molto interessante (soprattutto per il lettore).
Tra gli invitati anche la bella Cressida Totthenam, fidanzata di Hilary, la zia Bed non la vede di buon occhio ma “è la pupilla dello zio Flea”. Ci sono pure i signori Forrester con il loro domestico Alfred Muolt e Bert Smith, un antiquario.
Intanto piccoli inconvenienti, piccoli “scherzetti” di cattivo gusto: trappola per Troy con un barattolo di olio e trementina sulla porta che le cade in testa, biglietto sotto la porta di Cressida definita donna peccaminosa che deve stare attenta, altro biglietto per il colonnello Forrester (dopo la lettura si sente male), sapone nell’orzata di Smith. Trattasi di burlone che si diverte a fare brutti scherzi o che cosa? E quale fine si propone?
Il clou della festa è la cerimonia dell’Albero affidata al colonnello Forrester vestito da druido con barba, baffi, sopracciglia, parrucca, stivali e abito dorato a fare le dovute manovre per portare i regali ai bambini del luogo. Solo che si sente male e verrà sostituito da Moult che improvvisamente sparisce. Le ricerche successive risultano del tutto vane, si sospetta che sia stato ucciso, e allora occorre l’intervento di Alleyn con la sua abilità psicologica per tirar fuori qualche mezza verità da quel branco di servitori poco raccomandabili. Tra neve, pioggia e situazioni atmosferiche tremende, lui stesso in pericolo di vita. Aggiungo Troy che si sente a disagio in mezzo a sconosciuti in una casa isolata, un cuneo infilato tra i pannelli di una finestra, una cassetta preziosa, un diario, documenti assai delicati. Pure due gatti, Drittone e Sapientone, con il loro momento di gloria. Personaggi sbozzati magnificamente e il “sospetto” che si infila dappertutto.
Ancora un inedito della banda mondadoriana a cui va il nostro ringraziamento.

Delitti in prima pagina di Fredric Brown, Gregory Mcdonald, Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
delitti-in-prima-paginaDi detective giornalisti ce ne sono stati parecchi. Basta leggere la bella Introduzione di Mauro Boncompagni che ci offre solo un assaggio. A Partire da Joseph Rouletabille di Gaston Leroux e via a seguire con Philip Trent di E.C. Bentley e poi Roger Sheringham, Flashgum Casey e Kent Murdoch per arrivare a Jim Qwilleram, forse il più famoso, tanto per dare un’idea e già sapete i nomi degli autori. O vediamo, ora, con chi faremo la nostra conoscenza…
Gorgo fatale di Fredric Brown
In prima persona da Sam Evans dell’“Herald” per un articolo su un ragazzo morto a Whitewater Beach in un incidente. Sembra Henry O. Westphal, investito mentre cerca di attraversare le rotaie. Falso allarme. Il morto è un polacco che ha rubato il portafoglio al suddetto Obie di cui era compagno di scuola. Intanto la moglie Millie se ne va per un periodo di riflessione ed ecco riapparire la vecchia fiamma Nina con relativo salto sul letto. Ricerche su ricerche, Sam non è convinto dell’incidente, sogni, incubi, una vera ossessione. Scoperte di altre morti strane tra cui quella della sorella dello stesso Obie. Dubbi, perplessità, solo una sua fissazione? Qualcuno che lo segue. Pericolo. La svolta finale. Un turbinio di pensieri che volteggia lungo tutto il racconto con il lettore sballottato di qua e di là, ora quasi certo di ciò che avviene, ora confuso e come preso per il naso.
Giovedì mi ucciderai di Gregory Mcdonald
Irwin Fletcher, detto Fletch, giornalista del “News Tribune”, residente a The Beach per un’inchiesta sulla droga. Ecco ricevere una proposta sorprendente da certo Alan Stanwyk che lo ha scambiato per un barbone ”Voglio morire giovedì prossimo, tra una settimana esatta, circa alle otto e mezzo di sera.” Ma come? Ucciso da lui con un colpo di pistola, tanto dovrà schiattare lo stesso per un cancro. In cambio cinquantamila dollari e un biglietto per Buenos Aires. Mica male. Ma per Fletch qualcosa non quadra. Meglio registrare quello che è successo e fare le dovute ricerche sul tizio in questione. Intanto Alan Stanwyk è un famoso manager, ricco e sano (così sembra)…
Dialoghi veloci, talora esilaranti con le due ex mogli, con il padre di Alan, telefonate a getto continuo attraverso false identità. Spudorato mentitore il nostro giornalista che ha vinto anche un premio prestigioso non ritirato. Capace di scoprire chi fornisce la droga (spunti su questo triste mondo) e tutto proteso a scoprire anche il mistero della incredibile richiesta. Ci riuscirà?
Galoppino di Cornell Woolrich
Clint Burgess è solo un galoppino, uno che deve andare in giro a cercare notizie senza scrivere una parola. Ma prima o poi farà carriera. Di sicuro, lui ne è certo. Intanto si deve catapultare nel locale Mike’s Tavern dove è stato ammazzato proprio il titolare Mike Oliver. Un tipo per niente simpatico e tirchio, secondo il barista. Ha leticato pure con un vecchio cliente che viene subito incriminato. Ma Clint non è convinto della sua colpevolezza. Per esempio c’è un bicchiere con le impronte ed uno pulito sul bancone del bar. Insomma un bicchiere di troppo. Perché?…Ce la farà Burgess a risolvere il caso e, magari, a intraprendere la sua fantomatica carriera? Vediamo.
Un trio speciale. Tre personaggi alla ricerca della verità. Tre tipi diversi contro tutto e tutti. E il lettore è lì, a bocca spalancata, che li segue nei loro movimenti e nelle loro elucubrazioni attraverso una scrittura spesso veloce, ironica, leggera e pure divertente (soprattutto nel Galoppino) dentro una trama da manuale. Ora sorpreso, ora scosso, ora ammirato, ora un po’ sconcertato tra gli improvvisi cambiamenti che gli si parano davanti.

Un caso bizzarro per il commissario Carra di Claudio Arbib e Rodolfo Rossi.
un-caso-bizzarro-per-il-commissario-carraUltimamente ho letto diversi libri del “Giallo Italia” per vedere cosa ti inventano i nostri compatrioti. Qualche volta con soddisfazione e più spesso con un certo sconforto. Diciamo la verità (ovvero la verità di chi dice diciamo la verità). Il fatto è che ci sono in giro millanta gialli o gialletti tutti uguali spiccicati e uno non ne può più di leggere le solite tiritere. Vediamone alcuni punti in comune.
1) Intanto il commissario con contorno di sottoposti. E qui, naturalmente, c’è: si chiama Carra. Laureato, colto, divorziato da una moglie amata e che ama ancora. Niente bambini, matrimonio sfilacciato, ormai senza senso. Suo amico professore Luigi Bevilacqua (meglio di google per il commissario) che conciona di pittori surrealisti e metafisici (un ripassino fa sempre bene). Passeggiate, ricordi, sogni, incubi che lo tormentano. Non mancano i sottoposti con le loro caratteristiche personali: Di Giacomo, Tuozzi, Marzullo e Vittoriani (se ricordo bene), compreso il dialetto che porta vivacità al dialogo e alla storia.
2) Di solito esiste il superiore rompipalle che deve per forza dire la sua e avvertire che su, in alto, ma in alto alto, qualcuno desidera che si faccia in una certa maniera. E anche questo lo si trova a pizzicare il nostro Carra con il suo eloquio infiorettato di citazioni latine che spingono al sorriso.
3) Ogni storia ha il suo “caso” o i suoi “casi”. Bene, qui ne abbiamo praticamente quattro: quello “bizzarro” del titolo si riferisce al ritrovamento di un elefante morto, o meglio, di una elefantessa (in seguito si saprà che se ne è “andata” causa overdose). Ottimo il personaggio di Attilio Cecconi, il barbone incazzato nero che cerca di scassinare un furgone frigorifero per inserirvi gli eventuali pezzi dell’incredibile animale. Accanto a questo la sparizione di un ragazzo dai capelli verdi, la vicenda di un bambino rom rapito che già si enuclea fin da principio e la morte per overdose di una prostituta rom. Quattro problemini tutti sul groppone del nostro Carra.
4) Oltre al “caso” o ai “casi”, dietro alla pura indagine c’è sempre uno sguardo alla società. Vedi, nel presente contesto, il problema della droga, del traffico degli stupefacenti reso più consistente dalle novità tecnologiche (via internet, per esempio), lo sfruttamento vigliacco delle prostitute e dei ragazzi che può coinvolgere persone inimmaginabili come un prete. Una parte cruciale svolta con piccoli tocchi di delicata commozione anche attraverso i ricordi degli sfruttati. Aggiungo le minchiate dei politici, la critica delle forme del lavoro sempre più astratto (leasing, banqueting, franchising) e via di seguito.
5) Spunti sul luogo dove si svolge la vicenda. In questo caso Roma “con i suoi marciapiedi coperti di automobili, con i suoi bidoni della spazzatura stracolmi, i suoi muri coperti di manifesti elettorali abusivi…”, e perfino una veloce carrellatale sulle varie parti della città postate come in un caleidoscopio.
6) Qualche personaggio particolare un po’ a macchietta. Il già citato Attilio Cecconi e, aggiungo, la signora altezzosa, moglie di un ambasciatore presso la Santa Sede, che fa venir voglia di prendere a calci in culo.
7) Naturalmente una trama giallistica bene organizzata che non faccia capire subito dove si va a parare. E qui, bene o male, ci siamo.
Dunque le solite cose. Ciò che distingue, che può distinguere ogni giallo o gialletto tra i millanta in circolazione è soprattutto il linguaggio, la potenza della scrittura, la capacità di evocare emozioni e sentimenti. In una parola, lo stile.
E allora? E allora questa è una storia che si fa leggere volentieri, dove accanto alla parte drammatica della dura, schifosa realtà (certi personaggi, sbozzati con pochi tocchi, rendono bene l’idea) convive una tenera delicatezza e un soffio di sorriso. Anche il personaggio principale, ovvero il commissario Carra, risulta ben costruito, afflitto da problemi esistenziali che il classico uomo comune si porta appresso. Al termine perfino un quiz per i lettori appassionati d’arte e di enigmistica. Che volete di più?

La detective miope di Rosa Ribas, Mondadori 2016.
la-detective-miopeQuesta ci mancava. Voglio dire tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta che la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Spiluzzicature
Per chi desidera sapere subito il nome dell’assassino, tra l’altro già morto, senza lambiccarsi troppo il cervello, è pronto La vedova di Fiona Barton, Einaudi 2016. Naturalmente il libro ha diversi risvolti interessanti, a cominciare dal punto di vista dei vari personaggi. Così, a naso (leggiucchiato in qua e là), la scrittura mi pare buona.
I delitti della città vuota di diciotto autori, Atmosphere 2016, lo consiglio senza averlo sfogliato. Nel senso che lo sfoglierò di sicuro dopo il bel giudizio di Maurizio de Giovanni.
Svelato il mistero di chi si cela dietro lo pseudonimo dello scrittore Emilio Martini e il suo commissario Bertè. Due del gentil sesso, Elena e Michela Martignoni. Su La regina del catrame, Corbaccio 2012, non ero stato troppo tenero terminando con un “libro da inserire in quella caterva di pubblicazioni che scivolano nel carino e lì ci restano”. Però gli auguri glieli faccio lo stesso e, ripensandoci, restare nel carino non è poi così male.
Continuano a scodinzolare i Bassotti della Polillo con Omicidio in laboratorio di T.L. Davidson. Qui ci lascia le penne il professore Sheppery avvelenato dal cianuro. Chi indaga per capirci qualcosa sono l’ispettore Mellison di Scotland Yard e il dottor Blyte. Come succede spesso (anche nella vita reale) la personalità del morto, ritenuta di grande moralità, si scopre essere piuttosto diversa. Praticamente una doppia vita…
Il lettore amante della buona scrittura si butti senza tema su Insospettabili, antologia di racconti gialli curata da Fulvio Gianaria e Alberto Mittone. Potrà trovarvi autori particolari distanti fra loro nel tempo e nello spazio, occupati occasionalmente nella letteratura gialla. Basta qualche nome: Cechov, Hemingway, Svevo, Buzzati, Moravia, Dickens… e perfino un certo Giorgio Spini con il quale mi laureai al tempo che fu. Tutti grandi anche quando sguazzano in una materia che non è proprio la loro.

Un giretto tra i miei libri
Per motivi di spazio solo pochissime righe.
il-silenzio-delle-ombreIl silenzio delle ombre di Freeman Wills Crofts, Mondadori 2008.
“Il Surrey, quale ameno, tranquillo angolo del paradiso. Almeno fino a quando alcuni dei suoi abitanti non cominciano a svanire nel nulla. Per primo lo scontroso dottor James Earle, poi l’infermiera Helen Nankivel, che sembra essere la sua amante. L’ispettore French sospetta che siano stati assassinati, ma nessun cadavere è stato rinvenuto e tutto rimane nel campo delle ipotesi…”. Quello che ha rappresentato Crofts per il romanzo poliziesco è già stato scritto da Willard Huntington Wright (più conosciuto come S.S. Van Dine, il creatore di Philo Vance) e cioè il migliore esponente della tendenza realistica, per cui nella scelta della trama e dei suoi personaggi, in primis di chi deve indagare, si va più al sodo. Niente detective “particolari”, geniali e bizzarri al tempo stesso, ma poliziotti laboriosi e tenaci. Più umani, insomma. Come il nostro Joseph French. Stile piano, concreto, sicuro. Andamento lento della trama che coinvolge e appassiona il lettore nella ricerca degli scomparsi. Solita spiegazione finale che può infastidire i non amanti del giallo classico.

Il silenzio di Jan Costin Wagner, Einaudi 2008.
il-silenzio“Nell’estate del 1974, durante i campionati del mondo, una ragazzina viene violentata e uccisa nei pressi di Turku, in Finlandia. Le indagini della polizia, condotte da Antsi Ketola, non portano ad alcun risultato.
Trentatré anni dopo, nel luogo in cui una semplice croce ricorda la vittima, viene rinvenuta la bicicletta di un’altra giovane, Sinikka Vehkasalo: uscita per andare all’allenamento di pallavolo non è più tornata in casa.
Il caso viene affidato a Kimmo Joentaa, e Ketola, andato in pensione da poco, si dichiara disponibile ad aiutarlo. Intende in qualche modo riparare a quell’insuccesso professionale che ancora gli brucia, ed è profondamente convinto che vecchio e nuovo delitto siano opera di un’unica persona…”
L’indagine si sviluppa in maniera semplice, così come semplice e naturale è il linguaggio e lo stile. Il tutto un po’ moscio, a dir la verità. Un neo piuttosto grosso la soluzione finale tirata per i capelli.

Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio di Enrico Solito, Hobby and Work 2006.
sherlock-holmes-e-le-ombre-di-gubbioTralasciando tutta la prima parte, andiamo al nocciolo quando Pier Luigi Neri da Gubbio chiede l’aiuto di Holmes. Una specie di lupo fantasma terrorizza la sua città. Data la fama di grande detective solo lui può risolvere il mistero. Dunque Holmes e l’inseparabile dottor Watson partono per risolvere il nuovo caso.
Essi vengono inquadrati con le loro note caratteristiche, i loro tic e le loro manie. Holmes che snocciola una dietro l’altra le sue famose deduzioni (anche troppe), con i suoi momenti alti e bassi, il violino, la conoscenza degli scacchi (sua l’osservazione sul “curioso meccanismo mentale” dei giocatori di scacchi mentre assiste alla partita tra due personaggi) e così via. Watson amante delle comodità, del suo buon sigaro, del giornale inglese e, soprattutto, del suo sherry. In mancanza di meglio basta il Nebbiolo. Vi si trovano citazioni espresse o sottintese di altri libri, notazioni ironiche sugli italiani e gli inglesi, una conoscenza accuratissima della Londra di allora. Ma, soprattutto, un amore sconfinato per Gubbio, per questo luogo bellissimo e “bizzarro” insieme. Ritrovo qui lo stesso stile, la stessa garbata arguzia, la stessa fine ironia che fanno dei libri dell’autore una sana e piacevole lettura. Sia emozionale che intellettuale.

Passiamo ora alla nostra imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche) che ci presenta Roma Caput Mundi. L’ultimo Cesare di Andrea Frediani, Newton Compton 2016.
roma-caput-mundi-lultimo-cesarePer chi sa e studia di storia, la figura di Costantino rappresenta una bella sfida.
Secondo quanto si è scritto di lui, fu uomo sempre ambiguo e pieno di contraddizioni imperatore “cristiano” e contemporaneamente alleato degli ariani e massima autorità religiosa pagana. Santo? Uhm… soprattutto diavolo, mi pare.
Comunque in questo secondo episodio di Roma Caput Mundi, Andrea Frediani non mette Costantino sugli altari né lo condanna. Lui resta sempre sullo sfondo, da perfetto antagonista par suo, che non guarda in faccia a nessuno. Lo scenario della storia è quello dello scontro tra Costantino e Licinio per il dominio dell’impero e, anche stavolta, come per L’ultimo pretoriano, il personaggio principale è Sesto Martiniano. Ex pretoriano, valoroso combattente, innamorato sfortunato e, oibò, sempre sconfitto. Lo è stato al fianco di Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio, e lo sarà, al fianco di Licinio per otto anni e nella battaglia di Crisopoli, che ne decretò la definitiva sconfitta. L’ultimo Cesare pagano, investito di stoicismo e “mos maiorum” augusteo.
Una disfatta cosciente e per questo più eroica di fronte ai tempi che cambiano, con il nodo sostanzialmente culturale delle guerra civile che man mano va precisandosi con l’evoluzione degli eventi.
Personaggi buoni, cattivi, vigliacchi, coraggiosi e crudeli quanto basta. Un cristianesimo che talvolta sconfina nel fanatismo e fa rimpiangere troppo spesso l’apertura mentale dei pagani.
Un romanzo maturo e interessante, con alla fin fine Sesto Martiniano, l’eterno sconfitto, che riesce a dominare moralmente sul vincitore. Perché, come giustamente scrive l’autore nella sua postfazione: «Ma soprattutto questo è un romanzo e, come in amore, tutto è lecito o quasi».
La storia invece parla solo dei vincitori.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2016

book-toiletBuone vacanze!
Per onorare il centenario della nascita di Ludovico Ariosto ho tirato fuori dalla biblioteca l’Orlando furioso in due volumi a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi 1992,  e me li sono portati, da soli (insomma senza altri libri), in quel di Ampugnano e in tre giorni (no, non ho dormito lì) l’ho riletti da cima a fondo partendo dalle donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le audaci imprese, (bello il volo sulla luna con Astolfo dove ho trovato anche una marea di senni contemporanei) per terminare con la morte di Rodomonte incazzato nero e bestemmiante nello scontro finale con Ruggero, dimenticandomi di tutto il casino della vita.
Poi è arrivato anche il centenario della nascita di Guido Gozzano. E allora, per non fargli torto, mi sono buttato, con rinnovato slancio senile, sulle signorine Felicita, Carlotta e Graziella, tanto per vedere l’effetto che fa. Ed è stato un bell’effetto visto che da giovincello scherzoso mica mi piaceva tanto il bel Crepuscolare (la parola stessa mi ammosciava). Ma da vecchietti, si sa, le cose cambiano e il crepuscolo può diventare pure un mattinoLe poesie luminoso. Consiglio Le Poesie di Guido Gozzano, 2 vol., Einaudi 2016, a cura di Edoardo Sanguineti. Altrimenti basta tirar fuori, per chi ce l’ha, il libriccino Gozzano, supplemento dell’Unità del 1993 (insieme a tanti altri piccoli gioiellini), con la presentazione di Giampiero Comolli e gli interventi di Emilio Cecchi e Edoardo Sanguineti per farsi un’idea del poeta colpito da un’ingiusta fama di “minore” a causa dei suoi sospiri e dei rimpianti che hanno spallato parecchi, compreso il citato giovincello scherzoso, e sono invece ascrivibili ad una poesia ”tenue e delicata” e ad “una sentimentalità foderata d’ironia.” (ignoranti!).
A volte anche i centenari delle nascite hanno la loro utilità.

Partiamo, come al solito, dai nostri amatissimi G.M.
Una croce era il segnale di John Dickson Carr, Mondadori 2016.
Una croce era il segnale“L’avvocato Patrick Butler è uno che non sbaglia una causa. Il “Grande Difensore”, come lo conoscono nell’ambiente londinese, ha una predilezione per la clientela femminile. E se le sue assistite sono colpevoli tanto meglio, farle assolvere è una sfida ancor più stimolante. Joyce Ellis è accusata di aver avvelenato l’anziana signora presso la quale lavorava come dama di compagnia: è senza dubbio un’assassina per l’arrogante e cinico Butler, che per scagionarla dispiega in aula le sue arti sopraffine.” E ci riesce piuttosto bene in una causa difficile con le impronte della cliente dal “fascino sensuale” sul barattolo contenente il veleno, cioè “antimonio o tartaro emetico la notte del ventidue febbraio.”
Ma la cosa non finisce qui perché anche Dick Renshaw, marito di Lucia, nipote della defunta Taylor, è stato avvelenato nello stesso modo, e allora subito il nostro Patrick a metterla sotto la sua protezione (“Io vi salverò”). E’ sospettata addirittura della morte della zia Mildred (dalla quale si becca una bella eredità), avendole fatto una visita inaspettata.  E la scia si allunga. Negli ultimi tre mesi “ci sono state nove morti per veleno non risolte.” Urge l’intervento del famoso criminologo Gideon Fell. E Gideon Fell arriva con tutta la sua formidabile  possanza. “In cima a quella mole torreggiante, un faccione rosso sormontato da un gran ciuffo di capelli grigi sorrideva benignamente al mondo attraverso lenti montate su un largo nastro nero”, la bocca “aperta in un lieto sogghigno sotto i baffoni da bandito.” Le espressioni sono in netto parallelismo con tutto il suo essere: urla e rimbomba “Arconti di Atene!”, “Tuoni e fulmini!”, fa smorfie spaventevoli, ansima, grugnisce, ruggisce, brontola, (in seguito “torreggia e irradia calore come una fornace”, tanto per dirne una), insomma mette tutti in una forte soggezione. Ed è lui, proprio lui, di fronte a questa sequela di morti, a tirare fuori il Medioevo, le messe nere e l’adorazione di Satana in un mondo dove “molta gente ritiene ormai che onestà e decenza siano solo parole prive di qualunque significato.” (perfette per oggi). Segni evidenti sulla polvere del davanzale della casa di Lucia una croce rovesciata di Satana e un candelabro d’argento con candele nere.
Non aggiungo e spiego altro che ce ne sarebbero di cose da dire (per esempio arriverà un altro morto ammazzato). Gotico, movimento, superstizione, paura, grande abilità descrittiva dei personaggi che si stagliano vitali, figure femminili conturbanti che mettono in agitazione il pur ferreo avvocato con il nostro Gideon Fell a gettare benzina sul fuoco, lanciare il sasso e ritirare la mano. Un racconto sull’assassinio sbagliato e sull’interpretazione degli indizi alla rovescia che metterà a dura prova il lettore con il Caso che si infila fra gli eventi funesti. Finale dove trionfa l’amore che è bello così.

Sherlock Holmes. Il mistero dell’oro boero di Kieran McMullen, Mondadori 2016.
Il mistero dell’oro boeroWatson ce lo dice sin dalla premessa “Questa storia ha per oggetto un successo e insieme un fallimento. Holmes fu ancora una volta eccezionale, ma come in occasione dello scontro finale con Moriarty, andò incontro a complicazioni non derivanti dalla sua responsabilità. Diede un contributo di cui andare orgogliosi, e posso affermare in tutta sicurezza che senza di esso la guerra in Sudafrica non si sarebbe conclusa positivamente, almeno per quanto riguarda la provincia di Pretoria.”
E dunque andiamo a vedere di che storia si tratta. 3 febbraio 1900. Il nostro dottore è occupato dai libri su Holmes e dalle corse dei cavalli, mentre qualcuno sta passando ai Boeri i piani inglesi in Sudafrica durante la guerra fra i due popoli. Per Mycroft occorre snidare il traditore (probabilmente la Pantera Nera Duquesne nei suoi continui travestimenti: boscaiolo, banchiere, proprietario terreno) e vengono a fagiolo (per usare un’espressione popolare) Holmes, sotto mentite spoglie del corrispondente di guerra Escott, e il nostro Watson come dottore per curare i feriti dell’ospedale di Bloemfontein dove sbarcheranno i nostri. Da ritrovare pure un bel carico d’oro sparito nel nulla. Il quartier generale di lord Roberts, comandante dell’esercito britannico, è sistemato in un grande albergo al centro della città con i suoi ufficiali.
La situazione è critica. Feriti da accudire, manca l’acqua, scoppia la febbre tifoide, casse di cibo che spariscono, disperso o ucciso il capo degli esploratori sostituito da uno nuovo. Notizie interessanti arrivano, però, dal tenente Murtry, aiutante di campo di lord Roberts, che ha formulato “una teoria tutta sua riguardo a quel che sta accadendo… con le scorte di cibo in scatola, con due tipi di piantapatate e con le Sarven.” (Cosa vorrà dire?). Chiaro che ci lascia la pelle, un singolo colpo al cuore con un’arma affilata, ucciso in una stanza e portato in un’altra. Holmes rivela la sua vera identità (non può più nascondersi dietro il paravento di Escott) e sul luogo del delitto trova un pezzo di catenella da orologio con incastonata una moneta da mezzo pond con due teste ai lati, oggetto di riconoscimento fra i traditori. Qualcuno l’ha fatto fuori evidentemente perché Murtry aveva scoperto qualcosa di importante.
Spunti in qua e là. Un “brav’uomo” e certi “bravi ragazzi” che proprio bravi non sono, altri morti ammazzati, di mezzo un rapporto amoroso non sincero con la padrona di una pensione, un agguato dei Boeri che non inseguono i nemici sconfitti (perché?).  Tra i vari personaggi si segnalano Winston Churchill come corrispondente di guerra e Arthur Conan Doyle nei panni di un chirurgo.
Non mancano motivazioni concrete contro gli inglesi, combattuti pure da irlandesi o americani di origine irlandese, che uccidono, saccheggiano e depredano. Per scoprire la mente diabolica organizzatrice dei tradimenti (ovvero il famigerato Duquesne), compresa la sparizione dell’oro, un’idea astuta di Holmes che prevede una ricognizione con piani di attacchi diversi e fasulli. Essendo numerosi i sospettati, sotto quale personaggio si celerà il temibile avversario?…
Per Sotto la lente di Sherlock ecco Nuovo secolo e nuove avventure per Sherlock Holmes e il dottor Watson del nostro Luigi Pachì. Un bell’articolo sulla storia e la passione di Kieran McMullen per il Detective di Baker Street.

La lettrice scomparsa di Fabio Stassi, Sellerio 2016.
La lettrice scomparsaGià letto e recensito (per due volte) Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, Sellerio 2013. Cosa c’entra questo libro con il presente? Intanto l’autore ne fu il curatore e da lì deve avere preso lo spunto per questa storia.
Ma veniamo al sodo. Siamo a Roma e abbiamo proprio un personaggio che si inventa come lavoro la biblioterapia. Ovvero curare le persone con i libri, ovvero Vince Corso, professore precario, padre sconosciuto (ogni tanto gli manda una cartolina), lasciato dalla moglie Serena (assillato dall’abbandono), in affitto di monocamera in via Merulana (ci ricorda qualcosa) con poster di Buster Keaton e poltrona in pelle anni Cinquanta. Qualche cliente arriva. Donne. Cito a braccio senza ricontrollare a partire da Carla con il problema dei capelli impossibili; Velia lasciata dal marito per una ragazza più giovane di lui; Rosalba, abbandonata, invece, dal fidanzato perché sta per diventare cieca; Elettra l’“elettrica” che lancia il primo oggetto a portata di mano; Melissa spallata del “coinquilino”, ovvero del marito (immagina anche di vederlo morto); Elena che si butta sull’alcool perché le sembra di vivere in una stanza vuota; Guendalina a cui piace infrangere il pudore; Margherita Dupuis, la donna cannone decisa ad ingrassare per il suo lavoro, è dimagrita perché desiderava andare più in alto (un po’ di sorriso ci vuole); Lidia, vecchia con voce giovanile, ex attrice, non riesce più a leggere, non ricorda i nomi, confonde le trame. E allora giù a chiedere qualche lettura curativa, a discutere, confrontarsi, litigare, sulla vita, sull’uomo e sulla donna, sui rapporti ormai logori e finiti, sulla voglia di cambiare, di ribellarsi, di evadere, di togliersi dalle palle. Qualche consiglio di lettura, anche un audiolibro, accettato o rifiutato.
Con Emiliano, suo amico libraio, discussione approfondita (direi colta) su Wakefield di Nathaniel Hatwhorne, storia di un uomo che una mattina saluta la moglie, poi affitta una stanza nel palazzo di fronte al suo e si mette ad osservare la vita della famiglia per venti anni (diabolico). Parallela la scomparsa dell’inquilina del piano di sotto, che il nostro biblioterapeuta cerca di studiare, capire e conoscere attraverso i libri che leggeva, trascritti in uno schedario dell’amico citato. Avrà fatto mica come il personaggio della Hatwhorne?
Tutte le figure, anche quelle minori, come il portinaio Gabriel, lontano dalla propria patria da venticinque anni, eppure forte nella vita, hanno il loro ruolo, il loro piccolo spessore. Ogni tanto Vince è assalito dai ricordi della sua vita, della moglie, della madre, dal senso del suo fallimento, di essere destinato alla solitudine in una Roma malinconica e sempre più illusoria.
E poi citazioni storiche, letterarie, musicali a go-go, una brancata di citazioni culturali che mi hanno riportato indietro ai tempi della non beata gioventù universitaria (mai una lira in tasca) quando mi buttavo a capofitto nel mare magnum degli scritti.
Finale con disvelamento di tutto l’ambaradan attraverso una mera indagine sui libri letti dalla signora scomparsa (già detto) che una parola può farci capire il senso di una vita. Idea carina, stimolante. Ci ritrovi i tuoi amici, le persone più care, ci ritroviamo noi nudi tra mille dubbi e mille domande. Al termine della lettura un senso di smarrimento con lieve sorriso (non manca l’ironia) e l’ansia di scoprire se qualcuno nel nostro condominio sia sparito. Se sia sparita la consorte o si voglia sparire, addirittura, noi stessi (un pensierino ci si fa, via).
Bel libro, bel thriller letterario. Citati pure gli scacchi e questo, ma solo per me, è un altro pregio.

La sostanza del male di Luca D’Andrea, Einaudi 2016.
La sostanza del male“Jeremiah Salinger è un giovane autore televisivo newyorchese che, insieme alla moglie Annelise, si è trasferito per un periodo a Siebenhoch, il piccolo centro del Sud Tirolo dove lei è cresciuta. Con loro c’è la precoce figlia Clara, di cinque anni. Affascinato dalla montagna e dalla gente che vi abita, Salinger comincia a realizzare un factual sul soccorso alpino, ma nel corso delle riprese viene coinvolto in un pauroso incidente.” Ovvero si trova chiuso in un crepaccio al buio, con la paura e la “Bestia” che lo farà soffrire suscitando, ogni tanto, l’orrore dentro di lui. Accanto al trauma la voglia disperata di scoprire il massacro di tre giovani avvenuto il 28 aprile 1985, durante una tempesta autorigenerante, nel Bletterbach, specie di zoo preistorico ricco di fossili. Il massacro di Evi, Kurt e Markus trovati con le gambe e le braccia spezzate e la testa mozzata della ragazza, massacro di cui non fu trovato il colpevole e nessuno nel paese vuole parlarne (perché?).
Una ricerca spasmodica tra documenti e persone che lo porta in contrasto con il paese stesso (lui già forestiero) e con la moglie preoccupata della sua salute (importante anche il suo rapporto con la figlia). Le possibili teorie sull’accaduto riguardano un ex poliziotto di Venezia, la pista dei bracconieri, il padre di Evi, la droga, la moglie di Max, lo sceriffo del luogo, oppure… Oppure c’è in giro l’idea dei “mostri” preistorici che vivono in quelle grotte, più precisamente dello Jaekelopterus Rhenaniae “una specie di scorpione con la coda di una sirena” armato di chele micidiali. Che sia stato lui l’assassino? E perché alcuni soccorritori hanno fatto in seguito una brutta fine?
Un bel libro tra mistero, paura, ossessione, i segreti di un paese con le sue tradizioni antiche e le inestricabili vicende familiari, l’alcol, la scienza, il mostro preistorico, il solo contro tutti, il disvelamento finale, il ritorno sul luogo della tragedia a vedersela con la terribile verità. E la montagna che incombe, possente e minacciosa. Un bel libro, dicevo, senza gridolini di gioia, sulla scia di tanti thriller scandinavi sbertucciati o osannati secondo l’estro del momento.

Stesso sangue di Nesbø, Lansdale, Fois, Guccini & Macchiavelli, Einaudi 2016.
Stesso sangueQuesto incanto non costa niente di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli.
Anno 1938. Bagni dell’Appennino nella montagna bolognese a metà strada tra Bologna e Firenze, quattro vie più la piazza. Macchina in un precipizio. Morto Romano Pareschi, figlio del federale Adolfo che non crede all’incidente ma in un omicidio premeditato. Occorre una indagine laterale riservata e affidata al maresciallo Santovito. Ma tanto l’assassino o gli assassini devono essere quelli, i nemici del regime o qualche ebreo bastardo. Atmosfera fascista con le canzonette e i cantanti di allora (Trio Lescano, Rabagliati, Natalino Otto), con qualche libro a far pensare (Moravia e Corrado Alvaro), l’odio razziale, l’olio di ricino, la violenza e lo stupro. Cenni dell’orrore fascista.
Coco Buttermit di Joe R. Lansdale
Solo uno scambio ben pagato. Portare una borsa in un certo posto ad un ricattatore e ricevere Coco Buttermit. Un cane, una femmina di cane tedesco. Mummificata. La mamma di Jimmy Farmer ci teneva tanto e lui teneva tanto alla mamma. Tutto facile per Hap, Leonard, Brett e Chance, la figlia di Hap. Troppo facile. Puzza. Anche perché la cifra sborsata per la suddetta mummia, almeno centomila dollari (si scopre, poi), è pazzesca. E chi ha voluto lo scambio, Jimmy Farmer, farà una brutta fine. Ancora una volta la scrittura pulp di Lansdale a creare sorridente putiferio con scontro finale, addirittura, tra una scavatrice e un bulldozer.
Siero di Jo Nesbø
Sponda di un fiume nella Botswana orientale. Di fronte Stan Abbott e Ken Abbott, padre e figlio. In mano una siringa con un liquido trasparente e giallognolo per salvare il padre dal morso di un serpente velenoso. Dalla fine all’inizio. Storia della famiglia. Una richiesta dopo l’altra di Ken, soldi su soldi persi per le scommesse, per il gioco d’azzardo e il padre quasi sfinito, ormai arrendevole. Poi la vendita della sua casa editrice, il divorzio e lo stabilirsi a Tuli come allevatore di serpenti. Una lettera a Ken, seguita da una seconda e il figlio arriva per non subire le brutte conseguenze di una disgraziata scommessa. E ora sono lì in Botswana, uno davanti all’altro. Lo salverà? Oppure…
Ti ho fatto male di Marcello Fois
Commissario Giovanni Sanzio in chiesa. Gli è stata uccisa la moglie Laura e non si dà pace. Sospeso pure dal servizio. Arriva l’ispettore Osvaldo Maccari con un’altra notizia. Uccisa anche la moglie del vicequestore Anselmi, Evelina, “Niente testa gambe e mani. Solo il busto.” Sanzio svuotato. Forse la morte di Evelina non ci sarebbe stata se lui avesse  trovato l’assassino di Laura. Ricordi dei genitori che litigano in treno, la lettura di Guerra e Pace, l’odio per l’odioso personaggio Dolochov, relazione “solo sessuale” extraconiugale e il “Giovanni, dobbiamo parlare” della moglie. Ora è lì in chiesa ad aspettare. Sa che qualcuno arriverà.
Storie diverse, racconti diversi nel contenuto e nello stile. Prepotenza, rabbia, malinconia, introspezione, il capovolgimento delle aspettative, la vita come un inarrestabile, penoso destino, il susseguirsi furioso e sgangherato di accadimenti, un quadretto terribile di storia italiana. Ottimo amalgama.

L’amico, e lettore accanito, Stefano Piersimoni ci segnala in breve:
Francesco CaremaniHeysel. Le verità di una strage annunciata (Bradipolibri, 2010).
L’autore ripercorre le fasi della tragedia dell’Heysel, quando prima della finale di Coppa dei Campioni del 1985, hooligans del Liverpool ubriachi attaccarono tifosi juventini presenti nella stessa curva, e prevalentemente composti da famiglie, provocando una strage che costò la vita a 39 persone. In primis viene ripercorsa la battaglia di Otello Lorentini, padre dell’aretino Roberto, per far sì che il sacrificio di suo figlio e degli altri non si perdesse nell’oblio delle istituzioni che volevano far dimenticare le negligenze compiute.

Stephen KingChristine. La macchina infernale (Sperling & Kupfer, 1983)
Il Maestro “crea” una macchina che sembra possedere vita propria, portando alla dannazione chiunque ne venga in possesso, buon ultimo un imbranato adolescente che diventerà un affascinante ragazzo prima di… Riusciranno i suoi amici a salvarlo? Come sempre, nulla è scontato con King.

Mario GiordanoProfugopoli. Quelli che si riempono le tasche con il business degli immigrati (Mondadori, 2016)
Il popolare giornalista ci conduce alla scoperta di un mondo forse non ancora ben analizzato e conosciuto. Quante volte abbiamo sentito dire che lo Stato “dà” agli immigrati 30 euro al giorno? In realtà questa cifra non va direttamente a loro ma a delle entità, spesso costituite all’uopo, che intascano la gran parte di queste somme, utilizzandole solo in minima parte per quelli che ne dovrebbero essere i beneficiari. Per un business che spesso e volentieri è quantificabile in milioni di euro.

Raffaele Cantone, Gianluca Di FeoFootball clan. Perché il calcio è diventato lo sport più amato dalle mafie (Rizzoli, 2010)
Un viaggio sui retroscena del pallone all’italiana. Un mondo prevalentemente relegato nelle serie minori, fatto di scommesse, minacce, soldi al nero, partite truccate e quanto di più bieco vi possa essere nello sport nazionale. Una riflessione che va fatta sullo sport più amato dagli italiani perché questo è anche lo specchio del nostro Paese.

Spiluzzicature
La via del maleSpiluzzicato La via del male di J.K. Rowling (quella di Harry Potter), Salani 2016. Però, quando ho visto che l’investigatore privato Cormoran Strike deve vedersela con un tizio che taglia a pezzi le vittime per le sue fisse erotiche, sono passato ad altro. Cioè a Come cani selvaggi di Ian Rankin, Longanesi 2016, questa volta con il famoso John Rebus alle prese con un biglietto che non scherza. Minaccia di morte chi lo riceve e la minaccia non è vana. Ad Edimburgo tra famiglie mafiose e l’usuale ritmo incalzante dell’autore.
Ho leggiucchiato in qua e là,  La dama in rosso di Anthony Wynne, Polillo 2016, dove troviamo il classico delitto impossibile che andava di moda negli anni Trenta. Un uomo accoltellato alla schiena davanti a tutti ma dietro di lui solo il quadro di Holbein “La dama in rosso”. E ora?… (tra l’altro il quadro sparirà).
Per chi desidera entrare nelle spire di una vita familiare all’apparenza normale, e via via sempre più misteriosa, c’è La vedova di Fiona Barton, Einaudi 2016. Una donna sottomessa che vorrebbe un figlio in qualsiasi modo contro il parere del marito, accusato pure di aver rapito una bambina. E quando muore in un incidente stradale ecco che la vedova non sembra proprio così innocua…

Un giretto tra i miei libri
Riduco al minimo.
Punto di rottura di Simon Lelic, timeCrime 2012.
Punto di rotturaUna mattina d’estate in una scuola dei sobborghi di Londra. Assemblea plenaria, l’insegnante Samuel Szajkowski spara sui presenti: quattro morti, tre studenti ed un insegnante. Poi un colpo alla testa e fine della sua vita. A condurre le indagini l’ispettore Lucia May che non vuole arrendersi all’evidenza del caso: perché ha sparato? Chi voleva colpire?.
Al centro, dicevo, l’ispettrice May sotto pressione del capo Cole che vorrebbe chiudere velocemente il caso (un classico) e sotto gli “attacchi” maschilisti di Walter, stupido compagno di lavoro. Lettrice accanita, libri di storia, libri gialli, Rankin, Cornwell, Dexter (mica male, eh), perfino “Il Codice da Vinci” (insomma…) che le è pure piaciuto.  In crisi, è vero, trentadue anni e già si sente “obsoleta, esclusa”, alti e bassi (rapporto finito con il fidanzato, qualche lacrima) ma non si arrende e continua testarda ad andare avanti per cercare di rendere responsabile chi dovrebbe esserlo  (il Preside, gli insegnanti, le famiglie stesse). Una piccola eroina, o forse una stupida idealista come afferma il suo capo, che ho seguito con istintivo affetto e affettuosa simpatia. Il linguaggio è fresco, diretto, un miscuglio di espressioni da lingua parlata e spontanea coniugata con un notevole approfondimento psicologico ed un accrescersi graduale della tensione narrativa. Un bel libro senza bisogno di passaggi spermatozoici o di sospirini struggentini ad ogni piè sospinto che vanno tanto di moda.

Strade di sangue di Tom Coffey, Mondadori 2010.
strade di sangueNew York 1946. Si parte da un prologo con una specie di eremita che vive nel deserto. Poi, subito di botto, una ragazza, Amanda Price, trovata morta ammazzata da un negro. Ad indagare il giovane giornalista Patrick Grimes dell’Examiner.
Razzismo, egoismo, cinismo, violenza pubblica e privata, giustizia che giusta non è, intreccio perverso fra politica, giornalismo e malaffare. L’epoca dei vari Costello e Anastasia, l’epoca della spartizione del potere economico, delle costruzioni facili in nome della modernità, via il vecchio fuori il nuovo. E giù soldi a palate e sangue da tutte le parti.
Con il nostro eroe (un classico) che lotta da solo contro tutti e contro se stesso, contro i fantasmi che si porta dietro, in perenne conflitto fra il bene e il male. Inutile rifugiarsi in un posto sperduto del deserto. Prima o poi arriveranno anche lì. Rimane solo la foto di una bella ragazza a fare compagnia, di un bacio che non si scorderà mai.
Un libro di forte impatto e nello stesso tempo scontato (le tematiche proposte sono state più volte sviscerate) con il protagonista in bilico tra personaggio vero e simbolo di un riscatto morale destinato al fallimento.

Vendetta di R.J. Ellory, Giano 2010.
VendettaQuartiere di Chalmette a New Orleans, estate calda (trentotto gradi) “di una ferocia quieta”. Nel bagagliaio di una macchina il corpo di un tizio massacrato con un martello a granchio, legati i polsi e caviglia con una corda di nylon, strappato il cuore e rimesso al proprio posto (segno di tradimento), sulla schiena una specie di disegno raffigurante la costellazione dei gemelli.  L’ucciso è la guardia del corpo di Charles Mason Ducane, governatore dello stato della Lousiana, un pezzo grosso, insomma. Accompagnava la figlia Catherine di diciannove anni, che è stata rapita. Il rapitore chiede di trattare con Ray Hartmann, investigatore speciale a New York, vita dura con la moglie Carol e la figlia Jessica che si sono allontanate da lui per la sua violenza.
Entrano forti e compatti nel tessuto narrativo squarci di vita cittadina, il degrado, la miseria, il caldo soffocante che toglie il respiro, storie individuali mischiate con la storia sociale e politica e con quella di malaffare mischiate a sua volta fra loro. E poi il senso di solitudine, un ripensamento, un dubbio, una lacrima, un piccolo raggio di luce subito oscurato dall’ombra di un destino segnato dal male: gli spostamenti, i viaggi, gli incontri, la freddezza feroce, le gole strozzate dal filo di ferro, il colpo di pistola mortale. Il male, dicevo, che ammazza il male e si rigira, feroce, su se stesso. Una prosa dura, secca, che non lascia il posto a tentennamenti di sorta.
È un bel libro, questo di Ellory, con un finale ricco di colpi di scena. Forse, ad essere pignoli, qualche momento scontato, quasi rivisto nella nostra memoria come in un film (vedi il Padrino), reso meno evidente dal taglio profondo della storia e dalla ricchezza della prosa.

La nostra immarcescibile e intramontabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta Cesare l’immortale di Franco Forte, Mondadori 2016.
Cesare l’immortaleE se nel 71 a.C. 682 ab Urbe condita, il trace Spartaco sconfitto dalle legioni al comando di Marco Licinio Crasso invece di morire fosse stato sostituito sulla croce da un gladiatore grande e grosso come lui, ma con il volto sfigurato?
E se nel 53 a.C. 700 ab Urbe condita il triumviro Publio Licinio Crasso e suo figlio Publio Licinio Crasso fossero sopravvissuti alla sanguinosa sconfitta subita dai Parti a Carre in Mesopotamia?
E se le Idi di marzo con la congiura del 15 marzo del 44 a.C, con l’assassinio di Giulio Cesare ad opera di Decimo Giunio Bruto, Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e altri cospiratori, fosse stata invece solo una farsa orchestrata da Giulio Cesare per liberarsi dai troppo pesanti vincoli di potere che lo legavano a Roma? Una farsa, nota solo a pochi, ma tra i quali figurava anche Marcantonio che doveva coprire la loro scomparsa…
Un romanzo molto diverso dalle biografie storiche dei grandi personaggi alle quali ci aveva abituato Franco Forte con Caligola, Roma in fiamme, Carthago o Gengis Khan. Qui si è lasciato coinvolgere e trasportare dalla fantasia e, per sorprendere il lettore, ha preso Giulio Cesare, gli ha affiancato Cicerone, Spartaco, Bruto, Marco Antonio e tanti altri e l’ha trasportato in una straordinaria avventura oltre i confini del mondo!
Però non è finita qui. E dopo? Appuntamento alla prossima.

Prima di dirti addio di Piergiorgio Pulixi, E/O 2016.
Prima di dirti addioE quattro! Quarta sanguinaria avventura, o forse meglio dire quarto e ultimo capitolo delle avventure di Biagio Mazzeo, l’ispettore superiore di polizia, il colosso di 95 chili dagli insondabili e magnetici occhi azzurri e il suo Branco, un clan di sbirri che si muove ai confini della legge e oltre. Capitolo che, con il profetico titolo Prima di dirti addio, ci prepara a brutti tempi in arrivo per il nostro mastodontico eroe.
Con questo libro Piergiorgio Pulixi entra in dirittura d’arrivo e, ingranando la sesta per raggiungere il traguardo, ci serve un piatto forte, anzi fortissimo: un altro noir durissimo senza far sconti a nessuno, tracciato sulle orme di Don Winslow e delle sue storie internazionali, legate al mondo del narcotraffico. Prende la tragedia delle sue pantere e la mischia a una guerra tra calabresi e messicani, fa un’inchiesta dura e coraggiosa sul vero volto della ‘ndrangheta, la multinazionale del crimine che, avvalendosi dei suoi plurilingue rappresentanti di seconda e terza generazione trasformati in manager, ha adottato la politica del poco sangue e del basso profilo e, mirando solo a fare grandi affari sotto copertura, ha cambiato la geografia del narcotraffico e della grande finanza criminale nel mondo.
Leggendo la quarta storia di Mazzeo, scopriremo i loro modi, i mezzi adottati dai professionisti dei trasporti della droga, a capo di multimilionarie holding che smuovono tonnellate di materiale per volta, fino a dove si allungano gli infiniti tentacoli mafiosi e cosa, volenti o nolenti, possono arrivare a coprire. Scopriremo anche i mille volti adottati dai segugi che li braccano: della Dea, della Cia, dell’FBI e di tutte le polizie internazionali alleate per controllarli e incastrarli tenendosi sotto traccia.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2016

book-toiletE cinquanta. Voglio dire cinquanta pezzi pubblicati in questa rubrica. Il mio obiettivo è di arrivare a cento (qualche lettore si strapperà i capelli) e poi tirare il calzino. Sempre che ce la faccia.
Non ce l’ha fatta, invece, Giorgio Albertazzi che ci ha lasciati, dopo lunga vita dedicata al teatro (anche alle donne, a dir la verità). Favoloso interprete di Shakespeare, mi è venuta voglia di zampettare su qualche opera dell’Autore. Così ho tirato fuori un librone sui suoi drammi e le sue commedie (1030 pagine, li mortacci…) e sono andato in quel di Ampugnano a crogiolarmi al sole. E qui, tra lo sbraitare dello scamiciato che parla da solo a voce alta (ormai lo conoscete) e lo sfrigolare di qualche aereo che prendeva il volo, mi sono buttato, fremente di ardore giovanile, a declamare tra le spire dell’essere e del non essere impersonando l’aria del grande attore. Sono tornato a casa onusto di gloria e con l’occhio in trasferta. “O che ha’ fatto, Fabio?”, “Ho letto Scepire”.
Non ce l’ha fatta nemmeno Cassius Clay e mi si stringe il cuore, lui ballerino sul ring, ridotto a vecchio tremolante di parkinson. La vita sarà pure bella (d’accordo è bella) ma a volte è anche pure stronza.
Moresco si è incazzato di brutto per essere stato buttato fuori dalla cinquina dello Strega. Un “premio truccato” ha sibilato fra i denti e poi urlato all’umanità. Du’ palle!

Partiamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
Il mistero della cassa scomparsaIl mistero della cassa scomparsa di R. Austin Freeman, Mondadori 2016.
Un inedito. Diciamo subito che non è cosa da poco. Tra l’altro di un grande autore (applauso a chi lo ha voluto e a chi lo ha tradotto).
Alla stazione di Fenchurch Street. Una cassa di legno cerchiata di ferro, sull’etichetta Dobson, proprio il nome del di chi la sta richiedendo ma con il numero sbagliato. Non è la stessa cassa contenente, tra l’altro, dei beni per un valore di migliaia di sterline. Qui, invece, c’è… viene sollevato il coperchio e Dobson quasi senza fiato “Dove posso trovare un poliziotto?”, dopodiché fugge via senza farsi rivedere. Nella cassa c’è la testa, e solo quella, di un uomo (in seguito si verrà a sapere che è pure imbalsamata).
Nel frattempo sono arrivate due persone, un americano ed un inglese che corre a chiamare la polizia. Da qui ha inizio il “caso” sorprendente. Basato, sia sul mistero della cassa scomparsa, sia sulla rivendicazione di Christopher Pippet (l’americano con giovane figlia e sorella) pronto a rivendicare il titolo nobiliare di conte di Winsborough. In pratica sembra che suo nonno Josiah Pippet, gestore di un pub nella City di Londra, sarebbe stato solo un nome fittizio per nascondere l’identità del suddetto conte che appariva quando spariva l’altro e viceversa.
Poi si passa nella casa del nostro dottor Thorndyke (non c’è bisogno di presentazione) dove troviamo l’amico Brodribb, il sovrintendente Miller, l’assistente di laboratorio Polton e il dottor Jervis che racconta questa parte della vicenda. Brodribb  è il procuratore legale del conte di Winsborough ed esecutore testamentario il cui erede sarebbe il giovane Giles Engleheart. Dunque si prospetta una lotta dura in tribunale tra il poco raccomandabile avvocato Horatio Gimbler, che difende Pippet, e lo stesso Thorndyke che accetta di rappresentare gli interessi di Giles. La cosa più semplice è quella riesumare la tomba del fu Josiah Pippet per vedere se la sua è stata una morte fittizia o meno…
E qui mi fermo. Praticamente uno scandaglio nella complessa legislazione inglese, un susseguirsi di eventi che si intrecciano con una partita di piombo e di platino sparita da una nave, una serie incredibile di falsi indizi sparsi ad arte nei momenti cruciali, insieme a qualche battuta sull’americano e sui moderni mezzi di comunicazione del tempo.
Raccontato dall’autore e, in parte, dal dottor Jervis che tratteggia, ammirato, la figura del dott. Thorndyke. Anche in questo libro, come negli altri di Freeman, sempre grande attenzione è riservata al metodo scientifico che si avvale dei moderni mezzi di ricerca del tempo, vedi il microscopio differenziale o comparatore, per scoprire trucchi e inganni attraverso dei veri e propri piccoli trattati (relativi alla chimica, alle qualità della polvere, dell’inchiostro, del piombo, del platino, del corpo pittuitario e così via) dentro una storia incredibile, complessa e affascinante delineata lungo una scrittura meticolosa (un po’ di pazienza ci vuole) che si chiude in nome dell’amore. Altrimenti i giovani che ci stanno a fare.

La morte in vacanzaLa morte in vacanza di Janice Hamrick, Mondadori 2016.
“Il cadavere giaceva bocconi nella sabbia accanto ai giganteschi blocchi di pietra della grande piramide di Chefren.” Trattasi di Millie Owens “inguaribile ficcanaso” e “capace di far saltare i nervi anche ai santi del paradiso”, secondo chi racconta gli eventi in prima persona, ergo Jocelyn Shore (divorziata) insegnante di storia al liceo in quel del Texas, e parte di un gruppo di venti persona in vacanza per i tesori dell’Egitto. Millie Owens sfracellata al suolo durante un’ascesa alla piramide. Si rivelerà un omicidio.
Gruppo di turisti eterogeneo con la cugina Kyla (sembra sua sorella) “un pitbull senza pelo”, un paio di svampite, qualche coppia, due ragazzini turbolenti, la guida, il suo capo e il Bello. Sì, Alan, il bello e fascinoso che farà guerreggiare le due cuginette. La cosa si complica con la scoperta da parte di Jocelyn della borsa di Millie piena di roba rubata e di una agendina dove si fa riferimento a certi diamanti e alla possibilità del loro contrabbando. All’albergo dove era stata anche Agatha Christie che un omaggio alla regina ci vuole.
Dunque Alan, già detto, un Aladino che ne vuole sapere troppe, una nipote che non è la stessa di prima, qualcosa di strano e poco chiaro tra i componenti del gruppo, mentre si ammirano le bellezze naturali e quelle dell’uomo (Giza, Assuan, Abu Simbel, Edfu, le piramidi, la Sfinge, la Valle die Re, il tempio di Karnak ecc…) e tutta la gente pittoresca che si muove intorno a loro: venditori, mercatini, contrattazioni (perché chiedono alle due cugine se vengono dallo Utah?), una bella collana per pochi soldi, un altro omicidio con le modalità del primo.
La stessa Jocelyn si troverà in pericolo, un party, un colpo in testa, la collana che sparisce, non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di Alan e anche Kyla potrebbe essere invischiata in qualcosa di losco. Intanto il Bello e Jocelyn… chissà che non ci scappi qualcosa.
Un giallo misterioso intriso di sospetti infiorettato rosa, ricco di movimento, e un’utile guida turistica dell’Egitto scritti con brio e leggerezza.

La congiura di San DomenicoLa congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein lo abbiamo già trovato ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio (mi ricorda, in questo caso, don Attilio Verzi di Andrea Franco). Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità.
E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto. Ucciso il giovane padre inquisitore fra’ Consalvo nella Basilica di San Domenico, pugnalato alla schiena con un prezioso Cristo d’argento dorato staccato dalla croce e accanto un gatto nero strangolato con il cordone del saio. Altro fatto inquietante quello dell’Erbolaia, ovvero Maria di Bezzo, ritenuta una strega, accusata di avere rapito un bambino, torturata e infine fuggita dalla prigione insieme alla sentinella. E sembra che il morto ammazzato abbia avuto un colloquio con la suddetta. Che ci sia un legame tra i due fatti?
Ancora un omicidio (e non sarà l’ultimo) quello di padre Mattia Rozzi della canonica di Santa Maria Celeste imbavagliato e sgozzato. Uomo ricco invischiato in affari poco puliti. Le indagini della “Sentinella” saranno, dunque, lunghe e difficili, in stretto rapporto con il pontefice Giulio II “temerario, impulsivo, orgoglioso, irascibile e prepotente, ma anche un diplomatico e un uomo d’armi”. E pure un’ottima forchetta, aggiunge il sottoscritto, se si butta su cibi saporiti (quali ravioli bianchi senza sfoglia, maltagliati al sugo, pasticcio di lepre, coscio di capriolo arrosto, cappone marinato alla griglia etc…) innaffiati di Sangiovese, Trebbiano o Pignoletto (mica male e mica scemo). E accanto a lui una caterva di personaggi storici illustri e meno noti come Michelangelo Buonarroti, Ippolito e Alfonso d’Este, Angela e Lucrezia Borgia, Marcantonio Colonna, Ercole Bentivoglio, Ginevra Sforza e tanti altri (una loro lista all’inizio ci sarebbe stata bene) a ricreare l’atmosfera dei primi anni del ‘500 fatta di alleanze, lotte di potere, intrighi, tradimenti, attentati (ne sarà vittima anche il Papa), feste e festini, banchetti, caccie, amori e sesso, lussuria, lascivia, pedofilia, matrimoni combinati spesso infelici.
E in questo mondo di splendori e di miserie il nostro Julius conduce la ricerca della verità con tutte le armi possibili, dalla memoria eccezionale al travestimento fino al servizio di una banda di ragazzi muniti di fionde e occhi acuti per sorvegliare certi infidi stranieri. Se c’è da rischiare in prima persona si rischia senza tema del pericolo,  e se c’è da fare un po’ di sesso lo si fa che la Sentinella attrae prepotentemente le grazie femminili.
Una ricerca storica accurata, precisa e bene amalgamata con la fantasia dell’autrice che si affida a capitoletti brevi, per non creare fastidiosi appesantimenti, e ad un movimento via via sempre più veloce fino allo scontro conclusivo. Una vicenda ricca di fatti, dubbi, assilli, tensione, svolta con una scrittura attenta e priva di svolazzi retorici.
Alla prossima.

Rebus indecifrabiliRebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.
Per non occupare troppo spazio restringo al minimissimo (se si potesse dire). Ventinove racconti. Personaggio principale John Rebus, ispettore di Edimburgo del 1947 (se non sbaglio), arruolato nell’esercito, finito nei paracadutisti della SAS, esaurimento nervoso e convalescenza, poi nella polizia, ex moglie Rhona che vive a Londra con la figlia Samantha, fratello minore a Kirkcaldy. Manifesta senza problemi le sue simpatie e antipatie di lettura (un libro di Hammet lo definisce “Decisamente campato in aria”), ama il cruciverba, il jazz ma non la musica country, grugnisce, si incavola di brutto, sbatte le porte, whisky e birra a go-go,  ricordi, ricordi, e ricordi, della ex famiglia, dei genitori, degli amici, di criminali, di una ragazza con cui, forse… il ballo, il destino, scelte diverse… alla fine in qualche bar o pub con il bicchiere in mano mentre là fuori la notte è “piena di possibilità e incidenti, di casualità e destino, di pietà e paura.”
C’è John Rebus, dicevo, soprattutto come uomo con la sua complessa personalità; ci sono gli altri personaggi, poliziotti e criminali sbalzati magnificamente; c’è la città di Edimburgo vista nei suoi molteplici aspetti e nella sua evoluzione (spesso con i tifosi del calcio per strada); c’è il morto ammazzato e l’assassino, ci sono tutti i trucchi del mestiere sedimentati da secoli di letteratura poliziesca per coinvolgere il lettore e depistarlo. Ci sono cinquecento settantuno pagine in genere di buono e ottimo livello. Scrittura pulita, semplice, senza inutili sbavature e ampollosità con momenti di vario sentimento, dalla rabbia, all’angoscia, alla malinconia, al simpatico sorriso. Essenziale. Ecco, “essenziale” è proprio l’aggettivo giusto. E non aggiungo altro per rispetto all’aggettivo.

Uno strano caso per il commissario CalligarisUno strano caso per il commissario Calligaris di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2016.
La linea che pervade la storia è quella dell’ironia e del sorriso. A partire dalla nostra Adalgisa Calligaris nella III C della scuola media “Pinturicchio” di Rivorosso Umbro, vista con la sua “manozza quadrata da carpentiere nano” e con la sua figura da “parallelepipedo basso”, pronta a rivalersi durante l’interrogazione (insomma la bruttacchiona intelligente). La ritroveremo, adulta, dopo un po’ di peripezie, proprio in questo paese come commissario, per seguire la sua mamma, mettere in ordine l’ufficio e inquadrare con piglio sicuro i suoi sottoposti, evidenziati nelle loro caratteristiche peculiari (tra cui il solito corteggiatore inflessibile) e nelle loro vicende personali a dare concretezza di vita.
Paese tranquillo questo Rivorosso Umbro. Un solo delitto, furti di bestiame, piccoli atti vandalici, cose di scarsissimo conto. Praticamente un mortorio. Fino a quando il morto ammazzato arriva per davvero. Una cittadina americana con un colpo di pistola alla tempia. Per mano sua o di altri si saprà in seguito. Trovata da una coppia di amanti. Allora ecco in azione il magistrato incaricato e il medico legale, quel Carlo Petri “l’amore impossibile della sua travagliata esistenza” che l’aveva tormentata fin dai banchi della scuola (e lì tutti, curiosi, a vedere come andrà a finire).
Le indagini si indirizzano su chi ha trovato il cadavere e verso il centro di benessere psicofisico “La Rosa e l’Ortica”, meta di clienti da tutto il mondo dove la stessa defunta, fotografa, aveva preso alloggio. Indagini che portano allo scoperto i misteri di un paese resi più concreti (e in parte buffi) dal dialetto del luogo e i misteri dei villeggianti presso il suddetto centro. La costruzione della storia segue itinerari già ben conosciuti: un quadro di valore sparito, altri due morti ammazzati, la pistola omicida che non si trova, uno scrittore che lavora su qualcosa di pericoloso e una frase minacciosa “Io sono il passato che ritorna” a rendere più complicato il busillis. Ultimo atto alla Poirot, dopo che si è accesa la lampadina con una botta di culo (letteralmente una caduta per terra), che la nostra Adalgisa è fan sfegatata dell’Agatha internazionale e ne vuole seguire i dettami. Ergo riunione generale dei sospettati dove si piazza il colpo finale, in una storia pervasa, come già detto all’inizio, dall’ironia e dal sorriso con qualche pericolo di cadere nel macchiettistico (a volte ci si cade).
E Carlo? Voglio dire il bel Carlo Petri e la non bella Adalgisa che fanno? Perché c’è un discreto fascio di fiori colorati per lei…
Buona lettura

Fragili veritàFragili verità di Bruno Morchio, Garzanti 2016.
Genova, estate 2015. Caronte, anticiclone tropicale e caldo boia. Morto per un incidente d’auto Cesare Almansi, amico dell’investigatore Bacci Pagano legati, un tempo, da “certezze granitiche” e “asserzioni definitive” che non esistono più. Ora “la verità è un’essenza fragile, da maneggiare con cura”. Un colpo di sonno o altro? (niente segni di frenata).
Bacci Pagano, dunque, investigatore privato, cinque anni di carcere per terrorismo e sei mesi “imbragato in una gabbia ortopedica a giocare a scacchi con la morte” (gli scacchi, mia passione, dappertutto), invischiato in una brutta storia con il suo amico. Gira su una vespa amaranto (mi ricorda il freelance Radeski di Paolo Roversi, la cui vespa, però, è gialla), separato dalla moglie con figlia Aglaja in vacanza insieme al fidanzato Essam. È chiamato dai signori Selman per ritrovare il loro figlio adottivo sedicenne Giovanni preso dalla Bolivia, il cui vero nome era Bernardo (perché è stato cambiato?), la madre morta giovanissima, il padre ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito (più avanti la sua storia vera e complicata). Per ritrovarlo occorre l’aiuto dell’amico Pertusiello, ex poliziotto in pensione, comunista di ferro.
Giovanni è ritrovato, vive insieme ad un pusher e spaccia droga di ottima qualità, “forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane”, con il pericolo di scontrarsi con la mafia, mentre aumentano le liti tra i genitori adottivi che si lanciano accuse reciproche, per non essere riusciti a capire le problematiche del figlio. Bacci Pagano ad indagare in giro per Genova (ma anche in Versilia), con i suoi quartieri diversi, le sue strade, la sua popolazione tra un bicchiere di Chianti e la tagliata.
Ricordi e ricordi della sua vita, della “Rivoluzione mancata infarcita di sogni e illusioni” e ora la sua opera di psicologo (materia, questa, dell’autore) per ricompattare la famiglia Selman avviluppata nelle paure e nei nascosti sentimenti.
In concreto un libro sugli ideali rivoluzionari ormai morti “senza l’assillo di inseguire il fantasma della felicità”, sulle difficoltà dell’adozione, sia da parte degli adottanti che dell’adottato (il suo mondo passato che sempre incombe), sulla forza che danno i figli a tirare avanti, in particolare Aglaja allo stesso Bacci Pagano. Sulle fragili verità dell’esistenza che offrono il titolo al libro. Un senso di malinconica spossatezza e disillusione pervade tutta la storia. Con lieve sorriso finale che la vita continua.

Spiluzzicature
Il cadavere in pantofole rosseContinua la rinascita della Polillo attraverso Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, pubblicato nel 1936 con il detective dilettante Philip Tolefree alle prese di un dubbio suicidio. Lo avevano già trovato ne I fatali cinque minuti, sempre della stessa casa editrice del 2007: “Tolefree era un uomo di media altezza, dai capelli scuri, sempre ben rasato, con un viso piuttosto simpatico e – quando era divertito – un sorriso davvero piacevole. Con il suo abbigliamento curato e discreto, e i suoi modi pacati, lo si sarebbe potuto prendere per qualunque cosa, un avvocato, un funzionario statale di alto grado, un insegnante. Non aveva nulla dell’investigatore, reale o romanzesco. Il che non significa che avesse una personalità incolore, ma semplicemente che non portava addosso nessuno dei segni tipici di una specifica professione.” Da leggere entrambi i libri con calma, con molta calma…

La strategia di BoschUn classico di Bosch non si può perdere. Vedi La strategia di Bosch di Michael Connelly, Piemme 2016, tradotto magnificamente da Alfredo Colitto. È un Henry Bosch con i suoi annetti sulle spalle alle prese con la moderna tecnologia digitalizzante che accetta come inevitabile parto del progresso. Un po’ malinconico, un po’ stanco ma sempre pronto a scattare per la giustizia. Questa volta se la deve vedere con il mondo dei latinos che spadroneggiano a Los Angeles con tutti i casini di questa città tra bande assatanate, corruzioni e intrallazzi politici (sembra di essere a Roma). Ma lui è duro. Ce la farà?…

Altra bella traduzione di Colitto (sempre per le pagine lette nella solita libreria di Siena) si trova in Ai morti non dire addio di Brian Freeman, Piemme 2016. Con il detective Jonathan Stride scosso ancora, pur dopo nove anni, dalla perdita della moglie Cindy (confortato, solo in parte, dal nuovo amore di Serena). Il presente, rapimenti di donne, e il passato, una vecchia indagine forse trattata un po’ superficialmente, a confronto. Ma lui è tosto…

Un giretto tra i miei libri
Questa notte da qualche parte a New YorkUna sigaretta fra le dita, una figura ossea che sembra stare in piedi per miracolo, uno sguardo allucinato. Ecco Cornell Woolrich. Anzi, per essere più precisi, Cornell George Hopley Woolrich. Che ogni tanto ritorna alla ribalta (mai dimenticato) con tutto il suo mondo diabolicamente nero. Per esempio in Questa notte, da qualche parte a New York, Kowalski 2009.
Una antologia di racconti, una parte di un romanzo e due capitoli di una autobiografia mai pubblicata. Il tutto curato amorevolmente da Francis M. Nevis con note succose alla fine del libro.
Il mondo nero, dicevo, che avvolge i protagonisti di queste storie, li prende, li afferra, li sballotta a suo piacimento. Gli strani casi del Destino: essere nel punto sbagliato al momento sbagliato, il ribaltamento delle situazioni iniziali, l’amore, l’odio, l’accendersi di una speranza, la delusione, e ancora l’amore sbocciato quasi per caso, la forza d’amore, l’amore esaurito, terminato, finito, il distacco, la solitudine che è “uguale in tutto il mondo”, la tensione che cresce, l’assillo, la paura, l’assassinio, la gioia che si trasforma in orrore, la disperazione di sentirsi in trappola, la rabbia, la lotta, gli sforzi disperati di uno scrittore. E altre cose ancora.
La prosa scivola via come nata da se stessa, entra veloce nella mente e nell’animo e ti porge tutte intere le domande su questa vita così strana e misteriosa, un intrecciarsi di eventi casuali dove una piccola luce si accende a intermittenza per poi spengersi e far cadere tutto nel buio della disperazione.
Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato, lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito. E si scopre, come ha ben scritto Ellroy “ quale è la forma dell’agonia”. Lenta e mostruosa. Straziante.

Sangue in sala da pranzoSono un istintivo. Appena adocchiato Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein, Sellerio 2011, un piccoletto marroncino chiaro in bella mostra alla Feltrinelli di Siena, visto e preso. Leggero, tascabile, poche pagine, l’ideale per portarmelo al solito posto e leggerlo mentre cammino. I mallopponi che stiano lì impalati sugli scaffali come stoccafissi!
L’istinto spesso mi premia ma qualche volta mi buggera. Leggero, tascabile, l’ideale ecc… ma almeno leggibile. No, mi spiego, non è che la nostra Stein non sappia scrivere. Tutt’altro. È che vuole scrivere in un certo modo influenzata dalla esperienza cubista (amica di Picasso) e dadaista. Un modo ripetitivo, frammentario, come se tentasse di raccontare gli avvenimenti ogni volta senza riuscirci.
Ho capito qualcosa dalla “Prefazione”. Di solito la ritengo inutile e noiosa, ma in questo caso l’ho abbracciata come si abbraccia, piangendo di gioia,  uno che ci salva dalle sabbie mobili. Siamo nella casa di campagna della Stein, a Bilignin (valle del Reno), una confusa estate del 1933 durante la quale si alternano gli ospiti e avvengono strani incidenti: vedi il sabotaggio di due automobili, la morte improvvisa della moglie di un albergatore lì vicino sfracellatasi nel cortile dell’albergo, cadendo dal quinto piano e quella di una vicina uccisa con due proiettili nella testa.
Dicevo un ripetere continuo e assillante delle stesse frasi, ricordi affastellati rivolti ad una certa Lizzie, la storia vera fatta a brandelli che rimane sotto traccia, piccoli tocchi, domande, dubbi, visioni, una sfida continua con la scrittura che può andar bene in certi momenti della vita, quando si ha voglia di elucubrazioni (ho scartato l’altra parola) mentali. Poco adatta, invece, come nel mio caso, quando si preferisce una lettura semplice e comprensibile. Questa volta l’istinto mi ha fregato.

Passiamo, ora, alla nostra inarrestabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Lo strano caso dell'orso ucciso nel boscoLo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, Newton Compton, 2016.
«Bruna sapeva che quell’uomo prima o poi avrebbe cercato di assassinarla. Faceva parte del gioco, era scritto nel destino di chi, come lei, conduceva un’esistenza addomesticata. Da giorni nel ventre le pulsava un male feroce, un fagotto scoppiato all’improvviso, come se avesse ingoiato un nido di calabroni. Vacillò. Bruna che era sempre stata agile, leggera, cadde pesante sulla neve. Il motore della sua vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Arrivata all’improvviso. Voluta da lui». Un orrendo rompicapo e una nuova difficile indagine per il commissario Marzio Santoni, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, corpo atletico, l’affascinante commissario di Polizia, amato dalle donne e protagonista cult della serie di gialli di Franco Matteucci, due volte finalista al Premio Strega.
Un caso poliziesco da squadra omicidi e, contemporaneamente, un giallo ambientalista per il bio-detective di Valdiluce, dotato di un olfatto straordinario e soprannominato Lupo Bianco per la sua rusticità e fiera indipendenza. Quello che, neve, ghiaccio o tempaccio che sia, si sposta sempre con la sua vecchia Vespa ereditata dal suo padre Alfredo, il boscaiolo e che divide la sua abitazione con una colonia di formiche, esperte sentinelle meteo, il topo Mignolino e il riccio Arturo con, sempre al fianco, a far da spalla, il pacioso ma sveglio e irrinunciabile vice Kristal Beretta, drogato dai cioccolatini Mon Cherì Ferrero.
Nell’ondulato vallone a nord di Valdiluce, si è scoperto uno spaventoso animalicidio. L’orsa Bruna è stata barbaramente avvelenata assieme ai suoi tre cuccioli di pochi giorni. Il suo corpaccione e stato ritrovato abbrancato, con le unghie conficcate nel tronco di un albero e, accanto al cadavere, è stato abilmente inciso, servendosi di un coltellino svizzero, un cuore con all’interno il nome della vittima e un segno… La lettera greca Omega, oppure? Comunque l’assassino ha lasciato la sua firma, perché quel segno sarà destinato molto presto a tornare in scena e a istillare l’angoscia negli scoscesi sentieri del paesino di montagna.
Ma Marzio Santoni, Lupo Bianco, scarta immediatamente il termine animalicidio e valuta l’uccisione di Bruna solo come un crudele e disumano omicidio. E, in seguito, quando sempre la stessa lettera, a mo’ di minacciosa firma incisa sulla corteccia staccata dagli alberi, verrà puntualmente ritrovata anche sulla scena di altri crimini, si presenta l’orrenda ipotesi di un serial killer in preda a una sanguinaria follia che vaga e colpisce impunito e invisibile perché coperto da una sciocca e omertosa coltre valligiana. Un killer che continua a sfidare la polizia, che usa la montagna e i suoi segreti come proprio terreno di caccia, uccidendo senza pietà e che, pur di esibirsi a ogni costo, è pronto anche a rischiare. Cosa si nasconde sotto la neve della Valdiluce? E poi la sua firma o segno che pare l’Omega greca, farebbe invece parte delle millenarie tradizioni elfiche locali…?
Ambientazione straordinaria, ritmo incalzante e ben calibrato, storia molto coinvolgente, arricchita da un complesso intreccio che sa fondere molto bene realtà e mitologiche fantasie. E noi, ormai formiche, Mignolino e Arturo dipendenti, aspettiamo il seguito.
La Nostra ci consiglia anche Libertà di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Einaudi 2016, e Insospettabili di Riccardo Perissich, Longanesi 2016.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2016

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Dai che ce la fai…
Era quasi un’ora che soffriva. Non era mai stato così male, nemmeno dopo le batoste subite a scacchi da quel maledetto stronzo del suo amico che aveva un culo come la cupola di San Pietro. Rimpiangeva i tempi in cui tutto era  semplice e naturale. Allora, dopo lo sforzo, si sentiva leggero, come rinato a nuova vita. Allargava le braccia e gli veniva spontaneo un sospiro di soddisfazione. Poi era venuta quella cosa… non si ricordava nemmeno il nome. E aveva cominciato a soffrire. Si sentiva chiuso, soffocato, con un dolore intenso che gli partiva dal basso e sembrava volesse scardinare le viscere. Sempre nello stesso luogo angusto e soffocante. Come in quel momento. Fece un ultimo sforzo, si piegò leggermente con il capo, serrò le mascelle, strinse i pugni. Poi si alzò a fatica. Si guardò allo specchio, il volto acceso, imperlato di sudore. Sorrise. Ce l’aveva fatta. L’aveva fatta tutta.
Unico mio pezzettino rifiutato per la pubblicazione in altra sede (capita e non bisogna farla lunga). Una classica stronzata lottiana? Sì, ma qui (vedi dove si svolgono le letture) ci fa la sua bella figura. E ogni tanto una stronzata fa sempre bene. Scritto anche l’elogio della cazzata che è lo stesso tanto per ritrovare un po’ di perduta goliardia.
Questa volta più veloci del solito senza tante manfrine. Insomma sintetico, forse anche troppo.

L’alta cucina del delittoL’alta cucina del delitto di Ellery Queen, Douglas Clark e Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
Intanto, come antipasto, la succosa ”Introduzione” di Mauro Boncompagni sul rapporto giallo-cucina che ha prodotto ottimi risultati, anche perché, come scrive lui stesso “tra l’attività del cuoco e quella del giallista c’è una somiglianza di fondo, a pensarci bene: confezionare un buon piatto può essere magari meno complesso, ma è altrettanto soddisfacente che confezionare un buon poliziesco.” Vedi un sacco di scrittori citati tra cui i nostri tre baldi giovani (si fa per dire).
Tre racconti che hanno come protagonista eccellente il cibo. Uno stufato con troppa cipolla che farà scoprire il colpevole (La ricetta del diavolo di Ellery Queen, ovvero Fletcher Flora); una cena speciale che manderà al creatore la signora Daphne che non avrebbe dovuto mangiare formaggio. Ma il formaggio non c’era nel menù. O era nascosto in qualche modo? E come? (Ne uccide più la gola di Douglas Clark); nel terzo il cibo si presenterà addirittura come giudice tremendo e inflessibile in un caso di assassinio! (Morte in ascensore di Cornell Woolrich).
Da qui in avanti mi sa che guarderò con occhio diverso tutte le pietanze.

La strana morte del signor BensonLa strana morte del signor Benson di S.S. Van Dine, Mondadori 2016.
“Alvin H. Benson viene trovato dalla governante in una fatale mattina di giugno. Giace riverso in poltrona nel soggiorno della sua lussuosa residenza. Gambe accavallate, la testa poggiata contro lo schienale, un libro ancora stretto nella mano destra. Una posizione talmente naturale che ci si aspetterebbe quasi di vederlo alzarsi in piedi da un momento all’altro… Non accadrà, non foss’altro perché è morto, assassinato. Un proiettile sparato frontalmente a distanza ravvicinata gli ha trapassato il cranio come fosse burro, producendo una larga chiazza di sangue sul tappeto.” È qui che nasce per la prima volta  nel 1926 Philo Vance, uno snob con la puzza sotto il naso (seppure mancante di un titolo nobiliare) e discretamente cinico con monocolo incorporato, ricercato nel vestire, appassionato collezionista di opere d’arte, di stampe cinesi, di tesori egizi. Non ricordo che ami cavalcare ma sono sicuro che si diletta di scherma ed è un eccezionale giocatore di poker e, soprattutto, di scacchi (mia fissa). Rimasta impressa una eccezionale interpretazione di Giorgio Albertazzi alla televisione del tempo che fu. Qui un bell’articolo del nostro Pietro De Palma.

Passeggeri notturniPasseggeri notturni di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2016.
“Voci che risuonano nell’oscurità di vagoni semivuoti, lampi che scaturiscono da frammenti di conversazione, profumi nascosti negli anfratti della memoria. I titoli di questa singolare raccolta – trenta scritti di tre pagine ciascuno – rappresentano di volta in volta un genere diverso, in un susseguirsi di aneddoti, brevi saggi, racconti fulminei. Li popolano soprattutto figure femminili sfuggenti e indimenticabili, mentre a vicende drammatiche, o amare, si alternano situazioni comiche, sempre in un gioco di specchi tra realtà e finzione.” Ho ripreso quasi tutta la quarta di copertina che sintetizza in maniera efficace la struttura e il contenuto del libro (altrimenti che servono a fare le quarte di copertina).
Scrittura gradevole, a volte seria e impegnata, a volte leggera e frivola, a volte tenera, a volte ironica spruzzata di sorriso, che, accanto a qualche momento scontato, fa un pizzico riflettere. Così, senza esagerare.

La battaglia navale di Marco Malvaldi, Sellerio 2016.
La battaglia navaleQuando ho voglia di farmi qualche risata mi butto sui libri di Marco Malvaldi. Come in questo caso tra il vernacolo sboccato e le battute esplicite dei vecchietti del BarLume presso Pineta, sul litorale pisano. Precisamente al “Bocacito”, il ristorante più elegante della zona. In quattro a lavorarci: Aldo, Tiziana, Tavolone e Natasha, ognuno con le sue storie.
Per Massimo, che fa parte della brigata casinara, urge una vacanza con la fidanzata Alice Martelli, vicequestore di Pineta. Tutto facile se non si abitasse proprio qui, dove arrivano morti ammazzati a babordo e a tribordo. Come quello di Olga “Vattelappesca”, una badante ucraina ritrovata stecchita sulla spiaggia del luogo. Sposata e angariata da un elemento ben noto alla polizia per varie e losche faccende.
Malvaldone è un furbo matricolato di tre cotte. Ogni tanto butta lì qualche parola o frase “strana” che attiri la nostra curiosità e poi via a smascherarla nella maniera più simpatica possibile. La vicenda giallistica in se stessa conta sì, ma fino ad un certo punto (mi pare ben costruita anche se complicatina). Quello che colpisce sono le figure, gli attori prostatici o meno, che sbalzano in rilievo con i loro tic, le loro manie, le loro problematiche. Personaggi veri, vivi, vitali pronti alla battutaccia popolare, alla critica sferzante ma pronti pure all’abbraccio sincero che l’amicizia è sacra. Come tutti (o quasi) quelli della mia amata Toscana.

Il commissario cade in trappola di Hakan Nesser, Guanda 2016.
Il commissario cade in trappolaLa storia è sempre quella. C’è un assassino in giro che taglia le teste con una specie di machete in una cittadina come Kaalbringen: il Tagliateste. Poi ci sono quelli senza testa,  un paio all’inizio e un altro più avanti. C’è la polizia che indaga, mettiamo con il commissario Van Veeteren che sbevazza volentieri insieme ad altri colleghi, tra cui una donna, con le loro problematiche di vita familiari o sentimentali. Poi ci si infila l’assassino e, senza farne il nome, naturalmente, lo si segue, per un po’, nei suoi incubi o deliri ricorrenti per vedere l’effetto che fa. Andando avanti si setaccia la vita dei morti ammazzati e tutta la città negli angoli più bui, si fanno interrogatori a non finire, si schiaffano in qua e là dubbi, assilli, tormenti, magari tra una partita e l’altra di scacchi che fa contento il sottoscritto, si crea un’atmosfera di panico in cui sguazza la cronaca cittadina, ci si infila un cretino che si autoaccusa e alla fine ecco il colpo a sorpresa uguale spiccicato ad altri millanta colpi a sorpresa che non fanno più sorpresa. Il tutto ben scritto, bene organizzato e ben risaputo.
Non se ne può più. Ma sarà la vecchiaia.

Le acque torbide di JavelRitorna in auge il noir francese con Le acque torbide di Javel di Léo Malet, Fazi 2016. E con grande merito, aggiungo, per avere creato, tra le altre cose, l’indimenticabile detective privato Nestor Burma attaccato di brutto alla pipa e, in misura minore,  pure alla bottiglia. Individualista accanito, tombeur de femmes e ben sicuro di sé, capace, lo dice lui stesso, di mettere “knockout il mistero.” Qui alle prese con continue sparizioni di personaggi e apparizioni di cadaveri (come al solito) e pure con certi arabi sospetti.

La Polillo si è ripresa, se Dio vuole, da un momento di impasse e ha ricominciato a sfornare buoni e ottimi prodotti come, per esempio, Quella cara vecchietta di Quella cara vecchiettaBelton Cobb, Polillo 2016. Una vecchietta malata di cuore e una cameriera, pure considerata vecchietta (anche se non arriva ai sessanta anni), ad accudirla. Con la paura che, perdendo la padrona, si ritrovi nella miseria. Quando apprende da un’amica che Mrs Sprague (la malata) le lascia 2000 sterline al momento del trapasso, se però è ancora al suo servizio, si sente rifiorire. Ma (c’è sempre un “ma” in certe storie) la nipote, visto che la zia peggiora, desidera chiamare una vera infermiera. Non la faccio lunga. C’è da fare una iniezione con un grano di morfina. Emma (la cameriera) è tentata di provocarle la morte aggiungendone due grani ma desiste. Solo che la malata trapassa ugualmente a miglior vita…

Compleanno con delittoAltro parto polillesco di quest’anno Compleanno con delitto di Lange Lewis. Bevery Hills. Due sposi: Albert Hime, produttore di filmetti e Victoria Jason, scrittrice e sceneggiatrice (e pure rompitrice di palle quando parla delle sue storie). Un caffè e chi lo beve, il marito, trovato dalla consorte il mattino successivo steso a terra stecchito nella camera degli ospiti (proprio per il suo compleanno). Avvelenato come in un libro della moglie (vedi un po’). Entra in scena il capo della Squadra Omicidi di Los Angeles Richard Tuck, immancabilmente vestito di marrone, lento e di poche parole, riluttante “a compiere un arresto in mancanza di prove certe” che prende appunti attraverso un suo particolare sistema. Tre persone sono venute a trovarlo ma la maggiore sospettata è la moglie. Non per Tuck che la ritiene una donna troppo intelligente…
I terribili critici Barzun e Taylor nel loro Catalogue of Crime lo valutarono “Un romanzo praticamente perfetto per la purezza della messinscena e la godibile prosa.” A me pare dignitoso e di gradevole lettura per lo stile fluido e talora ironico.

Il convento sull'isolaE lo stesso fondatore della collana Marco Polillo è uscito con il suo nuovo libro Il convento dell’isola, Rizzoli 2016. Strani furti a Orta San Giuliano, nelle ville e in un monastero di clausura, un quadro che si sposta da solo, due omicidi che impegneranno il vicecommissario milanese Enea Zottia insieme al maresciallo Danova tra una atmosfera che puzza di soprannaturale, suore, ricchi spiantati, ragionieri, monache in una vita di provincia dove albergano antichi legami, gelosie e rancori. Con la leggerezza di scrittura che è propria dell’autore.

Spiluzzicato alla Einaudi di Siena La minaccia di Anne Holt, Einaudi 2016, seguito di Quota 1222, già dal sottoscritto letto e apprezzato. Qui, l’ufficiale di polizia di Oslo Hanne Wilhelmsen, è alle prese con il terrorismo di matrice islamica. Così sembra, ma la nostra vuole andare a fondo al problema e, come succede spesso, sarà un vecchio caso del passato a gettare nuova luce sull’evento funesto (mai che il passato, soprattutto nei gialli, si faccia gli affari suoi).

Città ingrataDel poeta-scrittore Giorgio Diaz ho sotto gli occhi Città ingrata, Temperino rosso 2016. “Un uomo, la città della sua giovinezza, un amore perduto. Al limitare della conradiana linea d’ombra che segna il distacco fra la gioventù e l’età adulta, Andrea viene catapultato per caso in una vicenda che sconvolge il suo equilibrio, raggiunto dopo molte peripezie.”

È rinato a nuova vita Scacchierando, il blog che offre una panoramica internazionale sugli scacchi e i loro personaggi, a partire dal campione del mondo Magnus Carlsen. Un grazie a chi ha saputo, in qualche modo, resuscitarlo, in primis a Stefano Bellincampi. Qui i miei articoli sul rapporto giallo-scacchi.

Per la storia (altra mia passione) ho tirato, anzi ritirato fuori dagli scaffali Sui fondamenti della storia antica di Arnaldo Momigliano, Einaudi 1984, una scelta di saggi su alcuni problemi della storia: “la natura della civiltà ellenistica, il carattere dello stato romano arcaico, la struttura dell’impero romano, ma anche il valore delle opere di pensatori e storici che, da Vico a Burckhard, da Gibbon Weber, hanno segnato i progressi della nostra comprensione e dei nostri rapporti intellettuali con l’antichità.” Cultura, competenza, osservazioni critiche di un grande studioso. Spiluzzicato in qua e là insieme ad una scorribanda su L’impero ateniese di Aldo Ferrabino, I Dioscuri 1988, infilandomi nei problemi del passato (che non erano pochi) per dimenticare, almeno per un attimo, quelli presenti.

Un giretto fra i miei libri
La donna ombra di Craig Rice, Mondadori 2011.
Mettiamo un fantasma, o meglio un “fantasma” con le virgolette che si diverte ad apparire in qua e là per spaventare qualcuno e vendicarsi, cioè Anna Marie St Claire, accusata ingiustamente di omicidio e salvata all’ultimo momento dalla confessione dell’assassino stesso. Niente sedia elettrica ma la notizia della sua morte viene data ugualmente (non sveliamo il perché). Mettiamo un avvocato irlandese sbevazzone e fumone (mio conio), amante del gioco e delle belle donne. Mettiamo un capitano della polizia di Chicago sempre su di giri e in aspra lotta con il nostro avvocato (un classico). Mettiamo una banda di estorsori insieme a corpi irrigiditi sparsi in qua e là,  uno stile veloce e frizzante intriso con una punta di umorismo, un po’ di aggrovigliamento dei fatti, il colpo di scena finale con l’ulteriore colpo di scena finale a soppiantare il precedente colpo di scena finale. Mettiamoci un titolo “La donna ombra” e un sottotitolo “Dal braccio della non-morte”. Per ultimo infiliamoci il nome dell’autrice Craig Rice e il gioco è fatto.

Ci sono libri di cui basta la parola (mi ricorda la pubblicità di un lassativo). Insomma il nome dell’autore per avere una garanzia di qualità. Come Donald Westlake (alias Richard Stark) e Il signor omicidi, Mondadori 2008. Visto e preso.
“Carey Thorpe è un critico cinematografico a cui piacciono molto, forse troppo, le donne, e i casi polizieschi che risolve per il sergente Fred Staples. Ma quando, durante una violenta discussione, la bella Laura Penney batte la testa e muore sul colpo, l’ultima cosa cui Thorpe pensa è confessare. Esce di soppiatto e spera di farla franca. Non sa però che il marito geloso la faceva sorvegliare da un investigatore. Per sfuggire alla giustizia, Thorpe dovrà sviare i sospetti di tutti, inclusi quelli dell’amico Staples”.
Il nostro “particolare” protagonista è nato a Boston nel 1942, laureato in letteratura americana, sposato-separato (mi pare) con due figli Rita e John, riceve una rendita di quindicimila dollari all’anno per un lascito della nonna. Ma diecimila li deve dare come ricatto all’investigatore privato che non farà una bella fine (martello in testa). Passione per Kit, redattrice divorziata senza figli “divertente e autosufficiente”. Una manna dal cielo. Ma non è insensibile alle lusinghe della moglie di Staples (lui “intuitivo ed emotivo). Galeotto il film “Angoscia” e mi vien che ridere mettendoci pure un cadavere nell’armadio.
Valium e Bourbon a tutta randa. Citati una brancata di film. Lui, assassino, scopre gli assassini. Quello del regista John Wicher, di Bairt Ailburg, di Margo Templeton e di un altro tizio strangolato con un filo di ferro. Per di più in una classica stanza chiusa. E non manca l’altrettanto classico “Elementare, caro Watson”.
Aggiungo lettere anonime e il cerchio che si stringe lentamente intorno a lui. Scrittura piacevole, brillante, ironica con momenti di spiccata ilarità.

L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
L’assassino ipocondriacoIl riso e il sorriso tra i morti ammazzati mi ha sempre colpito e ci ho pure scritto sopra un pezzetto qui, per cui nessuna difficoltà ad impossessarmi del libro citato.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui,  (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, però tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla troppo lunga là.

La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente. Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi),  la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga. Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi.

Ora la parola alla nostra imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche).
La valle dei cadaveri di Antonio Invernici, Newton Compton 2016.
La valle dei cadaveriLa presentazione del romanzo annuncia: le ombre della provincia italiana nell’avvincente nuovo noir di Antonio Invernici: La valle dei cadaveri.
Altro che ombre dico io, siamo alle più abiette depravazioni di una banda di ricchi e maturi appartenenti alla “soit disant élite” della zona che cercano l’evasione nello stupro di gruppo di minorenni e, se non basta, offrendosi di tanto in tanto come “bombon” per eccitare i loro perversi appetiti sessuali lo “snuff movie”, l’orrenda pratica di delitti erotici da riprendere e diffondere sul web.
Tutto parte dalla scomparsa di una brillante studentessa sedicenne. La tranquilla realtà di una provincia si trasforma in un inquietante incubo granguignolesco dominato solo dalla violenza e dalla follia. Il sinistro fragore di una cascata, il lento sciabordare delle onde del lago e il pauroso silenzio dei boschi diventano il palcoscenico di uno spettacolo scellerato, che mette tanta, forse troppa, carne al fuoco e coinvolge direttamente come attori, sia gli adulti che i ragazzi.
La storia parte bene e a mio vedere avrebbe potuto funzionare benissimo, ma probabilmente l’autore, ispirandosi a certi autori noir horror americani, tedeschi o scandinavi, ha penalizzato alcuni personaggi privilegiando ed esasperando certi loro aspetti da psico thriller. Per fortuna le forze speciali italiane fanno buona figura, anzi ottima.
Si dice sempre che la realtà va oltre la fantasia, e anche tanti recenti fatti di sangue italiani sembrano dimostrarlo puntualmente però stavolta mi sembra che vinca la fantasia.
Libro corposo di ben 480 pagine e che piacerà senz’altro agli amanti del genere.

La meraviglia degli anni imperfettiÈ approdato da poco in libreria il romanzo La meraviglia degli anni imperfetti (titolo originale Ultimas noticias del paraiso) di Clara Sànchez, Garzanti 2016, da lei scritto nel 2000 e Premio Alfaguara de Novela 2000, finora mai pubblicato.
La storia, un’ondivaga esplorazione nella confusione esistenziale, rappresenta bene anche il ritratto di una certa alienazione della gioventù dei ruggenti anni spagnoli ’80-’90. Costruita come un lungo, quasi mai interrotto monologo narrativo in prima persona entra nel pieno durante l’adolescenza di Fran, il protagonista, che ha dovuto abituarsi a vivere con una famiglia particolare, fatta da una madre che vive con lui, ma assente psicologicamente e spesso anche fisicamente dalla loro villetta, in un complesso residenziale poco lontano da Madrid, e da una sbiadita figura di padre sempre lontano per lavoro.
Riporto l’incipit del romanzo che ben descrive lo scenario: «Vivevamo relativamente vicino all’Híper e un po’ più in là rispetto al centro commerciale Zoco Minerva, che aveva due piani e una copertura di vetro a volta, dove da bambino salivo spesso su un’Alfa Romeo che funzionava con cento pesetas. Casa nostra era una villetta con un giardino molto curato nel periodo della mia infanzia e un po’ più selvatico durante l’adolescenza. Era il numero sedici di calle Rembrandt, una via in leggera pendenza fino alla fermata dell’autobus, laggiù, dall’altro lato della strada, dove cominciava un enorme terreno edificabile in vendita che circondava la piccola e solitaria pensilina rossa».
Per il resto leggetevelo (Fabio).

Nove volte per amore di Maurizio de Giovanni, Centoautori 2016.
Nove volte per amoreMaurizio de Giovanni con questa sua antologia motiva, indaga e fruga nelle tante e infinite zone d’ombra che stanno o potrebbero stare dietro ogni crimine. Si impadronisce di nove casi di cronaca nera, nove storie che hanno indignato appassionato, diviso e sconvolto l’Italia e che magari continuano a farlo. Casi che spesso non hanno ancora avuto una conclusione giudiziaria certa, oggi rivisti e riletti dall’immaginazione e interpretati dalla fastosa penna di Maurizio de Giovanni. Nove complesse indagini con i presunti (bisogna sempre essere garantisti) colpevoli e forse innocenti, con le vittime e i carnefici, che si mischiano scambiandosi in un turbine di inquietanti passioni e plausibili misteri.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica LottiFabio Jonatan Jessica

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2016

Buon compleanno, Fabio!

buon compleanno FabioQuesto mese inizio con gli auguri a Fabio Lotti, che il 1° maggio ha compiuto “cifra tonda” (non dirò quale). Ti auguro mille di questi giorni e diecimila libri ancora da leggere e recensire!
E adesso, via con il pezzo di Fabio.

Quattro anni insieme. Un ringraziamento ad Alessandra che mi ha dato l’opportunità di scrivere su questo blog e ai lettori che mi hanno seguito. Affidare una rubrica ad un vecchietto è sempre pericoloso. Ricordi nostalgici e patetici del vissuto, battutine ridanciane da barretto dello sport, pseudo filosofia mortuaria da quadrupede omologato per la bara. E via, e via, e via. Tanto di cappello per quelli rimasti. Un ringraziamento anche a coloro che non mi hanno letto. Ma sì, crepi l’avarizia.

Il dibattito sul noir italiano sta diventando sempre più articolato. Sulla sua voglia di affondare il coltello nella società sozza e nella ormai cancrenizzazione del male (inteso in senso lato) dove tutti si buttano alla ricerca spasmodica del dio denaro con ogni mezzo possibile, corruzione compresa, quando va di lusso e non ci scappa il cadavere controvoglia. Vedi i libri di Massimo Carlotto sulla cosiddetta “zona grigia” (malaffare e criminalità in contatto con i vari poteri) che vi ha dedicato passione e competenza, senza però allontanare la critica di una certa stanchezza ripetitiva che sembra assumere sempre di più le sembianze di uno stramaledetto reality. E allora occorre andare oltre, il romanzo non solo come denuncia della crisi ma, soprattutto, strumento di lotta, arma del “conflitto” in grado, sia di raccontare questa benedetta realtà gabinettara, sia di modificarla attraverso il cambiamento, la dinamicità e la speranza, parole chiave del nuovo corso noir (miezzeca!).

Colpo di genioNoi voliamo un po’ più bassi partendo dagli imprescindibili G.M. Il curatore, o i curatori della collana, fanno davvero delle scelte oculate. Dopo Il respiro del diavolo di Tessa Harris, dalle tinte forti e cupe, ecco Nero Wolfe colpo di genio di Rex Stout, Mondadori 2016, di una eleganza perfetta (anche se mortuaria). Ed il sottoscritto è favorevole alla varietà di letture.
Colpo di genio
Cena annuale per i Dieci dell’Aristologia, insomma degli appassionati della buona tavola. Cuoco Fritz Brenner e dunque tra gli invitati Nero Wolfe e Archie Goodwin che racconta la storia. Dodici fanciulle come coppiere fatte apposta per l’ultimo citato. Prima portata “cannoli spolverati di cipolline tritate, coperti di caviale e sormontati di panna agrodolce.” Ottimo e abbondante per tutti ma non per Vincent Pyle che ci tira il calzino. Qualcuno ha messo l’arsenico nella sua porzione. Sembra facile scoprirlo, basta sapere chi l’ha servito ma non è così. L’affare è complicato e Wolfe si sente perfino in colpa. Tra un ruggito e l’abbaiare dell’ispettore Kramer ecco che il Corpulento prepara un bel tranello all’assassino…
Nero Wolfe preso al lazo oppure Come volevasi dimostrare
Ancora una volta Nero Wolfe fuori casa. Per un pranzo, naturalmente, ovvero per due dozzine di fagiani del Montana, altrimenti non ci si smuove dalla sua poltrona. Qui pure Archie Goodwin che sta ascoltando una rivelazione di Cal Barrow. Questi ce l’ha a morte con un certo Wade Eisler, partecipante alla festa (una specie di gara col lazo) che ha “tentato”, come al solito, con una signora. Si troverà in un brutto guaio quando sarà lui stesso a scoprirlo cadavere strozzato in un ripostiglio proprio dal lazo che aveva perduto. L’organizzatrice della festa ingaggia Wolfe per risolvere il caso prima della polizia. Scontri con Kramer, baruffa fra donne, un’autoaccusa poco credibile, quattordici ore in cella per il nostro Goodwin. Classica riunione finale con smascheramento dell’assassino.
Assassinio indiretto oppure Archie Goodwin e il metodo numero tre
Qui troviamo Archie Goodwin dimissionario perché Nero Wolfe non vuole esaudire una sua richiesta. Mentre esce dalla famosa casa di arenaria della trentacinquesima strada, ecco l’incontro con una certa Mira Holt. Dal suo racconto astruso viene fuori che nel taxi da lei guidato c’è un cadavere di una donna, Phobe Arden, pugnalata con un coltello da cucina e avvolta in un telone da canapa. Ce l’ha trovato, dice lei, durante una sua assenza, ma l’ispettore Cramer non le crede. Le crede, invece, Nero Wolfe. Questione di soldi o di cuore?
Tre racconti di Rex Stout svolti con la solita arguzia, finezza e ironia che ben conosciamo nei confronti soprattutto del “ciccione” (viene apostrofato anche così) interessato solo alle delizie della cucina (altrimenti non si sposta di un millimetro), dell’irascibile ispettore Kramer con i suoi grugniti e ruggiti, dello stesso Goodwin narratore scodinzolante dietro le belle ragazze, caffè al mattino, copia del Times, pane tostato con miele. Il tutto basato su dialoghi scoppiettanti. Nero Wolfe impoltronato (mio conio) con il suo bicchierone di birra e la mente vigile a ricostruire la storia nei minimi particolari e a scoprire i punti deboli degli indiziati in cerchio intorno a lui. Al bisogno Fritz, pagato profumatamente, che scodella le sue virtù culinarie.
Lettura fresca e pulita come un lenzuolo steso al sole (mi è venuta così).

I dodici delitti di Natale di Rhys Bowen, Mondadori 2016.
I dodici delitti di NataleDal 14 dicembre 1933 al 1 gennaio 1934. A Castle Rannoch tra le cupe brughiere scozzesi si trova intrappolata, lo dice lei stessa, Lady Georgiana Rannoch (Georgie), aristocratica senza il becco di un quattrino accudita, si fa per dire, dalla signorina Queenie sua domestica svampita che ne combina di tutti i colori. Tra parenti serpenti (la vogliono maritare per forza) non si trova certo a suo agio, allora via come donna di intrattenimenti in una casa di campagna a Tiddleton-under-Lovey, villaggio del Devon appollaiato “ai piedi di una vetta rocciosa coperta di neve”. Un paesaggio da cartolina, secondo la “particolare” domestica, che si tingerà presto di rosso: un vicino ucciso dal suo fucile dopo essere scivolato giù da un pero; un altro caduto da un ponte e affogato; la vecchia signorina Effie (una di tre anziane sorelle) morta soffocata dal gas. Incidenti o delitti?
Per completare il quadro abbiamo tre prigionieri evasi dal carcere del Dartmoore (che c’entrino in qualche modo nella vicenda?), la maledizione di una strega bruciata sulla pira che ad ogni Natale sarebbe tornata a vendicarsi, lo scemo del villaggio Willum e la selvaggia Sally che danza al chiaro di luna ritenuta in possesso di poteri magici.
Arrivati anche il nonno e la mamma con diversi matrimoni alle spalle, gli americani Wexler insopportabili (ironia su di loro) e poi via via tutti gli altri tra cui Darcy O’Mara, il fidanzato che Georgiana che non può sposare perché di religione cattolica. Però, intanto, un bacio si dà lo stesso e, se non fosse per l’arrivo inopportuno di Queenie, ci scapperebbe pure qualcosa di più sostanzioso.
Nel frattempo continuano ad aggiungersi altre morti sospette (tra le quali una centralinista fulminata dalle cuffie, pensate un po’) insieme a certi strani incidenti che danno del filo da torcere all’ispettore Newcombe, coadiuvato dal nonno di Georgie della polizia metropolitana in pensione. A questi si aggiunge la nostra spiantata aristocratica che vuole vederci chiaro e già qualcosa di “fugace, troppo fugace” le passa per la testa fino a quando la lampadina si accende e… di mezzo una filastrocca, un vecchio processo, qualche personaggio che non sembra essere quello che dice (occhio a certi particolari).
Paura, movimento, pericolo anche per Georgiana con finale spasmodico nella palude. Il tutto tra colazioni, pranzi, cene, canti, bevute, il ballo in maschera, l’amore e, direi, anche l’istinto sessuale fra i due spiantati che, per un verso o l’altro, non può avere libero sfogo. Improrogabile citazione di Sherlock Holmes.
Prosa garbata, ironica, gradevole.

Sherlock Holmes e il mistero del Sussex di Amy Thomas, Mondadori 2016.
Sherlock Holmes e il mistero del Sussex“Cari Holmes e Watson…”, una lettera di Irene Adler, la Donna (un tempo nemica di Sherlock e ora sua amica, apicultrice nel Sussex) ai nostri beniamini insieme ad una lattina di colofonia per il primo e il miele per il secondo. Praticamente la richiesta di aiuto per risolvere il caso della scomparsa di James Phillimore, proprietario di una fattoria, sposato con Edith e padre di Elizabeth (Eliza). Come afferma la moglie, durante la cerimonia nuziale tra Edward Cox Rayburn e Julia Ellworth Stevenson in quel di Fulworth, “È giusto entrato a prendere il suo ombrello, e poi… poi è sparito”.
Subito in azione Holmes mentre Watson rimane, per il momento, a corteggiare la signora Willow (che poi scapperà con un prete allargandoci la bocca al sorriso). Lo ritroveremo più avanti accanto al Nostro con la sua “faccia rubizza impreziosita da un paio di baffi”, per insinuarsi nel cuore della burbera cuoca dei Phillimore e strapparle qualche segreto (si insinuerà anche in quello della signora Turner, governante di Irene, con scopi più personali).
Il cadavere di James viene trovato in seguito nella rimessa della fattoria, seduto sul calesse, avvolto in una coperta con un foro di pallottola in fronte. Ad indagare il “tronfio come sempre” ispettore Greaves irritato dalla presenza di Holmes (ha avuto uno scontro precedente con lui) e il duo Irene-Sherlock (a cui si aggiungerà Watson) attraverso le loro voci narranti, in prima e in terza persona. Su quest’ultimo il solito repertorio del violino che suona divinamente (conosce bene Niccolò Paganini), il travestimento insieme al dottore, i momenti di riflessione, qualche ricordo tenero d’infanzia, il  fascino sulla Donna che ne resta completamente rapita: “Holmes, lei è un eroe, che lo voglia no.”  Proprio il rapporto fra i due qui viene approfondito, essa è cambiata, seppure sempre “indipendente e volitiva” (Pachì) e se ne accorge proprio l’Investigatore quando vede in lei tenerezza, libertà “una pace interiore che in precedenza le erano assolutamente estranei.” (e noi lì pronti a vedere se ci scappa qualcosa di più concreto fra i due).
Ma chi ha ucciso James? Chi lo voleva morto e perché? Sospetti (ce ne sono diversi), dubbi (addirittura che la moglie sappia qualcosa), intrighi, scandali, un ricatto, la scomparsa della stessa Eliza (consolata da Holmes “eccellente narratore di favole”), il concitato finale. Tutto il romanzo, scritto in maniera “semplice” ed efficace, si basa sul tema dell’Amore, l’Amore che sbaglia, l’Amore che perdona e vince. Almeno per una volta.
Come scrive Luigi Pachì in “Sherlock Holmes e Irene Adler ancora una volta insieme”  la cosa non finisce qui perché “È nostro obiettivo concludere la trilogia nel corso dei prossimi mesi pubblicando anche il terzo titolo, The Detective, the Woman and the Silent Hive, uscito all’estero nel corso del 2014.”
Alla prossima.

Arsenico di Richard Austin Freeman, Polillo 2016.
ArsenicoGià letto secoli fa ma riletto volentieri, anche per dare una mano alla Polillo che si sta riprendendo dopo un momento di crisi. Chi racconta la storia in prima persona, un po’ come il dottor Watson, è l’avvocato Rupert Mayfield. La storia di un morto avvelenato con l’arsenico, più precisamente il malato cronico benestante Harold Monkhouse, mentre la giovane moglie Barbara è lontana. Tutto sta in una boccetta di medicinale che alle sei del pomeriggio di martedì 12 settembre conteneva pochissime gocce di Liquor Arsenicalis ma alle dieci e mezzo, durante l’ultima dose data, ne conteneva in grande quantità. Letali, come testimoniato dalla autopsia voluta dal fratello di Harold, il reverendo Amos Monkhouse, per nulla convinto della sua dipartita.
Dunque il verdetto del processo (esposto nei minimi particolari con lunga sfilata di testimoni e con puntuale tecnicismo) è morte per avvelenamento di arsenico somministrato da una o più persone sconosciute. Insomma la medicina è risultato il mezzo principale di somministrazione del veleno. Ma come è stato introdotto il veleno in quella medicina e chi è l’assassino?
Bella gatta da pelare per il dottor Thorndyke chiamato in aiuto da Rupert. Comunque i sospetti si riversano sulla moglie, sulla bella fanciulla adottata Magdalene, sul segretario Wallingford infatuato di Barbara. Soprattutto su quest’ultimo che fa uso di droghe e si trova sempre a seguire qualcuno. A ciò si aggiunge la storia dello stesso Mayfield e la perdita di Stella morta per tubercolosi, un’orfana adottata da Rupert, amica stretta di Barbara, che getterà una luce chiarificatrice sul presente caso.
Racconto preciso, puntuale, scientifico, con l’avvocato che a volte si trova in imbarazzo di fronte alle idee e alle iniziative di Thorndyke tali da sembrare “più del ciarlatano che dell’investigatore.” (si dovrà ricredere). Un vero e proprio trattato sull’avvelenamento da arsenico esplorato nei minimi dettagli attraverso una scrittura che scivola via felice anche quando trattasi di un momenti carichi di tensione: la nebbia, la figura nell’ombra, i pedinamenti, spunti su certi quartieri oscuri di Londra brulicanti di vicoli e passaggi, un pacco che potrebbe nascondere una trappola mortale. Non manca lo spunto sulla mentalità maschilista del tempo (anche oggi non si scherza) nei confronti delle donne che vogliono fare i lavori come gli uomini con elogio di Madeline così dolce e gentile “un mirabile esempio di donna tradizionale… occupata nelle tradizionali attività che per millenni sono state associate al suo sesso.” Qualche tratto amoroso (c’è pure un bacio) e… occhio a certe candele!
Colpo finale che un po’ ce lo eravamo immaginato, senza nulla togliere alla bontà del lavoro. Un classico che rimarrà nella storia come L’impronta scarlatta e L’occhio di Osiride.

Il bazar dei brutti sogni di Stephen King, Sperling & Kupfer 2016.
Il bazar dei brutti sogniButto giù all’impronta. Venti succosi racconti. Il primo bello sì, ma senza grande entusiasmo (invece il preferito di King e, mi immagino, dei lettori). D’altra parte de gustibus con quel che segue. Il fantastico, o l’horror fantastico, chiamatelo come vi pare, va bene (per me) se non è troppo ripetuto. Altrimenti un po’ mi ammoscia. Vedi, appunto, le macchine che ingoiano un tizio dopo l’altro (ne bastava una).
Fra i tanti ricordo soprattutto La morte, scritta pensando a Elmore Leonard dallo stile asciutto e secco come un colpo di pistola. Personaggio Jim Trusdale accusato di avere ucciso una ragazzina e rubato il suo dollaro. A tradirlo il cappello trovato accanto a lei, ma Jim giura e spergiura di averlo perso. E lo sceriffo Barclay incomincia a credergli. Si salverà?
Aggiungo Morale con la proposta del semiparalizzato Winnie alla sua assistente Nora “Ti piacerebbe guadagnare duecentomila dollari?” Niente di indecente in quel senso, però, insomma… Turbamento, dubbi della coppia Chad e Nora. I soldi sono soldi. E Winnie, ex della Seconda Chiesa Presbiteriana, vorrebbe buttarsi, almeno una volta, nelle braccia del peccato per vedere l’effetto che fa (un salutone a Jannacci). E noi lettori siamo lì, curiosissimi, a vedere proprio l’effetto che farà sui vari personaggi.
Con Aldilà veniamo proiettati in un dilemma che ci riguarda tutti. Cosa ci aspetta dopo la morte? Per William Andrews una duplice scelta. Ricominciare tutto daccapo o farla finita.
La duna superba con il Giudice novantenne a ricordare  la magia dell’isolotto, ovvero della duna che predice le morti. Brividozzo incorporato e un sorriso finale che si trasforma in ghigno.
Il bambino cattivo, “la quintessenza di tutti i ragazzi cattivi di sempre”, è un tormento che assilla.  Anche quando sembra che sia morto ammazzato da uno che non ne poteva più, eccolo che riappare con un biglietto per ricordarci che è sempre vivo e vegeto (i rompicoglioni non mancano mai).
Poi c’è, anzi, prima di ogni racconto c’è il nostro Stephen a spiegare le ragioni che lo hanno spinto a scriverlo, le influenze ricevute da certi scrittori preferiti e amati, insomma la voglia di dividere un po’ con il pubblico le sue ansie senili (come lo capisco). In maniera franca, a volte spiccia perché lui scrive per amore, sì, “ma l’amore non paga le bollette.” E se c’è da “vendersi” per Amazon lo si fa con un bel racconto, Ur, per esempio, in cui ci si infila il kindle di seconda generazione. Kesley Smith, assistente presso la Facoltà di Letteratura inglese di Moore, è fissato con i libri (in buona compagnia). Figuriamoci se vuole un kindle. Manco per idea, penserete voi…
Vite dure, frustrate, mamme giovani con una barcata di figlioli sulle spalle, l’amore vero che continua imperterrito anche durante la vecchiaia, l’amore che muore subito, il destino fatale, gli anni Sessanta quando si credeva di cambiare il mondo (e dillo a me), lotta tremenda per i migliori fuochi d’artificio, il bizzarro, il fantastico, il sovrannaturale, il ribaltamento delle aspettative, dubbi, dilemmi di fronte al bene o al male, l’incubo che è dentro di noi.
Occhio alla lama, lettori, anzi Fedele Lettore perché, si parli pure di baseball, ma è sempre una storia alla Stephen King, con lui dentro, addirittura, ovvero Blocco Billey. Per l’impatto vitale che ha il sesso nella esistenza umana c’è Mister Yummy. In questo caso si può trattare un argomento senza averne avuta una esperienza diretta? (essere gay). Si può trattare, si può trattare. Con pochi personaggi, un ricordo, il sesso giovanile, la passione, la vita, la morte e un misto di tristezza e gioia insieme.
Sul dolore Il piccolo dio verde del dolore e ne viene fuori una storia demoniaca lungo la scia de L’esorcista fra il vento che ulula, la pioggia che scroscia e tutto il casino che ne consegue.
Basta un incontro di sguardi avvenuto nella realtà per buttar giù Quell’autobus è un altro mondo. Due sguardi che si incrociano fra il protagonista e l’assassino che uccide una ragazza in autobus, e subito affiora il ricordo di Miss Marple e di quella stupenda interprete che ne fu Margaret Rutherford nel film Assassinio sul treno. Breve, secco, preciso, perfetto.
Da un film horror visto da Stephen ragazzino spunta Io seppellisco i vivi. In brevissimo. Un giornalista che ha il compito di sparlare dei morti, ancora vivi, per la rivista web Neon Circus. Che muoiono davvero (ecco l’idea!). Carino, gustoso, sorriso, ironia, salti sul letto il giusto senza strafare. Un po’ di malinconia per l’uomo e il cane che stanno morendo in Tuono estivo e tutto è finito.
Spaparanzato sulla sedia a sdraio in quel di Ampugnano mi sono crogiolato nella lettura dei venti raccontoni. Con un  brivido sussultorio quando è passato un lupo nero. Si è fermato proprio davanti a me, fissandomi con gli occhi rosso fuoco, e ha ululato “O Ciccio, svegliati!”

La gioia di uccidere di Harry Maclean, Fazi 2016.
La gioia di uccidereUno scrittore che butta giù la sua storia con la Underwood in una casa isolata tra i boschi del Minnesota. Quaranta anni dopo un episodio avvenuto nell’ultima carrozza di un treno del Midwest. L’amore, il sesso con una bella ragazza incontrata lì per caso. I tremori e la passione rivissuti nei minimi particolari a cui si intrecciano immagini di altri episodi: una ragazza a pagamento offerta da un anziano pedofilo a lui e al suo amico David; l’annegamento misterioso dell’altro amico Joseph; il tradimento dello stesso David con sua moglie; l’uccisione di Shelley Duval dal “collo lungo e bianco come quello di un cigno”.
Mentre batte a macchina là fuori le stelle si stanno facendo più intense, il vento sbatte un ramo sottile contro la finestra, i rumori grattano intorno alla casa. Una notte come un concerto, come un’opera teatrale di spirito e di bellezza.
Ricordi e ricordi, lo sforzo continuo della memoria (ma sarà tutto vero?), i poliziotti che bussano alla porta, l’urlo rivolto a Joseph, e poi silenzio. Silenzio assoluto.
E via si ricomincia, il presente e il passato che si intrecciano e divincolano fra loro, il lago, la scogliera, frammenti, “scene sbilenche”, attimi di pausa, riprese, lui insegnante al College di Booneville, il suo romanzo “Il professore” con la teoria che “gli esseri umani, come gli altri animali, sono essenzialmente amorali”, e poi l’altro parto “La gioia di uccidere” che provoca contrasti e discussioni. Nichilista, nega la presenza del bene e del male, unica possibilità un momento di armonia casuale come l’incontro con la ragazza sul treno e l’ipotesi che un uomo possa sentirsi bene dopo avere ucciso.
Cinquantadue anni, niente figli, diversi amanti, il non amore con la prima moglie, il gatto Thesis, spicchi di vita, il padre alla guerra di Iwo Jima,  un tourbillon di sensazioni e ancora la ragazza del treno che lo ha ammaliato, il coltello nella sua borsa (perché?), sesso e sangue dappertutto, una disperata ricerca della verità.
Alla fine la ragazza “Voglio raccontarti una storia”. E la storia è quella del suicidio del fratello e il suo inestinguibile senso di colpa. Qui la casa trema, le finestre sbattono, cade per terra, urta la testa contro il lato della sedia. Ancora altre scene si affacciano alla mente: l’uccisione dell’amico David e dell’anziano pedofilo Willie, lo zippo, il coltello, il sangue. Ma tutto è confuso, incerto. Realtà o illusione? Verità o finzione? Uccisore o, addirittura, ucciso?
Scrittura che si allunga, si accorcia, si avvolge su se stessa come i fatti raccontati in una sorta di continuo delirio di una mente allucinante e allucinata. E la recensione un po’ si adegua.

Per motivi di spazio oggi niente giretto tra i miei libri ma vediamo cosa ci ha preparato la nostra cara Patrizia Debicke.
I racconti neri del commissario Bertè di Emilio Martini, Corbaccio 2016.
I racconti neri del commissario BertèRecita a un certo punto la prefazione della piccola antologia che contiene i dodici racconti neri del Commissario Berté raccolti da Emilio Martini (alias Martignoni sister): «La metropoli lombarda è un luogo noir per eccellenza. Non perdona la goffaggine dell’ingenuo, perché per sopravvivere nelle giungle verticali e nebbiose non è ammesso essere ingenui.  Bisogna imparare a difendersi, avere il pelo sullo stomaco e sapersi adattare, evolversi.
Berté conosce ogni palazzo, strada, vicolo, anfratto della sua città. E conosce ancora meglio il Nero che si annida nei cuori umani. Anche nel suo.
Per esorcizzare la paura di coltivare in sé il germe della pazzia, Berté scrive racconti.
Crudi, quasi surreali… eppure possibili.
Ma, in tutto questo, dove sono finite l’autocritica costante e la vena ironica, a tratti quasi comica, interpretate dalla caustica “coscienza aguzzina?”
Chi legge con attenzione coglierà, tra le infernali mostruosità e le follie, anche il sorriso spregiudicato di Berté, quel suo parodiare la vita per allentarne la tensione.
E troverà anche molto spesso la sua presenza sotto le mentite spoglie di un personaggio dalla lunga coda brizzolata: un vezzo, una firma e un doveroso tributo a Hitchcock.»
E quindi ordino a voi lettori: si apre la caccia al codino. Si comincia a scoprirlo nel primo racconto “Il poeta”, nelle vesti del Lordo, un vero poeta che bazzica la Stazione Centrale, come il barbone che vede stormi di uccelli neri forieri di morte. Lo ritroviamo come il “Commissario”, che cerca di tranquillizzare una signora alla quale hanno vuotato la casa, in “Mannaia”, sarà poi il poliziotto strano «con una coda di capelli brizzolati lunga fino al culo» che va a chiedere in “Il vedovo inconsolabile” al marito della donna, uccisa da un pirata della strada, di andare alla centrale a riconoscere un sospetto. Però è impossibile  individuarlo in “Qualcosa di storto”, a meno che non sia l’invisibile padrone del cane guardone. Lo ritrovo invece sotto le mentite spoglie di panettiere nel delicato “Picnic urbano”. Ma scompare del tutto nell’angoscioso “Il tram” e invece  ricompare nei panni di un dottore che sembra un batterista rock in “Com’è difficile la mia vita”. Diventa un giornalista della TV, che fa “il figo con la coda” per l’incazzato protagonista di “La Rossa”. E si trasforma in Enrico, il tardivo amore della serial killer che impazza e uccide in “Il coltello”. In “Sangue milanista” sarà il gestore del Mulligun, il pub di via Govone. In “Zumba inutile” è l’istruttore di ginnastica simpatico e che parla volentieri con Gabriella, l’arrampicatrice. Ma lo cerco invano nella platea della Scala per la rappresentazione della Manon in “Ma non… lo dirò”. Però guardate bene  anche voi. Magari mi sono persa qualcosa.
Da leggere pure Trama imperfetta di Rocco Ballacchino, Frilli 2015, dove l’autore ripropone l’accoppiata del corposo commissario Sergio Crema con moglie e due bambini e dello stagionato critico cinematografico, che non demorde dalle velleità amorose, Mario Bernardini, già incontrati in Scena del crimine. Torino, piazza Vittorio.
Fabio Jonatan Jessica

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2016

book-toiletTutti se ne vanno. Tutti ci lasciano. No, non partono per qualche posto di spensierata villeggiatura. Tutti se ne vanno nel senso che schiattano, muoiono, tirano il calzino. Tutti, tutti, parenti, amici, conosciuti e sconosciuti, i miti luminosi del presente e del passato e i catorci più catorci. Ne rimanesse vivo uno, tanto per dire che lui ce l’ha fatta. Ce ne fosse uno di tre o quattromila anni che ci raccontasse, a viva voce, senza leggerlo nei papiri, tanto per fare un esempio, cosa sia successo veramente in certi angoli bui della storia. Anche per vedere l’aspetto che ha e come il Tempo ha lavorato su di lui. Così, per mera curiosità umana. Manco per idea. Al massimo qualche centenario ed è tutto grasso che cola.
Se ne vanno tutti. Per volere della natura, o forzatamente, prima del previsto, per mano loro, a volte, o per mano di qualche imbecille che in giro se ne trovano tanti. Insomma suicidio o omicidio. Per non parlare delle guerre cretine fatte dai più cretini. Nella realtà. Se poi a questi disgraziati maledetti si aggiungono tutti quelli che ci ronzano per la testa e si schiaffano sulle pagine bianche, allora non c’è proprio speranza. Dunque morte. E che morte sia.

Sherlock Holmes e la peste di LondraVediamo qualche esempio di dipartita obtorto collo partendo da Sherlock Holmes e la peste di Londra di David Stuart Davies, Mondadori 2016.
Siamo a Londra nel 1895 quando Watson abita ancora a Baker Street. Tutti gli episodi relativi alle indagini svolte con l’amico Sherlock Holmes sono ricordati dal dottore “con affetto e nostalgia”. Tranne uno, quando si trovò “intrappolato nell’oscurità con …la creatura… Era un ratto. Ma non un ratto qualsiasi. Era il Ratto Gigante di Sumatra.”
Primo personaggio il ratto. Secondo personaggio la baronessa Emmuska Dubeyk, bella e zoppa, che ricatta il governo inglese (cinque milioni di sterline) con la minaccia di sguinzagliare i terribili animali e la conseguente esplosione della peste, e già abbiamo delineato una parte del  quadro inquietante.
Terzo personaggio Robert Stamford,  il vecchio amico del dottore che era stato alle sue dipendenze al St Bartholomew’s Hospital e, “tramite occasionale” di conoscenza, con Holmes. È in brutte condizioni, le braccia ricoperte da punture di ago cicatrizzate (portato nella sua abitazione poi sparirà).
Aggiungo il Grande ipnotizzatore Salvini e la battaglia mentale condotta da lui, insieme a Sherlock Holmes, con la baronessa citata. Sì, avete capito bene, un vero e proprio duello tra poteri paranormali che porterà alla scoperta di alcuni indizi importanti (li tralascio).
Naturalmente Sherlock Holmes che sparisce e ritorna completamente diverso e, addirittura, minaccioso contro Watson (perché?). Quest’ultimo alla sua disperata ricerca pronto a tutto, perfino a travestirsi, nella zona di Blackwall con “vie squallide e brutti caseggiati”, allo scalo fluviale di Cristopher Dock (nave misteriosa Matilda Briggs) rischiando la vita per ritrovarlo. Insomma, il dottore in azione! (aiutato anche dalla infermiera Mellor).
Non mancano altri interpreti più o meno importanti come l’ispettore Lestrade, Mycroft Holmes, il medico oscuro Simeon Karswell e Josiah Barton, proprietario del Ponte dei Sogni, dove succedono incredibili combattimenti di animali.
Squarci di Londra con il solito traffico difficile, il reale e l’irreale, l’ipnosi, la mente che entra dentro l’altra mente, la paura dei ratti, della peste, il razionale e l’incredibile, che si avviluppano in una atmosfera tesa e minacciosa. C’è, dietro al lavoro di Davies, tutta una lunga storia dell’occulto nel romanzo poliziesco che spazia tra gli autori meno noti e più noti, comprendente anche il nostro Conan Doyle.
Una bella miscela di cruda realtà, di indagine concreta e deduttiva, di azione, di lotta, di scontri, di fuga e inseguimento, di paura e di mistero che serpeggia lungo tutto il racconto.

Il respiro del diavolo di Tessa Harris, Mondadori 2016.
Il respiro del diavolo“Corre l’anno del Signore 1783, e nel villaggio di Brandwick serpeggia il terrore. Quando il becchino Joseph Makepeace esce barcollante dalla sua baracca lanciando urla agghiaccianti, la gente lo crede posseduto. E teme per i suoi due figli.” A ragione, perché vengono ritrovati barbaramente uccisi. Opera del demonio? Segni premonitori: fuga delle oche e dei topi, assenza di api, uccelli che volano basso. In effetti sta infuriando una coltre di nebbia spaventosa, una grande nube proveniente dal mare che uccide. Qualcosa di soprannaturale, ovvero il “Respiro del Diavolo”. Altro segno nefasto l’arrivo di una meteora che terrorizza gli abitanti. Che sia giunto davvero il giorno del giudizio?
Per dipanare il mistero c’è bisogno del dottor Thomas Silkstone, giovane anatomista della Pennsylvania (la scienza contro la superstizione), che deve recarsi dalla fidanzata Lydia Farrell, vedova alla ricerca del figlio perduto. Forse la tragedia è causata dai vapori letali prodotti da un vulcano sconosciuto.
Un romanzo corale sulle superstizioni e le credenze del tempo (vedi, per esempio, la bambina malata ritenuta una strega) e la lotta per la sopravvivenza che scatena tentativi di rivolta da parte dei lavoratori. In questo terribile contesto si inseriscono le storie personali, come quella della ricerca del bambino perduto di Lydia (ma anche qualcun altro lo vuole), il tradimento, il peccato e il richiamo ossessivo della carne (i brividi di eccitazione repressi del reverendo George Lightfoot nei confronti di una vedova ammiccante), la voglia di aiutare gli altri e il menefreghismo insieme al disprezzo, il fanatismo religioso, la paura di un castigo divino. E ci sono, tra le morti dovute all’orrore della natura, quelle violente per mano di un assassino. Perché? È Thomas che dovrà scoprirlo attraverso l’esame scientifico dei cadaveri e a dispetto di un subdolo tranello (a qualcuno non piace l’americano) che lo porterà perfino in prigione.
Romanzo, dicevo, da atmosfera apocalittica tra morti, gemiti, urla, rivolte, superstizioni, esorcismi, un fatto crudo del passato che si dipana lentamente attraverso vari colpi di scena in un convulso crescendo.
Ottimo e abbondante per chi ama le tinte forti e cupe, un po’ meno per gli altri che potranno rilassarsi, magari, con Nero Wolfe colpo di genio di Rex Stout.
Alla prossima.

La brigata dei reietti di Sophie Hénaff, Einaudi Stile Libero Big 2016.
la brigata dei reiettiNon la faccio lunga. Una mezza delusione, via. La solita banda di disgraziati maledetti (si fa per dire) che ne hanno combinate di cotte e di crude nel loro quotidiano lavoro di poliziotti, o hanno rotto gli zibidei a qualcuno in alto, che vengono riuniti per levarseli di torno.
A Parigi, nel 2012. Dirige il branco sgangherato il commissario Anne Capestan dalla pistola facile. Punto d’appoggio uno stabile malconcio, scrivania di metallo rugginosa, tavolo con una gamba più corta, parquet bucato, pareti “più brunite dei polmoni di un fumatore”, ma non si può pretendere di più. A lavoro spulciando negli archivi delle inchieste zoppicanti e dei casi irrisolti. Primo caso quello di un certo Yann Guénan del 1993 ripescato nella Senna; secondo caso l’omicidio di Marie Sauzelle, settantasei anni, strangolata nel giugno 2005 nella sua casa dopo un furto con scasso. Poi, come racconto, balzo all’indietro nell’isola di Key West, a sud della Florida, il 18 gennaio 1991, dove succede qualcosa che può avere relazione con le indagini della nostra banda.
Indagini, dicevo, domande, ricerche, momenti di crisi e tensione in una Parigi asfissiata dal caldo, e con le indagini si intersecano e sviluppano le storie personali che inseriscono nelle pieghe della trama uno squarcio di vita particolare e di sottile malinconia. All’arrivo di un altro omicidio ecco il dubbio di un collegamento fra i vari casi e quello, più consistente, che i nostri reietti siano stati messi insieme per togliere le castagne dal fuoco a qualcuno. Ma a chi? Da seguire anche la vicenda di Gabriele innamorato di Manon e c’è pure una citazione degli scacchi (interessa solo a me).
Tutto l’ambaradan mi ricorda, in parte e vagamente, I Bastardi di Pizzofalcone senza la magica penna di Maurizio de Giovanni. Risaputo. Niente di nuovo sotto il sole con una scrittura che non si distacca dalla normalità di millanta già lette.

Il Principe Rosso di Qiu Xiaolong, Marsilio 2016.
Il principe rossoL’ex ispettore Chen Cao è andato a ripulire la tomba di suo padre dopo che gli è stata tolta un’indagine importante, il caso dei maiali morti comperati dai contadini e rivenduti alle aziende a prezzi inferiori, che deve dare fastidio a qualcuno in alto. Come contentino (si dice dalle mie parti) è stato nominato direttore del comitato per la riforma del sistema legale (pensate un po’). In una Cina ormai cambiata dove sempre più ampio è il divario fra ricchi e poveri, dove “il mito dell’egualitarismo maoista, esaltato dalle autorità del Partito per tutti quegli anni, stava sbiadendo, ormai era un sogno perduto.” In auge Lai “Principe Rosso”, figura di spicco della sinistra cinese e lotte incessanti per il potere, soprattutto da parte dei figli di tali Principi Rossi.
Intanto l’incontro con la bella e ricca Qian e la proposta di lavoro per sorvegliare una donna, evidentemente l’amante del suo uomo (in seguito ci sarà tutto un discorso sulle ernai “concubine secondarie” con le quali si poteva interrompere la relazione). Poi altro momento critico. Deve tenere un discorso sullo scrittore Eliot a “Il mondo celestiale”, famoso night club, “oscenamente costoso”, ma qualcosa alla fine non quadra, gli hanno teso un tranello cercando di incastrarlo con due belle ragazze, per metterlo definitivamente fuori giuoco.
Bisogna difendersi. Aiutato da Nuvola Bianca (ha un salone di bellezza), da Vecchio Cacciatore, poliziotto in pensione che lavora per una agenzia investigativa, dal detective Yu (figlio del suddetto), incomincia la ricerca tesa a scoprire chi vuole la sua testa.
Ma sarà dura, Lai scompare improvvisamente e arrivano i morti ammazzati, mentre Chen si sente accerchiato e in pensiero per la madre malata in un momento in cui deve mettere in atto tutte le sue capacità pratiche e intuitive.
Il racconto, condotto lungo le azioni di più personaggi, scivola via gradevolmente intricato (la realtà in Cina “può essere ben più strana di un romanzo”) e ricco di passione politica delusa tra proverbi, aforismi, poesie, (Chen Cao stesso poeta e traduttore), pesce gatto marinato in olio di peperoncino rosso, zampe di rana fritte con fagiolini verdi, tofu puzzolente al vapore su funghi selvatici, cubetti di agnello alla griglia, borsa di pastore fredda con gamberetti secchi e olio di sesamo, pesce affumicato, frattaglie di maiale brasato, anguilla di risaia fritta…
Buona lettura e buon appetito (burp).

La scelta di SigmundPer chi ama il giallo storico ecco in padella (rimanendo nel culinario) La scelta di Sigmund di Carlo A. Martigli, Mondadori 2016, che aveva già scomodato Martin Lutero in un precedente lavoro. Ora tocca al Re dell’inconscio, sì avete capito bene, Sigmund Freud, chiamato addirittura da papa Leone XIII (siamo nel 1903) a scovare la mente dell’assassino tra quelle di tre sospettati cardinali che potrebbero diventare i futuri papi. Di mezzo i cadaveri di una guardia svizzera e di una cameriera. Ad aiutarlo, pensate un po’, c’è il giovane novizio Giuseppe Angelo Roncalli… Psicanalisi, crimine e fede a formare un bell’impasto.

La vita segreta e la strana morte della signorina Milne

Le vite umane non sono sempre come appaiono. Vedi La vita segreta e la strana morte della signorina Milne di Andrew Nicoll, Sonzogno 2016, che si ispira ad una storia vera ambientata nel 1912 in un tranquillo paesino (mai fidarsi dei paesini tranquilli) della costa scozzese. Qui abita la signora non sposata, la zitella insomma, Jean Milne benvoluta da tutti. Rispettabile, rispettabilissima. Fino a quando non viene ritrovata cadavere brutalmente massacrato. Ecco che allora, durante le indagini, si scopre che la vita della suddetta signora non era poi così rispettabile… (spiccicato come succede spesso nella realtà).

Pericoloso fare troppi scherzi. La gente se ne puòUna morte semplice avere a male e rendere pan per focaccia. Accade a Michael Harrison in Una morte semplice di Peter James, Longanesi 2016, quando, dopo una festa di addio al celibato, si risveglia da una sbornia coi fiocchi, indovinate un po’?… No, non ci avete indovinato. Si risveglia in una bara (sì, avete capito bene), in compagnia di una bottiglia di whisky, una radiolina trasmittente e una cannuccia per respirare. Naturalmente verrà liberato dai suoi amici, penserete voi e avrà pensato lui. Lo scherzo è bello quando dura poco. Naturalmente. Se, però, gli amici dello scherzetto fossero ancora vivi. Purtroppo sono rimasti coinvolti in un tragico incidente d’auto. Preghiamo per Michael…

Il cacciatore di ossaVanno di moda le squadre di poliziotti più o meno reietti (ad esempio proprio La brigata dei reietti di Sophie Hénaff già citato) o sconclusionati come la “Squadra Coglioni”, tutto un programma, sotto il comando dell’ispettrice Steel in Il cacciatore di ossa di Stuart MacBride, Newton Compton 2011. E, sempre sotto il suo comando, si ritrova anche Logan McRae, l’interprete principale dei libri di MacBride, dove pullulano cadaveri a bizzeffe e tutta la bruttura dell’umanità. Ad alleggerire il tanfo ripugnante dei macelli una  comicità che serpeggia impavida fra le pieghe del racconto.

Se volete qualcosa di più semplice, di delicato, di classico, insomma, allora vi consiglio la saga dei libri di Alexander McCall Smith (ne ho letti diversi) con la nota investigatrice Precious Ramotswe a capo della sua agenzia (siamo in Botswana) che nell’ultimo parto Salone di bellezza per piccoli ritocchi, Guanda 2016, si ritrova da sola (i suoi collaboratori sono in altre faccende affaccendati) alle prese con diversi casi fra una tazza di tè e una fetta di torta. Un po’ come Miss Marple. E l’accostamento non può che farle onore.

Spiluzzicando in qua e là Di rabbia e di vento di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2016, ambientato in una Milano ventosa e gelida, mi è sembrato un libro di piacevole lettura (così a occhio) basato sul classico omicidio della prostituta di turno (e quindi vattelapesca chi sia l’assassino). Da ritornarci sopra.

Tristezza per la momentanea (spero) chiusura di “Scacchierando”, sempre in forma, per fortuna, il blog “Soloscacchi”. Visitatelo.

Pet SemataryStefano Piersimoni, un appassionato giallista, ci invita a leggere Pet Sematary di Stephen King, Sperling Paperback.
In questo romanzo del 1983, il grande scrittore del Maine, dove è ambientata la gran parte delle sue opere, ci porta dentro uno dei peggiori incubi che una persona possa vivere: la perdita di un figlio, nella fattispecie un bambino di nemmeno due anni. Bellissimo l’approfondimento psicologico sul padre, i suoi rimorsi, i suoi incubi dove rivive passo per passo la scena dell’incidente, fino al disperato tentativo di riportarlo in vita e la sua discesa verso l’abisso della follia. Ovviamente il tutto immerso nella consueta atmosfera paranormale ed horror. Nel 1989 ne fu tratto il film “Cimitero vivente”.

La mogliera mi ha sventolato sotto il naso Adesso di Chiara Gamberale, Feltrinelli 2016, con l’imperativo “Smettila di legge ‘odesti troiai e buttati sulla Gamberale!” Vista la Gamberale mi ci sarei anche buttato.

Sei passeggiate nei boschi narrativiIn memoria di Umberto Eco non ho riletto i soliti, comunque bellissimi romanzi, ma il meno conosciuto, credo, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani 1994, ovvero sei lezioni che tenne all’Università di Harvard in cui il Nostro concittadino si avventura tra le mille sfaccettature della narrativa incamminandosi lungo i suoi diversi, straordinari sentieri. Si parte da Calvino e si finisce, addirittura, ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, mescolando un po’ di tutto da Manzoni a Cappuccetto Rosso, da Omero alla Christie. Una goduria.
E, poiché avevo accanto al sopracitato anche Lezioni americane proprio di Italo Calvino, Garzanti 1988, mi sono ribeccato anche questo. Lezioni che avrebbe dovuto tenere ad Harvard nell’anno accademico 1985-1986, come fece in seguito Umberto Eco, ma non ne ebbe il tempo che la morte ce lo rapì. Dovevano essere sei ma ne scrisse cinque. Sulla leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Non perdetelo.

Un giretto tra i miei libri

Il segno dell’assassino di D.M. Devine, Mondadori 2009.
Il segno dell'assassinoL’assassino tiene un diario. Deve uccidere otto persone per le quali “la morte sarà una liberazione dalla sofferenza”. Almeno qui la motivazione non è disprezzabile. Jean Lubbock, insegnante di francese, ventinove anni, “introversa e contorta, tormentata dalle inibizioni e dalle nevrosi”, subisce una aggressione ma fortunatamente riesce a scamparla. Trovato per terra un cartoncino di una ditta di pompe funebri con la scritta “Cordone n°1”. Non ha fortuna, invece, Alice Zinnie, paralizzata, semi soffocata con un cuscino e poi strangolata, solito biglietto “Cordone n°2” e solita icona di una bara. E non hanno fortuna altri strangolati con il filo di ferro (a dir la verità uno muore prima).
Sospettato Jeremy Beald, giornalista della “Kenburg Gazette”, amante di Kathleen, ma innamorato della bella vedova Helen sua vecchia (si fa per dire) fiamma che a suo tempo lo ha respinto. Ubriacone, donnaiolo impenitente, ha scritto dieci anni prima il romanzo “La foresta” ma poi ha lasciato perdere questa sua passione letteraria. Buttato fuori dal giornale e poi reintegrato viene aiutato da Helen e insieme indagano per trovare l’assassino. Il quale, nel frattempo, continua a scrivere il suo bel diario e i morti ad aumentare di numero. Ergo la piccola, tranquilla città si scuote: “Kenburgh era in preda al terrore. Terrore reso ancora più forte dalla feroce inutilità degli omicidi, dal sinistro simbolismo dei cartoncini con le bare, Era la paura elementare verso manifestazioni di pazzia”.
Un buon prodotto che si legge volentieri.

Il segreto di Tassart di Henry Wade, Mondadori 2010.
Il segreto di TassartLord Henry, conte di Grayle, vive a Tassart con la bella moglie Helen, il figlio Charles e la di lui consorte lady Katherine. In pessime condizioni di salute (grave nevralgia facciale) e in pessimo stato finanziario. La sua fine è una morte per avvelenamento attraverso una coppia di veleni che interagiscono fra loro.
Ad indagare il giovane ispettore Poole di Scotland Yard: composto, corretto, di buona educazione, fuma la pipa, si sposta in bicicletta e pure in moto. Classica investigazione attraverso l’interrogatorio della famiglia compresa la servitù e di tutti coloro che in qualche modo conoscevano il conte. Sospettato il maggiordomo Moode (un vecchio classico).
Poole cerca di ricostruire le scene anche mentalmente, è attento alle reazioni degli interlocutori e a non “saltare a conclusioni avventate e di fondarvi sopra la soluzione di un caso”. Insomma un tipo metodico e, diciamolo pure, un po’ pallosetto, sempre intimidito davanti ai suoi superiori e alla ricerca della loro approvazione (i complimenti lo fanno arrossire).
Di mezzo uno strano movimento di mobili antichi e di uno scrigno piuttosto importante, il ricatto, un laboratorio segreto. Prosa tranquilla, curata, minuziosa, tesa a sviscerare ogni tipo di soluzione piuttosto che a provocare emozioni.

Il segreto di Virginia di Margaret Millar, Mondadori 2010.
Il segreto di VirginiaSiamo in Arbana, nel Michigan, sotto la neve. Claude Margolis, ricco imprenditore, è ucciso a coltellate e sul luogo viene trovata Virginia Barkeley, completamente ubriaca. Ergo fila dritta in carcere. Difesa difficile per l’avvocato Eric Meecham, resa ad un certo punto facile per l’auto accusa di Loftus, malato incurabile di leucemia. Lasciato dalla moglie, vive solitario in affitto presso la casa di Emmy Hearst (triste vita matrimoniale) che riesce a comprenderlo. Tutto sembra facile, dicevo, troppo facile, fino a quando Loftus si suicida in carcere…
L’indagine è condotta dallo sceriffo Cordwink alto e magro, capelli corti, occhi freddi, cinquant’anni portati egregiamente, e dallo stesso avvocato, innamorato corrisposto di Alice Dwyer, dama di compagnia della signora Hamilton, madre di Virginia, sposata a Paul (primo anno di matrimonio un disastro).
Romanzo venato di dubbi, incertezze e paura che assale il protagonista principale. A volte si sente come “… prigioniero di una trappola di fili umani. Da qualsiasi parte si girasse in quella rete trovava sempre nuovi nodi” o come “un palombaro che spinge i piedi appesantiti verso il fondo dell’oceano, lottando contro una pressione che non può vedere né comprendere”.
Un alone di tristezza corre lungo tutta la vicenda (vedi, per esempio, la madre ubriaca di Loftus) insieme ad un senso di infelicità e di rabbia. Movimento, fuga, e colpo finale a sorpresa.

Gli occhi del SalarTerminiamo, come al solito, con la nostra inesauribile Patrizia Debicke (la Debicche) che ci presenta Gli occhi del Salar di Roberta Gallego, Tea 2016, un nuovo capitolo della ormai famosa serie che ci narra della “Procura Imperfetta”. Una rappresentazione precisa la sua, di solito piena di humour ma anche profondamente reale, di un apparato giudiziario troppo spesso afflitto da manchevolezze e che deve barcamenarsi in qualche modo, per riuscire a far fronte a una criminalità ogni giorno più all’avanguardia e agguerrita.
Tornano dunque i multiformi eclettici personaggi della procura di Ardese, che abbiamo già conosciuto e apprezzato nei libri precedenti, tra i quali primeggiano Anna Vescovo sostituto procuratore, Alvise Guarneri suo vecchio amico, collega e ammiratore segreto e la sua valida spalla il maresciallo Saverio Alfano.
Ma questa volta sono in arrivo guai da far accapponare la pelle. Nella fitta nebbia, che quella mattina avvolgeva le colline di Ardese, è inesplicabilmente scomparso il pulmino della San Gottardo, una prestigiosa scuola privata, con a bordo sette bambini figli di alcune tra le famiglie più note e influenti della provincia e l’autista. Polizia, forestale e vigili del fuoco hanno controllato il percorso palmo per palmo. Nessuno ha visto il pulmino, non ci sono tracce di incidenti e il cellulare dell’autista continua a suonare a vuoto.
Purtroppo la faccenda si trasforma presto nel peggiore degli incubi: i bambini sono stati rapiti e uno di loro necessita di terapie particolari. Si cominciano a fare le illazioni più scontate, si accusa l’autista. Sbattuta sulle prime pagine dei telegiornali e dei quotidiani nazionali, la Procura di Ardese esce dall’anonimato di provincia e si trova a fare i conti con il gossip. Come avvoltoi affamati i media si avventano sulla notizia. Cercano lo scoop.
Anche i servizi si mischiano all’indagine. Perché? Tutta la procura, che si muove con i piedi di piombo in un’indagine corale, si avvale dei suoi migliori collaboratori per interrogare tutti e scavare meglio e ovunque a fondo. Ma si scoprirà che questo è un caso eccezionale. E soprattutto sarà eccezionale la richiesta di riscatto. Perché qualcosa di malato, di vendicativo e di perverso che torna implacabilmente dal passato si nasconde dietro questo spaventoso sequestro ed è pronto a inghiottire ogni speranza, con l’indifferenza  degli occhi del Salar, le mortali trappole del boliviano deserto di sale. E non c’è tempo da perdere. L’angoscia sale a ogni ora che passa e tiene il lettore con il fiato sospeso.
Lo strano mistero dell’Orient ExpressDue parole anche su Lo strano mistero dell’Orient Express di Benjamin Monferat, Newton Compton 2016.
La quarta di copertina recita: «Mentre l’Europa sprofonda nel caos della seconda guerra mondiale, un viaggio in treno cambierà la vita dei suoi passeggeri».
Benjamin Monferat è lo pseudonimo di Stephen M. Rother, scrittore e storico tedesco, che per scrivere un romanzo si è ispirato anche alla vita di suo nonno, vissuto durante il Terzo Reich, costretto a collaborare con il regime ma nello stesso tempo un attivo oppositore.
Bestseller in Germania, a mio vedere merita il suo successo. Non è impresa da poco maneggiare la suspense in modo da tenere incollato il lettore per ben 569 pagine della versione italiana (mi risulta che la tedesca fosse più lunga), ma Monferat/Rother ci riesce. Ḕ abile nel dosare fiction e realtà storica, emozione e sentimenti in un avventuroso romanzo di azione, sempre intrigante e coinvolgente.

Della Patrizia sopracitata ricordo l’ultimo libro L’eredità medicea, Parallelo45edizioni 2015, che sta avendo un ottimo riscontro di critica e di lettori.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2016

book-toiletVediamo cosa viene fuori…

Prima di tutto un saluto a Umberto Eco. Quasi un amico, come se lo avessi conosciuto di persona.
Passiamo alle mie cianfrusaglie.
Ogni tanto al gabinetto mi viene da pensare al nostro martoriato paese (chissà perché). Non bastassero la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta ci si mettono pure i pedofili e i violentatori assassini di donne, gli evasori fiscali, i falsi invalidi, il bullismo nelle scuole e nelle piazze, le maestre (qualcuna, via) che picchiano i bambini, infermieri (idem) che picchiano i disabili, gli impiegati comunali in mutande a timbrar cartellini per gli altri, gli inchini alle dimore dei boss, gli incasinamenti pecuniari e non (praticamente di tutti i tipi) dei nostri politici, gli affitti risibili in palazzoni fastosoni  e chi più ne ha più ne metta. Il tutto condito da un debito pubblico che fa tremare le vene e i polsi come canta il Poeta. E dunque mi fa specie rilevare spesso una tracotanza bullesca (mio conio) oppure, sulle facce di certi personaggi quel sorrisetto di superiorità di chi ha la verità in tasca e la chiave sicura per risolvere in quattro e quattr’otto la tremenda situazione. Quando ci sarebbe, invece, da fare, al posto del sorrisetto, non dico una faccia perennemente ammosciata come quella del nostro Presidente della Repubblica che fa cascare le braccia, e non solo, ma almeno una piccola smorfietta di preoccupata serietà. Speriamo bene ma la vedo dura.

Vediamo, invece, cosa succede tra i miei immarcescibili G.M.
Sherlock Holmes - La vedova del DartmoorSherlock Holmes – La vedova del Dartmoor, di Warwick Downing, Mondadori 2016.
Continua la riproposizione degli apocrifi dell’Investigatore per antonomasia. Qui è la volta di Jeremy Holmes, nipote del grande Sherlock. Niente fiuto particolare ma un’abilità sorprendente, da avvocato, di incastrare i testimoni durante il processo con domande che riescono a perforare la loro pur dura corazza. A dir la verità qualcosa di “particolare” la possiede. Quella di disegnare le persone e carpirne, in qualche modo, gli aspetti più profondi. Ora deve risolvere il caso della stupenda lady Russell, accusata di omicidio e pronta a penzolare dal capestro. E si dovrà “riesumare” una vicenda oscura avvenuta nella remota landa del Dartmoor. Un momento… E Sherlock Holmes? Possibile che se ne stia lontano da questo caso? O ci metterà almeno lo zampino, magari con qualcuno dei suoi famosi travestimenti? Mah…

L’inferno alle porteEcco a quali conseguenze portano le prese in giro ne L’inferno alle porte di Bill Pronzini, Mondadori 2016.
“Oh, avrebbe scatenato l’inferno, senza dubbio. Un inferno allo stato puro”. Siamo a pagina 120 e l’inferno, Pete Balfour, brutto da far paura (piccolo, grassottello, bocca da pesce persico preso all’amo) in parte l’ha già scatenato. Preso di mira da Ned Verriker con quella frase che lo nominava primo sindaco della Valle degli Stronzi (la battuta è sulla bocca di tutti gli abitanti della piccola città di Six Pines), ha provocato un incendio alla sua casa dove è morta bruciata la moglie, mentre lui se l’è cavata, maledizione, perché non c’era. Ora studia un piano per farlo fuori che deve pagare le sue stupide prese in giro. Nel frattempo chi ci rimette è pure una signora sequestrata dallo stesso Pete che poteva essere una testimone pericolosa… In pratica la Vendetta, la Ricerca e la Lotta per la liberazione. Traduttore Mauro Boncompagni e questo è già, di per sé,  una sicurezza.

Il segreto del milionarioIl segreto del milionario di Helen Reilly, Mondadori 2016, è il classico giallo della camera chiusa a chiave dall’interno, senza nessun’altra possibilità di entrata, che ha mandato al manicomio più di una generazione di lettori. Siamo in un lussuoso palazzo della Quinta Strada. Il morto ammazzato è Fennimore Kingston e l’assassina sembra proprio sua moglie Katherine. Non c’è niente da fare. Fino a quando non arriva l’ispettore McKee, capo del reparto investigativo della polizia di New York, e allora la faccenda non è così semplice come si pensava. Tra l’altro c’è un bel gruppo di personaggi che hanno da guadagnare dalla sua morte. Ottima orchestrazione generale con momenti di viva tensione e notevoli capacità introspettive, soprattutto nello sviluppo dei personaggi delineati nello loro complesse sfumature anche psicologiche, che non sfuggono all’occhio vigile di McKee e rendono il tutto una gradevole e avvincente lettura.

Il mondo di AteneMi sono buttato, anzi ributtato su Il mondo di Atene di Luciano Canfora, Laterza 2013, tanto per passare dalle miserie presenti della Grecia ai fasti (ma anche agli incasinamenti e distorsioni) del passato. Una passione che mi porta spesso a volteggiare sinuoso tra i meandri del Tempo. Soffermandomi, questa volta, soprattutto sui processi a Frinico (quello a Frine è un’altra storia) per tradimento, o meglio al suo cadavere dissotterrato (giuro), ad Antifonte e ad altri che hanno attirato la mia attenzione, devo dire un pochettino morbosa. La scrittura, poi, del nostro Canforone, così precisa ed eloquente, ha la sua parte di attrattiva e c’è perfino chi lo ha paragonato ad un “indagatore poliziesco”. E se si mettono insieme storia e giallo trillo come un passero all’arrivo della primavera (mi sa che l’ho già detta).
A proposito di processi famosi notevole Il corrotto. Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone di Luca Fezzi, Laterza 2016, contro Gaio Verre, l’ex governatore della Sicilia accusato di concussione e peculato. Come a dire che le cose non cambiano mai.
E, ancora a proposito di storia, in Inghilterra è nata una polemica da parte, soprattutto, di Mary Beard, docente della suddetta disciplina ad Oxford, che si lamenta del machismo imperante nel mondo dell’editoria con maschi che si impegnano su guerre e morti ammazzati e i lettori che vanno in visibilio. Non so cosa dire ma mi sa che abbia ragione che ogni tanto sfoglio, da intemerato maschiaccio, con una certa trepidazione Le grandi battaglie. Armi tattiche e strategie militari di AA. VV., Mondadori 2005, oppure L’arte occidentale della guerra di Victor Davis Hanson, Mondadori 1990, per vedere l’effetto che fa come nella famosa canzone.

A volte tiro fuori preistorici libri della mia beata un tubo gioventù (mai una lira in tasca) come I promessi sposi commentati da Attilio Momigliano, Sansoni 1963 (una chicca) e mi metto a fantasticare tra i vecchi ricordi di un tempo che fu (è venuta anche la rima) con qualche rimpianto da vecchietto rinseccolito già pronto per la bara.

il paese dell'alcolNella collana Supercoralli della Einaudi ci si può imbattere in un premio Nobel nella persona di Mo Yan con Il paese dell’alcol. Qui, oltre al contenuto altamente drammatico (qualcuno potrebbe cibarsi di carne di neonato), siamo di fronte ad una forza espressiva di ottima qualità che sa sfruttare stili diversi tutti protesi verso una satira forte e allucinata su una nazione, la Cina, in preda a cambiamenti tumultuosi e imprevedibili.

Chi vuole vedere gli scacchi citati dappertutto qui che Lucius Etruscus è una miniera di informazioni. Ha scritto anche diverse belle cosette.

il fiume ti porta viaE chi vuole ritrovare un personaggio particolare allora c’è Il fiume ti porta via di Giuliano Pasini, Mondadori 2015, con il commissario Roberto Serra che ha il dono, come scrissi per Venti corpi nella neve, “di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci”. Siamo a Pontaccio, piccolo paese della Bassa emiliana. Qui deve fare i conti con l’uccisione di un certo “re dei matti”, anche se sospeso dal servizio. E dovrà pure cercare di distinguere i matti dai cosiddetti “sani”. Mica facile.

Già avevo accennato, in uno dei pezzi precedenti, al cinque indagini romanevicequestore Rocco Schiavone di Antonio Manzini. Ed eccolo bello spaparanzato in Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Sellerio 2016. Così potremo conoscerlo ancora meglio. Sul punto di essere trasferito per una “cazzata” di due anni prima abita in un bellissimo attico a Monteverde, facile allo spinello e alle belle donne, sua fissazione quella di schedare mentalmente le persone grazie alla somiglianza con qualche animale, odia le ciabatte durante l’estate, qualche affaruccio poco pulito, ricordi e ricordi nostalgici della moglie Marina defunta che sembra una Madonna (in corsivo). Qui è alle prese con cinque casi dei soliti morti ammazzati. Giramenti di coglioni e intermezzi in romanesco sparsi un po’ dovunque. Spunti su Roma, sui suoi quartieri belli e brutti, caldo afoso, discariche abusive, esistenza senza speranza. Tocchi vivi di personaggi che restano impressi nella memoria. Cinismo, pessimismo, malinconia tracciati lungo un solco sicuro senza tanto strombazzamento, Il mondo è una merdaccia e anche lui fa la sua parte. Ma resta pure simpatico.

Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gattoE mi ero pure soffermato su Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto di Yoko Ogawa, il Saggiatore 2016, che lì si trattava di scacchi. Visto e preso posso aggiungere qualcosa.
Un bambino con le labbra incollate fra loro e una folta peluria, un fratellino e i nonni che lo accudiscono, una bambina piccola e una elefantessa, Indira, suoi unici amici. A scuola continue prese in giro. Fa amicizia con un conducente di autobus “terribilmente grasso”, ma grasso, grasso, cascante da tutte le parti. Diventerà il suo Maestro di scacchi e conoscerà il suo bel gatto, Pedone. Già, gli scacchi, al centro di tutta la storia, i suoi incontri con il Maestro, il suo modo di giocare infilandosi sotto il tavolo accarezzando Pedone e poi uscire solo per fare la mossa. Studia, legge le biografie dei grandi campioni: Staunton, Morphy, Steinitz ma, soprattutto, quella di Alexander Alechin “poeta sulla scacchiera”. Il suo mondo si allarga, dopo un incontro al circolo di scacchi Pacific viene chiamato Little Alechin e costruito un automa sulla falsariga del famoso “Turco” di Kempelen nel 1769, tra i cui marchingegni era nascosto un piccolo giocatore che faceva muovere i pezzi sulla scacchiera all’automa stesso. Così il nostro ragazzo accetta di giocare all’interno della nuova creatura, aiutato dalla bambina Mummia con la sua misteriosa colomba bianca. Libro sugli scacchi, specchio della personalità dell’uomo e libro tra sogno, favola e fantasia. Sotto il tavolo da gioco, al riparo dai marosi della vita e nel buio della solitudine, si possono creare momenti di vera, intima poesia, con i pezzi che si muovono leggeri sulla scacchiera.

il gioiello che era nostroNon perdete Il gioiello che era nostro di Colin Dexter, Sellerio 2016.
Così potrete conoscere, se non lo avete già fatto, E. Morse, un ispettore piuttosto particolare amante di diverse cosette, oltre alle belle donne (è scapolo): l’alcol, Wagner, le riviste porno e le parole crociate. Sì, avete letto bene. Proprio le parole crociate che affronta come fossero delitti, o meglio, viceversa, ma le soluzioni risultano spesso sballate e il suo fedele sergente Lewis, lui sposato, è costretto a fare i salti mortali per stargli dietro. Qui deve ritrovare un gioiello antico di inestimabile valore tra i soliti morti ammazzati.

Attirato dalla vivace copertina arancione, dal titolo La brigata dei reietti di Sophie Hénaff, Einaudi Stile Libero Big 2016, e dalla quarta di copertina “Alcolizzati, assenteisti, iettatori: un’irresistibile brigata per la prima volta, pericolosamente, in azione.”, l’ho tirato giù dagli scaffali della solita libreria di Siena e l’ho fatto mio (pagandolo). Vi saprò dire qualcosa la prossima volta.

Facciamo ora un giretto tra i miei libri meno recenti

Il quadrato della vendetta di Pieter Aspe, Fazi 2009.
il quadrato della vendettaBruges. Furto in una gioielleria della potente famiglia Degroof. Furto assai strano, a dir la verità, che i gioielli non vengono portati via ma sciolti nell’acqua regia. Lasciato un messaggio criptico, praticamente un quadrato magico.
Ad indagare il poliziotto Pieter Van In, sopra i quaranta, da quasi venti al servizio dello stato. Pancetta che si tira davanti allo specchio, sbuffa, ringhia, impreca, fuma e beve con grande trasporto (soprattutto Duvel), buona forchetta. Matrimonio fallito alle spalle per il fascino di una giovane collega (ci rimugina spesso), amante dell’arte, biblioteca con Eco, Dante, Jung e insomma si vede che ha studiato. Testardo e controcorrente (ripensa con sospiro agli anni sessanta), in conflitto con il commissario capo De Kee che vorrebbe una indagine all’acqua calda. Sensazione di impaccio e malessere davanti alle donne, soprattutto se lasciano intravedere qualcosa di interessante. Simpatia per Hannelor Martens, sostituto procuratore, con degli “splendidi polpacci scolpiti”. Chissà che…
Di mezzo c’è la politica, i Templari (la loro storia), un convento, un ospedale psichiatrico, un rapimento e… anche gli scacchi (piccolo accenno). Non manca la solita citazione di Holmes (se non c’è ci si sente male).
Una indagine alla vecchia maniera, una discreta caratterizzazione dei personaggi (ricordo Versavel che si dedica alla scrittura), una prosa tranquilla senza tanti tormentoni linguistici che non se ne può più. Soluzione complessa ma accettabile.

Il raccomandato di Wilkie Collins, Polillo 2013.
il raccomandatoUna figura emblematica di tutti i tempi. Dunque anche della seconda metà dell’Ottocento. Il raccomandato è Matthew Sharp “che gode dell’appoggio di una persona estremamente influente”, praticante presso un avvocato “straordinariamente pieno di sé” ed ora infilato nel reparto investigativo. Deve risolvere il caso di un furto al posto del sergente Bulner, come si evince da una lettera dell’ispettore capo Theakstone allo stesso. Possiamo seguire le sue indagini sballate dai rapporti di Matthew al superiore di una involontaria comicità proprio per la sua inettitudine portata avanti con tronfia arroganza.
In breve. Sparisce una scatola di latta piena di soldi dalla casa dei signori Yatman. Possibili sospettati tre affittuari: un giovane scapolo che abita nella camera sul davanti, al secondo piano, il commesso del negozio di cui gli Yatman sono proprietari che occupa una delle stanze della soffitta e una domestica che dorme dietro la cucina. Matthew si mette ad indagare ma non combina niente (ne infilasse una) anche se è sempre convinto di fare bene (lo sfiorasse mai un dubbio). Alla fine il caso gli viene tolto e affidato nuovamente al sergente Bulner il quale potrà scoprire il ladro proprio dalla lettura dei rapporti di Matthew. Un racconto ironico e divertente. Ve lo raccomando.

il ritorno di CampionAndiamo subito al sodo con Il ritorno di Campion di Margery Allingham, Mondadori 2008. Intanto piccolo spunto “Dopo tre anni al fronte, Albert Campion torna in licenza nella sua casa di Londra. E nel suo letto trova ad aspettarlo, sorpresa macabra, il cadavere di una donna. E’ subito chiaro che la sconosciuta non è morta lì. Infatti è stata portata da Lugg, il fedele valletto di Campion, e da lady Carados, madre di Johnny, celebre eroe della RAF…”.
Dunque in questo romanzo del 1945 c’è una donna morta nel suo letto. Per essere più precisi assassinata. Per essere ancora più precisi addormentata con l’oppio e poi strozzata. E se si vuole cadere nella pignoleria diciamo pure che si tratta della signora Moppet Lewis, moglie del noto ristoratore Stavros ben conosciuto dal nostro Campion. E poi abbiamo la scomparsa di Lugg, una strana telefonata alla polizia, uno strano regalo (una rosa), tesori d’arte rubati, sei dozzine di bottiglie di vino di Borgogna, un matrimonio in bilico, “piccole gelosie e affetti morbosi” nella famiglia Carados, e insomma il solito guazzabuglio delle storie della Allingham con il Nostro che appare un po’ stanco e sonnacchioso.

Il ritratto Bellini di Jason Goodwin, Einaudi Stile Libero 2009.
il ritratto belliniDalla quarta di copertina “1840. Un ritratto simbolo dell’antica grandezza ottomana, scomparso da Istanbul quattro secoli fa, riappare misteriosamente a Venezia. Il sultano lo vuole. E Yashim, in missione nella agonizzante ex Serenissima, scopre che il dipinto leggendario semina morte, suscita timori, dissolve ricchezze favolose. E la ricerca dell’eunuco detective si trasforma in un oscuro gioco del gatto col topo, che minaccia di distruggere più di un trono d’Europa”.
Yashim Togalu già incontrato ne L’albero dei giannizzeri della stessa casa editrice: “Era un uomo alto e robusto sulla quarantina, con una gran massa di boccoli neri e qualche filo bianco; niente barba, ma baffi neri ricciuti. Aveva gli zigomi alti da turco e grigi occhi a mandorla di un popolo che viveva millenni sulla grande steppa eurasiatica”. Possiede parecchie doti “fascino innato, disposizione per le lingue, e la capacità di sgranare quei suoi occhi grigi all’improvviso. Gli uomini e le donne rimanevano stranamente ipnotizzati dalla sua voce, prima ancora di capire chi stesse parlando. Però non aveva le palle”.
Ergo è un eunuco. Grande affresco di Venezia sotto il tallone austriaco, il ghetto degli ebrei, i barnabotti nobili decaduti,  incontri e scontri, morti assassinati, una testa trovata sull’altare di una chiesa, quadri veri e contraffatti, peripezie da capogiro tra cipolle rosse, fegato d’agnello, aglio e semi di cumino, aneto e prezzemolo, ceci, semi di nigella, bistecche di pesce spada e prelibatezze varie (per chi le ritiene tali) cucinate con arte superba dal nostro Yashim.
Prosa naturale che sgorga spontanea. Da scrittore vero. Politica, arte e giallo avvinti come l’edera. Ottimo anche senza una parte mancante (giuro). Figuriamoci integro.

Il sangue versato di Asa Larsson, Marsilio 2007.
il sangue versatoProtagoniste principali l’avvocato fiscalista Rebecka Martinsson e l’ispettrice di polizia Anna Maria Mella. La prima, single, in fase di esaurimento nervoso per avere ucciso (legittima difesa) tre uomini a Kiruna (siamo in Svezia, mi pare); la seconda, forte ed energica, sposata con quattro figli. La trama, che parte dall’uccisione del pastore Mildred Nilsson (e di cui volutamente non svelerò altro), ha valore fino ad un certo punto. Nel senso che vale, soprattutto, in quanto fornisce all’autrice il destro per entrare nel profondo dei personaggi, svelarne i piccoli-grandi segreti, i loro slanci, le loro manie, le loro paure, le loro debolezze.
Ma il personaggio principale del libro, quello intorno al quale ruota tutta la vicenda, non sono Rebecka né Anna Maria. È Mildred. Sposata e lesbica. Ovvero il “fantasma” di Mildred che aleggia praticamente su quasi tutti i personaggi mettendone a nudo i lati più deboli, più delicati, più brutti, più umani. Mildred che in vita, con il suo comportamento, ha scatenato nel piccolo paese in cui vive una serie di reazioni contrastanti: dall’odio viscerale alla venerazione. Mildred è la chiave di volta dell’autrice per scavare a fondo negli animi e portare alla luce tutto ciò che è nascosto. Storie che si intrecciano con altre storie con una istintiva naturalezza, passato e presente che si uniscono e si staccano in continuazione. Un tono basso, quasi monotono a segnare la vita che scorre. Una prosa secca, asciutta, essenziale con quel minimo di ricchezza indispensabile (ad essere pignoli qualche svolazzo psicologico di troppo) per disegnare la complessità degli inconsci. E poi l’ambiente, il paesaggio, quei boschi, quei cieli, quegli spazi immensi, quel profondo silenzio della natura che sembra fatto apposta per ascoltare le voci più intime dell’animo. Infine la storia di una lupa, Zampe Gialle, che viene scacciata dal branco e che lotta duramente per la sopravvivenza.  Come il simbolo della vita stessa di ognuno di noi.

La nostra superba Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta…

Interludio, una storia di guerra di Niccolò Capponi, su Amazon.
Interludio, una storia di guerraConosciamo tutti Niccolò Capponi come grande storico, mago della battaglie, rigoroso narratore e allo stesso tempo gustoso dissacratore dei tempi buoni o bui che furono, ma vi confesso che mi è piaciuto scoprirlo come autore di un coinvolgente romanzo storico ambientato nel 1944, a Ferragosto nella polverosa e bruciante calura dello scarno paesaggio alle pendici dell’ Appennino Tosco Emiliano.
Roma è già stata liberata dagli alleati, i tedeschi sono stati sconfitti a Cassino e si stanno lentamente ritirando oltre gli Appennini, attestandosi lungo la Linea gotica che verrà definitivamente superata dagli alleati solo ad aprile del 1945.
Nell’agosto 1944, in un’Italia spezzata in due, dilaniata dalla guerra, una strana occasione, che provoca il casuale incontro di tre combattenti nemici e amici, provenienti da paesi diversi, porterà a impensabili sviluppi. Infatti cultura, bellezza e musica, riscoperte e vissute insieme, costringeranno ognuno di loro a mettere in dubbio le proprie radicate convinzioni.
Una storia che, in tante sue pagine, introduce un sottile richiamo a importanti episodi bellici del passato allora come ora motivo di studio e interpretazione per chi intenda diventare un ufficiale, nonostante l’immane differenza delle pur crudeli guerre di un tempo con i vigliacchi attacchi terroristici e i premeditati e barbari massacri dei nostri giorni.
Un mondo quello descritto in Interludio diverso, pervaso di cavalleria, fatto di regole di tradizioni, di rispetto per gli altri e di educazione, qualità che purtroppo è quella che più si è dimenticata e si continua a dimenticare ai nostri giorni. E invece spesso la realtà si nutre anche di immaginazione e solo un certo immaginario collettivo può portare a maggior concretezza nella vita.

I libri che ci aiutano a vivere feliciḔ arrivata in libreria una raccolta speciale intitolata: I libri che ci aiutano a vivere felici di Giulia Fiore Coltellacci, Newton Compton 2016, che contiene, all’occorrenza, un kit di pronto soccorso terapeutico, dedicato ai lettori e alle lettrici di ogni età. Perché propone e fornisce ogni genere di cure e rimedi per inguaribili lettori.
Come il cilindro di un mago la nostra prodigiosa e saggia raccolta contiene: storie perfette per uscire dal mal d’amore, entusiasmanti rimedi alla tristezza profonda, letture natalizie da leggere sotto l’albero e libri antistress e antipanico. Questo sfizioso “trattato” antologico, una specie di “biblioterapia”, vi suggerirà cosa e come scegliere. Se avete bisogno di ridere, di piangere, di ricucire il cuore a pezzi, di evadere dalla realtà, di passare serenamente una domenica di pioggia, ma anche di tirarvi su di morale, di procurarvi una scarica di adrenalina, di sbollire un’arrabbiatura, tirando fuori la rabbia repressa, un libro può sempre aiutarvi. Basta capire quale! E leggere. Però se le tante idee e suggerimenti non bastano, insomma se la “malattia” persiste, allora… allora bisogna consultare il libraio.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti