Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2019

Memorizzare…
Memorizzare. Imparare a memoria. Mi ricordo che la maestra Elvira ci faceva imparare a memoria diverse poesie. All’inizio non capivo a cosa servisse se non a romperci lievemente gli zibidei. Poi, con il passare del tempo, ho riconosciuto l’enorme valore di questo metodo e ho cominciato a memorizzare poesie, parti di poemi e perfino brandelli di opere che mi avevano colpito. Lo facevo anche per darmi un po’ di arie con i miei alunni che strabuzzavano gli occhi quando li declamavo come un attore consumato. Oggi poeti e scrittori mi fanno compagnia e ogni tanto li tiro fuori dagli scaffali della memoria, per uscire da certi momenti brividosi e stare un po’ al calduccio con loro.
Grazie, maestra Elvira.

Le signore del delitto di Edgar Wallace, Cornell Woolrich e Baronessa Orczy, Mondadori 2018.
La collana di smeraldi di Edgar Wallace
La signorina Leslie Maughan del Dipartimento investigativo criminale di Scotland Yard non ha più di ventidue anni, alta, gambe snelle dalle caviglie sottili, due grandi occhi scuri, le labbra rosse, il mento piccolo e tondo, la gola candida. È lei che cercherà di far luce in una oscura vicenda. Il morto ammazzato con tre colpi di pistola al cuore arriva a pagina quarantanove. Si tratta del “vero colpevole” di una condanna ingiusta, ovvero del maggiordomo Anthony Druze che tiene nella mano sinistra un grosso smeraldo, il pendente della collana della affascinante lady Raytham. Subito l’ispettore capo Coldwell sospetta di Peter Dawlish, il condannato ingiustamente che voleva vendicarsi. Ma Leslie non è di questo avviso. Anzi, cerca in tutti i modi di difenderlo e aiutarlo…
Le donne protagoniste principali della storia (ma anche una bambina): la principessa Bellini che ha vissuto diversi anni a Giava; Martha Dawlish, madre di Peter; Greta, amica della Bellini; lady Jane Raytham e la nostra Leslie. Ognuna curata con grande attenzione come gli altri personaggi secondari vivi e concreti. Squarci di miseria e povertà, continui colpi di scena (incredibile quello iniziale su Druze), ricatto, ricettazione, facce gialle, bambini allevati a pagamento, momenti di ansia, paura, disprezzo, amore. Attenzione, lettore, perché spesso tutto ciò che sembra non è…
L’angelo nero di Cornell Woolrich
Subito nella mente dubbiosa di una donna che narra in prima persona. Di Alberta, ovvero “Faccia d’Angelo”, come la chiama il marito Kirk in certi particolari momenti. Sempre più radi. Qualcosa non quadra. Troppe bugie. C’è dietro una donna. Mia. Così si chiama. Deve andare a vederla. Sa dove abita, ma l’incontro è drammatico. La trova morta nella sua casa soffocata con un cuscino. Viene accusato suo marito e condannato alla sedia elettrica. E allora via ad una ricerca disperata per salvarlo. Uno scatto nella memoria, il ricordo di una bustina di fiammiferi sul luogo del delitto che si rivelerà molto utile…
Affondo nell’animo della protagonista ancora innamorata del consorte: dubbi, incertezze, momenti di panico, paura, coraggio, ricerca ininterrotta della verità tra un pericolo e l’altro, appuntamenti, incontri, facce che rimangono impresse. Riuscirà a trovare il vero assassino?…
La signora dal grande cappello della Baronessa Orczy
Chi narra la storia è Mary, amica di lady Molly del Dipartimento femminile di Scotland Yard. Questa volta se la deve vedere con “uno dei crimini più crudeli e cinici mai perpetrati nel cuore di Londra.” Ovvero con l’assassinio di un tizio in un locale attraverso una forte dose di morfina in una tazza di cioccolata. Con lui è stata vista una signora con un cappello enorme che le copriva il volto. Forse la stessa, di affascinante presenza, che si presenta un giorno a fare certe dichiarazioni alla polizia sul suo rapporto con il morto. Ma giura che non è stata lei ad ucciderlo. Un cappello enorme. Perché?. Ecco il tarlo che rode la nostra lady Molly…
Tre storie di diverso stampo, tre impianti e tre stili diversi come è giusto ed efficace che sia per il lettore quando si tratta di una raccolta. Qui donne, sempre donne, fortissimamente donne, ognuna con la propria personalità. Spinte dall’amore che muove il sole e le altre stelle e dalla insaziabile ricerca della verità anche a costo di diventare angeli neri. Con il maschietto messo in secondo piano. Quando c’è qualcosa curata da Mauro Boncompagni (leggere la sua bella Introduzione) si va sul sicuro.

L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016.
Tre racconti pubblicati nel 1938 quando Simenon ha trentacinque anni. I protagonisti ormai li conosciamo: Joseph Torrence, già collaboratore di Maigret (come lui fuma la pipa), ovvero il finto capo dell’Agenzia O; Émile lo “spilungone dai capelli rossi”, all’apparenza impacciato che affronta le indagini da vero capo; il fattorino Barbet, ex borseggiatore e la segretaria Berthe discreta nel fisico e nei modi.
Lo spioncino di Émile
Parigi, undici del mattino. La ragazza si appresta ad entrare nell’ufficio di Joseph Torrence “un colosso bonaccione, sulla quarantina, ben curato e ben pasciuto” dell’Agenzia Investigativa O. Si chiama Denise Étrillard, figlia di un notaio. Chiede solo di mettere al sicuro un plico nella cassaforte fino all’arrivo del padre. Ma Émile, giovane fotografo con spiccato intuito investigativo che osserva la scena da uno spioncino, nutre qualche sospetto sulla ragazza. Da mesi l’Agenzia deve investigare, per conto di una compagnia di assicurazione, su numerosi furti di gioielli e potrebbe esserci un legame tra questi e la giovane che, a un certo punto, si getta nelle braccia di Torrence. Perché? Occorre pedinarla e scontrarsi con lei.
Il capanno di legno
Una strana telefonata a Torrence da parte di Marie Dossin che chiama dalla Casa del Lago a Ingrannes, nella foresta di Orléans. Stamattina ha scoperto un cadavere nel capanno di legno. Visto nella penombra sembra che sia l’amico Jean Marchons impiccato ad una trave. Suo marito non deve sapere niente. Ma, arrivati sul luogo “Nessun impiccato. Neanche l’ombra di un impiccato. Neanche il benché minimo pezzo di corda da impiccato.” C’è, però, un martello pesante sporco di sangue. Dal padrone di casa si apprende che la moglie “non è più molto in sé.” Tra una bevuta e l’altra e il ritrovamento del cadavere, piano piano vengono a galla certi elementi che…
L’uomo nudo
Torrence è al Quai des Orfèvres per “annusare” l’atmosfera di un tempo. Qui regna una grande agitazione per una retata straordinaria che vede almeno una sessantina di uomini nudi come vermi sottoposti ad identificazione. Tra questi scorge addirittura il celebre avvocato Duboin, senza la consueta barba che gli chiederà, durante una mangiata di funghi, tartufi e una bevuta di cognac, di risolvere il suo problema. Ovvero quello di una lettera che gli ha spedito una certa Higuette, pregandolo di raggiungerla alle undici di sera in un determinato piccolo, rivelatosi poi equivoco, caffè. Ma lei non c’era, è stato preso nella retata ma non ha voluto rivelare la propria identità. Un caso particolare che vedrà Torrence bloccato su un treno, Barbet all’inseguimento dell’avvocato, Émile con uno sconosciuto che lo segue e la signorina Berthe narcotizzata a domicilio…
Quando ho voglia di rilassarmi e sorridere prendo in mano i racconti di Simenon. Rocamboleschi, ironici, umoristici, irresistibili e chi più ne ha più ne metta. Dal dialogo veloce, talora frenetico e la scrittura nitida, elegante, leggera, essenziale (al diavolo i cicisbei con la penna!). Più che le trame, che hanno la loro bella parte, rimangono impresse certe situazioni tra sorriso e tenerezza e i personaggi così magicamente caratterizzati da ricordarne anche i minori. Insomma una lettura di gusto che mi ripaga di qualche spiacevole incontro libresco.

Da molto lontano di Roberto Costantini, Marsilio 2018.
Me lo sono fatto regalare per Natale da mio figlio Riccardo per non ricevere il solito portafoglio (ne ho già tre o quattro). Parlare estesamente di un libro di ben 597 (cinquecentonovantasette!) pagine sarebbe per me, che sono del Toro, una fatica disumana. Cerco di sintetizzare attraverso alcuni punti. Partiamo dal primo, ovvero dal commissario Balistreri che opera a Roma. Invecchiando è cambiato. Non è più come l’abbiamo conosciuto nelle storie precedenti dove veniva fuori un essere forte, energico, scorbutico, votato al sesso, fuori dalle righe. Si ritrova spento, disilluso, malinconico, preda di certi fantasmi del passato (il padre vivo che voleva morto e la madre morta che voleva viva) che continuamente lo tormentano. Lo vedremo anche in una lotta continua con la memoria che lo tradisce. Casa alla Garbatella dove vive da solo anche se ha una compagna e una figlia, legge Nietzsche, Henry Miller, Milan Kundera, via in giro con il Duetto, Gitanes e Tavor suoi fedeli compagni di viaggio nella vita. In disparte lascia agli altri i compiti più rognosi. A Capuzzo con la “sua ormai inseparabile valigetta grigia” e il suo computer, all’ispettore Locatelli “guascone, razzista e mezzo matto” con l’assistente Silvana Beldon, ovvero “la Bella e la Bestia”.
Il racconto si svolge lungo due fasce temporali: la prima nell’estate del 1990, durante le fasi del Campionato del mondo di calcio, e l’inizio della seconda dal 25 dicembre 2017, espresse in prima e terza persona con alternati flashback. Tutto parte dalla sparizione del figlio di un noto riccone industriale che verrà ritrovato barbaramente ucciso insieme a una ragazza sottomessa a un boss della camorra. Il Nostro sembra seguire svogliatamente le indagini. Davanti a lui sfilerà, lungo il percorso, la variegata fauna dell’italico suolo che sembra non cambiare mai: avvocati al soldo dei più ricchi, adepti della camorra, affaristi di ogni genere, ragazze pronte a tutto, sesso, bisesso (mio conio), turpiloquio, scene vomitevoli, corruzione, odio, violenza. Schifo, insomma.
Nella seconda parte è il ritrovamento di due manichini, che riproducono la scena del crimine di trent’anni prima proprio nel palazzo in cui vive il padre del ragazzo ucciso, a riaprire un’indagine mai del tutto conclusa. Questa volta sotto la direzione di Graziano Corvu, ex vice di Balistreri ormai in pensione, e l’apporto della giornalista Linda Nardi (figlia del medesimo) che, con un circostanziato articolo, risveglia la memoria di quei fatti. E allora indagine su indagine, momenti di suspense e pericolo anche per Balistreri, accudito con amore dalla moglie, e morti ammazzati.
Plot complesso, intricato, intricatissimo, svolto con un linguaggio fluido e lucido, attraverso capitoletti brevi alternati a spazi più lunghi e frasi in corsivo a mettere in luce sprazzi di canzoni, improvvisi commenti, ricordi e pensieri più profondi. Colpi di scena a ripetizione, citazioni imprescindibili di Sherlock e Watson, ma anche i dieci piccoli indiani della Christie e Poirot che se non ci sono il lettore si incattivisce. A fine lettura una riflessione sulla vita, sui problemi della vecchiaia, sui soliti vincenti e perdenti, su noi stessi, sul bene e sul male che ci circondano. Contagiato dal personaggio un leggero senso di vuoto e di malinconia.

Un giretto tra i miei libri

Le perfezioni provvisorie di Gianrico Carofiglio, Sellerio 2010.
Il romanzo inizia con una telefonata di Sabino Fornelli, avvocato civilista, al nostro Guido Guerrieri per cosa “delicata e urgente”. Appuntamento veloce nel suo nuovo studio più grande del precedente. Spiegazione: aumento del personale con Maria Teresa passata da segretaria a praticante avvocato, il nuovo segretario Pasquale Macina e la peruviana Consuelo, figlia adottiva di un amico professore universitario.
La cosa “delicata e urgente” consiste nel ritrovare in qualche modo Manuela, la figlia dei signori Ferrero, improvvisamente scomparsa. Guerrieri traccheggia, tentenna, dopotutto non è un detective, ma alla fine accetta. E inizia la sua nuova avventura. Tutta la vicenda si svolge lungo trentotto giorni ed è raccontata dal nostro in prima persona. Al centro della scena proprio l’avvocato con il suo lavoro, i suoi clienti, il suo senso del dovere e di giustizia, i suoi ricordi, le sue speranze, le illusioni e disillusioni, il suo Mister Sacco (scoprirete cos’è) con cui si allena, le sue letture, i suoi dischi, la sua bicicletta, la sua solitudine. Lasciato dalla moglie Margherita, presenza costante e dolorosa lungo tutto il racconto.
Ai lati la figura di Nicoletta, amica di Manuela, giovane spigliata e intrigante che lo coinvolge sentimentalmente e quella di Nadia, ex prostituta da lui difesa e diventata amica.
Lunghi colloqui, ricordi, riflessioni, critica ironica sull’ambiente della giustizia (a volte gli sembra di assistere a “uno spettacolo di insensata, mitica, demente bellezza”), e ai suoi frequentatori (vedi il cretino intraprendente dell’avvocato Scherani), sulla lunghezza dei processi e le persone che cambiano con il passare del tempo, sul problema della droga che emerge terribile e sembra interessare anche la scomparsa.
Qualche concessione a scontati cliché come il tassista nazista e il falso amico che chiede soldi in prestito, bella soluzione finale per la “mancanza” come in un racconto di Holmes.
Un po’ di lungagnata per quanto riguarda certi dialoghi ma niente frasette in corsivo, niente frasettine brevi e sincopate (che il Signore lo abbia in gloria), niente sciupio di parole ma una prosa semplice, garbata, colloquiale, venata di una triste ironia (forse qualche citazione di troppo). Insomma un modo espressivo che ci riappacifica con la nostra lingua.

Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009.
Tre racconti di cui il primo dà il titolo al libro. Gli altri due sono “Aganis” e “Sotto un cielo di uomini”. Ovvero tre gialletti con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino, ché l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita.
La classe non è acqua.

Lemmy Caution pericolo pubblico di Peter Cheyney, Polillo 2011.
Scritto in prima persona e al presente da Lemmy Caution, novanta chili di peso, evaso dal carcere di Oklahoma City per avere ucciso un agente di polizia. Ora si trova a Londra a seguire le tracce della bella e ricca Miranda Van Zelden, erede di un appetitoso patrimonio. Sua idea sposarla e poi beccarsi i quattrini dal padre che vorrà liberarsi di lui dopo avere scoperto che tipo sia.
Ma non è il solo ad avere delle mire sul bocconcino prelibato. Dietro alla riccona c’è pure la banda di sequestratori di Ferdie Siegella, dunque con le buone o con le cattive Lemmy deve lavorare per lui, contattarla e portarla ad una festa privata. Qui avverrà il sequestro seguito dalla richiesta di riscatto al padre milionario. Fosse così semplice. Sempre sulla medesima preda ha buttato l’occhio un’altra banda e nel frattempo la riccona sparisce.
Classica storia di tradimenti, doppio gioco e violenza che prende pure certe “signorine” come Connie e Lottie. Pistolettate e botte da orbi con Lemmy che le dà e le prende, movimento di corpo e movimento continuo di cervello, prendere veloci decisioni e se arriva il pericolo fa pure comodo la polizia. Bourbon e whisky al bisogno. E di bisogno ce n’è parecchio.
Linguaggio diretto, duro, senza tanti infiorettamenti, intriso di una ironia altrettanto tosta. La critica di allora lo trovò troppo violento. Oggi rientra nella norma e si legge sempre volentieri.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il delitto di Kolymbetra di Gaetano Savatteri, Sellerio 2018.
Secondo romanzo, senza contare i racconti, che Gaetano Savatteri ha dedicato a Saverio Lamanna – scrittore, giornalista da tempo in cerca di un’occupazione stabile e redditizia, che ha lavorato a Roma e si era fatto milanese di necessità, ma con il cordone ombelicale legato alla sua Sicilia, dove suo padre vive e prepara superbi e profumati manicaretti e alla vecchia casa di famiglia nel piccolo paese inventato di Màkari (vedi fantasia di Camilleri). Ancora coprotagonista e complice sarà l’impareggiabile Piccionello con il suo improbabile cognome, le perenni infradito ai piedi, che nonostante le mutande e le surreali t-shirt non è mai ridicolo o grottesco. Amico, àncora e spalla per Saverio diventa come una specie di cattiva coscienza, ma anche un’immagine vera che ben lo riflette e lo rappresenta senza nascondersi dietro al sarcasmo, senza l’armatura indossata perché la vita non ti faccia troppo male o ti schiacci. Dopo un quasi dissacrante antipasto in squisita salsa milanese, citando Manzoni e Robecchi, Savatteri sposta il protagonista, lo scrittore, giornalista (e detective per caso) Saverio Lamanna in Sicilia, nella valle dei templi di Agrigento. Lamanna ha accettato al volo l’incarico di scrivere, per una tv locale on-line, alcuni articoli/pezzi turistici e di costume sui siti siciliani dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E Lamanna sceglierà di cominciare dalla Valle dei Templi di Agrigento, che raggiungerà in compagnia dell’inseparabile amico Peppe Piccionello, in veste di pseudo operatore ma anche incaricato di una indagine familiare. La scelta fatta da Saverio Lamanna non è per caso. Proprio in quei giorni, infatti, Suleima, la fidanzata che vive e lavora a Milano, verrà in Sicilia e, ma guarda un po’, proprio ad Agrigento con il titolare dello studio di architettura dove lavora, un accompagnatore di bella presenza… Punta di gelosia da tenere a bada? Uhm. L’aura di giornalismo offre a Lamanna e Piccionello la munifica sistemazione in un albergo super stellato nella Valle dei Templi, che ospita anche un grande convegno di archeologia internazionale in vista di un importante finanziamento mondiale per una scoperta di incommensurabile valore. C’è in ballo un ritrovamento, forse una scoperta epocale: stanno affiorando da uno scavo alcune pietre che sembrano indicare la presenza dell’antico millenario Teatro greco, uno dei più grandi teatri dell’antichità. Mai scoperto, ricercato invano da secoli, è un rompicapo che da sempre intriga gli archeologi di tutto il mondo. Purtroppo, prima della conferenza ufficiale che avrebbe dovuto aprire il convegno offrendo importanti novità sulla ubicazione del teatro nascosto, l’archeologo di fama internazionale, il professor Demetrio Alù, docente emerito e autorità dell’elite universitaria siciliana, viene ritrovato con la testa fracassata da una pietra proprio nel luogo preposto agli scavi, il sito di Kolymbetra. Un inspiegabile delitto per quell’ubertoso angolo di paradiso, sotto il sonnolento sguardo del Tempio della Concordia. A conti fatti toccherà a Lamanna e Piccionello risolvere questo mistero nel mistero e nell’unico modo in cui lo sanno fare: incisivo e dissacrante…

Dal Cinquecento dell’eroico guerriero sassone, il cavaliere Mattias Tannhauser, protagonista di una famosa saga thriller cominciata con Religion, a una storia giallo noir nel Sudafrica di oggi. La macchina del tempo dello scrittore e psichiatra britannico Tim Willocks ingrana la sesta e, con un salto di circa cinquecento anni, imboccando di nuovo il cammino dei fortunati “gialli blues” dei suoi esordi, ci riporta al presente e ci regala Un caso complicato per l’ispettore Turner, Newton Compton 2018, con il sudafricano mezzosangue dagli occhi verdi, il detective d’acciaio Radebe Turner.
Cape Town: Nyanga, una delle più antiche e squallide borgate nere della città fatta di fatiscenti baracche. Notte di sabato sera, strada deserta. Una ragazzina affamata e malata fruga in cerca di cibo in un cassonetto piazzato davanti a uno shebeen, un localaccio dove si distilla illegalmente alcool di pesca a 60°. Ma, alla fine di una serata di sballo, un gruppo lascia di corsa lo shebeen, in tre salgono su una lussuosa Range Rover rossa, travolgono in retromarcia il cassonetto e investono la ragazzina. Ma lei non conta: per i suoi assassini è meno di nulla. È un essere sconosciuto, senza nome. È solo una ragazza di strada che era là per sbaglio e ora è morta o sta per morire. E il ragazzo che era al volante, che l’ha investita ma non l’ha vista, era Dirk Le Roux, figlio di Margot Le Roux, figura di spicco dell’ancora influente élite bianca sudafricana, una donna spregiudicata, ricchissima, potente, proprietaria di lucrose miniere di manganese, che vive a LangKopf, un paesino dell’arido Stato Settentrionale. Dirk era ubriaco fradicio, talmente ubriaco da non ricordare assolutamente ciò che ha fatto. L’ha cancellato ed è inconsapevole di rischiare un’accusa per omicidio colposo. Perché coloro che erano con lui hanno scelto di andarsene, scappare subito lontano e abbandonare la vittima morente al suo destino. Quando l’ispettore Turner viene richiamato in servizio dal fine settimana che doveva essere di vacanza, dopo tre passati al lavoro, e incaricato del caso, trova un cellulare sul luogo dell’incidente che gli permette di risalire all’identità dei possibili investitori, ma anche di scoprire l’entità della rogna che rischia di trovarsi tra le mani…
Un romanzo forte, una sensazionale avventura sorretta da una straordinaria energia creatrice e descrittiva, che non fa sconti al lettore e non delude ma è poco adatta a stomaci deboli. Trama densa, ben congegnata, stile brillante, ritmo perfetto senza lungaggini o passaggi a vuoto. Ritmo stringato, coinvolgente, passionale.

I giorni dell’ombra, Mondadori 2018.
Sara Bilotti ha scelto di spaziare in territori noir diversi e più originali rispetto alla sua precedente produzione. La partenza, descritta nella sinossi de I giorni dell’ombra, è intrigante: un micro universo racchiuso in un singolo palazzo, pochi personaggi e una protagonista originale, caratterizzata da alcune debolezze che dovrà riuscire a superare poiché è l’unica persona in grado di cercare la verità. Ma contemporaneamente I giorni dell’ombra è il disperato diario di una claustrofobica angosciante quotidianità, imposta ma mai del tutto inghiottita, che ostruisce persino il suono della voce, zittisce ogni parola e ribellione. E Vittoria è complice e prigioniera della sua spaventosa realtà. Vittoria ha ventisei anni, si è laureata ma non è mai diventata veramente donna. Ha vissuto sempre da reclusa, con una sorella più piccola afflitta da agorafobia, una madre rassegnata e letargica e un padre duro, violento e possessivo. Da sempre la sua vita è ridotta ai pochi metri quadri dell’appartamento del condominio dove abita con la famiglia, ai pochi rumori o suoni, il pianoforte è importante, percepiti dai vicini, dalle scale, e al piccolo universo che le ruota accanto. Con il tempo tuttavia, pur considerandosi al confino, è riuscita in qualche modo a conoscere la comunità umana che abita nell’edificio e condividere con loro per interposta persona piccole cose buone, meno buone, sensazioni. A farsi delle idee. Tra i vicini c’è Daniel, lo scrittore di origine rumena, di cui è segretamente innamorata, sentimento struggente e incoercibile ma reso più saldo e consolatorio forse dalla certezza che non sarà mai ricambiato. E poi c’è Lisa, che Vittoria ammira, considera un’amica, la persona che lei sognerebbe di essere, una modella bella, vivace e spregiudicata che sprizza sicurezza ed energia da ogni poro. Lisa la chiama al telefono quotidianamente: si sfoga, le racconta le sue giornate, permettendole così di tirarsi fuori dal suo ristretto guscio mentale, di condividere almeno per procura un mondo che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Quando, da un giorno all’altro, Lisa, non torna a casa, non telefona più, insomma sparisce dal suo orizzonte, nessuno dei vicini e conoscenti del palazzo sembra preoccuparsene. Pensano tutti che sia partita per una della sue tante scappatelle sentimentali e che, ma certo, tornerà. Vittoria invece, che non la sente da giorni, è sicura che a Lisa sia successo qualcosa di brutto. Che sia in pericolo. Sarà quella sparizione l’imprevisto in grado di rompere il suo isolamento? La spasmodica ricerca di Lisa la spingerà a violare la semi clausura cui si è condannata da anni e ad affrontare per una volta, sola e indifesa, le tante insidie del mondo esterno…

Dall’amica lettrice Barbara Daviddi ricevo…

L’uomo che trema di Andrea Pomella, Einaudi 2018.
“La depressione è una cosa seria, è la malattia dell’anima; la depressione è un male di vivere talmente penetrante che il pensiero della morte diventa un balsamo, una consolazione.”(Vittorino Andreoli). Ho scelto di leggere questo libro incuriosita dall’autore che con il romanzo Anni luce è stato candidato al Premio Strega. Tanti psichiatri hanno scritto su questo tema ma pochi di coloro che hanno vissuto da dentro questo “male oscuro” hanno avuto il coraggio e l’onestà di descrivere in prima persona la caduta nell’abisso della depressione e il coraggio di risalire. Pomella lo fa, descrive nei minimi dettagli le sensazioni sia del corpo che dell’anima, chiude il romanzo con uno spiraglio di guarigione grazie all’azione del figlio del protagonista che, come un deus ex machina, fa chiudere i conti al padre con il passato: inizia così un gioco di scatole cinesi dove si intrecciano padri e figli.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Inseguimento a New York di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Siamo in inverno, una stagione fredda, nevica e piove tanto. Geronimo se ne sta tranquillo nel suo studio, sogna già il Natale con la famiglia, i regali, la torta… Proprio in quel momento entra nonno Torquato e annuncia che la famiglia Stilton trascorrerà il Natale dai MacMouse, i suoi amici, a New York. Tutti partono ad eccezione di Geronimo che aspetta altri 10 giorni. La sua valigia, contenente i regali, è gialla con un’etichetta blu. Arrivato al check in la posa e parte. Durante il viaggio guarda la neve che cade e si addormenta. Quando l’aereo atterra Geronimo si fionda subito a prendere la valigia ma, dopo averla aperta, si accorge che non è la sua!
Infatti dentro trova un’agenda con sopra scritto A. SMITH, evidentemente la proprietaria. Per trovarla passa da molti luoghi di New York: la Columbia University, l’Empire State Building, Times Square, Rockfeller Center, il Museo di Storia Naturale…
Geronimo riuscirà a trovare la padrona della valigia e riavere la sua? Se leggete il libro lo scoprirete e conoscerete anche una straordinaria città.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2019

Buon anno a tutti!
Me li sono portati tutti. Uno per uno. Non per leggerli ma per rileggerli, con la calma tipica di chi siede sulla tazza. Voglio dire I miei grandi predecessori di Garry Kasparov, pubblicati dalla benemerita Ediscere di Verona, partendo dall’anno 2003 per finire al 2007. Una carrellata di campioni, di sfide, successi, sconfitte, di vita dedicata alle magie sulla scacchiera. Libri ricchi di partite, di analisi, di foto che ricreano, nella loro concretezza, vicende e momenti passati alla storia. Da Steinitz ad Alekhine, da Euwe a Tal, da Petrosjan a Spasskij, da Fischer alle stelle dell’Occidente, da Korcnoj a Karpov. Una miriade di sussulti ed emozioni per un vecchietto sempre appassionato. Intanto venite a trovarmi anche qui.

Ma veniamo all’altra passione…
Il gioco del delitto di Paul Halter, Mondadori 2018.
Iniziamo dai primi due personaggi che incontreremo all’inizio e alla fine della storia: il corpulento Archibald Hurst, ispettore di Scotland Yard e il suo amico consigliere, “alto e magrissimo” Alan Twist. Sono di fronte a un caso enigmatico (incidente, omicidio, suicidio?), per risolvere il quale bisogna leggere ben sette storie, sette casi criminali nei quali sette personaggi furono un tempo coinvolti. Tutti risolti tranne uno, secondo il dottor Lenoir, “che fu vittima di un errore giudiziario” al posto del vero assassino.
Sette storie, dicevo, da rievocare nella casa del citato dottor Lenoir nella quale personaggi diversi sono stati invitati per partecipare ad un nuovo gioco investigativo (già all’arrivo, a creare la giusta atmosfera, il classico corvo che volteggia gracchiando), dopodiché si sarebbero esercitati al tiro al bersaglio nel giardino, quindi cenato insieme per finire con una sensazionale sorpresa del padrone. Sette storie, nelle quali furono coinvolti in fatti di sangue, ognuna con qualche sua peculiarità: l’emblematico caso da camera chiusa, premonizioni, ricatti, omicidi, delitto e suicidio impossibile, scambi di persona, sparizioni e apparizioni e più chi ne ha più ne metta. Sette storie, ripeto ancora, ricordate dalla presenza di certi oggetti fatti trovare nella casa dal suo padrone: una corda, una sciarpa gialla, un pacchetto di sigarette, una scatola di cartone e un randello, una chiave inglese, delle statuine, un leone alato, una clessidra e un candelabro che mettono brivido e apprensione.
Dopodiché, come macabra sorpresa, arriverà il morto stecchito nella persona dello stesso dottor Lenoir, “accasciato su una sedia”, addirittura addormentato (capsule di Veronal tra le pieghe della camicia) e colpito da sette proiettili dietro la siepe, oltre il bersaglio, dei sette invitati: la signorina Rose, il colonnello Moutarde, il dottor Lenoir, il professor Violette, la signora Leblanc, il dottor Olive, la signora Pervenche. Chi di loro l’assassino, secondo Twist, attaccato perennemente alla sua pipa, che ha lasciato inavvertitamente un importante indizio, ovvero “un grossolano errore” nel suo racconto?
Un romanzo di grande pregio, delineato e svolto attraverso una scrittura precisa, linda, pulita, essenziale e nello stesso tempo capace di evocare atmosfere strane, bizzarre, macabre, inquietanti. Insieme a richiami e citazioni di grandi opere, comprese alcune dell’autore.
Bene, ora tocca a voi lettori trovare, prima di Twist naturalmente, il “grossolano errore”. Quale?…

Non sparate sul pianista di David Goodis, Mondadori 2018.
Port Richmond a Philadelphia. Più precisamente in una bettola, ovvero nel Covo di Harriet. Qui lavora come pianista Eddie Lynn. Di altezza media, piuttosto snello, faccia gradevole, capelli castani, occhi grigio-chiaro, sguardo assente. Niente cravatta, giacca piena di toppe come i pantaloni, niente moglie e niente macchina. Trentacinque dollari la settimana. Occhi fissi sulla tastiera. Quello è il suo lavoro, quella la sua vita. Uguale, ripetitiva, monotona. Fino a quando…fino a quando arriva trafelato il fratello Turley. Ha un problema, chiede aiuto… E qui cominciano i guai.
Aiutato da Lena, la bella cameriera, che lo seguirà fino alla fine. Un viaggio tumultuoso all’esterno e all’interno del nostro Eddie (questa parte in corsivo). I suoi dubbi, gli arrovellamenti di un uomo che deve affrontare nuove, pericolose situazioni, il passato che riemerge, ovvero la sua vita, la famiglia, i genitori, i due fratelli, la guerra che lo ha visto ferito. E poi alcuni lavoretti, gli studi sul pianoforte, l’incontro con Teresa, il matrimonio, l’occasione di diventare concertista. Tutto sembra andare per il meglio, è diventato famoso. Ma poi, tutto si dissolve…
E ora, lì nella bettola, si è dovuto scontrare con due ceffi che lo inseguono insieme a Lena e che scopriranno dove si nasconde. Allora ancora fuga verso la sua vecchia casa nel South Jersey con i due fratelli Clifton e Turley a rivelare le loro nefandezze. Un nuovo fermento dentro di lui, un sospiro di amore che si affaccia, il pensiero fisso di voler salvare la cameriera. Ma è giunto il momento dello scontro finale…
Non c’è bisogno di aggiungere altri particolari. Una storia circolare che ci riporta laggiù, in fondo all’abisso, come nel titolo originario Down There. Inutile ogni sforzo per cambiare il destino. Tutto è segnato. Un classico girato sullo schermo da Francois Truffaut nel 1960 con il titolo Tirez sur le pianiste. E un nodo ci prende alla gola.

L’assassinio del commendatore di Murakami Haruki, Einaudi 2018.
Un pittore senza nome di trentasei anni, un ritrattista che narra la sua storia in prima persona. Lasciato dalla moglie prende la macchina e se ne va. Comincia a vagabondare per l’Hokkaidō ripensando al matrimonio, alla sua vita, fino a quando un vecchio amico gli offre una sistemazione nella casa del vecchio padre Amada Tomohiko, famoso pittore del Giappone. Ed ecco subito qualcosa di misterioso e inquietante. La scoperta di un quadro dello stesso Amada nascosto nello spogliatoio della camera degli ospiti attraverso una botola sul soffitto. Un quadro particolare e indecifrabile, L’assassinio del Commendatore di una violenza inaudita, di uno scontro tra due uomini in duello “con pesanti spade di foggia antica”. Subito gli riporta alla mente il Don Giovanni di Mozart dove viene ucciso, proprio nella scena iniziale, il Commendatore. Un quadro che lo affascina, soprattutto per la presenza di un personaggio “dalla faccia lunga” che sporge la testa da un buco della terra.
Secondo mistero la richiesta di un ritratto da parte di uno strano individuo che abita in una casa bianca sulla collina di fronte. Trattasi del signor Menshiki disposto a pagare una somma sbalorditiva. Perché?…
Terzo mistero una campanella che incomincia a suonare nel cuore della notte, dietro un tempietto sotto un cumulo di pietre. Almeno così sembra. Occorre toglierle ed ecco spuntare davvero la campanella. Ma chi la suonava?…
Ancora fatti strani, indecifrabili: lo sgabello dove si siede per dipingere che si sposta, una voce che gli parla, la campanella portata in casa che suona nella notte, addirittura il Commendatore del dipinto di Amada seduto sul divano di casa… Accanto a tutto questo, ricordi, ricordi e ricordi: la morte della sorella piccola, della moglie di cui è ancora innamorato, l’avventura con una ragazza, la sua claustrofobia. E ancora il dubbio, la paura, la tristezza, il dolore, realtà e irrealtà, reale e surreale, il sogno e l’allucinazione. Racconti nei racconti, riflessioni sul senso della vita insieme a descrizioni accuratissime (per esempio dell’abitazione di Menshiki), al sesso e alle sue amanti, all’erotismo che irrompe forte sulla scena, alla guerra, alla storia con le sue nefandezze compiute sotto il nazismo. Citazioni di libri (improrogabile Sherlock e Holmes) e film, dischi di musica classica a formare un impasto di variegata cultura.
Un libro complesso che scava nel profondo, dove tutto è così strano, così indecifrabile. Come la vita. Sogno o realtà?… Un personaggio, il nostro ritrattista, che piano piano rivela le sue debolezze (forti sono, invece, le donne), omaggio a Francis Scott Fitzgerald e al suo Jay Gatsby, come ci ha fatto sapere lo stesso autore. Un libro che, in fondo, ci sprona a sopravvivere sia ai problemi individuali che a quelli collettivi.

Spiluzzicature

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek Smith, Polillo 2018.
“La sua bocca toccò quella di lui in una fuggevole carezza. Quindi andò via. Iniziò con un bacio. Finì con un delitto.” Siamo a pagina sedici e l’esito è già scritto. O vediamo…L’ispettore Castle dalla testa brizzolata è un uomo robusto, distinto, porta un vecchio impermeabile e una bombetta. Gli arrivano due biglietti per una pièce teatrale con una nota misteriosa “VIENI ALLA FIERA DI PADDINGTON”. Incuriosito chiede all’amico Algy Lawrence, geniale investigatore, di andare con lui. In prima fila assistono alla scena dove la protagonista viene uccisa con un colpo di pistola. Il problema è che muore veramente e l’assassino catturato. Ma sarà quello giusto? Uhm… Troppo facile. Dello stesso autore consiglio L’enigma della stanza impenetrabile, pubblicato sempre dalla Polillo. Classico capolavoro dei delitti impossibili nella classica camera chiusa. Qui ne troviamo addirittura due, ma non preoccupatevi che c’è sempre il giovane Algy a risolvere il mistero.

L’ultimo respiro del drago di Qiu Xialong, Marsilio 2018.
Odierna Shangaj. Ancora un’indagine per l’ispettore capo Chen. Se la deve vedere con un serial killer che uccide persone che sembrano non avere alcun collegamento fra di loro. Sul luogo del delitto una mascherina antismog usata negli ospedali. Come al solito pressioni dall’alto e l’arrivo di un passato amore a mettere fremiti mai sopiti. Con l’aiuto dell’ispettore Yu riuscirà a risolvere il caso offrendoci, tra l’altro, un quadro della continua evoluzione della Cina. Grande cura nel presentare e sviluppare i personaggi con al centro il nostro poetico, ma anche gustoso commensale Chen.

Ho sotto mano L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016. È da un po’ di tempo che mi dedico alla lettura e rilettura dei racconti del grande autore francese. Ovvero di quelli relativi all’Agenzia O con Torrence, Emile, Barbet e Berthe. Racconti gustosi, ironici, esilaranti e qualche punta di sentimentalismo. L’inizio del primo Lo spioncino di Émile promette bene, ma ci ritornerò sopra.

Un giretto tra i miei libri

Le ombre inquiete di Jean-Patrick Manchette, Cargo 2006.
Parto dalla presentazione in seconda di copertina che ci offre il quadro generale del libro “Jean-Patrick Manchette è famoso al grande pubblico come scrittore di noir, ma riversa altrettanta passione e intelligenza – entrambe contagiosissime – quando scrive con piglio “militante” di romanzo poliziesco, noir e letteratura gialla.
Come un protagonista di un suo romanzo, lo vediamo fare delle vere e proprie scorribande tra i generi e le loro evoluzioni, ricostruire le biografie dei padri fondatori e dei maggiori rappresentanti – da Dashiell Hammett a Raymond Chandler, da Ross Macdonald a James Ellroy; smontare con gran divertimento il metodo di indagine di celebri protagonisti come Hercule Poirot o Miss Marple. Per sconfinare infine dai romanzi al cinema, per giocare tra originali, scritture cinematografiche e rifacimenti, di film in film…”.
Gli interventi vanno dal 1976 al 1995, quasi un ventennio di studio e di lavoro di questo grande (più o meno) scrittore. Un lungo affresco della letteratura poliziesca “la grande letteratura morale della nostra epoca”. “Un giallo senza morale è come una zuppa che non ti fa leccare i baffi, è sbobba” insiste Manchette e qui ci sarebbe da aprire una bella discussione. Come in moltissimi altri punti del libro, perché l’autore non si limita a osservare e indagare ma partecipa in prima persona e dice la sua senza tanti tentennamenti di sorta. Sui libri, sugli autori, sull’editoria in generale. Sul cambiamento dei tempi “Il giallo dell’epoca d’oro era il lamento della creatura oppressa e il cuore di un mondo senza cuore. Adesso la creatura oppressa non si lamenta più, incendia i commissari e gambizza gli uomini di Stato”. E, con una rara onestà che lo contraddistingue, ritorna talora sui propri passi, rivede le sue posizioni. Per esempio, su Ross Macdonald prima criticato e poi rivalutato (pag.166/68). E parlando di John MacDonald celebra la grande arte dell’“artigiano” perché “a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro”. La grande arte dell’artigiano che cura con passione i più piccoli particolari e rende sempre diverso il solito disegno. E così via con altri innumerevoli interventi che fanno discutere e riflettere.
Da leggere.

Le orme di Satana di Norman Berrow, shake edizioni 2010.
Piccolo villaggio inglese. Si parte con Jake Popplewell che sta parlando con il nipote Gregory Cushing “giovanotto altissimo e magro sulla trentina”, tutti e due lasciati dalla moglie (quella di Gregory si è addirittura suicidata) ed elogiando la bellezza della vita libera (dalle mogli, appunto). Colto (conosce Bacone, declama Shakespeare, cita l’“Ecclesiaste”), quando è ubriaco viene preso da una paura terribile della Dama Blu impiccata in passato ad un albero perché cacciava di frodo.
Tema il delitto impossibile e bizzarro. Strane orme nella neve di zoccoli che sembrano saltellare, si dirigono verso varie case, saltano su una siepe, scavalcano un muro, salgono su un tetto. Seguono addirittura quelle di un uomo, Mason (tipo losco), trovato impiccato a un albero. Arriva la polizia nelle persone del sovrintendente Blackler, dell’ispettore Lancelot Carolus Smith e del sergente Poynter. Incredulità, possibili spiegazioni (gruppi di animali, animale ignoto, Boomer l’asino di Jake, entità soprannaturale), raccapriccio. Addirittura opera del diavolo o della Dama Blu con Lancelot a ricercare logiche umane e la signorina Emmy Forbes a scagliarsi contro la scienza (secondo lei anche un fantasma può uccidere).
Per l’ispettore tutte le spiegazioni possono andare bene “Però è quel cadavere alla fine del fenomeno paranormale che mi rimane sul gozzo. Un cadavere è un fenomeno decisamente fisico”. Se poi i fenomeni sono due con l’arrivo di un’altra vittima e sempre quelle maledette orme della Cosa a seguirla, allora la faccenda si fa ancora più seria e misteriosa.
Lancelot è tormentato da dubbi, pensa, riflette… fino a quando “per la barba del Plantageneto, poteva anche dargli un nome!”. Riunione finale alla sede di polizia, spiegazione delle impronte (prendete un caffè forte per stare attenti e non perdere il filo…) e smascheramento dell’assassino.
Scrittore un po’ brigantello questo Berrow per sviare l’attenzione dei lettori. Per esempio a pagina… ma è meglio che lo scopriate da voi.
Personaggi ben caratterizzati (formidabile la figura di Jake all’inizio), lettura piacevole, buona l’atmosfera di inquietudine e mistero con queste orme diaboliche che saltano da tutte le parti e offrono il destro per una bella discussione sulla scienza e su tutto ciò che non è logico e comprensibile.

Le ossa, nel giallo (inteso in senso lato) vanno di moda. Si trovano dappertutto. Perfino nei titoli. Ne cito alcuni tanto per dare un’idea: Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver, La città delle ossa di Michael Connolly, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney, Carne e ossa e Ossario di Kathy Reichs, Ossa nel deserto di Sergio Gonzales Rodriguez, Scritto nelle ossa di Simon Beckett, Uomini e ossa di Bass-Jefferson, L’angelo delle ossa di John Connolly e perfino Le ossa di Dio di Leonardo Gori e così via.
Non poteva mancare all’appello Le ossa del diavolo di Kathy Reichs, Rizzoli 2008, che con questa parte del corpo umano c’è di casa e di bottega.
“Si dice che il Diavolo sia nei dettagli. E nessuno è più sensibile ai dettagli di Tempe Brennan, che per mestiere studia le ossa dei morti a caccia di particolari rivelatori: dell’età, del sesso, della fisionomia di una vittima, dell’epoca e delle cause di una morte. Quando tracce di un macabro rito pagano affiorano nello scantinato di una casa in corso di ristrutturazione a Charlotte, North Carolina, Tempe è chiamata a dare il suo contributo alle indagini. C’è il teschio di una ragazza di colore, tra i resti che deve interpretare per provare a capire cosa sia accaduto in quel luogo impregnato di mistero e orrore. Ma prima che il lavoro di Tempe possa dirsi concluso, il fiume Wylie restituisce il corpo decapitato di un ragazzo sul cui petto sono stati incisi simboli satanici….”.
Inutile dire che giriamo intorno a riti, sette e religioni varie come il satanismo, il vudù, la santerìa, la wicca e così via. Indiziato il santero Cuervo, una specie di guaritore, naturalmente trovato morto ammazzato e Asa Finney considerato uno stregone (da ragazzo ha rubato delle ossa al cimitero). E c’è Boyce Lingo, “un commissario con ambizioni politiche” che tuona contro questi depravati della società. A dargli manforte i detective Skinny Slidell ed Eddie Rinaldi (uno dei due fa una brutta fine e lascia degli appunti “misteriosi”).
Non manca il lato personale della faccenda con la figlia Katy (laurea in psicologia e prolungamento genetico di suo padre) che cerca di appiopparle un compagno di nome Charlie Hunt, vecchia conoscenza di scuola con “il fascino di un divo del cinema”. È stata lasciata dal bel Ryan e ricordiamoci che è divisa dal marito Pete allacciato teneramente con la nuova Summer, “una fanciulla biondo platino, con seni grandi come palloni da spiaggia” (vista da Tempe). Solito temperamento focoso, viene addirittura sospesa dal suo superiore e rischia pure la pelle. Interessante la descrizione accurata del suo modo di lavorare professionale e scientifico.
Prosa veloce, sciolta con un pizzico di autocompiacimento ed un uso eccessivo (a volte) delle frasettine ine ine che fanno tanto bomboniera. Costruzione non impeccabile (la soluzione mi pare poco credibile) e artificiosa con pistolotto finale sulle cose che non vanno in casa propria (vedi America).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Torna al giallo (e perché no?) Margherita Oggero, premio Bancarella 2016, con La vita è un cicles, Mondadori 2018, ambientato a Torino, con il ritrovamento di un cadavere in un bar. E passa con agilità dall’era della professoressa a quella del neolaureato precario. Eh già, perché il suo orologio del tempo non si è fermato con Camilla Baudino, impeccabile modello di professoressa inizio anni duemila ed esemplare personaggio rappresentativo di una generazione nata negli anni del boom, ma continua a fluire in fretta, quasi un’onda di piena. Con Massimo, venticinque anni e una laurea in Lettere antiche, che per non vivere completamente alla spalle della famiglia, lavora qualche ora la mattina presto all’Acapulco’s, un bar dal nome esotico ma poco frequentato della periferia di Torino e arrotonda scrivendo tesine e tesi di laurea per studenti che hanno altro da fare. Una vita che scorre più o meno normalmente fino a quella gelida mattina d’inverno quando Massimo, all’inizio del turno alle sei del mattino, aprendo la porta sul retro del bar, trova a terra un cadavere con la faccia spappolata… La vita è un cicles è un romanzo veloce, pungente, sfizioso in cui come sempre la sua Torino si ritaglia un ruolo da protagonista: stavolta però soprattutto la Torino delle periferie, della clandestinità, del degrado, della convivenza difficile. Una Torino decisamente lontana dalle eleganti vie del centro, quella descritta da Margherita Oggero. Ma poi sarà un cicles anche questa città con le strade con le buche peggio di Roma, che pare dimenticata dalla politica ma che rappresenta lo stesso un vivace palcoscenico e specchio dei nostri tempi?
Uno sporco lavoro di Bruno Morchio, Garzanti 2018.
Una telefonata di una vecchia amica, ma a Bacci Pagano basta una parola per riconoscere Maria, accettare la sua richiesta e fare la visita di compassione in ospedale. Maria è invecchiata, i suoi fastosi capelli ricci alla Angela Davis, oggi ingrigiti, sembrano spenti, ma gli occhi sono ancora quelli di allora, verdi, penetranti e che sanno di mare. Un lampo, i ricordi condivisi e le lancette dell’orologio che riavvolgono velocemente il nastro del tempo rimandano Bacci Pagano indietro di trent’anni, ad allora, a metà degli anni ottanta. Pieve Ligure: villa incantata, sontuosa ambientazione da albergo a cinque stelle arrampicata sulla scogliera con piscina e discesa a mare per fare il bagno e annessa servitù ad hoc. Il primo incarico di Bacci Pagano come investigatore privato, il primo proposto e preso al volo: fare da guardaspalle a un cosiddetto manager di stato, Rissi, che i media definiscono l’Ingegnere milionario, nuovo ricco rampante, milanese con legami con certa politica, alla giovane moglie e al figlioletto… Ci sono loschi personaggi che a diverse ore del giorno per terra o per mare ruotano attorno agli occupanti della villa. C’è l’intimidatoria passeggiata da parte di uomini armati sul gommone… Non gli resta che affrontare Rissi a viso aperto per cercare di capire cosa succede davvero. Ha accettato l’incarico, sa di dover proteggere lui e la sua famiglia, non si tira indietro, però percepisce il marcio e sa che non può più fidarsi di nessuno. Quella che sembrava la facile impresa di una nuova vita, senza rogne, pochi rischi con un incarico importante e ben pagato, ha trascinato Bacci fra gli sporchi traffici di alleanze sotterranee tra politici e malavitosi in un’Italia, solo coperte dall’intenso sfavillare del benessere economico. Ma ormai è in gioco e deve giocare preparandosi ad affrontare una mortale sorpresa. Una tragedia è là, in agguato. Uno sporco lavoro è la prima nostalgica indagine di Bacci Pagano, il genovesissimo investigatore dei carruggi. Un altro mistero legato al suo passato, forse fitto di rimpianti e pericoli, ma anche di amori, bella musica, magari un bicchiere colmo di nettare, caffè nero e buona cucina. Quanta strada hai fatto, Bacci, per diventare l’irrinunciabile personaggio cult di Bruno Morchio. E quanta ne farai ancora?
In nome dei Medici di Barbara Frale, Newton Compton 2018.
Ben calibrato, interessante, non ne dubitavamo, e contemporaneamente avventuroso e inquietante, con quel piccolo quid di esoterico mistero che non guasta mai, In nome dei Medici, il nuovo romanzo di Barbara Frale che interpreta uno spaccato di vita meno conosciuto del giovane Lorenzo de’ Medici. Un Lorenzo de’ Medici gaudente, incline agli allegri piaceri delle lenzuola, ma con il cuore ancora tenero. Un Lorenzo de’ Medici ventenne, già bravo diplomatico e mercante ma, nonostante gli insegnamenti del nonno Cosimo che l’ha forgiato come suo vero erede morale, non smaliziato a sufficienza da passare completamente indenne tra le trappole, i doppi e tripli sensi, gli astrusi machiavellici politici, le rischiose dietrologie e i continui complotti romani… Mischiando con disinvolta abilità storia e fantasia, Barbara Frale fa una piacevole rivisitazione di una parte del percorso di formazione di colui che i suoi contemporanei fecero conoscere ai posteri come il Magnifico. Un’attendibile e curata ricostruzione delle caratteristiche mentali e fisiche di diversi personaggi reali, tra le quali domina vivace e ben studiata la rappresentazione del potente ed enigmatico cardinale valenzano Rodrigo Borgia che aleggia protettivo sul giovane fiorentino.
Dopo un’anteprima, diciamo una specie di spuntino interpretato dall’autore a BookCity, Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2018, va in libreria il 27 novembre. La prima domanda che si pone il lettore sarà sul titolo: perché è Vuoto questo romanzo, in cui si riparla della ormai stracollaudata squadra di successo, nella vita letteraria e sullo schermo, dei Bastardi di Pizzofalcone? Mi pare, ma correggetemi se sbaglio, di interpretare che Maurizio de Giovanni abbia deciso di servirsi del termine vuoto nel suo più completo figurato significato di mancanza, assenza, carenza, insufficienza, deficienza, lacuna ed omissione. Realtà oggettive che conosceremo, incontreremo e affronteremo tutte nel corso della trama venate come sempre da ansia, struggimento e da un malinconico senso di incertezza e incompletezza.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
Oggi vi presento Le avventure del Corsaro Nero di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
“Era vestito di nero, con abiti raffinati: un mantello, una casacca di seta, pantaloni stretti da una fascia con le frange, un paio di stivali e un cappello grande con una lunga piuma. Aveva il viso pallido e i lineamenti delicati. Lo sguardo era fiero e coraggioso”. Ecco il Corsaro Nero (siamo nel ‘600, a Maracaibo) che vuole giustiziare il capitano Wan Guld perché ha ucciso i suoi due fratelli. Durante il viaggio incontra un veliero sul quale c’è Honorata Willerman, una principessa bellissima: capelli lunghi dorati, un abito di seta e una collana di perle. Se ne innamora ma, dopo un po’ di tempo, farà una scoperta terribile: l’amata è la figlia del suo acerrimo nemico!
Tra tutti i personaggi, certamente quelli più importanti sono Amore e Vendetta. Come andrà a finire?

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2018

Maledetti toscani!
Qualche tempo fa lungo una via di Siena lessi su “Il Vernacoliere” “Topa gratis ai disoccupati, alle disoccupate un cazzo”. Mi venne da sorridere per il doppio senso. Tremendo. Sfacciato. Dissacrante. Seppi in seguito che provocò un casino di proteste. Tipico dei toscani. Di noi toscani. Purtroppo. O per fortuna. Forse…
Fatto sta che mi è venuto voglia di rileggere Maledetti toscani di Curzio Malaparte, Adelphi 2017 (l’edizione più vecchia chissà dove è andata a finire), per rinfrescare le personali nozioni su questa terribile genia alla quale appartengo. Curzio non le manda a dire. Non ce le manda a dire. Siamo sboccati, insolenti, cinici, faziosi, ironici, beceri, rabbiosi, boriosi, rissosi, riottosi e chi più ne ha più ne metta. Capaci di prendere in giro e creare imbarazzo nelle situazioni più tragiche. Di sentirci più intelligenti degli altri, noi, creatori della lingua italiana. Ma anche provvisti di qualche bella virtù a consolarci di certe nefandezze. Ho ripensato a quel mio improvviso, sfacciato, vergognoso ma quasi naturale sorriso ritrovandomi tra quei “maledetti” ormai in via di estinzione. Purtroppo. O per fortuna. Forse…
P.S.
Dimenticavo. Per gli amici giallisti-scacchisti e viceversa sono anche qui (blog davvero interessante).

La morte viene da lontano di Peter Lovesey, Paul Harding e Melville Davisson Post, Mondadori 2018.
Un fantasma per Cribb di Peter Lovesey
Strani furti in casa della signorina Crush e in quella del dottor Probert nella Londra vittoriana. Ovvero un vaso di scarso valore di una collezione costituita da pezzi oltremodo pregiati e una tela, raffigurante una ninfa nuda, di un quadro nascosto sotto un tendaggio ignorato sia dalla moglie che dalla figlia. In entrambe le case si è esibito il giovane medium Peter Brand, già popolare per una seduta spiritica in cui si sono manifestati dei fenomeni inspiegabili che hanno colpito i presenti. E, dunque, potrebbe essere il sospettato. Ad indagare sui furti il sergente Cribb assistito dall’agente Thackeray sotto il controllo dell’ispettore Jowett di Scotland Yard. Durante una successiva seduta in cui Brand deve materializzare uno spirito attraverso un particolare meccanismo, che comporta l’uso dell’energia elettrica da poco introdotta a Londra negli ambienti signorili, il medium morirà praticamente fulminato senza che se ne capisca il motivo.
Un bel mistero per il nostro Cribb. Anche perché le indagini rivelano che tutti i presenti evidenziano un motivo per avercela con il morto, persona assai diversa da quella che poteva sembrare. Così come i vari personaggi hanno qualcosa da nascondere e occultare, stante la maschera del perbenismo imperante in quel periodo storico. E, sempre del periodo vittoriano, sono di moda le sedute spiritiche e l’irrazionalità serpeggiante in una Londra dove grande è il divario tra povertà e ricchezza. Racconto ad andamento lento con accumulo di tensione, resa più leggera, come è già stato notato, da sprazzi di umorismo e dissacrazione.
Occhio ad un oggetto che non c’è e ci deve essere!
Fratello Athelstan: il regno del male di Paul Harding
“Anno del Signore 1380. A Hawkmere Manor sono imprigionati, in attesa di riscatto, gli ufficiali francesi catturati in battaglia dagli inglesi.” La loro esistenza un tormento, soprattutto per Guillame Serriem, capitano della nave da guerra francese Saint Sulpice, catturata al largo di Calais dal cavaliere bavarese Maurice Maltravers. Serriem sta morendo avvelenato mentre ripensa agli ultimi avvenimenti, per poi spirare in un sussulto. Morte importante la sua, carica di inaspettate complicazioni con la Francia che ha siglato una tregua. Occorre smascherare al più presto l’assassino, occorre, cioè, l’intervento del fratello domenicano Athelstan che deve risolvere il classico delitto in una stanza chiusa dall’interno con una sola finestrella stretta. I dubbi e gli assilli non mancano: c’è un traditore tra i francesi? (però hanno cenato insieme sorvegliati dalle guardie, chiacchierato e giocato a scacchi); l’assassino è uno libero di andare e venire dal castello a suo piacimento?; oppure si tratta di un certo sir Walter a cui sono stati uccisi dai francesi la moglie e il figlio?…
Ma i problemi non finiscono qui. Altri morti arriveranno a complicare il quadro, insieme a ombre, inquietudine, pericoli, scontri, colpi di scena e ad un classico amore contrastato (come finirà?). E poi c’è il problema del veleno, di un veleno del tutto sconosciuto che agisce in maniera subdola…
La vicenda si svolge nella Londra di fine Trecento con tutte le caratteristiche del suo tempo. Qualche spunto: per le strade scommettitori di ogni tipo sulla lotta tra animali, orso cieco che danza, malfattori ammanettati, carro di letame che si rovescia, improvviso corteo funebre, gruppo di prostitute con la testa rasata e le parrucche rosse, cani, gatti, maiali, galline dappertutto… Poi ci sono i Joyer che credono ad una seconda venuta di Cristo e i contadini tartassati pronti alla rivolta. Il tutto in netto, vistoso contrasto con l‘opulenza dei ricchi e delle loro abitazioni. Una storia complessa dentro un quadro sociale denso e avvincente, con passaggi oculati da un personaggio all’altro a mantenere viva la tensione narrativa.
La vigna di Nabot di Melville Davisson Post
Virginia ottocentesca. “Elihu Marsh era stato ucciso in casa con un colpo d’arma da fuoco. Era stato trovato disteso sul pavimento, con un buco nel corpo in cui si poteva infilare un pollice.” Accusato il garzone Taylor perché scomparso e ritrovato con un fucile scarico. Durante il processo, presieduto dal giudice Simon Kilrail, avviene un fatto imprevisto. Ovvero la ragazza “che cucinava per Marsh e gli teneva in ordine la casa” e che ora siede tra i testimoni, scoppia in un pianto isterico “urlando una serie di smentite.” Taylor è innocente, la ragazza colpevole. Troppo semplice… Sarà lo zio Abner (chi racconta la storia è il nipote) con incredibile intuito e acuta osservazione a scoprire la verità attraverso tre indizi. Il racconto, tra l’altro, costituisce anche un mirabile esempio di sovranità del popolo nella repubblica americana.
Dalla bella Introduzione di Mauro Boncompagni “Forse sembrerà esagerato dire che il futuro del giallo sta nel passato, ma è ormai da un pezzo che il period novel si è imposto come una delle tendenze creative del mystery e più seguite dal pubblico, non solo qui da noi…”
E in questo libro troviamo, come abbiamo visto, tre splendidi esempi perfettamente ambientati nella Londra vittoriana, alla fine del XIV secolo e nella Virginia ottocentesca.
Buona lettura.

Orme sulla sabbia di J.J. Connington, Mondadori 2018.
Si parte con Paul Fordingbridge e la sorella Julia in discussione sull’affitto di una tenuta, la grande villa di Foxhills, per procura del nipote Darius che non si fa vedere da tempo (in seguito sarà spiegata la sua storia). Julia afferma di averlo incontrato e riconosciuto, anche se “orribilmente sfigurato” e con la voce “fioca e velata”. Il fratello non ci crede. E subito arriva una telefonata del dottore che annuncia la morte di Peter Hay, domestico e custode della suddetta villa.
Poi si passa a sir Clinton Driffild che “era un acuto e minuzioso osservatore, pur non avendone l’aria, e catalogava accuratamente nella propria memoria le cose e i fatti che più l’avevano colpito, ricordandoli poi a lungo con grande chiarezza.” Sta giocando a golf con l’amico Wendover e Simon Fleetwood, marito di Christine, nipote di Paul. Secondo lei non ha l’aspetto e l’aria di un sovrintendente di polizia e nemmeno di un investigatore come lo è stato in passato. L’ispettore Armadale chiede il suo aiuto per la morte di Peter che, secondo il medico, non è chiara. Clinton accetta ad una condizione, ovvero che Wendover, appassionato di romanzi polizieschi, partecipi alle indagini. Il custode, rinvenuto bocconi a terra davanti alla porta della sua casetta, sembra morto per un colpo apoplettico (soffriva di ipertensione arteriosa), ma c’è qualcosa di poco chiaro: presenta degli strani segni, dei solchi sottili sui polsi. E verranno rilevati altri alle caviglie Perché? Morte naturale o, addirittura, assassinio?…
Iniziano le prime considerazioni di Wendover, di Armadale e Clinton dopo l’esame del corpo e della sua abitazione. Considerazioni accurate, circostanziate, deduttive che portano alle prime conclusioni, tenendo presente alcuni fatti: delle caramelle con un profumo particolare, un sacco abbandonato nel salotto della villa con oggetti d’argento, i volumi del diario del nipote spariti dal suo studio. Un caso complesso “Credo che ci sia sotto ben altro rispetto a quanto non appaia a prima vista” commenta Clinton.
Ed ecco l’arrivo di un altro cadavere, questa volta sulla spiaggia con diverse orme intorno, anche quelle di una donna. Continuano i dubbi, gli assilli, le supposizioni dei tre indagatori con Clinton che guida la danza attraverso decisioni spesso indecifrabili per gli altri e Armadale a fare brutta figura (Wendover proprio non lo sopporta). Altri avvenimenti si susseguono: un ferito, un personaggio che scompare mentre continua l’indagine tra golf e bridge e anche qualche passo di danza. Non manca la frecciatina sui delitti nei libri dove le cose sono ben diverse dalla realtà “Il delinquente vero è spesso uno sciocco che non vede un palo più in là del suo naso e non sa guardarsi dalle conseguenze delle proprie azioni. Oppure, anche essendo intelligente, al momento buono perde la testa e non sa più quel che combina.” Storie del passato che si intrecciano con il presente, un caso di bigamia involontaria, di mezzo la famiglia Fordinbridge, altra fuga, rapimento e finale assai movimentato con inseguimento e sparatoria. Poi il solito sir Clinton, che ha capito tutto, spiattella la soluzione piuttosto complessa con almeno un punto ancora da chiarire.

Il morto piovuto dal cielo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Gli sposini del 1° dicembre (Les mariés du 1er décembre), Il morto piovuto dal cielo (Le mort tombé du ciel), L’avventura galante dell’olandese (La bonne fortune du Hollandais) e Il passeggero e il suo guardaspalle negro (Le passager et son nègre) apparvero nella collana “PoliceRoman” tra il 1939 e il 1940 e furono poi raccolti in volume nel 1943. Quando, nel giugno 1938, Simenon rifiuta di rispondere alle domande di una giornalista sul romanzo poliziesco, affermando che ormai l’argomento lo riguarda quanto la vendita degli idrocarburi, non dice tutta la verità. Se è vero infatti che da cinque anni lo scrittore è entrato a far parte della scuderia Gallimard, e pubblicato alcuni dei suoi romanzi migliori, è anche vero che per tutto il mese di maggio ha scritto al ritmo di uno al giorno proprio racconti polizieschi, tra i quali le inchieste di un esuberante medico.”
Gli sposini del 1° dicembre
Il dottor Jean Dollent, ovvero “il dottor Jean” o “il dottorino”, come viene chiamato dai suoi pazienti, arriva a Boulogne dove lo aspetta l’amico Philippe Lourtie sconvolto da una serie di lettere che mettono in cattiva luce Madeleine, la sposa novella. Sembra, infatti, che la mogliettina non sia proprio affidabile ed abbia, invece, una doppia vita… È stata addirittura fotografata in diversi posti sconvenienti. Vuole che Jean lo aiuti. Ed eccoci di fronte a Madeleine “di una bellezza non vistosa, ma attraente, anzi seducente, di una seduzione sottile.” Mmm… Jean ha i nervi a fior di pelle, gli sorge un dubbio “Certo, qualche piccolo mistero l’ho risolto! Ma chissà che non sia un caso… Chissà se ritroverò l’ispirazione…” La ritroverà? Anche perché intorno a lui ci saranno una serie di personaggi “particolari” che sembrano mentire. E il tempo, siamo alla vigilia di Natale, è proprio da cani.
Il morto piovuto dal cielo
Il morto piovuto dal cielo si trova a Dion nell’orto del castello di una ricca famiglia, i Vauquelin-Radot che vi abitano per molti mesi all’anno. Ovvero del tutto sconosciuto agli abitanti del luogo. Non lontano da lui un grosso coltello sporco di sangue che è schizzato anche sul muro. Nel portafogli un messaggio composto di lettere ritagliate da un giornale “Lunedì alle nove, nel posto stabilito. Discrezione e segretezza.” Ma la signorina Martine, graziosa e raffinata, crede che sia suo padre Marcel e che lo zio Robert lo abbiano fatto uccidere. Il nostro dottorino è chiamato a risolvere il caso. Una storia di pazzia (Marcel era stato rinchiuso nel manicomio di Dakar), di paletti, di una buca e un metro srotolato nel giardino, di lettere particolari. Un vero scontro tra Jean e il pomposo Robert. Ma c’è qualcosa di strano…
L’avventura galante dell’olandese
Questa volta il nostro dottorino di Marsilly si trova davanti ad un caso assai diverso da quelli già risolti. Invitato addirittura da Lucas, ispettore al Quai des Orfèvres che conosce il suo talento. Tra l’altro è a Parigi oppresso dalla sua atmosfera: “Per la prima volta si sentiva una creatura minuscola persa nel vasto mondo.” Qui, in un albergo, è stata uccisa la ballerina ungherese di night club Lydia Nielsen colpita alla testa con violenza inaudita. Si era appartata con un certo Kees Van der Donck che, racconta, l’aveva lasciata ma era ritornato per riprendersi il portafoglio, trovandola sul letto uccisa e vestita di tutto punto… Perché? Caso particolare, dicevo, dove Jean verrà addirittura ammanettato! Una lotta all’ultima cellula grigia tra lui e Lucas per vedere chi arriva per primo alla soluzione.
Il passeggero e il suo guardaspalle negro
Un delitto sulla nave Martinique. Il defunto forzato è Cairol, detto Popaul, un “tagliatore d’alberi” ricco e dilapidatore scortato da un negro bantu a cui aveva affibbiato per scherzo il nome di Victor Hugo, ora scomparso. Se la faceva con diverse ragazze fra cui la signorina Lardilier che pare sia l’assassina, essendo stata trovata con la pistola fumante in mano. Ma c’è qualcosa che non quadra, altri possibili indiziati e un importantissimo portafoglio piatto sparito…
Simenon si diverte un mondo a stuzzicare Jean, il suo personaggio principale, tra gli altri svirgolettati magistralmente in pochi tratti, “un giovanottino magro e nervoso, che non dimostrava neanche trent’anni e vestiva con una trascuratezza poco decorosa”. Scolpito in svariate sfaccettature: attento, preciso, educato, ora gioioso e, addirittura, ciarliero, ora abbacchiato e docile ma anche capace di un piglio sicuro, spesso in colloquio dubbioso con se stesso (ormai una celebrità nazionale deve, per forza, risolvere i casi), tra sigari, bicchieri di birra e whisky nelle situazioni e negli ambienti più diversi dove basta un tocco per creare la giusta atmosfera. Oltre ai morti ammazzati c’è sorriso e allegria di vita in questi racconti. Allegria di scrittura.

Rione Serra Venerdì di Mariolina Venezia, Einaudi 2018.
Su Come piante tra i sassi della medesima, Einaudi 2009, avevo scritto “La trama interessa fino a un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.” E così mi ero dilungato nella recensione su questo davvero simpatico e riuscito personaggio.
O vediamo la sua evoluzione nel nuovo libro alle prese con l’assassinio di Stella Pisicchio, classe 1962, trovata morta strangolata nel suo letto. Intanto aggiungiamo altri particolari: la quinta di reggiseno, il naso a patata e che, (udite udite!), durante la funzione religiosa indossa la maglietta di Minnie, suscitando i mormorii dei presenti fra cui la disperazione della citata suocera distrutta dal pensiero di come “il figlio se l’era sposata, una cozzara così…” Poi la sua famiglia composta da Valentina, quindici anni, che si comporta come una settantenne insieme al fidanzato compagno di scuola stravaccati sul divano, e il marito Pietro ormai rassegnato ma a letto niente male, che ci dà che ci dà.
Veniamo al dunque. Di mezzo c’è il sesso sadomaso praticato, sembra, dalla morta, studentessa liceale nella stessa classe di Imma, se non l’ho ancora detto. Dunque ricordi e ricordi che si affollano e avvicendano nella mente e nell’animo di Imma durante tutta l’inchiesta. Stella rivista timida, impacciata e, improvvisamente, con una luce diversa negli occhi. Perché? Cosa le era successo? E perché sparisce un ragazzino che abitava nel suo stesso palazzo? E che c’entrano le Emozioni di Battisti? Indagine condotta insieme al bel maresciallo Calogiuri che sta cambiando e gli altri personaggi a fare da comprimari per mettere in rilievo il carattere vulcanico della Nostra.
Continuando la lettura saremo scaraventati nel mondo delle chat, tra lastre fotografiche, voluminosi faldoni da scartabellare, nobili decaduti e tipiche figure del luogo rese più vive e concrete attraverso il dialetto, tra grotte preistoriche e villaggi abbandonati. Di una Basilicata lunatica, d’inverno “ingrugnita e malinconica”, poi, d’un tratto, “soave e ridente” e, infine, “gialla e arsa come l’inferno.” Di una Basilicata che può nascondere gli impulsi più feroci.
E allora, come avevo scritto nella precedente recensione, ecco il sostituto procuratore Imma Tataranni piantarsi al centro della scena, in continuo movimento esterno e interno. Anche in cucina tra peperoni fritti con le olive, lampascioni, melanzane e carciofini, soppressata, insalata di arance e finocchi, il tiramisù. In contrasto con tutti, pure con il cambiato Calogiuri, niente più remissivo (“Chi ti credi di essere?”) che prelude, forse, a qualcosa di nuovo. O stai a vedere che…
Una piacevole lettura, frizzante e ironica.

Un giretto tra i miei libri

Le incredibili disavventure di un autentico cacasotto di Manuel Manzano, Kowalski 2009, tra l’altro con una copertina rosso fuoco che sprizza allegria. Siamo a Barcellona. Si parte con Gabriel Saviela, pazzo-cieco, che taglia a pezzi la madre, la bolle e la mescola con il riso; si continua con la storia di Manuel Bun, giornalista addetto alla stesura di cruciverba innamorato fradicio di Emma (lo lascia e poi lo riprende); si procede con le indagini di Boris Beria Fuensanta, soprannominato il Russo, viceispettore della Omicidi, coadiuvato dall’aiutante Nicodemo disposto a tutto “purché questi continuasse a portarlo a puttane una volta al mese”.
Accanto alle tre storie principali un affastellamento di altre storie personali tratte dal passato infilzate una dietro l’altra. Tutte strane, incredibili, impossibili, un coacervo dell’assurdo, del ridicolo, del grottesco, dell’esasperato. Ora la trovata è divertente, ora invece, proprio per voler cercare a tutti i costi l’effetto esilarante, diventa sciapa e noiosetta. Il tentativo continuo ed assillante di far ridere finisce, dunque, per sortire spesso l’effetto contrario.

In questi ultimi tempi ho letto tanti racconti. Cito a braccio le antologie Crimini, Porco Killer, Anime nere (a mio avviso la migliore), Tutto il nero dell’Italia, La legge dei figli, Giallo Natale e via dicendo. Non potevo lasciarmi sfuggire Le ombre della città, a cura di Marcello Fois, Alberto Perdisa 2008, una raccolta di sedici racconti (se ho contato bene) firmati da autori di grande prestigio come la Montanari, Lucarelli, Macchiavelli e Varesi, tanto per ricordare i più noti. Ma gli altri non sono da meno. Storie di tutti i giorni. Vere. Reali. O comunque possibili. Come “Il portaritratti” di Luigi Bernardi. Una sorpresa amara per chi racconta la fine della sua vita. Il ritratto della famiglia, moglie e figlio, trovato nell’ufficio di una banca. Il loro suicidio. Il suo lasciarsi andare fino alla morte. La registrazione del racconto stesso. La realtà sociale che si introduce quasi di soppiatto in questa realtà individuale. Un albanese e un turco senza il permesso di soggiorno. Un rumeno ricercato per reati contro il patrimonio, un polacco che si è fregato il walkman del morto. Uno stile asciutto, secco, essenziale. Tristemente monotono.
Ora racconti brevi, brevissimi dove si lascia intuire la fine spesso inaspettata e talvolta liberatoria (vedi il padre padrone della Montanari), ora racconti di più ampio respiro, nudi e crudi o sorretti da una leggera e allegra ironia. Un miscuglio di temi e di stili interessante. Lotte di mala, disastri ambientali, insabbiamenti, riciclaggio abusivo, corruzione, attentati, pestaggi di neri e così via. E poi matrimoni falliti con accoltellamenti, teste rotte, ossa segate, e l’innamorato con in mano un mazzo di rose rosse e il rasoio a manico pronto nella tasca della giacca, Ecco se c’è una cosa che accomuna diversi racconti è questo inserirsi delle problematiche sociali in quelle individuali. O viceversa. Ma il risultato non cambia. C’è merda dappertutto.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Prima un corpo senza testa, poi una testa senza corpo: due diversi delitti, che si scoprirà essere collegati tra loro, sono il fulcro di Peccato mortale, Einaudi 2018, ultimo romanzo dedicato al commissario De Luca, il protagonista cult della serie di gialli che Carlo Lucarelli ha ambientato nell’era fascista e nel dopoguerra. Ma se con Intrigo italiano eravamo arrivati fino agli anni ’50, stavolta si torna diritti agli anni ’40. Peccato mortale si svolge infatti tra luglio e settembre del 1943. E la fase più drammatica della vicenda avverrà tra il 25 luglio e l’8 settembre, cioè tra l’annuncio della caduta di Mussolini e la firma dell’armistizio. L’Italia, l’Emilia tutta, e Bologna in particolare, stanno vivendo il periodo più buio e sanguinario dell’era fascista, gli alleati attaccano la penisola e colpiscono duramente case, beni e affetti degli italiani. È un periodo incerto, inquietante, allucinato. Una bella mattina d’estate l’Italia si era svegliata senza più il fascismo e pochi giorni dopo aveva i tedeschi in casa a fare da padroni. E, nel caos che accompagna quei terribili momenti, De Luca, il commissario non laureato in virtù di una legge del ‘38, l’enfant prodige della polizia criminale di Bologna, si troverà implicato in un’indagine su un corpo senza testa… Una brillante carriera, ma con gli occhi foderati di prosciutto, e in questo Peccato mortale tutto viene a galla, pare persino ritorcerglisi contro. Ma il commissario De Luca è così, lui non si tira indietro, è un animale da caccia, un mastino che deve andare fino in fondo qualunque siano le circostanze. E dunque fare giustizia è insito nella sua natura. Il caso va risolto. Sempre. Anche a costo di dover accettare il compromesso.

Il giorno perfetto per un delitto di Barbara Sessini, Newton Compton 2018.
Nel prologo fulminante, ambientato nella splendida costa della Sardegna non lontana da Cagliari, Barbara Sessini, giornalista nata a Iglesias che da più di dieci anni vive e lavora a Torino, fa ricomparire nella sua nuova trama diversi protagonisti del suo precedente Un posto tranquillo per un delitto. Ritroviamo infatti il commissario Franco Diana, sardo ma piemontese di elezione, ormai arrivato all’onorata pensione e, come ogni anno, in vacanza nella bella cittadina insulare di Alarcò, la figlia Vera, i suoi amici nordici, l’attore Luca Ponte, Ada Ponsat sorella della vittima del giallo precedente, il giornalista Diego Meini e sulla trama aleggia la presenza telefonica ma puntuale del successore di Diana, Stefano Rossini, e della giornalista Lorella Ciccarelli. A far numero con loro si aggiunge stavolta l’amica di infanzia Vera, la sarda Ines Salis, la cui madre gestisce un rinomato bar nei pressi della cattedrale, e il fidanzato di Vera, di madre senegalese e di passaporto francese, Oscar Berti, che con lei vive e lavora a Londra.
“Ciò che più voglio è anche ciò che più temo. Forse è per questo che scelgo sempre la strada più lunga per arrivare a destinazione. Forse è per questo che raramente mi sento così”.
Il diario della violinista Ines Salis si conclude così. Lei è molto brava, ha girato il mondo, ma è in crisi dopo aver rotto i ponti con il suo manager che non la lascia tranquilla. Chi ha sparato il proiettile che l’ha colpita al volto nella sua città, a poche centinaia di metri da casa?

Arriva La paura nell’anima, Frassinelli 2018, portando con sé un’altra avventura di Soneri, complice di indagini a sfumature giallo noir di Valerio Varesi e, come sempre, accorto paravento di precise denunce sociali. Un’avventura che stavolta si avvolge soprattutto di ricordi e di parole che affondano radici nella suggestiva e malinconica tradizionale memoria parmigiana. Memoria che comincia ad arrampicarsi sulle burbere pendici appenniniche e si cala nei profondi misteri del subconscio che fanno scattare la molla di paure ancestrali, le più di origine pagana. Con La paura nell’anima il commissario Soneri indaga l’attuale età della perenne incertezza, dell’insicurezza, della profonda angoscia, forse provocata dal non saper riconoscere i propri nemici. Scava nella psicologia sociale, in quella indagine scientifica che ci spiega come pensieri, sentimenti e comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita degli altri. La vicenda reale alla quale Varesi si richiama è la lunga caccia all’inafferrabile bandito Igor, il killer di Budrio, soprannominato Ezechiele, che diventa in questo romanzo uno spauracchio per le allodole, causa incidentale e occasione per sviscerare e approfondire un percorso tra le inquietudini che agitano disordinatamente l’Italia.

Un atteso ritorno in scena di Valeria Montaldi che con Il pane del diavolo, Piemme 2018, rinnova la felice sperimentazione del suo settimo romanzo, La Randagia, in cui l’azione si snoda correndo in parallelo in due epoche diverse, divise da ben seicento anni. Stavolta, a collegare e intrecciare tra loro nel tempo le due storie noir, sarà un ricettario, un raro e antico manoscritto, in un misterioso gioco di specchi fra passato e presente.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
Oggi vi presento Moby Dick, la balena bianca di Geronimo Stilton, Piemme 2014.
Volete conoscere un personaggio duro e maligno? Bene, questo libro fa per voi. Ve lo presento: è Achab, il capitano della nave Pequod, un uomo imponente con una cicatrice sulla guancia sinistra, occhi scuri e minacciosi ma, soprattutto, una gamba di legno, perché la sua è stata portata via dalla grande balena bianca Moby Dick. Scoprirete che è accompagnato da Ismaele, un ragazzo gentile dal cuore grande che ha fatto amicizia con gli altri marinai. Il momento più importante del libro sarà lo scontro tra Achab, che si vuole vendicare, e Moby Dick. Insomma lo scontro tra l’uomo e la bestia. Chi vincerà?…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2018

Ha senso scrivere qualcosa sui gialletti?
Mi stavo chiedendo che senso ha scrivere qualcosa sui gialletti quando tutto intorno c’è un grande fermento, una grande confusione. La flat tax, la Fornero, il reddito di cittadinanza, la manina invisibile, lo spread che sale, il ponte che crolla, le scuole che crollano, il problema degli immigrati, i furbetti del cartellino, i furbetti delle tasse che non pagano le tasse, le mazzette, i falsi invalidi, le false lauree, gli annunci strepitosi, la realtà disarmante, i sorrisetti di superiorità nei talk show televisivi… Forse dovrei fare qualcosa. Non so, partecipare alle discussioni, dire la mia, messaggiare su facebook, postare foto su instagram. Infilarmi, in qualche modo, nel marasma micidiale del web, tra fake news, urla, insulti, minacce, botte da orbi, pedate nel culo, ginocchiate nelle palle e accidenti vari.
Uhm…Meglio scrivere qualcosa sui gialletti. Parto da…

La signora Hudson e la maledizione degli spiriti di Martin Davies, Mondadori 2018.
“Fu Sgraggs, il garzone del fruttivendolo, che mosso a compassione dalle condizioni disagiate e dallo stato mentale in cui versavo mi presentò la persona che avrebbe trasformato la mia vita.” Chi narra la storia è Flotsam (Flottie), una ragazzina orfana di dodici anni che è riuscita a fuggire dalle angherie di Fogarty, il maggiordomo della casa dei Fitgerald. Ora, per opera di Sgraggs, farà la conoscenza della corpulenta e decisa signora Hudson che diventerà, in seguito, governante del duo Holmes-Watson portandosi dietro, come aiutante, la piccola ragazza.
Andiamo al sodo. Uno strano messaggio, scritto con inchiostro scarlatto e accompagnato da un sottile pugnale d’argento, è arrivato nella casa dei nostri. Seguito da uno strano cliente con una sua storia altrettanto particolare. Ovvero il commerciante Nathaniel Moran che si trova “afflitto dalla più antiscientifica e superstiziosa delle preoccupazioni.”
Ha fatto fortuna a Sumatra con la Compagnia commerciale che operava a Port Mary. Solo che la sua presenza, insieme a quella del servitore Penge e dei soci Neale e Carruthers, ha offeso, secondo il sommo sacerdote che gli ha fatto visita, gli spiriti maligni dell’isola. Prima o poi moriranno per opera del suo coltello guidato dalla mano di uno spirito. Già Penge è stato ritrovato ucciso con le orbite vuote e, mentre lui era in preda alla febbre, i due soci sono ritornati a Londra. Chiede aiuto per capire questi fatti avvolti da malefici e tenebrose leggende.
Il dado è tratto. Al lavoro Watson e Holmes con le sue impareggiabili deduzioni che lasciano a bocca aperta. Criticate, però, in parte, dalla signora Hudson che qui rivestirà un ruolo importante con le “sue” deduzioni, specialmente su ciò che attiene al “suo” regno, ovvero quello della cucina. Rivolgendosi al famoso duo “Come governante di professione, posso solo restare seduta a meravigliarmi della vostra ricerca sistematica di prove scientifiche. Ma, quanto alle faccende domestiche, ho accumulato anni di esperienza: perciò non deve stupirvi che, in cucina, io riesca a vedere cose precluse alla vostra attenzione di visitatori.” Per esempio sul forno e su un soufflé al formaggio piuttosto sospetti…
Un plot complesso di superstizione, mistero, razionalità e irrazionalità ben amalgamato e ambientato in una Londra vittoriana dalla spessa nebbia e dalle evidenti disuguaglianze sociali dove i più deboli subiscono mostruose angherie. Deduzioni, già detto, dubbi, domande su domande (perché Fogarty è interessato al racconto di Moran? Questo Moran è del tutto credibile?…), ma anche azione, movimento, travestimenti, corse notturne in carrozza, colpi a sorpresa, momenti di paura e pericolo, morti uccisi che sembrano avvalorare la maledizione del sommo sacerdote per lo spuntare di serpenti velenosi e ratti giganti.
Al centro, questa volta, la signora Hudson (ma anche Flottie si dà da fare) che, come scrive il nostro Luigi Pachì nel suo “Focus sulla governante di Baker Street”, “… è in ogni caso il fiore all’occhiello dell’opera, un personaggio di landlady che, grazie ai suoi anni di esperienza in famiglia, sa interpretare al meglio il comportamento umano e che per certi versi potrebbe ricordare perfino la Jane Marple di Agatha Christie.” Uno, fra i vari buoni motivi, per leggere il libro.

La sfinge dormiente di John Dickson Carr, Mondadori 2018.
Il nostro Gideon Fell arriva con la sua incredibile stazza a pagina novantotto “Scese con aria maestosa appoggiandosi a due bastoni, il corpo enorme avvolto in un mantello. In una mano, oltre al bastone, stringeva anche un cappello nero a larghe tese…” Aggiungo, per sintetizzare: un ciuffo ribelle di capelli grigi, un faccione rosso con tre menti, un naso piccolissimo, due baffoni da bandito e un paio di occhiali con un nastro nero alle estremità. Se poi si passa alla risata allora aspettatevi una specie di ruggito o boato da terremoto. La sua è una visita ufficiale per conto del sovrintendente Madden della polizia del Wiltshire in relazione alla morte della signora Marsh.
Ma andiamo per ordine. Siamo in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Qui ritorna, dopo sette anni di lontananza, il giovane, ex membro dell’Intelligence, Donald Holden (ha catturato un pericoloso criminale nazista). E ora scopre di essere ritenuto morto… Panico e angoscia.
Divenuto ricco grazie ad una eredità, è alla ricerca di Celia Devereux, la giovane donna di cui era ed è ancora innamorato corrisposto, la quale si trova in preda, però, ad un vero e proprio incubo. Alcuni mesi prima sua sorella Margot è stata trovata morta per una emorragia cerebrale, ma Celia non crede a questo impossibile evento per una donna in piena salute. È sicura, invece, che sia stata avvelenata dal marito Thorley Marsh, vecchio amico di Donald, uomo violento tanto da picchiarla e tradirla con la giovanissima Doris Locke. Ma nessuno le crede e tutti la ritengono pazza. Ad eccezione di Holden.
Ed ecco allora, sollecitato da lei stessa, l’arrivo del nostro inimitabile dottor Fell (modellato sulle sembianze di Chesterton, ammiratissimo dall’autore) che incomincia la sua strabiliante indagine dentro un’atmosfera di paura, di panico, di fatti inspiegabili che pongono una serie di angosciose domande: Celia è veramente pazza?; come si spiega lo spostamento delle pesantissime bare nella tomba sigillata della famiglia Devereux?; come ha fatto a trovarsi lì anche una boccetta di veleno?; ci sono dei fantasmi che girano in quei luoghi?; Margot aveva pure lei un amante?; cosa centra un anello d’oro con il sigillo di una sfinge dormiente?…
Intanto Celia viene accusata dell’omicidio della sorella e, dunque, un caso intricato, intricatissimo, intriso di sovrannaturale, dove è difficile stabilire uno spartiacque sicuro tra menzogna e verità. Questo fa impazzire il giovane Holden tutto teso alla ricerca della soluzione, mentre il nostro Fell sembra già averla in tasca, rendendolo ancora più agitato.
E noi lettori siamo lì, a bocca spalancata, pronti ad ascoltare le incredibili deduzioni, talora paradossali del mastodontico criminologo che scioglierà i complessi enigmi ad uno ad uno. Ogni tanto, grugnendo e tuonando “Arconti di Atene!”

Rosso Barocco di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2018.
Roma. Estate e caldo boia. “MI SALÍ ADDOSSO L’IMPAZIENZA”, parole nere sul bianco della cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, architetto barocco “rivale” di Bernini. Praticamente le sue ultime parole prima del suicidio. Poi l’omicidio di una donna sgozzata da tergo come sant’Agnese in piazza Navona.
Ecco pronto un bel po’ di lavoro per il mastodontico e brusco ispettore Ceratti, l’agente scelto Antonio Cammarata, il libraio Ettore Misericordia, detective dilettante, e il suo fido assistente Fango che narra la storia. Intanto l’uccisa è Silvia Poppi, venticinque anni, residente a Firenze e studentessa fuori sede alla facoltà di Architettura a Roma. Occorre trovare qualcuno che la conosca, ovvero l’amica Francesca Conti dalla quale si apprende che stava finendo la sua tesi di laurea su Borromini.
Borromini e Bernini. Ancora una volta i due geni del Barocco che si incontrano… E c’è un altro personaggio che conosceva Silvia, l’anziano architetto Evaristo Naldi con il quale conviveva (solo per amicizia), preso da una passione smodata per Gian Lorenzo Bernini. Allora tutto ruota, tutto deve ruotare attorno ai due nomi!
Al centro della scena Misericordia con le sue donne, i suoi libri, le sue sigarettine, il suo nasone, il suo basettone, sprofondato nella poltrona Ettorina insieme a Fango che annota tutto, (praticamente i nuovi Sherlock e Watson) e si dà pure da fare (suo il travestimento come turista e l’impatto con un altro morto ammazzato). Simpatiche battute fra i due e Fango che rimane come ipnotizzato dall’amico “Non riesco ancora a capacitarmi perché ogni volta che il Capo mi coinvolge in qualche assurda missione io accetti di seguirlo senza alcuna riserva.”. Ma una domanda sorge spontanea “La scritta nella cripta e gli omicidi sono collegati fra di loro?”.
Il libro, oltre che il classico giallo, è una immersione culturale nella storia passata e un viaggio nella Roma presente, resa bella e immortale anche dalle opere dei due personaggi seicenteschi analizzati nei minimi particolari (praticamente una breve storia dell’arte). Andando avanti con le indagini arrivano diverse novità: il ragazzo innamorato di Silvia, il nobile decaduto fissato che sotto la libreria di Misericordia ci sia una misteriosa cripta con laboratorio alchemico, la giornalista Cecilia, bella e sexy, amica del detective e appassionata di cronaca nera, la Confraternita dei Berniniani, quattro importanti pergamene, dei numeri che non tornano, un barbone che ha visto qualcosa, un medaglione particolare…mentre scorrono lampi dei flash dei turisti giapponesi e numeri di clown per le strade della Città Eterna.
Spiegazione finale di Misericordia che ricollega tutti i tasselli della vicenda svolta con una scrittura veloce, spigliata, ironica e una serie interminabile di punti esclamativi che un po’ enfatizzano (vedi anche Nero Caravaggio). Il classico gialletto gradevole e simpatico senza troppe pretese e ben allineato al prezzo.

Assassinio all’Étoile du Nord e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2013.
“Nel 1933 Simenon compie trent’anni e decide che è venuto il momento di diventare un vero scrittore. Per far questo, opera due rotture significative: con il personaggio che gli ha dato la fama e con l’editore Fayard che lo ha pubblicato. In giugno termina “Maigret”, il romanzo in cui manda in pensione il commissario. In ottobre firma un contratto con Gaston Gallimard, patron della più prestigiosa casa editrice francese. Ciò nonostante, da Maigret non riesce a staccarsi, e in fondo anche al suo nuovo editore non dispiacerebbe vederlo “resuscitare”, sebbene entrambi sappiano che un ritorno del commissario rischierebbe di interferire con la nuova carriera dello scrittore. Il quale, però, troverà un compromesso soddisfacente, che consisterà nel limitarsi a scrivere dei racconti destinati ad apparire solo su riviste.”
Assassinio all’Étoile du Nord
“Con la cornetta all’orecchio, il commissario non smetteva di osservare quella creatura enigmatica che gli teneva testa con l’inaudita energia di cui solo certe donne sono capaci, e che mentiva come solo le ragazze sanno mentire.” Una lotta aperta tra Maigret (mancano due giorni alla pensione) e Céline, ragazza giovane coinvolta in un omicidio all’Étoile du Nord che si professa prostituta. Ma qualcosa non quadra e questo sarà “forse l’interrogatorio più frustrante” di tutta la sua carriera.
Tempesta sulla Manica
Maigret, ora in pensione, è in vacanza a Dieppe con la moglie in un alberghetto modesto ma non manca, per abitudine, di tenere la sua posa preferita al Quai des Orfèvres: “pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena”. Tutto tranquillo. Sta leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna (sorriso), quando arriva il commissario di polizia della zona “Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?”… “È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue…”. Sospettati gli abitanti della pensione. Volente o nolente Maigret dovrà intervenire. Anche con qualche bicchiere di grog in corpo che gli fa compiere delle azioni di una certa, involontaria comicità…
La signorina Berthe e il suo amante
Una lettera con la quale si chiede aiuto a Maigret. Ha bisogno di lui la signorina Berthe, amante di un certo Albert e convinta che sia invischiato in un colpo durante il quale è stato ucciso un agente della polizia. Anzi, è proprio lui l’assassino, non l’ha mai amata e mira solo ai suoi soldi. Ha paura, anche, che le faccia del male. Maigret accetta, ma sarà vero tutto quello che dice?…
Il notaio di Châteauneuf
“Con la pipa tra i denti e un vecchio cappello di paglia in testa, Maigret trafficava beato in un angolo dell’orto…”. Per poco, che arriva il notaio Motte di Châteauneuf a rompergli le uova nel paniere. E’ un collezionista di bassorilievi e sculture in avorio di notevole valore che spariscono due o tre volte la settimana. Ha bisogno del suo aiuto per scoprire il ladro. In casa tre figlie di cui una innamorata di un pittore spiantato: Emilienne, Armande e Clotilde. Una nuova avventura, anche se la moglie del Nostro scuote la testa…
Al centro dei racconti, come protagonista incorporeo-corporeo, l’Amore nei suoi molteplici risvolti (notare la massiccia presenza femminile) motore delle intricate situazioni e, protagonista bene in carne, il nostro Maigret, ormai tranquillo pensionato in felice rapporto casalingo con la moglie silenziosa e sferruzzante. Tranquillo fino ad un certo punto che l’assassinio è pronto a strapparlo dalla routine quotidiana. Sembra scocciato, ma in fin dei conti si diverte e non si lascia sfuggire i piccoli piaceri della vita, come un boccale portato “alle labbra con un’espressione così ghiotta che avrebbe potuto fare la pubblicità di una marca di birra.”
Inutile ripetere cose già dette e ridette su Simenon. Scrittura pulita, nitida, essenziale, ironica (in certi casi perfino pronta alla parodia), capace di creare una certa atmosfera con sprazzi di vita cittadina, di gente normale che “si accontenta di piccole gioie”, e di far rivivere i personaggi come se fossero tra noi. Non c’è bisogno di tante parole, non c’è bisogno di tanto movimento. Basta un piccolo tocco, basta un particolare e tutto è pronto per la messa in scena come davanti ad un teatro, nell’attesa che si alzi il sipario.
Avanti gli attori!

Un giretto tra i miei libri

Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).
Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.
P.S.
D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.
1) Il leone nemeo
2) L’idra di Lerna
3) La cerva dalle corna d’oro
4) Il cinghiale di Erimanto
5) Le stalle di Augia
6) Gli uccelli stinfali
7) Il toro cretese
8) Le cavalle di Diomede
9) La cintura di Ippolita
10) Il gregge di Gerione
11) I pomi delle Esperidi
12) La cattura di Cerbero.

Le immagini rubate di Manuela Costantini, Mondadori 2014.
“Una donna è stata uccisa. Ma non uccisa e basta: dopo averle trapassato il cuore con una lama lunga e sottile, l’assassino le ha preso lo scalpo, lasciando solo una ciocca a testimoniare la sua macabra impresa. Quando viene disposto il fermo di un fotografo, le cui impronte sono sul luogo del delitto, agli inquirenti sembra di poter inchiodare il colpevole”.
Non per l’avvocato Filippo Dolci il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Sposato felicemente con Lavinia (quasi una novità), amico del commissario Pietro Ciccone, alto, determinato, in relazione d’amore con Federica dopo una serie di incontri sfortunati. Altri personaggi tipici di ogni romanzo poliziesco: il procuratore Giampiero Galiffa, secco come un chiodo, l’ispettore Saverio Tudini “dalla faccia senza espressione” che “riesce a capire le persone con una sola occhiata” e l’ispettore Caterina Barnabè che “cerca, studia, segna e alla fine tira le somme e quasi sempre il risultato è giusto” (coppia perfetta).
Aggiungo l’incontro tra Filippo e Agnese Cerelli insieme ai tempi del liceo (vuole separarsi dal marito) e quello con la sorella Irene che pretende un risarcimento per un incidente stradale. Sospettati il parrucchiere Domenico Potalivo, ultimo a vedere in vita l’uccisa, e il fotografo Fausto Minardi le cui impronte sono state trovate vicino al corpo della vittima (incriminato, come già detto). Intanto a casa Dolci spariscono camicie, arrivano altri due morti ammazzati con le stesse modalità e l’indagine si fa più complessa, anche se per la polizia il caso sembra chiuso.
Insieme all’indagine, alle domande e alle elucubrazioni di rito infiorettate da dubbi e ripensamenti, il lavoro quotidiano dell’avvocato (deve difendere un ladro di pane e olio), la storia dei personaggi (tra cui quella di Corrado Scarsella omosessuale, amico di Filippo, sempre ai tempi del liceo), un po’ di filosofia sulla felicità, la televisione che incombe, la forza e la disperazione dell’amore, altri spunti sul Nostro a cui viene voglia di piangere quando piove per un ricordo doloroso da bambino e non può indossare il cappello (una specie di feticcio), la “Chioma di Berenice” di Catullo a stuzzicare la curiosità del lettore. In corsivo il pensiero dell’assassino, in prima persona quello di Filippo Dolci, in terza tutto il resto con una scrittura che si fa leggera e penetrante. Un buon inizio per Manuela Costantini.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Secondo Luca CroviL’ombra del campione, Rizzoli 2018, deve la vita a una specie di scommessa fatta con Franco Forte che volle farlo partecipare alla sua antologia calcistica  Giallo di rigore… Fu allora infatti che scoprì, stando alle date, la possibilità di un incontro e, magari perché no, un amichevole rapporto tra il grande immenso centrocampo interista Giuseppe Peppino Meazza (detto anche Balilla), e il commissario De Vincenzi, (un vero Maigret all’italiana), l’indimenticabile eroe dei romanzi di Augusto De Angelis. E da bravo ladro di storie (a detta dei suoi figli) o meglio acuto spigolatore, Luca Crovi non delude le attese dei lettori (mai avrebbe potuto) e di là riparte. Rispolvera come protagonista della sua fiction un giovane De Vincenzi, rendendo omaggio a De Angelis, al grande e purtroppo misconosciuto autore (il fascio imperava tarpando le ali) che aveva saputo creare nostrane atmosfere giallo, poliziesco, noir degli anni Trenta e, per regalarci il suo primo giallo-thriller-noir, si tuffa di testa in una gustosa storia milanese, molto intrigante e dal sapore squisitamente retrò… Con una raffinata commedia gialla, Luca Crovi, scippando alla grande quanto gli serviva, festeggia e commemora sia l’uomo icona del calcio sport, incensato dagli italiani, che l’intrigante e indubbio fascino di una Milano alla fine anni Venti, avviluppata dalla “scighera”.

Una morte perfetta di Angela Marsons, Newton Compton 2018.
Quarto romanzo della serie di Angela Marsons con la brusca detective Kim Stone come protagonista; un bel personaggio, con una difficile infanzia e giovinezza alla spalle, duro se necessario e spietato perfino con se stesso – unica recente debolezza l’accettazione di Barnie, un border collie rimasto senza padrone – ma che crede fino in fondo nel suo lavoro e vorrebbe poter offrire giustizia a tutti. E tutti e quattro i romanzi, benché ciascuno racconti una storia finita, fanno comunque parte di una concezione seriale tanto che, sia per un approfondimento sui vari interpreti quali lei, Kim la protagonista e il resto del team, Bryant, Stacy e Kev, sia per una migliore comprensione delle loro scelte di vita, suggerirei senz’altro di andare a leggere anche i precedenti.
Ma ora torniamo a Una morte perfetta. Nonostante la rapida e felice soluzione di un caso a lei affidato e la serie di nuove indagini da svolgere, racchiusa nella massa di carte impilate sulle scrivanie,  Kim Stone e la sua squadra ricevono l’ordine di recarsi a Westerly, nella Black Country, in quella che è chiamata la Body Farm, segretissimo centro di ricerca e laboratorio dove si studiano le reazioni chimiche sui corpi in decomposizione, che sono stati lasciati in eredità alla ricerca medica. In realtà, una ributtante struttura nata per far progredire la scienza forense, situata in un terreno isolato e cintato a più di 2 km da ogni edificio nelle vicinanze, insomma non proprio un posto piacevole o adatto a deboli di stomaco. E proprio là, mentre la detective Stone e la sua squadra stanno compiendo la loro visita di aggiornamento e studio, scopriranno, poco fuori dal recinto, il corpo ancora caldo di una giovane donna, barbaramente uccisa con il volto straziato a colpi di pietra e soffocata dalla terra infilata di forza in bocca…
Una storia che sguazza nella psicologia e, scavando senza pudori nell’inconscio, sviscera e approfondisce i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali di Kim Stone. Anaffettiva, caustica, sempre diffidente, ma forse tiene alla sua squadra più che a se stessa. Nessun vero legame, a parte Barney, il cane adottato. L’idea di una possibile relazione con un collega, un consulente conosciuto in un precedente caso, per ora  non pare destinata ad andare in porto (mai dire mai, pensa il lettore, e forse anche l’autrice). La  serenità non sta di casa nei romanzi della Marsons, le persone “normali” si possono contare sulle dita della mano, ma si impara che esistono professioni astruse quali Archeologo forense e Osteoarcheologo, che nella realtà possono aiutare e risolvere alcuni  complessi  e contorti casi criminali.

Genesi di A.G. Riddle, Newton Compton 2018.
Dal geniale autore di Epidemia mortale e Atlantis Saga, uno scrittore da 3 milioni di copie e tradotto in ben 22 lingue, arriva in Italia un nuovo romanzo per gli amanti del genere Science Fiction, in un indovinato cocktail che riesce shakerare thriller, avventura e psicologia. Infatti Riddle, da scrittore abile e disincantato, per costruire le sue storie sonda le angosce e le paure umane, e diventa quell’abile affabulatore che avvincendo i suoi lettori riesce quasi a convincerli della possibile realtà delle storie che sta narrando. E non si parla di noccioline, no! Perché sono storie complesse che si avvalgono subdolamente di termini altamente scientifici per mischiare a suo piacere verità e fantasia, fondendo la ricerca con la narrativa…
Un thriller ben concepito che incolla il lettore alle pagine, come l’hanno definito oltreoceano i critici più smaliziati del settore. Vero! Perché nonostante affronti spesso temi astrusi e magari ostici ai più, risulta lo stesso comprensibile, ben costruito e congegnato come un orologio svizzero. In più ha l’innegabile pregio di essere ricco di azione senza tregua, con una trama affascinante in cui alla fine tutti gli ingranaggi come in un puzzle universale si incastrano alla perfezione

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta tocca a Il Tempio del Rubino di Fuoco di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Amici, ecco un’altra avventura di Geronimo Stilton! Questa volta andremo nel Rio delle Amazzoni, in Brasile. Tra ragni pelosi, piranha aggressivi e piante carnivore, Geronimo e i suoi amici, accompagnati dalla figlia del capo tribù, devono andare a difendere il Tempio del Rubino di Fuoco dai topi cattivi che distruggono la foresta per rubarlo. Il loro capo è basso e grasso, il suo aiutante è magro e intelligente.
Questo è un racconto di avventura, ricco di pericoli e movimento, ma anche un racconto educativo che ci insegna a difendere e salvaguardare la natura.
Alla prossima!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa è già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2018

Incontri che si ripetono
A San Rocco con i miei due nipotini, Jonathan e Jessica. Stiamo andando ai “giardini grandi” per leggere e scrivere qualcosa. Poi a giocare, naturalmente. Un piccolo scontro. “Oops…, mi scusi signorina”… “Ma come, mi dà del lei? Non mi riconosce?” La ragazza è bassa, magra, con qualche tatuaggio sul braccio sinistro. Un flash subitaneo, la riconosco dagli occhioni grandi, enormi che sbucavano all’improvviso da qualche banco della classe. Che mi facevano simpatia e tenerezza… “Ti ho riconosciuta, sai, ma il nome… la memoria vacilla.” Me lo dice, mentre i nipotini scrutano curiosi. Qualche ricordo, qualche bel momento che ci accomuna, una sfilza di nomi e volti che si accavallano come nella pellicola di un film. Ora è fidanzata con uno… un pezzo grosso di non so che cosa. Anche lei lavora, è contenta, trilla tutta, gli occhioni sempre più grandi. Alla fine un abbraccio “Arrivederla, professore!”, “Ciao…”. I nipotini mi lanciano uno sguardo interrogativo. “È stata una mia alunna”, quasi sussurro, con la voce che un poco si increspa. La vita continua…
Alla Banca di San Rocco. “Prego, si accomodi…” dico ad una ragazza alta con gli occhiali per farla sedere, mentre aspetto il mio turno. “Ma come, non mi riconosce?”… Porca vacca!

La legge di Mike Hammer di Mickey Spillane e Max Allan Collins, Mondadori 2018.
La vita di Mike Spillane (1918-2006) mi ha attratto come tutte le vite movimentate. Studia legge, vende cravatte, fa il bagnino, il fumettista e perfino l’uomo proiettile in un circo. Quando ha bisogno di money per comprarsi una casa scrive un giallo. Problema risolto e lavoro definitivo trovato. Da ammirare. Da ammirare meno, semmai, la sua fobia contro i “rossi”, il suo razzismo, la sua visione del femminile. Chandler lo definì “nulla più di una mistura di violenza e pornografia esplicita”. Per quei tempi, forse. Oggi farebbe il solletico. Ma ogni avvenimento umano va giustamente circoscritto nella storia. E la storia di quei tempi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è una storia dura e difficile. C’è il maccartismo, una corrente reazionaria bella robusta ed una istintiva paura ed avversione per il nuovo ed il diverso. Mike Hammer, la sua creatura, non è un paladino di giustizia. La giustizia se la fa da solo. A suon di botte e pistolettate. Senza guardare in faccia nessuno. Nemmeno le donne, tutte maiale eccetto la mamma e la segretaria (forse). D’altra parte nei suoi libri odio e amore, sesso e morte fanno un tutt’uno. Sono indistinguibili. Spillane ebbe fortuna, tanta fortuna. Come autore, pur avendo la critica contro. Ogni volta che usciva un suo libro immancabilmente c’era Anthony Boucher del New York Times a dirgliene quattro. E se non c’era lui, perché malato o in vacanza, c’erano gli altri. All’uscita di “Io ti ucciderò”, sempre un giornalista, lo seppellì con la parola “lurido”. Ma più le critiche aumentavano, più aumentava la tiratura dei suoi libri. Siamo arrivati a circa 140 milioni di copie. Non male.
Qui abbiamo otto racconti che sintetizzano in maniera esemplare la forza espressiva di Mickey Spillane e la personalità di Mike Hammer (traduzione alla grande di Mauro Boncompagni). Sono stati messi insieme dall’amico scrittore Max Allan Collins e sviluppati in un arco temporale che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Volteggerò in qua e là senza sintetizzare i racconti. Intanto nel vecchio Hackard Building, al centro di Manhattan, c’è la “Michael Hammer investigation”, l’agenzia investigativa del Nostro. Segretaria e fidanzata Velda, una bambola dai capelli corvini tagliati alla paggetto e dalle “curve non meno sinuose di una strada di campagna.” Suo amico Pat Chambers della Omicidi.
Gli inizi sono spesso micidiali. Kratch era morto “per una scarica di quarantamila volt in quell’edificio di pietra chiamato penitenziario di Stato di Rahway…”, più avanti “Ma allora cosa ci faceva in un soleggiato pomeriggio primaverile in attesa di un taxi proprio davanti al Terminal Est dell’aeroporto LaGuardia?” Un sosia o è proprio lui?… Il finale è quasi sempre lo stesso con Mike Hammer, il Vendicatore, a tirar cazzottoni e a far schizzare cervelli. Se non bastano i cazzotti e le pistolettate allora ecco una radio accesa che vola in una vasca da bagno. Dove c’è qualcuno che deve morire fulminato, naturalmente.
L’occhio clinico e la mente lucida di Hammer riescono spesso a sollevare dubbi: “Come fa un tizio che si è guadagnato una Silver Star assaltando una testa di ponte a finire cadavere in un parco pubblico come se fosse un sacco di spazzatura gettato via?.” Qualcosa non quadra… Ogni tanto una capatina da George al Blue Ribbon Restaurant sulla Quarantatreesima Strada (ma anche da Benny Joe Grissi), birra, sigaretta Lucky Strike e qualche informazione che può venirgli comodo. E, sempre ogni tanto, un incontro piacevole con il gentil sesso che Lui attrae e qualcosa di concreto, dopo “un bacio lungo, profondo, più caldo del fuoco, più umido della notte” ci scappa di sicuro.
Il marcio è dappertutto. Nei bassifondi e nelle alte sfere. Tra i mafiosi incalliti e senatori di merda. Occhio a non credere sempre a chi si presenta per una indagine che può essere proprio lui il tizio da cui guardarsi. E Mike Hammer ne ha di nemici che tentano in tutti i modi di farlo fuori. Ma lui riesce sempre a cavarsela. Da solo, o magari con l’aiuto di una gatta…
Talvolta il Male deriva da un’infanzia travagliata che porta alla pazzia, e allora può capitare di incontrare un tizio nudo che balla con la pelle di altri esseri umani. Niente pietà in ogni caso… Non manca nemmeno un testo importante come Il Principe di Machiavelli a creare una bella storia. E così via…
Scrittura veloce, dialoghi incisivi, brevi pennellate a costruire una determinata situazione o un personaggio. Il mondo è marcio, non c’è niente da fare. E allora non resta che farsi giustizia. Da soli. Alla Mike Hammer.

Sbirre di Carlotto, De Cataldo e de Giovanni, Rizzoli 2018.
Senza sapere quando di Massimo Carlotto
La prima sbirra è Anna. Sapremo in seguito che trattasi del vicequestore Anna Santarossa. Per ora la vediamo saltare sul letto con Zeno Degrassi, suo amante e sovrintendente capo in servizio alla frontiera (siamo nell’estremo Nordest). Scopano e bevono, bevono e scopano, alla faccia del di lei marito dentista. E fanno affari sporchi, vendendo “soffiate” alla mafia bulgara. Di fronte ai sottoposti e ai superiori è, però, “diligente, corretta, colta e gentile.” Figura messa in crisi dall’uccisione orrenda del suo amante. Ora verrà scoperta la sua vera personalità? E potrà salvarsi dalla caccia spietata di criminali? Intrico di mosse e contromosse…
La triade oscura di Giancarlo De Cataldo
La seconda è Alba. Il commissario Alba Doria di Roma. Sui trent’anni, “capelli biondi e occhi verdi solcati da pagliuzze iridescenti.” Un caso particolare, un omicidio inquietante. Visualizzato più volte su You Tube insieme al vicequestore Paolo Petti, amante per una notte. Un ragazzo che spara ai genitori e si butta giù da un terrazzo di corso Trieste con il suo computer, come se obbedisse a un ordine. E c’è un dettaglio che stona, registrato, per ora, in “un’area periferica del cervello.” di Alba. Può venire utile in seguito. Nei meandri del dark web…
Sara che aspetta di Maurizio de Giovanni
La terza è Sara. Aspetta rannicchiata nella macchina. Sara Morozzi, che sa interpretare il linguaggio del corpo delle persone, aspetta e ricostruisce il quadro degli eventi della sua vita. “Chi sei tu? Chi cazzo sei? Io non ho una madre” sono state le ultime parole del figlio abbandonato da piccolo. Che ora si trova lì sul tavolo, ucciso, spezzato in più punti. Qualcuno l’ha preso in pieno con la macchina e, particolare significativo, sembra quasi che lo abbia voluto, buttandosi di proposito. In mano il cellulare. È da lì che bisogna partire con le indagini… E ora Sara è lì che aspetta, “ascoltando le folate improvvise di vento gelido che si infrangono sulle poche auto in transito lungo la strada.”
Tre donne, tre sbirre, non più paladine eroiche romantiche. Non più evocatrici di purezza e santità, Non più donne fatali ma invischiate in un mondo sempre più cupo e ossessivo dove l’illegalità, la paura, la ferocia, le fake news, i nuovi mostri del dark web sono diventati il tiranno dell’esistenza umana. Tre donne, tre sbirre, tre vite complesse e difficili. Incasinate, in tutti i sensi. Con i loro problemi esistenziali (rapporto con i figli, con il marito, se è ancora vivo, con gli altri…) e la loro natura sempre in bilico fra il bene e il male, dove predomina l’odio e la vendetta. Pochi bagliori di luce nel buio più assoluto. Perché “Anche l’amore è un inferno.” E così sia.

Delitti al Thriller Café di AA. VV., I Buoni Cugini editori 2018.
Quattordici racconti di esordienti, eccetto quello del già noto Piergiorgio Pulixi con introduzione di Giuseppe Pastore e gradevole prefazione di Romano De Marco. Chiaro che, come faccio quasi sempre in questi casi, volteggerò leggero in qua e là senza farne un sunto lungo e noioso.
Naturalmente la prima cosa che colpisce è la varietà di stile e gusto degli autori. E non poteva essere altrimenti per evitare il rischio di cadere in una monotona e stucchevole ripetitività. Qui il ventaglio di scelta è piuttosto ampio. Si parte, per esempio, dal racconto movimentato di Pulixi, ricco di colpi di scena, di violenza e tradimento, ovvero una lotta all’ultimo sangue tra due clan della Corsica. E ci si può ritrovare, dopo un certo tragitto, nell’“appartamento da scapoli sito al 221 di Baker Street.” Insomma tra le classiche deduzioni dei nostri Holmes e Watson. Niente lotte all’ultimo sangue ma la risoluzione della morte di un conte, avvenuta per avvelenamento. Solo bisogna capire come…
La donna al centro della scena. Ci voleva. Come Miriam. Cinquant’anni, matrimonio fallito, un incontro che sembra ridarle fiducia. Nuove sensazioni, nuovi desideri. La vita che rinasce. Realtà o illusione?… Una pagina di calendario per camionisti con una bionda, nuda, seduta su una slitta a gambe aperte. Miss Gennaio che dà il titolo al racconto. Una madre che cerca la figlia scomparsa con l’aiuto dell’investigatore Manlio Rune. Tre impiccati e giro di ragazze sfruttate per la prostituzione… Napoli. Andrea che vende detersivi. Una casa, una bambina. Seduta a terra con le gambe incrociate, ai piedi di un letto dove una giovane donna stringe un bambino di pochi mesi. Morti. Uccisi. Chissà perché, chissà come… Un sogno, un bel sogno al centro della costruzione di una storia. Un sogno che sembra realtà. E il protagonista è incerto, confuso… Una rivelazione. Terribile “Giulia, venti anni fa, in questa casa, in questa stessa stanza, io uccisi suo padre.” Sconvolgente ma… ma può, addirittura, venir utile… Un testimone cieco di un delitto “L’assassino è un uomo giovane, di bassa statura e, sicuramente, soffre di qualche patologia per cui è sottoposto a cure.” Il commissario Presti non ci crede. Impossibile. Eppure…
Mi fermo, anche se non mancano certo altri spunti da segnalare. Quattordici racconti di varia lunghezza, non tutti allo stesso livello (capita in ogni antologia), ognuno con un suo “taglio” particolare, thriller o poliziesco che sia, espresso in modi e tempi diversi: azione, ferocia, tradimento, scontri e spari, il marcio nella polizia, le indagini, i dubbi, gli assilli, i colpi di scena, il passato che riemerge terribile, la luce che, improvvisa, si accende a risolvere il caso. Matrimoni allo sbando, l’indifferenza dell’uomo, la solitudine della donna, momenti di tensione ma anche di malinconia, la ricerca di un affetto, dell’amore, di un senso da dare alla vita. E poi ancora paura, brivido, rancore, odio, il cambio di identità, il sorriso che si insinua, pallido, tra spasmi di sangue e qualche sussulto, leggero, di umanità.
Come scrive Romano De Marco, in queste opere di esordienti è possibile trovare “quella scintilla, quel guizzo, quell’idea” che attira il lettore.
Buona lettura.

L’origine del male di Ellery Queen, Mondadori 2018.
Ce ne sono di personaggi “particolari” in questa vicenda. Senz’altro straordinario quello dell’invalido Roger Priam inchiodato su una poltrona a rotelle: “Occhi di toro scintillavano sopra mascelle di acciaio, il naso era un grugno massiccio, una folta barba nera gli cadeva sul petto. Le mani che si afferravano alle ruote erano enormi; omeri e bicipiti tendevano le maniche della giacca. E tutto quel grandioso meccanismo era in continuo movimento, quasi che il suo grande scheletro fosse incapace di contenerne l’energia.” Roger Priam, socio in affari di Leander Hill, ucciso da un cane morto secondo la figlia adottiva Laurel, che chiede aiuto al nostro Ellery (sta scrivendo un nuovo libro a Hollywood). Proprio da un cane morto trovato davanti alla porta di casa, al cui collare era attaccata una scatoletta d’argento con un cartellino e il nome di suo padre scritto a matita. Il cuore, già malato, non ha retto. Caso davvero interessante…
Ed ecco la visita a Priam per saperne un po’ di più. Ma il socio, oltre che imponente, si rivela una specie di animale selvaggio dentro una casa scura e squallida e non ha nessuna voglia di collaborare. Alcuni personaggi sono davvero assai “particolari”, come citato all’inizio: Laurel non ha conosciuto i suoi genitori; Alfred Wallace, segretario di Roger Priam, non sa nemmeno da dove viene “Io sono uno di quei casi interessanti che si leggono sui giornali. Una vittima dell’amnesia.”; Crowe Macgowan, figlio del primo marito di Delia, sposa di Roger, è un uomo che vive nudo in una casa sugli alberi (giuro) tutto preso dalla prossima fine del mondo.
Dunque personaggi “strani” ma anche fatti altrettanto “strani” e inquietanti che si susseguono come tentativi, sembra, di impaurire Roger: tonno all’arsenico, rospi e rane morte, un portafoglio di coccodrillo, un libro bruciato, più precisamente Gli uccelli di Aristofane. Indaga il nostro Ellery tra una fumata di pipa e l’altra, ma va bene anche una bottiglia di whisky, (rischia pure di infatuarsi della bella moglie di Roger, Delia), aiutato dal poliziotto Keats, e indagano, a modo loro, Laurel e Crowe. Le domande sono diverse: c’è un filo logico che colleghi tutti questi fatti? Esiste una spiegazione che risalga al passato? Chi è il fantomatico latore di questi oscuri e minacciosi messaggi? Viene da fuori o, addirittura, fa parte della famiglia? Certo non è un tipo impulsivo perché “Tutto è esattamente prestabilito da un cervello perfettamente calmo e controllato.”
Scrittura di classe e soluzione finale incredibile (in tutti i sensi) con continui colpi di scena. Ma sarà il lettore stesso a giudicare.

Un giretto tra i miei libri

Le belve di Don Winslow, Einaudi Stile Libero 2011.
Primo capitolo promettente con un “Vaffanculo!” che è tutto un programma. Una lotta per il controllo della droga, un cartello, quello di Baja, contro due “lavoratori” in proprio: Ben e Chon. Nel mezzo, tra i maschietti, Ophelia, o meglio O, con orgasmi da tutte le parti, padre inesistente, madre incasinata (loro rapporto in chiave umoristica) in mille attività (anche istruttrice esistenziale per finire nelle braccia di Cristo).
Vediamoli un po’ questi due tipi. Naturalmente diversi, che Don sa come far fruttare i personaggi. Chon il violento (siamo violenti per natura), Ben il pacifista (siamo socialmente condizionati alla violenza). Il primo entrato nell’esercito nelle forze speciali della marina e poi finito in Afghanistan, nessun legame d’affetto con i genitori. Il prototipo della forza fisica e del Vaffa. Il secondo un modello di ragazzo, invece, ha due genitori psicoanalisti che ama, Università a Berkeley e poi l’incontro con Chon e via la vita su binari diversi. Spaccio di droga, sì, ma anche sempre in giro in varie parti del mondo per opere di beneficenza. Un Catthista, ovvero un cattivo Buddista (dice lui), obiettivo fare del bene alle popolazioni più sfortunate, un po’ nauseato per l’inutilità della sua opera.
Insieme producono la migliore marijuana idroponica che attira l’attenzione del summenzionato cartello in lotta, tra l’altro, con altri cartelli (breve storia di questa vera e propria guerra). I due sono costretti a venire a patti per amore di O, rapita e minacciata di morte (taglio della testa). Il capo del cartello di Baja è Elena Lauter, marito morto ammazzato, con tre figlie (mi pare), suo braccio destro Lado (freddo sin da ragazzo e rapporto duro con la moglie Delores), ex poliziotto antidroga, subito in azione a stendere un avvocato che non ha fatto il suo dovere.
Per liberare Ophelia Chon e Ben decidono di pagare venti milioni e di rubarne una parte proprio al cartello stesso attraverso spericolate e pericolose rapine, aiutati da Dennis “un pezzo grosso della task-force antidroga” e da un paio di esperti informatici.
Velocità, ritmo, diverse paginette a malapena intinte nell’inchiostro, ironia e umorismo che si mescolano a scene forti, amore, sesso e violenza con il desiderio, vano, di uscire da un modo di vita che pare senza sbocco: “Sono una passera inutile… Quando uscirò di qui… Userò la mia vita per fare qualcosa… Cosa?… Non ne ho la più pallida idea, cazzo” si sfoga Ophelia con il carceriere Esteban. Qualche frecciatina politica, il marcio nelle forze antidroga commiste con gli stessi cartelli, movimento, lotta, sparatorie, teste mozzate.
Un libro che si legge volentieri, fila via liscio che è un piacere e lascia dietro di sé tracce sinuose di buona scrittura insieme a qualche battuta facile facile. Il finale bello e struggente (ma perché mi pare nello stesso tempo quasi scontato?) con i tre che si ritrovano uniti in un’altra dimensione (quella vera?). Come belli, bellissimi selvaggi.
Un libro che mi ha incuriosito, attirato, invogliato a continuare la lettura (e non è poco) ma non colpito nel profondo. Dovrò rileggerlo.

Le ceneri non parlano di Bruno Fischer, Mondadori 2009.
Un incontro con una ex fiamma. Uomo Ben Helm, investigatore privato, donna Elaine Coyle Lennan, scrittrice di gialli diventata nel frattempo “molto, troppo grassa”. Incontro con strana richiesta: la signora vuole conoscere il modo migliore per far fuori una persona. Insomma il delitto perfetto per il suo nuovo romanzo. Moglie di Ben, Greta Murdoch, attrice, entrambi invitati in casa di Elaine. Qui solita famiglia e amici con soliti misteri e i soliti contrasti: l’amante, la signorina a caccia di sghei, l’autista ex carcerato, un manoscritto che getta scompiglio e paura. Elaine, odiata da molti, non è per niente al sicuro. E infatti…
Arriva la polizia, indagini, opinioni diverse rispetto a quelle dell’avvocato, altro morto ammazzato, tentativo di uccisione fallito, molteplici sospetti, il passato che ritorna a sconvolgere il presente. Ci sono pure gli scacchi e il nostro Ben, per non perdere la partita con il marito di Elaine, si alza e se ne va (lo potessi fare io quando sto per perdere!).
Scrittura scorrevole, venata di umorismo. Piacevole senza entusiasmare con i personaggi che sembrano avere bisogno di un ulteriore colpo di pennello.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

È maggio, comincia a fare caldo, l’estate si affaccia alla porta e la città si ridesta pronta ad avviarsi e cogliere i frutti della stagione piú bella. Ma il male, il delitto non tiene conto della bella stagione. Sulla lingua di tufo di una splendida villa sotto Posillipo un pescatore ha ritrovato il cadavere inginocchiato di un anziano gesuita, Padre Angelo. Qualcuno lo ha barbaramente ucciso di notte, fracassandogli la testa con una pietra.
È questo omicidio efferato dal movente oscuro il caso da risolvere dal commissario Ricciardi nell’ultimo libro di Maurizio de Giovanni Il purgatorio dell’angelo (Einaudi, 2018). Un omicidio inspiegabile, pare: Padre Angelo, un santo, di lui si diceva, era un fine teologo, un’illustre figura di religioso venerato dai suoi discepoli e pupilli. E poi sempre richiesto dalla più alta società – da cui peraltro proveniva, essendo di nobili origini – a cui sapeva offrire amicizia e sostegno soprattutto nelle malattie, ma molto vicino anche al popolo. Insomma amato e stimato da tutti…
Un fitto mistero circonda questo delitto che sta sconvolgendo anche moralmente la città e che, nonostante la massima fiducia garantita a Ricciardi dall’ordine gesuita, lo sottoporrà a insistenti pressioni dall’alto. E visto che si confida in lui e si pretende una rapida soluzione, dovrà dedicare anima e corpo per cercare di risolvere il difficile caso nonostante i dubbi e le angosce personali che lo affliggono. E anche la soluzione del mistero si annida nella confessione che può diventare l’unico e vero purgatorio o medico dell’anima, a meno che un qualcosa, un patto, un antico giuramento prestato in passato si frapponga crudelmente tra il peccato e la sua remissione.
Poi, quando avrà compiuto il suo dovere fino in fondo, questa volta Ricciardi verrà messo di fronte a qualcosa che non potrà rifiutare. Una conclusiva e toccante storia di comprensione umana, dove tutto è, sarà e forse potrà essere.

Juke Box di Erica Arosio e Giorgio Maimone, TEA 2018.
La strana coppia di investigatori milanesi Greta e Marlon  torna in Juke Box pronta a ficcarsi in un’indagine legata agli ambienti della canzone italiana anni ’60, al seguito del Cantagiro.
Milano, 1964. L’arrivo di foto molto compromettenti prelude a un abietto ricatto. Il bersaglio prescelto è Massimo Ferranti, sulla quarantina, ricco discografico di gran successo e amico d’infanzia e di adolescenziali corse in bicicletta e sfide in barca a vela della nostra amica avvocato, Greta Morandi, alla quale chiede aiuto. Ma il Cantagiro sta per iniziare e i migliori cantanti della sua scuderia sono in gara. Così, per cercare di risolvere il caso, Greta e Marlon, ancora scombinato e in lenta fase di recupero, dovranno scortare Ferranti, seguendolo in macchina per tutte le tappe del giro d’Italia in musica, sballottati tra la folla dei concerti e i fan a caccia di autografi, con Gianni Morandi sempre in pole position, giornalisti pronti allo scoop a ogni costo, complicati scambi di amori e insidiose invidie pronte a colpire…
La serie dei gialli con Greta e Marlon ha raggiunto il traguardo del quarto episodio. Greta avvocato penalista, la mente dei due con il suo socio e braccio fattivo Marlon, ex partigiano di idee di sinistra e detective in caccia di colpevoli, in Juke Box però ci intrigherà con un certo scambio di ruoli. Toccherà a Greta, infatti, muoversi in quel particolare mondo al confine di una certa supponente arroganza milanese e indagare per sbrogliare il caso.

Nessun dorma… fuori di Pasquale Sgrò, Mauro Pagliai editore 2018.
Il romanzo vede il ritorno in scena dell’ispettore Felicino, un detective atipico, l’unico ispettore di polizia che si trova sempre a indagare su casi di omicidi o infortuni mortali sui luoghi di lavoro. Sicurezza e ambiente sono materia per Pasquale Sgrò (si occupa di progettazione e consulenza sul lavoro) che ne approfitta e che, con le storie di Felicino riesce a approfondire un tema fino a oggi dimenticato dalla letteratura. Stavolta il suo ispettore Felicino si trova alle prese con quello che, a prima vista, parrebbe proprio un fatale incidente alla fine di una rappresentazione teatrale. Ma cosa è successo veramente? Ben presto, infatti, non una, ma due morti sospette scombussoleranno la bollente estate versiliese e i due decessi, apparentemente casuali, riveleranno ahimé un inquietante comune filo conduttore…
Un giallo a tutto tondo, ambientato nella perla della Versilia, che altalena tra la famosa passeggiata a mare, il porto, e un teatro sperimentale d’avanguardia, con sede in un palazzotto di stile Liberty, e uno splendido e lussuoso yacht di proprietà di un facoltoso armatore…
L’ispettore Carlo Felicino, nato dalla fertile penna di Pasquale Sgrò, non è di Viareggio, è calabrese di origine ma da anni è diventato talmente parte integrante del suo tessuto sociale, che la sua acquisita “viaregginità” lo porta ad essere considerato dai pescatori come uno di loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Il fantasma del Colosseo di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Andremo a Roma! Ovvero ci va Geronimo insieme al nipotino Benjamin che deve migliorare la sua conoscenza della storia romana. Durante il viaggio incontrano Eleoratta, cioè una vecchia amica di scuola di Geronimo. Salgono su un pullman per arrivare al Colosseo ma si accorgono che nessuno vuole entrarci perché infestato da un Fantasma Gladiatore. Lo dimostra l’urlo che si sente al tramonto nell’eco del Colosseo: – Guai a chi entra, io sono il Gladiatoreeeeeee!!! Riusciranno i nostri eroi a sconfiggere questa specie di fantasma? Tensione, paura, lotta ma anche umorismo e divertimento.
Buona lettura!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2018

Ogni volta che devo iniziare il mio contributo al blog mi trovo in difficoltà per la scelta degli argomenti. O parlare di qualche lettura fatta al gabinetto (ma quale tra le millanta di vario genere?), o mandare un saluto a qualcuno, o affidarmi a certi ricordi nostalgicamente pallosi del mio vissuto, soffermandomi su alcuni particolari personaggi (vedi il postino, la pettegola e il prof. di filosofia), o buttarmi, infine, sul presente con qualche battuta più o meno riuscita.
Oggi ho deciso di partire dal blog L’oeil de Lucien di Giuseppina La Ciura “Da molti giorni soffro del “blocco del lettore”. I libri li apro, ne leggo mezza pagina e passo ad un altro. E così via. La causa è evidente. I Gialli Mondadori sono roba da mercatino rionale.
I Gialli inediti degli Anni Trenta pubblicati da Polillo sono rimasugli del passato, routinari e tediosi (il delitto del baronetto nella sua tenuta di campagna, indagine, soluzione ed impiccagione del colpevole). I Gialli moderni, con poche eccezioni, sono un ammasso di corpi squartati che nemmeno Oseghale potrebbe fare di meglio. I romanzi blancs sono illeggibili perché stereotipati e computerizzati. Quelli antichi li ho letti quasi tutti. I romanzi non mi insegnano più niente della vita. Andiamo ai saggi… “
Giuseppina La Ciura mi piace perché sincera, diretta, senza mezze parole e perché ricorda un po’ il Lottino di una volta, (invecchiando sono diventato più morbido, accidenti!). E allora dico a Giuseppina di non buttarsi giù che qualche buon libro si riesce ancora a trovare.

Donne pericolose di AA.VV., Piemme 2006.
Come già scritto tempo fa proprio qui “Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA.VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA.VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?”
Alla fine mi sono deciso. A leggerlo. O rileggerlo… (da lettino psichiatrico).
Trattasi di quattordici racconti. Inutile e faticoso farne un sunto di tutti. Volteggerò leggero in qua e là senza meta e senza un ordine preciso. Tra donne pericolose, come sintetizzato nel titolo e ampliato nella Prefazione citata di Otto Penzler. Per esempio donne affascinanti che giocano con la morte. Lo possiamo verificare sin dall’inizio “Perché non ammazziamo qualcuno?” è la proposta di una bionda “alta e flessuosa” ad un certo Will che di morti ne ha già fatti diversi durante la guerra del Golfo. “Che ne dici di quella ragazza che è seduta in fondo al bancone?”, così, come vittima scelta a caso. Inizio niente male, tra l’altro di Ed McBain. Cosa farà il nostro Will?…
Personaggi nuovi e personaggi conosciuti. C’è Bosch, per esempio, di Michael Connelly, fissato con un certo Seguin e i suoi occhi verdi di assassino. Qualcosa lo tormenta, ancora un dubbio rimasto senza risposta. Deve andare a trovarlo nelle carceri di San Quentin, mentre continua l’indagine su una ragazza uccisa. La voglia spasmodica di sapere… Racconto di guerra nel Laos, il cecchino, una donna che uccide tutti tranne uno, ovvero il personaggio che narra la storia. Perché? Ritmo, movimento, azione, rovello… In forma di lettera delirante la richiesta, da parte di un’amante respinta, del cuore dell’uomo che ha amato quando morirà. E sarà presto “Caro dottor K…”, la loro storia, l’amore, le promesse, la delusione, il travaglio, il diritto di prendersi il cuore…
Ma non facciamola lunga. Sentimenti: odio e vendetta per il tradimento, per il sogno d’amore spezzato della donna. Amore e morte. Racconti vissuti soprattutto dall’interno, un inizio “normale”, pacato, che via via si gonfia fino ad esplodere. Spesso un incontro casuale che potrebbe benissimo svolgersi nella più normale quotidianità a creare imprevedibile catastrofe. Racconti negli abissi dell’animo, dicevo, ma anche intrisi d’azione a mettere in risalto aspetti brutali della vita: soldi, sesso a go-go, sesso estremo, tradimento, follia, scontri, sparatorie, rapine, la decisione improvvisa, a sorpresa, di qualche personaggio, capace di capovolgere completamente le aspettative e la situazione. Ogni tanto uno spiraglio di luce, un momento di riflessione, il passato che ritorna, il ricordo di un volto, di un amore vero a ricondurci verso la perduta “umanità”. Tristezza e dolore.
Personaggi intriganti e inquietanti, a volte al limite dell’assurdo, tutti presi dal loro folle progetto, dalla loro perfida macchinazione. C’è di tutto e di più in questi racconti, ognuno svolto con il proprio stile. Più lunghi, più brevi. Più densi, più secchi o più articolati. Più leggeri e scanzonati o più foschi. In ogni caso terribili. Non tutti alla stessa altezza secondo la forza dei proponenti e gusto del lettore. Ma capaci, comunque, di attrarre, di interessare, di far riflettere, almeno per un momento, su quello che siamo, o che potremmo essere. Sia Donne che Uomini. Pericolosi.

L’ospite di Giorgio Faletti, Einaudi 2018.
L’ospite
Uno scoop giornalistico. È quello che propone Riccardo Falchi al direttore di “Scout”. Previo centomila bigliettoni. Lui sa dove si trova Walter Celi, una star della televisione sparito improvvisamente da quattro anni. Dopo il fattaccio. Dopo che la soubrette italiana Vicky Merlino, durante una serata di uno show, “…era arrivata fino a lui, lo aveva salutato, abbracciato e baciato e poi, con un gesto talmente naturale da parere studiato, era scivolata a terra ed era morta. Morta stecchita.” Nessuno era riuscito a sapere dove fosse. Eccetto lui. Così, per caso, attraverso certe diapositive della nipote Sara appena tornata da una vacanza… Occhio ad un piccoletto con il vestito scuro, la camicia gialla, una cravatta a farfalla rossa e un lecca lecca in bocca che ogni tanto appare…
Per conto terzi
Asti. Un uomo che scende dal treno. Ha preso la sua decisione con una pistola nella tasca destra del soprabito. Poi ecco il Bradipo con due voci. La Voce Buona con la quale saluta, ovvero solo “una specie di maschera sonora.” E la Voce Cattiva che sente dentro. Un guardone tremendo con “gli occhi sporgenti e acquosi”, fissato con il sesso. Ancora un personaggio cercatore di funghi, il trifulan, come viene chiamato da quelle parti, immerso nei pensieri insieme al suo cane, da tartufi, naturalmente. E la scoperta di un uomo impiccato. Lavoro per il commissario Marco Capuzzo che indaga. Suicidio o omicidio?…
Dunque un personaggio dietro l’altro, un “avanti” e un “ritorno” continui, una specie di gioco di scatole cinesi, con l’“ospite” inquietante che si cela nell’ombra, concentrato nel suo obiettivo, a creare sconcerto nel lettore. Personaggi con le loro storie devastanti che rimuginano dentro di loro. Ironia, mistero, l’apparenza che inganna, il Destino che accomuna, il colpo a sorpresa dentro un intreccio ben congegnato.
Giorgio Faletti (1950/2014) è stato comico, attore, cantante, compositore, paroliere. E scrittore. Con Io uccido del 2002 ha venduto cinque milioni di copie solo in Italia e ha confermato il successo con altri libri. Allo stesso tempo esaltato (qualcuno in internet ha scritto che si muove sulla scia di Poe, Lovecraft e King) e stroncato come fosse uno scribacchino. A me pare sia stato scrittore di buon livello e i due racconti sono qui a dimostrarlo.

Il pozzo della morte di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
Vita tranquilla per l’ex ispettore Reginald Wexford in pensione. Si dedica alle letture, gli piace la musica (soprattutto Bach e Händel), visita volentieri le gallerie d’arte, di solito con la moglie Dora. Vita tranquilla. Troppo tranquilla. A salvarlo dalla noiosa routine l’incontro casuale con Thomas Ede (Tom), vecchia conoscenza di poliziotto, ora sovrintendente investigativo. Urge una sua consulenza per un caso di omicidio. Nel pozzo di carbone di una storica villa in stile georgiano a St John’s Wood, ovvero l’Orcadia Cottage, sono stati rinvenuti i cadaveri decomposti di due uomini e due donne non identificabili. Nelle tasche dell’uomo più giovane fili di perle, un diamante e una collana di zaffiri. Sfida accettata con la stessa ansia e la stessa eccitazione di quando aveva cominciato il suo lavoro.
Sfida accettata ma indagine difficile, lunga, a ritroso nel tempo secondo il periodo di morte dei ritrovati, tre deceduti da circa dodici anni, il quarto solo da due. Difficile anche stabilire la loro identità, e dunque incontri e colloqui con i vicini e altri personaggi che attraverso le loro storie suscitano ricordi in Wexford (spunti sulla sua vita, sulle sue letture tra le quali, naturalmente, i gialli con i loro famosi detective, a volte cita pure le stesse parole tratte dai libri, vedi la Bisbetica domata).
Arriva qualche progresso, un indizio che tira l’altro a partire da un quadro con la dicitura “Marc e Harriet in Orcadia Place, di Simon Alpheton 1973”, una macchina americana vista nelle vicinanze, un giro tra i rivenditori di auto e le imprese edili, piano piano la trama che si ricompone, mentre la vita scorre con le gioie e i problemi familiari del nostro (una sua figlia viene accoltellata dal fidanzato).
La Rendell è protesa a delineare il quadro di una società che sta decisamente cambiando. A partire dalla stessa Londra piena di sorprese come le tante zone agresti, la strada a volte squallida e pacchiana oppure seria e dignitosa, un’area colonizzata da mediorientali e asiatici, donne velate o, addirittura, con il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. I continui lavori in corso nella capitale sembrano non finire mai, la gente non conosce più i propri vicini, aumenta la violenza domestica e quella sui gay, di norma lo sfruttamento delle donne di servizio dell’est che spesso finiscono nei bordelli.
È anche nel passeggiare lungo questo ambiente di vita che arrivano i dubbi, gli assilli, i continui rimuginamenti di Wexford, insieme a quelli di Tom. Riflessione, ma anche azione con inevitabile pericolo. Ed ecco il fatto accidentale, il “caso” vero e proprio ad accendere nuova luce fino a quando… la classica spiegazione finale. Fra tanta tristezza qualcosa che va nel verso giusto. La vita continua.

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
“I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Ockley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo.
Ad indagare su questo caso molto particolare l’avvocato Amos Petrie, amico di Masters e dell’ispettore Ripple. Una ben strana coppia. Il primo, “l’ometto”, piccolo e basso, “occhi miopi sotto gli occhiali senza montatura”, mani grosse che strofina su un enorme fazzoletto colorato. Il secondo, invece “alto, pallido e magro”, piuttosto nervoso e dalle orecchie grandi. Dunque il nostro cadavere viene trovato fuori dalla casa nello “Stagno dei gigli” con un’orchidea nell’occhiello della giacca ed una rosa in mano. Che l’assassino sia una donna, oppure trattasi di un perfetto depistaggio?
Indagine difficile, momenti di impasse. Ripple a Petrie “Ho la testa che mi gira. Dato che sospetti di tutti, da dove dovremmo partire, secondo te? Quell’uomo è morto da diverse ore e non abbiamo fatto niente.”. Dunque sospetti, sospetti e sospetti (d’altra parte i personaggi che girano intorno alla vicenda sono diversi), di mezzo situazioni sentimentali, possibili tradimenti, motivi di interesse, debiti, richieste di sostegno finanziario, il classico testamento e, addirittura, una storia poliziesca dal titolo “I milionari devono morire” (guarda un po’). Allora un ritorno accurato sul luogo del delitto e qualcosa che può rivelarsi utile: una impronta di stivale, un mozzicone di sigaro, una siringa.
Peculiarità di Amos Petrie è la sua buffa analogia tra il crimine e la pesca, tra la maniera di affrontare il post-delitto dagli stessi assassini e le caratteristiche istintive di certi pesci come la carpa, il persico, la tinca, il ghiozzo, il barbo. Pesca e birra a lui assai gradite. Poi l’idea che si fa sempre più chiara nella mente del piccolo avvocato, basta un semplice processo di eliminazione dei sospettati e un trucco (la “tattica d’urto”) per smascherare l’assassino. Scrittura accurata, personaggi ben delineati, due piantine del luogo del delitto a chiarire meglio la situazione. Andamento lento. Sonnacchioso. Forse troppo. E qualcosa di già conosciuto.

Un giretto tra i miei libri
L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.
Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

LCSI: morte sulla luna di Steven Harper, Mondadori 2009.
Tenetevi forte!
Si parte con un morto. Con un morto ammazzato, si capisce. Un morto ammazzato senza nome. Non identificabile. E il luogo dove è stato ucciso non è quello in cui è stato trovato (un classico). A indagare Noah Skyler, studente di criminologia e agente dell’LCSI (Luna City Special Investigation). Ventisette anni, figlio di mezzo di sette fratelli, bella presenza, esperienze di teatro (si esibirà anche qui), un po’ imbranato nel camminare (deve adeguarsi alla pressione della luna).
Abbiamo la dottoressa Karen Fang, una specie di Kay Scarpetta, poi c’è Linus Pavlik ispettore capo dell’LCSI e altri personaggi che troverete cammin facendo come la bella ragazza Ilene Hatt che, insomma, affascinerà il nostro eroe…
A fare compagnia all’individuo assassinato ne verrà un altro e poi…e poi i responsabili vanno scoperti alla svelta per motivi economici (Luna City deve attirare turisti e non ha bisogno di una cattiva pubblicità).
Non manca l’amore, l’attrazione, un pizzico di sesso (occhio all’ottovolante), il dubbio, l’assillo, l’introspezione psicologica e le novità tecnico-scientifiche che possono esserci in un mondo futuro. Il tutto bene amalgamato senza esagerazioni di sorta in un senso o nell’atro tipiche di certi mallopponi che vanno tanto di moda. Prosa che scivola via in modo naturale.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Lupo mangia cane di Nora Venturini, Mondadori 2018.
Sembra proprio che i morti ammazzati si divertano ad attraversare la strada di Debora Camilli, al lavoro con la macchina Siena 23, tassista per necessità e detective per vocazione. Infatti, anche in Lupo mangia cane (secondo episodio della serie di Nora Venturini che la vede protagonista) proprio una fredda sera di novembre, mentre ha appena scaricato un gruppo di uomini d’affari milanesi davanti alla stazione Termini, sente dire che a via Marsala, poco lontano da là, è appena stato ritrovato un cadavere. Come può resistere al richiamo della foresta? E, visto che è attratta da morti e feriti come un’ape sul miele (e in quei casi diventa puntuale come un orologio svizzero), riesce ad arrivare al volo e intrufolarsi sul luogo del delitto…
Debora Camilli si conferma un personaggio particolare, anticonformista, maschiaccio, scatenata e perennemente incasinata. Tanto forte quanto fragile, piena di voglia di tenerezza, euforica e subito dopo depressa, determinata, testarda, furba, intuitiva, bugiarda. Irrimediabilmente ritardataria, scombinata ma decisamente brava per quello che vorrebbe fosse il suo lavoro, ha superato gli esami di vice ispettore di polizia, ma con la improvvisa morte del padre ha dovuto mettere da parte il diploma per dedicarsi al taxi di famiglia. Lei, generosa amica confusionaria ma sempre con il cuore in mano, anche quando il voler far troppo e la mancanza di sonno le impediscono di mantenere le promesse. Giallo ben articolato che riesce a incuriosirci e con un finale non scontato.

L’ultimo testimone di Simon Scarrow e Lee Francis, Newton Compton 2018.
L’agente speciale dell’FBI Rose Blake è entrata nella tana, lo splendido chalet di caccia, di Shane Koenig, il macabro e crudele serial killer cannibale che cattura le sue vittime, le sevizia e poi le uccide, straziandole. Per farlo, la Blake ha usato gli stessi metodi che finora hanno garantito l’impunità del criminale. Lei e la sua squadra l’hanno individuato nel dark web, il lato oscuro di internet del quale il mostro si serviva per irretire le sue vittime, e gli hanno lanciato l’amo. Koenig ha abboccato all’esca, ma all’ultimo momento qualcosa della trappola accuratamente preordinata non ha funzionato…
Un romanzo, L’ultimo testimone, denso di idee e considerazioni lucide e intelligenti, con un’eroina buona e comprensiva ma costretta a confrontarsi con un mortale nemico che niente e nulla sembra poter fermare.

Il superstite di Massimiliano Governi, e/o 2018.
Il superstite è un romanzo breve, un noir dal titolo inquietante, parlante. Il narratore, che poi è il Superstite, è il protagonista di una storia terribile, ambientata – almeno pare – nel Nord Italia. Una mattina, alle otto e mezzo, il Superstite, che vive centocinquanta metri più in là, passa davanti alla casa dei genitori, vicina all’allevamento dei polli di suo padre. Stranamente le luci del giardino sono ancora accese e le imposte sbarrate nonostante sua madre abbia l’abitudine di svegliarsi molto presto e dar aria alla casa. Da sotto la porta d’ingresso esce un torrentello d’acqua. Un guasto? Perplesso, preoccupato, il Superstite entra lasciando la bambina nell’ingresso ad aspettarlo e scopre lo spaventoso massacro: padre, fratello, sorella, madre, uccisi, colpiti a morte. La sua famiglia era semplice, non certo abbiente, una famiglia di piccoli imprenditori campagnoli. Chi ha commesso un tale spietato delitto? E perché?…
Con scrittura affilata, tagliente e durissima, senza fare sconti ai sentimenti, Massimiliano Governi ci racconta di un uomo solo, devastato nell’anima da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare ad avere normali rapporti con i suoi affetti familiari, una specie di naufrago, un reietto che stenta a ritrovare il suo posto nella vita, in preda a incubi che non smettono mai di ossessionarlo, alla forse vana ricerca di una sconosciuta verità. Una favola nera ma di una disarmante realtà, una storia che, nella sua gelida ferocia, è precisa nei dettagli quanto volutamente indefinita nelle ambientazioni. Ci sono l’Italia, la Serbia, gli Stati Uniti, ma tutto potrebbe essere accaduto altrove…. ovunque? “Tutto può sembrare vero o falso allo stesso tempo”.

Kiss me first  di Lottie Moggach, romanzo già pubblicato in Italia, torna in libreria con il nome Prendi la mia vita (Nord, 2018) in occasione del prossima proiezione della serie inglese Kiss me first, distribuita da Netflix.
Una partenza da thriller, con un prologo denso di tensione che anticipa quella che sarà la scena madre della storia. Due donne stanno parlando via skype. Sono a Londra e noi possiamo vederne solo una che piange e ammette di avere paura. L’altra invece parla con voluto distacco di un piano da portare a termine. Alla fine le due si dicono addio per sempre. Dopo questa misteriosa anticipazione, la storia passa in Spagna, in una comune, e la voce narrante, la donna invisibile del prologo, si chiama Leila, è arrivata là da Londra per cercare l’altra donna della conversazione che si chima Tess ed è sparita. Leila non sa se Tess sia in Spagna, se sia ancora viva o se, come voleva fare, si sia suicidata. Mentre la cerca tra la gente ospite della comune, scrive sul suo computer portatile rivelando man mano tutta la loro storia…
Prendi la mia vita, della giornalista inglese Lottie Moggach, ha fatto parlare molto di sé nel Regno Unito, immagino per l’attenzione che dedica a due temi oggi molto discussi: l’eutanasia e la crescente tendenza di troppe persone a vivere ogni aspetto della propria vita attraverso Internet. Il romanzo poi inventa un traumatico e possibile nesso tra questi due temi: se le nostre vite sono diventate così cibernetiche da risultare interscambiabili, la nostra identità potrebbe essere rubata da chiunque, e una persona morta potrebbe continuare a vivere all’infinito o quasi nel cyberspazio? E ancora una volta un romanzo mi costringe a porre la solita pericolosa domanda: è possibile arrivare a questo totale coinvolgimento mentale con l’web? Insomma vivere praticamente solo e per Internet?

Torna in libreria Marcello Simoni con Il patto dell’abate nero, Newton Compton 2018, seconda puntata della nuova e dirompente Secretum Saga, ambientata nel Quattrocento, con Tigrinus in veste di protagonista (eroe di professione e ladro per scelta), azzeccato mix di avventura e feuilleton salgariano/dumasiano di colto respiro storico ambientale. E ci propone un lungo ma intrigante e spericolato viaggio che porterà il nostro eroe dalla chioma zebrata dalla Firenze di Cosimo de’ Medici ad Alghero, e da là lo costringerà a spingersi a costo della vita fino a uno sperduto monastero nelle riarse alture dell’interno della Catalogna…
L’indovinata ricetta delle sue storie sta nel sapiente mix di alcuni tra i più coinvolgenti generi narrativi: il romanzo di cappa e spada (e dunque avventure, tradimenti e intrighi), il cuore dei romanzi gotici inglesi (con sotterranei, agguati, misteri) e il coup de thèatre del classico poliziesco con l’affannosa attesa del finale e la soluzione. Stavolta con Il patto dell’abate nero ci ha fatto correre tra Firenze, la Sardegna, la Francia, e la Catalogna sulle tracce di un favoloso tesoro per cui già molti hanno perso la vita. Tiriamo il fiato! Alla prossima!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Questa volta andremo in missione con Geronimo alla ricerca del cuore della felicità! È stato svegliato dal canto del drago dell’arcobaleno, perché trovi questo cuore che manca nel paese di cristallo in cui vivono. Insieme a lui, al drago e ad altri amici (lo scarafaggio Oscar, un unicorno alato, una principessa muta, un camaleonte), visiteremo un sacco di paesi diversi: quello dei giocattoli, dei dolci, dell’oro, delle fiabe, degli orchi. Sarà un viaggio bello ma anche pericoloso. Il drago viene ferito da una freccia avvelenata scagliata dagli orchi, ma l’antidoto si trova nella foresta delle streghe. Riuscirà Geronimo a trovarlo? E riuscirà a vincere le streghe? Ma, soprattutto, riuscirà a trovare il cuore della felicità?…
Venite con noi e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti (e buone vacanze da tutti noi!)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2018

Siena d’estate. Trenate di turisti da tutte le parti. Di tutti i tipi e di tutte le specie. Ragazzi, ragazze, file di studenti vocianti, occhi a mandorla o corporature nordiche che si infilano dappertutto ad ammirare, estasiati, le bellezze storiche della città. Pieni, stracolmi, i bar, le pizzerie, le gelaterie, insomma dove ci si possa abbuffare di qualcosa da infilare golosamente nello stomaco. Serpentine di viventi che si snodano per le stradine strette della città come formiche alla ricerca del cibo e di liquidi da tracannare. Un brusio continuo alternato a risate e qualche canto alticcio intonato all’improvviso. Un magna magna pazzesco. Siena d’estate.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke van der Noot, TEA 2018.
“Granducato di Toscana, 1597. L’Italia è ormai caduta in mano agli eserciti stranieri, ma la sua cultura si diffonde in tutta Europa. E non solo quella: anche il denaro. I banchieri più potenti che servono i sovrani europei sono italiani, sono genovesi, sono fiorentini. Firenze è uno stato ricco in mano a una dinastia di banchieri: i Medici. E l’oro dei Medici fa gola a tanti e chi non riesce ad averlo in prestito, può anche cercare di sottrarlo in modo illecito. Per esempio organizzando il rapimento dei figli del granduca Ferdinando I…”
E il rapimento è al centro di questo libro, bello, complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici. Rapimento fissato il 3 dicembre durante la rappresentazione della Dafne di Ottavio Rinuccini (alla fine della seconda scena quando Amore medita la sua vendetta contro Apollo), ma rimandato all’8 per indisposizione della granduchessa nel palazzo di Ferdinando I, attraverso cospiratori travestiti da frati e il classico traditore interno.
Sarà il fratellastro don Giovanni de’ Medici, con l’aiuto del capo della polizia, a condurre un’indagine per scoprire i malfattori che richiederanno un compenso astronomico da portare a Piombino. E qui avverrà uno scontro micidiale…
Libro complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici, dicevo. Ricco di spunti sulla vita, gli abbigliamenti, le cerimonie, i fasti signorili, sui più piccoli dettagli tesi a ricostruire l’atmosfera del tempo. Ricco di dubbi, assilli, momenti di intimità, pathos, tensione, tradimento, paura e morte (ci saranno diversi uccisi e un suicidio). Capitoletti ora brevi ora più ampi a creare un certo ritmo della narrazione attraverso una scrittura che sa essere competente nella ricerca storica e gradevolmente leggera nella finzione.
Di Patrizia Debicke ricordo anche L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013 e La gemma del Cardinale, TEA, 2017.

La lettera sbagliata di Walter S. Masterman, Polillo 2018.
A Scotland Yard il telefono della scrivania del sovrintendente Sinclair comincia a squillare. È la voce di una donna che annuncia la morte del ministro degli Interni a casa sua. “Chi parla?” domanda Sinclair. “Oh, nessuno di speciale, solo l’assassino.”
Inizio niente male. Dopo un po’ arriva l’amico Silvester Collins, avvocato che ha abbandonato la professione forense per diventare un detective dilettante e collaboratore della polizia. Lineamenti marcati, naso piuttosto largo, occhi castano chiari e capelli ricci quasi neri. Estremamente elegante, sportivo e gentile ma si arrabbia se gli amici lo chiamano Sherlock Holmes. Un tipo assai diverso da Sinclair “funzionario esperto senza nessuna genialità” ma ricco di esperienza (ci ricorda il famoso duo). Qualcuno gli ha telefonato dicendogli che voleva proprio lui. E sembrava una donna…
La notizia è vera. Il ministro degli interni, il vedovo Sir James Watson, è stato ucciso nella sua biblioteca con un colpo di pistola alla tempia. Porta sbarrata e finestre chiuse con il fermo. Nessuna via d’uscita per l’eventuale assassino. Ora bisogna indagare sulla famiglia dell’ucciso. A Devon, nella villa di campagna. Qui vive la figlia Mabel con l’anziana domestica e l’anziano maggiordomo, mentre il figlio, in cattivi rapporti con il padre, sembra scomparso. Ma ecco arrivare una lettera al sovrintendente Sinclair, proprio dall’ucciso. Una lettera davvero particolare…
Le indagini bilaterali continuano, ognuno con la propria personalità, i propri mezzi e le proprie capacità (“Le cose semplici non soddisfano mai Collins”). Il caso si fa sempre più complesso, aumentano i sospettati: oltre al figlio dell’ucciso anche Lewis, assistente di Sinclair, che sparisce; il segretario personale di Sir James e perfino uno che si autoaccusa! A tutto questo si aggiunge il fatto strano del maggiordomo di Mabel che rivede l’ucciso, dice lui, “vivo e vegeto”. Incredibile…
Momenti di tensione, l’ululare del vento, passi furtivi, appostamenti al buio, il solito testamento particolare, una “simpatia” nascente tra Mabel e Collins a creare impasto di emozioni diverse. Pure una stilettata alla polizia “Se un uomo finisce nelle grinfie della legge non importa poi molto che sia colpevole oppure no. Ha le stesse probabilità di cavarsela di una mosca intrappolata in una ragnatela” secondo Collins. Pressioni dall’alto per chiudere il caso al più presto (un classico) e il problema, già detto ma essenziale, di capire come abbia fatto l’assassino ad uccidere in una stanza ermeticamente chiusa (altro classico).
Immancabile colpo di scena finale con relativa spiegazione di Collins che ha capito tutto. Ma anche Synclair ha da dire la sua… Un consiglio ai lettori. Non fidatevi delle apparenze. Non fidatevi!
Il libro uscì nel 1926 con una prefazione lusinghiera di Chesterton. E questo è già un bel marchio di qualità.

Fragile è la notte di Angelo Petrella, Marsilio 2018.
Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone.
Un omicidio. La ricca Ester Fornaro, divorziata da un imprenditore edile, e assatanata di sesso anche estremo, ora ai piedi della torre “la testa fracassata sull’acciottolato e le viscere che si mischiavano al plasma.” Volo di quindici metri, occhio destro fuori dall’orbita.
Bisogna indagare. Carbone deve sostituire il suo diretto superiore Lettieri richiamato a Roma per un vecchio caso (anche questo un tipetto niente male), e collaborare, forzatamente, con il vicequestore capo Tagliamonte che lo aveva scoperto tempo fa nei suoi loschi affari e spedito dritto a Posillipo. Si parte dal luogo del delitto. A colloquio con il cingalese Roshan, il domestico filippino che non sa nulla ma si avverte che nasconde qualcosa…
Tutto sembra risolto quando viene incastrato uno degli amanti di Ester. Il caso è chiuso, secondo gli alti papaveri del comando. Ma non per il Nostro che sta seguendo una pista tutta sua, con la rabbia che gli monta addosso insieme alla malinconia, ad una “strana tristezza” e ai ricordi struggenti di Laura. In continuo pericolo, due macchine che lo seguono, la mente in assillo tra un Macallan e l’altro al Copacabana e per ogni dove, il classico video, o spezzone di filmato, che “indirizza”, la verità ad ogni costo, scontro finale con botte da orbi e pistolettate da tutte le parti. Ritmo indiavolato tanto da farci restare ad ogni pagina sul chi vive, stile asciutto, veloce, senza tanti fronzoli, all’osso.
La storia è un viaggio negli ambienti torbidi del potere, un rimestamento nel marcio della polizia dentro una Napoli “puttana”, ricca, benestante, viziata, corrotta e una “terra di nessuno abbandonata all’oscenità”, tra tossici, alcolizzati, dove tutto fa pena: i treni, le rovine, perfino il mare.
Libro sponsorizzato da Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni. Viatico mica da poco. Un lettore, però, ha scritto “Diciamoci la verità: chi ce lo vede un novello Callaghan, con la bottiglia di Mcallan in una mano e la 44Magnum nell’altra, a seminare panico per le viuzze striminzite del Moiariello e gli stradoni desolati di Via Petrarca?”.
Praticamente un personaggio da hard-boiled de noantri con tutta la forza e la malinconica fragilità della vita. Ma, senza fare paragoni impossibili con i grandi americani, si legge volentieri lo stesso.

L’impronta dell’assassino di Cornell Woolrich, Mondadori 2018.
Sei racconti di classe. Ovvero l’irridente ironia del Destino e, direi pure, dello Scrittore…
L’impronta dell’assassino
I gatti. Il miagolio terribile dei gatti Mia-ooo!… Mia-ooo! che proviene da quattro piani di sotto. Tutto ha inizio da questo sconvolgente miagolio. Tom Quinn, che non ne può più, lancia contro di loro dalla finestra anche le scarpe. Su ordine della moglie deve andare a riprenderle subito, ma non le trova. Scarpe che costeranno a Tom un bel po’ di guai perché una loro impronta viene trovata sul luogo di un delitto. Accusato di omicidio rischia perfino la pena di morte. Ma c’è l’investigatore Bob White a difenderlo. Se la caverà?…
Alle tre in punto
“Uccidila! Uccidila! Uccidila!” è il grido interiore del signor Stapp. Lui è fatto così, non rivela mai all’esterno i rancori che cova dentro di sé. In questo caso contro la moglie che, evidente, lo tradisce. Così si appresta a farla saltare in aria con un piano assai ingegnoso. Solo che, quando tutto è pronto e l’orologio si mette in moto per l’ora cruciale stabilita, tic-tac, tic-tac, tic-tac… arrivano due ladri e…
Se dovessi morire prima di svegliarmi
I lecca lecca sono al centro di questa vicenda. Racconta la storia in prima persona Tommy, ragazzino di dodici anni figlio di un poliziotto. I lecca lecca arrivano improvvisamente nelle mani di una compagna di classe, Millie Adams, presa in giro da tutti. Ma ora ha questa arma attraente e Tommy diventa suo amico, così potrà goderne anche lui. Li riceve da un “signore”, dice lei. È un segreto, Tommy deve giurare di mantenerlo. Poi la ragazzina scompare… E il fattaccio si ripeterà in seguito con un’altra compagna di classe.
Un mazzo di rose rosse
Un mazzo di rose rosse che portano sfortuna. Addirittura la morte. Alla sorella minore di Marcia, quest’ultima fidanzata con Tommy, amico di Richard che racconta la storia. Uccisa da una rosa rossa “il cui stelo è stato spruzzato con qualche sostanza velenosa.” Mazzo di rose consegnato da un fattorino, prenotato dallo stesso Richard per il party di fidanzamento. Tom indaga. È perplesso. Non può essere il suo amico l’artefice…anche perché senz’altro c’è sotto lo zampino della precedente fidanzata, la terribile Fortescue… Se ne vedranno delle belle.
Un delitto vale l’altro
A Chicago Brains Donleay va dal suo amico Fade Williams. Ha bisogno di un alibi come già successo in passato. Lui è un esperto in questo genere di cose. Deve uccidere un tipo che gli ha rotto le scatole, ma non ha intenzione di farglielo conoscere. Bene, affare fatto dopo che ha pagato gli arretrati. Tutto perfetto, tutto studiato. Ora Brains ha davanti a sé l’odiata vittima. Comincia a parlarci ma…sembra un altro, diverso, non lo faceva così…
La scappatoia
Gary Severn esce a prendere il giornale. Lo fa tutti i giorni. Solo che questa volta qualcuno lo segue. E lo arresta per omicidio, addirittura di un poliziotto. I testimoni affermano che è lui il colpevole. Rischia la pena capitale. Se non fosse che qualcuno può scagionarlo. Arriverà in tempo?…
Sei racconti di classe. Una lotta disperata fra il lettore e lo Scrittore per capire, indovinare il seguito, almeno una parte, se non come va a finire. Pagina dopo pagina i dubbi, le incertezze, i capovolgimenti di fronte, i momenti di esaltazione (ce l’ho fatta) e di abbattimento (non ce l’ho fatta). Tutto è così difficile nella vita, tutto è così contorto e frastagliato. Niente di lineare. I personaggi ce la mettono tutta per raggiungere i loro scopi, progettano, pianificano, lottano. Invano, che il Destino, e direi pure lo Scrittore, se la ridono beffardi.

Un giretto tra i miei libri
L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklin, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto. Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.

A scuola nelle materie scientifiche ero un broccolo. Quando c’era da calcolare l’acqua nella vasca da bagno con il maledetto rubinetto che perdeva (ma perché non lo riparavano?), il mio era uno sguardo fisso nel vuoto. Il primo impulso di fronte a L’anomalia di Massimiliano Pieraccini, Rizzoli 2011, con una formula di non so che cosa subito sotto, è stato di ripulsa. Poi ho pensato che da grandi non bisogna avere paura di niente e l’ho preso quasi d’istinto.
Qui mi sono trovato di fronte all’anomalia di Catt, al teorema di Gödel, all’equazione di quello e di quell’altro, a discussioni sull’esistenza di Dio, sulla complessità della scienza, al problema delle centrali nucleari e delle armi nucleari, batteriologiche e chimiche che mi hanno scombussolato e nello stesso tempo fortemente interessato (il problema energetico è all’ordine del giorno).
Veniamo al sodo. Il Prof. Massimo Redi è invitato dalla fondazione “Ettore Majorana”, creata dal prof. Antonino Zichichi, a Erice, in Sicilia, per discutere sulle grandi emergenze planetarie (ci sarà pure il Papa). Al momento della partenza l’incontro con suo ex allievo Fabio Moebius, analista di reti informatiche, che gli chiede uno strappo proprio ad Erice.
Tutto bene fino a quando non viene trovato in fin di vita nella sua stanza Alexander Kaposka, fisico ucraino che aveva scritto un rapporto negativo sulla sicurezza della centrale nucleare di Chernobyl. La faccenda si complica, per Massimo, con l’entrata in scena di Giulia Perego, la sua ex amante che lo aveva tradito e fatto soffrire e con l’accusa di essere addirittura lui stesso l’assassino di Kaposka.
Atmosfera plumbea, nebbia da brivido, Erice bloccata dalla polizia e i nostri eroi che se la svignano attraverso un condotto sotterraneo. Tre piani di lettura: quello scientifico, quello “giallo” e quello della storia d’amore (o meglio i ricordi) che si intersecano fra loro, con risultati decisamente ondivaghi.
Ne risente soprattutto la parte gialla (qualche “disinvoltura” e ingenuità di troppo) che si avverte frutto del neofita.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia, di Giulio Leoni, Editrice Nord 2018.
L’avventurosa vita dell’uomo che aveva ispirato Il Principe a Niccolò Machiavelli (che poi però meditò meglio e decise di dedicarlo a Giulio II), raccontata da Giulio Leoni, uno dei più geniali scrittori di thriller e fiction storica italiani. Cesare Borgia, cardinale, guerriero, figlio legittimato di papa Alessandro VI e di Vannozza Cattenei, politico ambizioso, poi “scardinalatosi” dopo l’assassinio del fratello Juan duca di Gandia, duca di Valentinois (italicamente il “Valentino”) per volere di Luigi XII di Francia dopo il suo matrimonio con Charlotte d’Albret sorella del sovrano di Navarra, è stato quel condottiero che dopo aver riempito i libri del Guicciardini e Machiavelli, ha fatto volare la penna di tanti saggisti e romanzieri. Giulio Leoni, stavolta, intraprende la sua impresa narrativa prendendo di petto questo protagonista della storia e regalandogli una sfaccettatura abbastanza diversa da quelle finora conosciute, il sogno di calcare le orme di Alessandro il grande. Di assoggettare un nuovo mondo…

Dopo il successo È così che si uccide e La forma de buio, Mirko Zilahy torna in libreria con una terza, diabolicamente incisiva sfida al lettore che, ancora una volta, varca i limiti noti del thriller. La sua Roma si esibisce, trasformandosi in una jungla crudele, tenebrosa, dove domina un bieco razzismo indiscriminato che miete vittime per le strade e il pericolo è in agguato nelle tenebre. La presentazione editoriale di Così crudele è la fine (Longanesi 2018) recita: «In una Roma attraversata da omicidi silenziosi ed enigmatici, che gettano una luce nera sulla città, il commissario e profiler Enrico Mancini per la prima volta dopo molto tempo accoglie la sfida con nuova determinazione». Visto che l’autore è Mirko Zilhay, sarà “una sfida coi fiocchi e con le frange”…
Ancora una volta Roma si è trasformata nell’inconsapevole e sfortunato ostaggio di un altro mostro inafferrabile, un incomprensibile assassino seriale. Di uno strano killer che sembra colpire a caso senza seguire un prestabilito disegno. Di qualcuno che si muove strisciando nelle tenebre, seminando indizi privi di logica. Talmente assurdi e caotici da rendere quasi un rebus tracciare un suo profilo. A quali inimmaginabili abissi di folle crudeltà può arrivare la spaventosa vendetta di una vittima imprigionata?…

L’altra moglie di Kerry Fisher, Nord 2018.
Si tratta di un thriller particolare, dai connotati che tendono al rosa, a conti fatti molto attuale. Leggerlo, potrebbe regalare voce e spinta a tante donne che quotidianamente vengono maltrattate o abusate psicologicamente. Spesso queste donne non trovano qualcuno disposto ad aiutarle perché sono loro stesse ad accettare la situazione, spaventate da ciò potrebbe succedere se non subiscono. Certo, talvolta la facciata può ingannare, anche se basterebbe un nonnulla per sgretolarla. E proprio queste donne, a maggior ragione, devono trovare la forza di parlare con qualcuno, di confidarsi, di mettere a fuoco il loro problema. Insomma bisogna avere il coraggio di ammettere la verità e chiedere aiuto. Dal mio punto di vista la scrittrice, per amore della fiction, ha esasperato un po’ troppo la situazione e il caso che descrive è estremo, tuttavia leggendo le notizie che ogni giorni affollano i media sulla violenza sulle donne, probabilmente ha fatto bene.

Il tatuatore di Alison Belsham, Newton Compton 2018.
Brighton. Francis Sullivan,  un detective molto motivato e ambizioso, ha superato  brillantemente a ventinove anni gli esami per diventare ispettore. Lo spinoso omicidio del “tatuatore” sarà il primo caso che dovrà affrontare come capo della sua squadra. Perché Marni Mullins, una brava tatuatrice ma anche una bella, piacevole trentaseienne, divorziata e madre di famiglia, mentre è impegnata in una Tattoo convention (congresso dei tatuatori proprio a Brighton) alla quale prendono parte anche famosi nomi internazionali,  ha trovato in un cassonetto della spazzatura un corpo orribilmente scuoiato…

 

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Quattro topi nella giungla nera di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Qui Geronimo ha paura di tutto. Ha paura del buio, dei ragni, dei gatti… Per cercare di guarirlo da questa strana malattia, sua sorella Tea, il cugino Trappola e il nipote Benjamin decidono di farlo partecipare a un corso di sopravvivenza nella giungla nera. Corso seguito da altri quattro topi sotto la guida di Arsenia che ogni mattina sveglia i partecipanti con una secchiata di acqua gelida (brrrr!). Un corso terribile, pieno di pericoli e paure (ragni, serpenti, il buio della notte, vertigini…) che rendono più forte Geronimo e lo guariscono dalle sue fobie.
Consiglio di leggere il libro e, a tutti i lettori paurosi, di seguire il corso di Arsenia!

P.S.
Un ringraziamento al mio nipotino di dieci anni che scrive volentieri, con qualche aiuto naturalmente, la presente rubrica. Il mio obiettivo è di infondergli la passione del leggere e dello scrivere. Forza, Johnny! Ma aspetto anche Jessica, ora troppo piccola.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA. VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA. VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?
Ecco, lettori miei, in che mani siete cascati…

Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, letto con molta soddisfazione, è arrivato, un po’ in ritardo, Cardosa e il codice Modigliani di Carlo Parri, Mondadori 2018.
“Professore di storia dell’arte. Ricco e collezionista. Lo ammazzano con una busta di plastica, lo perquisiscono senza rubare nulla. Cercano qualcosa che può anche stare nel portafoglio. Una cosa piccola. Piccola e sottile.” È quello che sta pensando il vicequestore aggiunto della Omicidi a Roma Leonardo Cardosa, dopo che si è ritrovato fra i piedi un omicidio al Verano. Una cosa piccola e sottile che è servita per entrare nella galleria privata del defunto e rubare una testa in pietra di Modigliani, ovvero la Testa di Nené. Forse si tratta, addirittura, di un codice segreto. La faccenda diventa più complicata dopo altri due omicidi collegati al primo. Comunque in casa del morto non si riesce a trovarla ma c’è una sua frase, ricordata da un testimone, riferita al fatto che per lui esisteva un solo modo per non far trovare qualcosa “Nascondere in un posto che non possa nascondere niente.” Interessante…
Al centro della storia il Nostro con la sua squadra (Gianni Ferrante, Vigna, Baragli, Francesca Vanni, Gemma Costantini, Rizzo, un ragazzino nuovo, l’”indio”) e la sua variegata personalità. Su di lui nel primo libro avevo scritto “Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.” Aggiungo ironico, gaudente (due fidanzate), duro e spietato all’occorrenza, in giro con la Toyota, appassionato di Maigret, “I tre moschettieri” in tutte le salse e in tutte le lingue, canzone preferita Alma Llanera, mangiate e bevute per ogni dove (fettuccine dalla sora Milla o da Marcello ) anche a casa, naturalmente, dopo il mercato (pomodori, aglio, cipolle di Tropea, pesche, albicocche, ciliegie, orata, pecorino di Pienza, peperoncini), Campari soda corretto con il prosecco, ma va bene anche il Calvados.
L’indagine è difficile, lunga, pericolosa, bisogna andare a Parigi per incontrare l’Intoccabile e vedersela con una associazione di nazionalsocialisti e fascisti che intendono riaffermare i valori (disvalori) hitleriani. Alla prima storia si aggiunge la scomparsa, in Sicilia, della fidanzata della sorella Maria, “architetto e lesbica”, che lo porterà ad indagare nell’isola su un traffico di neonati. E quindi momenti di breve relax, spunti di paesaggio, ricordi, pensieri, dubbi, riflessione e deduzione ma anche frenetico e duro movimento.
Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, con qualche spunto in dialetto a renderla più viva, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. È importante la storia ma anche “come” si scrive.

I ragni di ferro di Baynard H. Kendrick, Mondadori 2018.
Questa volta niente Duncan Maclain, il famoso investigatore cieco creato dall’autore, ma Stan Rice, ovvero l’investigatore Miles Standish Rice che arriva a pag. 46 alto e secco come uno scheletro, abbronzato, biondo e con gli occhi azzurri. Naturalmente per risolvere il caso di una morte…
Ma partiamo dall’inizio. Dall’ingegnere squattrinato Donald Buchanan che accetta come lavoro di sorvegliare la centrale elettrica di Broken Heart Key del milionario Arthur Tuckerton. Ergo vivere su un’isola deserta a contatto con la detta famiglia ritenuta un vero e proprio covo di vipere. La prima a morire è la cameriera nera Julie dilaniata dai barracuda nella Grieta, un tratto di mare estremamente pericoloso. Si era tuffata, forse inseguita da qualcuno. Le sue ultime parole, anzi la sua ultima parola prima di spirare, “Micanopy”. Il secondo cadavere è proprio quello di Arthur Tuckerton morso da un ragno velenosissimo, una vedova nera, nella sua camera da letto provvista di un sistema d’allarme che, evidentemente, non ha funzionato.
Per risolvere il mistero Stan Rice (mente geniale, ottima forchetta e buon bevitore) e Donald Buchanan decidono di unire le loro forze. Insieme a Doris, la segretaria di Arthur, che scatena palpiti sentimentali.
Tutto è stato organizzato dallo scrittore per creare un’atmosfera cupa, di paura e suspense: l’isolamento del gruppo, l’arrivo di una terribile tempesta, la luce che si spenge, passi nel buio e nella foresta, urli ancora nel buio, lo sparo, altre due morti violente (uno addirittura scalpato e potrebbe esserci di mezzo un indiano). Oltre al classico testamento che suscita sospetti, un biglietto enigmatico, addirittura un paio di libri che possono venire utili, se non alla soluzione, almeno per capire meglio certi aspetti di qualche caso e un riferimento al Dupin di Poe a proposito della famosa lettera rubata.
Andamento lento per buona parte del libro, poi una improvvisa accelerazione con classica riunione finale voluta da Stan di tutti gli abitanti dell’isola nel soggiorno, al pianterreno, e un ultimo, improvviso colpo di scena.
Ma i ragni di ferro del titolo che hanno, tra l’altro, la loro bella importanza e che escono fuori ad ogni apparir di cadavere? Già, che sciocco, me ne sono dimenticato (sto invecchiando). Chiedo venia. Ma forse è meglio così. Li scoprirete da voi.

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Francia, regione de La Rochelle. Qui abita un personaggio davvero curioso e singolare “Jean Dollent aveva trent’anni. Esercitava nel circondario soltanto da due anni, e forse perché era mingherlino, forse per i suoi modi gentili e alla mano, forse anche per la sua minuscola 5 CV il cui rombo echeggiava per le strade a ogni ora del giorno, tutti lo chiamavano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino.” Non gli piacciono i romanzi polizieschi e non legge articoli di cronaca nera sui giornali. Eppure, attraverso determinati eventi, scoprirà una nuova passione, “un talento singolare” che lo farà diventare famoso in un campo assai diverso dalla medicina: un investigatore di misteri, un eccellente detective, diciamo pure suo malgrado, che le intuizioni gli vengono così spontanee, di getto in modo da “far emergere dalle storie in apparenza più complicate la pura e semplice verità.”
La scoperta del suo impensabile “dono” nel primo racconto quando riceve una telefonata del giovane Drouin dalla Maison Basse, dove vive insieme alla sua bella compagna “…Deve venire subito…” Ma lì non trova nessuno, ovvero nel giardino sul retro una brutta sorpresa: il cadavere di un uomo…
È trascorso solo un mese dal delitto della Maison-Basse che eccolo a Royan dove si innamora! (è ancora scapolo e vive con la domestica Anna). Di “una ragazza in azzurro pallido”, tra la folla assiepata davanti al tavolo verde di un casinò. Un tuono, il temporale che finisce quasi subito. Adesso la ragazza si è piazzata dietro una signora grassa che ha tirato fuori un bel fascio di banconote. E lei cerca di rubarle… Una ragazza strana, seguita come un’ombra da una altrettanto strana governante inglese. E qualcuno, la stessa notte, vola giù da una finestra dell’albergo dove alloggiano…
Sono passate tre settimane da quando ha letto la deposizione di un meccanico nei pressi di Nevers. Un uomo corpulento ha chiesto trenta litri di benzina, nel sedile posteriore della macchina siede un altro uomo e una donna che, alla partenza, ha abbassato il finestrino e gridato aiuto. “Una donna che grida… Un uomo corpulento…”, caso perfetto per il nostro Jean che si fionda lì (si fa per dire) con la sua scassata 5 CV. Un morto, anzi due morti ammazzati e due sorelle particolari. Ce la farà a risolvere pienamente una situazione assai ingarbugliata?…
È arrivata una lettera, o meglio un assegno di ben cinquemila franchi da parte di un certo Evariste Marbe tornato in Francia dopo una vita trascorsa nelle colonie. “Due volte a settimana qualcuno, che non sono mai riuscito a vedere in faccia, s’introduce in casa mia e la mette a soqquadro.” Tra l’altro senza rubare un bel niente. Siccome la polizia ha fallito, il nostro Jean dovrebbe risolvere il mistero. Evariste pensa che possa trattarsi di una vendetta dei Tupapau, i demoni degli indigeni di Tahiti dove ha vissuto per un certo periodo, avendo fatto costruire una casa su un terreno considerato sacro. Sarà così, oppure c’è qualcuno che vuole trovare qualcosa di importante, per lui, in quella casa? E perché il fatto avviene solo di mercoledì e di sabato?…
Un personaggio davvero singolare Jean Dollent. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean.

La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2 di Francesco Recami, Sellerio 2018.
“Qui mi vogliono ammazzare! Qui mi vogliono fare l’eutanasia!”, grida disperato Alfio Pallini, ottantacinquenne con una stazza di centoventi chili, portato dai nipoti nella clinica Riposo & Pace per demenza senile e altre amenità degenerative. Stanza numero 9 al secondo piano fornita di due letti.
Fissato che lo vogliono far morire, in continuo contatto con l’alter ego Ulrich, farà di tutto per evitare l’esito funesto: non prendere con ogni mezzo le medicine, vomitare quelle prese, cercare disperatamente qualcuno, pagandolo, che lo porti fuori da quella specie di anticamere per l’aldilà (arriva pure la visita di un prete). D’altra parte i disgraziati compagni di stanza se ne vanno via uno dopo l’altro con sospirone liberatorio dei familiari e il finto cordoglio del Professore che vede rimpinguate le sue casse. Ce la farà il nostro Alfio a sottrarsi a quella che reputa la sua segnata sorte? Ci sarà qualcuno che crederà alle sue certezze?…
Scrittura veloce, ironica, grottesca fino all’esagerazione e al paradosso, capace di caratterizzare tutto un ambiente sanitario, partendo dai malati (ce n’è pure uno fissato su una nota canzone dei Corvi che non smette di cantare), continuando con il personale infermieristico, i dottori e il Professore, per terminare con il cinismo dei parenti. E viceversa. Uno sguardo drammaticamente goliardico, si ride per non piangere, sul tragico rapporto tra malato, famiglia e istituzione ospedaliera dove il primo viene spesso spogliato della sua umanità.
Insomma, occhio a certe cliniche. Specialmente se finiscono con la parola “Pace”. Che potrebbe essere perpetua.

Un giretto tra i miei libri
La vittima è in incognito di Mary McMullen, Mondadori 2011.
Agenzia pubblicitaria Wade & Wallingford a New York, qui entra al lavoro la giovane Eve Fitzsimmons, “dai capelli color nocciola e un visetto sottile, pallido e delicato” (appartamentino nella Cinquantesima Strada), per coadiuvare il bravo e difficile Luke Barden, disegnatore coi fiocchi. Suo capo Frieda Lee “piccola e sottile” dai modi disinvolti e autoritari, energici ed efficienti”, agenzia pubblicitaria di media grandezza molto rispettata, direttore Cummings, presidente Sergius Wade, suo braccio destro Tom Marriott e altri dipendenti.
Il maggiore cliente dell’agenzia è la United Farms e allora giù a lavorare sulla pubblicità dei piselli in scatola e sulla gelatina di lamponi. Tutto fila abbastanza bene fino al ritrovamento in sala riunioni di una perfetta sconosciuta completamente nuda, strozzata da una cravatta.
Arriva il tenente Grace della squadra Omicidi “un uomo magro dal viso nordico”, occhi azzurri, capelli grigi su fronte alta e uno sguardo piuttosto sardonico e allora il racconto si alterna tra lui ed Eve. Interrogatori, elucubrazioni, sospetti tra i dipendenti, un matrimonio nascosto, una donna delle pulizie che sa qualcosa, la scoperta della identità della morta, i dubbi, la paura che si insinua in Eve, la sensazione di sentirsi in trappola, i passi alla porta, il messaggio di avvertimento. E ancora i complicati rapporti amorosi tra i dipendenti. l’attrazione verso Barden, un ricatto, gli sforzi di Grace, la “gelida oscurità”, il “senso di vuoto”, il “grido soffocato e strozzato”, i passi, le corse nel buio, la pioggia gelata, il ghiaccio, la neve.
Buono il crescendo della tensione narrativa attraverso una scrittura nitida, composta, senza troppo eccedere, giallo classico con spruzzatina di gotico.

L’alibi di Scotland Yard di Don Betteridge, Polillo 2011.
Se il buon dì si vede dal mattino, un buon romanzo si vede (anche) dall’incipit. E se l’incipit è “Subito dopo aver ucciso Monckam, andai direttamente a Scotland Yard. Mi sembrava il posto migliore per crearmi un alibi”, allora si prospetta davvero un buon romanzo. Da fregarsi le mani. Però, oddio, basta vedere chi entra a Scotland Yard, per sapere chi è l’assassino. Solo che a Scotland Yard ci entrano in parecchi…
Siamo nella Londra del 1936, la vittima è Francis Moncham, un ricattatore di professione ucciso nella sua stanza con una pallottola nel cuore. Il cadavere è stato scoperto dalla moglie del portiere del palazzo, impronte femminili sulla maniglia della porta, impronta sulla finestra dalla parte esterna del ladro Podger Smith (dunque possibile indiziato). Subito sospettati i ricattati come Lumley, ex carcerato che lavora nella polizia (ingaggia a difenderlo il capitano Peter Darrell, investigatore dilettante), Peter Moffatson, Peter ed Elaine Rutland. Svolgono le indagini il sovrintendente Aliston e l’ispettore Duncan “una persona amabile, piena di tatto, arguta e dalla pazienza illimitata”, studioso di psicologia e amante della letteratura poliziesca. Tra l’altro cita un sacco di detective: Sherlock Holmes, Sexton Blake, Lord Peter Wimsey, dottor Thorndyke, Hercule Poirot, ispettore French, il sovrintendente Wilson (l’autore ci tiene a farci sapere che non è un novellino). Sotto di lui il sergente Newcombe.
Una storia basata molto sulla ricostruzione meticolosa dell’alibi ma anche movimentata con Duncan costretto ad andare a Parigi, poi ad Andorra dove scampa ad un pericolo (con ferita) lungo i monti, flash back ripetuti, un colpo, colpissimo, di scena finale.
In prima persona le vicende dell’assassino e in terza gli altri eventi, un po’ di lungagnate, ritmo talora affaticato, spunti di critica ai “soliti” romanzi polizieschi piuttosto inverosimili. Insomma qualche pagina di troppo, ma un grazie alla Polillo glielo mandiamo lo stesso.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Il grande giorno di Jack Ritchie, Marcos y Marcos 2018.
Dal maestro del noir amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story, la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto: gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.
Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?
Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare, eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato, o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour la fa sempre da padrone.

Altri spunti della nostra Debicke
Torna Luigi Guicciardi con il nuovo romanzo Nessun posto per nascondersi (2018), per i I Tascabili Noir dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori. Romanzo, il diciassettesimo per la precisione che vede il protagonista cult di Guicciardi, il commissario Giovanni (nome proprio sempre artatamente occultato, l’autore ama i cognomi) detto Vanni, Cataldo alle prese con la sua diciassettesima indagine.
Stavolta, nel prematuro caldo di una fine primavera in val Padana, il nostro dovrà confrontarsi con una strana serie di omicidi che sembrano orbitare intorno al mondo del calcio… Inquieto, tormentato, gira in tondo, brancolando nel buio, ma la soluzione c’è, è là, a portata di mano, basta insistere, scavare tra i segreti del passato per intuirla e coglierla al volo. Ma alla fine, anche dopo la soluzione del caso restano lo stesso quel senso di inquietudine, d’impotenza, di solitudine, di incertezza. Rimpianti? Forse Cataldo sente la mancanza dei figli, della rassicurante presenza di Muliere e, per rasserenarlo, non gli basta l’occasionale condivisione di qualche brano di musica classica.
A regola d’arte di Stefano Tura, Piemme 2018.
Torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti sfavillante ma allo stesso tempo dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine
A noi donne basta uno sguardo di Christine von Borries, Giunti 2018.
Primo capitolo di una nuova serie giallo noir per la penna di Christine von Borries, sostituto procuratore, ambientata a Firenze città, dove vive e occupa il suo attuale incarico. Una serie che, diversamente dalla precedente con  l’unica protagonista Irene Bettini, agente operativo del Sisde, è corale e interpretata da ben quattro donne, amiche e alleate tra loro: Valeria Parri pubblico ministero presso la procura, Erika Martini ispettore di polizia presso la questura, Giulia Gori giornalista e Monica Giusti commercialista. Tutte e quattro le amiche, muovendosi ciascuna secondo le proprie competenze professionali, si troveranno a indagare sul caso dell’omicidio di Rosaline e del rapimento di suo figlio. Quattro donne con le loro vite serene o incasinate, come quelle di tutti, talvolta realizzate, o magari insoddisfatte, con le loro esperienze sentimentali più facili o più difficili, ma soprattutto con la loro grande, indistruttibile amicizia, si mettono in gioco per scoprire, affrontare i colpevoli e smontare i disumani ingranaggi di una rodata macchina crudele che governa un  sistema che si appoggia su insospettabili complicità… Testo piacevole che mentre si legge intriga, coinvolge e può offrire diverse chiavi di interpretazione. E visto che l’autrice ci ha lasciato un po’ in affanno e con una storia a metà, appuntamento al prossimo della serie. Vogliamo sapere come andrà a finire.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Oggi vi presento Le avventure di Ulisse di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
“Ricordati di me che non sono Nessuno, ma l’astuto Ulisse!” grida l’eroe greco a Polifemo, il gigante con un occhio solo figlio di Poseidone, che ha accecato nella sua grotta. Per ritornare nella propria patria, ad Itaca e dalla moglie Penelope, dopo avere distrutto la città di Troia (sua l’idea del famoso Cavallo di legno), deve affrontare una marea di avventure pericolose: la maga Circe che trasforma gli uomini in maiali, le Sirene dal canto pericoloso, Scilla e Cariddi due mostri marini e i Proci che hanno invaso la sua casa.
A me questo libro è piaciuto perché l’atmosfera è paurosa e ricca di brividi. Ulisse è furbissimo e si libera da tutti i guai che affronta. Io sto sempre dalla sua parte, mi immagino di essere lui stesso, oppure di aiutarlo nelle sue avventure.
Leggete questo libro, è bellissimo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti