Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2017

Scontri super generazionali…
Canzoni al computer. “Nonno, per favore mettimi Occidentali’s Karma di Gabbani.” Gliela metto e Jonathan, il mio nipotino di otto anni, incomincia a cantarla e dimenarsi come il noto vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo. Segue Estate, sempre del medesimo, tutta a mente e Andiamo a comandare di Rovazzi, che lo fa scatenare come un piccolo indemoniato. “Ma dove le hai imparate?” , domando. “A scuola”, risponde. Non ho tempo di approfondire (a scuola?…), perché non voglio dargliela vinta. C’è sempre un po’ di competizione fra noi. “Belle, per carità, ma ai miei tempi…” e gli scarico nei timpani Cuore matto di Little Tony, Fatti mandare dalla mamma di Gianni Morandi e, ultimo colpo in canna da stendere un toro, Ventiquattromila baci di Adriano Celentano. Lui non demorde, mi fa inserire Fedez e altri moderni tatuati fuori di testa. La lotta è dura, sfiancante. Alla fine ognuno resta del suo parere. Sono meglio i suoi, sono meglio i miei. Per il futuro preparerò una controffensiva con Caterina Caselli e…Ora ci penso al gabinetto.

Hollywood in subbuglio di Ellery Queen, Mondadori 2017.
Scena del crimine la zona residenziale di San Souci a Hollywood. Quattro villette tra cui quella di Solomon (Solly) Spaeth, uno speculatore che ha mandato in rovina anche il suo socio Rhys Jardin ed è in perenne scontro con il figlio Walter che vuole sposare Valerie, a sua volta figlia del già citato. Per riparare in parte al danno vengono messi all’asta i beni della casa di Rhys acquistati da un “giovanotto alto e magro con una barbetta nera che gli copriva le guance e il mento, e portava occhiali a pince nez.” Trattasi addirittura di Ellery Queen, appena arrivato ad Hollywood per scrivere soggetti. Ma perché questo travestimento e il suo intervento nell’asta?…
Walter aveva un appuntamento con il padre che viene trovato ucciso nel suo studio con “una ferita da coltello slabbrata” di un’arma del tredicesimo secolo sparita e poi ritrovata, sulla cui punta c’è melassa con cianuro di potassio. E, dunque, altra domanda che sorge spontanea, “Perché avvelenarla?…
Ad indagare l’ispettore Glǖke dal naso aguzzo messo spesso in crisi da Ellery, presenza davvero fastidiosa per lui “Non ho nessuna intenzione di vedere le mie indagini buttate all’aria da un tizio che scrive storie poliziesche!” Di mezzo il testamento del morto e la sua modifica con la quale disereda il figlio. Tutto il patrimonio va, invece, all’amante Winni Moon dalla erre moscia, con i suoi “fianchi che ondeggiavano come un orizzonte acquoso durante un monsone.” (sorriso). L’avvocato Anatole Ruhig vuole sposarla (mica scemo).
Arriva pure la stampa nella persona di Fitzgerald dell’“Independent” che assume Ellery (mille dollari ad articolo) sotto il nome di King, per trovare la verità insieme a Val.
Aggiungo, tanto per dare un’idea della complessità del plot: un soprabito preso per sbaglio che sparisce, un libretto bancario con cinque milioni di dollari, un binocolo ammaccato, una clava indiana, un uomo con due dita (forse), un codice delle carte da gioco, un dittografo, un guardiano che mente e Rhys, messo agli arresti come sospettato, che accetta la prigione e non vuole difendersi. Perché?…
Tanti dubbi, tante domande come abbiamo visto, e altre che sorgono soprattutto rispetto alla meccanica del delitto. Polizia piuttosto miope su certi indizi rilevanti (però c’è, apposta, Ellery, anche se abbastanza defilato rispetto ad altre storie). Scrittura felice dell’autore, intrisa di humour, che fila via spedita come un treno in orario.

Il banchiere assassinato di Augusto De Angelis, Sellerio 2009.
Legge Freud, Lawrence, Platone, Le epistole di San Paolo. Perché mai, allora, fa il commissario di Pubblica Sicurezza, si domanda Carlo De Vincenzi nella Milano degli anni Trenta nebbiosa, cupa e infreddolita. Per l’enigma da sciogliere, il colpevole da individuare?… No, no per il mistero dell’animo umano. “Io sento la poesia di questo mestiere” dichiara e il personaggio è già lì bell’e fatto. Colto, sensibile e nello stesso tempo deciso e pronto, se necessario, a saltare qualche regola che intralcia “Io debbo ricorrere agli altri mezzi, se voglio arrivare sino alla verità, a tutti gli altri mezzi, qualunque essi siano. La mia coscienza me lo permette, anzi mi ci obbliga, anche se il regolamento o il codice me lo vietano.”
Al dunque. Siamo nell’ufficio del commissario. Di notte (addirittura). Ecco irrompere l’amico Giannetto Aurigi che ha un grosso debito con il banchiere Mario Garlini. Due chiacchiere e una telefonata improvvisa. Notizia: il suddetto Garlini è morto proprio nell’appartamento dell’Aurigi.
Causa della dipartita un foro di pallottola alla tempia, per terra una fialetta di profumo d’oro con odore di mandorle amare. Ovvero acido prussico. E che c’incastra? Prime impressioni e rimuginamenti che seguiranno per tutta la vicenda imperniata sugli sghei e sull’amore, sul classico triangolo, la fidanzata dell’Aurigi, l’inquilino del terzo piano, il cameriere che sparisce e riappare, la pendola che segna un’ora avanti (perché?) e addirittura qualcuno pronto ad autoaccusarsi del delitto! Personaggi che entrano ed escono da una porta come all’aprirsi di un sipario, qualche stilettata al detective privato Harrington, tipico rappresentante del modello poliziesco anglosassone.
Il primo giallo di De Angelis teso a creare un clima particolare in cui immergere il lettore: “C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che pesava come qualcosa di mostruoso, d’inumano”, “De Vincenzi sentiva che la verità non era quella, che c’era qualche altra cosa di più oscuro e di più complesso.” Un personaggio soprattutto d’istinto e immaginazione forgiate dallo studio della psicologia, della psiche umana, combattuto fra solitudine, disagio e stanchezza.
La storia è finita (non una parola di troppo, non una parola fuori posto dentro uno stile che profuma di passato), e il nostro commissario ha gli occhi umidi. Nella sua stanza squallida con la scrivania “macchiata e bruciacchiata” e la poltrona consunta. Mica male.
Augusto De Angelis è stato il difensore della narrativa poliziesca, accusata dai fascisti addirittura di immoralità, e propugnatore, come prima di lui Alessandro Varallo, del giallo all’italiana. Morì per le conseguenze di una brutale aggressione fascista. E anche per questo lo ricordiamo.

Ombre di Stephen King, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale, Lee Child, Joyce C. Oates, Lawrence Block e altri, Einaudi 2017.
Ogni tanto bisogna buttarsi sul sicuro, su certi scrittori affermati di indubbio talento, per volteggiare in un’aria più tersa. Come in questo caso, su racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper. I suoi “quadri non raccontano storie. Ma hanno la capacità di evocare in modo potente e irresistibile quelle racchiuse al loro interno in attesa di essere raccontate” scrive Lawrence Block nella sua introduzione.
La vicenda può nascere da un semplice personaggio che fa il proiezionista. Da Cart Wright, per esempio, trent’anni, curvo, timido, timidissimo. Solo. Tutto preso dalla nuova “maschera” Sally di una “bellezza strepitosa”. Ogni giorno la guarda dalla cabina di proiezione. Ma ecco due tizi a pretendere il pizzo dal padrone del locale in cui lavora. Ed ecco nascere una nuova storia, insieme all’amico Bert, il passato terribile che ritorna, il padre che ha abusato di lui. Violenza che chiama violenza. Ieri e oggi. Sally deve essere protetta e, forse, accetterà il suo invito. O, più probabilmente, no. Prosa secca e brutale come l’esistenza umana. Che il dolore se ne stia rintanato in fondo all’animo.
Oppure da una ragazza nuda (indossa solo le scarpe) seduta su una poltrona azzurra che guarda alla finestra. Sembra aspettare qualcuno “Nella luce esangue di una mattina autunnale a New York.” Aspetta il suo amante, ormai “intrappolata” in quella stanza. Fa sempre tardi, ma lui ha la moglie e mille problemi. Le loro storie, le loro vite, il rapporto che si sgretola. L’odio, la violenza. Lui pronto ad uccidere, lei pronta ad uccidere. Sta per salire…
Donne, sempre donne, fortissimamente donne. Al centro della scena. Anche quando sembrano stare di lato. Donne furbe, ingegnose, vedi la moglie di Alfred, ormai morto ma con il quale continua a parlare durante un pasto ad una tavola calda. Sta fissando di proposito il padrone del locale. Così per attirare la sua attenzione. È in ritardo con il pagamento dell’affitto. Bisogna studiare qualcosa per rimediare. Ed ecco pronto il tranello, il trucco delle posate rubate.
Donne per una giusta vendetta. Come quella che appare alla finestra con reggiseno e mutandine rosa all’occhio del guardone assassino (pronte manette e coltello) che pregusta la sua nuova vittima come ha già fatto con la precedente. Ma ora la musica cambia…
Donne tradite che si ribellano, pronte a difendersi, a rendere pan per focaccia al maschilista imperante, donne dal passato doloroso che riversa il rimorso e l’odio verso se stesse. Il passato, il terribile passato ancora vivo nel presente, ragazze abbandonate, padri alcolisti, madri uccise.
E gli uomini? Egoisti, possessivi, violenti, sfruttatori o anche deboli, imbranati fradici, qualche volta buoni. Vedi Bosch, il mitico Bosch. Da poco investigatore privato deve sorvegliare una ragazza che scrive storie e che, per ispirarsi guarda al museo il dipinto Nighthawks di Hopper. Un bar di notte, illuminato solo dall’interno, il barista, una coppia da una parte, un uomo solo di spalle. Bosch deve riferire a chi lo paga se è sua figlia. Lo è ma mente, per salvarla. L’uomo solo al bancone è lui.
Racconti particolari, “strani”, “insospettabili”: una casa che “senza l’intervento di nessuno” ogni anno guadagna una stanza. Fenomeno inarrestabile. Ci vivono Fabius e Carmen. Ottimo rapporto con la suocera Callera (giocavano anche a scacchi) morta per infarto; gli Enderby, marito e moglie, siedono tranquilli e sereni nella sala della musica. Dall’armadio alle loro spalle colpi ripetuti, forti, insistenti. Di un tizio che aveva un bel conto alla Albany National.
Inquietudine, brivido, attesa, sospensione. Storie di amori finiti, di ricordi dolorosi, di qualcosa che si voleva e non c’è stata. Storie di “mancanza”, cambi lenti di prospettiva o il colpo improvviso che non ti aspetti. In prima o in terza persona, al presente o al passato attraverso una tecnica sopraffina.
C’è tutta la vita in questi racconti, c’è tutta la maledetta vita in queste vicende inquiete e inquietanti come i quadri di Edward Hopper.
Guardate i quadri, immaginatevi una storia e poi leggete.

Delitti a luci rosse di AA. VV., Einaudi 2017.
Una scorpacciata di racconti racchiusi in un vasto arco temporale. Qualche spunto.
Francisca “la più bella mulatta di Trinidad” che balla da sola al centro nel salone di don Armando. Ma nessuno la guarda. Hanno tutti paura, eccetto il nuovo maestro Sebastiano Luna. Ora è in pericolo di vita, soprattutto se ci parla. Francisca è la donna del bandito Corrado, guai a starle troppo vicino. Ma c’è qualcosa che non va, secondo lei, in questo ragazzo pallido, sottile “troppo magro per i suoi gusti”. Proprio qualcosa che non va…
In prima persona da un editor. Coppia Jim e Susan a cui piace il sesso violento. Sculacciate e frustate. Continuo tormento. Susan lo uccide ma il processo per la sua condanna è difficile. L’editor vuole andare dalla polizia per raccontare quello che sa, quello che Jim gli ha raccontato. Bussano alla porta. È Susan. O stai a vedere che…
Erin e la cassaforte. La sta scassinando. Ma non è sola, all’improvviso anche Daniels, l’uomo enorme che disprezza. Bisogna distrarlo, farlo parlare, cercando in qualche modo di raggiungere la pistola fra gli asciugamani. E se c’è bisogno del sesso anche violento, pur di agguantarla…
Rollie, giovane già noto come autore di gialli psicologici, a sessanta anni è presidente dell’American Mystery Writers. Nuovo racconto per l’occasione. In prima persona, lui innamorato liceale non corrisposto della bionda Babs. Sempre disponibile, come un soldatino ai suoi desideri. Occhio a chi potrebbe darle noia, si sa che qualcuno può approfittarne. Occorre aiutarla perché non le succeda niente. Forse un barbiturico…
Una ragazza trovata morta su un marciapiede, colpita con uno strumento appuntito sotto la mammella sinistra, violentata più volte. Una ragazza che faceva foto pornografiche. Già, le foto. Basta ingrandirne una per vedere qualcosa di interessante all’esterno dell’ambiente…(un classico).
In prima persona da un uomo geloso. Parla del suo amore verso la propria donna, “la donna della perdizione.” Assillato dai dubbi sul suo tradimento. Esce sempre a cavallo e ritorna felice. Basta! Una corda, una pistola…
Al Café Imperial. Pensa all’amante, pensa al marito tradito a cui vuole quasi bene. Eccolo in arrivo. Con le sue lettere alla moglie. Ora è morta. Obbligo un duello…
La contessa Gamiani, lesbica, e la giovane Fanny. Loro incontro sessuale. Ci si butta anche l’uomo che narra la storia. Sesso sfrenato e racconti di vita dei tre personaggi, imperniati sulle violenze in quel senso, tra suore, monaci, falli enormi e pure un asino. Gamiani e Fanny. Come si chiuderà la loro storia?…
Bette Mason ha solo le mani belle. Uccisa, le belle mani tagliate e poi sparite. Tracce di sangue sul tappeto. Come si potrà scoprire l’assassino? Forse da certe sigarette…
Parla la mamma di Antonio brava a fare il ragù “denso e vischioso”, mica come quella “sgualdrinella” di Marisa sposata a suo figlio. Un omicidio al sesto piano della sua casa, ovvero un pensionato ucciso con un taglio alla gola. Sparisce la madre, in casa tutto in ordine, solo un cassetto aperto, quello dei coltelli di cucina. Finale drammatico con confessione.
Dave e Merle allo Starlite Drive-in. Quarant’anni. Parlano di film, della ragazza che si è fatta uno dei due. Sembra una cosa passata. E, invece, la ragazza è nel bagagliaio. Meglio farsele morte che vive. Ma a Merle manca qualcosa.
Selezione dei racconti un po’ a caso, senza una linea sicura e di alterno livello. Gli autori, comunque, non sono mica male. Eccoli: Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale.
Sesso e morte. Occhio, ragazzi!

Per chi vuole buttarsi sulla fantascienza ci sono Robot 80 e Robot 81 di AA. VV., Delos Books 2017. Racconti, interviste, critiche da leccarsi i baffi. Racconti sul nostro futuro incredibili, inquietanti, che lasciano il brivido e fanno riflettere. Oggetti misteriosi, case parlanti, robot di tutte le specie, invasioni aliene… Racconti, dicevo, impossibili o, addirittura, profetici. Le nuove, straordinarie tecniche e l’uomo con le sue aspirazioni e i suoi sentimenti. Ci sarà uno scontro o un compromesso? Che fine farà? E la terra? Sarà ancora un luogo utile? Chi ci sarà al nostro posto? Dove andremo a vivere? Sicuro che drastici cambiamenti migliorino la nostra vita? Sicuro che allungarla troppo ci renda felici?… Domande e domande. Dubbi e rovelli tra i quali, forse, qualche speranza che l’uomo non voglia perdere la sua umanità. Speriamo.

Un giretto tra i miei libri
Per un certo periodo di tempo ho pensato che Ben Pastor fosse un uomo. Anche se talvolta in terza di copertina la fotografia, seguita dalla opportuna didascalia, mi rendevano edotto del contrario. Ben, che io associavo alle fattezze di un maschio, era invece una gentil signora dal volto interessante. Ma io mi piccavo nel mio intimo che fosse un uomo e non c’era verso di togliermelo dalla testa. Solo con La morte, il diavolo e Martin Bora, pubblicato dalla Hobby & Work 2008, mi sono finalmente convinto del sesso dell’autrice. Misteri del cervello umano…
Ma bando alle ciance e vediamo un po’ di cosa si tratta: praticamente una antologia di racconti più o meno brevi incentrati quasi tutti sulla guerra. Che sia la seconda guerra mondiale o la prima, oppure il conflitto civile spagnolo sempre di guerra si tratta. Con al centro il giovane capitano dell’esercito tedesco Martin Bora, o più precisamente Martin Heinz Douglas Bora l’“uomo giusto nella divisa sbagliata”. E uomo colto se è laureato in filosofia, sa suonare il pianoforte, cita Dante e Virgilio, legge “Gli esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola e le poesie di Garcia Lorca, le massime di Rochefoucauld, le poesie di Hoelderlin, l’Odissea, la Bibbia, i Promessi Sposi e via discorrendo.
Colto e pure bello. Alto, slanciato, occhi con iridi verdi cerchiate di azzurro, impeccabile nel vestire, “nato ricco e aristocratico” e dunque non gli manca niente se non fosse per la mano sinistra artificiale, persa quella vera durante un incidente. Sposato con Benedikta, che chiama affettuosamente Dikta, invano in attesa di un figlio che non riesce a portare avanti (tre aborti). Sicuro di sé, fermo autocontrollo ma a volte “una lama di malinconia” sembra che venga a turbare la solidità della sua sicurezza. Forte senso del dovere e nello stesso tempo la quasi certezza che qualcosa non quadri “Eppure spesso gli sembrava che soldati come lui fossero carta straccia, appallottolata in mano a qualcuno e in procinto di essere buttata via”.
Brevi spunti: una Balka, cioè una prostituta uccisa con le mani mozzate durante l’“Operazione Barbarossa” con tre possibili indiziati: il vecchio beone, il mercante ebreo e il giovane fannullone innamorato. Chi dei tre o forse altri?; un uomo ucciso, un cane morto, un microfilm, un attentato mortale nella Praga del 1942; un rapimento nell’Appennino nord-occidentale del 1944, una povera donna vedova con tre figli, tre persone uccise, partigiani fatti prigionieri, una ausiliaria fascista dispersa, fatti che si intrecciano, si seguono, si incontrano e ricompongono in modo quasi naturale.
E poi non c’è solo Martin Bora. C’è il signor luogotenente di giustizia Don Diego Antonio e siamo nel 1630 a Milano ai tempi, dunque, dei “Promessi Sposi” ad indagare su una monaca assassinata; c’è l’episodio delle vettovaglie sparite e un colonnello italiano ammazzato nella guerra del 1918; c’è un soldato dell’ONU con il cranio sbriciolato da un grosso calibro nella Sarajevo della ex Jugoslavia nel 1994; c’è un incontro tra due nemici nella battaglia di Gallipoli del 1915 con l’evocazione del passato e dei propri cari morti come nell’Odissea; c’è Nino Bixio e i fantasmi; c’è la Kiria Andreou seguita da un giovane spasimante e c’è infine Remedios amata da quattro uomini. Quattro amanti e quattro ricordi diversi.
Dunque la realtà più cruda, il sogno, la fantasia, l’aspetto psicologico che incalza, “streghe, fantasmi, eroi mitologici dell’antica Grecia” che irrompono sulla scena. Prosa agile, sicura. Ora realistica con ampi squarci di paesaggio a suscitare stati emozionali, ora nuda e schietta, ora evocativa e suggestiva a lasciare uno strazio o un dubbio o una scia di amarezza nel cuore. O un mistero.
Finalmente una scrittrice vera.

I morti ammazzati sono un ingrediente necessario del romanzo poliziesco. A volte ne basta uno per decretarne il successo, talaltra se ne aggiungono ancora (di solito due o tre), per rendere la vicenda più movimentata. Colleen McCullough, autrice famosa per Uccelli di rovo, non ha badato a spese e in La morte in più, Rizzoli 2010, te ne ha infiocchettati dodici nello stesso giorno, 3 aprile 1967, a Holloman, piccolo paese del Connecticut: quattro avvelenamenti, un crimine sessuale (praticamente uno stupro), tre morti per arma da fuoco (con silenziatore), la fine violenta di una prostituta (gola tagliata), due soffocamenti con cuscino, una tagliola per orsi (sì, avete capito bene).
Si parte proprio dal caso dello studente ricattatore Evan Pugh ucciso dalla tagliola per orsi nella sua camera (un marchingegno infernale), per continuare con gli altri, tra cui quello di Desmond Skeps, il responsabile del colosso degli armamenti Cornucopia.
Ad indagare il capo della polizia Carmine Demonico, occhi color ambra e capelli neri tagliati corti, laureato nel ’48, arruolato dopo Pearl Harbour, divorziato da Sandra cocainomane da cui ha avuto figlia Sophie (sedici anni) e risposato con la spilungona Desdemona che gli ha dato un bel maschietto. Suo capo il tenente Mickey McCosker, suoi sottoposti che lo aiutano nelle indagini Abe Goldberg e Corey Marshall, sua segretaria l’attiva e intraprendente Delia Carstairs (veste in maniera orribile), medico legale il cugino Patrick che è per lui come un fratello. Non manca l’amico fidato sul quale scaricare qualche sospetto.
Sembra che tutti gli omicidi siano stati organizzati da una sola persona, il Genio, che li ha eseguiti personalmente o fatti eseguire da professionisti (arrivano anche le sorprese). Siamo al tempo della guerra fredda e dunque ci si aggiunge lo spionaggio sovietico, l’intervento dell’FBI (Ted Kelly), gli agguati alla famiglia e a lui stesso per farlo desistere dall’indagine.
Un giallo che non si fa mancare niente: il personaggio principale (un po’ grigio) con famiglia da salvare, i due aiutanti in lotta promozionale fra loro, l’ecatombe di corpi ammazzati con relativo trucido contorno, lo spionaggio, gli agguati, il Genio, o Ulisse che dir si voglia, che uccide e fa uccidere, il movimento delle femministe, qualche problemuccio di cuore, il dubbio, il rovello, il piccolo depistaggio, le lettere con la spiegazione finale. Scritto pure benino da un’autrice di successo. Solo che il tutto va via liscio e sonnacchioso come qualcosa di risaputo e rivisto (perfino nei film), come una vecchia cantilena che ripete brani di vecchie cantilene.
L’ecatombe non paga.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Rondini d’inverno di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2017.
A Torino “Degio” aveva letto il primo capitolo e ormai tutti aspettavamo a gloria il nuovo Ricciardi e lui, puntuale come un orologio, ce l’ha servito su un piatto d’argento. Et voilà, il barone di Malomonte, il suo primo commissario (forse il più amato?) l’inossidabile bel tenebroso dagli occhi verdi, bramato da molte donne, ma con il macigno, insomma con il “Fatto”, quel peso morto, quella condanna che lo perseguita da quando era bambino di poter percepire le ultime parole e le ultime sensazioni delle vittime di morte violenta… E, come logico, con lui risalgono sulla scena il suo pilastro, il brigadiere Maione, l’intelligente e antifascista medico legale dottor Modo, e Bambinella il femminiello, che poi è il loro orecchio aperto ad ascoltare le voci della città. Ma torniamo a noi e a Rondini d’inverno in cui la celebre canzone napoletana Rundinella funge contemporaneamente da fil rouge e da colonna sonora. Apertura del romanzo con un vecchio musicista che accarezza il mandolino mentre parla con il suo allievo e poi via con la storia, praticamente tutta narrata in flash back e stampata in corsivo: Natale è passato da poco e, benché il clima sia stranamente primaverile per la stagione, la città ha digerito il pranzo del 25 e pensa già al cenone di Capodanno; sul palcoscenico dello Splendor, celebre teatro di varietà, il grande attore e cantante Michelangelo Gelmi, come ogni sera, si prepara a “sparare a sua moglie” Fedora Marra. Niente di strano, la scena fa parte del copione e si ripete tutte le volte che recitano nella canzone sceneggiata. Solo che quella sera, il 28 dicembre, dentro il caricatore della pistola, una calibro nove, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. E quando Gelmi spara “l’attrice viene proiettata all’indietro, scomposta, i piedi sollevati da terra, le braccia larghe” e… “sul corpetto bianco del costume si allarga un’ampia macchia scura”. Ha ucciso Fedora, la sua compagna di vita e di palcoscenico. Poi, disperato, proclama a gran voce la sua innocenza ma ben pochi gli credono: tutti i fatti indicherebbero la sua colpevolezza. Gelmi, già in là con gli anni, stava perdendo la voce, beveva troppo e la sua carriera era in declino. La sua permanenza sul palco dipendeva ormai solo dal sodalizio con la moglie, Fedora, una stella dello spettacolo giunta al culmine del successo. Lei era molto legata al marito però, così mormoravano certe voci, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Dalla prima ricostruzione dei fatti si direbbe che il caso sia già risolto, ma il nostro commissario non è convinto. Qualcosa non quadra, vuole approfondire. Tuttavia, mentre il fedele brigadiere Maione scorrazza perigliosamente per la città al volante della vettura di servizio per aiutare il dottor Modo, proprio lui Ricciardi, che nel frattempo pare sia arrivato a dare una svolta alla sua vita sentimentale (traduco: ha finalmente baciato Enrica, la giovane e timida vicina di casa), è tenuto sotto costante pressione dal vice questore Garzo, che non si vuol guastare le feste. Insomma deve muoversi e sbrogliare in fretta la forse misteriosa vicenda, senza lasciarsi distrarre dalle faccende personali, da certe velate minacce riportate e dall’inconsueta cortina di nebbia che, calata improvvisamente su Napoli, l’avviluppa come un sudario, pronta a nascondere qualche colpo di coda. Anche stavolta, come per le precedenti avventure di Ricciardi, una altera, fastosa e festosa città partenopea degli anni Trenta (ventesimo secolo) funge da splendida cornice alla fascinosa prosa “degiovanniana”. Indimenticabili le melodiose canzoni che punteggiano la narrazione. Al prossimo Maurizio. Purchessia!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta si cambia! Vi presento Omicidio sulla Tour Eiffel di Sir Steve Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015 (e il mio nonno si frega le mani).
Parto dai personaggi: Samuel, Agatha, Larry e Gaspard Mistery. Agatha e Larry di dodici anni! Ah, dimenticavo… c’è anche il gatto Watson che porta un nome famoso (me lo ha detto il solito). Vivono tutti a Londra ma dovranno partire per Parigi. Perché?, vi domanderete. Perché lì è avvenuto un omicidio per avvelenamento da stricnina. Più precisamente di un diplomatico russo e i nostri detective dovranno risolvere il mistero.
Tutto gira intorno a una rosa rossa, cioè alle ultime parole del morto. Ci sono tre indiziati: il primo ha una rosa rossa tatuata sul collo, il secondo ne ha una proprio sul suo comodino, la terza, una donna, indossa un vestito di rose rosse.
Chi sarà il colpevole? Basta continuare la lettura che ha anche diversi spunti divertenti, soprattutto nella persona di Larry. Così voi vi divertirete a cercare di scoprire l’assassino e io finisco prima la presentazione.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2017

(Buone vacanze e buone letture!)

Il professore di filosofia…
Il nostro professore di filosofia era alto, magro, distinto. Con le sue camicie sempre bianche, bianchissime che sembravano uscite proprio allora dalla lavatrice. Pulite e profumate, dicevano le ragazze con gli occhioni persi. Una rabbia, io che vestivo sbrindellato alla paesana e puzzicchiavo anche di sudore, per farmi un bel pezzo di strada a piedi dalla stazione alla scuola (il tram mi dava la nausea). Silenzio e devozione assoluta, sempre dalla parte delle osannanti, anche quando concionava di cose astruse e impossibili come quella del piè veloce Achille che non riesce a raggiungere una imbranatissima tartaruga. Ma via, povere illuse!
Lo rividi tempo fa barcollante e sgangherato dalla vita, sorretto da una signora. Stavo per chiamarlo ma qualcosa mi trattenne, una specie di groppo improvviso. Voglio solo che rimanga nella mia mente così com’era: bello, alto, signorile, dai modi gentili, sempre sorridente, circondato dalla schiera delle allucinate. Che rabbia!

La crociata di Falconer di Ian Morson, Mondadori 2017.
Oxford 1264. “Thomas Symor scese dal carro, appoggiando i piedi sul fango ghiacciato.” Le gambe indolenzite non lo reggono e scivola nel canale al centro della strada. “Non era così che aveva immaginato il suo arrivo in città; si sarebbe aspettato quantomeno un accompagnatore che lo scortasse fino all’università.” Quindici anni, alto, sveglio, capelli biondi e occhi azzurri, tormentato dalla morte di suo padre. Un grido in una serata di nebbia fittissima. Una donna è uccisa con un taglio alla gola (si saprà poi che si tratta di Margaret Gebetz, la serva francese del maestro John Fyssh) e lui che viene scambiato per l’assassino. Messo in salvo da William Falconer, statura imponente, maestro di logica aristotelica all’università di Oxford. Subito attratto dall’omicidio, perché di un particolare omicidio si tratta visto che lo squarcio della gola non è orizzontale (come se qualcuno l’avesse presa alle spalle) ma di traverso (e, dunque un incontro con una persona conosciuta, un delitto premeditato). Reso ancor più misterioso dalla scomparsa di un libro che era nelle mani di Margaret e ora ricercato dall’assassino. Perché? Quali segreti poteva nascondere?
Anche il giovane Thomas, per farsi bello agli occhi del Maestro, si mette alla ricerca della verità, riuscendo soltanto ad infilarsi nei guai, perdendosi nel quartiere ebraico, dove rischia la vita per essersi invaghito di Hannah, figlia dell’erborista ebreo Samson. Il caso si complica con l’arrivo di altre morti violente e con l’invito, da parte del rettore dell’università, a non interferire nelle indagini.
La vicenda si colloca sullo sfondo storico delle lotte baronali contro il re Enrico III, il cui figlio Edoardo è invitato, proprio dal rettore, a uno splendido banchetto, durante il quale Falconer si avvale dell’aiuto di Thomas per controllare i principali sospetti. Allievo di Roger Bacon, “da lui ha appreso che la scienza è materia di indagine e non di mera speculazione verbale.” Dunque, alla fine, riconoscendo anche un errore iniziale, il nostro investigatore del Medioevo dichiara “Se interpretati correttamente, tutti i fatti conducono inevitabilmente alla verità cruciale, ovvero l’identità dell’assassino.” Per lui non c’è scampo.
Un po’ giallo, un po’ thriller, l’azione si sposta circolarmente tra vari personaggi attraverso una scrittura che richiede molta attenzione, soprattutto durante la prima parte. Dopodiché se ne può gustare tutta la qualità.

Commedia nera n.1 di Francesco Recami, Sellerio 2017.
Maria Antonietta Salvatores e Antonio Maria Cotroneo. Una coppia un po’ particolare. Come tante, dunque. Beh, insomma… Lei commissario di polizia, lui titolare di una sartoria. Come tante, allora! Diciamo durante il fidanzamento. Poi… poi, tutto cambia. Lui schiavizzato in casa da una moglie che lo assilla e lo tradisce senza tante storie. Anche nella stessa abitazione con gli agenti che si porta dietro. D’altra parte è “una ragazza splendida, avvenente, formosissima e alta”, dal “petto monumentale” che lo ha costretto a sedute erotiche interminabili incorniciate dalla canzone a vele spiegate “Vola via tempesta… non turbar molesta”. Lo tradisce, diciamola tutta, perché lui l’aveva tradita e allora è via libera ad ogni tipo di sopruso, costretto a subire ogni sorta di vessazione dalle punture ai tatuaggi, fino alla “cella di rigore”. Depresso, imbottito di farmaci, l’unica soluzione è liberarsi di lei. Piani e contro piani andati in fumo, tentativi di fuga, di omicidio e suicidio (veleno, impiccagione, trappole inconcludenti di ogni tipo) seguendo pure certe indicazioni dal suo cartone animato preferito con il Coyote che le sbaglia tutte pur di far fuori il rompi Beep Beep. Mentre la moglie a tavola racconta i casi che le càpitano con piglio sicuro e deciso che anche Nero Wolfe le fa un baffo: omicidio all’ospedale con lupara; omicidio a coltellate di una bella signora in carriera; un omicidio-suicidio di un vecchietto che uccide la moglie con una iniezione di barbiturici e poi si spara. Così sembra…
Un miscuglio, come è già stato sottolineato, di giallo, commedia e farsa che stravolge completamente la realtà e ci induce al sorriso. Anche se a volte l’esagerazione esagerata lascia un po’ a desiderare.
Da leggersi soprattutto come digestivo dopo uno di quei millanta mallopponi pesanti che ti si piazzano sullo stomaco.

Il giallo di villa Ravelli di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2017.
Al sodo. Rivorosso Umbro con la neve. Commissario Adalgisa Calligaris a recar conforto al signor Mecchi, terrorizzato da un possibile film della TV che si dovrebbe svolgere sulle sue terre. E le sue mucche? Che fine faranno? Due sorrisi al mercatino con la “Banda della Maglina”, composta da un gruppo strambo che si butta sull’usato ammucchiato. Uscita con Carlo Petri, vecchio compagno di scuola di cui era stata innamorata pazza non ricambiata, e ora collega di lavoro. Come andrà a finire?…
Per non farla lunga, muore per un colpo di pistola Silvia Ravelli, scrittrice di gialli. Solo che non si trovano, sia la pistola che il proiettile. Suicidio o omicidio? Sospettata la sorella Antonia, di carattere completamente opposto, alla quale non era andato giù il testamento dello zio che aveva lasciato tutto alla defunta, la quale aveva il vizio del giuoco d’azzardo.
Il caso è sulla bocca di tutti, ne parlano ampiamente i giornali e arriva pure la televisione come per ogni delitto che si rispetti. Ma ecco all’improvviso uscir fuori un certo Vladimir Ravelli, figlio adottivo di Silvia, unico erede! Tutto si complica con l’assassinio di…
Finale classico con la classica riunione di tutti i sospettati. Al centro la nostra Adalgisa, dal carattere forte e tenace (non le manda a dire dietro) a risolvere il busillis. Indagini che si inframmezzano alla vita reale di un paese, vista con occhio sorridente. Ogni tanto entra in scena, come all’apertura di un sipario, il signor Mecchi con l’ansia per le sue mucche e pure il dialetto umbro contribuisce alla creazione di un clima leggero. Per esser pignoli a pag. 79 pezzetto ripetuto della pagina precedente. Ma può capitare.

Brividi e maiali di Gianni Gribaudo, Società editrice milanese 2017.
Ci sono passato due o tre volte davanti allo scaffale dei libri. Poi l’ho preso. Per il titolo che mi faceva sorridere. O vediamo un po’, mi sono detto, che cosa c’entrano questi maiali.
Storia ricca di personaggi. Più o meno normali. Ovvero strambi, pittoreschi, unici. Segnalati spesso come titolo dei capitoli con il vero cognome o l’appellativo: il Gadan, il Sausissa, il Pagliasso, il Ganimede, il Settegiacche, il Barachin, lo Sgnacabognon. E via tutti gli altri partendo da Gianni Gribaudo (pseudonimo dell’autore), giornalista di una piccola testata delle Langhe che “si occupa prevalentemente di sport e, all’occorrenza, di cronaca nera”. Come in questo caso a Fargo, durante un inverno maledetto. È stato trovato un morto tra i maiali o, meglio, “lo scheletro di una mano con dei pezzi di carne ancora attaccati” (in seguito arriverà anche quello della testa). In un campo della valle Bacciglio dove c’è una discarica abusiva.
Per dirne una sulle caratteristiche dei personaggi il Settegiacche, ex maestro di scuola, crede di vivere ancora al tempo del Fascio, dei partigiani e delle SS (“Il Duce oggi ha parlato?” domanda) e sarà utile al Nostro con le sue strampalate osservazioni. C’è, poi, la mamma che lo assilla come fosse un bimbo piccolo; c’è la segretaria formosa e bonazza di cui è invaghito che lo “tradisce” con il Gadan, baby pensionato vestito da damerino e dal “naso aguzzo sempre pronto a infilarsi nei fatti degli altri”; c’è il commissario Esposito, napoletano, “un uomo tozzo con dei riccioli corti intorno a una chierica pelata”, che non sopporta i giornalisti e non capisce il dialetto (anche il sottoscritto talvolta in ambascia).
Gianni Gribaudo non si dà per vinto, gira di qui, gira di là, incazzicchiato alquanto per la tresca della segretaria, alla ricerca di qualche indizio, di una prova concreta che anche il capo e il direttore, come la madre, lo tormentano. Niente articolo, niente stipendio.
Ed ecco qualcosa di concreto salta fuori: una famiglia povera si comporta stranamente (vogliono imbiancare la casa proprio a gennaio), un paziente del medico condotto non si fa vedere. Ma allora?… Il pezzo finale di Gianni Gribaudo esce bello pimpante a risolvere il mistero, chiarire ogni particolare, far contenti i superiori, salvare gli sghei e fregare la stampa concorrente.
Un’avventura lungo il filo dell’ironia e del sorriso che nasce dalla scelta di un linguaggio brioso in prima persona intriso di dialetto, di personaggi e situazioni che si buttano, da soli, sul comico. Un libro leggero e divertente, con i tempi giusti, senza strafare e cadere nell’eccesso.

L’assassinio di mia zia di Richard Hull, Mondadori 2017.
“Mia zia abita appena fuori della piccola e orribile città di Llwll. Ed è proprio quello il problema” scrive nel suo diario il nipote viziato Edward. Località orribile in tutti i sensi, a cominciare dalla pronuncia impossibile del nome, per continuare con le sue stradine tortuose, le sue “stupide collinette”, i “boschi fradici” e cappelle disseminate per ogni dove (per la precisione siamo nel Galles). “Abitare poi nella casa di mia zia non fa che peggiorare ulteriormente la situazione”. Lui, tra l’altro, vivrebbe volentieri a Parigi o a Roma “se non fosse per quegli orribili fascisti”.
O vediamola questa zia. Si chiama Mildred Powell. Semplicemente tirannica, secondo Edward, costretto a continue, inutili, faticose camminate, per andare a Brynmawr, dove c’è la ferrovia locale. Ma non può svignarsela perché il testamento della nonna ha fatto della zia la “tutrice e amministratrice fiduciaria.” Dipende completamente da lei. Certo se morisse…
Ecco il chiodo fisso che lo tormenta e lo tormenterà. Ed ecco affacciarsi alla mente mille soluzioni. Come, ad esempio, quello di un mortale incidente con la macchina. Aiutato, in qualche modo, da lui stesso. I freni fuori uso, un buco nel cilindro, l’attraversare preciso del suo cagnolino al momento del passaggio… Oppure, oppure un bel falò alla casa in cui farla bruciare dopo averla rintontita con un sonnifero… O, meglio ancora, il veleno, semplice ed efficace. Basta informarsi sull’Enciclopedia Britannica.
Piani e contro piani, ostacoli improvvisi, dubbi, rimuginamenti insieme ai battibecchi giornalieri con quella lady, insopportabile, di ferro, sempre pronta ad urlare “Edward!, Edward!”, che scampa a qualsiasi sabotaggio e sembra abbia scoperto tutto, sebbene lo faccia soltanto capire.
Un duello ininterrotto fra due personaggi odiosi, detestabili, gonfiati ed enfatizzati apposta per strapparci un sorriso (a volte vere e proprie macchiette), mentre gli altri fanno da comprimari, come il dottor Spencer, la cameriera Mary, l’agricoltore Williams e il meccanico Herbertson. Anche se, a dir la verità, soprattutto il dottor Spencer, una parte di una certa importanza la riveste. Vedremo, così come vedremo se la signorina Mildred Powell, zia terribile di Edward, riuscirà a scamparla perfino all’ultimo tentativo assassino dell’“amato” nipote.
Un divertente romanzo e un bel trattato sui veleni che può venire comodo. Non si sa mai…

Uno spunto veloce

L’assassino del Luna Park di Nicholas Brady, Polillo 2017.
A Mudford c’è il Luna Park. Con i suoi giochi e le sue creature mostruose come la donna più grassa del mondo (si chiama Sandra). E c’è pure il morto ammazzato con un coltello in gola proprio nella persona della suddetta. A scoprire la verità un reverendo, il reverendo Buckle. Il classico delitto impossibile.

Un giretto tra i miei libri

La monaca insanguinata di Charles Nodier, a cura di Riccardo Reim, Coniglio 2010.
“È il momento dei vampiri. Non c’è niente da fare. E quello del diavolo, dei fantasmi, delle streghe, dei morti viventi. Insomma dell’horror, del gotico e dell’occulto”. Così inizia un mio articolo pubblicato nel blog “Sugarpulp” che mi viene a fagiolo anche per la presentazione di questo agile libretto, da mettersi pure nella tasca della giacca e tirarlo fuori al momento opportuno.
Perché anche qui si tratta di fantasmi, più precisamente nei racconti brevi di Charles Nodier, nato a Besancon nel 1780, animatore di incontri culturali con Hugo, Musset, Vigny, Saint-Beuve, Lamartine, tanto per citare i più noti.
E dunque una monaca coperta da un velo, la veste imbrattata di sangue che appare ogni cinque anni, una cagnetta bianchissima e misteriosa nel cavo di una quercia, una ragazza fiamminga presuntuosa e ricca uccisa dal diavolo, un castello sul lago con relativo fantasma, l’incredulo che si ricrede, e ancora spettri di padri che si rivelano ai figli per riparare vecchi torti o che ritornano per farsi vendicare, il marito assassinato dalla moglie e ritrovato dal fratello, un uomo trasformato in lepre per scontare i peccati.
Poi il lungo racconto di Remigio Zena La confessione postuma, e siamo nel 1850, durante il periodo della Scapigliatura. Un sogno che sembra vero, un viaggio nebuloso di un prete con suo fratello, l’incontro con una morta che ritrova (almeno così pare) nella realtà.
Chiude il gustoso libretto un classico a fumetti Nosferatu disegnato da Gianni Grugef. All’inizio la presentazione di Antonio Veneziani e qualche notizia sui due autori.
Dunque racconti brevi, semplici e veloci che rimandano a storie popolari espresse oralmente e vanno dritti alla conclusione, ora in terza ora in prima persona a renderli più credibili. Lungo e articolato, nella tipica esposizione ecclesiastica, quello di Zena.
Ricordo, sempre della stessa casa editrice, Olio di cane dell’“incredibile” Ambrose Bierce. E vi consiglio di non perderlo.

La morte aveva i suoi occhi di Lucille Fletcher, Mondadori 2010.
David Marks è un insegnante di scuola media e tassista a tempo perso che si porta dietro il trauma della moglie morta ammazzata da un automobilista fuggito, il cui volto gli è rimasto impresso e al quale dà la caccia inutilmente da sei mesi. Vive con la suocera che considera come una mamma e due figli.
Per ben tre volte una ragazza misteriosa gli chiede un passaggio a una villa deserta e di non farne parola con nessuno. Fatto strano ma il compenso è buono. D’altra parte la ragazza ha anche un certo fascino…
Conclusione: David si trova alle prese con un morto ammazzato (il proprietario della villa) e dunque invischiato nel delitto. Urge trovare il colpevole prima che la polizia becchi lui. Aiutato da Kahn (sa giocare a scacchi e vince sempre con lui), amico della suocera, vengono fuori alcuni sospettati. Ma Khan si ammala e David rimane solo, ricercato dalla polizia, mentre a sua volta ricerca disperatamente la ragazza aiutato anche dagli amici tassisti.
È la classica corsa contro il tempo. E dunque fughe a precipizio, verità che appaiono e svaniscono fino al drammatico epilogo finale.
Buona la resa psicologica, il mistero e al tempo stesso il fascino della donna, i turbamenti, l’inquietudine e l’attrazione che esercita su David.

La morte di mia zia di C.H.B. Kitchin, Polillo 2009.
Una zia, Catherine, con molti quattrini, un nipote, Malcon Warren, giovane agente di cambio, che viene chiamato proprio da lei per affidargli la gestione del pingue patrimonio. E qui il lettore anche meno smaliziato sa già come andrà a finire. La povera zia se ne volerà dritta in cielo contro la sua volontà. Manca solo di sapere come. Avvelenata, proprio con il suo quotidiano tonico ricostituente. Ora tocca scoprire chi l’ha uccisa.
E il nostro Malcom ce la mette tutta con schemi e schemini vari per incastrare l’assassino, anche perché uno dei maggiori indiziati è proprio lui che ha dato la fatidica boccetta alla cara zia. E non è un affare semplice districarsi fra tutti quelli che in un modo o nell’altro possono ricavare vantaggio dalla sua morte (un classico). Tra cui, in primis, lo zio Hannibal, secondo marito della zia Catherine malvisto dagli altri parenti.
Scritto in prima persona da Malcom viene fuori un personaggio dubbioso, pauroso (magari di essere avvelenato pure lui), poco risoluto, assillato da pensieri e da continue elucubrazioni fino a un ingenuo tentativo di auto accusa. Il racconto si svolge nell’arco di quattro giorni, da venerdì a lunedì con una appendice che chiarisce definitivamente il mistero.
Prosa semplice tendente al banale senza che prenda e trascini il lettore (almeno il sottoscritto).

Patrizia Debicke (la Debicche)
Torna in Italia per i tipi della Nuova Narrativa Newton 2017 e il piacere dei lettori italiani Stuart MacBride con Il cadavere nel bosco, uno dei migliori esempi del tartan noir, o poliziesco scozzese. MacBride, che da un decennio si sta costruendo una reputazione tra i pesi massimi del settore con i suoi irresistibili protagonisti Logan McRae e la sua squadra, non scrive certo romanzi per tutti ma, per coloro che amano un certo tipo di narrativa contemporanea, è da porre su un livello superiore. E questo suo nuovo libro della serie McRae spiega con efficacia il perché, con la sua prosa corrosiva e l’ambientazione che gli è più congeniale, il nord della Scozia.
Assaggino della trama: due persone sono scomparse e sembrano svanite nel nulla, inghiottite dal gelo che attanaglia da giorni la zona. Il sergente Logan MacRae, di nuovo in uniforme e trasferito alla costa settentrionale dell’Aberdeenshire, nel corso delle ricerche, seguendo nel bosco a sud di Banff un vecchio Golden Retriever addestrato a scoprire tracce, inciampa nel cadavere di un uomo, nudo, con le mani legate dietro la schiena, e un sacchetto dei rifiuti sulla testa. McRae scarica il delitto al suo ex capo, l’ispettore capo Roberta Steel, che arriva con la sua squadra, chiede il suo aiuto e pretenderebbe che lui zac! risolvesse subito il caso. Ma Harper, la nuova sovrintendente dell’inchiesta, vuole fare a modo suo ed è decisa a rendere la vita difficile a McRae e alla Steel, mentre nelle alte sfere della Polizia ci sono spiacevoli verifiche in corso.
Nel frattempo Wee Hamish Mowat, il capo della più potente banda criminale della città, muore, designando Logan MacRae come suo esecutore testamentario e “lo vorrebbe” suo erede (il che significherebbe combattere Reuben, il gigantesco e pericoloso numero due di Mowat). E contentino sontuoso, come se non bastasse, si sta preparando una guerra di gangster di tutta la zona per cui McRae, che gli piaccia o no, sarà costretto a occuparsene a costo della vita. Insomma di botto Logan McRae si trova di fronte a tre problemi da affrontare grossi e pesanti come macigni: un killer in circolazione, un controllo professionale e una sanguinosa guerra tra gang…
Giallo indovinato sia per come MacRae e gli altri agenti riescono finalmente a scoprire l’assassino, ma soprattutto per la perfetta ricostruzione dell’ambiente locale con le difficoltà, gli odori e i suoni di una stazione di polizia provinciale di una cittadina scozzese. Con le problematiche del caffè, del tè, del latte che manca, dei computer antidiluviani e dei cestini di rifiuti che traboccano di cartacce e contenitori di cibo buttati via. Poi ci sono le battute al vetriolo dell’ispettore capo Steel, capo diretto di Logan. C’è la scena, meravigliosa, dove il sovrintendente Harper, che coordina le indagini, ha bisogno di mettere in evidenza gli appostamenti della squadra su una lavagna magnetica, ma tutto quello che ha a disposizione è una collezione di scombinati magneti da frigo. Per cui salta fuori il surreale dialogo: «Ricordami ancora, chi è la Torre Eiffel?» Logan controllò la lista. «Il team dell’ispettore Singh. Lei è il pinguino con il sombrero, Rennie la chiatta, il sergente Weatherford è il trenino Thomas…»
Insomma un romanzo con tutte le tipiche stigmate MacBride che funziona bene, senza stancare mai, alla grande dall’inizio alla fine. C’è pathos, compassione, violenza a occhi aperti, gran senso dell’humour e, al centro di tutto lui, il protagonista: Logan Balmoral McRae.

Altri assaggi della nostra Patrizia
Fondamenta inquietanti di Luca Martoro, Goware 2017.
Uno pseudo giallo che sembra più un surreale divertissement, con personaggi esasperati alla Mickey Spillane, come protagonista un simpatico sbruffone che si direbbe uscito a piè pari dalle vecchie e celebri canzoni di Fred Buscaglione. La trama è lieve e si appoggia spesso a situazioni surreali che propongono soluzioni fuori dal seminato. Dimenticate le indagini tradizionali, l’improvvisazione diventa la regola e fa sorridere. Ambientazione veneta a Malo, Thiene, Vicenza con pericolosa deviazione logistica fino a Brescia. L’Osteria Cicchetto, un’enoteca con cucina al bacio, offre piatti sopraffini con indovinati accoppiamenti di vino da assaporare.
Tanto che quando non si corre dietro gli indizi, si beve e si mangia bene per tutto lo scorrere dalla trama.

La giornalaia di Veit Heineken, edizioni e/o 2017.
Veit Heinichen regala sempre una certezza. Con i suoi romanzi è impossibile annoiarsi. Poi da bravo tedesco (ma triestinizzato), visto che con lui si potrebbe rimettere l’orologio, ogni due anni serve sul desco ai suoi lettori una nuova avventura del suo eroe, Proteo Laurenti, con il suo gradito corollario di vini bianchi, piattini prelibati e stavolta con un’ampia selezione di pesci di qualità e crostacei da far venire l’acquolina in bocca. E con la sua verve all’italiana trova modo ogni volta di cogliere nuove e particolari sfumature del suo protagonista.

Una famiglia diabolica di Salvo Toscano, Newton Compton 2017.
Con Una famiglia diabolica Salvo Toscano si è divertito a comporre un classico giallo siciliano in pura salsa anglosassone dal ritmo veloce, spiritoso e gradevole quanto basta, tanto che potrebbe essere stato partorito dalla fertile penna di Agatha Christie, e porta una ventata di fresco nelle mie amare giornate fatte di letture terrorizzanti. E francamente ogni tanto mi fa bene cambiare..
Perché, dribblando con garbo fra qualche bicchiere di troppo che fa girare la testa, diversioni che portano fuori strada, azzardose e sfortunate scappatelle sentimentali,  il nostro autore fa l’occhiolino alle avventure di Hercule Poirot.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi questa volta vi presento Zanna Bianca di Jack London, Piemme 2014, adattamento di Geronimo Stilton.
Cercherò di essere sintetico (qualche parola ce la infila il mio nonno). Grande Nord. Bill e Henry, slitta con 6 cani. Attacco di lupi tra cui una lupa rossa. Fuggono, si accampano e dormono. Al risveglio spariti tre cani. Secondo attacco di lupi, Henry sviene e al risveglio è rimasto solo.
Si cambia personaggio: la lupa rossa partorisce quattro lupacchiotti con pelliccia rossa e uno con pelliccia grigia che scopre vari animali della foresta fra cui una lince. Viene salvato dalla mamma, cresce e diventa Zanna Bianca per i lunghi denti bianchi. Incontro con gli uomini “animali molto alti”, scappa via. La madre parte con un indiano mentre Zanna Bianca resta solo. Verrà venduto ad un uomo cattivo e anche lui diventa aggressivo. Poi è comprato da un uomo buono e, piano piano, diventa docile. Viene portato nella sua fattoria dove si scontra con una cagna gelosa. Salva il suo padrone e “sposa” la cagna. Vittoria dei buoni sentimenti e tutti felici e contenti (che fatica!).

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2017

Il postino
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta. Un ometto basso e secco dalla bocca storta che viaggiava su una Guzzi rossa come il fuoco con una cartellona a tracolla. Carattere fumino soprattutto quando giocava a biliardo al bar Italia. Saputa la cosa una folla di frequentatori si assiepava lungo i bordi, per assistere alle sue scenate che, prima o poi, sarebbero venute fuori. Ad aspettare quando si sarebbe incazzato per un tiro andato a male o un commento non gradito (occhio che ti poteva tirare addosso la boccia), con il rossore che si spargeva a ondate sul viso, le vene gonfie, la vocetta stridula che ne diceva di tutti i colori e il ghigno grottesco della bocca storta.
Appassionato di pesca se ne andava spesso con le sue canne lungo il torrente del paese. E noi, ragazzacci di strada, a tirare i sassi nell’acqua per farlo arrabbiare. “Una mela, due mele, ma tutto il melo no!” gridava esasperato. E via a gambe levate per non farci prendere. Filava veloce sulla Guzzi come un pilota di formula uno facendo sobbalzare i poveri passanti, ma non si vedeva tanto era piccolo e sembrava che la moto se ne andasse da sola guidata da un fantasma.
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta.

Assassinio a Brunswick Gardens di Anne Perry, Mondadori 2017.
Brunswick Gardens. La signorina Unity Bellwood è caduta dalle scale nella lussuosa casa del reverendo Ramsey Parmenter spezzandosi il collo, dopo un acceso diverbio con il medesimo. Le sue ultime parole, udite da alcuni personaggi “No… No, reverendo!”, lo mettono in grave sospetto di omicidio. La vittima, “un’antichista di grande talento”, assisteva Parmenter nella stesura di un testo teologico e seguiva le moderne idee evoluzionistiche di Charles Darwin che stavano suscitando grande clamore nella società vittoriana del tempo. Inoltre era molto bella, attraente, femminista ed estremamente libera in fatto di sessualità.
Una specie di bomba a orologeria nella casa del reverendo. Nella quale vivono la moglie Vita, le figlie Clarice e Tryphena (difende a spada tratta la morta e il femminismo), il figlio Mallory, sacerdote cattolico, e il vicario protestante vedovo Dominic Corde, dotato di un fascino naturale sul gentil sesso, cognato di Thomas Pitt e Charlotte (innamorata di lui da ragazza), di cui aveva sposato la sorella maggiore Sarah, assassinata in Cater Street.
Secondo il vicecomandante Cornwallis c’è bisogno proprio del sovrintendente Thomas Pitt per risolvere il caso. Primo indizio la suola di una delle scarpe della morta ha una strana macchia scura con un certo odore chimico, praticamente di una sostanza versata nella serra dell’abitazione. Potrebbe servire in seguito… La situazione si complica con la scoperta che Unity era incinta di tre mesi. Di chi? Di qualcuno della casa? Di Ramsey stesso? dell’affascinante Dominic diventato “preda” della vittima? di Mallory? O di chi altro?…
Thomas vuole vederci chiaro. Si scava nella vita di alcuni personaggi principali e se ne scopriranno delle belle, si assiste a una sequela di scontri quotidiani tra i vari membri della famiglia, ognuno con le proprie convinzioni, con la propria “verità”. In crisi anche il vescovo Reginald Underwill (crede nella colpevolezza del reverendo) contrastato dalla moglie Vita “Come potremo impedire che la grande opera costruita dagli uomini e dalle donne cristiane venga ostacolata dallo scandalo che ne potrebbe nascere? Non ti sembra di vedere già i titoli dei giornali: “In odore di vescovato, uccide l’amante?””. Un mezzo, per lui, ci sarebbe. Convincere Ramsey a chiedere l’infermità mentale (vedete un po’).
Il nostro Pitt riuscirà a risolvere il mistero (anche la moglie Charlotte si dà da fare) con tatto e tenacia tra un excursus sulle idee di Darwin e sul femminismo, sul loro impatto nei rapporti con la Chiesa, sull’ordine patriarcale e il maschilismo imperante in una società vittoriana votata alla subalternità della donna, tra passioni, amori (anche quello saffico), gelosie, sospetti e odio al centro della scena. Finale concitato con punte di umorismo, vedi il vicario che vacilla e geme.

Il giardino delle rose di Christianna Brand, Mondadori 2017.
“Estella Devigne è una diva del palcoscenico. La sua grande popolarità non le deriva tuttavia dal talento, ma dalla figlia Sweetheart, nata da una relazione turbolenta con un gangster che sta scontando una condanna in un carcere americano. La bambina, rimasta sciancata in seguito ai maltrattamenti da lui inflitti alla madre durante la gravidanza, vive nascosta in un angolo segreto del Galles, in una villetta con un giardino di rose.”
Grande successo ha il Diario, pubblicato a puntate sul “The Voice” dell’amico giornalista Johnny Smith, dove Estella riporta i pensieri e le poesie della figlia, scritte in realtà dalla segretaria Bunny Paul. Diario letto addirittura dal padre Al (figlioccio di Al Capone) che ora sta per arrivare con l’amico Elk Moose. “Lo hanno rilasciato prima del tempo a causa del cuore. E prima di morire vuole vedere Sweetheart.” Se ne prospettano delle belle, insieme al viaggio esilarante dei due tra strade affollate di animali (mucche, greggi, coppie di agnellini). Comunque il fatto grave è che Sweetheart non c’è più. È scomparsa.
Caso complesso per l’ispettore Chucky “bel fisico, asciutto, dritto come un fuso, lo sguardo altero di un pastore dell’epoca vittoriana, intelligenza e spirito in parti uguali…” Anche perché di lì a poco Al defunge per un attacco di cuore e la sua guardia del corpo è colpita a morte. Chi l’ha uccisa?
Caso complesso, dicevo, e storia complessa con Sweetheart che sparisce, sembra ricomparire (qualcuno l’ha vista da lontano con il suo vestito rosso), forse è stata nascosta, esiste o non esiste?, tutto inventato? Mille domande e ripensamenti per l’ispettore. E un giardino di rose che crea disagio “Passando accanto all’aiuola di rose Sweetheart in fiore, sentì qualcosa di strano in fondo all’animo, qualcosa che non riuscì a captare.” Già le rose…
Un plot di avvenimenti concitati, di situazioni con “colori” diversi, dall’ironico al farsesco, dall’orrifico all’intrigo, ai colpi d’effetto. Che può entusiasmare o abbattere.

Sherlock Holmes – La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer, Mondadori 2017.
Una nuova storia inedita di John H. Watson arrivata all’autore dallo zio Henry in circostanze fortunate. Una storia scritta, anzi dettata dallo stesso a una dattilografa, all’età di ottantasette anni. Dunque scusate qualche manchevolezza nello stile (dichiara Watson-Meyer…).
Dopo una lunga assenza ecco Sherlock Holmes comparire all’improvviso nella casa del dottore. In condizioni pietose “La pelle aveva un colore malsano, e gli occhi erano privi del consueto scintillio…”. Insomma è ridotto male. Farnetica di fucili ad aria compressa, di un certo professor Moriarty “un individuo rotto a depravazioni e orrori di ogni sorta”, il capo di ogni crimine. Chiaro che sia sotto l’effetto della cocaina di cui fa uso. Occorre guarirlo, tanto più dopo che lo stesso Moriarty si è presentato da Watson per informarlo che è da lui perseguitato: lo pedina, passa le notti davanti a casa sua, gli scrive lettere minatorie.
Ci vuole una cura energica. C’è un giovane medico a Vienna, un certo Freud che potrebbe fare al caso suo. Come convincere Holmes a spostarsi in Europa? Basta farci andare anche Moriarty, secondo il suggerimento del fratello Mycroft, e, sicuro, Sherlock lo seguirà.
Fatto. Anche per mezzo del cane Toby, un po’ malandato ma efficace. In casa di Freud subito il Nostro sottoposto a ipnosi per ricercare la cocaina nascosta da qualche parte. Ci vorrà un po’ di pazienza per farlo guarire.
Ma ecco arrivare il caso di una ragazza rapita che tenta di gettarsi in un canale. Sotto ipnosi dice di chiamarsi Nancy e di essersi sposata in un “bordello” con l’ormai defunto barone Karl von Reinsdorf. Non è la sola, perché anche la compagna di un giovane ribaldo sfregiato (ce l’ha con gli ebrei ed è battuto a tennis da Freud) afferma di essere lei la moglie del barone. Allora chi è veramente Nancy? Dice la verità, mente, o è stata ingannata? Ora si trova all’ospedale e per Holmes sta rischiando la vita. Bisogna salvarla anche perché dietro si macchina una diabolica cospirazione che può provocare implicazioni internazionali. Finale pirotecnico con inseguimento lungo i binari della ferrovia e duello come in certi film western. Non è finita, c’è ancora qualcosa da scoprire nell’inconscio di Holmes…
Ottima lettura, ottimo incontro-scontro-collaborazione tra il Detective e lo Psicanalista. Spunti sulla Londra nebbiosa, sulla Vienna del 1891 con una variegata popolazione dell’impero, “soleggiata e decadente”, con i suoi caffè, il “cuore della vita intellettuale e culturale, posti dove si poteva trascorrere piacevolmente una giornata senza assaggiare nemmeno una goccia di caffè” e ci si poteva pure giocare a scacchi…(mia fissazione).
Qui troviamo un Holmes diverso (non mancano, però, le sue micidiali deduzioni e travestimenti), preso dalla droga, che lotta, recalcitra, si infuria, delira, incuriosito, poi, dalla nuova disciplina di Freud per mezzo della quale scopriremo anche perché “si droghi, perché veda nel professor Moriarty il suo arcinemico, e come mai provi una diffidenza istintiva verso le donne” (Pachì).
Per maggiori informazioni sull’autore, sul Canone e la fortuna del libro il bell’articolo Un sette per cento… legale del nostro Luigi Pachì, proprio in fondo nella rubrica Sotto la lente di Sherlock.

Viaggiare in giallo di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri, Sellerio 2017.
In breve, anzi brevissimo…
Senza fermate intermedie di Antonio Manzini
Una riunione di condominio è sempre meglio della festa del 161° anno dalla fondazione della polizia di stato: questo pensa Rocco Schiavone quando sale sulla Frecciarossa con l’anatomopatologo zoppicante Alberto Fumagalli. Qui personaggi di varia umanità, tra cui uno che rompe con il cellulare. A un tratto urlo di una donna che chiede aiuto e muore d’infarto. Per il figlio scomparsi gioielli di antico valore. Terzo furto nel giro di un mese. Bella gatta da pelare per il nostro. E poi c’è la riunione condominiale. Che giornata!
Il testimone di Francesco Recami
Sul treno Frecciarossa Enrico, detto Cipolla, anni 5, seconda materna. Meta finale la Sardegna. Tutto preso dalla velocità (treno, traghetto, elicottero, motoscafo). Al gabinetto vede qualcosa di particolare. Incontro con il nonno Amedeo Consonni, dato per ucciso, ma vivo e vegeto sotto protezione della polizia. Nel WC del treno nigeriana uccisa impalata. Enrico aveva visto giusto..
In crociera col Cinghiale di Marco Malvaldi
Sei famiglie in crociera di cui quattro subiscono un furto nella propria abitazione durante la vacanza. Discussione sull’episodio al BarLume tra i soliti, conosciutissimi personaggi del nostro Malvaldone. Per scoprire il mistero occorre salire e indagare sulla nave maledetta. Ed ecco lì Massimo Viviani, barista, con ventinove volenterosi, adepti della Loggia del Cinghiale. Anche per gesto d’amore verso il vicequestore Alice Martelli.
La segreta alchimia di Gaetano Savatteri
Un viaggio a Praga per due (lo ha vinto Beppe, milionesimo cliente del centro commerciale). Anzi, per tre che, oltre a Beppe e all’amico Saverio si aggiunge Suleima, la ragazza di quest’ultimo. Uno scambio di valigie e camera devastata. Perché? Cosa cercano? E cosa vuole l’intrigante Larisa incontrata in precedenza? Sono finiti dentro una spy story?. Scontri, botte e pure le reliquie di San Vito (scoprirete cosa c’entrano).
Killer (La gita in Brianza) di Alessandro Robecchi
Il dottor Falcone, insieme all’amico Oscar, alla ricerca di un ladro. È stato rubato il cane Killer, una specie di Chihuahua, alla bellissima Francesca Monterossi. Il dottor Marsini Bisi, suo amico, vuole sapere cosa c’è dietro al furto. Anche perché il collare del detto Killer è composto da quattordici diamanti di notevole valore. Qualcosa puzza…
Un vero e proprio viaggio di Alicia Giménez Bartlett
Su un autobus di linea la studentessa Marta Marzi apre quella che dovrebbe essere la sua valigia e vi trova dei resti umani dentro sacchetti di plastica. C’è stato, evidentemente, uno scambio. Indagano i famosi Petra Delicado e Fermin Garzón che si “pizzicano” a vicenda (divergenze anche sui viaggi). Sul corpo niente tracce di droga ma una mano spalmata di cocaina. Sospetto: Marta esce con un ucraino malvisto dal padre…
Sei storie, sei scrittori ognuno con il proprio stile, ma qui c’è un’affinità di fondo tale da creare un impasto omogeneo, un’atmosfera costruita di schemi ingegnosi, brividi sorridenti, di citazioni a go-go (improrogabili quelle su Sherlock Holmes), ammiccamenti, sorprese, piccoli colpi di scena, personaggi conosciuti e nuovi che rimangono impressi nella memoria. A tratti spunti sulla vita di ogni giorno, sulla società, sui banchieri affaristi, sui tempi cambiati “Troppe ansie di ricchezza, troppi film, troppi viaggi in internet”. Lettura veloce, leggera, gradevole. Con la Sellerio si va sul sicuro. Sarà un caso ma fino ad ora tutti i libri letti di questa casa editrice mi hanno soddisfatto. E, sottinteso, senza averli ricevuti in omaggio.

Velocissime
Uno sparo nel bosco di Victor L. Whitechurch, Polillo 2017. Un uomo morto nel bosco. Ucciso, naturalmente. Ricco, bello, elegante, “dal sorriso incantevole”. Una persona a modo. Ma sarà proprio così?
Chi desidera una riconsiderazione degli studi classici su butti su La discendenza di Angela Capobianchi, Novecento editore 2017. E ho detto tutto.
Il caso della zitella acida di Milward Kennedy, Polillo 2017. Tipico villaggio inglese con la zitella acida che muore avvelenata dall’arsenico. E si scoprirà, poi, che anche la sorella ha fatto la stessa fine…
La ragazza di Venezia di Martin Cruz Smith, Mondadori 2017.
Una ragazza ebrea che cerca di sfuggire ai nazisti e alle SS. Amore e morte al tempo dell’odio. Pagina da ricordare della storia italiana.
Un altro commissario. In Mongolia (si trovano dappertutto). Con Tempi selvaggi di Ian Manook, Fazi 2017. Sfortunato, secondo abituale cliché. Figlia rapita e uccisa, compagna impazzita. In lotta anche con i tempi moderni che portano solo povertà. Ottimo giudizio di Giancarlo De Cataldo.

Un giretto fra i miei libri
La mattina del 25 dicembre di C.H.B. Kitchin, Polillo 2011.
Raccontato in prima persona dal giovane agente di cambio Malcom Warren che alla vigilia di Natale si trova a Beresford Lodge, nella magnifica residenza di Axel Quisberg, uno dei suoi migliori clienti. Bella accoglienza tra moglie, figli, un dottore e… e uno strano gioco con le sedie. Malcom cade, si sloga un polso, subito a letto e la mattina successiva si ritrova con un cadavere in terrazza! Più precisamente quello della moglie ansiosa del segretario Harley “occhialuto e lentigginoso” che, come sonnambula, si dice, deve essere caduta dalla finestra superiore. Ma c’è uno strano odore di cloroformio nella sua camera… Axel e Harley, intanto, sono via per affari,
Iniziano i dubbi di Malcom su tutti i personaggi che girano per la casa, tutti gli sembrano strani (se ne salvano solo un paio), anche lo stesso signor Quisberg con quella sua aria ansiosa e furtiva. Ad aumentare la “stranezza” c’è pure una infermiera prosperosa che sa di essere desiderata con “il suo fascino insidioso”, un vagabondo che gira intorno alla casa e una sua frase enigmatica udita di soppiatto “Ecco con quella luce ho visto tutto chiaramente come lei adesso” che fa pensare.
Malcom è nervoso, agitato, non vede l’ora di ritornare al suo cottage, al suo prato, ai suoi fiori ma arriva un altro morto assassinato e una storia passata che si riversa nel presente. Al nostro agente di cambio si è aggiunto, nel frattempo, l’ispettore Parris, un bell’uomo, alto e simpatico sulla quarantina, occhi azzurri, capelli spruzzati d’argento, naso forte, mascella larga ed energica, e dunque dalle indagini si accerta che la caduta della signora Harley non è stata proprio accidentale (ma chi è veramente costei?).
Chiude la storia un colloquio finale lettore-Malcom su alcuni interrogativi posti dalla vicenda da cui si evince l’“incasinamento” esagerato della stessa e una nota sul romanzo poliziesco, visto come un cruciverba o un acrostico e come una “immagine angusta, ma intensa della nostra vita”.
Costruzione poco credibile, personaggi sbiaditi e un andamento lento e noioso come una giornata piovosa.

La medaglia del Cellini di Ngaio Marsh, Mondadori 2011.
Ngaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Già scritto per il precedente Delitto a teatro, elliot 2010, ma fa sempre bene ripeterlo per una scrittrice di indubbio talento.
Qui siamo di fronte a lettere ricattatorie nell’alta società di Londra e, come in tanti libri della Marsch, chi indaga è l’ispettore Roderick Alleyn di quarantatré anni, “un uomo tanto simpatico e con l’aria distratta” (visto da un personaggio), aiutato, questa volta, dall’amico Robert Gospell (Bunchy). Il cui nipote, tra l’altro, impelagato con un brutto tizio, gli chiede invano del denaro. Le indagini di Robert sembrano essere sulla buona strada, quando viene ucciso in un taxi da un individuo, uomo o donna che sia, coperto da un mantello e un cappello a larga tesa. Colpito alla tempia con un oggetto duro e poi strangolato.
E allora entra in scena il nostro Roderick coadiuvato dall’ispettore Fox. E subito sorgono delle domande. Con chi ha parlato e che cosa ha detto l’ucciso nell’ultima telefonata fatta in casa Marsdon prima di prendere il taxi? E che cosa c’entra una celebre medaglia di Cellini “incastonata in un cerchio di brillantini, su un astuccio d’oro fatto a macchina con un grosso brillante per chiusura?” A ciò si aggiunga una lettera compromettente di tanti anni fa, un libro particolare, cioè la “Medicina legale” di Taylor che ha un capitolo proprio sull’asfissia e altri elementi (depistaggi) sparsi ad arte in qua e là.
Grande sapienza nella costruzione dei dialoghi e di tutto il plot della narrazione, perfetta sintonia fra Alleyn, acuto osservatore (talvolta vengono rivelati i suoi pensieri sull’interlocutore di turno), e l’ispettore Fox “Entrambi accesero la pipa, e fra loro si stabilì quella piacevole sensazione di intimità che si forma tra due persone che lavorano silenziosamente allo stesso compito”.
“Piano di battaglia finale” che non prevede il solito circolo dei sospettati con il taumaturgo nel mezzo a concionare ma una loro entrata un poco per volta.
Un bel libro.

Alcuni spunti di lettura della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)
Carta vincente si rigioca e Paula Hawkins, dopo aver venduto oltre diciotto milioni di copie con La ragazza del treno, lo fa con il nuovo libro, ritracciando lo stesso schema narrativo, in un romanzo pieno di voci e di colpi di scena e che adotta le stesse ricette: capitoli brevi, l’alternarsi di voci narranti e il dipanarsi di altre storie parallele dentro una trama caratterizzata da diversi salti temporali.
Dentro l’acqua (Piemme, 2017) non è al livello del precedente ma si legge bene, con piacere e gran facilità. Questa facilità e l’interesse che i suoi personaggi femminili, complessi ma non scevri di umanità, suscitano nel lettore, pareggiano in parte i punti più deboli del romanzo che poi sono i troppi punti di vista, le troppe voci narranti che si susseguono, con le loro inquietudini e i loro problemi. Undici personaggi che si scambiano sulla scena sono tanti da metabolizzare. Ho fatto fatica a orientarmi e ritrovare la bussola. Una ricetta con troppi ingredienti? Forse. Poi però, finalmente, avviata su retto cammino, mi sono lasciata trascinare fino in fondo, fino all’astuta verità della Hawkins.
Entrambi i romanzi di Paula Hawkins, Dentro l’acqua come La ragazza del treno, riescono a ricreare passo passo l’atmosfera dell’ambiente. Qui l’insidiosa e sonnolenta Beckford, idealmente piazzata dall’autrice nel nord dell’Inghilterra, è perfettamente ricostruita, con le sue variegate pecche cittadine che riescono a mischiare la tragedia con il gossip. Dentro l’acqua incuriosisce e spiazza, strizzando l’occhio al soprannaturale. Non insegna niente di particolare, non è un capolavoro ma un romanzo ben congegnato e decisamente coinvolgente. Non importa che io vi dica da leggerlo perché tanto i fan hanno già decretato il suo successo.

Il Museo di Villa Borghese, una superba raccolta di capolavori, ha dovuto accogliere e ora mette in mostra un’agghiacciante nuova opera. Un gruppo che vorrebbe rappresentare la scultura di un mito, di Lacoonte, esibisce l’orrore dei cadaveri, di un uomo e due ragazzi, assassinati con inaudita crudeltà e messi insieme plasticamente in posa con corde e chiodi.  Steso a  terra, colpito alla testa con ferocia ma ancora vivo a mo’ di muto testimone, il custode della Villa. Dopo il successo di È così che si uccide, Mirko Zilahy torna in libreria con La forma del buio (Longanesi, 2017), una seconda, intrigante ed esplosiva sfida al lettore che, con scrittura potente e incisiva, va oltre le barriere codificate del thriller. La sua Roma diventa peggio di una jungla, tenebrosa  e angosciante dove il pericolo striscia nelle tenebre.

Bellissimo di Massimo Cuomo, E/O 2017. Un magico romanzo fatto di sensazioni, sfumature, reazioni umane che vanno dall’adorazione, la contemplazione, lo sbalordimento, all’accettazione di un qualcosa di diverso, di inspiegabile ma magnificamente e immediatamente tangibile.

Un pacifico ma pettegolo e ombrosamente omertoso paesino di montagna che cela una misteriosa galleria. Un inesplicabile vento chiamato il Buriano. Per un perfetto thriller giallo a sfumature noir, che poi è la nuova singolare indagine dell’ispettore Marzio Santoni, uno tra i più amati dai lettori italiani. Questa volta Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, dovrà vedersela con un Delitto con inganno, Newton Compton 2017. È questo il titolo del nuovo romanzo di Franco Matteucci, già finalista al Premio Strega.

L’apprendista di Michelangelo di Carlo A. Martigli, Mondadori 2017.
Un plausibile allievo e un’avventura da brividi per Jacopo da Pistoia, adolescente fuggito da casa in una notte del 1534 perché, innamorato della pittura, rifiuta di seguire le orme paterne e piegarsi a fare il lanaiolo e lavorare nella sua bottega. Un viaggio da incubo verso sud, costellato di affanni, fame, malattie e finalmente l’agognato arrivo a Roma, nella città eterna, culla dell’arte, dove operavano i massimi artisti del secolo. Ufficialmente scritto per ragazzi dai dieci anni in su, L’apprendista di Michelangelo di Martigli è vivace, ben costruito, credibile, intrigante e si fa leggere bene anche da coloro che tanto ragazzi non sono più ma portano la fantasia nel cuore.

Sete di Jo Nesbø, Einaudi 2017.
Sete narra, in 640 pagine “a tutta birra” (e non sono poche), del forzoso ritorno alle indagini di Harry Hole proprio quando, a quasi cinquant’anni, dopo aver mollato il lavoro sul campo accettando un incarico come insegnante alla scuola di polizia, si è tirato fuori dal gioco. Una dopo l’altra, due donne sono state trovate barbaramente uccise nella propria abitazione, e una terza ferita quasi a morte è in coma in ospedale. Uccise con morsi bestiali e dissanguate. Come se qualcuno avesse bevuto il loro sangue. Atmosfere, mentalità e abitudini nordiche abbastanza lontane dalla nostra realtà. Suspense garantita e clima incandescente per un thriller decisamente azzeccato.

Un attacco da incubo per Gli eredi di Wulf Dorn (Corbaccio, 2017), con la telefonata di un testimone che denuncia un grave incidente della strada nella notte mentre nella zona infuria un uragano… Purtroppo l’elicottero dei soccorsi non può levarsi in volo e, quando finalmente i pompieri e l’ambulanza raggiungono il posto, trovano una giovane donna ferita, ma miracolosamente ancora viva. E adagiato nel bagagliaio della sua auto il cadavere di una bambina a cui è stato sparato un colpo in testa. Stavolta l’autore lascia un po’ dietro l’angolo i suoi canoni più classici che abbiamo letto in La psichiatra, Phobia Incubo e costruisce una funambolica favola amara su base horror e quasi a binario unico, perché affidata per la maggior parte alla voce narrante di Laura Schrader. Una favola amara in cui si mischiano temi di spaventosa attualità, come l’inquinamento e l’imbarbarimento del pianeta, la cattiveria insita nell’uomo (che forse nasce con lui) e un fantascientifico soprannaturale che dovrebbe regalare al futuro una pseudo vita da zombie con per unico scopo la sopravvivenza. Quale invece potrebbe mai essere?

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
questa volta vi presento Le avventure di Robinson Crusoe di Daniel Defoe, PIEMME 2017, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Il mio nome è Robinson Crusoe e sono nato a York, in Inghilterra, nel 1632 da una buona famiglia. Ho sempre avuto fame di avventure…
E di avventure ne avrà parecchie, sempre in giro sulle navi. Subirà una tempesta dalla quale si salva miracolosamente, verrà attaccato e fatto prigioniero dai pirati, ci sarà un altro viaggio e un’altra tempesta che lo sbatte su un’isola. Qui è solo, solo con le sue forze e le sue capacità per sopravvivere. Questa vita solitaria comincia a piacergli (a me no di certo), ma arriva un nuovo fatto a sconvolgergli la vita. Non è solo in quell’isola! Forse, ci vivono addirittura dei cannibali… Brrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2017

[Ma prima di iniziare… Oggi è il compleanno di Fabio Lotti, e dunque auguri, Fabio!]

Sorrisi…
Il sorriso. Mi ha colpito in questi ultimi tempi il sorrisetto di superiorità che aleggia beffardo nei volti dei nostri politici, e anche in quelli di certi giornalisti durante i soliti disgraziati dibattiti televisivi. Uno dice una cosa e l’altro gli sbatacchia in faccia il citato sorrisetto a presa di culo. Quando tutti, invece, dico tutti, dovrebbero quantomeno tenere una espressione seria, o addirittura moscia e preoccupata, visto il momento che stiamo passando. Favoloso quello narcisistico di Travaglio. Gli parte dagli angoli della bocca per salire su fino alle tempie.

Un consiglio. Se c’è Mauro Boncompagni a curare gli speciali del Giallo Mondadori andate sul sicuro. Come nel caso di Tre misteri per le signorine omicidi di Patricia Wentworth, Kay Strahan e Stuart Palmer. Tre autori coi fiocchi e tre personaggi indimenticabili: le investigatrici Maud Silver, Lynn MacDonald e Hildegarde Withers.
La prima sferruzza, sferruzza, tossisce, tossisce (piccoli colpi di tosse prima di parlare con varie gradazioni e intenti verso l’interlocutore). Sembra uscita da un album di famiglia: cappellino piatto sgualcito con la velata, vestito lungo in finta seta grigia, calze e scarpe nere, filo di perle di quercia fossile, occhiali e spilla a forma di rosa. Eppure, eppure questa antiquata istitutrice saltata fuori dal suddetto album di famiglia emana, per chi ne viene a contatto, “una intelligenza che esigeva rispetto”, “un’integrità, una gentilezza, una sorta di benigna autorevolezza”. Praticamente all’inizio rifiuta il “lavoro” di detective per un tizio, collezionista di gioielli legati a storie di sangue e morte, che sarà lui stesso, inevitabilmente, ucciso. Ma dopo entrerà in azione… Il personaggio, da solo, basta e avanza. Figuratevi il resto.
La seconda arriva suppergiù a due terzi della storia scendendo da un treno tutta vestita a puntino come se “l’avessero colta da poco in qualche ridente giardino californiano e trasportata fin qui sotto giaccio”, Piuttosto alta “di forme piene e arrotondate”, occhi di un grigio schietto, capelli di un “rosso tizianesco e dorato che faceva pensare a un tramonto di sole”. Splendida, fresca, disinvolta a risolvere un puzzle davvero intricato dove la fa da padrona una coppia di gemelle
La terza, indimenticabile zitella dalla faccia cavallina che mette bocca dappertutto, qui alle prese con la sparizione della nipote e del suo consorte. Lettura gradevole, piacevolissima, con Hildegarde che rimane una figura amata e popolare anche oggi per le sue indubbie caratteristiche e qualità di tetragona zitella investigatrice. “Ma forse è anche la spia che la Depressione (una Depressione non meno drammatica di quasi un secolo fa) è tornata in mezzo a noi e ci spinge a consolarci, in mancanza di ricette economiche efficaci, con le nostre inossidabili signorine omicidi” (Mauro Boncompagni). Non ho detto quasi nulla della trama. I tre personaggi valgono da soli la lettura.

Delitti e delitti fra una nebbia cupa e opprimente in Nella nebbia (appunto) di Mignon G. Eberhart, Mondadori 2017. Sparatoria finale che almeno sveglia un po’.

Ne è arrivato un altro. Di commissari. Basta dare uno sguardo a Il paese dei commissari, come da copertina de il Venerdì di Repubblica, 17 marzo 2017, al cui interno ce n’è una bella sfilza, non esaustiva tra l’altro, per ogni singola regione. È arrivato, dicevo, Saul Lovisoni in Il fratello unico di Alberto Garlini, Modadori 2017.
Inizio promettente. Chi racconta la storia è Margherita Pratts, ventisei anni, che non ha combinato molto nella vita (lo dice lei stessa), piercing e tatuaggio (mi ricorda Lisbeth Salander di Stieg Larsson), le piace il vino, gira con una Twingo vintage. In cerca di lavoro arriva a fagiolo un annuncio del famoso investigatore Saul Lovisoni (romanzo giallo di grandissimo successo) che vuole una segretaria. Via a trovarlo in un casolare sparso nella campagna parmigiana dove la nebbia creerà una certa atmosfera. Saul elegante, capelli scuri, labbra carnose. Pallore malinconico. Sui quaranta. Subito assunta per aver indovinato l’incipit di Emma della Austen (vedi un po’ la cultura). Ottimo salario. Si trasferisce lì.
A metà novembre arriva la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. La contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (Bernie) è scomparso da giorni. Non è da lui e la polizia traccheggia. Si è innamorato di una certa Sabina Ruffini, divisa dal marito, che ha perso un figlio investito da una macchina. Prima di sparire ha avuto uno duro scontro con lei. Vorrebbe il suo aiuto per ritrovarlo. Okay. Parcella come quella dell’investigatore Marlowe (non mancano citazioni del genere, ormai tipiche in ogni giallo che si rispetti).
Molto del racconto è basato sulla figura di Saul e del suo rapporto con Margherita. Vediamolo un po’. Discreto, invisibile, ogni tanto sparisce come Sherlock Holmes, provato dalla morte della compagna Ester annegata in un fiume, il cui corpo non è mai stato ritrovato. Attraverso i rapporti della giovane segretaria forma una narrativa, si immerge nella vita dei personaggi, ricostruisce gli eventi, percepisce le emozioni e i pensieri delle persone su cui indaga. Avverte se la storia raccontata è giusta o no. Insomma un bel “sensitivo” angosciato (soprattutto alla fine) come altri personaggi similari che vanno per la maggiore.
La spalla parlante, Margherita, fa da contraltare, un po’ come il famoso Watson. Non lo capisce ma è attratta, lo incalza, si meraviglia, si arrabbia, si incazza pure. Si scioglie.
Il racconto, un giallo antropologico lo ha definito lo stesso Garlini, fila via come nel più classico dei classici con relativa riunione finale dei sospettati e smacco per l’assassino (Bernardo sarà ritrovato ucciso). Scrittura fresca, veloce, ironica, dialoghi serrati, brevi frasi a mantenere un ritmo incalzante, con momenti di sofferta pausa. Armi per la risoluzione del caso la parola “allalena”, il “Don Chisciotte” e Francis Macomber, personaggio di un racconto di Hemingway. Come a dire che la letteratura serve anche a questo.

Donne col rossetto nero di Alessandro Defilippi, Einaudi 2017.
Gli elementi per un buon noir ci sono tutti. A partire dal personaggio principale, il colonnello Enrico Anglesio dei carabinieri Legione Liguria, sulla cinquantina, ex partigiano, curato nei minimi particolari. Sigaro toscano perennemente in bocca che sembra vivere di vita propria, morde e recalcitra “come un animale maltrattato” (quello di certi dettagli “umanizzati” un classico espediente di molti scrittori), buon vino Pigato ma anche Whisky al bisogno che fa lo stesso, buona forchetta e buona cucina all’osteria di Cicin, pure in persona al mercato di piazza del Carmine (olive taggiasche, pinoli, patate e cipolle, fagiolini…), buona musica. Suo sogno vincita al Totocalcio, casetta a Boccadasse e pesca tutti i giorni. Insomma sembrerebbe un tipo normale, preso da certi piaceri della vita se non fosse per la morte della moglie Laura avvenuta per colpa di un incidente automobilistico (finita in mare ma corpo non ritrovato), malata di mente e ricoverata più volte in manicomio, dalla quale sembra non staccarsi. Paura, ossessione, luce grigia che tormenta.
Insieme al capo i sottoposti, ognuno con le proprie caratteristiche tra cui non manca quello che si esprime nel dialetto del luogo. Ovvero Genova degli anni Cinquanta (più precisamente 1953), i suoi carruggi, le osterie, la spiaggia di Boccadasse “con il cielo color perla”, una città “strana”, “piena di luoghi inattesi”.
Poi i morti ammazzati. Quattro donne (c’è anche un uomo) con i corpi ancora caldi, nessun segno di violenza, causa arresto cardiaco. Particolari: truccate come il cerone degli attori e bocca con il rossetto nero. Accanto a loro un astuccio d’argento.
Naturalmente l’assassino che si muove tra le frasette in corsivo (ce l’ha con le “putride”), ormai cliché assodato e consolidato.
Non manca l’atmosfera del tempo. Qui con Taioli, Latilla, Edoardo De Filippo, Gilberto Govi, la Lambretta (mi ricorda le diatribe tra lambrettisti e vespisti), la Guzzi, Tex, Akim, L’Uomo Mascherato, Mandrake, Capitan Miki, Gordon, i piccoli imprenditori che vengono inghiottiti dai grandi come l’Ansaldo nell’Italia del dopoguerra, le case chiuse con l’amabile maitresse.
E ancora qualcosa di sentimentale attraverso il nuovo rapporto di Enrico con Letizia, figlia di un imprenditore (come andrà a finire?). Personaggio, il Nostro, al centro della scena, dentro un’atmosfera inquietante, visioni, cose strane, un biglietto recente con la firma della moglie morta otto anni prima, la porta aperta che aveva chiuso, gli abiti che cambiano di posto, l’incubo premonitore, la solita luce grigia che sconforta. Da inserire nella schiera dei tormentati che vanno di moda. (vedi, per esempio, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio de Giovanni).
Non manca niente, dicevo, per la completezza dello schema di lavoro, come uno spunto importante che si affaccia alla mente per svanire subito negli anfratti della memoria (anche questo un classico). Aggiungo ricatti, lettere minatorie, il complesso di Edipo, la voglia di avere un figlio e… basta. Un senso di malinconia e di straniamento serpeggia per l’intera vicenda.
L’autore ha sfruttato con destrezza tutti i possibili elementi, ormai catalogati e conosciuti (difficile tirar fuori delle novità), che concorrono a formare il plot di un noir di buon livello.

Una Polillo in splendida forma (si è ben ripresa da un momento di crisi) sta scaricando un libro dietro l’altro come Verdetto aperto di Richard Keverne. Uno zio morto ammazzato e poi annegato. Un nipote, Philip Harborough, che ha tutte le credenziali per essere ritenuto colpevole: vedi l’eredità di novantamila sterline e senza un alibi credibile. Però l’ispettore Mace non è troppo vispo e tutto quanto l’ambaradan si rivela assai complicato con una serie incredibile di personaggi “cattivi” da far girare la testa. Decisiva l’abilità dell’avvocato Jervis che assiste Philip.
Sempre della stessa casa editrice Il club degli assassini di Pamela Branch. Il titolo è già esplicativo. Un club di assassini che, per un verso o per l’altro, l’hanno fatta franca (giuro). Fra questi l’ultimo arrivato, Benjamin Cann, che ci lascia il calzino. Trama incasinata il giusto (nel senso di anche troppo) con cadaveri da tutte le parti peggio di un obitorio.

Un saluto a Colin Dexter che ci ha lasciato insieme al suo ispettore Morse. Personaggio nato nel 1957 con Last Bus to Woodstock. Ecco cosa scrisse della propria creatura l’autore “Ho dato a Morse un preciso codice di comportamento, non può bestemmiare, non deve mai portare una pistola e non può sposarsi. Ne ho fatto un detective molto intelligente in quanto io adoro i ragionatori, coloro che hanno un cervello razionale e una grande capacità logica. Morse è così e sa risolvere i problemi in quanto riesce a vedere indizi che altri non vedono”. Molti suoi libri pubblicati dalla Sellerio tra cui ricordo Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn, Niente vacanze per l’ispettore Morse e Il gioiello che era nostro.
Il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni anche a fumetti per la Sergio Bonelli editore. Tra Tex e Dylan Dog. Una bella soddisfazione.
Il libro Bruciare tutto di Walter Siti, Rizzoli 2017, ha scatenato una ridda di giudizi contrastanti. Praticamente la storia di un bambino che si uccide perché respinto dal prete pedofilo. In letteratura massima libertà, si dice. Ma anche per il lettore, dico io. Dunque, non lo leggerò.

Il bosco maledetto di Ruth Rendell, Mondadori 2017.
“Una mano recisa, scarnificata. È il macabro ritrovamento di un cane da tartufi in un terreno boscoso abbandonato, a Flagford, piccolo paese nei dintorni di Kingsmarkham. Il resto del cadavere viene alla luce durante gli scavi della polizia: un mucchio d’ossa e un teschio avvolti in un lenzuolo di colore viola, sepolti da almeno una decina di anni.”
Resti di un uomo, sapremo in seguito, con una costola incrinata. Niente di più. Difficile, dunque, la ricerca della sua identità da parte dell’ispettore capo Wexford e della sua squadra: il vice Mike Burden, la patologa Carina Laxton, “una giovane che sembrava una modella quindicenne, esile, alta, pallida ed eterea.”; il sergente Hannah Goldsmith giovane e bella anch’essa dai capelli neri, pelle bianca e occhi marroni esperta di computer; il sergente Vine, appassionato di Bellini e Donizetti; gli agenti Damon Coleman (uomo di colore), Karen Malahyde e Adam Thayer.
Se il primo caso non bastasse ecco che ne arriva subito, o quasi, un altro. La scoperta di un cadavere di otto anni prima in una villetta abbandonata. In tasca ha mille sterline e in cucina viene trovata una maglietta con stampato uno scorpione e il nome Sam. Che ci sia un rapporto fra i due casi?.
E allora continuano le ricerche, sia attraverso internet, sia attraverso i colloqui con gli abitanti del luogo, personaggi ambigui che scuriosano dalla finestra, vedono e non vedono, incastrati nei loro problemi quotidiani, tra cui lo scrittore Tredow, malato di tumore, che vive con due donne. Poi, ecco, esce anche un inserto letterario sul “The Sunday Times” del 2006 in cui una certa Selina parla del padre scomparso che stava molto, troppo tempo rinchiuso nel suo studio. Perché?…
Dubbi che assillano Wexford sposato con Dora, la cui figlia Sheila ha ottenuto il ruolo di protagonista in un film tratto da un capolavoro del citato Tredow, ed è impegnata in una campagna contro le infibulazioni. Wexford, con il suo “indispensabile bicchiere di vino rosso”, contrario ad internet “più una fonte di problemi che d’aiuto”, che non ama i picnic, non sopporta il fantasy, preferisce i personaggi reali come quelli che conosce, abile nell’indurre gli interlocutori alla confidenza.
Dunque in questo romanzo della Rendell delitto e indagine insieme a problematiche sociali, la piaga degli scomparsi, la difficoltà a convivere con culture diverse (c’è una comunità somala a Kingsmarkham), la citata infibulazione. Continuo scavo, continuo ritorno su determinati argomenti (sempre qualcosa che sfugge), ottima costruzione dei personaggi, un ricatto, un coltello che sparisce, la malattia, la morte. Una ricerca lunga, difficile, data anche la distanza temporale degli eventi da capire nella loro dinamica, che premia la tenacia del nostro Wexford.

Un giretto tra i miei libri
La maledizione di Barbarossa di Paul Halter, Mondadori 2010.
Etienne Martin, un giovane alsaziano che vive a Londra, riceve una lettera dal fratello Jean. Il loro padre si comporta in modo strano, è in preda al terrore e gli pare di averlo visto addirittura in compagnia di Eva Muller, una ragazza assassinata sedici anni prima. Urge la sua presenza. Etienne, che racconta in prima persona, è sopravvissuto ad un terribile incidente automobilistico, soffre di incubi, paure, allucinazioni. Suo amico Steve Morrison, infermiere al tempo dell’incidente, che gli procura l’aiuto del celebre criminologo Twist, un uomo tranquillo con l’aria da pensionato, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera, un paio di baffi rossi e “una chioma ribelle innevata dal tempo”. Verrà in Alsazia a dargli una mano ma prima desidera sapere la storia di Eva, praticamente uccisa in una casa infestata dal fantasma del Barbarossa. Uccisa con la spada, come altre morti nel passato, e senza gli occhi che le sono stati cavati. Twist sembra già sapere chi sia l’assassino ma tace e si ritrovano in Alsazia dove abita il fratello di Etienne.
Qui trova il padre morto ammazzato nella rimessa, continuano le emicranie, le paure, i tormenti, le visioni e le allucinazioni con Eva che sembra addirittura apparire alla finestra della camera. E con Twist, l’ineffabile Twist, a risolvere il problema della morte del padre e delle altre morti relative al Barbarossa come un gioco da ragazzi “Non ho fatto che raccogliere le tessere del mosaico”. Epilogo drammatico.
Il tutto avvolto in una atmosfera di inquietudine e angoscia che percorre il racconto, praticamente una rielaborazione di parti estrapolate da altri autori.

Chi desidera tuffarsi nei “casi impossibili” è accontentato con La maledizione dell’arpa di C. Daly King, Polillo 2008. E non può trovare di meglio come autore che questo newyorchese classe 1895, è considerato uno dei più brillanti in circolazione al suo tempo. “Quanto a ingegnosità nessuno – Agatha Christie, Ellery Queen, Dorothy Sayers, John Dickson Carr – ha mai superato lo psicologo Charles Daly King, il cui Obelist Fly High è forse la più geniale detective story mai scritta” dichiara la rivista americana “Kirkus Reviews” nel 2003 in occasione della raccolta di dodici racconti dedicati a Mr. Tarrant. E anche lo stesso (anzi gli stessi) Ellery Queen ne era entusiasta (dalla presentazione dell’autore).
Mr. Tarrant dunque, anzi per essere più precisi Mr. Trevis Tarrant, un investigatore privato che si occupa dei casi più stravaganti e particolari. Sin dall’inizio qualche spunto su di lui da parte del narratore, mi pare un certo Jerry. Benestante, anzi ricco, abita in un lussuoso appartamento tra la trentesima e quarantesima strada Est. Coltiva molti interessi: psicanalisi, folklore, archeologia, vini, filosofia, letteratura e la fisica. Fuma sigarette, sa giocare a bridge e cavalcare. Un vero gentleman. Non interessato all’omicidio di per sé ma al mistero che lo circonda. Convinto della legge della causalità “Da qualche parte esiste una risposta di tipo causale, soddisfacente da un punto di vista logico, al nostro enigma”. “Io non invento soluzioni… Io le scopro” puntualizza con un certo orgoglio.
Qui è alle prese con un problema intrigante che accetta di risolvere senza alcun compenso “Mr. Daben, un ricco americano di nobili origini irlandesi, è il proprietario di una antichissima arpa che fin dai tempi più remoti viene passata di padre in figlio come simbolo delle tradizioni e dei valori dell’illustre casata. Lo strumento è conservato in una teca nella biblioteca dei Daben, un locale in cemento armato senza finestre e con un’unica porta d’acciaio che viene azionata mediante un interruttore la cui ubicazione è nota solo al padrone di casa. Tante precauzioni sono giustificate dal fatto che esiste una profezia del XII secolo secondo la quale se l’arpa verrà sottratta al suo legittimo custode per tre volte, la sua stirpe si estinguerà”.
E l’arpa, naturalmente scompare per riapparire e scomparire di nuovo. Il nostro investigatore dilettante (allora andavano di moda come oggi i serial killer) chiamato a svelare il mistero cosa fa? Nota, scruta, osserva, misura, cataloga, si arma di due piccole bombole, di una cintura porta denaro, di una specie di salvadanaio, di una torcia elettrica e…e lo svela.
Geniale!

Patrizia Debicke (la Debicche)
La crêuza degli ulivi di Bruno Morchio, Garzanti 2017.
Crêuza, italianizzato in crosa, nome che pare venga dal latino medioevale crosus, di etimo incerto (forse antico relitto ligure o gallico), come l’aggettivo francese creux (antico francese crues) e il provenzale cros, “cavo”, (poi a ben vedere anche il lombardo croeus vuol dire torrente o meglio letto avvallato di un torrente e in piemontese creus e ancreus, è sinonimo della parola përfond, profondo).
Come tutte le cose che sanno di storia e trasudano civiltà, mi piace. Comunque in questo “bel” revival di Bruno Morchio “La crêuza degli ulivi” è un viottolo, pavimentato a mattoni o ciottoli che convergono verso il centro del tracciato per favorire il defluire delle acque, e che porta alla casa di una bella infermiera, che verrà trovata uccisa nella la sua vasca da bagno….
Agosto 2001. Bacci Pagano è da solo nel suo letto, a  rigirarsi insonne nella notturna canicola, fino al sorgere del sole. Gli anni passano, la gelida lontananza di sua figlia, Aglaia lo amareggia e Mara, la sua donna ormai da sette anni, è andata in vacanza in Grecia con un altro uomo, più giovane di lui e…  E benché il loro legame sia sempre stato improntato sulla massima libertà, la faccenda gli rode. E in più a Genova da luglio si vive come in un clima diverso, desolato? Sono passati poche settimane dagli scontri e i brutti episodi del G8, che hanno lasciato indelebili tracce e rancori in città e il limio della gelosia si somma al torrido squallore cittadino.
Poche  stentate ore di sonno  dopo, docciato e sbarbato  sono quasi le dieci, affronta stancamente  la visita della signora Amidei, moglie di un affermato chirurgo milanese invischiato penalmente in pasticciacci di malasanità con cliniche private e trasferitosi a Genova dopo una stentata assoluzione.
La signora Amidei, prepotente e procace biondona sulla cinquantina, vuole che Bacci trovi le prove del tradimento di suo marito, tradimento di cui è assolutamente certa. Bacci nicchia, si nega, ma infine, la possibilità di incastrare insieme al marito fedifrago, un pesce grosso, un politicone al governo, gli fa ingoiare l’affare di corna…
Tante citazioni letterarie (la morta era un’appassionata di libri gialli e di grandi poeti spagnoli) e musicali: in primis concerto n° 1 in Fa maggiore KV 37 di Mozart e dopo, ovviamente, De Andrè. La vittima, vedi caso, abitava in una crêuza a Sant’Ilario (da cui il titolo), come Bocca di Rosa.
Atmosfera godereccia nonostante che la politica faccia spesso da padrona nei dialoghi e come oscuro sfondo epocale.
Straordinarie descrizioni di una città che sa vivere senza mai rinnegare i suoi tanti e gloriosi passati. Quando si leggono i libri di Bruno Morchio, bisogna fare la valigie, trasferirsi armi e bagagli e sedersi a un tavolo alzato su una pedana di legno di un locale dei carruggi, crogiolandosi fino in fondo nei sapori, negli odori e nei rumori di Genova.
L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi 2017.
Tutti i paesani la chiamano così, l’arminuta, in dialetto abruzzese la ritornata. Sembra quasi che non possa aver diritto a un altro nome, lei l’adolescente, la bravissima e studiosa tredicenne vissuta tra carezze, benessere e serenità, lei che non ha conosciuto altri genitori che quelli che l’hanno presa e cresciuta, ma poi riportata e scaricata senza spiegazioni plausibili, neppure fosse merce avariata, alla sua famiglia d’origine, a coloro che le dicono essere i suoi padre e madre veri.
Da un giorno all’altro, passata dal confortevole calore di una casa a un mondo ignoto, catapultata nelle difficoltà legate alla sua nuova vita e ad abitudini contadine a lei estranee. Sradicata e sbattuta in un universo sconosciuto fatto di persone diverse, che parlano solo in dialetto, che lottano ogni giorno per far fronte alla miseria, che si contendono il cibo, che condividono il letto e devono sopravvivere in pochi metri quadrati. Quell’universo rappresentato da una certa Italia degli anni ’70, fatta di braccianti e di operai, che stentava a portare il pane in tavola, spesso incattivita dalle privazioni, ma che tuttavia conservava ancora abbastanza sentimenti e pietà per confrontarsi con i dolori della vita.
Il logista di Federica Fantozzi, Marsilio 2017.
Pur respirando clima internazionale, Il logista si svolge soprattutto a Roma, tra i favolosi attici con vista sul Tevere e i locali di Ponte Milvio a mezzo chilometro da dove è nata Amalia Pinter, la protagonista di questa storia. Amalia lavora per “Il Vero Investigatore”, un piccolo quotidiano di cronaca nera che ha saputo crearsi la sua nicchia nella capitale, porta i capelli bruni tagliati a caschetto, tipo Valentina ma è molto meno atletica e filiforme dell’eroina di Crepax.
La Fantozzi ci spiega una Roma che soffre la depressione di città in declino, con il suo inutile e frenetico affannarsi della movida di Ponte Milvio e senza dimenticare i buchi neri  della “terra di nessuno” delle rive del Tevere. Una terribile rete di terroristi internazionali, che nessuno sembra in grado di fermare. Un’incredibile sequenza di colpi di scena per una giornalista testarda e pasticciona, coinvolta in un’affannosa corsa contro il tempo. Un mondo crudele, con troppe zone oscure, relazioni pericolose, mentre su tutto incombe l’ombra dello scorpione. Un velenosissimo scorpione dorato…
Milano, fa paura la 90 di Besola, Ferrari, Gallone, Frilli 2017.
Un azzeccato ritorno in scena del trio di personaggi, già collaudato in Il colosso di Corso Lodi: il commissario Benito Malaspina detto il Mala, il suo romanissimo scudiero, l’agente Venditti che si sta milanesizzando e ambirebbe a una carriera di attore, e lo sbrindellato Dino Lazzati, detto Fernet, giornalista di nera del quotidiano La Notte, ma anche amico e confidente del commissario, per un nuovo pirotecnico cocktail di poliziottesca suspense e commedia neorealista.
Humour e leggerezza sono i gustosi ingredienti della ricetta di questo nuovo romanzo.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi, questa volta vi presento un libro che vi farà paura! Più precisamente La casa della morte di R.L. Stine, Mondadori 2016, della collana Piccoli Brividi.
Una famiglia deve abitare in una casa che ha ereditato dallo zio morto. È composta da Amanda di 12 anni, che racconta la storia, Josh di 11 anni, il cane Petey e i loro genitori. Subito la casa mette paura, sembra quella delle streghe e il cane comincia ad abbaiare forte come non aveva mai fatto. Poi accadono dei fatti strani: Amanda ha delle visioni, le sembra di vedere qualcuno che non c’è, Petey e Josh improvvisamente scompaiono. La natura stessa è minacciosa: cielo nero, vento forte, pioggia, lampi e tuoni. In giro ci sono degli inquietanti ragazzi (questo aggettivo me l’ha suggerito nonnone bischerone) con i quali i due fanno amicizia e…. Tutto quanto si chiarirà al cimitero del luogo. Sì, proprio al cimitero…
Brrrrrrrrrrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2017

Questa volta ho portato sulla tazza una brancata di poeti. Non fate quella faccia. Non storcete la bocca. Poesia e cruda realtà stanno bene insieme. E così, ponzando, mi sono lasciato trascinare con un groppetto in gola tra ermi colli, cipressi alti e schietti, donzellette che vengono dalla campagna, piogge torrenziali e piangenti, graziose lune e garzoncelli scherzosi che non sanno ancora cosa li attende nella vita futura (beati loro). Ho fatto una visitina alle Alpi e alle Piramidi, e già che c’ero anche al Manzanarre e al Reno, chiacchierato con vecchierelli canuti e bianchi, meriggiato pallido e assorto tra chiare, fresche e dolci acque, sono stato accarezzato dalla sera sulle sacre sponde di Zacinto, ritrovandomi di schianto, dopo altro poetico girovagare, tra le calde braccia di Teta.
Per finire in bellezza mi sono illuminato d’immenso e ho tirato lo sciacquone. Ah, la poesia!

Indagine a ritroso di D.M. Devine, Mondadori 2017.
“Scacco matto!”. Inizio col botto per il sottoscritto ammalato di Re e Regine. Ovvero fine partita tra Edward Haxton e Peter Bream, due tra i personaggi principali del libro. Il primo, insegnante universitario, “è nel mirino dei colleghi per la gestione disinvolta di certi libri contabili”. Insomma cercano di buttarlo fuori, ma lui reagisce minacciando di svelare certi segreti di uno scandalo di alcuni anni prima, quando una studentessa era morta per un aborto. Minaccia evidentemente concreta se Edward tira il calzino in circostanze poco chiare, causa monossido di carbonio uscito da una stufa allentata (chi ha girato la chiavetta del gas ha cancellato le impronte).
Peter è, invece, il figlio di un noto professore della stessa università, che era stato, forse, amante (si dice) della studentessa. Il classico passato funesto che ritorna. Ad indagare l’ispettore Finney e il sovrintendente Hulbert (Finney proprio non lo sopporta). Aggiungo in breve: aggressione ad una ragazza, un altro assassinio, una rivelazione, soldi per tenere la bocca chiusa a chi aveva praticato l’aborto, la cerchia delle persone sospette, certe lettere del professore che potrebbero rivelare fatti interessanti.
Per non aggiungere cose banali riprendo il giudizio di Francis Iles (Anthony Berkeley) del 1966, fatto conoscere dal nostro Mauro Boncompagni: “D.M. Devine è ormai diventato un maestro della moderna detective story ai suoi più alti livelli; e in ‘Indagine a ritroso’ gli indizi sono davvero succulenti. Questa storia dalla trama accattivante e dall’ambientazione universitaria, con personaggi vivaci e un mucchio di credibili complicazioni, sembra scritta apposta per coloro che amano un puzzle veramente buono. E la soluzione li lascerà ampiamente soddisfatti”.

Delitti quasi perfetti di AA. VV., Polillo 2016.
Dopo un momento di impasse, diciamo pure di crisi, la Polillo editrice si è ributtata a capofitto soprattutto sul giallo classico per la gioia di tutti i suoi aficionados e di coloro che amano la bella e buona scrittura. Per darvi un’idea della qualità dei racconti (anche un semplice sunto toglierebbe troppo spazio) basta fare l’elenco degli scrittori: Joseph Commings, Arthur Conan Doyle, Jacques Futrelle, Thomas W. Hanshew, Richard Keverne, Helen McCloy, Douglas Newton, Quentin Reynolds, Seamark, Edgar Wallace.
Delitti quasi perfetti, dunque. Delitti nel senso di morti ammazzati o di semplici furti. Sarebbero senz’altro perfetti se gli sfortunati autori non si trovassero fra i piedi gente con la testa grossa così (ho allargato le braccia). Tipetti come Sherlock Holmes e gli altri che troverete, certo non da meno. E se, talvolta, non facessero addirittura i furbi andando loro stessi, poveri innocenti, a chiedere di persona consiglio su qualche strano avvenimento. Quelli mica ci cascano. Chi tenta qualcosa di grosso, poi, deve anche tener conto della propria natura che potrebbe smascherarlo.
Racconti sul filo dell’impossibile, incipit memorabili “Quel pomeriggio Linda Carewe avvelenò suo marito. Lo avvelenò con l’arsenico”, oppure “Mr Jerold Pogarty realizzò la sua metamorfosi e commise il Crimine Perfetto”. Cultura (a volte si naviga tra Freud, Adler e Jung), varietà di stili, varietà di personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, varietà di soluzioni più o meno ingegnose (fra cui il travestimento) e di atmosfere. A volte da brivido con paesaggi tetri che sembrano percorsi dal Diavolo (lo urla perfino un prete), morti che dovrebbero essere morti e che riappaiono all’improvviso. Insomma tutti gli ingredienti per tenerci inchiodati alla poltrona (ma va bene anche una sedia). All’inizio di ogni racconto brevi notizie sugli autori citati.
Da leccarsi i baffi.

Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, Polillo 2017.
“Il cliente che si presenta nell’ufficio londinese dell’investigatore privato Philip Tolefree in una mattina di luglio è un personaggio famoso; Ronald Hudson, scrittore, avventuriero, esploratore. Il suo problema è una misteriosa lettera che contiene un messaggio in codice che non è in grado di decifrare. Potrebbe farlo Tolefree?”. Risposta positiva dato che la barba finta del suddetto ha colpito la sua curiosità. Ancor più dopo avere scoperto, sul suo biglietto da visita, diverse coppie di lettere fra le quali una corrisponde al nome di un suo amico avvocato. Curiosità spinta all’inverosimile se tale amico Feldelman lo informa di essere stato testimone di un suicidio nella casa di campagna stile Tudor del ricco industriale Sir Thomas Grymer, dove attualmente si trova, che ha organizzato una festa. Lewisson, un esperto chimico alle dipendenze del suddetto Grymer, si è ucciso sparandosi alla testa nella sua camera da letto, essendo stato trovato disteso sul pavimento con una rivoltella in mano. Così sembra, anche se Feldman nutre qualche dubbio. A scoprire il cadavere per primo un tale antiquario Borthwick che poi è partito. Sarà proprio Tolefree a presentarsi lì come critico d’arte Tudor per vederci più chiaro.
Comunque l’atmosfera, all’inizio, non è troppo pesante e c’è pure il tempo, per la figlia del canonico Marefield, di civettare con un paio di personaggi. Nove a tavola, fra cui il probabile assassino, dopo che il ritrovamento di un altro bossolo sotto la finestra della camera di Lewisson spinge Tolefree per questa soluzione.
Le indagini sono lunghe, circostanziate, sorrette, solo in parte, dai ricordi lacunosi dei possibili sospettati, tra una tirata di pipa e l’altra del nostro investigatore privato. E c’è una domanda che lo assilla “Che cosa aveva a che fare questa oscura tragedia con la visita di Hudson in Watling Street e lo strano compito che gli aveva assegnato?”. E poi il biglietto che gli era stato lasciato, guarda un po’, “Conteneva la lista di tutti i nomi presenti a quella festa…”. Incredibile coincidenza… Così come incredibile il fatto che l’assassino sia scomparso e abbia trasferito la pistola in mano al morto “nei pochi secondi prima che Borthwick arrivasse alla porta”. Un bel mistero che costringe la mente di Tolefree a “macinare” inarrestabile anche mentre guarda le stelle, attraversata dal dubbio “Questa volta sarebbe stato battuto?”.
Aggiungo solo un ladro che si aggira per la villa, un disegno a matita tra i fogli di calcoli del morto, e… le sue pantofole rosse. Che cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano… E saranno proprio queste a dare una bella mano al nostro tenace investigatore.
Lettura interessante con momenti di assoluta preponderanza di cellule grigie insieme ad altri di inquietante movimento. Sorprese a go-go con qualche lungaggine di troppo.

Robot 78, di AA. VV., Delosbooks 2016.
Non sono un esperto di fantascienza (a dir la verità non sono esperto di niente) per cui prendete queste righe come quelle di un neofita (ergo banali). Bella impressione. Belle letture in un territorio quasi del tutto sconosciuto. Intanto perfettamente d’accordo sull’editoriale Siamo stufi di esperti di Silvio Sosio. In giro c’è un’ignoranza, nel significato più preciso del termine, che fa paura. Si crede a qualsiasi “panzana” buttata nella rete e si snobbano tutti quelli che hanno certe credenziali di professionalità. Non c’è niente da fare. Per ora è così. Preghiamo o tocchiamoci.
I racconti. Di Mike Resnik, Sarah Pinsker, Domenico Gallo, Susanna Raule, Lorenzo Crescentini e Luigi Calisi.
Belli. Interessanti. Sia che si viaggi instancabilmente nel midwest americano alla ricerca di posti in cui cantare dal vivo in un mondo ormai morto su internet. Sempre insieme alla gente, sempre avanti. Musica e musica (viva la vita!). Sia che ci si ritrovi nella Russia di un prossimo futuro a vedersela con i Corridori, mostriciattoli di metallo e con una “falla” aperta dove essi stessi ritornano. Cosa può essere? Forse il loro nido?. Entriamo a vedere che la cosa ci incuriosisce… Così come ci incuriosisce, a Genova, la storia di Nico, un ragazzo del dopoguerra che ha il dono di leggere i pensieri degli altri. I morti ammazzati su un prato. Un tedesco che ha ucciso, l’attentato a Togliatti… Oppure, oppure siamo scaraventati in un’Africa del futuro dove arrivano indiani e cinesi a sfruttare le piantagioni con mezzi sempre più efficaci. Parola d’ordine aumentare la produzione. Produrre, produrre, produrre. Ma qualcuno cercherà di sottrarsi a questa nuova schiavitù?.
E poi ecco un essere di un altro mondo spedito nell’Inghilterra del 1872 d.C. (epoca Vittoriana) ad incontrare un personaggio particolare che vive al numero 221B di Baker Street (avete già capito). C’è da ritrovare un bambino scomparso, figlio di un membro del governo. Qualche meraviglia sugli umani (crede che si riproducano per partenogenesi) ma il suo vero problema è cosa tenerci dentro i pantaloni… Altra Africa del futuro con la piccola Kamari che vuole imparare a leggere. Ma questo è contro la legge per certe tribù africane. Kamari, bambina innocente in un mondo scelleratamente maschilista. E già sappiamo come andrà a finire. Un abbraccio, piccola.
Racconti belli che fanno riflettere, con il sorriso, con il pathos o il groppo in gola, sulla nostra variegata umanità e su noi stessi. Come sarà il mondo? Come saranno gli uomini? Che cosa inventeranno? Una società più giusta, migliore o peggiore? Come potremo essere visti da eventuali altri popoli del mondo? E così via non dimenticando, gli autori, la costruzione dei loro personaggi e squarci di suggestivo ambiente.
Non solo racconti ma anche interviste. Con lo scrittore George R.R. Martin e l’illustratore Franco Brambilla. Dai quali, dalle loro storie, dal loro metodo di lavoro c’è solo da imparare. I primi passi, le difficoltà, i rifiuti, la testardaggine di una passione che alla fine trionfa. Una bella carica di energia per i giovani che vogliono seguire il loro esempio.
E sorprese personali come quando, nell’articolo di Donato Rovelli Family Opera, scopro, tra le altre novità, io fissato di Re e Regine, che ne L’impero di Azard (The Player of Games) è descritto un impero fortemente gerarchizzato, in cui una partita su un’enorme scacchiera, decide i ruoli che si giocheranno nella società…(i miei scacchi dappertutto. Chi vuole saperne di più qui).
Insomma questo Robot, rivitalizzato da Vittorio Curtoni (leggere Una rivista vi seppellirà! di Giuseppe Lippi) mi ha tenuto bella e gradevole compagnia al posto della solita letteratura gialla con la quale in parte amo dilettarmi.

L’uomo di casa di Romano De Marco, Piemme 2017.
Dopo A casa del diavolo e Città di polvere, che mi colpirono positivamente, mi butto anche su questo ultimo dell’autore. Un bel salto geografico. Dalla provincia dell’Aquila e da Milano a Vienna, cittadina della Virginia.
Al centro della storia Sandra Morrison, logopedista, che vede la sua vita distrutta dalla morte del marito Alan trovato con la gola tagliata e i pantaloni abbassati in un quartiere “puttanesco” della città. Altro filone importante il caso della “Lilith di Richmond” che aveva rapito e ucciso, diversi anni prima, sei neonati (uno si salva e chissà se lo ritroveremo), seguito dalla detective afroamericana Gina Gardena e finito nel nulla, unica a rimetterci rispetto ai maschietti leccaculo che pensano solo alla carriera (suo pensiero). Terzo sviluppo della trama in corsivo (un giorno scriverò un thriller dove un tizio che mi assomiglia fa fuori una brancata di scrittori che usano le frasette in corsivo) di qualcuno che la sa lunga su questi fatti.
Primo elemento: l’angoscia. Soprattutto di Sandra tormentata dalla scoperta del “nuovo” marito, quello che non conosceva e che l’ha tradita in tutti questi anni. In prima persona “Ora lo sento in pieno il dolore. Mi penetra e mi consuma. Mi toglie il respiro…”. Tormenti anche per il difficile rapporto con la figlia Devon, a sua volta in preda ad una forte crisi. Assillo ancora più penetrante quando scopre che Alan era interessato proprio al caso della Lilith di Richmond (perché?).
Secondo elemento: il dubbio. Sempre di Sandra nei confronti delle persone che le stanno intorno. Soprattutto del nuovo vicino di casa, il giornalista John Kelly, fin troppo premuroso, da cui si sente anche attratta (approfondito esame psicologico).
Terzo elemento: la violenza. Violenza sulle donne, degli stessi padri schifosi sulle figlie, la prostituzione come ultimo mezzo per sopravvivere.
Storia dentro i personaggi e fuori nella realtà, negli ambienti descritti con tocchi felici, sia ricchi di “case singole e ville di pregevoli fatture”, oppure degradati, territorio di bande giovanili e spaccio di droga. Introspezione e movimento, la classica foto che sfugge all’inizio (lascia un messaggio subliminale) e che si rivelerà decisiva, intreccio di piani temporali diversi legati da un presente secco che incide, improrogabile citazione di Sherlock Holmes (un giorno scriverò un thriller…). Trama complessa come in ogni thriller che si rispetti con estesa spiegazione finale (qualche dubbio ma, non essendo uno psichiatra, mi guardo bene dal contestarla). Citati anche gli scacchi. E questo è un altro pregio del libro. D’accordo, solo per me, ma ognuno ha le sue fissazioni.

Segnalazioni
La casa dei Krull di Georges Simenon, Mondadori 2017. Romanzo attualissimo, pur essendo uscito nel 1938. Praticamente il problema dell’integrazione di una famiglia straniera, in questo caso tedesca in terra di Francia, sulla quale si addossa la colpa di un omicidio. Perfetto capro espiatorio. Meditate gente, meditate…
Delitto in mare di Richard Connell, Polillo 2017. Viaggio alle Bermude per l’ottimo chimico Matthew Kenton. Ottima idea per godersi un po’ di riposo se non ci fosse di mezzo il morto ammazzato nella cabina proprio di fronte alla sua.
Torto marcio di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2017. Considerato da Augias un noir ricco di suspense e ironia. Controlleremo.
Il libro degli specchi di E.O. Chirovici, Longanesi 2017. Un thriller a tre voci, ambientato in America, che è arrivato al successo dopo una serie incredibile di bocciature. Di un romeno trapiantato in Inghilterra. Arimeditate gente, arimeditate…

Un giretto tra i miei libri
La gabbia delle scimmie di Victor Gischler, Meridiano Zero 2008.
Si parte con un cadavere nel bagagliaio nella macchina di Charlie Swift, gangster di Orlando (Florida), insieme al collega (svitato) Blade Sanchez e si continua il viaggio per tutto il libro. Viaggio inteso nel senso vero e proprio della parola (c’è di mezzo pure il National Geographic) e viaggio inteso nel senso che non si sta, comunque, mai fermi. Non c’è un attimo di respiro, di riposo (a meno che non si sia in ospedale). Tutto veloce, tutto frenetico. “La gabbia delle scimmie” è il luogo di ritrovo di una banda (ma anche il nome di un blog per discussioni scientifiche e riecheggia in parte il titolo di un libro di Kurt Vonnegut, famoso autore di “Mattatoio n.5”) capeggiata da un certo Stan. Ma c’è chi ce l’ha con lui perché poco attivo, poco dinamico. E allora giù botte da orbi, scontri, sparatorie, morti a go-go, droga, tradimenti, l’FBI, mele marce nella polizia, libri contabili che fanno girare il tutto. Manca il sesso ed è pura meraviglia.
E poi c’è lui, Charlie detto il “Sarto” (perché ha ucciso un uomo con un paio di forbici) che fa parte della combriccola, fratello più piccolo da proteggere e la mamma che è sempre la mamma. Freddo, duro, impassibile. Fisico di ferro. Con le sue regole “Quando hai un capo rimani con lui”, “Sono sempre stato buono con chi è stato buono con me”, che si innamora (di Marcie) e ha il suo attimo di umana debolezza “Mi raggomitolai dentro la giacca e le lacrime cominciarono a scendere rapide e calde lungo il viso”. Un attimo, dicevo, perché poi è tutto un tup tup tup. E se manca la pistola c’è il coltello a farne le veci.
Uomini e un paio di donne, oltre la mamma e Marcie, a completare il quadro. La buona, Amber, e la cattiva Tina che in fondo al libro hanno la loro parte. Stile ironico (gangster che giocano a monopoli), humour nero, qualche metafora degna di Ross MacDonald insieme a battute scontate. Ma, soprattutto, un continuo, incessante, frenetico movimento.
Mi è venuto il fiatone.

La legge dei figli, antologia di racconti curata da Sabina Marchesi e Lorenzo Trenti, Meridiano Zero 2007.
Copertina nera con pistola a tamburo che esce fuori dall’interno di un libro. Probabilmente un libro sulla Costituzione, essendo i racconti legati ai principi più importanti della nostra carta costituzionale. Sì, avete capito bene. Non sto a ripeterlo. Una idea originale ed una iniziativa meritoria che ci induce a riflette su alcuni aspetti importanti della vita sociale italiana.
Questi sono racconti noir, duri, diretti, concreti. Li raccolgo velocemente insieme tanto per darvi un’idea: pronunciamento militare con dittatura; vita dura degli extracomunitari; giustizia personale; poliziotto senza regole con vittima del G8 di Genova; ancora coppia di poliziotti fuori dalla legge; il problema delle intercettazioni telefoniche; la bestialità della folla allo stadio; carriere truffaldine e meschine con tradimento e vendetta; sfruttamento del lavoro nero; il problema sociale degli handicappati; il sistema dei voti truccati alle elezioni e quello per non pagare le tasse; seguire una indagine piuttosto che un’altra da parte della magistratura; ancora sulla giustizia personale; sfruttamento della “mala” per sconfiggere una organizzazione terroristica.
Tutti temi attuali, veri, scottanti. Un po’ di artificio, alcune forzature su una iniziativa nata a tavolino ma poi passione, sentimento, coraggio e denuncia. Linguaggio incisivo che va al nocciolo della questione, dove non manca il grottesco e il paradosso. Contenuto ora doloroso, ora drammatico con qualche schiarita di luminosa speranza. In un mondo che va a catafascio una riflessione sui nostri principi costituzionali fa sempre bene.

La legge dei nove di Terry Goodkind, Fanucci 2010.
Alex, o meglio Alexander Rahl, è un pittore senza troppa fortuna che salva se stesso ed una bella ragazza enigmatica dall’assalto di un camioncino che porta la bandiera dei pirati (e già questo ci fa capire di essere in una situazione particolare). La bella ragazza è Jax che proviene da un altro mondo dove impera la magia (mentre nel nostro la tecnologia) e un dittatore, Radell Cain, che vuole il potere tutto per sé, dopo avere sfruttato gli istinti peggiori del popolo (prima c’era l’onestà ed ora tutti ad arricchirsi senza sforzo).
Alex si trova al centro di una profezia tratta da un antichissimo libro per la legge dei nove (vedrete poi di che cosa si tratta) e per il cognome che si porta appresso. In pratica dovrebbe essere colui che deve salvare uno dei due mondi. Intanto ha ricevuto in eredità una vastissima tenuta nel Maine di una certa importanza nel proseguimento della storia.
Che qualche pericolo incombesse su di lui era strato annunciato da certi avvertimenti della madre impazzita “Vattene e nasconditi” e dal nonno Ben “I problemi ti troveranno”, da strani rumori durante le telefonate e… e dagli specchi. Sì, perché attraverso gli specchi si possono materializzare le persone dell’altro mondo alla ricerca di un “passaggio” segreto di cui dovrebbe essere a conoscenza il nostro eroe. Da qui lotte, assalti, sparatorie.
Per difendersi dagli attacchi degli infiltrati unisce le proprie forze con Jax (non va d’accordo con la fidanzata Bethany) e ne viene fuori un bel sentimento condito da qualche bacio appassionato.
Buona la resa del mistero, dell’inquietudine, dell’attesa relativa alla prima parte ( cosa succederà?), con qualche critica scontata di riflesso sulla nostra società. Meno riuscita quando si entra nella spiegazione dei particolari (cosa succede) che mettono in risalto pure alcune incongruenze. Un libro che convince a metà.

Patrizia Debicke (la Debicche)

Musica nera di Leonardo Gori, TEA 2017.
Versilia, agosto 1967. Nonostante la Guerra Fredda in atto e l’escalation americana in Vietnam, l’Italia si crogiola in pieno boom economico. Il benessere è diffuso, la 500 e le vacanze al mare sembrano quasi alla portata tutti e nei bar dei lungomare impazza il suono nei juke-box con le voci di Gianni Morandi e Caterina Caselli. Però il primo capitolo ci fornisce una nota macabra e stonata: il ritrovamento di un morto annegato, tale Fedele Argenti, ammiraglio in pensione. Una banda di ragazzini, impegnati in una specie di maratona ciclistica, ha trovato il suo cadavere ricoperto di schiuma, liquami e semisommerso nel fossato che costeggia l’aeroporto del Cinquale, quasi una fogna a cielo aperto. Bruno Arcieri, ex colonnello del Sifar, Servizio Informazioni Forze Armate, in pensione da dicembre dopo i caotici fatti dell’alluvione di Firenze e vecchio amico di Argenti, riesce ad arrivare da Roma al Forte dei Marmi in treno, appena in tempo per il funerale. cantante. Qualcosa che cova sotto le ceneri s’infiamma. Arcieri scoprirà precise indicazioni di mostruosi delitti in lettere con spaventose accuse. Chi sono le misteriose donne vestite in nero, che ogni sera scrutano in silenzio il mare dal pontile del Cinquale? C’è qualcosa di torbido dietro la morte accidentale del vecchio ammiraglio? Arcieri non può restare fermo a guardare, quando ci sono tracce di vecchi delitti: l’eccidio di una ricca famiglia ebrea, un padre e tre bambini, massacrati dai nazifascisti nel 1944, la scomparsa di un inafferrabile faccendiere italiano, legato ad ambienti poco chiari dei servizi segreti e quella di un intero equipaggio di un mini sommergibile, lasciato colare negli abissi al largo del Cinquale. Praticamente da solo porterà avanti un’indagine destinata a scoperchiare un intrico di trame eversive e di interessi privati di assoluto cinismo, che macchiarono indelebilmente l’Italia del 1945 e che ancora non si fermano, benché siano passati più di venti anni. Tanti sanguinosi misteri e tutti collegati alla guerra, all’armistizio dell’otto settembre del 1943, al cambio di alleanze e agli opportuni voltafaccia di ex fascisti. Un torbido intreccio, con doppi e tripli giochi che coinvolgono anche i servizi segreti esteri e italiani. Giochi in cui, per un imperscrutabile disegno, dovrà lui stesso trasformarsi in una pedina. Romanzo poliziesco, caratterizzato, come la musica che lo esalta, da continui cambi di ritmo e basato su improvvisazioni e virtuosismi, Musica nera è quasi un’ode alla memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia.
Altri libri segnalati dalla nostra Patriziona:
Operazione Portofino di Roberto Centazzo, TEA 2017, dove tre baldi ex poliziotti, arrivati all’agognata pensione, per non morire di noia si sono inventati la Squadra speciale Minestrina in brodo che risolve delitti e sgomina bande di criminali.
Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi, Frassinelli 2017. In una Parma invernale, fasciata dalla nebbia, trasfigurata dalle nuove costruzioni e quasi indecifrabile per incomprensioni, scoppiano delitti e scontri razziali.
Il morso del ramarro di Valeria Corciolani, Emma Books 2017. Un palcoscenico affollato da personaggi molto diversi, ma con una cosa, anzi un luogo, in comune: una palazzina liberty in una bella cittadina di mare. Di là prende il via Il morso del ramarro con le diverse storie, con il mixer di azioni, persone, sentimenti e arcane suggestioni che ci accompagneranno con gustosa ironia fino alla soluzione dell’enigma. Che poi era legato a un semplice ciondolo. A forma di ramarro. E visto che ci sono molteplici letture allegoriche collegate al ramarro e al suo morso, Valeria Corciolani, che le conosce bene, ci gioca alla grande.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
eccomi a voi. Sono il nipotino di nonno Fabio che scrive, scrive, scrive e vuole far scrivere anche me (accidenti!). Qui vi parlerò dei libri che leggo. In maniera semplice (ho solo otto anni).
Partiamo da Sandokan di Emilio Salgari nella versione di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Siamo in Malesia. Il pirata Sandokan lotta contro gli inglesi per la libertà del suo popolo. È conosciuto anche come la “Tigre della Malesia”. Però, attenti, non è un uomo in questo romanzo, ma un topo! Così come tutti gli altri personaggi.
Ad un certo punto sembra morto dopo uno scontro navale, viene salvato addirittura da un inglese, lord James Guillonk. Fa finta di essere un principe e si innamora della nipote Marianna, la “Perla di Labuan”! Insomma un romanzo di avventura e di amore con tanti brividi, travestimenti e colpi di scena. Spesso le parole sono colorate e in forma buffa (ci ho fatto anche qualche risata) per tenere desta la nostra attenzione. E ci sono bellissimi disegni.
Leggetelo!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2017

Sulla tazza del gabinetto ho portato Procopio di Cesarea. I nomi strani e roboanti mi hanno sempre colpito. Soprattutto degli storici antichi. Quando seppi di questo Procopio non stetti più in me e andai a beccarmi la sua Storia inedita (o arcana, o segreta). Tra l’altro anche il titolo mi affascinava. Se la storia era inedita, o arcana, o segreta, chissà perché e quali fatti da sollucchero avrebbe contenuto. Gli appassionati di storia lo sanno. Praticamente un libello, un’accusa contro l’imperatore Giustiniano e consorte di avere portato alla rovina l’impero romano con la sua devastante politica interna ed estera. E di avere causato la peste, i terremoti e le inondazioni che colpirono in modo tragico quelle terre. Quando s’incazza Procopio di Cesarea diventa una belva. Meglio tenerselo buono al gabinetto.
Altro nome strano e accattivante fu, per me al primo impatto, quello di Senofonte (una fonte uscita dal seno?) con la sua, altrettanto particolare e strana, Anabasi. Ma che cavolo era? Mi ci buttai sopra a babbo morto, come si dice dalle mie parti. Praticamente la storia dei Diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il giovane per togliere il trono di Persia al fratello Artaserse (quando si dice l’amore fraterno). Tutto bene finché Ciro muore nella battaglia di Cunassa, e allora sono cavoli amari per i Diecimila costretti ad un lungo viaggio di ritorno (dura più di un anno) pieno di insidie e trabocchetti come quello di Tissaferne (altro nome da sollucchero). E, insomma, gioventù lottiana tra nomi strani, eserciti, battaglie, tradimenti e sangue e morte. Un bel casino.

La morte e l’oblio di Annamaria Fassio, Mondadori 2016.
Quando c’è una quarta di copertina perfetta meglio sfruttarla: “Una mattanza di stampo mafioso in Calabria è stata l’inizio di tutto. Lui ucciso in un agguato a un falso posto di blocco, lei stuprata e freddata con una pallottola in testa nella sua stanza d’albergo. Danni collaterali, un autista e una guardia del corpo. Poi un incendio doloso in un laboratorio farmaceutico, in Spagna. L’esplosione, le vittime, i capannoni divorati dal fuoco come scheletri neri contro il cielo. E poi c’è Zelda la russa, la protetta di un boss. Finita in clinica dopo un incidente, ora vive perduta nelle tenebre dell’oblio, nemmeno ricorda il proprio nome. Vicende diverse, lontane, ognuna delle quali sembra apparentemente fare storia a sé…”
Ed ecco entra in scena Erica Franzoni della Mobile di Genova, già incontrata per la prima volta in Una vita in prestito, Mondadori 2007. “Viso abbronzato, occhi grigi, mascella volitiva nonostante quel sorriso da bambina che ogni tanto affiorava sulle sue labbra”. Capelli a caschetto. A Maffina (vedremo più avanti chi è) fa venire in mente la Valentina di Crepax. Trenta e lode al suo primo esame di Filosofia del diritto. Camminata svelta e sicura, sempre perfetta e a posto anche nelle emergenze. Sua amica Gatta, la micia. Musica, musica e musica ma anche teatro, pizza e coca Light al bisogno. Antonio Maffina è il suo superiore con il quale ha stabilito un rapporto sentimentale dopo che si è lasciato con la moglie Aurora. Ora morente a San Sebastian nei Paesi Baschi dove l’ex marito andrà a trovarla.
La vicenda è complessa e, dunque, non è il caso di infilarcisi dentro (non saprei come uscirne). Vorrei, invece, sottolineare l’atmosfera che la pervade e che dà un senso a tutto quanto il racconto. Un senso di stanchezza, di frustrazione, di difficoltà (Erica pure in analisi, si sente sfruttata, ricordi, sogni, genitori che si tradivano) di malattia, di disfacimento delle menti a Villa Rosa dove si cura l’Alzheimer, di violenza bestiale, dolore e morte. Amori e tradimenti, spunti sulla città, i rapporti più o meno complessi con i colleghi di lavoro, movimento, storie che si intrecciano fra loro, la paura di smarrirsi lungo il percorso dell’indagine, qualcosa che sfugge e la luce che si accende rivedendo il classico filmato. E ora c’è un esame da superare.

Il grande errore di Mary Roberts Rinehart, Mondadori 2016.
“Parlai per la prima volta con Maud Wainwright nel suo salotto privato al Chiostro (questo era il nome della sua splendida villa). Stava disponendo i posti per gli invitati alla cena che intendeva dare.” Chi narra è la signorina Patricia, per tutti Pat, sola al mondo per aver perso entrambi i genitori e in cerca di un impiego. Ecco come si presenta “Io mi chiamo Patricia Abbot, ho venticinque anni, peso sessantadue chili, parlo benino il francese, maluccio il tedesco, gioco male a golf, benino a tennis, vado splendidamente a cavallo.” Diventerà la segretaria di Maud, vedova del povero John, che cerca di mettere assieme i vecchi e i nuovi abitanti di Beverly e della Collina. Figlio Tony avuto da un rapporto precedente a quello con il marito, sposato con Bessie che si è allontanata e che, ad un certo punto ritorna…
Tutto bene finché arriva una lettera a Maud che si fa pallidissima, qualcuno gironzola intorno alla villa, il guardiano notturno viene colpito alla nuca e steso bocconi vicino alla piscina. “Cominciava quel nostro angoscioso mistero che poi sarebbe sfociato in una terribile tragedia”, annota Pat alla fine del quarto capitolo. Tragedia che consiste nella caduta della suddetta nella tromba di un ascensore, finendo su qualcuno che è steso là sotto. Morto, naturalmente. E non certo di morte naturale…
Dunque omicidi (anche del cane Roger avvelenato con stricnina), colpi in testa, spari e sparizioni di oggetti e di uomini, ricatto, persone che ritornano dal passato con falsa identità, intrighi amorosi (ce ne sono diversi) con la nostra Pat che si innamora di Tony, l’arresto del colpevole (ma sarà davvero colpevole?).
Insomma tutto l’armamentario possibile per una trama complessa, ricca di innumerevoli dubbi, inquietudine, costruzioni e ricostruzioni degli eventi e piccoli colpi di scena, soprattutto alla fine di ogni capitolo, per disorientare il lettore, con i morti che continuano ad aumentare e Pat che dà una mano alle indagini della polizia. Ma come finirà la sua storia d’amore?…

Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017.
“Quel che restava di Dan Seaton-Carey era raggomitolato sulla sedia accanto al tavolo del telefono, nell’angolo tra la porta e la prima delle due lunghe finestre schermate dalle tende. L’uomo aveva il viso orribilmente distorto, e due pezzi di filo metallico gli spuntavano dietro il collo…” Strangolato durante un bridge party nella dimora dell’ambiziosa Lilias Hadington dove c’è pure l’avvocato Timothy Harte, detto il Terribile (ha fatto la guerra nei corpi speciali), invaghito della bella segretaria Beulah Birtley che non piace per niente a sua madre (e, infatti, vi ha spedito il fratello maggiore James a sorvegliare e indagare). Cinquantacinque persone, compresa la servitù, in casa al momento dell’omicidio, ma solo sette sospettate. Una bella gatta da pelare per l’ispettore capo Hemingway di Scotland Yard (teatro, psicologia e appunti sul suo interminabile taccuino) in continuo scontro con il sottoposto Pershore di cui non ha nessuna fiducia, e piuttosto burbero anche con l’ispettore Grant che lo affiancherà nelle indagini.
Naturalmente tutti i sospettati hanno almeno un motivo per voler mettere a silenzio perpetuo il nostro Dan di cui non si capisce bene quale sia stato il suo mezzo di sostentamento ufficiale, dato che abitava in una zona residenziale e conduceva una vita brillante (donne ai suoi piedi e pure qualche “amichetto”). Tra questi sospettati un rappresentante della scuola comunista per cui “il più piccolo riferimento alla Russia sovietica agiva sul suo cervello come una droga potente, uccidendo in un attimo le sue facoltà critiche…”. La faccenda si complica quando, come da titolo, il delitto si ripete con le stesse, identiche modalità nei confronti di un’altra persona.
Eleganza di scrittura, personaggi ben curati e delineati così come gli ambienti in cui si svolgono le azioni (forse qualche lungaggine di troppo), il mondo dell’aristocrazia e della “servitù”, i “buoni partiti” da sposare per le ragazze e i giovanotti con l’intromissione delle madri (quello-quella è più adatto per te, o non è per niente adatto/a). Una ricostruzione accurata dei movimenti dei sospettati, intreccio di situazioni amorose, qualcuno che è già stato in prigione per furto e per falso, droga, ricatto, un portacipria sparito, piccoli scorci sorridenti sui domestici niente affatto addolorati ma piacevolmente eccitati per l’accaduto, (più interessanti agli occhi di parenti e amici), lamentele sulle tasse (tipico di tutti i tempi), scontri, dicevo, tra madri e figli per questioni di cuore. Ma chi sarà l’assassino? E, anche qui, come nel giallo precedente, viene spontanea la domanda: ma l’amore, quello vero, vincerà?… Traduzione superba di Mauro Boncompagni

Intrigo italiano di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big, 2017.
Si parte nel mezzo, tra un prima e un dopo. Più precisamente il 2 gennaio 1954, di sabato. A Bologna. Il commissario De Luca e Giannino (toscanaccio) in macchina…
Prima. Giannino alla mano, pieno di vita, che vuole sembrare più grande di quello che è, vestito alla moda, ama il calcio, le canzonette di Sanremo (siamo ai tempi di Nilla Pizzi, Teddy Reno, Claudio Villa, della brillantina Linetti, della Tricofilina, del famoso caso Montesi), in netto contrasto con il commissario quarantenne, barba e occhiaie, chiuso in se stesso, pensieroso e preoccupato. Il caso da risolvere l’omicidio di Stefania Mantovani in Cresca, trent’anni, vedova, colpita con la cornetta del telefono rimasta insanguinata, poi il tentativo di strangolarla con il filo del telefono e infine la testa infilata nella vasca da bagno (mi ricorda, in parte, Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017, letto proprio prima di questo).
De Luca è stato richiamato in servizio dopo cinque anni vista la sua chiara fama di poliziotto durante il fascismo, per risolvere, in incognito, il suddetto mistero. Indizio importante il disegno di un bambino di un certo “Faccia di Mostro” che lui aveva visto uscire dalla casa dell’uccisa, e che ritroveremo anche nell’incidente automobilistico in cui era morto precedentemente il marito professor Cresca, “dongiovanni, esistenzialista e appassionato di jazz”.
Siamo in un clima di “guerra fredda” con i russi, dove impera una lotta spietata all’interno degli stessi Servizi (chi è appoggiato da Piccioni e chi da Fanfani) in una società nettamente cambiata verso il consumismo (ne fanno fede i giornali e le riviste del tempo citate dall’autore). Dunque un caso spinoso da risolvere e poi, incredibile, da dimenticare. Ma De Luca vuole andare in fondo lo stesso, preso anche dall’attrazione per la bella Claudia meticcia che canta nell’“Alma Mater Dixie Jazz Band” (qualche salto sul letto è di prammatica). Altri morti ammazzati, dubbi (perfino su Giannino), pensieri, assilli, depistaggi, c’è sempre qualcosa che non torna, ricette di stupefacenti (di mezzo la droga?), un dottore che procura aborti, ancora sul luogo del primo delitto e siamo in macchina…
Dopo. Dopo… basta ricordare una fotografia della pianta di un piede e una Bologna bellissima sotto la neve. Con il solito colpo di scena (a dir la verità usurato) e la solita domanda se ci sarà un seguito nella storia d’amore.
Scrittura fresca, precisa, puntuale, senza tante inutili infiorettature, con quei piccoli particolari e dettagli tipici di Lucarelli che rendono vivo e credibile un personaggio anche minore (mi viene in mente l’ex prostituta Wanda mentre parla in macchina con il commissario e i bomboloni del commendator Umberto). De Luca, naturalmente, al centro della scena, lui serio e responsabile, costretto a fare il cane bastardo insieme al pimpante Giannino (ha i suoi guai) e alla sinuosa Claudia (mondina e partigiana). Un racconto complesso, praticamente un caso di “imperfezione gestibile”, ovvero se si gestiscono bene tutti i dettagli che non tornano essi “trasformano un delitto imperfetto in una indagine perfetta.” Come questa.

Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016.
“Quando lo vide camminare lungo il margine della strada quel venerdì di ottobre, Lauren non poteva sapere che da lì a poco sarebbe scomparso, o che subito dopo la sua scomparsa, decine di persone avrebbero sentito l’obbligo di cercarlo.” Siamo nella piccola città di Hardy Walk, Lauren Wilder è una signora sposata che due anni prima è caduta dal campanile di una vecchia chiesa procurandosi indicibili sofferenze, e quel “lo” trattasi di Bo Laughlin, un giovanotto assai conosciuto che le pare di avere investito. Infatti non ne è sicura, dato che l’uso e l’abuso di Oxy Contin, per rimettersi in sesto, le provoca una maledetta confusione tra il certo e l’incerto, tra la realtà e l’illusione (il panico perenne compagno). In questo stato di cose inizia la sua personale ricerca per scoprire la misteriosa sparizione di Bo, un tipo un po’ fuori di testa, un po’ strano, un po’ particolare. Da ragazzo cammina per chilometri, sembra posseduto, non mantiene l’attenzione, porta sempre dei paraorecchie.
Anche la polizia lo cerca, indaga, pensa che la sua sparizione possa essere in qualche modo collegata alla stessa Lauren. Non si fidano di lei, del suo stato mentale, con il pensiero fisso su quell’incontro a cui si aggiungono lentamente altri tasselli di memoria: Bo che tira fuori un rotolo di soldi, insieme a lui una donna con i capelli bianchi e un cane…
La sua vita familiare diventa sempre più pesante, scontri con il marito (si sente continuamente giudicata) afflitto da problemi economici e con i figli, bugie e menzogne, stranezze come le compresse che appaiono e scompaiono, dubbi e assilli infiniti. Attorno alla vicenda altri personaggi ben strutturati: la sorella Tara sposata ad un tossicodipendente (sua storia da brivido); Annie Beuchamp cameriera in un bar dove aveva lavorato anche Bob della quale è fratellastro. E altri ancora.
Una vicenda dentro (soprattutto) e fuori i personaggi con la loro complessa umanità, i loro animi, i loro pensieri, le difficoltà, i disagi, le sofferenze, la tossicodipendenza, l’emarginazione, la malattia mentale, ma anche l’amore, in questo caso soprattutto fraterno, e l’aiuto verso i più deboli. Intrecci fra storie diverse con continui “aggiornamenti” delle storie stesse quasi in perpetua crescita. Al centro la lotta di Lauren per uscire da uno stato di dubbio perenne, con se stessa e con la famiglia. Classico colpo di scena finale, piuttosto intuibile (almeno in parte) per i lettori navigati, nel solco di una consolidata tradizione.

Segnalazioni
Già letti tempo fa A casa del diavolo e Città di polvere con discreto piacere e, dunque, di Romano De Marco segnalo L’uomo di casa, Piemme 2017. Due fasi: nella città di Richmond nel 1979 e oggi a Vienna in Virginia. Il classico caso del serial killer al femminile con un buon numero di neonati spariti. Penso di ritornarci sopra.
Furoreggia Torto marcio di Alessandro Robecchi, Sellerio 2017. A Milano un assassino che lascia come firma un sasso. Come idea niente male.
Gli amanti di Harry Bosch potranno ritrovare il loro beniamino con Il passaggio di Michael Connelly, Piemme 2017. Questa volta non in piena attività ma, addirittura, in pensione! No, no, non vi allarmate. Anche da pensionato avrà il suo bel da fare…
E quelli dell’ispettore fiammingo Van In lo saluteranno di nuovo leggendo L’orecchio di Malco di Pieter Aspe, Fazi 2017, dove una setta di irredentisti cattolici ne combina di cotte e di crude pur di togliere definitivamente dalla società ogni tipo di corruzione e degrado. Su Caos a Bruges dello stesso autore a fine lettura scrissi Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.

Un giretto fra i miei libri
La doppia vita di M. Laurent di Santo Piazzese, Sellerio 2013.
Se volete un libro colto, elegante, ricco di citazioni questo fa per voi. Personaggio principale che racconta in prima persona, Lorenzo La Marca, amico del commissario Vittorio Spotorno. Lavora al Dipartimento di chimica applicata, ex sessantottino, abita al quarto piano di una palazzina tutta sua che affitta (mica male l’amico), si sposta con una Golf, fuma Camel, beve liquori (anche un Campari va bene), lettore accanito, sorella Maruzza con due figli, “fidanzato” con Michelle, belloccio medico della polizia.
Siamo a Palermo negli anni… insomma quando c’è Bertinotti. Un morto su un marciapiede bagnato dalla pioggia colpito al cuore da un colpo di pistola. Trattasi di Umberto Ghini, antiquario, con bottega a Palermo e a Vienna. Ed ecco che il nostro si trova invischiato in questa storia. Una storia con al centro il negozio di antiquariato Kamulùt e il commercio di contrabbando di opere d’arte. Qui comincia l’avventura che si porta dietro un bel po’ di osservazioni: Palermo con le sue strade, le sue piazze, i suoi orrori e le sue bellezze, battute sulla Mafia, (se estirpata andrebbe ricreata per i turisti), sullo scrittore seriale del giallo, pizzicate agli idealisti rivoluzionari del passato, alla giustizia di oggi, personaggi vivi e concreti con pizzico di umorismo (la Decana, l’ubriaco, l’affittuaria).
La doppia vita di M. Laurent, di Santo Piazzese fa parte dei gialli “citazionisti”. Di quei gialli, insomma, dove non conta solo la storia giallistica in sé, ma anche la raffica di citazioni culturali (libri, film, canzoni, opere ecc…) che l’autore ti scarica addosso ad ogni piè sospinto. Dove anche i gatti casalinghi si chiamano Kay e Scarpetta e uno di passaggio è spiccicato a quello di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (guarda la combinazione). Finale da mystery con ricostruzione minuziosa degli avvenimenti alla Golden Age dove tutti i tasselli del puzzle si incastrano perfettamente (solo un punto mi pare deboluccio) e una lettura, via, che risulta piacevole anche con la caterva delle citazioni, espresse in forma spigliatamente ironica. Senza scene di sesso ed è pura meraviglia.

La faccia nascosta della luna di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero 2009.
Trentanove racconti brevi (eccetto un paio più lunghi), o meglio squarci di vite maledette: alcol, droga, omicidi, suicidi, casi misteriosi, fama, successo, depressione, genio e sregolatezza, sette sataniche.
Morti ammazzati da tutte le parti (piscina, camera, sopra e sotto il palco della musica, nel giardino, nel fiume…). Storie che corrono veloci pregnanti, intriganti, allucinanti. Documentazione e ricostruzione precise e puntuali, ricche di citazioni di libri, dischi, film. Il tutto espresso in tono quasi affabulatorio che invita a proseguire la lettura. E poi estetica dark, il gotico, l’esoterismo medievale, la ricerca del Graal, i Templari. Surrealismo, dadaismo, futurismo, gruppi musicali psicopatici, pedofilia, ragazzini che scompaiono e si ritrovano morti e sepolti. Dubbi, assilli, tormenti. I Queens, Lennon, Kennedy, Monroe, Dean, Tenco, Belushi e altri ancora presi in un vortice invisibile. Lo zampino del Diavolo, ovvero la faccia nascosta della luna. Brrrrrr….

La felicità è un muscolo volontario di Rosa Mogliasso, Salani 2012.
Torino, vigilia di Natale. C’è il commissario Barbara Gillo, cantonata sentimentale (litigata) con il commissario palermitano Massimo Zuccalà che le piace una cifra, anni di judo e nuoto con sciatica birbetta, ora su tacchi alti, ora in tuta con Nike ai piedi, ora in macchina, ora in vespa a sfidare il gelo della città. Invito dalla sorella Meri (tradita dal marito e fidanzata con senegalese) per una riunione con le sue amiche, tra un frizzo e l’altro sugli uomini si gioca a tombola, alla vincitrice un vibratore che fa sempre comodo. Intanto sono sparite borse e pellicce ma per la nostra Gillo risolvere il caso è un gioco da ragazzi. Poi c’è la storia di Ruggero e Serena, figli della contessa Elisa Prunotti che ha sposato un Mapei. Ruggero in Ferrari tra alcol e droga, Serena dal collegio alla rivoluzione proletaria e si ritrova a Parigi sotto falso nome. Poi c’è Domenico Spadafora a cui viene ucciso il padre a tredici anni. Niente pompiere ma poliziotto. È bene saper sparare. Poi c’è Valentina che lascia il marito bambinone, due ragazze che fanno un po’ di sesso scherzoso e infine i morti ammazzati: la contessa accoltellata e martellata e un emarginato sociale al Valentino, dietro un cespuglio. Barbara può andare finalmente a Palermo a riabbracciare il suo Zuccalà, pace fatta, anellone di fidanzamento e via a cercare l’assassino (ci scapperà anche un altro cadavere). Di mezzo addirittura i servizi segreti, passaggio di sghei da un conto all’altro, un possibile ricatto, pure una possibile vendetta, il vicequestore De Michelis a fare la parte del burbero, il vicecommissario Peruzzi quella del colto piuttosto fastidioso (soprattutto per De Michelis).
Capitoletti brevi, i fili della storia che passano veloci da un personaggio all’altro e si intrecciano fra loro, qualche spunto sulla società, sui barboni, sui senza tetto, sulla difficoltà a trovare lavoro anche da laureati (via dall’Europa!), sulle differenze tra culture diverse, qualche lieve condizionamento delle sfumature con il vibratore come trofeo di vittoria, un po’ di presa in giro di certi “rivoluzionari”, ironia spruzzata per ogni dove, citazioni a go-go su libri, personaggi, cinema (soprattutto attraverso Peruzzi) e pure un accenno agli scacchi che fanno sempre piacere ad un fissato come il sottoscritto.

La fiamma e la morte di John Dickson Carr, Mondadori 2012.
Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). A questo si aggiungono gli scontri con il capitano Hogben (Cheviot se la cava egregiamente) per una supposta superiorità dell’esercito sugli altri appartenenti al corpo della polizia, i primi mezzi tecnici di indagine, il disegno in terra del corpo, l’angolazione dello sparo e tutte le deduzioni possibili incorporate dal sagace poliziotto.
Dal rimuginio deduttivo si passa all’azione nella casa da gioco di Vulcano (qui è finito un gioiello di lady Kork) con lotta e botte da orbi. Ad un certo punto il lampo, la luce (illuminazione dalla figlioletta), la spiegazione finale ed un dubbio per i lettori: ma il nostro sovrintendente riuscirà a ritornare nel suo tempo?
Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello a rompere l’incantesimo), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

La nostra infaticabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci porta in dono…
Fabrizio Borgio, Il settimino, Acheron 2016.
Nella cultura popolare piemontese, un bambino prematuro nato al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. La locale superstizione attribuisce ai settimini oscuri e paurosi poteri sovrannaturali (scopro dalla dettagliata biografia che anche l’autore è un settimino).
Dopo Masche e La morte mormora, Fabrizio Borgio fa tornare alla ribalta il suo protagonista Stefano Drago, agente speciale del DIP (Dipartimento Indagini Paranormali), e per un’altra volta mischia nel suo romanzo il soprannaturale a un’indagine poliziesca. Stavolta il funereo (i suoi abiti, quasi una divisa, sono sempre dei completi neri) Stefano Drago, deve difendere un “Settimino”, Davide Bo, poco più che un ragazzo ma dotato di straordinari poteri paranormali, braccato da una pericolosa branca deviata dei servizi segreti che lo segue e vuole catturarlo per sfruttare le sue capacità come un’arma letale…
Questo perché lui è particolare, un diverso, ma non ancora del tutto conscio della sue grandi potenzialità, tanto che quando ha paura e lascia andare la sua mente, attorno a lui succede di tutto. Gli oggetti volano, le trasmissioni televisive si interrompono, i suoi nemici muoiono violentemente… Anni prima, Davide Bo ha superato incolume una spaventosa tragedia familiare. L’unico suo appiglio, la sua ancora di salvezza, potrebbe essere Stefano Drago, che allora gli era stato vicino, sapeva molto di lui, l’unico di cui potersi fidare e dal quale accettare protezione. Ma bastera?…
Trama stuzzicante, senz’altro fa più l’occhiolino alla fantascienza che non a un thriller giallo noir e ci presenta una nazione governata da misteri di Stato, in cui dominano mafie, logge massoniche, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere.
Christian Jacq, Nefertiti, la regina del sole, Tre60, 2017.
Un romanzo che rappresenta un’appassionata e mistica immagine di Akhenaton, il faraone illuminato, o eretico e invasato per molti dei suoi sudditi, colui che ha rivoluzionato l’Egitto promuovendo il culto di un unico dio, Aton, e ha trasferito la capitale dell’Egitto da Tebe ad Amarna. Un bel viaggio nel tempo e nello spazio, che piacerà agli amanti o a chiunque sia affascinato o incuriosito dall’antico Egitto.
Ti guardo di Sibyl der Schulemberg, Il Prato 2017.
Sibyl von der Schuleburg affronta svariate tematiche psichiatriche, quali il transfert/controtransfert tra paziente e terapeuta, la violazione del codice deontologico da parte del terapeuta e va a fondo su un argomento pericolosamente attuale, quello dello stalking, molto spesso collegato all’erotomania, ovvero persona, uomo o donna, affetta da un illusorio delirio psicotico, in cui è convinta di essere amata da qualcuno che conosce appena.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2017

Il giallo come antidepressivo
Ogni tanto mi prende un po’ di depressione. Non so se capita anche a voi (spero di no). La salute latita, le cose non vanno come devono andare, e insomma tutto è grigio, tutto è triste. L’asma, la prostata, il giradito, la pensione striminzita, la tegola rotta, il freno che non funziona, il lavandino che gocciola, la cacca di piccione sul tetto della macchina, il mutuo (dei figli) che ti assilla e via e via e via.
È proprio in questi momenti che mi soccorre il giallo, comprensivo di noir e thriller. Io sarò pure sfigato (penso) ma guarda un po’ cosa succede ai disgraziati maledetti che vivono, seppur di fantasia, in queste pagine.
D’altra parte che il giallo risulti il luogo più adatto alle disgrazie è nella sua stessa natura. Il fatto che ci sia come minimo un morto ammazzato già questa è una disgrazia. Per il morto ammazzato, se non aveva intenzioni suicide, per coloro che gli erano affezionati davvero e per quelli rimasti fuori dal testamento.
Ma un solo morto ammazzato è una rarità come le mosche bianche (e infatti io non ne ho mai vista una). Di solito i morti ammazzati sono un esercito, una caterva. Una trenata di morti ammazzati strangolati, sbudellati, sparati, bruciati, accoltellati e insomma “ati” in tutte le salse e in tutti i modi. E già questo ti tira un po’ il morale. Si starà male ma sempre meglio di chi non c’è più (così si dice, anche se ogni tanto mi viene il dubbio che chi non c’è più non stia poi tanto male).
Insieme ai morti ammazzati ci sono le disgrazie dei personaggi, quelli che in una storia rimangono vivi perché l’autore non è riuscito a trovare il modo giusto per farli morire. Ultimamente in grande spolvero. Più disgrazie, più divertimento per i lettori. Una vera e propria rincorsa alla disgrazia. Non voglio scrivere cose già scritte e riscritte ma se al protagonista principale, maschio o femmina che sia, sono stati strappati dall’infame Destino soltanto i genitori e gli rimane da accudire un fratello scemo e una sorella pasticcata gli va di lusso. Soprattutto se la notte non è tormentato da incubi che risalgono alla sua infanzia e non c’è un cretino là fuori che cerca, appunto, di farlo fuori.
Nei momenti più critici, quando perfino mio figlio sembra assumere le fattezze di La Russa e un brivido corre lungo la schiena, mi butto anche sugli autori. Non bastandomi le sofferenze dei personaggi a gettare un raggio di luce sulla mia penosa esistenza. Ce ne sono a iosa, a valanga, da dà a’ maiali come si dice in gergo popolare dalle nostre parti. Basta leggere qualche biografia pescata in qua e là a caso. Ubriachi fradici, picchiati, violentati, traditori e traditi, carcerati, pazzi, drogati, separati, divorziati, risposati, ridivorziati, mille mestieri, un calcio in culo e giù nella merda. Vita difficile, dura, violenta che mi fa tirare un sospiro di sollievo.
Insomma il giallo, comprensivo di noir e thriller, sarà pure un mezzo per passare il tempo, o per riflettere sui problemi della società, o sugli abissi dell’animo umano. A me serve soprattutto come supporto psicologico. Un balsamo per le mie ferite. Praticamente un antidepressivo.

Per tirarmi un po’ su parto da Sherlock Holmes e il marchio del terrore di Kieran Lyne, Mondadori 2016.
Anno 1891. L’Impero inglese si sta disfacendo mentre Sherlock Holmes conosce “l’apogeo della sua carriera”. Una serie incredibile di delitti, tra le cui vittime il futuro ministro degli interni, sono dovuti alla mano del nemico giurato Moriarty, secondo il parere dell’Investigatore che riesce a sfuggire a diversi attentati. Fino all’epico scontro alle ormai famose cascate del Reichenbach dove sembra che i due eterni nemici abbiano perso la vita.
Il Nostro, però, è ben vivo e vegeto come possiamo apprendere dal suo incontro con la “Donna”, la signorina Adler che sta tentando uno dei suoi colpi. Fra i due si forma quasi un’amicizia, parlano di Watson “una persona veramente fuori dal comune” che ama “raffigurarsi in un certo modo per scopi artistici; a quanto pare, è convinto che quell’espediente serva ad accattivare i lettori.”
Ma urge ritornare in Inghilterra dal fratello Mycroft, inserito nei più alti ranghi del governo di sua Maestà, per capire e risolvere il problema di un nuovo ritorno di Jack lo Squartatore. Camuffato da avanzo di galera cerca di infiltrarsi nell’organizzazione di Moran, braccio destro di Moriarty, che sembra abbia preso il suo posto. Con l’aiuto di Watson, a cui si è rivelato, e uno dei suoi tranelli ingegnosi, riesce a catturarlo.
L’elenco dei cadaveri però aumenta ed entra in scena l’ispettore Abberline “uomo imponente al di sopra del metro e ottanta, con un’espressione intensa e intelligente”, capelli bianchi e baffi folti. Si rivive il periodo atroce di Jack lo Squartatore con l’elenco delle vittime orrendamente mutilate. “Lo Squartatore è risorto! Nuovo omicidio a Whitechapel!” strillano i giornali. È arrestato il presunto assassino, un immigrato polacco “che farà la gioia dei nostri darwinisti sociali”, secondo il parere di Abberline.
Sherlock, intanto, non convinto della soluzione del caso, chiuso in camera, pipa perennemente accesa, passi frenetici, strapazza il violino infierendo sulle corde e dando via libera alle sue deduzioni. Ecco un piano per incastrare il vero portatore di morte! Colpo di scena finale con sfruttamento della tecnica di allora.
Il racconto è svolto in prima persona da diversi punti di vista, tra cui quello della signorina Adler, di Watson (naturalmente) e di Holmes stesso. Si crea un clima di paura e di smarrimento sottolineato spesso dal dottore, così come vengono messe in rilievo le caratteristiche di Sherlock, compresi i suoi famosi travestimenti. Qualche aspetto controverso, come sottolinea Luigi Pachì nel suo intervento “La versione di Kieran Lyne sui primi anni del 1890” alla fine del libro, che non inficia, però, la qualità della storia, inquietante e movimentata.

Sherlock Holmes in Italia di Stefano Attiani, Cristian Fabbi, Luca Martinelli, Samuele Nava, Gianfranco Sherwood, Enrico Solito, Patrizia Trinchero, Fabio Vaghi ed Elena Vesnaver, Mondadori 2016.
Sulle avventure di Sherlock Holmes non ci batte nessuno.
C’è tutto in questi racconti. Intanto le note caratteristiche di Holmes, le sue superbe capacità deduttive, le sue manie, lo strimpellare del violino, il fumo avvolgente della pipa, le punture della siringa, l’antipatia per le donne, i travestimenti e i colpi di scena. Insieme a quelle di Watson che, quando inizia un racconto, state pur certi che è il più terribile o il più strabiliante che gli sia mai capitato.
Diversi e diversificati gli elementi che fanno scattare in piedi il Detective. Butto giù all’impronta: il disegno e un tatuaggio di un unicorno nero, un’insegna con lo stesso nome, una signora che nasconde qualcosa; l’arrivo trafilato di un certo lord Pendracke ad annunciare la morte della governante stesa sul prato della sua dimora. Caduta accidentale dal balcone o assassinio? A risolvere tutto il daltonismo; le gare olimpiche a Londra con la storia famosa del nostro Dorando Pietri che stramazza a pochi metri dal traguardo, viene aiutato a rialzarsi e poi squalificato. Ma perché tutta quella stanchezza?. Per Holmes la cosa non è chiara, qualcuno…
Oppure, oppure… ecco l’ispettore Lestrade che arriva, altrettanto trafelato, con un caso di omicidio che sembra già risolto. Così facile, così semplice. Si fa per dire, perché tre indizi accusano addirittura Holmes: la sua pistola, la sua pipa ed un suo biglietto rinvenuti nel luogo del delitto! Non manca la possibilità al Nostro di vedersela con un licantropo, un lupo mannaro. Sì, avete capito bene. Più precisamente in Scozia, chiamato dall’ispettore di polizia Daniel Ferson su consiglio dell’ispettore Lestrade. Già due morti e due feriti con la bestia ancora in giro. Da non dimenticare, per la soluzione del mistero, la Rauwolfia e la Claviceps purpurea (scoprirete cosa sono) e, per una spruzzata di sorriso, due zitelle in treno peggio del licantropo. Aggiungiamo un paio di professori che invitano Holmes ad un confronto calligrafico su una prefazione di una scoperta astronomica importantissima (per loro falsa) di un collega travolto da una carrozza. Come contorno il movimento femminile e pure l’omosessualità con citazione di Oscar Wilde.
Infiliamoci anche un morto ammazzato, più precisamente il principe Barashi, subito dopo l’uscita del duo famoso dal teatro nel quartiere di Park Lane. Un colpo di rivoltella e l’uomo a pancia in giù con la pistola appoggiata sulla tempia sinistra. E, per finire, la storia di una nave volante con qualcosa da cui deve sorgere una speciale “regina” (giuro), e la corsa London-Brighton a cui partecipare per risolvere un nuovo caso intricato di un ammanco di diamanti.
Storie ambientate in tempi diversi, intrecci ben calibrati, sospetti, dubbi, paure, colpi di scena, sorriso sparso a tratti con Watson che ogni tanto tira fuori anche lui qualche bella deduzione (l’allievo che supera il maestro, stuzzica Holmes). E, insomma, la creazione di una atmosfera di inquietudine e mistero, talvolta di irrazionale che serpeggia lungo tutti i racconti. Curati sapientemente da Luigi Pachì che di queste cose se ne intende.
Sulle avventure di Sherlock Holmes non ci batte nessuno.

I tre volti del noir di James Hadley Chase, Stefano Di Marino e Francis Iles, Mondadori 2016.
Il tutto a cura di Mauro Boncompagni, sicura garanzia di qualità. Per prima cosa leggetevi la sua bella Introduzione sulle varie sfaccettature del noir e poi passate al resto.
Colpo a freddo di James Hadley Chase
Chad Winters della Pacific Bank ha bisogno urgente di sghei. Ci sono quattro creditori assatanati alle calcagna. La possibilità di mettere le cose a posto gli viene data dal suo capo nominandolo responsabile del conto di Vestal Shelley, a cui è andato l’immenso patrimonio del padre. Se riesce ad accontentarla nelle sue impossibili pretese. Ma lui è un tipo sveglio con idee ben precise. Non solo riesce ad accontentarla ma la fa anche innamorare e i due si sposano. Un matrimonio solo di interesse per il furbetto che di mezzo c’è la bella segretaria Eve ad attirare la sua attenzione. E c’è di mezzo pure un testamento… e, insomma, sarebbe bello far fuori la moglie e vivere ricco e felice con Eve. Basta architettare un piano preciso, millimetrico, e tutto andrà per il meglio. Forse…
Per il sangue versato di Stefano Di Marino
Si parte dalla Malesia nel giugno 1975 con i profughi che scappano dalla “Fenice”, terribile nemico non identificato, per passare nella Milano degli anni Novanta. Qui c’è Sergio Spada che deve vedersela con il commendator Premuta in credito di un bel malloppo. Occorre un colpo facile per rimettere le cose a posto. Per esempio rubare certi rubini ad un ebreo prima che li passi al ricettatore. Come punto d’appoggio la sua amicizia con Memè e l’innamoramento con la vietnamita Thiushan. E poi c’è pure un certo Nguyen, lo abbiamo trovato in Malesia, esperto in arti marziali che deve scoprire qualcosa sul suo tremendo passato. Il colpo durante il Carnevale milanese. Ci sarà da divertirci.
Viaggio nel buio di Francis Iles
Norman Cayley sta per commettere un omicidio. Di Rose Fenton che non vuole sposare attratto da un’altra ragazza. Ultimo appuntamento per una specie di viaggio di nozze. L’ultimo per Rose, mentre Cayley stringe le dita attorno alla pistola. Troppo facile. Un colpo secco e via. Davvero troppo facile…
Tre scelte oculate con determinate caratteristiche: il rocambolesco cambio di situazioni, sia fattuali che psicologiche del primo racconto; Il filone “esotico-avventuroso”, come sottolinea Boncompagni, tipico di Stefano nel secondo, in una Milano dove pullulano orientali di varie razze e dove il movimento la fa da padrone senza sfuggire a pause di puro sentimento; nell’ultimo racconto breve gli spasmi e i contorcimenti dell’animo del protagonista, espressi con una buona dose di ironia, prima dell’esito finale che non è certo come si aspettava.
E poi c’è l’amore, soprattutto l’amore non voluto, l’amore forzato e respinto che si trasforma in odio a scatenare gli istinti più brutali dell’uomo.

Le mani di Mr. Ottermole di Thomas Burke, Polillo 2016.
“Alle sei di una sera di gennaio, Mr. Whybrow stava camminando verso casa lungo la ragnatela di stradine dell’East End di Londra”. Passo lento e strascicante tra i bassifondi “l’ultimo rifugio dei vagabondi europei.” Serataccia umida e nebbiosa. Non vede l’ora di arrivare a casa per bersi un bel tè caldo. Non ci arriverà, ce lo fa sapere subito l’autore, perché c’è in giro un uomo con un cuore morto che divora se stesso. Non è cattivo, anzi “socievole e amabile”, insomma una “persona rispettabile” ma con la voglia di uccidere qualcuno. E non sarà uno solo. Sarà il nostro Whybrow e sua moglie e saranno altre cinque persone ad essere uccise. Strangolate. Senza la possibilità di un minimo indizio per scoprire l’assassino. E la paura dello Strangolatore si spargerà per tutta Londra, invadendo e sconvolgendo la vita di tutti i giorni
Thomas Burke entra nella psicologia dell’assassino, ne sviscera i comportamenti, mette in luce le idee errate che abbiamo in genere su questo soggetto. Offre spicchi di vita della città reietta, descrive lucidamente il comportamento e il pensiero della gente. La malvagità non può essere dei londinesi, “Una malvagità come quella era difficile da attribuire all’Inghilterra, così come l’infernale abilità di quegli orrendi crimini”. La colpa agli altri, “agli zingari rumeni e ai venditori di tappeti turchi.” (la storia mica cambia tanto). Sette delitti, dicevo, senza un nome. Per tutti, ma non per il giornalista del Daily Torch che un’idea ce l’avrebbe. Anzi ce l’ha. Seguiamolo…
Non so se questo sia il più bel racconto giallo di tutti i tempi, come ebbero a sostenere gli esperti del momento richiesti da Ellery Queen e John Dickson Carr e dallo stesso Queen diversi anni dopo. Fatto sta che il qui presente lasciò indietro La lega dei capelli rossi, La lettera scarlatta e Il caso vendicatore, i cui famosi autori tutti ben conoscete. Tanto per farvi capire il livello. Dal 1931 ad oggi ne sono passati sotto i nostri occhi di racconti. Qualcuno lo avrà avvicinato e forse superato. A noi basta dire che questo è un bellissimo racconto.

Spiluzzicature

Per gli appassionati di fantascienza ho sotto gli occhi Robot, rivista eccellente della Delosbooks con una serie di racconti e rubriche sulla quale intendo ritornare sopra.
Tra i libri della mogliera ho occhieggiato La ragazza di fronte di Margherita Oggero, Mondadori 2016. Dalla seconda di copertina “La ragazza di fronte è uno splendido spaccato della storia sociale di una grande città italiana negli ultimi cinquant’anni e insieme una storia d’amore bellissima, veloce, sorprendente.” La città è Torino e, da quello che ho potuto “annusare”, il libro mi pare pervaso da una intensa partecipazione.
Per saperne qualcosa di più su ciò che accade intorno a noi mi butterò sicuramente, anche senza averlo spiluzzicato, su La solitudine del cittadino globale del grande Zigmunt Bauman, Feltrinelli 2000, che ci ha lasciato da poco.
E vi parlerò, ancora più sicuramente, di Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016, regalatomi da mio figlio Riccardo che ha suscitato commenti tra i più disparati, dal capolavoro al francamente palloso.

Un giretto fra i miei libri

La dea cieca di Anne Holt, Einaudi 2010.
“L’ufficio apparteneva a Hanne Wilhelmsen. Era una donna straordinariamente bella, da poco promossa al grado di detective”. Dieci anni alla centrale di Oslo, grande personalità, lodata da tutti, ha “scavato una fossa profonda tra lavoro e vita privata”. Ama un’altra donna, la dottoressa Cecilie, con la quale convive da diciannove anni senza che gli altri lo sappiano (o fanno finta di non sapere?). Stacanovista da far paura lavora perfino la domenica. In garage una Harley-Davidson tutta rosa che mette tenerezza.
Andiamo al sodo. Tutta la vicenda da lunedì 28 settembre a lunedì 14 dicembre e dunque un frescolino niente male (freddo, insomma). Due morti ammazzati, uno spacciatore e un avvocato che forse hanno qualcosa in comune. Ragazzo olandese che si auto accusa del primo delitto e vuole come avvocato difensore la signora Karen Borg che ha scoperto il cadavere. Amico di Karen e compagno di lavoro di Hanne, Håkon Sand attratto dalle due donne, in particolare la prima, e già ci si immagina come andrà a finire.
Aggiungo Peter Strup presidente dell’Associazione degli avvocati difensori che vorrebbe per sé il caso, il solito giornalista Fredrick Myhreng che si occupa della nera in stretta relazione con la polizia (indaga anche per conto suo), qualche foglietto con cifrario da decifrare, una aggressione alla nostra Hanne, una potente organizzazione che gestisce il traffico di droga con relazioni tra gli alti papaveri e l’assillo per scoprire il capobanda. Alla fine chi si trova in pericolo è proprio Karen. Riuscirà a salvarsi?
Attraverso l’indagine viene fuori il classico spaccato della società, in questo caso norvegese, con tutte le magagne possibili fra cui le condizioni terribili delle carceri, la critica alla squadra Narcotici che spesso infrange le regole, il problema della droga, la critica alle procedure processuali e quella alla informazione, il marcio nelle alte sfere. Insieme alle solite peripezie sentimentali.
Buona la scrittura, schema usuale, cose lette ad abundantiam con la nostra Hanne che pare promettere e non mantiene. Il libro è del 1993 e si sente.

La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi, Longanesi 2012.
Dopo Il suggeritore e Il tribunale delle anime ecco un libretto leggero che racchiude in sé il gusto di narrare.
Monte Fumo, “un’immensa cattedrale di ghiaccio”, 14 aprile 1916. Jacob Reuman, medico di guerra austriaco, trentadue anni, lasciato dalla moglie, deve conoscere l’identità di un soldato italiano catturato, altrimenti c’è la fucilazione. Identità che verrà svelata dall’italiano solo dopo la risposta alle tre domande: “Chi è Guzman? Chi sono io? Chi era l’uomo che fumava sul Titanic?”. Occorre ascoltare una storia.
Guzman è l’eterno fumatore, l’eroe dell’ozio, possiede il dono della parola, con i suoi racconti riesce ad incantare gli altri e a sopravvivere, egli “è il fumo che condisce le storie”. Si innamora, deve fare un lungo viaggio verso le montagne che cantano per capire questo sentimento. I fiori di carta, indicati nel titolo, sono le pagine di un libro con poesie di quella che sarà la sua moglie.
Storia di guerra e dei suoi orrori, storia d’amore e di fuga, chi lascia e chi viene lasciato, storie che si innestano su altre storie (vedi quelle di Rabes, Dardamel e Davì) e che prendono sembianze di fiabe misteriose in paesi lontani, dove c’è sempre da superare qualche ostacolo per conquistare il cuore dell’amata.
Una lettura leggera, gradevole, pure un po’ spiazzante che ci porta a riflettere su quale importanza abbia la magia della parola, l’ascolto, il racconto circondato da sinuose volute di fumo.

La donna ombra di Craig Rice, Mondadori 2011.
Mettiamo un fantasma, o meglio un “fantasma” con le virgolette che si diverte ad apparire in qua e là per spaventare qualcuno e vendicarsi, cioè Anna Marie St Claire, accusata ingiustamente di omicidio e salvata all’ultimo momento dalla confessione dell’assassino stesso. Niente sedia elettrica ma la notizia della sua morte viene data ugualmente (non sveliamo il perché).
Mettiamo un avvocato irlandese sbevazzone e fumone (mio conio, fuma il sigaro), amante del gioco e delle belle donne, “un ometto tarchiato, coi capelli neri e il viso acceso”, sempre a corto di quattrini e un po’ (o parecchio) border line come Malone, che si innamora del suddetto “fantasma” dalle notevoli attrattive umane e lo aiuta a scoprire chi l’aveva incastrata.
Mettiamo un capitano della polizia di Chicago, “un tipo grande e grosso con i capelli che incominciavano a ingrigire intorno al viso acceso che virava al paonazzo quando usciva dai gangheri” che si chiama Daniel von Flanagan, sempre su di giri e in aspra lotta con il nostro avvocato (un classico). Fissato con la psicologia “La mia arma segreta è la psicologia”, “Ecco che la psicologia spiega tutto”, “La psicologia è alla base di tutte le azioni umane”, e via di seguito, sfortunato (i casi più astrusi capitano sempre a lui) e che non va tanto per il sottile “Devo arrestare qualcuno, anche se poi dovesse saltar fuori che mi sono sbagliato”.
Mettiamo una banda di estorsori che tiranneggiano alcuni amici di Malone, tra cui il proprietario di un casinò e quello del bar in cui parcheggia spesso l’avvocato (una infamia!) e insieme a questi un corpo assassinato che si sposta tranquillamente da un luogo all’altro (i cadaveri nei romanzi polizieschi non stanno mai fermi).
Mettiamoci altri corpi irrigiditi sparsi in qua e là, dubbi, tormenti, un po’ di movimento, qualche pistolettata, qualche bomba fatta scoppiare al momento giusto dove si trova proprio il nostro Malone (che la scampa, naturalmente).
Mettiamoci uno stile veloce e frizzante intriso con una punta di umorismo, un po’ di aggrovigliamento dei fatti, il colpo di scena finale con l’ulteriore colpo di scena finale a soppiantare il precedente colpo di scena finale.
Mettiamoci un pizzico di tensione, la voglia di scoprire chi è il capo degli estorsori, sprazzi di sorriso uniti a qualche smorfia del lettore di fronte a certe apparizioni improbabili del “fantasma” e a certe spiegazioni forzate (ma un po’ di fantasia va bene, via…).
Mettiamoci un titolo “La donna ombra” e un sottotitolo “Dal braccio della non-morte”. Per ultimo infiliamoci il nome dell’autrice Craig Rice e il gioco è fatto.

L’incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta La donna dagli occhi d’oro di Enrico Vanzina, Newton Compton 2016.
Torna in libreria Enrico Vanzina con una nuova avventura del suo stravagante detective Max Mariani, un tempo brillante avvocato della Roma-bene, che girava con una Porsche fiammante e aveva una bella casa nei quartieri alti. Adesso è uno scalcinato detective privato in caccia di clienti, che sbarca il lunario vivendo di poco, anche se ogni tanto chiede aiuto finanziario alla facoltosa vecchia zia per pagare qualche fattura, beve litri di vodka e ha un debole per le ragazze a pagamento.
Eppure ha un gran fiuto, ed è ancora considerato il migliore sulla piazza per risolvere un caso difficile.
Piena estate e bollente, Mariani riceve nel suo ufficio la visita di Helmut Moreno, un ragazzo triestino che si atteggia a grande boss. Sua madre Ursula Koch – gli rivela Helmut – avrebbe assoldato un sicario per ucciderlo. In cambio di diecimila dollari, Max deve trovarlo e consegnarglielo. La notte stessa, dopo aver accettato l’incarico, Mariani riceve la visita di un uomo armato, che gli ruba i soldi avuti e lo minaccia di morte. E invece sarà lui a morire: perché appena esce dall’appartamento viene steso sul pianerottolo con una pistolettata e il denaro che ha portato via al detective sparisce.
Mariani viene accusato ma il peggio – che gli scatena contro la polizia – capiterà quando anche Helmut Moreno viene ucciso nel suo hotel di lusso di Via Veneto…
Dai e dai il nostro detective si trova coinvolto in un gioco a incastro dalle tante sfaccettature, che rischia di frantumare il suo io, la sua reputazione e la sua vita. Per fortuna Giuliani lo tiene d’occhio…
Una Roma poco da cartolina, anzi secondo Mariani per la penna di Vanzina, un “disastro disorganizzato” che mostra disordine, sporcizia e degrado salvo pochi tratti di immacolata grandezza. Si mangia bene da Lello: fettuccine al tartufo, abbacchio a scottadito, si beve Sagrantino, Morellino…
Alla fine si sorride, contenti, per aver letto un romanzo ben scritto con un malinconico tocco hardboiled, alla Mickey Spillane in salsa romana, ma in cui nulla è come appare, neppure il cinismo dei protagonisti. E anche stavolta Vanzina ha costruito una storia convincente a tinte forti ma che si colora furbescamente di commedia. Nonostante gli ‘anta del protagonista, (sì, sì! Sappiamo tutti che oggi la chimica rende i maschi stagionati ancora leoni) un thriller che cammina a cento all’ora denso di azione, sesso, scazzottate e morti facili.
Nella nota d’autore dell’ultima pagina Vanzina fa sparire Mariani, forse diretto a isole lontane sulle note di Paolo Conte? Ma poi sarà vero, vero?

Britannia, 52 d.C., 1° secolo d.C. La brutta stagione avanza e le tribù occidentali guidate dai druidi sono in fermento pronte a schierarsi… Per la gloria dell’impero (titolo originale Britannia) è l’ultimo dei romanzi di Simon Scarrow, Newton Compton 2016, con protagonisti i principali personaggi della sua serie britannica: il Prefetto Catone e il Centurione Macrone ora di stanza in un forte della parte settentrionale, in piena zona di confine della nuova provincia romana appena conquistata dall’imperatore Claudio. Questo accurato romanzo storico militare di Simon Scarrow,  come sempre di  gran livello per l’efficace e dettagliata ricostruzione ambientale, è il quattordicesimo della serie da lui scritta sulla grande epopea dell’impero romano, di cui gran parte è collocata in Britannia (oggi Gran Bretagna) e liberamente ispirato a scontri e vicende realmente accaduti.
Testo scorrevole da leggere (che piacerà sicuramente ai teorici di battaglie) e non troppo lungo, senza complicati flash back e invece con accurate planimetrie del terreno che facilitano molto la comprensione al lettore.
Sempre la nostra infaticabile ci consiglia della casa editrice Fratelli Frilli Torino. Obiettivo finale di Rocco Ballacchino e Asti. Ceneri sepolte di Fabrizio Borgo.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2017

Vedendo quello che accade in giro, per esempio la coppia assassina anestesista-infermiera, mi vien che ridere pensando ai risvolti mortiferi della letteratura poliziesca nelle sue varie sfaccettature. Storie all’acqua calda, storie da barzelletta rispetto agli avvenimenti della realtà funesta. E allora, cari lettori, ridiamoci su. Magari appollaiati sulla nostra adorata tazza da water.

Partiamo da Bara per due di James Hadley Chase, Mondadori 2016.
James Hadley Chase non è uno scrittore da niente. Nel senso, anche, che è proprio venuto su da niente come venditore di enciclopedie per ragazzi a domicilio. “Occhi verdi, penetranti, sguardo beffardo, statura atletica”, ci dice Gian Franco Orsi in una intervista, un po’ come qualche suo personaggio.
“Per Chester Cain è tempo di cambiare aria. Giocatore d’azzardo che non disdegna all’occorrenza di usare la pistola, è venuto a Paradise Palms per godersi finalmente il frutto di tante fatiche.” Posto stupendo, tutti gentili con lui. Anche troppo. Come quelli del Palm Beach Hotel, come Speranza, il proprietario del Casinò Club che gli appioppa la bella signorina Clair Wonderley a fargli compagnia. Piacevole serata sulla spiaggia (ci scappa pure un bacio). Finita male, però, causa cognac offerto da un certo Killeano che lo stende. Al risveglio un morto ammazzato, più precisamente John Herrick, avversario politico del citato Killeano, e il tenente della squadra omicidi Flaggerty (vivo). Accusa di omicidio. Una trappola che non ferma certo il nostro Chester (ci vuole ben altro). Fuga con qualche colpo ben assestato ma la ragazza è messa in prigione. Ora bisogna liberarla e non è detto che, dopo l’eventuale liberazione (a tal proposito occorre una bara per due), il problema sia risolto. Qualcuno la dovrà pur pagare e già aveva sentenziato “Scoprirò chi voleva togliere di mezzo Herrick e continuerò il suo lavoro. Rimarrò qui finché non avrò scoperto la faccenda. E cercate di fermarmi, se ci riuscite.” Faccenda che nasconde traffico di valuta falsa e di gente clandestina.
Dunque Chester Cain che racconta, spavaldo, in prima persona. Solo contro tutti (con un paio di aiutanti, via), ritmo, velocità, dialoghi sparati a raffica, violenza, cazzottoni, pallottole che fischiano e abbaiano, scontro finale a chiudere un’impresa impossibile (per noi). Magari con un ritorno da Clair che l’amore è l’amore.

L’ombra del padre di Maureen Jennings, Mondadori 2016.
“Le vie del delitto sono infinite, lo sa bene il detective William Murdoch della polizia di Toronto. Ma davvero imprevedibile è il modo in cui un ordinario episodio criminale finirà per intrecciarsi con la sua vita privata. Tutto ha inizio quando il proprietario di un cane da combattimento accusa un rivale, un certo Delaney, di giocare sporco, per vedersi qualche ora dopo accusato del suo assassinio.”
Il rivale si chiama Harry Murdoch ed è il padre del nostro William. Ecco che riemerge la storia della sua vita, la violenza di Harry verso la famiglia, la sottomissione della madre, il fratello Bertie con difficoltà di apprendimento, la sorella Susanna che si fa suora con il nome di Philomena. Il nucleo centrale della storia è questo, vissuto nell’animo dei protagonisti, momento dopo momento durante i loro incontri al carcere. Sentimenti che si intersecano, accavallano e oscillano insieme ai ricordi: il cuore che batte all’impazzata, la bocca asciutta, dubbio, incertezza, rancore, gli scontri, l’odio che riemerge insieme a piccoli gesti di riavvicinamento (la mano sulla spalla del figlio).
Il padre sembra sincero nell’affermare la sua innocenza, e allora William da vita ad una indagine del tutto personale sotto falso nome, per tirar fuori una verità che si cela dietro false apparenze. Spunti a braccio: sul luogo del delitto a ricercare qualche traccia, in giro a chiedere ed informarsi sull’accaduto, il suo innamoramento con Enid, un po’ di sesso, la buona tavola (trota salmonata, cosciotto di montone, lingua di bufalo, filetto di cervo…), piccoli scorci sulla società del tempo, la ragazza ritardata tenuta fuori al laccio come un cane, una persona sparita, banconote false, bontà d’animo del nostro (episodio della gallina), sensualità, passione, il sogno, la forza di andare fino in fondo (occhio anche ai cani). Indagine dura tra personaggi sicuri della colpevolezza di Harry che sembrano nascondere segreti e qualche zona d’ombra.
Una bella storia, costruita sapientemente, soprattutto di introspezione psicologica con sprazzi di pura commozione.

Pane per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2016.
È una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. Da quando uscì fuori con Il senso del dolore del 2007. D’accordo sono solo dieci anni che lo aspetto…
Ma andiamo al sodo. Napoli, giugno 2016. Un morto ammazzato per i Bastardi di Pizzofalcone, la famosa banda di reietti che si sta riprendendo le sue brave rivincite, proprio vicino al commissariato. Più precisamente il “Principe dell’Alba” Granato Pasquale, proprietario di un forno. Si parte in tromba ma c’è l’Antimafia, nella persona del sostituto procuratore Diego Buffardi, a mettere i bastoni fra le ruote. Quello è un omicidio mafioso, dice, che spetta a loro. Il morto aveva fatto una testimonianza, anche se ritrattata, che aveva dato fastidio ad un boss locale. Ma l’ispettore Lojacono (il Cinese), presente sul luogo dell’omicidio, ha subito capito che la mafia non c’entra un fico secco e ti snocciola, davanti a tutta la combriccola dei Bastardi, nove deduzioni da Sherlock Holmes. Conflitto di poteri, i nostri rientrano in gioco, Buffardi da una parte e loro dall’altra, entrambi per scoprire la verità. Iniziano le indagini e gli interrogatori dei parenti e di chi, in qualche modo, conosceva il defunto. Chi avrà ragione? Alla fine il mistero sarà svelato. È domenica e tutte le cose torneranno al loro posto. Quasi tutte…
Poi ci sono le storie. Le storie personali dei Bastardi che si intrecciano con gli eventi narrati. Continui turbamenti e conflitti nei loro animi. La storia d’amore dell’ispettore Lojacono, divorziato dalla ex moglie Sonia, con il magistrato sardo Laura Piras che non va tanto bene. Praticamente ad un bivio. Continuare o smettere? La storia dell’assistente capo Francesco Romano (Hulk), la sua solitudine, la separazione dalla moglie Giorgia, la sospensione per avere quasi ucciso uno spacciatore, il riscatto con il lavoro proprio lì in quel ghetto, il ritrovamento di una bambina accanto a un cassonetto che segue come se fosse suo padre. La storia di Alessandra Di Nardo (Alex), la figlia del generale, lesbica. Ha avuto una relazione nascosta con Martone Rosaria, capo della polizia Scientifica da cui è uscita tradita e con il cuore a pezzi (si ricomporrà?). Quella di Giorgio Pisanelli (il Presidente, persa la moglie e molto malato) che si intestardisce sui finti suicidi. Eccone un altro bello caldo; un professore impiccato. E sul luogo del delitto una penna. La sua. E poi c’è Marco Aragona (Serpico), un po’ ganzo, un po’ simpatica macchietta che strappa il sorriso e segue, insieme ad Alex, il caso di uno stalking. C’è il commissario Luigi Palma (Gigi) innamorato di Ottavia Calabrese (Mammina), la vice sovrintendente addetta al computer, sposata con figlio problematico. Non manca alla Trattoria “Da Letizia”, proprio Letizia, belloccia il giusto, innamorata di Lojacono (lo dice anche la figlia Marinella) non ricambiata.
Insieme alle sofferte storie personali gli spunti su una società problematica e ingiusta: il vecchietto povero al mercato che ruba un pezzo di formaggio; due ragazzi che rubano in farmacia per il loro figlio; uno sguardo su chi è costretto a vivere in macchina. Squarci di vita, di povertà e miseria con il controcanto ironico che c’è pane per tutti. Momenti di pathos (il bimbo che chiede dello zio morto), momenti in cui qualcosa si rimescola nel nostro petto. Una frecciatina ai film, telefilm e gialli dove tutto torna alla perfezione.
Dunque è una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. D’accordo, sono solo dieci anni che sono lì, con il fucile puntato pronto a sparare su qualche suo difetto, su una caduta di stile, su qualche errore grossolano, sul sentimento che diventa una melassa di penoso sentimentalismo, su qualcosa di troppo, di strabordante. Mai colto in fallo.
Ma qui l’ho beccato. Piangono tutti! Piange il ragazzo Christian, piange Alessandra di Nardo, piange la madre di Alessandra Di Nardo, piange Giorgia, piange la professoressa Loredana Toppoli, piange, anzi singhiozza, Mimma Marino, piange Francesco Romano, finché aripiange Giorgia che fu l’ultima (Manzoni). Un torrente, una marea, un oceano di lacrime.
Ti ho beccato in flagranza di recidiva piangente, Maurizio!
P.S.
D’accordo. Libro molto bello e commovente.

Asso di quadri asso di cuori di Edgar Wallace, Polillo 2016.
Nelle letture di dicembre lo avevo accennato. Che forse questo libro lo avrei letto. Detto fatto. Vediamo subito il curioso Mr. Reeder dagli spunti tratti lungo il racconto. Un “tizio dall’aria molto strana. Se uno come lui può fare il detective, allora c’è posto per tutti!” esclama un personaggio. La sua prima apparizione con un lungo pastrano, un cappello di feltro schiacciato che non toglie quasi mai (“Qualche volta a Natale” risponde in modo scherzoso) e guanti grossi e sformati. Al collo una notevole sciarpa gialla, scarpe pure grosse con la punta squadrata, al braccio un ombrello accuratamente chiuso nel suo fodero. Uomo metodico con un segreto senso dell’umorismo. Lui stesso ad un personaggio “Mio caro Gaylor, deve capire che io ho una mente criminale, in un certo qual modo. Vedo sempre il lato peggiore delle persone e delle azioni umane. È davvero tragico.” Lo stesso ispettore Gaylor, che segue il caso, ha sempre l’impressione che “sia lui stesso il colpevole del delitto, per tutto quello che sapeva.” Consapevole di avere una mente piuttosto maligna, distorta ed estremamente curiosa. Ammirato da tutti. Astemio, al massimo un’orzata.
Tale personaggio, ottimamente caratterizzato nella sua eccentricità, deve indagare su un omicidio, più precisamente di Walter Wentford, trovato di notte nelle vicinanze di Beaconsfield (si saprà che è stato bastonato e trascinato lì) da un poliziotto a cavallo e dall’avvocato Enward. Dal buio sbuca pure il nostro Reeder che stava appunto andando a fargli visita. Nel frattempo l’avvocato si accorge di avere del sangue sulla mano, anche se non ha toccato il morto, così come sulla manica del suo assistente. Inoltre, attaccate alla porta del cottage di Wentford nelle vicinanze, sono appese due carte, un asso di quadri che svolazza subito in terra e un asso di cuori. Dentro Reeder trova una donna straordinariamente bella, Margot Lynn, segretaria del morto. Cosa ci faceva lì? In seguito si scoprirà anche l’uccisione del poliziotto a cavallo… E tanto basta.
Una storia, siamo nel 1929, di tavoli da gioco, di bari, truffatori, di perdite cospicue, di soldi veri e falsi, di travestimenti, di belle donne ingenue e cattive, di uomini innamorati, di ironia e sorriso anche su narrazioni come questa. Alla fine, dalla relazione in corsivo dello stesso Reeder “Asso di quadri – Asso di cuori”, veniamo a conoscere tutta quanta la complessità della vicenda nei minimi particolari. Non sono un fan sfegatato di Wallace. Talvolta l’ho trovato geniale, più spesso frettoloso e tirato via. In questo caso la lettura è stata gradevole.

Il marchio dell’inquisitore di Marcello Simoni, Einaudi Stile Libero Big 2016.
Roma, dicembre 1624.
Il primo morto non naturale è fra’ Pietro Rebiba, domenicano e consultore dell’Indice, schiacciato dentro un torchio tipografico, in rione Pigna presso la bottega dello stampatore Zanetti. A cercare di risolvere il mistero l’inquisitore, anch’egli domenicano, Girolamo Svampa, nominato commissarius dalla più alta sede capitolina con poteri assoluti. Suo metodo investigativo quello del “furetto”, ovvero non giudicare in base al sospetto ma, come questa bestiola, “addentrarsi nel rifugio della preda, al fine di portare alla luce nomi, indizi e moventi.” Reca sul collo il marchio di un roveto ardente, simbolo e ricordo di un drammatico passato che lo fa soffrire, costringendolo anche all’uso del laudano.
Fra’ Rebiba era membro della Congregazione dell’Indice, sotto il diretto controllo di padre Francesco Capiferro (gran fumatore di pipa), incaricato di valutare il contenuto dei libri sottoposti al suo esame, “al fine di prevenire la divulgazione di testi eretici, blasfemi o immorali.” Ora nella bocca del morto, e sparsi a terra, alcuni fogli di un libello libertino, zeppo di citazioni anticlericali e con incisione di una danza macabra, ovvero della Morte che “irrompeva in una bottega di stampatori per insidiare librai e tipografi.” E qualcuno, in seguito, dichiarerà di avere visto nelle vicinanze un uomo tutto vestito di nero con una maschera dal naso smisurato che ha detto di essere Capitan Spaventa.
Da qui inizia il lungo viaggio dell’Inquisitore alla ricerca della verità con l’aiuto del suddetto Capiferro e del fedele bravo Cagnolo Alfieri che ha una figlia monaca di clausura (possibile oggetto di ricatto). Altro morto ammazzato un membro della Santa Inquisizione, il precedente sotto il torchio, questi sul banco delle matrici. L’indagine si complica anche perché il nostro deve scontrarsi con gli altri poteri dell’Urbe, in primis con il governatore di Roma. La sfida è capire cosa ci sia dietro a questi delitti che non sembrano eseguiti solo per scopi individuali. Forse c’entra di mezzo la politica, magari gli spagnoli del Sud o le potenze del nord. O, forse, la religione…
Marcello Simoni ne sa una più del diavolo per tenere desta l’attenzione del lettore. Capitoletti brevi e fitti con ripetuti colpi di scena e cambiamenti di prospettiva; il segreto che logora l’Inquisitore portato avanti fino al suo completo disvelamento; una splendida ricostruzione storica della città attraversata da mille poteri, sette segrete, i Rosacroce, il “Mercurio”, libri e libelli sovversivi e libertini, le teorie di Lucrezio e Campanella, streghe, satanismi, Iside, l’alchimia e chi più ne ha più ne metta. Un mondo maestoso nell’opulenza e nella miseria, popolato di tagliaborse, accattoni e ogni genere di canaglia, intrigante e fascinoso. Aggiungo il passato che ritorna funesto (ormai di moda in tutti i libri), la neve candida a dare un breve senso di pace, niente amori o amorini, niente sesso spiaccicato di brutto sulla pagina (pura novità). Alla fine l’Inquisitore forte, risoluto e nello stesso tempo gonfio di ricordi dolorosi, snocciola tutto quanto l’ambaradan, intricato, intricatissimo, nel più classico dei classici, con la stessa precisione e nonchalance di un redivivo Poirot.

Spiluzzicature
Qualche spunto sui libri spiluzzicati nella solita libreria di Siena. Per chi vuole conoscere un nuovo ispettore “particolare” si butti su Congelato di Anthony Weymouth, Polillo 2016. Potrà così incontrare l’ispettore Treadgold, piuttosto basso, vestito di blu, naso a punta su cui posano occhiali dalle lenti spesse cerchiato d’oro, baffetti da furetto, sempre pronto a commentare e dire la sua in una maniera che pare incomprensibile, lasciando gli interlocutori a bocca aperta. Qui se la deve vedere con un vecchietto rimasto congelato nel parco della sua tenuta.
Chi vuole, invece, conoscere la nuova creazione di Sandrone Dazieri, dopo il famoso ciclo del Gorilla, ergo la vicequestore Colomba Caselli, apra L’angelo, Mondadori 2016. Questa volta alle prese con un treno, il Frecciarossa, carico di passeggeri privi di vita. Una intrigante storia di spionaggio internazionale.
Ritorna in libreria Il commissario Soneri di Valerio Varesi, Frassinelli 2016, con tre racconti dove trovano la morte due vecchi fratelli a loro tempo fascisti, un’affittacamere e diversi morti ammazzati in quel di Montelupo, suo luogo di vacanza.
Da non perdere Coscienza sporca di Loriano Macchiavelli, Mondadori 2016, con il noto Sarti Antonio ad indagare in una Bologna ricca di sghei e di vizi, di gente senza scrupoli, uomini e donne tesi al proprio tornaconto.
Ma, soprattutto, non lasciatevi scappare Nebbia sul ponte di Tolbiac di Léo Malet, Fazi 2016, per ritrovare il mitico Nestor Burma sulle tracce di un delitto che si svolge nel XIII arrondissement dove ha trascorso i primi anni di una misera adolescenza ricca, però, di sogni e di ideali. Ricordi e ricordi che si affacciano alla mente durante un’indagine sofferta nella Parigi del dopoguerra attraversata da timori e paure.

Un giretto fra i miei libri
Per chi ancora non lo sapesse (penso in molti) sono stato un discreto giocatore di scacchi. Per essere più precisi un Maestro per corrispondenza chiamato addirittura a difendere i colori della Nazionale A. Non avendo ricevuto in dono dalla dea bendata nemmeno una scintilla di genio, mi sono dovuto fare un mazzo così (sangue, sudore e lacrime), per arrivare a certi traguardi. Potete dunque immaginarvi il mio disappunto (leggi incazzatura) quando, scartabellando tra i miei gialletti, ho trovato il professor Augustus S.F.X. Van Dusen (non chiedetemi la spiegazione delle lettere puntate) meglio conosciuto come la “Macchina Pensante” di Jacques Futrelle che con la sola forza della logica riuscì a battere a scacchi un campione che aveva dedicato tutta la sua vita a studiarli (cfr. Il problema della cella n.13, Polillo 2002). Una rabbia!
Oggi me lo ritrovo ancora una volta davanti in La casa fantasma del già citato Futrelle, scritto insieme alla moglie May e pubblicato, sempre dalla Polillo, nel 2008. Trattasi di un lungo racconto composto dalla lettura di un manoscritto (May) e dalla risoluzione del problema da parte della Macchina Pensante (Jacques). Praticamente il ricordo di una brutta avventura. Non dico altro. Il racconto è bene organizzato e ricco di mistero e tensione con tutti (o quasi) i tasselli che piano piano vengono messi al loro posto.

La casa stregata di Carter Dickson, Mondadori 2011.
Il Vecchio, ovvero sir Henry Merrivale, è citato subito all’inizio dal suo collaboratore Ken Blake che racconta la storia, ma entra in azione solo oltre metà della vicenda. Il famoso medico, criminologo e avvocato è uno “strano personaggio, straordinariamente pigro, straordinariamente garrulo e sciamannato, sprofondato nella sua poltrona con gli occhietti assonnati, le mani intrecciate sul pancione e i piedi sulla scrivania”. Ufficio al ministero della guerra, un po’ in alto per la verità, con ben cinquemila gradini (sì, avete letto bene) per arrivarci. Alla porta targhetta con nome e cognome, più qualche foglio scritto a mano con diverse minacce a chi osa entrare. Grande mole, pur non essendo alto, adagiata su una poltrona di cuoio, calzini bianchi ai piedi, testone quasi calvo, lenti di tartaruga, cappello a tubo di stufa vecchio e spelacchiato, cappotto lungo dal collo di astrakan mangiato dalle tarme. Fuma la pipa e più che parlare ringhia e grugnisce. Dal momento della sua apparizione tutti gli occhi fissi su di lui…
Al sodo. Plage Court è infestata da un fantasma, Louis Plage, assistente di un boia del XVII° secolo, morto durante una epidemia di peste, dopo avere maledetto il proprietario della casa. Per esorcizzarlo viene chiamato una specie di mago, Roger Darworth, che si rinchiude in una piccola costruzione nel cortile della casa, chiusa con un catenaccio alla porta e del tutto inaccessibile. Chiaro che viene trovato morto pugnalato con il pugnale di Luois scomparso dal London Museum, e dunque classico mistero della camera chiusa.
Non mancano, da parte di Carr, critiche a certi libracci proprio sulla camera chiusa e lui te ne tira fuori una mica da ridere. Ma solo Carr riesce a rendere quasi credibile una storia impossibile.

La circonferenza delle arance di Gabriella Genisi, Sonzogno 2010.
Vigilia di Natale a Bari (dicembre caldo). Personaggio principale il commissario di polizia Lolita Lobosco detta Lolì. Alcuni spunti: 36 anni, capelli lunghi corvini, quinta di reggiseno, arance sempre a portata di mano, si sposta su una Bianchina cabriolet celeste pallido del ‘62, adora la musica napoletana, madre siciliana e padre carabiniere napoletano morto ammazzato davanti a casa, ottima cuoca, detesta le smancerie, adora i bagni rilassanti nella vasca e i massaggi del centro benessere.
Sottoposti Forte Antonio innamorato innocuo ed Esposito Tonino. Fatto principale: il dentista Stefano Benedetto Morelli, ex fiamma liceale, viene accusato di stupro su Capua Angela. Inizia l’indagine con tutte le implicazioni psicologiche da parte di Lolita, un tempo fidanzata respinta. Attorno a questo episodio ruotano altre vicende relative alla vita di ogni giorno. C’è l’amica del cuore che tradisce il marito, c’è l’amica di gioventù che diventa nemica e fa carriera con l’aiuto del questore, c’è la sorella acida e il cognato donnaiolo che la spinge a darsi da fare sessualmente, c’è il giovane giornalista che esaudisce il desiderio.
Una storia di dubbi, di tradimenti (praticamente un giallo di corna), squarci di vita della città, fino all’arrivo del morto ammazzato e alla scoperta dell’assassino. Un bel risultato psicologico supportato da un linguaggio fresco inframmezzato da espressioni dialettali e intriso di forte senso umoristico (ad un certo punto si meraviglia che “i sentimenti possano restare intatti come merluzzi surgelati”). Il tutto in prima persona al presente raccontato dalla protagonista principale.
Trama giallistica leggerina ma qui conta poco che al centro del palco sta Lolita Lo bosco, detta Lolì, con la sua quinta di reggiseno e le sue arance (alla fine del libro alcune ricette) tonde e appetitose come il suo corpo.

La nostra incomparabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta
Il mestiere più antico del mondo, antologia a cura di Marilù Oliva. Racconti di Dacia Maraini, Marilù Oliva, Romano De Marco, Camilla Ghedini, Alessandro Berselli, Sara Bilotti, Ilaria Palomba e Maurizio de Giovanni.
In libreria dal 24 novembre Il mestiere più antico del mondo, Elliot 2016, è un’antologia curata da Marilù Oliva con racconti suoi e di altri sette scrittori tra i quali fanno da faro Dacia Maraini e Maurizio de Giovanni.
Scrive Marilù Oliva nell’introduzione: «Il mestiere più antico del mondo? Partiamo subito sfatando un mito: la prostituzione non è il mestiere più antico del mondo. Ho proposto questo titolo per demolire un cliché che assomiglia molto a una cantilena e che connota spesso, anche come sinonimo, l’indiscutibile longevità di questa professione.
Infatti, come ci insegnano gli studi sulla preistoria, evincendo il loro assunto dai reperti del paleolitico e dai dipinti rupestri – e come rimarca meravigliosamente, sul piano narrativo, Roberto Calasso ne Il cacciatore celeste (Adelphi) – il mestiere più antico del mondo è il cacciatore. Ciò non toglie che la prostituzione abbia origini antichissime…».
Allora non è vero, ma il titolo mi pare lo stesso ben studiato. Il progetto editoriale è stato concepito per sostenere Telefono Rosa, da ventotto anni in prima linea contro la violenza alle donne, e provocare discussioni e ragionamenti in merito alla professione “più famosa” dell’altra metà del cielo, senza effetti dissacranti o romanticherie quali la storia della celeberrima Pretty Woman. E raccontare, cercando di spiegare, attraverso voci e interpretazioni diverse che vanno fino ad agghiaccianti situazioni noir, il perché e il percome, reale o magari inconscio, si debba o si voglia scegliere di fare quello che viene definito il mestiere più antico del mondo enumerando e descrivendo anche le più disgraziate o false attuali modalità “professionali”.
Modalità che vanno dalla schiavitù sessuale al lavoro come sopravvivenza, dal vendersi per i futili motivi delle studentesse squillo, ma che offrono un fiorente mercato ai trans, agli psuedo massaggi cinesi, alle escort imprenditrici, eccetera, eccetera.
Dacia Maraini apre la narrazione con la tragedia di una vittima designata, una ragazza troppo brava venduta dalla famiglia per far fronte a un debito. Marilù Oliva racconta del tragico e tardivo pentimento dell’amore di un trans, Susy bocca golosa e l’orrida epopea di due ladri e serial killer strangolatori che lavorano in coppia. Romano De Marco descrive la presuntuosa “performance” erotica di un bancario e un massaggio cinese con aggiunta di ectasy. Camilla Ghedini scrive prima dell’inutile impegno di una buona samaritana, poi dell’educazione sentimentale alla Sade della sedicenne e incosciente puttanella. Alessandro Berselli racconta del crudele gioco di una vogliosa madre di famiglia e della sofferta soluzione del problema di Klarissa danzatrice del ventre. Sara Bilotti ci presenta il fantasma buono di una battona e l’orrida schiavitù di piccole prostitute domestiche. Ilaria Palomba propone un’orgia a pagamento in barca, al largo di Bari e la memoria di un incubo dal pungente odore d’anice.
E Maurizio de Giovanni finisce in bellezza con la spaventosa rivalsa omicida del bel gigolò.
Preceduta da una colta prefazione di Camilla Ghedini, l’antologia si conclude con un’intervista fatta in una stazione di polizia a una prostituta nigeriana da dieci anni per strada.
Tutti i proventi delle vendite saranno devoluti a Telefono Rosa.

Arricchito dalla prefazione di Nino Marazzita, avvocato, grande penalista che porge con arte e modi azzeccati la scena al narratore, Mario Caprara ci offre questo enciclopedico saggio: Delitti e luoghi di Roma criminale, Newton Compton 2016.
Alla scoperta di Roma attraverso i suoi crimini? Sì certo, e non solo un dettagliato saggio enciclopedico per raccontare il delitto ma anche una possente e minuziosa ricostruzione storica e ambientale di Roma, dell’Urbe Capitolina, dalla sua fondazione a oggi. In questo libro non troverete solo l’accurata toponomastica di tutti i delitti commessi nell’Urbe per millenni ma anche preziosi frammenti di storia inseriti in un scenario che ha racchiuso e tuttora racchiude il male.
A cavallo tra passato e presente, è appena arrivato in libreria in anteprima assoluta Il segno della croce, il nuovo thriller di Glenn Cooper, Editrice Nord 2016, reso famosissimo in Italia dal suo bestseller La biblioteca dei morti.
Il segno della croce sarà il primo di una nuova serie di gialli con forti legami storici e con un nuovo e straordinario protagonista, Cal Donovan, brillante professore di religione e archeologia a Harvard.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2016

christmas-tree-toilet-paperA ruota libera e senza farla tanto lunga.
Questa volta via veloce tra libri letti e spiluzzicati. Per spiluzzicati intendo quelli di cui ho visionato almeno una trentina di pagine in qua e là nella solita libreria di Siena. Sarà mia cura indicarli.

Inizio con Occhi nel buio di Margaret Millar, Mondadori 2016.
Una famiglia tormentata quella degli Heath. La morte per malattia della madre Isabel e un incidente d’auto che toglie la vita a Geraldine, la ragazza del figlio John, e rende cieca la figlia minore Kelsey al centro della vicenda tormentata e tormentante. Chiaro che ci lascia le penne. È il momento dell’ispettore Sands, uomo di statura normale, di mezza età, che sembra più alto per la sua magrezza, eternamente solo (non è sposato) e stanco. Un delitto del presente e un incidente automobilistico del passato che si intrecciano e danno vita a dubbi, ipotesi e congetture dentro una cornice da brivido. Splendida ricostruzione finale dell’ispettore con l’immancabile colpo a sorpresa.

L’uomo autentico di Don Robertson, Nutrimenti 2016.
luomo-autentico“Don Robertson è stato ed è uno dei tre scrittori che mi hanno influenzato quando ero un ragazzo che stava cercando di diventare un romanziere (gli altri due sono Richard Matheson e John D. MacDonald)” scrive Stephen King nella sua Introduzione. Un bel viatico e, dunque, un forte stimolo alla lettura. Qualche parola in più qui è d’obbligo.
Vediamo. Houston in Texas. “Herman Marshall guardava di traverso la pioggia.” È il personaggio principale. Ha settantaquattro anni. La moglie, Edna, giace sul letto d’ottone. Sta per morire. Il figlio Billy è già morto. A diciassette anni di meningite spinale. Arrivano i ricordi, a ondate, con un continuo ritorno al punto di partenza. Lì, in quella stanza. Fratello minore maltrattato dagli altri tre, prima base in una squadra di quasi professionisti, ottimo giocatore di scacchi, autista di camion, uccisore di nazi in guerra. Una vita in giro a bere e scoparsi ragazze, cameriere, puttane, mogli di pastori. E ora è davanti alla sua Edna ad ascoltare la “rivelazione”. Billy non è suo figlio ma di un suo amico, Romero, il messicano.
E ancora il tempo passato che si affaccia, spinge e non da tregua, frasi in corsivo, dirette, che sfrecciano nella memoria: la sofferenza del figlio, gli amici, i vecchi che si intrattengono al Top of the World con la birra che scende a fiumi, le loro stupide barzellette, le pisciate continue al bagno, qualche figura particolare tra gli ubriaconi che si lascia dietro una scia di morti, comprese le tre mogli, i quattro figli e i sei nipoti. E poi Edna, il suo incontro, l’innamoramento, la passione, la terribile verità, la voglia della moglie di farla finita. Che sia lui toglierla di mezzo…
E via, di nuovo Herman a correre indietro negli anni con il suo eroe Tom Mix di cui ha visto tutti i suoi film, Tom Mix che uccide tutti quegli sporchi farabutti e fuorilegge e avrebbe fatto qualunque cosa per essere come lui; i pensieri e le domande su Dio, sull’inferno e il paradiso, gli applausi di quando giocava a scacchi, il momento in cui Edna si concesse a lui per la prima volta, il matrimonio, la guerra, l’uccisione dei soldati nemici, l’amicizia con il messicano Romero…
C’è tutta la vita, la stramaledetta vita in questo libro, già pubblicato nel 1987. Così com’è. Nuda e cruda. Un paese per vecchi con la loro schifosa puzza di piscio e qualche sbandata di sentimento. Con le avventure, gli errori, le umiliazioni, il senso di colpa e l’istinto brutale che ci accompagna anche nei momenti più teneri e delicati. A chiusura il classico colpo finale, insospettato, tragico e terribile che inchioda il lettore. C’è tutta la stramaledetta vita in questo libro.

poirot-e-i-quattroIl rapporto giallo-scacchi mi ha sempre incuriosito. In effetti parecchi pezzi grossi dell’indagine poliziesca (notare la parola “pezzi” che viene a fagiolo) conoscono bene il “nobil giuoco”. Partendo dalla regina del giallo Agatha Christie che in Poirot e i quattro fa usare all’omicida l’Alfiere di Re del Bianco per uccidere l’avversario. In una maniera del tutto inaspettata (leggete il libro). Alla testa d’uovo si può aggiungere Sherlock Holmes, Philo Vance, Philip Marlowe, Lord Peter Wimsey e tanti altri. Così come tanti altri autori di successo o meno. Magari ne riparlerò più ampiamente in una mia lunghina. Chi vuole leggere le mie cose di scacchi qui e qui.

Per rimanere nell’ambito del “nobil giuoco”, colpito da fischerite acuta, ho preso (quante volte l’avrò fatto!) dalla mia libreria i tre volumi di Bobby Fischer, Ediciones Eseuve 1992, con le partite del grande campione americano commentate da altrettanti campioni, e me le sono gustate, anche se in minima parte, sulla scacchiera sembrandomi di averlo lì, accanto a me. Bello, forte, solo contro tutti. Siccome, poi, vicino ai suddetti libri ne ho trovati tre piccoli dalla splendida copertina rossa, li ho ripassati con calma senile. I primi due appartengono al reparto storia (una delle mie passioni): Il massacro di San Bartolomeo di Tommaso Sassetti, Salerno editrice 1995 e Vita di Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere di Giovangirolamo de’ Rossi, Salerno editrice 1996. Il terzo, una vera chicca, è Lucifero disoccupato di Aleksander Wat, sempre della stessa casa editrice del 1994. Cinque racconti ironici e grotteschi che aprono la bocca al sorriso. Nel primo (dà il titolo alla raccolta) Satana sta girando per le strade di una città quando si accorge, sconsolato, che gli uomini non hanno ormai più bisogno dei suoi consigli per le loro malefatte e si ritrova ad annegare la sua disperazione in un bicchiere di latte. Ha perso il suo lavoro e non gli rimane che tentare la fortuna nel… Un libro e un autore (tra l’altro morto suicida) che vi invito a leggere e conoscere.

Il diavolo, sotto le sembianze di Woland, lo si ritrova nel libro accanto al già citato (vedete un po’ le coincidenze) Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, La biblioteca di Repubblica 2002, quando arriva nella Mosca degli anni Venti per portare sia il Male che il Bene dato che ormai la società sovietica è priva di valori e disvalori. Capolavoro assoluto di fantasia, ironia, di satira sociale e politica.
Più in là c’è pure Belfagor arcidiavolo in I classici del pensiero italiano Niccolò Machiavelli, a cura di Mario Bonfantini, Biblioteca Treccani 2006. E qui la creatura infernale viene mandata da Plutone a Firenze (prenderà il nome di Federigo di Castiglia) per vivere dieci anni ammogliato “e di poi fingendo di morire tornarsene e per esperienza fare fede ai suoi superiori quali sieno i carichi e le incommodità del matrimonio.” Come a dire, secondo il noto fiorentino, uomo avvisato…

la-voce-delle-ombreCon La voce delle ombre di Paolo Lanzotti, Mondadori 2016, siamo catapultati a Venezia nel 1849, durante la difesa estrema della repubblica sotto i colpi degli austriaci. All’ex sbirro della polizia asburgica Teodoro Valier, viste le sue eccellenti qualità di investigatore, viene dato l’incarico da Daniele Manin, capo storico della resistenza, di indagare sull’uccisione di Alvise Scarpa (già sepolto), combattente volontario in prima linea, molto vicino all’ala più estrema di Sirtori. Urge scoprire l’assassino perché non si insinui che lo abbia fatto uccidere proprio lo stesso Manin.
Bel romanzo in un contesto storico in parte vero, in parte inventato (lo scrive l’autore stesso), capace di far rivivere l’atmosfera cupa e disperata di quei tragici momenti insieme a episodi e personaggi riusciti. Discussioni su questa “Italia” che ha da venire, scene miserabili, il colera che si diffonde, piccoli cortei funebri, disgraziati con la mano tesa, bambini senza sorriso (riporto integralmente), folle inferocite, lotte tra fazioni, sotto i colpi di cannone e le scariche di fucileria degli austriaci.
Con il solitario Teodoro Valier (racconta in prima persona la vicenda) che si aggira “in quel delitto come un fantasma, ascoltando le voci delle ombre”. E ne esce, anche lui stesso, come un’ombra, come un fantasma. Ma qualcosa ancora deve fare… Sicuro che lo rivedremo.

scomparsaPer chi vuole avere un’idea della situazione sociale e morale degli Stati Uniti, almeno nella seconda parte sottoposta a indagine, si becchi Scomparsa di Joyce Carol Oates, Mondadori 2016, e si ritroverà sbattuto tra reduci di guerra, criminali di ogni risma, drogati, poveri che muoiono di malattie perché non hanno soldi per curarsi e tutto il marciume dell’umanità. Con un pizzico di luce (spiluzzicato ma è un bel malloppetto).

Spiluzzicato pure Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell, Marsilio 2016, un autore che ci ha lasciato l’anno scorso e che ci offre praticamente un testo sul senso della vita (proprio nel momento in cui stava combattendo per questa). Un personaggio su un’isola, il vento, il fuoco, la casa che brucia. Ormai quasi solo, rapporto sfilacciato con la figlia, un amore appena sbocciato. E la gente crede che sia stato proprio lui ad appiccare il fuoco.

giallosveziaE, a proposito di Svezia, letto tutto con bella soddisfazione GialloSvezia di Asa Larsson, Stieg Larsson, Henning Mankell e altri, Marsilio 2016, diciassette racconti di autori noti e meno noti, direi pure sconosciuti qui da noi, con una breve introduzione sugli stessi e una interessante postfazione di John Henri Holmberg sulla storia del giallo svedese. Che dire? Difficile farne una sintesi. Molti racconti sono ambientati la vigilia di Natale con la neve che scende o è già scesa, spesso rigata di rosso sangue. Un’atmosfera candida brutalizzata dall’uomo. Delitti con l’immancabile ispettore, uomo o donna che sia, travagliato/a dalla sua vita matrimoniale e uno sguardo acuto su certi aspetti della società. Spesso il rapporto interpersonale sta alla base delle vicende narrate, un qualcosa che si è rotto nel passato (il passato riemerge sempre terribile), che può portare a tragiche conseguenze, anche se queste vengono mascherate abilmente dallo scrittore sino alla fine. C’è la vendetta di chi si sente tradita da tutti, o il pazzo omicida che cammina nella notte, bussa alle porte e uccide, travagliato da ricordi mostruosi e incubi ricorrenti. Morti e morti ma anche racconti senza un filo di sangue, di puro intrattenimento e anche un po’ di fantascienza. E poi storia di bambini le cui mamme da sole non ce la fanno più, il milionario cafone e prepotente, un matrimonio sotto terra, la vendetta di un’isola… Abilità di costruzione, sapienza di scrittura, ora intensa, ora lieve, drammatica, leggera, ironica secondo l’occorrenza. Ottimo livello con qualche piccola caduta che diciassette racconti possono produrre nel lettore una certa ripetitività. Ricordo anche gli ultimi due libri di racconti letti e qui recensiti Menti pericolose di Jeffery Deaver, Rizzoli 2016, e Rebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.

un-pomeriggio-da-ammazzareUn pomeriggio da ammazzare di Shelley Smith, Polillo 2016. “In viaggio verso l’India a bordo di un piccolo aereo privato, Lancelot Jones è costretto da una avaria a un atterraggio d’emergenza nel deserto.” Qui farà la conoscenza di Alva Hine, che gli racconterà la sua storia, stimolata dalla domanda perché una signora inglese viva in un posto così strano e solitario. Storia di un rapporto edipico con il padre e sofferto con una bella matrigna, storia familiare di inganni e tradimenti che culmina con la morte della matrigna stessa. Mentre il nostro Lancelot ascolta paziente, attento e incuriosito, diventando una specie di detective su ciò che apprende in un pomeriggio da ammazzare. Nancy Hermione Courlander, alias Shelley Smith (1912-1998), si allontanò dalla formula del poliziesco tradizionale di allora, dando rilievo soprattutto agli aspetti psicologici della personalità criminale. In questo caso ha tirato fuori una vicenda davvero intrigante.

asso-di-quadriAncora della Polillo (in netta ripresa dopo un momento di impasse) Asso di quadri, asso di cuori di Edgar Wallace che ci presenta il noto investigatore privato J.G. Reeder, primo assistente del Procuratore Generale Inglese e tipico rappresentante degli investigatori alla Poirot, tutto cervello e niente muscoli sulla pista del Malvagio che uccide. Con gli inseparabili occhiali, ombrello e bombetta. Le due carte del titolo saranno molto utili per le indagini. Non sono uno fan sfegatato di Wallace (spesso mi ha deluso, evidentemente a mio disdoro vista la sua popolarità) ma questo, a occhio, sembra almeno buono. Mi sa che, prima o poi, lo leggo tutto.

La mogliera e la sorella consigliano Le mille bocche della nostra sete di Guido Conti, Mondadori 2010, storia di due ragazze dopo il 1946 che si innamorano fra loro. Un amore, però, “sporco” e proibito… Romanzo coinvolgente e delicato.

Dalla mia figliola Claudia letto e apprezzato il libro postumo di Anna Marchesini È arrivato l’arrotino, Rizzoli 2016, che va giù come una spremuta d’arancia. Racconta la nascita e l’infanzia della scrittrice e la storia di Maddalena nata in prigione, legate entrambe dalla figura dell’arrotino. Tra il sorriso e la commozione.

E dall’amico Stefano Piersimoni questi tre brevissimi spunti di lettura: Teutoburgo di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2016. La storia di Arminio, figlio del capo supremo della tribù germanica dei Cherusci, catturato dai romani e fatto crescere come uno di loro, ma che gli inflisse una severa sconfitta nella selva di Teutoburgo; Il giorno del giuramento di Steve Berry, Nord 2016. Nuova avventura per Cotton Malone, questa volta alle prese con vecchi esponenti del KGB decisi a vendicare in maniera estremamente spettacolare il crollo dell’Unione Sovietica; Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones, Longanesi 2016. Il seguito del famoso La cattedrale del mare, ambientato nella Barcellona a cavallo tra XIV e XV secolo. Al quarto romanzo, l’avvocato catalano risulta meno godibile rispetto ai suoi precedenti lavori.

Un giretto tra i miei libri
La ballata degli impiccati di Peter Lovesey, Mondadori 2009.
la-ballata-degli-impiccatiPeter Diamond, sovrintendente della polizia di Bath, storica città inglese, ha perso da tre anni la moglie Steph assassinata al Royal Victoria Park. Fisico aitante, forte carattere “Una cosa si poteva dire di Peter Diamond: nessuno riusciva a scoraggiarlo”, al bisogno passa alle mani anche contro la legge. Preso dai ricordi della moglie non vuole altre storie sentimentali fino a quando non arriva una lettera di una ammiratrice che poi si rivela essere Paloma Kean, ricca e divorziata…
Al dunque: scomparsa e poi trovata morta impiccata alle altalene gialle dei bambini più grandi Delia Williamson. Un signore, D. Monnington, ha cercato un approccio con lei che lavorava in un ristorante. Secondo l’anatomopatologo Bertram Sealy prima è stata strangolata e poi impiccata. E quasi sicuramente trasportata. Dopo un po’ arriva un’altra impiccagione di un uomo al viadotto di un ponte. E si tratta, guarda un po’ di… (lascio in sospeso). E due anni prima era successo un caso analogo. Urge indagare anche su questo.
Abbondanza di interrogatori, dialoghi, ritmo vivace, schema conosciuto con continui capovolgimenti di prospettive e abbordabile, abbordabilissima soluzione finale.

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.
la-bella-di-buenos-airesBiscuter a Carvalho “Lei, capo, manca di modernità”. Unico mezzo tecnico presente nell’ufficio il telefono. Immobilismo. Bisogna stare al passo coi tempi. Occorre almeno un fax per la ditta “Carvalho & Biscuter, detective associati” (intanto ci si tira su con “spaghetti alla genovese e blanquette d’agnello al curry”).
Subito la magia del fax con la richiesta di un consulto. Sparita una ragazza che avrebbe potuto essere l’Emanuelle argentina (chi non ricorda Sylvia Kristel?). Bisogna cercarla. Trovata morta come barbona assassinata da una serie di pugnalate, l’ultima al cuore. Nome Barbara Helga Singer, Palita “per i suoi colleghi di miserie”. Una ragazza che sognava di diventare una star, sfruttata e rimasta incinta. Indagine della polizia, di Carvalho e Biscuter. Nel mondo del teatro, fra i barboni che hanno la merda come corazza “sul corpo e sull’anima”.
Altri morti ammazzati, un po’ di sesso (Biscuter montato da una Pepita sbracata) anche per Carvalho dimentico di come sia fatta una donna, la buona cucina che ritorna ogni tanto (vedi l’agnello in salsa di capperi), la fissazione di bruciare i libri che non insegnano a vivere ma solo a mascherarci.
Ma chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca, il passato? O si tratta di uno spunto individuale? Una brutta vicenda che scopre una società ipocrita, fatta di compromessi, raggiri e violenza (di mezzo pure un corpo operativo speciale) delineata con un sorriso ironico leggero (soprattutto se si parla del “moderno” Biscuter, ex ladro di macchine costose) e spesso malinconico, con un buon finale da colpo di teatro.
Montalbán è Montalbán.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi, Sellerio 2007.
la-briscola-in-cinque“La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell’immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l’immaginaria Pineta… Ma caso vuole che, per amor di maldicenze e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del Bar Lume e il suo barista.”
Il primo libro di una serie fortunata dell’autore, semplice, schietto, con personaggi vivi e reali, facilmente riconoscibili in qualsiasi borgo toscano: Ampelio Viviani di anni 82, Gino Rimediotti di anni 75, Pilade Del Tacca di anni 74, Aldo del ristorante “Boccaccio” senza espressa età (così mi sembra) e Massimo il barista sulla trentina costituiscono il nucleo principale della vicenda insieme ad altri messi in risalto con pochi tocchi efficaci.
Attraverso i loro discorsi, le loro baruffe, i loro battibecchi in un toscano accessibile viene fuori il volto di una piccola società con le sue manie, i suoi pregiudizi, i suoi istinti. E poi lo stile, ora garbato ora incisivo e popolare al momento giusto, con una buona dose di affettuosa presa in giro (diciamo pure presa di culo) caratteristica peculiare delle nostre parti. Chiusura tipica da giallo classico con il barista che alla fine ci spiega tutto l’ambaradan della vicenda.

La casa dei sette cadaveri di Jefferson Farjeon, Polillo 2011.
la-casa-dei-sette-cadaveriTrovarsi di fronte a sette cadaveri non deve essere stata una bella esperienza per il ladruncolo Ted Lyte nella villa di Haven House. Più precisamente sei uomini e una donna nel salotto dell’abitazione. Durante la sua fuga precipitosa viene fermato dal giornalista freelance Thomas Hazeldean, un personaggio franco e indipendente con indole romantica, che si trovava da quelle parti con la sua imbarcazione.
Indaga l’ispettore Kendall, cervello acuto, minuzioso nelle indagini, in continua discussione con il sergente Wade (una specie di spalla un po’ dura di comprendonio). Spariti gli abitanti della villa, Mr. Fenner e Dora Fenner, la nipote. Alcuni particolari: le imposte delle finestre inchiodate, una dozzina di giornali infilati nella canna del camino, il ritratto di una ragazza colpito da una pallottola, una vecchia e consunta palla da cricket sopra un vaso di fiori, un orologio spostato sulla mensola, un biglietto a stampatello “CON LE SCUSE DEL CLUB DEI SUICIDI” e dietro un indirizzo indecifrabile, tra le dita di un morto un mozzicone di una vecchia matita rossa. Delitto o suicidio?
La scena si divide in due. Da una parte Halzedean a Boulogne per ricercare Dora con uno strano mercante di seta che lo segue, dall’altra Kendall a continuare l’indagine presso la villa esaminando accuratamente il terreno intorno ad essa. Pensieri, turbamenti, riflessioni, suspense, innamoramento, uno scontro, la classica botta in testa, ancora un paio di morti e un diario che svela l’arcano.
Un autore amato dalla Sayers che svolge con dignità il suo lavoro.

E ora la parola alla nostra cara Patrizia Debicke (la Debicche).
Il gioco del male di Angela Marsons, Newton Compton 2016.
il-gioco-del-maleIn questo suo secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, la Marsons mette in secondo piano la trama gialla e costruisce un thriller psicologico che pone una serie di terribili e inquietanti interrogativi. Ci saranno omicidi che fanno pensare a un burattinaio, una persona spaventosamente intelligente ma dalla distorta personalità sociopatica, che inspiegabilmente, o almeno pare, manovra i fili delle sue marionette e avvelena tutto ciò che tocca. Questi delitti hanno qualcosa, o meglio forse qualcuno, in comune? Seguendo la buona regola dei thriller, Angela Marsons fa onnisciente il lettore, che sa ma non può indirizzare gli inquirenti sulla buona strada. Ciononostante Kim Stone, il sergente detective inglese che deve indagare, sente subito che qualcosa non quadra, intuisce la spaventosa forza di questo burattinaio, crede di sapere chi è ma non ha le prove o il modo per fermarlo.
L’unica possibilità per lei è mettersi in gioco di persona. Ma sarà un gioco molto pericoloso e dall’esito incerto.
C’è qualcosa in comune tra Kim e il criminale: le loro personalità, che si incontrano si valutano e in un certo senso si assomigliano, pur con reazioni diametralmente opposte, li costringono a un lunga e preliminare schermaglia prima dello scontro finale.
Ottimo ritmo narrativo e un’eccellente caratterizzazione anche psicologica di tutti i personaggi, con la “squadra” del detective Stone in crescita. Benvenuti i nuovi acquisti, quali David Hardwick, il direttore della struttura di ricupero degli ex carcerati, e il complessato cane Barney, che è riuscito a scalfire l’acciaio della corazza di Kim Stone. Appuntamento alla prossima.
ultima-notte-in-oltrepoAltri libri consigliati Ultima notte in Oltrepò di Alessandro Reali, Frilli 2016, quinta avventura dell’inossidabile e strampalata coppia di detective pavesi Gigi Sambuco e Selmo Dell’Oro dell’omonima agenzia di investigazioni a Pavia. Stavolta i nostri due eroi dovranno sbrogliare un caso, nel borgo di Fortunago, un’incredibile location da cartolina, tra le colline oltre padane, un paese decadente, una specie di paese fantasma, che dall’autunno vive immerso nella palpabile umidità della nebbia. Un luogo romantico e crepuscolare quasi come i suoi abitanti e coprotagonisti del romanzo. Il caso, affidato a Sambuco e a Dell’Oro, è l’inspiegabile scomparsa del Conte Oramala, ricco proprietario locale di vigne, terreni e di una splendida villa, in cui abitava con Licia, la moglie paralizzata dopo una caduta da cavallo e con Marzia la bella, misteriosa e affascinante cognata…
Per troppa luce di Livio Romano, Fernandel 2016. Eccitazione, divertissement esaltato e per-troppa-lucelinguaggio erotico grottesco sono gli elementi principe della nuova stravagante commedia o fatica letteraria di Livio Romano, una specie di funambolica e vorticosa storia all’italiana, una storia che prova ad affrontare ogni aspetto della comune vita civile talvolta esibendo una sfilata di tragiche maschere umane. Allora commedia, o forse tragedia? Un tentativo riuscito, oppure no (al lettore l’ardua sentenza), di illuminare tanti degli ossessivi contorcimenti e lati bui della attuale società? Sullo sfondo di una provincia italiana libertina, in cui l’impegno civile potrebbe essere un modo per dare un senso alla propria esistenza lasciando qualche traccia di sé. Per troppa luce prova a descrivere il Caos di questo scorcio di secolo, pur vivo e vitale nonostante i suoi smisurati difetti, e le tante zone d’ombra della società e dei suoi protagonisti. E narra delle due anime italiane che da sempre si contrappongono e per sempre lo faranno: da una parte i cialtroni, i populisti, i cultori degli slogan, e i quasi salvatori della patria dall’altra, meno esibizionisti, gli equilibrati, i colti, i riflessivi che magari sono i più, ma da troppo tempo l’aspetto mediatico legato all’Italia riesce a dimostrare che i primi la vincono e fanno man bassa.
Buona lettura.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

P.S.
Uscito per le Montechino edizioni Chiamatemi Marlowe. No, non “quel” Marlowe, di Lucius Etruscus. Racconti esilaranti letti su Thriller Magazine che mi lasciarono con il sorriso sulle labbra. Ora finalmente in libro. Qui il suo blog.