Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA. VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA. VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?
Ecco, lettori miei, in che mani siete cascati…

Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, letto con molta soddisfazione, è arrivato, un po’ in ritardo, Cardosa e il codice Modigliani di Carlo Parri, Mondadori 2018.
“Professore di storia dell’arte. Ricco e collezionista. Lo ammazzano con una busta di plastica, lo perquisiscono senza rubare nulla. Cercano qualcosa che può anche stare nel portafoglio. Una cosa piccola. Piccola e sottile.” È quello che sta pensando il vicequestore aggiunto della Omicidi a Roma Leonardo Cardosa, dopo che si è ritrovato fra i piedi un omicidio al Verano. Una cosa piccola e sottile che è servita per entrare nella galleria privata del defunto e rubare una testa in pietra di Modigliani, ovvero la Testa di Nené. Forse si tratta, addirittura, di un codice segreto. La faccenda diventa più complicata dopo altri due omicidi collegati al primo. Comunque in casa del morto non si riesce a trovarla ma c’è una sua frase, ricordata da un testimone, riferita al fatto che per lui esisteva un solo modo per non far trovare qualcosa “Nascondere in un posto che non possa nascondere niente.” Interessante…
Al centro della storia il Nostro con la sua squadra (Gianni Ferrante, Vigna, Baragli, Francesca Vanni, Gemma Costantini, Rizzo, un ragazzino nuovo, l’”indio”) e la sua variegata personalità. Su di lui nel primo libro avevo scritto “Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.” Aggiungo ironico, gaudente (due fidanzate), duro e spietato all’occorrenza, in giro con la Toyota, appassionato di Maigret, “I tre moschettieri” in tutte le salse e in tutte le lingue, canzone preferita Alma Llanera, mangiate e bevute per ogni dove (fettuccine dalla sora Milla o da Marcello ) anche a casa, naturalmente, dopo il mercato (pomodori, aglio, cipolle di Tropea, pesche, albicocche, ciliegie, orata, pecorino di Pienza, peperoncini), Campari soda corretto con il prosecco, ma va bene anche il Calvados.
L’indagine è difficile, lunga, pericolosa, bisogna andare a Parigi per incontrare l’Intoccabile e vedersela con una associazione di nazionalsocialisti e fascisti che intendono riaffermare i valori (disvalori) hitleriani. Alla prima storia si aggiunge la scomparsa, in Sicilia, della fidanzata della sorella Maria, “architetto e lesbica”, che lo porterà ad indagare nell’isola su un traffico di neonati. E quindi momenti di breve relax, spunti di paesaggio, ricordi, pensieri, dubbi, riflessione e deduzione ma anche frenetico e duro movimento.
Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, con qualche spunto in dialetto a renderla più viva, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. È importante la storia ma anche “come” si scrive.

I ragni di ferro di Baynard H. Kendrick, Mondadori 2018.
Questa volta niente Duncan Maclain, il famoso investigatore cieco creato dall’autore, ma Stan Rice, ovvero l’investigatore Miles Standish Rice che arriva a pag. 46 alto e secco come uno scheletro, abbronzato, biondo e con gli occhi azzurri. Naturalmente per risolvere il caso di una morte…
Ma partiamo dall’inizio. Dall’ingegnere squattrinato Donald Buchanan che accetta come lavoro di sorvegliare la centrale elettrica di Broken Heart Key del milionario Arthur Tuckerton. Ergo vivere su un’isola deserta a contatto con la detta famiglia ritenuta un vero e proprio covo di vipere. La prima a morire è la cameriera nera Julie dilaniata dai barracuda nella Grieta, un tratto di mare estremamente pericoloso. Si era tuffata, forse inseguita da qualcuno. Le sue ultime parole, anzi la sua ultima parola prima di spirare, “Micanopy”. Il secondo cadavere è proprio quello di Arthur Tuckerton morso da un ragno velenosissimo, una vedova nera, nella sua camera da letto provvista di un sistema d’allarme che, evidentemente, non ha funzionato.
Per risolvere il mistero Stan Rice (mente geniale, ottima forchetta e buon bevitore) e Donald Buchanan decidono di unire le loro forze. Insieme a Doris, la segretaria di Arthur, che scatena palpiti sentimentali.
Tutto è stato organizzato dallo scrittore per creare un’atmosfera cupa, di paura e suspense: l’isolamento del gruppo, l’arrivo di una terribile tempesta, la luce che si spenge, passi nel buio e nella foresta, urli ancora nel buio, lo sparo, altre due morti violente (uno addirittura scalpato e potrebbe esserci di mezzo un indiano). Oltre al classico testamento che suscita sospetti, un biglietto enigmatico, addirittura un paio di libri che possono venire utili, se non alla soluzione, almeno per capire meglio certi aspetti di qualche caso e un riferimento al Dupin di Poe a proposito della famosa lettera rubata.
Andamento lento per buona parte del libro, poi una improvvisa accelerazione con classica riunione finale voluta da Stan di tutti gli abitanti dell’isola nel soggiorno, al pianterreno, e un ultimo, improvviso colpo di scena.
Ma i ragni di ferro del titolo che hanno, tra l’altro, la loro bella importanza e che escono fuori ad ogni apparir di cadavere? Già, che sciocco, me ne sono dimenticato (sto invecchiando). Chiedo venia. Ma forse è meglio così. Li scoprirete da voi.

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Francia, regione de La Rochelle. Qui abita un personaggio davvero curioso e singolare “Jean Dollent aveva trent’anni. Esercitava nel circondario soltanto da due anni, e forse perché era mingherlino, forse per i suoi modi gentili e alla mano, forse anche per la sua minuscola 5 CV il cui rombo echeggiava per le strade a ogni ora del giorno, tutti lo chiamavano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino.” Non gli piacciono i romanzi polizieschi e non legge articoli di cronaca nera sui giornali. Eppure, attraverso determinati eventi, scoprirà una nuova passione, “un talento singolare” che lo farà diventare famoso in un campo assai diverso dalla medicina: un investigatore di misteri, un eccellente detective, diciamo pure suo malgrado, che le intuizioni gli vengono così spontanee, di getto in modo da “far emergere dalle storie in apparenza più complicate la pura e semplice verità.”
La scoperta del suo impensabile “dono” nel primo racconto quando riceve una telefonata del giovane Drouin dalla Maison Basse, dove vive insieme alla sua bella compagna “…Deve venire subito…” Ma lì non trova nessuno, ovvero nel giardino sul retro una brutta sorpresa: il cadavere di un uomo…
È trascorso solo un mese dal delitto della Maison-Basse che eccolo a Royan dove si innamora! (è ancora scapolo e vive con la domestica Anna). Di “una ragazza in azzurro pallido”, tra la folla assiepata davanti al tavolo verde di un casinò. Un tuono, il temporale che finisce quasi subito. Adesso la ragazza si è piazzata dietro una signora grassa che ha tirato fuori un bel fascio di banconote. E lei cerca di rubarle… Una ragazza strana, seguita come un’ombra da una altrettanto strana governante inglese. E qualcuno, la stessa notte, vola giù da una finestra dell’albergo dove alloggiano…
Sono passate tre settimane da quando ha letto la deposizione di un meccanico nei pressi di Nevers. Un uomo corpulento ha chiesto trenta litri di benzina, nel sedile posteriore della macchina siede un altro uomo e una donna che, alla partenza, ha abbassato il finestrino e gridato aiuto. “Una donna che grida… Un uomo corpulento…”, caso perfetto per il nostro Jean che si fionda lì (si fa per dire) con la sua scassata 5 CV. Un morto, anzi due morti ammazzati e due sorelle particolari. Ce la farà a risolvere pienamente una situazione assai ingarbugliata?…
È arrivata una lettera, o meglio un assegno di ben cinquemila franchi da parte di un certo Evariste Marbe tornato in Francia dopo una vita trascorsa nelle colonie. “Due volte a settimana qualcuno, che non sono mai riuscito a vedere in faccia, s’introduce in casa mia e la mette a soqquadro.” Tra l’altro senza rubare un bel niente. Siccome la polizia ha fallito, il nostro Jean dovrebbe risolvere il mistero. Evariste pensa che possa trattarsi di una vendetta dei Tupapau, i demoni degli indigeni di Tahiti dove ha vissuto per un certo periodo, avendo fatto costruire una casa su un terreno considerato sacro. Sarà così, oppure c’è qualcuno che vuole trovare qualcosa di importante, per lui, in quella casa? E perché il fatto avviene solo di mercoledì e di sabato?…
Un personaggio davvero singolare Jean Dollent. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean.

La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2 di Francesco Recami, Sellerio 2018.
“Qui mi vogliono ammazzare! Qui mi vogliono fare l’eutanasia!”, grida disperato Alfio Pallini, ottantacinquenne con una stazza di centoventi chili, portato dai nipoti nella clinica Riposo & Pace per demenza senile e altre amenità degenerative. Stanza numero 9 al secondo piano fornita di due letti.
Fissato che lo vogliono far morire, in continuo contatto con l’alter ego Ulrich, farà di tutto per evitare l’esito funesto: non prendere con ogni mezzo le medicine, vomitare quelle prese, cercare disperatamente qualcuno, pagandolo, che lo porti fuori da quella specie di anticamere per l’aldilà (arriva pure la visita di un prete). D’altra parte i disgraziati compagni di stanza se ne vanno via uno dopo l’altro con sospirone liberatorio dei familiari e il finto cordoglio del Professore che vede rimpinguate le sue casse. Ce la farà il nostro Alfio a sottrarsi a quella che reputa la sua segnata sorte? Ci sarà qualcuno che crederà alle sue certezze?…
Scrittura veloce, ironica, grottesca fino all’esagerazione e al paradosso, capace di caratterizzare tutto un ambiente sanitario, partendo dai malati (ce n’è pure uno fissato su una nota canzone dei Corvi che non smette di cantare), continuando con il personale infermieristico, i dottori e il Professore, per terminare con il cinismo dei parenti. E viceversa. Uno sguardo drammaticamente goliardico, si ride per non piangere, sul tragico rapporto tra malato, famiglia e istituzione ospedaliera dove il primo viene spesso spogliato della sua umanità.
Insomma, occhio a certe cliniche. Specialmente se finiscono con la parola “Pace”. Che potrebbe essere perpetua.

Un giretto tra i miei libri
La vittima è in incognito di Mary McMullen, Mondadori 2011.
Agenzia pubblicitaria Wade & Wallingford a New York, qui entra al lavoro la giovane Eve Fitzsimmons, “dai capelli color nocciola e un visetto sottile, pallido e delicato” (appartamentino nella Cinquantesima Strada), per coadiuvare il bravo e difficile Luke Barden, disegnatore coi fiocchi. Suo capo Frieda Lee “piccola e sottile” dai modi disinvolti e autoritari, energici ed efficienti”, agenzia pubblicitaria di media grandezza molto rispettata, direttore Cummings, presidente Sergius Wade, suo braccio destro Tom Marriott e altri dipendenti.
Il maggiore cliente dell’agenzia è la United Farms e allora giù a lavorare sulla pubblicità dei piselli in scatola e sulla gelatina di lamponi. Tutto fila abbastanza bene fino al ritrovamento in sala riunioni di una perfetta sconosciuta completamente nuda, strozzata da una cravatta.
Arriva il tenente Grace della squadra Omicidi “un uomo magro dal viso nordico”, occhi azzurri, capelli grigi su fronte alta e uno sguardo piuttosto sardonico e allora il racconto si alterna tra lui ed Eve. Interrogatori, elucubrazioni, sospetti tra i dipendenti, un matrimonio nascosto, una donna delle pulizie che sa qualcosa, la scoperta della identità della morta, i dubbi, la paura che si insinua in Eve, la sensazione di sentirsi in trappola, i passi alla porta, il messaggio di avvertimento. E ancora i complicati rapporti amorosi tra i dipendenti. l’attrazione verso Barden, un ricatto, gli sforzi di Grace, la “gelida oscurità”, il “senso di vuoto”, il “grido soffocato e strozzato”, i passi, le corse nel buio, la pioggia gelata, il ghiaccio, la neve.
Buono il crescendo della tensione narrativa attraverso una scrittura nitida, composta, senza troppo eccedere, giallo classico con spruzzatina di gotico.

L’alibi di Scotland Yard di Don Betteridge, Polillo 2011.
Se il buon dì si vede dal mattino, un buon romanzo si vede (anche) dall’incipit. E se l’incipit è “Subito dopo aver ucciso Monckam, andai direttamente a Scotland Yard. Mi sembrava il posto migliore per crearmi un alibi”, allora si prospetta davvero un buon romanzo. Da fregarsi le mani. Però, oddio, basta vedere chi entra a Scotland Yard, per sapere chi è l’assassino. Solo che a Scotland Yard ci entrano in parecchi…
Siamo nella Londra del 1936, la vittima è Francis Moncham, un ricattatore di professione ucciso nella sua stanza con una pallottola nel cuore. Il cadavere è stato scoperto dalla moglie del portiere del palazzo, impronte femminili sulla maniglia della porta, impronta sulla finestra dalla parte esterna del ladro Podger Smith (dunque possibile indiziato). Subito sospettati i ricattati come Lumley, ex carcerato che lavora nella polizia (ingaggia a difenderlo il capitano Peter Darrell, investigatore dilettante), Peter Moffatson, Peter ed Elaine Rutland. Svolgono le indagini il sovrintendente Aliston e l’ispettore Duncan “una persona amabile, piena di tatto, arguta e dalla pazienza illimitata”, studioso di psicologia e amante della letteratura poliziesca. Tra l’altro cita un sacco di detective: Sherlock Holmes, Sexton Blake, Lord Peter Wimsey, dottor Thorndyke, Hercule Poirot, ispettore French, il sovrintendente Wilson (l’autore ci tiene a farci sapere che non è un novellino). Sotto di lui il sergente Newcombe.
Una storia basata molto sulla ricostruzione meticolosa dell’alibi ma anche movimentata con Duncan costretto ad andare a Parigi, poi ad Andorra dove scampa ad un pericolo (con ferita) lungo i monti, flash back ripetuti, un colpo, colpissimo, di scena finale.
In prima persona le vicende dell’assassino e in terza gli altri eventi, un po’ di lungagnate, ritmo talora affaticato, spunti di critica ai “soliti” romanzi polizieschi piuttosto inverosimili. Insomma qualche pagina di troppo, ma un grazie alla Polillo glielo mandiamo lo stesso.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Il grande giorno di Jack Ritchie, Marcos y Marcos 2018.
Dal maestro del noir amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story, la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto: gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.
Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?
Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare, eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato, o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour la fa sempre da padrone.

Altri spunti della nostra Debicke
Torna Luigi Guicciardi con il nuovo romanzo Nessun posto per nascondersi (2018), per i I Tascabili Noir dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori. Romanzo, il diciassettesimo per la precisione che vede il protagonista cult di Guicciardi, il commissario Giovanni (nome proprio sempre artatamente occultato, l’autore ama i cognomi) detto Vanni, Cataldo alle prese con la sua diciassettesima indagine.
Stavolta, nel prematuro caldo di una fine primavera in val Padana, il nostro dovrà confrontarsi con una strana serie di omicidi che sembrano orbitare intorno al mondo del calcio… Inquieto, tormentato, gira in tondo, brancolando nel buio, ma la soluzione c’è, è là, a portata di mano, basta insistere, scavare tra i segreti del passato per intuirla e coglierla al volo. Ma alla fine, anche dopo la soluzione del caso restano lo stesso quel senso di inquietudine, d’impotenza, di solitudine, di incertezza. Rimpianti? Forse Cataldo sente la mancanza dei figli, della rassicurante presenza di Muliere e, per rasserenarlo, non gli basta l’occasionale condivisione di qualche brano di musica classica.
A regola d’arte di Stefano Tura, Piemme 2018.
Torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti sfavillante ma allo stesso tempo dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine
A noi donne basta uno sguardo di Christine von Borries, Giunti 2018.
Primo capitolo di una nuova serie giallo noir per la penna di Christine von Borries, sostituto procuratore, ambientata a Firenze città, dove vive e occupa il suo attuale incarico. Una serie che, diversamente dalla precedente con  l’unica protagonista Irene Bettini, agente operativo del Sisde, è corale e interpretata da ben quattro donne, amiche e alleate tra loro: Valeria Parri pubblico ministero presso la procura, Erika Martini ispettore di polizia presso la questura, Giulia Gori giornalista e Monica Giusti commercialista. Tutte e quattro le amiche, muovendosi ciascuna secondo le proprie competenze professionali, si troveranno a indagare sul caso dell’omicidio di Rosaline e del rapimento di suo figlio. Quattro donne con le loro vite serene o incasinate, come quelle di tutti, talvolta realizzate, o magari insoddisfatte, con le loro esperienze sentimentali più facili o più difficili, ma soprattutto con la loro grande, indistruttibile amicizia, si mettono in gioco per scoprire, affrontare i colpevoli e smontare i disumani ingranaggi di una rodata macchina crudele che governa un  sistema che si appoggia su insospettabili complicità… Testo piacevole che mentre si legge intriga, coinvolge e può offrire diverse chiavi di interpretazione. E visto che l’autrice ci ha lasciato un po’ in affanno e con una storia a metà, appuntamento al prossimo della serie. Vogliamo sapere come andrà a finire.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Oggi vi presento Le avventure di Ulisse di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
“Ricordati di me che non sono Nessuno, ma l’astuto Ulisse!” grida l’eroe greco a Polifemo, il gigante con un occhio solo figlio di Poseidone, che ha accecato nella sua grotta. Per ritornare nella propria patria, ad Itaca e dalla moglie Penelope, dopo avere distrutto la città di Troia (sua l’idea del famoso Cavallo di legno), deve affrontare una marea di avventure pericolose: la maga Circe che trasforma gli uomini in maiali, le Sirene dal canto pericoloso, Scilla e Cariddi due mostri marini e i Proci che hanno invaso la sua casa.
A me questo libro è piaciuto perché l’atmosfera è paurosa e ricca di brividi. Ulisse è furbissimo e si libera da tutti i guai che affronta. Io sto sempre dalla sua parte, mi immagino di essere lui stesso, oppure di aiutarlo nelle sue avventure.
Leggete questo libro, è bellissimo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2018

Questa volta il mio saluto, la mia comprensione e il mio augurio va all’Italia bistrattata da tutte le parti. In bocca al lupo!

Lo sguardo del mostro di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
“Non ne aveva mai parlato con nessuno. Quello strano rapporto, se si poteva definire tale, era andato avanti per anni, decenni, ma lui non si era lasciato sfuggire nemmeno una parola al riguardo. Aveva taciuto perché era consapevole che nessuno gli avrebbe creduto.” Si tratta dello “strano rapporto” tra l’ispettore capo Wexford e Eric Targo, assassino. Assassino, senza prove, ma così d’intuito per l’ispettore. Sparito da anni e ora ritrovato, improvvisamente, in Glebe Road, che scende da un furgone bianco…
Inizia la caccia, partendo dal “fatto” che lo aveva colpito al tempo dell’omicidio di Elsie Carroll, strangolata nella sua camera da letto, mentre il marito se la spassava fuori giocando a carte. Sul luogo del delitto aveva incontrato Targo (abitava nella stessa strada della vittima) con il suo spaniel al guinzaglio che lo aveva fissato a lungo. “È lui l’assassino, s’era detto allora, se lo ricordava bene.” Non l’aveva confidato a nessuno ma è giunto il momento di farlo con il suo vice Mike Burden. Poco convincente, però. Solo presunzione ma nessuna prova concreta. In seguito si erano ritrovati e incrociati, Targo con lo stesso foulard a coprire una brutta voglia sul collo e lo stesso modo di fissare come una sfida “tu non puoi far niente, ma io posso uccidere dove e quando mi pare…” Ed erano aumentate le morti violente e il sospetto con il giudizio affilato della signora Targo “Vuole più bene agli animali che alle persone. Anzi vuole bene solo agli animali, delle persone non gliene importa niente”.
Altra parte importante della vicenda il problema di Tamina Rahman, studentessa sedicenne di origini pakistane, che lascia improvvisamente gli studi. Si pensa, soprattutto da parte del sergente Hannah Goldsmith, che la famiglia la voglia costringere, secondo tradizione, a un matrimonio forzato. Il caso si fa più complesso quando si scopre un certo rapporto del “mostro” con la famiglia di Tamina e la ragazza sparisce.
Siamo in una società che sta decisamente cambiando, dove vivono molti stranieri di altra religione e di altre pratiche fuori dalla comprensione degli occidentali. Una convivenza sospettosa e difficile basata spesso su pregiudizi razzisti e riflessi condizionati.
Comunque molto della storia ruota intorno all’assillo continuo e insistente di Wexford. Fissazione o intuizione?…

La casa delle metamorfosi di Ellery Queen, Mondadori 2018.
Trenton, New Jersey. In una piccola birreria l’incontro tra un “giovanotto alto e snello, con un paio di occhiali a pince-nez appollaiato sul naso” e un altro giovanotto “non meno alto e magro.” Ovvero tra il nostro Ellery Queen e il vecchio amico Bill Angell. Solite frasi di circostanza, poi il colloquio verte su Lucy, la bella sorella di Bill, sposata con Joe (Joseph Wilson) sempre in viaggio per lavoro. Trovato in seguito, morente, dal fratello che aveva un appuntamento con lui in un capanno fuori città. Le ultime parole del morituro “Donna. Velo. Un velo fitto… sul viso. Non ho visto chi… Con un coltello mi ha…” Colpito al petto da un tagliacarte. Forse opera della signora o signorina vista fuggire terrorizzata dal capanno e saltare su una Cadillac.
Entrano in scena De Jong, capo della polizia di Trenton, ed Ella Amity del “Trenton News” che svolazza “da un gruppo all’altro come un’arpia”. Il problema è chi sia esattamente il morto. Il marito di Lucy che vive a Filadelfia, o il marito di Jessica Borden in Gimball che vive a New York? In effetti ci sono stati due matrimoni, uno nel 1925 e l’altro nel 1927. Non si tratta di un caso romanzesco di gemelli ma “uno squallido esempio di una doppia identità deliberatamente assunta dalla vittima”. Intanto si scopre una polizza sulla vita del morto da un milione di dollari che è stata cambiata.
Un “guazzabuglio infernale” per De Jong, e invece “la delizia di Padre Brown in persona” secondo Ellery che elargisce citazioni classiche (motti in latino, Cicerone e compagnia bella).
Andando al sodo abbiamo una doppia personalità del morto. Ma, dunque, l’assassino avrà voluto uccidere il marito di Lucy o il marito di Jessica?… Un bel dilemma. Per non svelare troppo al lettore dirò che De Jong accuserà qualcuno, ci sarà un processo esaminato nei minimi dettagli (grande scontro tra accusa e difesa) terminato con una condanna. Ma la sentenza non convince Ellery…
Indizi, reticenze, sospetti, un testimone che ha paura e che nasconde qualcosa, avvertimenti e minacce, dubbi, deduzioni, fino a quando “Tutto! Mio Dio ora è tutto semplice” esclama il Nostro. Secondo lui anche noi lettori abbiamo gli elementi necessari a risolvere il caso attraverso la famosa sfida. Ci siamo riusciti, abbiamo capito tutto quanto l’ambaradan, o è meglio seguire ancora “il giovanotto alto e snello” che ha radunato tutti i possibili sospettati sulla scena del delitto?
Seguiamolo. E ascoltiamolo. Così, tanto per vedere se l’abbiamo azzeccata. Ma sarà dura…

Pulvis et umbra di Antonio Manzini, Sellerio 2017.
C’è tutto in questo nuovo romanzo di Antonio Manzini. Tutto il necessario a costruire un plot di rilievo nel solco di una consolidata tradizione. A partire dal personaggio principale, il vicequestore Rocco Schiavone trasferito ad Aosta, burbero, cinico e diretto (fuma anche spinelli, “rottura di palle”, “rottura di coglioni”, “cazzo”, “sticazzi”, “ecchisenefrega” da tutte le parti), il cane Lupa a fargli compagnia, avvolto da un’ombra malinconica dopo la morte della moglie Marina con la quale spesso parla come se fosse ancora viva.
Continuando, poi, con la sua squadra tra cui spicca l’agente Caterina Rispoli, in crisi con il fidanzato e con un passato tremendo alle spalle che porta un po’ di luce nel buio di Rocco (ci saranno i salti sul letto?). Non manca il solito questore, e qualcuno ancora più in alto, a rompere gli zibidei (un classico).
Ma veniamo al sodo. Due casi: proprio ad Aosta l’uccisione di un trans, e a Roma un morto ammazzato con un foglietto scritto dove c’è il numero di cellulare del nostro vicequestore. Perché?… A questi si aggiunga la ricerca dell’amico Sebastiano che la vuole far pagare all’assassino di sua moglie.
Indagini difficili, complesse, sospetti, diffidenze e scontri fra colleghi, ordini inconcepibili dall’alto, la percezione di essere seguiti, spiati. Un’atmosfera pesante di “polvere” ed “ombra”, del passato e del presente, alleggerita da momenti di ironia e sorriso sparpagliati al punto giusto, magari attraverso il dialetto di qualche personaggio divertente. D’altra parte abbiamo di fronte una scrittura che si adatta a svariate circostanze e situazioni: leggera, profonda, malinconica, gioiosa, ironica, cinica, brutale, capace di mettere in rilievo le varie sfumature del sentimento. Personaggi vivi, concreti con le loro peculiari caratteristiche, gli entusiasmi e le fragilità, ricordi che si affacciano improvvisi a creare turbamento, passeggiate solitarie, incontri al tavolo di qualche ristorante, squarci di Aosta e, soprattutto, di Roma a rendere ancor più reale la vicenda.
Un viaggio nell’animo tormentato di un vicequestore già noto alla televisione. Colpo finale a sorpresa lungo la solita e consolidata tradizione. Ma, ormai, quello che soprattutto conta e fa la differenza tra gli autori di romanzi polizieschi, l’ho scritto e lo ripeto, non è tanto l’intreccio (difficile inventare qualcosa di nuovo) ma la scrittura. E qui ci siamo.

Spiluzzicature
Tempo d’oro per i morti di Charles Willeford, Feltrinelli 2018.
Siamo a Miami con il detective della squadra omicidi Hoke Moseley, personaggio indimenticabile per i suoi chili, la sua depressione e il continuo incasinamento. Naturalmente divorziato per non fargli mancare nulla. E bravo, in questo caso ancora uno svantaggio che gli affidano, per la sua bravura, appunto, un mucchio di casi irrisolti. Ora è alle prese con la morte per overdose di un ragazzo e con una matrigna che vuole portarselo a letto.
La sposa era vestita di bianco di Mary Higgins Clark e Alafair Burke, Sperling & Kupfer 2017.
Un caso particolare per la produttrice televisiva Laurie Mora, ovvero la scomparsa della giovane Amanda prima del matrimonio. Di mezzo una bella eredità che va al fidanzato Jeff. Ma che fine ha fatto la giovane? Per Laurie occorre un bel reality da girare proprio nel luogo del misfatto (giuro).
Aria mortale di Alfred Meyers, Polillo 2017
L’aria Caro nome del Rigoletto di Giuseppe Verdi non porta bene alla ormai decaduta cantante Marina Grazie. Siamo nel castello di un’isola deserta regalatole da un ricco industriale morto di crepacuore (la diva gli aveva preferito uno più giovane). Qui si siede al pianoforte e continua a cantare e ricantare l’aria del Rigoletto. Mortale, perché viene uccisa. E non sarà il solo delitto.
Cinque enigmi per Max Carrados di Ernest Bramah, Polillo 2018. Ovvero cinque racconti soprattutto per scoprire un investigatore dilettante dei tempi d’oro del mystery. Il già citato nel titolo Max Carrados che ha una peculiarità: è cieco. Ma per risolvere i cinque enigmi gli bastano gli altri sensi. Spiluzzicati in qua e là sembrano interessanti.
La bambola assassina di Hilda Lawrence, Polillo 2018.
Una ragazza orfana di entrambi genitori è felice di trasferirsi a Hope House, “un economico pensionato per ragazze”. Solo che lì scorge un viso che le mette paura (perché?). E dovrà partecipare a una festa in maschera dove tutte le ragazze saranno travestite da bambole di pezza. Il pericolo, lo avverte, aumenta. Certo succederà qualcosa di brutto…
Chi vuole conoscere una squadra investigativa di Dublino si becchi L’intruso di Tana French, Einaudi 2018. Antoinette Conway è la classica donna in mezzo agli uomini che viene maltrattata dai colleghi, ad eccezione del partner Stephen Moran. Un omicidio all’apparenza passionale che può essere sbrigativamente risolto, secondo gli altri. Ma la nostra è una ragazza tosta e l’uccisa nasconde qualche segreto.

Un giretto tra i miei libri
Ogni tanto è bene ritornare ai classici di un tempo che fu.
La talpa di Margery Allingham, Mondadori 2007.
“L’avventura che sto per raccontare è accaduta a me, Albert Campion, e sono certo di essermi comportato nella maniera più brillante, benché abbia corso il rischio di venire ammazzato… Cominciò mentre stavo facendo colazione.” R.I. Peters, detto il Babirussa, suo ex compagno di college, muore. Al tempo stesso, Campion riceve una lettera anonima in cui si parla del defunto e di una misteriosa “talpa”. L’investigatore dilettante partecipa alle esequie di Peters, ma cinque mesi dopo la polizia chiede il suo aiuto per risolvere il caso di un’altra morte sospetta. E il cadavere è quello del Babirussa…”.
Quindi due Babirussa morti ammazzati (del primo lo si verrà a sapere più tardi), il secondo conosciuto con il nome di Harris il cui corpo scompare; strane lettere anonime inviate a Campion in cui si fa cenno a una “talpa”; l’arrivo improvviso della fidanzata del secondo Babirussa, e poi uno spaventapasseri che non è uno spaventapasseri ma un uomo anch’egli morto ammazzato, e ancora veleni e altri intrecci degni di Margery Allingham.
Albert Campion ficca il naso dappertutto come gli fa notare Lugg, suo domestico “un magnifico miscuglio di ingegnosità e di coraggio fuori luogo”. Ha “l’aspetto di un soldataccio travestito da borghese”. Ancora da Lugg “Lei si sta dando tante di quelle arie col suo “lasciatemi-stare-perché-sono-intelligente” che mi urta i nervi”.
Ricordi di Campion quando era al college con Babirussa “Gran bravi ragazzi, eravamo, di una bontà esemplare: una volta il Babirussa mi tolse dal petto cinque centimetri quadrati di pelle con un temperino arrugginito, per marcarmi come uno schiavo. Piansi disperatamente, poi gli diedi un calcio nel ventre e, e allora lui mi mise su un becco a gas, non acceso, s’intende, finché non rimasi quasi asfissiato”. Ironico. Di fronte al corpo di Babirussa “Provavo un senso di compassione, ma pensai che lui aveva conservato le sue antiche tendenze a procurare fastidi”. Per natura calmo come ci fa sapere lui stesso. Così come lui stesso ci fornisce il suo metodo di indagine “Purtroppo non sono come quei cani che scovano la selvaggina al fiuto; la mia mente non lavora come una macchina calcolatrice che prende i fattori a uno a uno mentre compie il suo lavoro. Io assomiglio piuttosto a quei tipi che vanno in giro con il sacco e il bastone per frugare dappertutto. Raccolgo tutte le cianfrusaglie che trovo, e quando torno a casa per fare colazione vuoto il mio bottino e lo riordino”. Si ferma ogni tanto a riflettere su quei momenti per riconoscere i suoi errori di valutazione. Quando sta per decidere di non proseguire le indagini avviene un fatto inatteso che gli fa cambiare idea. Il massimo della rabbia “Taccia! – le intimai più bruscamente di quanto avessi voluto”. E quando si impaurisce si impaurisce davvero “Rimasi immobile per un istante, in preda a tutti i ridicoli timori dell’infanzia” e il cuore gli batte forte. In seguito “Pensai alla profonda oscurità che ci circondava, ai prati, ai fossati neri, ed ebbi paura”. Simpatia per Poppy, una locandiera sopra la cinquantina con gli occhi azzurri, la bocca grande “e una corona di folti riccioli grigi”.
Il primo libro in cui compare Albert Campion è Crime at Black Dudley del 1929 e qui il nostro non è ancora il detective privato che abbiamo conosciuto ma uno che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito, senza esagerare. Un po’ furbetto e finto tonto tanto da essere considerato a prima vista “pazzo” e “inoffensivo”. Poi mette la testa a posto e vive con questo Lugg (il nome è troppo difficile) anche lui con trascorsi poco nobili (ex scassinatore), piazzandosi proprio sopra a una stazione di polizia nei pressi di Piccadilly Lane, in modo da offrire i suoi servigi come consulente a Scotland Yard. E ci riesce piuttosto bene.
Prosa gradevole, spigliata, ironica tipica di quasi tutti gli autori del gentil sesso (come si diceva una volta) questa di Margery Allingham che già a sette anni sferruzzava gradevolmente con la penna. E continuò a sferruzzare gradevolmente per tutta la vita.

Non so se capita anche a voi. Di rileggere un libro. Dalla prima all’ultima pagina e di trovarlo ancora più bello. A me è capitato e capita ancora oggi. Come è successo con La tavola fiamminga di Arturo Pérez-Reverte, Il Saggiatore 2008.
Dunque un antico quadro fiammingo del XV secolo e una frase enigmatica “Quis necavit equitem?”, ovvero “Chi ha ucciso il cavaliere?” a caratteri gotici venuta alla luce per mezzo di raggi infrarossi durante il restauro da parte di Julia. Il quadro ritrae una partita a scacchi (questo è anche il suo titolo) tra un cavaliere assassinato e il suo principe che, forse, è addirittura il mandante dell’omicidio. La chiave del mistero sta nel ricostruire a ritroso, attraverso cioè una analisi retrospettiva, tutta la partita. E questo può essere fatto con l’aiuto dell’esperto di scacchi e di matematica Munõz. Un personaggio singolare dall’aspetto dimesso (a Julia sembra “un anonimo impiegato”) che nutre una estrema fiducia nelle leggi della Logica (messe bene in rilievo da Carlo Toffalori nel suo Il matematico in giallo, Guanda 2008). E che tira fuori la frase, ormai diventata famosa, “Io direi che, più che con l’arte della guerra, gli scacchi hanno a che fare con l’arte dell’omicidio”.
Il passato entra poi prepotentemente nel presente attraverso una serie di orrendi delitti che sembrano essere collegati a questo ritrovamento e coinvolgono la giovane Julia. E dal fatto che l’assassino vuole continuare a giocare l’antica partita. Una partita particolare in cui gli stessi personaggi diventano i pezzi degli scacchi.
“Quis necavit equitem?” ritorna più volte, direi rimbomba più volte, lungo tutto il romanzo anche quando non viene menzionata, per mantenere un’atmosfera di mistero, coinvolgente e a tratti quasi gotica. Julia ”Era davvero intrigata dal quadro e dall’iscrizione nascosta; ma non si trattava solo di questo. La cosa più sconcertante era che, allo stesso tempo, provava una strana apprensione. Come quando era piccola e in cima alle scale di casa doveva farsi forza per affacciare la testa dentro il solaio buio”. Oppure “Ma la paura che Julia aveva appena scoperto era diversa. Nuova, insolita, sconosciuta fino ad allora, maturata all’ombra del Male con la M maiuscola, iniziale di ciò che sta all’origine della sofferenza e del dolore”. Infine “Julia guardò innanzi a sé, continuando a camminare. Tutti i suoi muscoli lottavano contro la necessità imperiosa di mettersi a correre, come quando era piccola e attraversava l’androne buio di casa sua, prima di salire d’un balzo le scale e bussare alla porta”.
La parte finale, quella dello smascheramento dell’assassino, lascia un po’ a desiderare. Ma non si può avere tutto. Stile sicuro, deciso, ritmo serrato. Da vero scrittore.
Il “New York Times” lo giudicò alla sua uscita “geniale, elegante, sofisticato”. Io lo considero un buon libro. Buono davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
L’ultima scelta. Il colonnello Arcieri e l’inverno della Guerra fredda di Leonardo Gori, TEA 2018.
Roma, gennaio 1970. Il colonnello Bruno Arcieri, la settantina all’orizzonte, ormai a fine carriera (in realtà sarebbe già in pensione), è arrivato a Roma la settimana prima per consegnare una borsa ricevuta a Milano e che conteneva pericolose carte collegate alla strage di Piazza Fontana. Ha una nuova vita affettiva, si è trasformato in una ristoratore, in un intenditore di musica moderna, ha nuovi interessi, nuovi amici… Quella sortita romana dovrebbe essere l’ultimo debito da pagare al suo passato e invece, prima di poter tornare a Firenze, viene convocato segretamente dal maggiore Bertini, alto dirigente dei Servizi.
Arcieri conosce Bertini, lo ritiene pulito e proprio per questo lo sta a sentire, mentre gli chiede di prendere parte a un’ultima operazione. Pare che una fonte dell’Ovest intenda cambiare campo e cedere informazioni utili a smantellare il nocciolo duro dei cosiddetti “Servizi deviati”, ma questa persona, un americano, si fida di Arcieri e tratterà solo con lui. Arcieri dovrebbe incontrare un intermediario fidato e, per suo tramite, entrare in contatto con il “traditore” e valutarne l’attendibilità. Quando accetta, viene condotto con la sua macchina in una villa semiabbandonata nelle colline senesi dove una sua vecchia conoscenza, Nanette, gestisce un pensionato per studentesse straniere. Là incontrerà la sua fonte, l’agente Zero. Per presentarsi meglio, la spia americana rivela subito di essere appoggiato anche dai servizi israeliani, e dunque raccomandato da Elena Contini, grande, giovanile e mai dimenticato amore del colonnello, che gli manda un segno facendo leva sul loro passato per coinvolgerlo. L’importante informazione che Zero vuole vendere a Bertini, che dovrebbe permettergli di incastrare i  servizi deviati, è il progetto di rapimento di un famoso politico italiano. Bisogna impedirlo. In un primo tempo Bruno Arcieri rifiuta di partecipare all’azione, però alla fine, anche se sa che è pericoloso fidarsi, accetta di partecipare alla rischiosa operazione, forse l’ultima della sua carriera. Il suo senso del dovere ma soprattutto i ricordi hanno avuto la meglio, costringendolo a infilarsi in una trappola premeditata, con tutti i servizi coinvolti che fanno il doppio gioco, in un contorto e terribile intreccio di interessi. Tra agenti doppi, la presenza di due strani hippy tedeschi, informazioni riservate, oscuri e stravaganti personaggi e alle prese con i suoi vecchi fantasmi, Arcieri si trova a fronteggiare un caso complesso, dove tutto e tutti riservano minacciose sorprese. Ma lui, Bruno Arcieri, perché l’ha fatto? Per Elena! Per Elena Contini che in passato non ci ha pensato due volte a voltargli le spalle e che, anche adesso, sembra più lontana che mai.
Con  il freddo e la neve che fanno da bianco e silenzioso sudario a questo gelido romanzo invernale, Leonardo Gori ci ha descritto un Bruno Arcieri invecchiato, inquieto, incerto, spesso costretto ad affrontare scelte esistenziali che lo provano psicologicamente. Tirate le somme, un uomo stanco posto davanti a un bivio cruciale, perché deve fare i conti con certi ricordi che sono in grado di stravolgere la sua nuova stabilità faticosamente conquistata e gli impongono una scelta, l’ultima, forse quella definitiva…
Per fortuna Arcieri può sempre contare sull’amicizia, l’appoggio e il buon senso del granitico commissario Bardelli, sull’acume, sugli occhi e le orecchie ben aperte e la gratuita lealtà del maresciallo Guerra, mentre Daniele, dall’incerto futuro, che come una piuma al vento regge un ambiguo timone, Bertini e altri pilastri romani che sembravano punti fermi, ora sono in bilico e poi sfumano, scompaiono? Notevole l’atmosfera, gradevolmente new-age, della villa diroccata vicina a Siena, collegio per fanciulle finlandesi guidate da Nanette, la vecchia puttana, collega e amica da una vita di Arcieri, con la cucina arricchita dai piatti densi di aromi esotici e dalla presenza di Max, un incredibile cuoco, allievo nientedimeno di Ho Chi Min (che lo era stato di Escoffier) chef per anni in un ristorante milanese “La trattoria della Pesa”, (dove gli increduli troveranno ancora attaccato al muro il suo ritratto) prima di tornare in oriente, e dopo vicissitudini, guerre e  guerriglie, guidare il Vietnam del nord con implacabile fermezza fino al 1969.
Grazie Leonardo, alla prossima.

Altri libri indicati dalla nostra Patrizia
Sesso e apocalisse a Istanbul di Giuseppe Conte, Giunti 2018.
Il titolo anticipa tutto della trama del romanzo ambientato a Istanbul, anche se parte dall’Italia, o meglio da Genova, da dove arriva con un volo della Turkish Airlines il protagonista maschile della storia, Giona Castelli. Castelli, ex libraio genovese costretto a chiudere la sua attività a seguito della crisi nel 2015, venti giorni dopo accetta supinamente l’invito a passare un lungo fine settimana a Istanbul. Chi l’invita e lo ospita è Veronica Solari, detta Vero, con la quale da mesi ha una bollente relazione segreta… Il libro rispecchia l’inaudita violenza di un’attualità dove sesso e morte si tengono per mano e talvolta l’assoluta rinuncia all’io costringe gli individui a porsi sui cruenti altari di folli e astrusi ideali di sacrificio in nome della religione. Un libro tutt’altro che facile, con descrizioni di particolari sordidi e crudeli, ma che si fa leggere.
Castigo di Dio di Marcello Introna, Mondadori 2018, è il secondo romanzo di Introna, uscito con Mondadori dopo Percoco (prima comparsa per la casa pugliese Il Grillo nel 2012 e ripubblicato da Mondadori l’anno scorso). Anche questa volta, come per il suo Percoco (un’efferata carneficina tratta dai fatti di cronaca della città, Bari, ambientata negli anni 50), Marcello Introna si ispira a fatti di cronaca nera avvenuti sempre a Bari ma stavolta alcuni anni prima, durante la caduta del regime fascista. Non mancheranno dunque angosce, soprusi e orrori a danno dei personaggi e dei luoghi nella trama di Castigo di Dio. Tutto ricostruito con cura per narrare una storia avvincente, che bagna nella corretta ricostruzione storica della una città pugliese, lontana nel tempo – siamo nel 1943 – corredata dalle rivelazioni dei fatti nascosi, delle turpitudini che, coperti da una mafiosa complicità dall’alto, venivano commesse nella “Socia”, il grande conglomerato urbana così chiamata che sorgeva in piazza Luigi di Savoia.
La nostra Patrizia ha scritto anche un manuale (Come si scrive un romanzo storico, Delos Digital, 2018) su come scrivere romanzi storici con esempi pratici.
Inarrestabile!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Giù le zampe dal mio oro! di Elisabetta Dami, Piemme 2015, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Natura disastrata: alberi che perdono le foglie, acque inquinate, erba che non cresce. Chi ha causato questo grave danno?…
Siamo nell’isola dei gatti (sì, avete capito bene). I gatti hanno inventato una macchina per trasformare tutte le cose in oro che inquinano moltissimo. Geronimo li vuole fermare perché ama la natura. Un giorno entrano nella sua casa e gli rubano un sacco di oggetti: padelle, posate, piatti, bicchieri… e li trasformano in oro. I poliziotti, sempre gatti naturalmente, vengono a sapere del grave danno e… ce la faranno ad arrestare gli altri gatti sciagurati?…
La natura va difesa!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2018

Questa volta dallo Stecchino un saluto ed un abbraccio forte forte alla Balenottera, al Lungagnone e alla Peperina.

E veniamo a noi…
Un messaggio dagli spiriti di Agatha Christie, Mondadori 2017.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.
“Neve, neve e ancora neve dappertutto. È il consueto bollettino meteo di un Natale nel Dartmoor. Così nel villaggio di Sittaford, appollaiato su un crinale nella brughiera, isolato dal resto del mondo, ci si organizza per passare il tempo in qualche modo.” Siamo nella casa del ricco capitano Trevelyan, affittata alla signora sudafricana Willett e a sua figlia Violet, venute qui per trascorrervi l’inverno. E qui arrivano pure gli invitati: il maggiore Burnaby, il signor Garfield, il signor Duke e il signor Rycroft.
Per passare il tempo una seduta spiritica durante la quale gli spiriti annunciano una realtà tremenda: il capitano Trevelyan, che si è trasferito a Exhampton, è morto assassinato, proprio in quel momento. Panico generale. L’unico che prende la decisione di andare a verificare la sconvolgente notizia è il maggiore Burnaby. In casa dello stesso, ovvero nello studio, trova il capitano con il cranio sfondato.
E qui entra in scena il commissario Narracott. Facile per lui identificare l’assassino nel nipote James, erede della vittima, che ha come movente il denaro. Ma non per Emily, la fidanzata dell’accusato, bellissima figura di ragazza forte ed energica (in seguito lo stesso ispettore ne apprezzerà “l’ardore, il coraggio e la determinazione”), tutta tesa a scoprire la verità. Con l’aiuto del giornalista Charles Enderby che da questa storia potrebbe ricavare un bel vantaggio per la sua carriera. Praticamente due indagini parallele.
Sospetti, sospetti e sospetti che aumentano con il passare del tempo. Ora l’uno, ora l’altro dei personaggi (ce ne sono ancora) potrebbe essere l’assassino. Anche Narracott, metodico e preciso, ha qualche dubbio. Le prove sulla colpevolezza di James esistono ma “Non sono completamente soddisfatto di questa storia” dichiara al suo superiore. E poi la faccenda della seduta spiritica: qualcosa di soprannaturale, difficile a crederci, o qualcuno dei partecipanti sapeva che Trevelyan sarebbe stato ucciso proprio in quel momento da un complice? Dubbi perfino sulla signora Willett e sua figlia: perché sono volute venire in un posto così freddo? Sono davvero quello che dichiarano di essere?…
Altri assilli, altri piccoli colpi di scena dentro la cornice di un paesaggio da brivido sotto la neve, un detenuto che fugge nella notte, un paio di scarponi che non si trovano. E la “luce” che si accende all’improvviso. Non manca il lato romantico della vicenda con il giornalista che si innamora di Emily (come andrà a finire?). Grande abilità di tessitura nel dialogo (ne assisteremo ben a quattro tra diverse persone nello stesso momento), soluzione certo non eccelsa ma senza intaccare la qualità del libro.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.

Cesare il conquistatore di Franco Forte, Mondadori 2017.
Dopo Cesare l’immortale, Mondadori 2016, ecco il seguito. L’eroe romano non è morto nella congiura delle Idi di marzo. Insieme a Bruto ha messo in scena il finto assassinio e, a capo di un manipolo di soldati ottimamente addestrati, la Legio Caesaris, si è portato nella mitica isola di Thule per combattere contro le creature che conoscono il segreto della vita eterna e strapparglielo. Ma è stato sconfitto insieme a Cicerone, Bruto, Spartaco e gli altri soldati.
Da qui ha inizio il secondo volume. Per conquistare la vita eterna occorre un’altra terribile impresa: la discesa nell’Averno per poi gettarsi nelle acque del fiume Stige che rendono immortali. Ma lo Stige non è altro che il nome antico del Nilo. Dunque il prossimo traguardo, una spedizione con l’aiuto della regina Cleopatra per risalire lungo il grande fiume fino alla sorgente e raggiungere il luogo segreto in cui è custodita la barca Mesektet di Cheope, partendo da Alessandria d’Egitto nel 30 a.C. Spedizione oltremodo dura e difficile, anche per l’età del dittatore ormai settantenne insieme agli altri compagni di viaggio segnati anch’essi dal Tempo. Vedi, per esempio, lo stesso Cicerone attaccato alla bottiglia e che fatica ad orinare, mentre Cleopatra mantiene ancora intatto il suo sorprendente fascino e la sua sorprendente sensualità.
Ostacoli duri, difficili da superare partendo dalle cateratte del Nilo che devono essere aggirate con enorme dispendio di energie. E poi gli attacchi delle tribù del luogo e quelli degli animali feroci come i leoni, i coccodrilli, gli ippopotami che metteranno in luce soprattutto l’eroismo di Spartaco. Pericolo anche da parte di Servio Primicerio, veterano fedele di Marco Antonio che si è ucciso davanti a Bruto, alla caccia di Cesare per fargliela pagare.
Terribile la discesa nell’Averno dove dovranno essere affrontati incredibili personaggi mitologici: Caronte, Cerbero, Plutone, in un paesaggio da brivido, contornato da tensioni, paure, colpi di scena. E la domanda che sorge spontanea “Riuscirà, questa volta, Cesare, nella sua incredibile impresa?”.
Un romanzo storico-fantasy-mitologico, di avventura e mistero, condotto attraverso una conoscenza accurata delle fonti del tempo (il Nilo, le imbarcazioni di papiro, le credenze, gli unguenti contro il morso delle zanzare, i vari personaggi dell’Averno…). Un libro “particolare” che ci trasporta dentro un territorio completamente diverso dall’abituale, in un mondo allo stesso tempo terribilmente concreto e terribilmente “meraviglioso”. Una commistione intrigante di generi narrativi e di personaggi storici conosciuti che hanno la forza di attrarre la curiosità e l’attenzione del lettore.

Un anno in giallo di AA. VV., Sellerio 2017.
Non c’è bisogno che la faccia lunga. Anzi, rispetto al solito, sarò breve, brevissimo. Lapidario. Trattasi di dodici racconti per i dodici mesi dell’anno con dodici protagonisti al centro della scena. Basta citarne alcuni per farvi capire il livello delle storie: Montalbano, i Vecchietti del Bar Lume, Petra Delicado, Rocco Schiavone, il condominio della Casa di Ringhiera…
Ne volete altri? D’accordo. Allora beccatevi anche Saverio Lamanna, Vince Corso, i killer di (lo scoprirete da voi), Kati Hirschel, Lorenzo La Marca. Tutti figli noti di noti autori che nemmeno cito. Cito, invece, due esordi: quello di Cornelia Zac di Simonetta Agnello Hornby (siamo in uno studio londinese), e quello di Angela Mazzola di Gian Mauro Costa, giovane poliziotta di Palermo di cui risentiremo parlare.
Dodici storie diverse in luoghi diversi (si va anche ad Istanbul) e in tempi diversi, seguendo i mesi del calendario, in prima o in terza persona, con una specie di “passamano” da un autore all’altro fino alla chiusura. Dodici personaggi ottimamente sbozzati con tutte le loro caratteristiche insieme a tanti altri a fare da comprimari, una serie di casi “strani”, particolari che fruttano indagini interessanti, personali o corali (e sapete a chi mi riferisco): qualcuno che non è convinto della confessione di un presunto assassino, uno strano furto, bottiglie di vino pregiate che spariscono, una moglie e un marito che si vogliono morti, il figlio ucciso di una vecchia compagna di classe, una indagine condotta per telefono (chi dovrebbe farla è malato), un prete spretato accoltellato in una chiesa sconsacrata, persone che scompaiono…
Storie diverse, dicevo, stili diversi, il pathos, la rabbia, l’ironia e il sorriso che si mischiano fra loro, spicchi di una società complessa, in continua trasformazione (“Artri tempi” quelli passati, dice Ampelio), talora brutta e difficile, addirittura terribilmente malvagia, criminale, che ogni tanto spunta fuori dalla trama, piccoli colpi di scena, l’idea geniale che, prima o poi, arriva e il puzzle che si ricompone.
Va bene, per gli indecisi segnalo anche gli altri autori: Camilleri, Savatteri, Stassi, Malvaldi, Robecchi, Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami, Piazzese, Manzini.
Un anno in giallo. E che anno!

Il sentiero di Peter May, Einaudi 2017.
Già conoscevo l’autore attraverso L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi 2012, e L’uomo degli scacchi, Einaudi Stile Libero Big 2015. Due splendidi volumi, per cui mi sono buttato anche sul presente.
“Non ho idea di che posto sia questo. E per la prima volta da quando ho ripreso conoscenza mi accorgo, con una fitta improvvisa, acuta e dolorosa d’ansia, di non sapere assolutamente chi sono.” Parole di un uomo che si risveglia su una spiaggia sconosciuta. Un uomo privo di memoria. L’ha persa, forse per qualche evento particolare che gli è successo. Non si riconosce nemmeno fisicamente, niente del suo corpo gli è familiare. Con l’aiuto di una signora anziana del luogo capisce di essere il signor Neal Maclean e di vivere in un cottage nell’isola di Harris delle Ebridi. Dai vicini Jan e Sally (saprà dopo essere la sua l’amante), che irrompono improvvisamente nella sua casa, apprende che sta scrivendo un libro sul mistero di tre guardiani del faro locale scomparsi senza lasciare traccia. Unico indizio una mappa con l’indicazione di un sentiero dal nome terribile “Le Bare” che attraversa l’isola. “Ma è successo qualcosa. Lo so, lo sento. Qualcosa di spaventoso.” Piccoli flash del passato a ricomporre il tremendo puzzle.
Andiamo per gradi. Primo punto, l’uomo smemorato che racconta in prima persona. Secondo punto la storia di Karen, da “adolescente ormonale” a “stronzetta ormonale e ribelle”, in terza persona, in rotta con la madre e il nuovo compagno. Cresta di capelli, piercing a borchia, anelli al labbro, tatuaggi di vario tipo. Cambiata dopo la morte di suo padre, noto scienziato e ricercatore sulle api finanziato dalla multinazionale Ergo. Un suicidio, sembra, ma lei non ci crede e farà di tutto per scoprire la verità.
Terzo punto, svolto ancora in terza persona, l’entrata in scena del sergente Gunn già conosciuto nei libri precedenti (si considera “uno studioso della natura umana”). Per l’omicidio di un uomo con il cranio sfondato in una cappella diroccata a Eilan Mòr nelle isole Flannan. Uomo trovato già prima dal supposto Maclean con diverse punture di api sul dorso delle mani (crede che sia stato lui ad ucciderlo). Già, le api, “personaggio” nuovo che avrà un bel peso nel corso della vicenda.
Dunque tre linee di sviluppo che si intrecciano fino all’epilogo finale di una storia che vede al centro una impressionante ed angosciante analisi all’interno del maggior protagonista alla ricerca della sua identità. Il tutto incorniciato dentro un paesaggio ed una natura incredibili. Da brivido: liberi, belli, aperti, fascinosi, inquietanti, attraversati da forti venti e il mare che giganteggia, in contrasto con la Londra vista da Karen, brutta, sporca e cattiva.
Il “sentiero” si presta ad essere interpretato come traccia tangibile e come percorso metaforico per ritrovare l’uomo e l’intera umanità. L’idea dell’amnesia certo non è nuova, così come in parte lo schema generale ma questo non inficia la qualità del libro.

Un giretto tra i miei libri
La strana morte dell’ammiraglio di AA. VV., Giunti 2012.
Che cosa sia stato il “Detection Club” (siamo negli anni Trenta) ce lo spiega in maniera semplice e chiara Dorothy L. Sayers nella introduzione “È un’associazione inglese di scrittori polizieschi che si incontrano più che altro per cenare insieme e parlare in continuazione di lavoro… Per entrare a far parte del Club bisogna avere scritto dei veri polizieschi (non romanzi di avventura o “thriller”), venire segnalati da due o più soci, essere votati dal Club e infine prestare giuramento”. Seguono delle regole da rispettare nell’attuazione delle storie.
Insomma questi soci un po’ fanno sul serio e un po’ si divertono. Come in questo caso. Uno inizia la storia e gli altri giù a continuarla senza sapere che cosa abbia in mente il suo predecessore. Sono ben dodici tra cui la nostra Agatha Christie che attira sempre l’attenzione dei lettori di ogni luogo e tempo (vedere copertina con suo nome e cognome in caratteri stratosferici). Prologo di Chesterton: tre immagini nelle volute di fumo dell’oppio, “tre momenti della progressiva rovina di un uomo”. O arrangiatevi. Siamo a Lingham. Neddy Ware, ex sottufficiale della Royal Navy, vede arrivare sul fiume la barca del vicario. Dentro c’è l’ammiraglio Penistone colpito al cuore con uno strumento a lama sottile. Indossa un cappotto, ha un giornale in tasca e nella barca viene trovato il cappello del vicario e una chiave. La gomena risulta tagliata.
Indaga l’ispettore Rudge “alto e magro, con il volto glabro e la carnagione giallastra”, fuma la pipa, è metodico, sistematico, sempre con il suo taccuino di appunti dietro, paziente, gli piacciono le susine (ricordo di ragazzo), appassionato di rose (una delle preferite la Madam Abel). Pignolo, non lascia nulla al caso (addirittura avvia una serie di indagini su ciascuno degli abitanti!), un uomo normale dunque, un uomo comune che “Non aveva il conforto del violino, né del flacone di cocaina, non passava il tempo a fare i nodi, o collezionava farfalle, oppure a distinguersi in qualche modo con attività estranee al lavoro” (frecciatina a Holmes da parte di Ronald A. Knox).
Secondo lui Penistone è stato ucciso da un’altra parte e poi infilato nella barca. Si scopre che si era messo nei pasticci a Hong Kong nel 1911 per una questione privata. Praticamente “c’entrava una donna”. Una vicenda che ruota intorno agli orari e alle evoluzione delle maree con gente che scappa da tutte le parti (vedi la nipote del vicario e il vicario stesso). La Christie ci infila pure la signora Davis che fa una capa tanta al nostro commissario (però lei tiene la bocca chiusa, tende a precisare), non mancano i colpi di scena e arriva pure un altro morto ammazzato.
Insomma un tourbillon di supposizioni, di “incasinamenti” magistrali e io mi immagino il povero Berkeley che suda come se fosse davanti ad un altoforno aperto per rimettere tutti i tasselli al loro posto. Al termine del libro altre soluzioni di nove (mi pare) degli autori a dimostrazione della loro incredibile capacità creativa.
Conclusa la lettura occhi sbarrati, mani tremanti e un “Li mortacci!” (misto di imprecazione-ammirazione) che viene su rigoglioso e spontaneo.

La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012.
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui viene chiesto dal procuratore della contea di Los Angeles di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per avere ucciso una ragazzina, Melissa Landy, strangolata (senza segni di aggressione e violenza), il cui corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora è in procinto di essere liberato, causa un recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito della sorella Sarah indossato dalla morta.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie uccisa a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza esclusione di colpi fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Richiamato dalla fine del mondo (insomma, al dire il vero, dalla polvere di uno scavo archeologico a Cipro), Enrico Radeschi deve tornare a Milano per una nuova difficilissima indagine e – udite, udite – stavolta addirittura in veste di consulente informatico ufficiale della questura. È questo che accade in Cartoline dalla fine del mondo. La nuova indagine di Enrico Radeschi (Marsilio, 2018), il nuovo romanzo dello scrittore, giornalista, autore teatrale milanese Paolo Roversi.
Ora però a voi un indispensabile antefatto esplicativo: Milano 2009, Radeschi è braccato. Un criminale vuole vendicarsi e dopo avere ucciso Delia, la sua ragazza, ora i sicari sono sulle sue tracce. L’unica chance di salvare la pelle è chiedere l’aiuto di un ex Kgb russo. Riceve istruzioni ferree: deve cadere in un buco nero, insomma dileguarsi, sparire dalla faccia delle terra. Per far questo deve consegnare le chiavi di casa per far pulizia di ogni traccia, poi il cellulare, il computer e uscire definitivamente da ogni e qualunque social. Gli è concesso solo di scrivere un biglietto per affidare il suo labrador Buck all’amico Furster, una lettera di vaghe spiegazioni a sua madre e pagare cento euro per nascondere il vespone giallo. Poi via: pizzetto, taglio corto di capelli, buttati gli occhiali, lenti a contatto colorate, e una nuova identità per un’altra vita. Una fuga nel nulla, durata ben otto anni, spesso imbarcato su navi cargo fino alla fine mondo con, come unico impiego semifisso, lavoretti sporchi a Cipro per un certo Danese. Fino a quando nel 2017…
Durante un esclusivo party offerto all’interno del Palazzo dell’Arengario, sede del Museo del Novecento di Milano, dalla Tech Hack Corp, la potente società multinazionale high tech di Pietro Sartori, uno degli invitati cade davanti al celeberrimo quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Naturalmente l’omicidio – perché di omicidio si tratta – interromperà la piacevole ed erotica serata del vice questore Loris Sebastiani, da sempre coprotagonista delle avventure di Radeschi. Anche perché le trasmissioni di tutte le telecamere di sorveglianza dell’Arengario sono state cancellate da un hacker ma le riprese della morte in diretta sono già state inserite su YouTube e Twitter, e l’assassinio è stato rivendicato da qualcuno che si firma Mamba Nero. E, ma guarda un po’, le immagini delle telecamere esterne appureranno che il morto, un manager dell’azienda, prima di entrare era stato graffiato con un chiodo impregnato di veleno di un Mamba, uno dei rettili più velenosi al mondo. La faccenda diventa subito molto seria, con questo misterioso hacker che continua ad aprire e chiudere account in tutto il mondo sfidando la polizia.
Sebastiani si rende conto che non gli resta che ripescare Enrico Radeschi, ovunque si trovi, e convincerlo a tornare a Milano ad aiutarlo. Un rientro non facile che impone a Radeschi di affrontare, oltre al fatto di dover dividere l’appartamento con una rumorosa cugina universitaria scopaiola fuori corso e al suo chihuahua, anche tutte le nuove miracolose conquiste informatiche. Ma che sarà mai per lui? Gli bastano alcune ore di rodaggio con un computer d’occasione, comprato in un favoloso negozietto di via Sarpi, e il suo supertalento virtuale riaffiora miracolosamente. Non guasta la collaborazione di Fuster, il suo ricco ex allievo di giornalismo e badante di Buck il labrador (stagionato ma ancora vivo) che ha ereditato il suo blog Milano Nera, facendolo diventare una redditizia e fortunata realtà. Appena in tempo però, perché Mamba Nero è pronto a colpire ancora e il bersaglio scelto è di nuovo la Hich Tech Corp. Vogliono distruggerla?
Radeschi e Loris Sebastiani non hanno scelta. Devono affrontare una vera e propria partita mortale con l’hacker assassino che ha ricominciato a mietere vittime, ispirandosi a Leonardo da Vinci. Bisogna scoprire la sua identità a tutti i costi e bloccarlo.
Cartoline dalla fine del mondo è divertente, effervescente, spregiudicato (un pensierino all’Alligatore ci sta eccome), mette in scena efficaci personaggi di contorno che fanno da spalla a Radeschi e, tra loro, doveroso citare il funambolicamente azzeccato Danese. Anche stavolta Paolo Roversi, coinvolgendo il lettore in un tour che per Radeschi ha il sapore di una rimpatriata, rende omaggio a una Milano più moderna e cosmopolita – forse l’Expo non è stato poi così male – arricchendola di nuove entità culturali, fatte anche di edifici svettanti al cielo, senza dimenticare le opere d’arte nei musei. Tutto questo senza dimenticare i ristoranti, le birrerie e i locali dove si sta bene. Bitcoin a gogò e girandola di colpi di scena con botto finale a sorpresa (buona o cattiva?) per Enrico Radeschi.
Velato tra le righe il sapore di hardboiled alla Chandler e un rimando molto gustoso a Indiana Jones con un imperdibile duello a base di vodka. Protagonista, con forti tratti autobiografici del suo autore, Enrico Radeschi si diverte a prendere in giro gli interlocutori, a dire fregnacce e a muoversi, parlando come Paolo Roversi che gli presta magnanimamente persino Rimbaud, il suo chihuahua.

Altri due consigli della nostra immarcescibile Patrizia.
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, in La notte della rabbia Roberto Riccardi ci racconta una bella storia e con, la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.
L’eredità dell’abate nero di Marcello Simoni, Newton Compton 2017. Lasciati, anche se a me spiace, esorcismi e diavolerie del suo ultimo romanzo, Simoni torna al suo classico raccontare prima maniera, con un nuovo intrigante feuilleton (il primo di un’altra Secretum Saga) e un’avventurosa trama che mischia storia, alchimia, rocamboleschi duelli, tranelli, doppi giochi, tradimenti e costumi rinascimentali.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi è la volta di I viaggi di Giovannino Perdigiorno di Gianni Rodari, Einaudi Ragazzi 2012, che mi ha consigliato nonnone Fabione. Molte poesie e qualche racconto veramente divertenti!
Giovannino Perdigiorno non sta mai fermo e va di continuo a visitare con mezzi diversi (aeroplano, auto, carretto, dirigibile, sottomarino…) popoli stranissimi alla ricerca di un paese ideale (nonno), dove tutto è perfetto. Visita, per esempio gli uomini pianta, quelli di ghiaccio, di vetro, di fuoco, di burro… Poesie e storie di fantasia che fanno anche riflettere. Per esempio il racconto sulla felicità del pianeta fanciullo dove tutti vogliono rimanere bambini. Ma allora è meglio non crescere?
Insomma, se volete fare un viaggio, strano, avventuroso e divertente cercate Giovannino Perdigiorno e andate con lui!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2018

Oggi voglio iniziare con un abbraccio e un augurio per il nuovo anno ai miei nipotini Jonathan e Jessica. Che il sorriso sia sempre con voi. (E io, Alessandra, aggiungo i miei auguri).

Il grido della sirena di Paul Halter, Mondadori 2017.
Si parte dall’inverno del 1897, quando all’allevatore di pecore Nielsen viene portata una seconda figlia, avuta da una relazione adulterina, proprio nel momento in cui è nata l’altra frutto del matrimonio (la madre muore). Due bambine identiche, “gemelle” che vivranno, però, separate…
E si passa al 1922. Più precisamente a Moretonbury, Cornovaglia. Qui arriva lo studioso di scienze occulte, ovvero di “fenomeni insoliti e inspiegabili”, l’irlandese Alan Twist, quarant’anni suonati, un uomo esile, tranquillo con l’aria da pensionato, zazzera folta e rosseggiante, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera. È stato chiamato dal proprietario terriero James Malleson, marito di Lydie Cranston, per risolvere un caso “decisamente fuori dell’ordinario”.
Ma già prima, fermatosi alla locanda “City Dars”, aveva fatto la conoscenza di due personaggi importanti per la storia: l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard e il lessicografo Jeremie Bell ispirato al Gideon Fell di Carr, con la sua famosa corporatura elefantiaca, il doppio mento, i baffi da brigante, il mantello nero e gli altrettanto famosi “Arconti di Atene!” qui sostituiti da “Per i sandali di Mercurio!”, “Per tutti i satiri dell’Olimpo!”, “Per i fulmini di Zeus!”, “Per Marte!”. E, sempre nella medesima locanda, aveva sentito parlare di un “grido silenzioso” a cui sono legate morti violente (in parole povere muore chi non lo sente) che ritroveremo in seguito.
Il caso da risolvere per il nostro Twist consiste in uno spettro che sembra aggirarsi per la casa di James Malleson, più precisamente in soffitta. Di fronte alla casa una torre considerata luogo maledetto. Lì è stato ucciso Charles Cranston da una creatura alata e in seguito anche il figlio Julian è morto, precipitando lungo la falesia per non avere sentito il grido della Banshee, essere demoniaco con un pettine rotto, che lancia un urlo bestiale.
Intanto dall’ispettore Hurst viene messa in dubbio l’identità di Malleson. Sembra che durante la guerra abbia fatto amicizia con un tizio poco raccomandabile che gli assomiglia, ovvero l’impostore Patrick Degan. Uno dei due muore ucciso. Chi sarà quello ritornato che, tra gli altri sospetti, gioca tanto bene a scacchi come non succedeva prima della sua partenza?…
Un plot di vicende veramente complesso. Passato e presente che si intrecciano, enigmi su enigmi, drammi, misteri, tradimenti (in quel senso), il classico filone del “doppio”, il “grido silenzioso” che ancora uccide. Insomma un’atmosfera angosciosa e angosciante con lo stesso Twist a gettare sconcerto perché pensa che “dietro a tutto questo ci sia la presenza del Maligno.”
Scrittura di classe, personaggi che rimangono impressi (ce ne sono altri tra cui le “gemelle” diventate grandi e due cugini a creare scompiglio), una storia affascinante dagli aspetti sovrannaturali anche se a volte inverosimile (non tutte le spiegazioni finali convincono), fino a quando “Caso risolto”, sentenzia un Twist innamorato. Anzi, casi risolti, quelli del presente e quelli del passato.
Leggere per credere.

Il falso ispettore di Peter Lovesey, Mondadori 2017.
“L’uomo che sarebbe diventato il falso ispettore Dew si chiamava Baranov.”, uno dei superstiti, insieme a suo padre, dell’affondamento del Lusitania, anno 1915, dove morirono più di mille passeggeri. “Lo stadio successivo della creazione del falso ispettore cominciò nella primavera del 1921”. Nello studio del dentista dottor Baranov c’è Alma Webster che lo ama “con tutta se stessa”. Abita da sola in una casa su tre piani e lavora a maglia per gli uomini al fronte. Alle spalle un passato doloroso. Il vero nome di Baranov è Walter Brown, sposato all’egocentrica e dittatoriale Lydia attrice, amica, tra l’altro, di Charlie Chaplin.
Altra donna coinvolta nella vicenda è Poppy Duke “ladra da manuale.” Ma questa volta fa cilecca. Il giovanotto a cui vuole rubare il portafoglio se ne accorge e, addirittura, la sfrutta “Mi hanno riferito che sei la borsaiola più abile di tutta Londra, e io voglio assicurarmi i tuoi servigi per una sera”, dichiara Jack, sposato con Kate.
Così come saranno coinvolti Marjorie Livingstone Cordell, terzo matrimonio con Livy e figlia Barbara che farà la conoscenza del corteggiatissimo Paul Westerfield, erede di un impero finanziario.
Il punto principale della storia è che Alma e Walter si innamorano, ma Lydia vuole andare a recitare in America con il piroscafo Mauretania. Dunque per i due piccioncini o lasciarsi, oppure riprendere un’idea, migliorandola, del famigerato caso Crippen che, insieme alla sua Ethel, avevano fatto a pezzi la moglie seppellendola in cantina. Purtroppo scoperti dall’ispettore Dew. Alma è entusiasta del piano (più dei libri della sua scrittrice preferita), lei stessa si presenterà sul Mauretania nelle vesti della signora Lydia, dapprima in seconda classe, e poi in prima dopo che questa sarà addormentata con il cloroformio e gettata in mare da Walter sotto le mentite spoglie di Drew. Anche gli altri personaggi citati si ritroveranno sullo stesso piroscafo, dando vita ad una serie incredibile di situazioni.
Tutto sembra procedere per il meglio con Alma che si trova alla perfezione nella parte della moritura, fino a quando una donna cadrà veramente in mare, strangolata. E chi meglio del riconosciuto e famoso ispettore Walter Dew di Scotland Yard potrà risolvere il mistero del suo stesso crimine? Vedete un po’ il Destino. A meno che non si tratti, invece…
Vicenda intricatissima: passeggeri che scompaiono, le paure di Alma verso lo stesso Walter così cambiato, tradimento, bari truffatori con le carte, spari, il passato che ritorna, un tourbillon di sorprese che tengono il lettore avvinghiato fino all’ultima pagina. Fino all’ultima riga. Con la domanda principale “Ce la farà il nostro Walter a non farsi scoprire?” E mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura.

L’ultimo passo di tango di Maurizio de Giovanni, BUR 2017.
Non saprei da dove incominciare tanta è la forza di questi racconti. Intanto spesso mi sono commosso. E non solo perché vecchiarello votato al sospiro. Spesso mi sono commosso perché preso, rapito dai fatti, dalle storie che via via si dispiegano con una profonda e delicata sensibilità umana, tipica di De Giovanni. Parte importante il dolore. A cominciare da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di polizia al tempo del fascismo, che incontrai per la prima volta con Il senso del dolore, Fandango 2007, costretto a vedere e ascoltare le ultime parole dei morti. Lo racconta lui stesso in “Mammarella”: “Vedo i morti ammazzati, o per incidente, con violenza insomma, all’improvviso… Li vedo con le ferite e il sangue, ma con l’espressione dell’ultimo sguardo, che ripetono l’ultima metà del pensiero che la morte ha amputato, continuamente, con lo stesso tono e le stesse parole”. Una vita, la sua, all’interno di questa maledizione, di questo “Fatto.”
Mi sono commosso di fronte a certi episodi di vita reale: lo stupro delle ragazzine, la donna con un bambino in braccio ammalato che chiede aiuto al dottor Modo, di fronte alla storia di Rosaria rimasta con il figlio piccolo che non può andare a scuola, o a quella di Filomena, ragazzina orfana e sola “dai grandi occhi senza lacrime” che deve accudire i fratellini.
Ricordi, ricordi e ricordi che affiorano nei molteplici personaggi, il passato che si insinua nostalgico o doloroso nel presente, quello che sembra e che non è (vedi i fiori rubati per la moglie morente), vita e morte che si mescolano inconsapevoli in una Napoli vista nella sua multiforme realtà: scugnizzi. ambulanti, lustrascarpe, gli odori dei vicoli, “dove non esistono sensi unici né divieti di sosta”, soprattutto nei Quartieri Spagnoli, la fame, la povertà, la bellezza e la ricchezza, il mare…
Ci sono i casi da risolvere per il nostro Ricciardi con il questore addosso, e bisogna fare in fretta che il Duce stesso mamma mia, l’anello che manca, la chiesa e il bordello, il contadino ridicolizzato nel suo sentimento d’amore. Già, l’amore, intorno al quale ruota gran parte della vita, quello vero e quello ambiguo, quello falso per ottenere, magari, figli che non si hanno…
E poi il bullismo, il mondo infido della scuola e degli scrittori, una stupida società che non perdona gli anziani anche se talentuosi, la gerarchia negli uffici con il Capo circondato dai sottoposti e la “giovane fanciulla assunta” che frega tutti, la violenza maschile all’interno della famiglia, l’incomunicabilità fra marito e moglie, il fastidio per gli stranieri, l’importanza delle storie…
De Giovanni è un asso nello sfruttare tutti i marchingegni della tecnica narrativa attraverso voci narranti diverse, ed è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta. Ci sono anche dei momenti, l’ho già scritto e lo ripeto, in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi. Siamo lì sul ciglio del burrone strappalacrime ma non riusciamo a caderci per una specie di magico equilibrio. Prosa delicata, attenta alle sfumature, ora profonda, dolce e commovente, ora cruda, ora mista di humour, puntuta e ironica, ricca di stilettate a certi aspetti e personaggi della società e della sua Napoli. Passo sopra a qualche inevitabile ripetitività nella struttura e alle frasettine in corsivo che non sopporto (mea culpa).
Ce ne sarebbero ancora di cose da dire su questi racconti, semplicemente belli. Ma è meglio che li leggiate voi stessi.

Un delitto inglese di Cyril Hare, Sellerio 2017.
Warbeck Hall, la più antica residenza del Marckshire. Il dottor Wenceslaus Bottwink sta lavorando nello studio dell’archivio su richiesta di lord Warbech, gravemente ammalato. Tra poco è Natale, nevica (un classico) e arriveranno gli invitati: il figlio Robert, un nazistoide presidente della Lega di Libertà e Giustizia; Il cugino Julius, ministro laburista del governo insieme al sergente Rogers che deve proteggerlo; la nipote Camilla innamorata invano di Robert; la signora Carstairs, moglie del più stretto collaboratore del ministro. Non manca il maggiordomo Briggs impeccabile nelle sue mansioni a osservare il tutto.
Dunque una bella residenza inglese, un vecchio Lord a fine vita, un piccolo gruppo di personaggi, ciascuno con la sua personalità e i suoi “interessi”. E una neve che scende imperterrita a isolare il tutto seguita da una fitta nebbia. Se dovesse accadere qualcosa di brutto…
E qualcosa di brutto accade. È mezzanotte, la mezzanotte di Natale quando, al suono delle campane si deve fare il brindisi. Robert “vuotò il bicchiere tutto in un sorso, restò immobile per un momento, il viso orribilmente stravolto, si afferrò la gola con una mano mentre il bicchiere gli cadeva dall’altra, poi piombò pesantemente a terra, con la faccia sul pavimento”. Avvelenamento da cianuro. E sarà omicidio, anche se qualcuno prospetta il suicidio.
Chi ce l’aveva con lui? Ad indagare il meticoloso sergente Rogers fino a quando la polizia del luogo potrà accedere al casato, e lo studioso Bottwink. Tutti i personaggi, ben strutturati nelle loro caratteristiche, manifestano qualcosa di sospetto. Anche Briggs ha il suo segreto, come ogni maggiordomo che si rispetti nelle storie inglesi. E qui nasconde, fino ad un certo punto, una figlia che contribuisce a complicare maledettamente la faccenda…
Ormai l’atmosfera è tesa. Chi è l’assassino che si aggira per la casa? Ci sarà una prossima vittima? Ci sarà, anzi ci saranno e almeno una inconcepibile, tanto da far esclamare al dottor Bottwink “È impossibile! Per tutte le regole della logica e della ragione, è impossibile!” E sarà proprio lui, lo straniero che non si lascia intimidire, a risolvere il rebus.
Un classico nella struttura e nella scrittura lieve, elegante, graziosa, senza sobbalzi di sorta. Un giallo ben confezionato che riflette anche sulla politica inglese. Da leggere come distensivo preferibilmente dopo un frenetico malloppone di sparatorie, sangue e sesso.

Un giretto tra i miei libri
Un Superleggero di 105 pagine come La società dell’indagine di Alessandro Perissinotto, Bompiani 2008, è quello che ci voleva per rilassarmi e riflettere su un fenomeno dal sottoscritto (e non solo) già ampiamente verificato e sottolineato: il successo del romanzo poliziesco, anzi l’abnorme successo del romanzo poliziesco. Qui la distinzione tra generi è superflua, lascia il tempo che trova. E dunque, per Perissinotto, si deve parlare di narrativa d’indagine, il cui oggetto di valore è la verità che nasce da “un profondo senso di insicurezza”.
Il giallo (sempre inteso in senso generale) non solo consolatorio, come valvola di sfogo, come intrattenimento, ma anche come mezzo di indagine della realtà, della società e dei suoi mali.
Il primo più appannaggio della fiction televisiva con il lavoro di squadra. A riportare l’ordine non è la classica figura unica dell’investigatore ma lo Stato stesso. In ogni caso consolatorio o meno “…qualsiasi poliziesco porta con sé un protagonista che di consolatorio ha ben poco: la morte” bandita dall’Occidente che ne prova vergogna. Il romanzo poliziesco con le sue “dosi omeopatiche” di essa ci fa riprendere la familiarità perduta.
I letterati di professione con la puzza sotto il naso, riferendosi al giallo, parlano di “paraletteratura”, “letteratura di consumo”, “letteratura di genere”, “libri da stazione”. Non tutti, aggiungo, io che in questi ultimi tempi c’è stato anche un certo “ravvedimento”, vedi per esempio gli interventi su Tirature ’07 e Giallo e dintorni di Maria Immacolata Macioti.
Altri spunti interessanti: il rapporto tra il giallo e la tragedia, la sua evoluzione partendo da Holmes e Dupin passando attraverso l’hard boiled per finire tra le braccia di Maigret e poi di Dürrenmatt (citando anche Sciascia).
Si mettono in evidenza gli esiti positivi e nefasti del C.S.I. effect, si esamina la House Medical Division e l’ormai famoso dottor House che altri non è se non uno Sherlock Holmes “trasferito dalla Londra vittoriana agli Stati Uniti del terzo millennio”. Egli non cura i malati ma le malattie, con la scoperta del complotto (complottano le malattie, i superiori e gli stessi pazienti), e si analizza pure la Medical Investigation, un team di ricercatori che fanno fronte ad emergenze sanitarie. Per concludere viene fuori da parte della “massa” (intesa non in senso spregiativo ma come numero) dei lettori un forte interesse per la ricerca della verità.
Ma insomma, gira e rigira la domanda cruciale che sempre aleggia nell’aria è se il romanzo poliziesco faccia parte o meno della letteratura tout court. Per trovare una risposta tornerei ad una frase che si trova a pagina 56 “Semplificando si può dire che, agli occhi dei critici, un buon romanzo poliziesco cessa di essere un poliziesco”. È solo un buon romanzo. Capito?.

Fatemelo dire. Lo so, è scontato ma lo voglio dire lo stesso. Spesso si sta facendo una rincorsa alla disgrazia. Anche il lettore più distratto se ne sarà accorto. La disgrazia la fa ormai da padrone in molti (troppi) romanzi polizieschi di vario genere. Più disgrazie, più gusto per i lettori (si dice). Non ne rimane immune nemmeno La stanza delle urla di Thomas O’Callaghan, Mondadori 2009.
E dunque abbiamo il solito tenente della polizia di New York W. Driscoll irlandese sfigato fradicio con la moglie morta (sei anni in coma) e pure la figlia per un incidente stradale (immaginatevi i ricordi che lo assalgono a ogni piè sospinto) e aggiungo la madre buttatasi sotto le rotaie della metropolitana e pure la sorella che è in terapia (non ho capito bene di che cosa ma la testa non è a posto). Nel momento in cui scrivo non ricordo del padre ma forse è meglio così; la solita gnoccolona compagna di lavoro del suddetto Driscoll con un passato alle spalle anche lei niente male (in fatto di sfiga, naturalmente…) sotto cura psichiatrica; il solito braccio destro con problemi di alcolismo per averne combinate un paio; il solito, anzi i soliti che qui sono due, disgraziati maledetti colpiti da un destino infame (leggi violenza) che si divertono a uccidere chi gli capita sotto tiro togliendogli lo scalpo come gli indiani ecc…
E allora morti scalpati da tutte le parti (perfino nel didietro di un dinosauro nella sala di un museo), disperazione del Sindaco per gli attacchi della stampa, violenza privata che genera violenza pubblica, un miliardario che vuole vendicare la morte della figlia (anche lui un po’ strano…), i pericoli della rete, la nuova generazione di You Tube e perfino qualche tocco d’Italia con Armani e Versace (di casa e di bottega in molti thriller americani).
Capitoletti brevi, personaggi appiattiti, riflessioni scontate. Prevale lo schema sulla storia o meglio sull’efficacia della storia che va avanti quasi per inerzia se si eccettua qualche lampo di genio come il miliardario che in quattro e quattr’otto riesce a piazzare un lanciafiamme automatico sul tetto di una casa facendosi beffe della polizia.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Ludus in fabula di Danila Comastri Montanari, Mondadori 2017. Nella Roma imperiale (Claudio imperatore) una specie di misteriosa caccia al tesoro nata quasi come un scommessa, un gioco da ragazzi, ha avuto un tale imprevedibile successo da coinvolgere tutti i cittadini. Da giorni ormai tutta Roma, che si tratti di ragazzi, servi, plebei, malviventi della Suburra o addirittura ricche dame patrizie, cavalieri e membri del senato, sono caduti vittime dell’incantesimo e si mettono in gara per risolvere gli indovinelli e seguire la pista. Più in particolare un ragazzone sveglio ma pasticcione, un famosissimo campione di trigono, una donna affascinante ma dal carattere impossibile, i membri di una banda di Galli che imperversa nella Suburra, un equivoco segnapunti, tre plebee che devono sbarcare il lunario e un giovane straniero che, stranamente, sembra il senatore Publio Aurelio Stazio da giovane. E poi tante voci girano, ingigantendosi. Si favoleggia di un milionario premio destinato a chi sarà il fortunato vincitore. A Roma è diventato l’argomento del giorno e Pomponia, la rotonda matrona, la più informata di Roma (leggasi pettegola) buona amica e spalla del nostro ricchissimo senatore, è già pronta all’alba, impegnata alla spasimo nella competizione con la sua più agguerrita rivale Domitilla, per andare a scovare un nuovo indizio, presso la statua di Cornelia nel Portico di Ottavia. Ma stavolta niente facile indovinello e invece, dietro alla statua, trova un mano mozzata con un anello al dito, un indizio talmente agghiacciante che la procace matrona stramazza al suolo. Ciò nondimeno, non appena riprende i sensi, corre in cerca di sostegno e aiuto dall’amico senatore, Publio Aurelio Stazio.
Perché all’improvviso la caccia al tesoro, da innocuo passatempo, si è trasformata in un gioco di morte? Aurelio Stazio decide che bisogna intervenire al più presto e, ricuperato il macabro reperto, chiede lumi al suo medico e protetto Ipparco di Cesarea, acuto precursore dei moderni anatomopatologi. Ipparco infatti, pur con solo quella a disposizione, riesce a dirgli che si tratta della mano di un ragazzo, che probabilmente lavorava in una follonica (lavanderia), ma che era già morto quando gliel’avevano mozzata.
La solita composita e variegata ambientazione e le caratteristiche e le abitudini della romana umanità dell’epoca, comprese le colorite rappresentazioni di vivande e cene sopraffine, sono ben ricostruite senza mai appesantire la narrazione e descritte da Danila Comastri stuzzicando il lettore con il suo impareggiabile humour. Ma, mentre Aurelio si dedica a far luce sugli enigmi, spalleggiato dal solito stuolo di famigli collaboratori molto bene retribuiti (o che si retribuiscono da soli: quali l’astuto liberto, Castore, il fido insomma? amministratore Paride), lo sconosciuto ideatore della caccia al tesoro alza ancora la posta in gioco e comincia a lasciare dietro di se una scia di cadaveri. I ragazzi morti diventano tre e non basta… Il numero si ripete, eh già! Ci sono tre donne poverissime, tre abbienti fratellastri, i Suri. Il senatore si scervella anche sul mistero del suo quasi sosia che pare ricomparire dappertutto. Un altro indovinello? Poco male, perché tanto ormai Publio Aurelio Stazio deve affrontare e risolvere l’enigma del perfido gioco di morte. Riuscirà a farcela anche stavolta?
Con Ludus in fabula Mondadori riporta nelle librerie il famoso personaggio creato da Danila Comastri Montanari, il senatore Publio Aurelio Stazio con la suo colta, frizzante e vivacissima indagine poliziesca, molto poco giallo classico tradizionale e che si legge in un lampo. Molto intrigante la caccia al tesoro e tutto il bailamme del corollario.

La solitudine del ghiaccio di Sheena Kamal, Harpers Collins 2017.
Una sopravvissuta: così si definisce Nora Watts, la protagonista di La solitudine del ghiaccio, il fortunato romanzo di esordio di Sheena Kamal, pubblicato in Italia da Harper Collins e ambientato in Canada, più in particolare nel Nord Ovest. Nora Watts, mezzosangue autoctona, non bella, ultratrentenne trascurata. Nora non è una poliziotta, né un avvocato e nemmeno un’investigatrice; è semplicemente una donna con un difficile passato che non vuole essere considerata una vittima ma una sopravvissuta. È orfana, ha passato l’infanzia in diverse strutture casa-famiglia, si è arruolata nell’esercito, in seguito si è mantenuta con la sua voce e, dopo aver subito una spaventosa violenza, si è lasciata andare alla disperazione e all’alcol.
Quando finalmente ha trovato l’aiuto e la volontà per lasciare la bottiglia, in virtù della raccomandazione del suo quasi angelo custode, il giornalista che le ha salvato la vita e poi ha romanzato la sua storia, Nora ha ottenuto uno pseudo lavoro a Vancouver, come segretaria tuttofare, assistente nelle indagini di una coppia di gay, uno scrittore, giornalista d’indagine e un investigatore privato, e vive “clandestinamente” nello scantinato dell’ufficio, con Fruscio, una cagna bastarda che l’ha scelta.
Anche se di tanto in tanto i demoni dei ricordi affollano minacciosi la sua mente, la sua vita è vagamente accettabile, non spende in vestiti e risparmia ogni dollaro per trovarsi una sistemazione migliore. Ma una mattina presto il suo cellulare squilla ripetutamente e, quando risponde, la voce di un uomo, che si presenta come Everett Walsh, le chiede di ritrovare la figlia, una ragazzina scomparsa. Ma è il suo passato che ritorna schiaffeggiandola, perché la quindicenne scomparsa, Bonnie, è sua figlia, frutto della violenza da lei subita e che ha dato in adozione appena nata. Secondo i ricchi genitori adottivi non è la prima volta, Bonnie è ribelle, è già successo, stavolta è scappata rubando molti soldi della famiglia e la polizia, visto i precedenti, non la sta cercando. Ma stavolta Bonnie è scomparsa da troppo tempo e allora Everett Walsh e sua moglie Lynn angosciati hanno cercato Nora, la madre naturale, nella vana speranza di trovarla da lei…
Un racconto tutto in prima persona, che si snoda senza fronzoli accurato e, pur pervaso da amara ironia, si mantiene sempre pacato, nonostante il carattere drammatico delle scene descritte. Un romanzo crudo e violento, con una singolare e intrigante protagonista, e qui mi pare inevitabile fare il confronto con la Lisbeth Salander di Stieg Larsson. Nora Watts, una protagonista difficile, spesso sgradevole, un’antieroina, che non guarda in faccia nessuno, che si approccia male e troppo spesso fuori dalle righe con gli altri personaggi della storia (buoni o cattivi). Una protagonista che forse avrà un futuro grazie alla sua splendida voce di contralto e che, volenti o nolenti, riesce a incantare gli ascoltatori e ad appassionare i lettori. E riuscirà anche a sorprenderli in un geniale epilogo, con un’ inattesa ma plausibile verità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della Fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2010.
La prima avventura si svolge sotto il mare dove c’è il castello delle fate. Qui Geronimo Stilton incontra una fata di nome Aquaria che gli chiede di sconfiggere la strega malvagia Vermelia che abita in un castello. Durante il viaggio incontra come falso amico un coyote, viene legato ma poi liberato dal cavaliere Drago Blu che ha un cuore blu sulla fronte. Egli lo aiuterà a sconfiggere la strega Vermelia se a sua volta verrà aiutato a ritrovare la sua ragazza Melissa…
Una storia straordinaria ricca di tante vicende fantastiche inaspettate e di personaggi strani: anelli magici, i Troll che lanciano caccole, fanno rutti e scorregge (giuro), ometti piccoli e verdi, streghe su serpenti alati, Geronimo che viene trasformato in rospo, streghe che diventano fate…
Una lettura avvincente che vi terrà con la bocca spalancata fino alla fine!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2017

Quando il verso di una canzone colpisce più di mille parole…
Non c’è niente da fare. Mi viene di canticchiarla, così, all’improvviso. Quasi senza accorgermene. Come, ogni tanto, la recita di qualche verso di poesia che mi è rimasto nel cuore. Quando la vita si distrae cadono gli uomini di una recente, fortunata canzone, arriva spesso tamburellante a colpirmi. Perché? È una canzone allegra, divertente, che il mio nipotino ha imparato a memoria perfino con i movimenti del suo noto cantante. Eppure, eppure quella Vita che anche solo per un attimo si distrae dal suo compito essenziale, quella Vita che cerca di sfuggire al destino per cui è stata creata deve farci riflettere. Allora cadono gli uomini, sia in senso sia figurato che concreto: l’autodistruzione, l’assassinio, la guerra. La Vita si è distratta. Ma la Vita non si può distrarre. Non lasciamola distrarre. Per noi stessi. Per i nostri figli. Per i nostri nipotini.

La tomba insanguinata di Edgar Wallace, Mondadori 2017.
Un edificio a prova di dinamite con una cassaforte a quindici metri di altezza per contenere una somma da capogiro, il “tutto spillato ad una massa di babbei”. Fregato, insomma, dal capo Reale con l’aiuto di Jimmy, Connor e Massey. Ma il vecchio Reale non ha molto tempo davanti a sé e vuole risarcire almeno Kathleen Kent, la figlia di uno degli sprovveduti. Anche gli altri suoi “colleghi”, però, vogliono la loro parte.
Questo tesoro di dollari è legato a un rompicapo (alcuni versi contengono la chiave per aprire la cassaforte) e chi lo risolve se lo becca. Il tutto scritto nel testamento in mano dell’avvocato Spending che cercherà, a sua volta, di trarne profitto. Intanto Massey ci lascia le penne dopo avere ucciso il vecchio. Sulle due morti indaga Christopher Angel, eccentrico detective di Scotland Yard, già cacciatore di leoni ed elefanti in Africa ed inviato speciale di giornali. Sarà una lotta dura, durissima per accaparrarsi il malloppo tra scontri, trucchi, tranelli, inseguimenti, rapimenti, case a soqquadro, uccisioni, piccolo tocco di romanticismo attraverso una scrittura veloce tipica dello stile di Wallace.

Il Club delle Vecchie Signore e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
È sempre un piacere trattenersi un po’ con Simenon. Qui abbiamo quattro racconti che narrano le avventure della famosa Agenzia O.
Partiamo dal primo Il prigioniero di Lagny.
Torrence, Émile e Barbet “cioè l’organico maschile dell’Agenzia O”, si trovano, al buio, sotto l’acqua gelida che viene giù dal cielo, sulla riva di un fiume. È arrivata una lettera senza firma. L’autore chiede loro aiuto perché sequestrato in un luogo che ignora. Tuttavia ha dato qualche indicazione che potrebbe servire a ritrovarlo. Il gruppo indaga: una casa abbandonata, una chiatta, un pittore proprietario della medesima e una giovane donna che posa nuda. Uccisa. Come accusare il pittore dell’assassinio, tra l’altro amico di persone importanti?
Il Club delle vecchie Signore
Émile dalla signora Pitchard. Deve rivelargli un fatto strano. Tutte le settimane ha l’abitudine di invitare a casa sua una delle signore iscritte al Club delle Vecchie Signore dove si gioca a bridge e ad altri intrattenimenti di società. Sabato scorso è toccato alla signora Sacramento, ovvero non proprio signora se gli è spuntata la barba! Chi è, dunque, costui? E perché si è fatto ammettere al Club? Ricerca interessante, incontro con una vecchia fiamma e… occhio alla mela!
Il dottor Beccamorti
Qui, ragazzi, ci sono anche gli scacchi (altra mia passione). Subito all’inizio abbiamo un signore (in seguito sapremo essere il dottor Maupin, ovvero il dottor Beccamorti) che, nel Club degli scacchi di Parigi, appena finita una seconda partita, si sta concedendo qualche attimo di riposo quando arriva il vicepresidente del club “Scusi dottore… Mi permetta di presentarle un amico… Non fa parte del circolo, ma stasera è qui come invitato e poco fa l’ha vista giocare…”. Insomma l’amico lo sfida apertamente ed è perfino disposto a concedergli il vantaggio di una Torre e di un Alfiere. A lui, uno dei più forti giocatori del circolo, che ha già vinto con un russo assai famoso! Una partita senza senso, anche perché il giovanotto, presentato come Tallandier è, in effetti, Émile, la mente della Agenzia investigativa O. Egli ha come unico scopo quello di trattenere il dottor fino all’arrivo di una telefonata da Barbet, ex scassinatore diventato fattorino della suddetta agenzia, che sta ispezionando minuziosamente l’appartamento proprio di Maupin. Infatti si pensa che ci tenga prigioniera una sua paziente. Niente, ora non c’è ma in seguito verrà trovata proprio lì morta stecchita. Aggiungo una nipote, un’amante, un testamento e… una colla forte…
Il ricatto dell’Agenzia O
“Signor Torrence, prego, ci segua alla Polizia giudiziaria”. E il nostro viene arrestato perché ha in mano una busta piena di banconote! Incredibile. Caso complesso: uno scultore che confessa un assassinio, un ricattatore e perfino sospetti di Torrence stesso sui suoi dipendenti. Insomma un’agenzia seria e rispettata “sull’orlo della rovina e del disonore!”. Come risolvere la delicata situazione?…
Situazioni pazzesche, scherzose, umoristiche, stravaganti. Sembra quasi di vedere Simenon che si diverte come un matto a infilare i suoi personaggi in vicende comiche e grottesche, perfino paradossali. Personaggi vivi con le loro concrete caratteristiche fisiche e umorali, che si danno da fare, scrutano, indagano, deducono ma a volte in difficoltà di fronte a certi momenti incongrui e inaspettati. Racconti estrosi, frizzanti. Racconti di classe.

Le molliche del commissario di Carlo F. De Filippis, Giunti 2017.
Le “molliche” del commissario, ovvero di Salvatore Vivacqua, siciliano cinquantenne trapiantato a Torino, sono le tracce che il colpevole lascia dietro di sé. Se si è capace di vederle… Aggiungo un metro e settantacinque, novanta chili, medaglia al valore, cicatrice di arma da fuoco al torace, diverse ferite da arma da taglio, costole del lato sinistro fratturate, sigarette e caffè, soprannome “Niky Lauda, o Siciliano di merda, o Scassacazzi; per pochissimi Totò”. Sposato con la psicologa Assunta Bellomo, due figli Fabrizio e Grazia, il setter Tommy.
Ma veniamo al sodo. Un omicidio nella chiesa della Santissima Trinità. Ucciso don Riccardo in maniera barbarica con la testa ridotta a una poltiglia. Indagine con i sottoposti Carbone e Migliorino e ci sono pure Gargiulo, Calabresi e Patanè. Una vendetta? Faccende di sesso? Molestie? Oppure un pazzo come vorrebbe monsignore? Forse una traccia, due tizi che si sono affrontati con il coltello davanti al prete. Bisogna trovarli. Nella zona San Salvario “guai a ogni passo: puttane mezze nude con le pupille spalancate, neri grossi come alberi, clandestini fermi…”
Altro omicidio. Strangolata Jolanda Petrini, ricca, ma niente è stato portato via. Donna fatale, se la faceva con diversi tra cui il dottor Alberto Francia, ultimo a vederla. Sospettato pure il maestro Giardini e il notaio Tagliavento. Un gioco erotico finito male? Vendette? Gelosie?
Alternati a momenti di analisi, ai dubbi, alle molliche che non si fanno vedere ecco il movimento, la lotta, gli scontri, le coltellate, i colpi di pistola, qualcosa di troppo da parte dei poliziotti e l’intervento della Disciplinare. Spuntano le fotografie rivelatrici, arrivano le molliche e gli ingranaggi del cervello incominciano a funzionare, “…un’idea frullava nella testa. Un’idea tanto balorda che ebbe timore a scriverla. Si limitò a pensarci sopra con l’intenzione di demolirla, ma se avesse resistito…”
Tradimenti, sesso simpatico, eredità appetitosa, i due casi che, apparentemente scollegati, si allacceranno insieme come tanti tasselli di uno stesso mosaico attraverso una scrittura dinamica. Pure una sostituzione di persona, una finta morte, una falsa rapina, una falsa prova con depistaggio e perfino citazioni degli scacchi che interessano solo al sottoscritto, Per capire in parte la complessità della storia basta tenere a mente I fantasmi del cappellaio di Simenon. Lo rivela alla fine il commissario stesso.
C’è di tutto e di più in questo libro. Anche troppo. Ma è questione di gusti, come ho ripetuto tante volte.

Spiluzzicature
Annaspando tra i libri della mogliera ho spiluzzicato La vita in due di Nicholas Sparks, Sperling Kupfer 2017. Ecco cosa ci fa sapere l’autore in quarta di copertina “Scrivendo questo romanzo ho capito, una volta di più, quale straordinaria riserva di emozioni contiene ogni famiglia. Sono padre di tre maschi e due gemelle, perciò so molto bene quanto è unico il rapporto dei genitori con ciascuno dei propri figli. Qui però ho deciso di raccontare il legame profondo che si stabilisce tra un padre e una figlia, le difficoltà, i rischi e naturalmente le gioie immense. È una storia forte come l’amore incondizionato che unisce i due protagonisti, e anche se a volte la vita prende strade impreviste, è proprio il modo in cui affrontiamo ogni momento, anche il più doloroso, a definire il nostro futuro.”

Nel più bel sogno di Marco Vichi, Guanda 2017, ci riporta, con il commissario Bordelli, in quella Firenze del 1968 con le lotte studentesche, gli scioperi e gli scontri con la polizia che pure il sottoscritto ha vissuto, più da spettatore devo dire, quando si pensava e si credeva in un futuro diverso e più bello.
Con L’inquilino del piano di sopra di Harriet Rutland, Polillo 2017, siamo nella Londra bombardata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Storia di uno scrittore pensionante in una famiglia che si rivela via via completamente diversa. Una morta da morfina e una testa fracassata in un periodo della storia dove l’uomo mette in mostra il suo lato peggiore.
Chi desidera penetrare nei meandri oscuri di una famiglia all’apparenza perfetta si becchi La donna silenziosa di Debbie Howells, Newton Compton 2017. Tutto parte dalla sparizione di Rose Andersen in una piccola cittadina inglese. E gli Andersen nascondono diversi segreti… Classico thriller psicologico, o domestic thriller che va tanto di moda.

Un giretto tra i miei libri
La ricetta dell’assassino di Anne Holt, Einaudi Stile Libero Big 2012.
Oslo, dicembre 1999. Un cuoco famoso, Brede Ziegler, morto accoltellato (e che coltello! Un Masahiro 210). Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen, ma è lontana tra le suore di un monastero, che funge anche da albergo, addolorata per la morte della compagna Cecilie. Al suo ritorno, passando per Verona, l’incontro fortuito con una donna dai guanti rossi come i suoi. Salto sul letto e via in patria.
Quando Hanne riprende il lavoro subito una critica agli interrogatori (si alternano i verbali alle azioni), non per reticenza degli ascoltati ma per le domande non fatte. Incontro-scontro con Billy T., ispettore di polizia che ha condotto le indagini, una brancata di figlioli da diverse donne (non ricordo quante), ora, però, con moglie e figlia piccola che non lascia dormire insieme ad un dispettoso mal di denti. Abbandonato da Hanne, dopo il solito saltone sul lettone, “a causa del comune dolore per Cecilie” (quando siamo giù di corda succede sempre così).
Ricerca dell’assassino che ha ucciso due volte: con il coltello (già detto) e con farmaco in dose letale. Tra l’altro il morto non destava troppa simpatia e per qualcuno era proprio una “merda”, tanto per esser chiari. Lettere minatorie di “Pugno Bianco”, libri pregiati da vendere, uno da scrivere sulla vita culinaria di Brede e c’è pure chi frega bottiglie costosissime di vino dal suo ristorante.
Aggiungo altri elementi della polizia con i loro squarci di vita, altri personaggi con le loro problematiche che sembrano estranee (ma non lo sono) all’evolversi della vicenda, l’andamento di un processo, l’omosessualità maschile e femminile, figli segreti, eredità da urlo (qualche forzatura come la storia da libro cuore della prostituta Marry la Zarra ci sta), una lunga scia di malinconica tristezza che serpeggia lungo tutto il racconto. Vissuto più da dentro con una scrittura che scava leggera e decisa nell’animo dei personaggi.
Un plot sostanzioso (anche troppo) che si scioglie lentamente dentro una atmosfera di neve cadente e di lucciconi agli occhi.

La sciarada dei tre corpi di Miles Burton, Mondadori 2009.
Siamo a Goose Common nel Deanshire. Il 7 giugno la signora Ethel Burge, per gli amici Wendy, parte dalla città di Deaning alla ricerca di fondi per l’ospedale della contea. Incontri, chiacchiere, spunti su alcuni abitanti del paese, notizia della morte di un signore. Poi sua scomparsa insieme a quella del marito andato a Londra e sua ricerca da parte del signor Hopcroft, avvocato di famiglia. Buona l’atmosfera che si fa sempre più tesa e inquietante. Arriva l’ispettore Arnold con il suo amico Merrion per fare luce sul delitto di Wendy ritrovata cadavere vicino ad un fiume. Iniziano le perplessità, i dubbi, le congetture, i primi squarci su una vita di paese solo all’apparenza tranquilla (un classico).
Interessante coppia questa di Arnold e Merrion. Il primo più statico, il secondo sempre a girellare in qua e là e a scoprire nuove tracce, ognuno con una idea diversa sul possibile assassino di Wendy. Tutto un fermento di idee e supposizioni. Personaggi di varia nazionalità: inglesi, irlandesi, argentini, due barconi, la Kathleen e la Psiche (ridotte male) che il loro spazio nel racconto ce l’hanno. Non manca l’uomo misterioso, un altro sparisce e insomma gli abitanti di Goose Common agli occhi di Merrion non sembrano proprio normali “Mi sono anzi convinto che siano stati tutti contagiati da qualche sorta di virus che li fa comportare in modo anomalo”. Vedi l’esempio di una signora particolarmente impaurita senza apparente motivo.
E poi malviventi, tentativo di estorsione, altri morti ammazzati, un tourbillon di supposizioni e ricostruzioni possibili della ingarbugliata vicenda che cambiano con il cambiare degli eventi. In primo piano Desmond Morris che ha lavorato nel reparto del controspionaggio dell’Ammiragliato nelle ultime due guerre, sua l’intuizione decisiva e grande colpo di scena finale. Ragionamenti ed elucubrazioni inframmezzati ai racconti dei vari personaggi. Lettura intrigante, piacevole, serrata, svolta con buon ritmo.

La Scorciatoia di P.G. Sturges, Revolver 2012.
Los Angeles. Dick Henry, ex marinaio di sottomarino e poliziotto, ovvero “La Scorciatoia” per chi ha problemi impellenti da risolvere, e Lynette “splendida zoccola” dalla faccia d’angelo senza rispetto “per niente e per nessuno”, apertamente immorale. Due personaggi al centro della storia. Uno dai sistemi spicci ma dal cuore d’oro che difende i deboli dai cattivi essendo lui più cattivo, una che scopa con un bel po’ di gente e ora con lo stesso Henry.
Tutto fila liscio fino a quando non gli arriva un “lavoretto” un po’ più cospicuo da parte di Artie Benjamin, riccone stracolmo di quattrini che vuole sapere se la sua mogliettina Judy lo tradisce. Facile come bere un bicchiere d’acqua se… ma non voglio svelare niente.
Qualche altro spunto su Dick. Alto, secco e forte, occhi azzurri, capelli rosso bruno, lentiggini sbiadite, naso un po’ a gobba e storto, sposato e lasciato per essersela spassata con una segretaria, cerca di riconquistare la moglie Georgette bella bionda tendente al rosso, (“D’altronde c’è un solo Dick Henry in questo mondo”), due figli, passione per la musica jazz, ha suonato in una blues band, primo lavoro strillone di giornali, ucciso un violentatore di bambina da poliziotto. Aggiungo come suo pensiero la vita una merdata, tutti bugiardi, tutti disonesti, contano le conoscenze, gli amici, le raccomandazioni, tutto è in vendita e siamo ai giorni nostri. Sogni perduti, ridicoli, amore romantico blah…
Lynette è la femme fatale che fa girare la testa a chi le sta intorno, sesso, sesso e sesso, è tutta una questione di denaro, di avidità, dove l’inganno e la violenza la fanno da padroni. Conseguenza lo scontro, anzi gli scontri finali.
Potrei definire il succo del libro con quello che è il manifesto della nuova casa editrice “Qualità narrativa, profondità nel tratteggiare i caratteri dei personaggi, ritmo sincopato, azione adrenalinica e parossismo visivo, trame a orologeria”.
Tolte le trame ad orologeria che qui non c’entrano niente non sposterei una virgola, anche se il tutto odora di una certa ripetitività di schemi già conosciuti.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La moglie imperfetta di B.A. Paris Nord 2017, dimostra immediatamente che l’autrice ha scelto di seguire una trama in sintonia con il suo primo thriller, La coppia perfetta, in cui il lettore si trovava a scoprire le spaventose pecche di quello che, pur con minuscole ma inquietanti crepe sulla facciata, sembrava un matrimonio perfetto. Scopriamo infatti ben presto in La moglie imperfetta un angosciante universo femminile vissuto in prima persona, dove domina l’incubo ossessionante di una invalidante malattia. 17 luglio, dopo una serata tra colleghi insegnanti prima delle vacanze estive, il tempo ci mette lo zampino e abbiamo un incipit che ci regala (ricordate Snoopy) la classica notte buia e tempestosa, con lampi seguiti da fragorosi tuoni accompagnati da acqua a catinelle. Cass prende la macchina per tornare a casa e, nonostante che suo marito Mattew le abbia suggerito per telefono di non tagliare per la scorciatoia di Blackwater Lane, lei non l’ascolta e si trova con la sua Mini a percorrere una strada buia e pericolosamente allagata. Attraverso la cortina di pioggia scorge un’auto ferma, con una donna al volante. Si ferma subito dopo lungo la carreggiata, ma non scende per andare a controllare, perché è istintivamente intimorita. Indugia un po’ prima di ripartire, più tranquilla e convinta che, se la conducente avesse avuto bisogno di aiuto, le avrebbe fatto cenno con il clacson o con i fari.
Al suo arrivo a casa non incontra il marito ma lui le aveva anticipato per telefono la sua intenzione di dormire nella stanza degli ospiti perché afflitto da una spaventosa emicrania. La mattina dopo però, nell’ascoltare i notiziari, scoprirà che la donna della macchina in sosta è morta pugnalata. E scoprirà anche che si trattava di Jane Walters, una giovane moglie e madre che aveva conosciuto da poco e sperava diventasse un’amica. Nonostante le affannose indagini della polizia l’assassino è introvabile. Cass, che si fa una colpa dell’accaduto per non essere andata a vedere, tace con il marito e persino con Rachel Baretto, la sua migliore amica, quasi una sorella. Ha paura, teme di essere stata riconosciuta, si sente seguita, sorvegliata e contemporaneamente comincia a dimenticare cose banali, tipo regali da comprare, appuntamenti per fare colazione, dove ha parcheggiato la macchina e non riesce più a fare le cose più semplici, le pare di non sapere più caricare la macchina del caffè o la lavatrice. Nonostante abbia solo trentatré anni, nella sua mente serpeggia il dubbio di essere malata di demenza precoce, sua madre è morta per quella malattia – E se quella famosa notte avesse visto qualcosa? Se fosse stata testimone di un omicidio? Atroce dubbio rinforzato dalle strane telefonate mute che riceve quando è in casa da sola. Gli unici ai quali può chiedere aiuto e confidarsi sono Mattew suo marito e Rachel la sua migliore amica. Il suo medico le prescrive delle pillole rilassanti. Lei, sempre più angosciata, non riesce quasi più a farne a meno e vive le sue giornate fuori dal mondo, abulica, sdraiata sul divano, praticamente ko. E proprio quando Cass si rende conto di avere bisogno che qualcuno l’aiuti e le creda, sente che invece Mattew pur restandole accanto è sempre più distaccato e ascolta incredulo qualunque cosa lei gli dica. La sua mente scivola verso un lento ma inarrestabile tracollo. Ormai non sa più cosa fare. Per forza, perché quando si arriva a dubitare persino dei propri ricordi, diventa sempre più difficile restare lucidi, non farsi prendere dal panico e, soprattutto, riuscire ancora a fidarsi… Fino a quando miracolosamente un giorno lo “scherzo” di un telefono preclude a un cambio di rotta epocale che, con un geniale epilogo, scoprirà tutte le carte in tavola, restituendole la sua vita. La protagonista (che deve essere fatta di ferro, altro che demenza) è sottoposta per 400 pagine ad angosce, oppressioni, affanni e premeditate torture mentali per tenere in piedi un castello di carta fatto di minacciose bugie. Insomma è schiacciata da un’allucinante atmosfera da incubo in un sofferto thriller psicologico ben costruito ma che a mio vedere forse si sarebbe giovato di un maggiore compendio narrativo.

Altri spunti della Debicke
Il thriller di Karin Slaughter, La figlia modello, pubblicato da HarperCollins Italia e disponibile nelle librerie dal 9 novembre, è stato preceduto da un blogtour. Qua si parla dell’ambientazione.
Uno dei motivi per cui la Slaughter decide di ambientare i romanzi in Georgia è che lei è molto legata al territorio e, inoltre, è un modo per raccontare come – anche in piccole città, dove tutti si conoscono e tutto sembra perfettamente normale e tranquillo – possano accadere fatti spiacevoli o episodi di violenza. Un romanzo coraggioso che riesce a esaminare con distacco una certa scomoda realtà americana e la comune torpida mentalità di una cittadina della Georgia, circa trent’anni fa (anche se temo che nel frattempo il modo si pensare non sia molto cambiato). Tessendo i diversi percorsi di vita dei personaggi, Karin Slaughter offre ai lettori tutti gli elementi per seguire in diretta la trama. E, per far meglio risaltare la determinazione e la forza morale delle finalmente ritrovate sorelle Quinn, si dilunga nei dettagli e nei particolari visivi della violenza più efferata dei buoni o dei cattivi, che si confronta con la pavida reazione della gente di fronte all’improntitudine o, molto peggio, con l’omertà.

L’ultimo romanzo di Elena Torre, Il mistero delle antiche rotte, Cairo 2017, si rivela il secondo capitolo e il seguito di Il segreto dei custodi della fede (2015), pubblicato dallo stesso Editore. La stessa atmosfera gialla, fantascientifica ed esoterica, che utilizza gli stessi, più o meno, protagonisti del primo romanzo, conferma ancora una volta la fantasia dell’autrice, ma allo stesso tempo un’accurata ricerca sulle tematiche affrontate che, in questo caso, privilegia l’archeologia e, nella fattispecie, il crudele ma fascinoso mondo egizio. Anche certe atmosfere de Il mistero delle antiche rotte ci sono già note, vedi luoghi a lei molto cari quali la Versilia: Viareggio (il mare, il porto, il celebre Grand Hotel Principe di Piemonte) e Pisa. Poi l’orizzonte si allarga e la narrazione spazia da Roma a Ginevra e dal Cairo raggiunge Città del Capo. Contenuti dotti: archeologia terrestre e marina, antropologia di indagine che non arretra di fronte a possibili novità, giurisprudenza internazionale, conoscenze linguistiche sconfinate, arte nautica di costruzione e navigazione, scienza e scoperte della medicina, magia, ma soprattutto distorto e minaccioso malaffare creano un complesso intreccio in cui l’autrice, facendo ballare come marionette i suoi attori da un luogo all’altro della terra, regala al lettore una immaginifica finestra su diaboliche sette senza scrupoli, manipolazione genetica e perversi rapporti familiari. Un romanzo fiume, destinato agli amanti del genere, ma in grado di stuzzicare con i suoi personaggi e le sue avventure anche lettori di altri gusti? Ritengo possibile un’iniziale difficoltà di ambientarsi nonostante i richiami e le spiegazioni per coloro che non abbiano letto il capitolo precedente della saga. E un finale aperto, in attesa di altre trame e possibilità, rivela che Il mistero delle antiche rotte è solo la seconda parte di un progetto narrativo più ampio.

The Guardian piazza Gli omicidi dello Zodiaco di Soji Shimada «tra i TOP 10 “gialli della camera chiusa” più belli di tutti i tempi».
Il romanzo – di esordio per il suo autore e primo della serie da lui dedicata al detective Kiyoshi Mitarai – uscito in Giappone nel 1981 ma tradotto in inglese solo nel 2014, è, senza tema di smentita, un capolavoro del genere “gialli della camera chiusa”. E finalmente, nel 2017, la Giunti lo pubblica anche in italiano per i suoi lettori.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
Oggi è il turno di Il tesoro delle Bermuda di Sir Steven Stevens della serie Agatha Mistery, DeA 2012.
Agatha, Larry, Mr. Kent e il gatto Watson partono per il Triangolo delle Bermuda, perché è sparito un calendario d’oro in un forziere in fondo all’Oceano Atlantico. Qui sono accolti dal loro zio Conrad Mistery che lavora in un parco acquatico con dei delfini ed altri cetacei meravigliosi. Non c’è tempo per divertirsi. Devono incontrare un certo Ronald Murrey che ha la passione di recuperare antichi relitti, l’ultimo dei quali un disco d’oro massiccio, praticamente un calendario Maya, finito in mare durante una burrasca, secondo la storia del capitano della nave. Ma Murrey pensa che l’abbia rubato. I nostri si ritroveranno adindagare sulla nave e sui possibili sospettati. Come al solito risolveranno il mistero tra le bellezze della barriera corallina.

Alla prossima.
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2017

Una mia fissazione…
Le frasette in corsivo
Ormai si trovano dappertutto. Non c’è giallo che si rispetti (inteso in senso generale) che non abbia le sue brave frasette in corsivo. E non in una pagina o due soltanto ma spiattellate lungo tutto il romanzo. Tanto da formare esse stesse una specie di sotto romanzo. Frasette in corsivo che tendono a evidenziare il pensiero vero del personaggio a cui si riferiscono. Perché i personaggi, si sa, sono come gli esseri umani in carne ed ossa. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Brutti bastardi. Se ne trovasse uno coerente con se stesso dalla fine al principio. Nemmeno a cercarlo con il lanternino. E allora giù frasette in corsivo… Oppure servono per dare informazioni criptiche su chi sia l’assassino o per mettere in evidenza lo sbocciare di un sentimento, di un desiderio, di una attrazione fisica che si tende, almeno in quell’attimo, a reprimere. Anche se si ha una voglia matta di saltarle/gli addosso. E così si assiste talvolta a degli sdilinquimenti da far venire il famoso latte ai ginocchi. Con inevitabile caduta nel ridicolo. Ma guarda un po’ sembrava tutto/a d’un pezzo e vedi come miagola.
Le frasette in corsivo sono uggiose. Rompono le palle.
Levatele!

La torre degli Scarlatti di Stefano Di Marino, Mondadori 2017.
Ad Amsterdam, il nostro (ormai dobbiamo chiamarlo così dopo il primo incontro con Il palazzo dalle cinque porte) Sebastiano (Bas) Salieri, noto illusionista e profondo conoscitore delle tradizioni occulte, si trova di fronte ad una richiesta piuttosto bizzarra, ovvero riordinare e catalogare la biblioteca degli Scarlatti (ricca, soprattutto, di testi di magia, demonologia, di volumi sull’inquisizione…). Qualche suo tratto “Un giovane alto, con i lineamenti affilati, i capelli scuri, lunghi sul collo e una barba a mosca che gli conferiva un aspetto vagamente luciferino”. Illusionista, ma anche “cacciatore di ciarlatani, di finti maghi, nemico di quelli che approfittavano della superstizione della gente…”
La richiesta viene da Federico Cocci, maggiordomo e amministratore dei beni della casata Scarlatti, in San Girolamo in Colle vicino a Volterra, il cui capostipite Cosimo era stato uno studioso e negromante vissuto in Toscana tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Si dice, perfino, che avesse scoperto le tracce di un’antica metropoli ricca di tesori dedicata al culto del Demone Blu. Dietro di sé la leggenda della Torre degli Scarlatti, forse una strada per arrivare a questa famosa necropoli.
Oggi la suddetta casata è diretta da Giacomo Scarlatti che l’ha riportata all’antico splendore. Sposato con Cecilia Augenti, sono stati divisi da un tradimento del primo da cui è nata Priscilla, la figlia maggiore. Cecilia, tuttavia, prima di morire “in circostanze misteriose”, trovò un notaio, che nessuno conosce, a cui dette mandato di consegnare l’eredità solo ai figli legittimi Luca e Mirella. E ora Luca sembra ritornato, scampato alla morte di un terribile incidente automobilistico, dopo un esilio volontario.
Riordinare la biblioteca è solo un pretesto, l’obiettivo principale è quello di scoprire i misteri della famiglia “in attesa che la famosa Torre e l’eredità ricompaiano” e decifrare i segni, ovvero i simboli di una scrittura etrusca apparsi in giro che alludono al citato Demone Blu. Sarà generosamente ricompensato, assicura il Cocci. Le carte di Zaira, la sua collaboratrice, però, dicono solo disgrazia…
Inutile intestardirsi nell’esemplificare una trama assai complessa per una semplice recensione (chi vuole sviscerarla qui da Piero). Vediamo il quadro generale cercando di riunirne gli aspetti principali. Intanto l’aura brividosa e inquietante che si crea sin dall’inizio attraverso una storia che affonda le radici nella negromanzia, in leggende di demoni, di qualcosa che sfugge alla razionalità umana; una famiglia depositaria di oscuri segreti, morti poco chiare, dubbi di identità (Luca sarà proprio lui?), una eredità contesa; personaggi che si muovono, soprattutto di notte, con diverse intenzioni, ovvero ricatto, contrabbando di reperti (i tombaroli); la natura stessa che ci mette lo zampino, cielo improvvisamente oscuro, nuvole nere, tuono in lontananza, pioggia scrosciante, insieme a luoghi spettrali come tombe e cimiteri; i momenti critici dello stesso Bas, a creare ancora fremito e mistero.
Una parte importante della vicenda è dedicata alla figura femminile. Attrazione, fascino intrigante, sensualità, senza scadere (merito dell’autore) nel gialletto porno che ogni tanto riprende quota e nemmeno in uno sdilinquente sentimentalismo. A Bas piacciono le donne, “un fatto assodato”, e lui piace a loro, vedi la bella e seduttiva Priscilla con la quale qualche bacio vorace ci scappa; piace a Patrizia, carabiniere e nipote del vicequestore Panitta (vecchio amico), “una elusiva bellezza che si rivelava nei modi anche dietro un aspetto dimesso e la mancanza di trucco” e affascina pure la moglie dello stesso Panitta. Mirella, poi, è attraente, occhi azzurri e limpidi, capelli biondi, non male neppure la cameriera Gisella che attira il suo sguardo per l’incedere “volutamente stuzzicante” “su per la scala.” (alla memoria lottiana certi filmetti di serie B con le attrici dotate di un discreto lato B). Insomma la bellezza femminile ritratta secondo diverse sfaccettature, tra cui il sentimento ma anche come attrazione, seduzione e pericolo.
Stefano Di Marino si serve di qualsiasi mezzo, di tutti i trucchi del mestiere che conosce a fondo, per costruire un percorso interessante e proteso lungo diverse direzioni: spunti tratti da letture e film, capitoletti brevi, brevissimi ad incalzare il lettore, a tenerlo in tensione passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro (ognuno con i suoi maneggi), come all’aprirsi di un sipario. Dubbi (Cocci stesso nasconde qualcosa?), pericolo, presenze malvage, classico passaggio segreto, scontri, caterve di morti violente. E tralascio altri particolari.
Come già scritto nel blog del giallo Mondadori a mio avviso un lavoro ottimo, se non eccellente, per chi ama continuo movimento, colpi ripetuti a sorpresa (incorniciati in una atmosfera di vibrante tensione) dentro un plot molto frastagliato. Un po’ meno, ma pur sempre ad un livello di alta professionalità, per chi, come il sottoscritto, preferisce andamenti più lineari. Senz’altro da leggere. E aspettiamo il seguito.

La notte ha mille occhi di Cornell Woolrich, Mondadori 2017.
Prologo. Il poliziotto Shawn sta tornando a casa lungo il fiume. Fischietta una canzone allegra, trova tre banconote sulla strada, un anello e, più avanti, una borsetta nera e un orologio sull’orlo del parapetto. Ma vede, soprattutto, una donna che sta per gettarsi nel fiume. La salva. È giovane e bella, non più di venti anni. Ce l’ha con le stelle, con il loro luccichio “Non voglio più vederle! Perché devono sempre risplendere? Non la smettono mai?”
Trattasi di Jean Reid. Racconta la sua storia. Figlia di Harlan, ha perso la madre a due anni, vissuta con il padre che, ad un certo punto, deve partire per San Francisco. Meglio che non parta, secondo suggerimento della cameriera Eileen in un ristorante aperto tutta la notte. Meglio che non parta. Qualcosa di brutto accadrà. L’ha sentito da una persona che conosce.
Per Jean momenti di crisi, di panico. Sarà una bufala, ma se poi fosse vero? In effetti l’aereo cade, tutti morti, eccetto il padre che parte in ritardo. Allora c’è veramente un uomo in città capace di predire il futuro. Bisogna incontrarlo. Niente di eccezionale in lui, una figura quasi dimessa, con una “voce profonda e lenta”, “una specie di patriarca di notevole statura dalla barba folta.” È Tompkins, che rilascia altre piccole previsioni, tutte realizzate. Agitazione, scompiglio, paura, soprattutto per l’ultima: la morte di Harlan, fra tre settimane “tra il quattordici e il quindici di giugno. A mezzanotte in punto”. Come? “Morirà tra le fauci di un leone”.
Interviene la polizia guidata da McManus per indagare e scongiurare la fatale profezia. Bisogna assolutamente scoprire cosa c’è “dietro la messinscena, chi è il responsabile, come è stato messo in atto il trucco e così via”. Dunque, tra le altre, soprattutto non perdere di vista Hopkins e cercare dei leoni dovunque si trovino. Basteranno a scongiurare l’evento fatale?…
Una narrazione lenta, di una esasperata lentezza, tesa a penetrare nei meandri dei personaggi per metterne in rilievo, i dubbi, le paure, gli incubi, le angosce, il panico. Soprattutto di Harlan che sente arrivare la sua fine mentre le ore scandiscono, con il suono della pendola, il tempo rimasto.
Ma in conclusione, dopo sviluppi incredibili e inquietanti, quando tutto sembra a posto (di mezzo l’eredità e il solito vile denaro) qualcosa non quadra “C’è qualcosa in tutta questa storia, ne sono certo. Qualcosa che non posso inserire nel rapporto e che resterà per sempre un’ossessione” afferma McManus.
Forse anche per noi lettori intrappolati dentro una storia agghiacciante dove sembra agire un destino maligno (non solo indifferente) secondo una sua precisa volontà. Gli si può sfuggire? Si può cambiare? Oppure tutto è segnato nella volta del cielo dalle stelle, da “quei puntini scintillanti, così remoti e impenetrabili”?
Chissà…

Il Sorcio di George Simenon, Adelphi 2017.
Parigi, anni Trenta. Vediamolo subito questo personaggio, Ugo Mosselbach, detto il Sorcio, vecchietto barbone di origine alsaziana, ovvero ”un ometto magro con due occhi eccezionalmente vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza”. Andatura zoppicante con la gamba sinistra, sempre in giro a chiedere l’elemosina e a bere tutto quello che gli capita. Sarà lui al centro della vicenda, dal momento in cui trova un portafogli rigonfio di banconote americane e francesi dentro ad una macchina. Piccolo particolare, il guidatore è stato ucciso.
Prendere i soldi nemmeno per sogno, lo scoprirebbero subito. Meglio cercare una busta, infilarceli dentro e far finta, con la polizia, di averla ritrovata per strada. Così, se dopo un anno e un giorno nessuno viene a reclamarla, il malloppo sarà suo per legge e potrà comprarci una vecchia canonica, in cui trascorrere la vita che gli resta. Intanto il portafogli lo si fa sparire da qualche parte.
Piano perfetto se non ci fosse di mezzo lo Scorbutico, ovvero l’ispettore Lognon che non è mai riuscito a conquistare il grado di ispettore. “Aveva un volto ossuto, dai lineamenti grossolani, i capelli corvini e folte sopracciglia nere che gli tagliavano in due il viso. Lo sguardo ostinato lo faceva sembrare sempre impegnato nella soluzione di un problema difficile”. Non crede a un’acca del suo racconto e lo seguirà per tutta la vicenda, dando vita a una specie di balletto di mosse e contromosse, come è già stato definito. Piano perfetto se non ci fossero di mezzo anche gli assassini che vogliono riprendersi il malloppo…
Comunque la macchina con il cadavere sparisce, così come sparisce l’ambasciatore inglese a Parigi (che sia lui il morto?). La faccenda si complica, ed ecco che inizia una specie di gara fra i due per scoprire la verità, con momenti di pericolo espressi anche in tono esilarante “A seguito della botta in testa, a Lognon era venuto un tic nervoso: batteva spasmodicamente la palpebra sinistra, cosicché sembrava sempre che facesse l’occhiolino”. Personaggio scalognato, ripreso pure dalla moglie che lo accusa di farsi sempre avanti e di non essere presente “quando arriva il momento di togliere le castagne dal fuoco e spartirsele…” Il merito di questa operazione potrebbe andare, immancabilmente, al commissario Lucas della polizia giudiziaria. Questa volta, però, sarà lo stesso Lucas a gratificarlo per quello che ha fatto.
Una specie di commedia leggera, una farsa, giocata su un’ironia che serpeggia per ogni dove a creare un clima divertente e divertito attraverso un ritmo pazzesco. Di mezzo soldi, doppia vita, amanti, alta finanza, gangster, ricatto, colpi di scena, addirittura rapimento con il Sorcio che si ritroverà nudo come mamma l’ha fatto. Il tutto espresso in forma bizzarra e sorridente fra gli eleganti caffè degli Champs-Elysées e gli albergoni di lusso dell’Opera di Parigi.
Anche senza Maigret i due personaggi principali resteranno, di sicuro, impressi nella memoria.

Veleno di D. L. Sayers, F. W. Crofts, V. Williams, F. Tennyson Jesse, A. Armstrong, D. Hume, Polillo 2017.
“Mrs Farland metteva a dura prova la pazienza di tutti con la sua convinzione che qualcuno la stesse avvelenando”. I primi sospetti cadono “sulla povera Millie Pink”, dama di compagnia a cui ha promesso di ricordarla nel testamento; poi su John Farland, nipote del defunto Mr Farland; ancora sulla cuoca che viene licenziata, e infine sul dottor Cheedle che la cura, ognuno, secondo lei, con un bel tornaconto dalla sua dipartita.
Intanto le sue condizioni peggiorano e allora occorre una brava infermiera, “esperta di malattie mentali” (non si capisce bene cosa abbia) che la segua. Su suggerimento dell’avvocato di famiglia Walton, una telefonata al figlio medico per trovarne una. Ed ecco Miss Ponting da Londra che, però, dopo aver parlato con il dottor Cheedle, sparisce. Viene rinvenuta nei bagni della stazione, in coma con il viso gonfio. Morta, morta per avvelenamento da Dormitol, un letale barbiturico.
E la nostra Mrs Farland? Cosa ne sarà dei suoi sospetti? Basta proseguire nella lettura che la beccheremo irrigidita per avvelenamento da arsenico. E allora non sbagliava, qualcuno ce l’aveva davvero con lei. Risolvere i due casi sarà compito dell’ispettore James Billingham “un tipo in gamba nel lavoro, di modi semplici con tutti, cordiale con i propri subordinati”. Coadiuvato dal sergente Craven “con un allegro faccione da luna piena”, sempre in vena di fare scherzi come da contrappunto. Intanto si scopre che l’infermiera Miss Ponting è stata già coinvolta in un processo per avvelenamento in seguito al quale si è fatta molti nemici.
Inizia l’indagine sui possibili sospettati con momenti di panico di Emma che vede la morte dappertutto (un tonfo contro la finestra è, per lei, l’arrivo dell’Angelo della morte), e qualche sparuto sorriso nei confronti dell’ispettore ormai preso da mille pensieri, tanto da fargli girare la testa, dimenticare di pagare il conto al ristorante e rischiare di essere investito nella strada. Non manca un piccolo tocco di politica con la Williams, quando un personaggio esclama “che un pochino di Stalin non avrebbe fatto male a molte persone, in questo paese”, un assaggino d’amore con un paio di baci che fanno sempre bene, e un testamento tormentato che non ne vuole sapere di starsene tranquillo con le stesse clausole.
Storia particolare questo “Veleno” (originale “Double Death”) in quanto gli autori si passano il testimone, partendo dalla Sayers che lascia degli appunti al successivo, ovvero a Crofts, su come, eventualmente, proseguire e su chi possa essere l’assassino. Gli altri continuano secondo le sue indicazioni ma anche con le proprie idee, costruendo un lungo piano, più o meno contrastato, di lavoro. Già Armstrong aveva scritto nelle note “Francamente, questo è il lavoro più terribile che mi sia capitato”, e lo stesso David Hume, l’ultimo a chiudere la storia con una lettera al suo agente letterario, fa presente le “diverse piste” che “implicano una certa quantità d’inspiegabili contraddizioni”. Ed è sempre lui a chiedere di pubblicare le note per consentire al lettore “di dare un’occhiata dietro la scena”. Fu un’esperienza dura per tutti, tanto che il già citato conclude la lettera con un “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza!”
Che dire? La vicenda risente indubbiamente della difficoltà a “integrare” i sei autori, ognuno con il proprio stile (la differenza di scrittura si nota) e una propria prospettiva di sviluppo. Capisco benissimo anche la difficoltà di Hume nello stendere un finale che abbia una sua qualche logica. Interessantissimi, invece, gli appunti scambiati fra gli autori che ci permettono di “vedere” cosa c’è dietro a ogni parto giallistico. E solo questi, da soli, valgono la lettura.

Un giretto tra i miei libri

La porta sulle tenebre di Massimo Pietroselli, Mondadori 2009.
La vicenda si svolge a Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, dal 6 febbraio al 7 novembre 1875. Subito l’assassinio di Raffaele Sonzogno editore (13 coltellate) per un portasigarette d’argento che rispunterà in seguito. Poi si passa di colpo al 3 novembre e qui non la faccio tanto lunga che accadono due fatti importanti: l’uccisione di un ragazzo che sembra avere un marchio sul petto a forma di doppia w (come successo anni prima in Inghilterra) e quello di una barbona trovata annegata nel Tevere. Nello stesso tempo (o giù di lì) la sparizione dello scrittore Guido Tremolaterra autore di “Il mistero del dottor Bellacuccia” dove succedono fatti che sembrano rivelarsi anche nella realtà.
Ad indagare l’ispettore Corrado Archibugi del regio esercito piemontese (visto all’inizio alle prese con una mosca fastidiosa) e l’ispettore Onorato Quadraccia ex sbirro papalino. Il primo, ferito a una gamba per un colpo sparato accidentalmente da un suo soldato, si serve spesso di un bastone da passeggio. Fuma il sigaro e non bada troppo all’apparenza (pantofole e veste da camera logori). Mente acuta, analitica, precisa. Il secondo, ex sbirro papalino diventato il questurino più odiato di Roma, cinico, violento, senza amici, porta sempre un coltello con sé. Per arrivare al dunque non va tanto per il sottile (“metodo della chiave”). Abbandonata la moglie con un figlio che crede non suo.
Attraverso le indagini, oltre allo spessore individuale dei protagonisti, viene fuori il mondo della Roma di quel tempo con i suoi bulli, i duelli d’onore, il meretricio, lo sfruttamento dei ragazzi. E poi truffa, tradimento, vendetta, il potere politico ed economico intrecciati perversamente fra di loro.
L’autore tesse i fili di una trama superbamente congegnata e ce la propone con una prosa tranquilla, senza sobbalzi, quasi un parlato colloquiale venato di una sottile ironia. Come se tutto fosse semplice. Già pronto per essere servito.

Questa volta permettetemi di presentarvi un romanzo. Un romanzo che ha come fulcro fondamentale gli scacchi. E dunque potete perdonarmi…
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina “Hai il naso brutto e la faccia che fa schifo e la pelle che sembra scartavetrata” le viene gridato senza tante storie dall’amica Jolene. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Impara a giocare, diventa brava. Si cimenta con avversari sempre più forti. Incomincia a leggere libri di scacchi, a studiare, a concentrarsi. A vincere i tornei. E incomincia una nuova valutazione di se stessa: “Si guardò allo specchio sotto la luce forte, e vide ciò che aveva sempre visto: la sua insignificante faccia tonda e i capelli scialbi. Ma c’era qualcosa di diverso. Le guance ora erano colorite e i suoi occhi sembravano molto più vivaci di quanto non fossero mai stati. Per una volta nella vita le piacque quello che stava vedendo nello specchio”. Ora non è più all’orfanotrofio. È stata adottata dai signori Wheatly. Ha una camera tutta sua e l’affetto di queste persone. Va a scuola, studia. Fa le sue scoperte sessuali. E continua ad impegnarsi con gli scacchi fino a raggiungere livelli impensabili. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini. La si trova in La regina degli scacchi di Walter Tevis, minimum fax 2007. L’autore è riuscito ad entrare nell’animo e nei pensieri di Beth con delicatezza ma senza tacere nulla. Come un documentarista ha osservato e analizzato ciò che gli si presentava di fronte con tutte le sfumature, attraverso un linguaggio semplice e diretto senza tanti fronzoli e ghirigori.
Un bel libro. Bello davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Un commando armato, a bordo di due motociclette, falcia con il mitra Rosario Greco, il giovane carabiniere di scorta e rapisce, caricandolo su un furgone, il professor Claudio Marcelli, autore della proposta di riforma della legge penale, ministro dell’Interno in pectore. Sul posto dell’agguato, mentre la scientifica fa i primi rilievi e i colleghi cercano dei testimoni della sparatoria, arriva il colonnello dell’Arma responsabile dell’antiterrorismo in Italia, Leone Ascoli. L’azione viene presto rivendicata da un volantino della Sap (Squadre Azione Proletaria), lasciato sotto una panchina di via Nazionale e preannunciato da una chiamata all’Ansa, fatta da una cabina telefonica. Il volantino blatera minaccioso: «Abbiamo catturato l’uomo del regime… Il prigioniero sarà processato ecc, ecc… e in cambio della sua vita chiediamo la liberazione del comandante Massimo Arduini e di altri dieci compagni prigionieri nelle carceri italiane e il ritiro del progetto di legge penale…» Concludendo, enfaticamente «L’ora è scoccata, il potere è nostro, la fine della tirannia borghese e antirivoluzionaria è segnata. Il Popolo è con noi. Il Popolo siamo noi.»
Proprio il colonnello Leone Ascoli, due anni prima, aveva arrestato il capo delle SAP, operazione che gli era valsa la promozione e l’incarico che occupa attualmente. Ora gli uomini di Massimo Arduini ne chiedono l’immediata liberazione. Le indagini che Ascoli avvia senza perdere un secondo, con l’avallo dell’amico giudice Antonio Tramontano e con al fianco il fedelissimo autista Alfredo Berardi, si presentano subito molto difficili. La situazione sembra in stallo. L’unico appiglio è la presenza di una testimone dell’agguato, la brava e interessante scrittrice Luisa Rivelli, che bisogna mettere in sicurezza. E, come se non bastasse, alla porta del colonnello si presenta Bepi, il gigantesco ex partigiano che gli ha salvato la vita quando entrambi erano internati ad Auschwitz, per comunicargli che Helmut Brandauer, il tenente delle SS che è stato il loro crudele aguzzino, è stato visto a Roma e gira sotto falso nome. Per ripagare il debito nei suoi confronti, Ascoli dovrà rintracciarlo e lasciargli portare a termine la loro vendetta. Ma certe informazione non sono facili da ottenere perché Brandauer è diventato un agente doppio, in bilico fra le due Germanie separate dalla conferenza di Jalta.
Le lancette girano, le ore passano e le Sap lanciano l’ultimatum: se l’Italia non libera Massimo Arduini, il professor Marcelli verrà giustiziato. Sono ore frenetiche e drammatiche per il colonnello Ascoli mentre nella sua testa si sovrappongono presente e passato. Dovrà fare i conti con tante cose, prima fra tutte la sua coscienza. Tuttavia, caparbiamente rispettoso della legalità, va avanti, rischiando il tutto per tutto, nonostante le manovre e gli ostacoli posti dai servizi non solo italiani e non solo occidentali, e i tanti bastoni fra le ruote interni e istituzionali. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, ne La notte della rabbia Roberto Ricciardi ci racconta una bella storia e, con la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.

Altri suggerimenti della nostra Patrizia
Dopo tanta nebbia di Gabriella Genisi, Sonzogno 2017.
Doppia indagine e doppio scenario per Lolita Lobosco che la vede di nuovo protagonista e pronta a mettersi in gioco tra indagini e affari di cuore. Dopo tanta nebbia è un giallo vero, che non fa sconti. Il male esiste e troppo spesso l’omertà regna sovrana. E la follia umana domina, incontrollabile pare, nei notiziari televisivi, quasi ogni santo giorno. Più indagini e meno divagazioni del solito, Lolita Lobosco sta cambiando? Pur mantenendo lievità e freschezza mentale, sta crescendo psicologicamente e sul piano umano?  Per forza, ma per fortuna ama mangiare e le sue ricette aggiunte in appendice, e quali ricette, sono un regalo in più fatto al lettore da Gabriella Genisi.

Il maresciallo Bonanno di Roberto Mistretta, Frilli 2017,
Ci mancava da tempo e, questo del maresciallo Saverio Bonanno e del suo creatore Roberto Mistretta, è un gradito ritorno in libreria per i tipi dei Fratelli Frilli con un vivace aggiornamento e una nuova veste grafica (il libro era già stato edito molti anni fa). Roberto Mistretta, che come sempre riesce a scavare nell’animo, nella parte più oscura di ognuno di noi, ci catapulta con rara bravura in una Sicilia dai mille volti, dalle mille contraddizioni e dalle mille anime. Scorrendo le pagine sembra di godere dell’odore dei campi, di poter sentire la brezza del mare, o, meglio ancora (Bonanno docet), di inzuppare la brioche nella granita.

Le letture di Jonathan
Oggi vi presento Il segreto della famiglia Tenebrax di Geronimo Stilton, Piemme 2002.
Geronimo Stilton viene rapito dalla topina innamorata Tenebrosa Tenebrax che vuole fargli conoscere la sua famiglia che vive in un castello. Qui tutto è strano e incredibile. Intanto di guardia c’è una pianta carnivora, poi uno zerbino che parla così come il telefono. Geronimo tenta di fuggire calandosi dalla finestra ma le lenzuola ballano, tenta di fare i suoi bisogni sulla tazza ma questa lo minaccia. Anche i personaggi sono strani e incredibili. E poi c’è la “Cosa” (?) che, addirittura, fa tremare il pavimento perché ha una digestione difficile. E Geronimo? Riuscirà a fuggire da questa incredibile famiglia?…
Un libro che vi farà sorridere e ridere.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2017

Affidare una rubrica ad un vecchietto è sempre un rischio mortale. Che il vecchietto muoia (appunto), oppure che, vivendo, dia sfogo ai suoi patetici ricordi (ancora peggio). D’altra parte se oggi ci si gira intorno, meglio buttarsi all’indietro…
La pettegola
In paese era nota come “la pettegola”. Bassa, secca, veloce, sgusciante con un musetto vispo da faina. Se volevi sapere qualcosa su qualcuno bastava andare da lei e ti spifferava vita, morte e miracoli. Ma anche se non lo volevi sapere te lo spifferava lo stesso, aggiungendovi particolari pittoreschi. Una specie di enciclopedia vivente sui fatti degli altri. Amata da pochi, vituperata da molti. Anzi, da molte, che soprattutto il gentil sesso ce l’aveva con lei per aver portato alla luce qualche innominabile tresca… Noi ragazzacci di strada gliene combinavamo di tutti i colori, infilando perfino degli spilli sul campanello della sua casa, per farlo trillare in continuazione e ascoltare le urlanti maledizioni. Alla sua dipartita in paese qualche finto dispiacere e molti sospiri di sollievo.
Ora me la immagino fra i santi in paradiso o fra i diavoli all’inferno (in Purgatorio non ce la vedo) a svelare tutto su tutti, scatenando un incredibile casino. La nostra cara, adorabile pettegola.

Signori, il gioco è fatto di S.S. Van Dine, Mondadori 2017.
Sin dall’inizio siamo preparati a un caso incredibile, dato che “Vance si trovò ad affrontare il crimine forse più diabolicamente sottile della sua carriera”, come scrive l’amico Van, segretario factotum, autore di questi ricordi. E lo stesso Philo Vance più volte sembra inerte di fronte al susseguirsi degli eventi: “Siamo immersi nelle tenebre più fitte. Non riesco a trovare il bandolo della matassa. Troppi ostacoli disseminati sul nostro cammino ci ostruiscono la visuale”. Oppure “È tragico, spaventosamente tragico, ma pare un dramma in cui alcune marionette, manipolate da un ignoto, recitino su un palcoscenico preparato con cura al solo scopo di trarci in inganno”. Opera del diavolo, addirittura, secondo Markam, il procuratore distrettuale amico di Vance, che indaga con lui sul caso.
E allora veniamo al sodo. Al nostro detective dilettante arriva una lettera anonima, scritta con battitura “atroce”, che preannuncia una tragedia per il giovane Lynn Llewellyn, sposato alla stella della commedia Virginia Vale. Domani, dopo cena, andrà a giocare al Casinò di Kinkaid, fratello della mamma di Lynn. Meglio tenerlo d’occhio, secondo consiglio dell’anonimo.
Dunque al Casinò con Markam. La lettera potrebbe essere una bufala, ma anche nascondere qualche brutta realtà. Ed infatti, Lynn sta vincendo al gioco quando “All’improvviso, con uno sforzo penoso, si alzò rovesciando la sedia e si allontanò dal tavolo, le mani lungo i fianchi. Fece due, tre passi, barcollò e poi crollò a terra”. Avvelenato, ma si salverà. Morta, invece, la moglie Virginia proprio al momento del collasso di Lynn. Da una sua lettera di addio battuta a macchina, compresa la firma, sembra un suicidio con avvelenamento da belladonna. Ma non è finita qui. Viene avvelenata anche Amelia, sorella di Lynn, con lo stesso esito positivo del fratello. Una caratteristica comune ai tre avvelenamenti “Questa sera tutte le caraffe d’acqua erano vuote. Al Casinò. Nella stanza della moglie di Lynn Llewellyn. E ora qui. Eccezionale scarsità d’acqua…”, commenta Vance. Caos dappertutto e, addirittura, niente traccia del veleno nello stomaco dell’unica morta!
Una situazione assurda, qualcosa di importante che sfugge, fino a quando… ecco la luce, il tassello che mancava (un classico) ma, occhio, ché l’assassino è pronto a tutto. Al centro della storia il nostro dandy Vance con la sua cultura, i suoi libri, i reperti antichi, la psicanalisi (Freud, Jung, Stekel, Ferenczi), le sue sigarette Régie, i suoi dubbi, i suoi tormenti, le sue intuizioni in una atmosfera sempre tesa. Aggiungo il collirio, l’acqua pesante (giuro) e quasi un trattato sui veleni.

La tratta delle bianche di James Hadley Chase, Mondadori 2017
“Una notte calda a St Louis. Calda in modo insopportabile. Niente di troppo strano, allora, se un paio di giornalisti e un tassista con il gusto del macabro finiscono per cercare un po’ di refrigerio all’obitorio della città. Riuscire a entrare è un gioco da ragazzi, se si conosce l’inserviente che ci lavora”. E qui, tra i morti, una ragazza dai capelli rossi e rossetto sulla labbra uccisa da arma bianca secondo l’etichetta. Una prostituta. Forse una, tra le tante, di Raven…
Dunque storia di Raven contro Tootsie Mendetta, capo incontrastato, per il controllo della prostituzione insieme al braccio destro Grantham, gestore del 22 Club dove è nascosto un bordello. Lotta all’ultimo sangue che vede stecchito il secondo e vincitore il primo. Ora un nuovo piano: via tutte le prostitute dalle strade, prendere ragazze ignare con la forza, torturarle, costringerle a prostituirsi in luoghi chiusi a prezzi più alti. Tra queste Sadie, moglie di Benny, venditore di automobili, una pericolosa testimone oculare del delitto Mendetta, rapita e diventata la schiava di Raven stesso, che si avvale di tre tirapiedi: Lefty, Little Joe vestito a puntino (“uno spettacolo”) e Maltz.
Alla ricerca della verità con tutte le sue forze Jay Ellinger, cronista del “St Luis Banner”, contrastato dal direttore e dal proprietario del giornale, costretto a licenziarsi per indagare.
Movimento, azione, cambi veloci di prospettiva, scene crude e crudeli. Sfruttatori e sfruttati che hanno, però, almeno la forza di ribellarsi (piccola luce in un buio totale). Splendidi ritratti psicologici dei personaggi che rimangono impressi nella memoria. Basti pensare, per esempio, a Raven inquadrato a giocare con i trenini (da piccolo non ha mai avuto un regalo, ricorda con la voce “amara”). Violenza, pallottole che fischiano, corruzione della polizia e della politica. Praticamente storia dell’ascesa e della caduta di un gangster in una società sporca e degradata. Ritenuto, allora, nel 1941 quando uscì, addirittura pornografico, oggi fa solo sorridere da questo punto di vista. Dell’autore si ricorda, soprattutto, No Orchids for Miss Blandish, uscito due anni prima con grandissimo successo. Un plauso alla traduzione di Mauro Boncompagni.

L’ora di punta di Nora Venturini, Mondadori 2017.
Preso, per la copertina (carina) e il titolo che mi ha fatto ricordare un’espressione familiare, ovvero “l’ora di punta”, quando tutti si faceva la fila per andare al gabinetto.
Roma. Personaggi principali: Debora Camilli, 25 anni, tassinara poliziotta mancata, morto il padre, madre infermiera, fratello studente di medicina con il quale si azzuffa spesso. Caratterino fumantino; commissario capo Edoardo Raggio, venuto dal Cilento, niente fisico statuario, sulla quarantina, capelli castani spruzzati di grigio, occhioni chiari, in crisi con la moglie e già ci si immagina come continuerà la storia.
Motivo dell’incontro tra i due una “signora bionda, snella, elegante” che vuole essere portata in via Barboloni. Qui chiede a Debora di aspettarla ma non uscirà più, se non come morta strozzata (sembra). La ragazza si sente in debito, vuole scoprire il colpevole e formerà con il commissario, lui fin troppo consenziente, una coppia particolare di segugi. Alti e bassi, scontri, riappacificazioni, fremiti stuzzicarelli, qualcosa che sciupa il momento clou all’improvviso (vedi il rompicoglioni in carne ed ossa o il rompicoglioni del telefono), dubbi, tormenti, ricordi, il sogno che non manca mai, il lavoro che riporta alla cruda realtà.
Il solito romanzetto più o meno rosa, letto e riletto, su una patina di giallo letto e riletto, con il superiore che sbraita (bisogna fare presto e occhio al marito della vittima, un uomo molto in vista), il collega dal temperamento diverso per costruire un certo contrasto, il colpevole che non è colpevole, la causa della morte che non è quella immaginata ma che si poteva scoprire anni luce prima, qualche spunto, immancabile, su certi quartieri di Roma per mostrare la sua variegata umanità.
Scrittura che fila via allegra e spensierata su un terreno calpestato all’infinito. Non se ne può più.

Il prezzo dei soldi di Petros Markaris, La Nave di Teseo 2017.
Il titolo la dice tutta. O quasi. Ovvero il prezzo che paga la Grecia per la sua uscita dal pantano della crisi. Ma i soldi? C’entrano, c’entrano…
Soprattutto se viene ucciso Lalòpoulos, un dirigente dell’Ente del Turismo, e il noto commissario Kostas Charithos si mette al lavoro. Il caso sembra facile e già risolto quando due ladruncoli confessano l’omicidio. Troppo facile, anche perché i due citati si sono portati via il portafogli, il cellulare e il computer, ma non un bel po’ di soldi nascosti nel materasso del letto del figlio (che ladruncoli sarebbero?). E poi quel colpo di pistola alla testa sembra proprio una esecuzione…
La faccenda si complica con l’ulteriore omicidio di un noto armatore. Ma anche qui all’apparenza sembra tutto facile, perché i responsabili confessano e l’inchiesta è subito bloccata dal nuovo vicecomandante. Qualcosa non quadra e il nostro Kostas Charitos è sempre più preoccupato. C’è un evidente nesso tra le due morti e il riciclaggio del denaro sporco nelle isole Cayman. La Grecia si sta rialzando dal periodo di crisi, ma a quale prezzo? Argomento di discussione che coinvolge anche la sua famiglia con precise domande “Da dove arrivano tutti questi soldi?”, “E da dove arrivano tutte queste banche?”, “E le compagnie di navigazione?”.
Alle due vittime se ne aggiunge un’altra nella persona di Sotiròpoulos, giornalista e vecchio militante di sinistra, che il nostro commissario conosce da tempo, e allora si sente in dovere di continuare l’indagine anche contro la sospensione voluta dai suoi superiori. Lui fa parte di quei poliziotti a cui piace concludere, dichiara apertamente. È, però, un momento difficile: la solitudine, i dubbi, gli assilli, le vicende familiari tra un ghemistà e l’altro, ma anche la sua caparbia determinazione ad andare fino in fondo. E saranno proprio gli appunti del giornalista ucciso a condurlo verso la soluzione del caso.
L’incontro con un personaggio misterioso, che non vuole svelare il suo nome, chiarirà pure la ragione del denaro sporco “Nessuno si chiede da dove arriva il denaro che sta assicurando lo sviluppo alla Grecia, perché è un argomento che non interessa a nessuno. Basta che esista e che possa portare al successo”.
Amen.

Spiluzzicature
Nella solita libreria di Siena spiluzzicato in qua e là qualche libro. Vedi Veleno di AA.VV, Polillo 2017, piuttosto particolare perché trattasi di una storia scritta a più mani, ovverosia a rotazione per mettere alla prova l’abilità degli scrittori. E se gli scrittori sono Dorothy L. Sayers, Freeman Wills Crofts, Valentine Williams, F. Tennyson Jesse, Anthony Armstron e David Hume sicuro che c’è da divertirsi. Una ricca vedova teme per la sua vita, qualcuno la vuole certo uccidere per i suoi soldi, ma nessuno le crede. Fino a quando si ritroverà morta avvelenata.
L’assassinio di Socrate di Marco Chicot, Salani 2017, è un libro perfetto per chi ama la storia e il giallo. Un miscuglio di storia, filosofia e indagine svolta senza gli appesantimenti tipici di questo genere di scrittura, mentre infuria la guerra tra Sparta e Atene. Un ripasso, poi, fa sempre bene…
Delitti in gioco di John V. Turner, S.S. Van Dine, Ellery Queen, Mondadori 2017, non l’ho ancora letto, ma lo farò. L’ho rigirato fra le mani in una edicola di giornali. Un boxer avvelenato sul ring, tra i misteri di casa Garden, una morte improvvisa di un ex giocatore di baseball sulle tribune. Tre bocconcini prelibati.

Un giretto tra i miei libri
La morte segue i magi di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2009.
Poliziesco colto e raffinato questo di Hans Tuzzi. Infiorettato di citazioni culturali che spaziano dalla storia alla filosofia, dalla poesia all’arte e via discorrendo. Si imparano un sacco di cose. Soprattutto sui falsi e falsari nella pittura, le tecniche per imbrogliare e quelle per scoprire l’imbroglione. Anche perché chi ci rimette la buccia è proprio un restauratore, ex falsario superdotato e circonciso (c’è anche questo).
Ad indagare il quarantenne vicequestore Norberto Melis che assiste per caso ad una conversazione in una trattoria tra una signora e il futuro morto. Ammazzato, si capisce, “tra i ratti e le papere di parco Sempione”. Vicequestore tutto d’un pezzo questo Melis con la sua bella pipa olandese, il cane Kim e la compagna di vita Fiorenza Giorgi alle prese con una questione di carattere editoriale e con il suo matrimonio che traballa (troppo impegnati tutti e due).
Dunque, dicevo, un contrabbando di falsi e opere rubate insieme alla caccia a un pericoloso latitante ed il contorno ben equilibrato di poliziotti e superiori con le loro particolari caratteristiche fisiche (c’è un giudice donna brutta da morire) e spirituali.
Naturalmente la mano assassina non si ferma al primo obiettivo ma ne persegue altri come si addice ad un giallo che si rispetti. E l’indagine del nostro Melis va avanti insieme ai ricordi, ai dubbi, alle incertezze, alle riflessioni, alla Milano diventata “brutta” e alla società di oggi “ignorante e cinica, arrogante e disonesta”. Pensieri e riflessioni che possono nascere all’improvviso durante una passeggiata con il cane e l’incontro con un porcospino. Scontro finale e relativa spiegazione insomma, come dire, così e così.
Prosa ariosa che spazia dall’esterno all’interno dei personaggi e degli ambienti. Fresca e soffusa di humour. Colta, dicevo all’inizio, ricca di citazioni. Di cui, in parte, si poteva fare anche a meno.

Un titolo scacchistico. Un thriller storico. Ad indagare Leonardo da Vinci. Ok, prendiamolo. La mossa dell’Alfiere di Diane A.S. Stuckart, Nord 2009.
Milano 1483. Ludovico Sforza detto il Moro e l’ambasciatore di Francia Monsieur Villasse si giocano a scacchi viventi un piccolo dipinto di Leonardo. Il conte di Ferrara, cugino del Moro, che rappresenta l’Alfiere bianco viene trovato morto nel cortile del castello ucciso da un coltello che reca lo stemma dello stesso Sforza. A indagare sull’accaduto Leonardo aiutato dal nuovo apprendista Dino. Che poi proprio Dino non è dato che trattasi di una dolce fanciulla, Delfina, scappata di casa con la benedizione del padre a seguire i suoi sogni pittorici. Per non farsi riconoscere si è travestita da maschietto, il che le procura qualche problemuccio nel rapporto con gli altri apprendisti e con una certa Marcella.
Oltre la storia poliziesca, resa più complicata da un altro morto ammazzato, dalla sparizione di un servitore, dal ritrovamento di un pezzo degli scacchi (probabilmente una Regina) al cui interno si nasconde una piccola chiave misteriosa e di una lettera scritta in latino, si alternano e si mischiano fra loro: la storia personale della ragazza, spunti sulla società del tempo, in modo particolare sul lavoro del pittore (preparazione dei colori, pittura a secco, affresco…), il rapporto politico tra la Francia e lo stato di Milano, qualche notazione sul gioco e sulla evoluzione degli scacchi e la figura dello stesso Leonardo da Vinci. Il grande artista, organizzatore degli spettacoli di corte, chiamato ad abbellire il palazzo del Moro con sculture e pitture, creatore di macchine belliche e di vari marchingegni. Figura un po’ fiacca e stereotipata, a dir la verità. Il tutto narrato in prima persona da Dino-Delfina che cerca in ogni modo di allontanare i sospetti di un rapporto troppo amichevole e ravvicinato con il Maestro.
Scrittura pulita, lineare, a tratti direi quasi scolastica e come scontata senza quella presa diretta che ho trovato in altri lavori similari.

Dopo l’esordio di Repetita, Perdisa 2009, ecco Marilù Oliva alla sua seconda prova con ¡Tú la pagarás!, elliot 2010.
Discoteca “La Noche” di Bologna. El Cubano (pugliese) fidanzato con la Princesa che non c’è. Al suo posto Lucia La Gorda, una grassona, cosciona, culona. Incontro di fuoco tra mille pieghe vellutate, poi via alla toilette dove giace Thomas, il barista cubano (vero), occhi spariti infilzati dalle due punte di un candelabro (svanito nel nulla). In prima persona il racconto di La Guerrera (Elisa Guerra) che lavora presso la redazione di un giornale locale, praticamente in un garage. Suoi amici Dante Alighieri (citazioni in qua e là) e le patatine fritte. Suo capo Torinelli, il classico rompiballe con intimo segreto.
Ad indagare il commissario Basilica invischiato in una routine matrimoniale noiosa e deprimente. Sospettati le amichette del defunto dongiovanni e i rispettivi masculi, compresa la Nostra, attuale sua fidanzata, in crisi più o meno profonda. Vive insieme a Catalina, una specie di maga taroccante che prevede il futuro e qualche spunto lo tira fuori anche con i sogni. Tra l’altro creatrice dell’agenzia di incontri sentimentali “Tu mi turbi” che è tutto un programma.
Le indagini portano a scoprire il mondo misterioso e affascinante delle discoteche, della salsa, dei riti orishas, degli dei del sincretismo cubano (la santeria), delle rivalità, delle gelosie, dei tradimenti tra un passo di danza e l’altro. Un morto ammazzato e poi ancora, collanine di perle in bocca (ci riportano alla mente un caso eclatante), rapporto proficuo tra Basilica e La Guerrera (si riprende con Felipe) in pericolo di vita (aggressioni).
Prosa brillante che scivola via veloce, entra nei personaggi, li avvolge, li sviscera, seppure con una certa enfasi, soprattutto nei confronti di La Guerrera, classica spalla d’appoggio nelle indagini per l’ispettore con fremito sensuale e sessuale incorporato. Il solito tirannello sbeffeggiato nel ridicolo della sua perversa intimità, il (solito) magico che si insinua nel reale e dunque un po’ di routine giallistica in un contesto per molti versi nuovo e stuzzicante. Un deciso passo avanti rispetto alla prima prova.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La fidanzata di Michelle Frances, Editrice Nord 2017.
In copertina, una sfavillante superficie azzurra, una bella ragazza bruna nuota in quella che scopriremo presto essere una piscina sotterranea. Che si trova nel lussuoso seminterrato della bella villa dei Cavendish nel cuore di Londra. Gente ricca, beneducata e spaventosamente raffinata. Per loro contano ancora l’accento, la scuola che hai frequentato, il giro delle amicizie e, a ogni nuova generazione, è d’obbligo regalare ai figli il “grand tour”: un giro ad alto livello per l’Europa, l’America ecc… Insomma non si fanno mancare proprio nulla.
La villa, che ospita questa bella piscina, è gestita e dominata da Laura, donna molto attraente, cinquantenne dotata di stile ed eleganza, produttrice televisiva di successo e fino ad allora sola presenza femminile importante nella vita dell’unico erede e figlio, il ventitreenne, Daniel. Ma Laura in fondo all’animo continua a sentirsi una donna non appagata. Il lavoro, sì, ma poi? Il suo matrimonio da troppi anni si regge su una tenue finzione di facciata e lei sa bene di essere troppo mammona nei confronti di suo figlio al quale dedica e ha dedicato troppo tempo e troppe attenzioni.
E lui, Daniel, ottimo sportivo, brillante neolaureato dal futuro luminoso in medicina, gran bel ragazzo, insomma una perla rara, sogna soltanto una sua vita e una sua casa. E proprio per cercare e comprare una sua casa incontra Cherry, la bella venditrice della più esclusiva agenzia immobiliare di Kensington. E zac! Tra loro scocca il colpo di fulmine.
E Laura dovrà veder entrare in casa sua Cherry che, con la metà dei suoi anni, ha rubato il cuore del suo unico figlio maschio. Ciò nonostante, quando Daniel la invita e la presenta come fidanzata, sua madre si sforza di essere gentile, le fa i complimenti per la camicetta e tutte e due per un po’ provano a piacersi. Poi Laura addirittura invita la ragazza per una breve vacanza nella villa di Saint Tropez. Ma ben presto nuora e suocera cominciano a guardarsi con sospetto.
Si comincia con piccoli e grandi sgarbi, dalle innocenti rappresaglie si passa ai trabocchetti. Poi le cose “sbarrocciano” pericolosamente. Ciascuna cerca di screditare l’altra con ogni mezzo e a un certo punto una delle due, in virtù di un perfido egoismo, passa il limite. All’altra, allora, non resta che la vendetta. Deve fare qualcosa. Per forza! Oppure?…
Michelle Frances tiene molto bene le redini della sua storia. Sceglie una narrazione in terza persona, concreta, tesa e stringente. E fin dall’inizio ci rivela ogni pensiero e particolare delle sue protagoniste. Ci dice tutto di Laura, che mal sopporta la eterna relazione extraconiugale del marito, che anni prima ha visto morire in culla la primogenita, che prova un amore assoluto per il figlio vivo, Daniel e che vorrebbe solo il meglio del meglio per lui. Sbaglia forse? E ci dice tutto di Cherry, intelligente e volitiva che ha studiato sempre quanto e come poteva, che da autodidatta ha corretto il suo accento di periferia, ma si vergogna della mamma cassiera al supermarket, e che in passato ha avuto un fidanzato che l’ha piantata perché lei non era “giusta”. Ḕ un delitto il suo sperare in una miracolosa fuga da uno status quo?
Straordinariamente umane e psicologicamente indovinate, Laura e Cherry risultano molto vere e convincenti. Insomma leggendo non si sa con quale delle due schierarsi. Scrittura agile e perfettamente calibrata che ben descrive un certo mondo anglosassone particolare, con due donne in spasmodica competizione tra loro, sempre sul filo del rasoio. E ci vorranno più di quattrocento pagine ad alta tensione per scoprire finalmente come andrà a finire.

Altri consigli della nostra inossidabile:
Il giardino delle farfalle di Dot Hutchison, Newton Compton 2017.
Una storia per raccontare, no forse una meravigliosa cornice per aureolare la breve ma fantasmagorica vita delle farfalle? Eh no! E neppure un romanzato saggio sull’evoluzione dei lepidotteri. Ma invece un lungo, articolato e agghiacciante thriller in cui dominano perversione, diabolica crudeltà, schiavitù e violenza ai danni di povere, plagiate e disperate giovani vittime, le più prigioniere senza scampo della Sindrome di Stoccolma…

Gigi Paoli e il suo irresistibile protagonista – con la testa pelata alla Yul Brynner come diciamo noi dell’altro secolo – Carlo Alberto Marchi, dopo il successo di Il rumore della pioggia ricalcano il palcoscenico fiorentino con Il respiro delle anime, Giunti 2017, nuovo giallo ad alta suspense che ci accompagna in una misteriosa e piuttosto insolita e inedita Firenze.

Tutti gli uccelli cantano di Evie Wyld, Safarà 2017, ambientato in un’imprecisata isola scozzese, è un thriller coinvolgente e, allo stesso tempo, la storia forte, a tratti angosciosa, della sofferta vita di una giovane donna australiana, decisa a dimenticare e a nascondersi dal mondo intero. Non è libro da palati facili. Ma la storia, benché la costruzione del romanzo sia in parte articolata su una serie di complicati flash back, è bella e intrigante nonostante l’insolito e originale tipo di narrazione che in certi casi può spiazzare il lettore, ma che pian piano rivela i tanti retroscena e il perché dell’oscura e tragica disperazione di Jake, costretta alla fine ad affrontare ed esorcizzare i propri demoni.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca a La perla del Bengala di Sir Steven Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015.
Questa volta si va a Calcutta! Ovvero ci vanno i nostri eroi: Agatha, Larry Mistery, Mr. Kent insieme al gatto Watson.
Hanno saputo, attraverso i messaggi della scuola di Larry (Larry frequenta una scuola di detective), che a Calcutta, in India, è accaduto un furto straordinario. È stata rubata la Perla del Bengala… ed è sparito il guardiano. Ecco un altro bel mistero da risolvere!
Intanto i nostri eroi sono accolti a Calcutta nella casa dello zio di Agatha, poi via tutti in aereo (qui trovano un serpente) verso Chotoka. Dal capitano della polizia tre indiziati: il bramino Sangoli, una coppia di turisti spagnoli e il figlio del custode della famosa Perla. La polizia crede che sia quest’ultimo il colpevole del furto e lo mette in galera. Il gruppo indaga anche sugli altri indiziati analizzando i loro alibi. Ma nessuno sembra essere il ladro! Ma allora chi è?…
Una storia divertente e misteriosa tra le foreste di mangrovie, i risciò, il fiume sacro Gange e la terribile dea Kalì!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2017

Scontri super generazionali…
Canzoni al computer. “Nonno, per favore mettimi Occidentali’s Karma di Gabbani.” Gliela metto e Jonathan, il mio nipotino di otto anni, incomincia a cantarla e dimenarsi come il noto vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo. Segue Estate, sempre del medesimo, tutta a mente e Andiamo a comandare di Rovazzi, che lo fa scatenare come un piccolo indemoniato. “Ma dove le hai imparate?” , domando. “A scuola”, risponde. Non ho tempo di approfondire (a scuola?…), perché non voglio dargliela vinta. C’è sempre un po’ di competizione fra noi. “Belle, per carità, ma ai miei tempi…” e gli scarico nei timpani Cuore matto di Little Tony, Fatti mandare dalla mamma di Gianni Morandi e, ultimo colpo in canna da stendere un toro, Ventiquattromila baci di Adriano Celentano. Lui non demorde, mi fa inserire Fedez e altri moderni tatuati fuori di testa. La lotta è dura, sfiancante. Alla fine ognuno resta del suo parere. Sono meglio i suoi, sono meglio i miei. Per il futuro preparerò una controffensiva con Caterina Caselli e…Ora ci penso al gabinetto.

Hollywood in subbuglio di Ellery Queen, Mondadori 2017.
Scena del crimine la zona residenziale di San Souci a Hollywood. Quattro villette tra cui quella di Solomon (Solly) Spaeth, uno speculatore che ha mandato in rovina anche il suo socio Rhys Jardin ed è in perenne scontro con il figlio Walter che vuole sposare Valerie, a sua volta figlia del già citato. Per riparare in parte al danno vengono messi all’asta i beni della casa di Rhys acquistati da un “giovanotto alto e magro con una barbetta nera che gli copriva le guance e il mento, e portava occhiali a pince nez.” Trattasi addirittura di Ellery Queen, appena arrivato ad Hollywood per scrivere soggetti. Ma perché questo travestimento e il suo intervento nell’asta?…
Walter aveva un appuntamento con il padre che viene trovato ucciso nel suo studio con “una ferita da coltello slabbrata” di un’arma del tredicesimo secolo sparita e poi ritrovata, sulla cui punta c’è melassa con cianuro di potassio. E, dunque, altra domanda che sorge spontanea, “Perché avvelenarla?…
Ad indagare l’ispettore Glǖke dal naso aguzzo messo spesso in crisi da Ellery, presenza davvero fastidiosa per lui “Non ho nessuna intenzione di vedere le mie indagini buttate all’aria da un tizio che scrive storie poliziesche!” Di mezzo il testamento del morto e la sua modifica con la quale disereda il figlio. Tutto il patrimonio va, invece, all’amante Winni Moon dalla erre moscia, con i suoi “fianchi che ondeggiavano come un orizzonte acquoso durante un monsone.” (sorriso). L’avvocato Anatole Ruhig vuole sposarla (mica scemo).
Arriva pure la stampa nella persona di Fitzgerald dell’“Independent” che assume Ellery (mille dollari ad articolo) sotto il nome di King, per trovare la verità insieme a Val.
Aggiungo, tanto per dare un’idea della complessità del plot: un soprabito preso per sbaglio che sparisce, un libretto bancario con cinque milioni di dollari, un binocolo ammaccato, una clava indiana, un uomo con due dita (forse), un codice delle carte da gioco, un dittografo, un guardiano che mente e Rhys, messo agli arresti come sospettato, che accetta la prigione e non vuole difendersi. Perché?…
Tanti dubbi, tante domande come abbiamo visto, e altre che sorgono soprattutto rispetto alla meccanica del delitto. Polizia piuttosto miope su certi indizi rilevanti (però c’è, apposta, Ellery, anche se abbastanza defilato rispetto ad altre storie). Scrittura felice dell’autore, intrisa di humour, che fila via spedita come un treno in orario.

Il banchiere assassinato di Augusto De Angelis, Sellerio 2009.
Legge Freud, Lawrence, Platone, Le epistole di San Paolo. Perché mai, allora, fa il commissario di Pubblica Sicurezza, si domanda Carlo De Vincenzi nella Milano degli anni Trenta nebbiosa, cupa e infreddolita. Per l’enigma da sciogliere, il colpevole da individuare?… No, no per il mistero dell’animo umano. “Io sento la poesia di questo mestiere” dichiara e il personaggio è già lì bell’e fatto. Colto, sensibile e nello stesso tempo deciso e pronto, se necessario, a saltare qualche regola che intralcia “Io debbo ricorrere agli altri mezzi, se voglio arrivare sino alla verità, a tutti gli altri mezzi, qualunque essi siano. La mia coscienza me lo permette, anzi mi ci obbliga, anche se il regolamento o il codice me lo vietano.”
Al dunque. Siamo nell’ufficio del commissario. Di notte (addirittura). Ecco irrompere l’amico Giannetto Aurigi che ha un grosso debito con il banchiere Mario Garlini. Due chiacchiere e una telefonata improvvisa. Notizia: il suddetto Garlini è morto proprio nell’appartamento dell’Aurigi.
Causa della dipartita un foro di pallottola alla tempia, per terra una fialetta di profumo d’oro con odore di mandorle amare. Ovvero acido prussico. E che c’incastra? Prime impressioni e rimuginamenti che seguiranno per tutta la vicenda imperniata sugli sghei e sull’amore, sul classico triangolo, la fidanzata dell’Aurigi, l’inquilino del terzo piano, il cameriere che sparisce e riappare, la pendola che segna un’ora avanti (perché?) e addirittura qualcuno pronto ad autoaccusarsi del delitto! Personaggi che entrano ed escono da una porta come all’aprirsi di un sipario, qualche stilettata al detective privato Harrington, tipico rappresentante del modello poliziesco anglosassone.
Il primo giallo di De Angelis teso a creare un clima particolare in cui immergere il lettore: “C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che pesava come qualcosa di mostruoso, d’inumano”, “De Vincenzi sentiva che la verità non era quella, che c’era qualche altra cosa di più oscuro e di più complesso.” Un personaggio soprattutto d’istinto e immaginazione forgiate dallo studio della psicologia, della psiche umana, combattuto fra solitudine, disagio e stanchezza.
La storia è finita (non una parola di troppo, non una parola fuori posto dentro uno stile che profuma di passato), e il nostro commissario ha gli occhi umidi. Nella sua stanza squallida con la scrivania “macchiata e bruciacchiata” e la poltrona consunta. Mica male.
Augusto De Angelis è stato il difensore della narrativa poliziesca, accusata dai fascisti addirittura di immoralità, e propugnatore, come prima di lui Alessandro Varallo, del giallo all’italiana. Morì per le conseguenze di una brutale aggressione fascista. E anche per questo lo ricordiamo.

Ombre di Stephen King, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale, Lee Child, Joyce C. Oates, Lawrence Block e altri, Einaudi 2017.
Ogni tanto bisogna buttarsi sul sicuro, su certi scrittori affermati di indubbio talento, per volteggiare in un’aria più tersa. Come in questo caso, su racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper. I suoi “quadri non raccontano storie. Ma hanno la capacità di evocare in modo potente e irresistibile quelle racchiuse al loro interno in attesa di essere raccontate” scrive Lawrence Block nella sua introduzione.
La vicenda può nascere da un semplice personaggio che fa il proiezionista. Da Cart Wright, per esempio, trent’anni, curvo, timido, timidissimo. Solo. Tutto preso dalla nuova “maschera” Sally di una “bellezza strepitosa”. Ogni giorno la guarda dalla cabina di proiezione. Ma ecco due tizi a pretendere il pizzo dal padrone del locale in cui lavora. Ed ecco nascere una nuova storia, insieme all’amico Bert, il passato terribile che ritorna, il padre che ha abusato di lui. Violenza che chiama violenza. Ieri e oggi. Sally deve essere protetta e, forse, accetterà il suo invito. O, più probabilmente, no. Prosa secca e brutale come l’esistenza umana. Che il dolore se ne stia rintanato in fondo all’animo.
Oppure da una ragazza nuda (indossa solo le scarpe) seduta su una poltrona azzurra che guarda alla finestra. Sembra aspettare qualcuno “Nella luce esangue di una mattina autunnale a New York.” Aspetta il suo amante, ormai “intrappolata” in quella stanza. Fa sempre tardi, ma lui ha la moglie e mille problemi. Le loro storie, le loro vite, il rapporto che si sgretola. L’odio, la violenza. Lui pronto ad uccidere, lei pronta ad uccidere. Sta per salire…
Donne, sempre donne, fortissimamente donne. Al centro della scena. Anche quando sembrano stare di lato. Donne furbe, ingegnose, vedi la moglie di Alfred, ormai morto ma con il quale continua a parlare durante un pasto ad una tavola calda. Sta fissando di proposito il padrone del locale. Così per attirare la sua attenzione. È in ritardo con il pagamento dell’affitto. Bisogna studiare qualcosa per rimediare. Ed ecco pronto il tranello, il trucco delle posate rubate.
Donne per una giusta vendetta. Come quella che appare alla finestra con reggiseno e mutandine rosa all’occhio del guardone assassino (pronte manette e coltello) che pregusta la sua nuova vittima come ha già fatto con la precedente. Ma ora la musica cambia…
Donne tradite che si ribellano, pronte a difendersi, a rendere pan per focaccia al maschilista imperante, donne dal passato doloroso che riversa il rimorso e l’odio verso se stesse. Il passato, il terribile passato ancora vivo nel presente, ragazze abbandonate, padri alcolisti, madri uccise.
E gli uomini? Egoisti, possessivi, violenti, sfruttatori o anche deboli, imbranati fradici, qualche volta buoni. Vedi Bosch, il mitico Bosch. Da poco investigatore privato deve sorvegliare una ragazza che scrive storie e che, per ispirarsi guarda al museo il dipinto Nighthawks di Hopper. Un bar di notte, illuminato solo dall’interno, il barista, una coppia da una parte, un uomo solo di spalle. Bosch deve riferire a chi lo paga se è sua figlia. Lo è ma mente, per salvarla. L’uomo solo al bancone è lui.
Racconti particolari, “strani”, “insospettabili”: una casa che “senza l’intervento di nessuno” ogni anno guadagna una stanza. Fenomeno inarrestabile. Ci vivono Fabius e Carmen. Ottimo rapporto con la suocera Callera (giocavano anche a scacchi) morta per infarto; gli Enderby, marito e moglie, siedono tranquilli e sereni nella sala della musica. Dall’armadio alle loro spalle colpi ripetuti, forti, insistenti. Di un tizio che aveva un bel conto alla Albany National.
Inquietudine, brivido, attesa, sospensione. Storie di amori finiti, di ricordi dolorosi, di qualcosa che si voleva e non c’è stata. Storie di “mancanza”, cambi lenti di prospettiva o il colpo improvviso che non ti aspetti. In prima o in terza persona, al presente o al passato attraverso una tecnica sopraffina.
C’è tutta la vita in questi racconti, c’è tutta la maledetta vita in queste vicende inquiete e inquietanti come i quadri di Edward Hopper.
Guardate i quadri, immaginatevi una storia e poi leggete.

Delitti a luci rosse di AA. VV., Einaudi 2017.
Una scorpacciata di racconti racchiusi in un vasto arco temporale. Qualche spunto.
Francisca “la più bella mulatta di Trinidad” che balla da sola al centro nel salone di don Armando. Ma nessuno la guarda. Hanno tutti paura, eccetto il nuovo maestro Sebastiano Luna. Ora è in pericolo di vita, soprattutto se ci parla. Francisca è la donna del bandito Corrado, guai a starle troppo vicino. Ma c’è qualcosa che non va, secondo lei, in questo ragazzo pallido, sottile “troppo magro per i suoi gusti”. Proprio qualcosa che non va…
In prima persona da un editor. Coppia Jim e Susan a cui piace il sesso violento. Sculacciate e frustate. Continuo tormento. Susan lo uccide ma il processo per la sua condanna è difficile. L’editor vuole andare dalla polizia per raccontare quello che sa, quello che Jim gli ha raccontato. Bussano alla porta. È Susan. O stai a vedere che…
Erin e la cassaforte. La sta scassinando. Ma non è sola, all’improvviso anche Daniels, l’uomo enorme che disprezza. Bisogna distrarlo, farlo parlare, cercando in qualche modo di raggiungere la pistola fra gli asciugamani. E se c’è bisogno del sesso anche violento, pur di agguantarla…
Rollie, giovane già noto come autore di gialli psicologici, a sessanta anni è presidente dell’American Mystery Writers. Nuovo racconto per l’occasione. In prima persona, lui innamorato liceale non corrisposto della bionda Babs. Sempre disponibile, come un soldatino ai suoi desideri. Occhio a chi potrebbe darle noia, si sa che qualcuno può approfittarne. Occorre aiutarla perché non le succeda niente. Forse un barbiturico…
Una ragazza trovata morta su un marciapiede, colpita con uno strumento appuntito sotto la mammella sinistra, violentata più volte. Una ragazza che faceva foto pornografiche. Già, le foto. Basta ingrandirne una per vedere qualcosa di interessante all’esterno dell’ambiente…(un classico).
In prima persona da un uomo geloso. Parla del suo amore verso la propria donna, “la donna della perdizione.” Assillato dai dubbi sul suo tradimento. Esce sempre a cavallo e ritorna felice. Basta! Una corda, una pistola…
Al Café Imperial. Pensa all’amante, pensa al marito tradito a cui vuole quasi bene. Eccolo in arrivo. Con le sue lettere alla moglie. Ora è morta. Obbligo un duello…
La contessa Gamiani, lesbica, e la giovane Fanny. Loro incontro sessuale. Ci si butta anche l’uomo che narra la storia. Sesso sfrenato e racconti di vita dei tre personaggi, imperniati sulle violenze in quel senso, tra suore, monaci, falli enormi e pure un asino. Gamiani e Fanny. Come si chiuderà la loro storia?…
Bette Mason ha solo le mani belle. Uccisa, le belle mani tagliate e poi sparite. Tracce di sangue sul tappeto. Come si potrà scoprire l’assassino? Forse da certe sigarette…
Parla la mamma di Antonio brava a fare il ragù “denso e vischioso”, mica come quella “sgualdrinella” di Marisa sposata a suo figlio. Un omicidio al sesto piano della sua casa, ovvero un pensionato ucciso con un taglio alla gola. Sparisce la madre, in casa tutto in ordine, solo un cassetto aperto, quello dei coltelli di cucina. Finale drammatico con confessione.
Dave e Merle allo Starlite Drive-in. Quarant’anni. Parlano di film, della ragazza che si è fatta uno dei due. Sembra una cosa passata. E, invece, la ragazza è nel bagagliaio. Meglio farsele morte che vive. Ma a Merle manca qualcosa.
Selezione dei racconti un po’ a caso, senza una linea sicura e di alterno livello. Gli autori, comunque, non sono mica male. Eccoli: Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale.
Sesso e morte. Occhio, ragazzi!

Per chi vuole buttarsi sulla fantascienza ci sono Robot 80 e Robot 81 di AA. VV., Delos Books 2017. Racconti, interviste, critiche da leccarsi i baffi. Racconti sul nostro futuro incredibili, inquietanti, che lasciano il brivido e fanno riflettere. Oggetti misteriosi, case parlanti, robot di tutte le specie, invasioni aliene… Racconti, dicevo, impossibili o, addirittura, profetici. Le nuove, straordinarie tecniche e l’uomo con le sue aspirazioni e i suoi sentimenti. Ci sarà uno scontro o un compromesso? Che fine farà? E la terra? Sarà ancora un luogo utile? Chi ci sarà al nostro posto? Dove andremo a vivere? Sicuro che drastici cambiamenti migliorino la nostra vita? Sicuro che allungarla troppo ci renda felici?… Domande e domande. Dubbi e rovelli tra i quali, forse, qualche speranza che l’uomo non voglia perdere la sua umanità. Speriamo.

Un giretto tra i miei libri
Per un certo periodo di tempo ho pensato che Ben Pastor fosse un uomo. Anche se talvolta in terza di copertina la fotografia, seguita dalla opportuna didascalia, mi rendevano edotto del contrario. Ben, che io associavo alle fattezze di un maschio, era invece una gentil signora dal volto interessante. Ma io mi piccavo nel mio intimo che fosse un uomo e non c’era verso di togliermelo dalla testa. Solo con La morte, il diavolo e Martin Bora, pubblicato dalla Hobby & Work 2008, mi sono finalmente convinto del sesso dell’autrice. Misteri del cervello umano…
Ma bando alle ciance e vediamo un po’ di cosa si tratta: praticamente una antologia di racconti più o meno brevi incentrati quasi tutti sulla guerra. Che sia la seconda guerra mondiale o la prima, oppure il conflitto civile spagnolo sempre di guerra si tratta. Con al centro il giovane capitano dell’esercito tedesco Martin Bora, o più precisamente Martin Heinz Douglas Bora l’“uomo giusto nella divisa sbagliata”. E uomo colto se è laureato in filosofia, sa suonare il pianoforte, cita Dante e Virgilio, legge “Gli esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola e le poesie di Garcia Lorca, le massime di Rochefoucauld, le poesie di Hoelderlin, l’Odissea, la Bibbia, i Promessi Sposi e via discorrendo.
Colto e pure bello. Alto, slanciato, occhi con iridi verdi cerchiate di azzurro, impeccabile nel vestire, “nato ricco e aristocratico” e dunque non gli manca niente se non fosse per la mano sinistra artificiale, persa quella vera durante un incidente. Sposato con Benedikta, che chiama affettuosamente Dikta, invano in attesa di un figlio che non riesce a portare avanti (tre aborti). Sicuro di sé, fermo autocontrollo ma a volte “una lama di malinconia” sembra che venga a turbare la solidità della sua sicurezza. Forte senso del dovere e nello stesso tempo la quasi certezza che qualcosa non quadri “Eppure spesso gli sembrava che soldati come lui fossero carta straccia, appallottolata in mano a qualcuno e in procinto di essere buttata via”.
Brevi spunti: una Balka, cioè una prostituta uccisa con le mani mozzate durante l’“Operazione Barbarossa” con tre possibili indiziati: il vecchio beone, il mercante ebreo e il giovane fannullone innamorato. Chi dei tre o forse altri?; un uomo ucciso, un cane morto, un microfilm, un attentato mortale nella Praga del 1942; un rapimento nell’Appennino nord-occidentale del 1944, una povera donna vedova con tre figli, tre persone uccise, partigiani fatti prigionieri, una ausiliaria fascista dispersa, fatti che si intrecciano, si seguono, si incontrano e ricompongono in modo quasi naturale.
E poi non c’è solo Martin Bora. C’è il signor luogotenente di giustizia Don Diego Antonio e siamo nel 1630 a Milano ai tempi, dunque, dei “Promessi Sposi” ad indagare su una monaca assassinata; c’è l’episodio delle vettovaglie sparite e un colonnello italiano ammazzato nella guerra del 1918; c’è un soldato dell’ONU con il cranio sbriciolato da un grosso calibro nella Sarajevo della ex Jugoslavia nel 1994; c’è un incontro tra due nemici nella battaglia di Gallipoli del 1915 con l’evocazione del passato e dei propri cari morti come nell’Odissea; c’è Nino Bixio e i fantasmi; c’è la Kiria Andreou seguita da un giovane spasimante e c’è infine Remedios amata da quattro uomini. Quattro amanti e quattro ricordi diversi.
Dunque la realtà più cruda, il sogno, la fantasia, l’aspetto psicologico che incalza, “streghe, fantasmi, eroi mitologici dell’antica Grecia” che irrompono sulla scena. Prosa agile, sicura. Ora realistica con ampi squarci di paesaggio a suscitare stati emozionali, ora nuda e schietta, ora evocativa e suggestiva a lasciare uno strazio o un dubbio o una scia di amarezza nel cuore. O un mistero.
Finalmente una scrittrice vera.

I morti ammazzati sono un ingrediente necessario del romanzo poliziesco. A volte ne basta uno per decretarne il successo, talaltra se ne aggiungono ancora (di solito due o tre), per rendere la vicenda più movimentata. Colleen McCullough, autrice famosa per Uccelli di rovo, non ha badato a spese e in La morte in più, Rizzoli 2010, te ne ha infiocchettati dodici nello stesso giorno, 3 aprile 1967, a Holloman, piccolo paese del Connecticut: quattro avvelenamenti, un crimine sessuale (praticamente uno stupro), tre morti per arma da fuoco (con silenziatore), la fine violenta di una prostituta (gola tagliata), due soffocamenti con cuscino, una tagliola per orsi (sì, avete capito bene).
Si parte proprio dal caso dello studente ricattatore Evan Pugh ucciso dalla tagliola per orsi nella sua camera (un marchingegno infernale), per continuare con gli altri, tra cui quello di Desmond Skeps, il responsabile del colosso degli armamenti Cornucopia.
Ad indagare il capo della polizia Carmine Demonico, occhi color ambra e capelli neri tagliati corti, laureato nel ’48, arruolato dopo Pearl Harbour, divorziato da Sandra cocainomane da cui ha avuto figlia Sophie (sedici anni) e risposato con la spilungona Desdemona che gli ha dato un bel maschietto. Suo capo il tenente Mickey McCosker, suoi sottoposti che lo aiutano nelle indagini Abe Goldberg e Corey Marshall, sua segretaria l’attiva e intraprendente Delia Carstairs (veste in maniera orribile), medico legale il cugino Patrick che è per lui come un fratello. Non manca l’amico fidato sul quale scaricare qualche sospetto.
Sembra che tutti gli omicidi siano stati organizzati da una sola persona, il Genio, che li ha eseguiti personalmente o fatti eseguire da professionisti (arrivano anche le sorprese). Siamo al tempo della guerra fredda e dunque ci si aggiunge lo spionaggio sovietico, l’intervento dell’FBI (Ted Kelly), gli agguati alla famiglia e a lui stesso per farlo desistere dall’indagine.
Un giallo che non si fa mancare niente: il personaggio principale (un po’ grigio) con famiglia da salvare, i due aiutanti in lotta promozionale fra loro, l’ecatombe di corpi ammazzati con relativo trucido contorno, lo spionaggio, gli agguati, il Genio, o Ulisse che dir si voglia, che uccide e fa uccidere, il movimento delle femministe, qualche problemuccio di cuore, il dubbio, il rovello, il piccolo depistaggio, le lettere con la spiegazione finale. Scritto pure benino da un’autrice di successo. Solo che il tutto va via liscio e sonnacchioso come qualcosa di risaputo e rivisto (perfino nei film), come una vecchia cantilena che ripete brani di vecchie cantilene.
L’ecatombe non paga.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Rondini d’inverno di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2017.
A Torino “Degio” aveva letto il primo capitolo e ormai tutti aspettavamo a gloria il nuovo Ricciardi e lui, puntuale come un orologio, ce l’ha servito su un piatto d’argento. Et voilà, il barone di Malomonte, il suo primo commissario (forse il più amato?) l’inossidabile bel tenebroso dagli occhi verdi, bramato da molte donne, ma con il macigno, insomma con il “Fatto”, quel peso morto, quella condanna che lo perseguita da quando era bambino di poter percepire le ultime parole e le ultime sensazioni delle vittime di morte violenta… E, come logico, con lui risalgono sulla scena il suo pilastro, il brigadiere Maione, l’intelligente e antifascista medico legale dottor Modo, e Bambinella il femminiello, che poi è il loro orecchio aperto ad ascoltare le voci della città. Ma torniamo a noi e a Rondini d’inverno in cui la celebre canzone napoletana Rundinella funge contemporaneamente da fil rouge e da colonna sonora. Apertura del romanzo con un vecchio musicista che accarezza il mandolino mentre parla con il suo allievo e poi via con la storia, praticamente tutta narrata in flash back e stampata in corsivo: Natale è passato da poco e, benché il clima sia stranamente primaverile per la stagione, la città ha digerito il pranzo del 25 e pensa già al cenone di Capodanno; sul palcoscenico dello Splendor, celebre teatro di varietà, il grande attore e cantante Michelangelo Gelmi, come ogni sera, si prepara a “sparare a sua moglie” Fedora Marra. Niente di strano, la scena fa parte del copione e si ripete tutte le volte che recitano nella canzone sceneggiata. Solo che quella sera, il 28 dicembre, dentro il caricatore della pistola, una calibro nove, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. E quando Gelmi spara “l’attrice viene proiettata all’indietro, scomposta, i piedi sollevati da terra, le braccia larghe” e… “sul corpetto bianco del costume si allarga un’ampia macchia scura”. Ha ucciso Fedora, la sua compagna di vita e di palcoscenico. Poi, disperato, proclama a gran voce la sua innocenza ma ben pochi gli credono: tutti i fatti indicherebbero la sua colpevolezza. Gelmi, già in là con gli anni, stava perdendo la voce, beveva troppo e la sua carriera era in declino. La sua permanenza sul palco dipendeva ormai solo dal sodalizio con la moglie, Fedora, una stella dello spettacolo giunta al culmine del successo. Lei era molto legata al marito però, così mormoravano certe voci, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Dalla prima ricostruzione dei fatti si direbbe che il caso sia già risolto, ma il nostro commissario non è convinto. Qualcosa non quadra, vuole approfondire. Tuttavia, mentre il fedele brigadiere Maione scorrazza perigliosamente per la città al volante della vettura di servizio per aiutare il dottor Modo, proprio lui Ricciardi, che nel frattempo pare sia arrivato a dare una svolta alla sua vita sentimentale (traduco: ha finalmente baciato Enrica, la giovane e timida vicina di casa), è tenuto sotto costante pressione dal vice questore Garzo, che non si vuol guastare le feste. Insomma deve muoversi e sbrogliare in fretta la forse misteriosa vicenda, senza lasciarsi distrarre dalle faccende personali, da certe velate minacce riportate e dall’inconsueta cortina di nebbia che, calata improvvisamente su Napoli, l’avviluppa come un sudario, pronta a nascondere qualche colpo di coda. Anche stavolta, come per le precedenti avventure di Ricciardi, una altera, fastosa e festosa città partenopea degli anni Trenta (ventesimo secolo) funge da splendida cornice alla fascinosa prosa “degiovanniana”. Indimenticabili le melodiose canzoni che punteggiano la narrazione. Al prossimo Maurizio. Purchessia!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta si cambia! Vi presento Omicidio sulla Tour Eiffel di Sir Steve Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015 (e il mio nonno si frega le mani).
Parto dai personaggi: Samuel, Agatha, Larry e Gaspard Mistery. Agatha e Larry di dodici anni! Ah, dimenticavo… c’è anche il gatto Watson che porta un nome famoso (me lo ha detto il solito). Vivono tutti a Londra ma dovranno partire per Parigi. Perché?, vi domanderete. Perché lì è avvenuto un omicidio per avvelenamento da stricnina. Più precisamente di un diplomatico russo e i nostri detective dovranno risolvere il mistero.
Tutto gira intorno a una rosa rossa, cioè alle ultime parole del morto. Ci sono tre indiziati: il primo ha una rosa rossa tatuata sul collo, il secondo ne ha una proprio sul suo comodino, la terza, una donna, indossa un vestito di rose rosse.
Chi sarà il colpevole? Basta continuare la lettura che ha anche diversi spunti divertenti, soprattutto nella persona di Larry. Così voi vi divertirete a cercare di scoprire l’assassino e io finisco prima la presentazione.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti