Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2019

Questa volta andiamo subito al sodo senza farla tanto lunga.
La profezia degli incappucciati di Roberto Mistretta, Il Giallo Mondadori 2019.
Avendo già letto dell’autore con soddisfazione Il canto dell’upupa, Cairo 2008, non ho avuto remore nell’acquistare anche questo. Sul personaggio principale, il maresciallo dei Carabinieri Saverio Bonanno di Villabosco, avevo scritto “…lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi al bar “Excelsior” (ma non lasciatevi ingannare dal nome). Fuma in continuazione, ottima forchetta, risultato la pancia. Ogni tanto arriva la tristezza quando affiorano ricordi della scuola, il tempo non passava mai e pensava a suo padre sempre più lontano. O ricordi di sua moglie che un giorno se ne era andata via con il trapezista di un circo famoso. Simpatia per l’assistente sociale Rosalia. Anzi, più che simpatia “Rosalia Santacroce era una di quelle donne che facevano ribollire il sangue”, “Emanava un caldo profumo di femmina. Inebriava e confondeva”, e ancora “Rosalia Santacroce aveva la voce di un soprano che canta un’aria leggera. Gli occhi erano due stelle che rischiaravano la notte, e risplendevano nello squallore della caserma come diamanti nel deserto”. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono umoristicamente “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. Animo sensibile anche alla vista della bellezza della natura “Dio che spettacolo! Perché gli uomini avevano smesso di guardare il cielo!”. Buono. Buono ma se si arrabbia sono guai per tutti. E non molla l’osso come un mastino. Insofferente dei regolamenti e delle regole un po’ come il Montalbano di Camilleri. Non capisce nulla in fatto di computer e internet e deve chiedere aiuto ai suoi sottoposti più giovani. Un bel personaggio, realistico e credibile.”
Ora se la deve vedere con un caso particolare. Nel corso di una celebrazione religiosa il governatore Nofrio Falsaperla di una confraternita secolare muore sotto il peso del baiardo a forma di croce incollato sulla schiena. Sembra una disgrazia, una semplice disgrazia. Invece ecco arrivare un foglio di quaderno strappato “Nun fu disgrazia maresciallo! Nofriuzzo lo ammazzarono!”
Il caso si amplia, subito diffuso da diversi servizi giornalistici, ma per il suo superiore capitano Oliva trattasi solo di tragica fatalità. Comunque l’indagine va avanti. Nofrio, a cui piacevano ragazzi e ragazze aveva messo gli occhi addosso anche a Minica, la Veronica della processione che era fuggita prima dell’arrivo dei carabinieri. Inoltre qualcuno si era opposto al soccorso e ci saranno di mezzo tre donne: la moglie del vicegovernatore Ideale Dolcefiore, la citata Minica e la moglie del falegname. Accanto a questo caso l’uccisione dello stesso Oliva e il ferimento dell’amico Stoppani per le indagini contro le cosche (nessuno ha avvertito il maresciallo) che gestiscono una cordata di malaffare sugli appalti pubblici e truffe milionarie sui contributi europei a fondo perduto. E arrivano altre morti…
Al centro sempre lui, il nostro Bonanno affondato nei ricordi (ma anche in certe succulenti mangiate), l’amore per Rosalia, la rinascita, qualche fumata con le Benson & Hedges, il ritorno della moglie Emma (che cosa vorrà?) contrastata dalla stessa Rosalia. Il tutto tra una serie di spunti sul paesaggio “selvaggio ed aspro” oppure incantato per “il tripudio di smeraldo e indaco del cielo, il turchino dei monti, il cinerino dei massi, il biancore luminescente dei cirri, il salmastro spumeggiante delle onde. La maestosità dell’Etna”. E spunti ironici su certi personaggi come sul giornalista Mimmo Castelli che sguazza “nelle notizie di cronaca nera come un rospo nel pantano” ad aprirci la bocca al sorriso.
Lettura leggera, piacevole, passaggi ben calibrati dal dramma all’allegro, dai momenti di crisi alla forza del riscatto. Una miscela ben dosata di ricordi, sentimenti, mistero e azione. Tutto gira intorno ad un’antica profezia conosciuta dal vecchio governatore (lo incontreremo a narrare la sua storia), ovvero il segreto del baiardo e un cuore particolare che vale milioni di euro…
All’interno il racconto Stazioni di Andrea Montalbò.
La fuga di Sabrina. Dalla cassetta tirata agli agenti che la inseguono esce fuori una T-shirt insanguinata di un bambino. Il commissario De Felice, una specie di Bronson fuori programma, deve indagare sul rapimento di Paolo di dieci anni gettato in una roggia. La sospettata sembra proprio Sabrina Storti. In passato processata per truffa e assolta ma ha perso tutto: famiglia, lavoro, amici. Sarà il classico capro espiatorio? Scontro finale fra lei e De Felice. Chi vincerà?…

Com’è morto il baronetto? di H.H. Stanners, Polillo 2019.
Qui ritrovo anche i miei amati scacchi. Addirittura proprio all’inizio “Dereck Furniss scrollò la scatola per far cadere i pezzi degli scacchi che poi cominciò a disporre sulla scacchiera”. Il romanziere giocherà con il professor Harding (classico detective dilettante) durante la festa ad Astonbury che celebra il giorno dell’incoronazione del re Giorgio VI. Naturalmente abbiamo subito una morte sospetta, più precisamente del baronetto Jabez Bellamby trovato stecchito nella sua cava di gesso per un colpo sparato con la sua pistola (ha anche un ematoma sul viso). Per l’ispettore Marriot si tratta di suicidio, come riferirà al suo capo Philip Pannell, anche perché il morto aveva un sacco di problemi: finanziari, fisici (di salute) e sentimentali. La moglie se la intendeva con un amante (l’avvocato Newth) e lui stesso si era innamorato non ricambiato di Brenda Derwenth Smith, una bella sventola di venti anni, troppo più giovane di lui e affollata di corteggiatori.
Ma non è tutto così chiaro per il professor Harding. Guardiamo più da vicino il nostro detective dilettante: di aspetto giovanile non dimostra i suoi quarantatré anni, alto e magro, sguardo mite, espressione sagace e pensierosa, sembra più un inglese in vacanza che un professore americano di diritto internazionale (perde a scacchi ma si rifarà). E ora l’ispettore Marriot, anch’egli alto e dal viso ossuto, occhi grigi, sopracciglia color sabbia, capelli prima rossi tendenti al bianco, aria di scarsa vitalità compensata da modi bruschi. Lo vuole al suo fianco per godersi l’occasione di osservare i suoi famosi metodi investigativi.
Alla festa di Astonbury mancava anche Hughie Bryant, nipote del maggiore Derwenth-Smith che, viaggiando in macchina piuttosto brillo, uccide pure un ciclista sconosciuto. Un punto cruciale della storia è che Jabez aspettava una telefonata da Bradford, e allora perché andare in giro proprio in quel momento? Diversi i sospettati ognuno con il suo bel movente e altri particolari a rendere complessa l’indagine: orme da studiare sul luogo della morte (mancano proprio quelle dell’ucciso); un bottone di pantaloni sul terrapieno da cui si vedeva il corpo di Jabez; fili di erba stretti nella sua mano; diamanti grezzi del morto scomparsi come certi buoni al portatore di quindicimila sterline e una valigia blu; mozziconi di sigaretta Vendredi, sempre del baronetto, trovati in una macchina di Hughie Briant… Insomma un bel groviglio di particolari e situazioni da chiarire. “Tutto in quel caso appariva sconcertante e contraddittorio” rimugina Harding.
Altro punto fondamentale della vicenda è il classico problema degli orari, a partire da quello della morte, dentro il quale si muovono i personaggi, assai complicato ed arduo da sbrogliare. Narrazione trattata con una cura davvero felicemente minuziosa nella complessità della trama, nella caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente con citazioni imprescindibili di Sherlock Holmes. Alla fine spiega tutto il professore. O quasi… E gli scacchi hanno qui il loro bel rilievo.

Il tempo dell’odio di Ruth Rendell, Il Giallo Mondadori 2019.
Il primo personaggio che incontriamo è Maxine, la donna delle pulizie della famiglia Wexford dove troviamo l’ex ispettore Reginald, ora in pensione, impegnato nella lettura della Storia della decadenza e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon. Da Maxine, tra mille chiacchiere (grande lavoratrice con un solo difetto: “Non stava mai zitta”), viene a sapere della morte della vicaria di cui lei stessa ha trovato il corpo. Strozzata… E dal sovrintendente di polizia Burden arriva l’invito telefonico a partecipare all’indagine. Subito accettato ché stare con le mani in mano lo annoia.
Ma chi era la vicaria? Trattasi di Sarah Hussain, figlia di un’irlandese e di un indiano, sacerdote della Chiesa d’Inghilterra a Kingsmarkham nel Sussex, quarantotto anni con la figlia Clarissa, anche se non sposata. Uccisa nella canonica di St Peter. Odiata per la sua pelle scura e dalla vita difficile, molto difficile. Wexford scoprirà in seguito che era stata addirittura violentata e Clarissa il frutto di quella violenza. Non volle fare denuncia alla polizia ma rivelò a una sua amica che l’uomo era “giovane, attraente e asiatico”. Al centro del suo pensiero l’amore, che poteva esplicarsi perfino nei matrimoni gay. Una donna divisiva, insomma, anche all’interno della chiesa stessa. C’era, poi, un altro uomo che la corteggiava, che la molestava troppo assiduamente.
Via, dunque, alla ricerca del molestatore (si scoprirà essere l’avvocato Gerald Watson) e dello stupratore con una lunga indagine a ritroso nel tempo attraverso i colloqui con tutti coloro che l’avevano conosciuta. Intanto sembra trovato l’assassino di Sarah nel giardiniere Duncan Crisp. Burden ne è convinto, convintissimo, è lui non c’è dubbio, ma il dubbio viene, invece, a Wexford che andrà avanti da solo: un particolare importante da non farsi sfuggire, un tatuaggio di una santa con l’aureola che può essere utile. Ma dove l’aveva visto? E poi tra i personaggi incontrati chi mente? Chi dice la verità? Alla ricerca di qualcuno che si nasconde sotto falso nome. Ma dove?…
Di fianco all’indagine momenti di vita familiare di Wexford con la moglie Dora, la figlia Silvia (ne ha anche un’altra, attrice teatrale, e cinque nipoti) che va ad abitare con Clarissa, la quale si fidanza con suo nipote Robin. Momenti sereni e qualche scontro con i giovani. E squarci di vita sociale dove impera il razzismo e il maschilismo, dove quotidiane sono le violenze domestiche anche psicologiche. Il tempo dell’odio come da titolo. E ben venga una nuova legge a riguardo che aiuti le donne.
Una vicenda ricca di dubbi e incertezze fino alla fine quando arriva un nuovo, impensabile personaggio. Ma Wexford è un uomo solido, tutto d’un pezzo, non si lascerà fuorviare dall’idea che si è già fatta concreta nella sua mente. Tra l’altro ha sempre il suo fedele Gibbon a fargli compagnia.
Per La storia del giallo Mondadori l’ottava puntata Gli anni Cinquanta di Mauro Boncompagni.
A partire da Peter Cheyney, Kenneth Millar, Brett Halliday e Richard Ellington per finire in bellezza con James Hadley Chase. Bastano i nomi…

L’ermellino di porpora di Pierre Borromée, timeCRIME 2012.
Quando in seconda di copertina ho letto di un cadavere di una giovane donna ridotto in poltiglia a martellate, il cui delitto sembra ricollegarsi ad un altro avvenuto sette anni prima, e che l’assassino potrebbe colpire ancora di nuovo, visto e preso (pagando). Meglio andare su un usato sicuro (Bersani) che trovarmi di fronte a qualche pericolosa originalità.
L’usato sicuro inizia a Villecomte in Borgogna. A scoprire il cadavere la donna delle pulizie come nel più classico degli usati sicuri. La signora giace sul suo letto con la lingua di fuori e il viso orrendamente sfigurato. Probabilmente pure strangolata e con una profonda ferita all’addome. Trattasi di Juliette Robin, moglie dell’avvocato Pierre Robin che non si trova in giro. L’assassino si è introdotto in casa attraverso una porta-finestra del salone dopo avere rotto il vetro per arrivare alla maniglia. Piccolo particolare interessante, la signora è ancora vergine.
L’usato sicuro continua con la presentazione di chi deve condurre le indagini. In questo caso il commissario Baudry. Uomo del popolo, operaio metalmeccanico a sedici anni, scuole serali, accento duro che gli fa aprire le vocali, poca inventiva ma tenace e coscienzioso, soprannominato Zanna Bianca o Kaiser per i suoi baffoni all’insù. Un quintale di ciccia da “sfuriate bestiali” con due nemici: la moglie uggiosa e la Direzione centrale della polizia giudiziaria.
Segue, sempre secondo le modalità dell’usato sicuro, il contorno degli altri membri addetti alle indagini con le loro situazioni particolari di cui un paio amanti della bicicletta. A ruota (viene a pennello) le indagini stesse con gli interrogatori, i dubbi, il modus operandi dell’assassino che sembra sia stato ripetuto in passato. Più precisamente nel caso di Saint Martin, quando una ragazzina ritardata di quindici anni, nuda, era stata massacrata a colpi di accetta senza subire violenza. In entrambi i casi un accanimento sul volto. Trattasi di psicopatico?
Sotto accusa il marito ritrovato che aveva avuto una relazione travagliata con la sorella maggiore della moglie, ma bisogna andarci cauti che un avvocato è un avvocato (scontro tra autorità giudiziaria e polizia). A questo punto l’usato sicuro si rimpolpa con il solito intervento di una storia minore che si incastra nell’alveo di quella maggiore. Due giovani zingari erano presenti a Villecomte nell’ora del delitto, ergo interrogatorio disumano, fuga e morte per caduta del giovane Johnny (vedi un po’ i nomi moderni degli zingari), rivolta della loro comunità. Il caso si complica.
Non la faccio lunga. Non ho voglia di farla lunga. Finalino tesino con qualcuno che sta per rimetterci le penne e viene salvato da qualcun altro (un classico dell’usato sicuro). Il tutto condito da una prosa semplicina, precisina, tranquillina, pure banalina senza sobbalzini di sorta e le solite frasettine in corsivo sparse qua e là stimolanti all’abbiocco.
Con l’usato sicuro si va sul sicuro. Niente sorprese ansiogene ma una rassicurante cantilena di storie risapute che ti culla dall’inizio alla fine. A questa età è meglio non rischiare.
Buonanotte.

I Maigret di Marco Bettalli

Il cavallante della «Providence» del 1932
Ancora chiuse, canali, marinai, chiatte, un ambiente che Simenon evidentemente predilige (v. anche i due successivi). Siamo ad aprile, ma nel nord della Francia è come se fosse inverno. Maigret si profonde più che altro fisicamente in una inchiesta poco gratificante (aiutato per breve tempo da Lucas: non si capisce perché si trovi lì e perché si occupi del caso, ma non ha molta importanza), compiendo fino a 68 km. in bicicletta, su strade infami, in un solo pomeriggio. Il giallo in realtà è quasi inesistente, tanto che l’assassino è sbandierato nel titolo… Rimangono, come accade spesso, i personaggi: la sgangherata e ricca compagnia del Southern Cross (in una scena, due di essi giocano a scacchi, un evento rarissimo nei Maigret), nullafacente, provvista di mezzi e velatamente immorale; i teneri, poveri coniugi della «Providence» e soprattutto il cavallante, vero fulcro di tutta la storia, esempio caricatissimo di discesa agli inferi di un borghese che uccide per amore, sconta 15 anni di prigione e poi non riemerge più, trasformandosi in una sorta di animale tra gli animali – i suoi amati cavalli – senza più parola, senza più speranze, senza quasi più fattezze umane.

All’insegna di Terranova del 1931
Continuano le ambientazioni in luoghi d’acqua: Maigret viene convinto a intervenire per salvare un giovane raccomandatogli da un vecchio amico e accetta di passare le sue vacanze nel mese di giugno (insieme alla signora Maigret, presente in un ruolo tutt’altro che trascurabile) a sbrogliare questo caso a Fécamp, località di mare. La faccenda, che ha il suo fulcro in vicende di qualche tempo prima svoltesi a bordo di un peschereccio impegnato nella pesca del merluzzo a Terranova, è assai torbida, avendo come motore centrale l’irresistibile attrazione che una donna molto sensuale (imbarcata irregolarmente sulla nave, in mezzo a dozzine di maschi in astinenza…) è in grado di suscitare. La soluzione del caso, come spesso accade, non è particolarmente interessante: ancora una volta, sono i personaggi, a partire dal defunto capitano, irreprensibile finché la passione puramente animale per la donna non lo travolge, oppure il giovane e ombrosissimo protagonista con la sua fedelissima fidanzata, a costituire la parte più interessante della storia. Non uno dei Maigret migliori, ma comunque non privo di fascino.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Una madre perfetta di Kimberly Belle, Newton Compton 2019.
Atlanta, Georgia: la gita scolastica di una scuola della haute, la Classical Cambridge Academy, avrebbe dovuto essere una normale escursione, una breve vacanza in campeggio. Una straordinaria esperienza per bambini delle elementari… Per Kat Jenkins, orfana, oggi madre single che non naviga nell’oro, con l’unico sostegno a distanza (vive nel Tennessee) di Lucas, un vecchio amico di famiglia, Ethan, il suo bambino di otto anni, è l’unica cosa che conta, l’unica cosa buona che le è rimasta del disastrato matrimonio con Andrew Maddox che prima del divorzio l’ha ingannata e soprattutto abusata moralmente e fisicamente. Ethan poi è un bambino speciale, piccolo e mingherlino per la sua età ma dotato di un’intelligenza eccezionale, quoziente 158, ma non ha facili rapporti con i compagni che lo bullizzano e lo evitano. Restiamo a fianco di Kat Jenkins, Kat, la prima voce narrante, quando la mattina abbraccia suo figlio che sta per salire in autobus per andare al campeggio con i compagni e gli insegnanti. Sono diretti nei boschi che sovrastano Dahlonega, vecchia e famosa città georgiana della Caccia all’Oro. Al suo ritorno a casa, una minuscolo proprietà di due piani in un quartiere di periferia che può appena permettersi, Kat lascia il telefono in cucina, sale in camera al secondo piano e crolla in sonno profondo. Stanchezza arretrata e stress, accumulato per il faticoso e difficile lavoro di consulente immobiliare, si fanno sentire, ma quando alle prime luci dell’alba viene svegliata da un educatissimo agente di polizia Brian Macintosh, si trova di fronte al peggior incubo che possa capitare a una madre: suo figlio è scomparso nel nulla dopo uno strano incendio dietro lo chalet che ospitava scolari e insegnanti…
Un thriller intrigante, sostenuto da una scrittura brillante, da personaggi credibili e da una trama in cui l’autrice riesce a tenere alta la tensione, mettendo anche in evidenza il divario economico e sociale tra i sofisticati Huntingtons e Kat Jenkins, impegnata in un’impari lotta con l’ex marito con il quale sa di dover trovare un modus vivendi perché anche lui adora il figlio. Due protagoniste di polso, diverse tra loro ma entrambe forti e determinate. Un finale ben calibrato ma che già serpeggia nelle pagine, in cui sono disseminati elementi che consentono di intuire una possibile soluzione. Ma l’epilogo, con la sua crudele realtà, completa al meglio tutta la storia.

Nuovo approdo in libreria per Marcello Simoni con L’enigma dell’abate nero, Newton Compton 2019, terza puntata della Secretum Saga. Una storia veloce, spregiudicata ma che non si fa certo mancare colti e curatissimi riferimenti storici e una perfetta ricostruzione ambientale. Ambientata nel Quattrocento, vede come protagonista Tigrinus (eroe di professione e ladro per scelta) che deve il suo nome alla tinta bicolore dei capelli: bianco e nero. Fatto misterioso e, per chi ha scelto di fare il suo mestiere, anche abbastanza pericoloso, perché lo rende facilmente riconoscibile. Per fortuna il suo secolo non era avaro di mantelli e cappucci con cui celare le chiome. Dunque anche un azzardato ma riuscito patto con il lettore che fa il tifo per lui e un indovinato mix di generi narrativi. Si passa infatti dal gustoso sapore del feuilleton salgariano/dumasiano e quindi cappa e spada, avventure, agguati, complotti e tradimenti, al crogiolarsi aggirandosi per sotterranei, che si rifanno alla letteratura gotica anglosassone, senza mai dimenticare il classico atout finale che esalta la trama gialla, la soluzione del mistero… Thriller che fa volare il lettore fino alla fine coinvolgendolo mistero dopo mistero. Cosa si può chiedere di più a un thriller storico? Perfettamente centrata l’atmosfera di una Ravenna tardo medievale, affollata fino all’inverosimile da rifugiati in fuga davanti alle galee ottomane. Grazie Marcello, come sempre bravo e a presto!

Il giallo di Ponte Sisto di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2019.
Liberty romano dai palazzi alle chiese a dominare culturalmente la narrazione e il mondo di Petrolini come scenario. Una netta virata da parte dei fratelli Morini che stavolta lasciano la possanza e la fascinazione della grande arte figurativa per il palcoscenico, ma per Roma si tratta di un palcoscenico molto speciale. Quello indimenticabile e intramontabile che vide come massimo divo e protagonista Ettore Petrolini. Forse l’eccessiva vicinanza del grande comico con il fascismo – Mussolini era tra i suoi fan e lui per anni approfittò a piene mani di questa vicinanza – il nuovo e diverso clima politico del dopoguerra ha contribuito a un parziale oblio della sua immane bravura e grande umorismo. Ma di quei tempi un comico, un uomo di spettacolo, doveva vivere e il regime non tollerava chi non si adeguava almeno formalmente alle sue regole. Afflitto da angina pectoris, allora non esistevano gli stent e non si operava di bypass, ebbe ripetute, drammatiche crisi successive e morì giovane, ad appena cinquantadue anni. La sua innata civetteria gliene faceva dichiarare, però, solo cinquanta. I Morini, oltre a far sì che la memoria di Petrolini domini con prepotenza la scena per tutto il romanzo, gli hanno regalato anche un’importante parte nella narrazione. Insomma hanno fatto di lui un ingombrante fantasma romano tornato a fare danno. Infatti quando scompare un giovane comico, Simone Rossmann, figlio unico di famiglia molto agiata con la quale ha rotto i ponti  per darsi al palcoscenico, secondo la denuncia del padrone di casa, un michelangiolesco settantenne ex stagnaro (idraulico per i non romani), salta subito fuori una prima incredibile coincidenza. Il ragazzo abitava in un monolocale dello storico edificio romano di via Baccina, rione Monti, dove aveva vissuto il giovane Ettore Petrolini, come testimoniato dalla targa appesa sulla facciata del palazzo. Non basta: il repertorio del giovane attore era improntato quasi fanaticamente ai vecchi ritmi e giochi di parole petroliniani. Le indagini vengono subito affidate al gigantesco ispettore milanese Ceratti che, coadiuvato dal fido agente Cammarata, dopo aver sfondata la porta a spallate ed essere entrato scoprirà una seconda e invasiva coincidenza: l’appartamento è completamente tappezzato da immagini, foto e locandine di scena del grande idolatrato divo del varietà del Novecento, Ettore Petrolini. E quando Ceratti, spiazzato dall’assurdità della situazione, in cerca di conforto documentaristico e aiuto nelle indagini, convoca come al solito il libraio Ettore Misericordia che lo raggiunge tallonato da Fango, voce narrante della situazione e indispensabile spalla, guardandosi attorno verrà fuori una terza stranezza. Sul piatto del centenario grammofono anni Venti c’è un disco a settantotto giri, “Ha detto il sole”, imperituro successo di Petrolini che, messo in funzione, continua a incantarsi sinistramente sulla parola “morire”. E la voce incisa sul disco è proprio quella del divo anteguerra. Sembrerebbe una macabra e premonitrice coincidenza, perché pochi giorni dopo viene rinvenuto un altro cadavere. Per il povero e gigantesco ispettore milanese la faccenda si rivela subito talmente intricata che per arrivarne a capo necessiterà del fiuto e della longa manu di Misericordia. Insomma, di qualcuno in grado di immergersi totalmente nel mondo e nella storia dell’inizio Novecento romano, prendendo in considerazione tutti i possibili particolari indispensabili per sbrogliare il caso. E chi più di Misericordia, esperto dell’epoca, che deve addirittura il suo nome di battesimo al padre, libraio come lui ma anche fan di Petrolini? Per sbrogliare il mistero si dovrà intraprendere una rocambolesca indagine che si addentrerà nella movimentata e non sempre lineare vita di Ettore Petrolini, uomo vissuto quasi un secolo prima. I misteri del passato si intrecciano con quelli del presente dando vita a un’avventura piena di colpi di scena tra straordinari palazzi, vicoli, strade e piazze romane.
Ancora un giallo, in una fresca atmosfera marzolina, che ci rituffa nella consueta e teatrale ma verace rappresentazione della Città Eterna, tra antichi monumenti e vestigia del Ventennio. Una Roma dai ritmi “moriniani”, in bilico tra il presente e il passato, che talvolta ci fanno dimenticare il tempo. Un giallo che prende per mano il lettore e l’accompagna in tanti luoghi belli e segreti della Capitale. Una collaudata ricetta condita dall’intelligente humour dei fratelli Morini che ci regalano un giallo classicheggiante, ma anche un raffinata e utile guida turistica per un pubblico di eletti. Da leggere.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta Diario di una Schiappa. Portatemi a casa! di Jeff Kinney, il Castoro 2015.
Greg, il ragazzo che già conoscete, questa volta parte per un viaggio di vacanza con la sua famiglia. Partono e a lui, sfigato, naturalmente in macchina tocca l’ultimo posto, stretto e pieno di bagagli. La prima tappa del viaggio è una fiera, un mercato pieno di giostre e divertimenti dove Manny, il fratello più piccolo, vince un porcellino vero. Poi decidono di andare in spiaggia, però fanno un incidente e chiamano il carroattrezzi. La macchina è rotta e il meccanico la sta aggiustando, ma ci vuole molto tempo. Quindi decidono di andare a un parco acquatico lì vicino. Si divertono molto, ma perdono la chiave del loro armadietto nel quale avevano messo i cellulari e i portafogli. Sconsolati tornano nel posto in cui hanno lasciato la macchina ma si accorgono che è sparita. Quindi chiedono un passaggio e due signori li riportano a casa. Ma le loro avventure e le loro disgrazie non finiscono qui…
Un diario davvero divertente!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2019

Le foto…
Affidare la rubrica ad un vecchietto, per di più rinseccolito, è un rischio colossale. Prima o poi arrivano i ricordi. Non c’è niente da fare. O in forma di canzoni, come in una delle precedenti, o in forma di foto. Tutto è cominciato da una vecchia, vecchissima fotografia del 25/12/1937 in cui sono immortalate mia mamma e mia sorella con una dedica al mio babbo allora soldato nella guerra di Etiopia “Sempre ricordaci come noi ti ricordiamo. Tanti baci affettuosi” e relative firme. Da qui è nato un viaggio fotografico lungo tutto l’arco della mia vita. Da ragazzetto imberbe, adolescente, giovincello scherzoso, uomo, vecchietto rinseccolito. Insieme ad una marea di pose, volti, smorfie e sorrisetti che non vi dico. Fino ad arrivare alle facce di oggi, ovvero a quelle allegre e spensierate dei miei nipotini. Ricordi e ricordi…
Come passa il tempo!

Il castello dell’arsenico e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Dopo Cronaca nera di James Ellroy mi ci voleva un libro gradevole, leggero e riposante. Soprattutto dal punto di vista della scrittura. E allora chi meglio del grande Simenon?
Trattasi di cinque racconti che hanno come protagonista il simpatico dottor Jean, detto anche il “dottorino” a cui capitano dei casi veramente particolari. Vediamoli in ordine…
La pista dell’uomo con i capelli rossi
Il racconto di un uomo dai capelli rossi stravolto, terrorizzato. Di Georges Motte al nostro dottorino. L’incontro con una donna affascinante e misteriosa, il loro appuntamento in una casa. Entra, non c’è nessuno, solo una voce soffocata proveniente da un armadio a muro. Lo apre e un vecchio coperto di sangue rotola sul tappeto. Tutti credono che sia lui l’assassino, l’uomo dai capelli rossi. Deve salvarlo. D’accordo, ma solo se resta chiuso in casa. Il morto ammazzato è un collezionista di arte al quale sono stati rubati i dieci pezzi più belli e di più alto valore. Ora bisogna scoprire la verità mentre Georges Motte, però, se ne scappa via…
L’Ammiraglio è scomparso
L’Ammiraglio è scomparso in mezzo alla strada in pieno giorno sotto gli occhi di tutti. Ed era pure grosso, “sui novanta chili e con la pancia prominente.” A metà di una discesa è sparito. Il nostro dottor Jean si trova sul posto a cercare di risolvere il mistero dopo aver ricevuto una lettera anonima: “Ti credi tanto furbo, ma scommetto che non sei capace di trovare l’Ammiraglio”- Scommessa accettata tra soldi che spariscono e soldi che arrivano…
Il campanello d’allarme
“Questo del campanello d’allarme fu forse il caso in cui il dottor Jean si avvicinò di più al famoso “delitto perfetto” tanto caro a tutti i criminologi.” Campanello d’allarme di un treno tirato da una donna che accusa Étienne Chaput di averla molestata. Ma non è vero, dice lui, e ora aspetta impaurito l’incriminazione ufficiale. Il dottor deve salvarlo. Solo che questo Etienne sembra proprio un bugiardo matricolato, il classico “testimone mendace.” Indagine pericolosa tra personaggi che non sono proprio quello che dicono di essere. E si rischia pure la vita…
Il castello dell’arsenico
Il nostro dottorino, appassionato di problemi umani e di enigmi, si trova in un castello “triste e polveroso, logoro, sbiadito, squallido” a fare delle domande precise al signor Mordaut. Ovvero “se è stato lei ad avvelenare sua zia Émilie Duplantet, poi sua moglie Félicie, nata Maloir, e infine sua nipote Solange Duplantet…”, perché sui tre cadaveri sono state trovate tracce di arsenico. Ci si aspetterebbe una reazione quantomeno accesa e invece ecco lì il signor Mordaut, simile in tutto e per tutto al suo castello, triste e malinconico, a spiegare i singoli casi. Un uomo sfortunato, dice lui. Ma, secondo il dottor Jean che con la memoria sta passando in rassegna gli avvelenatori e le avvelenatrici più celebri, non ce n’è stato uno allegro. Dunque… Di mezzo la classica eredità e arriva un altro morto avvelenato tra i membri della famiglia…
L’uomo delle pantofole
“Da una settimana si ripeteva ogni giorno la stessa scena. Il cliente guardava Gaby con grande dolcezza come un innamorato timido, e si toglieva la scarpa sinistra mentre lei andava a prendere una pila di scatole.” Scatole con le pantofole che lui sceglie solo un istante prima della chiusura. Fino a quando un giorno si affloscia su se stesso. Gli hanno sparato al petto e nessuno, in quel grande magazzino, ha sentito niente! Per la polizia l’opera di un professionista. Urge dare una controllata alla sua abitazione dalla quale si evince che sembra vivere in beata solitudine. Piccolo particolare: ultimamente sul suo conto in banca i versamenti sono diventati molto cospicui, mentre nei grandi magazzini sono aumentati i furti di oggetti di valore. Qualcosa non quadra per il dottorino…
Cinque racconti lievi, leggeri, ironici pur tra morti ammazzati. Un fluire dolce e riposante anche nei momenti di maggior pathos e tensione. Tutto merito di una scrittura precisa, puntuale, ben dosata, senza una parola di troppo a creare un intreccio, un’atmosfera particolare, a sbozzare personaggi che rimarranno vivi con pochi tocchi. Personaggi che spesso sembrano essere quello che non sono. Al centro della scena, senza ingombrare troppo, il simpatico, stravagante, arguto (e chi più ne ha più ne metta) dottor Jean che pensa, rimugina, si immedesima nelle vicende fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il dettaglio che lo porterà alla soluzione. In contrasto, magari, con il commissario Lucas, tra una buona mangiata e una ricca bevuta di Calvados. E il movente di tanti morti ammazzati è quasi sempre lo stesso: soldi, soldi, soldi come recita una attualissima canzone italiana.

Sei donne e un libro di Augusto De Angelis, Il Giallo Mondadori 2019.
Milano anni Trenta. Per il commissario De Vincenzi della Squadra Mobile una lettera con un pacco misterioso trovato da uno spazzino e una strana telefonata, interrotta, di una donna che chiede aiuto. Nel pacco un camice bianco e quattro ferri chirurgici, tra cui un bisturi macchiato di sangue. Proprio il primo giorno di primavera. Se a questo si aggiunge l’assassinio di un noto chirurgo e senatore con due proiettili nel cranio trovato nella bottega di un libraio, allora le cose cominciano ad avere un senso, un collegamento. Ci sarà da lavorare, mentre ogni tanto il nostro giovane commissario, neppure trentacinquenne ma che si sente già vecchio, ripensa alla sua casettina di campagna nell’Ossola dove vive ancora la madre. Ora abita a Milano con la domestica Antonietta che gli aveva fatto da balia.
Subito le indagini. E subito il nostro è colpito dal senso dell’illogico “con quel cadavere troppo elegante, troppo nobile e raffinato, disteso tra la polvere delle stanzette, tetre come il fondo di una palude. Melmose. Il contrasto urlava” e manca il suo cappello. Perché?… I primi incontri e colloqui: con la bella moglie del morto che sviene; con la sua altrettanto bella infermiera americana; con la domestica che sviene anche lei; con il dottor Verga fidanzato dell’infermiera; con il dottor Alberto Marini, amico dell’ucciso dal quale apprende che entrambi facevano delle sedute spiritiche attraverso una medium molto brava. Dunque l’assassinio di un noto chirurgo senatore, Ugo Magni, a cui piaceva andar dietro le sottane (viene a sapere anche questo), che praticava lo spiritismo e, aggiungo, un volume mancante nella libreria, ovvero la “Zaffetta”, poema erotico del 1531 attribuito falsamente a Pietro Aretino. Uhmm… c’è di che pensare, tanto più che arriva a trovarlo anche la ragazza della telefonata, anch’essa bella (non ci sono donne brutte in questa avventura “tutta impregnata di erotismo”), ex fidanzata innamorata del dottor Verga “preso” ora dall’infermiera americana che racconta l’episodio dello scontro del dottore con l’ucciso.
Tanti indiziati, tanti che volevano la morte del senatore sottaniere. Dubbi, incertezze, assilli, dato che la mente diabolica dell’assassino ha creato “una macchina impeccabile… tutte le rotelle al loro posto”. Addirittura “è un artista! Un inventore!” si trova ad urlare. Nella sua indagine procede soprattutto per intuizione guidato da “un senso nascosto e sconosciuto” che mette a fuoco fatti minimi e indizi microscopici. Non crede “all’evidenza degli indizi” più di quello che crede alla certezza delle prove. “Nessuna prova era certa e tutte lo erano”. Criticato dal superiore per questo metodo psicologico, perché “la sua psicosi del delitto è una pazzia!”, “Che cosa ha nel cervello, De Vincenzi!”.
Arriva un altro morto ammazzato. Forse aveva intravisto qualcosa, forse sapeva troppo e il caso si complica ancora di più. Addirittura un confidente della polizia accusa dell’omicidio un avanzo di galera, innocente secondo il commissario. Ma non c’è tempo da perdere, gli hanno dato otto giorni per chiudere l’inchiesta. Occorre far uscire allo scoperto l’assassino, occorre, ma sì!, una nuova seduta spiritica con lui presente… E ora anche il libro pornografico rubato assume ai suoi occhi “un significato netto e preciso.”
Ci siamo. E non manca neppure il Caso, questa volta con la C maiuscola, a completare il quadro. Scrittura netta, pulita, essenziale ricca di molti dialoghi, qualche breve tocco di umorismo e un ritmo incalzante che ci porta lungo una Milano ora lussuosa, ora popolare. Lettura decisamente piacevole con il passato che ritorna funesto nell’animo di qualcuno quasi un piccolo omaggio a Freud.
Il libro mi ha dato l’occasione di rileggere Un secolo in giallo di Maurizio Pistelli, Donzelli Editore 2006, ottimo excursus sulla storia del poliziesco italiano dal 1860 al 1960, soffermandomi in modo particolare sul nostro autore. E già questo è un altro piccolo merito.

Svanita nel nulla di Ethel Lina White, Il Giallo Mondadori 2019.
“La storia della presunta scomparsa di Evelyn Cross era troppo incredibile per essere vera. In base alle prove, lei era scomparsa nel nulla poco dopo le quattro di un nebbioso pomeriggio di fine ottobre. Un attimo prima era lì, in carne e ossa: una bionda alla moda di diciannove anni che pesava circa cinquantatré chili. Ma un attimo dopo non c’era più.”
Vediamola più da vicino questa storia. La sparizione avviene in un edificio del XVIII° secolo a Mayfair, ovvero a Pomerania House, rinominata così dal proprietario, il maggiore Pomeroy. Qui la signorina Evelyn Cross sparisce all’interno dell’appartamento n°16 dove abita la chiaroveggente madame Goya. La quale dichiara di averla vista sulla soglia e poi svanire subito dopo averle detto di scriverle per un appuntamento. La ragazza non è stata vista nemmeno dal padre che sta parlando con Pomeroy proprio davanti alla porta, né dal portiere dello stabile, né dalla signorina Simpson che è con lui. E nemmeno da Viola Green abitante di fianco al n°15 e dalla signorina Power del n°17. Incredibile!…
Raphael, non volendo di mezzo la polizia, chiama a risolvere l’enigmatico mistero l’investigatore privato Alan Foam diventato duro e cinico con il passare del tempo e convinto “che la specie umana si fosse evoluta nel tipo più letale di sanguisughe parassitarie”. La casa della veggente è messa sottosopra ma non viene trovato nessun passaggio segreto. Solo “un paio di scarpe femminili alla moda, dai tacchi molto alti” nel retro di una pendola. Sono di Evelyn. Perché?… Intanto Foam scrive le sue prime annotazioni su un taccuino che verrà in seguito molto utile.
Raphael Cross, intenerito da Viola, le trova un buon lavoro come dama di compagnia nella casa degli Stirling milionari con il compito di seguire la figlia Beatrice che ha già due guardie del corpo. Arriva un altro fatto tragico: una vecchia amica di Cross, Neil Gaymor, (qualche sua frase particolare che evidentemente colpisce qualcuno) verrà ritrovata morta investita da un auto. E qui il dubbio, una discrepanza, qualcosa che sfugge a Foam “un qualcosa che lo infastidiva come un capello contro la guancia”. Ma che cosa?…
Ed ecco un biglietto di Evelyn dove annuncia che tornerà lunedì, poi la richiesta di un riscatto di cinquemila sterline, l’intervento necessario della polizia e infine il ritrovamento della stessa trovata uccisa, colpita alla testa e strangolata nell’albergo, con un biglietto che accusa proprio l’intervento della polizia. Ora potrebbero essere in pericolo anche Beatrice e Viola. E infatti la prima sparisce proprio al numero 16 dove è andata per farsi predire il futuro…
Caso incredibile, difficile, difficilissimo ma Alan Foam è un lottatore, uno che non si lascia intimorire. Con l’aiuto di Viola che, al primo contatto, gli provoca “un trasporto improvviso”. Chi ha architettato tutto quanto? Come è possibile sparire all’improvviso per ben due volte nella stessa casa? Alla fine il nostro detective spiegherà l’intricatissimo ambaradan come nel più classico dei classici. Paura, mistero, cupidigia, crudeltà e un pizzico di sentimento in una storia terribile dove fanno gola certi diamanti.
Per I racconti del giallo, Omicidi nella nebbia di Andrea Delle Sedie, Alessandro Napolitano e Fiammetta Rossi.
Vigevano 1921. In prima persona dall’agente investigativo Ferruccio Busecchi. Due ragazze uccise trovate dal camparo. Elisa e Teresa di quattordici anni del Pio Istituto. I vestiti e le mani puzzano di resina. Altra ragazza uccisa nelle prigioni del castello sforzesco, Cristina Hertz. Incinta. Caduta dalle scale. Due casi diversi. Risolti anche con gli incubi della passata guerra che tormentano Ferruccio. Gradevole.
Per i 90 anni di Giallo Mondadori la settima puntata Gli Italiani di Mauro Boncompagni.
Dedicato ai nostri autori: Varaldo, Montano, Spagnol, Vailati, Mariotti, De Stefani, Lanocita, D’Errico, De Angelis e ho ritrovato perfino lo storico Giorgio Spini con il quale mi sono laureato. Che ricordi!

I Maigret di Marco Bettalli

Liberty Bar del 1933
Qui siamo in Costa Azzurra, descritta un po’ incongruamente come già caldissima, nonostante si sia solo a marzo. I fondali vacanzieri, quasi irreali, di Antibes e Cannes sono presenti quasi a ogni pagina e irretiscono Maigret, che peraltro non li ama affatto. La storia ha un certo fascino e si basa, ancora una volta, sul contrasto, centrale in Simenon, tra il mondo “ufficiale” di chi lavora, ha successo, fa soldi, e il mondo degli emarginati che vive intorno alle persone “per bene”. Il personaggio centrale è appunto un australiano smisuratamente ricco che, lentamente e inesorabilmente, “passa il confine”, riducendosi a vivere reietto, più o meno circondato da quattro donne da corte dei miracoli, fino a essere ammazzato per gelosia da una di esse. Certo, verrebbe da chiedersi perché preferire un vecchio ubriacone che si circonda di prostitute, ex-prostitute, vecchie laide senza fare assolutamente nulla tutto il giorno, al figlio “perfetto” che ha studiato forse a Oxford, amministra miliardi, è sempre correttissimo e a suo agio in ogni circostanza. Tant’è: Simenon ha fatto la sua scelta, e Maigret, ancora una volta deus ex machina (e divertentissimo in alcune scene da incorniciare) salverà la sua triste eroina dalla galera (anche se è condannata a morire entro poco tempo…), non incriminerà nessuno e farà addirittura in modo da far recapitare un po’ di soldi al misero circo che aveva vissuto con il riccone decaduto.

L’ombra cinese del 1932
Un palazzo di place des Vosges in cui abitano – a piani diversi – famiglie della piccola e grande borghesia (incredibile per noi immaginare oggi famiglie modeste che abitano in place des Vosges…). L’inchiesta novembrina, con la solita pioggia d’accompagnamento, per la morte di un piccolo industriale che si è fatto da sé, si svolge tutta lì, tra giovani debosciati, ambasciatori sussiegosi, portiere impiccione, modesti impiegati repressi e la solita ballerina mantenuta che Maigret adora. La storia gialla non è granché: indimenticabile invece la figura dell’assassina, vero e proprio archetipo della piccola borghese sfortunata e terribilmente rancorosa, tesa spasmodicamente tutta la vita a raggiungere un livello di vita “da signora” e che, visto fallito anche l’ultimo, disperato tentativo, non trova altra via che impazzire per trovare un minimo di pace nella perdita della ragione. Un Maigret un po’ statico, ma meravigliose le descrizioni degli interni e del modestissimo train de vie della famiglia protagonista, i Martin, per cui Simenon mostra ben poca pietà umana: per lui, i piccolo-borghesi sono comunque borghesi, e dei peggiori: meglio l’ambasciatore, almeno ha un po’ di eleganza…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora Holmes di Susanna Raule (integralmente disponibile su Wattpad)
Una storia, una fiction, una lunga e forse mai immaginata finora storia rigorosamente personale su Sherlock Holmes, marito e padre mancato. Ma chi mai può vietare di scrivere una possibile trama che veda Sherlock Holmes sposato? Una storia in cui una leggerissima sfumatura gialla è data anche dalla presenza femminile ufficiale nella vita del celeberrimo investigatore? E allora scende in pista Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta della Spezia, e crea ad hoc un fittizio e convincente scenario familiare nello spazio e nel tempo in cui sviluppare la sua trama. Dunque la signora Holmes sarebbe la moglie del celebre Sherlock e l’autrice coglie questo spunto, che potrebbe sembrare pretestuoso, per sfidare la questione femminile in quell’epoca confrontata a una società in continuo e rapido mutamento quale era allora la vittoriana e che per alcuni aspetti potrebbe richiamare l’attuale…
Non ci sono cadaveri in La signora Holmes a parte forse, si spera, quello di Moriarty, il crudele nemico scomparso nella cascata svizzera. E invece è un’indagine sentimentale sul sofferto legame matrimoniale di due persone brillanti, generose e magnifiche. Un libro a tratti molto esplicito sul rapporto tra i sessi e tutto il male o il bene che può scaturirne. E su un corretto rapporto tra uomo e donna, in quanto non sempre, come scrive con acume l’autrice “è cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie” e, specialmente, non sempre una donna sta cercando uno scapolo.

L’isola delle anime di Piegiorgio Pulixi, Nero Rizzoli 2019
In una Sardegna in cui convivono millenarie tradizioni, attribuibili addirittura a un’antica era del bronzo preceltica, per un ristretto nucleo di abitanti, che seguono ancora le stesse regole, l’unica vera Divinità è la terra. La mitica, implacabile e insaziabile Madre Terra che devono, se necessario, propiziarsi anche con mostruosi sacrifici umani (o meglio assassini rituali, perpetrati ancora tranquillamente in diversi paesi africani quali Kenia, Uganda, Niger e più segretamente, si dice, in alcuni stati americani). Inimmaginabili, orribili e crudeli riti atavici, ma esistono. Nella Barbagia, la regione storica della Sardegna dove l’agropastorale popolazione indigena trovò rifugio in seguito a invasioni esterne, in parte dei comuni della provincia di Nuoro, in quelli del Goceano (provincia di Sassari) e in parte del medio-alto oristanese vige ancora l’ancestrale e omertoso codice barbaricino della vendetta a tutela dell’onore e della dignità dei singoli. Codice che spiega e definisce le offese subite, dall’insulto personale al furto e all’omicidio, decretando le relative sanzioni. Per esempio, nel caso di un furto di bestiame, non sarà il furto in sé a costituire danno, ma il significato intrinseco legato al crimine: la perdita dell’autosussistenza della famiglia offesa, che avrà diritto a una vendetta proporzionata al danno subito. In pratica l’individuo derubato avrà diritto a rivalersi commettendo a sua volta un furto di bestiame.
E Pulixi parla e scrive della stessa Sardegna, la stessa terra dove si è cercato di sostituire le certezze nuragiche della Madre Terra con il potere del Dio industriale nell’imprescindibile e moderno ideale del progresso, portando questa stupenda isola, da sempre afflitta da una non facile condizione socio-economica, a prestare orecchio al soave canto delle sirene dell’industria…
Con L’isola delle anime Pulixi ha affrontato coraggiosamente un romanzo e due storie, concepite e scritte su due diversi e paralleli binari narrativi. Due storie entrambe crudeli e feroci, che necessariamente si incontrano, si sfiorano, in cui la più arcaica, legata alla tradizione dei luoghi, diventa la causa scatenante ma non necessariamente il campo di battaglia della complessa e sofferta indagine poliziesca. Un’indagine che, riportando in ballo una serie di irrisolti e spaventosi cold case che risalgono a oltre ben cinquant’anni prima, metteranno l’isola sotto il fuoco dei riflettori. Un mostruoso delitto avvenuto vicino a Carbonia, vittima una giovane donna di appena ventidue anni e tutte le stigmate di un omicidio sacrale, metterà in pista una strana coppia di poliziotte in fase di rodaggio composta dall’ispettore capo Mara Rais e dall’ispettore capo Eva Croce che si sono ritrovate insieme nel limbo della Sezione Delitti insoluti presso la questura di Cagliari…
Certo è che L’isola delle anime è un romanzo bello ma molto duro, a tratti selvaggiamente feroce, macabro addirittura, con la sua ineluttabilità di un cerchio sempre obbligato di vita – morte, quando poi proprio quella morte possa farsi garante di una nuova vita, sia fisica che spirituale.

Musica sull’abisso di Marilù Oliva, Harper Collins 2019.
Dopo Le spose sepolte arriva Musica sull’abisso, secondo indovinato capitolo della saga di indagini di Micol Medici, ispettore di polizia poco più che trentenne che, in virtù del suo contributo alla soluzione del caso di Monterocca, ha chiesto il trasferimento alla Squadra Mobile di Bologna ed è stata accolta a braccia aperte dal vicequestore, il bellone Giuseppe D’Aquila, dirigente della sezione Omicidi e dal suo numero due, il commissario Attila Tarantola, piccolo di statura, zoppicante ma cervello fino. Indubbiamente un successo professionale, ma il suo lavoro non è facile e la costringe a confrontarsi ogni giorno con un mondo abbastanza maschilista, peggiorato dall’arrivo in squadra della sua invidiosa mosca tze-tze, il sovrintendente Jacobacci. Ma la nostra Micol non si demoralizza, tira dritto e, pur sottoposta al costante e sfibrante stalking di una madre invadente, va avanti per la sua strada forte della risolutezza e di un puntuale e rigoroso metodo scientifico, che vede la ripetuta stesura di una serie di “pittini”, specie di schemi e di appunti, aggiornati e modificati di volta in volta. La sua vita privata ha subito un’interessante svolta sentimentale: ora è coinvolta in una soddisfacente relazione con un ricercatore di origini albanesi che lavora per l’Azienda Farmaceutica di Monterocca. Proprio al ritorno da un felice week end in collina Micol Medici viene convocata dal commissario Tarantola che si è appena trovato tra capo e collo una denuncia da parte della signora Smeralda Nanni: lo strano caso di sua sorella Gwendalina Nanni, giovane imprenditrice bolognese residente a Padova, scomparsa a febbraio dell’anno prima (2018). L’ultima volta che Gwendalina era stata vista viva, era mattina presto e stava correndo come al solito lungo gli argini del Bacchiglione prima di andare in ufficio. Un mese dopo il suo cadavere era stato ritrovato straziato dall’acqua in un’ansa del fiume. La sua morte era stata archiviata come suicidio dalla polizia di Padova, ma secondo la famiglia la ragazza non aveva alcun motivo di togliersi la vita e anzi, secondo la sorella, Gwendalina è solo l’ultima vittima di un omicida che ha eliminato in qualche modo tante altre persone, tutti allievi della stessa classe di un liceo storico di Bologna, il Marco Tullio Cicerone, frequentato solo dalle famiglie bene della città. E in effetti la quinta superiore, la vecchia classe di Gwendalina Nanni, sembra implacabilmente condannata da un infausto destino…
Molto intrigante la scelta narrativa di far rievocare in prima persona alle diverse vittime, nell’avanzare della trama, le ore o i minuti vissuti prima della morte, trasformandole quasi in mitiche offerte al sacrificio. Ma Marilù Oliva va molto oltre con la sua avventura gialla e non si fa scrupolo di trattare temi scomodi, quali il senso di inadeguatezza che può frenare, l’importanza attribuita a certe scelte comportamentali, il sempiterno valore dell’arricchimento fornito dalla cultura e dell’istruzione, purché non utilizzato per prevaricare gli animi altrui. Temi magari nascosti dietro l’angolo, ma reali e che non devono mai essere separati dall’essenza umana. Certo è, e sia detto comunque a valere per tutti noi, che ciò che siamo oggi sia la logica conseguenza di ciò che abbiamo – o non abbiamo – ricevuto.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento qualcosa di nuovo, ovvero Diario di una Schiappa. Guai in arrivo! di Jeff Kinney, Editrice Il Castoro 2014.
Questo libro, narrato in prima persona da Greg, una “schiappa” che frequenta la terza media, è diverso dai soliti, ovvero un misto di scritto e di vignette molto buffe. La sua scuola organizza il Ballo di San Valentino, quindi deve procurarsi una ragazza. Prova con molte ma tutte lo respingono. Però pochi giorni prima della festa il suo migliore amico Rowley gli comunica che Abigail, una loro compagna di classe, non ha nessuno con cui andare al ballo perché il suo compagno ha un impegno. Quindi i due amici decidono di andarci insieme alla ragazza. Mentre si preparano Greg nota una macchiolina rossa sul mento del suo amico. Ha la varicella, ma Greg gliela copre con una sciarpa. Poi partono con la macchina del babbo di Rowley e passano a prendere Abigail. Dopo aver mangiato in un ristorante del centro vanno in palestra, dove si svolgerà il ballo. La festa inizia e Greg e Abigail si mettono a ballare… Andrà tutto bene per la nostra schiappa? O tutto si risolverà nella sua solita sfiga? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2019

Arieccoli!…
Ogni estate è così. Un attacco quasi improvviso che si riversa nelle strade della città. Bande di giannizzeri, lanzichenecchi, samurai, opliti, barbari, ostrogoti, visigoti, unni, vichinghi. Di ogni tipo, di ogni razza umana. Con le loro armi micidiali: le bocche. Bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie, birrerie, tavolini all’aperto sono invasi dalle bocche fameliche di eserciti italiani e stranieri. Che tutto trangugiano, tutto bevono, tutto distruggono. Inutili i pianti disperati di pizze, lasagne, briosce e gelati. Cuori di pietra e terra bruciata intorno a loro.
Ogni estate è così. Siena viene praticamente invasa da una moltitudine enorme di uomini, donne, ragazzi e ragazze. Bianchi, gialli, rossi, neri o di qualsiasi colore. Un’ondata gigantesca che sfila come un serpente impazzito tra le viuzze medievali della città.
Ogni estate è così.

La gemma del Cardinale de’ Medici di Patrizia Debicke Van Der Noot, TEA 2019.
“Firenze era parata a lutto. La città piangeva il suo granduca. Francesco I era morto il 19 ottobre nella villa di Poggio a Caiano. Due settimane prima aveva accusato lievi disturbi gastrici. Vomito, nausea”. Siamo nel 1587. All’annuncio del decesso muore anche la moglie granduchessa Bianca “in preda a brividi, dolore e vomito”. L’erede, il cardinale Ferdinando de’ Medici, scopre casualmente qualcosa che lo mette in guardia. Nel cassetto di uno scrittoio-forziere rinviene una bottiglietta che, secondo il suo medico, contiene arsenico, un veleno letale. Allora Francesco è stato assassinato e qualcuno vuol far ricadere la colpa su di lui! E forse dietro a questo c’è il fratello Pietro “invidioso, tenebroso, invelenito”. Meno male che l’altro fratello Giovanni può dargli una mano in un momento storico allo stesso tempo grandioso e difficile. Il Granducato di Toscana è uno stato florido, ricco, guidato dalla potente famiglia dei Medici, mercanti e banchieri il cui oro fa gola a molti. Il pericolo più infido proviene dalla Spagna di Filippo II che vuole liberarsi di Ferdinando altrimenti “l’eresia e le tenebre governeranno”, ora preso anche dai preparativi della Invincible Armada per conquistare il regno d’Inghilterra, mentre la Francia è in fiamme percorsa da eserciti che predano e fanno terra bruciata. L’unica difesa potrebbe essere costituita da una coalizione con i Farnese, gli Este, Venezia, l’impero e lo stesso papa. E occorrono uomini fidati che proteggano le spalle come il luogotenente Donati e Niccolò Fieschi, comandante della guardia.
Ma qualcuno della setta, voluta da Filippo II e guidata dall’Illuminato, ovvero un frate di origine francese, riesce a inserirsi, a trovare da loro un impiego: “Il prescelto aveva eseguito gli ordini, facendosi accettare come agnello nella tana del leone”. Così come Pamela, la ragazza che si è fatta mettere incinta dal più piccolo dei fratelli Juan Batista, pagata dall’ambasciatore Olivares per avere un “orecchio attento” nella casa di Don Giovanni. Ad aumentare ancor più i sospetti dei Medici si aggiungerà la premonizione di Rodolfo II d’Asburgo durante una delle sue allucinazioni “Guardatevi dai corvi… Volano a frotte, neri, incontrollabili. Hanno un capo che li guida, li sprona e un monarca che li appoggia… Vedo invidia, sangue, la religione. Non la vera, ma il fanatismo crudele. È una setta? Sì!”
La combatterà soprattutto Don Giovanni, giovane biondo, alto, sul collo una catenella d’oro dalla quale pende una “sferetta porta aromi a forma di tritone in oro e smalto, con rubini, perle e un grosso granato”. Aiutato, in seguito, anche dal generale Ottavio Colonna e dal suo piccolo eunuco Alizeth (e qui preparatevi ad una sorpresa). Difesa personale e alleanze, dunque continuamente in giro tra gli stati amici a cercare appoggio, aiuto, ora con promesse, ora con favori e ricchi regali.
Romanzo ampio e complesso. Personaggi storici realmente vissuti e inventati ben costruiti e fatti vivere con pochi tratti efficaci. Ognuno con i suoi tic, le sue manie, le malattie che li tormentano (vedi, per esempio la gotta di Filippo II o la depressione di Rodolfo II). Complotti, intrighi, l’assassinio, il potere, lo sfarzo, gli abbigliamenti, i banchetti, le cerimonie, l’amore, il sesso, angherie e umiliazioni (come la storia della bella Clelia Farnese, la “gemma” di Ferdinando de’ Medici) ma anche l’amicizia, la devozione, il sacrificio, la commozione che può nascere all’improvviso da una scena inaspettata, da qualcosa che colpisce nel profondo, una piccola luce nel buio di tanta grettezza e crudeltà. In giro tra i palazzi più potenti ma anche in bettole malfamate e avventure all’aperto dove si rischia la vita, come durante una lotta sanguinosa contro i lupi.
Capitoletti brevi alternati a quelli più lunghi in cui vengono espresse le intenzioni dei vari attori sulla scena. Lettura veloce, piacevole, che si avvale di una profonda conoscenza degli aspetti storici e sociali dell’epoca, ovvero ricerca storica e invenzione felicemente a braccetto lungo il racconto, dove grandeggia l’uomo con tutto il male e il bene che si porta appresso. Scontro finale che potrebbe preparare un altro seguito…
Di Patrizia Debicke vorrei ricordare L’oro dei Medici, Corbaccio 2009, L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013.

Le scelte imperfette di Manuela Costantini, Giallo Mondadori 2019.
“E lo vede. È proprio di fronte a lei. Un ragazzo legato per il busto con una corda che gli gira intorno al petto a uno di quei tavoli bianchi, scostato dal mucchio. Sandra lo guarda. Occhi negli occhi. Solo che quelli del ragazzo non ci sono più”. Siamo nel vecchio edificio dell’ex liceo da dove qualcuno è uscito poco prima correndo. Sandra cammina male dopo un incidente automobilistico ma deve arrivare al commissariato per dare l’allarme. Si ferma davanti allo studio dell’avvocato Filippo Dolci dal quale avrà l’aiuto desiderato.
Incomincia la storia con i suoi personaggi e gli eventi connessi. Filippo Dolci, dunque. Qualche spunto veloce. Avvocato, già detto, sposato con Lavinia, ha una figlia piccola Emma che ama teneramente. Basso, lo dice lui stesso, cappello Borsalino che non riesce ad indossare, ricordi della nonna sempre al centro dei suoi pensieri, la sua storia della pioggia, alla ricerca delle lettere di un certo nonno partigiano quando lui era bambino, apprensione per il suo grande amico Nunzio all’ospedale, la passione per il cibo e, dunque, da Osvaldo per la pizza più buona del mondo.
Gli altri: Pietro Ciccone, commissario di polizia; Saverio Tudini e Caterina Bernabè ispettori; il vicequestore Leone Nuvoli (preso da un bel libro di Dino Buzzati); Adele Scalzi medico legale; Nunzio Maiorani e Canella Ernani amici. Ognuno con la propria caratteristica peculiare di vita e di aspetto ben concretizzati.
Gli eventi principali: per ora tre omicidi in luoghi diversi; a un disgraziato sono cavati gli occhi, all’altro tagliate le mani, a un terzo le orecchie e non sarà finita… Perché prendere queste parti del corpo? Quale problema angoscioso e terribile si agita nell’animo dell’assassino? L’ospedale, tutto sembra girare attorno all’ospedale, anche perché gli uccisi vengono anestetizzati con il Diprivan… E Sandra, a un certo punto, ricorda qualcosa che le era sfuggito, qualcosa di bianco nella visione dell’uomo che correva via.
In prima persona il racconto di Filippo, in terza quello degli altri che si incrociano, si allacciano e convergono. Abbiamo il classico indiziato che scappa e viene messo in luce uno dei problemi attuali che agitano l’opinione pubblica, ovvero la legittima difesa (caso di Michele Corsini).
Un libro con domande infinite sull’uomo. Sulla sua malvagità (forse uccide perché non è felice secondo una suora), sulle sue scelte sbagliate o segnate dal Destino, sulla ricerca di un senso da dare alla vita. Le morti brutali restano quasi in secondo piano in un racconto dall’aspetto ugualmente concreto, brutale ma direi anche filosofico. Entrano nella scena vicende del presente e del passato individuale e collettivo come la guerra e la Resistenza. Importanti le scelte, ripeto, che bisogna fare “anche quando tutto sembra perduto”. Anche quando la vita ci appare “una grandissima, immensa, gigantesca fregatura”. Un personaggio questo Filippo Dolci che riesce, con la sua mitezza e bontà, a sfumare gli aspetti più neri dell’uomo. A fine lettura alziamo la testa e stringiamo le labbra. Qualcosa rimane.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco Le copertine, quinta interessante puntata del nostro Mauro Boncompagni.

La notte non esiste di Angelo Petrella, Marsilio Farfalle 2019
Già conosciuto l’autore e il personaggio principale Denis Carbone in Fragile è la notte. Ecco cosa scrissi “Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone”.
Questa volta niente caldo boia ma, alla vigilia di Natale, “un inverno inquieto” che è dire poco. Anche la Natura ci metterà di suo in una storia che incomincia con il ritrovamento del corpo di una bambina, sporco, tumefatto e seviziato. Ecco, allora, riemergere il terribile passato di Carbone: la perdita della sorella Alice, forse annegata in mare, forse rapita da qualcuno per sua colpa. Un assillo, un tormento che lo ha gettato in un baratro di vizio e disperazione. Nella sua vita, tra le altre, due donne: Teresa ex amante che gli annuncia di essere incinta, e Laura, un tempo anch’essa fidanzata, ora sposata con un altro dal quale vuole divorziare. Suo capo Lettieri, che gli fa girare le palle e il vice questore Tagliamonte deciso a incastrarlo per una vecchia vicenda non completamente chiarita in cui era stato coinvolto.
Qualche indizio come la caramella trovata nelle tasche dei pantaloni della morta, la nigeriana Salimah, a fare da esca per la vittima e il solito video che inquadra un sospetto con un particolare tatuaggio (il simbolo del Sole a cinque raggi) a dare impulso all’indagine in un ambiente davvero difficile: “Era un pezzo d’Africa trapiantato nel cuore dell’Europa, ma era l’Africa peggiore: quella della miseria, dei riti vudù e della gente prigioniera di un mare incurabile”. Tutto sembra ruotare attorno alla setta misteriosa del Culto del Sole Nero frequentata da uomini potenti. E arriva l’uccisione di un altro bambino mentre viene arrestato, addirittura, il suo capo Lettieri…
Verità e menzogna, apparenza e realtà si intrecciano e mescolano fra loro generando momenti di estremo dubbio e incertezza: chi è davvero questo?, chi è davvero quello? (non c’è da fidarsi di nessuno). In una Napoli disfatta dal gelo, dal vento, dalla pioggia e dagli uomini stessi dentro un groviglio vorticoso di eventi che si susseguono a ritmo serrato con continui colpi di scena (anche troppi) per un finale che ci prospetta una nuova avventura. Al centro il solito generoso Denis Carbone tra incazzature, ricordi penosi e incubi votato alla ricerca della verità dentro un’atmosfera esoterica che sembra vada di moda. Violenza contro violenza attenuata, in parte, dallo spicchio di luce d’amore di Laura e Teresa.

L’uomo che amava le nuvole di Paul Halter, Mondadori 2019.
Anno 1936. Pickering nel Somerset in Inghilterra. Un giornalista bizzarro, Mark Reeder, che ama le nuvole; una ragazza eterea, Stella, che svanisce nel nulla e predice il futuro; un vecchio maniero custode di storie e sciagure inquietanti. Il puzzle è già costruito per coinvolgere il criminologo Alan Twist e l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard. E per attirare l’attenzione dei lettori. Soprattutto la mia.
O vediamolo più da vicino. Il giornalista Mark Reeder, dicevo, decide di andare in vacanza. Entra nella sua auto, segue le nuvole e arriva al villaggio costiero di Pickering nel Somerset. Qui incontra Stella, una bella ragazza di 20 anni figlia di John Deverell che si è suicidato due anni prima a causa del fallimento dei suoi affari. Si era buttato da una alta scogliera così come la giovane moglie Dorothy. I due vivevano in un maniero in cima ad una collina dove il vento soffia sempre, che fu venduto quando John morì e Stella iniziò a vivere con la sua madrina maestra Miss Patience Walsh.
L’incontro e la frequentazione (ci scappa pure un bacio) lo porta a scoprire altre soprannaturali “caratteristiche” della ragazza, ovvero la sua capacità di trasformare in oro strofinando certe pietre e la premonizione delle morti proprio il giorno esatto.
Gli altri personaggi della incredibile vicenda sono Charles Trent, frequentatore della locanda locale, Joseph Wilder pescatore, Kenneth Fish e sua moglie Amanda entrambi insegnanti, Thomas James vicario e l’attuale proprietario del maniero Gerald Usher che lì vive con il maggiordomo Jasper. Tutti a conoscenza di almeno una delle “doti” di Stella.
Ottima è la loro caratterizzazione partendo dai due principali diversi nel fisico e negli atteggiamenti. Hurst robusto, dal respiro pesante, il viso arrossato e una ciocca di capelli che ondeggia nei momenti burrascosi. Si agita, sbraita, inveisce, aspira continue boccate dal suo sigaro. Twist alto e magro, con magnifici baffi rossi, volto pacifico e sorridente, occhi azzurri di “un brillio malizioso” dietro un pince-nez con cordoncino di seta nera. Una specie di calma serafica che non disdegna i pasticcini a delineare un perfetto, ironico, contrasto. E poi, come detto, il vento che soffia minaccioso e le premonizioni delle morti che puntualmente avvengono. Eventi soprannaturali? Chi c’è dietro a tutto questo? La stessa Stella o chi per lei? Plot complesso, intrigante, brividoso, apparenza e realtà che si mischiano, chi è quello?, chi si nasconde dietro l’altro? Inutili tutti i tentativi organizzati da Hurst per scoprire le sparizioni improvvise di Stella (una fata? una silfide, secondo i dubbi di Mark?) e acciuffare l’eventuale assassino dopo la predizione funerea della stessa.
Dunque lungo tutto il racconto circola il mistero, l’arcano, l’impossibile, la morte ma anche l’amore. Spiegazione finale di Twist come nel più classico dei classici. E se non convince del tutto, data la complessità proposta, pazienza. La mano dello scrittore di vaglia c’è e si vede.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco in arrivo L’era Tedeschi di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

I Maigret di Marco Bettalli

Il caso Saint-Fiacre del 1932
Celebre, e anche giustamente, anche se è il libro in cui Maigret si dà meno da fare e meno dimostra la sua straordinaria sensibilità e intelligenza, limitandosi a fungere da spettatore privilegiato di un dramma cupo, che si svolge nel giorno dei Morti nel paesino dove è nato e ha passato l’infanzia. Il tema del ricordo è fondamentale in ogni pagina: la tomba del padre (si chiamava Évariste, intendente al castello dei conti di Saint-Fiacre), la bimba dagli occhi storti compagna di giochi e ora triste zitella, la grande chiesa dove il commissario aveva servito da chierichetto in tante gelide mattine… Sul piano del giallo, la fama è dovuta al fatto che l’assassinio (formalmente non perseguibile; e una domanda rimane, senza che Simenon si curi di dare spiegazioni: per quale motivo avvertire la polizia giorni prima?) è compiuto facendo morire la contessa di crepacuore con l’inserimento nel messale di un messaggio per lei terribile, che annuncia il falso suicidio del figlio; poi la trama va avanti in modo inerziale, con la figura del conte Maurice che cresce sempre di più, fino a prendere tutta la scena da mattatore: un triste trionfo, ma con la soddisfazione almeno di aver ripulito il castello delle meschine figure di imbroglioni e farabutti che vi si erano stabiliti, anche e soprattutto per colpa sua.

La casa dei fiamminghi del 1932
Ambientato a Givet, alla frontiera franco-belga, bagnata dalla Mosa con le sue chiatte e i suoi battellieri, e con l’usuale contorno di freddo, pioggia e nubifragi vari (Simenon ama Maigret quando il suo cappottone è intriso di pioggia e il suo eroe sta per prendersi un malanno, combattuto con un’incredibile quantità di grog e liquori assortiti), mentre le notazioni sulle differenze tra francesi e belgi si agganciano in tutta evidenza alla condizione stessa di Simenon, La casa dei fiamminghi è un Maigret strano, che pone innanzi tutto un quesito morale: è vero che il commissario, qui e altrove, mostra di avere una sua idea di giustizia che può contrastare con le procedure ufficiali, ma è corretto “salvare” l’assassina, una lontanissima parente (che tra l’altro l’aveva tirato in ballo senza alcun incarico ufficiale) che ha ammazzato con premeditazione – a martellate! – una povera ragazza per “motivi familiari” legati alla salvaguardia di un fragile e troppo amato fratello? Comunque, il dipanarsi della storia permette a Simenon di dispiegare la sua capacità di disegnare personaggi, tra i quali il ritratto di Anna, l’assassina, è ben riuscito.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il pianto dell’alba di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Ci sono voluti undici episodi della fortunata serie, ambientata negli anni Trenta del Novecento, per regalare a Ricciardi la speranza di un futuro. Poi finalmente la certezza di un sentimento ricambiato, un sereno matrimonio senza sfarzo, la sua volontà di tornare a Fortino, il castello avito, per il viaggio di nozze anche per presentare a quanto resta della famiglia sua moglie, la baronessa di Malomonte e proprio là concepire con reciproco amore ed estrema tenerezza una nuova vita. Il Ricciardi che esce una mattina dal portone di casa, per andare a coprire il turno domenicale in questura, non è più il commissario ombroso e solitario che abbiamo conosciuto. Ha imparato a sorridere, a gioire dei gesti affettuosi di Enrica, a ricambiarli. E infatti è un uomo e un poliziotto diverso il protagonista di Il pianto dell’alba. Sembra un’altra persona. E forse lo è. Perché la responsabilità è qualcosa che fa cambiare, nei sentimenti ma anche nelle reazioni di fronte alla realtà politica di quel periodo, che copre tre anni di vita del commissario fino al fatidico 1934. Nel 1934 in Germania ci fu quella che è passata alla storia come La notte dei lunghi coltelli, un notte di massacri organizzata per volere del Führer con il dichiarato intento di eliminare ogni ostacolo alla propria ascesa al potere. Nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio del 1934, infatti, furono eliminati i capi delle SA (Squadre d’Assalto) e gli avversari di Hitler all’interno del partito…
De Giovanni trasforma quel sanguinoso episodio della notte tra il 30 giugno e il 1 luglio. con la definitiva presa del potere in Germania del partito nazionalsocialista, nella causa incidentale e nel minaccioso sfondo della sua storia, riportando in scena Manfred, l’ufficiale nazista che aveva chiesto la mano di Enrica e Livia, la bella cantante vedova.
Ma ritorniamo al nostro vecchio amico e siamo contenti per lui. Enrica è la incontrastata regina del suo cuore e della casa. E infatti ogni volta che esce di casa e si allontana da lei, quasi in una muta confessione di amore, non fa che alzare lo sguardo per cercare il suo che lo segue dalla finestra. Sguardi, i loro, colmi di condivisa complicità. Perché Ricciardi, il trentaquattrenne da sempre provato da un grave fardello psicologico e che forse per la prima volta della vita sperimenta la dolce spensieratezza di un adolescente, oggi è un uomo felice. Dai giorni del Purgatorio dell’Angelo, la precedente indagine, Ricciardi ha aperto il suo cuore a Enrica e le ha affidato il suo pesante segreto (dono o condanna che sia): la sua angosciante capacità di saper cogliere gli ultimi istanti di chi sta per morire per cause innaturali. Lei lo ha ripagato offrendo appoggio, acquietandolo con comprensione e infinito amore. Contraccambiata. Tanto che Nelide, nume tutelare tuttofare del commissario, granitica nipote della vecchia tata morta, le spiega senza peli sulla lingua «Sì, vabbè, il barone, se mai ho visto uno che, parlando con rispetto, si è completamente scimunito per amore, è lui». Oltre al matrimonio, l’abbiamo preannunciato, Ricciardi sta per diventare padre. Una gioia infinita appena velata dal segreto timore che il nascituro possa ereditare il dolore insito nei suoi occhi verdi, invece della serenità e gioia di vivere che brilla in quelli di Enrica. Il sesso poi? Maschio o femmina, cosa che si scoprirà solo alla fine, è oggetto di discussioni e contrastanti interpretazioni tra Maria, madre di Enrica, e Nelide. Però, anche se il romanzo parte con un Ricciardi che esce disinvolto e appagato dal portone di casa avviandosi verso il lavoro, c’è il sottotitolo dell’indagine: «Ultima ombra per il commissario», che porta in sé la premonizione di un mutamento. Il pianto dell’alba narra infatti, come ha anticipato Maurizio de Giovanni, una storia molto articolata. Leggeremo che quella domenica mattina Ricciardi non arriverà mai in questura perché incontrerà il brigadiere Maione, che sta scortando la cameriera di Livia in lacrime e gli chiede di seguirlo. Ricordate Livia, l’amica cantante da sempre infatuata di Ricciardi, che da mesi esce con un tedesco, il maggiore Von Brauchitsch, che corteggiava Enrica? Tra loro è scoccato qualcosa, la sera prima erano a una gran festa, ma la cameriera di Livia, rientrando prima del previsto, li ha scoperti nel letto: lui morto, lei priva di sensi ma con in mano la pistola con la quale Brauchitsch è stato ucciso. L’immediato accertamento di Ricciardi e Maione, supportati dal dottor Modo, viene interrotto dall’arrivo della polizia politica fascista che li allontana e si accolla il caso. Ma se Ricciardi, Maione e Modo sentono di dovere a Livia almeno un’indagine senza preconcetti, sanno di avere a che fare con gente pericolosa, senza scrupoli e soprattutto servi del potere. E allora bisogna muoversi con grande discrezione, senza dare scandalo. Come? Tornano in scena i personaggi noti, il femminiello Bambinella trascinato dall’acume del brigadiere Maione, il fruttivendolo Tanino o’ Sarracino coinvolto nell’affare dall’intelligente logica contadina di Nelide, l’infinità generosità del dottor Modo a cui tutti devono qualcosa, l’impagabile contessa Bianca Palmieri, la vera grande amica sempre pronta a intervenire per Ricciardi. Come se in questo clima da fine di un ciclo, ciascuno di loro volesse offrire il meglio per contribuire alla soluzione del caso. Una trama complessa che naviga a vista nell’aspro clima di paura di quei tempi. E la paura allora attanaglia Ricciardi…
Una trama con un’indagine da brivido che vede implicati tanti burattinai, che va a intrecciarsi ad altre storie su diversi piani personali e professionali gestiti da agenti fedeli in contrasto, con sporche azioni biecamente premeditate da ambigue spie e personaggi equivoci. Come venirne a capo? Maurizio de Giovanni aveva fermamente dichiarato di voler chiudere la serie Ricciardi con questo dodicesimo episodio. Tuttavia solo l’idea ha messo in subbuglio i fan della serie. Ma poi sarà davvero la fine di Ricciardi? O piuttosto un lungo congedo? Sicuramente questo preciso ciclo narrativo di Ricciardi legato agli anni Trenta è finito. Ma in futuro? Chissa…

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Per i tipi della Newton risale in scena Lupo Bianco, al secolo l’ispettore Marzio Santoni, e noi torniamo in Val di Luce, straordinaria e fiabesca località montana (a me ricorda tanto l’Abetone e l’autore, nelle note finali, ammette tranquillamente qualche artistica correità). È comunque una spettacolare ambientazione per un ideale paese montano che Matteucci riempie di personaggi originali e decisamente intriganti. Cominciamo subito con Marzio Santoni, il gigantesco poliziotto dai lunghi capelli biondi, dotato di un odorato finissimo, che possiede una vespa rigorosamente bianca e vive nella sua baita immersa nell’incontaminato splendore della natura, priva di tecnologie moderne e comodità. E ci vive spesso con la piacevole compagnia di qualche bella ragazza di turno e sempre con quella di un piccolo zoo che comprende un riccio, un topo, Romeo una specie di efficientissimo cane poliziotto, un gattino (new entry), un pipistrello e una colonia di formiche. Passiamo ora alla sua squadra di collaboratori, cominciando dal suo vice e numero due Kristal Beretta, impavido pilota della Suzuki Samurai, nessuna condizione atmosferica potrà mai arrestarlo e che carbura divorando la vasta gamma dei cioccolatini Ferrero, per proseguire con l’anziano ma efficientissimo dottor Franzelli con l’hobby della pittura e l’irrinunciabile supporto del maresciallo Pieretti a capo del team della scientifica. Ci sarebbero anche le vedette clandestine, le “mirtillaie”, curiose vecchiette che tutto vedono e di tutti sanno, ma quelle tengono sempre la bocca chiusa. Al massimo diffondono voci. Figure caratteristiche, gente di montagna, dura, chiusa, grezza, non cattiva ma omertosa. Però per fortuna ogni tanto a dare una mano arriva il messaggio, profumato di Chanel n°5, firmato dalla misteriosa Coccoina. Dopo novene e preghiere in chiesa, in fervida attesa della gara maschile di Coppa del mondo, finalmente la neve fiocca abbondante (anche troppo) su Valdiluce e su alcuni segreti che intrigano Lupo Bianco e il suo vice. Coccoina ha scritto instillando sospetti sulla morte della giovanissima sensitiva Franca Berti, un cuore puro in grado, si diceva, di parlare con gli alberi. Ma la sua morte è stata davvero provocata dalla sua pur gravissima e letale malattia?…
I morti ammazzati si accumulano e Santoni e il suo vice, per riuscire a scoprire gli assassini, dovranno districarsi in una fitta ragnatela di illeciti, atti criminali e spaventosi omicidi, supportati anche dall’utilizzo di modernissime e fantascientifiche tecnologie. Ma ogni indizio che trovano, mostrando solo parte della verità, pare volersi intrecciare malignamente in un macabro gioco mortale. E mentre non aiuta certo la testarda omertà delle vedette, per fortuna la famosa Miss Coccoina, ha deciso di svelare la propria identità, intervenire e con la sua testimonianza indirizzare la svolta finale delle indagini. Imperdibili le atmosfere montane e il fine humour descrittivo nella presentazione dei vari personaggi, sia animali che esseri umani. E complimenti per l’ingresso di Valdiluce nel Guinnes dei primati per produzione della più grande quantità di vin brulé al mondo. Ben 2106 litri! Urrah! Franco Matteucci, alla prossima!

Le letture di Jonathan

Oggi vi presento Lo strano caso del ladro di notizie di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Come tutte le volte Geronimo se ne sta tranquillo nel suo ufficio. Però questa volta, oltre ad essere molto tranquillo, è anche veramente soddisfatto perché è uscito il suo nuovo libro, un vero e proprio topseller. Ad un tratto entra in ufficio la sua segretaria Topella per comunicargli una cosa piuttosto importante. Il loro giornale, l’Eco del roditore, ha venduto solo dieci copie mentre la Gazzetta del ratto ne ha vendute molte di più per una notizia sensazionale in prima pagina. Geronimo, assai depresso, decide di andare a cena in un ristorante con la sua famiglia per tranquillizzarsi. Lì incontra Sorcello Panzana, un direttore de “La Gazzetta del Ratto”, che riceve una telefonata alle dieci in punto. È stato chiamato da qualcuno che gli ha comunicato una notizia sensazionale da mettere in prima pagina per il giorno dopo: un furto ad una fabbrica di formaggio. Il giorno seguente Benjamin, il nipotino di Geronimo, legge il giornale e capisce che qualcosa non torna… sono stati imbrogliati. Infatti la notizia è falsa!
Ma questa non è l’unica notizia falsa, ce ne saranno molte altre escogitate da Sorcello per vendere più copie, come il furto del pezzo di formaggio della Statua della Libertà di Topazia, che invece era stato messo in una botola sotterranea da Sorcello stesso e dai suoi collaboratori…
Geronimo riuscirà a far conoscere l’inganno di Sorcello a tutti e a vendere più copie?… Ogni tanto, cari lettori, anche voi, come lui, troverete sparsi degli indizi che vi aiuteranno a capire la truffa. In bocca al lupo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2019

Questa volta mi sono buttato sulle canzoni. Così, d’istinto, senza un piano preciso. Saltando di qua e là come un fringuello spensierato da un ramo all’altro. Ho rivisitato con l’animo in subbuglio vecchie canzoni che mi hanno riportato alla mente vecchi ricordi, e canzoni moderne, modernissime per non fare brutta figura con il mio nipotino. Canzoni melodiche, jazz, rock and roll, twist, pop, rap, strane, stravaganti, e chi più ne ha più ne metta. La musica, la musica che ti entra dentro a scioglierti un poco, a commuoverti, ma anche a scuoterti, agitarti, a farti sorridere e ridere. Quante canzoni e quanti cantanti! (maschi e femmine, s’intende). Vivi e concreti ma anche morti stecchiti che pulsano ancora dentro di me. Una nota, un volto, un gesto, un movimento, un acuto, uno scatto rimasto nel cuore che riaffiora improvviso. Mamma mia…

Pizzica amara di Gabriella Genisi, Rizzoli 2019.
E presentiamolo subito il nuovo personaggio di Gabriella Genisi, dopo la dirompente commissario Lolita Lobosco dei lavori precedenti. Ovvero il maresciallo Chicca Lopez “Piccolina sì, abbronzata, i capelli lunghi trattenuti da una coda. E carina forte, con quell’aria un po’ orientale. Ma tutta un fascio di nervi e muscoli scattanti, con una voce d’acciaio. Una di quelle piene di tatuaggi sotto la maglietta, se solo il regolamento non lo vietasse espressamente.” Insomma una specie di Soldato Jane con un passato tremendo alle spalle. Figlia unica di ragazza madre, lasciata dai genitori ai nonni e alla loro morte in una casa famiglia. Vive a Gallipoli insieme a Flavia, una biologa più grande di dieci anni.
All’inizio impegnata nella lotta contro il degrado della Terra dei fuochi e contro chi cerca di occultarla. Scrive perfino al ministro dell’ambiente per far luce su un Salento “oscuro e profondo” (ricordi dolorosi della cugina Caterina morta di leucemia). Per i suoi meriti diventa maresciallo al comando provinciale di Costadura e subito deve vedersela con il trafugamento della salma di Conte Tommaso fu Cataldo e con la morte (strangolamento, poi annegamento) di una ragazza alla Marina di Torre Chianca. Ma non finisce qui, perché arriva pure l’impiccagione di una ragazza in zona Castello, studentessa al liceo Pascoli, figlia di genitori abbienti. Ciò che lega i casi è un tatuaggio sul corpo, una semplice croce greca gemmata. A tutto ciò si aggiunge una serie di fatti precedenti, incredibili e inquietanti “Carcasse di animali avvolte in drappi scuri, ossa mescolate a cera di candele, persino un paio di taniche di una roba maleodorante che sembrava sangue”, ragazzini, seguaci di Marilyn Manson, ipnotizzati dal rock satanico, che sgozzano una coetanea in un rituale, due ragazze e un ragazzo che si tolgono la vita. Dal colloquio, duro e struggente con una “macara”, una strega (vedi il racconto della sua vita), vengono poi fuori feste, festini, riti di iniziazione sessuale in una masseria, a cui partecipano ”imprenditori, magistrati, giornalisti, politici di vario colore e ruolo”, pure un cardinale, un vescovo, un ministro della Repubblica, sottosegretari, emiri, banchieri, primari, dirigenti di azienda…
Un incredibile lavoro per il maresciallo Chicca Lopez, impegnata a casa in un rapporto sempre più difficile con Flavia e, in ufficio, con il capitano Biondi, classico “maschio sbruffone”. Per non parlare dei ricordi e degli incubi che la assillano e i nuovi dubbi sulla sua sessualità, confortata dall’amico psichiatra Gérard.
Prima di leggere il libro mi aspettavo ironia e sorriso sparsi ovunque come nelle vicende con la Lobosco, e invece mi sono trovato di fronte a scene e situazioni angosciose, drammatiche, drammaticamente esposte, tutto un caos e un pessimismo che si diffonde quasi da ogni pagina (rara avis momenti sereni). Per risolvere il caso, o meglio i casi che si intrecciano fra loro (arriverà anche un altro morto ammazzato), bisogna rischiare di persona con un particolare travestimento. In fondo, ma proprio in fondo, una piccola luce per la nostra Chicca. Chissà, forse con un tuffo nell’acqua…
P.S.
E la “pizzica”? Un ballo tradizionale del luogo che avrà la sua parte.

Il gioco degli dei di Paolo Maurensig, Einaudi 2019.
Punjab 1965. Tutto ha inizio dalla ricerca di Norman La Motta, corrispondente del “Washington Post”, di Malik Mir Sultan Khan, grandissimo giocatore di scacchi sul quale aveva già raccolto in passato parecchio materiale e foto “che risalivano agli anni Trenta, quando era sbarcato in Europa al seguito del maharaja Sir Malik Umar Hayat Khan”. Quattro anni di successi per poi svanire improvvisamente e salire alle cronache giornalistiche come una specie di impostore a causa di uno scandalo relativo all’eredità di una delle donne più ricche d’America. La ricerca inizia partendo dal suo luogo di nascita, chilometri e chilometri in lungo e in largo, finché lo trova a Sargodha, nell’ospedale di una missione di preti colombiani “Macilento, ossuto, il volto scavato, ricoperto dalla barba incolta, e i lunghi capelli candidi che spiccavano sulla carnagione scura.” È malato di tubercolosi e accetta di parlare della sua vita proprio per far conoscere la verità oscurata dai giornali.
Ora il racconto in prima persona. Il karma, il destino sembra già tracciato sin dall’infanzia quando una tigre assassina prende di mira il suo villaggio e uccide i suoi genitori. A quindici anni diventa il carnac del villaggio, ovvero il guardiano degli elefanti. E c’è sempre la tigre a gettare panico e paura. A uccidere. Occorre chiedere l’aiuto del padrone, il maharaja Sir Malik Umar Hayat Khan, più semplicemente Sir Umar Khan. Ricco, ricchissimo tanto che “Tentare di scoprire a quanto ammontassero i suoi averi era come pretendere di sapere il numero degli astri in cielo o dei granelli di sabbia nel deserto di Thar”. Ricchissimo, dicevo, appassionato di sport e, soprattutto, del chaturanga, praticamente l’antenato degli scacchi. Un incontro che cambierà la vita al nostro Malik desideroso di conoscere e approfondire “il gioco degli dei”. Mostrando subito ottimo talento viene fatto trasferire a Delhi come servitore nella villa del padrone dove, tra gli altri impegni, assisterà alle partite tra Sir Malik e Kishanlanl Sarda, più volte campione del Punjab, che gli insegnerà anche le nuove regole del gioco occidentale. Al campionato assoluto di Delhi si piazza primo senza alcuna difficoltà.
L’atteggiamento di Sir Uman Khan mette in imbarazzo i convitati inglesi con i suoi discorsi sulla superiorità culturale dell’India, lui ricco ma pur sempre, per loro, un inferiore. Spesso tocca anche il tasto degli scacchi ma parlare di questo gioco è “come premere il dito su un nervo scoperto”. Ad eccezione di Howard Staunton, vissuto nel secolo precedente, non ci sono in Gran Bretagna “punte di diamante”, anche se gli scacchi risultano popolari. Malik gioca con i frequentatori della villa e vince. Solo qualche patta, su ordine del padrone, con le persone influenti. Fino a quando arriva la scommessa da parte di un maggiore inglese che il “sempliciotto” indiano non sarà capace di vincere il British Chess Championship, avendone diritto di iscriversi come suddito della Corona. Scommessa accettata: duecento libbre d’oro del riccone contro un penny dell’altro.
Il 15 marzo 1929 parte per l’Inghilterra con il suo padrone e il maestro Kishanlal Sarda. Viaggio lungo, stancante, l’attacco della malaria, la debilitazione, i primi dubbi e timori. Qualche incontro nei circoli scacchistici londinesi, qualche insuccesso, la difficoltà a trascrivere le mosse, i commenti di disprezzo della gente, dei giornali. Ed ora il British Chess Championship. Vinto, con grande gioia di Umar Khan. Fulminea la carriera, dura poco più di tre anni, ma ciò che lascia tutti di stucco è la sua vittoria ad Hastings contro l’ex campione del mondo Raul Capablanca. Che gli fa una certa impressione per il suo aspetto curato, vestito impeccabilmente, il fazzoletto che gli spunta dal taschino intonato con cura alla cravatta dal nodo sottile, fissato al colletto da una spilla d’argento, i capelli impomatati e la stretta di mano vigorosa. Una vittoria, però, che risulta “tra le meno brillanti” in un finale complicato che “gridava a gran voce alla parità”. Avrebbe accettato addirittura la patta se gli fosse stata chiesta. Ma Capablanca continua la partita fino a quando rovescia il re sulla scacchiera “senza rabbia né livore”. È l’ultimo incontro importante per Malik anche se poi vince a Berna, ad Amburgo e due volte il campionato britannico. Qualcosa si è spezzato, si ritrova lontano dalla patria in un mondo che non è il suo, in una città perennemente avvolta nella nebbia. E poi la guerra, la maledetta guerra, i bombardamenti, le complesse vicende personali, l’ospedale… E si ritroverà, addirittura, a New York! Qui il lavoro di tassista, l’incontro con la ricchissima Mrs Abbott, il loro rapporto, l’accusa di impostore, la vittoria della causa…
Non sveliamo altro. Una storia, un viaggio, un lungo viaggio di un uomo segnato dal karma, dalla tigre, dal destino. Un viaggio fra culture diverse, modi di agire e pensare diversi. Il colonialismo, il razzismo, la guerra. Un percorso, duro, difficile, nel corpo e nella mente. Sprazzi di gloria finiti nell’oblio come una stella cadente. E noi lettori ci ritroviamo improvvisamente lì, insieme a lui, con i suoi momenti di esaltazione, di gioia, i suoi dubbi, i suoi tormenti fisici e dell’animo. Paolo Maurensig ci ha donato la carrellata fantastica di una vita, una delle tante vite complesse di questo mondo. Che ci fa pensare e riflettere. Ora sorridenti, ora un po’ malinconici e commossi.

“Il 26 aprile 1478, durante la messa domenicale, Lorenzo de’ Medici e suo fratello Giuliano, i giovani leader di Firenze, furono assaliti nel duomo. Giuliano fu pugnalato diciannove volte, e morì sul colpo, mentre Lorenzo, ferito solo leggermente, riuscì a sfuggire all’attentato. I fiorentini leali ai Medici reagirono, violentemente massacrando tutti gli attentatori che riuscirono ad acciuffare.
Questo audace attacco, uno dei più famigerati e sanguinosi complotti del Rinascimento italiano è noto come la congiura dei Pazzi”.
Così nel Prologo di L’enigma Montefeltro di Marcello Simonetta, Rizzoli 2008, lo storico che ripercorre gli anni tumultuosi che precedettero la congiura, “i suoi retroscena e le sue ripercussioni sugli eventi che ne sono seguiti”. Con qualcosa in più. La scoperta nel 2001 di una lettera che contiene informazioni fino ad ora sconosciute sulla detta congiura. Ed essa rivela che uno dei mandanti è… (un po’ di suspense)…  Federico Da Montefeltro, duca di Urbino. E l’altro addirittura il papa Sisto IV…
Prima, però, e più esattamente nel dicembre del 1476, abbiamo l’assassinio di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, che rompe gli equilibri di potere allora nella nostra penisola. Da qui parte il racconto (la storia degli eventi si legge proprio come un racconto) di Marcello Simonetta, discendente di Cicco Simonetta, cancelliere degli Sforza dal 1450, che ebbe un peso notevole in quelle vicende. E che si allarga ad altri eventi importanti legati più o meno strettamente all’argomento.
Il 26 aprile 1478 avviene il fattaccio già accennato all’inizio. Tutti i congiurati vengono presi e giustiziati. Francesco Pazzi è catturato nelle sue stanze del palazzo di famiglia, trascinato per la strada e impiccato alle finestre più alte di Palazzo Vecchio. Idem per l’arcivescovo Salviati e stessa sorte per Jacopo Pazzi. Cambia solo il luogo dell’impiccagione, Piazza Signoria. Jacopo Bracciolini, il famoso umanista, viene afferrato per i capelli da Cesare Petrucci e fatto sfracellare dalle finestre di Palazzo Vecchio. Gian Battista, conte di Montesecco (che è poi quello che rivela la congiura), è catturato tre giorni dopo e decapitato alla Porta del Podestà. Si salva solo il cardinale Riario, nipote del papa, messo in prigione. Il corpo di Jacopo Pazzi è dissotterrato dal popolo per ben due volte e poi gettato nell’Arno. Bernardo Bandini, l’assassino di Giuliano, viene catturato un anno più tardi a Costantinopoli, portato a Firenze e impiccato il 29 dicembre 1479. I Medici rimangono al potere.
Il libro continua con le vicende intriganti che coinvolgono Firenze, Milano, Napoli e il papato. Ricco di personaggi, di avvenimenti, di malizie diplomatiche, di sospetti, di spie (ce ne sono diverse con nome e cognome), di documenti. Prosa accurata e piacevole, molte note a supporto, un indice sulle fonti e un’ampia bibliografia chiudono questo bel libro.

I Maigret di Marco Bettalli

Un delitto in Olanda del 1931
Molto originale per ambientazione, con Maigret alle prese con le abitudini e i personaggi di un piccolo paese in Olanda, dove un odiosissimo (Simenon si sfoga spesso con inusitata durezza sulle figure di professori universitari e intellettuali in genere) professore francese, dopo aver tenuto una conferenza, viene invischiato in un sorprendente omicidio che scuote profondamente la minuscola comunità. Lo scioglimento, giallisticamente non spettacolare (la colpevole non poteva non essere tra i principali indiziati fin dall’inizio, vista anche l’esiguità del numero dei protagonisti), avviene “alla maniera di Poirot”: tutti in una stanza, con il deus ex machina che sa tutto e gli altri che sono nel buio più completo (particolarmente idiota l’ispettore olandese). Nel complesso, un esperimento abbastanza riuscito: il contesto sociale (borghesia conservatrice e oppressiva vs ansia di libertà della gente semplice), alla fin fine, lo ritroviamo identico anche a Parigi; qui si aggiungono simpatiche riflessioni sulla difficoltà di comunicare (Maigret notoriamente conosce solo il francese; l’olandese poi…) e considerazioni, non certo approfondite, sulle differenze tra Francia e Olanda nelle dinamiche di relazione tra i sessi.

Il crocevia delle Tre Vedove del 1931
La potremmo definire una pièce teatrale (vista la sostanziale unità di tempo e di luogo) in un paio di atti, più una commedia che una tragedia, perché anche le tragedie che si susseguono sono osservate con tono leggero, senza che vengano prese davvero sul serio. Tutto avviene con pochi protagonisti, in un crocevia con tre case a 50 km da Parigi, in un paio di belle giornate di aprile. Il caso è inizialmente complicatissimo, per poi sciogliersi in modo semplice: tutti, ma proprio tutti, sono colpevoli in diversa misura (l’unico a essere condannato a morte sarà tal Guido Ferrari, credo unico italiano a subire questa sorte in tutti i Maigret) tranne, ovviamente, il primo indiziato, che subisce un pesantissimo interrogatorio di 17 ore, con il quale il libro si apre. Il risultato di questo pastiche è godibilissimo: comprese le turbe erotiche di Maigret alle prese con la protagonista, molto “d’epoca”, con vestaglie che si aprono per un istante, occhiate languide, profumi inebrianti e quant’altro. Se vogliamo, tutta la faccenda è estremamente caricata e, diciamolo, abbastanza inverosimile; ma i ritratti (dell’assicuratore piccolo arrampicatore sociale, del garagista ex-pugile, di altre figure minori) sono divertenti e la coppia Maigret-Lucas appare in ottima forma, nonostante sia al centro di almeno un paio di sparatorie e corra dunque rischi inusitati (anche se molto più comuni nei primi Maigret rispetto ai successivi).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Mia o di nessuno di Ugo Mazzotta, Todaro 2019.
Da sempre la vita del vice commissario Pelagia Corsi è stata segnata dal suo nome di battesimo. Un nome che la perseguita da sempre, impossibile dimenticare l’incubo delle risate dei compagni di scuola alle elementari. Poi sono arrivati quelli delle superiori che, sfogliando la Treccani, scoprivano che sì era esistita una Santa Pelagia, forse due, ma la più famosa prima di assurgere alle vette della beatitudine avrebbe esercitato la vecchia “ehm professione”, per cui da quel momento rischiava di farsi chiamare “santa zoccola”. Non basta, oltre tutto Pelagia è un nome che praticamente nessuno riesce a dire in modo giusto, malmenato spesso dagli amici in Pilli, Pel o roba del genere. In realtà la nostra povera vice commissario, complessata dal piedistallo concesso ai genitori, padre grande pittore, madre francese di gran classe, è afflitta da sempre e nei momenti sbagliati da una petulante voce interiore che, con il baritonale timbro paterno, l’accusa di fare stupidi errori, di non capire un’acca perché logicamente non può supinamente accettare le sue scelte di vita e di lavoro. Eh già! Certo, come avrebbe potuto un grande artista, eccellente pittore, anzi un genio acclamato dal mondo intero, morto qualche anno prima lasciandola erede di cospicue sostanze, accettare con gioia che l’unica figlia, alla quale aveva dato una perfetta educazione internazionale arricchita da svariate conoscenze linguistiche, invece di seguire un’altra strada o magari provare a seguire le orme paterne, avesse scelto di diventare ufficiale di polizia? Ora però ricominciamo da capo, torniamo al giallo e ricapitoliamo per i lettori. La vice commissario Pelagia Corsi (romanesca d’origine) vive a Napoli in una splendida villa Liberty al Vomero con Milky, un piccolo serpente del latte, innocuo ma copia sputata del corallino; si serve creativamente dell’arte giapponese del “kintsugi” e fatica parecchio ad avere relazioni affettive stabili. È in forza al commissariato napoletano del Vomero agli ordini dell’anziano commissario Del Vecchio, ma da un giorno all’altro si trova coinvolta in una complessa indagine che preannuncia connivenze tra camorra, prostituzione e malavita cinese. Come può un supermarket cinese collegarsi a un noto avvocato, diventato famoso su quotidiani e in televisione per aver denunciato la scomparsa della moglie? Nel corso delle indagini sul caso, coordinate da una spiccia magistrato, salterà fuori un possibile legame con la sparizione, qualche giorno prima, di una bella ginecologa napoletana, vittima sconvolta di un misterioso stalker. Eh già, perché sul cellulare segreto della donna, che da mesi si scoprirà aveva una relazione, poco prima della scomparsa era arrivato il messaggio: “Mia o di nessuno”. La donna si è allontanata per sua scelta? È stata rapita? È morta, vittima di una mano omicida? Il marito, l’avvocato Adolfo Tommasi, ben ammanicato in alto loco, non la racconta giusta. È coinvolto nella faccenda? La povera Pelagia ha per le mani una brutta gatta da pelare, un’indagine tutta in salita costellata di ordini e richiami anche per i cavilli e gli ostacoli imposti dai suoi superiori. Insomma, proprio lei che i paletti non li sopporta, non può muoversi come vorrebbe, ma vada come vada, nessuna stolta burocrazia le impedirà di mettersi lo stesso non ufficialmente sulle tracce dello stalker e potenziale assassino. Niente e nessuno potrà fermarla perché, in virtù della sua testardaggine, districandosi tra false piste e mettendo a rischio persino la propria vita, il vice commissario Pelagia Corsi riuscirà alla fine a far combaciare tutti i pezzi di un puzzle da paura e sbrogliare il caso.
Mi piace Pelagia Corsi, nuova e indovinata protagonista di Ugo Mazzotta per una storia densa di humour (come non citare la sofferenza del vice ispettore nel redigere i rapporti di routine nei consueti gergalismi questurini). E comunque una storia azzeccata che ha per degna cornice viva, verace e palpabile una grande Napoli da cartolina.

Con La nave dei vinti, TEA 2019, Leonardo Gori fa un regalo ai suoi lettori scrivendo il terzo e finora sconosciuto capitolo della saga di Bruno Arcieri…Gennaio 1970: Bruno Arcieri guarda bruciare nel portacenere del bar della stazione di Firenze il biglietto aereo che avrebbe potuto portarlo da Elena, in Israele. È un taglio netto, definitivo. Ormai ultrasessantenne, ha scelto di rinunciare a lei per sempre, non partirà mai più. È mezzanotte, c’è solo Marie, il conforto della sua presenza, il vederla seduta al tavolino accanto a lui, la sua dolcezza e la sua cauta curiosità sui fantasmi che tornano dal passato. Quei fantasmi di una vecchia storia, compressi troppo a lungo, pronti a traboccare e che Arcieri decide di condividere con Marie, la donna del suo futuro. Una grande storia che Leonardo Gori affida a un lungo, quasi interminabile, racconto notturno che comincia a mezzanotte davanti a un bicchierino di cognac al bar della stazione e continua fino alle tre di notte, dipanandosi in un lungo giro a piedi, nella gelida cornice della Firenze di notte, le sue vie e le sue piazze, per concludersi di nuovo per strada la mattina dopo.
Genova, marzo 1939: Bruno Arcieri, capitano dei Carabinieri da pochi mesi in servizio a Roma, da poco agente del SIM con ufficio segreto in Piazza Navona, è stato spedito là in fretta e furia dal Comandante, il suo nuovo capo, per una missione urgentissima e misteriosa con Nanette, conturbante trentenne dal passato difficile, diventata collaboratrice esterna dei Servizi. Un’improvvisa partenza notturna che gli ha persino impedito di avvertire Elena Contini, in arrivo da Firenze per stare con lui. Il suo compito è salire su un piroscafo inglese, attraccato nel vecchio porto con una grossa falla subita durante una tempesta, che trasporta un carico di profughi, spagnoli e non, in fuga dalla guerra civile, partiti da Barcellona, per verificare l’identità dei passeggeri. A bordo nel salone della nave trova un prestigiatore che ha organizzato uno spettacolo per uomini, donne e bambini. Degli squadristi sono già sulla nave e stanno torchiando in malo modo il comandante. Arcieri deve imporsi e far valere la sua autorità per allontanarli. Usando il prestigiatore come interprete, scopre dal capitano che qualcuno ha ucciso e nella stiva c’è un cadavere non identificato. Ma la sua missione si complica quando riceve l’ordine di collaborare con un emissario del Vaticano, il vescovo Eugenio Winkelmann. Il vescovo deve incontrare un agente segreto nascosto tra i profughi, nome in codice Morgan, che sarebbe in possesso di documenti molto importanti sul patto di non belligeranza pronto a essere siglato tra Molotov e Ribbentrop. Documenti di vitale importanza che forse potrebbero scongiurare l’invasione della Polonia e il dilagare del nazismo. Arcieri sale a bordo e comincia gli interrogatori nel tentativo di individuare l’agente Morgan. Ma la situazione è tesa e difficile. Bisogna trovare il modo di far sbarcare i passeggeri assediati dagli squadristi e, nonostante l’abile diversivo organizzato da Arcieri, l’operazione si rivela molto più complessa e impegnativa del previsto, tra letali agguati di spie, profughi che non possono essere rimpatriati e devono trovare una via d’uscita, agenti che fanno il doppio gioco e un avventuroso susseguirsi di inseguimenti.
Mettendo a fuoco quei terribili mesi che precedettero lo scoppio della guerra, quando l’Europa cominciava a slittare verso il baratro, Leonardo Gori rievoca per bocca di Bruno Arcieri l’atmosfera angosciante che incombeva sul mondo intero. E mette, lui, uomo di cultura, innamorato della letteratura anglosassone e della musica d’oltreoceano, del jazz, il militare retto, abituato a ubbidire, l’uomo senza tessera di partito, già antifascista nel segreto dell’ animo, di fronte ai primi seri dubbi, alle prime vere scelte decisionali. Quelle che hanno formato il Bruno Arcieri del 1970, romanzo dopo romanzo, facendolo diventare un uomo segnato dall’età, dalle esperienze vissute e dalla disillusione. Un personaggio gravato dall’esigenza di ricordare e di spiegare, anche a se stesso, cosa hanno significato quei drammatici eventi, quali conseguenze hanno avuto nella sua storia, forse addirittura cambiando radicalmente la sua visione di vita. Poi nello stesso romanzo, vincendo i limiti del tempo e dello spazio, Gori fa incontrare di nuovo le donne di Arcieri, tutte e tre espressioni del suo mondo interiore, del sogno, del desiderio del mito e della quotidianità. Ognuna rappresenta una faccia del suo universo personale: Elena Contini è l’ideale che non può tornare, Nanette giovane e splendida rappresenta il perduto mondo delle finzioni delle ombre profumate, Marie è l’oggi, l’attuale serena concretezza di un possibile futuro.
Il romanzo ha tratto ispirazione da una storia vera.

I segreti della famiglia Turner di Alex Sinclair, Newton Compton 2019.
Emma Turner si sveglia in ospedale, ma non è un ospedale qualunque. Si trova a Hopevall ed è praticamente prigioniera in un ospedale psichiatrico. Non ha idea del perché si trovi là. Di come ci sia arrivata e dove siano suo marito e suo figlio. Perché non vengono a vederla? Cosa è successo? Con una diagnosi di Post Traumatic Shock, la sua mente sta bloccando gli spaventosi eventi che hanno portato alla sua ammissione nella struttura psichiatrica e cerca di proteggerla da un’inaccettabile verità. Ma cosa ha mai fatto per non aver più diritto a vedere la sua famiglia?…
Alex Sinclair narra l’odissea della sua infelice protagonista seguendo due diverse linee temporali. In quella che si svolge al presente, Emma è sbandata, immemore, ricoverata in un ospedale psichiatrico, sta lottando contro i suoi personali demoni ed è perseguitata da incubi che non riesce a inquadrare compiutamente. La seconda linea temporale si rifà invece a ciò che è avvenuto nel passato ed è ambientata durante le ultime settimane prima di… Prima di cosa? Le due linee, correndo contemporaneamente avanti e indietro, non fanno che aggiungere angoscia, suspense e mistero alla trama fino a quando, con una repentina svolta, porteranno alla luce la contorta e subdola distorsione di una lucida e crudele mente criminale.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca a Da scamorza a vero topo in 4 giorni e mezzo! di Geronimo Stilton, PIEMME 2017.
In questo racconto non ci troviamo né per le vie di una metropoli come New York, né in qualche avventura del futuro o del passato. Tramite sua sorella Tea, Geronimo ha parlato con il suo caro amico Iena che l’ha invitato all’aeroporto di Topazia per fare uno scoop giornalistico. Geronimo, però, deve essere bendato. Accetta la proposta e si reca all’aeroporto dove parte con il suo amico Iena, grande sportivo, per un posto che non conosce. Dovrà affrontare con altri partecipanti una maratona di ben 120 chilometri! Dove? Nel deserto del Sahara, tra tempeste di sabbia, scorpioni, svenimenti, vipere cornute e altri ostacoli. E sarà così bravo che da scamorza diventerà un vero topo sportivo!
Ogni tanto incontreremo espressioni arabe, piatti tipici di quelle popolazioni e un manuale di sopravvivenza nel deserto. Insomma questa gara non sarà solo ricca di pericoli e colpi di scena, ma potremo anche imparare a sopravvivere nel deserto.
Io, però, preferisco il mare. (Sono d’accordo con te, Jonathan! A.)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2019

Ogni tanto mi butto sull’arte. Soprattutto sulla pittura. Chissà perché. Forse per dimenticare un po’, tra lo sfavillio dei colori, qualche ombra del reale. Prendo i miei librettini di Art Book, Leonardo Arte, pubblicati dal 1998 al 2000, e mi metto a sfogliarli. In primis l’Impressionismo con i suoi artisti e la luce che pervade le loro tele. La luce, segno di vita, di gioia: Manet, Monet, Renoir, Pissarro… Che fico rivedere campi di grano, feste di ballo all’aperto, tramonti arrossati, il golfo di Napoli, colazione di canottieri, belle bagnanti e, insomma, il pulsare del mondo!
Poi prendo i gialletti e mi crogiolo tra ombre, mistero, sangue e morti ammazzati. Vedete un po’ voi…

Doppia verità di Michael Connelly, Piemme 2019, traduzione di Alfredo Colitto.
Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch. Quante volte abbiamo letto le sue avventure! Quante volte ne abbiamo sentito parlare! (con questa credo che si tratti della ventesima). Ma il tempo passa per tutti. Ormai il nostro eroe è invecchiato. Un detective in pensione a studiare casi non risolti, i cold case, in una cella a San Fernando nell’area di Los Angeles.
Ed ora gliene arrivano due insieme: uno del passato e uno del presente. Il primo riguarda un certo Preston Borders, accusato trent’anni prima, da lui e dal suo collega Frankie Sheenan, di avere ucciso Danielle Skyler. Una nuova prova, costituita dal dna di un altro assassino sui vestiti della donna, mette in dubbio tutto il suo lavoro. Anche perché quella inconfutabile (ciondolo di cavalluccio marino) sembra sia scomparsa dalla scatola delle prove del Dipartimento di Los Angeles. Il secondo riguarda un doppio omicidio nella Farmacia La Familia dove sono stati uccisi a colpi di pistola sia il padre che il figlio.
E, dunque, doppio lavoro per il Nostro, da svolgere nell’arco di pochi giorni, perché Preston non venga scarcerato. Ma lui, lo sappiamo, è forte, duro e testardo come una roccia. Sa di avere svolto il suo compito con estrema diligenza. Ad aiutarlo il fratellastro avvocato Mickey Haller e, solo in parte, i Qui, Quo, Qua, ovvero i tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon e Bella Lourdes (capo Trevino).
Doppio lavoro, dicevo, estremamente pericoloso perché il caso della farmacia nasconde uno spaccio di pillole, conniventi medici e farmacisti senza scrupoli, in mano a una organizzazione criminale di origine russo-armena. Con la quale Bosch se la deve vedere, in missione sotto copertura nei panni di un tossicodipendente, che gli spalancherà le porte su un mondo di soprusi e violenze.
Allo stesso tempo la vecchia storia di Preston riemerge pian piano nei minimi particolari con tutti i dubbi e gli assilli del caso: chi ha manomesso le prove? Perché? Qual è il suo obiettivo? Un lavoro incredibile (dovrà pure difendersi in tribunale) mentre il rapporto con la figlia Maddie diventa sempre più difficile, arrivano ondate di malinconia per il tempo che scorre, brevi flash sul passato, il ricordo della moglie, del padre e della madre, un po’ di musica a fargli compagnia (magari con Lullaby di Frank Morgan, il preferito). Come se questo non bastasse c’è pure da far luce sul caso di Esmeralda Tavares, scomparsa dopo aver lasciato la figlia nella culla (classico finale a sorpresa).
Tutto sembra opporsi ai suoi sforzi. “Il mondo era oscuro e spaventoso” senza un pur minimo senso logico, ma lui non demorde, capace di infrangere i regolamenti pur di raggiungere la verità. E quando Lucia Soto gli parla di una sua nuova scoperta “Voglio entrare nell’indagine. Andiamo a prendere quell’uomo.” E chi lo ferma! Il solito Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch.
Alla prossima.

L’ombra del Corvo di Tessa Harris, Mondadori 2019.
Siamo nell’Inghilterra (più precisamente nell’Oxfordshire) del 1784. Lydia Farrell, fidanzata dell’anatomista dottor Thomas Silkstone, è stata rinchiusa nel manicomio di Bedlam con un raggiro perpetrato da chi vuole prendersi la sua tenuta (addirittura attraverso la firma falsa dello stesso Thomas). Ovvero da sir Montagu Malthus, custode giudiziario della suddetta proprietà di Boughton, per conto di lord Richard Crick, il vero padrone di appena sei anni.
Tutto ha inizio quando viene ucciso l’agrimensore Jeffrey Turgoose, del cui omicidio è accusato un boscaiolo (orologio e pistola del morto trovati nella sua abitazione). L’anatomista cercherà in tutti i modi di scagionarlo perché sicuro che dietro esista un complotto che riguarda il problema delle Recinzioni. “La terra demaniale e i boschi, che i residenti hanno il permesso di usare a loro piacimento, saranno recintati e diventeranno parte esclusiva di Buoghton. I contadini perderanno il loro diritto di far pascolare le greggi, di raccogliere legna per i camini, di cacciare conigli…” come spiega il coroner Theodisius Pettigrew, amico di Thomas. Un momento difficile che porterà a ribellioni e scontri con i soldati, mentre “regna la paura del Corvo, un fantomatico brigante che imperversa nelle foreste della zona.”
A questa parte generale della storia si aggiunge quella particolare che riguarda Lydia incatenata, sottoposta a salassi e chiusa a chiave nella sua cella, tra l’altro convinta che sia stato lo stesso Thomas a farla rinchiudere per gelosia (le hanno detto che ha firmato il documento per essere internata). La situazione diventa ancor più difficile e angosciosa quando sparisce e viene data per morta. E allora sorgono i dubbi: morta o ancora viva e al suo posto un cadavere disfatto? E, se viva, dove è stata nascosta?…
Il nostro anatomista si piazza al centro della scena con la sua scienza che giganteggia fra dicerie, irrazionalità, superstizioni, cure radicali (torture) contro i malati di mente. Pronto a difendere i più deboli e gli sfruttati, rischiando la propria vita, in continuo movimento da un posto all’altro per ricercare la verità all’interno di un sistema dove i più forti cospirano, anche fra di loro, per avere sempre più potere. Ce la farà?…
Per La storia del Giallo Mondadori abbiamo La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni. Non perdetela!
Un giretto tra i miei libri

L’enigma dello spillo di Edgar Wallace, Mondadori 2009.
“Luke Trasmere, misterioso uomo d’affari, viene assassinato nella sua casa londinese. Un caso che è la quintessenza del crimine insolubile: camera blindata chiusa dall’interno, l’unica chiave ritrovata sulla scrivania della vittima. Ad affrontare l’enigma il melanconico ispettore Carver, di Scotland Yard, e Frank Molland, cronista intraprendente…”
Ma non basta. La camera è stata chiusa anche dall’esterno, la chiave è macchiata di sangue, sangue anche sulla porta sia all’interno che all’esterno, il povero Tasmere ucciso con un colpo di pistola alle spalle, la pistola non si trova, nella stanza sotterranea si trovano invece i gioielli di un’attrice famosa, Ursula Adfern, alla quale sono stati rubati il giorno stesso del delitto. Non manca uno spillo leggermente incurvato, che dà il titolo al libro, rinvenuto nel corridoio (ad essere pignoli gli spilli incurvati sono due e in seguito altro morto con altro spillo per terra) e un cappelletto di celluloide di un tasto di una macchina da scrivere (e forse mi sfugge qualcos’altro).
Subito indiziati il cameriere tuttofare Walter, che altri non è che un ladro matricolato, e un ex socio di Trasmere venuto dalla Cina a minacciarlo pure di morte. Come in ogni giallo di Wallace che si rispetti, tipi misteriosi (fra cui una donna velata) si aggirano furtivi intorno alla casa del delitto e l’innamorato di turno (qui sono due) perde la testa dietro a una adorabile e intrigante signorina.
Con qualche nota umoristica sparsa qua e là (vedi la figura spassosa dell’architetto Stott) e qualche spunto di sana sociologia spicciola “Un delitto è da sempre, nel luogo in cui viene commesso, un evento del quale anche gli abitanti del quartiere che ne sembrano più seccati si compiacciono in segreto. Siccome, per quanto si faccia, è impossibile cambiare la natura degli uomini, succede che i giornali vendano un numero maggiore di copie quando riferiscono disgrazie ed episodi di cronaca nera che quando danno belle notizie o trattano di cose che vanno bene, e nulla induce il lettore ad affermare che sul giornale non c’è proprio niente di interessante quanto il leggere che il vicino ha ricevuto una eredità improvvisa”.
E non ditemi che i tempi sono cambiati…

Fino a metà del libro mi sono messo un po’ a sonnecchiare, dico la verità, cullato da uno stile volutamente ottocentesco in onore della Austen e del suo capolavoro Orgoglio e pregiudizio, da cui sono tratti i personaggi del libro in questione. Ovvero…
L’enigma di Mansfield Park di Carrie Bebris, Tea 2010.
Più precisamente Elizabeth Darcy, moglie di Fitzwilliam Darcy, ospiti del conte di Southwill, la zia Lady Catherine de Borgh che tiranneggia la figlia Anne, timida, impacciata e sottomessa. Per di più promessa sposa, senza essere stata consultata (un’abitudine dei tempi), a Neville Senex dal carattere collerico e francamente disgustoso. Chiaro che Anne non ne possa più e se ne fugga con Mr. Crawford, già in precedente relazione con una donna sposata, lasciando un biglietto a Elizabeth. Apriti cielo e tutti a rincorrere i novelli fuggiaschi. Non la faccio lunga. Mi sono risvegliato appieno solo dopo la scomparsa di Mr. Crawford e… e non aggiungo altro. La storia allora ha incominciato a prendere una piega che si rispetti con i dovuti morti ammazzati (c’è addirittura un morto che sembra resuscitato), i dubbi, la sarabanda degli interrogativi da parte degli sposi, dotte digressioni su pistole e balistica del tempo, insomma un po’ di movimento che era l’ora. Insieme alle vicende personali viene fuori il problema della condizione di inferiorità delle donne anche dal punto di vista testamentario. Scialbe le figure dei coniugi Darcy (non mi è rimasto impresso niente di particolare) mentre Lady Catherine, invece, impazza un po’ dappertutto. Colpo di scena con rapimento incorporato, spiegazione finale complicata il giusto e l’amore che vince sul vile (si fa per dire) denaro.

I Maigret di Marco Bettalli

Il pazzo di Bergerac del 1932
Se il “messaggio” è sempre lo stesso (il male non proviene dagli elementi poveri e marginali della società, o addirittura dai “pazzi” che ne stanno decisamente fuori, ma è insito profondamente proprio in chi della società occupa i posti più alti, e che Maigret scopre grattando la patina di rispettabilità, eleganza e buone maniere che li caratterizza), il plot è ravvivato dal ferimento, proprio all’inizio, di Maigret, con la conseguenza che il commissario svolge tutta l’inchiesta (supportato dalla signora Maigret, alla sua prima “parte” importante) steso su un letto di una camera d’albergo, dalla quale, lentamente, si “imbeve” di tutte le abitudini, i personaggi e i segreti piccoli e grandi della cittadina di Bergerac (il richiamo è, irresistibile, alla Finestra sul cortile di Hitchcock). Forse per questa sua condizione particolare, Maigret appare (soprattutto nella prima parte del romanzo) curiosamente sopra le righe, tanto da far credere al suo vecchio amico e ad altri di essere vicino ad aver perso la ragione. Ma non è così, anzi: con eccezionale e quasi visionaria intelligenza, il commissario come sempre sbroglierà la matassa, rivelando le tradizionali depravazioni della borghesia della provincia francese, non senza una sottile vena antisemita (il colpevole, pur brillantissimo e intelligentissimo, è ebreo e suo padre era un sordido elemento, sulle cui caratteristiche “razziali” Simenon non manca di indugiare).

Una testa in gioco del 1931
Trama originale, quanto tirata per i capelli: in pratica, Maigret, dopo aver svolto un’inchiesta per un duplice omicidio efferatissimo e aver portato a un passo dal patibolo un povero disgraziato, “sente” che c’è qualcosa che non va e convince, diosolosacome, il ministro, il procuratore e quant’altri a far fuggire il condannato a morte in modo da seguirlo e riaprire in qualche modo l’inchiesta. Nel fare questo, mette in gioco la sua carriera e corre enormi rischi. Naturalmente, tutto andrà a finire nel migliore dei modi: nell’atmosfera della Parigi “bene”, tra bar e alberghi di lusso, si farà strada la figura, del tutto inverosimile, del colpevole, un genio anarcoide esule dalla Cecoslovacchia, dotato di incredibile intelligenza e… di poco altro. Oggettivamente, pur piacevole (non esistono Maigret non piacevoli!) per le descrizioni degli ambienti (finalmente siamo, in pianta stabile, a Parigi), per piccoli particolari di grande finezza, per la presenza di molti collaboratori fedeli di Maigret (Dufour, poi non più utilizzato, e i soliti Janvier e Lucas), non uno dei migliori Maigret: d’accordo che la verisimiglianza non è caratteristica fondamentale, ma in questo caso Simenon esagera un po’, e il finale è francamente ai limiti del ridicolo.

La balera da due soldi del 1931
Una storia complicata e ai limiti dell’inverosimile (e dai risvolti gialli in realtà quasi inesistenti), che parte da un mezzo sfogo di un condannato a morte pronto a salire sul patibolo, in cui Maigret si caccia a forza invece di raggiungere la signora Maigret in vacanza dalla sorella (siamo a fine giugno). I protagonisti, sostanzialmente riferibili a “tipi” fissi (ebrei usurai, mogli molto allegre, mariti che pensano solo a far quadrare i conti di imprese commerciali zoppicanti, commercianti bellocci e ben forniti di soldi ecc.) tendono a essere inconsistenti, in primis il colpevole, inglese, nichilista, intelligentissimo, francamente poco interessante. Indubbiamente, si salvano alcune descrizioni, alcune pagine (le vacanze sulla Senna, subito fuori Parigi, della piccola borghesia, in luoghi che oggi saranno senza dubbio inglobati nell’enorme metropoli, lo stupore che suscitavano ancora le auto, veri e propri status symbol …): ma il tutto suona molto falso, tanto che è possibile senza dubbio giudicare il romanzo tra i meno riusciti dei Maigret.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Joe Petrosino, il mistero del cadavere nel barile di Salvo Toscano, Newton Compton 2019.
La vera storia del terrore della Mano nera e di Joe Petrosino, il famosissimo poliziotto in bombetta, di origine italiana, che osò sfidare e combattere la mafia di Little Italy.
New York, 1903. Erano appena le cinque e mezza del mattino ma la vita, in quel pezzo dell’East Side irlandese al confine con Little Italy, era già in fermento. Piovigginava triste e Frances Connors, un donnone irlandese impiegata come donna delle pulizie che trotterellava verso il forno per comprare del pane, si trovò all’improvviso davanti a un barile abbandonato sul marciapiede di fronte all’edificio al numero 743 tra l’Undicesima Strada Est e la Avenue D. Era ingombrante, panciuto, abbastanza nuovo. Solo le doghe erano un po’ arrugginite. E qualcuno doveva averlo lasciato là da poco perché non era fradicio d’acqua, notò subito Frances. Si fermò incuriosita e si avvicinò con la speranza che contenesse qualcosa di commestibile o di utile. Posò l’ombrello aperto a terra e guardò in giro. Non voleva essere vista mentre frugava tra i rifiuti. Ma… nulla e nessuno. Allora alzò il cappotto zuppo che copriva il barile, lo lasciò cadere, si sporse a guardare dentro e scorse l’orrore di un cadavere orribilmente mutilato. Il suo grido di terrore squarciò il silenzio, svegliando i dormienti della case vicine, e richiamò l’attenzione del poliziotto di pattuglia nella vasta zona subito al di fuori di Little Italy. L’agente soffiò nel fischietto per far accorrere i colleghi della centrale. Il morto, prima di essere ripiegato in due e cacciato a forza dentro la botte, era stato sadicamente torturato e gli avevano tappato la bocca con i genitali. L’uomo, un perfetto sconosciuto nel quartiere e che non figurava negli schedari della polizia, dimostrava circa trentacinque anni ed era vestito decorosamente. Alcuni precisi segni indirizzano subito la squadra al comando dell’ispettore Max Schimitberger verso la criminalità italiana. Si tratta, è chiaro, di una bella patata bollente che mette in tilt l’intero dipartimento di polizia di New York e ben presto l’ispettore Schimitberger, posto sotto pressione dai superiori che pretendono una rapida soluzione del caso, dovrà invece vedersela anche con i servizi segreti (dietro quel delitto girano interessi molto pericolosi; potrebbe anche celarsi un traffico di banconote false). Insomma un’operazione perfetta per il “Dago”, il sergente investigativo Giuseppe “Joe” Petrosino che deve il suo grado addirittura al presidente Theodore Roosevelt. Solo il Dago, il più famoso detective della città, italiano naturalizzato americano, può metterci le mani. Lui, il piccoletto nerboruto (1,60 circa più rialzi nelle scarpe e qualche centimetro guadagnato con la bombetta), è capace di muoversi come si deve per i vicoli di Little Italy, capire tutti i dialetti della penisola, comprendere i contrassegni e le regole imposte e seguite dalle prime organizzazioni criminali americane, quali la Mano Nera…
Salvo Toscano ha deciso di ridare vita a un personaggio realmente esistito, Joe Petrosino, poliziotto nato a Padula in provincia di Salerno nel 1860. Di famiglia piccolo borghese, ebbe la fortuna di studiare abbastanza. Ma l’Unità d’Italia portò povertà e fame al Sud. Emigrato, come molti italiani, negli USA alla fine del 1800, fu strillone venditore di giornali, poi lustrascarpe, netturbino e infine a diciassette anni finalmente arruolato come poliziotto. Ma nessun italiano era al sicuro in quella New York del passato dove dominavano paura, omertà, minacce e sgarri che si lavavano con la morte. Un romanzo con una precisa componente biografica e anche per questo molto intrigante, affollato di personaggi realmente esistiti e molto ben rappresentati nella narrazione e in cui ritroviamo purtroppo ancora troppi punti in comune con l’oggi. Un thriller intrigante, un perfetto spaccato di quel mondo di emigrazione di allora. Un tuffo nel passato che dovrebbe far riflettere su quando ad emigrare erano gli italiani. Un giallo coinvolgente, in cui ritroviamo una New York dei primi ‘900 ai primordi del suo splendore, un città invasa da svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, gente dell’Europa dell’Est, del medio oriente, cinesi… Ognuno a suo modo ghettizzato nei propri quartieri, barricato nei loro caseggiati, afflitto da pregiudizi e timore verso gli estranei. Una bella storia che deve continuare. Alla prossima?…

Sporchi delitti di Luigi Guicciardi, Fratelli Frilli 2019.
28 marzo: a Sestola, famosa stazione di vacanze dell’Appennino modenese, Michela Fornè, una ricca e ancora giovane signora della borghesia, viene ritrovata nel bosco, orribilmente sgozzata, da una veterinaria che stava facendo jogging. Il cadavere della vittima era parzialmente nascosto da un grosso ramo caduto durante un torrenziale temporale notturno. Le indagine vengono affidate al Maresciallo Elio Biolchini, alla testa della locale stazione dei carabinieri che, approfittando della presenza in zona del nipote, l’agente di stanza a Modena Bonucchi, gli chiederà di raggiungerlo sul luogo del delitto e dare un’occhiata. Ma nome e potenti amicizie familiari il 1 aprile fanno arrivare a Sestola anche il commissario Giovanni Cataldo, detto Vanni. Ricorderete tutti lo storico personaggio di Luigi Guicciardi, il commissario Cataldo, al top della maturità professionale, ormai vicino alla sessantina, divorziato e con ohimè i figli lontano, che è rimasto alla testa della squadra coadiuvato solo (se si parla della vecchia guardia) dal sovrintendente De Pasquale. Il grande Muliere non c’è più e anche la sua spalla destra di precedenti indagini, l’ispettore (amica e forse qualcosa di più) Lea Ghedini, ha avuto il trasferimento a Pavia. Arrivato a Sestola Cataldo, su suggerimento del Maresciallo, arruolerà come guida e aiutante proprio l’agente di polizia Bonucchi. Gli approfondimenti e i primi interrogatori rivelano che Michela Fornè aveva chiesto il divorzio dopo svariati anni di matrimonio per incompatibilità (aveva una relazione) e aveva piantato figlio quindicenne e marito. L’uomo ancora innamorato di lei era un possibile indiziato, ma aveva un buon alibi. Nelle ore in cui la moglie era stata uccisa stava giocando a bridge al circolo. L’indagine passa sulle spalle del commissario Cataldo e quando poi, pochi giorni dopo, un’altra giovane donna, sposata ma con una vita sentimentale movimentata, viene uccisa con modalità molto simili a quelle della Fornè nel suo appartamento cittadino, il nostro è costretto a darsi da fare pungolato dai superiori. Coadiuvato dal sovrintendente De Pasquale e dal giovane Bonucchi, che ha preso sotto la sua ala, Cataldo sarà costretto a portare avanti per dieci giorni una difficile inchiesta. Le due donne non si conoscevano, non avevano rapporti tra loro, unico punto in comune: erano tutte e due separate. Cerca, briga, forca e scava e finalmente salta fuori un labile possibile legame ma le indagini devono confrontarsi con ostacoli, lacci e lacciuoli che rallentano o accelerano, rincorrendo gli sviluppi dell’inchiesta…
Sporchi delitti è un thriller ben concepito, con una narrazione che sa immergerci di continuo nelle sensazioni, nelle reazioni emotive e nel punto di vista del killer mentre contemporaneamente riesce a renderci partecipi delle emozioni, della professionalità e dei personali convincimenti di Cataldo. Uno scenario appenninico e campestre magicamente ricostruito e una città, Modena, che vive una sua compiaciuta modernità divisa tra i fasti di provincia e i guai sociali copiati dalla vicina realtà metropolitana. Una Modena con le sue piogge, le sue nebbie, le sue diversità tutte emiliane, perdonata in partenza dell’autore, modenese doc, e invece ancora in un certo senso subita ma accettata da chi forse rimpiange il caldo sole e il mare della Calabria.

Un doppio binario nel tempo per il thriller storico di Francesca Ramacciotti I custodi della pergamena del diavolo, Newton Compton 2019, che si svolge a Pisa tra il 1100 e i giorni nostri. Un tesoro scomparso all’ombra di un monastero, mentre un feroce assassino semina morte tra povere donne costrette a vendersi per fame, ma anche un inquietante mistero destinato a valicare i secoli che torna a vedere la luce da una approfondita ricerca in antichi diari.

 

 

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi niente Geronimo Stilton ma I più grandi eroi dei miti greci di Luisa Mattia, Gribaudo 2019.
Trattasi di ben ventuno racconti, perciò è impossibile farne un sunto di tutti. A dir la verità non so come iniziare. Il mio nonno pensa che io sia già uno studente delle superiori mentre frequento solo la quarta elementare. Ora lo chiamo perché non mi può lasciare solo “Nonno, vieni qua a darmi una mano!”. “Arrivo!”
Siamo in un mondo di uomini, dei e semidei, di guerra, duelli, lotta, tradimenti e rapimenti, vendette, amori, sacrifici, prodigi, trasformazioni e prove incredibili da superare, re, regine, indovini, animali magici. Un mondo veramente fantastico. Ora la parola al nipotino…
Il racconto che mi ha colpito di più è stato L’ariete dal vello d’oro perché ci fa conoscere un animale magico dal vello d’oro, appunto, che gli permette di volare e guarire tutte le malattie. Salverà due ragazzi, Elle e Frisso, da una matrigna cattiva e lui stesso si sacrificherà, ovvero si farà addirittura uccidere per far sposare Frisso con la figlia di un re. Accidenti, che sacrificio!
Ma ci sono anche tanti altri racconti che mi hanno colpito con dei, eroi, uomini: Zeus, Teseo, Elena, Achille, Persefone, Ettore, Menelao, Giasone, Odisseo, Apollo… Vi invito a leggerlo!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2019

(Facciamo gli auguri a Fabio che oggi fa il compleanno, sì? Auguri, Fabione!)

Porca vacca!
Porca vacca! è il grido che sorge spontaneo dal mio vetusto apparato fonico ogni volta che se ne va un pezzo della mia vita (la vacca ormai non si offende più). Che si tratti di un qualsiasi mito della scenografia mondiale (giocatore, attore, scrittore, cantante…) o di quella relativa al paesello natio dove trascorsi del viver mio la primavera, tanto pe’ fa ‘na scontata citazione. E allora un saluto glielo voglio mandare a tutti quelli rimasti più o meno incartapecoriti e a quelli che hanno preso il volo. Naturalmente con i loro caratteristici soprannomi: Dado, Bela, Polvere, Pocciere, Caciao, Pasta e Pane, Rombolino, Nisio, Nicchio, Capino, Capone, Palloni, Gattaccio, Buzza, Balilla, Buzzino, Giona, Paperino, Mea, Zipi, Budode, Ciccina, Cicciaio, Ciacce, Mastrilli, Jack, Biondo, Banana, Zenzerino (suo pensierino lapidario a scuola “I maratore fa i gabinetto e poi ci caca”), Publio, Pinguino, Doddolo, Sussi e Biribissi, Barabba, Maialaio, Mandorlino, Molle…
Ciao, ragazzi!

Perry Mason e la cliente misteriosa di Erle Stanley Gardner, GialloMondadori 2019
“La mia segretaria” continuò Mason “mi ha detto che siete il giudice William Mallory, australiano di Sidney, e che desiderate consultarmi a proposito di un omicidio colposo.” Un omicidio colposo di ventidue anni fa (scontro di auto) quando fu emesso un mandato di arresto ma la persona scomparve. C’è, però, da lottare per un cliente povero contro il ricco milionario Ronald C. Brownley. Desidera che nessuno sappia della sua venuta, chiamerà Mason fra circa un’ora per presentargli la “donna alla quale è stato fatto un torto” e la sola probabilità di vincere la causa è la testimonianza del giudice stesso. Giudice… uhm… un giudice che balbetta non si è mai visto, afferma l’“avvocato del diavolo”. Ma la “stranezza” dell’uomo e del caso lo attira. E si viene a sapere che la donna accusata di omicidio colposo era la signorina Julia Branner, divenuta Julia Brownley, moglie di Oscar Brownley, figlio del magnate Ronald C. Brownley. Questo è pane per i denti affilati di Mason, a cui piace “gareggiare d’astuzia con i bricconi” e “accostare i fatti l’uno all’altro, come in un gioco di pazienza, per scoprire la verità.”
Intanto il giudice viene trovato ferito nella sua camera d’albergo, portato all’ospedale da dove sparirà lasciando una lettera a Perry. Poi arriva l’uccisione del magnate da parte di una donna con impermeabile bianco. Sbucata all’improvviso dall’ombra, è salita sul predellino della sua macchina, gli ha sparato cinque colpi ed è fuggita. Indiziata ed arrestata Julia Branner. Tutto gira attorno a Joan Seaton, nipote adottata di Ronald che scompare. Vera o falsa? E il giudice Mallory. Vero o falso?
Per risolvere il problema occorre entrare in azione addirittura con il travestimento della segretaria Della Street, l’appoggio di Paul Drake e l’iniziativa dello stesso Mason capace di assestare terribili cazzottoni per i quali rischia addirittura l’arresto, dovendosela vedere con il procuratore distrettuale Hamilton Burger assomigliante “un po’ a un orso, col suo grosso tronco e le corte braccia muscolose”. Di mezzo il classico testamento che può essere cambiato all’improvviso per la vera o falsa nipote, un impermeabile bianco e giallo, una chiave… A un certo punto la classica luce che si accende “Come mai non ci ho pensato finora?”. Poi basta tendere l’altrettanto classico tranello a chi di dovere per risolvere il busillis. Mason è bravo e pure Della non scherza “Ma elementare mio caro Watson, elementare. La mia mente femminile ha saputo dedurre dagli indizi l’esatta conclusione. Questione di forma mentis.”
Per I racconti del giallo ecco Anonimo relativo di Mauro Frugone
In treno. Andrea rimugina sul fratello caduto nelle grinfie della droga. Forse la causa della sua scelta di vita. Nello stesso scompartimento due uomini che parlano fra loro su “un figlio di buona donna” che non ha accettato la loro proposta. Vestiti da ricchi, strafottenti. Ma Andrea è l’artista dell’anonimato. Ora deve scendere… Racconto secco come una fucilata.
Chiude il libro la seconda puntata di I Libri Gialli, 1929-1941 di Mauro Boncompagni. Un excursus da non perdere.

Il nemico alla porta di Ethel Lina White, R. Austin Freeman e Cornell Woolrich, GialloMondadori 2019.
La vittima è presente di Ethel Lina White
“Quella donna finirà assassinata!” esclama la signorina Pye (Florence), sorella dell’omonimo ispettore. Vista dalla finestra trattasi della attempata zitella Anthea Vine, ricchissima residente a Jamaica Court, proprietaria dei Magazzini Dalia che ha adottato e tiene fortemente sottomessi tre ragazzi: Charles e Francis Ford e Iris Pomeroy. Di mezzo c’è pure il giovane medico Lawrence che attira le sue attenzioni e quelle di Iris. Tutto gira intorno al denaro e al testamento della riccona che può essere cambiato da un momento all’altro a favore di qualcuno.
Anthea vuole comprare anche il negozio di Doris, una delle sorelle di Pyne per aprire un altro albergo a Timberdale. A questo si aggiungono un paio di furti sospetti nella casa della signora Antrobus che in seguito potrebbero avere relazione con il “fattaccio”, ovvero la morte annunciata di Anthea colpita da un oggetto pesante, tra l’altro introvabile, mentre sta per andare a letto. Pyne si trova in difficoltà nelle indagini ma, testardo, non vuole l’ingerenza di Scotland Yard. Un racconto di brevi capitoletti, ricco di dialoghi serrati e pensieri oscuri che serpeggiano all’interno dei personaggi. Al centro, ripeto, il denaro, la paura, l’odio e perfino l’amore che si può trasformare in odio.
La svista del signor Pottermack di R. Austin Freeman
Nel “Prologo” la fuga riuscita di un carcerato. Poi si passa al signor Pottermack che desidera installare una meridiana nel suo giardino. Sui cinquanta, barba ed occhiali, movimenti veloci, sguardo luminoso dietro le lenti, rughe sul volto, capelli spolverati di bianco, orecchio destro con voglia di vino. Sotto di essa un antico pozzo dentro il quale finirà, ucciso da lui stesso, il ricattatore Jeff Lewson che conosce qualcosa di importante sul suo passato. Ma c’è il problema delle orme da cancellare nel giardino, della giacca del morto e dei soldi che sono in essa da far sparire. Come?… E c’è il problema del dottor Thorndike che quando si mette ad indagare sono guai per tutti. Munito di una nuova macchina fotografica, microscopio e periscopio non sfugge nulla al suo sguardo “scientifico”.
Scrittura lenta, minuziosa, precisa, a volte addirittura esasperante nei minimi particolari, tutta tesa a penetrare nell’animo di Pottermack, con i suoi dubbi, le improvvise certezze, incertezze e paure. Un duello tormentato tra lui e il famoso dottore. Verrà smascherato? Subirà la pena o se la caverà in qualche modo?…
Il pomeriggio di un truffatore di Cornell Woolrich
Subito all’inizio “Clip Rogers, conosciuto anche come Rodge lo Speculatore, o come Harry l’Ossesso o…”, insomma siamo di fronte a un truffatore che ha fregato il classico babbeo. Ora si trova in treno, più precisamente nella toilette del suddetto, quando arriva un “uomo molto corpulento con una faccia piuttosto verde” che se ne va a vomitare all’interno del gabinetto dopo aver lasciato la giacca sopra la sua. Tentazione troppo forte, Clip fruga nella giacca dello sconosciuto e si trova fra le mani un distintivo da poliziotto. Quando scende alla stazione viene scambiato per il famoso ispettore Griswold che deve indagare su un brutale omicidio. Trattasi di una donna uccisa in un hotel e l’unico testimone del delitto è suo figlio, un bambino di sette anni piuttosto particolare. Ce la farà a risolvere il caso? O sarà scoperto?…
Come al solito scelta oculata, oculatissima del curatore Mauro Boncompagni che mette assieme tre prodotti diversi e incomparabili: sospetti in famiglia con “situazioni angoscianti, minacce sinistre e torbide ambiguità”, affondo all’interno dell’assassino in un magico inverted mystery, racconto ingegnoso, imprevedibile e bizzarro.
Buona lettura.

Charlie Chan e il canto del cigno di Earl Derr Biggers, GialloMondadori 2019.
Quattro ex mariti della bella e famosa cantante lirica Ellen Landini, ovvero Dudley Ward, John Ryder, Frederic Swan e Luis Romano, riuniti nella dimora del primo sulle rive del lago Tahoe per risolvere un problema. Ovvero la ricerca di un suo figlio che Ellen ha avuto sei mesi dopo essere andata via di casa e di cui non ha notizie. Ora avrebbe diciotto anni e vuole trovarlo a ogni costo, disposto a “pagare profumatamente” qualsiasi informazione utile. Per raggiungere lo scopo ha invitato pure l’ispettore di polizia di Honolulu Charlie Chan, famoso per avere risolto i casi più insolubili, un cinese “grassoccio, di mezza età”, piccoli occhi neri che brillano, le labbra aperte al sorriso. Arriva anche lei, naturalmente, un po’ cambiata dal tempo, e la situazione si fa intrigante e pericolosa…
Soprattutto quando viene trovata uccisa nello studio da un colpo di pistola. Molti sono i motivi dell’assassinio e molti gli indiziati. Ai quattro devono essere aggiunti il nuovo amore giovane della cantante, sua sorella, il pilota dell’aereo personale e rispettiva moglie, il vecchio domestico e la cuoca. Ma non bisogna avere fretta a tirar conclusioni perché “C’è un lungo tortuoso sentiero da salire e l’uomo saggio si avvia lentamente e conserva l’energia per un rapido finale.” Alle indagini partecipa il giovane sceriffo della contea Don Holt (in seguito arriverà anche il padre), ammiratore entusiasta dell’ispettore di Honolulu (spesso si meraviglia per il suo metodo). Tutti sospettati, dicevo, con il loro bel movente e improvvisi cambiamenti di umore. Via a Reno per parlare con la signorina Meecher, segretaria e cameriera della Landini, e avere qualche notizia sugli ex mariti e sull’aviatore. Interessante…
Niente metodo scientifico per Chan perché “In tutte le mie indagini su delitti ho sempre tenuto presente il cuore dell’uomo. Quali passioni hanno contribuito: odio, cupidigia, invidia, gelosia? Io studio sempre la gente.” Piccoli spunti sulla società delle montagne californiane, un miscuglio di Est e di Ovest, occhio a una sciarpa, a una spilla, al testamento della defunta, alle bozze di un suo libro, e occhio al cane Cruccio che potrebbe diventare, come sottolinea lo stesso Chan, “l’indizio essenziale.” Perché?… E, per finire, già che ci siamo, occhio all’occhio! (capirete).
Tra battute, proverbi e aforismi esilaranti del nostro cinoamericano Charlie Chan la lettura fila via che è un piacere.
Per i Racconti del giallo ecco La gatta sul caso che scotta di Annamaria Fassio.
La gatta del commissario capo Erica Franzoni, ora in buona relazione con Maffina, fa la pipì sulle ortensie del giardino di Bice Bellagamba. Discussioni. Dopodiché la Bellagamba si ritroverà morta stecchita con un colpo di pistola. No, non c’entra niente Erica. Forse è stato il nipote Michele Trapasso, in un giro di loschi affari di droga, che le chiedeva continuamente denaro. Oppure… ma lasciamolo scoprire alla gatta.
Simpatico.
Infine la quarta puntata di La storia del Giallo Mondadori, ovvero La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni.
Buona lettura.

Un giretto tra i miei libri

L’enigma della vasca dei pinguini di Stuart Palmer, Polillo 2011.
Il morto ammazzato è Gerald Lester, broker, marito di una bella donna che attira inevitabilmente gli sguardi degli uomini. Il luogo del ritrovamento è la vasca dei pinguini dell’acquario di New York (sì, avete capito bene), mentre, per quanto riguarda la “trovatrice”, trattasi della insegnante elementare Hildegarde Matha Withers, zitella trentanovenne che è in visita con la sua scolaresca proprio da quelle parti. In questa, come in altre storie, aiuta l’ispettore Piper nelle indagini attraverso i suoi appunti e le sue acute osservazioni. E qui siamo davanti a un caso per lui molto semplice: il classico triangolo nelle persone del marito, della moglie e dell’amico fin troppo amico, l’avvocato Phil Seymour che addirittura si autoaccusa. Ma le cose si complicano perché il morto non è mica morto affogato e allora “questo è un caso vero, non un enigma da rivista da racconti. E io sono un investigatore, non un supersegugio” tanto per citare Sherlock Holmes e Philo Vance.
Qualche altro particolare: siamo in un periodo di crisi economica, le borse vanno giù, il morto è stato costretto a licenziare, una bombetta nell’acqua che non appartiene al defunto, un’altra confessione, un dubbio perfino sulla nostra zitella che però non demorde nel cercare il colpevole “Fare il detective è il sogno della mia vita”, oppure “ La giustizia è superiore agli odi, agli amori e alle simpatie dell’uomo”. Lettura gradevole, leggeri colpi di umorismo e caricatura, finale non troppo convincente basato su un trucchetto risaputo.

L’enigma dell’Alfiere di S.S. Van Dine, Mondadori 2007.
“New York, ruggenti anni venti. Un sinistro, imprevedibile assassino si macchia di una serie efferati delitti ispirandosi a una filastrocca infantile. I principali sospettati sono tutti eminenti personalità della metropoli. Spetterà a Philo Vance, esteta raffinato e investigatore dalla mente labirintica, affrontare un genio criminale tanto letale quanto perverso”.
Ma come c’entrano gli scacchi con questa storia? C’entrano, eccome, perché l’assassino si firma con il nomignolo di “Bishop” che in inglese vuole dire sia “Vescovo” che “Alfiere”, uno dei pezzi del gioco degli scacchi. E proprio un Alfiere nero viene lasciato sul luogo del delitto. E alcuni dei sospettati, naturalmente, conoscono questo giuoco. Ce n’è uno, Pardee, che addirittura ha inventato un gambetto (un modo di iniziare la partita con un sacrificio per lo più di pedone) che porta il suo nome e che affronta anche il mitico Rubinstein nel celebre Manhattan Chess Club. Sembra proprio lui l’assassino quando viene trovato ucciso con un colpo di pistola e la faccenda si complica.
Ma più che l’architettura complessiva della trama con il relativo colpo finale a sorpresa (un po’ troppo a sorpresa a dir la verità) qui chi colpisce davvero, chi attira l’attenzione del lettore è il nostro Philo Vance, l’aristocratico, il colto e mellifluo Philo Vance intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Costretto a interrompere “la traduzione omogenea dei principali frammenti di Menandro scoperti nei papiri egizi agli inizi del secolo” per seguire questo caso. E chi già aveva conosciuto il Nostro attraverso La strana morte del signor Benson e La canarina assassinata (ce n’è anche un altro di cui non ricordo il titolo) si può ben immaginare il sacrificio a cui è costretto e di conseguenza l’importanza della storia a cui dovrà assistere e partecipare attivamente. Che gettò l’intera città di New York nel panico più assoluto come nella Londra di Jack lo Squartatore del 1888, o nella Hannover del lupo mannaro Harmann del 1923, opportunamente sottolineato in una nota del libro dallo stesso narratore, l’amico e consulente legale Van Dine. Tanto per aumentare la tensione e attirare ancor più l’interesse del lettore. Ed anche questa volta la scena è tutta per lui, per questo dandy americano, quasi copia perfetta di lord Wimsey della Sayers, che parla e veste in maniera elegante e forbita. Gli anni della loro nascita letteraria sono quasi gli stessi. Peter Wimsey nasce nel 1923 e Philo Vance (interpretato magistralmente alla televisione da Giorgio Albertazzi) tre anni dopo con “La morte del signor Benson” già citato. Dalla penna di Willard Huntington Wright, giornalista e critico d’arte americano che usò lo pseudonimo di S.S. Van Dine. Quasi un destino. Willard si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio.

I Maigret di Marco Bettalli

Il porto delle nebbie del 1932
Uno dei Maigret più celebri, e a ragione. È  costruito, come spesso accade, su due piani: la trama gialla vera e propria, come sempre (almeno nei primi Maigret) incredibilmente complicata, basata sul leit-motiv del passato che ritorna, con una donna contesa tra due cugini, il “buono” scapestrato e il “cattivissimo”, che è poi l’assassino, serio e morigerato. La parte del ferimento e poi dell’omicidio del vecchio capitano, pur spettacolare, si regge a stento nella sua inverosimiglianza, ma la cosa non ha alcuna importanza. Il piano più simenoniano è comunque quello, qui davvero immortale, della descrizione di un ambiente e dei suoi personaggi. Il “porto delle nebbie”, questo paesino di pescatori e marinai vicino a Caen, luogo di silenzi, di omertà, di bicchieri di grog scolati nella nebbia, di naturale diffidenza verso l’uomo di terra venuto a rovistare nelle loro vite, è il vero protagonista, insieme alla pioggia, al vento, al freddo, alle tempeste che dominano su tutti, uomini e navi. Maigret ne è molto affascinato e disprezza profondamente i pochi “borghesi” presenti (un tema fisso nei Maigret: la povera gente è comunque migliore), e nonostante fatiche inenarrabili, notti al gelo, pericoli nonché molte disinvolte infrazioni al regolamento se non alla legge, tornando a Parigi dopo aver risolto i vari enigmi (con l’aiuto di Lucas all’esordio, una copia in piccolo dello stesso commissario), ne ricaverà un senso quasi di nostalgia. Come anche noi…

Il cane giallo del 1932
Ancora un’ambientazione nella provincia francese; questa volta siamo a Concarneau, non lontano da Rennes. Maigret, distaccato appunto a Rennes, affronta da par suo questa ingarbugliatissima storia, basata (come tante volte) su una struttura tipica: la coppia (molto romantica, tipo la bella e la bestia, accompagnati dal povero cane giallo che dà il titolo al romanzo) poverissima, maltrattata e ovviamente sospettata da tutti delle peggiori nefandezze vs quattro-cinque borghesi più o meno depravati, di cui uno (e la madre di lui) emerge alla fine come una delle figure più orribili, priva di qualsiasi dimensione in qualche misura umana, che Simenon abbia mai descritto. Grazie al commissario, che giunge a “incolparsi” di un falso tentativo di avvelenamento, che Emma aveva tentato davvero e che regalerà persino un po’ di soldi a lei e al suo troglodita dal cuore d’oro, tutto finirà bene, mentre poco resterà degli spocchiosi borghesi, chi morto, chi rovinato, chi in galera. Un Maigret assolutamente archetipico, molto “caricato” in tutte le sue caratteristiche, e completamente solo: le atmosfere e i collaboratori del Quai des Orfévres, insieme alla dimensione familiare, devono ancora essere sviluppate.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

“Il sole era ancora solo un’idea, nascosto dietro alla barriera delle montagne incombenti sull’acqua immobile, da cui cominciava a levarsi una luce pallida e diffusa”. Sono appena le sei del mattino quando, uno dopo l’altro, inframmezzati da un grido, due colpi di pistola rompono il silenzio e la pace del lago di Como. Un uomo, colpito a morte alla testa, giace riverso nel tender della sua barca a vela al largo di Pescallo, nel comune di Bellagio. I suoi compagni di barca, risvegliati dal rumore, telefonano ai carabinieri per dare l’allarme.
Il cronista scrittore Franco Vanni torna in libreria con La regola del lupo (Baldini+Castoldi, 2019), un giallo ambientato nel borgo di Pescallo, una angolo di paradiso che, a detta dell’autore, ricorda le Cinque Terre, a sud-est del promontorio di Bellagio. E riporta sulla scena Steno Molteni, giornalista ventisettenne (quasi un alter ego di Vanni), cronista del settimanale milanese La Notte, che abbiamo già incontrato in Il caso Kellan, pubblicato un anno fa sempre da Baldini+Castoldi. Un giallo e un intrigo dal sapore classico, quasi vittoriano, che ci riporta ai famosi enigmi anglosassoni della stanza chiusa, anche se stavolta, al posto di una stanza chiusa, abbiamo una slanciata barca a vela di dodici metri ancorata a distanza dalla costa.
Un anno è passato dalla precedente avventura di Steno Molteni, che scrive di cronaca nera ma tre sere alla settimana si dà da fare come barman dell’Hotel Villa Garibaldi che lo ospita, a un prezzo stracciato, nella stanza 301. Steno, infatti, è il figlio del portiere del Grand Hotel Villa Serbelloni di Bellagio, vecchio collega di lavoro del signor Barzini, oggi in forza al Villa Garibaldi, a cui deve la sua attuale e comoda sistemazione. Steno ha a disposizione una vecchia Maserati Ghibli con autista, affidatagli da un amico che vive a Singapore e l’ha ereditata dal padre con il vincolo di farla circolare…
Un giallo da leggere in cui l’autore ha anche compensato lettori e protagonista con un nutrito ventaglio di comprimari: dal maresciallo normanno Cinà, ex capo di Steno, al figlio di Cinà detto Scimmia, che il padre considera degenere perché ha scelto la polizia (è lui il poliziotto dell’aiutino). Dal fido carabiniere Sala, braccio destro di Cinà, al pubblico ministero Ciro Capasso che va a whisky. Da Sabine, la bella e milanesissima fotografa di origini eritree che la nonna di Steno chiama affettuosamente negretta, ad Armando, l’autista di Steno, un incredibile barbone pulitissimo, astemio e sportivo. Dal padre segreto di Filippo Corti, ex galeotto che vive in un campo rom e per riscattare il passato si prende cura dei bambini dei suoi vicini, all’irrinunciabile gola profonda, portiere del Villa Garibaldi, signor Barzini, il più valido gazzettino del lago.

Le parole di Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2019.
Anche stavolta Maurizio de Giovanni riesce a convincerci e spiazzarci contemporaneamente. Introduce a bruciapelo un puntuale noir di denuncia sociale, un’intrigante spy story che nasconde a fatica il marciume del vero male, quella turpitudine che ha per unico, lurido e vero scopo l’appropriarsi di incommensurabile ricchezza e sfrenato potere a ogni costo. Un romanzo che non fa sconti, concedendosi appena di tanto in tanto un piccolo sorriso per allentare la stretta al cuore. E dunque un bel romanzo nel miglior stile di Degio… Allora perché ho detto spiazzarci? Perché, signori miei, Le parole di Sara declina, dall’inizio alla fine, il significato di amore che, con lo scorrere delle pagine, diventa la parola dominante e balza in primo piano, invadendo con prepotenza la scena. Amore! Il vocabolario dà come significato della parola “dedizione appassionata ed esclusiva, istintiva e intuitiva fra persone, volta ad assicurare reciproca felicità, o soddisfazione sul piano sessuale: amore casto, platonico, sensuale; un amore appassionato, travolgente; desiderio, tormento d’amore”. Strano – direte – che in un caso come questo proprio l’amore possa trasformarsi in filo conduttore del romanzo? Eh no! La passione può coinvolgere, commuovere, far male, ferire ma persino arrivare a uccidere tragicamente…

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi, Sellerio 2019.
Ottava avventura di Carlo Monterossi, il protagonista di Alessandro Robecchi, che a occhio non assomiglia molto al suo creatore, salvo forse per certe impuntature di ribellione allo status quo. Carlo Monterossi è un ricchetto, secondo il metro di Robecchi (o un riccone, e buon per lui, visto da noi poveri middle class), uno che se la cava bene finanziariamente, vive di lusso in uno splendido appartamento a Porta Venezia, sotto l’ala benevola e protettrice dalla governante, cuoca provetta e tata amorevole, Katrina. E spesso la fastosa presenza notturna di una compagna con i fiocchi.
Ma passiamo al libro: i capitoli e le avventure s’incrociano, scorrono e corrono nella Milano dove dominano tutti i difetti (magari qualcuno li considera pregi) del nostro oggi. Droga, bullismo, firme, marche famose e chi più ne ha più ne metta. Il tutto riporta un po’ a La Ronde, film di Max Ophüls del 1950 con Gerard Philippe e Simone Signoret (uhm, sarete troppo giovani per ricordare): una giostra infernale dominata dagli influencer, dove una trasmissione televisiva deve stupire, esaltare, scandalizzare a ogni costo e tutto è buono per fare share. Fino a quando gli amici degli amici…
Dunque dicevo: un bravo ragazzo, studente modello avviato a una brillante carriera ingegneristica con fidanzata “a modino”, famiglia, i soliti lavoretti per raggranellare i soldi per un viaggio a Miami, viene trovato nella sua macchina, una Golf, con i pantaloni calati, legato al volante con due fascette di plastica e ucciso da un colpo di pistola alla tempia. Ah, ma prima di essere fatto fuori era stato tramortito con un colpo alla nuca. Strana faccenda, no? Errore di persona? Regolamento di conti? Insomma la faccenda sembra molto complicata. Oddio, gli indizi non mancano, anzi ce ne sarebbero addirittura troppi e, se non bastassero, la vittima aveva in casa una busta con 2.000 euro. Forse messi da parte per il viaggio?
La polizia si pone domande, comincia a darsi da fare, ciò nondimeno ancora una volta le indagini dei nostri (dico nostri perché li abbiamo già incontrati nel precedenti romanzi targati Carlo Monterossi) bruschi e onesti sovrintendenti di polizia Carella e Ghezzi andranno a incrociarsi e a sovrapporsi con quelle dei due segugi dilettanti Oscar Falcone e Carlo Monterossi…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Colpo di scena nell’antica Grecia di Geronimo Stilton, PIEMME 2018.
Tutto ha inizio da un paio di scarpe, dei sandali che Geronimo va a prendere dal calzolaio per darli a Tenebrosa. Ma non sono i suoi! Ci vuole il camper del tempo per sapere a chi appartengono. Via ad Atene antica dove trovano Topaxis, un roditore che deve partecipare a uno spettacolo teatrale di tragedie. Però gli mancano la scenografia, gli attori e i costumi. La scenografia la costruisce il maestro Fidia, gli attori glieli manda Socrate, mentre i costumi li crea il camper del tempo. Il giorno dello spettacolo accadono molti imprevisti e qualcuno cerca di ingannare gli altri concorrenti per vincere la gara. I nostri dovranno scoprire chi è l’imbroglione.
Alla fine del racconto uno sguardo su Atene antica: il porto, l’Agorà, l’Acropoli, le sculture, il governo, il teatro, l’alimentazione, l’abbigliamento, l’educazione…
Come cambia il tempo!

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2019

Ringraziamento
Un sentito “grazie” al mio nipotino Jonny (Jonathan) proprio glielo devo. Per l’impegno con il quale porta avanti la sua rubrica in questo blog. Aiutato, naturalmente, dai consigli del sottoscritto. Importante è leggere, leggere sui libri e non solo sui moderni aggeggi del momento. Leggere sui libri e scrivere. Scrivere con gioia e libertà senza paura di sbagliare. Scrivere, cancellare e riscrivere fino a trovare la stesura che ci convinca. Semplice e chiara. Ergo, un invito a tutti i nonni del mondo. Fate leggere (i libri!) e scrivere i vostri nipotini! (Un ringraziamento a Jonny, che abbassa notevolmente l’età media del folto gruppo di collaboratori del blog, anche da parte mia. A.)

La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, Giunti 2019.
Me lo sono fatto regalare dalla mia figlia Claudia per Natale (a Riccardo ho chiesto Da molto lontano di Roberto Costantini). Giudizi contrastanti in internet. Da 5 stelle a 1. Succede sempre così. Quando uno scrittore passa a un tipo di narrazione diversa dalle precedenti “sconvolge” un po’ gli abituali lettori.
Qua siamo nella Milano del 1493 alla corte di Ludovico il Moro. Siamo, cioè, in quel nutrito gruppo di gialli storici in cui gli autori italiani hanno dimostrato da tempo la loro bella competenza. Il momento è particolarmente complesso e interessante: “Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo”, Carlo VIII ha mandato proprio a Milano due ambasciatori per avere sostegno nella guerra contro gli Aragonesi e per controllare Leonardo da Vinci che sta progettando cose inaudite.
Parte storica ok, sia per il quadro complessivo che per l’uso di un linguaggio agile, aperto, ricco di humour, una specie di alta “chiacchierata” con il lettore come con un vecchio amico, espressa attraverso una miscela di garbo e sapienza. Il Malvaldone si diverte da pazzi a infilarsi tra un discorso e l’altro dei personaggi, offrendo uno spunto ironico sulla persona che parla o su certe caratteristiche peculiari della società del tempo. Rivolgendosi, talvolta, allo stesso lettore per dire ma guarda un po’ a cosa credevano questi uomini del Quattrocento!
E di personaggi ce ne sono a iosa. A partire dal citato, mitico Leonardo da Vinci che si trova proprio a Milano al servizio di Ludovico Maria Sforza detto il Moro. Ritratto in tutte le possibili sfaccettature, a partire dall’aspetto fino alle sue molteplici, geniali attività. È lì con la madre Caterina e un garzone soprattutto per portare a termine un colossale monumento equestre dedicato a Francesco Sforza, padre di Ludovico. Mentre è intento, dicevo, a svolgere mille altre attività tra le quali una certo non prevista: quella di abile investigatore.
Il morto arriva a pagina settantotto all’interno del castello nel cortile “noto come Palazzo delle armi” e non si sa bene, all’inizio, di che accidente sia defunto. Forse addirittura a causa di quella, ovvero della peste che mette paura solo a nominarla. Comunque dall’esterno sembra proprio “una malattia che non si è mai vista”. Urge qualcuno che dia uno sguardo anche all’interno di quel corpo e chi, meglio del nostro Leonardo? Soffocamento è la sua diagnosi, un soffocamento particolare che non lascia segni di fuori. Trattasi di un falsario che aveva chiesto udienza al duca il giorno prima. Perché ucciderlo? Perché lasciarlo proprio in quel luogo? Quale messaggio può rappresentare?…
Squarci sulla città di Milano manifatturiera per eccellenza, la musica, le spie, il denaro, la banca, le lettere di credito, il metallo trasformato in oro, i cannoni, le gabelle, la tassa sul sale, le donne e gli uomini, tradimenti amorosi, discussioni su Dio e noi, personaggi che entrano ed escono dalle pagine con le loro concrete caratteristiche, il mistero del delitto che, pian piano, viene svelato. Insomma realtà storica e invenzione a braccetto come due spensierati compagni di viaggio.
Cambio di prospettiva, sottolineavo all’inizio, ma il Malvaldi del “BarLume” rimane sempre lo stesso anche in un campo ben diverso dal solito. Documentato sì, e allo stesso tempo agile, sicuro, veloce, ironico e autoironico. Come dimostra il finale dove si prende candidamente in giro. Un gradevole ripasso della nostra storia con delitto incorporato. Anche se la parte “gialla” lascia un po’ a desiderare.

L’enigma di Angel Court di Anne Perry, Mondadori 2019.
Un incarico speciale per il sovrintendente Thomas Pitt, ovvero controllare che non succeda niente di male alla “santona” Sofia Delacruz, tempestata di minacce, durante una sua visita a Londra, dalla Spagna, con i suoi seguaci. Una donna che colpisce subito Thomas durante il loro incontro: capelli neri tirati all’indietro, un volto straordinario, bella “in modo a un tempo tenero e selvaggio”, intelligente e ironica con movenze “incredibilmente aggraziate”. La sua dottrina? In sintesi che gli uomini e Dio sono la stessa cosa, come lo sono il bruco e la farfalla e “non c’è gerarchia se non quella imposta dalla capacità di amare senza riserve”, attirandosi le contestazioni e le ire di molti. Fino a quando sparisce insieme ad altre due seguaci che la accompagnano. Precisamente ad Angel Court, un antico cortile dove campeggia la sinistra figura di un angelo dalle ali gigantesche. La faccenda si complica quando vengono ritrovati i corpi barbaramente uccisi delle due accompagnatrici.
Ma chi c’è dietro alla sparizione di Sofia? Qualcuno dei suoi adepti o, addirittura, stando a quello che le è successo in Spagna, gli anarchici di quel paese? E perché è venuta a Londra? Con quale scopo?… Subito al lavoro il nostro Thomas per cercare di capire, attraverso chi l’ha conosciuta (e sono molti), il personaggio che tanto attrae in quel momento, le ragioni della sua scomparsa e quella dei due omicidi. Un caso ampliato dai giornali che preoccupa pure le alte sfere in un mondo traboccante di incertezza anche nei riguardi della fede ormai corrispondente “alla crescita anarchica sociale nella politica di tutt’Europa”. Un caso fonte di dubbi e discussioni perfino all’interno della sua famiglia composta dalla moglie e due figli.
Piano piano, attraverso una indagine serrata di Pitt e dei suoi agenti, il quadro della vita di Sofia si fa più completo, si scoprono fatti personali interessanti legati alla sua permanenza in Spagna. Ed ecco arrivare al nostro sovrintendente una lettera anonima con la quale si chiede…
Vicenda complessa ambientata in un momento storico particolare di contrasti bellicosi fra gli stati, che potrebbe mettere addirittura in pericolo la sicurezza stessa dell’Inghilterra. Per tale motivo servirà anche l’aiuto di un membro della Camera dei Lord e di sua moglie. Insomma interessi nazionali e personali che si intrecciano fra di loro con finale movimentato, atmosfera tesa ed irta di pericoli.
Per La storia del giallo Mondadori abbiamo I Libri Gialli 1929/1941 di Mauro Boncompagni. Un excursus formidabile. Non perdetelo!

Delitti al museo di AA. VV., Mondadori 2019.
Mann-Hunter di Romano De Marco
Napoli, 29 agosto 2018. Una bella coppia: il colonnello Salvatore “Sacha” De Rosa e la fidanzata Ludovica Mazzotta di Milano, insegnante di storia dell’arte. In visita al museo archeologico nazionale. Colpo d’arma da fuoco e urla assordanti. Un uomo ucciso, ovvero Rudolph Schenker di Berlino. Caccia all’assassino con l’aiuto del Vicequestore Esposito. Tutto si concluderà nella sala numismatica. Bello il museo ma la pizza è sempre la pizza. Parola di Salvatore. Movimento, sorriso e ironia.
Il fauno di cenere di Stefano Di Marino
Qui ritroviamo un personaggio caro allo scrittore e ai lettori, ovvero Sebastiano “Bas” Salieri, ricercatore dell’occulto. Chiamato a Napoli da un suo amico per una questione delicata e ritrovato morto sgozzato nella sua villa, ovvero all’interno di una sorta di cripta “rifugio delle passioni segrete” del medesimo e di sua moglie che viene accusata dell’omicidio. Indagine affascinante e brividosa (con il contributo telefonico dell’assistente Zaira) tra riti sacrificali, sesso bizzarro, passaggi segreti e una importante statuetta bruciata. Ma ciò che sembra non è.
L’odore del disprezzo di Andrea Franco
Napoli 1846. Subito l’odore del disprezzo che emana dall’uomo che si autoaccusa dell’omicidio. È ciò che “sente” monsignore Attilio Verzi dotato di questa particolare “dono”. Un assassinio avvenuto al museo archeologico della città con un grosso pugnale risalente al I secolo dopo Cristo. Tutto sembra facile. Troppo facile. Il colpevole c’è già. Ma per Attilio Verzi qualcosa non quadra… Un viaggio all’interno dell’uomo e sul senso della vita.
La tazza del re di Antonio Fusco
Napoli 1994. Strano, proprio strano che un uomo abbia passato la notte al Museo nella stanza dove è esposta la Tazza Farnese, uno dei pezzi più pregiati. Senza aver fatto nulla, senza aver rubato nulla. Così, solo per avere la possibilità di godersi, beato, la vista di quelle bellezze. Caso interessante per il commissario Tommaso Casabona e l’ispettore Giovanni Luongo. Che c’entri di mezzo la sfortuna?…
Omicidio alla sezione egizia di Luigi Ricciardi
Sole, mare, insieme a ricordi dolorosi per il commissario Cataldo. Ma c’è un omicidio che lo aspetta al museo archeologico. Ovvero il corpo senza vita del dottor Cassani che stava preparando proprio lì un catalogo di tutti i reperti della sezione egizia. Rubati due shabii o ushabii, statuette funerarie a forma di mummia della collezione Borgia. Niente segni di scasso alla porta. Ma non è finita. Segue un altro omicidio e le statuette mica valgono tanto. Ah, l’amore!…
Dietro la Venere Callipige di Diana Lama
Pensieri. In prima persona. Di una ragazza. Di un ragazzo. Di un violentatore assassino. Lei dipinge, riprende i tratti della statua di Venere che le appare bella, forte, sicura di sé come vorrebbe essere. Ripensa, rimugina su se stessa e sulle sue debolezze. Lui la guarda, la segue, prima o poi capiterà sotto le sue grinfie e allora la farà urlare… Colpo finale a sorpresa. Brividoso.
Le natiche di Venere di Diego Lama
Napoli 1883. Il commissario Veneruso invecchiato e ingrassato. Via al museo, più precisamente al Salone dei Marmi dove pare sia stato ucciso un noto studioso, disteso davanti ad una statua, “pantalone sbottonato e parzialmente calato”, un piccolo taglio sulla schiena in corrispondenza del cuore e una scia di sangue sul pavimento. Tre studiosi, tre possibili indiziati messi sotto torchio. E la statua di Venere Callipige che attira gli sguardi. Soprattutto il suo fondoschiena… Gradevole, simpatico, ironico.
La sacerdotessa venuta dal nulla di Giulio Leoni
Museo archeologico di Napoli 1933. L’architetto Cesare Marni ha un piccolo appalto di ristrutturazione proprio al suddetto museo. Solo che i lavori vengono sospesi pochi giorni prima dell’inaugurazione di una mostra. Perché? Da chi? E perché è stato sostituito pure il Direttore? Alla ricerca della verità con l’aiuto di una bella ragazza che lo vuole più moderno. Occorrerà un morto ammazzato per salvare la grande e magnifica storia dell’italica gente. Addirittura. Il tutto a causa di una statuetta…
Il mistero della lamina orfica di Carlo A. Martigli
“Andrete a Napoli a indagare su una strega”, ordina perentorio papa Leone X al francescano Martino da Barga. Via alla sua ricerca. Pericolosa se molti cercano di dissuaderlo. Scontro frontale davanti a Mnemosine, la strega, che vive dentro un sarcofago protetta da una lamina d’oro dove muore e risorge in un ciclo continuo. Dice lei. Terremoto, perdita dei sensi, risveglio, la lamina sotterrata. Ecco, questa è la storia raccontata da una relatrice del museo durante una conferenza. E la lamina ora è lì. O c’era?… Realtà o illusione? Mah…
Racconti ben miscelati, ognuno con le proprie caratteristiche a rendere più attraente la lettura. Partendo dai personaggi principali, conosciuti, conosciutissimi o meno conosciuti che sfilano ognuno con il suo carattere, con le sue doti e il suo vissuto. Magari previo contrappeso di una “spalla” pronta a metterne in luce le qualità più nascoste e a far sorridere per qualche buffa peculiarità. Realtà spietata e fantasia, crudezza e leggerezza, esterno ed interno dell’uomo, amore e odio, sorriso, ironia, brivido e mistero. Insomma sentimenti variegati che si intrecciano fra loro insieme a movimento, dubbi, rovelli, il classico colpo finale a sorpresa che non ti aspetti. In una Napoli concreta vista in diverse epoche nei suoi molteplici risvolti, che offre lo spunto, con il magnifico Museo, per un incredibile viaggio istruttivo di storia archeologica.
Completa il tutto l’Introduzione di Franco Forte e Diego Lama e un breve excursus al citato più volte Museo di Serena Venditto. Infine terza puntata di Non solo libri gialli di Mauro Boncompagni e In ricordo di Andrea G. Pinketts di Franco Forte, Andrea Carlo Cappi e Stefano Di Marino.

Un giretto tra i miei libri

Lemmy Caution pericolo pubblico di Peter Chemney, Polillo 2011.
Scritto in prima persona e al presente da Lemmy Caution, novanta chili di peso, evaso dal carcere di Oklahoma City per avere ucciso un agente di polizia. Ora si trova a Londra a seguire le tracce della bella e ricca Miranda Van Zelden, erede di un appetitoso patrimonio. Sua idea sposarla e poi beccarsi i quattrini dal padre che vorrà liberarsi di lui dopo avere scoperto che tipo sia. Ma non è il solo ad avere delle mire sul bocconcino prelibato. Dietro alla riccona c’è pure la banda di sequestratori di Ferdie Siegella, dunque con le buone o con le cattive Lemmy deve lavorare per lui, contattarla e portarla ad una festa privata. Qui avverrà il sequestro seguito dalla richiesta di riscatto al padre milionario. Fosse così semplice. Sempre sulla medesima preda ha buttato l’occhio un’altra banda e nel frattempo la riccona sparisce. Classica storia di tradimenti, doppio gioco e violenza che prende pure certe “signorine” come Connie e Lottie. Pistolettate e botte da orbi con Lemmy che le dà e le prende, movimento di corpo e movimento continuo di cervello, prendere veloci decisioni e se arriva il pericolo fa pure comodo la polizia. Bourbon e whisky al bisogno. E di bisogno ce n’è parecchio. Linguaggio diretto, duro, senza tanti infiorettamenti, intriso di una ironia altrettanto tosta. La critica di allora lo trovò troppo violento. Oggi rientra nella norma e si legge sempre volentieri. Semmai quel presente pesantuccio con ora faccio questo, ora faccio quello che alla fine un po’ stanca.

L’enigma della banderilla di Stuart Palmer, Mondadori 2010.
Qui troviamo un personaggio particolare, Hildegarde Withers, sul quale spendo due parole. Alta e rinseccolita, dalla faccia cavallina che ti aspetti un nitrito da un momento all’altro, letterariamente parlando nasce qualche anno dopo Miss Marple (siamo negli anni Trenta). Intanto è americana e non inglese, insegnante di scuola elementare, tosta, dallo scilinguagnolo sciolto e affilato. Pettegola, insomma. Proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto, dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato, suo corteggiatore (c’è speranza per tutti), nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non ricambiata almeno del tutto se lei pensa che non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui con la sua faccia da cavalla mattonata. Ama disegnare e camminare, vedere, osservare, esplorare. Certo non è una “signorina” sedentaria adatta all’uncinetto come Miss Silver. Praticamente una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto e che risolve i misteri criminosi del suo tempo.
In questo romanzo la vediamo in vasca da bagno alle prese con la “giornata più calda dell’estate più calda” a Manhattan, dopo essere stata assorta nella lettura della rivista “Delitti autentici” tanto per tenersi in esercizio.
Non la faccio lunga. Classico delitto in treno con cianuro di potassio annusato dalla persona sbagliata. Il vero obiettivo sembra essere Adele Mabie, moglie del vicesindaco di New York, che sarà perseguitata anche in seguito. La scena si sposta a Città del Messico dove arriva pure la nostra Withers richiamata con telegramma da Oscar Piper. Altro morto ammazzato durante una corrida con banderilla infilzata in profondità e la cosa sembra impossibile da fare manualmente. Ergo dubbi e rimuginamenti con la spilungona che entra ed esce tranquillamente dalle stanze altrui (basta una forcella per capelli) e si scontra con le improbabili ipotesi di Piper, insieme a qualche notazione critica sulla società “diversa” del Messico (e ad un paio di citazioni degli scacchi).
Buona la partenza, finale confuso e improbabile.

I Maigret di Marco Bettalli

La ballerina del Gai-Moulin del 1931
Ambientazione di nuovo a Liegi e legata evidentemente alla giovinezza di Simenon, presenta un Maigret sornione in trasferta che fa la sua apparizione solo dopo la metà del libro (una novità che, credo, non si ripeterà più), facendo impazzire i colleghi belgi per poi diventarne amico. La trama è forzatissima (servizi segreti, ricchi egiziani stupidi, Maigret che trasporta cadaveri in ceste di vimini e che, per breve tempo, viene fatto scambiare per l’assassino), ma in compenso leggiamo una fantastica presentazione di “tipi” immortali (e tutti, irrimediabilmente, datatissimi): il ragazzo ricco e debosciato, il ragazzo povero a traino che si può ancora salvare (spedendolo in Congo, sai che salvezza…; Simenon comunque insiste molto su questa figura e sui suoi rapporti con la mamma e il papà), la fauna dei night-club, con in testa la ballerina cinica ma buona, che viene anche lei prosciolta da ogni accusa ed emigra a Parigi. Tutto il tessuto di contorno è ancora in costruzione (qui Simenon fa completamente a meno dei “comprimari”), mentre Maigret è già lui, con un che di leggermente eccessivo, nel fisico e nel comportamento; ma il prodotto è già scorrevole e molto piacevole.

Il defunto signor Gallet del 1931
In qualche misura, una delle poche storie “gialle” di Maigret. Ancora in trasferta, ancora senza collaboratori (a parte l’esordio, molto simpatico, di Moers della Scientifica, destinato a essere una presenza quasi fissa), senza alcun intervento della moglie, immerso nell’atmosfera ancora quasi ottocentesca di un paesino di poche anime, il commissario si trova a decifrare la morte “impossibile” di un misterioso personaggio, attraverso pochi elementi: le testimonianze dell’acida vedova, del cupo, cupissimo figlio e di un sedicente nobile che lo aveva conosciuto più di quanto volesse ammettere, rappresentante del piccolo mondo dei “legittimisti”, in via di sparizione già allora. Lo scioglimento è macchinoso e l’omicidio che in realtà è un suicidio regge a stento, così come i cambi di identità che risalgono a decenni prima. Ma per certi versi, Il defunto signor Gallet è un piccolo capolavoro, e il patetico protagonista rimane impresso nella mente, così come ne viene colpito Maigret il quale, pur di non rovinare il castello costruito pazientemente dal morto, accetta di far finta con il suo superiore di non essere venuto a capo di nulla. Maigret, lo sappiamo, non è uomo da rispettare le regole sempre e comunque: Maigret le regole le detta lui stesso, e sono regole più rigorose di quelle ufficiali.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La profezia dei Gonzaga di Tiziana Silvestrin, Scrittura&Scritture 2018.
1596: risale gloriosamente sul palcoscenico storico mantovano, stavolta in un autunno gravato da minacciose nubi nere foriere di sventura, Biagio dellʼOrso, capitano di giustizia del duca Vincenzo di Mantova. Il nostro Biagio, famoso per aver risolto ovunque (mettendosi in gioco, anche al di là della penisola italica) casi spinosi e complicati. Dicevamo dell’Orso, al suo arrivo in città dalla Francia, ancora sporco di polvere per il lungo e faticoso cammino percorso, senza neppure ricever grazia del tempo per ripulirsi, viene convocato alla presenza del suo signore e capisce subito la gravità della situazione. Durante gli importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento di un’ala di Palazzo Ducale è sparita la mummia del Passerino, l’ultimo membro della famiglia a governare Mantova tra il 1309 e il 1328…
Il duca Vincenzo vede in quella disgraziata sparizione del Passerino, probabilmente un furto su commissione, la pericolosa scintilla destinata a scatenare la disgrazia o, peggio, la rovina della sua dinastia e affida il destino dei Gonzaga nelle mani di Biagio dell’Orso. Ma l’affare scotta, bisogna guardarsi da tutto e da tutti. I nemici del duca sono infidi e numerosi, sia dentro che fuori i confini mantovani e, come se non bastasse non tardano a presentarsi una catena di oscuri presagi… Quinto romanzo di Tiziana Silvestrini che vede dell’Orso come protagonista. Inquadramento storico riuscito, buon livello di suspense che tiene il lettore in dubbio e in attesa dalla prima allʼultima pagina, giostrando con cognizione di causa fra realtà e fantasia.

Ragione da vendere di Enrico Pandiani, Rizzoli 2019
Una nuova intrigante inchiesta per i soliti “maledetti italiani” Les Italiens della brigata criminale di Parigi, stavolta coinvolti in una drammatica impresa che implicherà mezzi e cervelli internazionali, tutti impegnati in una frenetica caccia a un’opera d’arte di inestimabile valore. Nuova vita semi familiare, ma felicemente avviata, per il nostro Mordenti e cionondimeno non può certo abbassare la guardia, Parigi non è mai stato un posto tranquillo. E Les Italiens, i flic della squadra del commissario Pierre Mordenti, lo sanno bene. Il turnover ha cambiato le carte in tavola, ci sono facce nuove a dominare la scena e, se non bastasse a far schizzare a mille la temperatura del calderone investigativo di una tranquilla notte agostana, oltre alla implacabile canicola estiva si fanno strada le raffiche dei fucili mitragliatori pronti a trasformare in omicidio quello che sembrava un normale scontro cittadino. È proprio ciò che capita a Pierre Mordenti e al collega Alain Servandoni, dopo un couscous da leccarsi i baffi preparato da Karima moglie di Alain, di trovarsi coinvolti per caso nell’assalto a mano armata a un furgone con morto ammazzato per dessert. Di colpo la quiete estiva di square Montholon, all’angolo con via Papillon, va in frantumi e i “maledetti italiani” si trovano risucchiati in una caccia senza quartiere a una preziosa e antichissima opera d’arte scomparsa nel nulla…
In Ragione da vendere, romanzo che ci riporta con piacere la nostalgia delle più azzeccate atmosfere hard-boiled vecchia maniera di Dashiell Hammett, con un magistrale colpo alla Houdini Enrico Pandiani fa incrociare Les Italiens e Zara Bosdaves, i protagonisti delle sue due serie poliziesche. Pandiani mette i suoi personaggi, esseri umani con le debolezze e le tentazioni di tutti gli esseri umani, davanti all’aureo miraggio del denaro, quel miraggio che solletica pericolosamente e può condurre alla tentazione, a cedere alle voluttuose spire del male. E certo 90 milioni di sterline sono voluttuose spire fasciate di diamanti. Ogni uomo potrebbe chiudere gli occhi e allungare la mano, insomma avere il suo prezzo. L’onestà tuttavia non è debolezza o stupidaggine, L’onestà è sapere resistere e riuscire a farlo sempre, a ogni costo. Mi sono divertita, ci contavo e ancora una volta ho apprezzato la buona prosa e l’indovinato ritmo narrativo di Pandiani che non scade mai. Chiudo il libro decisamente soddisfatta. Come sempre l’andatura della fiction è pazzesca, la tensione viaggia a più di cento all’ora, sfiorati a ogni passo da un mortale pericolo e i dialoghi funzionano alla grande con la storia che ogni volta privilegia scenari diversi e non scontati. Ma con lui impossibile sbagliare… non ne dubitavo.
Il ciclo de Les Italiens è in via di adattamento per una serie tv internazionale.

Arieccolo! Eh ma noi l’aspettavamo a piè fermo. E come al solito non ci ha deluso. Anzi direi che stavolta con Mazzo e rubamazzo Roberto Centazzo, TEA 2019, sembra addirittura che abbia cambiato macchina, innestando una marcia in più. La Squadra speciale minestrina in brodo, in barba agli acciacchi e agli acciacchetti vari dei suoi baldi, si fa per dire, componenti cammina a tutta birra. Dice un proverbio che non è l’occasione che fa l’uomo ladro ma la necessità. Ora qui non arriviamo al punto di scontrarci con il codice penale, ma certo senza troppa malizia si scova efficacemente il modo per aggirarlo. A fin di bene però, sia mai che i nostri inciampino sulla retta via! Ma se la strada ha troppe curve ogni tanto magari meriterebbe un ritocchino e allora…
Comunque torniamo a noi, anzi a Mazzo e rubamazzo. Per un tragico, diabolico errore dell’informatizzazione della Prefettura, le elaborazioni del mese di maggio, con tutte le gioie e dolori, compensi, pagamenti e trattenute che comportava, ohimè, sembrano essersi volatilizzate nell’aere. Risultato: da un giorno all’altro il bonifico mensile per la pensione sul conto corrente di Semolino, Kukident e Maalox non arriva più. NISBA! E, visti i ben noti tempi burocratici delle penisola, quando mai si risolverà questa “triste” solfa? I nostri tre eroi, che non appartengono all’italiano esercito dei paperon de’ paperoni, privati di botto di quell’entrata sicura, hanno i bancomat scarichi e i conti indecorosamente in rosso e si cacciano presto in poco piacevoli traversie economiche. Da un momento all’altro Semolino Kukident e Maalox si trovano scaraventati in un fatiscente universo di indigente incertezza del quale ignoravano la nebulosa esistenza, dalla parte di quelli costretti ad arrabattarsi in qualche modo per mettere insieme il pranzo con la cena…
Nel ventre molle di Genova, però, non operano solo bande di poveri diavoli o di sporchi criminali da tenere sotto controllo. Anzi, proprio in quei quartieri più poveri, teatro di fragili equilibri e troppo spesso di scontri tra morti di fame, da tempo sono in atto strani movimenti finanziari e provocazioni…
Sia per caso che per i motivi economici che li hanno costretti a una maggior forzata frequentazione di quella zona, i nostri tre eroi verranno a conoscenza di uno squallido piano per impadronirsi del centro storico, comprando il comprabile per poi cacciare gli occupanti, ristrutturare gli immobili e venderli a peso d’oro. Tre don Chisciotte che si battono contro i mulini a vento. Che per loro fortuna godono di validi, occhiuti ed efficaci “Sancho Panza” in gonnella, di un’inafferrabile spalla e presenza sempre sul campo occhio, orecchio e cervello fino, e della indefessa forza d’animo di una famiglia. Tutti per uno, risaliti dal profondo e più profondo sud per diventare dei veri genovesi e ridare coraggio, forza e voce a coloro che si vorrebbe far tacere.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Topin Hood e il segreto di Castel Leggenda di Geronimo Stilton Piemme 2018.
In un pomeriggio come tanti altri, Geronimo in redazione sta scrivendo l’articolo per la prima pagina del giornale. Fuori c’è un fortissimo temporale e a un certo punto… ZOT, va via la luce. Geronimo si ritrova a Castel Leggenda, tra stanze infinite e mobili parlanti. In ogni avventura cerca sempre di diventare un cavaliere dell’Ordine della Salamandra, ma non ci riesce mai. Smorfiella, una principessa del regno delle smorfie, viene rapita da Magno Magno, il furfante più famoso del Fantamedioevo. Geronimo, insieme ai suoi amici cavalieri Sir Ardimenzio, duca Giusto, Lady Tea, Lady Diamante e la sua fidanzata Tenebrosa partono all’avventura per salvare Smorfiella e catturare Magno Magno. Dovranno affrontare diversi pericoli ma ci sarà anche da sorridere con finestre, armadi e specchi che parlano!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2019

Altri arrivi sulla tazza!…
Bene, bene, bene, oltre alla nostra leggendaria Debicche (Patrizia Debicke) e al mio nipotino Jonny (Jonathan), su una delle varie, inossidabili tazze del mio gabinetto, sono arrivati l’amica lettrice Barbara Daviddi e anche, sempre amico e nello stesso tempo professore di storia antica all’Università di Siena, Marco Bettalli. Il quale Marco è stato, ed è tutt’ora, un lettore accanito di tutte le opere del grande Simenon dove campeggi Maigret. Ergo mi ha lasciato ben 75 (settantacinque) brevi, brevissime recensioni del grande scrittore francese che ho il piacere di farvi conoscere. Lo troveremo più avanti. Intanto ricordo di lui soprattutto Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico. Età arcaica e classica, Carocci 2013.
Aggiungo un mio vecchio gialletto scherzoso qui.

Il rovescio della medaglia di Ellery Queen, Mondadori 2019.
“Ellery credeva ormai di averla finita con Wrightsville.” Con “il verde perenne delle foreste”, “l’aria profumata” e le “ridenti colline.” Fino a quando arriva una busta proprio da questa località. Una busta senza mittente che contiene alcuni ritagli di giornale, più precisamente del “Wrightsville Record” a firma di Malvina Prentiss. Tre sere dopo per espresso la seconda busta con un altro ritaglio dello stesso giornale. In sintesi i fatti riportati: la morte per malattia di cuore di Luke MacCaby un “eccentrico vecchio miserabile” che non è “povero affatto” e ha lasciato il suo intero patrimonio (quattro milioni di dollari!) al dottor Sebastian Dodd, conosciuto da tutti per il suo animo generoso; il suicidio del socio segreto in affari del morto John Hart per speculazioni sbagliate; infine la scomparsa dell’“ubriacone” Tom Anderson, forse buttato nelle sabbie mobili sottostanti a una rupe dopo una rissa. Tutti, per qualche motivo, in relazione fra loro.
“Ellery se lo sente nel sangue che c’è “qualcosa di sinistro sotto tutto questo.” Ed ecco arrivare da lui una bambina. Proprio Rima Anderson, la figlia di Tom. Suo padre le ha parlato di lui, della sua bravura di detective, e chiede il suo aiuto per scoprire la verità. Vuole sapere cosa è accaduto, come gli è accaduto, chi è stato. Caso interessante, proprio adatto per Ellery. E allora via a Wrightsville con Rima. E via dal capitano della polizia Dakin, oltremodo perplesso. Secondo Ellery quello che è accaduto al padre di Rima sembra essere connesso alla morte di Luke MacCaby, alla sua segreta società con John Hart e al lascito del primo al dottor Doll. Inizia l’indagine attraverso l’incontro con i vari personaggi che girano attorno alla vicenda: il dottore (spariti i cinquemila dollari che aveva dato a Tom per aiutarlo), l’avvocato del morto, la giornalista che segue il caso e altri. Da tutti vuole sapere chi è stato a spedirgli le buste (già, chi è stato?) e ancora una volta è sempre più convinto “che la morte di Anderson sia in qualche modo collegata con gli avvenimenti che l’hanno preceduta.”
Qualche spunto sui gialli, sulla interpretazione dei fatti, una cosa che non è sempre ciò che sembra, ovvero il rovescio e il dritto della medaglia, qualche simpatico battibecco con Rima a cui trova anche lavoro come segretaria presso il dottore dove si innamora del giovane assistente Kenneth Winship (Ken). Tutto gira intorno a una filastrocca (ci ricorda qualcosa…), al ricco, al povero, al mendicante, al ladro che fanno una brutta fine e la serie non termina qui.
Aggiungo il mistero della soffitta di Dodd (Ellery si ritroverà, addirittura, sul tetto della sua casa), il cane che urla nella notte, paura, brivido, pericolo anche per il Nostro, incidente stradale, un salto mortale dalla finestra, un incendio, gli “atti divinatori”, il testamento redatto due volte, l’Amore e le pene dell’Amore, il classico trucchetto per scoprire l’assassino, la rivelazione finale di Ellery sbalorditiva in tutti i sensi. Il tutto amalgamato da una scrittura pulita, liscia e fluida. Pure una citazione degli scacchi: “Ecco quello che accadeva, pensò tristemente, a considerare le persone non come esseri umani ma come pezzi degli scacchi” che interessa solo al sottoscritto.
Insomma, lo ripeto, un caso interessante da capire e risolvere attraverso il rovescio della medaglia. Come suggerisce Ellery al capitano “Adottate questo metodo di vedere le cose, Dakin. Tenete sempre la medaglia in modo da poter dare un rapido sguardo all’una e all’altra faccia.” Cercate di farlo anche voi lettori.
Per I racconti del giallo ecco Un nome da ninja di Andrea D’Amico.
Il “trillo sguaiato del campanello”, l’apertura della porta e la signora Caivani si ritrova a terra colpita da tre pugni micidiali al volto. Per una sua colpa, secondo il bisbiglio dell’assalitore. Caso per il commissario vedovo Arcidiacono che sembra il fratello minore di Bud Spencer. La morta, secondo indagine, “non era una brava persona.” Altro indizio i tre colpi: orecchio, mascella, occhio, ovvero non vedo, non sento, non parlo. Facile per il nostro Arcidiacono. Che ha pure un buon cuore.
E per La storia del Giallo Mondadori la prima interessante puntata di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

Sherlock Holmes Orrore nel West End di Nicholas Meyer, Mondadori 2019.
Londra, inverno gelido e nevoso del 1895. Il “corpo di Jonathan McCarthy giaceva riverso ai piedi di uno scaffale, gli occhi aperti e fissi nel vuoto, la mascella ornata della barba nera abbassata e la bocca spalancata in un agghiacciante grido silenzioso.” Un caso davvero particolare per il nostro Sherlock invitato ad occuparsene dall’amico commediografo irlandese George Bernard Shaw (non sta molto simpatico a Watson che lo giudica insopportabile presuntuoso). La vittima è un noto, velenoso critico teatrale pugnalato al fianco sinistro poco sotto al cuore. La sera precedente si è trattenuto con un ospite che deve averlo colpito, dopo un alterco, con un tagliacarte d’avorio giavanese, secondo Holmes. Da tenere presenti un sigaro strano ancora fumante e un volume di Romeo e Giulietta aperto a pagina quarantadue sul duello tra Tebaldo e Mercuzio che il morituro aveva preso dalla scaffale. Voleva forse offrire un indizio sull’uccisore? Intanto Holmes ispeziona la stanza del delitto con una serie di “fischi, esclamazioni e grugniti.” Dopodiché offre delle sicure informazioni sulle caratteristiche dell’assassino.
Un personaggio particolare, molto particolare che si è incontrato con il morituro è Oscar Wilde (tratteggiato a dovere nelle sue pose da dandy), autore famoso di commedie come L’importanza di essere Ernesto. Via da lui per un colloquio dove si apprende che il suddetto veniva ricattato proprio da McCarthy, il quale aveva un’amante, l’attrice Jesse Rutland. Via anche da lei al teatro Savoy. Ma qui la sorpresa, un “urlo inumano” della stessa trovata uccisa con un taglio alla gola. E, secondo il nostro Segugio di Baker Street, i due delitti, compiuti nello stesso giorno, sono collegati fra loro.
Indagine complessa, soprattutto perché si muove nel mondo del teatro, “dove le passioni, vere o finte, abbondano”, dove circolano droga e donnine di dubbia reputazione. “Nobile come arte, ma bieca come professione, che soprattutto venera ciò che il resto della società condanna” è il commento sprezzante di Watson. Inoltre troppi moventi e almeno una dozzina di persone hanno avuto interesse a eliminare il critico. Naturalmente, invece, per l’ispettore Lestrade, l’“ometto” Lestrade, è facile beccare subito l’assassino nella persona di un indiano parsi che frequentava l’uccisa, creando solo un caso “in cui l’odioso spettro dell’intolleranza razziale svolge un ruolo pesante quanto rozzo”, sempre secondo il vigile Watson.
Aggiungo un biglietto minaccioso che intima ai nostri di stare lontani dallo Strand, un pezzo di carta dell’agenda di McCarthy con la scritta venuto Jack Point, (trattasi di un personaggio di un’opera, un buffone che perde l’amore della sua donna), addirittura un’aggressione in cui sono costretti a bere uno strano liquido, classici travestimenti e classiche deduzioni tipiche di Holmes, cellule grigie e movimento (ritroviamo il famoso duo anche sul tetto di una casa), la scomparsa dei cadaveri, una malattia pericolosa dalla quale difendersi e l’Amore che muove i più forti, contrastanti sentimenti. Insomma un bel plot da rimettere a posto tanto che, a un certo punto, “Le cose sono meno semplici di quanto immaginassi agli inizi”, commenta dubbioso lo stesso Holmes. Come commenta Luigi Pachì in George Bernard Show e gli strani omicidi nel distretto teatrale di Londra in Sotto la lente di Sherlock Holmes, qui “ci troviamo davanti a un lavoro ben strutturato, intelligente e molto curato. Il romanzo è piacevole e si fa leggere con vero trasporto, anche grazie a uno stile fluido e appassionante.”

Il cadavere del lago di Danilo Pennone, Newton Compton 2019.
Ha sessant’anni. Ha perso la moglie e perde la figlia. Il commissario Ventura è solo. Fumo (sigari), alcol, un cane, la Volvo per spostarsi e un pianoforte a fargli compagnia. Davanti allo specchio vede “un uomo con un paio di occhi piccoli e tristi incorniciati dal metallo dei suoi occhiali”. Pantaloni “sgualciti”, giacca “rattrappita”, scarpe “slabbrate” e il personaggio è compiuto. Non ha tempo da perdere. C’è un morto strozzato sepolto sotto la sabbia del lago di Albano che lo attende. Segni di rossetto addosso e un rosario particolare, molto particolare. Più precisamente Eamon McCormac, originario di Belfast. Un seminario si trova proprio a Castel Gandolfo, sul lato delle Ville Pontificie, ovvero il Seminario Apostolico d’Irlanda. Da dove il tizio era sparito da due giorni.
Ci sono tutti in questa storia. Non manca nessuno. Voglio dire come personaggi caratteristici di un thriller: il medico legale, i sottoposti, i superiori, quelli superiori ai superiori, il cronista della nera, la giornalista del Tg regionale, perfino la bella di fronte che si spoglia (ormai un classico anche questo). E lui il duro, il testardo, lo “sceriffo” che deve vedersela con gli altri e con se stesso.
La storia spalanca davanti al lettore il mondo della prostituzione maschile tra “fruste, morsetti, apribocca, anelli fallici, collari e vibratori.” Un altro giovane morto strozzato e il caso si fa più complesso. ll nostro Ventura è preso da inevitabili dubbi ed assilli perché, al di là del mondo della prostituzione maschile, c’è forse qualche collegamento, addirittura, con il terrorismo in Irlanda…
Caso complesso e pericoloso, molto pericoloso soprattutto quando c’è di mezzo la Chiesa e il suo potere, quando sembra che il caso sia risolto con l’arresto del presunto assassino che lo accusa, addirittura, di violenza. Tutti contro di lui, costretto ad abbandonare le indagini, consegnare la pistola e il tesserino. È solo. Solo. A fargli ogni tanto compagnia una bella ragazza che lavorava nel Convitto, i ricordi dolorosi della figlia e della moglie, qualche dialogo con don Pablo, la musica classica, i notturni di Chopin e il cane Crimbo. Sa di avere poco tempo per una indagine personale “e di poter confidare solamente in se stesso e nella propria forza interiore.”
Spunti sulla città, scontri polizia-manifestanti, la fine della politica, il potere nelle mani della rete (si dice), alla Cantina Paradiso per qualche bella mangiata (squisita la Pasta alla Norma), fremiti stuzzicarelli che riemergono improvvisi per scuotere istinti sopiti. Complica l’ambaradan una Natura micidiale: il freddo boia, il cielo livido, il vento, l’acqua, il fulmine che cade sul lago, perfino il Vulcano Laziale che sembra preparare “un’aria d’apocalisse, di tragedia”.
C’è proprio tutto in questa storia, tutto quello che si trova abitualmente in altri millanta racconti similari. Compresa la qualità discreta della scrittura e l’andamento fluido della narrazione. Quasi un copia e incolla. Niente di nuovo sotto il sole.

I Maigret di Marco Bettalli

Pietr il Lettone del 1931.
Gli elementi ci sono già tutti. La signora Maigret che aspetta a casa, Maigret massiccio e apparentemente inerte che scola birre nel suo ufficio affacciato sulla Senna, i collaboratori (Torrence che muore addirittura, per poi risorgere in uno dei prossimi romanzi!), la Parigi sordida e quella dei grandi alberghi. Ma è tutto molto “sopra le righe”: Maigret, la cui pesantezza fisica è sottolineata ad ogni pagina, compie un’inchiesta spaventosamente faticosa, stando esposto a temporali per dozzine di ore, non dormendo quasi mai, per finire con una sorta di “cattura” di Pietr in una “notte buia e tempestosa” con l’acqua alle ginocchia. A un certo punto viene anche ferito abbastanza gravemente con un colpo di pistola. E poi, ebree (chiamate proprio così… e “hanno l’odore tipico della loro razza”) discinte e pazzamente innamorate, ricchi che più ricchi non si può, gemelli che si contendono donne e si ammazzano tra di loro, in una trama anche divertente ma decisamente inverosimile. Rispetto ai Maigret di vent’anni dopo, sembra un po’ un film pornografico rispetto a un film erotico di un maestro della cinematografia mondiale… Simenon deve prenderci la mano e diventare più sicuro (dopo tutto, scrisse il libro a soli 26 anni – fu pubblicato due anni dopo): potrà così iniziare la sua opera straordinaria di “sottrazione” che farà dei Maigret dei capolavori indiscussi.

L’impiccato di Saint-Pholien del 1931
La storia è da una parte poco originale (errori di gioventù che minacciano la vita di buoni borghesi ben sistemati, la cui descrizione è tra le parti migliori del libro), dall’altra non priva di qualche venatura di insensatezza (la partecipazione a un delitto da parte di queste persone non era tale da minacciarli di una condanna grave: e allora perché spingersi a cercare addirittura di uccidere il buon Maigret, ben due volte? Un eccesso, questo, difficilmente giustificabile sul piano narrativo). Nonostante questo, lo sguardo su alcune atmosfere è già a livello molto alto, e alcune pagine sono splendide. Ambientazione tra Brema e, soprattutto, Liegi, con chiari riferimenti alla giovinezza dello stesso Simenon, che visse nella città belga fino ai 19 anni; quasi nulla Parigi, signora Maigret e apparato poliziesco (fa la sua comparsa brevissimamente solo Lucas): Maigret fa tutto da solo in modo straordinariamente (forse eccessivamente) ostinato, per poi concludere la sua inchiesta lasciando liberi i colpevoli in nome di una superiore e personale idea di giustizia: uno schema che non mancherà di ripetersi altre volte. Tutto sommato, un romanzo con luci e ombre, non un prodotto perfetto, certamente, ma comunque notevole.

Un giretto tra i miei libri

Di nuovo tre piccioni con una fava con il Giallo Mondadori (il precedente esempio risale a L’isola dei delitti). Questa volta attraverso Le signorine omicidi colpiscono ancora di Patricia Wentworth, Mildred Davis e Stuart Palmer, Mondadori 2009.
Anzi, a ben guardare, sono quattro i piccioni che l’“Introduzione” di Mauro Boncompagni vale da sola il prezzo del libro.
Due romanzi Miss Silver e il caso Pilgrim, Appuntamento col destino e un racconto L’impronta azzurra. E tre detective: Miss Silver (appunto), Norma Boyd e Hildegarde Withers.
Idea azzeccata, azzeccatissima quella di mettere insieme due romanzi di contenuto e taglio diversi. E di personaggi diversi. La piccola, minuta, delicata, ma anche inflessibile ex insegnante Miss Silver, che tossicchia e sferruzza e mentre tossicchia e sferruzza tiene sempre all’erta le sue ben vispe celluline grigie (provviste di massime più o meno personali) e il personaggio di Norma Boyd presa dai suoi tormenti e dai suoi incubi per l’uccisione del figlio in una atmosfera piuttosto allucinata. Non manca il classico tombino claustrofobico chiuso dalla mano assassina che ritrovo ogni tanto nelle mie letture quotidiane e che mi strappa sempre un sorriso con somma incazzatura (mi immagino) del povero malcapitato costretto a infiniti patimenti prima di uscire alla luce del sole.
Sulla Whiters poche note data la brevità del racconto. Qualche spunto da altri lavori. Intanto è americana e non inglese. Insegnante di scuola elementare, alta, tosta, acidetta, e un particolare che mi è rimasto impresso: il volto come quello di un cavallo (sembra di sentirla nitrire quando parla). Di natura pettegola, proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato (suo corteggiatore) nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non del tutto ricambiata, se lei pensa che lui non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui. Insomma una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto e che risolve i misteri criminosi del suo tempo.
Passiamo alle storie. La prima: Roger Pilgrim è venuto a raccontare a Miss Silver di certi sospetti, di certe brutte avventure che gli sono accadute: il tetto della sua camera crollato, la stanza bruciata, la morte sospetta di suo padre caduto da cavallo. Insomma qualcuno ce l’ha con lui. In parallelo la storia di Judy Elliot e della nipote Penny che si ritrova a lavorare come domestica nella casa di Roger. Poi il mistero della sparizione di un uomo e il rinvenimento del cadavere nella cantina (in un baule di zinco per essere più precisi), un paio di disgraziati che cadono dalla finestra, un bel mucchietto di intrecci familiari, un finale inaspettato (veramente) e Miss Silver che fa la maglia, sferruzza, tossisce e risolve il mistero. Tutto questo accade perché Roger vuole vendere la casa…Prosa agile e sicura venata di un sottile umorismo.
La seconda: praticamente il tentativo di Norma Boyd di scoprire il colpevole dell’uccisione di suo figlio avvenuta quattro anni prima. Una indagine soprattutto dentro se stessa con sogni e incubi ricorrenti del passato in una atmosfera tesa e angosciante.
La terza: qui si tratta di un delitto particolare. Un noto collezionista viene ritrovato in un armadio di una casa d’aste insieme alla fotografia di una misteriosa impronta digitale. Hildegarde risolve il mistero con uno di quei trucchi tipici del giallo classico.
Alla fine della sua introduzione Boncompagni ci avverte, sotto forma di presentimento, che l’incontro con le signorine omicidi non sarà l’ultimo. Sono già in fremente attesa.

Per un bel po’ sono stato indeciso tra la solita copertina gialla ed una nera. Ho anche sbuffato per l’ improvvisa incertezza. Perché sapevo che la scelta avrebbe avuto un certo riflesso sulla mia vita emotiva. Trame troppo forti mi creano affanno e batticuore. Poi mi sono buttato. Ho chiuso gli occhi e ho scelto quella nera. Legion, una antologia di racconti di Supersegretissimo 2008 curati amorevolmente da Franco Forte (bella presentazione e notevoli i profili degli autori). Per la precisione dieci. E altrettante penne coi fiocchi. O la va o la spacca. Se ci lascio la buccia meglio su un libro che sul letto di un ospedale (mi sono detto).
Contratto veneziano di Stefano Di Marino ha aperto le danze. Con quel suo Chance Renard, il Professionista, sempre all’erta, pronto a menar fendenti e a scaricare piombo da tutte le parti. Questa volta è stato chiamato a Venezia per proteggere un certo dottor Loredan dalle mire (non propriamente amorose) di Atonia Lake, una “assassina di pietra” dai capelli rossi. Una lotta mica facile…
A ruota Rifiutato dal mare di Claudia Salvatori, praticamente il tentativo di Walkiria Nera di far restare nella Germania di Hitler il fisico italiano Ettore Majorana per i suoi studi sull’energia nucleare. Un lavoro di approfondimento su questo particolare personaggio della storia, sparito improvvisamente il 25 marzo 1938. Ho tirato un po’ il fiato.
Per poco. Che è arrivata la sferzata di Mattatoio di Tito Faraci con la descrizione minuziosa di una tortura. A danno di Wade. Botte, tagli, squarci, chiodi sparati nelle gambe e nei bracci, ossa rotte, sangue. E Wade che si ostina a non parlare. E quando parla… ma ha un piano che richiede ancora sofferenza.
E poi via via tutti gli altri: Private Rendition di Massimo Mazzoni, Dili Overnight di Giancarlo Narciso, Acciaio di Franco Forte, Domino di Dario Costa, Il gioco degli specchi di Andrea Carlo Cappi, Sopravvivere alla paura di Gianfranco Nerozzi, Joshua Tree di Alan D. Altieri. Con i loro eroi che cito alla rinfusa come Banshee, Stal, Dario Costa, Margot de Weers, Kane, Carlo Medina, Marc Ange. Un groviglio di situazioni pazzesche, di lotta all’ultimo colpo, arti marziali, cazzotti, fendenti, ginocchiate da tutte le parti (occhio ai “gioielli” se siete vicini a Margot), di inseguimenti, sparatorie, adescamenti, tradimenti (mai fidarsi delle belle gnocche…), corse di qui, corse di qua. E in tutti i luoghi del mondo: a Milano come a Timor Est, a Venezia come nella inventata Transnistria, a Budapest come a Beirut e non sto a farla lunga che avete capito. E sangue e orrore. E morte e morte e morte in un mondo malato fradicio dove l’aspetto più gentile è il commercio delle armi. Al termine della lettura sono ancora vivo. Con un inquietante tremore alle mani.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno di Elena e Michela Martignoni, Corbaccio 2018.
Tornano per il piacere di chi ama il giallo storico i tre romanzi sulla saga dei Borgia ad opera di Elena e Michela Martignoni. L’editore ha scelto di ripresentarli utilizzando dei nuovi titoli: Il delitto, La vendetta e L’inganno che facilitano al lettore la comprensione con il corretto susseguirsi temporale dei fatti della trama. E le autrici di buon grado si sono prestate. Quindi bentornati i Borgia, focosi spagnoli venuti da Xativa al seguito del primo papa della famiglia Calisto III, diventato cardinale rappresentante a Roma di Alfonso V d’Aragona. Fieri valenzani che vennero a dominare la Chiesa. Assetati di potere, spietati e superbi furono intriganti, intelligenti e magnifici, benché schiavi delle umane passioni e invisi a tanti rivali e nemici. Le vicende di questa saga vanno dal 1497 al 1502, dal barbaro omicidio del bello e sfrenato Juan secondogenito di Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia) alla vendicativa trappola di Senigallia che portò al sanguinario eccidio dei congiurati ex grandi alleati, commesso da Cesare Borgia. A cinque anni dall’ascesa al soglio pontificio, Alessandro VI, prima con il figlio Juan, da lui immeritatamente fatto Capitano della Chiesa e sostituito dopo la morte con il primogenito Cesare (ex cardinale), mira al dominio della Penisola e alla creazione di un regno familiare, depredando senza pietà le Signorie italiane, da secoli feudatarie di Roma…

La ragazza nell’acqua di Robert Bryndza, Newton Compton 2019.
Un incipit angosciante che spiana la strada al terzo thriller targato Bryndza: «Sotto la superficie dell’acqua nella cava dismessa era tutto immobile, freddo e buio. Il corpo affondava rapidamente trascinato dai pesi. Giù, giù e sempre più giù, fino a posarsi con un lieve scossone sul gelido fondale fangoso. Avrebbe riposato lì, immobile e indisturbata, per molti anni, quasi in pace. Ma sopra di lei, sulla terra asciutta, l’incubo era solo agli inizi». Carta vincente non si cambia tanto che Robert Bryndza, dopo il grande successo del suo La donna di ghiaccio seguito da La vittima perfetta, riporta in scena la sua protagonista seriale, l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, sola benché ancora giovane. Erika è vedova, suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con altri quattro ufficiali durante una tragica retata antidroga guidata proprio da lei…
La ragazza nell’acqua è un romanzo poliziesco, caratterizzato da un diverso ritmo rispetto ai due precedenti thriller di Bryndza. Non è una storia veloce, siamo davanti a un cold case che, manipolando le emozioni dei personaggi e lasciando spazio all’indagine e alle valutazioni delle azioni e degli errori commessi in passato, diventa necessariamente più lento, ma non per questo privo di colpi di scena o meno intrigante.

Nel peggiore dei modi di Flavio Villani, Neri Pozza 2019.
Dopo l’indovinato esordio del commissario Rocco Cavallo in Il nome del padre, ancora un giallo dai toni vintage per Flavio Villani che Nel peggiore dei modi ci riporta alla Milano degli anni ’90. Un’ambientazione datata quindi, dove ancora la tecnologia non faceva da padrona, i computer erano rari e i cellulari ancora costosissimi optional riservati solo ai questori o ai grandi manager. Ci si perdeva in spossanti ricerche frugando nelle carte, respirando la polvere degli archivi e, per ottenere i tabulati telefonici, bisognava risalire alle telefonate attraverso le formali richieste di un giudice istruttore… Novembre: la città è nascosta dalla nebbia, un freddo invernale gela le ossa e sono appena le otto e mezzo quando l’ispettore Beppe Montano risponde alla telefonata: «Sparatoria con morto» spiega subito al commissario Rocco Cavallo…
Saranno Cavallo e la sua squadra a riannodare i fili di questa intricata storia in una Milano dell’apparire più che dell’essere, ma anche la città più ricca d’Italia, insomma quella dello sfolgorio della prima alla Scala, dei salotti alla moda, “da bere”, e contemporaneamente quella che spazia nelle strade e negli anfratti dei quartieri meno conosciuti, nei bar e nelle officine di periferia dove si alternano luci e ombre, dove diventa la Milano del vizio e dove si intrecciano anche le trame dei trafficanti di droga palermitani e calabresi in guerra fra loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento La mummia senza nome di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Pomeriggio d’ottobre. Geronimo Stilton sta leggendo un libro quando riceve un SMS dal prof. Ger O’ Gliph, il direttore del museo egizio. Lo invita al museo per risolvere un inquietante mistero. Con lui vanno anche i nipotini Benjamin e Pandora. Arrivati sul luogo si sentono degli strani rumori e cigolii.
Il professore spiega che nei sotterranei ha trovato il sarcofago della Mummia Senza Nome e un importante papiro che viene rubato. Geronimo e i suoi cercano per tutto il museo: nella sala degli scarabei, dei papiri e dei sarcofagi. Una ricerca lunga, paurosa, pericolosa. Chi sarà la Mummia Senza Nome?… Leggete il libro e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2019

Memorizzare…
Memorizzare. Imparare a memoria. Mi ricordo che la maestra Elvira ci faceva imparare a memoria diverse poesie. All’inizio non capivo a cosa servisse se non a romperci lievemente gli zibidei. Poi, con il passare del tempo, ho riconosciuto l’enorme valore di questo metodo e ho cominciato a memorizzare poesie, parti di poemi e perfino brandelli di opere che mi avevano colpito. Lo facevo anche per darmi un po’ di arie con i miei alunni che strabuzzavano gli occhi quando li declamavo come un attore consumato. Oggi poeti e scrittori mi fanno compagnia e ogni tanto li tiro fuori dagli scaffali della memoria, per uscire da certi momenti brividosi e stare un po’ al calduccio con loro.
Grazie, maestra Elvira.

Le signore del delitto di Edgar Wallace, Cornell Woolrich e Baronessa Orczy, Mondadori 2018.
La collana di smeraldi di Edgar Wallace
La signorina Leslie Maughan del Dipartimento investigativo criminale di Scotland Yard non ha più di ventidue anni, alta, gambe snelle dalle caviglie sottili, due grandi occhi scuri, le labbra rosse, il mento piccolo e tondo, la gola candida. È lei che cercherà di far luce in una oscura vicenda. Il morto ammazzato con tre colpi di pistola al cuore arriva a pagina quarantanove. Si tratta del “vero colpevole” di una condanna ingiusta, ovvero del maggiordomo Anthony Druze che tiene nella mano sinistra un grosso smeraldo, il pendente della collana della affascinante lady Raytham. Subito l’ispettore capo Coldwell sospetta di Peter Dawlish, il condannato ingiustamente che voleva vendicarsi. Ma Leslie non è di questo avviso. Anzi, cerca in tutti i modi di difenderlo e aiutarlo…
Le donne protagoniste principali della storia (ma anche una bambina): la principessa Bellini che ha vissuto diversi anni a Giava; Martha Dawlish, madre di Peter; Greta, amica della Bellini; lady Jane Raytham e la nostra Leslie. Ognuna curata con grande attenzione come gli altri personaggi secondari vivi e concreti. Squarci di miseria e povertà, continui colpi di scena (incredibile quello iniziale su Druze), ricatto, ricettazione, facce gialle, bambini allevati a pagamento, momenti di ansia, paura, disprezzo, amore. Attenzione, lettore, perché spesso tutto ciò che sembra non è…
L’angelo nero di Cornell Woolrich
Subito nella mente dubbiosa di una donna che narra in prima persona. Di Alberta, ovvero “Faccia d’Angelo”, come la chiama il marito Kirk in certi particolari momenti. Sempre più radi. Qualcosa non quadra. Troppe bugie. C’è dietro una donna. Mia. Così si chiama. Deve andare a vederla. Sa dove abita, ma l’incontro è drammatico. La trova morta nella sua casa soffocata con un cuscino. Viene accusato suo marito e condannato alla sedia elettrica. E allora via ad una ricerca disperata per salvarlo. Uno scatto nella memoria, il ricordo di una bustina di fiammiferi sul luogo del delitto che si rivelerà molto utile…
Affondo nell’animo della protagonista ancora innamorata del consorte: dubbi, incertezze, momenti di panico, paura, coraggio, ricerca ininterrotta della verità tra un pericolo e l’altro, appuntamenti, incontri, facce che rimangono impresse. Riuscirà a trovare il vero assassino?…
La signora dal grande cappello della Baronessa Orczy
Chi narra la storia è Mary, amica di lady Molly del Dipartimento femminile di Scotland Yard. Questa volta se la deve vedere con “uno dei crimini più crudeli e cinici mai perpetrati nel cuore di Londra.” Ovvero con l’assassinio di un tizio in un locale attraverso una forte dose di morfina in una tazza di cioccolata. Con lui è stata vista una signora con un cappello enorme che le copriva il volto. Forse la stessa, di affascinante presenza, che si presenta un giorno a fare certe dichiarazioni alla polizia sul suo rapporto con il morto. Ma giura che non è stata lei ad ucciderlo. Un cappello enorme. Perché?. Ecco il tarlo che rode la nostra lady Molly…
Tre storie di diverso stampo, tre impianti e tre stili diversi come è giusto ed efficace che sia per il lettore quando si tratta di una raccolta. Qui donne, sempre donne, fortissimamente donne, ognuna con la propria personalità. Spinte dall’amore che muove il sole e le altre stelle e dalla insaziabile ricerca della verità anche a costo di diventare angeli neri. Con il maschietto messo in secondo piano. Quando c’è qualcosa curata da Mauro Boncompagni (leggere la sua bella Introduzione) si va sul sicuro.

L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016.
Tre racconti pubblicati nel 1938 quando Simenon ha trentacinque anni. I protagonisti ormai li conosciamo: Joseph Torrence, già collaboratore di Maigret (come lui fuma la pipa), ovvero il finto capo dell’Agenzia O; Émile lo “spilungone dai capelli rossi”, all’apparenza impacciato che affronta le indagini da vero capo; il fattorino Barbet, ex borseggiatore e la segretaria Berthe discreta nel fisico e nei modi.
Lo spioncino di Émile
Parigi, undici del mattino. La ragazza si appresta ad entrare nell’ufficio di Joseph Torrence “un colosso bonaccione, sulla quarantina, ben curato e ben pasciuto” dell’Agenzia Investigativa O. Si chiama Denise Étrillard, figlia di un notaio. Chiede solo di mettere al sicuro un plico nella cassaforte fino all’arrivo del padre. Ma Émile, giovane fotografo con spiccato intuito investigativo che osserva la scena da uno spioncino, nutre qualche sospetto sulla ragazza. Da mesi l’Agenzia deve investigare, per conto di una compagnia di assicurazione, su numerosi furti di gioielli e potrebbe esserci un legame tra questi e la giovane che, a un certo punto, si getta nelle braccia di Torrence. Perché? Occorre pedinarla e scontrarsi con lei.
Il capanno di legno
Una strana telefonata a Torrence da parte di Marie Dossin che chiama dalla Casa del Lago a Ingrannes, nella foresta di Orléans. Stamattina ha scoperto un cadavere nel capanno di legno. Visto nella penombra sembra che sia l’amico Jean Marchons impiccato ad una trave. Suo marito non deve sapere niente. Ma, arrivati sul luogo “Nessun impiccato. Neanche l’ombra di un impiccato. Neanche il benché minimo pezzo di corda da impiccato.” C’è, però, un martello pesante sporco di sangue. Dal padrone di casa si apprende che la moglie “non è più molto in sé.” Tra una bevuta e l’altra e il ritrovamento del cadavere, piano piano vengono a galla certi elementi che…
L’uomo nudo
Torrence è al Quai des Orfèvres per “annusare” l’atmosfera di un tempo. Qui regna una grande agitazione per una retata straordinaria che vede almeno una sessantina di uomini nudi come vermi sottoposti ad identificazione. Tra questi scorge addirittura il celebre avvocato Duboin, senza la consueta barba che gli chiederà, durante una mangiata di funghi, tartufi e una bevuta di cognac, di risolvere il suo problema. Ovvero quello di una lettera che gli ha spedito una certa Higuette, pregandolo di raggiungerla alle undici di sera in un determinato piccolo, rivelatosi poi equivoco, caffè. Ma lei non c’era, è stato preso nella retata ma non ha voluto rivelare la propria identità. Un caso particolare che vedrà Torrence bloccato su un treno, Barbet all’inseguimento dell’avvocato, Émile con uno sconosciuto che lo segue e la signorina Berthe narcotizzata a domicilio…
Quando ho voglia di rilassarmi e sorridere prendo in mano i racconti di Simenon. Rocamboleschi, ironici, umoristici, irresistibili e chi più ne ha più ne metta. Dal dialogo veloce, talora frenetico e la scrittura nitida, elegante, leggera, essenziale (al diavolo i cicisbei con la penna!). Più che le trame, che hanno la loro bella parte, rimangono impresse certe situazioni tra sorriso e tenerezza e i personaggi così magicamente caratterizzati da ricordarne anche i minori. Insomma una lettura di gusto che mi ripaga di qualche spiacevole incontro libresco.

Da molto lontano di Roberto Costantini, Marsilio 2018.
Me lo sono fatto regalare per Natale da mio figlio Riccardo per non ricevere il solito portafoglio (ne ho già tre o quattro). Parlare estesamente di un libro di ben 597 (cinquecentonovantasette!) pagine sarebbe per me, che sono del Toro, una fatica disumana. Cerco di sintetizzare attraverso alcuni punti. Partiamo dal primo, ovvero dal commissario Balistreri che opera a Roma. Invecchiando è cambiato. Non è più come l’abbiamo conosciuto nelle storie precedenti dove veniva fuori un essere forte, energico, scorbutico, votato al sesso, fuori dalle righe. Si ritrova spento, disilluso, malinconico, preda di certi fantasmi del passato (il padre vivo che voleva morto e la madre morta che voleva viva) che continuamente lo tormentano. Lo vedremo anche in una lotta continua con la memoria che lo tradisce. Casa alla Garbatella dove vive da solo anche se ha una compagna e una figlia, legge Nietzsche, Henry Miller, Milan Kundera, via in giro con il Duetto, Gitanes e Tavor suoi fedeli compagni di viaggio nella vita. In disparte lascia agli altri i compiti più rognosi. A Capuzzo con la “sua ormai inseparabile valigetta grigia” e il suo computer, all’ispettore Locatelli “guascone, razzista e mezzo matto” con l’assistente Silvana Beldon, ovvero “la Bella e la Bestia”.
Il racconto si svolge lungo due fasce temporali: la prima nell’estate del 1990, durante le fasi del Campionato del mondo di calcio, e l’inizio della seconda dal 25 dicembre 2017, espresse in prima e terza persona con alternati flashback. Tutto parte dalla sparizione del figlio di un noto riccone industriale che verrà ritrovato barbaramente ucciso insieme a una ragazza sottomessa a un boss della camorra. Il Nostro sembra seguire svogliatamente le indagini. Davanti a lui sfilerà, lungo il percorso, la variegata fauna dell’italico suolo che sembra non cambiare mai: avvocati al soldo dei più ricchi, adepti della camorra, affaristi di ogni genere, ragazze pronte a tutto, sesso, bisesso (mio conio), turpiloquio, scene vomitevoli, corruzione, odio, violenza. Schifo, insomma.
Nella seconda parte è il ritrovamento di due manichini, che riproducono la scena del crimine di trent’anni prima proprio nel palazzo in cui vive il padre del ragazzo ucciso, a riaprire un’indagine mai del tutto conclusa. Questa volta sotto la direzione di Graziano Corvu, ex vice di Balistreri ormai in pensione, e l’apporto della giornalista Linda Nardi (figlia del medesimo) che, con un circostanziato articolo, risveglia la memoria di quei fatti. E allora indagine su indagine, momenti di suspense e pericolo anche per Balistreri, accudito con amore dalla moglie, e morti ammazzati.
Plot complesso, intricato, intricatissimo, svolto con un linguaggio fluido e lucido, attraverso capitoletti brevi alternati a spazi più lunghi e frasi in corsivo a mettere in luce sprazzi di canzoni, improvvisi commenti, ricordi e pensieri più profondi. Colpi di scena a ripetizione, citazioni imprescindibili di Sherlock e Watson, ma anche i dieci piccoli indiani della Christie e Poirot che se non ci sono il lettore si incattivisce. A fine lettura una riflessione sulla vita, sui problemi della vecchiaia, sui soliti vincenti e perdenti, su noi stessi, sul bene e sul male che ci circondano. Contagiato dal personaggio un leggero senso di vuoto e di malinconia.

Un giretto tra i miei libri

Le perfezioni provvisorie di Gianrico Carofiglio, Sellerio 2010.
Il romanzo inizia con una telefonata di Sabino Fornelli, avvocato civilista, al nostro Guido Guerrieri per cosa “delicata e urgente”. Appuntamento veloce nel suo nuovo studio più grande del precedente. Spiegazione: aumento del personale con Maria Teresa passata da segretaria a praticante avvocato, il nuovo segretario Pasquale Macina e la peruviana Consuelo, figlia adottiva di un amico professore universitario.
La cosa “delicata e urgente” consiste nel ritrovare in qualche modo Manuela, la figlia dei signori Ferrero, improvvisamente scomparsa. Guerrieri traccheggia, tentenna, dopotutto non è un detective, ma alla fine accetta. E inizia la sua nuova avventura. Tutta la vicenda si svolge lungo trentotto giorni ed è raccontata dal nostro in prima persona. Al centro della scena proprio l’avvocato con il suo lavoro, i suoi clienti, il suo senso del dovere e di giustizia, i suoi ricordi, le sue speranze, le illusioni e disillusioni, il suo Mister Sacco (scoprirete cos’è) con cui si allena, le sue letture, i suoi dischi, la sua bicicletta, la sua solitudine. Lasciato dalla moglie Margherita, presenza costante e dolorosa lungo tutto il racconto.
Ai lati la figura di Nicoletta, amica di Manuela, giovane spigliata e intrigante che lo coinvolge sentimentalmente e quella di Nadia, ex prostituta da lui difesa e diventata amica.
Lunghi colloqui, ricordi, riflessioni, critica ironica sull’ambiente della giustizia (a volte gli sembra di assistere a “uno spettacolo di insensata, mitica, demente bellezza”), e ai suoi frequentatori (vedi il cretino intraprendente dell’avvocato Scherani), sulla lunghezza dei processi e le persone che cambiano con il passare del tempo, sul problema della droga che emerge terribile e sembra interessare anche la scomparsa.
Qualche concessione a scontati cliché come il tassista nazista e il falso amico che chiede soldi in prestito, bella soluzione finale per la “mancanza” come in un racconto di Holmes.
Un po’ di lungagnata per quanto riguarda certi dialoghi ma niente frasette in corsivo, niente frasettine brevi e sincopate (che il Signore lo abbia in gloria), niente sciupio di parole ma una prosa semplice, garbata, colloquiale, venata di una triste ironia (forse qualche citazione di troppo). Insomma un modo espressivo che ci riappacifica con la nostra lingua.

Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009.
Tre racconti di cui il primo dà il titolo al libro. Gli altri due sono “Aganis” e “Sotto un cielo di uomini”. Ovvero tre gialletti con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino, ché l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita.
La classe non è acqua.

Lemmy Caution pericolo pubblico di Peter Cheyney, Polillo 2011.
Scritto in prima persona e al presente da Lemmy Caution, novanta chili di peso, evaso dal carcere di Oklahoma City per avere ucciso un agente di polizia. Ora si trova a Londra a seguire le tracce della bella e ricca Miranda Van Zelden, erede di un appetitoso patrimonio. Sua idea sposarla e poi beccarsi i quattrini dal padre che vorrà liberarsi di lui dopo avere scoperto che tipo sia.
Ma non è il solo ad avere delle mire sul bocconcino prelibato. Dietro alla riccona c’è pure la banda di sequestratori di Ferdie Siegella, dunque con le buone o con le cattive Lemmy deve lavorare per lui, contattarla e portarla ad una festa privata. Qui avverrà il sequestro seguito dalla richiesta di riscatto al padre milionario. Fosse così semplice. Sempre sulla medesima preda ha buttato l’occhio un’altra banda e nel frattempo la riccona sparisce.
Classica storia di tradimenti, doppio gioco e violenza che prende pure certe “signorine” come Connie e Lottie. Pistolettate e botte da orbi con Lemmy che le dà e le prende, movimento di corpo e movimento continuo di cervello, prendere veloci decisioni e se arriva il pericolo fa pure comodo la polizia. Bourbon e whisky al bisogno. E di bisogno ce n’è parecchio.
Linguaggio diretto, duro, senza tanti infiorettamenti, intriso di una ironia altrettanto tosta. La critica di allora lo trovò troppo violento. Oggi rientra nella norma e si legge sempre volentieri.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il delitto di Kolymbetra di Gaetano Savatteri, Sellerio 2018.
Secondo romanzo, senza contare i racconti, che Gaetano Savatteri ha dedicato a Saverio Lamanna – scrittore, giornalista da tempo in cerca di un’occupazione stabile e redditizia, che ha lavorato a Roma e si era fatto milanese di necessità, ma con il cordone ombelicale legato alla sua Sicilia, dove suo padre vive e prepara superbi e profumati manicaretti e alla vecchia casa di famiglia nel piccolo paese inventato di Màkari (vedi fantasia di Camilleri). Ancora coprotagonista e complice sarà l’impareggiabile Piccionello con il suo improbabile cognome, le perenni infradito ai piedi, che nonostante le mutande e le surreali t-shirt non è mai ridicolo o grottesco. Amico, àncora e spalla per Saverio diventa come una specie di cattiva coscienza, ma anche un’immagine vera che ben lo riflette e lo rappresenta senza nascondersi dietro al sarcasmo, senza l’armatura indossata perché la vita non ti faccia troppo male o ti schiacci. Dopo un quasi dissacrante antipasto in squisita salsa milanese, citando Manzoni e Robecchi, Savatteri sposta il protagonista, lo scrittore, giornalista (e detective per caso) Saverio Lamanna in Sicilia, nella valle dei templi di Agrigento. Lamanna ha accettato al volo l’incarico di scrivere, per una tv locale on-line, alcuni articoli/pezzi turistici e di costume sui siti siciliani dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E Lamanna sceglierà di cominciare dalla Valle dei Templi di Agrigento, che raggiungerà in compagnia dell’inseparabile amico Peppe Piccionello, in veste di pseudo operatore ma anche incaricato di una indagine familiare. La scelta fatta da Saverio Lamanna non è per caso. Proprio in quei giorni, infatti, Suleima, la fidanzata che vive e lavora a Milano, verrà in Sicilia e, ma guarda un po’, proprio ad Agrigento con il titolare dello studio di architettura dove lavora, un accompagnatore di bella presenza… Punta di gelosia da tenere a bada? Uhm. L’aura di giornalismo offre a Lamanna e Piccionello la munifica sistemazione in un albergo super stellato nella Valle dei Templi, che ospita anche un grande convegno di archeologia internazionale in vista di un importante finanziamento mondiale per una scoperta di incommensurabile valore. C’è in ballo un ritrovamento, forse una scoperta epocale: stanno affiorando da uno scavo alcune pietre che sembrano indicare la presenza dell’antico millenario Teatro greco, uno dei più grandi teatri dell’antichità. Mai scoperto, ricercato invano da secoli, è un rompicapo che da sempre intriga gli archeologi di tutto il mondo. Purtroppo, prima della conferenza ufficiale che avrebbe dovuto aprire il convegno offrendo importanti novità sulla ubicazione del teatro nascosto, l’archeologo di fama internazionale, il professor Demetrio Alù, docente emerito e autorità dell’elite universitaria siciliana, viene ritrovato con la testa fracassata da una pietra proprio nel luogo preposto agli scavi, il sito di Kolymbetra. Un inspiegabile delitto per quell’ubertoso angolo di paradiso, sotto il sonnolento sguardo del Tempio della Concordia. A conti fatti toccherà a Lamanna e Piccionello risolvere questo mistero nel mistero e nell’unico modo in cui lo sanno fare: incisivo e dissacrante…

Dal Cinquecento dell’eroico guerriero sassone, il cavaliere Mattias Tannhauser, protagonista di una famosa saga thriller cominciata con Religion, a una storia giallo noir nel Sudafrica di oggi. La macchina del tempo dello scrittore e psichiatra britannico Tim Willocks ingrana la sesta e, con un salto di circa cinquecento anni, imboccando di nuovo il cammino dei fortunati “gialli blues” dei suoi esordi, ci riporta al presente e ci regala Un caso complicato per l’ispettore Turner, Newton Compton 2018, con il sudafricano mezzosangue dagli occhi verdi, il detective d’acciaio Radebe Turner.
Cape Town: Nyanga, una delle più antiche e squallide borgate nere della città fatta di fatiscenti baracche. Notte di sabato sera, strada deserta. Una ragazzina affamata e malata fruga in cerca di cibo in un cassonetto piazzato davanti a uno shebeen, un localaccio dove si distilla illegalmente alcool di pesca a 60°. Ma, alla fine di una serata di sballo, un gruppo lascia di corsa lo shebeen, in tre salgono su una lussuosa Range Rover rossa, travolgono in retromarcia il cassonetto e investono la ragazzina. Ma lei non conta: per i suoi assassini è meno di nulla. È un essere sconosciuto, senza nome. È solo una ragazza di strada che era là per sbaglio e ora è morta o sta per morire. E il ragazzo che era al volante, che l’ha investita ma non l’ha vista, era Dirk Le Roux, figlio di Margot Le Roux, figura di spicco dell’ancora influente élite bianca sudafricana, una donna spregiudicata, ricchissima, potente, proprietaria di lucrose miniere di manganese, che vive a LangKopf, un paesino dell’arido Stato Settentrionale. Dirk era ubriaco fradicio, talmente ubriaco da non ricordare assolutamente ciò che ha fatto. L’ha cancellato ed è inconsapevole di rischiare un’accusa per omicidio colposo. Perché coloro che erano con lui hanno scelto di andarsene, scappare subito lontano e abbandonare la vittima morente al suo destino. Quando l’ispettore Turner viene richiamato in servizio dal fine settimana che doveva essere di vacanza, dopo tre passati al lavoro, e incaricato del caso, trova un cellulare sul luogo dell’incidente che gli permette di risalire all’identità dei possibili investitori, ma anche di scoprire l’entità della rogna che rischia di trovarsi tra le mani…
Un romanzo forte, una sensazionale avventura sorretta da una straordinaria energia creatrice e descrittiva, che non fa sconti al lettore e non delude ma è poco adatta a stomaci deboli. Trama densa, ben congegnata, stile brillante, ritmo perfetto senza lungaggini o passaggi a vuoto. Ritmo stringato, coinvolgente, passionale.

I giorni dell’ombra, Mondadori 2018.
Sara Bilotti ha scelto di spaziare in territori noir diversi e più originali rispetto alla sua precedente produzione. La partenza, descritta nella sinossi de I giorni dell’ombra, è intrigante: un micro universo racchiuso in un singolo palazzo, pochi personaggi e una protagonista originale, caratterizzata da alcune debolezze che dovrà riuscire a superare poiché è l’unica persona in grado di cercare la verità. Ma contemporaneamente I giorni dell’ombra è il disperato diario di una claustrofobica angosciante quotidianità, imposta ma mai del tutto inghiottita, che ostruisce persino il suono della voce, zittisce ogni parola e ribellione. E Vittoria è complice e prigioniera della sua spaventosa realtà. Vittoria ha ventisei anni, si è laureata ma non è mai diventata veramente donna. Ha vissuto sempre da reclusa, con una sorella più piccola afflitta da agorafobia, una madre rassegnata e letargica e un padre duro, violento e possessivo. Da sempre la sua vita è ridotta ai pochi metri quadri dell’appartamento del condominio dove abita con la famiglia, ai pochi rumori o suoni, il pianoforte è importante, percepiti dai vicini, dalle scale, e al piccolo universo che le ruota accanto. Con il tempo tuttavia, pur considerandosi al confino, è riuscita in qualche modo a conoscere la comunità umana che abita nell’edificio e condividere con loro per interposta persona piccole cose buone, meno buone, sensazioni. A farsi delle idee. Tra i vicini c’è Daniel, lo scrittore di origine rumena, di cui è segretamente innamorata, sentimento struggente e incoercibile ma reso più saldo e consolatorio forse dalla certezza che non sarà mai ricambiato. E poi c’è Lisa, che Vittoria ammira, considera un’amica, la persona che lei sognerebbe di essere, una modella bella, vivace e spregiudicata che sprizza sicurezza ed energia da ogni poro. Lisa la chiama al telefono quotidianamente: si sfoga, le racconta le sue giornate, permettendole così di tirarsi fuori dal suo ristretto guscio mentale, di condividere almeno per procura un mondo che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Quando, da un giorno all’altro, Lisa, non torna a casa, non telefona più, insomma sparisce dal suo orizzonte, nessuno dei vicini e conoscenti del palazzo sembra preoccuparsene. Pensano tutti che sia partita per una della sue tante scappatelle sentimentali e che, ma certo, tornerà. Vittoria invece, che non la sente da giorni, è sicura che a Lisa sia successo qualcosa di brutto. Che sia in pericolo. Sarà quella sparizione l’imprevisto in grado di rompere il suo isolamento? La spasmodica ricerca di Lisa la spingerà a violare la semi clausura cui si è condannata da anni e ad affrontare per una volta, sola e indifesa, le tante insidie del mondo esterno…

Dall’amica lettrice Barbara Daviddi ricevo…

L’uomo che trema di Andrea Pomella, Einaudi 2018.
“La depressione è una cosa seria, è la malattia dell’anima; la depressione è un male di vivere talmente penetrante che il pensiero della morte diventa un balsamo, una consolazione.”(Vittorino Andreoli). Ho scelto di leggere questo libro incuriosita dall’autore che con il romanzo Anni luce è stato candidato al Premio Strega. Tanti psichiatri hanno scritto su questo tema ma pochi di coloro che hanno vissuto da dentro questo “male oscuro” hanno avuto il coraggio e l’onestà di descrivere in prima persona la caduta nell’abisso della depressione e il coraggio di risalire. Pomella lo fa, descrive nei minimi dettagli le sensazioni sia del corpo che dell’anima, chiude il romanzo con uno spiraglio di guarigione grazie all’azione del figlio del protagonista che, come un deus ex machina, fa chiudere i conti al padre con il passato: inizia così un gioco di scatole cinesi dove si intrecciano padri e figli.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Inseguimento a New York di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Siamo in inverno, una stagione fredda, nevica e piove tanto. Geronimo se ne sta tranquillo nel suo studio, sogna già il Natale con la famiglia, i regali, la torta… Proprio in quel momento entra nonno Torquato e annuncia che la famiglia Stilton trascorrerà il Natale dai MacMouse, i suoi amici, a New York. Tutti partono ad eccezione di Geronimo che aspetta altri 10 giorni. La sua valigia, contenente i regali, è gialla con un’etichetta blu. Arrivato al check in la posa e parte. Durante il viaggio guarda la neve che cade e si addormenta. Quando l’aereo atterra Geronimo si fionda subito a prendere la valigia ma, dopo averla aperta, si accorge che non è la sua!
Infatti dentro trova un’agenda con sopra scritto A. SMITH, evidentemente la proprietaria. Per trovarla passa da molti luoghi di New York: la Columbia University, l’Empire State Building, Times Square, Rockfeller Center, il Museo di Storia Naturale…
Geronimo riuscirà a trovare la padrona della valigia e riavere la sua? Se leggete il libro lo scoprirete e conoscerete anche una straordinaria città.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2019

Buon anno a tutti!
Me li sono portati tutti. Uno per uno. Non per leggerli ma per rileggerli, con la calma tipica di chi siede sulla tazza. Voglio dire I miei grandi predecessori di Garry Kasparov, pubblicati dalla benemerita Ediscere di Verona, partendo dall’anno 2003 per finire al 2007. Una carrellata di campioni, di sfide, successi, sconfitte, di vita dedicata alle magie sulla scacchiera. Libri ricchi di partite, di analisi, di foto che ricreano, nella loro concretezza, vicende e momenti passati alla storia. Da Steinitz ad Alekhine, da Euwe a Tal, da Petrosjan a Spasskij, da Fischer alle stelle dell’Occidente, da Korcnoj a Karpov. Una miriade di sussulti ed emozioni per un vecchietto sempre appassionato. Intanto venite a trovarmi anche qui.

Ma veniamo all’altra passione…
Il gioco del delitto di Paul Halter, Mondadori 2018.
Iniziamo dai primi due personaggi che incontreremo all’inizio e alla fine della storia: il corpulento Archibald Hurst, ispettore di Scotland Yard e il suo amico consigliere, “alto e magrissimo” Alan Twist. Sono di fronte a un caso enigmatico (incidente, omicidio, suicidio?), per risolvere il quale bisogna leggere ben sette storie, sette casi criminali nei quali sette personaggi furono un tempo coinvolti. Tutti risolti tranne uno, secondo il dottor Lenoir, “che fu vittima di un errore giudiziario” al posto del vero assassino.
Sette storie, dicevo, da rievocare nella casa del citato dottor Lenoir nella quale personaggi diversi sono stati invitati per partecipare ad un nuovo gioco investigativo (già all’arrivo, a creare la giusta atmosfera, il classico corvo che volteggia gracchiando), dopodiché si sarebbero esercitati al tiro al bersaglio nel giardino, quindi cenato insieme per finire con una sensazionale sorpresa del padrone. Sette storie, nelle quali furono coinvolti in fatti di sangue, ognuna con qualche sua peculiarità: l’emblematico caso da camera chiusa, premonizioni, ricatti, omicidi, delitto e suicidio impossibile, scambi di persona, sparizioni e apparizioni e più chi ne ha più ne metta. Sette storie, ripeto ancora, ricordate dalla presenza di certi oggetti fatti trovare nella casa dal suo padrone: una corda, una sciarpa gialla, un pacchetto di sigarette, una scatola di cartone e un randello, una chiave inglese, delle statuine, un leone alato, una clessidra e un candelabro che mettono brivido e apprensione.
Dopodiché, come macabra sorpresa, arriverà il morto stecchito nella persona dello stesso dottor Lenoir, “accasciato su una sedia”, addirittura addormentato (capsule di Veronal tra le pieghe della camicia) e colpito da sette proiettili dietro la siepe, oltre il bersaglio, dei sette invitati: la signorina Rose, il colonnello Moutarde, il dottor Lenoir, il professor Violette, la signora Leblanc, il dottor Olive, la signora Pervenche. Chi di loro l’assassino, secondo Twist, attaccato perennemente alla sua pipa, che ha lasciato inavvertitamente un importante indizio, ovvero “un grossolano errore” nel suo racconto?
Un romanzo di grande pregio, delineato e svolto attraverso una scrittura precisa, linda, pulita, essenziale e nello stesso tempo capace di evocare atmosfere strane, bizzarre, macabre, inquietanti. Insieme a richiami e citazioni di grandi opere, comprese alcune dell’autore.
Bene, ora tocca a voi lettori trovare, prima di Twist naturalmente, il “grossolano errore”. Quale?…

Non sparate sul pianista di David Goodis, Mondadori 2018.
Port Richmond a Philadelphia. Più precisamente in una bettola, ovvero nel Covo di Harriet. Qui lavora come pianista Eddie Lynn. Di altezza media, piuttosto snello, faccia gradevole, capelli castani, occhi grigio-chiaro, sguardo assente. Niente cravatta, giacca piena di toppe come i pantaloni, niente moglie e niente macchina. Trentacinque dollari la settimana. Occhi fissi sulla tastiera. Quello è il suo lavoro, quella la sua vita. Uguale, ripetitiva, monotona. Fino a quando…fino a quando arriva trafelato il fratello Turley. Ha un problema, chiede aiuto… E qui cominciano i guai.
Aiutato da Lena, la bella cameriera, che lo seguirà fino alla fine. Un viaggio tumultuoso all’esterno e all’interno del nostro Eddie (questa parte in corsivo). I suoi dubbi, gli arrovellamenti di un uomo che deve affrontare nuove, pericolose situazioni, il passato che riemerge, ovvero la sua vita, la famiglia, i genitori, i due fratelli, la guerra che lo ha visto ferito. E poi alcuni lavoretti, gli studi sul pianoforte, l’incontro con Teresa, il matrimonio, l’occasione di diventare concertista. Tutto sembra andare per il meglio, è diventato famoso. Ma poi, tutto si dissolve…
E ora, lì nella bettola, si è dovuto scontrare con due ceffi che lo inseguono insieme a Lena e che scopriranno dove si nasconde. Allora ancora fuga verso la sua vecchia casa nel South Jersey con i due fratelli Clifton e Turley a rivelare le loro nefandezze. Un nuovo fermento dentro di lui, un sospiro di amore che si affaccia, il pensiero fisso di voler salvare la cameriera. Ma è giunto il momento dello scontro finale…
Non c’è bisogno di aggiungere altri particolari. Una storia circolare che ci riporta laggiù, in fondo all’abisso, come nel titolo originario Down There. Inutile ogni sforzo per cambiare il destino. Tutto è segnato. Un classico girato sullo schermo da Francois Truffaut nel 1960 con il titolo Tirez sur le pianiste. E un nodo ci prende alla gola.

L’assassinio del commendatore di Murakami Haruki, Einaudi 2018.
Un pittore senza nome di trentasei anni, un ritrattista che narra la sua storia in prima persona. Lasciato dalla moglie prende la macchina e se ne va. Comincia a vagabondare per l’Hokkaidō ripensando al matrimonio, alla sua vita, fino a quando un vecchio amico gli offre una sistemazione nella casa del vecchio padre Amada Tomohiko, famoso pittore del Giappone. Ed ecco subito qualcosa di misterioso e inquietante. La scoperta di un quadro dello stesso Amada nascosto nello spogliatoio della camera degli ospiti attraverso una botola sul soffitto. Un quadro particolare e indecifrabile, L’assassinio del Commendatore di una violenza inaudita, di uno scontro tra due uomini in duello “con pesanti spade di foggia antica”. Subito gli riporta alla mente il Don Giovanni di Mozart dove viene ucciso, proprio nella scena iniziale, il Commendatore. Un quadro che lo affascina, soprattutto per la presenza di un personaggio “dalla faccia lunga” che sporge la testa da un buco della terra.
Secondo mistero la richiesta di un ritratto da parte di uno strano individuo che abita in una casa bianca sulla collina di fronte. Trattasi del signor Menshiki disposto a pagare una somma sbalorditiva. Perché?…
Terzo mistero una campanella che incomincia a suonare nel cuore della notte, dietro un tempietto sotto un cumulo di pietre. Almeno così sembra. Occorre toglierle ed ecco spuntare davvero la campanella. Ma chi la suonava?…
Ancora fatti strani, indecifrabili: lo sgabello dove si siede per dipingere che si sposta, una voce che gli parla, la campanella portata in casa che suona nella notte, addirittura il Commendatore del dipinto di Amada seduto sul divano di casa… Accanto a tutto questo, ricordi, ricordi e ricordi: la morte della sorella piccola, della moglie di cui è ancora innamorato, l’avventura con una ragazza, la sua claustrofobia. E ancora il dubbio, la paura, la tristezza, il dolore, realtà e irrealtà, reale e surreale, il sogno e l’allucinazione. Racconti nei racconti, riflessioni sul senso della vita insieme a descrizioni accuratissime (per esempio dell’abitazione di Menshiki), al sesso e alle sue amanti, all’erotismo che irrompe forte sulla scena, alla guerra, alla storia con le sue nefandezze compiute sotto il nazismo. Citazioni di libri (improrogabile Sherlock e Holmes) e film, dischi di musica classica a formare un impasto di variegata cultura.
Un libro complesso che scava nel profondo, dove tutto è così strano, così indecifrabile. Come la vita. Sogno o realtà?… Un personaggio, il nostro ritrattista, che piano piano rivela le sue debolezze (forti sono, invece, le donne), omaggio a Francis Scott Fitzgerald e al suo Jay Gatsby, come ci ha fatto sapere lo stesso autore. Un libro che, in fondo, ci sprona a sopravvivere sia ai problemi individuali che a quelli collettivi.

Spiluzzicature

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek Smith, Polillo 2018.
“La sua bocca toccò quella di lui in una fuggevole carezza. Quindi andò via. Iniziò con un bacio. Finì con un delitto.” Siamo a pagina sedici e l’esito è già scritto. O vediamo…L’ispettore Castle dalla testa brizzolata è un uomo robusto, distinto, porta un vecchio impermeabile e una bombetta. Gli arrivano due biglietti per una pièce teatrale con una nota misteriosa “VIENI ALLA FIERA DI PADDINGTON”. Incuriosito chiede all’amico Algy Lawrence, geniale investigatore, di andare con lui. In prima fila assistono alla scena dove la protagonista viene uccisa con un colpo di pistola. Il problema è che muore veramente e l’assassino catturato. Ma sarà quello giusto? Uhm… Troppo facile. Dello stesso autore consiglio L’enigma della stanza impenetrabile, pubblicato sempre dalla Polillo. Classico capolavoro dei delitti impossibili nella classica camera chiusa. Qui ne troviamo addirittura due, ma non preoccupatevi che c’è sempre il giovane Algy a risolvere il mistero.

L’ultimo respiro del drago di Qiu Xialong, Marsilio 2018.
Odierna Shangaj. Ancora un’indagine per l’ispettore capo Chen. Se la deve vedere con un serial killer che uccide persone che sembrano non avere alcun collegamento fra di loro. Sul luogo del delitto una mascherina antismog usata negli ospedali. Come al solito pressioni dall’alto e l’arrivo di un passato amore a mettere fremiti mai sopiti. Con l’aiuto dell’ispettore Yu riuscirà a risolvere il caso offrendoci, tra l’altro, un quadro della continua evoluzione della Cina. Grande cura nel presentare e sviluppare i personaggi con al centro il nostro poetico, ma anche gustoso commensale Chen.

Ho sotto mano L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016. È da un po’ di tempo che mi dedico alla lettura e rilettura dei racconti del grande autore francese. Ovvero di quelli relativi all’Agenzia O con Torrence, Emile, Barbet e Berthe. Racconti gustosi, ironici, esilaranti e qualche punta di sentimentalismo. L’inizio del primo Lo spioncino di Émile promette bene, ma ci ritornerò sopra.

Un giretto tra i miei libri

Le ombre inquiete di Jean-Patrick Manchette, Cargo 2006.
Parto dalla presentazione in seconda di copertina che ci offre il quadro generale del libro “Jean-Patrick Manchette è famoso al grande pubblico come scrittore di noir, ma riversa altrettanta passione e intelligenza – entrambe contagiosissime – quando scrive con piglio “militante” di romanzo poliziesco, noir e letteratura gialla.
Come un protagonista di un suo romanzo, lo vediamo fare delle vere e proprie scorribande tra i generi e le loro evoluzioni, ricostruire le biografie dei padri fondatori e dei maggiori rappresentanti – da Dashiell Hammett a Raymond Chandler, da Ross Macdonald a James Ellroy; smontare con gran divertimento il metodo di indagine di celebri protagonisti come Hercule Poirot o Miss Marple. Per sconfinare infine dai romanzi al cinema, per giocare tra originali, scritture cinematografiche e rifacimenti, di film in film…”.
Gli interventi vanno dal 1976 al 1995, quasi un ventennio di studio e di lavoro di questo grande (più o meno) scrittore. Un lungo affresco della letteratura poliziesca “la grande letteratura morale della nostra epoca”. “Un giallo senza morale è come una zuppa che non ti fa leccare i baffi, è sbobba” insiste Manchette e qui ci sarebbe da aprire una bella discussione. Come in moltissimi altri punti del libro, perché l’autore non si limita a osservare e indagare ma partecipa in prima persona e dice la sua senza tanti tentennamenti di sorta. Sui libri, sugli autori, sull’editoria in generale. Sul cambiamento dei tempi “Il giallo dell’epoca d’oro era il lamento della creatura oppressa e il cuore di un mondo senza cuore. Adesso la creatura oppressa non si lamenta più, incendia i commissari e gambizza gli uomini di Stato”. E, con una rara onestà che lo contraddistingue, ritorna talora sui propri passi, rivede le sue posizioni. Per esempio, su Ross Macdonald prima criticato e poi rivalutato (pag.166/68). E parlando di John MacDonald celebra la grande arte dell’“artigiano” perché “a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro”. La grande arte dell’artigiano che cura con passione i più piccoli particolari e rende sempre diverso il solito disegno. E così via con altri innumerevoli interventi che fanno discutere e riflettere.
Da leggere.

Le orme di Satana di Norman Berrow, shake edizioni 2010.
Piccolo villaggio inglese. Si parte con Jake Popplewell che sta parlando con il nipote Gregory Cushing “giovanotto altissimo e magro sulla trentina”, tutti e due lasciati dalla moglie (quella di Gregory si è addirittura suicidata) ed elogiando la bellezza della vita libera (dalle mogli, appunto). Colto (conosce Bacone, declama Shakespeare, cita l’“Ecclesiaste”), quando è ubriaco viene preso da una paura terribile della Dama Blu impiccata in passato ad un albero perché cacciava di frodo.
Tema il delitto impossibile e bizzarro. Strane orme nella neve di zoccoli che sembrano saltellare, si dirigono verso varie case, saltano su una siepe, scavalcano un muro, salgono su un tetto. Seguono addirittura quelle di un uomo, Mason (tipo losco), trovato impiccato a un albero. Arriva la polizia nelle persone del sovrintendente Blackler, dell’ispettore Lancelot Carolus Smith e del sergente Poynter. Incredulità, possibili spiegazioni (gruppi di animali, animale ignoto, Boomer l’asino di Jake, entità soprannaturale), raccapriccio. Addirittura opera del diavolo o della Dama Blu con Lancelot a ricercare logiche umane e la signorina Emmy Forbes a scagliarsi contro la scienza (secondo lei anche un fantasma può uccidere).
Per l’ispettore tutte le spiegazioni possono andare bene “Però è quel cadavere alla fine del fenomeno paranormale che mi rimane sul gozzo. Un cadavere è un fenomeno decisamente fisico”. Se poi i fenomeni sono due con l’arrivo di un’altra vittima e sempre quelle maledette orme della Cosa a seguirla, allora la faccenda si fa ancora più seria e misteriosa.
Lancelot è tormentato da dubbi, pensa, riflette… fino a quando “per la barba del Plantageneto, poteva anche dargli un nome!”. Riunione finale alla sede di polizia, spiegazione delle impronte (prendete un caffè forte per stare attenti e non perdere il filo…) e smascheramento dell’assassino.
Scrittore un po’ brigantello questo Berrow per sviare l’attenzione dei lettori. Per esempio a pagina… ma è meglio che lo scopriate da voi.
Personaggi ben caratterizzati (formidabile la figura di Jake all’inizio), lettura piacevole, buona l’atmosfera di inquietudine e mistero con queste orme diaboliche che saltano da tutte le parti e offrono il destro per una bella discussione sulla scienza e su tutto ciò che non è logico e comprensibile.

Le ossa, nel giallo (inteso in senso lato) vanno di moda. Si trovano dappertutto. Perfino nei titoli. Ne cito alcuni tanto per dare un’idea: Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver, La città delle ossa di Michael Connolly, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney, Carne e ossa e Ossario di Kathy Reichs, Ossa nel deserto di Sergio Gonzales Rodriguez, Scritto nelle ossa di Simon Beckett, Uomini e ossa di Bass-Jefferson, L’angelo delle ossa di John Connolly e perfino Le ossa di Dio di Leonardo Gori e così via.
Non poteva mancare all’appello Le ossa del diavolo di Kathy Reichs, Rizzoli 2008, che con questa parte del corpo umano c’è di casa e di bottega.
“Si dice che il Diavolo sia nei dettagli. E nessuno è più sensibile ai dettagli di Tempe Brennan, che per mestiere studia le ossa dei morti a caccia di particolari rivelatori: dell’età, del sesso, della fisionomia di una vittima, dell’epoca e delle cause di una morte. Quando tracce di un macabro rito pagano affiorano nello scantinato di una casa in corso di ristrutturazione a Charlotte, North Carolina, Tempe è chiamata a dare il suo contributo alle indagini. C’è il teschio di una ragazza di colore, tra i resti che deve interpretare per provare a capire cosa sia accaduto in quel luogo impregnato di mistero e orrore. Ma prima che il lavoro di Tempe possa dirsi concluso, il fiume Wylie restituisce il corpo decapitato di un ragazzo sul cui petto sono stati incisi simboli satanici….”.
Inutile dire che giriamo intorno a riti, sette e religioni varie come il satanismo, il vudù, la santerìa, la wicca e così via. Indiziato il santero Cuervo, una specie di guaritore, naturalmente trovato morto ammazzato e Asa Finney considerato uno stregone (da ragazzo ha rubato delle ossa al cimitero). E c’è Boyce Lingo, “un commissario con ambizioni politiche” che tuona contro questi depravati della società. A dargli manforte i detective Skinny Slidell ed Eddie Rinaldi (uno dei due fa una brutta fine e lascia degli appunti “misteriosi”).
Non manca il lato personale della faccenda con la figlia Katy (laurea in psicologia e prolungamento genetico di suo padre) che cerca di appiopparle un compagno di nome Charlie Hunt, vecchia conoscenza di scuola con “il fascino di un divo del cinema”. È stata lasciata dal bel Ryan e ricordiamoci che è divisa dal marito Pete allacciato teneramente con la nuova Summer, “una fanciulla biondo platino, con seni grandi come palloni da spiaggia” (vista da Tempe). Solito temperamento focoso, viene addirittura sospesa dal suo superiore e rischia pure la pelle. Interessante la descrizione accurata del suo modo di lavorare professionale e scientifico.
Prosa veloce, sciolta con un pizzico di autocompiacimento ed un uso eccessivo (a volte) delle frasettine ine ine che fanno tanto bomboniera. Costruzione non impeccabile (la soluzione mi pare poco credibile) e artificiosa con pistolotto finale sulle cose che non vanno in casa propria (vedi America).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Torna al giallo (e perché no?) Margherita Oggero, premio Bancarella 2016, con La vita è un cicles, Mondadori 2018, ambientato a Torino, con il ritrovamento di un cadavere in un bar. E passa con agilità dall’era della professoressa a quella del neolaureato precario. Eh già, perché il suo orologio del tempo non si è fermato con Camilla Baudino, impeccabile modello di professoressa inizio anni duemila ed esemplare personaggio rappresentativo di una generazione nata negli anni del boom, ma continua a fluire in fretta, quasi un’onda di piena. Con Massimo, venticinque anni e una laurea in Lettere antiche, che per non vivere completamente alla spalle della famiglia, lavora qualche ora la mattina presto all’Acapulco’s, un bar dal nome esotico ma poco frequentato della periferia di Torino e arrotonda scrivendo tesine e tesi di laurea per studenti che hanno altro da fare. Una vita che scorre più o meno normalmente fino a quella gelida mattina d’inverno quando Massimo, all’inizio del turno alle sei del mattino, aprendo la porta sul retro del bar, trova a terra un cadavere con la faccia spappolata… La vita è un cicles è un romanzo veloce, pungente, sfizioso in cui come sempre la sua Torino si ritaglia un ruolo da protagonista: stavolta però soprattutto la Torino delle periferie, della clandestinità, del degrado, della convivenza difficile. Una Torino decisamente lontana dalle eleganti vie del centro, quella descritta da Margherita Oggero. Ma poi sarà un cicles anche questa città con le strade con le buche peggio di Roma, che pare dimenticata dalla politica ma che rappresenta lo stesso un vivace palcoscenico e specchio dei nostri tempi?
Uno sporco lavoro di Bruno Morchio, Garzanti 2018.
Una telefonata di una vecchia amica, ma a Bacci Pagano basta una parola per riconoscere Maria, accettare la sua richiesta e fare la visita di compassione in ospedale. Maria è invecchiata, i suoi fastosi capelli ricci alla Angela Davis, oggi ingrigiti, sembrano spenti, ma gli occhi sono ancora quelli di allora, verdi, penetranti e che sanno di mare. Un lampo, i ricordi condivisi e le lancette dell’orologio che riavvolgono velocemente il nastro del tempo rimandano Bacci Pagano indietro di trent’anni, ad allora, a metà degli anni ottanta. Pieve Ligure: villa incantata, sontuosa ambientazione da albergo a cinque stelle arrampicata sulla scogliera con piscina e discesa a mare per fare il bagno e annessa servitù ad hoc. Il primo incarico di Bacci Pagano come investigatore privato, il primo proposto e preso al volo: fare da guardaspalle a un cosiddetto manager di stato, Rissi, che i media definiscono l’Ingegnere milionario, nuovo ricco rampante, milanese con legami con certa politica, alla giovane moglie e al figlioletto… Ci sono loschi personaggi che a diverse ore del giorno per terra o per mare ruotano attorno agli occupanti della villa. C’è l’intimidatoria passeggiata da parte di uomini armati sul gommone… Non gli resta che affrontare Rissi a viso aperto per cercare di capire cosa succede davvero. Ha accettato l’incarico, sa di dover proteggere lui e la sua famiglia, non si tira indietro, però percepisce il marcio e sa che non può più fidarsi di nessuno. Quella che sembrava la facile impresa di una nuova vita, senza rogne, pochi rischi con un incarico importante e ben pagato, ha trascinato Bacci fra gli sporchi traffici di alleanze sotterranee tra politici e malavitosi in un’Italia, solo coperte dall’intenso sfavillare del benessere economico. Ma ormai è in gioco e deve giocare preparandosi ad affrontare una mortale sorpresa. Una tragedia è là, in agguato. Uno sporco lavoro è la prima nostalgica indagine di Bacci Pagano, il genovesissimo investigatore dei carruggi. Un altro mistero legato al suo passato, forse fitto di rimpianti e pericoli, ma anche di amori, bella musica, magari un bicchiere colmo di nettare, caffè nero e buona cucina. Quanta strada hai fatto, Bacci, per diventare l’irrinunciabile personaggio cult di Bruno Morchio. E quanta ne farai ancora?
In nome dei Medici di Barbara Frale, Newton Compton 2018.
Ben calibrato, interessante, non ne dubitavamo, e contemporaneamente avventuroso e inquietante, con quel piccolo quid di esoterico mistero che non guasta mai, In nome dei Medici, il nuovo romanzo di Barbara Frale che interpreta uno spaccato di vita meno conosciuto del giovane Lorenzo de’ Medici. Un Lorenzo de’ Medici gaudente, incline agli allegri piaceri delle lenzuola, ma con il cuore ancora tenero. Un Lorenzo de’ Medici ventenne, già bravo diplomatico e mercante ma, nonostante gli insegnamenti del nonno Cosimo che l’ha forgiato come suo vero erede morale, non smaliziato a sufficienza da passare completamente indenne tra le trappole, i doppi e tripli sensi, gli astrusi machiavellici politici, le rischiose dietrologie e i continui complotti romani… Mischiando con disinvolta abilità storia e fantasia, Barbara Frale fa una piacevole rivisitazione di una parte del percorso di formazione di colui che i suoi contemporanei fecero conoscere ai posteri come il Magnifico. Un’attendibile e curata ricostruzione delle caratteristiche mentali e fisiche di diversi personaggi reali, tra le quali domina vivace e ben studiata la rappresentazione del potente ed enigmatico cardinale valenzano Rodrigo Borgia che aleggia protettivo sul giovane fiorentino.
Dopo un’anteprima, diciamo una specie di spuntino interpretato dall’autore a BookCity, Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2018, va in libreria il 27 novembre. La prima domanda che si pone il lettore sarà sul titolo: perché è Vuoto questo romanzo, in cui si riparla della ormai stracollaudata squadra di successo, nella vita letteraria e sullo schermo, dei Bastardi di Pizzofalcone? Mi pare, ma correggetemi se sbaglio, di interpretare che Maurizio de Giovanni abbia deciso di servirsi del termine vuoto nel suo più completo figurato significato di mancanza, assenza, carenza, insufficienza, deficienza, lacuna ed omissione. Realtà oggettive che conosceremo, incontreremo e affronteremo tutte nel corso della trama venate come sempre da ansia, struggimento e da un malinconico senso di incertezza e incompletezza.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
Oggi vi presento Le avventure del Corsaro Nero di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
“Era vestito di nero, con abiti raffinati: un mantello, una casacca di seta, pantaloni stretti da una fascia con le frange, un paio di stivali e un cappello grande con una lunga piuma. Aveva il viso pallido e i lineamenti delicati. Lo sguardo era fiero e coraggioso”. Ecco il Corsaro Nero (siamo nel ‘600, a Maracaibo) che vuole giustiziare il capitano Wan Guld perché ha ucciso i suoi due fratelli. Durante il viaggio incontra un veliero sul quale c’è Honorata Willerman, una principessa bellissima: capelli lunghi dorati, un abito di seta e una collana di perle. Se ne innamora ma, dopo un po’ di tempo, farà una scoperta terribile: l’amata è la figlia del suo acerrimo nemico!
Tra tutti i personaggi, certamente quelli più importanti sono Amore e Vendetta. Come andrà a finire?

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti