Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2019

Ogni tanto mi butto sull’arte. Soprattutto sulla pittura. Chissà perché. Forse per dimenticare un po’, tra lo sfavillio dei colori, qualche ombra del reale. Prendo i miei librettini di Art Book, Leonardo Arte, pubblicati dal 1998 al 2000, e mi metto a sfogliarli. In primis l’Impressionismo con i suoi artisti e la luce che pervade le loro tele. La luce, segno di vita, di gioia: Manet, Monet, Renoir, Pissarro… Che fico rivedere campi di grano, feste di ballo all’aperto, tramonti arrossati, il golfo di Napoli, colazione di canottieri, belle bagnanti e, insomma, il pulsare del mondo!
Poi prendo i gialletti e mi crogiolo tra ombre, mistero, sangue e morti ammazzati. Vedete un po’ voi…

Doppia verità di Michael Connelly, Piemme 2019, traduzione di Alfredo Colitto.
Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch. Quante volte abbiamo letto le sue avventure! Quante volte ne abbiamo sentito parlare! (con questa credo che si tratti della ventesima). Ma il tempo passa per tutti. Ormai il nostro eroe è invecchiato. Un detective in pensione a studiare casi non risolti, i cold case, in una cella a San Fernando nell’area di Los Angeles.
Ed ora gliene arrivano due insieme: uno del passato e uno del presente. Il primo riguarda un certo Preston Borders, accusato trent’anni prima, da lui e dal suo collega Frankie Sheenan, di avere ucciso Danielle Skyler. Una nuova prova, costituita dal dna di un altro assassino sui vestiti della donna, mette in dubbio tutto il suo lavoro. Anche perché quella inconfutabile (ciondolo di cavalluccio marino) sembra sia scomparsa dalla scatola delle prove del Dipartimento di Los Angeles. Il secondo riguarda un doppio omicidio nella Farmacia La Familia dove sono stati uccisi a colpi di pistola sia il padre che il figlio.
E, dunque, doppio lavoro per il Nostro, da svolgere nell’arco di pochi giorni, perché Preston non venga scarcerato. Ma lui, lo sappiamo, è forte, duro e testardo come una roccia. Sa di avere svolto il suo compito con estrema diligenza. Ad aiutarlo il fratellastro avvocato Mickey Haller e, solo in parte, i Qui, Quo, Qua, ovvero i tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon e Bella Lourdes (capo Trevino).
Doppio lavoro, dicevo, estremamente pericoloso perché il caso della farmacia nasconde uno spaccio di pillole, conniventi medici e farmacisti senza scrupoli, in mano a una organizzazione criminale di origine russo-armena. Con la quale Bosch se la deve vedere, in missione sotto copertura nei panni di un tossicodipendente, che gli spalancherà le porte su un mondo di soprusi e violenze.
Allo stesso tempo la vecchia storia di Preston riemerge pian piano nei minimi particolari con tutti i dubbi e gli assilli del caso: chi ha manomesso le prove? Perché? Qual è il suo obiettivo? Un lavoro incredibile (dovrà pure difendersi in tribunale) mentre il rapporto con la figlia Maddie diventa sempre più difficile, arrivano ondate di malinconia per il tempo che scorre, brevi flash sul passato, il ricordo della moglie, del padre e della madre, un po’ di musica a fargli compagnia (magari con Lullaby di Frank Morgan, il preferito). Come se questo non bastasse c’è pure da far luce sul caso di Esmeralda Tavares, scomparsa dopo aver lasciato la figlia nella culla (classico finale a sorpresa).
Tutto sembra opporsi ai suoi sforzi. “Il mondo era oscuro e spaventoso” senza un pur minimo senso logico, ma lui non demorde, capace di infrangere i regolamenti pur di raggiungere la verità. E quando Lucia Soto gli parla di una sua nuova scoperta “Voglio entrare nell’indagine. Andiamo a prendere quell’uomo.” E chi lo ferma! Il solito Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch.
Alla prossima.

L’ombra del Corvo di Tessa Harris, Mondadori 2019.
Siamo nell’Inghilterra (più precisamente nell’Oxfordshire) del 1784. Lydia Farrell, fidanzata dell’anatomista dottor Thomas Silkstone, è stata rinchiusa nel manicomio di Bedlam con un raggiro perpetrato da chi vuole prendersi la sua tenuta (addirittura attraverso la firma falsa dello stesso Thomas). Ovvero da sir Montagu Malthus, custode giudiziario della suddetta proprietà di Boughton, per conto di lord Richard Crick, il vero padrone di appena sei anni.
Tutto ha inizio quando viene ucciso l’agrimensore Jeffrey Turgoose, del cui omicidio è accusato un boscaiolo (orologio e pistola del morto trovati nella sua abitazione). L’anatomista cercherà in tutti i modi di scagionarlo perché sicuro che dietro esista un complotto che riguarda il problema delle Recinzioni. “La terra demaniale e i boschi, che i residenti hanno il permesso di usare a loro piacimento, saranno recintati e diventeranno parte esclusiva di Buoghton. I contadini perderanno il loro diritto di far pascolare le greggi, di raccogliere legna per i camini, di cacciare conigli…” come spiega il coroner Theodisius Pettigrew, amico di Thomas. Un momento difficile che porterà a ribellioni e scontri con i soldati, mentre “regna la paura del Corvo, un fantomatico brigante che imperversa nelle foreste della zona.”
A questa parte generale della storia si aggiunge quella particolare che riguarda Lydia incatenata, sottoposta a salassi e chiusa a chiave nella sua cella, tra l’altro convinta che sia stato lo stesso Thomas a farla rinchiudere per gelosia (le hanno detto che ha firmato il documento per essere internata). La situazione diventa ancor più difficile e angosciosa quando sparisce e viene data per morta. E allora sorgono i dubbi: morta o ancora viva e al suo posto un cadavere disfatto? E, se viva, dove è stata nascosta?…
Il nostro anatomista si piazza al centro della scena con la sua scienza che giganteggia fra dicerie, irrazionalità, superstizioni, cure radicali (torture) contro i malati di mente. Pronto a difendere i più deboli e gli sfruttati, rischiando la propria vita, in continuo movimento da un posto all’altro per ricercare la verità all’interno di un sistema dove i più forti cospirano, anche fra di loro, per avere sempre più potere. Ce la farà?…
Per La storia del Giallo Mondadori abbiamo La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni. Non perdetela!
Un giretto tra i miei libri

L’enigma dello spillo di Edgar Wallace, Mondadori 2009.
“Luke Trasmere, misterioso uomo d’affari, viene assassinato nella sua casa londinese. Un caso che è la quintessenza del crimine insolubile: camera blindata chiusa dall’interno, l’unica chiave ritrovata sulla scrivania della vittima. Ad affrontare l’enigma il melanconico ispettore Carver, di Scotland Yard, e Frank Molland, cronista intraprendente…”
Ma non basta. La camera è stata chiusa anche dall’esterno, la chiave è macchiata di sangue, sangue anche sulla porta sia all’interno che all’esterno, il povero Tasmere ucciso con un colpo di pistola alle spalle, la pistola non si trova, nella stanza sotterranea si trovano invece i gioielli di un’attrice famosa, Ursula Adfern, alla quale sono stati rubati il giorno stesso del delitto. Non manca uno spillo leggermente incurvato, che dà il titolo al libro, rinvenuto nel corridoio (ad essere pignoli gli spilli incurvati sono due e in seguito altro morto con altro spillo per terra) e un cappelletto di celluloide di un tasto di una macchina da scrivere (e forse mi sfugge qualcos’altro).
Subito indiziati il cameriere tuttofare Walter, che altri non è che un ladro matricolato, e un ex socio di Trasmere venuto dalla Cina a minacciarlo pure di morte. Come in ogni giallo di Wallace che si rispetti, tipi misteriosi (fra cui una donna velata) si aggirano furtivi intorno alla casa del delitto e l’innamorato di turno (qui sono due) perde la testa dietro a una adorabile e intrigante signorina.
Con qualche nota umoristica sparsa qua e là (vedi la figura spassosa dell’architetto Stott) e qualche spunto di sana sociologia spicciola “Un delitto è da sempre, nel luogo in cui viene commesso, un evento del quale anche gli abitanti del quartiere che ne sembrano più seccati si compiacciono in segreto. Siccome, per quanto si faccia, è impossibile cambiare la natura degli uomini, succede che i giornali vendano un numero maggiore di copie quando riferiscono disgrazie ed episodi di cronaca nera che quando danno belle notizie o trattano di cose che vanno bene, e nulla induce il lettore ad affermare che sul giornale non c’è proprio niente di interessante quanto il leggere che il vicino ha ricevuto una eredità improvvisa”.
E non ditemi che i tempi sono cambiati…

Fino a metà del libro mi sono messo un po’ a sonnecchiare, dico la verità, cullato da uno stile volutamente ottocentesco in onore della Austen e del suo capolavoro Orgoglio e pregiudizio, da cui sono tratti i personaggi del libro in questione. Ovvero…
L’enigma di Mansfield Park di Carrie Bebris, Tea 2010.
Più precisamente Elizabeth Darcy, moglie di Fitzwilliam Darcy, ospiti del conte di Southwill, la zia Lady Catherine de Borgh che tiranneggia la figlia Anne, timida, impacciata e sottomessa. Per di più promessa sposa, senza essere stata consultata (un’abitudine dei tempi), a Neville Senex dal carattere collerico e francamente disgustoso. Chiaro che Anne non ne possa più e se ne fugga con Mr. Crawford, già in precedente relazione con una donna sposata, lasciando un biglietto a Elizabeth. Apriti cielo e tutti a rincorrere i novelli fuggiaschi. Non la faccio lunga. Mi sono risvegliato appieno solo dopo la scomparsa di Mr. Crawford e… e non aggiungo altro. La storia allora ha incominciato a prendere una piega che si rispetti con i dovuti morti ammazzati (c’è addirittura un morto che sembra resuscitato), i dubbi, la sarabanda degli interrogativi da parte degli sposi, dotte digressioni su pistole e balistica del tempo, insomma un po’ di movimento che era l’ora. Insieme alle vicende personali viene fuori il problema della condizione di inferiorità delle donne anche dal punto di vista testamentario. Scialbe le figure dei coniugi Darcy (non mi è rimasto impresso niente di particolare) mentre Lady Catherine, invece, impazza un po’ dappertutto. Colpo di scena con rapimento incorporato, spiegazione finale complicata il giusto e l’amore che vince sul vile (si fa per dire) denaro.

I Maigret di Marco Bettalli

Il pazzo di Bergerac del 1932
Se il “messaggio” è sempre lo stesso (il male non proviene dagli elementi poveri e marginali della società, o addirittura dai “pazzi” che ne stanno decisamente fuori, ma è insito profondamente proprio in chi della società occupa i posti più alti, e che Maigret scopre grattando la patina di rispettabilità, eleganza e buone maniere che li caratterizza), il plot è ravvivato dal ferimento, proprio all’inizio, di Maigret, con la conseguenza che il commissario svolge tutta l’inchiesta (supportato dalla signora Maigret, alla sua prima “parte” importante) steso su un letto di una camera d’albergo, dalla quale, lentamente, si “imbeve” di tutte le abitudini, i personaggi e i segreti piccoli e grandi della cittadina di Bergerac (il richiamo è, irresistibile, alla Finestra sul cortile di Hitchcock). Forse per questa sua condizione particolare, Maigret appare (soprattutto nella prima parte del romanzo) curiosamente sopra le righe, tanto da far credere al suo vecchio amico e ad altri di essere vicino ad aver perso la ragione. Ma non è così, anzi: con eccezionale e quasi visionaria intelligenza, il commissario come sempre sbroglierà la matassa, rivelando le tradizionali depravazioni della borghesia della provincia francese, non senza una sottile vena antisemita (il colpevole, pur brillantissimo e intelligentissimo, è ebreo e suo padre era un sordido elemento, sulle cui caratteristiche “razziali” Simenon non manca di indugiare).

Una testa in gioco del 1931
Trama originale, quanto tirata per i capelli: in pratica, Maigret, dopo aver svolto un’inchiesta per un duplice omicidio efferatissimo e aver portato a un passo dal patibolo un povero disgraziato, “sente” che c’è qualcosa che non va e convince, diosolosacome, il ministro, il procuratore e quant’altri a far fuggire il condannato a morte in modo da seguirlo e riaprire in qualche modo l’inchiesta. Nel fare questo, mette in gioco la sua carriera e corre enormi rischi. Naturalmente, tutto andrà a finire nel migliore dei modi: nell’atmosfera della Parigi “bene”, tra bar e alberghi di lusso, si farà strada la figura, del tutto inverosimile, del colpevole, un genio anarcoide esule dalla Cecoslovacchia, dotato di incredibile intelligenza e… di poco altro. Oggettivamente, pur piacevole (non esistono Maigret non piacevoli!) per le descrizioni degli ambienti (finalmente siamo, in pianta stabile, a Parigi), per piccoli particolari di grande finezza, per la presenza di molti collaboratori fedeli di Maigret (Dufour, poi non più utilizzato, e i soliti Janvier e Lucas), non uno dei migliori Maigret: d’accordo che la verisimiglianza non è caratteristica fondamentale, ma in questo caso Simenon esagera un po’, e il finale è francamente ai limiti del ridicolo.

La balera da due soldi del 1931
Una storia complicata e ai limiti dell’inverosimile (e dai risvolti gialli in realtà quasi inesistenti), che parte da un mezzo sfogo di un condannato a morte pronto a salire sul patibolo, in cui Maigret si caccia a forza invece di raggiungere la signora Maigret in vacanza dalla sorella (siamo a fine giugno). I protagonisti, sostanzialmente riferibili a “tipi” fissi (ebrei usurai, mogli molto allegre, mariti che pensano solo a far quadrare i conti di imprese commerciali zoppicanti, commercianti bellocci e ben forniti di soldi ecc.) tendono a essere inconsistenti, in primis il colpevole, inglese, nichilista, intelligentissimo, francamente poco interessante. Indubbiamente, si salvano alcune descrizioni, alcune pagine (le vacanze sulla Senna, subito fuori Parigi, della piccola borghesia, in luoghi che oggi saranno senza dubbio inglobati nell’enorme metropoli, lo stupore che suscitavano ancora le auto, veri e propri status symbol …): ma il tutto suona molto falso, tanto che è possibile senza dubbio giudicare il romanzo tra i meno riusciti dei Maigret.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Joe Petrosino, il mistero del cadavere nel barile di Salvo Toscano, Newton Compton 2019.
La vera storia del terrore della Mano nera e di Joe Petrosino, il famosissimo poliziotto in bombetta, di origine italiana, che osò sfidare e combattere la mafia di Little Italy.
New York, 1903. Erano appena le cinque e mezza del mattino ma la vita, in quel pezzo dell’East Side irlandese al confine con Little Italy, era già in fermento. Piovigginava triste e Frances Connors, un donnone irlandese impiegata come donna delle pulizie che trotterellava verso il forno per comprare del pane, si trovò all’improvviso davanti a un barile abbandonato sul marciapiede di fronte all’edificio al numero 743 tra l’Undicesima Strada Est e la Avenue D. Era ingombrante, panciuto, abbastanza nuovo. Solo le doghe erano un po’ arrugginite. E qualcuno doveva averlo lasciato là da poco perché non era fradicio d’acqua, notò subito Frances. Si fermò incuriosita e si avvicinò con la speranza che contenesse qualcosa di commestibile o di utile. Posò l’ombrello aperto a terra e guardò in giro. Non voleva essere vista mentre frugava tra i rifiuti. Ma… nulla e nessuno. Allora alzò il cappotto zuppo che copriva il barile, lo lasciò cadere, si sporse a guardare dentro e scorse l’orrore di un cadavere orribilmente mutilato. Il suo grido di terrore squarciò il silenzio, svegliando i dormienti della case vicine, e richiamò l’attenzione del poliziotto di pattuglia nella vasta zona subito al di fuori di Little Italy. L’agente soffiò nel fischietto per far accorrere i colleghi della centrale. Il morto, prima di essere ripiegato in due e cacciato a forza dentro la botte, era stato sadicamente torturato e gli avevano tappato la bocca con i genitali. L’uomo, un perfetto sconosciuto nel quartiere e che non figurava negli schedari della polizia, dimostrava circa trentacinque anni ed era vestito decorosamente. Alcuni precisi segni indirizzano subito la squadra al comando dell’ispettore Max Schimitberger verso la criminalità italiana. Si tratta, è chiaro, di una bella patata bollente che mette in tilt l’intero dipartimento di polizia di New York e ben presto l’ispettore Schimitberger, posto sotto pressione dai superiori che pretendono una rapida soluzione del caso, dovrà invece vedersela anche con i servizi segreti (dietro quel delitto girano interessi molto pericolosi; potrebbe anche celarsi un traffico di banconote false). Insomma un’operazione perfetta per il “Dago”, il sergente investigativo Giuseppe “Joe” Petrosino che deve il suo grado addirittura al presidente Theodore Roosevelt. Solo il Dago, il più famoso detective della città, italiano naturalizzato americano, può metterci le mani. Lui, il piccoletto nerboruto (1,60 circa più rialzi nelle scarpe e qualche centimetro guadagnato con la bombetta), è capace di muoversi come si deve per i vicoli di Little Italy, capire tutti i dialetti della penisola, comprendere i contrassegni e le regole imposte e seguite dalle prime organizzazioni criminali americane, quali la Mano Nera…
Salvo Toscano ha deciso di ridare vita a un personaggio realmente esistito, Joe Petrosino, poliziotto nato a Padula in provincia di Salerno nel 1860. Di famiglia piccolo borghese, ebbe la fortuna di studiare abbastanza. Ma l’Unità d’Italia portò povertà e fame al Sud. Emigrato, come molti italiani, negli USA alla fine del 1800, fu strillone venditore di giornali, poi lustrascarpe, netturbino e infine a diciassette anni finalmente arruolato come poliziotto. Ma nessun italiano era al sicuro in quella New York del passato dove dominavano paura, omertà, minacce e sgarri che si lavavano con la morte. Un romanzo con una precisa componente biografica e anche per questo molto intrigante, affollato di personaggi realmente esistiti e molto ben rappresentati nella narrazione e in cui ritroviamo purtroppo ancora troppi punti in comune con l’oggi. Un thriller intrigante, un perfetto spaccato di quel mondo di emigrazione di allora. Un tuffo nel passato che dovrebbe far riflettere su quando ad emigrare erano gli italiani. Un giallo coinvolgente, in cui ritroviamo una New York dei primi ‘900 ai primordi del suo splendore, un città invasa da svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, gente dell’Europa dell’Est, del medio oriente, cinesi… Ognuno a suo modo ghettizzato nei propri quartieri, barricato nei loro caseggiati, afflitto da pregiudizi e timore verso gli estranei. Una bella storia che deve continuare. Alla prossima?…

Sporchi delitti di Luigi Guicciardi, Fratelli Frilli 2019.
28 marzo: a Sestola, famosa stazione di vacanze dell’Appennino modenese, Michela Fornè, una ricca e ancora giovane signora della borghesia, viene ritrovata nel bosco, orribilmente sgozzata, da una veterinaria che stava facendo jogging. Il cadavere della vittima era parzialmente nascosto da un grosso ramo caduto durante un torrenziale temporale notturno. Le indagine vengono affidate al Maresciallo Elio Biolchini, alla testa della locale stazione dei carabinieri che, approfittando della presenza in zona del nipote, l’agente di stanza a Modena Bonucchi, gli chiederà di raggiungerlo sul luogo del delitto e dare un’occhiata. Ma nome e potenti amicizie familiari il 1 aprile fanno arrivare a Sestola anche il commissario Giovanni Cataldo, detto Vanni. Ricorderete tutti lo storico personaggio di Luigi Guicciardi, il commissario Cataldo, al top della maturità professionale, ormai vicino alla sessantina, divorziato e con ohimè i figli lontano, che è rimasto alla testa della squadra coadiuvato solo (se si parla della vecchia guardia) dal sovrintendente De Pasquale. Il grande Muliere non c’è più e anche la sua spalla destra di precedenti indagini, l’ispettore (amica e forse qualcosa di più) Lea Ghedini, ha avuto il trasferimento a Pavia. Arrivato a Sestola Cataldo, su suggerimento del Maresciallo, arruolerà come guida e aiutante proprio l’agente di polizia Bonucchi. Gli approfondimenti e i primi interrogatori rivelano che Michela Fornè aveva chiesto il divorzio dopo svariati anni di matrimonio per incompatibilità (aveva una relazione) e aveva piantato figlio quindicenne e marito. L’uomo ancora innamorato di lei era un possibile indiziato, ma aveva un buon alibi. Nelle ore in cui la moglie era stata uccisa stava giocando a bridge al circolo. L’indagine passa sulle spalle del commissario Cataldo e quando poi, pochi giorni dopo, un’altra giovane donna, sposata ma con una vita sentimentale movimentata, viene uccisa con modalità molto simili a quelle della Fornè nel suo appartamento cittadino, il nostro è costretto a darsi da fare pungolato dai superiori. Coadiuvato dal sovrintendente De Pasquale e dal giovane Bonucchi, che ha preso sotto la sua ala, Cataldo sarà costretto a portare avanti per dieci giorni una difficile inchiesta. Le due donne non si conoscevano, non avevano rapporti tra loro, unico punto in comune: erano tutte e due separate. Cerca, briga, forca e scava e finalmente salta fuori un labile possibile legame ma le indagini devono confrontarsi con ostacoli, lacci e lacciuoli che rallentano o accelerano, rincorrendo gli sviluppi dell’inchiesta…
Sporchi delitti è un thriller ben concepito, con una narrazione che sa immergerci di continuo nelle sensazioni, nelle reazioni emotive e nel punto di vista del killer mentre contemporaneamente riesce a renderci partecipi delle emozioni, della professionalità e dei personali convincimenti di Cataldo. Uno scenario appenninico e campestre magicamente ricostruito e una città, Modena, che vive una sua compiaciuta modernità divisa tra i fasti di provincia e i guai sociali copiati dalla vicina realtà metropolitana. Una Modena con le sue piogge, le sue nebbie, le sue diversità tutte emiliane, perdonata in partenza dell’autore, modenese doc, e invece ancora in un certo senso subita ma accettata da chi forse rimpiange il caldo sole e il mare della Calabria.

Un doppio binario nel tempo per il thriller storico di Francesca Ramacciotti I custodi della pergamena del diavolo, Newton Compton 2019, che si svolge a Pisa tra il 1100 e i giorni nostri. Un tesoro scomparso all’ombra di un monastero, mentre un feroce assassino semina morte tra povere donne costrette a vendersi per fame, ma anche un inquietante mistero destinato a valicare i secoli che torna a vedere la luce da una approfondita ricerca in antichi diari.

 

 

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi niente Geronimo Stilton ma I più grandi eroi dei miti greci di Luisa Mattia, Gribaudo 2019.
Trattasi di ben ventuno racconti, perciò è impossibile farne un sunto di tutti. A dir la verità non so come iniziare. Il mio nonno pensa che io sia già uno studente delle superiori mentre frequento solo la quarta elementare. Ora lo chiamo perché non mi può lasciare solo “Nonno, vieni qua a darmi una mano!”. “Arrivo!”
Siamo in un mondo di uomini, dei e semidei, di guerra, duelli, lotta, tradimenti e rapimenti, vendette, amori, sacrifici, prodigi, trasformazioni e prove incredibili da superare, re, regine, indovini, animali magici. Un mondo veramente fantastico. Ora la parola al nipotino…
Il racconto che mi ha colpito di più è stato L’ariete dal vello d’oro perché ci fa conoscere un animale magico dal vello d’oro, appunto, che gli permette di volare e guarire tutte le malattie. Salverà due ragazzi, Elle e Frisso, da una matrigna cattiva e lui stesso si sacrificherà, ovvero si farà addirittura uccidere per far sposare Frisso con la figlia di un re. Accidenti, che sacrificio!
Ma ci sono anche tanti altri racconti che mi hanno colpito con dei, eroi, uomini: Zeus, Teseo, Elena, Achille, Persefone, Ettore, Menelao, Giasone, Odisseo, Apollo… Vi invito a leggerlo!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2019

(Facciamo gli auguri a Fabio che oggi fa il compleanno, sì? Auguri, Fabione!)

Porca vacca!
Porca vacca! è il grido che sorge spontaneo dal mio vetusto apparato fonico ogni volta che se ne va un pezzo della mia vita (la vacca ormai non si offende più). Che si tratti di un qualsiasi mito della scenografia mondiale (giocatore, attore, scrittore, cantante…) o di quella relativa al paesello natio dove trascorsi del viver mio la primavera, tanto pe’ fa ‘na scontata citazione. E allora un saluto glielo voglio mandare a tutti quelli rimasti più o meno incartapecoriti e a quelli che hanno preso il volo. Naturalmente con i loro caratteristici soprannomi: Dado, Bela, Polvere, Pocciere, Caciao, Pasta e Pane, Rombolino, Nisio, Nicchio, Capino, Capone, Palloni, Gattaccio, Buzza, Balilla, Buzzino, Giona, Paperino, Mea, Zipi, Budode, Ciccina, Cicciaio, Ciacce, Mastrilli, Jack, Biondo, Banana, Zenzerino (suo pensierino lapidario a scuola “I maratore fa i gabinetto e poi ci caca”), Publio, Pinguino, Doddolo, Sussi e Biribissi, Barabba, Maialaio, Mandorlino, Molle…
Ciao, ragazzi!

Perry Mason e la cliente misteriosa di Erle Stanley Gardner, GialloMondadori 2019
“La mia segretaria” continuò Mason “mi ha detto che siete il giudice William Mallory, australiano di Sidney, e che desiderate consultarmi a proposito di un omicidio colposo.” Un omicidio colposo di ventidue anni fa (scontro di auto) quando fu emesso un mandato di arresto ma la persona scomparve. C’è, però, da lottare per un cliente povero contro il ricco milionario Ronald C. Brownley. Desidera che nessuno sappia della sua venuta, chiamerà Mason fra circa un’ora per presentargli la “donna alla quale è stato fatto un torto” e la sola probabilità di vincere la causa è la testimonianza del giudice stesso. Giudice… uhm… un giudice che balbetta non si è mai visto, afferma l’“avvocato del diavolo”. Ma la “stranezza” dell’uomo e del caso lo attira. E si viene a sapere che la donna accusata di omicidio colposo era la signorina Julia Branner, divenuta Julia Brownley, moglie di Oscar Brownley, figlio del magnate Ronald C. Brownley. Questo è pane per i denti affilati di Mason, a cui piace “gareggiare d’astuzia con i bricconi” e “accostare i fatti l’uno all’altro, come in un gioco di pazienza, per scoprire la verità.”
Intanto il giudice viene trovato ferito nella sua camera d’albergo, portato all’ospedale da dove sparirà lasciando una lettera a Perry. Poi arriva l’uccisione del magnate da parte di una donna con impermeabile bianco. Sbucata all’improvviso dall’ombra, è salita sul predellino della sua macchina, gli ha sparato cinque colpi ed è fuggita. Indiziata ed arrestata Julia Branner. Tutto gira attorno a Joan Seaton, nipote adottata di Ronald che scompare. Vera o falsa? E il giudice Mallory. Vero o falso?
Per risolvere il problema occorre entrare in azione addirittura con il travestimento della segretaria Della Street, l’appoggio di Paul Drake e l’iniziativa dello stesso Mason capace di assestare terribili cazzottoni per i quali rischia addirittura l’arresto, dovendosela vedere con il procuratore distrettuale Hamilton Burger assomigliante “un po’ a un orso, col suo grosso tronco e le corte braccia muscolose”. Di mezzo il classico testamento che può essere cambiato all’improvviso per la vera o falsa nipote, un impermeabile bianco e giallo, una chiave… A un certo punto la classica luce che si accende “Come mai non ci ho pensato finora?”. Poi basta tendere l’altrettanto classico tranello a chi di dovere per risolvere il busillis. Mason è bravo e pure Della non scherza “Ma elementare mio caro Watson, elementare. La mia mente femminile ha saputo dedurre dagli indizi l’esatta conclusione. Questione di forma mentis.”
Per I racconti del giallo ecco Anonimo relativo di Mauro Frugone
In treno. Andrea rimugina sul fratello caduto nelle grinfie della droga. Forse la causa della sua scelta di vita. Nello stesso scompartimento due uomini che parlano fra loro su “un figlio di buona donna” che non ha accettato la loro proposta. Vestiti da ricchi, strafottenti. Ma Andrea è l’artista dell’anonimato. Ora deve scendere… Racconto secco come una fucilata.
Chiude il libro la seconda puntata di I Libri Gialli, 1929-1941 di Mauro Boncompagni. Un excursus da non perdere.

Il nemico alla porta di Ethel Lina White, R. Austin Freeman e Cornell Woolrich, GialloMondadori 2019.
La vittima è presente di Ethel Lina White
“Quella donna finirà assassinata!” esclama la signorina Pye (Florence), sorella dell’omonimo ispettore. Vista dalla finestra trattasi della attempata zitella Anthea Vine, ricchissima residente a Jamaica Court, proprietaria dei Magazzini Dalia che ha adottato e tiene fortemente sottomessi tre ragazzi: Charles e Francis Ford e Iris Pomeroy. Di mezzo c’è pure il giovane medico Lawrence che attira le sue attenzioni e quelle di Iris. Tutto gira intorno al denaro e al testamento della riccona che può essere cambiato da un momento all’altro a favore di qualcuno.
Anthea vuole comprare anche il negozio di Doris, una delle sorelle di Pyne per aprire un altro albergo a Timberdale. A questo si aggiungono un paio di furti sospetti nella casa della signora Antrobus che in seguito potrebbero avere relazione con il “fattaccio”, ovvero la morte annunciata di Anthea colpita da un oggetto pesante, tra l’altro introvabile, mentre sta per andare a letto. Pyne si trova in difficoltà nelle indagini ma, testardo, non vuole l’ingerenza di Scotland Yard. Un racconto di brevi capitoletti, ricco di dialoghi serrati e pensieri oscuri che serpeggiano all’interno dei personaggi. Al centro, ripeto, il denaro, la paura, l’odio e perfino l’amore che si può trasformare in odio.
La svista del signor Pottermack di R. Austin Freeman
Nel “Prologo” la fuga riuscita di un carcerato. Poi si passa al signor Pottermack che desidera installare una meridiana nel suo giardino. Sui cinquanta, barba ed occhiali, movimenti veloci, sguardo luminoso dietro le lenti, rughe sul volto, capelli spolverati di bianco, orecchio destro con voglia di vino. Sotto di essa un antico pozzo dentro il quale finirà, ucciso da lui stesso, il ricattatore Jeff Lewson che conosce qualcosa di importante sul suo passato. Ma c’è il problema delle orme da cancellare nel giardino, della giacca del morto e dei soldi che sono in essa da far sparire. Come?… E c’è il problema del dottor Thorndike che quando si mette ad indagare sono guai per tutti. Munito di una nuova macchina fotografica, microscopio e periscopio non sfugge nulla al suo sguardo “scientifico”.
Scrittura lenta, minuziosa, precisa, a volte addirittura esasperante nei minimi particolari, tutta tesa a penetrare nell’animo di Pottermack, con i suoi dubbi, le improvvise certezze, incertezze e paure. Un duello tormentato tra lui e il famoso dottore. Verrà smascherato? Subirà la pena o se la caverà in qualche modo?…
Il pomeriggio di un truffatore di Cornell Woolrich
Subito all’inizio “Clip Rogers, conosciuto anche come Rodge lo Speculatore, o come Harry l’Ossesso o…”, insomma siamo di fronte a un truffatore che ha fregato il classico babbeo. Ora si trova in treno, più precisamente nella toilette del suddetto, quando arriva un “uomo molto corpulento con una faccia piuttosto verde” che se ne va a vomitare all’interno del gabinetto dopo aver lasciato la giacca sopra la sua. Tentazione troppo forte, Clip fruga nella giacca dello sconosciuto e si trova fra le mani un distintivo da poliziotto. Quando scende alla stazione viene scambiato per il famoso ispettore Griswold che deve indagare su un brutale omicidio. Trattasi di una donna uccisa in un hotel e l’unico testimone del delitto è suo figlio, un bambino di sette anni piuttosto particolare. Ce la farà a risolvere il caso? O sarà scoperto?…
Come al solito scelta oculata, oculatissima del curatore Mauro Boncompagni che mette assieme tre prodotti diversi e incomparabili: sospetti in famiglia con “situazioni angoscianti, minacce sinistre e torbide ambiguità”, affondo all’interno dell’assassino in un magico inverted mystery, racconto ingegnoso, imprevedibile e bizzarro.
Buona lettura.

Charlie Chan e il canto del cigno di Earl Derr Biggers, GialloMondadori 2019.
Quattro ex mariti della bella e famosa cantante lirica Ellen Landini, ovvero Dudley Ward, John Ryder, Frederic Swan e Luis Romano, riuniti nella dimora del primo sulle rive del lago Tahoe per risolvere un problema. Ovvero la ricerca di un suo figlio che Ellen ha avuto sei mesi dopo essere andata via di casa e di cui non ha notizie. Ora avrebbe diciotto anni e vuole trovarlo a ogni costo, disposto a “pagare profumatamente” qualsiasi informazione utile. Per raggiungere lo scopo ha invitato pure l’ispettore di polizia di Honolulu Charlie Chan, famoso per avere risolto i casi più insolubili, un cinese “grassoccio, di mezza età”, piccoli occhi neri che brillano, le labbra aperte al sorriso. Arriva anche lei, naturalmente, un po’ cambiata dal tempo, e la situazione si fa intrigante e pericolosa…
Soprattutto quando viene trovata uccisa nello studio da un colpo di pistola. Molti sono i motivi dell’assassinio e molti gli indiziati. Ai quattro devono essere aggiunti il nuovo amore giovane della cantante, sua sorella, il pilota dell’aereo personale e rispettiva moglie, il vecchio domestico e la cuoca. Ma non bisogna avere fretta a tirar conclusioni perché “C’è un lungo tortuoso sentiero da salire e l’uomo saggio si avvia lentamente e conserva l’energia per un rapido finale.” Alle indagini partecipa il giovane sceriffo della contea Don Holt (in seguito arriverà anche il padre), ammiratore entusiasta dell’ispettore di Honolulu (spesso si meraviglia per il suo metodo). Tutti sospettati, dicevo, con il loro bel movente e improvvisi cambiamenti di umore. Via a Reno per parlare con la signorina Meecher, segretaria e cameriera della Landini, e avere qualche notizia sugli ex mariti e sull’aviatore. Interessante…
Niente metodo scientifico per Chan perché “In tutte le mie indagini su delitti ho sempre tenuto presente il cuore dell’uomo. Quali passioni hanno contribuito: odio, cupidigia, invidia, gelosia? Io studio sempre la gente.” Piccoli spunti sulla società delle montagne californiane, un miscuglio di Est e di Ovest, occhio a una sciarpa, a una spilla, al testamento della defunta, alle bozze di un suo libro, e occhio al cane Cruccio che potrebbe diventare, come sottolinea lo stesso Chan, “l’indizio essenziale.” Perché?… E, per finire, già che ci siamo, occhio all’occhio! (capirete).
Tra battute, proverbi e aforismi esilaranti del nostro cinoamericano Charlie Chan la lettura fila via che è un piacere.
Per i Racconti del giallo ecco La gatta sul caso che scotta di Annamaria Fassio.
La gatta del commissario capo Erica Franzoni, ora in buona relazione con Maffina, fa la pipì sulle ortensie del giardino di Bice Bellagamba. Discussioni. Dopodiché la Bellagamba si ritroverà morta stecchita con un colpo di pistola. No, non c’entra niente Erica. Forse è stato il nipote Michele Trapasso, in un giro di loschi affari di droga, che le chiedeva continuamente denaro. Oppure… ma lasciamolo scoprire alla gatta.
Simpatico.
Infine la quarta puntata di La storia del Giallo Mondadori, ovvero La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni.
Buona lettura.

Un giretto tra i miei libri

L’enigma della vasca dei pinguini di Stuart Palmer, Polillo 2011.
Il morto ammazzato è Gerald Lester, broker, marito di una bella donna che attira inevitabilmente gli sguardi degli uomini. Il luogo del ritrovamento è la vasca dei pinguini dell’acquario di New York (sì, avete capito bene), mentre, per quanto riguarda la “trovatrice”, trattasi della insegnante elementare Hildegarde Matha Withers, zitella trentanovenne che è in visita con la sua scolaresca proprio da quelle parti. In questa, come in altre storie, aiuta l’ispettore Piper nelle indagini attraverso i suoi appunti e le sue acute osservazioni. E qui siamo davanti a un caso per lui molto semplice: il classico triangolo nelle persone del marito, della moglie e dell’amico fin troppo amico, l’avvocato Phil Seymour che addirittura si autoaccusa. Ma le cose si complicano perché il morto non è mica morto affogato e allora “questo è un caso vero, non un enigma da rivista da racconti. E io sono un investigatore, non un supersegugio” tanto per citare Sherlock Holmes e Philo Vance.
Qualche altro particolare: siamo in un periodo di crisi economica, le borse vanno giù, il morto è stato costretto a licenziare, una bombetta nell’acqua che non appartiene al defunto, un’altra confessione, un dubbio perfino sulla nostra zitella che però non demorde nel cercare il colpevole “Fare il detective è il sogno della mia vita”, oppure “ La giustizia è superiore agli odi, agli amori e alle simpatie dell’uomo”. Lettura gradevole, leggeri colpi di umorismo e caricatura, finale non troppo convincente basato su un trucchetto risaputo.

L’enigma dell’Alfiere di S.S. Van Dine, Mondadori 2007.
“New York, ruggenti anni venti. Un sinistro, imprevedibile assassino si macchia di una serie efferati delitti ispirandosi a una filastrocca infantile. I principali sospettati sono tutti eminenti personalità della metropoli. Spetterà a Philo Vance, esteta raffinato e investigatore dalla mente labirintica, affrontare un genio criminale tanto letale quanto perverso”.
Ma come c’entrano gli scacchi con questa storia? C’entrano, eccome, perché l’assassino si firma con il nomignolo di “Bishop” che in inglese vuole dire sia “Vescovo” che “Alfiere”, uno dei pezzi del gioco degli scacchi. E proprio un Alfiere nero viene lasciato sul luogo del delitto. E alcuni dei sospettati, naturalmente, conoscono questo giuoco. Ce n’è uno, Pardee, che addirittura ha inventato un gambetto (un modo di iniziare la partita con un sacrificio per lo più di pedone) che porta il suo nome e che affronta anche il mitico Rubinstein nel celebre Manhattan Chess Club. Sembra proprio lui l’assassino quando viene trovato ucciso con un colpo di pistola e la faccenda si complica.
Ma più che l’architettura complessiva della trama con il relativo colpo finale a sorpresa (un po’ troppo a sorpresa a dir la verità) qui chi colpisce davvero, chi attira l’attenzione del lettore è il nostro Philo Vance, l’aristocratico, il colto e mellifluo Philo Vance intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Costretto a interrompere “la traduzione omogenea dei principali frammenti di Menandro scoperti nei papiri egizi agli inizi del secolo” per seguire questo caso. E chi già aveva conosciuto il Nostro attraverso La strana morte del signor Benson e La canarina assassinata (ce n’è anche un altro di cui non ricordo il titolo) si può ben immaginare il sacrificio a cui è costretto e di conseguenza l’importanza della storia a cui dovrà assistere e partecipare attivamente. Che gettò l’intera città di New York nel panico più assoluto come nella Londra di Jack lo Squartatore del 1888, o nella Hannover del lupo mannaro Harmann del 1923, opportunamente sottolineato in una nota del libro dallo stesso narratore, l’amico e consulente legale Van Dine. Tanto per aumentare la tensione e attirare ancor più l’interesse del lettore. Ed anche questa volta la scena è tutta per lui, per questo dandy americano, quasi copia perfetta di lord Wimsey della Sayers, che parla e veste in maniera elegante e forbita. Gli anni della loro nascita letteraria sono quasi gli stessi. Peter Wimsey nasce nel 1923 e Philo Vance (interpretato magistralmente alla televisione da Giorgio Albertazzi) tre anni dopo con “La morte del signor Benson” già citato. Dalla penna di Willard Huntington Wright, giornalista e critico d’arte americano che usò lo pseudonimo di S.S. Van Dine. Quasi un destino. Willard si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio.

I Maigret di Marco Bettalli

Il porto delle nebbie del 1932
Uno dei Maigret più celebri, e a ragione. È  costruito, come spesso accade, su due piani: la trama gialla vera e propria, come sempre (almeno nei primi Maigret) incredibilmente complicata, basata sul leit-motiv del passato che ritorna, con una donna contesa tra due cugini, il “buono” scapestrato e il “cattivissimo”, che è poi l’assassino, serio e morigerato. La parte del ferimento e poi dell’omicidio del vecchio capitano, pur spettacolare, si regge a stento nella sua inverosimiglianza, ma la cosa non ha alcuna importanza. Il piano più simenoniano è comunque quello, qui davvero immortale, della descrizione di un ambiente e dei suoi personaggi. Il “porto delle nebbie”, questo paesino di pescatori e marinai vicino a Caen, luogo di silenzi, di omertà, di bicchieri di grog scolati nella nebbia, di naturale diffidenza verso l’uomo di terra venuto a rovistare nelle loro vite, è il vero protagonista, insieme alla pioggia, al vento, al freddo, alle tempeste che dominano su tutti, uomini e navi. Maigret ne è molto affascinato e disprezza profondamente i pochi “borghesi” presenti (un tema fisso nei Maigret: la povera gente è comunque migliore), e nonostante fatiche inenarrabili, notti al gelo, pericoli nonché molte disinvolte infrazioni al regolamento se non alla legge, tornando a Parigi dopo aver risolto i vari enigmi (con l’aiuto di Lucas all’esordio, una copia in piccolo dello stesso commissario), ne ricaverà un senso quasi di nostalgia. Come anche noi…

Il cane giallo del 1932
Ancora un’ambientazione nella provincia francese; questa volta siamo a Concarneau, non lontano da Rennes. Maigret, distaccato appunto a Rennes, affronta da par suo questa ingarbugliatissima storia, basata (come tante volte) su una struttura tipica: la coppia (molto romantica, tipo la bella e la bestia, accompagnati dal povero cane giallo che dà il titolo al romanzo) poverissima, maltrattata e ovviamente sospettata da tutti delle peggiori nefandezze vs quattro-cinque borghesi più o meno depravati, di cui uno (e la madre di lui) emerge alla fine come una delle figure più orribili, priva di qualsiasi dimensione in qualche misura umana, che Simenon abbia mai descritto. Grazie al commissario, che giunge a “incolparsi” di un falso tentativo di avvelenamento, che Emma aveva tentato davvero e che regalerà persino un po’ di soldi a lei e al suo troglodita dal cuore d’oro, tutto finirà bene, mentre poco resterà degli spocchiosi borghesi, chi morto, chi rovinato, chi in galera. Un Maigret assolutamente archetipico, molto “caricato” in tutte le sue caratteristiche, e completamente solo: le atmosfere e i collaboratori del Quai des Orfévres, insieme alla dimensione familiare, devono ancora essere sviluppate.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

“Il sole era ancora solo un’idea, nascosto dietro alla barriera delle montagne incombenti sull’acqua immobile, da cui cominciava a levarsi una luce pallida e diffusa”. Sono appena le sei del mattino quando, uno dopo l’altro, inframmezzati da un grido, due colpi di pistola rompono il silenzio e la pace del lago di Como. Un uomo, colpito a morte alla testa, giace riverso nel tender della sua barca a vela al largo di Pescallo, nel comune di Bellagio. I suoi compagni di barca, risvegliati dal rumore, telefonano ai carabinieri per dare l’allarme.
Il cronista scrittore Franco Vanni torna in libreria con La regola del lupo (Baldini+Castoldi, 2019), un giallo ambientato nel borgo di Pescallo, una angolo di paradiso che, a detta dell’autore, ricorda le Cinque Terre, a sud-est del promontorio di Bellagio. E riporta sulla scena Steno Molteni, giornalista ventisettenne (quasi un alter ego di Vanni), cronista del settimanale milanese La Notte, che abbiamo già incontrato in Il caso Kellan, pubblicato un anno fa sempre da Baldini+Castoldi. Un giallo e un intrigo dal sapore classico, quasi vittoriano, che ci riporta ai famosi enigmi anglosassoni della stanza chiusa, anche se stavolta, al posto di una stanza chiusa, abbiamo una slanciata barca a vela di dodici metri ancorata a distanza dalla costa.
Un anno è passato dalla precedente avventura di Steno Molteni, che scrive di cronaca nera ma tre sere alla settimana si dà da fare come barman dell’Hotel Villa Garibaldi che lo ospita, a un prezzo stracciato, nella stanza 301. Steno, infatti, è il figlio del portiere del Grand Hotel Villa Serbelloni di Bellagio, vecchio collega di lavoro del signor Barzini, oggi in forza al Villa Garibaldi, a cui deve la sua attuale e comoda sistemazione. Steno ha a disposizione una vecchia Maserati Ghibli con autista, affidatagli da un amico che vive a Singapore e l’ha ereditata dal padre con il vincolo di farla circolare…
Un giallo da leggere in cui l’autore ha anche compensato lettori e protagonista con un nutrito ventaglio di comprimari: dal maresciallo normanno Cinà, ex capo di Steno, al figlio di Cinà detto Scimmia, che il padre considera degenere perché ha scelto la polizia (è lui il poliziotto dell’aiutino). Dal fido carabiniere Sala, braccio destro di Cinà, al pubblico ministero Ciro Capasso che va a whisky. Da Sabine, la bella e milanesissima fotografa di origini eritree che la nonna di Steno chiama affettuosamente negretta, ad Armando, l’autista di Steno, un incredibile barbone pulitissimo, astemio e sportivo. Dal padre segreto di Filippo Corti, ex galeotto che vive in un campo rom e per riscattare il passato si prende cura dei bambini dei suoi vicini, all’irrinunciabile gola profonda, portiere del Villa Garibaldi, signor Barzini, il più valido gazzettino del lago.

Le parole di Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2019.
Anche stavolta Maurizio de Giovanni riesce a convincerci e spiazzarci contemporaneamente. Introduce a bruciapelo un puntuale noir di denuncia sociale, un’intrigante spy story che nasconde a fatica il marciume del vero male, quella turpitudine che ha per unico, lurido e vero scopo l’appropriarsi di incommensurabile ricchezza e sfrenato potere a ogni costo. Un romanzo che non fa sconti, concedendosi appena di tanto in tanto un piccolo sorriso per allentare la stretta al cuore. E dunque un bel romanzo nel miglior stile di Degio… Allora perché ho detto spiazzarci? Perché, signori miei, Le parole di Sara declina, dall’inizio alla fine, il significato di amore che, con lo scorrere delle pagine, diventa la parola dominante e balza in primo piano, invadendo con prepotenza la scena. Amore! Il vocabolario dà come significato della parola “dedizione appassionata ed esclusiva, istintiva e intuitiva fra persone, volta ad assicurare reciproca felicità, o soddisfazione sul piano sessuale: amore casto, platonico, sensuale; un amore appassionato, travolgente; desiderio, tormento d’amore”. Strano – direte – che in un caso come questo proprio l’amore possa trasformarsi in filo conduttore del romanzo? Eh no! La passione può coinvolgere, commuovere, far male, ferire ma persino arrivare a uccidere tragicamente…

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi, Sellerio 2019.
Ottava avventura di Carlo Monterossi, il protagonista di Alessandro Robecchi, che a occhio non assomiglia molto al suo creatore, salvo forse per certe impuntature di ribellione allo status quo. Carlo Monterossi è un ricchetto, secondo il metro di Robecchi (o un riccone, e buon per lui, visto da noi poveri middle class), uno che se la cava bene finanziariamente, vive di lusso in uno splendido appartamento a Porta Venezia, sotto l’ala benevola e protettrice dalla governante, cuoca provetta e tata amorevole, Katrina. E spesso la fastosa presenza notturna di una compagna con i fiocchi.
Ma passiamo al libro: i capitoli e le avventure s’incrociano, scorrono e corrono nella Milano dove dominano tutti i difetti (magari qualcuno li considera pregi) del nostro oggi. Droga, bullismo, firme, marche famose e chi più ne ha più ne metta. Il tutto riporta un po’ a La Ronde, film di Max Ophüls del 1950 con Gerard Philippe e Simone Signoret (uhm, sarete troppo giovani per ricordare): una giostra infernale dominata dagli influencer, dove una trasmissione televisiva deve stupire, esaltare, scandalizzare a ogni costo e tutto è buono per fare share. Fino a quando gli amici degli amici…
Dunque dicevo: un bravo ragazzo, studente modello avviato a una brillante carriera ingegneristica con fidanzata “a modino”, famiglia, i soliti lavoretti per raggranellare i soldi per un viaggio a Miami, viene trovato nella sua macchina, una Golf, con i pantaloni calati, legato al volante con due fascette di plastica e ucciso da un colpo di pistola alla tempia. Ah, ma prima di essere fatto fuori era stato tramortito con un colpo alla nuca. Strana faccenda, no? Errore di persona? Regolamento di conti? Insomma la faccenda sembra molto complicata. Oddio, gli indizi non mancano, anzi ce ne sarebbero addirittura troppi e, se non bastassero, la vittima aveva in casa una busta con 2.000 euro. Forse messi da parte per il viaggio?
La polizia si pone domande, comincia a darsi da fare, ciò nondimeno ancora una volta le indagini dei nostri (dico nostri perché li abbiamo già incontrati nel precedenti romanzi targati Carlo Monterossi) bruschi e onesti sovrintendenti di polizia Carella e Ghezzi andranno a incrociarsi e a sovrapporsi con quelle dei due segugi dilettanti Oscar Falcone e Carlo Monterossi…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Colpo di scena nell’antica Grecia di Geronimo Stilton, PIEMME 2018.
Tutto ha inizio da un paio di scarpe, dei sandali che Geronimo va a prendere dal calzolaio per darli a Tenebrosa. Ma non sono i suoi! Ci vuole il camper del tempo per sapere a chi appartengono. Via ad Atene antica dove trovano Topaxis, un roditore che deve partecipare a uno spettacolo teatrale di tragedie. Però gli mancano la scenografia, gli attori e i costumi. La scenografia la costruisce il maestro Fidia, gli attori glieli manda Socrate, mentre i costumi li crea il camper del tempo. Il giorno dello spettacolo accadono molti imprevisti e qualcuno cerca di ingannare gli altri concorrenti per vincere la gara. I nostri dovranno scoprire chi è l’imbroglione.
Alla fine del racconto uno sguardo su Atene antica: il porto, l’Agorà, l’Acropoli, le sculture, il governo, il teatro, l’alimentazione, l’abbigliamento, l’educazione…
Come cambia il tempo!

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2019

Ringraziamento
Un sentito “grazie” al mio nipotino Jonny (Jonathan) proprio glielo devo. Per l’impegno con il quale porta avanti la sua rubrica in questo blog. Aiutato, naturalmente, dai consigli del sottoscritto. Importante è leggere, leggere sui libri e non solo sui moderni aggeggi del momento. Leggere sui libri e scrivere. Scrivere con gioia e libertà senza paura di sbagliare. Scrivere, cancellare e riscrivere fino a trovare la stesura che ci convinca. Semplice e chiara. Ergo, un invito a tutti i nonni del mondo. Fate leggere (i libri!) e scrivere i vostri nipotini! (Un ringraziamento a Jonny, che abbassa notevolmente l’età media del folto gruppo di collaboratori del blog, anche da parte mia. A.)

La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, Giunti 2019.
Me lo sono fatto regalare dalla mia figlia Claudia per Natale (a Riccardo ho chiesto Da molto lontano di Roberto Costantini). Giudizi contrastanti in internet. Da 5 stelle a 1. Succede sempre così. Quando uno scrittore passa a un tipo di narrazione diversa dalle precedenti “sconvolge” un po’ gli abituali lettori.
Qua siamo nella Milano del 1493 alla corte di Ludovico il Moro. Siamo, cioè, in quel nutrito gruppo di gialli storici in cui gli autori italiani hanno dimostrato da tempo la loro bella competenza. Il momento è particolarmente complesso e interessante: “Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo”, Carlo VIII ha mandato proprio a Milano due ambasciatori per avere sostegno nella guerra contro gli Aragonesi e per controllare Leonardo da Vinci che sta progettando cose inaudite.
Parte storica ok, sia per il quadro complessivo che per l’uso di un linguaggio agile, aperto, ricco di humour, una specie di alta “chiacchierata” con il lettore come con un vecchio amico, espressa attraverso una miscela di garbo e sapienza. Il Malvaldone si diverte da pazzi a infilarsi tra un discorso e l’altro dei personaggi, offrendo uno spunto ironico sulla persona che parla o su certe caratteristiche peculiari della società del tempo. Rivolgendosi, talvolta, allo stesso lettore per dire ma guarda un po’ a cosa credevano questi uomini del Quattrocento!
E di personaggi ce ne sono a iosa. A partire dal citato, mitico Leonardo da Vinci che si trova proprio a Milano al servizio di Ludovico Maria Sforza detto il Moro. Ritratto in tutte le possibili sfaccettature, a partire dall’aspetto fino alle sue molteplici, geniali attività. È lì con la madre Caterina e un garzone soprattutto per portare a termine un colossale monumento equestre dedicato a Francesco Sforza, padre di Ludovico. Mentre è intento, dicevo, a svolgere mille altre attività tra le quali una certo non prevista: quella di abile investigatore.
Il morto arriva a pagina settantotto all’interno del castello nel cortile “noto come Palazzo delle armi” e non si sa bene, all’inizio, di che accidente sia defunto. Forse addirittura a causa di quella, ovvero della peste che mette paura solo a nominarla. Comunque dall’esterno sembra proprio “una malattia che non si è mai vista”. Urge qualcuno che dia uno sguardo anche all’interno di quel corpo e chi, meglio del nostro Leonardo? Soffocamento è la sua diagnosi, un soffocamento particolare che non lascia segni di fuori. Trattasi di un falsario che aveva chiesto udienza al duca il giorno prima. Perché ucciderlo? Perché lasciarlo proprio in quel luogo? Quale messaggio può rappresentare?…
Squarci sulla città di Milano manifatturiera per eccellenza, la musica, le spie, il denaro, la banca, le lettere di credito, il metallo trasformato in oro, i cannoni, le gabelle, la tassa sul sale, le donne e gli uomini, tradimenti amorosi, discussioni su Dio e noi, personaggi che entrano ed escono dalle pagine con le loro concrete caratteristiche, il mistero del delitto che, pian piano, viene svelato. Insomma realtà storica e invenzione a braccetto come due spensierati compagni di viaggio.
Cambio di prospettiva, sottolineavo all’inizio, ma il Malvaldi del “BarLume” rimane sempre lo stesso anche in un campo ben diverso dal solito. Documentato sì, e allo stesso tempo agile, sicuro, veloce, ironico e autoironico. Come dimostra il finale dove si prende candidamente in giro. Un gradevole ripasso della nostra storia con delitto incorporato. Anche se la parte “gialla” lascia un po’ a desiderare.

L’enigma di Angel Court di Anne Perry, Mondadori 2019.
Un incarico speciale per il sovrintendente Thomas Pitt, ovvero controllare che non succeda niente di male alla “santona” Sofia Delacruz, tempestata di minacce, durante una sua visita a Londra, dalla Spagna, con i suoi seguaci. Una donna che colpisce subito Thomas durante il loro incontro: capelli neri tirati all’indietro, un volto straordinario, bella “in modo a un tempo tenero e selvaggio”, intelligente e ironica con movenze “incredibilmente aggraziate”. La sua dottrina? In sintesi che gli uomini e Dio sono la stessa cosa, come lo sono il bruco e la farfalla e “non c’è gerarchia se non quella imposta dalla capacità di amare senza riserve”, attirandosi le contestazioni e le ire di molti. Fino a quando sparisce insieme ad altre due seguaci che la accompagnano. Precisamente ad Angel Court, un antico cortile dove campeggia la sinistra figura di un angelo dalle ali gigantesche. La faccenda si complica quando vengono ritrovati i corpi barbaramente uccisi delle due accompagnatrici.
Ma chi c’è dietro alla sparizione di Sofia? Qualcuno dei suoi adepti o, addirittura, stando a quello che le è successo in Spagna, gli anarchici di quel paese? E perché è venuta a Londra? Con quale scopo?… Subito al lavoro il nostro Thomas per cercare di capire, attraverso chi l’ha conosciuta (e sono molti), il personaggio che tanto attrae in quel momento, le ragioni della sua scomparsa e quella dei due omicidi. Un caso ampliato dai giornali che preoccupa pure le alte sfere in un mondo traboccante di incertezza anche nei riguardi della fede ormai corrispondente “alla crescita anarchica sociale nella politica di tutt’Europa”. Un caso fonte di dubbi e discussioni perfino all’interno della sua famiglia composta dalla moglie e due figli.
Piano piano, attraverso una indagine serrata di Pitt e dei suoi agenti, il quadro della vita di Sofia si fa più completo, si scoprono fatti personali interessanti legati alla sua permanenza in Spagna. Ed ecco arrivare al nostro sovrintendente una lettera anonima con la quale si chiede…
Vicenda complessa ambientata in un momento storico particolare di contrasti bellicosi fra gli stati, che potrebbe mettere addirittura in pericolo la sicurezza stessa dell’Inghilterra. Per tale motivo servirà anche l’aiuto di un membro della Camera dei Lord e di sua moglie. Insomma interessi nazionali e personali che si intrecciano fra di loro con finale movimentato, atmosfera tesa ed irta di pericoli.
Per La storia del giallo Mondadori abbiamo I Libri Gialli 1929/1941 di Mauro Boncompagni. Un excursus formidabile. Non perdetelo!

Delitti al museo di AA. VV., Mondadori 2019.
Mann-Hunter di Romano De Marco
Napoli, 29 agosto 2018. Una bella coppia: il colonnello Salvatore “Sacha” De Rosa e la fidanzata Ludovica Mazzotta di Milano, insegnante di storia dell’arte. In visita al museo archeologico nazionale. Colpo d’arma da fuoco e urla assordanti. Un uomo ucciso, ovvero Rudolph Schenker di Berlino. Caccia all’assassino con l’aiuto del Vicequestore Esposito. Tutto si concluderà nella sala numismatica. Bello il museo ma la pizza è sempre la pizza. Parola di Salvatore. Movimento, sorriso e ironia.
Il fauno di cenere di Stefano Di Marino
Qui ritroviamo un personaggio caro allo scrittore e ai lettori, ovvero Sebastiano “Bas” Salieri, ricercatore dell’occulto. Chiamato a Napoli da un suo amico per una questione delicata e ritrovato morto sgozzato nella sua villa, ovvero all’interno di una sorta di cripta “rifugio delle passioni segrete” del medesimo e di sua moglie che viene accusata dell’omicidio. Indagine affascinante e brividosa (con il contributo telefonico dell’assistente Zaira) tra riti sacrificali, sesso bizzarro, passaggi segreti e una importante statuetta bruciata. Ma ciò che sembra non è.
L’odore del disprezzo di Andrea Franco
Napoli 1846. Subito l’odore del disprezzo che emana dall’uomo che si autoaccusa dell’omicidio. È ciò che “sente” monsignore Attilio Verzi dotato di questa particolare “dono”. Un assassinio avvenuto al museo archeologico della città con un grosso pugnale risalente al I secolo dopo Cristo. Tutto sembra facile. Troppo facile. Il colpevole c’è già. Ma per Attilio Verzi qualcosa non quadra… Un viaggio all’interno dell’uomo e sul senso della vita.
La tazza del re di Antonio Fusco
Napoli 1994. Strano, proprio strano che un uomo abbia passato la notte al Museo nella stanza dove è esposta la Tazza Farnese, uno dei pezzi più pregiati. Senza aver fatto nulla, senza aver rubato nulla. Così, solo per avere la possibilità di godersi, beato, la vista di quelle bellezze. Caso interessante per il commissario Tommaso Casabona e l’ispettore Giovanni Luongo. Che c’entri di mezzo la sfortuna?…
Omicidio alla sezione egizia di Luigi Ricciardi
Sole, mare, insieme a ricordi dolorosi per il commissario Cataldo. Ma c’è un omicidio che lo aspetta al museo archeologico. Ovvero il corpo senza vita del dottor Cassani che stava preparando proprio lì un catalogo di tutti i reperti della sezione egizia. Rubati due shabii o ushabii, statuette funerarie a forma di mummia della collezione Borgia. Niente segni di scasso alla porta. Ma non è finita. Segue un altro omicidio e le statuette mica valgono tanto. Ah, l’amore!…
Dietro la Venere Callipige di Diana Lama
Pensieri. In prima persona. Di una ragazza. Di un ragazzo. Di un violentatore assassino. Lei dipinge, riprende i tratti della statua di Venere che le appare bella, forte, sicura di sé come vorrebbe essere. Ripensa, rimugina su se stessa e sulle sue debolezze. Lui la guarda, la segue, prima o poi capiterà sotto le sue grinfie e allora la farà urlare… Colpo finale a sorpresa. Brividoso.
Le natiche di Venere di Diego Lama
Napoli 1883. Il commissario Veneruso invecchiato e ingrassato. Via al museo, più precisamente al Salone dei Marmi dove pare sia stato ucciso un noto studioso, disteso davanti ad una statua, “pantalone sbottonato e parzialmente calato”, un piccolo taglio sulla schiena in corrispondenza del cuore e una scia di sangue sul pavimento. Tre studiosi, tre possibili indiziati messi sotto torchio. E la statua di Venere Callipige che attira gli sguardi. Soprattutto il suo fondoschiena… Gradevole, simpatico, ironico.
La sacerdotessa venuta dal nulla di Giulio Leoni
Museo archeologico di Napoli 1933. L’architetto Cesare Marni ha un piccolo appalto di ristrutturazione proprio al suddetto museo. Solo che i lavori vengono sospesi pochi giorni prima dell’inaugurazione di una mostra. Perché? Da chi? E perché è stato sostituito pure il Direttore? Alla ricerca della verità con l’aiuto di una bella ragazza che lo vuole più moderno. Occorrerà un morto ammazzato per salvare la grande e magnifica storia dell’italica gente. Addirittura. Il tutto a causa di una statuetta…
Il mistero della lamina orfica di Carlo A. Martigli
“Andrete a Napoli a indagare su una strega”, ordina perentorio papa Leone X al francescano Martino da Barga. Via alla sua ricerca. Pericolosa se molti cercano di dissuaderlo. Scontro frontale davanti a Mnemosine, la strega, che vive dentro un sarcofago protetta da una lamina d’oro dove muore e risorge in un ciclo continuo. Dice lei. Terremoto, perdita dei sensi, risveglio, la lamina sotterrata. Ecco, questa è la storia raccontata da una relatrice del museo durante una conferenza. E la lamina ora è lì. O c’era?… Realtà o illusione? Mah…
Racconti ben miscelati, ognuno con le proprie caratteristiche a rendere più attraente la lettura. Partendo dai personaggi principali, conosciuti, conosciutissimi o meno conosciuti che sfilano ognuno con il suo carattere, con le sue doti e il suo vissuto. Magari previo contrappeso di una “spalla” pronta a metterne in luce le qualità più nascoste e a far sorridere per qualche buffa peculiarità. Realtà spietata e fantasia, crudezza e leggerezza, esterno ed interno dell’uomo, amore e odio, sorriso, ironia, brivido e mistero. Insomma sentimenti variegati che si intrecciano fra loro insieme a movimento, dubbi, rovelli, il classico colpo finale a sorpresa che non ti aspetti. In una Napoli concreta vista in diverse epoche nei suoi molteplici risvolti, che offre lo spunto, con il magnifico Museo, per un incredibile viaggio istruttivo di storia archeologica.
Completa il tutto l’Introduzione di Franco Forte e Diego Lama e un breve excursus al citato più volte Museo di Serena Venditto. Infine terza puntata di Non solo libri gialli di Mauro Boncompagni e In ricordo di Andrea G. Pinketts di Franco Forte, Andrea Carlo Cappi e Stefano Di Marino.

Un giretto tra i miei libri

Lemmy Caution pericolo pubblico di Peter Chemney, Polillo 2011.
Scritto in prima persona e al presente da Lemmy Caution, novanta chili di peso, evaso dal carcere di Oklahoma City per avere ucciso un agente di polizia. Ora si trova a Londra a seguire le tracce della bella e ricca Miranda Van Zelden, erede di un appetitoso patrimonio. Sua idea sposarla e poi beccarsi i quattrini dal padre che vorrà liberarsi di lui dopo avere scoperto che tipo sia. Ma non è il solo ad avere delle mire sul bocconcino prelibato. Dietro alla riccona c’è pure la banda di sequestratori di Ferdie Siegella, dunque con le buone o con le cattive Lemmy deve lavorare per lui, contattarla e portarla ad una festa privata. Qui avverrà il sequestro seguito dalla richiesta di riscatto al padre milionario. Fosse così semplice. Sempre sulla medesima preda ha buttato l’occhio un’altra banda e nel frattempo la riccona sparisce. Classica storia di tradimenti, doppio gioco e violenza che prende pure certe “signorine” come Connie e Lottie. Pistolettate e botte da orbi con Lemmy che le dà e le prende, movimento di corpo e movimento continuo di cervello, prendere veloci decisioni e se arriva il pericolo fa pure comodo la polizia. Bourbon e whisky al bisogno. E di bisogno ce n’è parecchio. Linguaggio diretto, duro, senza tanti infiorettamenti, intriso di una ironia altrettanto tosta. La critica di allora lo trovò troppo violento. Oggi rientra nella norma e si legge sempre volentieri. Semmai quel presente pesantuccio con ora faccio questo, ora faccio quello che alla fine un po’ stanca.

L’enigma della banderilla di Stuart Palmer, Mondadori 2010.
Qui troviamo un personaggio particolare, Hildegarde Withers, sul quale spendo due parole. Alta e rinseccolita, dalla faccia cavallina che ti aspetti un nitrito da un momento all’altro, letterariamente parlando nasce qualche anno dopo Miss Marple (siamo negli anni Trenta). Intanto è americana e non inglese, insegnante di scuola elementare, tosta, dallo scilinguagnolo sciolto e affilato. Pettegola, insomma. Proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto, dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato, suo corteggiatore (c’è speranza per tutti), nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non ricambiata almeno del tutto se lei pensa che non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui con la sua faccia da cavalla mattonata. Ama disegnare e camminare, vedere, osservare, esplorare. Certo non è una “signorina” sedentaria adatta all’uncinetto come Miss Silver. Praticamente una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto e che risolve i misteri criminosi del suo tempo.
In questo romanzo la vediamo in vasca da bagno alle prese con la “giornata più calda dell’estate più calda” a Manhattan, dopo essere stata assorta nella lettura della rivista “Delitti autentici” tanto per tenersi in esercizio.
Non la faccio lunga. Classico delitto in treno con cianuro di potassio annusato dalla persona sbagliata. Il vero obiettivo sembra essere Adele Mabie, moglie del vicesindaco di New York, che sarà perseguitata anche in seguito. La scena si sposta a Città del Messico dove arriva pure la nostra Withers richiamata con telegramma da Oscar Piper. Altro morto ammazzato durante una corrida con banderilla infilzata in profondità e la cosa sembra impossibile da fare manualmente. Ergo dubbi e rimuginamenti con la spilungona che entra ed esce tranquillamente dalle stanze altrui (basta una forcella per capelli) e si scontra con le improbabili ipotesi di Piper, insieme a qualche notazione critica sulla società “diversa” del Messico (e ad un paio di citazioni degli scacchi).
Buona la partenza, finale confuso e improbabile.

I Maigret di Marco Bettalli

La ballerina del Gai-Moulin del 1931
Ambientazione di nuovo a Liegi e legata evidentemente alla giovinezza di Simenon, presenta un Maigret sornione in trasferta che fa la sua apparizione solo dopo la metà del libro (una novità che, credo, non si ripeterà più), facendo impazzire i colleghi belgi per poi diventarne amico. La trama è forzatissima (servizi segreti, ricchi egiziani stupidi, Maigret che trasporta cadaveri in ceste di vimini e che, per breve tempo, viene fatto scambiare per l’assassino), ma in compenso leggiamo una fantastica presentazione di “tipi” immortali (e tutti, irrimediabilmente, datatissimi): il ragazzo ricco e debosciato, il ragazzo povero a traino che si può ancora salvare (spedendolo in Congo, sai che salvezza…; Simenon comunque insiste molto su questa figura e sui suoi rapporti con la mamma e il papà), la fauna dei night-club, con in testa la ballerina cinica ma buona, che viene anche lei prosciolta da ogni accusa ed emigra a Parigi. Tutto il tessuto di contorno è ancora in costruzione (qui Simenon fa completamente a meno dei “comprimari”), mentre Maigret è già lui, con un che di leggermente eccessivo, nel fisico e nel comportamento; ma il prodotto è già scorrevole e molto piacevole.

Il defunto signor Gallet del 1931
In qualche misura, una delle poche storie “gialle” di Maigret. Ancora in trasferta, ancora senza collaboratori (a parte l’esordio, molto simpatico, di Moers della Scientifica, destinato a essere una presenza quasi fissa), senza alcun intervento della moglie, immerso nell’atmosfera ancora quasi ottocentesca di un paesino di poche anime, il commissario si trova a decifrare la morte “impossibile” di un misterioso personaggio, attraverso pochi elementi: le testimonianze dell’acida vedova, del cupo, cupissimo figlio e di un sedicente nobile che lo aveva conosciuto più di quanto volesse ammettere, rappresentante del piccolo mondo dei “legittimisti”, in via di sparizione già allora. Lo scioglimento è macchinoso e l’omicidio che in realtà è un suicidio regge a stento, così come i cambi di identità che risalgono a decenni prima. Ma per certi versi, Il defunto signor Gallet è un piccolo capolavoro, e il patetico protagonista rimane impresso nella mente, così come ne viene colpito Maigret il quale, pur di non rovinare il castello costruito pazientemente dal morto, accetta di far finta con il suo superiore di non essere venuto a capo di nulla. Maigret, lo sappiamo, non è uomo da rispettare le regole sempre e comunque: Maigret le regole le detta lui stesso, e sono regole più rigorose di quelle ufficiali.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La profezia dei Gonzaga di Tiziana Silvestrin, Scrittura&Scritture 2018.
1596: risale gloriosamente sul palcoscenico storico mantovano, stavolta in un autunno gravato da minacciose nubi nere foriere di sventura, Biagio dellʼOrso, capitano di giustizia del duca Vincenzo di Mantova. Il nostro Biagio, famoso per aver risolto ovunque (mettendosi in gioco, anche al di là della penisola italica) casi spinosi e complicati. Dicevamo dell’Orso, al suo arrivo in città dalla Francia, ancora sporco di polvere per il lungo e faticoso cammino percorso, senza neppure ricever grazia del tempo per ripulirsi, viene convocato alla presenza del suo signore e capisce subito la gravità della situazione. Durante gli importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento di un’ala di Palazzo Ducale è sparita la mummia del Passerino, l’ultimo membro della famiglia a governare Mantova tra il 1309 e il 1328…
Il duca Vincenzo vede in quella disgraziata sparizione del Passerino, probabilmente un furto su commissione, la pericolosa scintilla destinata a scatenare la disgrazia o, peggio, la rovina della sua dinastia e affida il destino dei Gonzaga nelle mani di Biagio dell’Orso. Ma l’affare scotta, bisogna guardarsi da tutto e da tutti. I nemici del duca sono infidi e numerosi, sia dentro che fuori i confini mantovani e, come se non bastasse non tardano a presentarsi una catena di oscuri presagi… Quinto romanzo di Tiziana Silvestrini che vede dell’Orso come protagonista. Inquadramento storico riuscito, buon livello di suspense che tiene il lettore in dubbio e in attesa dalla prima allʼultima pagina, giostrando con cognizione di causa fra realtà e fantasia.

Ragione da vendere di Enrico Pandiani, Rizzoli 2019
Una nuova intrigante inchiesta per i soliti “maledetti italiani” Les Italiens della brigata criminale di Parigi, stavolta coinvolti in una drammatica impresa che implicherà mezzi e cervelli internazionali, tutti impegnati in una frenetica caccia a un’opera d’arte di inestimabile valore. Nuova vita semi familiare, ma felicemente avviata, per il nostro Mordenti e cionondimeno non può certo abbassare la guardia, Parigi non è mai stato un posto tranquillo. E Les Italiens, i flic della squadra del commissario Pierre Mordenti, lo sanno bene. Il turnover ha cambiato le carte in tavola, ci sono facce nuove a dominare la scena e, se non bastasse a far schizzare a mille la temperatura del calderone investigativo di una tranquilla notte agostana, oltre alla implacabile canicola estiva si fanno strada le raffiche dei fucili mitragliatori pronti a trasformare in omicidio quello che sembrava un normale scontro cittadino. È proprio ciò che capita a Pierre Mordenti e al collega Alain Servandoni, dopo un couscous da leccarsi i baffi preparato da Karima moglie di Alain, di trovarsi coinvolti per caso nell’assalto a mano armata a un furgone con morto ammazzato per dessert. Di colpo la quiete estiva di square Montholon, all’angolo con via Papillon, va in frantumi e i “maledetti italiani” si trovano risucchiati in una caccia senza quartiere a una preziosa e antichissima opera d’arte scomparsa nel nulla…
In Ragione da vendere, romanzo che ci riporta con piacere la nostalgia delle più azzeccate atmosfere hard-boiled vecchia maniera di Dashiell Hammett, con un magistrale colpo alla Houdini Enrico Pandiani fa incrociare Les Italiens e Zara Bosdaves, i protagonisti delle sue due serie poliziesche. Pandiani mette i suoi personaggi, esseri umani con le debolezze e le tentazioni di tutti gli esseri umani, davanti all’aureo miraggio del denaro, quel miraggio che solletica pericolosamente e può condurre alla tentazione, a cedere alle voluttuose spire del male. E certo 90 milioni di sterline sono voluttuose spire fasciate di diamanti. Ogni uomo potrebbe chiudere gli occhi e allungare la mano, insomma avere il suo prezzo. L’onestà tuttavia non è debolezza o stupidaggine, L’onestà è sapere resistere e riuscire a farlo sempre, a ogni costo. Mi sono divertita, ci contavo e ancora una volta ho apprezzato la buona prosa e l’indovinato ritmo narrativo di Pandiani che non scade mai. Chiudo il libro decisamente soddisfatta. Come sempre l’andatura della fiction è pazzesca, la tensione viaggia a più di cento all’ora, sfiorati a ogni passo da un mortale pericolo e i dialoghi funzionano alla grande con la storia che ogni volta privilegia scenari diversi e non scontati. Ma con lui impossibile sbagliare… non ne dubitavo.
Il ciclo de Les Italiens è in via di adattamento per una serie tv internazionale.

Arieccolo! Eh ma noi l’aspettavamo a piè fermo. E come al solito non ci ha deluso. Anzi direi che stavolta con Mazzo e rubamazzo Roberto Centazzo, TEA 2019, sembra addirittura che abbia cambiato macchina, innestando una marcia in più. La Squadra speciale minestrina in brodo, in barba agli acciacchi e agli acciacchetti vari dei suoi baldi, si fa per dire, componenti cammina a tutta birra. Dice un proverbio che non è l’occasione che fa l’uomo ladro ma la necessità. Ora qui non arriviamo al punto di scontrarci con il codice penale, ma certo senza troppa malizia si scova efficacemente il modo per aggirarlo. A fin di bene però, sia mai che i nostri inciampino sulla retta via! Ma se la strada ha troppe curve ogni tanto magari meriterebbe un ritocchino e allora…
Comunque torniamo a noi, anzi a Mazzo e rubamazzo. Per un tragico, diabolico errore dell’informatizzazione della Prefettura, le elaborazioni del mese di maggio, con tutte le gioie e dolori, compensi, pagamenti e trattenute che comportava, ohimè, sembrano essersi volatilizzate nell’aere. Risultato: da un giorno all’altro il bonifico mensile per la pensione sul conto corrente di Semolino, Kukident e Maalox non arriva più. NISBA! E, visti i ben noti tempi burocratici delle penisola, quando mai si risolverà questa “triste” solfa? I nostri tre eroi, che non appartengono all’italiano esercito dei paperon de’ paperoni, privati di botto di quell’entrata sicura, hanno i bancomat scarichi e i conti indecorosamente in rosso e si cacciano presto in poco piacevoli traversie economiche. Da un momento all’altro Semolino Kukident e Maalox si trovano scaraventati in un fatiscente universo di indigente incertezza del quale ignoravano la nebulosa esistenza, dalla parte di quelli costretti ad arrabattarsi in qualche modo per mettere insieme il pranzo con la cena…
Nel ventre molle di Genova, però, non operano solo bande di poveri diavoli o di sporchi criminali da tenere sotto controllo. Anzi, proprio in quei quartieri più poveri, teatro di fragili equilibri e troppo spesso di scontri tra morti di fame, da tempo sono in atto strani movimenti finanziari e provocazioni…
Sia per caso che per i motivi economici che li hanno costretti a una maggior forzata frequentazione di quella zona, i nostri tre eroi verranno a conoscenza di uno squallido piano per impadronirsi del centro storico, comprando il comprabile per poi cacciare gli occupanti, ristrutturare gli immobili e venderli a peso d’oro. Tre don Chisciotte che si battono contro i mulini a vento. Che per loro fortuna godono di validi, occhiuti ed efficaci “Sancho Panza” in gonnella, di un’inafferrabile spalla e presenza sempre sul campo occhio, orecchio e cervello fino, e della indefessa forza d’animo di una famiglia. Tutti per uno, risaliti dal profondo e più profondo sud per diventare dei veri genovesi e ridare coraggio, forza e voce a coloro che si vorrebbe far tacere.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Topin Hood e il segreto di Castel Leggenda di Geronimo Stilton Piemme 2018.
In un pomeriggio come tanti altri, Geronimo in redazione sta scrivendo l’articolo per la prima pagina del giornale. Fuori c’è un fortissimo temporale e a un certo punto… ZOT, va via la luce. Geronimo si ritrova a Castel Leggenda, tra stanze infinite e mobili parlanti. In ogni avventura cerca sempre di diventare un cavaliere dell’Ordine della Salamandra, ma non ci riesce mai. Smorfiella, una principessa del regno delle smorfie, viene rapita da Magno Magno, il furfante più famoso del Fantamedioevo. Geronimo, insieme ai suoi amici cavalieri Sir Ardimenzio, duca Giusto, Lady Tea, Lady Diamante e la sua fidanzata Tenebrosa partono all’avventura per salvare Smorfiella e catturare Magno Magno. Dovranno affrontare diversi pericoli ma ci sarà anche da sorridere con finestre, armadi e specchi che parlano!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2019

Altri arrivi sulla tazza!…
Bene, bene, bene, oltre alla nostra leggendaria Debicche (Patrizia Debicke) e al mio nipotino Jonny (Jonathan), su una delle varie, inossidabili tazze del mio gabinetto, sono arrivati l’amica lettrice Barbara Daviddi e anche, sempre amico e nello stesso tempo professore di storia antica all’Università di Siena, Marco Bettalli. Il quale Marco è stato, ed è tutt’ora, un lettore accanito di tutte le opere del grande Simenon dove campeggi Maigret. Ergo mi ha lasciato ben 75 (settantacinque) brevi, brevissime recensioni del grande scrittore francese che ho il piacere di farvi conoscere. Lo troveremo più avanti. Intanto ricordo di lui soprattutto Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico. Età arcaica e classica, Carocci 2013.
Aggiungo un mio vecchio gialletto scherzoso qui.

Il rovescio della medaglia di Ellery Queen, Mondadori 2019.
“Ellery credeva ormai di averla finita con Wrightsville.” Con “il verde perenne delle foreste”, “l’aria profumata” e le “ridenti colline.” Fino a quando arriva una busta proprio da questa località. Una busta senza mittente che contiene alcuni ritagli di giornale, più precisamente del “Wrightsville Record” a firma di Malvina Prentiss. Tre sere dopo per espresso la seconda busta con un altro ritaglio dello stesso giornale. In sintesi i fatti riportati: la morte per malattia di cuore di Luke MacCaby un “eccentrico vecchio miserabile” che non è “povero affatto” e ha lasciato il suo intero patrimonio (quattro milioni di dollari!) al dottor Sebastian Dodd, conosciuto da tutti per il suo animo generoso; il suicidio del socio segreto in affari del morto John Hart per speculazioni sbagliate; infine la scomparsa dell’“ubriacone” Tom Anderson, forse buttato nelle sabbie mobili sottostanti a una rupe dopo una rissa. Tutti, per qualche motivo, in relazione fra loro.
“Ellery se lo sente nel sangue che c’è “qualcosa di sinistro sotto tutto questo.” Ed ecco arrivare da lui una bambina. Proprio Rima Anderson, la figlia di Tom. Suo padre le ha parlato di lui, della sua bravura di detective, e chiede il suo aiuto per scoprire la verità. Vuole sapere cosa è accaduto, come gli è accaduto, chi è stato. Caso interessante, proprio adatto per Ellery. E allora via a Wrightsville con Rima. E via dal capitano della polizia Dakin, oltremodo perplesso. Secondo Ellery quello che è accaduto al padre di Rima sembra essere connesso alla morte di Luke MacCaby, alla sua segreta società con John Hart e al lascito del primo al dottor Doll. Inizia l’indagine attraverso l’incontro con i vari personaggi che girano attorno alla vicenda: il dottore (spariti i cinquemila dollari che aveva dato a Tom per aiutarlo), l’avvocato del morto, la giornalista che segue il caso e altri. Da tutti vuole sapere chi è stato a spedirgli le buste (già, chi è stato?) e ancora una volta è sempre più convinto “che la morte di Anderson sia in qualche modo collegata con gli avvenimenti che l’hanno preceduta.”
Qualche spunto sui gialli, sulla interpretazione dei fatti, una cosa che non è sempre ciò che sembra, ovvero il rovescio e il dritto della medaglia, qualche simpatico battibecco con Rima a cui trova anche lavoro come segretaria presso il dottore dove si innamora del giovane assistente Kenneth Winship (Ken). Tutto gira intorno a una filastrocca (ci ricorda qualcosa…), al ricco, al povero, al mendicante, al ladro che fanno una brutta fine e la serie non termina qui.
Aggiungo il mistero della soffitta di Dodd (Ellery si ritroverà, addirittura, sul tetto della sua casa), il cane che urla nella notte, paura, brivido, pericolo anche per il Nostro, incidente stradale, un salto mortale dalla finestra, un incendio, gli “atti divinatori”, il testamento redatto due volte, l’Amore e le pene dell’Amore, il classico trucchetto per scoprire l’assassino, la rivelazione finale di Ellery sbalorditiva in tutti i sensi. Il tutto amalgamato da una scrittura pulita, liscia e fluida. Pure una citazione degli scacchi: “Ecco quello che accadeva, pensò tristemente, a considerare le persone non come esseri umani ma come pezzi degli scacchi” che interessa solo al sottoscritto.
Insomma, lo ripeto, un caso interessante da capire e risolvere attraverso il rovescio della medaglia. Come suggerisce Ellery al capitano “Adottate questo metodo di vedere le cose, Dakin. Tenete sempre la medaglia in modo da poter dare un rapido sguardo all’una e all’altra faccia.” Cercate di farlo anche voi lettori.
Per I racconti del giallo ecco Un nome da ninja di Andrea D’Amico.
Il “trillo sguaiato del campanello”, l’apertura della porta e la signora Caivani si ritrova a terra colpita da tre pugni micidiali al volto. Per una sua colpa, secondo il bisbiglio dell’assalitore. Caso per il commissario vedovo Arcidiacono che sembra il fratello minore di Bud Spencer. La morta, secondo indagine, “non era una brava persona.” Altro indizio i tre colpi: orecchio, mascella, occhio, ovvero non vedo, non sento, non parlo. Facile per il nostro Arcidiacono. Che ha pure un buon cuore.
E per La storia del Giallo Mondadori la prima interessante puntata di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

Sherlock Holmes Orrore nel West End di Nicholas Meyer, Mondadori 2019.
Londra, inverno gelido e nevoso del 1895. Il “corpo di Jonathan McCarthy giaceva riverso ai piedi di uno scaffale, gli occhi aperti e fissi nel vuoto, la mascella ornata della barba nera abbassata e la bocca spalancata in un agghiacciante grido silenzioso.” Un caso davvero particolare per il nostro Sherlock invitato ad occuparsene dall’amico commediografo irlandese George Bernard Shaw (non sta molto simpatico a Watson che lo giudica insopportabile presuntuoso). La vittima è un noto, velenoso critico teatrale pugnalato al fianco sinistro poco sotto al cuore. La sera precedente si è trattenuto con un ospite che deve averlo colpito, dopo un alterco, con un tagliacarte d’avorio giavanese, secondo Holmes. Da tenere presenti un sigaro strano ancora fumante e un volume di Romeo e Giulietta aperto a pagina quarantadue sul duello tra Tebaldo e Mercuzio che il morituro aveva preso dalla scaffale. Voleva forse offrire un indizio sull’uccisore? Intanto Holmes ispeziona la stanza del delitto con una serie di “fischi, esclamazioni e grugniti.” Dopodiché offre delle sicure informazioni sulle caratteristiche dell’assassino.
Un personaggio particolare, molto particolare che si è incontrato con il morituro è Oscar Wilde (tratteggiato a dovere nelle sue pose da dandy), autore famoso di commedie come L’importanza di essere Ernesto. Via da lui per un colloquio dove si apprende che il suddetto veniva ricattato proprio da McCarthy, il quale aveva un’amante, l’attrice Jesse Rutland. Via anche da lei al teatro Savoy. Ma qui la sorpresa, un “urlo inumano” della stessa trovata uccisa con un taglio alla gola. E, secondo il nostro Segugio di Baker Street, i due delitti, compiuti nello stesso giorno, sono collegati fra loro.
Indagine complessa, soprattutto perché si muove nel mondo del teatro, “dove le passioni, vere o finte, abbondano”, dove circolano droga e donnine di dubbia reputazione. “Nobile come arte, ma bieca come professione, che soprattutto venera ciò che il resto della società condanna” è il commento sprezzante di Watson. Inoltre troppi moventi e almeno una dozzina di persone hanno avuto interesse a eliminare il critico. Naturalmente, invece, per l’ispettore Lestrade, l’“ometto” Lestrade, è facile beccare subito l’assassino nella persona di un indiano parsi che frequentava l’uccisa, creando solo un caso “in cui l’odioso spettro dell’intolleranza razziale svolge un ruolo pesante quanto rozzo”, sempre secondo il vigile Watson.
Aggiungo un biglietto minaccioso che intima ai nostri di stare lontani dallo Strand, un pezzo di carta dell’agenda di McCarthy con la scritta venuto Jack Point, (trattasi di un personaggio di un’opera, un buffone che perde l’amore della sua donna), addirittura un’aggressione in cui sono costretti a bere uno strano liquido, classici travestimenti e classiche deduzioni tipiche di Holmes, cellule grigie e movimento (ritroviamo il famoso duo anche sul tetto di una casa), la scomparsa dei cadaveri, una malattia pericolosa dalla quale difendersi e l’Amore che muove i più forti, contrastanti sentimenti. Insomma un bel plot da rimettere a posto tanto che, a un certo punto, “Le cose sono meno semplici di quanto immaginassi agli inizi”, commenta dubbioso lo stesso Holmes. Come commenta Luigi Pachì in George Bernard Show e gli strani omicidi nel distretto teatrale di Londra in Sotto la lente di Sherlock Holmes, qui “ci troviamo davanti a un lavoro ben strutturato, intelligente e molto curato. Il romanzo è piacevole e si fa leggere con vero trasporto, anche grazie a uno stile fluido e appassionante.”

Il cadavere del lago di Danilo Pennone, Newton Compton 2019.
Ha sessant’anni. Ha perso la moglie e perde la figlia. Il commissario Ventura è solo. Fumo (sigari), alcol, un cane, la Volvo per spostarsi e un pianoforte a fargli compagnia. Davanti allo specchio vede “un uomo con un paio di occhi piccoli e tristi incorniciati dal metallo dei suoi occhiali”. Pantaloni “sgualciti”, giacca “rattrappita”, scarpe “slabbrate” e il personaggio è compiuto. Non ha tempo da perdere. C’è un morto strozzato sepolto sotto la sabbia del lago di Albano che lo attende. Segni di rossetto addosso e un rosario particolare, molto particolare. Più precisamente Eamon McCormac, originario di Belfast. Un seminario si trova proprio a Castel Gandolfo, sul lato delle Ville Pontificie, ovvero il Seminario Apostolico d’Irlanda. Da dove il tizio era sparito da due giorni.
Ci sono tutti in questa storia. Non manca nessuno. Voglio dire come personaggi caratteristici di un thriller: il medico legale, i sottoposti, i superiori, quelli superiori ai superiori, il cronista della nera, la giornalista del Tg regionale, perfino la bella di fronte che si spoglia (ormai un classico anche questo). E lui il duro, il testardo, lo “sceriffo” che deve vedersela con gli altri e con se stesso.
La storia spalanca davanti al lettore il mondo della prostituzione maschile tra “fruste, morsetti, apribocca, anelli fallici, collari e vibratori.” Un altro giovane morto strozzato e il caso si fa più complesso. ll nostro Ventura è preso da inevitabili dubbi ed assilli perché, al di là del mondo della prostituzione maschile, c’è forse qualche collegamento, addirittura, con il terrorismo in Irlanda…
Caso complesso e pericoloso, molto pericoloso soprattutto quando c’è di mezzo la Chiesa e il suo potere, quando sembra che il caso sia risolto con l’arresto del presunto assassino che lo accusa, addirittura, di violenza. Tutti contro di lui, costretto ad abbandonare le indagini, consegnare la pistola e il tesserino. È solo. Solo. A fargli ogni tanto compagnia una bella ragazza che lavorava nel Convitto, i ricordi dolorosi della figlia e della moglie, qualche dialogo con don Pablo, la musica classica, i notturni di Chopin e il cane Crimbo. Sa di avere poco tempo per una indagine personale “e di poter confidare solamente in se stesso e nella propria forza interiore.”
Spunti sulla città, scontri polizia-manifestanti, la fine della politica, il potere nelle mani della rete (si dice), alla Cantina Paradiso per qualche bella mangiata (squisita la Pasta alla Norma), fremiti stuzzicarelli che riemergono improvvisi per scuotere istinti sopiti. Complica l’ambaradan una Natura micidiale: il freddo boia, il cielo livido, il vento, l’acqua, il fulmine che cade sul lago, perfino il Vulcano Laziale che sembra preparare “un’aria d’apocalisse, di tragedia”.
C’è proprio tutto in questa storia, tutto quello che si trova abitualmente in altri millanta racconti similari. Compresa la qualità discreta della scrittura e l’andamento fluido della narrazione. Quasi un copia e incolla. Niente di nuovo sotto il sole.

I Maigret di Marco Bettalli

Pietr il Lettone del 1931.
Gli elementi ci sono già tutti. La signora Maigret che aspetta a casa, Maigret massiccio e apparentemente inerte che scola birre nel suo ufficio affacciato sulla Senna, i collaboratori (Torrence che muore addirittura, per poi risorgere in uno dei prossimi romanzi!), la Parigi sordida e quella dei grandi alberghi. Ma è tutto molto “sopra le righe”: Maigret, la cui pesantezza fisica è sottolineata ad ogni pagina, compie un’inchiesta spaventosamente faticosa, stando esposto a temporali per dozzine di ore, non dormendo quasi mai, per finire con una sorta di “cattura” di Pietr in una “notte buia e tempestosa” con l’acqua alle ginocchia. A un certo punto viene anche ferito abbastanza gravemente con un colpo di pistola. E poi, ebree (chiamate proprio così… e “hanno l’odore tipico della loro razza”) discinte e pazzamente innamorate, ricchi che più ricchi non si può, gemelli che si contendono donne e si ammazzano tra di loro, in una trama anche divertente ma decisamente inverosimile. Rispetto ai Maigret di vent’anni dopo, sembra un po’ un film pornografico rispetto a un film erotico di un maestro della cinematografia mondiale… Simenon deve prenderci la mano e diventare più sicuro (dopo tutto, scrisse il libro a soli 26 anni – fu pubblicato due anni dopo): potrà così iniziare la sua opera straordinaria di “sottrazione” che farà dei Maigret dei capolavori indiscussi.

L’impiccato di Saint-Pholien del 1931
La storia è da una parte poco originale (errori di gioventù che minacciano la vita di buoni borghesi ben sistemati, la cui descrizione è tra le parti migliori del libro), dall’altra non priva di qualche venatura di insensatezza (la partecipazione a un delitto da parte di queste persone non era tale da minacciarli di una condanna grave: e allora perché spingersi a cercare addirittura di uccidere il buon Maigret, ben due volte? Un eccesso, questo, difficilmente giustificabile sul piano narrativo). Nonostante questo, lo sguardo su alcune atmosfere è già a livello molto alto, e alcune pagine sono splendide. Ambientazione tra Brema e, soprattutto, Liegi, con chiari riferimenti alla giovinezza dello stesso Simenon, che visse nella città belga fino ai 19 anni; quasi nulla Parigi, signora Maigret e apparato poliziesco (fa la sua comparsa brevissimamente solo Lucas): Maigret fa tutto da solo in modo straordinariamente (forse eccessivamente) ostinato, per poi concludere la sua inchiesta lasciando liberi i colpevoli in nome di una superiore e personale idea di giustizia: uno schema che non mancherà di ripetersi altre volte. Tutto sommato, un romanzo con luci e ombre, non un prodotto perfetto, certamente, ma comunque notevole.

Un giretto tra i miei libri

Di nuovo tre piccioni con una fava con il Giallo Mondadori (il precedente esempio risale a L’isola dei delitti). Questa volta attraverso Le signorine omicidi colpiscono ancora di Patricia Wentworth, Mildred Davis e Stuart Palmer, Mondadori 2009.
Anzi, a ben guardare, sono quattro i piccioni che l’“Introduzione” di Mauro Boncompagni vale da sola il prezzo del libro.
Due romanzi Miss Silver e il caso Pilgrim, Appuntamento col destino e un racconto L’impronta azzurra. E tre detective: Miss Silver (appunto), Norma Boyd e Hildegarde Withers.
Idea azzeccata, azzeccatissima quella di mettere insieme due romanzi di contenuto e taglio diversi. E di personaggi diversi. La piccola, minuta, delicata, ma anche inflessibile ex insegnante Miss Silver, che tossicchia e sferruzza e mentre tossicchia e sferruzza tiene sempre all’erta le sue ben vispe celluline grigie (provviste di massime più o meno personali) e il personaggio di Norma Boyd presa dai suoi tormenti e dai suoi incubi per l’uccisione del figlio in una atmosfera piuttosto allucinata. Non manca il classico tombino claustrofobico chiuso dalla mano assassina che ritrovo ogni tanto nelle mie letture quotidiane e che mi strappa sempre un sorriso con somma incazzatura (mi immagino) del povero malcapitato costretto a infiniti patimenti prima di uscire alla luce del sole.
Sulla Whiters poche note data la brevità del racconto. Qualche spunto da altri lavori. Intanto è americana e non inglese. Insegnante di scuola elementare, alta, tosta, acidetta, e un particolare che mi è rimasto impresso: il volto come quello di un cavallo (sembra di sentirla nitrire quando parla). Di natura pettegola, proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato (suo corteggiatore) nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non del tutto ricambiata, se lei pensa che lui non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui. Insomma una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto e che risolve i misteri criminosi del suo tempo.
Passiamo alle storie. La prima: Roger Pilgrim è venuto a raccontare a Miss Silver di certi sospetti, di certe brutte avventure che gli sono accadute: il tetto della sua camera crollato, la stanza bruciata, la morte sospetta di suo padre caduto da cavallo. Insomma qualcuno ce l’ha con lui. In parallelo la storia di Judy Elliot e della nipote Penny che si ritrova a lavorare come domestica nella casa di Roger. Poi il mistero della sparizione di un uomo e il rinvenimento del cadavere nella cantina (in un baule di zinco per essere più precisi), un paio di disgraziati che cadono dalla finestra, un bel mucchietto di intrecci familiari, un finale inaspettato (veramente) e Miss Silver che fa la maglia, sferruzza, tossisce e risolve il mistero. Tutto questo accade perché Roger vuole vendere la casa…Prosa agile e sicura venata di un sottile umorismo.
La seconda: praticamente il tentativo di Norma Boyd di scoprire il colpevole dell’uccisione di suo figlio avvenuta quattro anni prima. Una indagine soprattutto dentro se stessa con sogni e incubi ricorrenti del passato in una atmosfera tesa e angosciante.
La terza: qui si tratta di un delitto particolare. Un noto collezionista viene ritrovato in un armadio di una casa d’aste insieme alla fotografia di una misteriosa impronta digitale. Hildegarde risolve il mistero con uno di quei trucchi tipici del giallo classico.
Alla fine della sua introduzione Boncompagni ci avverte, sotto forma di presentimento, che l’incontro con le signorine omicidi non sarà l’ultimo. Sono già in fremente attesa.

Per un bel po’ sono stato indeciso tra la solita copertina gialla ed una nera. Ho anche sbuffato per l’ improvvisa incertezza. Perché sapevo che la scelta avrebbe avuto un certo riflesso sulla mia vita emotiva. Trame troppo forti mi creano affanno e batticuore. Poi mi sono buttato. Ho chiuso gli occhi e ho scelto quella nera. Legion, una antologia di racconti di Supersegretissimo 2008 curati amorevolmente da Franco Forte (bella presentazione e notevoli i profili degli autori). Per la precisione dieci. E altrettante penne coi fiocchi. O la va o la spacca. Se ci lascio la buccia meglio su un libro che sul letto di un ospedale (mi sono detto).
Contratto veneziano di Stefano Di Marino ha aperto le danze. Con quel suo Chance Renard, il Professionista, sempre all’erta, pronto a menar fendenti e a scaricare piombo da tutte le parti. Questa volta è stato chiamato a Venezia per proteggere un certo dottor Loredan dalle mire (non propriamente amorose) di Atonia Lake, una “assassina di pietra” dai capelli rossi. Una lotta mica facile…
A ruota Rifiutato dal mare di Claudia Salvatori, praticamente il tentativo di Walkiria Nera di far restare nella Germania di Hitler il fisico italiano Ettore Majorana per i suoi studi sull’energia nucleare. Un lavoro di approfondimento su questo particolare personaggio della storia, sparito improvvisamente il 25 marzo 1938. Ho tirato un po’ il fiato.
Per poco. Che è arrivata la sferzata di Mattatoio di Tito Faraci con la descrizione minuziosa di una tortura. A danno di Wade. Botte, tagli, squarci, chiodi sparati nelle gambe e nei bracci, ossa rotte, sangue. E Wade che si ostina a non parlare. E quando parla… ma ha un piano che richiede ancora sofferenza.
E poi via via tutti gli altri: Private Rendition di Massimo Mazzoni, Dili Overnight di Giancarlo Narciso, Acciaio di Franco Forte, Domino di Dario Costa, Il gioco degli specchi di Andrea Carlo Cappi, Sopravvivere alla paura di Gianfranco Nerozzi, Joshua Tree di Alan D. Altieri. Con i loro eroi che cito alla rinfusa come Banshee, Stal, Dario Costa, Margot de Weers, Kane, Carlo Medina, Marc Ange. Un groviglio di situazioni pazzesche, di lotta all’ultimo colpo, arti marziali, cazzotti, fendenti, ginocchiate da tutte le parti (occhio ai “gioielli” se siete vicini a Margot), di inseguimenti, sparatorie, adescamenti, tradimenti (mai fidarsi delle belle gnocche…), corse di qui, corse di qua. E in tutti i luoghi del mondo: a Milano come a Timor Est, a Venezia come nella inventata Transnistria, a Budapest come a Beirut e non sto a farla lunga che avete capito. E sangue e orrore. E morte e morte e morte in un mondo malato fradicio dove l’aspetto più gentile è il commercio delle armi. Al termine della lettura sono ancora vivo. Con un inquietante tremore alle mani.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno di Elena e Michela Martignoni, Corbaccio 2018.
Tornano per il piacere di chi ama il giallo storico i tre romanzi sulla saga dei Borgia ad opera di Elena e Michela Martignoni. L’editore ha scelto di ripresentarli utilizzando dei nuovi titoli: Il delitto, La vendetta e L’inganno che facilitano al lettore la comprensione con il corretto susseguirsi temporale dei fatti della trama. E le autrici di buon grado si sono prestate. Quindi bentornati i Borgia, focosi spagnoli venuti da Xativa al seguito del primo papa della famiglia Calisto III, diventato cardinale rappresentante a Roma di Alfonso V d’Aragona. Fieri valenzani che vennero a dominare la Chiesa. Assetati di potere, spietati e superbi furono intriganti, intelligenti e magnifici, benché schiavi delle umane passioni e invisi a tanti rivali e nemici. Le vicende di questa saga vanno dal 1497 al 1502, dal barbaro omicidio del bello e sfrenato Juan secondogenito di Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia) alla vendicativa trappola di Senigallia che portò al sanguinario eccidio dei congiurati ex grandi alleati, commesso da Cesare Borgia. A cinque anni dall’ascesa al soglio pontificio, Alessandro VI, prima con il figlio Juan, da lui immeritatamente fatto Capitano della Chiesa e sostituito dopo la morte con il primogenito Cesare (ex cardinale), mira al dominio della Penisola e alla creazione di un regno familiare, depredando senza pietà le Signorie italiane, da secoli feudatarie di Roma…

La ragazza nell’acqua di Robert Bryndza, Newton Compton 2019.
Un incipit angosciante che spiana la strada al terzo thriller targato Bryndza: «Sotto la superficie dell’acqua nella cava dismessa era tutto immobile, freddo e buio. Il corpo affondava rapidamente trascinato dai pesi. Giù, giù e sempre più giù, fino a posarsi con un lieve scossone sul gelido fondale fangoso. Avrebbe riposato lì, immobile e indisturbata, per molti anni, quasi in pace. Ma sopra di lei, sulla terra asciutta, l’incubo era solo agli inizi». Carta vincente non si cambia tanto che Robert Bryndza, dopo il grande successo del suo La donna di ghiaccio seguito da La vittima perfetta, riporta in scena la sua protagonista seriale, l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, sola benché ancora giovane. Erika è vedova, suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con altri quattro ufficiali durante una tragica retata antidroga guidata proprio da lei…
La ragazza nell’acqua è un romanzo poliziesco, caratterizzato da un diverso ritmo rispetto ai due precedenti thriller di Bryndza. Non è una storia veloce, siamo davanti a un cold case che, manipolando le emozioni dei personaggi e lasciando spazio all’indagine e alle valutazioni delle azioni e degli errori commessi in passato, diventa necessariamente più lento, ma non per questo privo di colpi di scena o meno intrigante.

Nel peggiore dei modi di Flavio Villani, Neri Pozza 2019.
Dopo l’indovinato esordio del commissario Rocco Cavallo in Il nome del padre, ancora un giallo dai toni vintage per Flavio Villani che Nel peggiore dei modi ci riporta alla Milano degli anni ’90. Un’ambientazione datata quindi, dove ancora la tecnologia non faceva da padrona, i computer erano rari e i cellulari ancora costosissimi optional riservati solo ai questori o ai grandi manager. Ci si perdeva in spossanti ricerche frugando nelle carte, respirando la polvere degli archivi e, per ottenere i tabulati telefonici, bisognava risalire alle telefonate attraverso le formali richieste di un giudice istruttore… Novembre: la città è nascosta dalla nebbia, un freddo invernale gela le ossa e sono appena le otto e mezzo quando l’ispettore Beppe Montano risponde alla telefonata: «Sparatoria con morto» spiega subito al commissario Rocco Cavallo…
Saranno Cavallo e la sua squadra a riannodare i fili di questa intricata storia in una Milano dell’apparire più che dell’essere, ma anche la città più ricca d’Italia, insomma quella dello sfolgorio della prima alla Scala, dei salotti alla moda, “da bere”, e contemporaneamente quella che spazia nelle strade e negli anfratti dei quartieri meno conosciuti, nei bar e nelle officine di periferia dove si alternano luci e ombre, dove diventa la Milano del vizio e dove si intrecciano anche le trame dei trafficanti di droga palermitani e calabresi in guerra fra loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento La mummia senza nome di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Pomeriggio d’ottobre. Geronimo Stilton sta leggendo un libro quando riceve un SMS dal prof. Ger O’ Gliph, il direttore del museo egizio. Lo invita al museo per risolvere un inquietante mistero. Con lui vanno anche i nipotini Benjamin e Pandora. Arrivati sul luogo si sentono degli strani rumori e cigolii.
Il professore spiega che nei sotterranei ha trovato il sarcofago della Mummia Senza Nome e un importante papiro che viene rubato. Geronimo e i suoi cercano per tutto il museo: nella sala degli scarabei, dei papiri e dei sarcofagi. Una ricerca lunga, paurosa, pericolosa. Chi sarà la Mummia Senza Nome?… Leggete il libro e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2019

Memorizzare…
Memorizzare. Imparare a memoria. Mi ricordo che la maestra Elvira ci faceva imparare a memoria diverse poesie. All’inizio non capivo a cosa servisse se non a romperci lievemente gli zibidei. Poi, con il passare del tempo, ho riconosciuto l’enorme valore di questo metodo e ho cominciato a memorizzare poesie, parti di poemi e perfino brandelli di opere che mi avevano colpito. Lo facevo anche per darmi un po’ di arie con i miei alunni che strabuzzavano gli occhi quando li declamavo come un attore consumato. Oggi poeti e scrittori mi fanno compagnia e ogni tanto li tiro fuori dagli scaffali della memoria, per uscire da certi momenti brividosi e stare un po’ al calduccio con loro.
Grazie, maestra Elvira.

Le signore del delitto di Edgar Wallace, Cornell Woolrich e Baronessa Orczy, Mondadori 2018.
La collana di smeraldi di Edgar Wallace
La signorina Leslie Maughan del Dipartimento investigativo criminale di Scotland Yard non ha più di ventidue anni, alta, gambe snelle dalle caviglie sottili, due grandi occhi scuri, le labbra rosse, il mento piccolo e tondo, la gola candida. È lei che cercherà di far luce in una oscura vicenda. Il morto ammazzato con tre colpi di pistola al cuore arriva a pagina quarantanove. Si tratta del “vero colpevole” di una condanna ingiusta, ovvero del maggiordomo Anthony Druze che tiene nella mano sinistra un grosso smeraldo, il pendente della collana della affascinante lady Raytham. Subito l’ispettore capo Coldwell sospetta di Peter Dawlish, il condannato ingiustamente che voleva vendicarsi. Ma Leslie non è di questo avviso. Anzi, cerca in tutti i modi di difenderlo e aiutarlo…
Le donne protagoniste principali della storia (ma anche una bambina): la principessa Bellini che ha vissuto diversi anni a Giava; Martha Dawlish, madre di Peter; Greta, amica della Bellini; lady Jane Raytham e la nostra Leslie. Ognuna curata con grande attenzione come gli altri personaggi secondari vivi e concreti. Squarci di miseria e povertà, continui colpi di scena (incredibile quello iniziale su Druze), ricatto, ricettazione, facce gialle, bambini allevati a pagamento, momenti di ansia, paura, disprezzo, amore. Attenzione, lettore, perché spesso tutto ciò che sembra non è…
L’angelo nero di Cornell Woolrich
Subito nella mente dubbiosa di una donna che narra in prima persona. Di Alberta, ovvero “Faccia d’Angelo”, come la chiama il marito Kirk in certi particolari momenti. Sempre più radi. Qualcosa non quadra. Troppe bugie. C’è dietro una donna. Mia. Così si chiama. Deve andare a vederla. Sa dove abita, ma l’incontro è drammatico. La trova morta nella sua casa soffocata con un cuscino. Viene accusato suo marito e condannato alla sedia elettrica. E allora via ad una ricerca disperata per salvarlo. Uno scatto nella memoria, il ricordo di una bustina di fiammiferi sul luogo del delitto che si rivelerà molto utile…
Affondo nell’animo della protagonista ancora innamorata del consorte: dubbi, incertezze, momenti di panico, paura, coraggio, ricerca ininterrotta della verità tra un pericolo e l’altro, appuntamenti, incontri, facce che rimangono impresse. Riuscirà a trovare il vero assassino?…
La signora dal grande cappello della Baronessa Orczy
Chi narra la storia è Mary, amica di lady Molly del Dipartimento femminile di Scotland Yard. Questa volta se la deve vedere con “uno dei crimini più crudeli e cinici mai perpetrati nel cuore di Londra.” Ovvero con l’assassinio di un tizio in un locale attraverso una forte dose di morfina in una tazza di cioccolata. Con lui è stata vista una signora con un cappello enorme che le copriva il volto. Forse la stessa, di affascinante presenza, che si presenta un giorno a fare certe dichiarazioni alla polizia sul suo rapporto con il morto. Ma giura che non è stata lei ad ucciderlo. Un cappello enorme. Perché?. Ecco il tarlo che rode la nostra lady Molly…
Tre storie di diverso stampo, tre impianti e tre stili diversi come è giusto ed efficace che sia per il lettore quando si tratta di una raccolta. Qui donne, sempre donne, fortissimamente donne, ognuna con la propria personalità. Spinte dall’amore che muove il sole e le altre stelle e dalla insaziabile ricerca della verità anche a costo di diventare angeli neri. Con il maschietto messo in secondo piano. Quando c’è qualcosa curata da Mauro Boncompagni (leggere la sua bella Introduzione) si va sul sicuro.

L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016.
Tre racconti pubblicati nel 1938 quando Simenon ha trentacinque anni. I protagonisti ormai li conosciamo: Joseph Torrence, già collaboratore di Maigret (come lui fuma la pipa), ovvero il finto capo dell’Agenzia O; Émile lo “spilungone dai capelli rossi”, all’apparenza impacciato che affronta le indagini da vero capo; il fattorino Barbet, ex borseggiatore e la segretaria Berthe discreta nel fisico e nei modi.
Lo spioncino di Émile
Parigi, undici del mattino. La ragazza si appresta ad entrare nell’ufficio di Joseph Torrence “un colosso bonaccione, sulla quarantina, ben curato e ben pasciuto” dell’Agenzia Investigativa O. Si chiama Denise Étrillard, figlia di un notaio. Chiede solo di mettere al sicuro un plico nella cassaforte fino all’arrivo del padre. Ma Émile, giovane fotografo con spiccato intuito investigativo che osserva la scena da uno spioncino, nutre qualche sospetto sulla ragazza. Da mesi l’Agenzia deve investigare, per conto di una compagnia di assicurazione, su numerosi furti di gioielli e potrebbe esserci un legame tra questi e la giovane che, a un certo punto, si getta nelle braccia di Torrence. Perché? Occorre pedinarla e scontrarsi con lei.
Il capanno di legno
Una strana telefonata a Torrence da parte di Marie Dossin che chiama dalla Casa del Lago a Ingrannes, nella foresta di Orléans. Stamattina ha scoperto un cadavere nel capanno di legno. Visto nella penombra sembra che sia l’amico Jean Marchons impiccato ad una trave. Suo marito non deve sapere niente. Ma, arrivati sul luogo “Nessun impiccato. Neanche l’ombra di un impiccato. Neanche il benché minimo pezzo di corda da impiccato.” C’è, però, un martello pesante sporco di sangue. Dal padrone di casa si apprende che la moglie “non è più molto in sé.” Tra una bevuta e l’altra e il ritrovamento del cadavere, piano piano vengono a galla certi elementi che…
L’uomo nudo
Torrence è al Quai des Orfèvres per “annusare” l’atmosfera di un tempo. Qui regna una grande agitazione per una retata straordinaria che vede almeno una sessantina di uomini nudi come vermi sottoposti ad identificazione. Tra questi scorge addirittura il celebre avvocato Duboin, senza la consueta barba che gli chiederà, durante una mangiata di funghi, tartufi e una bevuta di cognac, di risolvere il suo problema. Ovvero quello di una lettera che gli ha spedito una certa Higuette, pregandolo di raggiungerla alle undici di sera in un determinato piccolo, rivelatosi poi equivoco, caffè. Ma lei non c’era, è stato preso nella retata ma non ha voluto rivelare la propria identità. Un caso particolare che vedrà Torrence bloccato su un treno, Barbet all’inseguimento dell’avvocato, Émile con uno sconosciuto che lo segue e la signorina Berthe narcotizzata a domicilio…
Quando ho voglia di rilassarmi e sorridere prendo in mano i racconti di Simenon. Rocamboleschi, ironici, umoristici, irresistibili e chi più ne ha più ne metta. Dal dialogo veloce, talora frenetico e la scrittura nitida, elegante, leggera, essenziale (al diavolo i cicisbei con la penna!). Più che le trame, che hanno la loro bella parte, rimangono impresse certe situazioni tra sorriso e tenerezza e i personaggi così magicamente caratterizzati da ricordarne anche i minori. Insomma una lettura di gusto che mi ripaga di qualche spiacevole incontro libresco.

Da molto lontano di Roberto Costantini, Marsilio 2018.
Me lo sono fatto regalare per Natale da mio figlio Riccardo per non ricevere il solito portafoglio (ne ho già tre o quattro). Parlare estesamente di un libro di ben 597 (cinquecentonovantasette!) pagine sarebbe per me, che sono del Toro, una fatica disumana. Cerco di sintetizzare attraverso alcuni punti. Partiamo dal primo, ovvero dal commissario Balistreri che opera a Roma. Invecchiando è cambiato. Non è più come l’abbiamo conosciuto nelle storie precedenti dove veniva fuori un essere forte, energico, scorbutico, votato al sesso, fuori dalle righe. Si ritrova spento, disilluso, malinconico, preda di certi fantasmi del passato (il padre vivo che voleva morto e la madre morta che voleva viva) che continuamente lo tormentano. Lo vedremo anche in una lotta continua con la memoria che lo tradisce. Casa alla Garbatella dove vive da solo anche se ha una compagna e una figlia, legge Nietzsche, Henry Miller, Milan Kundera, via in giro con il Duetto, Gitanes e Tavor suoi fedeli compagni di viaggio nella vita. In disparte lascia agli altri i compiti più rognosi. A Capuzzo con la “sua ormai inseparabile valigetta grigia” e il suo computer, all’ispettore Locatelli “guascone, razzista e mezzo matto” con l’assistente Silvana Beldon, ovvero “la Bella e la Bestia”.
Il racconto si svolge lungo due fasce temporali: la prima nell’estate del 1990, durante le fasi del Campionato del mondo di calcio, e l’inizio della seconda dal 25 dicembre 2017, espresse in prima e terza persona con alternati flashback. Tutto parte dalla sparizione del figlio di un noto riccone industriale che verrà ritrovato barbaramente ucciso insieme a una ragazza sottomessa a un boss della camorra. Il Nostro sembra seguire svogliatamente le indagini. Davanti a lui sfilerà, lungo il percorso, la variegata fauna dell’italico suolo che sembra non cambiare mai: avvocati al soldo dei più ricchi, adepti della camorra, affaristi di ogni genere, ragazze pronte a tutto, sesso, bisesso (mio conio), turpiloquio, scene vomitevoli, corruzione, odio, violenza. Schifo, insomma.
Nella seconda parte è il ritrovamento di due manichini, che riproducono la scena del crimine di trent’anni prima proprio nel palazzo in cui vive il padre del ragazzo ucciso, a riaprire un’indagine mai del tutto conclusa. Questa volta sotto la direzione di Graziano Corvu, ex vice di Balistreri ormai in pensione, e l’apporto della giornalista Linda Nardi (figlia del medesimo) che, con un circostanziato articolo, risveglia la memoria di quei fatti. E allora indagine su indagine, momenti di suspense e pericolo anche per Balistreri, accudito con amore dalla moglie, e morti ammazzati.
Plot complesso, intricato, intricatissimo, svolto con un linguaggio fluido e lucido, attraverso capitoletti brevi alternati a spazi più lunghi e frasi in corsivo a mettere in luce sprazzi di canzoni, improvvisi commenti, ricordi e pensieri più profondi. Colpi di scena a ripetizione, citazioni imprescindibili di Sherlock e Watson, ma anche i dieci piccoli indiani della Christie e Poirot che se non ci sono il lettore si incattivisce. A fine lettura una riflessione sulla vita, sui problemi della vecchiaia, sui soliti vincenti e perdenti, su noi stessi, sul bene e sul male che ci circondano. Contagiato dal personaggio un leggero senso di vuoto e di malinconia.

Un giretto tra i miei libri

Le perfezioni provvisorie di Gianrico Carofiglio, Sellerio 2010.
Il romanzo inizia con una telefonata di Sabino Fornelli, avvocato civilista, al nostro Guido Guerrieri per cosa “delicata e urgente”. Appuntamento veloce nel suo nuovo studio più grande del precedente. Spiegazione: aumento del personale con Maria Teresa passata da segretaria a praticante avvocato, il nuovo segretario Pasquale Macina e la peruviana Consuelo, figlia adottiva di un amico professore universitario.
La cosa “delicata e urgente” consiste nel ritrovare in qualche modo Manuela, la figlia dei signori Ferrero, improvvisamente scomparsa. Guerrieri traccheggia, tentenna, dopotutto non è un detective, ma alla fine accetta. E inizia la sua nuova avventura. Tutta la vicenda si svolge lungo trentotto giorni ed è raccontata dal nostro in prima persona. Al centro della scena proprio l’avvocato con il suo lavoro, i suoi clienti, il suo senso del dovere e di giustizia, i suoi ricordi, le sue speranze, le illusioni e disillusioni, il suo Mister Sacco (scoprirete cos’è) con cui si allena, le sue letture, i suoi dischi, la sua bicicletta, la sua solitudine. Lasciato dalla moglie Margherita, presenza costante e dolorosa lungo tutto il racconto.
Ai lati la figura di Nicoletta, amica di Manuela, giovane spigliata e intrigante che lo coinvolge sentimentalmente e quella di Nadia, ex prostituta da lui difesa e diventata amica.
Lunghi colloqui, ricordi, riflessioni, critica ironica sull’ambiente della giustizia (a volte gli sembra di assistere a “uno spettacolo di insensata, mitica, demente bellezza”), e ai suoi frequentatori (vedi il cretino intraprendente dell’avvocato Scherani), sulla lunghezza dei processi e le persone che cambiano con il passare del tempo, sul problema della droga che emerge terribile e sembra interessare anche la scomparsa.
Qualche concessione a scontati cliché come il tassista nazista e il falso amico che chiede soldi in prestito, bella soluzione finale per la “mancanza” come in un racconto di Holmes.
Un po’ di lungagnata per quanto riguarda certi dialoghi ma niente frasette in corsivo, niente frasettine brevi e sincopate (che il Signore lo abbia in gloria), niente sciupio di parole ma una prosa semplice, garbata, colloquiale, venata di una triste ironia (forse qualche citazione di troppo). Insomma un modo espressivo che ci riappacifica con la nostra lingua.

Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009.
Tre racconti di cui il primo dà il titolo al libro. Gli altri due sono “Aganis” e “Sotto un cielo di uomini”. Ovvero tre gialletti con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino, ché l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita.
La classe non è acqua.

Lemmy Caution pericolo pubblico di Peter Cheyney, Polillo 2011.
Scritto in prima persona e al presente da Lemmy Caution, novanta chili di peso, evaso dal carcere di Oklahoma City per avere ucciso un agente di polizia. Ora si trova a Londra a seguire le tracce della bella e ricca Miranda Van Zelden, erede di un appetitoso patrimonio. Sua idea sposarla e poi beccarsi i quattrini dal padre che vorrà liberarsi di lui dopo avere scoperto che tipo sia.
Ma non è il solo ad avere delle mire sul bocconcino prelibato. Dietro alla riccona c’è pure la banda di sequestratori di Ferdie Siegella, dunque con le buone o con le cattive Lemmy deve lavorare per lui, contattarla e portarla ad una festa privata. Qui avverrà il sequestro seguito dalla richiesta di riscatto al padre milionario. Fosse così semplice. Sempre sulla medesima preda ha buttato l’occhio un’altra banda e nel frattempo la riccona sparisce.
Classica storia di tradimenti, doppio gioco e violenza che prende pure certe “signorine” come Connie e Lottie. Pistolettate e botte da orbi con Lemmy che le dà e le prende, movimento di corpo e movimento continuo di cervello, prendere veloci decisioni e se arriva il pericolo fa pure comodo la polizia. Bourbon e whisky al bisogno. E di bisogno ce n’è parecchio.
Linguaggio diretto, duro, senza tanti infiorettamenti, intriso di una ironia altrettanto tosta. La critica di allora lo trovò troppo violento. Oggi rientra nella norma e si legge sempre volentieri.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il delitto di Kolymbetra di Gaetano Savatteri, Sellerio 2018.
Secondo romanzo, senza contare i racconti, che Gaetano Savatteri ha dedicato a Saverio Lamanna – scrittore, giornalista da tempo in cerca di un’occupazione stabile e redditizia, che ha lavorato a Roma e si era fatto milanese di necessità, ma con il cordone ombelicale legato alla sua Sicilia, dove suo padre vive e prepara superbi e profumati manicaretti e alla vecchia casa di famiglia nel piccolo paese inventato di Màkari (vedi fantasia di Camilleri). Ancora coprotagonista e complice sarà l’impareggiabile Piccionello con il suo improbabile cognome, le perenni infradito ai piedi, che nonostante le mutande e le surreali t-shirt non è mai ridicolo o grottesco. Amico, àncora e spalla per Saverio diventa come una specie di cattiva coscienza, ma anche un’immagine vera che ben lo riflette e lo rappresenta senza nascondersi dietro al sarcasmo, senza l’armatura indossata perché la vita non ti faccia troppo male o ti schiacci. Dopo un quasi dissacrante antipasto in squisita salsa milanese, citando Manzoni e Robecchi, Savatteri sposta il protagonista, lo scrittore, giornalista (e detective per caso) Saverio Lamanna in Sicilia, nella valle dei templi di Agrigento. Lamanna ha accettato al volo l’incarico di scrivere, per una tv locale on-line, alcuni articoli/pezzi turistici e di costume sui siti siciliani dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E Lamanna sceglierà di cominciare dalla Valle dei Templi di Agrigento, che raggiungerà in compagnia dell’inseparabile amico Peppe Piccionello, in veste di pseudo operatore ma anche incaricato di una indagine familiare. La scelta fatta da Saverio Lamanna non è per caso. Proprio in quei giorni, infatti, Suleima, la fidanzata che vive e lavora a Milano, verrà in Sicilia e, ma guarda un po’, proprio ad Agrigento con il titolare dello studio di architettura dove lavora, un accompagnatore di bella presenza… Punta di gelosia da tenere a bada? Uhm. L’aura di giornalismo offre a Lamanna e Piccionello la munifica sistemazione in un albergo super stellato nella Valle dei Templi, che ospita anche un grande convegno di archeologia internazionale in vista di un importante finanziamento mondiale per una scoperta di incommensurabile valore. C’è in ballo un ritrovamento, forse una scoperta epocale: stanno affiorando da uno scavo alcune pietre che sembrano indicare la presenza dell’antico millenario Teatro greco, uno dei più grandi teatri dell’antichità. Mai scoperto, ricercato invano da secoli, è un rompicapo che da sempre intriga gli archeologi di tutto il mondo. Purtroppo, prima della conferenza ufficiale che avrebbe dovuto aprire il convegno offrendo importanti novità sulla ubicazione del teatro nascosto, l’archeologo di fama internazionale, il professor Demetrio Alù, docente emerito e autorità dell’elite universitaria siciliana, viene ritrovato con la testa fracassata da una pietra proprio nel luogo preposto agli scavi, il sito di Kolymbetra. Un inspiegabile delitto per quell’ubertoso angolo di paradiso, sotto il sonnolento sguardo del Tempio della Concordia. A conti fatti toccherà a Lamanna e Piccionello risolvere questo mistero nel mistero e nell’unico modo in cui lo sanno fare: incisivo e dissacrante…

Dal Cinquecento dell’eroico guerriero sassone, il cavaliere Mattias Tannhauser, protagonista di una famosa saga thriller cominciata con Religion, a una storia giallo noir nel Sudafrica di oggi. La macchina del tempo dello scrittore e psichiatra britannico Tim Willocks ingrana la sesta e, con un salto di circa cinquecento anni, imboccando di nuovo il cammino dei fortunati “gialli blues” dei suoi esordi, ci riporta al presente e ci regala Un caso complicato per l’ispettore Turner, Newton Compton 2018, con il sudafricano mezzosangue dagli occhi verdi, il detective d’acciaio Radebe Turner.
Cape Town: Nyanga, una delle più antiche e squallide borgate nere della città fatta di fatiscenti baracche. Notte di sabato sera, strada deserta. Una ragazzina affamata e malata fruga in cerca di cibo in un cassonetto piazzato davanti a uno shebeen, un localaccio dove si distilla illegalmente alcool di pesca a 60°. Ma, alla fine di una serata di sballo, un gruppo lascia di corsa lo shebeen, in tre salgono su una lussuosa Range Rover rossa, travolgono in retromarcia il cassonetto e investono la ragazzina. Ma lei non conta: per i suoi assassini è meno di nulla. È un essere sconosciuto, senza nome. È solo una ragazza di strada che era là per sbaglio e ora è morta o sta per morire. E il ragazzo che era al volante, che l’ha investita ma non l’ha vista, era Dirk Le Roux, figlio di Margot Le Roux, figura di spicco dell’ancora influente élite bianca sudafricana, una donna spregiudicata, ricchissima, potente, proprietaria di lucrose miniere di manganese, che vive a LangKopf, un paesino dell’arido Stato Settentrionale. Dirk era ubriaco fradicio, talmente ubriaco da non ricordare assolutamente ciò che ha fatto. L’ha cancellato ed è inconsapevole di rischiare un’accusa per omicidio colposo. Perché coloro che erano con lui hanno scelto di andarsene, scappare subito lontano e abbandonare la vittima morente al suo destino. Quando l’ispettore Turner viene richiamato in servizio dal fine settimana che doveva essere di vacanza, dopo tre passati al lavoro, e incaricato del caso, trova un cellulare sul luogo dell’incidente che gli permette di risalire all’identità dei possibili investitori, ma anche di scoprire l’entità della rogna che rischia di trovarsi tra le mani…
Un romanzo forte, una sensazionale avventura sorretta da una straordinaria energia creatrice e descrittiva, che non fa sconti al lettore e non delude ma è poco adatta a stomaci deboli. Trama densa, ben congegnata, stile brillante, ritmo perfetto senza lungaggini o passaggi a vuoto. Ritmo stringato, coinvolgente, passionale.

I giorni dell’ombra, Mondadori 2018.
Sara Bilotti ha scelto di spaziare in territori noir diversi e più originali rispetto alla sua precedente produzione. La partenza, descritta nella sinossi de I giorni dell’ombra, è intrigante: un micro universo racchiuso in un singolo palazzo, pochi personaggi e una protagonista originale, caratterizzata da alcune debolezze che dovrà riuscire a superare poiché è l’unica persona in grado di cercare la verità. Ma contemporaneamente I giorni dell’ombra è il disperato diario di una claustrofobica angosciante quotidianità, imposta ma mai del tutto inghiottita, che ostruisce persino il suono della voce, zittisce ogni parola e ribellione. E Vittoria è complice e prigioniera della sua spaventosa realtà. Vittoria ha ventisei anni, si è laureata ma non è mai diventata veramente donna. Ha vissuto sempre da reclusa, con una sorella più piccola afflitta da agorafobia, una madre rassegnata e letargica e un padre duro, violento e possessivo. Da sempre la sua vita è ridotta ai pochi metri quadri dell’appartamento del condominio dove abita con la famiglia, ai pochi rumori o suoni, il pianoforte è importante, percepiti dai vicini, dalle scale, e al piccolo universo che le ruota accanto. Con il tempo tuttavia, pur considerandosi al confino, è riuscita in qualche modo a conoscere la comunità umana che abita nell’edificio e condividere con loro per interposta persona piccole cose buone, meno buone, sensazioni. A farsi delle idee. Tra i vicini c’è Daniel, lo scrittore di origine rumena, di cui è segretamente innamorata, sentimento struggente e incoercibile ma reso più saldo e consolatorio forse dalla certezza che non sarà mai ricambiato. E poi c’è Lisa, che Vittoria ammira, considera un’amica, la persona che lei sognerebbe di essere, una modella bella, vivace e spregiudicata che sprizza sicurezza ed energia da ogni poro. Lisa la chiama al telefono quotidianamente: si sfoga, le racconta le sue giornate, permettendole così di tirarsi fuori dal suo ristretto guscio mentale, di condividere almeno per procura un mondo che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Quando, da un giorno all’altro, Lisa, non torna a casa, non telefona più, insomma sparisce dal suo orizzonte, nessuno dei vicini e conoscenti del palazzo sembra preoccuparsene. Pensano tutti che sia partita per una della sue tante scappatelle sentimentali e che, ma certo, tornerà. Vittoria invece, che non la sente da giorni, è sicura che a Lisa sia successo qualcosa di brutto. Che sia in pericolo. Sarà quella sparizione l’imprevisto in grado di rompere il suo isolamento? La spasmodica ricerca di Lisa la spingerà a violare la semi clausura cui si è condannata da anni e ad affrontare per una volta, sola e indifesa, le tante insidie del mondo esterno…

Dall’amica lettrice Barbara Daviddi ricevo…

L’uomo che trema di Andrea Pomella, Einaudi 2018.
“La depressione è una cosa seria, è la malattia dell’anima; la depressione è un male di vivere talmente penetrante che il pensiero della morte diventa un balsamo, una consolazione.”(Vittorino Andreoli). Ho scelto di leggere questo libro incuriosita dall’autore che con il romanzo Anni luce è stato candidato al Premio Strega. Tanti psichiatri hanno scritto su questo tema ma pochi di coloro che hanno vissuto da dentro questo “male oscuro” hanno avuto il coraggio e l’onestà di descrivere in prima persona la caduta nell’abisso della depressione e il coraggio di risalire. Pomella lo fa, descrive nei minimi dettagli le sensazioni sia del corpo che dell’anima, chiude il romanzo con uno spiraglio di guarigione grazie all’azione del figlio del protagonista che, come un deus ex machina, fa chiudere i conti al padre con il passato: inizia così un gioco di scatole cinesi dove si intrecciano padri e figli.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Inseguimento a New York di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Siamo in inverno, una stagione fredda, nevica e piove tanto. Geronimo se ne sta tranquillo nel suo studio, sogna già il Natale con la famiglia, i regali, la torta… Proprio in quel momento entra nonno Torquato e annuncia che la famiglia Stilton trascorrerà il Natale dai MacMouse, i suoi amici, a New York. Tutti partono ad eccezione di Geronimo che aspetta altri 10 giorni. La sua valigia, contenente i regali, è gialla con un’etichetta blu. Arrivato al check in la posa e parte. Durante il viaggio guarda la neve che cade e si addormenta. Quando l’aereo atterra Geronimo si fionda subito a prendere la valigia ma, dopo averla aperta, si accorge che non è la sua!
Infatti dentro trova un’agenda con sopra scritto A. SMITH, evidentemente la proprietaria. Per trovarla passa da molti luoghi di New York: la Columbia University, l’Empire State Building, Times Square, Rockfeller Center, il Museo di Storia Naturale…
Geronimo riuscirà a trovare la padrona della valigia e riavere la sua? Se leggete il libro lo scoprirete e conoscerete anche una straordinaria città.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2019

Buon anno a tutti!
Me li sono portati tutti. Uno per uno. Non per leggerli ma per rileggerli, con la calma tipica di chi siede sulla tazza. Voglio dire I miei grandi predecessori di Garry Kasparov, pubblicati dalla benemerita Ediscere di Verona, partendo dall’anno 2003 per finire al 2007. Una carrellata di campioni, di sfide, successi, sconfitte, di vita dedicata alle magie sulla scacchiera. Libri ricchi di partite, di analisi, di foto che ricreano, nella loro concretezza, vicende e momenti passati alla storia. Da Steinitz ad Alekhine, da Euwe a Tal, da Petrosjan a Spasskij, da Fischer alle stelle dell’Occidente, da Korcnoj a Karpov. Una miriade di sussulti ed emozioni per un vecchietto sempre appassionato. Intanto venite a trovarmi anche qui.

Ma veniamo all’altra passione…
Il gioco del delitto di Paul Halter, Mondadori 2018.
Iniziamo dai primi due personaggi che incontreremo all’inizio e alla fine della storia: il corpulento Archibald Hurst, ispettore di Scotland Yard e il suo amico consigliere, “alto e magrissimo” Alan Twist. Sono di fronte a un caso enigmatico (incidente, omicidio, suicidio?), per risolvere il quale bisogna leggere ben sette storie, sette casi criminali nei quali sette personaggi furono un tempo coinvolti. Tutti risolti tranne uno, secondo il dottor Lenoir, “che fu vittima di un errore giudiziario” al posto del vero assassino.
Sette storie, dicevo, da rievocare nella casa del citato dottor Lenoir nella quale personaggi diversi sono stati invitati per partecipare ad un nuovo gioco investigativo (già all’arrivo, a creare la giusta atmosfera, il classico corvo che volteggia gracchiando), dopodiché si sarebbero esercitati al tiro al bersaglio nel giardino, quindi cenato insieme per finire con una sensazionale sorpresa del padrone. Sette storie, nelle quali furono coinvolti in fatti di sangue, ognuna con qualche sua peculiarità: l’emblematico caso da camera chiusa, premonizioni, ricatti, omicidi, delitto e suicidio impossibile, scambi di persona, sparizioni e apparizioni e più chi ne ha più ne metta. Sette storie, ripeto ancora, ricordate dalla presenza di certi oggetti fatti trovare nella casa dal suo padrone: una corda, una sciarpa gialla, un pacchetto di sigarette, una scatola di cartone e un randello, una chiave inglese, delle statuine, un leone alato, una clessidra e un candelabro che mettono brivido e apprensione.
Dopodiché, come macabra sorpresa, arriverà il morto stecchito nella persona dello stesso dottor Lenoir, “accasciato su una sedia”, addirittura addormentato (capsule di Veronal tra le pieghe della camicia) e colpito da sette proiettili dietro la siepe, oltre il bersaglio, dei sette invitati: la signorina Rose, il colonnello Moutarde, il dottor Lenoir, il professor Violette, la signora Leblanc, il dottor Olive, la signora Pervenche. Chi di loro l’assassino, secondo Twist, attaccato perennemente alla sua pipa, che ha lasciato inavvertitamente un importante indizio, ovvero “un grossolano errore” nel suo racconto?
Un romanzo di grande pregio, delineato e svolto attraverso una scrittura precisa, linda, pulita, essenziale e nello stesso tempo capace di evocare atmosfere strane, bizzarre, macabre, inquietanti. Insieme a richiami e citazioni di grandi opere, comprese alcune dell’autore.
Bene, ora tocca a voi lettori trovare, prima di Twist naturalmente, il “grossolano errore”. Quale?…

Non sparate sul pianista di David Goodis, Mondadori 2018.
Port Richmond a Philadelphia. Più precisamente in una bettola, ovvero nel Covo di Harriet. Qui lavora come pianista Eddie Lynn. Di altezza media, piuttosto snello, faccia gradevole, capelli castani, occhi grigio-chiaro, sguardo assente. Niente cravatta, giacca piena di toppe come i pantaloni, niente moglie e niente macchina. Trentacinque dollari la settimana. Occhi fissi sulla tastiera. Quello è il suo lavoro, quella la sua vita. Uguale, ripetitiva, monotona. Fino a quando…fino a quando arriva trafelato il fratello Turley. Ha un problema, chiede aiuto… E qui cominciano i guai.
Aiutato da Lena, la bella cameriera, che lo seguirà fino alla fine. Un viaggio tumultuoso all’esterno e all’interno del nostro Eddie (questa parte in corsivo). I suoi dubbi, gli arrovellamenti di un uomo che deve affrontare nuove, pericolose situazioni, il passato che riemerge, ovvero la sua vita, la famiglia, i genitori, i due fratelli, la guerra che lo ha visto ferito. E poi alcuni lavoretti, gli studi sul pianoforte, l’incontro con Teresa, il matrimonio, l’occasione di diventare concertista. Tutto sembra andare per il meglio, è diventato famoso. Ma poi, tutto si dissolve…
E ora, lì nella bettola, si è dovuto scontrare con due ceffi che lo inseguono insieme a Lena e che scopriranno dove si nasconde. Allora ancora fuga verso la sua vecchia casa nel South Jersey con i due fratelli Clifton e Turley a rivelare le loro nefandezze. Un nuovo fermento dentro di lui, un sospiro di amore che si affaccia, il pensiero fisso di voler salvare la cameriera. Ma è giunto il momento dello scontro finale…
Non c’è bisogno di aggiungere altri particolari. Una storia circolare che ci riporta laggiù, in fondo all’abisso, come nel titolo originario Down There. Inutile ogni sforzo per cambiare il destino. Tutto è segnato. Un classico girato sullo schermo da Francois Truffaut nel 1960 con il titolo Tirez sur le pianiste. E un nodo ci prende alla gola.

L’assassinio del commendatore di Murakami Haruki, Einaudi 2018.
Un pittore senza nome di trentasei anni, un ritrattista che narra la sua storia in prima persona. Lasciato dalla moglie prende la macchina e se ne va. Comincia a vagabondare per l’Hokkaidō ripensando al matrimonio, alla sua vita, fino a quando un vecchio amico gli offre una sistemazione nella casa del vecchio padre Amada Tomohiko, famoso pittore del Giappone. Ed ecco subito qualcosa di misterioso e inquietante. La scoperta di un quadro dello stesso Amada nascosto nello spogliatoio della camera degli ospiti attraverso una botola sul soffitto. Un quadro particolare e indecifrabile, L’assassinio del Commendatore di una violenza inaudita, di uno scontro tra due uomini in duello “con pesanti spade di foggia antica”. Subito gli riporta alla mente il Don Giovanni di Mozart dove viene ucciso, proprio nella scena iniziale, il Commendatore. Un quadro che lo affascina, soprattutto per la presenza di un personaggio “dalla faccia lunga” che sporge la testa da un buco della terra.
Secondo mistero la richiesta di un ritratto da parte di uno strano individuo che abita in una casa bianca sulla collina di fronte. Trattasi del signor Menshiki disposto a pagare una somma sbalorditiva. Perché?…
Terzo mistero una campanella che incomincia a suonare nel cuore della notte, dietro un tempietto sotto un cumulo di pietre. Almeno così sembra. Occorre toglierle ed ecco spuntare davvero la campanella. Ma chi la suonava?…
Ancora fatti strani, indecifrabili: lo sgabello dove si siede per dipingere che si sposta, una voce che gli parla, la campanella portata in casa che suona nella notte, addirittura il Commendatore del dipinto di Amada seduto sul divano di casa… Accanto a tutto questo, ricordi, ricordi e ricordi: la morte della sorella piccola, della moglie di cui è ancora innamorato, l’avventura con una ragazza, la sua claustrofobia. E ancora il dubbio, la paura, la tristezza, il dolore, realtà e irrealtà, reale e surreale, il sogno e l’allucinazione. Racconti nei racconti, riflessioni sul senso della vita insieme a descrizioni accuratissime (per esempio dell’abitazione di Menshiki), al sesso e alle sue amanti, all’erotismo che irrompe forte sulla scena, alla guerra, alla storia con le sue nefandezze compiute sotto il nazismo. Citazioni di libri (improrogabile Sherlock e Holmes) e film, dischi di musica classica a formare un impasto di variegata cultura.
Un libro complesso che scava nel profondo, dove tutto è così strano, così indecifrabile. Come la vita. Sogno o realtà?… Un personaggio, il nostro ritrattista, che piano piano rivela le sue debolezze (forti sono, invece, le donne), omaggio a Francis Scott Fitzgerald e al suo Jay Gatsby, come ci ha fatto sapere lo stesso autore. Un libro che, in fondo, ci sprona a sopravvivere sia ai problemi individuali che a quelli collettivi.

Spiluzzicature

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek Smith, Polillo 2018.
“La sua bocca toccò quella di lui in una fuggevole carezza. Quindi andò via. Iniziò con un bacio. Finì con un delitto.” Siamo a pagina sedici e l’esito è già scritto. O vediamo…L’ispettore Castle dalla testa brizzolata è un uomo robusto, distinto, porta un vecchio impermeabile e una bombetta. Gli arrivano due biglietti per una pièce teatrale con una nota misteriosa “VIENI ALLA FIERA DI PADDINGTON”. Incuriosito chiede all’amico Algy Lawrence, geniale investigatore, di andare con lui. In prima fila assistono alla scena dove la protagonista viene uccisa con un colpo di pistola. Il problema è che muore veramente e l’assassino catturato. Ma sarà quello giusto? Uhm… Troppo facile. Dello stesso autore consiglio L’enigma della stanza impenetrabile, pubblicato sempre dalla Polillo. Classico capolavoro dei delitti impossibili nella classica camera chiusa. Qui ne troviamo addirittura due, ma non preoccupatevi che c’è sempre il giovane Algy a risolvere il mistero.

L’ultimo respiro del drago di Qiu Xialong, Marsilio 2018.
Odierna Shangaj. Ancora un’indagine per l’ispettore capo Chen. Se la deve vedere con un serial killer che uccide persone che sembrano non avere alcun collegamento fra di loro. Sul luogo del delitto una mascherina antismog usata negli ospedali. Come al solito pressioni dall’alto e l’arrivo di un passato amore a mettere fremiti mai sopiti. Con l’aiuto dell’ispettore Yu riuscirà a risolvere il caso offrendoci, tra l’altro, un quadro della continua evoluzione della Cina. Grande cura nel presentare e sviluppare i personaggi con al centro il nostro poetico, ma anche gustoso commensale Chen.

Ho sotto mano L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016. È da un po’ di tempo che mi dedico alla lettura e rilettura dei racconti del grande autore francese. Ovvero di quelli relativi all’Agenzia O con Torrence, Emile, Barbet e Berthe. Racconti gustosi, ironici, esilaranti e qualche punta di sentimentalismo. L’inizio del primo Lo spioncino di Émile promette bene, ma ci ritornerò sopra.

Un giretto tra i miei libri

Le ombre inquiete di Jean-Patrick Manchette, Cargo 2006.
Parto dalla presentazione in seconda di copertina che ci offre il quadro generale del libro “Jean-Patrick Manchette è famoso al grande pubblico come scrittore di noir, ma riversa altrettanta passione e intelligenza – entrambe contagiosissime – quando scrive con piglio “militante” di romanzo poliziesco, noir e letteratura gialla.
Come un protagonista di un suo romanzo, lo vediamo fare delle vere e proprie scorribande tra i generi e le loro evoluzioni, ricostruire le biografie dei padri fondatori e dei maggiori rappresentanti – da Dashiell Hammett a Raymond Chandler, da Ross Macdonald a James Ellroy; smontare con gran divertimento il metodo di indagine di celebri protagonisti come Hercule Poirot o Miss Marple. Per sconfinare infine dai romanzi al cinema, per giocare tra originali, scritture cinematografiche e rifacimenti, di film in film…”.
Gli interventi vanno dal 1976 al 1995, quasi un ventennio di studio e di lavoro di questo grande (più o meno) scrittore. Un lungo affresco della letteratura poliziesca “la grande letteratura morale della nostra epoca”. “Un giallo senza morale è come una zuppa che non ti fa leccare i baffi, è sbobba” insiste Manchette e qui ci sarebbe da aprire una bella discussione. Come in moltissimi altri punti del libro, perché l’autore non si limita a osservare e indagare ma partecipa in prima persona e dice la sua senza tanti tentennamenti di sorta. Sui libri, sugli autori, sull’editoria in generale. Sul cambiamento dei tempi “Il giallo dell’epoca d’oro era il lamento della creatura oppressa e il cuore di un mondo senza cuore. Adesso la creatura oppressa non si lamenta più, incendia i commissari e gambizza gli uomini di Stato”. E, con una rara onestà che lo contraddistingue, ritorna talora sui propri passi, rivede le sue posizioni. Per esempio, su Ross Macdonald prima criticato e poi rivalutato (pag.166/68). E parlando di John MacDonald celebra la grande arte dell’“artigiano” perché “a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro”. La grande arte dell’artigiano che cura con passione i più piccoli particolari e rende sempre diverso il solito disegno. E così via con altri innumerevoli interventi che fanno discutere e riflettere.
Da leggere.

Le orme di Satana di Norman Berrow, shake edizioni 2010.
Piccolo villaggio inglese. Si parte con Jake Popplewell che sta parlando con il nipote Gregory Cushing “giovanotto altissimo e magro sulla trentina”, tutti e due lasciati dalla moglie (quella di Gregory si è addirittura suicidata) ed elogiando la bellezza della vita libera (dalle mogli, appunto). Colto (conosce Bacone, declama Shakespeare, cita l’“Ecclesiaste”), quando è ubriaco viene preso da una paura terribile della Dama Blu impiccata in passato ad un albero perché cacciava di frodo.
Tema il delitto impossibile e bizzarro. Strane orme nella neve di zoccoli che sembrano saltellare, si dirigono verso varie case, saltano su una siepe, scavalcano un muro, salgono su un tetto. Seguono addirittura quelle di un uomo, Mason (tipo losco), trovato impiccato a un albero. Arriva la polizia nelle persone del sovrintendente Blackler, dell’ispettore Lancelot Carolus Smith e del sergente Poynter. Incredulità, possibili spiegazioni (gruppi di animali, animale ignoto, Boomer l’asino di Jake, entità soprannaturale), raccapriccio. Addirittura opera del diavolo o della Dama Blu con Lancelot a ricercare logiche umane e la signorina Emmy Forbes a scagliarsi contro la scienza (secondo lei anche un fantasma può uccidere).
Per l’ispettore tutte le spiegazioni possono andare bene “Però è quel cadavere alla fine del fenomeno paranormale che mi rimane sul gozzo. Un cadavere è un fenomeno decisamente fisico”. Se poi i fenomeni sono due con l’arrivo di un’altra vittima e sempre quelle maledette orme della Cosa a seguirla, allora la faccenda si fa ancora più seria e misteriosa.
Lancelot è tormentato da dubbi, pensa, riflette… fino a quando “per la barba del Plantageneto, poteva anche dargli un nome!”. Riunione finale alla sede di polizia, spiegazione delle impronte (prendete un caffè forte per stare attenti e non perdere il filo…) e smascheramento dell’assassino.
Scrittore un po’ brigantello questo Berrow per sviare l’attenzione dei lettori. Per esempio a pagina… ma è meglio che lo scopriate da voi.
Personaggi ben caratterizzati (formidabile la figura di Jake all’inizio), lettura piacevole, buona l’atmosfera di inquietudine e mistero con queste orme diaboliche che saltano da tutte le parti e offrono il destro per una bella discussione sulla scienza e su tutto ciò che non è logico e comprensibile.

Le ossa, nel giallo (inteso in senso lato) vanno di moda. Si trovano dappertutto. Perfino nei titoli. Ne cito alcuni tanto per dare un’idea: Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver, La città delle ossa di Michael Connolly, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney, Carne e ossa e Ossario di Kathy Reichs, Ossa nel deserto di Sergio Gonzales Rodriguez, Scritto nelle ossa di Simon Beckett, Uomini e ossa di Bass-Jefferson, L’angelo delle ossa di John Connolly e perfino Le ossa di Dio di Leonardo Gori e così via.
Non poteva mancare all’appello Le ossa del diavolo di Kathy Reichs, Rizzoli 2008, che con questa parte del corpo umano c’è di casa e di bottega.
“Si dice che il Diavolo sia nei dettagli. E nessuno è più sensibile ai dettagli di Tempe Brennan, che per mestiere studia le ossa dei morti a caccia di particolari rivelatori: dell’età, del sesso, della fisionomia di una vittima, dell’epoca e delle cause di una morte. Quando tracce di un macabro rito pagano affiorano nello scantinato di una casa in corso di ristrutturazione a Charlotte, North Carolina, Tempe è chiamata a dare il suo contributo alle indagini. C’è il teschio di una ragazza di colore, tra i resti che deve interpretare per provare a capire cosa sia accaduto in quel luogo impregnato di mistero e orrore. Ma prima che il lavoro di Tempe possa dirsi concluso, il fiume Wylie restituisce il corpo decapitato di un ragazzo sul cui petto sono stati incisi simboli satanici….”.
Inutile dire che giriamo intorno a riti, sette e religioni varie come il satanismo, il vudù, la santerìa, la wicca e così via. Indiziato il santero Cuervo, una specie di guaritore, naturalmente trovato morto ammazzato e Asa Finney considerato uno stregone (da ragazzo ha rubato delle ossa al cimitero). E c’è Boyce Lingo, “un commissario con ambizioni politiche” che tuona contro questi depravati della società. A dargli manforte i detective Skinny Slidell ed Eddie Rinaldi (uno dei due fa una brutta fine e lascia degli appunti “misteriosi”).
Non manca il lato personale della faccenda con la figlia Katy (laurea in psicologia e prolungamento genetico di suo padre) che cerca di appiopparle un compagno di nome Charlie Hunt, vecchia conoscenza di scuola con “il fascino di un divo del cinema”. È stata lasciata dal bel Ryan e ricordiamoci che è divisa dal marito Pete allacciato teneramente con la nuova Summer, “una fanciulla biondo platino, con seni grandi come palloni da spiaggia” (vista da Tempe). Solito temperamento focoso, viene addirittura sospesa dal suo superiore e rischia pure la pelle. Interessante la descrizione accurata del suo modo di lavorare professionale e scientifico.
Prosa veloce, sciolta con un pizzico di autocompiacimento ed un uso eccessivo (a volte) delle frasettine ine ine che fanno tanto bomboniera. Costruzione non impeccabile (la soluzione mi pare poco credibile) e artificiosa con pistolotto finale sulle cose che non vanno in casa propria (vedi America).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Torna al giallo (e perché no?) Margherita Oggero, premio Bancarella 2016, con La vita è un cicles, Mondadori 2018, ambientato a Torino, con il ritrovamento di un cadavere in un bar. E passa con agilità dall’era della professoressa a quella del neolaureato precario. Eh già, perché il suo orologio del tempo non si è fermato con Camilla Baudino, impeccabile modello di professoressa inizio anni duemila ed esemplare personaggio rappresentativo di una generazione nata negli anni del boom, ma continua a fluire in fretta, quasi un’onda di piena. Con Massimo, venticinque anni e una laurea in Lettere antiche, che per non vivere completamente alla spalle della famiglia, lavora qualche ora la mattina presto all’Acapulco’s, un bar dal nome esotico ma poco frequentato della periferia di Torino e arrotonda scrivendo tesine e tesi di laurea per studenti che hanno altro da fare. Una vita che scorre più o meno normalmente fino a quella gelida mattina d’inverno quando Massimo, all’inizio del turno alle sei del mattino, aprendo la porta sul retro del bar, trova a terra un cadavere con la faccia spappolata… La vita è un cicles è un romanzo veloce, pungente, sfizioso in cui come sempre la sua Torino si ritaglia un ruolo da protagonista: stavolta però soprattutto la Torino delle periferie, della clandestinità, del degrado, della convivenza difficile. Una Torino decisamente lontana dalle eleganti vie del centro, quella descritta da Margherita Oggero. Ma poi sarà un cicles anche questa città con le strade con le buche peggio di Roma, che pare dimenticata dalla politica ma che rappresenta lo stesso un vivace palcoscenico e specchio dei nostri tempi?
Uno sporco lavoro di Bruno Morchio, Garzanti 2018.
Una telefonata di una vecchia amica, ma a Bacci Pagano basta una parola per riconoscere Maria, accettare la sua richiesta e fare la visita di compassione in ospedale. Maria è invecchiata, i suoi fastosi capelli ricci alla Angela Davis, oggi ingrigiti, sembrano spenti, ma gli occhi sono ancora quelli di allora, verdi, penetranti e che sanno di mare. Un lampo, i ricordi condivisi e le lancette dell’orologio che riavvolgono velocemente il nastro del tempo rimandano Bacci Pagano indietro di trent’anni, ad allora, a metà degli anni ottanta. Pieve Ligure: villa incantata, sontuosa ambientazione da albergo a cinque stelle arrampicata sulla scogliera con piscina e discesa a mare per fare il bagno e annessa servitù ad hoc. Il primo incarico di Bacci Pagano come investigatore privato, il primo proposto e preso al volo: fare da guardaspalle a un cosiddetto manager di stato, Rissi, che i media definiscono l’Ingegnere milionario, nuovo ricco rampante, milanese con legami con certa politica, alla giovane moglie e al figlioletto… Ci sono loschi personaggi che a diverse ore del giorno per terra o per mare ruotano attorno agli occupanti della villa. C’è l’intimidatoria passeggiata da parte di uomini armati sul gommone… Non gli resta che affrontare Rissi a viso aperto per cercare di capire cosa succede davvero. Ha accettato l’incarico, sa di dover proteggere lui e la sua famiglia, non si tira indietro, però percepisce il marcio e sa che non può più fidarsi di nessuno. Quella che sembrava la facile impresa di una nuova vita, senza rogne, pochi rischi con un incarico importante e ben pagato, ha trascinato Bacci fra gli sporchi traffici di alleanze sotterranee tra politici e malavitosi in un’Italia, solo coperte dall’intenso sfavillare del benessere economico. Ma ormai è in gioco e deve giocare preparandosi ad affrontare una mortale sorpresa. Una tragedia è là, in agguato. Uno sporco lavoro è la prima nostalgica indagine di Bacci Pagano, il genovesissimo investigatore dei carruggi. Un altro mistero legato al suo passato, forse fitto di rimpianti e pericoli, ma anche di amori, bella musica, magari un bicchiere colmo di nettare, caffè nero e buona cucina. Quanta strada hai fatto, Bacci, per diventare l’irrinunciabile personaggio cult di Bruno Morchio. E quanta ne farai ancora?
In nome dei Medici di Barbara Frale, Newton Compton 2018.
Ben calibrato, interessante, non ne dubitavamo, e contemporaneamente avventuroso e inquietante, con quel piccolo quid di esoterico mistero che non guasta mai, In nome dei Medici, il nuovo romanzo di Barbara Frale che interpreta uno spaccato di vita meno conosciuto del giovane Lorenzo de’ Medici. Un Lorenzo de’ Medici gaudente, incline agli allegri piaceri delle lenzuola, ma con il cuore ancora tenero. Un Lorenzo de’ Medici ventenne, già bravo diplomatico e mercante ma, nonostante gli insegnamenti del nonno Cosimo che l’ha forgiato come suo vero erede morale, non smaliziato a sufficienza da passare completamente indenne tra le trappole, i doppi e tripli sensi, gli astrusi machiavellici politici, le rischiose dietrologie e i continui complotti romani… Mischiando con disinvolta abilità storia e fantasia, Barbara Frale fa una piacevole rivisitazione di una parte del percorso di formazione di colui che i suoi contemporanei fecero conoscere ai posteri come il Magnifico. Un’attendibile e curata ricostruzione delle caratteristiche mentali e fisiche di diversi personaggi reali, tra le quali domina vivace e ben studiata la rappresentazione del potente ed enigmatico cardinale valenzano Rodrigo Borgia che aleggia protettivo sul giovane fiorentino.
Dopo un’anteprima, diciamo una specie di spuntino interpretato dall’autore a BookCity, Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2018, va in libreria il 27 novembre. La prima domanda che si pone il lettore sarà sul titolo: perché è Vuoto questo romanzo, in cui si riparla della ormai stracollaudata squadra di successo, nella vita letteraria e sullo schermo, dei Bastardi di Pizzofalcone? Mi pare, ma correggetemi se sbaglio, di interpretare che Maurizio de Giovanni abbia deciso di servirsi del termine vuoto nel suo più completo figurato significato di mancanza, assenza, carenza, insufficienza, deficienza, lacuna ed omissione. Realtà oggettive che conosceremo, incontreremo e affronteremo tutte nel corso della trama venate come sempre da ansia, struggimento e da un malinconico senso di incertezza e incompletezza.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
Oggi vi presento Le avventure del Corsaro Nero di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
“Era vestito di nero, con abiti raffinati: un mantello, una casacca di seta, pantaloni stretti da una fascia con le frange, un paio di stivali e un cappello grande con una lunga piuma. Aveva il viso pallido e i lineamenti delicati. Lo sguardo era fiero e coraggioso”. Ecco il Corsaro Nero (siamo nel ‘600, a Maracaibo) che vuole giustiziare il capitano Wan Guld perché ha ucciso i suoi due fratelli. Durante il viaggio incontra un veliero sul quale c’è Honorata Willerman, una principessa bellissima: capelli lunghi dorati, un abito di seta e una collana di perle. Se ne innamora ma, dopo un po’ di tempo, farà una scoperta terribile: l’amata è la figlia del suo acerrimo nemico!
Tra tutti i personaggi, certamente quelli più importanti sono Amore e Vendetta. Come andrà a finire?

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2018

Maledetti toscani!
Qualche tempo fa lungo una via di Siena lessi su “Il Vernacoliere” “Topa gratis ai disoccupati, alle disoccupate un cazzo”. Mi venne da sorridere per il doppio senso. Tremendo. Sfacciato. Dissacrante. Seppi in seguito che provocò un casino di proteste. Tipico dei toscani. Di noi toscani. Purtroppo. O per fortuna. Forse…
Fatto sta che mi è venuto voglia di rileggere Maledetti toscani di Curzio Malaparte, Adelphi 2017 (l’edizione più vecchia chissà dove è andata a finire), per rinfrescare le personali nozioni su questa terribile genia alla quale appartengo. Curzio non le manda a dire. Non ce le manda a dire. Siamo sboccati, insolenti, cinici, faziosi, ironici, beceri, rabbiosi, boriosi, rissosi, riottosi e chi più ne ha più ne metta. Capaci di prendere in giro e creare imbarazzo nelle situazioni più tragiche. Di sentirci più intelligenti degli altri, noi, creatori della lingua italiana. Ma anche provvisti di qualche bella virtù a consolarci di certe nefandezze. Ho ripensato a quel mio improvviso, sfacciato, vergognoso ma quasi naturale sorriso ritrovandomi tra quei “maledetti” ormai in via di estinzione. Purtroppo. O per fortuna. Forse…
P.S.
Dimenticavo. Per gli amici giallisti-scacchisti e viceversa sono anche qui (blog davvero interessante).

La morte viene da lontano di Peter Lovesey, Paul Harding e Melville Davisson Post, Mondadori 2018.
Un fantasma per Cribb di Peter Lovesey
Strani furti in casa della signorina Crush e in quella del dottor Probert nella Londra vittoriana. Ovvero un vaso di scarso valore di una collezione costituita da pezzi oltremodo pregiati e una tela, raffigurante una ninfa nuda, di un quadro nascosto sotto un tendaggio ignorato sia dalla moglie che dalla figlia. In entrambe le case si è esibito il giovane medium Peter Brand, già popolare per una seduta spiritica in cui si sono manifestati dei fenomeni inspiegabili che hanno colpito i presenti. E, dunque, potrebbe essere il sospettato. Ad indagare sui furti il sergente Cribb assistito dall’agente Thackeray sotto il controllo dell’ispettore Jowett di Scotland Yard. Durante una successiva seduta in cui Brand deve materializzare uno spirito attraverso un particolare meccanismo, che comporta l’uso dell’energia elettrica da poco introdotta a Londra negli ambienti signorili, il medium morirà praticamente fulminato senza che se ne capisca il motivo.
Un bel mistero per il nostro Cribb. Anche perché le indagini rivelano che tutti i presenti evidenziano un motivo per avercela con il morto, persona assai diversa da quella che poteva sembrare. Così come i vari personaggi hanno qualcosa da nascondere e occultare, stante la maschera del perbenismo imperante in quel periodo storico. E, sempre del periodo vittoriano, sono di moda le sedute spiritiche e l’irrazionalità serpeggiante in una Londra dove grande è il divario tra povertà e ricchezza. Racconto ad andamento lento con accumulo di tensione, resa più leggera, come è già stato notato, da sprazzi di umorismo e dissacrazione.
Occhio ad un oggetto che non c’è e ci deve essere!
Fratello Athelstan: il regno del male di Paul Harding
“Anno del Signore 1380. A Hawkmere Manor sono imprigionati, in attesa di riscatto, gli ufficiali francesi catturati in battaglia dagli inglesi.” La loro esistenza un tormento, soprattutto per Guillame Serriem, capitano della nave da guerra francese Saint Sulpice, catturata al largo di Calais dal cavaliere bavarese Maurice Maltravers. Serriem sta morendo avvelenato mentre ripensa agli ultimi avvenimenti, per poi spirare in un sussulto. Morte importante la sua, carica di inaspettate complicazioni con la Francia che ha siglato una tregua. Occorre smascherare al più presto l’assassino, occorre, cioè, l’intervento del fratello domenicano Athelstan che deve risolvere il classico delitto in una stanza chiusa dall’interno con una sola finestrella stretta. I dubbi e gli assilli non mancano: c’è un traditore tra i francesi? (però hanno cenato insieme sorvegliati dalle guardie, chiacchierato e giocato a scacchi); l’assassino è uno libero di andare e venire dal castello a suo piacimento?; oppure si tratta di un certo sir Walter a cui sono stati uccisi dai francesi la moglie e il figlio?…
Ma i problemi non finiscono qui. Altri morti arriveranno a complicare il quadro, insieme a ombre, inquietudine, pericoli, scontri, colpi di scena e ad un classico amore contrastato (come finirà?). E poi c’è il problema del veleno, di un veleno del tutto sconosciuto che agisce in maniera subdola…
La vicenda si svolge nella Londra di fine Trecento con tutte le caratteristiche del suo tempo. Qualche spunto: per le strade scommettitori di ogni tipo sulla lotta tra animali, orso cieco che danza, malfattori ammanettati, carro di letame che si rovescia, improvviso corteo funebre, gruppo di prostitute con la testa rasata e le parrucche rosse, cani, gatti, maiali, galline dappertutto… Poi ci sono i Joyer che credono ad una seconda venuta di Cristo e i contadini tartassati pronti alla rivolta. Il tutto in netto, vistoso contrasto con l‘opulenza dei ricchi e delle loro abitazioni. Una storia complessa dentro un quadro sociale denso e avvincente, con passaggi oculati da un personaggio all’altro a mantenere viva la tensione narrativa.
La vigna di Nabot di Melville Davisson Post
Virginia ottocentesca. “Elihu Marsh era stato ucciso in casa con un colpo d’arma da fuoco. Era stato trovato disteso sul pavimento, con un buco nel corpo in cui si poteva infilare un pollice.” Accusato il garzone Taylor perché scomparso e ritrovato con un fucile scarico. Durante il processo, presieduto dal giudice Simon Kilrail, avviene un fatto imprevisto. Ovvero la ragazza “che cucinava per Marsh e gli teneva in ordine la casa” e che ora siede tra i testimoni, scoppia in un pianto isterico “urlando una serie di smentite.” Taylor è innocente, la ragazza colpevole. Troppo semplice… Sarà lo zio Abner (chi racconta la storia è il nipote) con incredibile intuito e acuta osservazione a scoprire la verità attraverso tre indizi. Il racconto, tra l’altro, costituisce anche un mirabile esempio di sovranità del popolo nella repubblica americana.
Dalla bella Introduzione di Mauro Boncompagni “Forse sembrerà esagerato dire che il futuro del giallo sta nel passato, ma è ormai da un pezzo che il period novel si è imposto come una delle tendenze creative del mystery e più seguite dal pubblico, non solo qui da noi…”
E in questo libro troviamo, come abbiamo visto, tre splendidi esempi perfettamente ambientati nella Londra vittoriana, alla fine del XIV secolo e nella Virginia ottocentesca.
Buona lettura.

Orme sulla sabbia di J.J. Connington, Mondadori 2018.
Si parte con Paul Fordingbridge e la sorella Julia in discussione sull’affitto di una tenuta, la grande villa di Foxhills, per procura del nipote Darius che non si fa vedere da tempo (in seguito sarà spiegata la sua storia). Julia afferma di averlo incontrato e riconosciuto, anche se “orribilmente sfigurato” e con la voce “fioca e velata”. Il fratello non ci crede. E subito arriva una telefonata del dottore che annuncia la morte di Peter Hay, domestico e custode della suddetta villa.
Poi si passa a sir Clinton Driffild che “era un acuto e minuzioso osservatore, pur non avendone l’aria, e catalogava accuratamente nella propria memoria le cose e i fatti che più l’avevano colpito, ricordandoli poi a lungo con grande chiarezza.” Sta giocando a golf con l’amico Wendover e Simon Fleetwood, marito di Christine, nipote di Paul. Secondo lei non ha l’aspetto e l’aria di un sovrintendente di polizia e nemmeno di un investigatore come lo è stato in passato. L’ispettore Armadale chiede il suo aiuto per la morte di Peter che, secondo il medico, non è chiara. Clinton accetta ad una condizione, ovvero che Wendover, appassionato di romanzi polizieschi, partecipi alle indagini. Il custode, rinvenuto bocconi a terra davanti alla porta della sua casetta, sembra morto per un colpo apoplettico (soffriva di ipertensione arteriosa), ma c’è qualcosa di poco chiaro: presenta degli strani segni, dei solchi sottili sui polsi. E verranno rilevati altri alle caviglie Perché? Morte naturale o, addirittura, assassinio?…
Iniziano le prime considerazioni di Wendover, di Armadale e Clinton dopo l’esame del corpo e della sua abitazione. Considerazioni accurate, circostanziate, deduttive che portano alle prime conclusioni, tenendo presente alcuni fatti: delle caramelle con un profumo particolare, un sacco abbandonato nel salotto della villa con oggetti d’argento, i volumi del diario del nipote spariti dal suo studio. Un caso complesso “Credo che ci sia sotto ben altro rispetto a quanto non appaia a prima vista” commenta Clinton.
Ed ecco l’arrivo di un altro cadavere, questa volta sulla spiaggia con diverse orme intorno, anche quelle di una donna. Continuano i dubbi, gli assilli, le supposizioni dei tre indagatori con Clinton che guida la danza attraverso decisioni spesso indecifrabili per gli altri e Armadale a fare brutta figura (Wendover proprio non lo sopporta). Altri avvenimenti si susseguono: un ferito, un personaggio che scompare mentre continua l’indagine tra golf e bridge e anche qualche passo di danza. Non manca la frecciatina sui delitti nei libri dove le cose sono ben diverse dalla realtà “Il delinquente vero è spesso uno sciocco che non vede un palo più in là del suo naso e non sa guardarsi dalle conseguenze delle proprie azioni. Oppure, anche essendo intelligente, al momento buono perde la testa e non sa più quel che combina.” Storie del passato che si intrecciano con il presente, un caso di bigamia involontaria, di mezzo la famiglia Fordinbridge, altra fuga, rapimento e finale assai movimentato con inseguimento e sparatoria. Poi il solito sir Clinton, che ha capito tutto, spiattella la soluzione piuttosto complessa con almeno un punto ancora da chiarire.

Il morto piovuto dal cielo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Gli sposini del 1° dicembre (Les mariés du 1er décembre), Il morto piovuto dal cielo (Le mort tombé du ciel), L’avventura galante dell’olandese (La bonne fortune du Hollandais) e Il passeggero e il suo guardaspalle negro (Le passager et son nègre) apparvero nella collana “PoliceRoman” tra il 1939 e il 1940 e furono poi raccolti in volume nel 1943. Quando, nel giugno 1938, Simenon rifiuta di rispondere alle domande di una giornalista sul romanzo poliziesco, affermando che ormai l’argomento lo riguarda quanto la vendita degli idrocarburi, non dice tutta la verità. Se è vero infatti che da cinque anni lo scrittore è entrato a far parte della scuderia Gallimard, e pubblicato alcuni dei suoi romanzi migliori, è anche vero che per tutto il mese di maggio ha scritto al ritmo di uno al giorno proprio racconti polizieschi, tra i quali le inchieste di un esuberante medico.”
Gli sposini del 1° dicembre
Il dottor Jean Dollent, ovvero “il dottor Jean” o “il dottorino”, come viene chiamato dai suoi pazienti, arriva a Boulogne dove lo aspetta l’amico Philippe Lourtie sconvolto da una serie di lettere che mettono in cattiva luce Madeleine, la sposa novella. Sembra, infatti, che la mogliettina non sia proprio affidabile ed abbia, invece, una doppia vita… È stata addirittura fotografata in diversi posti sconvenienti. Vuole che Jean lo aiuti. Ed eccoci di fronte a Madeleine “di una bellezza non vistosa, ma attraente, anzi seducente, di una seduzione sottile.” Mmm… Jean ha i nervi a fior di pelle, gli sorge un dubbio “Certo, qualche piccolo mistero l’ho risolto! Ma chissà che non sia un caso… Chissà se ritroverò l’ispirazione…” La ritroverà? Anche perché intorno a lui ci saranno una serie di personaggi “particolari” che sembrano mentire. E il tempo, siamo alla vigilia di Natale, è proprio da cani.
Il morto piovuto dal cielo
Il morto piovuto dal cielo si trova a Dion nell’orto del castello di una ricca famiglia, i Vauquelin-Radot che vi abitano per molti mesi all’anno. Ovvero del tutto sconosciuto agli abitanti del luogo. Non lontano da lui un grosso coltello sporco di sangue che è schizzato anche sul muro. Nel portafogli un messaggio composto di lettere ritagliate da un giornale “Lunedì alle nove, nel posto stabilito. Discrezione e segretezza.” Ma la signorina Martine, graziosa e raffinata, crede che sia suo padre Marcel e che lo zio Robert lo abbiano fatto uccidere. Il nostro dottorino è chiamato a risolvere il caso. Una storia di pazzia (Marcel era stato rinchiuso nel manicomio di Dakar), di paletti, di una buca e un metro srotolato nel giardino, di lettere particolari. Un vero scontro tra Jean e il pomposo Robert. Ma c’è qualcosa di strano…
L’avventura galante dell’olandese
Questa volta il nostro dottorino di Marsilly si trova davanti ad un caso assai diverso da quelli già risolti. Invitato addirittura da Lucas, ispettore al Quai des Orfèvres che conosce il suo talento. Tra l’altro è a Parigi oppresso dalla sua atmosfera: “Per la prima volta si sentiva una creatura minuscola persa nel vasto mondo.” Qui, in un albergo, è stata uccisa la ballerina ungherese di night club Lydia Nielsen colpita alla testa con violenza inaudita. Si era appartata con un certo Kees Van der Donck che, racconta, l’aveva lasciata ma era ritornato per riprendersi il portafoglio, trovandola sul letto uccisa e vestita di tutto punto… Perché? Caso particolare, dicevo, dove Jean verrà addirittura ammanettato! Una lotta all’ultima cellula grigia tra lui e Lucas per vedere chi arriva per primo alla soluzione.
Il passeggero e il suo guardaspalle negro
Un delitto sulla nave Martinique. Il defunto forzato è Cairol, detto Popaul, un “tagliatore d’alberi” ricco e dilapidatore scortato da un negro bantu a cui aveva affibbiato per scherzo il nome di Victor Hugo, ora scomparso. Se la faceva con diverse ragazze fra cui la signorina Lardilier che pare sia l’assassina, essendo stata trovata con la pistola fumante in mano. Ma c’è qualcosa che non quadra, altri possibili indiziati e un importantissimo portafoglio piatto sparito…
Simenon si diverte un mondo a stuzzicare Jean, il suo personaggio principale, tra gli altri svirgolettati magistralmente in pochi tratti, “un giovanottino magro e nervoso, che non dimostrava neanche trent’anni e vestiva con una trascuratezza poco decorosa”. Scolpito in svariate sfaccettature: attento, preciso, educato, ora gioioso e, addirittura, ciarliero, ora abbacchiato e docile ma anche capace di un piglio sicuro, spesso in colloquio dubbioso con se stesso (ormai una celebrità nazionale deve, per forza, risolvere i casi), tra sigari, bicchieri di birra e whisky nelle situazioni e negli ambienti più diversi dove basta un tocco per creare la giusta atmosfera. Oltre ai morti ammazzati c’è sorriso e allegria di vita in questi racconti. Allegria di scrittura.

Rione Serra Venerdì di Mariolina Venezia, Einaudi 2018.
Su Come piante tra i sassi della medesima, Einaudi 2009, avevo scritto “La trama interessa fino a un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.” E così mi ero dilungato nella recensione su questo davvero simpatico e riuscito personaggio.
O vediamo la sua evoluzione nel nuovo libro alle prese con l’assassinio di Stella Pisicchio, classe 1962, trovata morta strangolata nel suo letto. Intanto aggiungiamo altri particolari: la quinta di reggiseno, il naso a patata e che, (udite udite!), durante la funzione religiosa indossa la maglietta di Minnie, suscitando i mormorii dei presenti fra cui la disperazione della citata suocera distrutta dal pensiero di come “il figlio se l’era sposata, una cozzara così…” Poi la sua famiglia composta da Valentina, quindici anni, che si comporta come una settantenne insieme al fidanzato compagno di scuola stravaccati sul divano, e il marito Pietro ormai rassegnato ma a letto niente male, che ci dà che ci dà.
Veniamo al dunque. Di mezzo c’è il sesso sadomaso praticato, sembra, dalla morta, studentessa liceale nella stessa classe di Imma, se non l’ho ancora detto. Dunque ricordi e ricordi che si affollano e avvicendano nella mente e nell’animo di Imma durante tutta l’inchiesta. Stella rivista timida, impacciata e, improvvisamente, con una luce diversa negli occhi. Perché? Cosa le era successo? E perché sparisce un ragazzino che abitava nel suo stesso palazzo? E che c’entrano le Emozioni di Battisti? Indagine condotta insieme al bel maresciallo Calogiuri che sta cambiando e gli altri personaggi a fare da comprimari per mettere in rilievo il carattere vulcanico della Nostra.
Continuando la lettura saremo scaraventati nel mondo delle chat, tra lastre fotografiche, voluminosi faldoni da scartabellare, nobili decaduti e tipiche figure del luogo rese più vive e concrete attraverso il dialetto, tra grotte preistoriche e villaggi abbandonati. Di una Basilicata lunatica, d’inverno “ingrugnita e malinconica”, poi, d’un tratto, “soave e ridente” e, infine, “gialla e arsa come l’inferno.” Di una Basilicata che può nascondere gli impulsi più feroci.
E allora, come avevo scritto nella precedente recensione, ecco il sostituto procuratore Imma Tataranni piantarsi al centro della scena, in continuo movimento esterno e interno. Anche in cucina tra peperoni fritti con le olive, lampascioni, melanzane e carciofini, soppressata, insalata di arance e finocchi, il tiramisù. In contrasto con tutti, pure con il cambiato Calogiuri, niente più remissivo (“Chi ti credi di essere?”) che prelude, forse, a qualcosa di nuovo. O stai a vedere che…
Una piacevole lettura, frizzante e ironica.

Un giretto tra i miei libri

Le incredibili disavventure di un autentico cacasotto di Manuel Manzano, Kowalski 2009, tra l’altro con una copertina rosso fuoco che sprizza allegria. Siamo a Barcellona. Si parte con Gabriel Saviela, pazzo-cieco, che taglia a pezzi la madre, la bolle e la mescola con il riso; si continua con la storia di Manuel Bun, giornalista addetto alla stesura di cruciverba innamorato fradicio di Emma (lo lascia e poi lo riprende); si procede con le indagini di Boris Beria Fuensanta, soprannominato il Russo, viceispettore della Omicidi, coadiuvato dall’aiutante Nicodemo disposto a tutto “purché questi continuasse a portarlo a puttane una volta al mese”.
Accanto alle tre storie principali un affastellamento di altre storie personali tratte dal passato infilzate una dietro l’altra. Tutte strane, incredibili, impossibili, un coacervo dell’assurdo, del ridicolo, del grottesco, dell’esasperato. Ora la trovata è divertente, ora invece, proprio per voler cercare a tutti i costi l’effetto esilarante, diventa sciapa e noiosetta. Il tentativo continuo ed assillante di far ridere finisce, dunque, per sortire spesso l’effetto contrario.

In questi ultimi tempi ho letto tanti racconti. Cito a braccio le antologie Crimini, Porco Killer, Anime nere (a mio avviso la migliore), Tutto il nero dell’Italia, La legge dei figli, Giallo Natale e via dicendo. Non potevo lasciarmi sfuggire Le ombre della città, a cura di Marcello Fois, Alberto Perdisa 2008, una raccolta di sedici racconti (se ho contato bene) firmati da autori di grande prestigio come la Montanari, Lucarelli, Macchiavelli e Varesi, tanto per ricordare i più noti. Ma gli altri non sono da meno. Storie di tutti i giorni. Vere. Reali. O comunque possibili. Come “Il portaritratti” di Luigi Bernardi. Una sorpresa amara per chi racconta la fine della sua vita. Il ritratto della famiglia, moglie e figlio, trovato nell’ufficio di una banca. Il loro suicidio. Il suo lasciarsi andare fino alla morte. La registrazione del racconto stesso. La realtà sociale che si introduce quasi di soppiatto in questa realtà individuale. Un albanese e un turco senza il permesso di soggiorno. Un rumeno ricercato per reati contro il patrimonio, un polacco che si è fregato il walkman del morto. Uno stile asciutto, secco, essenziale. Tristemente monotono.
Ora racconti brevi, brevissimi dove si lascia intuire la fine spesso inaspettata e talvolta liberatoria (vedi il padre padrone della Montanari), ora racconti di più ampio respiro, nudi e crudi o sorretti da una leggera e allegra ironia. Un miscuglio di temi e di stili interessante. Lotte di mala, disastri ambientali, insabbiamenti, riciclaggio abusivo, corruzione, attentati, pestaggi di neri e così via. E poi matrimoni falliti con accoltellamenti, teste rotte, ossa segate, e l’innamorato con in mano un mazzo di rose rosse e il rasoio a manico pronto nella tasca della giacca, Ecco se c’è una cosa che accomuna diversi racconti è questo inserirsi delle problematiche sociali in quelle individuali. O viceversa. Ma il risultato non cambia. C’è merda dappertutto.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Prima un corpo senza testa, poi una testa senza corpo: due diversi delitti, che si scoprirà essere collegati tra loro, sono il fulcro di Peccato mortale, Einaudi 2018, ultimo romanzo dedicato al commissario De Luca, il protagonista cult della serie di gialli che Carlo Lucarelli ha ambientato nell’era fascista e nel dopoguerra. Ma se con Intrigo italiano eravamo arrivati fino agli anni ’50, stavolta si torna diritti agli anni ’40. Peccato mortale si svolge infatti tra luglio e settembre del 1943. E la fase più drammatica della vicenda avverrà tra il 25 luglio e l’8 settembre, cioè tra l’annuncio della caduta di Mussolini e la firma dell’armistizio. L’Italia, l’Emilia tutta, e Bologna in particolare, stanno vivendo il periodo più buio e sanguinario dell’era fascista, gli alleati attaccano la penisola e colpiscono duramente case, beni e affetti degli italiani. È un periodo incerto, inquietante, allucinato. Una bella mattina d’estate l’Italia si era svegliata senza più il fascismo e pochi giorni dopo aveva i tedeschi in casa a fare da padroni. E, nel caos che accompagna quei terribili momenti, De Luca, il commissario non laureato in virtù di una legge del ‘38, l’enfant prodige della polizia criminale di Bologna, si troverà implicato in un’indagine su un corpo senza testa… Una brillante carriera, ma con gli occhi foderati di prosciutto, e in questo Peccato mortale tutto viene a galla, pare persino ritorcerglisi contro. Ma il commissario De Luca è così, lui non si tira indietro, è un animale da caccia, un mastino che deve andare fino in fondo qualunque siano le circostanze. E dunque fare giustizia è insito nella sua natura. Il caso va risolto. Sempre. Anche a costo di dover accettare il compromesso.

Il giorno perfetto per un delitto di Barbara Sessini, Newton Compton 2018.
Nel prologo fulminante, ambientato nella splendida costa della Sardegna non lontana da Cagliari, Barbara Sessini, giornalista nata a Iglesias che da più di dieci anni vive e lavora a Torino, fa ricomparire nella sua nuova trama diversi protagonisti del suo precedente Un posto tranquillo per un delitto. Ritroviamo infatti il commissario Franco Diana, sardo ma piemontese di elezione, ormai arrivato all’onorata pensione e, come ogni anno, in vacanza nella bella cittadina insulare di Alarcò, la figlia Vera, i suoi amici nordici, l’attore Luca Ponte, Ada Ponsat sorella della vittima del giallo precedente, il giornalista Diego Meini e sulla trama aleggia la presenza telefonica ma puntuale del successore di Diana, Stefano Rossini, e della giornalista Lorella Ciccarelli. A far numero con loro si aggiunge stavolta l’amica di infanzia Vera, la sarda Ines Salis, la cui madre gestisce un rinomato bar nei pressi della cattedrale, e il fidanzato di Vera, di madre senegalese e di passaporto francese, Oscar Berti, che con lei vive e lavora a Londra.
“Ciò che più voglio è anche ciò che più temo. Forse è per questo che scelgo sempre la strada più lunga per arrivare a destinazione. Forse è per questo che raramente mi sento così”.
Il diario della violinista Ines Salis si conclude così. Lei è molto brava, ha girato il mondo, ma è in crisi dopo aver rotto i ponti con il suo manager che non la lascia tranquilla. Chi ha sparato il proiettile che l’ha colpita al volto nella sua città, a poche centinaia di metri da casa?

Arriva La paura nell’anima, Frassinelli 2018, portando con sé un’altra avventura di Soneri, complice di indagini a sfumature giallo noir di Valerio Varesi e, come sempre, accorto paravento di precise denunce sociali. Un’avventura che stavolta si avvolge soprattutto di ricordi e di parole che affondano radici nella suggestiva e malinconica tradizionale memoria parmigiana. Memoria che comincia ad arrampicarsi sulle burbere pendici appenniniche e si cala nei profondi misteri del subconscio che fanno scattare la molla di paure ancestrali, le più di origine pagana. Con La paura nell’anima il commissario Soneri indaga l’attuale età della perenne incertezza, dell’insicurezza, della profonda angoscia, forse provocata dal non saper riconoscere i propri nemici. Scava nella psicologia sociale, in quella indagine scientifica che ci spiega come pensieri, sentimenti e comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita degli altri. La vicenda reale alla quale Varesi si richiama è la lunga caccia all’inafferrabile bandito Igor, il killer di Budrio, soprannominato Ezechiele, che diventa in questo romanzo uno spauracchio per le allodole, causa incidentale e occasione per sviscerare e approfondire un percorso tra le inquietudini che agitano disordinatamente l’Italia.

Un atteso ritorno in scena di Valeria Montaldi che con Il pane del diavolo, Piemme 2018, rinnova la felice sperimentazione del suo settimo romanzo, La Randagia, in cui l’azione si snoda correndo in parallelo in due epoche diverse, divise da ben seicento anni. Stavolta, a collegare e intrecciare tra loro nel tempo le due storie noir, sarà un ricettario, un raro e antico manoscritto, in un misterioso gioco di specchi fra passato e presente.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
Oggi vi presento Moby Dick, la balena bianca di Geronimo Stilton, Piemme 2014.
Volete conoscere un personaggio duro e maligno? Bene, questo libro fa per voi. Ve lo presento: è Achab, il capitano della nave Pequod, un uomo imponente con una cicatrice sulla guancia sinistra, occhi scuri e minacciosi ma, soprattutto, una gamba di legno, perché la sua è stata portata via dalla grande balena bianca Moby Dick. Scoprirete che è accompagnato da Ismaele, un ragazzo gentile dal cuore grande che ha fatto amicizia con gli altri marinai. Il momento più importante del libro sarà lo scontro tra Achab, che si vuole vendicare, e Moby Dick. Insomma lo scontro tra l’uomo e la bestia. Chi vincerà?…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2018

Ha senso scrivere qualcosa sui gialletti?
Mi stavo chiedendo che senso ha scrivere qualcosa sui gialletti quando tutto intorno c’è un grande fermento, una grande confusione. La flat tax, la Fornero, il reddito di cittadinanza, la manina invisibile, lo spread che sale, il ponte che crolla, le scuole che crollano, il problema degli immigrati, i furbetti del cartellino, i furbetti delle tasse che non pagano le tasse, le mazzette, i falsi invalidi, le false lauree, gli annunci strepitosi, la realtà disarmante, i sorrisetti di superiorità nei talk show televisivi… Forse dovrei fare qualcosa. Non so, partecipare alle discussioni, dire la mia, messaggiare su facebook, postare foto su instagram. Infilarmi, in qualche modo, nel marasma micidiale del web, tra fake news, urla, insulti, minacce, botte da orbi, pedate nel culo, ginocchiate nelle palle e accidenti vari.
Uhm…Meglio scrivere qualcosa sui gialletti. Parto da…

La signora Hudson e la maledizione degli spiriti di Martin Davies, Mondadori 2018.
“Fu Sgraggs, il garzone del fruttivendolo, che mosso a compassione dalle condizioni disagiate e dallo stato mentale in cui versavo mi presentò la persona che avrebbe trasformato la mia vita.” Chi narra la storia è Flotsam (Flottie), una ragazzina orfana di dodici anni che è riuscita a fuggire dalle angherie di Fogarty, il maggiordomo della casa dei Fitgerald. Ora, per opera di Sgraggs, farà la conoscenza della corpulenta e decisa signora Hudson che diventerà, in seguito, governante del duo Holmes-Watson portandosi dietro, come aiutante, la piccola ragazza.
Andiamo al sodo. Uno strano messaggio, scritto con inchiostro scarlatto e accompagnato da un sottile pugnale d’argento, è arrivato nella casa dei nostri. Seguito da uno strano cliente con una sua storia altrettanto particolare. Ovvero il commerciante Nathaniel Moran che si trova “afflitto dalla più antiscientifica e superstiziosa delle preoccupazioni.”
Ha fatto fortuna a Sumatra con la Compagnia commerciale che operava a Port Mary. Solo che la sua presenza, insieme a quella del servitore Penge e dei soci Neale e Carruthers, ha offeso, secondo il sommo sacerdote che gli ha fatto visita, gli spiriti maligni dell’isola. Prima o poi moriranno per opera del suo coltello guidato dalla mano di uno spirito. Già Penge è stato ritrovato ucciso con le orbite vuote e, mentre lui era in preda alla febbre, i due soci sono ritornati a Londra. Chiede aiuto per capire questi fatti avvolti da malefici e tenebrose leggende.
Il dado è tratto. Al lavoro Watson e Holmes con le sue impareggiabili deduzioni che lasciano a bocca aperta. Criticate, però, in parte, dalla signora Hudson che qui rivestirà un ruolo importante con le “sue” deduzioni, specialmente su ciò che attiene al “suo” regno, ovvero quello della cucina. Rivolgendosi al famoso duo “Come governante di professione, posso solo restare seduta a meravigliarmi della vostra ricerca sistematica di prove scientifiche. Ma, quanto alle faccende domestiche, ho accumulato anni di esperienza: perciò non deve stupirvi che, in cucina, io riesca a vedere cose precluse alla vostra attenzione di visitatori.” Per esempio sul forno e su un soufflé al formaggio piuttosto sospetti…
Un plot complesso di superstizione, mistero, razionalità e irrazionalità ben amalgamato e ambientato in una Londra vittoriana dalla spessa nebbia e dalle evidenti disuguaglianze sociali dove i più deboli subiscono mostruose angherie. Deduzioni, già detto, dubbi, domande su domande (perché Fogarty è interessato al racconto di Moran? Questo Moran è del tutto credibile?…), ma anche azione, movimento, travestimenti, corse notturne in carrozza, colpi a sorpresa, momenti di paura e pericolo, morti uccisi che sembrano avvalorare la maledizione del sommo sacerdote per lo spuntare di serpenti velenosi e ratti giganti.
Al centro, questa volta, la signora Hudson (ma anche Flottie si dà da fare) che, come scrive il nostro Luigi Pachì nel suo “Focus sulla governante di Baker Street”, “… è in ogni caso il fiore all’occhiello dell’opera, un personaggio di landlady che, grazie ai suoi anni di esperienza in famiglia, sa interpretare al meglio il comportamento umano e che per certi versi potrebbe ricordare perfino la Jane Marple di Agatha Christie.” Uno, fra i vari buoni motivi, per leggere il libro.

La sfinge dormiente di John Dickson Carr, Mondadori 2018.
Il nostro Gideon Fell arriva con la sua incredibile stazza a pagina novantotto “Scese con aria maestosa appoggiandosi a due bastoni, il corpo enorme avvolto in un mantello. In una mano, oltre al bastone, stringeva anche un cappello nero a larghe tese…” Aggiungo, per sintetizzare: un ciuffo ribelle di capelli grigi, un faccione rosso con tre menti, un naso piccolissimo, due baffoni da bandito e un paio di occhiali con un nastro nero alle estremità. Se poi si passa alla risata allora aspettatevi una specie di ruggito o boato da terremoto. La sua è una visita ufficiale per conto del sovrintendente Madden della polizia del Wiltshire in relazione alla morte della signora Marsh.
Ma andiamo per ordine. Siamo in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Qui ritorna, dopo sette anni di lontananza, il giovane, ex membro dell’Intelligence, Donald Holden (ha catturato un pericoloso criminale nazista). E ora scopre di essere ritenuto morto… Panico e angoscia.
Divenuto ricco grazie ad una eredità, è alla ricerca di Celia Devereux, la giovane donna di cui era ed è ancora innamorato corrisposto, la quale si trova in preda, però, ad un vero e proprio incubo. Alcuni mesi prima sua sorella Margot è stata trovata morta per una emorragia cerebrale, ma Celia non crede a questo impossibile evento per una donna in piena salute. È sicura, invece, che sia stata avvelenata dal marito Thorley Marsh, vecchio amico di Donald, uomo violento tanto da picchiarla e tradirla con la giovanissima Doris Locke. Ma nessuno le crede e tutti la ritengono pazza. Ad eccezione di Holden.
Ed ecco allora, sollecitato da lei stessa, l’arrivo del nostro inimitabile dottor Fell (modellato sulle sembianze di Chesterton, ammiratissimo dall’autore) che incomincia la sua strabiliante indagine dentro un’atmosfera di paura, di panico, di fatti inspiegabili che pongono una serie di angosciose domande: Celia è veramente pazza?; come si spiega lo spostamento delle pesantissime bare nella tomba sigillata della famiglia Devereux?; come ha fatto a trovarsi lì anche una boccetta di veleno?; ci sono dei fantasmi che girano in quei luoghi?; Margot aveva pure lei un amante?; cosa centra un anello d’oro con il sigillo di una sfinge dormiente?…
Intanto Celia viene accusata dell’omicidio della sorella e, dunque, un caso intricato, intricatissimo, intriso di sovrannaturale, dove è difficile stabilire uno spartiacque sicuro tra menzogna e verità. Questo fa impazzire il giovane Holden tutto teso alla ricerca della soluzione, mentre il nostro Fell sembra già averla in tasca, rendendolo ancora più agitato.
E noi lettori siamo lì, a bocca spalancata, pronti ad ascoltare le incredibili deduzioni, talora paradossali del mastodontico criminologo che scioglierà i complessi enigmi ad uno ad uno. Ogni tanto, grugnendo e tuonando “Arconti di Atene!”

Rosso Barocco di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2018.
Roma. Estate e caldo boia. “MI SALÍ ADDOSSO L’IMPAZIENZA”, parole nere sul bianco della cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, architetto barocco “rivale” di Bernini. Praticamente le sue ultime parole prima del suicidio. Poi l’omicidio di una donna sgozzata da tergo come sant’Agnese in piazza Navona.
Ecco pronto un bel po’ di lavoro per il mastodontico e brusco ispettore Ceratti, l’agente scelto Antonio Cammarata, il libraio Ettore Misericordia, detective dilettante, e il suo fido assistente Fango che narra la storia. Intanto l’uccisa è Silvia Poppi, venticinque anni, residente a Firenze e studentessa fuori sede alla facoltà di Architettura a Roma. Occorre trovare qualcuno che la conosca, ovvero l’amica Francesca Conti dalla quale si apprende che stava finendo la sua tesi di laurea su Borromini.
Borromini e Bernini. Ancora una volta i due geni del Barocco che si incontrano… E c’è un altro personaggio che conosceva Silvia, l’anziano architetto Evaristo Naldi con il quale conviveva (solo per amicizia), preso da una passione smodata per Gian Lorenzo Bernini. Allora tutto ruota, tutto deve ruotare attorno ai due nomi!
Al centro della scena Misericordia con le sue donne, i suoi libri, le sue sigarettine, il suo nasone, il suo basettone, sprofondato nella poltrona Ettorina insieme a Fango che annota tutto, (praticamente i nuovi Sherlock e Watson) e si dà pure da fare (suo il travestimento come turista e l’impatto con un altro morto ammazzato). Simpatiche battute fra i due e Fango che rimane come ipnotizzato dall’amico “Non riesco ancora a capacitarmi perché ogni volta che il Capo mi coinvolge in qualche assurda missione io accetti di seguirlo senza alcuna riserva.”. Ma una domanda sorge spontanea “La scritta nella cripta e gli omicidi sono collegati fra di loro?”.
Il libro, oltre che il classico giallo, è una immersione culturale nella storia passata e un viaggio nella Roma presente, resa bella e immortale anche dalle opere dei due personaggi seicenteschi analizzati nei minimi particolari (praticamente una breve storia dell’arte). Andando avanti con le indagini arrivano diverse novità: il ragazzo innamorato di Silvia, il nobile decaduto fissato che sotto la libreria di Misericordia ci sia una misteriosa cripta con laboratorio alchemico, la giornalista Cecilia, bella e sexy, amica del detective e appassionata di cronaca nera, la Confraternita dei Berniniani, quattro importanti pergamene, dei numeri che non tornano, un barbone che ha visto qualcosa, un medaglione particolare…mentre scorrono lampi dei flash dei turisti giapponesi e numeri di clown per le strade della Città Eterna.
Spiegazione finale di Misericordia che ricollega tutti i tasselli della vicenda svolta con una scrittura veloce, spigliata, ironica e una serie interminabile di punti esclamativi che un po’ enfatizzano (vedi anche Nero Caravaggio). Il classico gialletto gradevole e simpatico senza troppe pretese e ben allineato al prezzo.

Assassinio all’Étoile du Nord e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2013.
“Nel 1933 Simenon compie trent’anni e decide che è venuto il momento di diventare un vero scrittore. Per far questo, opera due rotture significative: con il personaggio che gli ha dato la fama e con l’editore Fayard che lo ha pubblicato. In giugno termina “Maigret”, il romanzo in cui manda in pensione il commissario. In ottobre firma un contratto con Gaston Gallimard, patron della più prestigiosa casa editrice francese. Ciò nonostante, da Maigret non riesce a staccarsi, e in fondo anche al suo nuovo editore non dispiacerebbe vederlo “resuscitare”, sebbene entrambi sappiano che un ritorno del commissario rischierebbe di interferire con la nuova carriera dello scrittore. Il quale, però, troverà un compromesso soddisfacente, che consisterà nel limitarsi a scrivere dei racconti destinati ad apparire solo su riviste.”
Assassinio all’Étoile du Nord
“Con la cornetta all’orecchio, il commissario non smetteva di osservare quella creatura enigmatica che gli teneva testa con l’inaudita energia di cui solo certe donne sono capaci, e che mentiva come solo le ragazze sanno mentire.” Una lotta aperta tra Maigret (mancano due giorni alla pensione) e Céline, ragazza giovane coinvolta in un omicidio all’Étoile du Nord che si professa prostituta. Ma qualcosa non quadra e questo sarà “forse l’interrogatorio più frustrante” di tutta la sua carriera.
Tempesta sulla Manica
Maigret, ora in pensione, è in vacanza a Dieppe con la moglie in un alberghetto modesto ma non manca, per abitudine, di tenere la sua posa preferita al Quai des Orfèvres: “pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena”. Tutto tranquillo. Sta leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna (sorriso), quando arriva il commissario di polizia della zona “Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?”… “È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue…”. Sospettati gli abitanti della pensione. Volente o nolente Maigret dovrà intervenire. Anche con qualche bicchiere di grog in corpo che gli fa compiere delle azioni di una certa, involontaria comicità…
La signorina Berthe e il suo amante
Una lettera con la quale si chiede aiuto a Maigret. Ha bisogno di lui la signorina Berthe, amante di un certo Albert e convinta che sia invischiato in un colpo durante il quale è stato ucciso un agente della polizia. Anzi, è proprio lui l’assassino, non l’ha mai amata e mira solo ai suoi soldi. Ha paura, anche, che le faccia del male. Maigret accetta, ma sarà vero tutto quello che dice?…
Il notaio di Châteauneuf
“Con la pipa tra i denti e un vecchio cappello di paglia in testa, Maigret trafficava beato in un angolo dell’orto…”. Per poco, che arriva il notaio Motte di Châteauneuf a rompergli le uova nel paniere. E’ un collezionista di bassorilievi e sculture in avorio di notevole valore che spariscono due o tre volte la settimana. Ha bisogno del suo aiuto per scoprire il ladro. In casa tre figlie di cui una innamorata di un pittore spiantato: Emilienne, Armande e Clotilde. Una nuova avventura, anche se la moglie del Nostro scuote la testa…
Al centro dei racconti, come protagonista incorporeo-corporeo, l’Amore nei suoi molteplici risvolti (notare la massiccia presenza femminile) motore delle intricate situazioni e, protagonista bene in carne, il nostro Maigret, ormai tranquillo pensionato in felice rapporto casalingo con la moglie silenziosa e sferruzzante. Tranquillo fino ad un certo punto che l’assassinio è pronto a strapparlo dalla routine quotidiana. Sembra scocciato, ma in fin dei conti si diverte e non si lascia sfuggire i piccoli piaceri della vita, come un boccale portato “alle labbra con un’espressione così ghiotta che avrebbe potuto fare la pubblicità di una marca di birra.”
Inutile ripetere cose già dette e ridette su Simenon. Scrittura pulita, nitida, essenziale, ironica (in certi casi perfino pronta alla parodia), capace di creare una certa atmosfera con sprazzi di vita cittadina, di gente normale che “si accontenta di piccole gioie”, e di far rivivere i personaggi come se fossero tra noi. Non c’è bisogno di tante parole, non c’è bisogno di tanto movimento. Basta un piccolo tocco, basta un particolare e tutto è pronto per la messa in scena come davanti ad un teatro, nell’attesa che si alzi il sipario.
Avanti gli attori!

Un giretto tra i miei libri

Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).
Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.
P.S.
D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.
1) Il leone nemeo
2) L’idra di Lerna
3) La cerva dalle corna d’oro
4) Il cinghiale di Erimanto
5) Le stalle di Augia
6) Gli uccelli stinfali
7) Il toro cretese
8) Le cavalle di Diomede
9) La cintura di Ippolita
10) Il gregge di Gerione
11) I pomi delle Esperidi
12) La cattura di Cerbero.

Le immagini rubate di Manuela Costantini, Mondadori 2014.
“Una donna è stata uccisa. Ma non uccisa e basta: dopo averle trapassato il cuore con una lama lunga e sottile, l’assassino le ha preso lo scalpo, lasciando solo una ciocca a testimoniare la sua macabra impresa. Quando viene disposto il fermo di un fotografo, le cui impronte sono sul luogo del delitto, agli inquirenti sembra di poter inchiodare il colpevole”.
Non per l’avvocato Filippo Dolci il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Sposato felicemente con Lavinia (quasi una novità), amico del commissario Pietro Ciccone, alto, determinato, in relazione d’amore con Federica dopo una serie di incontri sfortunati. Altri personaggi tipici di ogni romanzo poliziesco: il procuratore Giampiero Galiffa, secco come un chiodo, l’ispettore Saverio Tudini “dalla faccia senza espressione” che “riesce a capire le persone con una sola occhiata” e l’ispettore Caterina Barnabè che “cerca, studia, segna e alla fine tira le somme e quasi sempre il risultato è giusto” (coppia perfetta).
Aggiungo l’incontro tra Filippo e Agnese Cerelli insieme ai tempi del liceo (vuole separarsi dal marito) e quello con la sorella Irene che pretende un risarcimento per un incidente stradale. Sospettati il parrucchiere Domenico Potalivo, ultimo a vedere in vita l’uccisa, e il fotografo Fausto Minardi le cui impronte sono state trovate vicino al corpo della vittima (incriminato, come già detto). Intanto a casa Dolci spariscono camicie, arrivano altri due morti ammazzati con le stesse modalità e l’indagine si fa più complessa, anche se per la polizia il caso sembra chiuso.
Insieme all’indagine, alle domande e alle elucubrazioni di rito infiorettate da dubbi e ripensamenti, il lavoro quotidiano dell’avvocato (deve difendere un ladro di pane e olio), la storia dei personaggi (tra cui quella di Corrado Scarsella omosessuale, amico di Filippo, sempre ai tempi del liceo), un po’ di filosofia sulla felicità, la televisione che incombe, la forza e la disperazione dell’amore, altri spunti sul Nostro a cui viene voglia di piangere quando piove per un ricordo doloroso da bambino e non può indossare il cappello (una specie di feticcio), la “Chioma di Berenice” di Catullo a stuzzicare la curiosità del lettore. In corsivo il pensiero dell’assassino, in prima persona quello di Filippo Dolci, in terza tutto il resto con una scrittura che si fa leggera e penetrante. Un buon inizio per Manuela Costantini.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Secondo Luca CroviL’ombra del campione, Rizzoli 2018, deve la vita a una specie di scommessa fatta con Franco Forte che volle farlo partecipare alla sua antologia calcistica  Giallo di rigore… Fu allora infatti che scoprì, stando alle date, la possibilità di un incontro e, magari perché no, un amichevole rapporto tra il grande immenso centrocampo interista Giuseppe Peppino Meazza (detto anche Balilla), e il commissario De Vincenzi, (un vero Maigret all’italiana), l’indimenticabile eroe dei romanzi di Augusto De Angelis. E da bravo ladro di storie (a detta dei suoi figli) o meglio acuto spigolatore, Luca Crovi non delude le attese dei lettori (mai avrebbe potuto) e di là riparte. Rispolvera come protagonista della sua fiction un giovane De Vincenzi, rendendo omaggio a De Angelis, al grande e purtroppo misconosciuto autore (il fascio imperava tarpando le ali) che aveva saputo creare nostrane atmosfere giallo, poliziesco, noir degli anni Trenta e, per regalarci il suo primo giallo-thriller-noir, si tuffa di testa in una gustosa storia milanese, molto intrigante e dal sapore squisitamente retrò… Con una raffinata commedia gialla, Luca Crovi, scippando alla grande quanto gli serviva, festeggia e commemora sia l’uomo icona del calcio sport, incensato dagli italiani, che l’intrigante e indubbio fascino di una Milano alla fine anni Venti, avviluppata dalla “scighera”.

Una morte perfetta di Angela Marsons, Newton Compton 2018.
Quarto romanzo della serie di Angela Marsons con la brusca detective Kim Stone come protagonista; un bel personaggio, con una difficile infanzia e giovinezza alla spalle, duro se necessario e spietato perfino con se stesso – unica recente debolezza l’accettazione di Barnie, un border collie rimasto senza padrone – ma che crede fino in fondo nel suo lavoro e vorrebbe poter offrire giustizia a tutti. E tutti e quattro i romanzi, benché ciascuno racconti una storia finita, fanno comunque parte di una concezione seriale tanto che, sia per un approfondimento sui vari interpreti quali lei, Kim la protagonista e il resto del team, Bryant, Stacy e Kev, sia per una migliore comprensione delle loro scelte di vita, suggerirei senz’altro di andare a leggere anche i precedenti.
Ma ora torniamo a Una morte perfetta. Nonostante la rapida e felice soluzione di un caso a lei affidato e la serie di nuove indagini da svolgere, racchiusa nella massa di carte impilate sulle scrivanie,  Kim Stone e la sua squadra ricevono l’ordine di recarsi a Westerly, nella Black Country, in quella che è chiamata la Body Farm, segretissimo centro di ricerca e laboratorio dove si studiano le reazioni chimiche sui corpi in decomposizione, che sono stati lasciati in eredità alla ricerca medica. In realtà, una ributtante struttura nata per far progredire la scienza forense, situata in un terreno isolato e cintato a più di 2 km da ogni edificio nelle vicinanze, insomma non proprio un posto piacevole o adatto a deboli di stomaco. E proprio là, mentre la detective Stone e la sua squadra stanno compiendo la loro visita di aggiornamento e studio, scopriranno, poco fuori dal recinto, il corpo ancora caldo di una giovane donna, barbaramente uccisa con il volto straziato a colpi di pietra e soffocata dalla terra infilata di forza in bocca…
Una storia che sguazza nella psicologia e, scavando senza pudori nell’inconscio, sviscera e approfondisce i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali di Kim Stone. Anaffettiva, caustica, sempre diffidente, ma forse tiene alla sua squadra più che a se stessa. Nessun vero legame, a parte Barney, il cane adottato. L’idea di una possibile relazione con un collega, un consulente conosciuto in un precedente caso, per ora  non pare destinata ad andare in porto (mai dire mai, pensa il lettore, e forse anche l’autrice). La  serenità non sta di casa nei romanzi della Marsons, le persone “normali” si possono contare sulle dita della mano, ma si impara che esistono professioni astruse quali Archeologo forense e Osteoarcheologo, che nella realtà possono aiutare e risolvere alcuni  complessi  e contorti casi criminali.

Genesi di A.G. Riddle, Newton Compton 2018.
Dal geniale autore di Epidemia mortale e Atlantis Saga, uno scrittore da 3 milioni di copie e tradotto in ben 22 lingue, arriva in Italia un nuovo romanzo per gli amanti del genere Science Fiction, in un indovinato cocktail che riesce shakerare thriller, avventura e psicologia. Infatti Riddle, da scrittore abile e disincantato, per costruire le sue storie sonda le angosce e le paure umane, e diventa quell’abile affabulatore che avvincendo i suoi lettori riesce quasi a convincerli della possibile realtà delle storie che sta narrando. E non si parla di noccioline, no! Perché sono storie complesse che si avvalgono subdolamente di termini altamente scientifici per mischiare a suo piacere verità e fantasia, fondendo la ricerca con la narrativa…
Un thriller ben concepito che incolla il lettore alle pagine, come l’hanno definito oltreoceano i critici più smaliziati del settore. Vero! Perché nonostante affronti spesso temi astrusi e magari ostici ai più, risulta lo stesso comprensibile, ben costruito e congegnato come un orologio svizzero. In più ha l’innegabile pregio di essere ricco di azione senza tregua, con una trama affascinante in cui alla fine tutti gli ingranaggi come in un puzzle universale si incastrano alla perfezione

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta tocca a Il Tempio del Rubino di Fuoco di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Amici, ecco un’altra avventura di Geronimo Stilton! Questa volta andremo nel Rio delle Amazzoni, in Brasile. Tra ragni pelosi, piranha aggressivi e piante carnivore, Geronimo e i suoi amici, accompagnati dalla figlia del capo tribù, devono andare a difendere il Tempio del Rubino di Fuoco dai topi cattivi che distruggono la foresta per rubarlo. Il loro capo è basso e grasso, il suo aiutante è magro e intelligente.
Questo è un racconto di avventura, ricco di pericoli e movimento, ma anche un racconto educativo che ci insegna a difendere e salvaguardare la natura.
Alla prossima!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa è già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2018

Incontri che si ripetono
A San Rocco con i miei due nipotini, Jonathan e Jessica. Stiamo andando ai “giardini grandi” per leggere e scrivere qualcosa. Poi a giocare, naturalmente. Un piccolo scontro. “Oops…, mi scusi signorina”… “Ma come, mi dà del lei? Non mi riconosce?” La ragazza è bassa, magra, con qualche tatuaggio sul braccio sinistro. Un flash subitaneo, la riconosco dagli occhioni grandi, enormi che sbucavano all’improvviso da qualche banco della classe. Che mi facevano simpatia e tenerezza… “Ti ho riconosciuta, sai, ma il nome… la memoria vacilla.” Me lo dice, mentre i nipotini scrutano curiosi. Qualche ricordo, qualche bel momento che ci accomuna, una sfilza di nomi e volti che si accavallano come nella pellicola di un film. Ora è fidanzata con uno… un pezzo grosso di non so che cosa. Anche lei lavora, è contenta, trilla tutta, gli occhioni sempre più grandi. Alla fine un abbraccio “Arrivederla, professore!”, “Ciao…”. I nipotini mi lanciano uno sguardo interrogativo. “È stata una mia alunna”, quasi sussurro, con la voce che un poco si increspa. La vita continua…
Alla Banca di San Rocco. “Prego, si accomodi…” dico ad una ragazza alta con gli occhiali per farla sedere, mentre aspetto il mio turno. “Ma come, non mi riconosce?”… Porca vacca!

La legge di Mike Hammer di Mickey Spillane e Max Allan Collins, Mondadori 2018.
La vita di Mike Spillane (1918-2006) mi ha attratto come tutte le vite movimentate. Studia legge, vende cravatte, fa il bagnino, il fumettista e perfino l’uomo proiettile in un circo. Quando ha bisogno di money per comprarsi una casa scrive un giallo. Problema risolto e lavoro definitivo trovato. Da ammirare. Da ammirare meno, semmai, la sua fobia contro i “rossi”, il suo razzismo, la sua visione del femminile. Chandler lo definì “nulla più di una mistura di violenza e pornografia esplicita”. Per quei tempi, forse. Oggi farebbe il solletico. Ma ogni avvenimento umano va giustamente circoscritto nella storia. E la storia di quei tempi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è una storia dura e difficile. C’è il maccartismo, una corrente reazionaria bella robusta ed una istintiva paura ed avversione per il nuovo ed il diverso. Mike Hammer, la sua creatura, non è un paladino di giustizia. La giustizia se la fa da solo. A suon di botte e pistolettate. Senza guardare in faccia nessuno. Nemmeno le donne, tutte maiale eccetto la mamma e la segretaria (forse). D’altra parte nei suoi libri odio e amore, sesso e morte fanno un tutt’uno. Sono indistinguibili. Spillane ebbe fortuna, tanta fortuna. Come autore, pur avendo la critica contro. Ogni volta che usciva un suo libro immancabilmente c’era Anthony Boucher del New York Times a dirgliene quattro. E se non c’era lui, perché malato o in vacanza, c’erano gli altri. All’uscita di “Io ti ucciderò”, sempre un giornalista, lo seppellì con la parola “lurido”. Ma più le critiche aumentavano, più aumentava la tiratura dei suoi libri. Siamo arrivati a circa 140 milioni di copie. Non male.
Qui abbiamo otto racconti che sintetizzano in maniera esemplare la forza espressiva di Mickey Spillane e la personalità di Mike Hammer (traduzione alla grande di Mauro Boncompagni). Sono stati messi insieme dall’amico scrittore Max Allan Collins e sviluppati in un arco temporale che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Volteggerò in qua e là senza sintetizzare i racconti. Intanto nel vecchio Hackard Building, al centro di Manhattan, c’è la “Michael Hammer investigation”, l’agenzia investigativa del Nostro. Segretaria e fidanzata Velda, una bambola dai capelli corvini tagliati alla paggetto e dalle “curve non meno sinuose di una strada di campagna.” Suo amico Pat Chambers della Omicidi.
Gli inizi sono spesso micidiali. Kratch era morto “per una scarica di quarantamila volt in quell’edificio di pietra chiamato penitenziario di Stato di Rahway…”, più avanti “Ma allora cosa ci faceva in un soleggiato pomeriggio primaverile in attesa di un taxi proprio davanti al Terminal Est dell’aeroporto LaGuardia?” Un sosia o è proprio lui?… Il finale è quasi sempre lo stesso con Mike Hammer, il Vendicatore, a tirar cazzottoni e a far schizzare cervelli. Se non bastano i cazzotti e le pistolettate allora ecco una radio accesa che vola in una vasca da bagno. Dove c’è qualcuno che deve morire fulminato, naturalmente.
L’occhio clinico e la mente lucida di Hammer riescono spesso a sollevare dubbi: “Come fa un tizio che si è guadagnato una Silver Star assaltando una testa di ponte a finire cadavere in un parco pubblico come se fosse un sacco di spazzatura gettato via?.” Qualcosa non quadra… Ogni tanto una capatina da George al Blue Ribbon Restaurant sulla Quarantatreesima Strada (ma anche da Benny Joe Grissi), birra, sigaretta Lucky Strike e qualche informazione che può venirgli comodo. E, sempre ogni tanto, un incontro piacevole con il gentil sesso che Lui attrae e qualcosa di concreto, dopo “un bacio lungo, profondo, più caldo del fuoco, più umido della notte” ci scappa di sicuro.
Il marcio è dappertutto. Nei bassifondi e nelle alte sfere. Tra i mafiosi incalliti e senatori di merda. Occhio a non credere sempre a chi si presenta per una indagine che può essere proprio lui il tizio da cui guardarsi. E Mike Hammer ne ha di nemici che tentano in tutti i modi di farlo fuori. Ma lui riesce sempre a cavarsela. Da solo, o magari con l’aiuto di una gatta…
Talvolta il Male deriva da un’infanzia travagliata che porta alla pazzia, e allora può capitare di incontrare un tizio nudo che balla con la pelle di altri esseri umani. Niente pietà in ogni caso… Non manca nemmeno un testo importante come Il Principe di Machiavelli a creare una bella storia. E così via…
Scrittura veloce, dialoghi incisivi, brevi pennellate a costruire una determinata situazione o un personaggio. Il mondo è marcio, non c’è niente da fare. E allora non resta che farsi giustizia. Da soli. Alla Mike Hammer.

Sbirre di Carlotto, De Cataldo e de Giovanni, Rizzoli 2018.
Senza sapere quando di Massimo Carlotto
La prima sbirra è Anna. Sapremo in seguito che trattasi del vicequestore Anna Santarossa. Per ora la vediamo saltare sul letto con Zeno Degrassi, suo amante e sovrintendente capo in servizio alla frontiera (siamo nell’estremo Nordest). Scopano e bevono, bevono e scopano, alla faccia del di lei marito dentista. E fanno affari sporchi, vendendo “soffiate” alla mafia bulgara. Di fronte ai sottoposti e ai superiori è, però, “diligente, corretta, colta e gentile.” Figura messa in crisi dall’uccisione orrenda del suo amante. Ora verrà scoperta la sua vera personalità? E potrà salvarsi dalla caccia spietata di criminali? Intrico di mosse e contromosse…
La triade oscura di Giancarlo De Cataldo
La seconda è Alba. Il commissario Alba Doria di Roma. Sui trent’anni, “capelli biondi e occhi verdi solcati da pagliuzze iridescenti.” Un caso particolare, un omicidio inquietante. Visualizzato più volte su You Tube insieme al vicequestore Paolo Petti, amante per una notte. Un ragazzo che spara ai genitori e si butta giù da un terrazzo di corso Trieste con il suo computer, come se obbedisse a un ordine. E c’è un dettaglio che stona, registrato, per ora, in “un’area periferica del cervello.” di Alba. Può venire utile in seguito. Nei meandri del dark web…
Sara che aspetta di Maurizio de Giovanni
La terza è Sara. Aspetta rannicchiata nella macchina. Sara Morozzi, che sa interpretare il linguaggio del corpo delle persone, aspetta e ricostruisce il quadro degli eventi della sua vita. “Chi sei tu? Chi cazzo sei? Io non ho una madre” sono state le ultime parole del figlio abbandonato da piccolo. Che ora si trova lì sul tavolo, ucciso, spezzato in più punti. Qualcuno l’ha preso in pieno con la macchina e, particolare significativo, sembra quasi che lo abbia voluto, buttandosi di proposito. In mano il cellulare. È da lì che bisogna partire con le indagini… E ora Sara è lì che aspetta, “ascoltando le folate improvvise di vento gelido che si infrangono sulle poche auto in transito lungo la strada.”
Tre donne, tre sbirre, non più paladine eroiche romantiche. Non più evocatrici di purezza e santità, Non più donne fatali ma invischiate in un mondo sempre più cupo e ossessivo dove l’illegalità, la paura, la ferocia, le fake news, i nuovi mostri del dark web sono diventati il tiranno dell’esistenza umana. Tre donne, tre sbirre, tre vite complesse e difficili. Incasinate, in tutti i sensi. Con i loro problemi esistenziali (rapporto con i figli, con il marito, se è ancora vivo, con gli altri…) e la loro natura sempre in bilico fra il bene e il male, dove predomina l’odio e la vendetta. Pochi bagliori di luce nel buio più assoluto. Perché “Anche l’amore è un inferno.” E così sia.

Delitti al Thriller Café di AA. VV., I Buoni Cugini editori 2018.
Quattordici racconti di esordienti, eccetto quello del già noto Piergiorgio Pulixi con introduzione di Giuseppe Pastore e gradevole prefazione di Romano De Marco. Chiaro che, come faccio quasi sempre in questi casi, volteggerò leggero in qua e là senza farne un sunto lungo e noioso.
Naturalmente la prima cosa che colpisce è la varietà di stile e gusto degli autori. E non poteva essere altrimenti per evitare il rischio di cadere in una monotona e stucchevole ripetitività. Qui il ventaglio di scelta è piuttosto ampio. Si parte, per esempio, dal racconto movimentato di Pulixi, ricco di colpi di scena, di violenza e tradimento, ovvero una lotta all’ultimo sangue tra due clan della Corsica. E ci si può ritrovare, dopo un certo tragitto, nell’“appartamento da scapoli sito al 221 di Baker Street.” Insomma tra le classiche deduzioni dei nostri Holmes e Watson. Niente lotte all’ultimo sangue ma la risoluzione della morte di un conte, avvenuta per avvelenamento. Solo bisogna capire come…
La donna al centro della scena. Ci voleva. Come Miriam. Cinquant’anni, matrimonio fallito, un incontro che sembra ridarle fiducia. Nuove sensazioni, nuovi desideri. La vita che rinasce. Realtà o illusione?… Una pagina di calendario per camionisti con una bionda, nuda, seduta su una slitta a gambe aperte. Miss Gennaio che dà il titolo al racconto. Una madre che cerca la figlia scomparsa con l’aiuto dell’investigatore Manlio Rune. Tre impiccati e giro di ragazze sfruttate per la prostituzione… Napoli. Andrea che vende detersivi. Una casa, una bambina. Seduta a terra con le gambe incrociate, ai piedi di un letto dove una giovane donna stringe un bambino di pochi mesi. Morti. Uccisi. Chissà perché, chissà come… Un sogno, un bel sogno al centro della costruzione di una storia. Un sogno che sembra realtà. E il protagonista è incerto, confuso… Una rivelazione. Terribile “Giulia, venti anni fa, in questa casa, in questa stessa stanza, io uccisi suo padre.” Sconvolgente ma… ma può, addirittura, venir utile… Un testimone cieco di un delitto “L’assassino è un uomo giovane, di bassa statura e, sicuramente, soffre di qualche patologia per cui è sottoposto a cure.” Il commissario Presti non ci crede. Impossibile. Eppure…
Mi fermo, anche se non mancano certo altri spunti da segnalare. Quattordici racconti di varia lunghezza, non tutti allo stesso livello (capita in ogni antologia), ognuno con un suo “taglio” particolare, thriller o poliziesco che sia, espresso in modi e tempi diversi: azione, ferocia, tradimento, scontri e spari, il marcio nella polizia, le indagini, i dubbi, gli assilli, i colpi di scena, il passato che riemerge terribile, la luce che, improvvisa, si accende a risolvere il caso. Matrimoni allo sbando, l’indifferenza dell’uomo, la solitudine della donna, momenti di tensione ma anche di malinconia, la ricerca di un affetto, dell’amore, di un senso da dare alla vita. E poi ancora paura, brivido, rancore, odio, il cambio di identità, il sorriso che si insinua, pallido, tra spasmi di sangue e qualche sussulto, leggero, di umanità.
Come scrive Romano De Marco, in queste opere di esordienti è possibile trovare “quella scintilla, quel guizzo, quell’idea” che attira il lettore.
Buona lettura.

L’origine del male di Ellery Queen, Mondadori 2018.
Ce ne sono di personaggi “particolari” in questa vicenda. Senz’altro straordinario quello dell’invalido Roger Priam inchiodato su una poltrona a rotelle: “Occhi di toro scintillavano sopra mascelle di acciaio, il naso era un grugno massiccio, una folta barba nera gli cadeva sul petto. Le mani che si afferravano alle ruote erano enormi; omeri e bicipiti tendevano le maniche della giacca. E tutto quel grandioso meccanismo era in continuo movimento, quasi che il suo grande scheletro fosse incapace di contenerne l’energia.” Roger Priam, socio in affari di Leander Hill, ucciso da un cane morto secondo la figlia adottiva Laurel, che chiede aiuto al nostro Ellery (sta scrivendo un nuovo libro a Hollywood). Proprio da un cane morto trovato davanti alla porta di casa, al cui collare era attaccata una scatoletta d’argento con un cartellino e il nome di suo padre scritto a matita. Il cuore, già malato, non ha retto. Caso davvero interessante…
Ed ecco la visita a Priam per saperne un po’ di più. Ma il socio, oltre che imponente, si rivela una specie di animale selvaggio dentro una casa scura e squallida e non ha nessuna voglia di collaborare. Alcuni personaggi sono davvero assai “particolari”, come citato all’inizio: Laurel non ha conosciuto i suoi genitori; Alfred Wallace, segretario di Roger Priam, non sa nemmeno da dove viene “Io sono uno di quei casi interessanti che si leggono sui giornali. Una vittima dell’amnesia.”; Crowe Macgowan, figlio del primo marito di Delia, sposa di Roger, è un uomo che vive nudo in una casa sugli alberi (giuro) tutto preso dalla prossima fine del mondo.
Dunque personaggi “strani” ma anche fatti altrettanto “strani” e inquietanti che si susseguono come tentativi, sembra, di impaurire Roger: tonno all’arsenico, rospi e rane morte, un portafoglio di coccodrillo, un libro bruciato, più precisamente Gli uccelli di Aristofane. Indaga il nostro Ellery tra una fumata di pipa e l’altra, ma va bene anche una bottiglia di whisky, (rischia pure di infatuarsi della bella moglie di Roger, Delia), aiutato dal poliziotto Keats, e indagano, a modo loro, Laurel e Crowe. Le domande sono diverse: c’è un filo logico che colleghi tutti questi fatti? Esiste una spiegazione che risalga al passato? Chi è il fantomatico latore di questi oscuri e minacciosi messaggi? Viene da fuori o, addirittura, fa parte della famiglia? Certo non è un tipo impulsivo perché “Tutto è esattamente prestabilito da un cervello perfettamente calmo e controllato.”
Scrittura di classe e soluzione finale incredibile (in tutti i sensi) con continui colpi di scena. Ma sarà il lettore stesso a giudicare.

Un giretto tra i miei libri

Le belve di Don Winslow, Einaudi Stile Libero 2011.
Primo capitolo promettente con un “Vaffanculo!” che è tutto un programma. Una lotta per il controllo della droga, un cartello, quello di Baja, contro due “lavoratori” in proprio: Ben e Chon. Nel mezzo, tra i maschietti, Ophelia, o meglio O, con orgasmi da tutte le parti, padre inesistente, madre incasinata (loro rapporto in chiave umoristica) in mille attività (anche istruttrice esistenziale per finire nelle braccia di Cristo).
Vediamoli un po’ questi due tipi. Naturalmente diversi, che Don sa come far fruttare i personaggi. Chon il violento (siamo violenti per natura), Ben il pacifista (siamo socialmente condizionati alla violenza). Il primo entrato nell’esercito nelle forze speciali della marina e poi finito in Afghanistan, nessun legame d’affetto con i genitori. Il prototipo della forza fisica e del Vaffa. Il secondo un modello di ragazzo, invece, ha due genitori psicoanalisti che ama, Università a Berkeley e poi l’incontro con Chon e via la vita su binari diversi. Spaccio di droga, sì, ma anche sempre in giro in varie parti del mondo per opere di beneficenza. Un Catthista, ovvero un cattivo Buddista (dice lui), obiettivo fare del bene alle popolazioni più sfortunate, un po’ nauseato per l’inutilità della sua opera.
Insieme producono la migliore marijuana idroponica che attira l’attenzione del summenzionato cartello in lotta, tra l’altro, con altri cartelli (breve storia di questa vera e propria guerra). I due sono costretti a venire a patti per amore di O, rapita e minacciata di morte (taglio della testa). Il capo del cartello di Baja è Elena Lauter, marito morto ammazzato, con tre figlie (mi pare), suo braccio destro Lado (freddo sin da ragazzo e rapporto duro con la moglie Delores), ex poliziotto antidroga, subito in azione a stendere un avvocato che non ha fatto il suo dovere.
Per liberare Ophelia Chon e Ben decidono di pagare venti milioni e di rubarne una parte proprio al cartello stesso attraverso spericolate e pericolose rapine, aiutati da Dennis “un pezzo grosso della task-force antidroga” e da un paio di esperti informatici.
Velocità, ritmo, diverse paginette a malapena intinte nell’inchiostro, ironia e umorismo che si mescolano a scene forti, amore, sesso e violenza con il desiderio, vano, di uscire da un modo di vita che pare senza sbocco: “Sono una passera inutile… Quando uscirò di qui… Userò la mia vita per fare qualcosa… Cosa?… Non ne ho la più pallida idea, cazzo” si sfoga Ophelia con il carceriere Esteban. Qualche frecciatina politica, il marcio nelle forze antidroga commiste con gli stessi cartelli, movimento, lotta, sparatorie, teste mozzate.
Un libro che si legge volentieri, fila via liscio che è un piacere e lascia dietro di sé tracce sinuose di buona scrittura insieme a qualche battuta facile facile. Il finale bello e struggente (ma perché mi pare nello stesso tempo quasi scontato?) con i tre che si ritrovano uniti in un’altra dimensione (quella vera?). Come belli, bellissimi selvaggi.
Un libro che mi ha incuriosito, attirato, invogliato a continuare la lettura (e non è poco) ma non colpito nel profondo. Dovrò rileggerlo.

Le ceneri non parlano di Bruno Fischer, Mondadori 2009.
Un incontro con una ex fiamma. Uomo Ben Helm, investigatore privato, donna Elaine Coyle Lennan, scrittrice di gialli diventata nel frattempo “molto, troppo grassa”. Incontro con strana richiesta: la signora vuole conoscere il modo migliore per far fuori una persona. Insomma il delitto perfetto per il suo nuovo romanzo. Moglie di Ben, Greta Murdoch, attrice, entrambi invitati in casa di Elaine. Qui solita famiglia e amici con soliti misteri e i soliti contrasti: l’amante, la signorina a caccia di sghei, l’autista ex carcerato, un manoscritto che getta scompiglio e paura. Elaine, odiata da molti, non è per niente al sicuro. E infatti…
Arriva la polizia, indagini, opinioni diverse rispetto a quelle dell’avvocato, altro morto ammazzato, tentativo di uccisione fallito, molteplici sospetti, il passato che ritorna a sconvolgere il presente. Ci sono pure gli scacchi e il nostro Ben, per non perdere la partita con il marito di Elaine, si alza e se ne va (lo potessi fare io quando sto per perdere!).
Scrittura scorrevole, venata di umorismo. Piacevole senza entusiasmare con i personaggi che sembrano avere bisogno di un ulteriore colpo di pennello.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

È maggio, comincia a fare caldo, l’estate si affaccia alla porta e la città si ridesta pronta ad avviarsi e cogliere i frutti della stagione piú bella. Ma il male, il delitto non tiene conto della bella stagione. Sulla lingua di tufo di una splendida villa sotto Posillipo un pescatore ha ritrovato il cadavere inginocchiato di un anziano gesuita, Padre Angelo. Qualcuno lo ha barbaramente ucciso di notte, fracassandogli la testa con una pietra.
È questo omicidio efferato dal movente oscuro il caso da risolvere dal commissario Ricciardi nell’ultimo libro di Maurizio de Giovanni Il purgatorio dell’angelo (Einaudi, 2018). Un omicidio inspiegabile, pare: Padre Angelo, un santo, di lui si diceva, era un fine teologo, un’illustre figura di religioso venerato dai suoi discepoli e pupilli. E poi sempre richiesto dalla più alta società – da cui peraltro proveniva, essendo di nobili origini – a cui sapeva offrire amicizia e sostegno soprattutto nelle malattie, ma molto vicino anche al popolo. Insomma amato e stimato da tutti…
Un fitto mistero circonda questo delitto che sta sconvolgendo anche moralmente la città e che, nonostante la massima fiducia garantita a Ricciardi dall’ordine gesuita, lo sottoporrà a insistenti pressioni dall’alto. E visto che si confida in lui e si pretende una rapida soluzione, dovrà dedicare anima e corpo per cercare di risolvere il difficile caso nonostante i dubbi e le angosce personali che lo affliggono. E anche la soluzione del mistero si annida nella confessione che può diventare l’unico e vero purgatorio o medico dell’anima, a meno che un qualcosa, un patto, un antico giuramento prestato in passato si frapponga crudelmente tra il peccato e la sua remissione.
Poi, quando avrà compiuto il suo dovere fino in fondo, questa volta Ricciardi verrà messo di fronte a qualcosa che non potrà rifiutare. Una conclusiva e toccante storia di comprensione umana, dove tutto è, sarà e forse potrà essere.

Juke Box di Erica Arosio e Giorgio Maimone, TEA 2018.
La strana coppia di investigatori milanesi Greta e Marlon  torna in Juke Box pronta a ficcarsi in un’indagine legata agli ambienti della canzone italiana anni ’60, al seguito del Cantagiro.
Milano, 1964. L’arrivo di foto molto compromettenti prelude a un abietto ricatto. Il bersaglio prescelto è Massimo Ferranti, sulla quarantina, ricco discografico di gran successo e amico d’infanzia e di adolescenziali corse in bicicletta e sfide in barca a vela della nostra amica avvocato, Greta Morandi, alla quale chiede aiuto. Ma il Cantagiro sta per iniziare e i migliori cantanti della sua scuderia sono in gara. Così, per cercare di risolvere il caso, Greta e Marlon, ancora scombinato e in lenta fase di recupero, dovranno scortare Ferranti, seguendolo in macchina per tutte le tappe del giro d’Italia in musica, sballottati tra la folla dei concerti e i fan a caccia di autografi, con Gianni Morandi sempre in pole position, giornalisti pronti allo scoop a ogni costo, complicati scambi di amori e insidiose invidie pronte a colpire…
La serie dei gialli con Greta e Marlon ha raggiunto il traguardo del quarto episodio. Greta avvocato penalista, la mente dei due con il suo socio e braccio fattivo Marlon, ex partigiano di idee di sinistra e detective in caccia di colpevoli, in Juke Box però ci intrigherà con un certo scambio di ruoli. Toccherà a Greta, infatti, muoversi in quel particolare mondo al confine di una certa supponente arroganza milanese e indagare per sbrogliare il caso.

Nessun dorma… fuori di Pasquale Sgrò, Mauro Pagliai editore 2018.
Il romanzo vede il ritorno in scena dell’ispettore Felicino, un detective atipico, l’unico ispettore di polizia che si trova sempre a indagare su casi di omicidi o infortuni mortali sui luoghi di lavoro. Sicurezza e ambiente sono materia per Pasquale Sgrò (si occupa di progettazione e consulenza sul lavoro) che ne approfitta e che, con le storie di Felicino riesce a approfondire un tema fino a oggi dimenticato dalla letteratura. Stavolta il suo ispettore Felicino si trova alle prese con quello che, a prima vista, parrebbe proprio un fatale incidente alla fine di una rappresentazione teatrale. Ma cosa è successo veramente? Ben presto, infatti, non una, ma due morti sospette scombussoleranno la bollente estate versiliese e i due decessi, apparentemente casuali, riveleranno ahimé un inquietante comune filo conduttore…
Un giallo a tutto tondo, ambientato nella perla della Versilia, che altalena tra la famosa passeggiata a mare, il porto, e un teatro sperimentale d’avanguardia, con sede in un palazzotto di stile Liberty, e uno splendido e lussuoso yacht di proprietà di un facoltoso armatore…
L’ispettore Carlo Felicino, nato dalla fertile penna di Pasquale Sgrò, non è di Viareggio, è calabrese di origine ma da anni è diventato talmente parte integrante del suo tessuto sociale, che la sua acquisita “viaregginità” lo porta ad essere considerato dai pescatori come uno di loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Il fantasma del Colosseo di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Andremo a Roma! Ovvero ci va Geronimo insieme al nipotino Benjamin che deve migliorare la sua conoscenza della storia romana. Durante il viaggio incontrano Eleoratta, cioè una vecchia amica di scuola di Geronimo. Salgono su un pullman per arrivare al Colosseo ma si accorgono che nessuno vuole entrarci perché infestato da un Fantasma Gladiatore. Lo dimostra l’urlo che si sente al tramonto nell’eco del Colosseo: – Guai a chi entra, io sono il Gladiatoreeeeeee!!! Riusciranno i nostri eroi a sconfiggere questa specie di fantasma? Tensione, paura, lotta ma anche umorismo e divertimento.
Buona lettura!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti