Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2017

Questa volta ho portato sulla tazza una brancata di poeti. Non fate quella faccia. Non storcete la bocca. Poesia e cruda realtà stanno bene insieme. E così, ponzando, mi sono lasciato trascinare con un groppetto in gola tra ermi colli, cipressi alti e schietti, donzellette che vengono dalla campagna, piogge torrenziali e piangenti, graziose lune e garzoncelli scherzosi che non sanno ancora cosa li attende nella vita futura (beati loro). Ho fatto una visitina alle Alpi e alle Piramidi, e già che c’ero anche al Manzanarre e al Reno, chiacchierato con vecchierelli canuti e bianchi, meriggiato pallido e assorto tra chiare, fresche e dolci acque, sono stato accarezzato dalla sera sulle sacre sponde di Zacinto, ritrovandomi di schianto, dopo altro poetico girovagare, tra le calde braccia di Teta.
Per finire in bellezza mi sono illuminato d’immenso e ho tirato lo sciacquone. Ah, la poesia!

Indagine a ritroso di D.M. Devine, Mondadori 2017.
“Scacco matto!”. Inizio col botto per il sottoscritto ammalato di Re e Regine. Ovvero fine partita tra Edward Haxton e Peter Bream, due tra i personaggi principali del libro. Il primo, insegnante universitario, “è nel mirino dei colleghi per la gestione disinvolta di certi libri contabili”. Insomma cercano di buttarlo fuori, ma lui reagisce minacciando di svelare certi segreti di uno scandalo di alcuni anni prima, quando una studentessa era morta per un aborto. Minaccia evidentemente concreta se Edward tira il calzino in circostanze poco chiare, causa monossido di carbonio uscito da una stufa allentata (chi ha girato la chiavetta del gas ha cancellato le impronte).
Peter è, invece, il figlio di un noto professore della stessa università, che era stato, forse, amante (si dice) della studentessa. Il classico passato funesto che ritorna. Ad indagare l’ispettore Finney e il sovrintendente Hulbert (Finney proprio non lo sopporta). Aggiungo in breve: aggressione ad una ragazza, un altro assassinio, una rivelazione, soldi per tenere la bocca chiusa a chi aveva praticato l’aborto, la cerchia delle persone sospette, certe lettere del professore che potrebbero rivelare fatti interessanti.
Per non aggiungere cose banali riprendo il giudizio di Francis Iles (Anthony Berkeley) del 1966, fatto conoscere dal nostro Mauro Boncompagni: “D.M. Devine è ormai diventato un maestro della moderna detective story ai suoi più alti livelli; e in ‘Indagine a ritroso’ gli indizi sono davvero succulenti. Questa storia dalla trama accattivante e dall’ambientazione universitaria, con personaggi vivaci e un mucchio di credibili complicazioni, sembra scritta apposta per coloro che amano un puzzle veramente buono. E la soluzione li lascerà ampiamente soddisfatti”.

Delitti quasi perfetti di AA. VV., Polillo 2016.
Dopo un momento di impasse, diciamo pure di crisi, la Polillo editrice si è ributtata a capofitto soprattutto sul giallo classico per la gioia di tutti i suoi aficionados e di coloro che amano la bella e buona scrittura. Per darvi un’idea della qualità dei racconti (anche un semplice sunto toglierebbe troppo spazio) basta fare l’elenco degli scrittori: Joseph Commings, Arthur Conan Doyle, Jacques Futrelle, Thomas W. Hanshew, Richard Keverne, Helen McCloy, Douglas Newton, Quentin Reynolds, Seamark, Edgar Wallace.
Delitti quasi perfetti, dunque. Delitti nel senso di morti ammazzati o di semplici furti. Sarebbero senz’altro perfetti se gli sfortunati autori non si trovassero fra i piedi gente con la testa grossa così (ho allargato le braccia). Tipetti come Sherlock Holmes e gli altri che troverete, certo non da meno. E se, talvolta, non facessero addirittura i furbi andando loro stessi, poveri innocenti, a chiedere di persona consiglio su qualche strano avvenimento. Quelli mica ci cascano. Chi tenta qualcosa di grosso, poi, deve anche tener conto della propria natura che potrebbe smascherarlo.
Racconti sul filo dell’impossibile, incipit memorabili “Quel pomeriggio Linda Carewe avvelenò suo marito. Lo avvelenò con l’arsenico”, oppure “Mr Jerold Pogarty realizzò la sua metamorfosi e commise il Crimine Perfetto”. Cultura (a volte si naviga tra Freud, Adler e Jung), varietà di stili, varietà di personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, varietà di soluzioni più o meno ingegnose (fra cui il travestimento) e di atmosfere. A volte da brivido con paesaggi tetri che sembrano percorsi dal Diavolo (lo urla perfino un prete), morti che dovrebbero essere morti e che riappaiono all’improvviso. Insomma tutti gli ingredienti per tenerci inchiodati alla poltrona (ma va bene anche una sedia). All’inizio di ogni racconto brevi notizie sugli autori citati.
Da leccarsi i baffi.

Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, Polillo 2017.
“Il cliente che si presenta nell’ufficio londinese dell’investigatore privato Philip Tolefree in una mattina di luglio è un personaggio famoso; Ronald Hudson, scrittore, avventuriero, esploratore. Il suo problema è una misteriosa lettera che contiene un messaggio in codice che non è in grado di decifrare. Potrebbe farlo Tolefree?”. Risposta positiva dato che la barba finta del suddetto ha colpito la sua curiosità. Ancor più dopo avere scoperto, sul suo biglietto da visita, diverse coppie di lettere fra le quali una corrisponde al nome di un suo amico avvocato. Curiosità spinta all’inverosimile se tale amico Feldelman lo informa di essere stato testimone di un suicidio nella casa di campagna stile Tudor del ricco industriale Sir Thomas Grymer, dove attualmente si trova, che ha organizzato una festa. Lewisson, un esperto chimico alle dipendenze del suddetto Grymer, si è ucciso sparandosi alla testa nella sua camera da letto, essendo stato trovato disteso sul pavimento con una rivoltella in mano. Così sembra, anche se Feldman nutre qualche dubbio. A scoprire il cadavere per primo un tale antiquario Borthwick che poi è partito. Sarà proprio Tolefree a presentarsi lì come critico d’arte Tudor per vederci più chiaro.
Comunque l’atmosfera, all’inizio, non è troppo pesante e c’è pure il tempo, per la figlia del canonico Marefield, di civettare con un paio di personaggi. Nove a tavola, fra cui il probabile assassino, dopo che il ritrovamento di un altro bossolo sotto la finestra della camera di Lewisson spinge Tolefree per questa soluzione.
Le indagini sono lunghe, circostanziate, sorrette, solo in parte, dai ricordi lacunosi dei possibili sospettati, tra una tirata di pipa e l’altra del nostro investigatore privato. E c’è una domanda che lo assilla “Che cosa aveva a che fare questa oscura tragedia con la visita di Hudson in Watling Street e lo strano compito che gli aveva assegnato?”. E poi il biglietto che gli era stato lasciato, guarda un po’, “Conteneva la lista di tutti i nomi presenti a quella festa…”. Incredibile coincidenza… Così come incredibile il fatto che l’assassino sia scomparso e abbia trasferito la pistola in mano al morto “nei pochi secondi prima che Borthwick arrivasse alla porta”. Un bel mistero che costringe la mente di Tolefree a “macinare” inarrestabile anche mentre guarda le stelle, attraversata dal dubbio “Questa volta sarebbe stato battuto?”.
Aggiungo solo un ladro che si aggira per la villa, un disegno a matita tra i fogli di calcoli del morto, e… le sue pantofole rosse. Che cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano… E saranno proprio queste a dare una bella mano al nostro tenace investigatore.
Lettura interessante con momenti di assoluta preponderanza di cellule grigie insieme ad altri di inquietante movimento. Sorprese a go-go con qualche lungaggine di troppo.

Robot 78, di AA. VV., Delosbooks 2016.
Non sono un esperto di fantascienza (a dir la verità non sono esperto di niente) per cui prendete queste righe come quelle di un neofita (ergo banali). Bella impressione. Belle letture in un territorio quasi del tutto sconosciuto. Intanto perfettamente d’accordo sull’editoriale Siamo stufi di esperti di Silvio Sosio. In giro c’è un’ignoranza, nel significato più preciso del termine, che fa paura. Si crede a qualsiasi “panzana” buttata nella rete e si snobbano tutti quelli che hanno certe credenziali di professionalità. Non c’è niente da fare. Per ora è così. Preghiamo o tocchiamoci.
I racconti. Di Mike Resnik, Sarah Pinsker, Domenico Gallo, Susanna Raule, Lorenzo Crescentini e Luigi Calisi.
Belli. Interessanti. Sia che si viaggi instancabilmente nel midwest americano alla ricerca di posti in cui cantare dal vivo in un mondo ormai morto su internet. Sempre insieme alla gente, sempre avanti. Musica e musica (viva la vita!). Sia che ci si ritrovi nella Russia di un prossimo futuro a vedersela con i Corridori, mostriciattoli di metallo e con una “falla” aperta dove essi stessi ritornano. Cosa può essere? Forse il loro nido?. Entriamo a vedere che la cosa ci incuriosisce… Così come ci incuriosisce, a Genova, la storia di Nico, un ragazzo del dopoguerra che ha il dono di leggere i pensieri degli altri. I morti ammazzati su un prato. Un tedesco che ha ucciso, l’attentato a Togliatti… Oppure, oppure siamo scaraventati in un’Africa del futuro dove arrivano indiani e cinesi a sfruttare le piantagioni con mezzi sempre più efficaci. Parola d’ordine aumentare la produzione. Produrre, produrre, produrre. Ma qualcuno cercherà di sottrarsi a questa nuova schiavitù?.
E poi ecco un essere di un altro mondo spedito nell’Inghilterra del 1872 d.C. (epoca Vittoriana) ad incontrare un personaggio particolare che vive al numero 221B di Baker Street (avete già capito). C’è da ritrovare un bambino scomparso, figlio di un membro del governo. Qualche meraviglia sugli umani (crede che si riproducano per partenogenesi) ma il suo vero problema è cosa tenerci dentro i pantaloni… Altra Africa del futuro con la piccola Kamari che vuole imparare a leggere. Ma questo è contro la legge per certe tribù africane. Kamari, bambina innocente in un mondo scelleratamente maschilista. E già sappiamo come andrà a finire. Un abbraccio, piccola.
Racconti belli che fanno riflettere, con il sorriso, con il pathos o il groppo in gola, sulla nostra variegata umanità e su noi stessi. Come sarà il mondo? Come saranno gli uomini? Che cosa inventeranno? Una società più giusta, migliore o peggiore? Come potremo essere visti da eventuali altri popoli del mondo? E così via non dimenticando, gli autori, la costruzione dei loro personaggi e squarci di suggestivo ambiente.
Non solo racconti ma anche interviste. Con lo scrittore George R.R. Martin e l’illustratore Franco Brambilla. Dai quali, dalle loro storie, dal loro metodo di lavoro c’è solo da imparare. I primi passi, le difficoltà, i rifiuti, la testardaggine di una passione che alla fine trionfa. Una bella carica di energia per i giovani che vogliono seguire il loro esempio.
E sorprese personali come quando, nell’articolo di Donato Rovelli Family Opera, scopro, tra le altre novità, io fissato di Re e Regine, che ne L’impero di Azard (The Player of Games) è descritto un impero fortemente gerarchizzato, in cui una partita su un’enorme scacchiera, decide i ruoli che si giocheranno nella società…(i miei scacchi dappertutto. Chi vuole saperne di più qui).
Insomma questo Robot, rivitalizzato da Vittorio Curtoni (leggere Una rivista vi seppellirà! di Giuseppe Lippi) mi ha tenuto bella e gradevole compagnia al posto della solita letteratura gialla con la quale in parte amo dilettarmi.

L’uomo di casa di Romano De Marco, Piemme 2017.
Dopo A casa del diavolo e Città di polvere, che mi colpirono positivamente, mi butto anche su questo ultimo dell’autore. Un bel salto geografico. Dalla provincia dell’Aquila e da Milano a Vienna, cittadina della Virginia.
Al centro della storia Sandra Morrison, logopedista, che vede la sua vita distrutta dalla morte del marito Alan trovato con la gola tagliata e i pantaloni abbassati in un quartiere “puttanesco” della città. Altro filone importante il caso della “Lilith di Richmond” che aveva rapito e ucciso, diversi anni prima, sei neonati (uno si salva e chissà se lo ritroveremo), seguito dalla detective afroamericana Gina Gardena e finito nel nulla, unica a rimetterci rispetto ai maschietti leccaculo che pensano solo alla carriera (suo pensiero). Terzo sviluppo della trama in corsivo (un giorno scriverò un thriller dove un tizio che mi assomiglia fa fuori una brancata di scrittori che usano le frasette in corsivo) di qualcuno che la sa lunga su questi fatti.
Primo elemento: l’angoscia. Soprattutto di Sandra tormentata dalla scoperta del “nuovo” marito, quello che non conosceva e che l’ha tradita in tutti questi anni. In prima persona “Ora lo sento in pieno il dolore. Mi penetra e mi consuma. Mi toglie il respiro…”. Tormenti anche per il difficile rapporto con la figlia Devon, a sua volta in preda ad una forte crisi. Assillo ancora più penetrante quando scopre che Alan era interessato proprio al caso della Lilith di Richmond (perché?).
Secondo elemento: il dubbio. Sempre di Sandra nei confronti delle persone che le stanno intorno. Soprattutto del nuovo vicino di casa, il giornalista John Kelly, fin troppo premuroso, da cui si sente anche attratta (approfondito esame psicologico).
Terzo elemento: la violenza. Violenza sulle donne, degli stessi padri schifosi sulle figlie, la prostituzione come ultimo mezzo per sopravvivere.
Storia dentro i personaggi e fuori nella realtà, negli ambienti descritti con tocchi felici, sia ricchi di “case singole e ville di pregevoli fatture”, oppure degradati, territorio di bande giovanili e spaccio di droga. Introspezione e movimento, la classica foto che sfugge all’inizio (lascia un messaggio subliminale) e che si rivelerà decisiva, intreccio di piani temporali diversi legati da un presente secco che incide, improrogabile citazione di Sherlock Holmes (un giorno scriverò un thriller…). Trama complessa come in ogni thriller che si rispetti con estesa spiegazione finale (qualche dubbio ma, non essendo uno psichiatra, mi guardo bene dal contestarla). Citati anche gli scacchi. E questo è un altro pregio del libro. D’accordo, solo per me, ma ognuno ha le sue fissazioni.

Segnalazioni
La casa dei Krull di Georges Simenon, Mondadori 2017. Romanzo attualissimo, pur essendo uscito nel 1938. Praticamente il problema dell’integrazione di una famiglia straniera, in questo caso tedesca in terra di Francia, sulla quale si addossa la colpa di un omicidio. Perfetto capro espiatorio. Meditate gente, meditate…
Delitto in mare di Richard Connell, Polillo 2017. Viaggio alle Bermude per l’ottimo chimico Matthew Kenton. Ottima idea per godersi un po’ di riposo se non ci fosse di mezzo il morto ammazzato nella cabina proprio di fronte alla sua.
Torto marcio di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2017. Considerato da Augias un noir ricco di suspense e ironia. Controlleremo.
Il libro degli specchi di E.O. Chirovici, Longanesi 2017. Un thriller a tre voci, ambientato in America, che è arrivato al successo dopo una serie incredibile di bocciature. Di un romeno trapiantato in Inghilterra. Arimeditate gente, arimeditate…

Un giretto tra i miei libri
La gabbia delle scimmie di Victor Gischler, Meridiano Zero 2008.
Si parte con un cadavere nel bagagliaio nella macchina di Charlie Swift, gangster di Orlando (Florida), insieme al collega (svitato) Blade Sanchez e si continua il viaggio per tutto il libro. Viaggio inteso nel senso vero e proprio della parola (c’è di mezzo pure il National Geographic) e viaggio inteso nel senso che non si sta, comunque, mai fermi. Non c’è un attimo di respiro, di riposo (a meno che non si sia in ospedale). Tutto veloce, tutto frenetico. “La gabbia delle scimmie” è il luogo di ritrovo di una banda (ma anche il nome di un blog per discussioni scientifiche e riecheggia in parte il titolo di un libro di Kurt Vonnegut, famoso autore di “Mattatoio n.5”) capeggiata da un certo Stan. Ma c’è chi ce l’ha con lui perché poco attivo, poco dinamico. E allora giù botte da orbi, scontri, sparatorie, morti a go-go, droga, tradimenti, l’FBI, mele marce nella polizia, libri contabili che fanno girare il tutto. Manca il sesso ed è pura meraviglia.
E poi c’è lui, Charlie detto il “Sarto” (perché ha ucciso un uomo con un paio di forbici) che fa parte della combriccola, fratello più piccolo da proteggere e la mamma che è sempre la mamma. Freddo, duro, impassibile. Fisico di ferro. Con le sue regole “Quando hai un capo rimani con lui”, “Sono sempre stato buono con chi è stato buono con me”, che si innamora (di Marcie) e ha il suo attimo di umana debolezza “Mi raggomitolai dentro la giacca e le lacrime cominciarono a scendere rapide e calde lungo il viso”. Un attimo, dicevo, perché poi è tutto un tup tup tup. E se manca la pistola c’è il coltello a farne le veci.
Uomini e un paio di donne, oltre la mamma e Marcie, a completare il quadro. La buona, Amber, e la cattiva Tina che in fondo al libro hanno la loro parte. Stile ironico (gangster che giocano a monopoli), humour nero, qualche metafora degna di Ross MacDonald insieme a battute scontate. Ma, soprattutto, un continuo, incessante, frenetico movimento.
Mi è venuto il fiatone.

La legge dei figli, antologia di racconti curata da Sabina Marchesi e Lorenzo Trenti, Meridiano Zero 2007.
Copertina nera con pistola a tamburo che esce fuori dall’interno di un libro. Probabilmente un libro sulla Costituzione, essendo i racconti legati ai principi più importanti della nostra carta costituzionale. Sì, avete capito bene. Non sto a ripeterlo. Una idea originale ed una iniziativa meritoria che ci induce a riflette su alcuni aspetti importanti della vita sociale italiana.
Questi sono racconti noir, duri, diretti, concreti. Li raccolgo velocemente insieme tanto per darvi un’idea: pronunciamento militare con dittatura; vita dura degli extracomunitari; giustizia personale; poliziotto senza regole con vittima del G8 di Genova; ancora coppia di poliziotti fuori dalla legge; il problema delle intercettazioni telefoniche; la bestialità della folla allo stadio; carriere truffaldine e meschine con tradimento e vendetta; sfruttamento del lavoro nero; il problema sociale degli handicappati; il sistema dei voti truccati alle elezioni e quello per non pagare le tasse; seguire una indagine piuttosto che un’altra da parte della magistratura; ancora sulla giustizia personale; sfruttamento della “mala” per sconfiggere una organizzazione terroristica.
Tutti temi attuali, veri, scottanti. Un po’ di artificio, alcune forzature su una iniziativa nata a tavolino ma poi passione, sentimento, coraggio e denuncia. Linguaggio incisivo che va al nocciolo della questione, dove non manca il grottesco e il paradosso. Contenuto ora doloroso, ora drammatico con qualche schiarita di luminosa speranza. In un mondo che va a catafascio una riflessione sui nostri principi costituzionali fa sempre bene.

La legge dei nove di Terry Goodkind, Fanucci 2010.
Alex, o meglio Alexander Rahl, è un pittore senza troppa fortuna che salva se stesso ed una bella ragazza enigmatica dall’assalto di un camioncino che porta la bandiera dei pirati (e già questo ci fa capire di essere in una situazione particolare). La bella ragazza è Jax che proviene da un altro mondo dove impera la magia (mentre nel nostro la tecnologia) e un dittatore, Radell Cain, che vuole il potere tutto per sé, dopo avere sfruttato gli istinti peggiori del popolo (prima c’era l’onestà ed ora tutti ad arricchirsi senza sforzo).
Alex si trova al centro di una profezia tratta da un antichissimo libro per la legge dei nove (vedrete poi di che cosa si tratta) e per il cognome che si porta appresso. In pratica dovrebbe essere colui che deve salvare uno dei due mondi. Intanto ha ricevuto in eredità una vastissima tenuta nel Maine di una certa importanza nel proseguimento della storia.
Che qualche pericolo incombesse su di lui era strato annunciato da certi avvertimenti della madre impazzita “Vattene e nasconditi” e dal nonno Ben “I problemi ti troveranno”, da strani rumori durante le telefonate e… e dagli specchi. Sì, perché attraverso gli specchi si possono materializzare le persone dell’altro mondo alla ricerca di un “passaggio” segreto di cui dovrebbe essere a conoscenza il nostro eroe. Da qui lotte, assalti, sparatorie.
Per difendersi dagli attacchi degli infiltrati unisce le proprie forze con Jax (non va d’accordo con la fidanzata Bethany) e ne viene fuori un bel sentimento condito da qualche bacio appassionato.
Buona la resa del mistero, dell’inquietudine, dell’attesa relativa alla prima parte ( cosa succederà?), con qualche critica scontata di riflesso sulla nostra società. Meno riuscita quando si entra nella spiegazione dei particolari (cosa succede) che mettono in risalto pure alcune incongruenze. Un libro che convince a metà.

Patrizia Debicke (la Debicche)

Musica nera di Leonardo Gori, TEA 2017.
Versilia, agosto 1967. Nonostante la Guerra Fredda in atto e l’escalation americana in Vietnam, l’Italia si crogiola in pieno boom economico. Il benessere è diffuso, la 500 e le vacanze al mare sembrano quasi alla portata tutti e nei bar dei lungomare impazza il suono nei juke-box con le voci di Gianni Morandi e Caterina Caselli. Però il primo capitolo ci fornisce una nota macabra e stonata: il ritrovamento di un morto annegato, tale Fedele Argenti, ammiraglio in pensione. Una banda di ragazzini, impegnati in una specie di maratona ciclistica, ha trovato il suo cadavere ricoperto di schiuma, liquami e semisommerso nel fossato che costeggia l’aeroporto del Cinquale, quasi una fogna a cielo aperto. Bruno Arcieri, ex colonnello del Sifar, Servizio Informazioni Forze Armate, in pensione da dicembre dopo i caotici fatti dell’alluvione di Firenze e vecchio amico di Argenti, riesce ad arrivare da Roma al Forte dei Marmi in treno, appena in tempo per il funerale. cantante. Qualcosa che cova sotto le ceneri s’infiamma. Arcieri scoprirà precise indicazioni di mostruosi delitti in lettere con spaventose accuse. Chi sono le misteriose donne vestite in nero, che ogni sera scrutano in silenzio il mare dal pontile del Cinquale? C’è qualcosa di torbido dietro la morte accidentale del vecchio ammiraglio? Arcieri non può restare fermo a guardare, quando ci sono tracce di vecchi delitti: l’eccidio di una ricca famiglia ebrea, un padre e tre bambini, massacrati dai nazifascisti nel 1944, la scomparsa di un inafferrabile faccendiere italiano, legato ad ambienti poco chiari dei servizi segreti e quella di un intero equipaggio di un mini sommergibile, lasciato colare negli abissi al largo del Cinquale. Praticamente da solo porterà avanti un’indagine destinata a scoperchiare un intrico di trame eversive e di interessi privati di assoluto cinismo, che macchiarono indelebilmente l’Italia del 1945 e che ancora non si fermano, benché siano passati più di venti anni. Tanti sanguinosi misteri e tutti collegati alla guerra, all’armistizio dell’otto settembre del 1943, al cambio di alleanze e agli opportuni voltafaccia di ex fascisti. Un torbido intreccio, con doppi e tripli giochi che coinvolgono anche i servizi segreti esteri e italiani. Giochi in cui, per un imperscrutabile disegno, dovrà lui stesso trasformarsi in una pedina. Romanzo poliziesco, caratterizzato, come la musica che lo esalta, da continui cambi di ritmo e basato su improvvisazioni e virtuosismi, Musica nera è quasi un’ode alla memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia.
Altri libri segnalati dalla nostra Patriziona:
Operazione Portofino di Roberto Centazzo, TEA 2017, dove tre baldi ex poliziotti, arrivati all’agognata pensione, per non morire di noia si sono inventati la Squadra speciale Minestrina in brodo che risolve delitti e sgomina bande di criminali.
Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi, Frassinelli 2017. In una Parma invernale, fasciata dalla nebbia, trasfigurata dalle nuove costruzioni e quasi indecifrabile per incomprensioni, scoppiano delitti e scontri razziali.
Il morso del ramarro di Valeria Corciolani, Emma Books 2017. Un palcoscenico affollato da personaggi molto diversi, ma con una cosa, anzi un luogo, in comune: una palazzina liberty in una bella cittadina di mare. Di là prende il via Il morso del ramarro con le diverse storie, con il mixer di azioni, persone, sentimenti e arcane suggestioni che ci accompagneranno con gustosa ironia fino alla soluzione dell’enigma. Che poi era legato a un semplice ciondolo. A forma di ramarro. E visto che ci sono molteplici letture allegoriche collegate al ramarro e al suo morso, Valeria Corciolani, che le conosce bene, ci gioca alla grande.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
eccomi a voi. Sono il nipotino di nonno Fabio che scrive, scrive, scrive e vuole far scrivere anche me (accidenti!). Qui vi parlerò dei libri che leggo. In maniera semplice (ho solo otto anni).
Partiamo da Sandokan di Emilio Salgari nella versione di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Siamo in Malesia. Il pirata Sandokan lotta contro gli inglesi per la libertà del suo popolo. È conosciuto anche come la “Tigre della Malesia”. Però, attenti, non è un uomo in questo romanzo, ma un topo! Così come tutti gli altri personaggi.
Ad un certo punto sembra morto dopo uno scontro navale, viene salvato addirittura da un inglese, lord James Guillonk. Fa finta di essere un principe e si innamora della nipote Marianna, la “Perla di Labuan”! Insomma un romanzo di avventura e di amore con tanti brividi, travestimenti e colpi di scena. Spesso le parole sono colorate e in forma buffa (ci ho fatto anche qualche risata) per tenere desta la nostra attenzione. E ci sono bellissimi disegni.
Leggetelo!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2017

Sulla tazza del gabinetto ho portato Procopio di Cesarea. I nomi strani e roboanti mi hanno sempre colpito. Soprattutto degli storici antichi. Quando seppi di questo Procopio non stetti più in me e andai a beccarmi la sua Storia inedita (o arcana, o segreta). Tra l’altro anche il titolo mi affascinava. Se la storia era inedita, o arcana, o segreta, chissà perché e quali fatti da sollucchero avrebbe contenuto. Gli appassionati di storia lo sanno. Praticamente un libello, un’accusa contro l’imperatore Giustiniano e consorte di avere portato alla rovina l’impero romano con la sua devastante politica interna ed estera. E di avere causato la peste, i terremoti e le inondazioni che colpirono in modo tragico quelle terre. Quando s’incazza Procopio di Cesarea diventa una belva. Meglio tenerselo buono al gabinetto.
Altro nome strano e accattivante fu, per me al primo impatto, quello di Senofonte (una fonte uscita dal seno?) con la sua, altrettanto particolare e strana, Anabasi. Ma che cavolo era? Mi ci buttai sopra a babbo morto, come si dice dalle mie parti. Praticamente la storia dei Diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il giovane per togliere il trono di Persia al fratello Artaserse (quando si dice l’amore fraterno). Tutto bene finché Ciro muore nella battaglia di Cunassa, e allora sono cavoli amari per i Diecimila costretti ad un lungo viaggio di ritorno (dura più di un anno) pieno di insidie e trabocchetti come quello di Tissaferne (altro nome da sollucchero). E, insomma, gioventù lottiana tra nomi strani, eserciti, battaglie, tradimenti e sangue e morte. Un bel casino.

La morte e l’oblio di Annamaria Fassio, Mondadori 2016.
Quando c’è una quarta di copertina perfetta meglio sfruttarla: “Una mattanza di stampo mafioso in Calabria è stata l’inizio di tutto. Lui ucciso in un agguato a un falso posto di blocco, lei stuprata e freddata con una pallottola in testa nella sua stanza d’albergo. Danni collaterali, un autista e una guardia del corpo. Poi un incendio doloso in un laboratorio farmaceutico, in Spagna. L’esplosione, le vittime, i capannoni divorati dal fuoco come scheletri neri contro il cielo. E poi c’è Zelda la russa, la protetta di un boss. Finita in clinica dopo un incidente, ora vive perduta nelle tenebre dell’oblio, nemmeno ricorda il proprio nome. Vicende diverse, lontane, ognuna delle quali sembra apparentemente fare storia a sé…”
Ed ecco entra in scena Erica Franzoni della Mobile di Genova, già incontrata per la prima volta in Una vita in prestito, Mondadori 2007. “Viso abbronzato, occhi grigi, mascella volitiva nonostante quel sorriso da bambina che ogni tanto affiorava sulle sue labbra”. Capelli a caschetto. A Maffina (vedremo più avanti chi è) fa venire in mente la Valentina di Crepax. Trenta e lode al suo primo esame di Filosofia del diritto. Camminata svelta e sicura, sempre perfetta e a posto anche nelle emergenze. Sua amica Gatta, la micia. Musica, musica e musica ma anche teatro, pizza e coca Light al bisogno. Antonio Maffina è il suo superiore con il quale ha stabilito un rapporto sentimentale dopo che si è lasciato con la moglie Aurora. Ora morente a San Sebastian nei Paesi Baschi dove l’ex marito andrà a trovarla.
La vicenda è complessa e, dunque, non è il caso di infilarcisi dentro (non saprei come uscirne). Vorrei, invece, sottolineare l’atmosfera che la pervade e che dà un senso a tutto quanto il racconto. Un senso di stanchezza, di frustrazione, di difficoltà (Erica pure in analisi, si sente sfruttata, ricordi, sogni, genitori che si tradivano) di malattia, di disfacimento delle menti a Villa Rosa dove si cura l’Alzheimer, di violenza bestiale, dolore e morte. Amori e tradimenti, spunti sulla città, i rapporti più o meno complessi con i colleghi di lavoro, movimento, storie che si intrecciano fra loro, la paura di smarrirsi lungo il percorso dell’indagine, qualcosa che sfugge e la luce che si accende rivedendo il classico filmato. E ora c’è un esame da superare.

Il grande errore di Mary Roberts Rinehart, Mondadori 2016.
“Parlai per la prima volta con Maud Wainwright nel suo salotto privato al Chiostro (questo era il nome della sua splendida villa). Stava disponendo i posti per gli invitati alla cena che intendeva dare.” Chi narra è la signorina Patricia, per tutti Pat, sola al mondo per aver perso entrambi i genitori e in cerca di un impiego. Ecco come si presenta “Io mi chiamo Patricia Abbot, ho venticinque anni, peso sessantadue chili, parlo benino il francese, maluccio il tedesco, gioco male a golf, benino a tennis, vado splendidamente a cavallo.” Diventerà la segretaria di Maud, vedova del povero John, che cerca di mettere assieme i vecchi e i nuovi abitanti di Beverly e della Collina. Figlio Tony avuto da un rapporto precedente a quello con il marito, sposato con Bessie che si è allontanata e che, ad un certo punto ritorna…
Tutto bene finché arriva una lettera a Maud che si fa pallidissima, qualcuno gironzola intorno alla villa, il guardiano notturno viene colpito alla nuca e steso bocconi vicino alla piscina. “Cominciava quel nostro angoscioso mistero che poi sarebbe sfociato in una terribile tragedia”, annota Pat alla fine del quarto capitolo. Tragedia che consiste nella caduta della suddetta nella tromba di un ascensore, finendo su qualcuno che è steso là sotto. Morto, naturalmente. E non certo di morte naturale…
Dunque omicidi (anche del cane Roger avvelenato con stricnina), colpi in testa, spari e sparizioni di oggetti e di uomini, ricatto, persone che ritornano dal passato con falsa identità, intrighi amorosi (ce ne sono diversi) con la nostra Pat che si innamora di Tony, l’arresto del colpevole (ma sarà davvero colpevole?).
Insomma tutto l’armamentario possibile per una trama complessa, ricca di innumerevoli dubbi, inquietudine, costruzioni e ricostruzioni degli eventi e piccoli colpi di scena, soprattutto alla fine di ogni capitolo, per disorientare il lettore, con i morti che continuano ad aumentare e Pat che dà una mano alle indagini della polizia. Ma come finirà la sua storia d’amore?…

Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017.
“Quel che restava di Dan Seaton-Carey era raggomitolato sulla sedia accanto al tavolo del telefono, nell’angolo tra la porta e la prima delle due lunghe finestre schermate dalle tende. L’uomo aveva il viso orribilmente distorto, e due pezzi di filo metallico gli spuntavano dietro il collo…” Strangolato durante un bridge party nella dimora dell’ambiziosa Lilias Hadington dove c’è pure l’avvocato Timothy Harte, detto il Terribile (ha fatto la guerra nei corpi speciali), invaghito della bella segretaria Beulah Birtley che non piace per niente a sua madre (e, infatti, vi ha spedito il fratello maggiore James a sorvegliare e indagare). Cinquantacinque persone, compresa la servitù, in casa al momento dell’omicidio, ma solo sette sospettate. Una bella gatta da pelare per l’ispettore capo Hemingway di Scotland Yard (teatro, psicologia e appunti sul suo interminabile taccuino) in continuo scontro con il sottoposto Pershore di cui non ha nessuna fiducia, e piuttosto burbero anche con l’ispettore Grant che lo affiancherà nelle indagini.
Naturalmente tutti i sospettati hanno almeno un motivo per voler mettere a silenzio perpetuo il nostro Dan di cui non si capisce bene quale sia stato il suo mezzo di sostentamento ufficiale, dato che abitava in una zona residenziale e conduceva una vita brillante (donne ai suoi piedi e pure qualche “amichetto”). Tra questi sospettati un rappresentante della scuola comunista per cui “il più piccolo riferimento alla Russia sovietica agiva sul suo cervello come una droga potente, uccidendo in un attimo le sue facoltà critiche…”. La faccenda si complica quando, come da titolo, il delitto si ripete con le stesse, identiche modalità nei confronti di un’altra persona.
Eleganza di scrittura, personaggi ben curati e delineati così come gli ambienti in cui si svolgono le azioni (forse qualche lungaggine di troppo), il mondo dell’aristocrazia e della “servitù”, i “buoni partiti” da sposare per le ragazze e i giovanotti con l’intromissione delle madri (quello-quella è più adatto per te, o non è per niente adatto/a). Una ricostruzione accurata dei movimenti dei sospettati, intreccio di situazioni amorose, qualcuno che è già stato in prigione per furto e per falso, droga, ricatto, un portacipria sparito, piccoli scorci sorridenti sui domestici niente affatto addolorati ma piacevolmente eccitati per l’accaduto, (più interessanti agli occhi di parenti e amici), lamentele sulle tasse (tipico di tutti i tempi), scontri, dicevo, tra madri e figli per questioni di cuore. Ma chi sarà l’assassino? E, anche qui, come nel giallo precedente, viene spontanea la domanda: ma l’amore, quello vero, vincerà?… Traduzione superba di Mauro Boncompagni

Intrigo italiano di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big, 2017.
Si parte nel mezzo, tra un prima e un dopo. Più precisamente il 2 gennaio 1954, di sabato. A Bologna. Il commissario De Luca e Giannino (toscanaccio) in macchina…
Prima. Giannino alla mano, pieno di vita, che vuole sembrare più grande di quello che è, vestito alla moda, ama il calcio, le canzonette di Sanremo (siamo ai tempi di Nilla Pizzi, Teddy Reno, Claudio Villa, della brillantina Linetti, della Tricofilina, del famoso caso Montesi), in netto contrasto con il commissario quarantenne, barba e occhiaie, chiuso in se stesso, pensieroso e preoccupato. Il caso da risolvere l’omicidio di Stefania Mantovani in Cresca, trent’anni, vedova, colpita con la cornetta del telefono rimasta insanguinata, poi il tentativo di strangolarla con il filo del telefono e infine la testa infilata nella vasca da bagno (mi ricorda, in parte, Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017, letto proprio prima di questo).
De Luca è stato richiamato in servizio dopo cinque anni vista la sua chiara fama di poliziotto durante il fascismo, per risolvere, in incognito, il suddetto mistero. Indizio importante il disegno di un bambino di un certo “Faccia di Mostro” che lui aveva visto uscire dalla casa dell’uccisa, e che ritroveremo anche nell’incidente automobilistico in cui era morto precedentemente il marito professor Cresca, “dongiovanni, esistenzialista e appassionato di jazz”.
Siamo in un clima di “guerra fredda” con i russi, dove impera una lotta spietata all’interno degli stessi Servizi (chi è appoggiato da Piccioni e chi da Fanfani) in una società nettamente cambiata verso il consumismo (ne fanno fede i giornali e le riviste del tempo citate dall’autore). Dunque un caso spinoso da risolvere e poi, incredibile, da dimenticare. Ma De Luca vuole andare in fondo lo stesso, preso anche dall’attrazione per la bella Claudia meticcia che canta nell’“Alma Mater Dixie Jazz Band” (qualche salto sul letto è di prammatica). Altri morti ammazzati, dubbi (perfino su Giannino), pensieri, assilli, depistaggi, c’è sempre qualcosa che non torna, ricette di stupefacenti (di mezzo la droga?), un dottore che procura aborti, ancora sul luogo del primo delitto e siamo in macchina…
Dopo. Dopo… basta ricordare una fotografia della pianta di un piede e una Bologna bellissima sotto la neve. Con il solito colpo di scena (a dir la verità usurato) e la solita domanda se ci sarà un seguito nella storia d’amore.
Scrittura fresca, precisa, puntuale, senza tante inutili infiorettature, con quei piccoli particolari e dettagli tipici di Lucarelli che rendono vivo e credibile un personaggio anche minore (mi viene in mente l’ex prostituta Wanda mentre parla in macchina con il commissario e i bomboloni del commendator Umberto). De Luca, naturalmente, al centro della scena, lui serio e responsabile, costretto a fare il cane bastardo insieme al pimpante Giannino (ha i suoi guai) e alla sinuosa Claudia (mondina e partigiana). Un racconto complesso, praticamente un caso di “imperfezione gestibile”, ovvero se si gestiscono bene tutti i dettagli che non tornano essi “trasformano un delitto imperfetto in una indagine perfetta.” Come questa.

Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016.
“Quando lo vide camminare lungo il margine della strada quel venerdì di ottobre, Lauren non poteva sapere che da lì a poco sarebbe scomparso, o che subito dopo la sua scomparsa, decine di persone avrebbero sentito l’obbligo di cercarlo.” Siamo nella piccola città di Hardy Walk, Lauren Wilder è una signora sposata che due anni prima è caduta dal campanile di una vecchia chiesa procurandosi indicibili sofferenze, e quel “lo” trattasi di Bo Laughlin, un giovanotto assai conosciuto che le pare di avere investito. Infatti non ne è sicura, dato che l’uso e l’abuso di Oxy Contin, per rimettersi in sesto, le provoca una maledetta confusione tra il certo e l’incerto, tra la realtà e l’illusione (il panico perenne compagno). In questo stato di cose inizia la sua personale ricerca per scoprire la misteriosa sparizione di Bo, un tipo un po’ fuori di testa, un po’ strano, un po’ particolare. Da ragazzo cammina per chilometri, sembra posseduto, non mantiene l’attenzione, porta sempre dei paraorecchie.
Anche la polizia lo cerca, indaga, pensa che la sua sparizione possa essere in qualche modo collegata alla stessa Lauren. Non si fidano di lei, del suo stato mentale, con il pensiero fisso su quell’incontro a cui si aggiungono lentamente altri tasselli di memoria: Bo che tira fuori un rotolo di soldi, insieme a lui una donna con i capelli bianchi e un cane…
La sua vita familiare diventa sempre più pesante, scontri con il marito (si sente continuamente giudicata) afflitto da problemi economici e con i figli, bugie e menzogne, stranezze come le compresse che appaiono e scompaiono, dubbi e assilli infiniti. Attorno alla vicenda altri personaggi ben strutturati: la sorella Tara sposata ad un tossicodipendente (sua storia da brivido); Annie Beuchamp cameriera in un bar dove aveva lavorato anche Bob della quale è fratellastro. E altri ancora.
Una vicenda dentro (soprattutto) e fuori i personaggi con la loro complessa umanità, i loro animi, i loro pensieri, le difficoltà, i disagi, le sofferenze, la tossicodipendenza, l’emarginazione, la malattia mentale, ma anche l’amore, in questo caso soprattutto fraterno, e l’aiuto verso i più deboli. Intrecci fra storie diverse con continui “aggiornamenti” delle storie stesse quasi in perpetua crescita. Al centro la lotta di Lauren per uscire da uno stato di dubbio perenne, con se stessa e con la famiglia. Classico colpo di scena finale, piuttosto intuibile (almeno in parte) per i lettori navigati, nel solco di una consolidata tradizione.

Segnalazioni
Già letti tempo fa A casa del diavolo e Città di polvere con discreto piacere e, dunque, di Romano De Marco segnalo L’uomo di casa, Piemme 2017. Due fasi: nella città di Richmond nel 1979 e oggi a Vienna in Virginia. Il classico caso del serial killer al femminile con un buon numero di neonati spariti. Penso di ritornarci sopra.
Furoreggia Torto marcio di Alessandro Robecchi, Sellerio 2017. A Milano un assassino che lascia come firma un sasso. Come idea niente male.
Gli amanti di Harry Bosch potranno ritrovare il loro beniamino con Il passaggio di Michael Connelly, Piemme 2017. Questa volta non in piena attività ma, addirittura, in pensione! No, no, non vi allarmate. Anche da pensionato avrà il suo bel da fare…
E quelli dell’ispettore fiammingo Van In lo saluteranno di nuovo leggendo L’orecchio di Malco di Pieter Aspe, Fazi 2017, dove una setta di irredentisti cattolici ne combina di cotte e di crude pur di togliere definitivamente dalla società ogni tipo di corruzione e degrado. Su Caos a Bruges dello stesso autore a fine lettura scrissi Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.

Un giretto fra i miei libri
La doppia vita di M. Laurent di Santo Piazzese, Sellerio 2013.
Se volete un libro colto, elegante, ricco di citazioni questo fa per voi. Personaggio principale che racconta in prima persona, Lorenzo La Marca, amico del commissario Vittorio Spotorno. Lavora al Dipartimento di chimica applicata, ex sessantottino, abita al quarto piano di una palazzina tutta sua che affitta (mica male l’amico), si sposta con una Golf, fuma Camel, beve liquori (anche un Campari va bene), lettore accanito, sorella Maruzza con due figli, “fidanzato” con Michelle, belloccio medico della polizia.
Siamo a Palermo negli anni… insomma quando c’è Bertinotti. Un morto su un marciapiede bagnato dalla pioggia colpito al cuore da un colpo di pistola. Trattasi di Umberto Ghini, antiquario, con bottega a Palermo e a Vienna. Ed ecco che il nostro si trova invischiato in questa storia. Una storia con al centro il negozio di antiquariato Kamulùt e il commercio di contrabbando di opere d’arte. Qui comincia l’avventura che si porta dietro un bel po’ di osservazioni: Palermo con le sue strade, le sue piazze, i suoi orrori e le sue bellezze, battute sulla Mafia, (se estirpata andrebbe ricreata per i turisti), sullo scrittore seriale del giallo, pizzicate agli idealisti rivoluzionari del passato, alla giustizia di oggi, personaggi vivi e concreti con pizzico di umorismo (la Decana, l’ubriaco, l’affittuaria).
La doppia vita di M. Laurent, di Santo Piazzese fa parte dei gialli “citazionisti”. Di quei gialli, insomma, dove non conta solo la storia giallistica in sé, ma anche la raffica di citazioni culturali (libri, film, canzoni, opere ecc…) che l’autore ti scarica addosso ad ogni piè sospinto. Dove anche i gatti casalinghi si chiamano Kay e Scarpetta e uno di passaggio è spiccicato a quello di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (guarda la combinazione). Finale da mystery con ricostruzione minuziosa degli avvenimenti alla Golden Age dove tutti i tasselli del puzzle si incastrano perfettamente (solo un punto mi pare deboluccio) e una lettura, via, che risulta piacevole anche con la caterva delle citazioni, espresse in forma spigliatamente ironica. Senza scene di sesso ed è pura meraviglia.

La faccia nascosta della luna di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero 2009.
Trentanove racconti brevi (eccetto un paio più lunghi), o meglio squarci di vite maledette: alcol, droga, omicidi, suicidi, casi misteriosi, fama, successo, depressione, genio e sregolatezza, sette sataniche.
Morti ammazzati da tutte le parti (piscina, camera, sopra e sotto il palco della musica, nel giardino, nel fiume…). Storie che corrono veloci pregnanti, intriganti, allucinanti. Documentazione e ricostruzione precise e puntuali, ricche di citazioni di libri, dischi, film. Il tutto espresso in tono quasi affabulatorio che invita a proseguire la lettura. E poi estetica dark, il gotico, l’esoterismo medievale, la ricerca del Graal, i Templari. Surrealismo, dadaismo, futurismo, gruppi musicali psicopatici, pedofilia, ragazzini che scompaiono e si ritrovano morti e sepolti. Dubbi, assilli, tormenti. I Queens, Lennon, Kennedy, Monroe, Dean, Tenco, Belushi e altri ancora presi in un vortice invisibile. Lo zampino del Diavolo, ovvero la faccia nascosta della luna. Brrrrrr….

La felicità è un muscolo volontario di Rosa Mogliasso, Salani 2012.
Torino, vigilia di Natale. C’è il commissario Barbara Gillo, cantonata sentimentale (litigata) con il commissario palermitano Massimo Zuccalà che le piace una cifra, anni di judo e nuoto con sciatica birbetta, ora su tacchi alti, ora in tuta con Nike ai piedi, ora in macchina, ora in vespa a sfidare il gelo della città. Invito dalla sorella Meri (tradita dal marito e fidanzata con senegalese) per una riunione con le sue amiche, tra un frizzo e l’altro sugli uomini si gioca a tombola, alla vincitrice un vibratore che fa sempre comodo. Intanto sono sparite borse e pellicce ma per la nostra Gillo risolvere il caso è un gioco da ragazzi. Poi c’è la storia di Ruggero e Serena, figli della contessa Elisa Prunotti che ha sposato un Mapei. Ruggero in Ferrari tra alcol e droga, Serena dal collegio alla rivoluzione proletaria e si ritrova a Parigi sotto falso nome. Poi c’è Domenico Spadafora a cui viene ucciso il padre a tredici anni. Niente pompiere ma poliziotto. È bene saper sparare. Poi c’è Valentina che lascia il marito bambinone, due ragazze che fanno un po’ di sesso scherzoso e infine i morti ammazzati: la contessa accoltellata e martellata e un emarginato sociale al Valentino, dietro un cespuglio. Barbara può andare finalmente a Palermo a riabbracciare il suo Zuccalà, pace fatta, anellone di fidanzamento e via a cercare l’assassino (ci scapperà anche un altro cadavere). Di mezzo addirittura i servizi segreti, passaggio di sghei da un conto all’altro, un possibile ricatto, pure una possibile vendetta, il vicequestore De Michelis a fare la parte del burbero, il vicecommissario Peruzzi quella del colto piuttosto fastidioso (soprattutto per De Michelis).
Capitoletti brevi, i fili della storia che passano veloci da un personaggio all’altro e si intrecciano fra loro, qualche spunto sulla società, sui barboni, sui senza tetto, sulla difficoltà a trovare lavoro anche da laureati (via dall’Europa!), sulle differenze tra culture diverse, qualche lieve condizionamento delle sfumature con il vibratore come trofeo di vittoria, un po’ di presa in giro di certi “rivoluzionari”, ironia spruzzata per ogni dove, citazioni a go-go su libri, personaggi, cinema (soprattutto attraverso Peruzzi) e pure un accenno agli scacchi che fanno sempre piacere ad un fissato come il sottoscritto.

La fiamma e la morte di John Dickson Carr, Mondadori 2012.
Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). A questo si aggiungono gli scontri con il capitano Hogben (Cheviot se la cava egregiamente) per una supposta superiorità dell’esercito sugli altri appartenenti al corpo della polizia, i primi mezzi tecnici di indagine, il disegno in terra del corpo, l’angolazione dello sparo e tutte le deduzioni possibili incorporate dal sagace poliziotto.
Dal rimuginio deduttivo si passa all’azione nella casa da gioco di Vulcano (qui è finito un gioiello di lady Kork) con lotta e botte da orbi. Ad un certo punto il lampo, la luce (illuminazione dalla figlioletta), la spiegazione finale ed un dubbio per i lettori: ma il nostro sovrintendente riuscirà a ritornare nel suo tempo?
Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello a rompere l’incantesimo), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

La nostra infaticabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci porta in dono…
Fabrizio Borgio, Il settimino, Acheron 2016.
Nella cultura popolare piemontese, un bambino prematuro nato al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. La locale superstizione attribuisce ai settimini oscuri e paurosi poteri sovrannaturali (scopro dalla dettagliata biografia che anche l’autore è un settimino).
Dopo Masche e La morte mormora, Fabrizio Borgio fa tornare alla ribalta il suo protagonista Stefano Drago, agente speciale del DIP (Dipartimento Indagini Paranormali), e per un’altra volta mischia nel suo romanzo il soprannaturale a un’indagine poliziesca. Stavolta il funereo (i suoi abiti, quasi una divisa, sono sempre dei completi neri) Stefano Drago, deve difendere un “Settimino”, Davide Bo, poco più che un ragazzo ma dotato di straordinari poteri paranormali, braccato da una pericolosa branca deviata dei servizi segreti che lo segue e vuole catturarlo per sfruttare le sue capacità come un’arma letale…
Questo perché lui è particolare, un diverso, ma non ancora del tutto conscio della sue grandi potenzialità, tanto che quando ha paura e lascia andare la sua mente, attorno a lui succede di tutto. Gli oggetti volano, le trasmissioni televisive si interrompono, i suoi nemici muoiono violentemente… Anni prima, Davide Bo ha superato incolume una spaventosa tragedia familiare. L’unico suo appiglio, la sua ancora di salvezza, potrebbe essere Stefano Drago, che allora gli era stato vicino, sapeva molto di lui, l’unico di cui potersi fidare e dal quale accettare protezione. Ma bastera?…
Trama stuzzicante, senz’altro fa più l’occhiolino alla fantascienza che non a un thriller giallo noir e ci presenta una nazione governata da misteri di Stato, in cui dominano mafie, logge massoniche, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere.
Christian Jacq, Nefertiti, la regina del sole, Tre60, 2017.
Un romanzo che rappresenta un’appassionata e mistica immagine di Akhenaton, il faraone illuminato, o eretico e invasato per molti dei suoi sudditi, colui che ha rivoluzionato l’Egitto promuovendo il culto di un unico dio, Aton, e ha trasferito la capitale dell’Egitto da Tebe ad Amarna. Un bel viaggio nel tempo e nello spazio, che piacerà agli amanti o a chiunque sia affascinato o incuriosito dall’antico Egitto.
Ti guardo di Sibyl der Schulemberg, Il Prato 2017.
Sibyl von der Schuleburg affronta svariate tematiche psichiatriche, quali il transfert/controtransfert tra paziente e terapeuta, la violazione del codice deontologico da parte del terapeuta e va a fondo su un argomento pericolosamente attuale, quello dello stalking, molto spesso collegato all’erotomania, ovvero persona, uomo o donna, affetta da un illusorio delirio psicotico, in cui è convinta di essere amata da qualcuno che conosce appena.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2017

Il giallo come antidepressivo
Ogni tanto mi prende un po’ di depressione. Non so se capita anche a voi (spero di no). La salute latita, le cose non vanno come devono andare, e insomma tutto è grigio, tutto è triste. L’asma, la prostata, il giradito, la pensione striminzita, la tegola rotta, il freno che non funziona, il lavandino che gocciola, la cacca di piccione sul tetto della macchina, il mutuo (dei figli) che ti assilla e via e via e via.
È proprio in questi momenti che mi soccorre il giallo, comprensivo di noir e thriller. Io sarò pure sfigato (penso) ma guarda un po’ cosa succede ai disgraziati maledetti che vivono, seppur di fantasia, in queste pagine.
D’altra parte che il giallo risulti il luogo più adatto alle disgrazie è nella sua stessa natura. Il fatto che ci sia come minimo un morto ammazzato già questa è una disgrazia. Per il morto ammazzato, se non aveva intenzioni suicide, per coloro che gli erano affezionati davvero e per quelli rimasti fuori dal testamento.
Ma un solo morto ammazzato è una rarità come le mosche bianche (e infatti io non ne ho mai vista una). Di solito i morti ammazzati sono un esercito, una caterva. Una trenata di morti ammazzati strangolati, sbudellati, sparati, bruciati, accoltellati e insomma “ati” in tutte le salse e in tutti i modi. E già questo ti tira un po’ il morale. Si starà male ma sempre meglio di chi non c’è più (così si dice, anche se ogni tanto mi viene il dubbio che chi non c’è più non stia poi tanto male).
Insieme ai morti ammazzati ci sono le disgrazie dei personaggi, quelli che in una storia rimangono vivi perché l’autore non è riuscito a trovare il modo giusto per farli morire. Ultimamente in grande spolvero. Più disgrazie, più divertimento per i lettori. Una vera e propria rincorsa alla disgrazia. Non voglio scrivere cose già scritte e riscritte ma se al protagonista principale, maschio o femmina che sia, sono stati strappati dall’infame Destino soltanto i genitori e gli rimane da accudire un fratello scemo e una sorella pasticcata gli va di lusso. Soprattutto se la notte non è tormentato da incubi che risalgono alla sua infanzia e non c’è un cretino là fuori che cerca, appunto, di farlo fuori.
Nei momenti più critici, quando perfino mio figlio sembra assumere le fattezze di La Russa e un brivido corre lungo la schiena, mi butto anche sugli autori. Non bastandomi le sofferenze dei personaggi a gettare un raggio di luce sulla mia penosa esistenza. Ce ne sono a iosa, a valanga, da dà a’ maiali come si dice in gergo popolare dalle nostre parti. Basta leggere qualche biografia pescata in qua e là a caso. Ubriachi fradici, picchiati, violentati, traditori e traditi, carcerati, pazzi, drogati, separati, divorziati, risposati, ridivorziati, mille mestieri, un calcio in culo e giù nella merda. Vita difficile, dura, violenta che mi fa tirare un sospiro di sollievo.
Insomma il giallo, comprensivo di noir e thriller, sarà pure un mezzo per passare il tempo, o per riflettere sui problemi della società, o sugli abissi dell’animo umano. A me serve soprattutto come supporto psicologico. Un balsamo per le mie ferite. Praticamente un antidepressivo.

Per tirarmi un po’ su parto da Sherlock Holmes e il marchio del terrore di Kieran Lyne, Mondadori 2016.
Anno 1891. L’Impero inglese si sta disfacendo mentre Sherlock Holmes conosce “l’apogeo della sua carriera”. Una serie incredibile di delitti, tra le cui vittime il futuro ministro degli interni, sono dovuti alla mano del nemico giurato Moriarty, secondo il parere dell’Investigatore che riesce a sfuggire a diversi attentati. Fino all’epico scontro alle ormai famose cascate del Reichenbach dove sembra che i due eterni nemici abbiano perso la vita.
Il Nostro, però, è ben vivo e vegeto come possiamo apprendere dal suo incontro con la “Donna”, la signorina Adler che sta tentando uno dei suoi colpi. Fra i due si forma quasi un’amicizia, parlano di Watson “una persona veramente fuori dal comune” che ama “raffigurarsi in un certo modo per scopi artistici; a quanto pare, è convinto che quell’espediente serva ad accattivare i lettori.”
Ma urge ritornare in Inghilterra dal fratello Mycroft, inserito nei più alti ranghi del governo di sua Maestà, per capire e risolvere il problema di un nuovo ritorno di Jack lo Squartatore. Camuffato da avanzo di galera cerca di infiltrarsi nell’organizzazione di Moran, braccio destro di Moriarty, che sembra abbia preso il suo posto. Con l’aiuto di Watson, a cui si è rivelato, e uno dei suoi tranelli ingegnosi, riesce a catturarlo.
L’elenco dei cadaveri però aumenta ed entra in scena l’ispettore Abberline “uomo imponente al di sopra del metro e ottanta, con un’espressione intensa e intelligente”, capelli bianchi e baffi folti. Si rivive il periodo atroce di Jack lo Squartatore con l’elenco delle vittime orrendamente mutilate. “Lo Squartatore è risorto! Nuovo omicidio a Whitechapel!” strillano i giornali. È arrestato il presunto assassino, un immigrato polacco “che farà la gioia dei nostri darwinisti sociali”, secondo il parere di Abberline.
Sherlock, intanto, non convinto della soluzione del caso, chiuso in camera, pipa perennemente accesa, passi frenetici, strapazza il violino infierendo sulle corde e dando via libera alle sue deduzioni. Ecco un piano per incastrare il vero portatore di morte! Colpo di scena finale con sfruttamento della tecnica di allora.
Il racconto è svolto in prima persona da diversi punti di vista, tra cui quello della signorina Adler, di Watson (naturalmente) e di Holmes stesso. Si crea un clima di paura e di smarrimento sottolineato spesso dal dottore, così come vengono messe in rilievo le caratteristiche di Sherlock, compresi i suoi famosi travestimenti. Qualche aspetto controverso, come sottolinea Luigi Pachì nel suo intervento “La versione di Kieran Lyne sui primi anni del 1890” alla fine del libro, che non inficia, però, la qualità della storia, inquietante e movimentata.

Sherlock Holmes in Italia di Stefano Attiani, Cristian Fabbi, Luca Martinelli, Samuele Nava, Gianfranco Sherwood, Enrico Solito, Patrizia Trinchero, Fabio Vaghi ed Elena Vesnaver, Mondadori 2016.
Sulle avventure di Sherlock Holmes non ci batte nessuno.
C’è tutto in questi racconti. Intanto le note caratteristiche di Holmes, le sue superbe capacità deduttive, le sue manie, lo strimpellare del violino, il fumo avvolgente della pipa, le punture della siringa, l’antipatia per le donne, i travestimenti e i colpi di scena. Insieme a quelle di Watson che, quando inizia un racconto, state pur certi che è il più terribile o il più strabiliante che gli sia mai capitato.
Diversi e diversificati gli elementi che fanno scattare in piedi il Detective. Butto giù all’impronta: il disegno e un tatuaggio di un unicorno nero, un’insegna con lo stesso nome, una signora che nasconde qualcosa; l’arrivo trafilato di un certo lord Pendracke ad annunciare la morte della governante stesa sul prato della sua dimora. Caduta accidentale dal balcone o assassinio? A risolvere tutto il daltonismo; le gare olimpiche a Londra con la storia famosa del nostro Dorando Pietri che stramazza a pochi metri dal traguardo, viene aiutato a rialzarsi e poi squalificato. Ma perché tutta quella stanchezza?. Per Holmes la cosa non è chiara, qualcuno…
Oppure, oppure… ecco l’ispettore Lestrade che arriva, altrettanto trafelato, con un caso di omicidio che sembra già risolto. Così facile, così semplice. Si fa per dire, perché tre indizi accusano addirittura Holmes: la sua pistola, la sua pipa ed un suo biglietto rinvenuti nel luogo del delitto! Non manca la possibilità al Nostro di vedersela con un licantropo, un lupo mannaro. Sì, avete capito bene. Più precisamente in Scozia, chiamato dall’ispettore di polizia Daniel Ferson su consiglio dell’ispettore Lestrade. Già due morti e due feriti con la bestia ancora in giro. Da non dimenticare, per la soluzione del mistero, la Rauwolfia e la Claviceps purpurea (scoprirete cosa sono) e, per una spruzzata di sorriso, due zitelle in treno peggio del licantropo. Aggiungiamo un paio di professori che invitano Holmes ad un confronto calligrafico su una prefazione di una scoperta astronomica importantissima (per loro falsa) di un collega travolto da una carrozza. Come contorno il movimento femminile e pure l’omosessualità con citazione di Oscar Wilde.
Infiliamoci anche un morto ammazzato, più precisamente il principe Barashi, subito dopo l’uscita del duo famoso dal teatro nel quartiere di Park Lane. Un colpo di rivoltella e l’uomo a pancia in giù con la pistola appoggiata sulla tempia sinistra. E, per finire, la storia di una nave volante con qualcosa da cui deve sorgere una speciale “regina” (giuro), e la corsa London-Brighton a cui partecipare per risolvere un nuovo caso intricato di un ammanco di diamanti.
Storie ambientate in tempi diversi, intrecci ben calibrati, sospetti, dubbi, paure, colpi di scena, sorriso sparso a tratti con Watson che ogni tanto tira fuori anche lui qualche bella deduzione (l’allievo che supera il maestro, stuzzica Holmes). E, insomma, la creazione di una atmosfera di inquietudine e mistero, talvolta di irrazionale che serpeggia lungo tutti i racconti. Curati sapientemente da Luigi Pachì che di queste cose se ne intende.
Sulle avventure di Sherlock Holmes non ci batte nessuno.

I tre volti del noir di James Hadley Chase, Stefano Di Marino e Francis Iles, Mondadori 2016.
Il tutto a cura di Mauro Boncompagni, sicura garanzia di qualità. Per prima cosa leggetevi la sua bella Introduzione sulle varie sfaccettature del noir e poi passate al resto.
Colpo a freddo di James Hadley Chase
Chad Winters della Pacific Bank ha bisogno urgente di sghei. Ci sono quattro creditori assatanati alle calcagna. La possibilità di mettere le cose a posto gli viene data dal suo capo nominandolo responsabile del conto di Vestal Shelley, a cui è andato l’immenso patrimonio del padre. Se riesce ad accontentarla nelle sue impossibili pretese. Ma lui è un tipo sveglio con idee ben precise. Non solo riesce ad accontentarla ma la fa anche innamorare e i due si sposano. Un matrimonio solo di interesse per il furbetto che di mezzo c’è la bella segretaria Eve ad attirare la sua attenzione. E c’è di mezzo pure un testamento… e, insomma, sarebbe bello far fuori la moglie e vivere ricco e felice con Eve. Basta architettare un piano preciso, millimetrico, e tutto andrà per il meglio. Forse…
Per il sangue versato di Stefano Di Marino
Si parte dalla Malesia nel giugno 1975 con i profughi che scappano dalla “Fenice”, terribile nemico non identificato, per passare nella Milano degli anni Novanta. Qui c’è Sergio Spada che deve vedersela con il commendator Premuta in credito di un bel malloppo. Occorre un colpo facile per rimettere le cose a posto. Per esempio rubare certi rubini ad un ebreo prima che li passi al ricettatore. Come punto d’appoggio la sua amicizia con Memè e l’innamoramento con la vietnamita Thiushan. E poi c’è pure un certo Nguyen, lo abbiamo trovato in Malesia, esperto in arti marziali che deve scoprire qualcosa sul suo tremendo passato. Il colpo durante il Carnevale milanese. Ci sarà da divertirci.
Viaggio nel buio di Francis Iles
Norman Cayley sta per commettere un omicidio. Di Rose Fenton che non vuole sposare attratto da un’altra ragazza. Ultimo appuntamento per una specie di viaggio di nozze. L’ultimo per Rose, mentre Cayley stringe le dita attorno alla pistola. Troppo facile. Un colpo secco e via. Davvero troppo facile…
Tre scelte oculate con determinate caratteristiche: il rocambolesco cambio di situazioni, sia fattuali che psicologiche del primo racconto; Il filone “esotico-avventuroso”, come sottolinea Boncompagni, tipico di Stefano nel secondo, in una Milano dove pullulano orientali di varie razze e dove il movimento la fa da padrone senza sfuggire a pause di puro sentimento; nell’ultimo racconto breve gli spasmi e i contorcimenti dell’animo del protagonista, espressi con una buona dose di ironia, prima dell’esito finale che non è certo come si aspettava.
E poi c’è l’amore, soprattutto l’amore non voluto, l’amore forzato e respinto che si trasforma in odio a scatenare gli istinti più brutali dell’uomo.

Le mani di Mr. Ottermole di Thomas Burke, Polillo 2016.
“Alle sei di una sera di gennaio, Mr. Whybrow stava camminando verso casa lungo la ragnatela di stradine dell’East End di Londra”. Passo lento e strascicante tra i bassifondi “l’ultimo rifugio dei vagabondi europei.” Serataccia umida e nebbiosa. Non vede l’ora di arrivare a casa per bersi un bel tè caldo. Non ci arriverà, ce lo fa sapere subito l’autore, perché c’è in giro un uomo con un cuore morto che divora se stesso. Non è cattivo, anzi “socievole e amabile”, insomma una “persona rispettabile” ma con la voglia di uccidere qualcuno. E non sarà uno solo. Sarà il nostro Whybrow e sua moglie e saranno altre cinque persone ad essere uccise. Strangolate. Senza la possibilità di un minimo indizio per scoprire l’assassino. E la paura dello Strangolatore si spargerà per tutta Londra, invadendo e sconvolgendo la vita di tutti i giorni
Thomas Burke entra nella psicologia dell’assassino, ne sviscera i comportamenti, mette in luce le idee errate che abbiamo in genere su questo soggetto. Offre spicchi di vita della città reietta, descrive lucidamente il comportamento e il pensiero della gente. La malvagità non può essere dei londinesi, “Una malvagità come quella era difficile da attribuire all’Inghilterra, così come l’infernale abilità di quegli orrendi crimini”. La colpa agli altri, “agli zingari rumeni e ai venditori di tappeti turchi.” (la storia mica cambia tanto). Sette delitti, dicevo, senza un nome. Per tutti, ma non per il giornalista del Daily Torch che un’idea ce l’avrebbe. Anzi ce l’ha. Seguiamolo…
Non so se questo sia il più bel racconto giallo di tutti i tempi, come ebbero a sostenere gli esperti del momento richiesti da Ellery Queen e John Dickson Carr e dallo stesso Queen diversi anni dopo. Fatto sta che il qui presente lasciò indietro La lega dei capelli rossi, La lettera scarlatta e Il caso vendicatore, i cui famosi autori tutti ben conoscete. Tanto per farvi capire il livello. Dal 1931 ad oggi ne sono passati sotto i nostri occhi di racconti. Qualcuno lo avrà avvicinato e forse superato. A noi basta dire che questo è un bellissimo racconto.

Spiluzzicature

Per gli appassionati di fantascienza ho sotto gli occhi Robot, rivista eccellente della Delosbooks con una serie di racconti e rubriche sulla quale intendo ritornare sopra.
Tra i libri della mogliera ho occhieggiato La ragazza di fronte di Margherita Oggero, Mondadori 2016. Dalla seconda di copertina “La ragazza di fronte è uno splendido spaccato della storia sociale di una grande città italiana negli ultimi cinquant’anni e insieme una storia d’amore bellissima, veloce, sorprendente.” La città è Torino e, da quello che ho potuto “annusare”, il libro mi pare pervaso da una intensa partecipazione.
Per saperne qualcosa di più su ciò che accade intorno a noi mi butterò sicuramente, anche senza averlo spiluzzicato, su La solitudine del cittadino globale del grande Zigmunt Bauman, Feltrinelli 2000, che ci ha lasciato da poco.
E vi parlerò, ancora più sicuramente, di Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016, regalatomi da mio figlio Riccardo che ha suscitato commenti tra i più disparati, dal capolavoro al francamente palloso.

Un giretto fra i miei libri

La dea cieca di Anne Holt, Einaudi 2010.
“L’ufficio apparteneva a Hanne Wilhelmsen. Era una donna straordinariamente bella, da poco promossa al grado di detective”. Dieci anni alla centrale di Oslo, grande personalità, lodata da tutti, ha “scavato una fossa profonda tra lavoro e vita privata”. Ama un’altra donna, la dottoressa Cecilie, con la quale convive da diciannove anni senza che gli altri lo sappiano (o fanno finta di non sapere?). Stacanovista da far paura lavora perfino la domenica. In garage una Harley-Davidson tutta rosa che mette tenerezza.
Andiamo al sodo. Tutta la vicenda da lunedì 28 settembre a lunedì 14 dicembre e dunque un frescolino niente male (freddo, insomma). Due morti ammazzati, uno spacciatore e un avvocato che forse hanno qualcosa in comune. Ragazzo olandese che si auto accusa del primo delitto e vuole come avvocato difensore la signora Karen Borg che ha scoperto il cadavere. Amico di Karen e compagno di lavoro di Hanne, Håkon Sand attratto dalle due donne, in particolare la prima, e già ci si immagina come andrà a finire.
Aggiungo Peter Strup presidente dell’Associazione degli avvocati difensori che vorrebbe per sé il caso, il solito giornalista Fredrick Myhreng che si occupa della nera in stretta relazione con la polizia (indaga anche per conto suo), qualche foglietto con cifrario da decifrare, una aggressione alla nostra Hanne, una potente organizzazione che gestisce il traffico di droga con relazioni tra gli alti papaveri e l’assillo per scoprire il capobanda. Alla fine chi si trova in pericolo è proprio Karen. Riuscirà a salvarsi?
Attraverso l’indagine viene fuori il classico spaccato della società, in questo caso norvegese, con tutte le magagne possibili fra cui le condizioni terribili delle carceri, la critica alla squadra Narcotici che spesso infrange le regole, il problema della droga, la critica alle procedure processuali e quella alla informazione, il marcio nelle alte sfere. Insieme alle solite peripezie sentimentali.
Buona la scrittura, schema usuale, cose lette ad abundantiam con la nostra Hanne che pare promettere e non mantiene. Il libro è del 1993 e si sente.

La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi, Longanesi 2012.
Dopo Il suggeritore e Il tribunale delle anime ecco un libretto leggero che racchiude in sé il gusto di narrare.
Monte Fumo, “un’immensa cattedrale di ghiaccio”, 14 aprile 1916. Jacob Reuman, medico di guerra austriaco, trentadue anni, lasciato dalla moglie, deve conoscere l’identità di un soldato italiano catturato, altrimenti c’è la fucilazione. Identità che verrà svelata dall’italiano solo dopo la risposta alle tre domande: “Chi è Guzman? Chi sono io? Chi era l’uomo che fumava sul Titanic?”. Occorre ascoltare una storia.
Guzman è l’eterno fumatore, l’eroe dell’ozio, possiede il dono della parola, con i suoi racconti riesce ad incantare gli altri e a sopravvivere, egli “è il fumo che condisce le storie”. Si innamora, deve fare un lungo viaggio verso le montagne che cantano per capire questo sentimento. I fiori di carta, indicati nel titolo, sono le pagine di un libro con poesie di quella che sarà la sua moglie.
Storia di guerra e dei suoi orrori, storia d’amore e di fuga, chi lascia e chi viene lasciato, storie che si innestano su altre storie (vedi quelle di Rabes, Dardamel e Davì) e che prendono sembianze di fiabe misteriose in paesi lontani, dove c’è sempre da superare qualche ostacolo per conquistare il cuore dell’amata.
Una lettura leggera, gradevole, pure un po’ spiazzante che ci porta a riflettere su quale importanza abbia la magia della parola, l’ascolto, il racconto circondato da sinuose volute di fumo.

La donna ombra di Craig Rice, Mondadori 2011.
Mettiamo un fantasma, o meglio un “fantasma” con le virgolette che si diverte ad apparire in qua e là per spaventare qualcuno e vendicarsi, cioè Anna Marie St Claire, accusata ingiustamente di omicidio e salvata all’ultimo momento dalla confessione dell’assassino stesso. Niente sedia elettrica ma la notizia della sua morte viene data ugualmente (non sveliamo il perché).
Mettiamo un avvocato irlandese sbevazzone e fumone (mio conio, fuma il sigaro), amante del gioco e delle belle donne, “un ometto tarchiato, coi capelli neri e il viso acceso”, sempre a corto di quattrini e un po’ (o parecchio) border line come Malone, che si innamora del suddetto “fantasma” dalle notevoli attrattive umane e lo aiuta a scoprire chi l’aveva incastrata.
Mettiamo un capitano della polizia di Chicago, “un tipo grande e grosso con i capelli che incominciavano a ingrigire intorno al viso acceso che virava al paonazzo quando usciva dai gangheri” che si chiama Daniel von Flanagan, sempre su di giri e in aspra lotta con il nostro avvocato (un classico). Fissato con la psicologia “La mia arma segreta è la psicologia”, “Ecco che la psicologia spiega tutto”, “La psicologia è alla base di tutte le azioni umane”, e via di seguito, sfortunato (i casi più astrusi capitano sempre a lui) e che non va tanto per il sottile “Devo arrestare qualcuno, anche se poi dovesse saltar fuori che mi sono sbagliato”.
Mettiamo una banda di estorsori che tiranneggiano alcuni amici di Malone, tra cui il proprietario di un casinò e quello del bar in cui parcheggia spesso l’avvocato (una infamia!) e insieme a questi un corpo assassinato che si sposta tranquillamente da un luogo all’altro (i cadaveri nei romanzi polizieschi non stanno mai fermi).
Mettiamoci altri corpi irrigiditi sparsi in qua e là, dubbi, tormenti, un po’ di movimento, qualche pistolettata, qualche bomba fatta scoppiare al momento giusto dove si trova proprio il nostro Malone (che la scampa, naturalmente).
Mettiamoci uno stile veloce e frizzante intriso con una punta di umorismo, un po’ di aggrovigliamento dei fatti, il colpo di scena finale con l’ulteriore colpo di scena finale a soppiantare il precedente colpo di scena finale.
Mettiamoci un pizzico di tensione, la voglia di scoprire chi è il capo degli estorsori, sprazzi di sorriso uniti a qualche smorfia del lettore di fronte a certe apparizioni improbabili del “fantasma” e a certe spiegazioni forzate (ma un po’ di fantasia va bene, via…).
Mettiamoci un titolo “La donna ombra” e un sottotitolo “Dal braccio della non-morte”. Per ultimo infiliamoci il nome dell’autrice Craig Rice e il gioco è fatto.

L’incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta La donna dagli occhi d’oro di Enrico Vanzina, Newton Compton 2016.
Torna in libreria Enrico Vanzina con una nuova avventura del suo stravagante detective Max Mariani, un tempo brillante avvocato della Roma-bene, che girava con una Porsche fiammante e aveva una bella casa nei quartieri alti. Adesso è uno scalcinato detective privato in caccia di clienti, che sbarca il lunario vivendo di poco, anche se ogni tanto chiede aiuto finanziario alla facoltosa vecchia zia per pagare qualche fattura, beve litri di vodka e ha un debole per le ragazze a pagamento.
Eppure ha un gran fiuto, ed è ancora considerato il migliore sulla piazza per risolvere un caso difficile.
Piena estate e bollente, Mariani riceve nel suo ufficio la visita di Helmut Moreno, un ragazzo triestino che si atteggia a grande boss. Sua madre Ursula Koch – gli rivela Helmut – avrebbe assoldato un sicario per ucciderlo. In cambio di diecimila dollari, Max deve trovarlo e consegnarglielo. La notte stessa, dopo aver accettato l’incarico, Mariani riceve la visita di un uomo armato, che gli ruba i soldi avuti e lo minaccia di morte. E invece sarà lui a morire: perché appena esce dall’appartamento viene steso sul pianerottolo con una pistolettata e il denaro che ha portato via al detective sparisce.
Mariani viene accusato ma il peggio – che gli scatena contro la polizia – capiterà quando anche Helmut Moreno viene ucciso nel suo hotel di lusso di Via Veneto…
Dai e dai il nostro detective si trova coinvolto in un gioco a incastro dalle tante sfaccettature, che rischia di frantumare il suo io, la sua reputazione e la sua vita. Per fortuna Giuliani lo tiene d’occhio…
Una Roma poco da cartolina, anzi secondo Mariani per la penna di Vanzina, un “disastro disorganizzato” che mostra disordine, sporcizia e degrado salvo pochi tratti di immacolata grandezza. Si mangia bene da Lello: fettuccine al tartufo, abbacchio a scottadito, si beve Sagrantino, Morellino…
Alla fine si sorride, contenti, per aver letto un romanzo ben scritto con un malinconico tocco hardboiled, alla Mickey Spillane in salsa romana, ma in cui nulla è come appare, neppure il cinismo dei protagonisti. E anche stavolta Vanzina ha costruito una storia convincente a tinte forti ma che si colora furbescamente di commedia. Nonostante gli ‘anta del protagonista, (sì, sì! Sappiamo tutti che oggi la chimica rende i maschi stagionati ancora leoni) un thriller che cammina a cento all’ora denso di azione, sesso, scazzottate e morti facili.
Nella nota d’autore dell’ultima pagina Vanzina fa sparire Mariani, forse diretto a isole lontane sulle note di Paolo Conte? Ma poi sarà vero, vero?

Britannia, 52 d.C., 1° secolo d.C. La brutta stagione avanza e le tribù occidentali guidate dai druidi sono in fermento pronte a schierarsi… Per la gloria dell’impero (titolo originale Britannia) è l’ultimo dei romanzi di Simon Scarrow, Newton Compton 2016, con protagonisti i principali personaggi della sua serie britannica: il Prefetto Catone e il Centurione Macrone ora di stanza in un forte della parte settentrionale, in piena zona di confine della nuova provincia romana appena conquistata dall’imperatore Claudio. Questo accurato romanzo storico militare di Simon Scarrow,  come sempre di  gran livello per l’efficace e dettagliata ricostruzione ambientale, è il quattordicesimo della serie da lui scritta sulla grande epopea dell’impero romano, di cui gran parte è collocata in Britannia (oggi Gran Bretagna) e liberamente ispirato a scontri e vicende realmente accaduti.
Testo scorrevole da leggere (che piacerà sicuramente ai teorici di battaglie) e non troppo lungo, senza complicati flash back e invece con accurate planimetrie del terreno che facilitano molto la comprensione al lettore.
Sempre la nostra infaticabile ci consiglia della casa editrice Fratelli Frilli Torino. Obiettivo finale di Rocco Ballacchino e Asti. Ceneri sepolte di Fabrizio Borgo.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2017

Vedendo quello che accade in giro, per esempio la coppia assassina anestesista-infermiera, mi vien che ridere pensando ai risvolti mortiferi della letteratura poliziesca nelle sue varie sfaccettature. Storie all’acqua calda, storie da barzelletta rispetto agli avvenimenti della realtà funesta. E allora, cari lettori, ridiamoci su. Magari appollaiati sulla nostra adorata tazza da water.

Partiamo da Bara per due di James Hadley Chase, Mondadori 2016.
James Hadley Chase non è uno scrittore da niente. Nel senso, anche, che è proprio venuto su da niente come venditore di enciclopedie per ragazzi a domicilio. “Occhi verdi, penetranti, sguardo beffardo, statura atletica”, ci dice Gian Franco Orsi in una intervista, un po’ come qualche suo personaggio.
“Per Chester Cain è tempo di cambiare aria. Giocatore d’azzardo che non disdegna all’occorrenza di usare la pistola, è venuto a Paradise Palms per godersi finalmente il frutto di tante fatiche.” Posto stupendo, tutti gentili con lui. Anche troppo. Come quelli del Palm Beach Hotel, come Speranza, il proprietario del Casinò Club che gli appioppa la bella signorina Clair Wonderley a fargli compagnia. Piacevole serata sulla spiaggia (ci scappa pure un bacio). Finita male, però, causa cognac offerto da un certo Killeano che lo stende. Al risveglio un morto ammazzato, più precisamente John Herrick, avversario politico del citato Killeano, e il tenente della squadra omicidi Flaggerty (vivo). Accusa di omicidio. Una trappola che non ferma certo il nostro Chester (ci vuole ben altro). Fuga con qualche colpo ben assestato ma la ragazza è messa in prigione. Ora bisogna liberarla e non è detto che, dopo l’eventuale liberazione (a tal proposito occorre una bara per due), il problema sia risolto. Qualcuno la dovrà pur pagare e già aveva sentenziato “Scoprirò chi voleva togliere di mezzo Herrick e continuerò il suo lavoro. Rimarrò qui finché non avrò scoperto la faccenda. E cercate di fermarmi, se ci riuscite.” Faccenda che nasconde traffico di valuta falsa e di gente clandestina.
Dunque Chester Cain che racconta, spavaldo, in prima persona. Solo contro tutti (con un paio di aiutanti, via), ritmo, velocità, dialoghi sparati a raffica, violenza, cazzottoni, pallottole che fischiano e abbaiano, scontro finale a chiudere un’impresa impossibile (per noi). Magari con un ritorno da Clair che l’amore è l’amore.

L’ombra del padre di Maureen Jennings, Mondadori 2016.
“Le vie del delitto sono infinite, lo sa bene il detective William Murdoch della polizia di Toronto. Ma davvero imprevedibile è il modo in cui un ordinario episodio criminale finirà per intrecciarsi con la sua vita privata. Tutto ha inizio quando il proprietario di un cane da combattimento accusa un rivale, un certo Delaney, di giocare sporco, per vedersi qualche ora dopo accusato del suo assassinio.”
Il rivale si chiama Harry Murdoch ed è il padre del nostro William. Ecco che riemerge la storia della sua vita, la violenza di Harry verso la famiglia, la sottomissione della madre, il fratello Bertie con difficoltà di apprendimento, la sorella Susanna che si fa suora con il nome di Philomena. Il nucleo centrale della storia è questo, vissuto nell’animo dei protagonisti, momento dopo momento durante i loro incontri al carcere. Sentimenti che si intersecano, accavallano e oscillano insieme ai ricordi: il cuore che batte all’impazzata, la bocca asciutta, dubbio, incertezza, rancore, gli scontri, l’odio che riemerge insieme a piccoli gesti di riavvicinamento (la mano sulla spalla del figlio).
Il padre sembra sincero nell’affermare la sua innocenza, e allora William da vita ad una indagine del tutto personale sotto falso nome, per tirar fuori una verità che si cela dietro false apparenze. Spunti a braccio: sul luogo del delitto a ricercare qualche traccia, in giro a chiedere ed informarsi sull’accaduto, il suo innamoramento con Enid, un po’ di sesso, la buona tavola (trota salmonata, cosciotto di montone, lingua di bufalo, filetto di cervo…), piccoli scorci sulla società del tempo, la ragazza ritardata tenuta fuori al laccio come un cane, una persona sparita, banconote false, bontà d’animo del nostro (episodio della gallina), sensualità, passione, il sogno, la forza di andare fino in fondo (occhio anche ai cani). Indagine dura tra personaggi sicuri della colpevolezza di Harry che sembrano nascondere segreti e qualche zona d’ombra.
Una bella storia, costruita sapientemente, soprattutto di introspezione psicologica con sprazzi di pura commozione.

Pane per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2016.
È una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. Da quando uscì fuori con Il senso del dolore del 2007. D’accordo sono solo dieci anni che lo aspetto…
Ma andiamo al sodo. Napoli, giugno 2016. Un morto ammazzato per i Bastardi di Pizzofalcone, la famosa banda di reietti che si sta riprendendo le sue brave rivincite, proprio vicino al commissariato. Più precisamente il “Principe dell’Alba” Granato Pasquale, proprietario di un forno. Si parte in tromba ma c’è l’Antimafia, nella persona del sostituto procuratore Diego Buffardi, a mettere i bastoni fra le ruote. Quello è un omicidio mafioso, dice, che spetta a loro. Il morto aveva fatto una testimonianza, anche se ritrattata, che aveva dato fastidio ad un boss locale. Ma l’ispettore Lojacono (il Cinese), presente sul luogo dell’omicidio, ha subito capito che la mafia non c’entra un fico secco e ti snocciola, davanti a tutta la combriccola dei Bastardi, nove deduzioni da Sherlock Holmes. Conflitto di poteri, i nostri rientrano in gioco, Buffardi da una parte e loro dall’altra, entrambi per scoprire la verità. Iniziano le indagini e gli interrogatori dei parenti e di chi, in qualche modo, conosceva il defunto. Chi avrà ragione? Alla fine il mistero sarà svelato. È domenica e tutte le cose torneranno al loro posto. Quasi tutte…
Poi ci sono le storie. Le storie personali dei Bastardi che si intrecciano con gli eventi narrati. Continui turbamenti e conflitti nei loro animi. La storia d’amore dell’ispettore Lojacono, divorziato dalla ex moglie Sonia, con il magistrato sardo Laura Piras che non va tanto bene. Praticamente ad un bivio. Continuare o smettere? La storia dell’assistente capo Francesco Romano (Hulk), la sua solitudine, la separazione dalla moglie Giorgia, la sospensione per avere quasi ucciso uno spacciatore, il riscatto con il lavoro proprio lì in quel ghetto, il ritrovamento di una bambina accanto a un cassonetto che segue come se fosse suo padre. La storia di Alessandra Di Nardo (Alex), la figlia del generale, lesbica. Ha avuto una relazione nascosta con Martone Rosaria, capo della polizia Scientifica da cui è uscita tradita e con il cuore a pezzi (si ricomporrà?). Quella di Giorgio Pisanelli (il Presidente, persa la moglie e molto malato) che si intestardisce sui finti suicidi. Eccone un altro bello caldo; un professore impiccato. E sul luogo del delitto una penna. La sua. E poi c’è Marco Aragona (Serpico), un po’ ganzo, un po’ simpatica macchietta che strappa il sorriso e segue, insieme ad Alex, il caso di uno stalking. C’è il commissario Luigi Palma (Gigi) innamorato di Ottavia Calabrese (Mammina), la vice sovrintendente addetta al computer, sposata con figlio problematico. Non manca alla Trattoria “Da Letizia”, proprio Letizia, belloccia il giusto, innamorata di Lojacono (lo dice anche la figlia Marinella) non ricambiata.
Insieme alle sofferte storie personali gli spunti su una società problematica e ingiusta: il vecchietto povero al mercato che ruba un pezzo di formaggio; due ragazzi che rubano in farmacia per il loro figlio; uno sguardo su chi è costretto a vivere in macchina. Squarci di vita, di povertà e miseria con il controcanto ironico che c’è pane per tutti. Momenti di pathos (il bimbo che chiede dello zio morto), momenti in cui qualcosa si rimescola nel nostro petto. Una frecciatina ai film, telefilm e gialli dove tutto torna alla perfezione.
Dunque è una vita che aspetto al varco Maurizio de Giovanni. D’accordo, sono solo dieci anni che sono lì, con il fucile puntato pronto a sparare su qualche suo difetto, su una caduta di stile, su qualche errore grossolano, sul sentimento che diventa una melassa di penoso sentimentalismo, su qualcosa di troppo, di strabordante. Mai colto in fallo.
Ma qui l’ho beccato. Piangono tutti! Piange il ragazzo Christian, piange Alessandra di Nardo, piange la madre di Alessandra Di Nardo, piange Giorgia, piange la professoressa Loredana Toppoli, piange, anzi singhiozza, Mimma Marino, piange Francesco Romano, finché aripiange Giorgia che fu l’ultima (Manzoni). Un torrente, una marea, un oceano di lacrime.
Ti ho beccato in flagranza di recidiva piangente, Maurizio!
P.S.
D’accordo. Libro molto bello e commovente.

Asso di quadri asso di cuori di Edgar Wallace, Polillo 2016.
Nelle letture di dicembre lo avevo accennato. Che forse questo libro lo avrei letto. Detto fatto. Vediamo subito il curioso Mr. Reeder dagli spunti tratti lungo il racconto. Un “tizio dall’aria molto strana. Se uno come lui può fare il detective, allora c’è posto per tutti!” esclama un personaggio. La sua prima apparizione con un lungo pastrano, un cappello di feltro schiacciato che non toglie quasi mai (“Qualche volta a Natale” risponde in modo scherzoso) e guanti grossi e sformati. Al collo una notevole sciarpa gialla, scarpe pure grosse con la punta squadrata, al braccio un ombrello accuratamente chiuso nel suo fodero. Uomo metodico con un segreto senso dell’umorismo. Lui stesso ad un personaggio “Mio caro Gaylor, deve capire che io ho una mente criminale, in un certo qual modo. Vedo sempre il lato peggiore delle persone e delle azioni umane. È davvero tragico.” Lo stesso ispettore Gaylor, che segue il caso, ha sempre l’impressione che “sia lui stesso il colpevole del delitto, per tutto quello che sapeva.” Consapevole di avere una mente piuttosto maligna, distorta ed estremamente curiosa. Ammirato da tutti. Astemio, al massimo un’orzata.
Tale personaggio, ottimamente caratterizzato nella sua eccentricità, deve indagare su un omicidio, più precisamente di Walter Wentford, trovato di notte nelle vicinanze di Beaconsfield (si saprà che è stato bastonato e trascinato lì) da un poliziotto a cavallo e dall’avvocato Enward. Dal buio sbuca pure il nostro Reeder che stava appunto andando a fargli visita. Nel frattempo l’avvocato si accorge di avere del sangue sulla mano, anche se non ha toccato il morto, così come sulla manica del suo assistente. Inoltre, attaccate alla porta del cottage di Wentford nelle vicinanze, sono appese due carte, un asso di quadri che svolazza subito in terra e un asso di cuori. Dentro Reeder trova una donna straordinariamente bella, Margot Lynn, segretaria del morto. Cosa ci faceva lì? In seguito si scoprirà anche l’uccisione del poliziotto a cavallo… E tanto basta.
Una storia, siamo nel 1929, di tavoli da gioco, di bari, truffatori, di perdite cospicue, di soldi veri e falsi, di travestimenti, di belle donne ingenue e cattive, di uomini innamorati, di ironia e sorriso anche su narrazioni come questa. Alla fine, dalla relazione in corsivo dello stesso Reeder “Asso di quadri – Asso di cuori”, veniamo a conoscere tutta quanta la complessità della vicenda nei minimi particolari. Non sono un fan sfegatato di Wallace. Talvolta l’ho trovato geniale, più spesso frettoloso e tirato via. In questo caso la lettura è stata gradevole.

Il marchio dell’inquisitore di Marcello Simoni, Einaudi Stile Libero Big 2016.
Roma, dicembre 1624.
Il primo morto non naturale è fra’ Pietro Rebiba, domenicano e consultore dell’Indice, schiacciato dentro un torchio tipografico, in rione Pigna presso la bottega dello stampatore Zanetti. A cercare di risolvere il mistero l’inquisitore, anch’egli domenicano, Girolamo Svampa, nominato commissarius dalla più alta sede capitolina con poteri assoluti. Suo metodo investigativo quello del “furetto”, ovvero non giudicare in base al sospetto ma, come questa bestiola, “addentrarsi nel rifugio della preda, al fine di portare alla luce nomi, indizi e moventi.” Reca sul collo il marchio di un roveto ardente, simbolo e ricordo di un drammatico passato che lo fa soffrire, costringendolo anche all’uso del laudano.
Fra’ Rebiba era membro della Congregazione dell’Indice, sotto il diretto controllo di padre Francesco Capiferro (gran fumatore di pipa), incaricato di valutare il contenuto dei libri sottoposti al suo esame, “al fine di prevenire la divulgazione di testi eretici, blasfemi o immorali.” Ora nella bocca del morto, e sparsi a terra, alcuni fogli di un libello libertino, zeppo di citazioni anticlericali e con incisione di una danza macabra, ovvero della Morte che “irrompeva in una bottega di stampatori per insidiare librai e tipografi.” E qualcuno, in seguito, dichiarerà di avere visto nelle vicinanze un uomo tutto vestito di nero con una maschera dal naso smisurato che ha detto di essere Capitan Spaventa.
Da qui inizia il lungo viaggio dell’Inquisitore alla ricerca della verità con l’aiuto del suddetto Capiferro e del fedele bravo Cagnolo Alfieri che ha una figlia monaca di clausura (possibile oggetto di ricatto). Altro morto ammazzato un membro della Santa Inquisizione, il precedente sotto il torchio, questi sul banco delle matrici. L’indagine si complica anche perché il nostro deve scontrarsi con gli altri poteri dell’Urbe, in primis con il governatore di Roma. La sfida è capire cosa ci sia dietro a questi delitti che non sembrano eseguiti solo per scopi individuali. Forse c’entra di mezzo la politica, magari gli spagnoli del Sud o le potenze del nord. O, forse, la religione…
Marcello Simoni ne sa una più del diavolo per tenere desta l’attenzione del lettore. Capitoletti brevi e fitti con ripetuti colpi di scena e cambiamenti di prospettiva; il segreto che logora l’Inquisitore portato avanti fino al suo completo disvelamento; una splendida ricostruzione storica della città attraversata da mille poteri, sette segrete, i Rosacroce, il “Mercurio”, libri e libelli sovversivi e libertini, le teorie di Lucrezio e Campanella, streghe, satanismi, Iside, l’alchimia e chi più ne ha più ne metta. Un mondo maestoso nell’opulenza e nella miseria, popolato di tagliaborse, accattoni e ogni genere di canaglia, intrigante e fascinoso. Aggiungo il passato che ritorna funesto (ormai di moda in tutti i libri), la neve candida a dare un breve senso di pace, niente amori o amorini, niente sesso spiaccicato di brutto sulla pagina (pura novità). Alla fine l’Inquisitore forte, risoluto e nello stesso tempo gonfio di ricordi dolorosi, snocciola tutto quanto l’ambaradan, intricato, intricatissimo, nel più classico dei classici, con la stessa precisione e nonchalance di un redivivo Poirot.

Spiluzzicature
Qualche spunto sui libri spiluzzicati nella solita libreria di Siena. Per chi vuole conoscere un nuovo ispettore “particolare” si butti su Congelato di Anthony Weymouth, Polillo 2016. Potrà così incontrare l’ispettore Treadgold, piuttosto basso, vestito di blu, naso a punta su cui posano occhiali dalle lenti spesse cerchiato d’oro, baffetti da furetto, sempre pronto a commentare e dire la sua in una maniera che pare incomprensibile, lasciando gli interlocutori a bocca aperta. Qui se la deve vedere con un vecchietto rimasto congelato nel parco della sua tenuta.
Chi vuole, invece, conoscere la nuova creazione di Sandrone Dazieri, dopo il famoso ciclo del Gorilla, ergo la vicequestore Colomba Caselli, apra L’angelo, Mondadori 2016. Questa volta alle prese con un treno, il Frecciarossa, carico di passeggeri privi di vita. Una intrigante storia di spionaggio internazionale.
Ritorna in libreria Il commissario Soneri di Valerio Varesi, Frassinelli 2016, con tre racconti dove trovano la morte due vecchi fratelli a loro tempo fascisti, un’affittacamere e diversi morti ammazzati in quel di Montelupo, suo luogo di vacanza.
Da non perdere Coscienza sporca di Loriano Macchiavelli, Mondadori 2016, con il noto Sarti Antonio ad indagare in una Bologna ricca di sghei e di vizi, di gente senza scrupoli, uomini e donne tesi al proprio tornaconto.
Ma, soprattutto, non lasciatevi scappare Nebbia sul ponte di Tolbiac di Léo Malet, Fazi 2016, per ritrovare il mitico Nestor Burma sulle tracce di un delitto che si svolge nel XIII arrondissement dove ha trascorso i primi anni di una misera adolescenza ricca, però, di sogni e di ideali. Ricordi e ricordi che si affacciano alla mente durante un’indagine sofferta nella Parigi del dopoguerra attraversata da timori e paure.

Un giretto fra i miei libri
Per chi ancora non lo sapesse (penso in molti) sono stato un discreto giocatore di scacchi. Per essere più precisi un Maestro per corrispondenza chiamato addirittura a difendere i colori della Nazionale A. Non avendo ricevuto in dono dalla dea bendata nemmeno una scintilla di genio, mi sono dovuto fare un mazzo così (sangue, sudore e lacrime), per arrivare a certi traguardi. Potete dunque immaginarvi il mio disappunto (leggi incazzatura) quando, scartabellando tra i miei gialletti, ho trovato il professor Augustus S.F.X. Van Dusen (non chiedetemi la spiegazione delle lettere puntate) meglio conosciuto come la “Macchina Pensante” di Jacques Futrelle che con la sola forza della logica riuscì a battere a scacchi un campione che aveva dedicato tutta la sua vita a studiarli (cfr. Il problema della cella n.13, Polillo 2002). Una rabbia!
Oggi me lo ritrovo ancora una volta davanti in La casa fantasma del già citato Futrelle, scritto insieme alla moglie May e pubblicato, sempre dalla Polillo, nel 2008. Trattasi di un lungo racconto composto dalla lettura di un manoscritto (May) e dalla risoluzione del problema da parte della Macchina Pensante (Jacques). Praticamente il ricordo di una brutta avventura. Non dico altro. Il racconto è bene organizzato e ricco di mistero e tensione con tutti (o quasi) i tasselli che piano piano vengono messi al loro posto.

La casa stregata di Carter Dickson, Mondadori 2011.
Il Vecchio, ovvero sir Henry Merrivale, è citato subito all’inizio dal suo collaboratore Ken Blake che racconta la storia, ma entra in azione solo oltre metà della vicenda. Il famoso medico, criminologo e avvocato è uno “strano personaggio, straordinariamente pigro, straordinariamente garrulo e sciamannato, sprofondato nella sua poltrona con gli occhietti assonnati, le mani intrecciate sul pancione e i piedi sulla scrivania”. Ufficio al ministero della guerra, un po’ in alto per la verità, con ben cinquemila gradini (sì, avete letto bene) per arrivarci. Alla porta targhetta con nome e cognome, più qualche foglio scritto a mano con diverse minacce a chi osa entrare. Grande mole, pur non essendo alto, adagiata su una poltrona di cuoio, calzini bianchi ai piedi, testone quasi calvo, lenti di tartaruga, cappello a tubo di stufa vecchio e spelacchiato, cappotto lungo dal collo di astrakan mangiato dalle tarme. Fuma la pipa e più che parlare ringhia e grugnisce. Dal momento della sua apparizione tutti gli occhi fissi su di lui…
Al sodo. Plage Court è infestata da un fantasma, Louis Plage, assistente di un boia del XVII° secolo, morto durante una epidemia di peste, dopo avere maledetto il proprietario della casa. Per esorcizzarlo viene chiamato una specie di mago, Roger Darworth, che si rinchiude in una piccola costruzione nel cortile della casa, chiusa con un catenaccio alla porta e del tutto inaccessibile. Chiaro che viene trovato morto pugnalato con il pugnale di Luois scomparso dal London Museum, e dunque classico mistero della camera chiusa.
Non mancano, da parte di Carr, critiche a certi libracci proprio sulla camera chiusa e lui te ne tira fuori una mica da ridere. Ma solo Carr riesce a rendere quasi credibile una storia impossibile.

La circonferenza delle arance di Gabriella Genisi, Sonzogno 2010.
Vigilia di Natale a Bari (dicembre caldo). Personaggio principale il commissario di polizia Lolita Lobosco detta Lolì. Alcuni spunti: 36 anni, capelli lunghi corvini, quinta di reggiseno, arance sempre a portata di mano, si sposta su una Bianchina cabriolet celeste pallido del ‘62, adora la musica napoletana, madre siciliana e padre carabiniere napoletano morto ammazzato davanti a casa, ottima cuoca, detesta le smancerie, adora i bagni rilassanti nella vasca e i massaggi del centro benessere.
Sottoposti Forte Antonio innamorato innocuo ed Esposito Tonino. Fatto principale: il dentista Stefano Benedetto Morelli, ex fiamma liceale, viene accusato di stupro su Capua Angela. Inizia l’indagine con tutte le implicazioni psicologiche da parte di Lolita, un tempo fidanzata respinta. Attorno a questo episodio ruotano altre vicende relative alla vita di ogni giorno. C’è l’amica del cuore che tradisce il marito, c’è l’amica di gioventù che diventa nemica e fa carriera con l’aiuto del questore, c’è la sorella acida e il cognato donnaiolo che la spinge a darsi da fare sessualmente, c’è il giovane giornalista che esaudisce il desiderio.
Una storia di dubbi, di tradimenti (praticamente un giallo di corna), squarci di vita della città, fino all’arrivo del morto ammazzato e alla scoperta dell’assassino. Un bel risultato psicologico supportato da un linguaggio fresco inframmezzato da espressioni dialettali e intriso di forte senso umoristico (ad un certo punto si meraviglia che “i sentimenti possano restare intatti come merluzzi surgelati”). Il tutto in prima persona al presente raccontato dalla protagonista principale.
Trama giallistica leggerina ma qui conta poco che al centro del palco sta Lolita Lo bosco, detta Lolì, con la sua quinta di reggiseno e le sue arance (alla fine del libro alcune ricette) tonde e appetitose come il suo corpo.

La nostra incomparabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta
Il mestiere più antico del mondo, antologia a cura di Marilù Oliva. Racconti di Dacia Maraini, Marilù Oliva, Romano De Marco, Camilla Ghedini, Alessandro Berselli, Sara Bilotti, Ilaria Palomba e Maurizio de Giovanni.
In libreria dal 24 novembre Il mestiere più antico del mondo, Elliot 2016, è un’antologia curata da Marilù Oliva con racconti suoi e di altri sette scrittori tra i quali fanno da faro Dacia Maraini e Maurizio de Giovanni.
Scrive Marilù Oliva nell’introduzione: «Il mestiere più antico del mondo? Partiamo subito sfatando un mito: la prostituzione non è il mestiere più antico del mondo. Ho proposto questo titolo per demolire un cliché che assomiglia molto a una cantilena e che connota spesso, anche come sinonimo, l’indiscutibile longevità di questa professione.
Infatti, come ci insegnano gli studi sulla preistoria, evincendo il loro assunto dai reperti del paleolitico e dai dipinti rupestri – e come rimarca meravigliosamente, sul piano narrativo, Roberto Calasso ne Il cacciatore celeste (Adelphi) – il mestiere più antico del mondo è il cacciatore. Ciò non toglie che la prostituzione abbia origini antichissime…».
Allora non è vero, ma il titolo mi pare lo stesso ben studiato. Il progetto editoriale è stato concepito per sostenere Telefono Rosa, da ventotto anni in prima linea contro la violenza alle donne, e provocare discussioni e ragionamenti in merito alla professione “più famosa” dell’altra metà del cielo, senza effetti dissacranti o romanticherie quali la storia della celeberrima Pretty Woman. E raccontare, cercando di spiegare, attraverso voci e interpretazioni diverse che vanno fino ad agghiaccianti situazioni noir, il perché e il percome, reale o magari inconscio, si debba o si voglia scegliere di fare quello che viene definito il mestiere più antico del mondo enumerando e descrivendo anche le più disgraziate o false attuali modalità “professionali”.
Modalità che vanno dalla schiavitù sessuale al lavoro come sopravvivenza, dal vendersi per i futili motivi delle studentesse squillo, ma che offrono un fiorente mercato ai trans, agli psuedo massaggi cinesi, alle escort imprenditrici, eccetera, eccetera.
Dacia Maraini apre la narrazione con la tragedia di una vittima designata, una ragazza troppo brava venduta dalla famiglia per far fronte a un debito. Marilù Oliva racconta del tragico e tardivo pentimento dell’amore di un trans, Susy bocca golosa e l’orrida epopea di due ladri e serial killer strangolatori che lavorano in coppia. Romano De Marco descrive la presuntuosa “performance” erotica di un bancario e un massaggio cinese con aggiunta di ectasy. Camilla Ghedini scrive prima dell’inutile impegno di una buona samaritana, poi dell’educazione sentimentale alla Sade della sedicenne e incosciente puttanella. Alessandro Berselli racconta del crudele gioco di una vogliosa madre di famiglia e della sofferta soluzione del problema di Klarissa danzatrice del ventre. Sara Bilotti ci presenta il fantasma buono di una battona e l’orrida schiavitù di piccole prostitute domestiche. Ilaria Palomba propone un’orgia a pagamento in barca, al largo di Bari e la memoria di un incubo dal pungente odore d’anice.
E Maurizio de Giovanni finisce in bellezza con la spaventosa rivalsa omicida del bel gigolò.
Preceduta da una colta prefazione di Camilla Ghedini, l’antologia si conclude con un’intervista fatta in una stazione di polizia a una prostituta nigeriana da dieci anni per strada.
Tutti i proventi delle vendite saranno devoluti a Telefono Rosa.

Arricchito dalla prefazione di Nino Marazzita, avvocato, grande penalista che porge con arte e modi azzeccati la scena al narratore, Mario Caprara ci offre questo enciclopedico saggio: Delitti e luoghi di Roma criminale, Newton Compton 2016.
Alla scoperta di Roma attraverso i suoi crimini? Sì certo, e non solo un dettagliato saggio enciclopedico per raccontare il delitto ma anche una possente e minuziosa ricostruzione storica e ambientale di Roma, dell’Urbe Capitolina, dalla sua fondazione a oggi. In questo libro non troverete solo l’accurata toponomastica di tutti i delitti commessi nell’Urbe per millenni ma anche preziosi frammenti di storia inseriti in un scenario che ha racchiuso e tuttora racchiude il male.
A cavallo tra passato e presente, è appena arrivato in libreria in anteprima assoluta Il segno della croce, il nuovo thriller di Glenn Cooper, Editrice Nord 2016, reso famosissimo in Italia dal suo bestseller La biblioteca dei morti.
Il segno della croce sarà il primo di una nuova serie di gialli con forti legami storici e con un nuovo e straordinario protagonista, Cal Donovan, brillante professore di religione e archeologia a Harvard.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2016

christmas-tree-toilet-paperA ruota libera e senza farla tanto lunga.
Questa volta via veloce tra libri letti e spiluzzicati. Per spiluzzicati intendo quelli di cui ho visionato almeno una trentina di pagine in qua e là nella solita libreria di Siena. Sarà mia cura indicarli.

Inizio con Occhi nel buio di Margaret Millar, Mondadori 2016.
Una famiglia tormentata quella degli Heath. La morte per malattia della madre Isabel e un incidente d’auto che toglie la vita a Geraldine, la ragazza del figlio John, e rende cieca la figlia minore Kelsey al centro della vicenda tormentata e tormentante. Chiaro che ci lascia le penne. È il momento dell’ispettore Sands, uomo di statura normale, di mezza età, che sembra più alto per la sua magrezza, eternamente solo (non è sposato) e stanco. Un delitto del presente e un incidente automobilistico del passato che si intrecciano e danno vita a dubbi, ipotesi e congetture dentro una cornice da brivido. Splendida ricostruzione finale dell’ispettore con l’immancabile colpo a sorpresa.

L’uomo autentico di Don Robertson, Nutrimenti 2016.
luomo-autentico“Don Robertson è stato ed è uno dei tre scrittori che mi hanno influenzato quando ero un ragazzo che stava cercando di diventare un romanziere (gli altri due sono Richard Matheson e John D. MacDonald)” scrive Stephen King nella sua Introduzione. Un bel viatico e, dunque, un forte stimolo alla lettura. Qualche parola in più qui è d’obbligo.
Vediamo. Houston in Texas. “Herman Marshall guardava di traverso la pioggia.” È il personaggio principale. Ha settantaquattro anni. La moglie, Edna, giace sul letto d’ottone. Sta per morire. Il figlio Billy è già morto. A diciassette anni di meningite spinale. Arrivano i ricordi, a ondate, con un continuo ritorno al punto di partenza. Lì, in quella stanza. Fratello minore maltrattato dagli altri tre, prima base in una squadra di quasi professionisti, ottimo giocatore di scacchi, autista di camion, uccisore di nazi in guerra. Una vita in giro a bere e scoparsi ragazze, cameriere, puttane, mogli di pastori. E ora è davanti alla sua Edna ad ascoltare la “rivelazione”. Billy non è suo figlio ma di un suo amico, Romero, il messicano.
E ancora il tempo passato che si affaccia, spinge e non da tregua, frasi in corsivo, dirette, che sfrecciano nella memoria: la sofferenza del figlio, gli amici, i vecchi che si intrattengono al Top of the World con la birra che scende a fiumi, le loro stupide barzellette, le pisciate continue al bagno, qualche figura particolare tra gli ubriaconi che si lascia dietro una scia di morti, comprese le tre mogli, i quattro figli e i sei nipoti. E poi Edna, il suo incontro, l’innamoramento, la passione, la terribile verità, la voglia della moglie di farla finita. Che sia lui toglierla di mezzo…
E via, di nuovo Herman a correre indietro negli anni con il suo eroe Tom Mix di cui ha visto tutti i suoi film, Tom Mix che uccide tutti quegli sporchi farabutti e fuorilegge e avrebbe fatto qualunque cosa per essere come lui; i pensieri e le domande su Dio, sull’inferno e il paradiso, gli applausi di quando giocava a scacchi, il momento in cui Edna si concesse a lui per la prima volta, il matrimonio, la guerra, l’uccisione dei soldati nemici, l’amicizia con il messicano Romero…
C’è tutta la vita, la stramaledetta vita in questo libro, già pubblicato nel 1987. Così com’è. Nuda e cruda. Un paese per vecchi con la loro schifosa puzza di piscio e qualche sbandata di sentimento. Con le avventure, gli errori, le umiliazioni, il senso di colpa e l’istinto brutale che ci accompagna anche nei momenti più teneri e delicati. A chiusura il classico colpo finale, insospettato, tragico e terribile che inchioda il lettore. C’è tutta la stramaledetta vita in questo libro.

poirot-e-i-quattroIl rapporto giallo-scacchi mi ha sempre incuriosito. In effetti parecchi pezzi grossi dell’indagine poliziesca (notare la parola “pezzi” che viene a fagiolo) conoscono bene il “nobil giuoco”. Partendo dalla regina del giallo Agatha Christie che in Poirot e i quattro fa usare all’omicida l’Alfiere di Re del Bianco per uccidere l’avversario. In una maniera del tutto inaspettata (leggete il libro). Alla testa d’uovo si può aggiungere Sherlock Holmes, Philo Vance, Philip Marlowe, Lord Peter Wimsey e tanti altri. Così come tanti altri autori di successo o meno. Magari ne riparlerò più ampiamente in una mia lunghina. Chi vuole leggere le mie cose di scacchi qui e qui.

Per rimanere nell’ambito del “nobil giuoco”, colpito da fischerite acuta, ho preso (quante volte l’avrò fatto!) dalla mia libreria i tre volumi di Bobby Fischer, Ediciones Eseuve 1992, con le partite del grande campione americano commentate da altrettanti campioni, e me le sono gustate, anche se in minima parte, sulla scacchiera sembrandomi di averlo lì, accanto a me. Bello, forte, solo contro tutti. Siccome, poi, vicino ai suddetti libri ne ho trovati tre piccoli dalla splendida copertina rossa, li ho ripassati con calma senile. I primi due appartengono al reparto storia (una delle mie passioni): Il massacro di San Bartolomeo di Tommaso Sassetti, Salerno editrice 1995 e Vita di Giovanni de’ Medici detto delle Bande Nere di Giovangirolamo de’ Rossi, Salerno editrice 1996. Il terzo, una vera chicca, è Lucifero disoccupato di Aleksander Wat, sempre della stessa casa editrice del 1994. Cinque racconti ironici e grotteschi che aprono la bocca al sorriso. Nel primo (dà il titolo alla raccolta) Satana sta girando per le strade di una città quando si accorge, sconsolato, che gli uomini non hanno ormai più bisogno dei suoi consigli per le loro malefatte e si ritrova ad annegare la sua disperazione in un bicchiere di latte. Ha perso il suo lavoro e non gli rimane che tentare la fortuna nel… Un libro e un autore (tra l’altro morto suicida) che vi invito a leggere e conoscere.

Il diavolo, sotto le sembianze di Woland, lo si ritrova nel libro accanto al già citato (vedete un po’ le coincidenze) Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, La biblioteca di Repubblica 2002, quando arriva nella Mosca degli anni Venti per portare sia il Male che il Bene dato che ormai la società sovietica è priva di valori e disvalori. Capolavoro assoluto di fantasia, ironia, di satira sociale e politica.
Più in là c’è pure Belfagor arcidiavolo in I classici del pensiero italiano Niccolò Machiavelli, a cura di Mario Bonfantini, Biblioteca Treccani 2006. E qui la creatura infernale viene mandata da Plutone a Firenze (prenderà il nome di Federigo di Castiglia) per vivere dieci anni ammogliato “e di poi fingendo di morire tornarsene e per esperienza fare fede ai suoi superiori quali sieno i carichi e le incommodità del matrimonio.” Come a dire, secondo il noto fiorentino, uomo avvisato…

la-voce-delle-ombreCon La voce delle ombre di Paolo Lanzotti, Mondadori 2016, siamo catapultati a Venezia nel 1849, durante la difesa estrema della repubblica sotto i colpi degli austriaci. All’ex sbirro della polizia asburgica Teodoro Valier, viste le sue eccellenti qualità di investigatore, viene dato l’incarico da Daniele Manin, capo storico della resistenza, di indagare sull’uccisione di Alvise Scarpa (già sepolto), combattente volontario in prima linea, molto vicino all’ala più estrema di Sirtori. Urge scoprire l’assassino perché non si insinui che lo abbia fatto uccidere proprio lo stesso Manin.
Bel romanzo in un contesto storico in parte vero, in parte inventato (lo scrive l’autore stesso), capace di far rivivere l’atmosfera cupa e disperata di quei tragici momenti insieme a episodi e personaggi riusciti. Discussioni su questa “Italia” che ha da venire, scene miserabili, il colera che si diffonde, piccoli cortei funebri, disgraziati con la mano tesa, bambini senza sorriso (riporto integralmente), folle inferocite, lotte tra fazioni, sotto i colpi di cannone e le scariche di fucileria degli austriaci.
Con il solitario Teodoro Valier (racconta in prima persona la vicenda) che si aggira “in quel delitto come un fantasma, ascoltando le voci delle ombre”. E ne esce, anche lui stesso, come un’ombra, come un fantasma. Ma qualcosa ancora deve fare… Sicuro che lo rivedremo.

scomparsaPer chi vuole avere un’idea della situazione sociale e morale degli Stati Uniti, almeno nella seconda parte sottoposta a indagine, si becchi Scomparsa di Joyce Carol Oates, Mondadori 2016, e si ritroverà sbattuto tra reduci di guerra, criminali di ogni risma, drogati, poveri che muoiono di malattie perché non hanno soldi per curarsi e tutto il marciume dell’umanità. Con un pizzico di luce (spiluzzicato ma è un bel malloppetto).

Spiluzzicato pure Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell, Marsilio 2016, un autore che ci ha lasciato l’anno scorso e che ci offre praticamente un testo sul senso della vita (proprio nel momento in cui stava combattendo per questa). Un personaggio su un’isola, il vento, il fuoco, la casa che brucia. Ormai quasi solo, rapporto sfilacciato con la figlia, un amore appena sbocciato. E la gente crede che sia stato proprio lui ad appiccare il fuoco.

giallosveziaE, a proposito di Svezia, letto tutto con bella soddisfazione GialloSvezia di Asa Larsson, Stieg Larsson, Henning Mankell e altri, Marsilio 2016, diciassette racconti di autori noti e meno noti, direi pure sconosciuti qui da noi, con una breve introduzione sugli stessi e una interessante postfazione di John Henri Holmberg sulla storia del giallo svedese. Che dire? Difficile farne una sintesi. Molti racconti sono ambientati la vigilia di Natale con la neve che scende o è già scesa, spesso rigata di rosso sangue. Un’atmosfera candida brutalizzata dall’uomo. Delitti con l’immancabile ispettore, uomo o donna che sia, travagliato/a dalla sua vita matrimoniale e uno sguardo acuto su certi aspetti della società. Spesso il rapporto interpersonale sta alla base delle vicende narrate, un qualcosa che si è rotto nel passato (il passato riemerge sempre terribile), che può portare a tragiche conseguenze, anche se queste vengono mascherate abilmente dallo scrittore sino alla fine. C’è la vendetta di chi si sente tradita da tutti, o il pazzo omicida che cammina nella notte, bussa alle porte e uccide, travagliato da ricordi mostruosi e incubi ricorrenti. Morti e morti ma anche racconti senza un filo di sangue, di puro intrattenimento e anche un po’ di fantascienza. E poi storia di bambini le cui mamme da sole non ce la fanno più, il milionario cafone e prepotente, un matrimonio sotto terra, la vendetta di un’isola… Abilità di costruzione, sapienza di scrittura, ora intensa, ora lieve, drammatica, leggera, ironica secondo l’occorrenza. Ottimo livello con qualche piccola caduta che diciassette racconti possono produrre nel lettore una certa ripetitività. Ricordo anche gli ultimi due libri di racconti letti e qui recensiti Menti pericolose di Jeffery Deaver, Rizzoli 2016, e Rebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.

un-pomeriggio-da-ammazzareUn pomeriggio da ammazzare di Shelley Smith, Polillo 2016. “In viaggio verso l’India a bordo di un piccolo aereo privato, Lancelot Jones è costretto da una avaria a un atterraggio d’emergenza nel deserto.” Qui farà la conoscenza di Alva Hine, che gli racconterà la sua storia, stimolata dalla domanda perché una signora inglese viva in un posto così strano e solitario. Storia di un rapporto edipico con il padre e sofferto con una bella matrigna, storia familiare di inganni e tradimenti che culmina con la morte della matrigna stessa. Mentre il nostro Lancelot ascolta paziente, attento e incuriosito, diventando una specie di detective su ciò che apprende in un pomeriggio da ammazzare. Nancy Hermione Courlander, alias Shelley Smith (1912-1998), si allontanò dalla formula del poliziesco tradizionale di allora, dando rilievo soprattutto agli aspetti psicologici della personalità criminale. In questo caso ha tirato fuori una vicenda davvero intrigante.

asso-di-quadriAncora della Polillo (in netta ripresa dopo un momento di impasse) Asso di quadri, asso di cuori di Edgar Wallace che ci presenta il noto investigatore privato J.G. Reeder, primo assistente del Procuratore Generale Inglese e tipico rappresentante degli investigatori alla Poirot, tutto cervello e niente muscoli sulla pista del Malvagio che uccide. Con gli inseparabili occhiali, ombrello e bombetta. Le due carte del titolo saranno molto utili per le indagini. Non sono uno fan sfegatato di Wallace (spesso mi ha deluso, evidentemente a mio disdoro vista la sua popolarità) ma questo, a occhio, sembra almeno buono. Mi sa che, prima o poi, lo leggo tutto.

La mogliera e la sorella consigliano Le mille bocche della nostra sete di Guido Conti, Mondadori 2010, storia di due ragazze dopo il 1946 che si innamorano fra loro. Un amore, però, “sporco” e proibito… Romanzo coinvolgente e delicato.

Dalla mia figliola Claudia letto e apprezzato il libro postumo di Anna Marchesini È arrivato l’arrotino, Rizzoli 2016, che va giù come una spremuta d’arancia. Racconta la nascita e l’infanzia della scrittrice e la storia di Maddalena nata in prigione, legate entrambe dalla figura dell’arrotino. Tra il sorriso e la commozione.

E dall’amico Stefano Piersimoni questi tre brevissimi spunti di lettura: Teutoburgo di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2016. La storia di Arminio, figlio del capo supremo della tribù germanica dei Cherusci, catturato dai romani e fatto crescere come uno di loro, ma che gli inflisse una severa sconfitta nella selva di Teutoburgo; Il giorno del giuramento di Steve Berry, Nord 2016. Nuova avventura per Cotton Malone, questa volta alle prese con vecchi esponenti del KGB decisi a vendicare in maniera estremamente spettacolare il crollo dell’Unione Sovietica; Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones, Longanesi 2016. Il seguito del famoso La cattedrale del mare, ambientato nella Barcellona a cavallo tra XIV e XV secolo. Al quarto romanzo, l’avvocato catalano risulta meno godibile rispetto ai suoi precedenti lavori.

Un giretto tra i miei libri
La ballata degli impiccati di Peter Lovesey, Mondadori 2009.
la-ballata-degli-impiccatiPeter Diamond, sovrintendente della polizia di Bath, storica città inglese, ha perso da tre anni la moglie Steph assassinata al Royal Victoria Park. Fisico aitante, forte carattere “Una cosa si poteva dire di Peter Diamond: nessuno riusciva a scoraggiarlo”, al bisogno passa alle mani anche contro la legge. Preso dai ricordi della moglie non vuole altre storie sentimentali fino a quando non arriva una lettera di una ammiratrice che poi si rivela essere Paloma Kean, ricca e divorziata…
Al dunque: scomparsa e poi trovata morta impiccata alle altalene gialle dei bambini più grandi Delia Williamson. Un signore, D. Monnington, ha cercato un approccio con lei che lavorava in un ristorante. Secondo l’anatomopatologo Bertram Sealy prima è stata strangolata e poi impiccata. E quasi sicuramente trasportata. Dopo un po’ arriva un’altra impiccagione di un uomo al viadotto di un ponte. E si tratta, guarda un po’ di… (lascio in sospeso). E due anni prima era successo un caso analogo. Urge indagare anche su questo.
Abbondanza di interrogatori, dialoghi, ritmo vivace, schema conosciuto con continui capovolgimenti di prospettive e abbordabile, abbordabilissima soluzione finale.

La bella di Buenos Aires di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.
la-bella-di-buenos-airesBiscuter a Carvalho “Lei, capo, manca di modernità”. Unico mezzo tecnico presente nell’ufficio il telefono. Immobilismo. Bisogna stare al passo coi tempi. Occorre almeno un fax per la ditta “Carvalho & Biscuter, detective associati” (intanto ci si tira su con “spaghetti alla genovese e blanquette d’agnello al curry”).
Subito la magia del fax con la richiesta di un consulto. Sparita una ragazza che avrebbe potuto essere l’Emanuelle argentina (chi non ricorda Sylvia Kristel?). Bisogna cercarla. Trovata morta come barbona assassinata da una serie di pugnalate, l’ultima al cuore. Nome Barbara Helga Singer, Palita “per i suoi colleghi di miserie”. Una ragazza che sognava di diventare una star, sfruttata e rimasta incinta. Indagine della polizia, di Carvalho e Biscuter. Nel mondo del teatro, fra i barboni che hanno la merda come corazza “sul corpo e sull’anima”.
Altri morti ammazzati, un po’ di sesso (Biscuter montato da una Pepita sbracata) anche per Carvalho dimentico di come sia fatta una donna, la buona cucina che ritorna ogni tanto (vedi l’agnello in salsa di capperi), la fissazione di bruciare i libri che non insegnano a vivere ma solo a mascherarci.
Ma chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca, il passato? O si tratta di uno spunto individuale? Una brutta vicenda che scopre una società ipocrita, fatta di compromessi, raggiri e violenza (di mezzo pure un corpo operativo speciale) delineata con un sorriso ironico leggero (soprattutto se si parla del “moderno” Biscuter, ex ladro di macchine costose) e spesso malinconico, con un buon finale da colpo di teatro.
Montalbán è Montalbán.

La briscola in cinque di Marco Malvaldi, Sellerio 2007.
la-briscola-in-cinque“La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell’immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l’immaginaria Pineta… Ma caso vuole che, per amor di maldicenze e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del Bar Lume e il suo barista.”
Il primo libro di una serie fortunata dell’autore, semplice, schietto, con personaggi vivi e reali, facilmente riconoscibili in qualsiasi borgo toscano: Ampelio Viviani di anni 82, Gino Rimediotti di anni 75, Pilade Del Tacca di anni 74, Aldo del ristorante “Boccaccio” senza espressa età (così mi sembra) e Massimo il barista sulla trentina costituiscono il nucleo principale della vicenda insieme ad altri messi in risalto con pochi tocchi efficaci.
Attraverso i loro discorsi, le loro baruffe, i loro battibecchi in un toscano accessibile viene fuori il volto di una piccola società con le sue manie, i suoi pregiudizi, i suoi istinti. E poi lo stile, ora garbato ora incisivo e popolare al momento giusto, con una buona dose di affettuosa presa in giro (diciamo pure presa di culo) caratteristica peculiare delle nostre parti. Chiusura tipica da giallo classico con il barista che alla fine ci spiega tutto l’ambaradan della vicenda.

La casa dei sette cadaveri di Jefferson Farjeon, Polillo 2011.
la-casa-dei-sette-cadaveriTrovarsi di fronte a sette cadaveri non deve essere stata una bella esperienza per il ladruncolo Ted Lyte nella villa di Haven House. Più precisamente sei uomini e una donna nel salotto dell’abitazione. Durante la sua fuga precipitosa viene fermato dal giornalista freelance Thomas Hazeldean, un personaggio franco e indipendente con indole romantica, che si trovava da quelle parti con la sua imbarcazione.
Indaga l’ispettore Kendall, cervello acuto, minuzioso nelle indagini, in continua discussione con il sergente Wade (una specie di spalla un po’ dura di comprendonio). Spariti gli abitanti della villa, Mr. Fenner e Dora Fenner, la nipote. Alcuni particolari: le imposte delle finestre inchiodate, una dozzina di giornali infilati nella canna del camino, il ritratto di una ragazza colpito da una pallottola, una vecchia e consunta palla da cricket sopra un vaso di fiori, un orologio spostato sulla mensola, un biglietto a stampatello “CON LE SCUSE DEL CLUB DEI SUICIDI” e dietro un indirizzo indecifrabile, tra le dita di un morto un mozzicone di una vecchia matita rossa. Delitto o suicidio?
La scena si divide in due. Da una parte Halzedean a Boulogne per ricercare Dora con uno strano mercante di seta che lo segue, dall’altra Kendall a continuare l’indagine presso la villa esaminando accuratamente il terreno intorno ad essa. Pensieri, turbamenti, riflessioni, suspense, innamoramento, uno scontro, la classica botta in testa, ancora un paio di morti e un diario che svela l’arcano.
Un autore amato dalla Sayers che svolge con dignità il suo lavoro.

E ora la parola alla nostra cara Patrizia Debicke (la Debicche).
Il gioco del male di Angela Marsons, Newton Compton 2016.
il-gioco-del-maleIn questo suo secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, la Marsons mette in secondo piano la trama gialla e costruisce un thriller psicologico che pone una serie di terribili e inquietanti interrogativi. Ci saranno omicidi che fanno pensare a un burattinaio, una persona spaventosamente intelligente ma dalla distorta personalità sociopatica, che inspiegabilmente, o almeno pare, manovra i fili delle sue marionette e avvelena tutto ciò che tocca. Questi delitti hanno qualcosa, o meglio forse qualcuno, in comune? Seguendo la buona regola dei thriller, Angela Marsons fa onnisciente il lettore, che sa ma non può indirizzare gli inquirenti sulla buona strada. Ciononostante Kim Stone, il sergente detective inglese che deve indagare, sente subito che qualcosa non quadra, intuisce la spaventosa forza di questo burattinaio, crede di sapere chi è ma non ha le prove o il modo per fermarlo.
L’unica possibilità per lei è mettersi in gioco di persona. Ma sarà un gioco molto pericoloso e dall’esito incerto.
C’è qualcosa in comune tra Kim e il criminale: le loro personalità, che si incontrano si valutano e in un certo senso si assomigliano, pur con reazioni diametralmente opposte, li costringono a un lunga e preliminare schermaglia prima dello scontro finale.
Ottimo ritmo narrativo e un’eccellente caratterizzazione anche psicologica di tutti i personaggi, con la “squadra” del detective Stone in crescita. Benvenuti i nuovi acquisti, quali David Hardwick, il direttore della struttura di ricupero degli ex carcerati, e il complessato cane Barney, che è riuscito a scalfire l’acciaio della corazza di Kim Stone. Appuntamento alla prossima.
ultima-notte-in-oltrepoAltri libri consigliati Ultima notte in Oltrepò di Alessandro Reali, Frilli 2016, quinta avventura dell’inossidabile e strampalata coppia di detective pavesi Gigi Sambuco e Selmo Dell’Oro dell’omonima agenzia di investigazioni a Pavia. Stavolta i nostri due eroi dovranno sbrogliare un caso, nel borgo di Fortunago, un’incredibile location da cartolina, tra le colline oltre padane, un paese decadente, una specie di paese fantasma, che dall’autunno vive immerso nella palpabile umidità della nebbia. Un luogo romantico e crepuscolare quasi come i suoi abitanti e coprotagonisti del romanzo. Il caso, affidato a Sambuco e a Dell’Oro, è l’inspiegabile scomparsa del Conte Oramala, ricco proprietario locale di vigne, terreni e di una splendida villa, in cui abitava con Licia, la moglie paralizzata dopo una caduta da cavallo e con Marzia la bella, misteriosa e affascinante cognata…
Per troppa luce di Livio Romano, Fernandel 2016. Eccitazione, divertissement esaltato e per-troppa-lucelinguaggio erotico grottesco sono gli elementi principe della nuova stravagante commedia o fatica letteraria di Livio Romano, una specie di funambolica e vorticosa storia all’italiana, una storia che prova ad affrontare ogni aspetto della comune vita civile talvolta esibendo una sfilata di tragiche maschere umane. Allora commedia, o forse tragedia? Un tentativo riuscito, oppure no (al lettore l’ardua sentenza), di illuminare tanti degli ossessivi contorcimenti e lati bui della attuale società? Sullo sfondo di una provincia italiana libertina, in cui l’impegno civile potrebbe essere un modo per dare un senso alla propria esistenza lasciando qualche traccia di sé. Per troppa luce prova a descrivere il Caos di questo scorcio di secolo, pur vivo e vitale nonostante i suoi smisurati difetti, e le tante zone d’ombra della società e dei suoi protagonisti. E narra delle due anime italiane che da sempre si contrappongono e per sempre lo faranno: da una parte i cialtroni, i populisti, i cultori degli slogan, e i quasi salvatori della patria dall’altra, meno esibizionisti, gli equilibrati, i colti, i riflessivi che magari sono i più, ma da troppo tempo l’aspetto mediatico legato all’Italia riesce a dimostrare che i primi la vincono e fanno man bassa.
Buona lettura.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

P.S.
Uscito per le Montechino edizioni Chiamatemi Marlowe. No, non “quel” Marlowe, di Lucius Etruscus. Racconti esilaranti letti su Thriller Magazine che mi lasciarono con il sorriso sulle labbra. Ora finalmente in libro. Qui il suo blog.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2016

storie-illustrate-dai-miti-greciCome i nipotini ti spingono ad una rilettura. Partendo, per esempio, da L’Odissea, in Storie illustrate dai miti greci, Edizioni Usborne 2013 (splendido). Racconto ricco di illustrazioni adatte al mio Jonathan (sette anni) che ci si è buttato a capofitto. Giunti all’episodio di Polifemo ecco arrivare saltellante e giuliva anche Jessica (tre anni) che rimane folgorata dall’unico occhio del Ciclope. Rilettura di gruppo fremente a bocca spalancata. Poi visione del famoso episodio in internet tratto dal film con l’ineguagliabile Kirk Douglas. Ripetuto a sazietà con Jessica che trillava come un passero. Da solo non mi è rimasto che riprendere l’opera in versi di Omero, pubblicata da Einaudi 2004, e ripercorrerla con calma in più puntate soffermandomi, soprattutto, sul canto nono. Potenza culturale dei nipoti!

Partiamo dai nostri imprescindibili G.M.
Grido di morte di Fredric Brown, Mondadori 2016.
grido-di-morte“Un agente immobiliare non dovrebbe giocare al detective. Reduce da un esaurimento nervoso, George Weaver ha preso una stanza in un hotel a Taos, nel New Mexico, per rimettersi in sesto con un periodo di riposo. Ma il destino si presenta alla sua porta nei panni di un amico giornalista…”
L’amico giornalista è Luke Ashley, alto e magro tanto da ricordare “William Gillette nel ruolo di Sherlock Holmes” con l’immancabile battuta “Elementare, mio caro Weaver”. E se c’è di mezzo Holmes, ci sarà pure, di sicuro, un assassino da acciuffare. In questo caso di un delitto irrisolto otto anni prima riguardo ad una certa Jenny Ames. Luke ci sta lavorando sopra e c’è da guadagnarci un bel mucchietto di quattrini. Se l’amico volesse dargli una mano nella ricerca potrebbe anche lui, che ne ha bisogno, intascarne una parte.
L’idea sembra buona e George affitta pure la casa dove fu commesso l’omicidio e dove, fra poco, arriverà la moglie Vi alcolizzata. Il fatto, all’inizio, sembra giovargli “Si sentì meglio di quanto non si fosse sentito negli ultimi giorni. Indagare su un delitto, anche se vecchio di otto anni, gli avrebbe fornito qualcosa da fare e poteva magari rivelarsi un’occupazione interessante.” Convinzione sballata. Sarà per lui un caos, un continuo tormento insieme al rapporto sbriciolato con Vi contornato da sensi di colpa.
Inizia l’avventura. Prima tappa da Pepe, il ragazzo che ha visto Jenny per l’ultima volta inseguita dal fidanzato Nelson con il braccio alzato e il coltello in mano. Ma Nelson non venne arrestato, niente di concreto a suo carico. L’indagine di George continua affastellata da una serie crescente di dubbi, di domande espresse in corsivo a se stesso e ai due fidanzati come se fossero lì ad ascoltarlo. Insieme a ricerche concrete sull’assassino della ragazza sparita e ritrovata cadavere in una fossa profonda, uccisa da diversi colpi di coltello.
Qualche spunto da tenere presente: i quadri di Nelson, le valige mancanti, le lettere scomparse, tra continui assilli e tormenti. Jenny, Jenny era proprio lei? E lui, George, sta forse impazzendo? Un’atmosfera tesa e ossessiva lungo tutto il racconto. Traduzione, come al solito superba, di Mauro Boncompagni.
Capolavoro.

Il sentiero delle tombe di Martin Edwards, Mondadori 2016.
il-sentiero-delle-tombe“Daniel Kind, accademico oxfordiano e la sua partner comprano un cottage in una vallata sperduta fra le colline per sfuggire alla routine cittadina. Sono i luoghi dove lui trascorreva le vacanze con la famiglia da bambino, e dove la memoria di un atroce delitto non si è mai cancellata.”
Una giovane donna, una turista di nome Gabriel Anders, era stata uccisa con la gola tagliata e deposta su una pietra sacrificale. Sospettato Barrie Gilpin, ritrovato morto in un burrone vicino alla scena del crimine. Ma Daniel l’aveva conosciuto da ragazzo e non può credere nella sua colpevolezza, perché la gente impara, fa errori ma “la sua natura non cambia”. Barrie era una persona gentile, onesta e coraggiosa se lo aveva pure salvato dall’affogare nelle acque di un lago. Solo, contro il parere di molti che lo ritenevano e lo ritengono, invece, un poco di buono e pure un guardone.
Dunque Daniel alla caccia della verità, così come l’ispettore capo Hannah Scarlett che dirige una squadra dedicata ai casi freddi. Fra i due si instaurerà un rapporto amichevole, sempre più contornato da brividi sentimentali e di eccitazione. Hannah parlerà a lui anche di suo padre, Ben Kind, che aveva partecipato alle indagini del caso e abbandonato la famiglia per un’altra donna.
Il suo passato è, dunque, pesante, doloroso, colpito pure da un senso di colpa per la morte suicida della fidanzata Aimee, gettatasi dalla torre di Oxford. Con il passare dei giorni e l’allungamento delle indagini sempre più difficili e tesi diventano i rapporti delle coppie Daniel-Miranda e Hannah-Marc. Indagini, dicevo, lunghe contornate da dubbi, ripensamenti, ricordi, sogni, mentre si scava nella vita della morta che voleva intraprendere la carriera di modella. Diversi i sospettati e candidati all’omicidio.
Aggiungo una strana telefonata, la scomparsa improvvisa di un personaggio, segreti e segreti lungo la vecchia strada del cimitero, la rivelazione finale quasi improvvisa e inaspettata, (anche se non si tratta di novità). Una trama complessa, ricca di personaggi complessi intrappolati nelle loro storie difficili, nelle loro sofferenze. Spunti sulla vita, sul passato che incombe, sulla fragilità dell’esistenza umana.
E, soprattutto, sull’amore. Sull’amore vissuto e quello che resta solo nella mente. Come una promessa. Forse il più vero. Forse il più bello. Chissà…

Il mistero della giovane infermiera di Dario Crapanzano, Mondadori 2016.
il-mistero-della-giovane-infermieraMilano 1953. La città sta rinascendo dopo i disastri provocati dalla guerra. Spunti sui lavori del tempo oggi scomparsi: materassaio, arrotino, riparatore di ombrelli, venditore di acciughe sotto sale, spazzacamino.
In questo contesto post-bellico una giovane infermiera, Gemma Salvatori, viene uccisa a colpi di martello in uno stabile in costruzione. Niente soldi, niente preziosa collana, niente agenda che portava con sé. In seguito verremo a sapere che è incinta. Nuovo caso per il commissario capo Mario Arrigoni “basso, tozzo e sovrappeso” e i suoi uomini. Tra l’altro trattasi di una bella ragazza (“un fisico che nemmeno la Silvana Pampanini”, secondo giudizio di un personaggio) con il desiderio di fare la modella, posava per un pittore e faceva girare la testa a molti. Diversi gli indiziati: il fidanzato, il primario della clinica in cui è stata assunta, il pittore, il marito della sorella. Almeno in un primo momento.
Qualche spunto sul commissario, oltre il basso, tozzo e sovrappeso. Fuma il sigaro, per spostarsi usa pure la Lambretta (non ce lo vedo), tormentato dalla “propria evidente inferiorità estetica” verso la moglie, ha una madre vedova premurosa e una figlia che lo costringe a giocare a canasta. Ottima forchetta (ci ritorneremo), dietro il suo aspetto corpulento si nasconde “un raffinato esteta, in grado di apprezzare i lati meno appariscenti della bellezza” femminile (oltre il seno e il fondoschiena). Lettore accanito di opere letterarie (si cita, per esempio, “Le memorie del sottosuolo” di Dostoevskij), il suo secondo sogno era stato quello di diventare insegnante di lettere. Calmo, metodico nello svolgere le indagini, partendo dalle notizie sulla morta e da quelli che la conoscevano, ribattezzato dalla stampa “il Maigret del Porta Venezia”.
L’indagine è difficile. Alla fine degli interrogatori, gira e rigira si torna sempre al punto di partenza. Momenti di impasse e di dubbio, discussioni e “scontri” di idee sul caso soprattutto con l’istintivo Mastrantonio, classica lavata di capo del superiore (si trova ormai dappertutto) perché privo di tatto nei confronti del dottor Vinciguerra, contornato da protezioni politiche. Conseguenza, incubo notturno, tanto per farci capire la sua sensibilità.
Scrittura “semplice” e nello stesso tempo dignitosa tesa alla creazione di una atmosfera ovattata pur tra la barbarie del delitto, non disdegnando momenti di ironia soprattutto sul nostro commissario che giganteggia nella scena. Ora le sue passeggiate, ora le riflessioni da solo o con i sottoposti ai quali si rivolge con il “lei”, piccoli flash sulla famiglia (da tenere presente lo spunto alle indagini della moglie Lucia), amante della buona tavola (ma sa anche contenersi) si butta con piacere fra ossi buchi, zabaioni, spaghetti alle cozze, alici al forno… e qualche bevuta, soprattutto dell’amato marsala. Come momento di relax le letture (già detto) e la visione di qualche film, magari con Maigret interpretato da Charles Laughton (delusione per l’attore), contornato dall’avanspettacolo scollacciato.
Una scrittura, ripeto, tersa e pulita che può far storcere il naso a chi la vuole più corposa e complessa, o apprezzare da chi non ne può più di incasinamenti parolai.
Crapanzano è stato paragonato a Simenon e Arrigoni a Maigret, citato più volte nel libro. Diciamo, per non fare un torto a nessuno, che c’è una vaga somiglianza.

Menti pericolose di Jeffery Deaver, Rizzoli 2016.
menti-pericoloseNell’introduzione l’autore dichiara che nei racconti brevi occorre “sedurre, affascinare” il lettore. Come? “Bisogna andare dritti allo stomaco con un colpo di scena sconvolgente, una sorpresa, l’inatteso.” Vediamo un po’ (qualche spunto in breve).
In fretta
I Fratelli della libertà, di cui un paio sono stati arrestati, stanno per far saltare in aria un raduno dell’Associazione Bancari (siamo a Natale). Noi lettori lo sappiamo ma non Katryn Dance e Michael O’Neil che devono scoprirlo. Come fare se l’interrogato non confessa e si sono usati tutti i trucchi del mestiere? Il tempo passa in fretta. Il tempo, il ticchettio dell’orologio. Forse… forse un’idea. Scontro ideologico, movimento e una visita all’acquario di Katryn con i figli (interrotta all’inizio) che c’è da vedere un imponente cefalopode.
Gioco.
Un anno prima. La vecchietta impaurita da due “mostri”, mamma e figlio che non la lasciano in pace, aumento continuo di tensione e paura, qualcosa non quadra, troppe domande, troppa affabilità. Hanno in mente di impadronirsi dei suoi denari?. Un anno prima. Ma oggi c’è qualcuno che vuole ritrovare il suo corpo (visto che è successo qualcosa di brutto?) attraverso un detective fissato con le partite di calcio (il “gioco” del titolo). Allora dove sarà il colpo di scena? Seguitelo nelle indagini e ne scoprirete delle belle.
La spintarella.
L’ultima occasione di Mike O’Connor con Aaron Felter. Che accetti la sua proposta per una nuova serie televisiva, dopo che aveva avuto successo negli anni passati con Squadra Omicidi e ora sta con le mani in mano. Niente da fare. I tempi sono cambiati. Ci vogliono soggetti nuovi, diversi. Ma una cosa si può fare, “Una partita a poker tra personaggi famosi”. A Las Vegas. Titolo Mi gioco tutto con soldi contanti sul tavolo. Un’idea che potrebbe ridargli visibilità, la “spintarella” del titolo. OK. Ma c’è qualcuno che vorrebbe approfittare di tutti quei soldi per farli sparire. Giro veloce sui partecipanti, attori più o meno in declino. Spunti sul poker, citazioni di film, chi perde e chi vince. L’assalto… e un dubbio che serpeggia nella mente di Mike O’Connor, sconfitto proprio nell’ultima partita. Forse che…
Un caso da manuale.
Una donna assassinata in un box. Ad indagare sulla scena del crimine Amelia Sachs in contatto con l’ormai famoso tetraplegico Lincoln Rhyme, paralizzato dal collo in giù. Troppe prove sulla suddetta scena. Lista impressionante di reperti. Immondizia. Qualcosa che riporta ad un libro di Rhyme. L’assassino lo conosce, l’ha letto. E colpisce ancora. Ma chi può essere?.
Paradise.
Qui c’è John Pellam, altro personaggio conosciuto di Deaver, sul suo camper che sta per scontrarsi con una Ford. Se la cava ma si becca un gancio destro al mento dalla guidatrice. Arriva il sergente Lambers. Un tizio è stato ucciso su un terreno privato lungo la strada percorsa dalle due macchine. L’assassino potrebbe essere fra loro. Per esempio lo stesso Pellam che viene arrestato. Se la caverà? Certo. Però la sexy cowgirl della tavola calda dal notevole seno guarda un altro, mica lui. Stronza (sorriso).
Atleti.
Occorre sventare un attentato alle Olimpiadi in Cina. Da parte del popolo uiguro che vuole l’indipendenza. Ma come? Basta conoscere il go, la versione degli scacchi (eccoli!). Basta guardare lontano, oltre la scacchiera, per riconoscere un diversivo dell’avversario.
La trama.
Il famosissimo scrittore di romanzi gialli J.B. Prescott è morto lasciando addolorati milioni di lettori. Ma per il sergente della polizia di New York, Jimmy Malloy, mica è tutto chiaro. Intanto c’è di mezzo una cospicua eredità e la visita alla vedova non lo convince. Quella donna non sembra per niente a lutto. E poi c’è uno sconosciuto che lo segue. Per risolvere il caso, però, basta ricordarsi di Conan Doyle e Sherlock Holmes…
L’analista.
Martin Kobel, psicologo, vuole salvare Annabelle Young dall’influenza di un “neme”, ovverossia di “un corpo separato di energia immateriale che suscita negli uomini reazioni emotive estreme, sfociando in un comportamento deleterio per l’ospite o la società in cui vive.” Lo capisce dal suo modo di agire. Solo… solo che lo scoprirete da voi. Dibattito serrato tra accusa e difesa in un processo per omicidio e su questo benedetto “neme”. Tra l’altro potrebbe esistere davvero…
L’arma.
In giro un’arma di distruzione di massa. Un prigioniero che sa, che deve sapere qualcosa in proposito, interrogato in uno dei “siti neri” gestito dalla IAS. Primo interrogatorio con Andrew. Fallito. Anche il secondo con l’affascinante Claire non porta a nulla. Ora c’è Akhem, il duro e l’interrogatorio sarà bestiale. Ma… ma, ecco l’imponderabile.
Riconciliazione.
Padre e figlio. Il primo morto inaspettatamente senza avergli dato la possibilità di conoscere chi fosse. Ora il secondo ritorna, per lavoro, sui luoghi dell’infanzia. Ricordi e ricordi del padre. Un fantasma che non lo lascia in pace. Non doveva andare lì, a Chesterton nell’Indiana. L’incontro con una bella donna, la vecchia casa, il bar e il barista che aveva conosciuto suo padre. La verità tra una strizzata di strofinaccio e l’altra.
Il necrologio.
Una circolare di polizia. Il capitano Lincoln Henry Rhyme è morto per ferite da arma da fuoco. Ricordate le sue qualità di investigatore paraplegico e la sua determinazione di vivere in quelle condizioni. E ora c’è Amelia Sachs che entra nella casa di Rhyme accompagnata da un gruppo di agenti. Solito colpo a sorpresa e spiegazione finale.
Insieme per sempre.
Suicidio o omicidio dei Benson, una coppia di anziani? Per il detective dalla sagoma tozza Greg La Tour vale la prima ipotesi, per Tal Simmons (fissato con i dati, i numeri, i questionari) la seconda, anche se hanno lasciato il biglietto “Insieme per sempre.” Altro strano suicidio di un’altra coppia di anziani. Ricca, come la prima. Qualcosa di insolito nel loro sangue. Ora c’è un terzo vecchietto a cui viene fatta la seguente domanda “Che ne direbbe di vivere per sempre?.” Trattasi della clonazione della coscienza (giuro)… Una stronzata, via. Però…
Partiamo dall’assunto fondamentale dell’autore: il colpo a sorpresa. Diciamo che nella maggioranza dei casi è ottimamente preparato e risulta convincente. Qualche volta, però, il povero assassino ne deve combinare davvero di cotte e di crude, pur di non farsi smascherare e uscire fuori all’improvviso creandoti un certo sobbalzo (ops, non me l’aspettavo). Insomma va bene il colpo a sorpresa, basta che non sia troppo artificioso e, quindi, poco credibile. E basta che il “sistema” non sia ripetuto (per esempio il fatto che un personaggio ritenuto morto sia in effetti ancora vivo). Succede anche questo.
Le tematiche, come abbiamo visto, sono varie e interessanti, a volte al limite e oltre il credibile, svolte con sicurezza quasi scientifica per incantare e spiazzare il lettore. Troviamo personaggi noti insieme ad altri del tutto nuovi che rimangono facilmente impressi nella memoria, così come altri personaggi secondari costruiti con intenti vari, talvolta ironici (vedi i tic e le manie) nel contesto di una realtà vista nei suoi molteplici aspetti.
Scrittura spesso veloce, dinamica, incisiva, più lenta al punto giusto, per creare momenti di attesa, di tensione. Un lavoro che si orienta e si svolge più all’interno che all’esterno, ma non mancano, al bisogno, movimento e azione.
Racconti di classe, via.

Accanto a questo ricordatevi di leggere Rebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016. Altra chicca di racconti.

Spiluzzicature
Elena Ferrante è o non è Anita Raja, come sostiene il giornalista Claudio Gatti che ha sollevato un polverone mondiale? Su questo dubbio non ci ho dormito per tre notti di fila.
promessa-mantenutaRiabbaiano i Bassotti della Polillo. Per esempio con Promessa mantenuta di James Ronald. Una vendetta. Di un certo Lucius Marplay, fuggito da una clinica per malattie mentali con l’obiettivo di uccidere i suoi vecchi quattro dipendenti che molti anni prima gli hanno fregato il giornale più letto di Londra. La figlia del pazzo cerca di impedire il massacro ma tre di loro ci lasciano la buccia. Per mezzo di tre delitti impossibili…
Altro parto polillesco L’enigma della stanza impenetrabile di Derek Smith. Il titolo la dice già tutta. Uno dei millanta libri su questo problema che ha affascinato decine di scrittori (alcuni citati) e milionate di lettori. A risolverlo un personaggio fuori dai canoni tradizionali, giovane, bello, che piace un po’ a tutti. Ci voleva.

Sta avendo un certo successo la scrittrice Sophie Hannah, sfruttando come protagonista dei suoi ultimi libri nientepopodimeno che il Poirot di Agatha Christie. Per esempio in La cassa aperta, Mondadori 2016. Classico testamento di una famosa scrittrice che verrà cambiato di fronte a certe persone interessate. Chiaro che una di queste tirerà il calzino e Poirot avrà il suo bel da fare.

Un giretto fra i miei libri
Commenti al minimo.
Ipotesi per un delitto di Clifford Witting, Polillo 2009.
ipotesi-per-un-delitto”La notizia di un tentativo di strangolamento a opera di due mani fosforescenti non è di quelle più comuni anche se l’ispettore Charlton della polizia di Lulverton è abituato ai casi più bizzarri. Per di più a denunciare l’aggressione è addirittura Sir Victor Warringham, un anziano e rispettato magnate dell’industria automobilistica”.
Allora due mani fosforescenti, un signore malato e un po’ pazzo o dato per pazzo (pareri contrastanti dell’avvocato e del medico di famiglia), un figlio di cui non si sa di preciso la paternità (ora è di uno, ora di un altro), strangolamento con filo elettrico e tagliacarte (una specie di garrota), testamento che sta per essere cambiato, rivoltella giocattolo, scala all’esterno della casa, il maligno che è nell’aria, il Luminal, i soliti dubbi e cambiamenti di prospettiva nella individuazione dell’assassino, spunti interessanti dal medico legale e ancora una volta i miei scacchi inseriti in un contesto giallo (Victor “…il gioco più bello mai inventato dall’uomo”). Ed altre cosucce ancora.
Personaggi un po’ sbiaditi, prosa neutra, monotona, discreta organizzazione. Lavoro dignitoso senza guizzi di luce. Da leggersi in una giornata piovosa.

jane-e-la-disgrazia-di-lady-scargraveTra le sempre più numerose detective lady che affollano le storie di stampo più o meno giallistico ecco arrivare anche la deliziosa Jane Austen in Jane e la disgrazia di Lady Scargrave di Stephanie Barron, Tea 2009.
Proprio la famosa scrittrice inglese in visita dall’amica Isobel Payne, contessa di Scargrave, si trova testimone di una tragedia. Suo marito, il conte Frederick, colto da un improvviso malore, muore in poco tempo. Un biglietto la accusa di omicidio e di adulterio. E da qui cominciano i guai.
Il tutto proposto in forma di diario scritto da Jane Austen medesima tra il 1802 e il 1803 che contiene alcune lettere all’amica Cassandra. L’autrice cerca di riprodurre la prosa della Austen, fluente, elegante, graziosa, brillante, ricca del bon ton e dello spirito del tempo. Libro di molti ingredienti che mischio fra loro: fasi di un processo, lettere minacciose, amori ricambiati e non ricambiati, signorine prematuramente incinte (succedeva anche allora), differenze sociali, problemi di testamento e patrimoni, aspettative delle fanciulle in un bel matrimonio con relativo bel patrimonio, mistero, dubbi, angosce, prigioni malsane e puzzolenti, fazzoletto rivelatore insieme a noci delle Barbados piuttosto indigeste, spruzzo di gotico con il fantasma redivivo del conte che a mezzanotte in punto fa la sua inquietante e grottesca comparsa. Non manca la politica e Napoleone. Psicologie ben sviluppate, buona organizzazione, colpo di scena finale con relativo pericolo (un classico) per la nostra Jane.
Piacevole senza entusiasmare.

Killer sul velluto di Neill Graham, Mattioli 2007.
killer-sul-velluto“Nella Londra degli anni Cinquanta, Mark Lyman, un playboy senza scrupoli, circuisce la giovane Sally Blane. Sembra solo una facile avventura, ma le cose si complicano misteriosamente. A indagare è il detective privato Solo Malcom, un imponente scozzese che fuma la pipa come Sherlock Holmes ed è un vero duro come Marlowe”. Aggiungo che il nostro detective privato viene ingaggiato da Sally per il ritrovamento di una preziosa collana rubatale, forse, da Mark Lyman e che questi, come succede spesso in tale genere di avventure, ci rimette la pelle.
Il romanzo ci riporta con la mente alla hard-boiled americana con movimento, colpi di scena, scazzottate ed altre situazioni tipiche di quel periodo letterario. Prosa scarna, essenziale senza tanti funambolismi retorici, lieve ironia. Personaggi scolpiti con pochi tocchi, ma niente a che fare con Marlowe. Non scatta la scintilla. Passabile se non si è letto Chandler. Ma anche Hammett o Ross Macdonald.

E ora la nostra inseparabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Il turista di Massimo Carlotto, Rizzoli 2016.
il-turistaCon un rapido e melodioso giro di valzer Massimo Carlotto, dopo il recente e meritato successo letterario e teatrale del suo Il mondo non mi deve nulla, ci immerge nel fascinoso scenario di una Venezia a fosche tinte noir, e sceglie una “nuovissima compagnia di attori” per il suo Il Turista, in libreria dal primo settembre. E, da prestigiatore nato, si diverte a stupirci calando sul tavolo un intrigante tris di personaggi: il serial killer, l’insopportabile ma diabolico protagonista con inclinazioni narcisistiche feticistiche, l’ex commissario sfigato (che sarà poi l’eroe) e l’addetto alla sicurezza degli hotel, un suo vecchio amico d’infanzia, ma zac! pronto a pescare la carta giusta e trasformarlo in un poker.
Due righe tanto per spiegare un po’.
Il protagonista, nome di comodo Abel Cartagena, bello, biondo e sciupafemmine, è convinto di essere un serial killer perfetto, imprendibile e non identificabile. Tutta la sua vita e la sua personalità infatti, da quando era un ragazzo difficile e pericoloso, è stata costruita e ruota intorno alla sua psicopatica e criminale perversione. L’ingente patrimonio di sua madre gli ha permesso di attaccare e uccidere le sue vittime (sempre donne) per suo vizioso piacere. Ha già colpito impunemente a Dublino, Siviglia, in Austria, a Bruxelles… Per questo gli investigatori di tutta Europa, che gli danno la caccia, l’hanno soprannominato il Turista.
La causa scatenante dei suoi delitti sono le borsette firmate di grande marca. E tutto fila come un orologio finché a Venezia il caso, fino ad allora suo alleato, si trasforma in letale nemico, lo costringe a commettere un passo falso e a cacciarsi in una trappola, racchiusa nel modellino di una gondola, organizzata da chi vuole sfruttare le sue arti letali. Il cacciatore è stato incastrato e ora deve muoversi a comando.
Dopo di che, a braccarlo su incarico di Tiziana Basile, Vice questore, sua superiore e amica/nemica, sarà Pietro Sambo, ex capo della Omicidi, che paga un errore del passato ed è costretto a vivere ai margini, deriso dai veneziani, e abbandonato dalla famiglia. Un nuovo personaggio “normale” minato dai dubbi e dalle insicurezze ma che dovrà per forza fare i conti con la realtà.
Con distaccata leggerezza, Carlotto ci introduce nella complicata geografia del nuovo crimine organizzato, che si avvale anche di specialisti inquadrati in un team di cattivi che si fa chiamare “Liberi Professionisti” contrapposto a una misteriosa squadra speciale di servizi segreti “buoni?” che assolda l’ex commissario e socio. Da sottolineare il sottile umorismo che gli fa attribuire ai vari sicari dei Liberi Professionisti nomi convenzionali di riconoscimento tratti dai serial televisivi più in voga al momento, vedi ad esempio Il trono di Spade.
Il turista di Massimo Carlotto è un romanzo intrigante che si apre piano piano al lettore, che si bea di trasognate descrizioni lagunari indugiando anche a tavola e di cui bisogna saper leggere tra le righe, godendo e apprezzando ogni piccola sfumatura.
Alla prossima con Sambo? Io ci conto!

Altro consiglio di Patrizia Il mistero di Villa Saturn di M.R.C. Kasasian, Newton Compton 2016.
“Divertimento, intelligenza, astrusità e humour sono i principali ingredienti della spassosa serie di Kasasian ambientata alla fine dell’800 (questo episodio nel 1883) che narra di Sidney Grice, il più stravagante e intrigante detective dai tempi di Sherlock Holmes e della sua pupilla assistente (per così dire un dottor Watson in gonnella) March Middleton.”

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2016

book-toilet“Professore!…professore!”. Mi sono girato verso la voce insieme al mio nipotino Jonathan lungo una strada di Siena (eravamo stati a scegliere un libro per lui), più precisamente quella che porta alla basilica di San Domenico. “Mi riconosce?” quasi urla un giovanotto sorridente dai capelli rossi. Beh, insomma, penso io, la faccia non mi è nuova, e poi questi capelli… “Sono… allora si ricorda?”. Eccolo, laggiù quasi in fondo alla classe, vispo come un furetto, sempre pronto a far girar le scatole. Segue l’abbraccio, i soliti ricordi, i volti degli altri compagni che vengono fuori lentamente dalla nebbia del tempo, gli scambi di battute e… e un groppetto in gola che fatico a nascondere. Il saluto, una stretta di mano, lo guardo allontanarsi fino a perderlo di vista. I miei ragazzi. I miei ragazzi diventati grandi. “Era un mio alunno” dico a Jonathan che mi guarda con ammirazione. “Anche tu diventerai grande”. E continuiamo, mano nella mano, per la nostra strada.

Iniziamo, come al solito, con gli imprescindibili G.M.
Perry Mason e il grido nella notte di Erle Stanley Gardner, Mondadori 2016.
perry-mason-e-il-grido-nella-notte“Vorrei che sottoponeste mio marito ad un interrogatorio, avvocato” chiede la signora Joan Kirby a Perry Mason, “Mi ha raccontato una storia che non deve ripetere a nessuno”. Ed ecco la storia del magnate John Northrup Kirby. Praticamente l’incontro notturno su una strada con una ragazza a cui hanno portato via l’auto e la borsa insieme ai documenti. Colpito dalla penosa situazione l’uomo l’ha portata in un motel, dichiarandosi marito e moglie, e non l’ha più trovata. A questo fatto si connette l’aggressione, rivelatasi poi mortale, contro un certo dottor Babb. I vicini hanno sentito uno strillo di donna e poi hanno visto uscire dalla casa una ragazza quasi identica a quella aiutata dal signor Kirby.
La faccenda si complica. Soprattutto quando risulta che il dottor Babb “si occupava di fornire figli posticci a chi non ne aveva”. Due cliniche private: in una donne ricche falsamente in gravidanza, nell’altra donne povere o ragazze madri che non avrebbero mai voluto un figlio.
Poiché le ultime parole del morto, alla domanda di un poliziotto su chi è stato a colpirlo, sembrano essere “John Kirby”, questi viene arrestato e si inizia il processo. Inevitabile scontro fra il procuratore distrettuale Hamilton Burger e il nostro Perry Mason, difensore dell’accusato. Solite schermaglie movimentate con il primo che latra, bercia, tuona, sbraita, ruggisce (mi ricorda Gideon Fell) esasperato, eccitato e frenetico, mentre l’avvocato ribatte impassibile con una serie di “Mi oppongo” e di contromosse forensi micidiali. Il giudice Cameron, munito di fermezza e pazienza, guida il dibattimento.
Comunque uno dei problemi da risolvere è sapere chi c’era effettivamente nella casa del dottor Babb, come si sono svolti realmente i fatti e che cosa ne farà Mason di un documento compromettente venuto in suo possesso, per avere il quale un altro avvocato, “uno dei più noti azzeccagarbugli del foro”, aveva fatto una proposta indecente (con quel libretto si potevano tenere in pugno le famiglie più ricche della città) subito respinta. Situazione difficile che preoccupa Della Street e lo stesso super avvocato, che ad un certo punto si sente come “nel centro di un banco di sabbie mobili”. Ma, con la consueta abilità, l’aiuto della segretaria “più carina del solito” e del fidato Paul Drake, riuscirà ugualmente a sbrogliare l’intricatissima matassa. Dialoghi veloci e martellanti su una storia che presenta problematiche ancora attuali (purtroppo).
Ah, dimenticavo. Occhio ad un gatto e ai pesci rossi!

I delitti della camera chiusa di Rino Cammilleri, Mondadori 2016.
i-delitti-della-camera-chiusaOgni volta che mi accingo a presentare una raccolta di racconti non so da che parte incominciare. Scrivere succintamente di tutti, impossibile. Sceglierne solo alcuni, limitativo. Perciò di solito inizio e vado avanti secondo l’estro del momento. Come in questo caso.
Il titolo stesso ci fa capire che non c’è scampo. Voglio dire per il povero assassino. Che si tratti di una camera, di un bagno, di uno studio, di una cella, di uno scompartimento in un treno, dentro una macchina…, insomma di uno spazio perfettamente chiuso da tutte le parti, c’è sempre qualche bell’ingegno che ti butta all’aria in quattro e quattr’otto tutto l’ambaradan costruito con infinita pazienza dall’omicida. Un fatto impossibile che si risolve in una dannata, lucida, semplice esposizione chiarificatrice. Neanche fossero tutti degli Sherlock Holmes quelli preposti alle indagini. A dir la verità uno c’è che gli assomiglia parecchio, anche se sotto mentite spoglie. Così come molti altri a rappresentare, secondo intento esplicito dell’autore, celebrità acquisite della letteratura poliziesca, partendo, per esempio, da quello che non smuove il culo dalla poltrona nemmeno se viene il terremoto, per finire, la butto lì, a quell’altro tutto impomatato e impettito come un dandy. Al lettore il gusto di scoprirli.
Stanze chiuse, dicevo, luoghi chiusi o, comunque, con spazio circoscritto, dove il malcapitato passa la sua ultima ora (forse anche meno). I mezzi per farlo fuori non mancano, ce n’è per tutti i gusti, dai classici veleno, pistola, coltello etc… fino alla spada che ti si infila nel deretano mentre sei tranquillo a ponzare sull’apposito vaso (giuro). Delitti e delitti da far rizzare i capelli (per chi ce l’ha), e se non sono delitti saranno suicidi che l’uomo talvolta non ne può più anche di se stesso. Suicidi, però, che sembrano omicidi, magari sempre nella stessa stanza sigillata a far bollire le cellule grigie del nostro Sherlock di turno, pardon, in questo caso, del nostro Poirot. E se non sono suicidi saranno disgrazie che anche il Fato vuole avere la sua parte funesta. Comunque, omicidi, suicidi o disgrazie, c’è sempre qualcosa, una pur minima traccia, un pur minimo, imperscrutabile indizio, che passerebbe inosservato ad un tizio qualunque dotato di una superba intelligenza, che inchioda il colpevole, compreso il Fato, naturalmente. Impossibile farla franca e il lettore, spesso, sono sicuro, fa un tifo tremendo perché non venga scoperto. Del tutto inutile. Qui, a sbrogliare l’incredibile, inestricabile matassa, non abbiamo il più bravo della classe ma il genio fuori dal comune (in contrasto con il solito pigrone mentale) che, magari, si avvale pure di un Tacito o della Bibbia per risolvere il diabolico crimine (tanto per dirne una).
Luoghi chiusi, dicevo, per ogni dove e in qualsiasi tempo. Siamo scaraventati, per esempio, nell’anno di grazia 1273 fra domenicani e inquisitore, oppure nel 1628 a Siviglia, in India, in Giappone, ad Alessandria, a Roma, nell’Irlanda “profonda e superstiziosa”, in Sicilia, durante il fascismo e chi più ne ha più ne metta. Luoghi e tempi diversi, anzi, diversissimi.
Rino Cammilleri riproduce lo stile di certi famosi autori e scrive con il proprio estro presentando personaggi nuovi (vedi Corrado da Tours e don Gaetano Alicante), disegna trame complesse credibili, inserite in un particolare contesto storico vivo e pulsante, perfettamente rappresentato, talora, anche con tocchi di felice ironia.
Bella lettura.

L’archivista di Loriano Macchiavelli, Einaudi 2016.
larchivistaBologna, anni Ottanta. A dir la verità non verrebbe voglia di parlare della trama quando c’è di mezzo un personaggio come il vicequestore aggiunto Poli Ugo, detto lo Zoppo. Lui, da solo, basta e avanza. Un personaggio che riempie, che straborda lungo tutta la vicenda con una personalità che lascia allibiti. Per la potenza e la perfezione con cui l’ha creato l’autore. Al suo cospetto il più noto Sarti Antonio sergente, tormentato dalla colite, che abbiamo già conosciuto in tanti libri precedenti, fa la figura della comparsa.
Lo Zoppo è fantastico nella sua insopportabile, odiosa, schifosa presenza fisica e morale. Sciancato (un incidente gli ha massacrato la gamba destra), cammina aiutandosi con un pesante bastone, gira su una bicicletta completa di accessori come vuole la legge. Non fuma, non beve, non prende neppure il caffè. Forte con i deboli, remissivo con i forti. Rapporto brusco con tutti (eufemismo), perfino con moglie e figlio (a dir la verità manco ci parla con quest’ultimo). Una specie di Tersite omerico, come è stato puntualmente evidenziato da Tommaso De Lorenzis nella postfazione, e un “Figuriamoci!” ripetuto a iosa per ogni dove.
È lui, l’archivista, quello costretto a restarsene in compagnia delle pratiche, a condurre questa volta una indagine del tutto personale. D’accordo, due parole sulla vicenda sono inevitabili. Dunque una macchina, una mano che esce dal finestrino per strappare la borsa ad una ragazza, Norma Valini, diciotto anni in coma per la caduta. Il rapporto di Sarti Antonio, sergente, arriva sul tavolo dello Zoppo per essere protocollato (scontro fra i due). Nello stesso pomeriggio altro fascicolo scritto di pugno dall’ispettore capo Cesare Raimondi “Pratica Romolo Lucito. Incidente sul lavoro”. Una scorsa al documento. Morto nella Cineteca Comunale colpito da una scarica elettrica mentre azionava una moviola attinente ad un film che un gruppo di cineasti sta girando in città. “Incidente sul lavoro, figurarsi!”. Un altro caso insoluto, sogghigna. Buoni a nulla! È venuto il tempo dell’indagine, della “sua” indagine. Via da casa in hotel, riscaldato al bisogno da una “coperta”, una settimana di permesso e vediamo chi riesce a risolvere i due casi. In giro di qua e di là con la sua bicicletta che se tentano di rubargliela il bastone su cui si appoggia è pronto a calare, tremendo, sulla testa del ladro (e accadrà). Intanto fra i due casi si scopre un punto di contatto. Norma Valini è andata in Cineteca la stessa notte in cui è morto Romolo Lucito. Perché? Lo Zoppo si frega le mani.
Una storia ottimamente architettata dal nostro Macchiavelli con una scrittura veloce e incisiva tra onorevoli, professoroni, cineasti, pornofilm e puttane, le Urap (unità rivoluzionarie armate proletarie per la presa del potere), mentre un anonimo narratore segue la vicenda e commenta in particolare le azioni e gli sproloqui dello Zoppo. Spunti sulla città “di merda con le strade fra le più scassate d’Italia e non se ne accorgono né il sindaco, che viaggia in automobile supermolleggiata, né i suoi assessori” e siamo scaraventati in avanti di trentacinque anni.
Niente paura, dunque, che il libro, pubblicato nel 1981 nel catalogo de Il Giallo Mondadori, e il personaggio principale siano datati. Oggi lo Zoppo farebbe la sua porca figura nei talk show televisivi e avrebbe un successone perfino in parlamento.
Figuriamoci!

I delitti della laguna di Letizia Triches, Newton Compton 2016.
i-delitti-della-lagunaVenezia 1990. Quadri veri, quadri falsi, musica, malattie mentali, odio, amore e morte. Ricapitolando all’osso mi viene così. Ma nemmeno, che poi c’è la città della laguna a pretendere, giustamente, la sua parte.
Il romanzo è complesso e, dunque, difficile farne una recensione che non diventi una palla per il lettore (mi è capitato più volte, sia di leggerla che di scriverla). Vado un po’ a braccio. Personaggi principali: Otis Moore, “un magnetico bluesman afroamericano, soprannominato “il Moro di Cannaregio” che suona negli Indigo Blues e lavora pure per una casa d’aste di Filippo Severato; Bianca, voce solista del gruppo; Stelio Luni, suo marito più vecchio, che produce falsi d’autore; Alvise Volpato psichiatra, proprietario di un bel palazzo sul Canal Grande; la sorella Matilde, esclusa dall’eredità; Loris Favero, marito della suddetta…
Basta, la faccenda diventa uggiosa. Due morti ammazzati, il primo proprio il nostro Otis, attrattiva delle belle donne, incaprettato e mascherato (un delitto di mafia?). Il secondo lo scoprirete. Ad indagare la vedova Chantal Chiusano di Ischia, coadiuvata dal restauratore fiorentino Giuliano Neri che ha pure un discreto fiuto per queste cose. Una specie di “casalinga robusta” dai fianchi generosi, occhi azzurri e limpidi, lo sguardo gentile.
Due morti ammazzati, dicevo, un commissario donna, un restauratore-detective, una discreta serie di personaggi sbalzati a tutto tondo con le loro complesse individualità. Storia ai limiti del credibile (ci può stare), immersa negli intrighi degli odi familiari, delle pazzie, dei ricoverati malati di mente, tra truffe, ricatti, sesso, musica e pittura, falsi d’autore a creare un’atmosfera allucinata e straniante riportata, ogni tanto, al concreto da piccoli tocchi di realtà (vedi le bellezze e gli intrichi di Venezia, o lo sguardo posato sui gabbiani che volteggiano…), insieme al passato che riemerge funesto come nel più classico dei classici.
Occhio ad una fotografia particolare e al colore!

Spiluzzicature

Spiluzzicato alla Feltrinelli di Siena Vite minuscole di Pierre Michon, Adelphi 2016. Vite brevi di un mondo contadino povero e tragico che attraggono e appassionano più di tante vite illustri. Una scrittura colta come un omaggio ai personaggi umili del libro.
Chi vuole conoscere le donne di Hitchcock, ovvero le donne che hanno partecipato ai suoi film con relative foto, vada qui nel blog di Omar Lastrucci dove si possono trovare interessanti articoli sulla letteratura gialla (purtroppo sta chiudendo).
Chi vuole, invece, confrontarsi con tre delitti impossibili e un quarto andato storto si becchi Promessa mantenuta di James Roland, Polillo 2016, e poi vada a leggere cosa ne dice Pietro De Palma e scoprirete un altro, ottimo blog.
Eccellente La trilogia di New York di Paul Auster, Einaudi 2016, che raccoglie i tre volumi Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Siamo catapultati nelle atmosfere hardboiled degli anni Trenta, quelle, tanto per intenderci, di Chandler e compagnia bella tra pedinamenti, scarrozzate e pistolettate da tutte le parti. Con l’obiettivo di suscitare domande sulla vita e sull’uomo. Qui il discorso si farebbe più complicato parlando del “giallo metafisico” e di Borges. Infatti non ne parlo.
Il mistero della giovane infermiera di Dario Crapanzano, Mondadori 2016, ci presenta ancora una volta il commissario cicciottello Mario Arrigoni di Milano. E, ancora una volta, qualcuno si è messo a fare il confronto con il Maigret di Simenon e con Simenon stesso. Io il libro l’ho solo spiluzzicato (quindi non faccio testo), però, così a naso, il confronto lo lascerei perdere. Comunque ci ritornerò sopra.

Un giretto fra i miei libri

Il tè delle tre vecchie signore di Friedrich Glauser, Sellerio 2010.
il-te-delle-tre-vecchie-signoreDue di notte, in place du Molard (Ginevra) un giovane, pupille dilatate e tratti del volto rigidi, incomincia a spogliarsi, si mette in mutande, e cade a terra. Sul posto l’agente Malan e il prof. Louis Dominicé che diagnostica un caso di avvelenamento. Perquisiti i gabinetti Malan si becca una botta allo stomaco e intravede scappare un tizio con pantaloni bianchi da tennis. All’ospedale il dott. Thévenoz (fidanzato con la dottoressa Madge che lo stressa) e il dottor Wladimir Rosenstock osservano una strana puntura nella piega del gomito, forse per una iniezione di iosciamina. Ad indagare il commissario Pillevuit con lunga barba bionda assillato dai superiori.
Per non farla lunga ad un certo punto del racconto un personaggio (Natascia) spiega ad un altro (Jakob) la trama degli eventi e quest’ultimo esclama “Non ci capisco niente”. In seguito un altro personaggio fa un breve sunto dell’accaduto “Ma la prego, consigliere, mi spieghi come pensa di conciliare giacimenti petroliferi indiani, missionari americani nelle vesti di delegati della Standard Oil, agenti segreti dei soviet, gnosi basilidiane, erbe velenose, ricette della strega, maharaja indiani, psicologi che fanno esperimenti su materiale umano, psichiatri scomparsi, uomini innocui ricoverati per improvvisa pazzia, il Maestro dei cieli dorati con il volto di legno, cartelle rubate e ritrovate, e per finire vecchie signore che bevono il tè!”. Aggiungerei freccette avvelenate e un paio di citazioni degli scacchi.
Anche il sottoscritto a fine lettura, sballottato dalla mole degli eventi, ha avvertito un leggero senso di smarrimento, ma sverga comunque un “ottimo”, per non fare la figura del cretino.

Il veleno nella mente di Thomas H. Cook, Giallo Mondadori 2012.
Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. La Morte ha visitato la sua famiglia, a partire dal padre ucciso per gelosia dal marito di Lola (così sembra). Un percorso all’indietro nel tempo con riprese continue, la sua vita, la sua intelligenza, la voglia di sfondare in una prestigiosa università. Il padre meschino, rozzo, non adatto alla madre dedita alla lettura e al figlio con i suoi pressanti consigli “Non accontentarti di Glenville, Luke”.
C’è un grande sogno, una grande speranza in questa storia, ci sono letture, citazioni di film, tutto appare vago, incerto e nello stesso tempo inquietante e spaventoso. Sprazzi di cinismo, sprazzi di amore, un senso di desolazione, un tocco al cuore. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità. “Tu vai avanti, vai avanti e credi di sapere chi sei e come girano le cose. Ma poi, da un momento all’altro, cambia tutto” (Lola). Se vogliamo anche un libro sulle apparenze scritto in maniera magistrale. Una riflessione su noi stessi.

Una sfiga pazzesca potrebbe essere il titolo più appropriato di In caso di mia morte, di Carlene Thompson, Marcos Y Marcos 2004.
in-caso-di-mia-morte“La prima a morire è Angela Ricci, un’attrice di successo. Barbaramente assassinata nel suo appartamento a Manhattan. E Laurel, una giovane fiorista di provincia, potrebbe essere la seconda. Ha trovato un messaggio raccapricciante nella cassetta delle lettere. Tredici anni prima, un macabro gioco organizzato da un gruppo di amiche, in una notte che nessuna ha più dimenticato, era costato la vita a una di loro, Faith. Laurel, Angela e le altre avevano giurato di non rivelare a nessuno l’accaduto. Ma qualcuno, evidentemente, ha scoperto quell’orrendo segreto, e ha deciso di vendicare la morte della povera Faith…”
In quarta di copertina in corsivo “Lasciate perdere Mary Higgings Clarke e compagnia… al suo sesto thriller, Carlene Thompson si annuncia ormai come uno dei nuovi maestri del brivido…” Ora, sfortunatamente per la nuova maestra del brivido, a meno di metà libro ero già sicuro del colpevole (la forza dell’esperienza), per cui la cosa che mi è rimasta più impressa di questo thriller sono le disgrazie familiari che si allargano a cerchi concentrici verso gli amici della protagonista principale Laurel Damron.
Sentite un po’. Abbiamo Crystal che per prima cosa perde i genitori, poi partorisce un bambino senza vita, ed infine viene lasciata dal marito. Monica (altra amica) è più fortunata. Perde solo la madre, poi il padre si sposa di nuovo ma la moglie non ne vuole sapere di lei e viene spedita presso una prozia. Anche Mary, sempre sfortunatamente amica della suddetta, (e sorella di Faith finita morta impiccata, e incinta tra l’altro, per un gioco pazzesco), viene abbandonata dal marito Neil Kamrath (e qui non c’è niente di nuovo sotto il sole). Il quale marito perde moglie e figlio in un incidente stradale.
Una sfiga pazzesca!

In due si indaga meglio di Rex Stout, Colin Dexter e Arthur Conan Doyle, Giallo Mondadori 2011.
Introduzione di Mauro Boncompagni (e questo è già un ottimo viatico).
Partiamo dal primo, Non ti fidare di Rex Stout. Gli ingredienti ci sono tutti. Voglio dire quelli che hanno fatto la fortuna del grande Stout: un Archie Goodwin in forma smagliante (specialmente con le donne) come il suo corpulento datore di lavoro, il classico scontro Wolfe-Cramer, una storia stuzzicante.
Praticamente un manoscritto assassino che lascia dietro di sé un bel po’ di cadaveri. Il pachiderma ad escogitare stando incollato alla poltrona e Goodwin, insieme agli altri compari, a mulinar gambe di qua e di là. Stile brillante, ironico, ricco di battute.
Passiamo al secondo L’ispettore Morse e la ragazza scomparsa di Colin Dexter. La coppia qui è formata da l’ispettore Morse e dal sergente Lewis alle prese con la scomparsa di una ragazza, Valerie Taylor, sparita due anni prima, dopo che l’ispettore capo Ainley aveva seguito il caso senza risolverlo.
Una ricerca lunga, difficile, interminabile, densa di dubbi, false certezze e continui ripensamenti. Morse scapolo, Lewis sposato, buon affiatamento insieme a qualche contrasto, specialmente quando “Le acrobazie mentali di Morse cominciavano a mettere in crisi le capacità di analisi di Lewis”. Insomma il lettore in tensione (bravo l’autore) fino all’epilogo.
Per terminare il racconto Il vampiro del Sussex di A.C. Doyle.
Un classico che fa sempre piacere rileggere. Una lettera con una strana storia con una signora “vampiro” che succhierebbe il sangue del figlio, una antica e isolata fattoria, un cane ridotto male e la coppia famosa, Sherlock e Watson che vanno un po’ a vedere di che cosa si tratta.
Seguiteli!

Concludiamo con la nostra intramontabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Testimone. Sette indagini per Antonio Mariani di Maria Masella, Frilli 2016.
testimone-sette-indagini-per-antonio-marianiIn Italia, le antologie, le raccolte di racconti insomma, se dimentichiamo il passato, e tanto per fare un esempio le favolose Novelle del Boccaccio (ma quanti le hanno lette davvero?) hanno avuto rara fortuna. Al giorno d’oggi le antologie sono poco amate dai più e bistrattate dagli editori, che le sminuiscono riducendole a palestra di brillanti spunti di autori di grido da mettere in copertina, unite a creazioni amatoriali. E da aggiungere, purtroppo, che difficilmente risultano vincenti.
Maria Masella invece, zac! Si introduce controcorrente sul mercato e ci offre sette racconti, sette gioiellini incastonati fra i tanti romanzi del suo commissario Mariani, pubblicati finora. Sette storie brevi, ben misurate e che interagiscono con i romanzi mettendo meglio a fuoco certe sfaccettature della personalità dell’uomo Mariani. Per meglio orchestrare la sua trama, Maria Masella fa risalire in scena alcuni “amati” personaggi e con consumata abilità riesce a coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine. Bello ed emotivamente molto intrigante infatti il primo racconto in flash back con cui la raccolta si avvia.
Bari, solstizio d’estate, un giovanotto, ventotto anni, sbarca qui, pensando di fermarsi solo qualche giorno. Il giovanotto è Antonio Mariani, laureato in giurisprudenza, che, dopo la prematura morte del padre, ha scelto di arruolarsi come marinaio. Perché? Irrequietezza, voglia di scoprire altri orizzonti oltre a Genova sua città natale? O altro? Chi può dire. Ma l’aver messo piede a terra a Bari, dove si troverà coinvolto come testimone in un omicidio, cambierà completamente la sua vita, costringendolo a restare in Italia e indicandogli la sua vera strada.
Maria Masella ha scritto queste sette storie per il commissario Mariani, un uomo giusto che sente ogni indagine un “caso personale”. Lo tutela e l’accompagna dai primi passi della sua scelta di vita alla maturità come persona e come funzionario pubblico al servizio della legge, da quando era solo “un comune di coperta” alle sofferenze e tragedie vissute negli ultimi romanzi.
Scrittura semplice e lineare che introduce le calibrate descrizioni introspettive dei protagonisti. Una Genova diretta, palpabile, amata ma anche valutata senza paraocchi. Si ritrovano fatti, punti di riferimento ed esperienze sostanziali nella vita di Mariani. Ci sono i ricordi legati a episodi che hanno contribuito alla sua formazione. Alcuni piacevoli, altri forti e altri ancora struggenti e impregnati di pathos.
Vedo che Testimone è il sedicesimo capitolo della serie Mariani, un regalo e, allo stesso tempo, un gustoso aperitivo che Maria Masella ha voluto offrire ai suoi lettori, in attesa delle nuove avventure del suo commissario cult.
L’aspettiamo!
Altri libri suggeriti da Patrizia:
Falsa testimonianza di Salvo Toscano, New Compton 2016, “un romanzo ambientato in una fosca Palermo di più di venti anni fa che si barcamena pericolosamente tra i nuovi metodi e orizzonti mafiosi e i grevi segreti di Stato”.
E Morte di un ex tappezziere di Francesco Recami, Sellerio 2016. “Confermata la notizia! Siamo all’ultimo episodio della serie. Francesco Recami, che non si smentisce mai, e l’aveva annunciato fin da La casa di ringhiera, il primo dei suoi sei romanzi, uno all’anno, che vedevano l’ex tappezziere come protagonista di rocambolesche avventure, e al sesto zac ha fatto fuori l’Amedeo Consonni. Come? Va bene che non era più un ragazzino, aveva sessantasei anni anche se fisico e forma lasciavano un po’ a desiderare. Ma insomma va là. E invece…”
Per chi ama gli e-book Patrizia consiglia inoltre “La Sherlockiana”, l’unica collana al mondo che ogni settimana pubblica un apocrifo o “pastiche” con (e il nome della collana ce lo dice) l’insopprimibile Sherlock Holmes. Qua il link con tutti i 125 titoli pubblicati finora.
Fabio Jonatan Jessica

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2016

cento-racconti-illustrati-degli-autori-per-ragazzi-piu-notiIn quel di Ampugnano, dove vado quasi tutte le mattine a leggere e camminare (ormai lo sapete), ho portato Cento racconti illustrati degli autori per ragazzi più noti, Edizioni Usborne 2012, per tenermi al passo con le letture del mio nipotino Jonathan che ha frequentato la prima elementare. E sono ritornato indietro nei secoli quando pure il sottoscritto volteggiava sinuoso sulle ali della fantasia fra lupi feroci, brutte streghe, orchi mostruosi ma anche fatine carine che risolvevano il tutto con un tocco di bacchetta magica (beate loro) facendomi tirare un sospiro di sollievo dopo tanto batticuore.
Per Jessica, tre anni, bionda, occhioni azzurri da infarto, mi cimento con testi più semplici (vedi Masha e Orso, oppure Peppa Pig, per esempio). Però è difficile conquistarla. Inizio a leggerle una storia ma dopo tre parole di numero “Ora basta, nonno” e via a saltellare giuliva. Comunque Jessica è proprio una lettrice spiccicata da gabinetto che fa onore alla mia rubrica. Quando le scappa qualcosa prende il vasino, raccoglie i suoi libretti e incomincia a leggerli a voce alta, rimbrodolando non so che cosa. E via così per delle mezz’orette intere. Due tesori (se gli girano bene).

Inizio, come al solito, con gli immarcescibili G.M.
Delitto in prestito e altre storie di Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
delitto-in-prestito-e-altre-storieQuando mi trovo davanti a Cornell Woolrich mi prende un non so che, una specie di ansia e di brivido incorporato. C’è sempre qualcosa di imprevisto e di ossessionante nelle sue storie.
Sentite questa. Jerome Swanson ha bisogno di soldi per curare il figlio malato. Ma come procurarseli? Viene a fagiolo il “Daily Reflector” con la bella somma di dollari che mette a disposizione di chi darà informazioni per la cattura dell’assassino di Robert J. Ranger, facoltoso agente di cambio. Bene, il gioco è fatto. Basta qualche ricerca, presentarsi come l’assassino stesso, intascare i bigliettoni, poi il nostro Jerome si trarrà d’impaccio con la testimonianza della moglie e del dottore. Ok, ottima idea, se tutto filasse liscio…
Murray Hobart, esperto, espertissimo di francobolli. C’è bisogno di lui per l’ispettore Foster. È stato ucciso un agente immobiliare soffocato nella sua poltrona con un fazzoletto, collezionista pure lui di francobolli e alcun album tutti intorno al luogo del delitto. Bisogna ispezionarli per vedere di ricavarci qualcosa, una traccia, un indizio. Tra i francobolli il famoso Capo di Buona Speranza che vale una fortuna. A meno che non si tratti di un falso. Ma Murray sa come verificarlo e ora lo hanno lasciato tutto solo. Allora potrebbe… la tentazione è forte…
Due amici diversi: Bill Brown, vivace, brillante, pittoresco e Joe Greeley, un semplice sgobbone. Due poliziotti, il primo promosso e il secondo solo a fare pesanti ricerche (vedi il destino). Un omicidio e i due che indagano insieme. Qualcosa nel comportamento di Bill non quadra. Qualcosa di poco chiaro…
In prima persona. Il Caso. Un giornale, conti inattivi non reclamati da molti anni. Un peccato lasciarli lì. Occorre studiare la faccenda e farsi passare per il possessore di uno dei conti stessi. Tutto fila liscio, un sacco di soldi in tasca per chi racconta la storia. Ma c’è qualcuno che lo nota, che lo fissa in un night club. Certo un poco di buono. Per risolvere il problema l’aiuto di un amico occasionale (bastano dieci dollari). Ma il destino è davvero incredibile…
Ecco, dicevo, il Destino, il Caso, qualcosa che all’improvviso si intromette nell’agire dell’uomo e ne condiziona il suo scopo. Spesso in negativo, talvolta con inaspettata sorpresa positiva.
Ogni volta che leggo un lavoro di Cornell Woolrich, non so perché ma mi pare di essere catapultato in un’altra dimensione.

Dieci incredibili giorni di Ellery Queen, Mondadori 2016.
dieci-incredibili-giorni“È successo ancora. Lo scultore Howard Van Horn si risveglia in un alberghetto di New York dopo l’ennesimo episodio di amnesia. Ha addosso del sangue non suo e i segni di una colluttazione. Forse questa volta, durante il lungo blackout di cui nulla ricorda, ha davvero fatto quello che si aspettava, prima o poi: forse ha commesso un omicidio.”
Urge un aiuto. Dell’amico Ellery Queen, in casa sua a Wrightsville per essergli vicino al prossimo attacco. La famiglia: il padre Diedrich, uomo grosso e affascinante, ha sposato la giovane e bella Sally, che piace subito a Ellery; lo zio Wolf che emana “acredine”, un “filo sottile e storto” che sdegna il nipote e Sally, “pericoloso.”; Christina Van Horn, la madre che gira nel parco di notte e cita salmi della Bibbia. “Abbiamo fatto un patto con la morte!” grida (perché?).
La faccenda si complica. Ellery pensa che il male di Howard sia dovuto al profondo attaccamento verso il padre messo in pericolo da Sally ma poi scopre…
E qui mi fermo. Dieci, incredibili giorni. Oscuri misteri familiari, lettere d’amore nascoste in un doppio fondo di un cofanetto, furti, ricatti con voce artefatta, omicidio, momenti di crisi, inquietudine, il lampo, la luce ed ecco “il piano, l’intero, orribile, magnifico piano” formarsi nella mente del nostro Ellery. La Bibbia e i dieci comandamenti. E gli anagrammi. Cosa c’entra la Bibbia e cosa c’entrano gli anagrammi? Vedrete che c’entrano anche questi.
Un viaggio inquietante tra gli oscuri meandri di una famiglia. Una costruzione assai complessa dei due famosi cugini.

Quella casa nella brughiera di Ngaio Marsh, Mondadori 2016.
quella-casa-nella-brughieraCuthbert ha assassinato l’amante della moglie; Mervyn ha mandato all’altro mondo un ladro con un ferro da stiro piazzato in cima ad una porta; Wilfred, Kittiwee per gli amici dato che ama i gatti, ha sbattuto mortalmente contro un muro la testa di una guardia che li maltrattava; Nigel, appartenente ad una setta estrema, ha fatto fuori una donna definita da lui “peccaminosa”, mentre Vincent ha soltanto avuto il torto di rinchiudere una vecchia strega in una serra piena di vapori di arsenico.
Ecco i “particolari” domestici, ognuno con le proprie mansioni, della isolata residenza di campagna di Halberds, il cui proprietario è il ricchissimo antiquario Hilary Bill-Tasman che ha invitato Agatha Troy, moglie del sovrintendente di Scotland Yard Roderick Alleyn, a dipingere il suo ritratto. Fra poco ci sarà un party natalizio e la festa si prospetta molto interessante (soprattutto per il lettore).
Tra gli invitati anche la bella Cressida Totthenam, fidanzata di Hilary, la zia Bed non la vede di buon occhio ma “è la pupilla dello zio Flea”. Ci sono pure i signori Forrester con il loro domestico Alfred Muolt e Bert Smith, un antiquario.
Intanto piccoli inconvenienti, piccoli “scherzetti” di cattivo gusto: trappola per Troy con un barattolo di olio e trementina sulla porta che le cade in testa, biglietto sotto la porta di Cressida definita donna peccaminosa che deve stare attenta, altro biglietto per il colonnello Forrester (dopo la lettura si sente male), sapone nell’orzata di Smith. Trattasi di burlone che si diverte a fare brutti scherzi o che cosa? E quale fine si propone?
Il clou della festa è la cerimonia dell’Albero affidata al colonnello Forrester vestito da druido con barba, baffi, sopracciglia, parrucca, stivali e abito dorato a fare le dovute manovre per portare i regali ai bambini del luogo. Solo che si sente male e verrà sostituito da Moult che improvvisamente sparisce. Le ricerche successive risultano del tutto vane, si sospetta che sia stato ucciso, e allora occorre l’intervento di Alleyn con la sua abilità psicologica per tirar fuori qualche mezza verità da quel branco di servitori poco raccomandabili. Tra neve, pioggia e situazioni atmosferiche tremende, lui stesso in pericolo di vita. Aggiungo Troy che si sente a disagio in mezzo a sconosciuti in una casa isolata, un cuneo infilato tra i pannelli di una finestra, una cassetta preziosa, un diario, documenti assai delicati. Pure due gatti, Drittone e Sapientone, con il loro momento di gloria. Personaggi sbozzati magnificamente e il “sospetto” che si infila dappertutto.
Ancora un inedito della banda mondadoriana a cui va il nostro ringraziamento.

Delitti in prima pagina di Fredric Brown, Gregory Mcdonald, Cornell Woolrich, Mondadori 2016.
delitti-in-prima-paginaDi detective giornalisti ce ne sono stati parecchi. Basta leggere la bella Introduzione di Mauro Boncompagni che ci offre solo un assaggio. A Partire da Joseph Rouletabille di Gaston Leroux e via a seguire con Philip Trent di E.C. Bentley e poi Roger Sheringham, Flashgum Casey e Kent Murdoch per arrivare a Jim Qwilleram, forse il più famoso, tanto per dare un’idea e già sapete i nomi degli autori. O vediamo, ora, con chi faremo la nostra conoscenza…
Gorgo fatale di Fredric Brown
In prima persona da Sam Evans dell’“Herald” per un articolo su un ragazzo morto a Whitewater Beach in un incidente. Sembra Henry O. Westphal, investito mentre cerca di attraversare le rotaie. Falso allarme. Il morto è un polacco che ha rubato il portafoglio al suddetto Obie di cui era compagno di scuola. Intanto la moglie Millie se ne va per un periodo di riflessione ed ecco riapparire la vecchia fiamma Nina con relativo salto sul letto. Ricerche su ricerche, Sam non è convinto dell’incidente, sogni, incubi, una vera ossessione. Scoperte di altre morti strane tra cui quella della sorella dello stesso Obie. Dubbi, perplessità, solo una sua fissazione? Qualcuno che lo segue. Pericolo. La svolta finale. Un turbinio di pensieri che volteggia lungo tutto il racconto con il lettore sballottato di qua e di là, ora quasi certo di ciò che avviene, ora confuso e come preso per il naso.
Giovedì mi ucciderai di Gregory Mcdonald
Irwin Fletcher, detto Fletch, giornalista del “News Tribune”, residente a The Beach per un’inchiesta sulla droga. Ecco ricevere una proposta sorprendente da certo Alan Stanwyk che lo ha scambiato per un barbone ”Voglio morire giovedì prossimo, tra una settimana esatta, circa alle otto e mezzo di sera.” Ma come? Ucciso da lui con un colpo di pistola, tanto dovrà schiattare lo stesso per un cancro. In cambio cinquantamila dollari e un biglietto per Buenos Aires. Mica male. Ma per Fletch qualcosa non quadra. Meglio registrare quello che è successo e fare le dovute ricerche sul tizio in questione. Intanto Alan Stanwyk è un famoso manager, ricco e sano (così sembra)…
Dialoghi veloci, talora esilaranti con le due ex mogli, con il padre di Alan, telefonate a getto continuo attraverso false identità. Spudorato mentitore il nostro giornalista che ha vinto anche un premio prestigioso non ritirato. Capace di scoprire chi fornisce la droga (spunti su questo triste mondo) e tutto proteso a scoprire anche il mistero della incredibile richiesta. Ci riuscirà?
Galoppino di Cornell Woolrich
Clint Burgess è solo un galoppino, uno che deve andare in giro a cercare notizie senza scrivere una parola. Ma prima o poi farà carriera. Di sicuro, lui ne è certo. Intanto si deve catapultare nel locale Mike’s Tavern dove è stato ammazzato proprio il titolare Mike Oliver. Un tipo per niente simpatico e tirchio, secondo il barista. Ha leticato pure con un vecchio cliente che viene subito incriminato. Ma Clint non è convinto della sua colpevolezza. Per esempio c’è un bicchiere con le impronte ed uno pulito sul bancone del bar. Insomma un bicchiere di troppo. Perché?…Ce la farà Burgess a risolvere il caso e, magari, a intraprendere la sua fantomatica carriera? Vediamo.
Un trio speciale. Tre personaggi alla ricerca della verità. Tre tipi diversi contro tutto e tutti. E il lettore è lì, a bocca spalancata, che li segue nei loro movimenti e nelle loro elucubrazioni attraverso una scrittura spesso veloce, ironica, leggera e pure divertente (soprattutto nel Galoppino) dentro una trama da manuale. Ora sorpreso, ora scosso, ora ammirato, ora un po’ sconcertato tra gli improvvisi cambiamenti che gli si parano davanti.

Un caso bizzarro per il commissario Carra di Claudio Arbib e Rodolfo Rossi.
un-caso-bizzarro-per-il-commissario-carraUltimamente ho letto diversi libri del “Giallo Italia” per vedere cosa ti inventano i nostri compatrioti. Qualche volta con soddisfazione e più spesso con un certo sconforto. Diciamo la verità (ovvero la verità di chi dice diciamo la verità). Il fatto è che ci sono in giro millanta gialli o gialletti tutti uguali spiccicati e uno non ne può più di leggere le solite tiritere. Vediamone alcuni punti in comune.
1) Intanto il commissario con contorno di sottoposti. E qui, naturalmente, c’è: si chiama Carra. Laureato, colto, divorziato da una moglie amata e che ama ancora. Niente bambini, matrimonio sfilacciato, ormai senza senso. Suo amico professore Luigi Bevilacqua (meglio di google per il commissario) che conciona di pittori surrealisti e metafisici (un ripassino fa sempre bene). Passeggiate, ricordi, sogni, incubi che lo tormentano. Non mancano i sottoposti con le loro caratteristiche personali: Di Giacomo, Tuozzi, Marzullo e Vittoriani (se ricordo bene), compreso il dialetto che porta vivacità al dialogo e alla storia.
2) Di solito esiste il superiore rompipalle che deve per forza dire la sua e avvertire che su, in alto, ma in alto alto, qualcuno desidera che si faccia in una certa maniera. E anche questo lo si trova a pizzicare il nostro Carra con il suo eloquio infiorettato di citazioni latine che spingono al sorriso.
3) Ogni storia ha il suo “caso” o i suoi “casi”. Bene, qui ne abbiamo praticamente quattro: quello “bizzarro” del titolo si riferisce al ritrovamento di un elefante morto, o meglio, di una elefantessa (in seguito si saprà che se ne è “andata” causa overdose). Ottimo il personaggio di Attilio Cecconi, il barbone incazzato nero che cerca di scassinare un furgone frigorifero per inserirvi gli eventuali pezzi dell’incredibile animale. Accanto a questo la sparizione di un ragazzo dai capelli verdi, la vicenda di un bambino rom rapito che già si enuclea fin da principio e la morte per overdose di una prostituta rom. Quattro problemini tutti sul groppone del nostro Carra.
4) Oltre al “caso” o ai “casi”, dietro alla pura indagine c’è sempre uno sguardo alla società. Vedi, nel presente contesto, il problema della droga, del traffico degli stupefacenti reso più consistente dalle novità tecnologiche (via internet, per esempio), lo sfruttamento vigliacco delle prostitute e dei ragazzi che può coinvolgere persone inimmaginabili come un prete. Una parte cruciale svolta con piccoli tocchi di delicata commozione anche attraverso i ricordi degli sfruttati. Aggiungo le minchiate dei politici, la critica delle forme del lavoro sempre più astratto (leasing, banqueting, franchising) e via di seguito.
5) Spunti sul luogo dove si svolge la vicenda. In questo caso Roma “con i suoi marciapiedi coperti di automobili, con i suoi bidoni della spazzatura stracolmi, i suoi muri coperti di manifesti elettorali abusivi…”, e perfino una veloce carrellatale sulle varie parti della città postate come in un caleidoscopio.
6) Qualche personaggio particolare un po’ a macchietta. Il già citato Attilio Cecconi e, aggiungo, la signora altezzosa, moglie di un ambasciatore presso la Santa Sede, che fa venir voglia di prendere a calci in culo.
7) Naturalmente una trama giallistica bene organizzata che non faccia capire subito dove si va a parare. E qui, bene o male, ci siamo.
Dunque le solite cose. Ciò che distingue, che può distinguere ogni giallo o gialletto tra i millanta in circolazione è soprattutto il linguaggio, la potenza della scrittura, la capacità di evocare emozioni e sentimenti. In una parola, lo stile.
E allora? E allora questa è una storia che si fa leggere volentieri, dove accanto alla parte drammatica della dura, schifosa realtà (certi personaggi, sbozzati con pochi tocchi, rendono bene l’idea) convive una tenera delicatezza e un soffio di sorriso. Anche il personaggio principale, ovvero il commissario Carra, risulta ben costruito, afflitto da problemi esistenziali che il classico uomo comune si porta appresso. Al termine perfino un quiz per i lettori appassionati d’arte e di enigmistica. Che volete di più?

La detective miope di Rosa Ribas, Mondadori 2016.
la-detective-miopeQuesta ci mancava. Voglio dire tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta che la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Spiluzzicature
Per chi desidera sapere subito il nome dell’assassino, tra l’altro già morto, senza lambiccarsi troppo il cervello, è pronto La vedova di Fiona Barton, Einaudi 2016. Naturalmente il libro ha diversi risvolti interessanti, a cominciare dal punto di vista dei vari personaggi. Così, a naso (leggiucchiato in qua e là), la scrittura mi pare buona.
I delitti della città vuota di diciotto autori, Atmosphere 2016, lo consiglio senza averlo sfogliato. Nel senso che lo sfoglierò di sicuro dopo il bel giudizio di Maurizio de Giovanni.
Svelato il mistero di chi si cela dietro lo pseudonimo dello scrittore Emilio Martini e il suo commissario Bertè. Due del gentil sesso, Elena e Michela Martignoni. Su La regina del catrame, Corbaccio 2012, non ero stato troppo tenero terminando con un “libro da inserire in quella caterva di pubblicazioni che scivolano nel carino e lì ci restano”. Però gli auguri glieli faccio lo stesso e, ripensandoci, restare nel carino non è poi così male.
Continuano a scodinzolare i Bassotti della Polillo con Omicidio in laboratorio di T.L. Davidson. Qui ci lascia le penne il professore Sheppery avvelenato dal cianuro. Chi indaga per capirci qualcosa sono l’ispettore Mellison di Scotland Yard e il dottor Blyte. Come succede spesso (anche nella vita reale) la personalità del morto, ritenuta di grande moralità, si scopre essere piuttosto diversa. Praticamente una doppia vita…
Il lettore amante della buona scrittura si butti senza tema su Insospettabili, antologia di racconti gialli curata da Fulvio Gianaria e Alberto Mittone. Potrà trovarvi autori particolari distanti fra loro nel tempo e nello spazio, occupati occasionalmente nella letteratura gialla. Basta qualche nome: Cechov, Hemingway, Svevo, Buzzati, Moravia, Dickens… e perfino un certo Giorgio Spini con il quale mi laureai al tempo che fu. Tutti grandi anche quando sguazzano in una materia che non è proprio la loro.

Un giretto tra i miei libri
Per motivi di spazio solo pochissime righe.
il-silenzio-delle-ombreIl silenzio delle ombre di Freeman Wills Crofts, Mondadori 2008.
“Il Surrey, quale ameno, tranquillo angolo del paradiso. Almeno fino a quando alcuni dei suoi abitanti non cominciano a svanire nel nulla. Per primo lo scontroso dottor James Earle, poi l’infermiera Helen Nankivel, che sembra essere la sua amante. L’ispettore French sospetta che siano stati assassinati, ma nessun cadavere è stato rinvenuto e tutto rimane nel campo delle ipotesi…”. Quello che ha rappresentato Crofts per il romanzo poliziesco è già stato scritto da Willard Huntington Wright (più conosciuto come S.S. Van Dine, il creatore di Philo Vance) e cioè il migliore esponente della tendenza realistica, per cui nella scelta della trama e dei suoi personaggi, in primis di chi deve indagare, si va più al sodo. Niente detective “particolari”, geniali e bizzarri al tempo stesso, ma poliziotti laboriosi e tenaci. Più umani, insomma. Come il nostro Joseph French. Stile piano, concreto, sicuro. Andamento lento della trama che coinvolge e appassiona il lettore nella ricerca degli scomparsi. Solita spiegazione finale che può infastidire i non amanti del giallo classico.

Il silenzio di Jan Costin Wagner, Einaudi 2008.
il-silenzio“Nell’estate del 1974, durante i campionati del mondo, una ragazzina viene violentata e uccisa nei pressi di Turku, in Finlandia. Le indagini della polizia, condotte da Antsi Ketola, non portano ad alcun risultato.
Trentatré anni dopo, nel luogo in cui una semplice croce ricorda la vittima, viene rinvenuta la bicicletta di un’altra giovane, Sinikka Vehkasalo: uscita per andare all’allenamento di pallavolo non è più tornata in casa.
Il caso viene affidato a Kimmo Joentaa, e Ketola, andato in pensione da poco, si dichiara disponibile ad aiutarlo. Intende in qualche modo riparare a quell’insuccesso professionale che ancora gli brucia, ed è profondamente convinto che vecchio e nuovo delitto siano opera di un’unica persona…”
L’indagine si sviluppa in maniera semplice, così come semplice e naturale è il linguaggio e lo stile. Il tutto un po’ moscio, a dir la verità. Un neo piuttosto grosso la soluzione finale tirata per i capelli.

Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio di Enrico Solito, Hobby and Work 2006.
sherlock-holmes-e-le-ombre-di-gubbioTralasciando tutta la prima parte, andiamo al nocciolo quando Pier Luigi Neri da Gubbio chiede l’aiuto di Holmes. Una specie di lupo fantasma terrorizza la sua città. Data la fama di grande detective solo lui può risolvere il mistero. Dunque Holmes e l’inseparabile dottor Watson partono per risolvere il nuovo caso.
Essi vengono inquadrati con le loro note caratteristiche, i loro tic e le loro manie. Holmes che snocciola una dietro l’altra le sue famose deduzioni (anche troppe), con i suoi momenti alti e bassi, il violino, la conoscenza degli scacchi (sua l’osservazione sul “curioso meccanismo mentale” dei giocatori di scacchi mentre assiste alla partita tra due personaggi) e così via. Watson amante delle comodità, del suo buon sigaro, del giornale inglese e, soprattutto, del suo sherry. In mancanza di meglio basta il Nebbiolo. Vi si trovano citazioni espresse o sottintese di altri libri, notazioni ironiche sugli italiani e gli inglesi, una conoscenza accuratissima della Londra di allora. Ma, soprattutto, un amore sconfinato per Gubbio, per questo luogo bellissimo e “bizzarro” insieme. Ritrovo qui lo stesso stile, la stessa garbata arguzia, la stessa fine ironia che fanno dei libri dell’autore una sana e piacevole lettura. Sia emozionale che intellettuale.

Passiamo ora alla nostra imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche) che ci presenta Roma Caput Mundi. L’ultimo Cesare di Andrea Frediani, Newton Compton 2016.
roma-caput-mundi-lultimo-cesarePer chi sa e studia di storia, la figura di Costantino rappresenta una bella sfida.
Secondo quanto si è scritto di lui, fu uomo sempre ambiguo e pieno di contraddizioni imperatore “cristiano” e contemporaneamente alleato degli ariani e massima autorità religiosa pagana. Santo? Uhm… soprattutto diavolo, mi pare.
Comunque in questo secondo episodio di Roma Caput Mundi, Andrea Frediani non mette Costantino sugli altari né lo condanna. Lui resta sempre sullo sfondo, da perfetto antagonista par suo, che non guarda in faccia a nessuno. Lo scenario della storia è quello dello scontro tra Costantino e Licinio per il dominio dell’impero e, anche stavolta, come per L’ultimo pretoriano, il personaggio principale è Sesto Martiniano. Ex pretoriano, valoroso combattente, innamorato sfortunato e, oibò, sempre sconfitto. Lo è stato al fianco di Massenzio, nella battaglia di Ponte Milvio, e lo sarà, al fianco di Licinio per otto anni e nella battaglia di Crisopoli, che ne decretò la definitiva sconfitta. L’ultimo Cesare pagano, investito di stoicismo e “mos maiorum” augusteo.
Una disfatta cosciente e per questo più eroica di fronte ai tempi che cambiano, con il nodo sostanzialmente culturale delle guerra civile che man mano va precisandosi con l’evoluzione degli eventi.
Personaggi buoni, cattivi, vigliacchi, coraggiosi e crudeli quanto basta. Un cristianesimo che talvolta sconfina nel fanatismo e fa rimpiangere troppo spesso l’apertura mentale dei pagani.
Un romanzo maturo e interessante, con alla fin fine Sesto Martiniano, l’eterno sconfitto, che riesce a dominare moralmente sul vincitore. Perché, come giustamente scrive l’autore nella sua postfazione: «Ma soprattutto questo è un romanzo e, come in amore, tutto è lecito o quasi».
La storia invece parla solo dei vincitori.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2016

book-toiletBuone vacanze!
Per onorare il centenario della nascita di Ludovico Ariosto ho tirato fuori dalla biblioteca l’Orlando furioso in due volumi a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi 1992,  e me li sono portati, da soli (insomma senza altri libri), in quel di Ampugnano e in tre giorni (no, non ho dormito lì) l’ho riletti da cima a fondo partendo dalle donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le audaci imprese, (bello il volo sulla luna con Astolfo dove ho trovato anche una marea di senni contemporanei) per terminare con la morte di Rodomonte incazzato nero e bestemmiante nello scontro finale con Ruggero, dimenticandomi di tutto il casino della vita.
Poi è arrivato anche il centenario della nascita di Guido Gozzano. E allora, per non fargli torto, mi sono buttato, con rinnovato slancio senile, sulle signorine Felicita, Carlotta e Graziella, tanto per vedere l’effetto che fa. Ed è stato un bell’effetto visto che da giovincello scherzoso mica mi piaceva tanto il bel Crepuscolare (la parola stessa mi ammosciava). Ma da vecchietti, si sa, le cose cambiano e il crepuscolo può diventare pure un mattinoLe poesie luminoso. Consiglio Le Poesie di Guido Gozzano, 2 vol., Einaudi 2016, a cura di Edoardo Sanguineti. Altrimenti basta tirar fuori, per chi ce l’ha, il libriccino Gozzano, supplemento dell’Unità del 1993 (insieme a tanti altri piccoli gioiellini), con la presentazione di Giampiero Comolli e gli interventi di Emilio Cecchi e Edoardo Sanguineti per farsi un’idea del poeta colpito da un’ingiusta fama di “minore” a causa dei suoi sospiri e dei rimpianti che hanno spallato parecchi, compreso il citato giovincello scherzoso, e sono invece ascrivibili ad una poesia ”tenue e delicata” e ad “una sentimentalità foderata d’ironia.” (ignoranti!).
A volte anche i centenari delle nascite hanno la loro utilità.

Partiamo, come al solito, dai nostri amatissimi G.M.
Una croce era il segnale di John Dickson Carr, Mondadori 2016.
Una croce era il segnale“L’avvocato Patrick Butler è uno che non sbaglia una causa. Il “Grande Difensore”, come lo conoscono nell’ambiente londinese, ha una predilezione per la clientela femminile. E se le sue assistite sono colpevoli tanto meglio, farle assolvere è una sfida ancor più stimolante. Joyce Ellis è accusata di aver avvelenato l’anziana signora presso la quale lavorava come dama di compagnia: è senza dubbio un’assassina per l’arrogante e cinico Butler, che per scagionarla dispiega in aula le sue arti sopraffine.” E ci riesce piuttosto bene in una causa difficile con le impronte della cliente dal “fascino sensuale” sul barattolo contenente il veleno, cioè “antimonio o tartaro emetico la notte del ventidue febbraio.”
Ma la cosa non finisce qui perché anche Dick Renshaw, marito di Lucia, nipote della defunta Taylor, è stato avvelenato nello stesso modo, e allora subito il nostro Patrick a metterla sotto la sua protezione (“Io vi salverò”). E’ sospettata addirittura della morte della zia Mildred (dalla quale si becca una bella eredità), avendole fatto una visita inaspettata.  E la scia si allunga. Negli ultimi tre mesi “ci sono state nove morti per veleno non risolte.” Urge l’intervento del famoso criminologo Gideon Fell. E Gideon Fell arriva con tutta la sua formidabile  possanza. “In cima a quella mole torreggiante, un faccione rosso sormontato da un gran ciuffo di capelli grigi sorrideva benignamente al mondo attraverso lenti montate su un largo nastro nero”, la bocca “aperta in un lieto sogghigno sotto i baffoni da bandito.” Le espressioni sono in netto parallelismo con tutto il suo essere: urla e rimbomba “Arconti di Atene!”, “Tuoni e fulmini!”, fa smorfie spaventevoli, ansima, grugnisce, ruggisce, brontola, (in seguito “torreggia e irradia calore come una fornace”, tanto per dirne una), insomma mette tutti in una forte soggezione. Ed è lui, proprio lui, di fronte a questa sequela di morti, a tirare fuori il Medioevo, le messe nere e l’adorazione di Satana in un mondo dove “molta gente ritiene ormai che onestà e decenza siano solo parole prive di qualunque significato.” (perfette per oggi). Segni evidenti sulla polvere del davanzale della casa di Lucia una croce rovesciata di Satana e un candelabro d’argento con candele nere.
Non aggiungo e spiego altro che ce ne sarebbero di cose da dire (per esempio arriverà un altro morto ammazzato). Gotico, movimento, superstizione, paura, grande abilità descrittiva dei personaggi che si stagliano vitali, figure femminili conturbanti che mettono in agitazione il pur ferreo avvocato con il nostro Gideon Fell a gettare benzina sul fuoco, lanciare il sasso e ritirare la mano. Un racconto sull’assassinio sbagliato e sull’interpretazione degli indizi alla rovescia che metterà a dura prova il lettore con il Caso che si infila fra gli eventi funesti. Finale dove trionfa l’amore che è bello così.

Sherlock Holmes. Il mistero dell’oro boero di Kieran McMullen, Mondadori 2016.
Il mistero dell’oro boeroWatson ce lo dice sin dalla premessa “Questa storia ha per oggetto un successo e insieme un fallimento. Holmes fu ancora una volta eccezionale, ma come in occasione dello scontro finale con Moriarty, andò incontro a complicazioni non derivanti dalla sua responsabilità. Diede un contributo di cui andare orgogliosi, e posso affermare in tutta sicurezza che senza di esso la guerra in Sudafrica non si sarebbe conclusa positivamente, almeno per quanto riguarda la provincia di Pretoria.”
E dunque andiamo a vedere di che storia si tratta. 3 febbraio 1900. Il nostro dottore è occupato dai libri su Holmes e dalle corse dei cavalli, mentre qualcuno sta passando ai Boeri i piani inglesi in Sudafrica durante la guerra fra i due popoli. Per Mycroft occorre snidare il traditore (probabilmente la Pantera Nera Duquesne nei suoi continui travestimenti: boscaiolo, banchiere, proprietario terreno) e vengono a fagiolo (per usare un’espressione popolare) Holmes, sotto mentite spoglie del corrispondente di guerra Escott, e il nostro Watson come dottore per curare i feriti dell’ospedale di Bloemfontein dove sbarcheranno i nostri. Da ritrovare pure un bel carico d’oro sparito nel nulla. Il quartier generale di lord Roberts, comandante dell’esercito britannico, è sistemato in un grande albergo al centro della città con i suoi ufficiali.
La situazione è critica. Feriti da accudire, manca l’acqua, scoppia la febbre tifoide, casse di cibo che spariscono, disperso o ucciso il capo degli esploratori sostituito da uno nuovo. Notizie interessanti arrivano, però, dal tenente Murtry, aiutante di campo di lord Roberts, che ha formulato “una teoria tutta sua riguardo a quel che sta accadendo… con le scorte di cibo in scatola, con due tipi di piantapatate e con le Sarven.” (Cosa vorrà dire?). Chiaro che ci lascia la pelle, un singolo colpo al cuore con un’arma affilata, ucciso in una stanza e portato in un’altra. Holmes rivela la sua vera identità (non può più nascondersi dietro il paravento di Escott) e sul luogo del delitto trova un pezzo di catenella da orologio con incastonata una moneta da mezzo pond con due teste ai lati, oggetto di riconoscimento fra i traditori. Qualcuno l’ha fatto fuori evidentemente perché Murtry aveva scoperto qualcosa di importante.
Spunti in qua e là. Un “brav’uomo” e certi “bravi ragazzi” che proprio bravi non sono, altri morti ammazzati, di mezzo un rapporto amoroso non sincero con la padrona di una pensione, un agguato dei Boeri che non inseguono i nemici sconfitti (perché?).  Tra i vari personaggi si segnalano Winston Churchill come corrispondente di guerra e Arthur Conan Doyle nei panni di un chirurgo.
Non mancano motivazioni concrete contro gli inglesi, combattuti pure da irlandesi o americani di origine irlandese, che uccidono, saccheggiano e depredano. Per scoprire la mente diabolica organizzatrice dei tradimenti (ovvero il famigerato Duquesne), compresa la sparizione dell’oro, un’idea astuta di Holmes che prevede una ricognizione con piani di attacchi diversi e fasulli. Essendo numerosi i sospettati, sotto quale personaggio si celerà il temibile avversario?…
Per Sotto la lente di Sherlock ecco Nuovo secolo e nuove avventure per Sherlock Holmes e il dottor Watson del nostro Luigi Pachì. Un bell’articolo sulla storia e la passione di Kieran McMullen per il Detective di Baker Street.

La lettrice scomparsa di Fabio Stassi, Sellerio 2016.
La lettrice scomparsaGià letto e recensito (per due volte) Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, Sellerio 2013. Cosa c’entra questo libro con il presente? Intanto l’autore ne fu il curatore e da lì deve avere preso lo spunto per questa storia.
Ma veniamo al sodo. Siamo a Roma e abbiamo proprio un personaggio che si inventa come lavoro la biblioterapia. Ovvero curare le persone con i libri, ovvero Vince Corso, professore precario, padre sconosciuto (ogni tanto gli manda una cartolina), lasciato dalla moglie Serena (assillato dall’abbandono), in affitto di monocamera in via Merulana (ci ricorda qualcosa) con poster di Buster Keaton e poltrona in pelle anni Cinquanta. Qualche cliente arriva. Donne. Cito a braccio senza ricontrollare a partire da Carla con il problema dei capelli impossibili; Velia lasciata dal marito per una ragazza più giovane di lui; Rosalba, abbandonata, invece, dal fidanzato perché sta per diventare cieca; Elettra l’“elettrica” che lancia il primo oggetto a portata di mano; Melissa spallata del “coinquilino”, ovvero del marito (immagina anche di vederlo morto); Elena che si butta sull’alcool perché le sembra di vivere in una stanza vuota; Guendalina a cui piace infrangere il pudore; Margherita Dupuis, la donna cannone decisa ad ingrassare per il suo lavoro, è dimagrita perché desiderava andare più in alto (un po’ di sorriso ci vuole); Lidia, vecchia con voce giovanile, ex attrice, non riesce più a leggere, non ricorda i nomi, confonde le trame. E allora giù a chiedere qualche lettura curativa, a discutere, confrontarsi, litigare, sulla vita, sull’uomo e sulla donna, sui rapporti ormai logori e finiti, sulla voglia di cambiare, di ribellarsi, di evadere, di togliersi dalle palle. Qualche consiglio di lettura, anche un audiolibro, accettato o rifiutato.
Con Emiliano, suo amico libraio, discussione approfondita (direi colta) su Wakefield di Nathaniel Hatwhorne, storia di un uomo che una mattina saluta la moglie, poi affitta una stanza nel palazzo di fronte al suo e si mette ad osservare la vita della famiglia per venti anni (diabolico). Parallela la scomparsa dell’inquilina del piano di sotto, che il nostro biblioterapeuta cerca di studiare, capire e conoscere attraverso i libri che leggeva, trascritti in uno schedario dell’amico citato. Avrà fatto mica come il personaggio della Hatwhorne?
Tutte le figure, anche quelle minori, come il portinaio Gabriel, lontano dalla propria patria da venticinque anni, eppure forte nella vita, hanno il loro ruolo, il loro piccolo spessore. Ogni tanto Vince è assalito dai ricordi della sua vita, della moglie, della madre, dal senso del suo fallimento, di essere destinato alla solitudine in una Roma malinconica e sempre più illusoria.
E poi citazioni storiche, letterarie, musicali a go-go, una brancata di citazioni culturali che mi hanno riportato indietro ai tempi della non beata gioventù universitaria (mai una lira in tasca) quando mi buttavo a capofitto nel mare magnum degli scritti.
Finale con disvelamento di tutto l’ambaradan attraverso una mera indagine sui libri letti dalla signora scomparsa (già detto) che una parola può farci capire il senso di una vita. Idea carina, stimolante. Ci ritrovi i tuoi amici, le persone più care, ci ritroviamo noi nudi tra mille dubbi e mille domande. Al termine della lettura un senso di smarrimento con lieve sorriso (non manca l’ironia) e l’ansia di scoprire se qualcuno nel nostro condominio sia sparito. Se sia sparita la consorte o si voglia sparire, addirittura, noi stessi (un pensierino ci si fa, via).
Bel libro, bel thriller letterario. Citati pure gli scacchi e questo, ma solo per me, è un altro pregio.

La sostanza del male di Luca D’Andrea, Einaudi 2016.
La sostanza del male“Jeremiah Salinger è un giovane autore televisivo newyorchese che, insieme alla moglie Annelise, si è trasferito per un periodo a Siebenhoch, il piccolo centro del Sud Tirolo dove lei è cresciuta. Con loro c’è la precoce figlia Clara, di cinque anni. Affascinato dalla montagna e dalla gente che vi abita, Salinger comincia a realizzare un factual sul soccorso alpino, ma nel corso delle riprese viene coinvolto in un pauroso incidente.” Ovvero si trova chiuso in un crepaccio al buio, con la paura e la “Bestia” che lo farà soffrire suscitando, ogni tanto, l’orrore dentro di lui. Accanto al trauma la voglia disperata di scoprire il massacro di tre giovani avvenuto il 28 aprile 1985, durante una tempesta autorigenerante, nel Bletterbach, specie di zoo preistorico ricco di fossili. Il massacro di Evi, Kurt e Markus trovati con le gambe e le braccia spezzate e la testa mozzata della ragazza, massacro di cui non fu trovato il colpevole e nessuno nel paese vuole parlarne (perché?).
Una ricerca spasmodica tra documenti e persone che lo porta in contrasto con il paese stesso (lui già forestiero) e con la moglie preoccupata della sua salute (importante anche il suo rapporto con la figlia). Le possibili teorie sull’accaduto riguardano un ex poliziotto di Venezia, la pista dei bracconieri, il padre di Evi, la droga, la moglie di Max, lo sceriffo del luogo, oppure… Oppure c’è in giro l’idea dei “mostri” preistorici che vivono in quelle grotte, più precisamente dello Jaekelopterus Rhenaniae “una specie di scorpione con la coda di una sirena” armato di chele micidiali. Che sia stato lui l’assassino? E perché alcuni soccorritori hanno fatto in seguito una brutta fine?
Un bel libro tra mistero, paura, ossessione, i segreti di un paese con le sue tradizioni antiche e le inestricabili vicende familiari, l’alcol, la scienza, il mostro preistorico, il solo contro tutti, il disvelamento finale, il ritorno sul luogo della tragedia a vedersela con la terribile verità. E la montagna che incombe, possente e minacciosa. Un bel libro, dicevo, senza gridolini di gioia, sulla scia di tanti thriller scandinavi sbertucciati o osannati secondo l’estro del momento.

Stesso sangue di Nesbø, Lansdale, Fois, Guccini & Macchiavelli, Einaudi 2016.
Stesso sangueQuesto incanto non costa niente di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli.
Anno 1938. Bagni dell’Appennino nella montagna bolognese a metà strada tra Bologna e Firenze, quattro vie più la piazza. Macchina in un precipizio. Morto Romano Pareschi, figlio del federale Adolfo che non crede all’incidente ma in un omicidio premeditato. Occorre una indagine laterale riservata e affidata al maresciallo Santovito. Ma tanto l’assassino o gli assassini devono essere quelli, i nemici del regime o qualche ebreo bastardo. Atmosfera fascista con le canzonette e i cantanti di allora (Trio Lescano, Rabagliati, Natalino Otto), con qualche libro a far pensare (Moravia e Corrado Alvaro), l’odio razziale, l’olio di ricino, la violenza e lo stupro. Cenni dell’orrore fascista.
Coco Buttermit di Joe R. Lansdale
Solo uno scambio ben pagato. Portare una borsa in un certo posto ad un ricattatore e ricevere Coco Buttermit. Un cane, una femmina di cane tedesco. Mummificata. La mamma di Jimmy Farmer ci teneva tanto e lui teneva tanto alla mamma. Tutto facile per Hap, Leonard, Brett e Chance, la figlia di Hap. Troppo facile. Puzza. Anche perché la cifra sborsata per la suddetta mummia, almeno centomila dollari (si scopre, poi), è pazzesca. E chi ha voluto lo scambio, Jimmy Farmer, farà una brutta fine. Ancora una volta la scrittura pulp di Lansdale a creare sorridente putiferio con scontro finale, addirittura, tra una scavatrice e un bulldozer.
Siero di Jo Nesbø
Sponda di un fiume nella Botswana orientale. Di fronte Stan Abbott e Ken Abbott, padre e figlio. In mano una siringa con un liquido trasparente e giallognolo per salvare il padre dal morso di un serpente velenoso. Dalla fine all’inizio. Storia della famiglia. Una richiesta dopo l’altra di Ken, soldi su soldi persi per le scommesse, per il gioco d’azzardo e il padre quasi sfinito, ormai arrendevole. Poi la vendita della sua casa editrice, il divorzio e lo stabilirsi a Tuli come allevatore di serpenti. Una lettera a Ken, seguita da una seconda e il figlio arriva per non subire le brutte conseguenze di una disgraziata scommessa. E ora sono lì in Botswana, uno davanti all’altro. Lo salverà? Oppure…
Ti ho fatto male di Marcello Fois
Commissario Giovanni Sanzio in chiesa. Gli è stata uccisa la moglie Laura e non si dà pace. Sospeso pure dal servizio. Arriva l’ispettore Osvaldo Maccari con un’altra notizia. Uccisa anche la moglie del vicequestore Anselmi, Evelina, “Niente testa gambe e mani. Solo il busto.” Sanzio svuotato. Forse la morte di Evelina non ci sarebbe stata se lui avesse  trovato l’assassino di Laura. Ricordi dei genitori che litigano in treno, la lettura di Guerra e Pace, l’odio per l’odioso personaggio Dolochov, relazione “solo sessuale” extraconiugale e il “Giovanni, dobbiamo parlare” della moglie. Ora è lì in chiesa ad aspettare. Sa che qualcuno arriverà.
Storie diverse, racconti diversi nel contenuto e nello stile. Prepotenza, rabbia, malinconia, introspezione, il capovolgimento delle aspettative, la vita come un inarrestabile, penoso destino, il susseguirsi furioso e sgangherato di accadimenti, un quadretto terribile di storia italiana. Ottimo amalgama.

L’amico, e lettore accanito, Stefano Piersimoni ci segnala in breve:
Francesco CaremaniHeysel. Le verità di una strage annunciata (Bradipolibri, 2010).
L’autore ripercorre le fasi della tragedia dell’Heysel, quando prima della finale di Coppa dei Campioni del 1985, hooligans del Liverpool ubriachi attaccarono tifosi juventini presenti nella stessa curva, e prevalentemente composti da famiglie, provocando una strage che costò la vita a 39 persone. In primis viene ripercorsa la battaglia di Otello Lorentini, padre dell’aretino Roberto, per far sì che il sacrificio di suo figlio e degli altri non si perdesse nell’oblio delle istituzioni che volevano far dimenticare le negligenze compiute.

Stephen KingChristine. La macchina infernale (Sperling & Kupfer, 1983)
Il Maestro “crea” una macchina che sembra possedere vita propria, portando alla dannazione chiunque ne venga in possesso, buon ultimo un imbranato adolescente che diventerà un affascinante ragazzo prima di… Riusciranno i suoi amici a salvarlo? Come sempre, nulla è scontato con King.

Mario GiordanoProfugopoli. Quelli che si riempono le tasche con il business degli immigrati (Mondadori, 2016)
Il popolare giornalista ci conduce alla scoperta di un mondo forse non ancora ben analizzato e conosciuto. Quante volte abbiamo sentito dire che lo Stato “dà” agli immigrati 30 euro al giorno? In realtà questa cifra non va direttamente a loro ma a delle entità, spesso costituite all’uopo, che intascano la gran parte di queste somme, utilizzandole solo in minima parte per quelli che ne dovrebbero essere i beneficiari. Per un business che spesso e volentieri è quantificabile in milioni di euro.

Raffaele Cantone, Gianluca Di FeoFootball clan. Perché il calcio è diventato lo sport più amato dalle mafie (Rizzoli, 2010)
Un viaggio sui retroscena del pallone all’italiana. Un mondo prevalentemente relegato nelle serie minori, fatto di scommesse, minacce, soldi al nero, partite truccate e quanto di più bieco vi possa essere nello sport nazionale. Una riflessione che va fatta sullo sport più amato dagli italiani perché questo è anche lo specchio del nostro Paese.

Spiluzzicature
La via del maleSpiluzzicato La via del male di J.K. Rowling (quella di Harry Potter), Salani 2016. Però, quando ho visto che l’investigatore privato Cormoran Strike deve vedersela con un tizio che taglia a pezzi le vittime per le sue fisse erotiche, sono passato ad altro. Cioè a Come cani selvaggi di Ian Rankin, Longanesi 2016, questa volta con il famoso John Rebus alle prese con un biglietto che non scherza. Minaccia di morte chi lo riceve e la minaccia non è vana. Ad Edimburgo tra famiglie mafiose e l’usuale ritmo incalzante dell’autore.
Ho leggiucchiato in qua e là,  La dama in rosso di Anthony Wynne, Polillo 2016, dove troviamo il classico delitto impossibile che andava di moda negli anni Trenta. Un uomo accoltellato alla schiena davanti a tutti ma dietro di lui solo il quadro di Holbein “La dama in rosso”. E ora?… (tra l’altro il quadro sparirà).
Per chi desidera entrare nelle spire di una vita familiare all’apparenza normale, e via via sempre più misteriosa, c’è La vedova di Fiona Barton, Einaudi 2016. Una donna sottomessa che vorrebbe un figlio in qualsiasi modo contro il parere del marito, accusato pure di aver rapito una bambina. E quando muore in un incidente stradale ecco che la vedova non sembra proprio così innocua…

Un giretto tra i miei libri
Riduco al minimo.
Punto di rottura di Simon Lelic, timeCrime 2012.
Punto di rotturaUna mattina d’estate in una scuola dei sobborghi di Londra. Assemblea plenaria, l’insegnante Samuel Szajkowski spara sui presenti: quattro morti, tre studenti ed un insegnante. Poi un colpo alla testa e fine della sua vita. A condurre le indagini l’ispettore Lucia May che non vuole arrendersi all’evidenza del caso: perché ha sparato? Chi voleva colpire?.
Al centro, dicevo, l’ispettrice May sotto pressione del capo Cole che vorrebbe chiudere velocemente il caso (un classico) e sotto gli “attacchi” maschilisti di Walter, stupido compagno di lavoro. Lettrice accanita, libri di storia, libri gialli, Rankin, Cornwell, Dexter (mica male, eh), perfino “Il Codice da Vinci” (insomma…) che le è pure piaciuto.  In crisi, è vero, trentadue anni e già si sente “obsoleta, esclusa”, alti e bassi (rapporto finito con il fidanzato, qualche lacrima) ma non si arrende e continua testarda ad andare avanti per cercare di rendere responsabile chi dovrebbe esserlo  (il Preside, gli insegnanti, le famiglie stesse). Una piccola eroina, o forse una stupida idealista come afferma il suo capo, che ho seguito con istintivo affetto e affettuosa simpatia. Il linguaggio è fresco, diretto, un miscuglio di espressioni da lingua parlata e spontanea coniugata con un notevole approfondimento psicologico ed un accrescersi graduale della tensione narrativa. Un bel libro senza bisogno di passaggi spermatozoici o di sospirini struggentini ad ogni piè sospinto che vanno tanto di moda.

Strade di sangue di Tom Coffey, Mondadori 2010.
strade di sangueNew York 1946. Si parte da un prologo con una specie di eremita che vive nel deserto. Poi, subito di botto, una ragazza, Amanda Price, trovata morta ammazzata da un negro. Ad indagare il giovane giornalista Patrick Grimes dell’Examiner.
Razzismo, egoismo, cinismo, violenza pubblica e privata, giustizia che giusta non è, intreccio perverso fra politica, giornalismo e malaffare. L’epoca dei vari Costello e Anastasia, l’epoca della spartizione del potere economico, delle costruzioni facili in nome della modernità, via il vecchio fuori il nuovo. E giù soldi a palate e sangue da tutte le parti.
Con il nostro eroe (un classico) che lotta da solo contro tutti e contro se stesso, contro i fantasmi che si porta dietro, in perenne conflitto fra il bene e il male. Inutile rifugiarsi in un posto sperduto del deserto. Prima o poi arriveranno anche lì. Rimane solo la foto di una bella ragazza a fare compagnia, di un bacio che non si scorderà mai.
Un libro di forte impatto e nello stesso tempo scontato (le tematiche proposte sono state più volte sviscerate) con il protagonista in bilico tra personaggio vero e simbolo di un riscatto morale destinato al fallimento.

Vendetta di R.J. Ellory, Giano 2010.
VendettaQuartiere di Chalmette a New Orleans, estate calda (trentotto gradi) “di una ferocia quieta”. Nel bagagliaio di una macchina il corpo di un tizio massacrato con un martello a granchio, legati i polsi e caviglia con una corda di nylon, strappato il cuore e rimesso al proprio posto (segno di tradimento), sulla schiena una specie di disegno raffigurante la costellazione dei gemelli.  L’ucciso è la guardia del corpo di Charles Mason Ducane, governatore dello stato della Lousiana, un pezzo grosso, insomma. Accompagnava la figlia Catherine di diciannove anni, che è stata rapita. Il rapitore chiede di trattare con Ray Hartmann, investigatore speciale a New York, vita dura con la moglie Carol e la figlia Jessica che si sono allontanate da lui per la sua violenza.
Entrano forti e compatti nel tessuto narrativo squarci di vita cittadina, il degrado, la miseria, il caldo soffocante che toglie il respiro, storie individuali mischiate con la storia sociale e politica e con quella di malaffare mischiate a sua volta fra loro. E poi il senso di solitudine, un ripensamento, un dubbio, una lacrima, un piccolo raggio di luce subito oscurato dall’ombra di un destino segnato dal male: gli spostamenti, i viaggi, gli incontri, la freddezza feroce, le gole strozzate dal filo di ferro, il colpo di pistola mortale. Il male, dicevo, che ammazza il male e si rigira, feroce, su se stesso. Una prosa dura, secca, che non lascia il posto a tentennamenti di sorta.
È un bel libro, questo di Ellory, con un finale ricco di colpi di scena. Forse, ad essere pignoli, qualche momento scontato, quasi rivisto nella nostra memoria come in un film (vedi il Padrino), reso meno evidente dal taglio profondo della storia e dalla ricchezza della prosa.

La nostra immarcescibile e intramontabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta Cesare l’immortale di Franco Forte, Mondadori 2016.
Cesare l’immortaleE se nel 71 a.C. 682 ab Urbe condita, il trace Spartaco sconfitto dalle legioni al comando di Marco Licinio Crasso invece di morire fosse stato sostituito sulla croce da un gladiatore grande e grosso come lui, ma con il volto sfigurato?
E se nel 53 a.C. 700 ab Urbe condita il triumviro Publio Licinio Crasso e suo figlio Publio Licinio Crasso fossero sopravvissuti alla sanguinosa sconfitta subita dai Parti a Carre in Mesopotamia?
E se le Idi di marzo con la congiura del 15 marzo del 44 a.C, con l’assassinio di Giulio Cesare ad opera di Decimo Giunio Bruto, Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e altri cospiratori, fosse stata invece solo una farsa orchestrata da Giulio Cesare per liberarsi dai troppo pesanti vincoli di potere che lo legavano a Roma? Una farsa, nota solo a pochi, ma tra i quali figurava anche Marcantonio che doveva coprire la loro scomparsa…
Un romanzo molto diverso dalle biografie storiche dei grandi personaggi alle quali ci aveva abituato Franco Forte con Caligola, Roma in fiamme, Carthago o Gengis Khan. Qui si è lasciato coinvolgere e trasportare dalla fantasia e, per sorprendere il lettore, ha preso Giulio Cesare, gli ha affiancato Cicerone, Spartaco, Bruto, Marco Antonio e tanti altri e l’ha trasportato in una straordinaria avventura oltre i confini del mondo!
Però non è finita qui. E dopo? Appuntamento alla prossima.

Prima di dirti addio di Piergiorgio Pulixi, E/O 2016.
Prima di dirti addioE quattro! Quarta sanguinaria avventura, o forse meglio dire quarto e ultimo capitolo delle avventure di Biagio Mazzeo, l’ispettore superiore di polizia, il colosso di 95 chili dagli insondabili e magnetici occhi azzurri e il suo Branco, un clan di sbirri che si muove ai confini della legge e oltre. Capitolo che, con il profetico titolo Prima di dirti addio, ci prepara a brutti tempi in arrivo per il nostro mastodontico eroe.
Con questo libro Piergiorgio Pulixi entra in dirittura d’arrivo e, ingranando la sesta per raggiungere il traguardo, ci serve un piatto forte, anzi fortissimo: un altro noir durissimo senza far sconti a nessuno, tracciato sulle orme di Don Winslow e delle sue storie internazionali, legate al mondo del narcotraffico. Prende la tragedia delle sue pantere e la mischia a una guerra tra calabresi e messicani, fa un’inchiesta dura e coraggiosa sul vero volto della ‘ndrangheta, la multinazionale del crimine che, avvalendosi dei suoi plurilingue rappresentanti di seconda e terza generazione trasformati in manager, ha adottato la politica del poco sangue e del basso profilo e, mirando solo a fare grandi affari sotto copertura, ha cambiato la geografia del narcotraffico e della grande finanza criminale nel mondo.
Leggendo la quarta storia di Mazzeo, scopriremo i loro modi, i mezzi adottati dai professionisti dei trasporti della droga, a capo di multimilionarie holding che smuovono tonnellate di materiale per volta, fino a dove si allungano gli infiniti tentacoli mafiosi e cosa, volenti o nolenti, possono arrivare a coprire. Scopriremo anche i mille volti adottati dai segugi che li braccano: della Dea, della Cia, dell’FBI e di tutte le polizie internazionali alleate per controllarli e incastrarli tenendosi sotto traccia.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2016

book-toiletE cinquanta. Voglio dire cinquanta pezzi pubblicati in questa rubrica. Il mio obiettivo è di arrivare a cento (qualche lettore si strapperà i capelli) e poi tirare il calzino. Sempre che ce la faccia.
Non ce l’ha fatta, invece, Giorgio Albertazzi che ci ha lasciati, dopo lunga vita dedicata al teatro (anche alle donne, a dir la verità). Favoloso interprete di Shakespeare, mi è venuta voglia di zampettare su qualche opera dell’Autore. Così ho tirato fuori un librone sui suoi drammi e le sue commedie (1030 pagine, li mortacci…) e sono andato in quel di Ampugnano a crogiolarmi al sole. E qui, tra lo sbraitare dello scamiciato che parla da solo a voce alta (ormai lo conoscete) e lo sfrigolare di qualche aereo che prendeva il volo, mi sono buttato, fremente di ardore giovanile, a declamare tra le spire dell’essere e del non essere impersonando l’aria del grande attore. Sono tornato a casa onusto di gloria e con l’occhio in trasferta. “O che ha’ fatto, Fabio?”, “Ho letto Scepire”.
Non ce l’ha fatta nemmeno Cassius Clay e mi si stringe il cuore, lui ballerino sul ring, ridotto a vecchio tremolante di parkinson. La vita sarà pure bella (d’accordo è bella) ma a volte è anche pure stronza.
Moresco si è incazzato di brutto per essere stato buttato fuori dalla cinquina dello Strega. Un “premio truccato” ha sibilato fra i denti e poi urlato all’umanità. Du’ palle!

Partiamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
Il mistero della cassa scomparsaIl mistero della cassa scomparsa di R. Austin Freeman, Mondadori 2016.
Un inedito. Diciamo subito che non è cosa da poco. Tra l’altro di un grande autore (applauso a chi lo ha voluto e a chi lo ha tradotto).
Alla stazione di Fenchurch Street. Una cassa di legno cerchiata di ferro, sull’etichetta Dobson, proprio il nome del di chi la sta richiedendo ma con il numero sbagliato. Non è la stessa cassa contenente, tra l’altro, dei beni per un valore di migliaia di sterline. Qui, invece, c’è… viene sollevato il coperchio e Dobson quasi senza fiato “Dove posso trovare un poliziotto?”, dopodiché fugge via senza farsi rivedere. Nella cassa c’è la testa, e solo quella, di un uomo (in seguito si verrà a sapere che è pure imbalsamata).
Nel frattempo sono arrivate due persone, un americano ed un inglese che corre a chiamare la polizia. Da qui ha inizio il “caso” sorprendente. Basato, sia sul mistero della cassa scomparsa, sia sulla rivendicazione di Christopher Pippet (l’americano con giovane figlia e sorella) pronto a rivendicare il titolo nobiliare di conte di Winsborough. In pratica sembra che suo nonno Josiah Pippet, gestore di un pub nella City di Londra, sarebbe stato solo un nome fittizio per nascondere l’identità del suddetto conte che appariva quando spariva l’altro e viceversa.
Poi si passa nella casa del nostro dottor Thorndyke (non c’è bisogno di presentazione) dove troviamo l’amico Brodribb, il sovrintendente Miller, l’assistente di laboratorio Polton e il dottor Jervis che racconta questa parte della vicenda. Brodribb  è il procuratore legale del conte di Winsborough ed esecutore testamentario il cui erede sarebbe il giovane Giles Engleheart. Dunque si prospetta una lotta dura in tribunale tra il poco raccomandabile avvocato Horatio Gimbler, che difende Pippet, e lo stesso Thorndyke che accetta di rappresentare gli interessi di Giles. La cosa più semplice è quella riesumare la tomba del fu Josiah Pippet per vedere se la sua è stata una morte fittizia o meno…
E qui mi fermo. Praticamente uno scandaglio nella complessa legislazione inglese, un susseguirsi di eventi che si intrecciano con una partita di piombo e di platino sparita da una nave, una serie incredibile di falsi indizi sparsi ad arte nei momenti cruciali, insieme a qualche battuta sull’americano e sui moderni mezzi di comunicazione del tempo.
Raccontato dall’autore e, in parte, dal dottor Jervis che tratteggia, ammirato, la figura del dott. Thorndyke. Anche in questo libro, come negli altri di Freeman, sempre grande attenzione è riservata al metodo scientifico che si avvale dei moderni mezzi di ricerca del tempo, vedi il microscopio differenziale o comparatore, per scoprire trucchi e inganni attraverso dei veri e propri piccoli trattati (relativi alla chimica, alle qualità della polvere, dell’inchiostro, del piombo, del platino, del corpo pittuitario e così via) dentro una storia incredibile, complessa e affascinante delineata lungo una scrittura meticolosa (un po’ di pazienza ci vuole) che si chiude in nome dell’amore. Altrimenti i giovani che ci stanno a fare.

La morte in vacanzaLa morte in vacanza di Janice Hamrick, Mondadori 2016.
“Il cadavere giaceva bocconi nella sabbia accanto ai giganteschi blocchi di pietra della grande piramide di Chefren.” Trattasi di Millie Owens “inguaribile ficcanaso” e “capace di far saltare i nervi anche ai santi del paradiso”, secondo chi racconta gli eventi in prima persona, ergo Jocelyn Shore (divorziata) insegnante di storia al liceo in quel del Texas, e parte di un gruppo di venti persona in vacanza per i tesori dell’Egitto. Millie Owens sfracellata al suolo durante un’ascesa alla piramide. Si rivelerà un omicidio.
Gruppo di turisti eterogeneo con la cugina Kyla (sembra sua sorella) “un pitbull senza pelo”, un paio di svampite, qualche coppia, due ragazzini turbolenti, la guida, il suo capo e il Bello. Sì, Alan, il bello e fascinoso che farà guerreggiare le due cuginette. La cosa si complica con la scoperta da parte di Jocelyn della borsa di Millie piena di roba rubata e di una agendina dove si fa riferimento a certi diamanti e alla possibilità del loro contrabbando. All’albergo dove era stata anche Agatha Christie che un omaggio alla regina ci vuole.
Dunque Alan, già detto, un Aladino che ne vuole sapere troppe, una nipote che non è la stessa di prima, qualcosa di strano e poco chiaro tra i componenti del gruppo, mentre si ammirano le bellezze naturali e quelle dell’uomo (Giza, Assuan, Abu Simbel, Edfu, le piramidi, la Sfinge, la Valle die Re, il tempio di Karnak ecc…) e tutta la gente pittoresca che si muove intorno a loro: venditori, mercatini, contrattazioni (perché chiedono alle due cugine se vengono dallo Utah?), una bella collana per pochi soldi, un altro omicidio con le modalità del primo.
La stessa Jocelyn si troverà in pericolo, un party, un colpo in testa, la collana che sparisce, non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di Alan e anche Kyla potrebbe essere invischiata in qualcosa di losco. Intanto il Bello e Jocelyn… chissà che non ci scappi qualcosa.
Un giallo misterioso intriso di sospetti infiorettato rosa, ricco di movimento, e un’utile guida turistica dell’Egitto scritti con brio e leggerezza.

La congiura di San DomenicoLa congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein lo abbiamo già trovato ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio (mi ricorda, in questo caso, don Attilio Verzi di Andrea Franco). Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità.
E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto. Ucciso il giovane padre inquisitore fra’ Consalvo nella Basilica di San Domenico, pugnalato alla schiena con un prezioso Cristo d’argento dorato staccato dalla croce e accanto un gatto nero strangolato con il cordone del saio. Altro fatto inquietante quello dell’Erbolaia, ovvero Maria di Bezzo, ritenuta una strega, accusata di avere rapito un bambino, torturata e infine fuggita dalla prigione insieme alla sentinella. E sembra che il morto ammazzato abbia avuto un colloquio con la suddetta. Che ci sia un legame tra i due fatti?
Ancora un omicidio (e non sarà l’ultimo) quello di padre Mattia Rozzi della canonica di Santa Maria Celeste imbavagliato e sgozzato. Uomo ricco invischiato in affari poco puliti. Le indagini della “Sentinella” saranno, dunque, lunghe e difficili, in stretto rapporto con il pontefice Giulio II “temerario, impulsivo, orgoglioso, irascibile e prepotente, ma anche un diplomatico e un uomo d’armi”. E pure un’ottima forchetta, aggiunge il sottoscritto, se si butta su cibi saporiti (quali ravioli bianchi senza sfoglia, maltagliati al sugo, pasticcio di lepre, coscio di capriolo arrosto, cappone marinato alla griglia etc…) innaffiati di Sangiovese, Trebbiano o Pignoletto (mica male e mica scemo). E accanto a lui una caterva di personaggi storici illustri e meno noti come Michelangelo Buonarroti, Ippolito e Alfonso d’Este, Angela e Lucrezia Borgia, Marcantonio Colonna, Ercole Bentivoglio, Ginevra Sforza e tanti altri (una loro lista all’inizio ci sarebbe stata bene) a ricreare l’atmosfera dei primi anni del ‘500 fatta di alleanze, lotte di potere, intrighi, tradimenti, attentati (ne sarà vittima anche il Papa), feste e festini, banchetti, caccie, amori e sesso, lussuria, lascivia, pedofilia, matrimoni combinati spesso infelici.
E in questo mondo di splendori e di miserie il nostro Julius conduce la ricerca della verità con tutte le armi possibili, dalla memoria eccezionale al travestimento fino al servizio di una banda di ragazzi muniti di fionde e occhi acuti per sorvegliare certi infidi stranieri. Se c’è da rischiare in prima persona si rischia senza tema del pericolo,  e se c’è da fare un po’ di sesso lo si fa che la Sentinella attrae prepotentemente le grazie femminili.
Una ricerca storica accurata, precisa e bene amalgamata con la fantasia dell’autrice che si affida a capitoletti brevi, per non creare fastidiosi appesantimenti, e ad un movimento via via sempre più veloce fino allo scontro conclusivo. Una vicenda ricca di fatti, dubbi, assilli, tensione, svolta con una scrittura attenta e priva di svolazzi retorici.
Alla prossima.

Rebus indecifrabiliRebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.
Per non occupare troppo spazio restringo al minimissimo (se si potesse dire). Ventinove racconti. Personaggio principale John Rebus, ispettore di Edimburgo del 1947 (se non sbaglio), arruolato nell’esercito, finito nei paracadutisti della SAS, esaurimento nervoso e convalescenza, poi nella polizia, ex moglie Rhona che vive a Londra con la figlia Samantha, fratello minore a Kirkcaldy. Manifesta senza problemi le sue simpatie e antipatie di lettura (un libro di Hammet lo definisce “Decisamente campato in aria”), ama il cruciverba, il jazz ma non la musica country, grugnisce, si incavola di brutto, sbatte le porte, whisky e birra a go-go,  ricordi, ricordi, e ricordi, della ex famiglia, dei genitori, degli amici, di criminali, di una ragazza con cui, forse… il ballo, il destino, scelte diverse… alla fine in qualche bar o pub con il bicchiere in mano mentre là fuori la notte è “piena di possibilità e incidenti, di casualità e destino, di pietà e paura.”
C’è John Rebus, dicevo, soprattutto come uomo con la sua complessa personalità; ci sono gli altri personaggi, poliziotti e criminali sbalzati magnificamente; c’è la città di Edimburgo vista nei suoi molteplici aspetti e nella sua evoluzione (spesso con i tifosi del calcio per strada); c’è il morto ammazzato e l’assassino, ci sono tutti i trucchi del mestiere sedimentati da secoli di letteratura poliziesca per coinvolgere il lettore e depistarlo. Ci sono cinquecento settantuno pagine in genere di buono e ottimo livello. Scrittura pulita, semplice, senza inutili sbavature e ampollosità con momenti di vario sentimento, dalla rabbia, all’angoscia, alla malinconia, al simpatico sorriso. Essenziale. Ecco, “essenziale” è proprio l’aggettivo giusto. E non aggiungo altro per rispetto all’aggettivo.

Uno strano caso per il commissario CalligarisUno strano caso per il commissario Calligaris di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2016.
La linea che pervade la storia è quella dell’ironia e del sorriso. A partire dalla nostra Adalgisa Calligaris nella III C della scuola media “Pinturicchio” di Rivorosso Umbro, vista con la sua “manozza quadrata da carpentiere nano” e con la sua figura da “parallelepipedo basso”, pronta a rivalersi durante l’interrogazione (insomma la bruttacchiona intelligente). La ritroveremo, adulta, dopo un po’ di peripezie, proprio in questo paese come commissario, per seguire la sua mamma, mettere in ordine l’ufficio e inquadrare con piglio sicuro i suoi sottoposti, evidenziati nelle loro caratteristiche peculiari (tra cui il solito corteggiatore inflessibile) e nelle loro vicende personali a dare concretezza di vita.
Paese tranquillo questo Rivorosso Umbro. Un solo delitto, furti di bestiame, piccoli atti vandalici, cose di scarsissimo conto. Praticamente un mortorio. Fino a quando il morto ammazzato arriva per davvero. Una cittadina americana con un colpo di pistola alla tempia. Per mano sua o di altri si saprà in seguito. Trovata da una coppia di amanti. Allora ecco in azione il magistrato incaricato e il medico legale, quel Carlo Petri “l’amore impossibile della sua travagliata esistenza” che l’aveva tormentata fin dai banchi della scuola (e lì tutti, curiosi, a vedere come andrà a finire).
Le indagini si indirizzano su chi ha trovato il cadavere e verso il centro di benessere psicofisico “La Rosa e l’Ortica”, meta di clienti da tutto il mondo dove la stessa defunta, fotografa, aveva preso alloggio. Indagini che portano allo scoperto i misteri di un paese resi più concreti (e in parte buffi) dal dialetto del luogo e i misteri dei villeggianti presso il suddetto centro. La costruzione della storia segue itinerari già ben conosciuti: un quadro di valore sparito, altri due morti ammazzati, la pistola omicida che non si trova, uno scrittore che lavora su qualcosa di pericoloso e una frase minacciosa “Io sono il passato che ritorna” a rendere più complicato il busillis. Ultimo atto alla Poirot, dopo che si è accesa la lampadina con una botta di culo (letteralmente una caduta per terra), che la nostra Adalgisa è fan sfegatata dell’Agatha internazionale e ne vuole seguire i dettami. Ergo riunione generale dei sospettati dove si piazza il colpo finale, in una storia pervasa, come già detto all’inizio, dall’ironia e dal sorriso con qualche pericolo di cadere nel macchiettistico (a volte ci si cade).
E Carlo? Voglio dire il bel Carlo Petri e la non bella Adalgisa che fanno? Perché c’è un discreto fascio di fiori colorati per lei…
Buona lettura

Fragili veritàFragili verità di Bruno Morchio, Garzanti 2016.
Genova, estate 2015. Caronte, anticiclone tropicale e caldo boia. Morto per un incidente d’auto Cesare Almansi, amico dell’investigatore Bacci Pagano legati, un tempo, da “certezze granitiche” e “asserzioni definitive” che non esistono più. Ora “la verità è un’essenza fragile, da maneggiare con cura”. Un colpo di sonno o altro? (niente segni di frenata).
Bacci Pagano, dunque, investigatore privato, cinque anni di carcere per terrorismo e sei mesi “imbragato in una gabbia ortopedica a giocare a scacchi con la morte” (gli scacchi, mia passione, dappertutto), invischiato in una brutta storia con il suo amico. Gira su una vespa amaranto (mi ricorda il freelance Radeski di Paolo Roversi, la cui vespa, però, è gialla), separato dalla moglie con figlia Aglaja in vacanza insieme al fidanzato Essam. È chiamato dai signori Selman per ritrovare il loro figlio adottivo sedicenne Giovanni preso dalla Bolivia, il cui vero nome era Bernardo (perché è stato cambiato?), la madre morta giovanissima, il padre ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito (più avanti la sua storia vera e complicata). Per ritrovarlo occorre l’aiuto dell’amico Pertusiello, ex poliziotto in pensione, comunista di ferro.
Giovanni è ritrovato, vive insieme ad un pusher e spaccia droga di ottima qualità, “forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane”, con il pericolo di scontrarsi con la mafia, mentre aumentano le liti tra i genitori adottivi che si lanciano accuse reciproche, per non essere riusciti a capire le problematiche del figlio. Bacci Pagano ad indagare in giro per Genova (ma anche in Versilia), con i suoi quartieri diversi, le sue strade, la sua popolazione tra un bicchiere di Chianti e la tagliata.
Ricordi e ricordi della sua vita, della “Rivoluzione mancata infarcita di sogni e illusioni” e ora la sua opera di psicologo (materia, questa, dell’autore) per ricompattare la famiglia Selman avviluppata nelle paure e nei nascosti sentimenti.
In concreto un libro sugli ideali rivoluzionari ormai morti “senza l’assillo di inseguire il fantasma della felicità”, sulle difficoltà dell’adozione, sia da parte degli adottanti che dell’adottato (il suo mondo passato che sempre incombe), sulla forza che danno i figli a tirare avanti, in particolare Aglaja allo stesso Bacci Pagano. Sulle fragili verità dell’esistenza che offrono il titolo al libro. Un senso di malinconica spossatezza e disillusione pervade tutta la storia. Con lieve sorriso finale che la vita continua.

Spiluzzicature
Il cadavere in pantofole rosseContinua la rinascita della Polillo attraverso Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, pubblicato nel 1936 con il detective dilettante Philip Tolefree alle prese di un dubbio suicidio. Lo avevano già trovato ne I fatali cinque minuti, sempre della stessa casa editrice del 2007: “Tolefree era un uomo di media altezza, dai capelli scuri, sempre ben rasato, con un viso piuttosto simpatico e – quando era divertito – un sorriso davvero piacevole. Con il suo abbigliamento curato e discreto, e i suoi modi pacati, lo si sarebbe potuto prendere per qualunque cosa, un avvocato, un funzionario statale di alto grado, un insegnante. Non aveva nulla dell’investigatore, reale o romanzesco. Il che non significa che avesse una personalità incolore, ma semplicemente che non portava addosso nessuno dei segni tipici di una specifica professione.” Da leggere entrambi i libri con calma, con molta calma…

La strategia di BoschUn classico di Bosch non si può perdere. Vedi La strategia di Bosch di Michael Connelly, Piemme 2016, tradotto magnificamente da Alfredo Colitto. È un Henry Bosch con i suoi annetti sulle spalle alle prese con la moderna tecnologia digitalizzante che accetta come inevitabile parto del progresso. Un po’ malinconico, un po’ stanco ma sempre pronto a scattare per la giustizia. Questa volta se la deve vedere con il mondo dei latinos che spadroneggiano a Los Angeles con tutti i casini di questa città tra bande assatanate, corruzioni e intrallazzi politici (sembra di essere a Roma). Ma lui è duro. Ce la farà?…

Altra bella traduzione di Colitto (sempre per le pagine lette nella solita libreria di Siena) si trova in Ai morti non dire addio di Brian Freeman, Piemme 2016. Con il detective Jonathan Stride scosso ancora, pur dopo nove anni, dalla perdita della moglie Cindy (confortato, solo in parte, dal nuovo amore di Serena). Il presente, rapimenti di donne, e il passato, una vecchia indagine forse trattata un po’ superficialmente, a confronto. Ma lui è tosto…

Un giretto tra i miei libri
Questa notte da qualche parte a New YorkUna sigaretta fra le dita, una figura ossea che sembra stare in piedi per miracolo, uno sguardo allucinato. Ecco Cornell Woolrich. Anzi, per essere più precisi, Cornell George Hopley Woolrich. Che ogni tanto ritorna alla ribalta (mai dimenticato) con tutto il suo mondo diabolicamente nero. Per esempio in Questa notte, da qualche parte a New York, Kowalski 2009.
Una antologia di racconti, una parte di un romanzo e due capitoli di una autobiografia mai pubblicata. Il tutto curato amorevolmente da Francis M. Nevis con note succose alla fine del libro.
Il mondo nero, dicevo, che avvolge i protagonisti di queste storie, li prende, li afferra, li sballotta a suo piacimento. Gli strani casi del Destino: essere nel punto sbagliato al momento sbagliato, il ribaltamento delle situazioni iniziali, l’amore, l’odio, l’accendersi di una speranza, la delusione, e ancora l’amore sbocciato quasi per caso, la forza d’amore, l’amore esaurito, terminato, finito, il distacco, la solitudine che è “uguale in tutto il mondo”, la tensione che cresce, l’assillo, la paura, l’assassinio, la gioia che si trasforma in orrore, la disperazione di sentirsi in trappola, la rabbia, la lotta, gli sforzi disperati di uno scrittore. E altre cose ancora.
La prosa scivola via come nata da se stessa, entra veloce nella mente e nell’animo e ti porge tutte intere le domande su questa vita così strana e misteriosa, un intrecciarsi di eventi casuali dove una piccola luce si accende a intermittenza per poi spengersi e far cadere tutto nel buio della disperazione.
Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato, lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito. E si scopre, come ha ben scritto Ellroy “ quale è la forma dell’agonia”. Lenta e mostruosa. Straziante.

Sangue in sala da pranzoSono un istintivo. Appena adocchiato Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein, Sellerio 2011, un piccoletto marroncino chiaro in bella mostra alla Feltrinelli di Siena, visto e preso. Leggero, tascabile, poche pagine, l’ideale per portarmelo al solito posto e leggerlo mentre cammino. I mallopponi che stiano lì impalati sugli scaffali come stoccafissi!
L’istinto spesso mi premia ma qualche volta mi buggera. Leggero, tascabile, l’ideale ecc… ma almeno leggibile. No, mi spiego, non è che la nostra Stein non sappia scrivere. Tutt’altro. È che vuole scrivere in un certo modo influenzata dalla esperienza cubista (amica di Picasso) e dadaista. Un modo ripetitivo, frammentario, come se tentasse di raccontare gli avvenimenti ogni volta senza riuscirci.
Ho capito qualcosa dalla “Prefazione”. Di solito la ritengo inutile e noiosa, ma in questo caso l’ho abbracciata come si abbraccia, piangendo di gioia,  uno che ci salva dalle sabbie mobili. Siamo nella casa di campagna della Stein, a Bilignin (valle del Reno), una confusa estate del 1933 durante la quale si alternano gli ospiti e avvengono strani incidenti: vedi il sabotaggio di due automobili, la morte improvvisa della moglie di un albergatore lì vicino sfracellatasi nel cortile dell’albergo, cadendo dal quinto piano e quella di una vicina uccisa con due proiettili nella testa.
Dicevo un ripetere continuo e assillante delle stesse frasi, ricordi affastellati rivolti ad una certa Lizzie, la storia vera fatta a brandelli che rimane sotto traccia, piccoli tocchi, domande, dubbi, visioni, una sfida continua con la scrittura che può andar bene in certi momenti della vita, quando si ha voglia di elucubrazioni (ho scartato l’altra parola) mentali. Poco adatta, invece, come nel mio caso, quando si preferisce una lettura semplice e comprensibile. Questa volta l’istinto mi ha fregato.

Passiamo, ora, alla nostra inarrestabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Lo strano caso dell'orso ucciso nel boscoLo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, Newton Compton, 2016.
«Bruna sapeva che quell’uomo prima o poi avrebbe cercato di assassinarla. Faceva parte del gioco, era scritto nel destino di chi, come lei, conduceva un’esistenza addomesticata. Da giorni nel ventre le pulsava un male feroce, un fagotto scoppiato all’improvviso, come se avesse ingoiato un nido di calabroni. Vacillò. Bruna che era sempre stata agile, leggera, cadde pesante sulla neve. Il motore della sua vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Arrivata all’improvviso. Voluta da lui». Un orrendo rompicapo e una nuova difficile indagine per il commissario Marzio Santoni, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, corpo atletico, l’affascinante commissario di Polizia, amato dalle donne e protagonista cult della serie di gialli di Franco Matteucci, due volte finalista al Premio Strega.
Un caso poliziesco da squadra omicidi e, contemporaneamente, un giallo ambientalista per il bio-detective di Valdiluce, dotato di un olfatto straordinario e soprannominato Lupo Bianco per la sua rusticità e fiera indipendenza. Quello che, neve, ghiaccio o tempaccio che sia, si sposta sempre con la sua vecchia Vespa ereditata dal suo padre Alfredo, il boscaiolo e che divide la sua abitazione con una colonia di formiche, esperte sentinelle meteo, il topo Mignolino e il riccio Arturo con, sempre al fianco, a far da spalla, il pacioso ma sveglio e irrinunciabile vice Kristal Beretta, drogato dai cioccolatini Mon Cherì Ferrero.
Nell’ondulato vallone a nord di Valdiluce, si è scoperto uno spaventoso animalicidio. L’orsa Bruna è stata barbaramente avvelenata assieme ai suoi tre cuccioli di pochi giorni. Il suo corpaccione e stato ritrovato abbrancato, con le unghie conficcate nel tronco di un albero e, accanto al cadavere, è stato abilmente inciso, servendosi di un coltellino svizzero, un cuore con all’interno il nome della vittima e un segno… La lettera greca Omega, oppure? Comunque l’assassino ha lasciato la sua firma, perché quel segno sarà destinato molto presto a tornare in scena e a istillare l’angoscia negli scoscesi sentieri del paesino di montagna.
Ma Marzio Santoni, Lupo Bianco, scarta immediatamente il termine animalicidio e valuta l’uccisione di Bruna solo come un crudele e disumano omicidio. E, in seguito, quando sempre la stessa lettera, a mo’ di minacciosa firma incisa sulla corteccia staccata dagli alberi, verrà puntualmente ritrovata anche sulla scena di altri crimini, si presenta l’orrenda ipotesi di un serial killer in preda a una sanguinaria follia che vaga e colpisce impunito e invisibile perché coperto da una sciocca e omertosa coltre valligiana. Un killer che continua a sfidare la polizia, che usa la montagna e i suoi segreti come proprio terreno di caccia, uccidendo senza pietà e che, pur di esibirsi a ogni costo, è pronto anche a rischiare. Cosa si nasconde sotto la neve della Valdiluce? E poi la sua firma o segno che pare l’Omega greca, farebbe invece parte delle millenarie tradizioni elfiche locali…?
Ambientazione straordinaria, ritmo incalzante e ben calibrato, storia molto coinvolgente, arricchita da un complesso intreccio che sa fondere molto bene realtà e mitologiche fantasie. E noi, ormai formiche, Mignolino e Arturo dipendenti, aspettiamo il seguito.
La Nostra ci consiglia anche Libertà di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Einaudi 2016, e Insospettabili di Riccardo Perissich, Longanesi 2016.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti