Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2018

Questa volta dallo Stecchino un saluto ed un abbraccio forte forte alla Balenottera, al Lungagnone e alla Peperina.

E veniamo a noi…
Un messaggio dagli spiriti di Agatha Christie, Mondadori 2017.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.
“Neve, neve e ancora neve dappertutto. È il consueto bollettino meteo di un Natale nel Dartmoor. Così nel villaggio di Sittaford, appollaiato su un crinale nella brughiera, isolato dal resto del mondo, ci si organizza per passare il tempo in qualche modo.” Siamo nella casa del ricco capitano Trevelyan, affittata alla signora sudafricana Willett e a sua figlia Violet, venute qui per trascorrervi l’inverno. E qui arrivano pure gli invitati: il maggiore Burnaby, il signor Garfield, il signor Duke e il signor Rycroft.
Per passare il tempo una seduta spiritica durante la quale gli spiriti annunciano una realtà tremenda: il capitano Trevelyan, che si è trasferito a Exhampton, è morto assassinato, proprio in quel momento. Panico generale. L’unico che prende la decisione di andare a verificare la sconvolgente notizia è il maggiore Burnaby. In casa dello stesso, ovvero nello studio, trova il capitano con il cranio sfondato.
E qui entra in scena il commissario Narracott. Facile per lui identificare l’assassino nel nipote James, erede della vittima, che ha come movente il denaro. Ma non per Emily, la fidanzata dell’accusato, bellissima figura di ragazza forte ed energica (in seguito lo stesso ispettore ne apprezzerà “l’ardore, il coraggio e la determinazione”), tutta tesa a scoprire la verità. Con l’aiuto del giornalista Charles Enderby che da questa storia potrebbe ricavare un bel vantaggio per la sua carriera. Praticamente due indagini parallele.
Sospetti, sospetti e sospetti che aumentano con il passare del tempo. Ora l’uno, ora l’altro dei personaggi (ce ne sono ancora) potrebbe essere l’assassino. Anche Narracott, metodico e preciso, ha qualche dubbio. Le prove sulla colpevolezza di James esistono ma “Non sono completamente soddisfatto di questa storia” dichiara al suo superiore. E poi la faccenda della seduta spiritica: qualcosa di soprannaturale, difficile a crederci, o qualcuno dei partecipanti sapeva che Trevelyan sarebbe stato ucciso proprio in quel momento da un complice? Dubbi perfino sulla signora Willett e sua figlia: perché sono volute venire in un posto così freddo? Sono davvero quello che dichiarano di essere?…
Altri assilli, altri piccoli colpi di scena dentro la cornice di un paesaggio da brivido sotto la neve, un detenuto che fugge nella notte, un paio di scarponi che non si trovano. E la “luce” che si accende all’improvviso. Non manca il lato romantico della vicenda con il giornalista che si innamora di Emily (come andrà a finire?). Grande abilità di tessitura nel dialogo (ne assisteremo ben a quattro tra diverse persone nello stesso momento), soluzione certo non eccelsa ma senza intaccare la qualità del libro.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.

Cesare il conquistatore di Franco Forte, Mondadori 2017.
Dopo Cesare l’immortale, Mondadori 2016, ecco il seguito. L’eroe romano non è morto nella congiura delle Idi di marzo. Insieme a Bruto ha messo in scena il finto assassinio e, a capo di un manipolo di soldati ottimamente addestrati, la Legio Caesaris, si è portato nella mitica isola di Thule per combattere contro le creature che conoscono il segreto della vita eterna e strapparglielo. Ma è stato sconfitto insieme a Cicerone, Bruto, Spartaco e gli altri soldati.
Da qui ha inizio il secondo volume. Per conquistare la vita eterna occorre un’altra terribile impresa: la discesa nell’Averno per poi gettarsi nelle acque del fiume Stige che rendono immortali. Ma lo Stige non è altro che il nome antico del Nilo. Dunque il prossimo traguardo, una spedizione con l’aiuto della regina Cleopatra per risalire lungo il grande fiume fino alla sorgente e raggiungere il luogo segreto in cui è custodita la barca Mesektet di Cheope, partendo da Alessandria d’Egitto nel 30 a.C. Spedizione oltremodo dura e difficile, anche per l’età del dittatore ormai settantenne insieme agli altri compagni di viaggio segnati anch’essi dal Tempo. Vedi, per esempio, lo stesso Cicerone attaccato alla bottiglia e che fatica ad orinare, mentre Cleopatra mantiene ancora intatto il suo sorprendente fascino e la sua sorprendente sensualità.
Ostacoli duri, difficili da superare partendo dalle cateratte del Nilo che devono essere aggirate con enorme dispendio di energie. E poi gli attacchi delle tribù del luogo e quelli degli animali feroci come i leoni, i coccodrilli, gli ippopotami che metteranno in luce soprattutto l’eroismo di Spartaco. Pericolo anche da parte di Servio Primicerio, veterano fedele di Marco Antonio che si è ucciso davanti a Bruto, alla caccia di Cesare per fargliela pagare.
Terribile la discesa nell’Averno dove dovranno essere affrontati incredibili personaggi mitologici: Caronte, Cerbero, Plutone, in un paesaggio da brivido, contornato da tensioni, paure, colpi di scena. E la domanda che sorge spontanea “Riuscirà, questa volta, Cesare, nella sua incredibile impresa?”.
Un romanzo storico-fantasy-mitologico, di avventura e mistero, condotto attraverso una conoscenza accurata delle fonti del tempo (il Nilo, le imbarcazioni di papiro, le credenze, gli unguenti contro il morso delle zanzare, i vari personaggi dell’Averno…). Un libro “particolare” che ci trasporta dentro un territorio completamente diverso dall’abituale, in un mondo allo stesso tempo terribilmente concreto e terribilmente “meraviglioso”. Una commistione intrigante di generi narrativi e di personaggi storici conosciuti che hanno la forza di attrarre la curiosità e l’attenzione del lettore.

Un anno in giallo di AA. VV., Sellerio 2017.
Non c’è bisogno che la faccia lunga. Anzi, rispetto al solito, sarò breve, brevissimo. Lapidario. Trattasi di dodici racconti per i dodici mesi dell’anno con dodici protagonisti al centro della scena. Basta citarne alcuni per farvi capire il livello delle storie: Montalbano, i Vecchietti del Bar Lume, Petra Delicado, Rocco Schiavone, il condominio della Casa di Ringhiera…
Ne volete altri? D’accordo. Allora beccatevi anche Saverio Lamanna, Vince Corso, i killer di (lo scoprirete da voi), Kati Hirschel, Lorenzo La Marca. Tutti figli noti di noti autori che nemmeno cito. Cito, invece, due esordi: quello di Cornelia Zac di Simonetta Agnello Hornby (siamo in uno studio londinese), e quello di Angela Mazzola di Gian Mauro Costa, giovane poliziotta di Palermo di cui risentiremo parlare.
Dodici storie diverse in luoghi diversi (si va anche ad Istanbul) e in tempi diversi, seguendo i mesi del calendario, in prima o in terza persona, con una specie di “passamano” da un autore all’altro fino alla chiusura. Dodici personaggi ottimamente sbozzati con tutte le loro caratteristiche insieme a tanti altri a fare da comprimari, una serie di casi “strani”, particolari che fruttano indagini interessanti, personali o corali (e sapete a chi mi riferisco): qualcuno che non è convinto della confessione di un presunto assassino, uno strano furto, bottiglie di vino pregiate che spariscono, una moglie e un marito che si vogliono morti, il figlio ucciso di una vecchia compagna di classe, una indagine condotta per telefono (chi dovrebbe farla è malato), un prete spretato accoltellato in una chiesa sconsacrata, persone che scompaiono…
Storie diverse, dicevo, stili diversi, il pathos, la rabbia, l’ironia e il sorriso che si mischiano fra loro, spicchi di una società complessa, in continua trasformazione (“Artri tempi” quelli passati, dice Ampelio), talora brutta e difficile, addirittura terribilmente malvagia, criminale, che ogni tanto spunta fuori dalla trama, piccoli colpi di scena, l’idea geniale che, prima o poi, arriva e il puzzle che si ricompone.
Va bene, per gli indecisi segnalo anche gli altri autori: Camilleri, Savatteri, Stassi, Malvaldi, Robecchi, Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami, Piazzese, Manzini.
Un anno in giallo. E che anno!

Il sentiero di Peter May, Einaudi 2017.
Già conoscevo l’autore attraverso L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi 2012, e L’uomo degli scacchi, Einaudi Stile Libero Big 2015. Due splendidi volumi, per cui mi sono buttato anche sul presente.
“Non ho idea di che posto sia questo. E per la prima volta da quando ho ripreso conoscenza mi accorgo, con una fitta improvvisa, acuta e dolorosa d’ansia, di non sapere assolutamente chi sono.” Parole di un uomo che si risveglia su una spiaggia sconosciuta. Un uomo privo di memoria. L’ha persa, forse per qualche evento particolare che gli è successo. Non si riconosce nemmeno fisicamente, niente del suo corpo gli è familiare. Con l’aiuto di una signora anziana del luogo capisce di essere il signor Neal Maclean e di vivere in un cottage nell’isola di Harris delle Ebridi. Dai vicini Jan e Sally (saprà dopo essere la sua l’amante), che irrompono improvvisamente nella sua casa, apprende che sta scrivendo un libro sul mistero di tre guardiani del faro locale scomparsi senza lasciare traccia. Unico indizio una mappa con l’indicazione di un sentiero dal nome terribile “Le Bare” che attraversa l’isola. “Ma è successo qualcosa. Lo so, lo sento. Qualcosa di spaventoso.” Piccoli flash del passato a ricomporre il tremendo puzzle.
Andiamo per gradi. Primo punto, l’uomo smemorato che racconta in prima persona. Secondo punto la storia di Karen, da “adolescente ormonale” a “stronzetta ormonale e ribelle”, in terza persona, in rotta con la madre e il nuovo compagno. Cresta di capelli, piercing a borchia, anelli al labbro, tatuaggi di vario tipo. Cambiata dopo la morte di suo padre, noto scienziato e ricercatore sulle api finanziato dalla multinazionale Ergo. Un suicidio, sembra, ma lei non ci crede e farà di tutto per scoprire la verità.
Terzo punto, svolto ancora in terza persona, l’entrata in scena del sergente Gunn già conosciuto nei libri precedenti (si considera “uno studioso della natura umana”). Per l’omicidio di un uomo con il cranio sfondato in una cappella diroccata a Eilan Mòr nelle isole Flannan. Uomo trovato già prima dal supposto Maclean con diverse punture di api sul dorso delle mani (crede che sia stato lui ad ucciderlo). Già, le api, “personaggio” nuovo che avrà un bel peso nel corso della vicenda.
Dunque tre linee di sviluppo che si intrecciano fino all’epilogo finale di una storia che vede al centro una impressionante ed angosciante analisi all’interno del maggior protagonista alla ricerca della sua identità. Il tutto incorniciato dentro un paesaggio ed una natura incredibili. Da brivido: liberi, belli, aperti, fascinosi, inquietanti, attraversati da forti venti e il mare che giganteggia, in contrasto con la Londra vista da Karen, brutta, sporca e cattiva.
Il “sentiero” si presta ad essere interpretato come traccia tangibile e come percorso metaforico per ritrovare l’uomo e l’intera umanità. L’idea dell’amnesia certo non è nuova, così come in parte lo schema generale ma questo non inficia la qualità del libro.

Un giretto tra i miei libri
La strana morte dell’ammiraglio di AA. VV., Giunti 2012.
Che cosa sia stato il “Detection Club” (siamo negli anni Trenta) ce lo spiega in maniera semplice e chiara Dorothy L. Sayers nella introduzione “È un’associazione inglese di scrittori polizieschi che si incontrano più che altro per cenare insieme e parlare in continuazione di lavoro… Per entrare a far parte del Club bisogna avere scritto dei veri polizieschi (non romanzi di avventura o “thriller”), venire segnalati da due o più soci, essere votati dal Club e infine prestare giuramento”. Seguono delle regole da rispettare nell’attuazione delle storie.
Insomma questi soci un po’ fanno sul serio e un po’ si divertono. Come in questo caso. Uno inizia la storia e gli altri giù a continuarla senza sapere che cosa abbia in mente il suo predecessore. Sono ben dodici tra cui la nostra Agatha Christie che attira sempre l’attenzione dei lettori di ogni luogo e tempo (vedere copertina con suo nome e cognome in caratteri stratosferici). Prologo di Chesterton: tre immagini nelle volute di fumo dell’oppio, “tre momenti della progressiva rovina di un uomo”. O arrangiatevi. Siamo a Lingham. Neddy Ware, ex sottufficiale della Royal Navy, vede arrivare sul fiume la barca del vicario. Dentro c’è l’ammiraglio Penistone colpito al cuore con uno strumento a lama sottile. Indossa un cappotto, ha un giornale in tasca e nella barca viene trovato il cappello del vicario e una chiave. La gomena risulta tagliata.
Indaga l’ispettore Rudge “alto e magro, con il volto glabro e la carnagione giallastra”, fuma la pipa, è metodico, sistematico, sempre con il suo taccuino di appunti dietro, paziente, gli piacciono le susine (ricordo di ragazzo), appassionato di rose (una delle preferite la Madam Abel). Pignolo, non lascia nulla al caso (addirittura avvia una serie di indagini su ciascuno degli abitanti!), un uomo normale dunque, un uomo comune che “Non aveva il conforto del violino, né del flacone di cocaina, non passava il tempo a fare i nodi, o collezionava farfalle, oppure a distinguersi in qualche modo con attività estranee al lavoro” (frecciatina a Holmes da parte di Ronald A. Knox).
Secondo lui Penistone è stato ucciso da un’altra parte e poi infilato nella barca. Si scopre che si era messo nei pasticci a Hong Kong nel 1911 per una questione privata. Praticamente “c’entrava una donna”. Una vicenda che ruota intorno agli orari e alle evoluzione delle maree con gente che scappa da tutte le parti (vedi la nipote del vicario e il vicario stesso). La Christie ci infila pure la signora Davis che fa una capa tanta al nostro commissario (però lei tiene la bocca chiusa, tende a precisare), non mancano i colpi di scena e arriva pure un altro morto ammazzato.
Insomma un tourbillon di supposizioni, di “incasinamenti” magistrali e io mi immagino il povero Berkeley che suda come se fosse davanti ad un altoforno aperto per rimettere tutti i tasselli al loro posto. Al termine del libro altre soluzioni di nove (mi pare) degli autori a dimostrazione della loro incredibile capacità creativa.
Conclusa la lettura occhi sbarrati, mani tremanti e un “Li mortacci!” (misto di imprecazione-ammirazione) che viene su rigoglioso e spontaneo.

La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012.
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui viene chiesto dal procuratore della contea di Los Angeles di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per avere ucciso una ragazzina, Melissa Landy, strangolata (senza segni di aggressione e violenza), il cui corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora è in procinto di essere liberato, causa un recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito della sorella Sarah indossato dalla morta.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie uccisa a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza esclusione di colpi fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Richiamato dalla fine del mondo (insomma, al dire il vero, dalla polvere di uno scavo archeologico a Cipro), Enrico Radeschi deve tornare a Milano per una nuova difficilissima indagine e – udite, udite – stavolta addirittura in veste di consulente informatico ufficiale della questura. È questo che accade in Cartoline dalla fine del mondo. La nuova indagine di Enrico Radeschi (Marsilio, 2018), il nuovo romanzo dello scrittore, giornalista, autore teatrale milanese Paolo Roversi.
Ora però a voi un indispensabile antefatto esplicativo: Milano 2009, Radeschi è braccato. Un criminale vuole vendicarsi e dopo avere ucciso Delia, la sua ragazza, ora i sicari sono sulle sue tracce. L’unica chance di salvare la pelle è chiedere l’aiuto di un ex Kgb russo. Riceve istruzioni ferree: deve cadere in un buco nero, insomma dileguarsi, sparire dalla faccia delle terra. Per far questo deve consegnare le chiavi di casa per far pulizia di ogni traccia, poi il cellulare, il computer e uscire definitivamente da ogni e qualunque social. Gli è concesso solo di scrivere un biglietto per affidare il suo labrador Buck all’amico Furster, una lettera di vaghe spiegazioni a sua madre e pagare cento euro per nascondere il vespone giallo. Poi via: pizzetto, taglio corto di capelli, buttati gli occhiali, lenti a contatto colorate, e una nuova identità per un’altra vita. Una fuga nel nulla, durata ben otto anni, spesso imbarcato su navi cargo fino alla fine mondo con, come unico impiego semifisso, lavoretti sporchi a Cipro per un certo Danese. Fino a quando nel 2017…
Durante un esclusivo party offerto all’interno del Palazzo dell’Arengario, sede del Museo del Novecento di Milano, dalla Tech Hack Corp, la potente società multinazionale high tech di Pietro Sartori, uno degli invitati cade davanti al celeberrimo quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Naturalmente l’omicidio – perché di omicidio si tratta – interromperà la piacevole ed erotica serata del vice questore Loris Sebastiani, da sempre coprotagonista delle avventure di Radeschi. Anche perché le trasmissioni di tutte le telecamere di sorveglianza dell’Arengario sono state cancellate da un hacker ma le riprese della morte in diretta sono già state inserite su YouTube e Twitter, e l’assassinio è stato rivendicato da qualcuno che si firma Mamba Nero. E, ma guarda un po’, le immagini delle telecamere esterne appureranno che il morto, un manager dell’azienda, prima di entrare era stato graffiato con un chiodo impregnato di veleno di un Mamba, uno dei rettili più velenosi al mondo. La faccenda diventa subito molto seria, con questo misterioso hacker che continua ad aprire e chiudere account in tutto il mondo sfidando la polizia.
Sebastiani si rende conto che non gli resta che ripescare Enrico Radeschi, ovunque si trovi, e convincerlo a tornare a Milano ad aiutarlo. Un rientro non facile che impone a Radeschi di affrontare, oltre al fatto di dover dividere l’appartamento con una rumorosa cugina universitaria scopaiola fuori corso e al suo chihuahua, anche tutte le nuove miracolose conquiste informatiche. Ma che sarà mai per lui? Gli bastano alcune ore di rodaggio con un computer d’occasione, comprato in un favoloso negozietto di via Sarpi, e il suo supertalento virtuale riaffiora miracolosamente. Non guasta la collaborazione di Fuster, il suo ricco ex allievo di giornalismo e badante di Buck il labrador (stagionato ma ancora vivo) che ha ereditato il suo blog Milano Nera, facendolo diventare una redditizia e fortunata realtà. Appena in tempo però, perché Mamba Nero è pronto a colpire ancora e il bersaglio scelto è di nuovo la Hich Tech Corp. Vogliono distruggerla?
Radeschi e Loris Sebastiani non hanno scelta. Devono affrontare una vera e propria partita mortale con l’hacker assassino che ha ricominciato a mietere vittime, ispirandosi a Leonardo da Vinci. Bisogna scoprire la sua identità a tutti i costi e bloccarlo.
Cartoline dalla fine del mondo è divertente, effervescente, spregiudicato (un pensierino all’Alligatore ci sta eccome), mette in scena efficaci personaggi di contorno che fanno da spalla a Radeschi e, tra loro, doveroso citare il funambolicamente azzeccato Danese. Anche stavolta Paolo Roversi, coinvolgendo il lettore in un tour che per Radeschi ha il sapore di una rimpatriata, rende omaggio a una Milano più moderna e cosmopolita – forse l’Expo non è stato poi così male – arricchendola di nuove entità culturali, fatte anche di edifici svettanti al cielo, senza dimenticare le opere d’arte nei musei. Tutto questo senza dimenticare i ristoranti, le birrerie e i locali dove si sta bene. Bitcoin a gogò e girandola di colpi di scena con botto finale a sorpresa (buona o cattiva?) per Enrico Radeschi.
Velato tra le righe il sapore di hardboiled alla Chandler e un rimando molto gustoso a Indiana Jones con un imperdibile duello a base di vodka. Protagonista, con forti tratti autobiografici del suo autore, Enrico Radeschi si diverte a prendere in giro gli interlocutori, a dire fregnacce e a muoversi, parlando come Paolo Roversi che gli presta magnanimamente persino Rimbaud, il suo chihuahua.

Altri due consigli della nostra immarcescibile Patrizia.
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, in La notte della rabbia Roberto Riccardi ci racconta una bella storia e con, la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.
L’eredità dell’abate nero di Marcello Simoni, Newton Compton 2017. Lasciati, anche se a me spiace, esorcismi e diavolerie del suo ultimo romanzo, Simoni torna al suo classico raccontare prima maniera, con un nuovo intrigante feuilleton (il primo di un’altra Secretum Saga) e un’avventurosa trama che mischia storia, alchimia, rocamboleschi duelli, tranelli, doppi giochi, tradimenti e costumi rinascimentali.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi è la volta di I viaggi di Giovannino Perdigiorno di Gianni Rodari, Einaudi Ragazzi 2012, che mi ha consigliato nonnone Fabione. Molte poesie e qualche racconto veramente divertenti!
Giovannino Perdigiorno non sta mai fermo e va di continuo a visitare con mezzi diversi (aeroplano, auto, carretto, dirigibile, sottomarino…) popoli stranissimi alla ricerca di un paese ideale (nonno), dove tutto è perfetto. Visita, per esempio gli uomini pianta, quelli di ghiaccio, di vetro, di fuoco, di burro… Poesie e storie di fantasia che fanno anche riflettere. Per esempio il racconto sulla felicità del pianeta fanciullo dove tutti vogliono rimanere bambini. Ma allora è meglio non crescere?
Insomma, se volete fare un viaggio, strano, avventuroso e divertente cercate Giovannino Perdigiorno e andate con lui!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2018

Oggi voglio iniziare con un abbraccio e un augurio per il nuovo anno ai miei nipotini Jonathan e Jessica. Che il sorriso sia sempre con voi. (E io, Alessandra, aggiungo i miei auguri).

Il grido della sirena di Paul Halter, Mondadori 2017.
Si parte dall’inverno del 1897, quando all’allevatore di pecore Nielsen viene portata una seconda figlia, avuta da una relazione adulterina, proprio nel momento in cui è nata l’altra frutto del matrimonio (la madre muore). Due bambine identiche, “gemelle” che vivranno, però, separate…
E si passa al 1922. Più precisamente a Moretonbury, Cornovaglia. Qui arriva lo studioso di scienze occulte, ovvero di “fenomeni insoliti e inspiegabili”, l’irlandese Alan Twist, quarant’anni suonati, un uomo esile, tranquillo con l’aria da pensionato, zazzera folta e rosseggiante, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera. È stato chiamato dal proprietario terriero James Malleson, marito di Lydie Cranston, per risolvere un caso “decisamente fuori dell’ordinario”.
Ma già prima, fermatosi alla locanda “City Dars”, aveva fatto la conoscenza di due personaggi importanti per la storia: l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard e il lessicografo Jeremie Bell ispirato al Gideon Fell di Carr, con la sua famosa corporatura elefantiaca, il doppio mento, i baffi da brigante, il mantello nero e gli altrettanto famosi “Arconti di Atene!” qui sostituiti da “Per i sandali di Mercurio!”, “Per tutti i satiri dell’Olimpo!”, “Per i fulmini di Zeus!”, “Per Marte!”. E, sempre nella medesima locanda, aveva sentito parlare di un “grido silenzioso” a cui sono legate morti violente (in parole povere muore chi non lo sente) che ritroveremo in seguito.
Il caso da risolvere per il nostro Twist consiste in uno spettro che sembra aggirarsi per la casa di James Malleson, più precisamente in soffitta. Di fronte alla casa una torre considerata luogo maledetto. Lì è stato ucciso Charles Cranston da una creatura alata e in seguito anche il figlio Julian è morto, precipitando lungo la falesia per non avere sentito il grido della Banshee, essere demoniaco con un pettine rotto, che lancia un urlo bestiale.
Intanto dall’ispettore Hurst viene messa in dubbio l’identità di Malleson. Sembra che durante la guerra abbia fatto amicizia con un tizio poco raccomandabile che gli assomiglia, ovvero l’impostore Patrick Degan. Uno dei due muore ucciso. Chi sarà quello ritornato che, tra gli altri sospetti, gioca tanto bene a scacchi come non succedeva prima della sua partenza?…
Un plot di vicende veramente complesso. Passato e presente che si intrecciano, enigmi su enigmi, drammi, misteri, tradimenti (in quel senso), il classico filone del “doppio”, il “grido silenzioso” che ancora uccide. Insomma un’atmosfera angosciosa e angosciante con lo stesso Twist a gettare sconcerto perché pensa che “dietro a tutto questo ci sia la presenza del Maligno.”
Scrittura di classe, personaggi che rimangono impressi (ce ne sono altri tra cui le “gemelle” diventate grandi e due cugini a creare scompiglio), una storia affascinante dagli aspetti sovrannaturali anche se a volte inverosimile (non tutte le spiegazioni finali convincono), fino a quando “Caso risolto”, sentenzia un Twist innamorato. Anzi, casi risolti, quelli del presente e quelli del passato.
Leggere per credere.

Il falso ispettore di Peter Lovesey, Mondadori 2017.
“L’uomo che sarebbe diventato il falso ispettore Dew si chiamava Baranov.”, uno dei superstiti, insieme a suo padre, dell’affondamento del Lusitania, anno 1915, dove morirono più di mille passeggeri. “Lo stadio successivo della creazione del falso ispettore cominciò nella primavera del 1921”. Nello studio del dentista dottor Baranov c’è Alma Webster che lo ama “con tutta se stessa”. Abita da sola in una casa su tre piani e lavora a maglia per gli uomini al fronte. Alle spalle un passato doloroso. Il vero nome di Baranov è Walter Brown, sposato all’egocentrica e dittatoriale Lydia attrice, amica, tra l’altro, di Charlie Chaplin.
Altra donna coinvolta nella vicenda è Poppy Duke “ladra da manuale.” Ma questa volta fa cilecca. Il giovanotto a cui vuole rubare il portafoglio se ne accorge e, addirittura, la sfrutta “Mi hanno riferito che sei la borsaiola più abile di tutta Londra, e io voglio assicurarmi i tuoi servigi per una sera”, dichiara Jack, sposato con Kate.
Così come saranno coinvolti Marjorie Livingstone Cordell, terzo matrimonio con Livy e figlia Barbara che farà la conoscenza del corteggiatissimo Paul Westerfield, erede di un impero finanziario.
Il punto principale della storia è che Alma e Walter si innamorano, ma Lydia vuole andare a recitare in America con il piroscafo Mauretania. Dunque per i due piccioncini o lasciarsi, oppure riprendere un’idea, migliorandola, del famigerato caso Crippen che, insieme alla sua Ethel, avevano fatto a pezzi la moglie seppellendola in cantina. Purtroppo scoperti dall’ispettore Dew. Alma è entusiasta del piano (più dei libri della sua scrittrice preferita), lei stessa si presenterà sul Mauretania nelle vesti della signora Lydia, dapprima in seconda classe, e poi in prima dopo che questa sarà addormentata con il cloroformio e gettata in mare da Walter sotto le mentite spoglie di Drew. Anche gli altri personaggi citati si ritroveranno sullo stesso piroscafo, dando vita ad una serie incredibile di situazioni.
Tutto sembra procedere per il meglio con Alma che si trova alla perfezione nella parte della moritura, fino a quando una donna cadrà veramente in mare, strangolata. E chi meglio del riconosciuto e famoso ispettore Walter Dew di Scotland Yard potrà risolvere il mistero del suo stesso crimine? Vedete un po’ il Destino. A meno che non si tratti, invece…
Vicenda intricatissima: passeggeri che scompaiono, le paure di Alma verso lo stesso Walter così cambiato, tradimento, bari truffatori con le carte, spari, il passato che ritorna, un tourbillon di sorprese che tengono il lettore avvinghiato fino all’ultima pagina. Fino all’ultima riga. Con la domanda principale “Ce la farà il nostro Walter a non farsi scoprire?” E mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura.

L’ultimo passo di tango di Maurizio de Giovanni, BUR 2017.
Non saprei da dove incominciare tanta è la forza di questi racconti. Intanto spesso mi sono commosso. E non solo perché vecchiarello votato al sospiro. Spesso mi sono commosso perché preso, rapito dai fatti, dalle storie che via via si dispiegano con una profonda e delicata sensibilità umana, tipica di De Giovanni. Parte importante il dolore. A cominciare da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di polizia al tempo del fascismo, che incontrai per la prima volta con Il senso del dolore, Fandango 2007, costretto a vedere e ascoltare le ultime parole dei morti. Lo racconta lui stesso in “Mammarella”: “Vedo i morti ammazzati, o per incidente, con violenza insomma, all’improvviso… Li vedo con le ferite e il sangue, ma con l’espressione dell’ultimo sguardo, che ripetono l’ultima metà del pensiero che la morte ha amputato, continuamente, con lo stesso tono e le stesse parole”. Una vita, la sua, all’interno di questa maledizione, di questo “Fatto.”
Mi sono commosso di fronte a certi episodi di vita reale: lo stupro delle ragazzine, la donna con un bambino in braccio ammalato che chiede aiuto al dottor Modo, di fronte alla storia di Rosaria rimasta con il figlio piccolo che non può andare a scuola, o a quella di Filomena, ragazzina orfana e sola “dai grandi occhi senza lacrime” che deve accudire i fratellini.
Ricordi, ricordi e ricordi che affiorano nei molteplici personaggi, il passato che si insinua nostalgico o doloroso nel presente, quello che sembra e che non è (vedi i fiori rubati per la moglie morente), vita e morte che si mescolano inconsapevoli in una Napoli vista nella sua multiforme realtà: scugnizzi. ambulanti, lustrascarpe, gli odori dei vicoli, “dove non esistono sensi unici né divieti di sosta”, soprattutto nei Quartieri Spagnoli, la fame, la povertà, la bellezza e la ricchezza, il mare…
Ci sono i casi da risolvere per il nostro Ricciardi con il questore addosso, e bisogna fare in fretta che il Duce stesso mamma mia, l’anello che manca, la chiesa e il bordello, il contadino ridicolizzato nel suo sentimento d’amore. Già, l’amore, intorno al quale ruota gran parte della vita, quello vero e quello ambiguo, quello falso per ottenere, magari, figli che non si hanno…
E poi il bullismo, il mondo infido della scuola e degli scrittori, una stupida società che non perdona gli anziani anche se talentuosi, la gerarchia negli uffici con il Capo circondato dai sottoposti e la “giovane fanciulla assunta” che frega tutti, la violenza maschile all’interno della famiglia, l’incomunicabilità fra marito e moglie, il fastidio per gli stranieri, l’importanza delle storie…
De Giovanni è un asso nello sfruttare tutti i marchingegni della tecnica narrativa attraverso voci narranti diverse, ed è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta. Ci sono anche dei momenti, l’ho già scritto e lo ripeto, in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi. Siamo lì sul ciglio del burrone strappalacrime ma non riusciamo a caderci per una specie di magico equilibrio. Prosa delicata, attenta alle sfumature, ora profonda, dolce e commovente, ora cruda, ora mista di humour, puntuta e ironica, ricca di stilettate a certi aspetti e personaggi della società e della sua Napoli. Passo sopra a qualche inevitabile ripetitività nella struttura e alle frasettine in corsivo che non sopporto (mea culpa).
Ce ne sarebbero ancora di cose da dire su questi racconti, semplicemente belli. Ma è meglio che li leggiate voi stessi.

Un delitto inglese di Cyril Hare, Sellerio 2017.
Warbeck Hall, la più antica residenza del Marckshire. Il dottor Wenceslaus Bottwink sta lavorando nello studio dell’archivio su richiesta di lord Warbech, gravemente ammalato. Tra poco è Natale, nevica (un classico) e arriveranno gli invitati: il figlio Robert, un nazistoide presidente della Lega di Libertà e Giustizia; Il cugino Julius, ministro laburista del governo insieme al sergente Rogers che deve proteggerlo; la nipote Camilla innamorata invano di Robert; la signora Carstairs, moglie del più stretto collaboratore del ministro. Non manca il maggiordomo Briggs impeccabile nelle sue mansioni a osservare il tutto.
Dunque una bella residenza inglese, un vecchio Lord a fine vita, un piccolo gruppo di personaggi, ciascuno con la sua personalità e i suoi “interessi”. E una neve che scende imperterrita a isolare il tutto seguita da una fitta nebbia. Se dovesse accadere qualcosa di brutto…
E qualcosa di brutto accade. È mezzanotte, la mezzanotte di Natale quando, al suono delle campane si deve fare il brindisi. Robert “vuotò il bicchiere tutto in un sorso, restò immobile per un momento, il viso orribilmente stravolto, si afferrò la gola con una mano mentre il bicchiere gli cadeva dall’altra, poi piombò pesantemente a terra, con la faccia sul pavimento”. Avvelenamento da cianuro. E sarà omicidio, anche se qualcuno prospetta il suicidio.
Chi ce l’aveva con lui? Ad indagare il meticoloso sergente Rogers fino a quando la polizia del luogo potrà accedere al casato, e lo studioso Bottwink. Tutti i personaggi, ben strutturati nelle loro caratteristiche, manifestano qualcosa di sospetto. Anche Briggs ha il suo segreto, come ogni maggiordomo che si rispetti nelle storie inglesi. E qui nasconde, fino ad un certo punto, una figlia che contribuisce a complicare maledettamente la faccenda…
Ormai l’atmosfera è tesa. Chi è l’assassino che si aggira per la casa? Ci sarà una prossima vittima? Ci sarà, anzi ci saranno e almeno una inconcepibile, tanto da far esclamare al dottor Bottwink “È impossibile! Per tutte le regole della logica e della ragione, è impossibile!” E sarà proprio lui, lo straniero che non si lascia intimidire, a risolvere il rebus.
Un classico nella struttura e nella scrittura lieve, elegante, graziosa, senza sobbalzi di sorta. Un giallo ben confezionato che riflette anche sulla politica inglese. Da leggere come distensivo preferibilmente dopo un frenetico malloppone di sparatorie, sangue e sesso.

Un giretto tra i miei libri
Un Superleggero di 105 pagine come La società dell’indagine di Alessandro Perissinotto, Bompiani 2008, è quello che ci voleva per rilassarmi e riflettere su un fenomeno dal sottoscritto (e non solo) già ampiamente verificato e sottolineato: il successo del romanzo poliziesco, anzi l’abnorme successo del romanzo poliziesco. Qui la distinzione tra generi è superflua, lascia il tempo che trova. E dunque, per Perissinotto, si deve parlare di narrativa d’indagine, il cui oggetto di valore è la verità che nasce da “un profondo senso di insicurezza”.
Il giallo (sempre inteso in senso generale) non solo consolatorio, come valvola di sfogo, come intrattenimento, ma anche come mezzo di indagine della realtà, della società e dei suoi mali.
Il primo più appannaggio della fiction televisiva con il lavoro di squadra. A riportare l’ordine non è la classica figura unica dell’investigatore ma lo Stato stesso. In ogni caso consolatorio o meno “…qualsiasi poliziesco porta con sé un protagonista che di consolatorio ha ben poco: la morte” bandita dall’Occidente che ne prova vergogna. Il romanzo poliziesco con le sue “dosi omeopatiche” di essa ci fa riprendere la familiarità perduta.
I letterati di professione con la puzza sotto il naso, riferendosi al giallo, parlano di “paraletteratura”, “letteratura di consumo”, “letteratura di genere”, “libri da stazione”. Non tutti, aggiungo, io che in questi ultimi tempi c’è stato anche un certo “ravvedimento”, vedi per esempio gli interventi su Tirature ’07 e Giallo e dintorni di Maria Immacolata Macioti.
Altri spunti interessanti: il rapporto tra il giallo e la tragedia, la sua evoluzione partendo da Holmes e Dupin passando attraverso l’hard boiled per finire tra le braccia di Maigret e poi di Dürrenmatt (citando anche Sciascia).
Si mettono in evidenza gli esiti positivi e nefasti del C.S.I. effect, si esamina la House Medical Division e l’ormai famoso dottor House che altri non è se non uno Sherlock Holmes “trasferito dalla Londra vittoriana agli Stati Uniti del terzo millennio”. Egli non cura i malati ma le malattie, con la scoperta del complotto (complottano le malattie, i superiori e gli stessi pazienti), e si analizza pure la Medical Investigation, un team di ricercatori che fanno fronte ad emergenze sanitarie. Per concludere viene fuori da parte della “massa” (intesa non in senso spregiativo ma come numero) dei lettori un forte interesse per la ricerca della verità.
Ma insomma, gira e rigira la domanda cruciale che sempre aleggia nell’aria è se il romanzo poliziesco faccia parte o meno della letteratura tout court. Per trovare una risposta tornerei ad una frase che si trova a pagina 56 “Semplificando si può dire che, agli occhi dei critici, un buon romanzo poliziesco cessa di essere un poliziesco”. È solo un buon romanzo. Capito?.

Fatemelo dire. Lo so, è scontato ma lo voglio dire lo stesso. Spesso si sta facendo una rincorsa alla disgrazia. Anche il lettore più distratto se ne sarà accorto. La disgrazia la fa ormai da padrone in molti (troppi) romanzi polizieschi di vario genere. Più disgrazie, più gusto per i lettori (si dice). Non ne rimane immune nemmeno La stanza delle urla di Thomas O’Callaghan, Mondadori 2009.
E dunque abbiamo il solito tenente della polizia di New York W. Driscoll irlandese sfigato fradicio con la moglie morta (sei anni in coma) e pure la figlia per un incidente stradale (immaginatevi i ricordi che lo assalgono a ogni piè sospinto) e aggiungo la madre buttatasi sotto le rotaie della metropolitana e pure la sorella che è in terapia (non ho capito bene di che cosa ma la testa non è a posto). Nel momento in cui scrivo non ricordo del padre ma forse è meglio così; la solita gnoccolona compagna di lavoro del suddetto Driscoll con un passato alle spalle anche lei niente male (in fatto di sfiga, naturalmente…) sotto cura psichiatrica; il solito braccio destro con problemi di alcolismo per averne combinate un paio; il solito, anzi i soliti che qui sono due, disgraziati maledetti colpiti da un destino infame (leggi violenza) che si divertono a uccidere chi gli capita sotto tiro togliendogli lo scalpo come gli indiani ecc…
E allora morti scalpati da tutte le parti (perfino nel didietro di un dinosauro nella sala di un museo), disperazione del Sindaco per gli attacchi della stampa, violenza privata che genera violenza pubblica, un miliardario che vuole vendicare la morte della figlia (anche lui un po’ strano…), i pericoli della rete, la nuova generazione di You Tube e perfino qualche tocco d’Italia con Armani e Versace (di casa e di bottega in molti thriller americani).
Capitoletti brevi, personaggi appiattiti, riflessioni scontate. Prevale lo schema sulla storia o meglio sull’efficacia della storia che va avanti quasi per inerzia se si eccettua qualche lampo di genio come il miliardario che in quattro e quattr’otto riesce a piazzare un lanciafiamme automatico sul tetto di una casa facendosi beffe della polizia.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Ludus in fabula di Danila Comastri Montanari, Mondadori 2017. Nella Roma imperiale (Claudio imperatore) una specie di misteriosa caccia al tesoro nata quasi come un scommessa, un gioco da ragazzi, ha avuto un tale imprevedibile successo da coinvolgere tutti i cittadini. Da giorni ormai tutta Roma, che si tratti di ragazzi, servi, plebei, malviventi della Suburra o addirittura ricche dame patrizie, cavalieri e membri del senato, sono caduti vittime dell’incantesimo e si mettono in gara per risolvere gli indovinelli e seguire la pista. Più in particolare un ragazzone sveglio ma pasticcione, un famosissimo campione di trigono, una donna affascinante ma dal carattere impossibile, i membri di una banda di Galli che imperversa nella Suburra, un equivoco segnapunti, tre plebee che devono sbarcare il lunario e un giovane straniero che, stranamente, sembra il senatore Publio Aurelio Stazio da giovane. E poi tante voci girano, ingigantendosi. Si favoleggia di un milionario premio destinato a chi sarà il fortunato vincitore. A Roma è diventato l’argomento del giorno e Pomponia, la rotonda matrona, la più informata di Roma (leggasi pettegola) buona amica e spalla del nostro ricchissimo senatore, è già pronta all’alba, impegnata alla spasimo nella competizione con la sua più agguerrita rivale Domitilla, per andare a scovare un nuovo indizio, presso la statua di Cornelia nel Portico di Ottavia. Ma stavolta niente facile indovinello e invece, dietro alla statua, trova un mano mozzata con un anello al dito, un indizio talmente agghiacciante che la procace matrona stramazza al suolo. Ciò nondimeno, non appena riprende i sensi, corre in cerca di sostegno e aiuto dall’amico senatore, Publio Aurelio Stazio.
Perché all’improvviso la caccia al tesoro, da innocuo passatempo, si è trasformata in un gioco di morte? Aurelio Stazio decide che bisogna intervenire al più presto e, ricuperato il macabro reperto, chiede lumi al suo medico e protetto Ipparco di Cesarea, acuto precursore dei moderni anatomopatologi. Ipparco infatti, pur con solo quella a disposizione, riesce a dirgli che si tratta della mano di un ragazzo, che probabilmente lavorava in una follonica (lavanderia), ma che era già morto quando gliel’avevano mozzata.
La solita composita e variegata ambientazione e le caratteristiche e le abitudini della romana umanità dell’epoca, comprese le colorite rappresentazioni di vivande e cene sopraffine, sono ben ricostruite senza mai appesantire la narrazione e descritte da Danila Comastri stuzzicando il lettore con il suo impareggiabile humour. Ma, mentre Aurelio si dedica a far luce sugli enigmi, spalleggiato dal solito stuolo di famigli collaboratori molto bene retribuiti (o che si retribuiscono da soli: quali l’astuto liberto, Castore, il fido insomma? amministratore Paride), lo sconosciuto ideatore della caccia al tesoro alza ancora la posta in gioco e comincia a lasciare dietro di se una scia di cadaveri. I ragazzi morti diventano tre e non basta… Il numero si ripete, eh già! Ci sono tre donne poverissime, tre abbienti fratellastri, i Suri. Il senatore si scervella anche sul mistero del suo quasi sosia che pare ricomparire dappertutto. Un altro indovinello? Poco male, perché tanto ormai Publio Aurelio Stazio deve affrontare e risolvere l’enigma del perfido gioco di morte. Riuscirà a farcela anche stavolta?
Con Ludus in fabula Mondadori riporta nelle librerie il famoso personaggio creato da Danila Comastri Montanari, il senatore Publio Aurelio Stazio con la suo colta, frizzante e vivacissima indagine poliziesca, molto poco giallo classico tradizionale e che si legge in un lampo. Molto intrigante la caccia al tesoro e tutto il bailamme del corollario.

La solitudine del ghiaccio di Sheena Kamal, Harpers Collins 2017.
Una sopravvissuta: così si definisce Nora Watts, la protagonista di La solitudine del ghiaccio, il fortunato romanzo di esordio di Sheena Kamal, pubblicato in Italia da Harper Collins e ambientato in Canada, più in particolare nel Nord Ovest. Nora Watts, mezzosangue autoctona, non bella, ultratrentenne trascurata. Nora non è una poliziotta, né un avvocato e nemmeno un’investigatrice; è semplicemente una donna con un difficile passato che non vuole essere considerata una vittima ma una sopravvissuta. È orfana, ha passato l’infanzia in diverse strutture casa-famiglia, si è arruolata nell’esercito, in seguito si è mantenuta con la sua voce e, dopo aver subito una spaventosa violenza, si è lasciata andare alla disperazione e all’alcol.
Quando finalmente ha trovato l’aiuto e la volontà per lasciare la bottiglia, in virtù della raccomandazione del suo quasi angelo custode, il giornalista che le ha salvato la vita e poi ha romanzato la sua storia, Nora ha ottenuto uno pseudo lavoro a Vancouver, come segretaria tuttofare, assistente nelle indagini di una coppia di gay, uno scrittore, giornalista d’indagine e un investigatore privato, e vive “clandestinamente” nello scantinato dell’ufficio, con Fruscio, una cagna bastarda che l’ha scelta.
Anche se di tanto in tanto i demoni dei ricordi affollano minacciosi la sua mente, la sua vita è vagamente accettabile, non spende in vestiti e risparmia ogni dollaro per trovarsi una sistemazione migliore. Ma una mattina presto il suo cellulare squilla ripetutamente e, quando risponde, la voce di un uomo, che si presenta come Everett Walsh, le chiede di ritrovare la figlia, una ragazzina scomparsa. Ma è il suo passato che ritorna schiaffeggiandola, perché la quindicenne scomparsa, Bonnie, è sua figlia, frutto della violenza da lei subita e che ha dato in adozione appena nata. Secondo i ricchi genitori adottivi non è la prima volta, Bonnie è ribelle, è già successo, stavolta è scappata rubando molti soldi della famiglia e la polizia, visto i precedenti, non la sta cercando. Ma stavolta Bonnie è scomparsa da troppo tempo e allora Everett Walsh e sua moglie Lynn angosciati hanno cercato Nora, la madre naturale, nella vana speranza di trovarla da lei…
Un racconto tutto in prima persona, che si snoda senza fronzoli accurato e, pur pervaso da amara ironia, si mantiene sempre pacato, nonostante il carattere drammatico delle scene descritte. Un romanzo crudo e violento, con una singolare e intrigante protagonista, e qui mi pare inevitabile fare il confronto con la Lisbeth Salander di Stieg Larsson. Nora Watts, una protagonista difficile, spesso sgradevole, un’antieroina, che non guarda in faccia nessuno, che si approccia male e troppo spesso fuori dalle righe con gli altri personaggi della storia (buoni o cattivi). Una protagonista che forse avrà un futuro grazie alla sua splendida voce di contralto e che, volenti o nolenti, riesce a incantare gli ascoltatori e ad appassionare i lettori. E riuscirà anche a sorprenderli in un geniale epilogo, con un’ inattesa ma plausibile verità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della Fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2010.
La prima avventura si svolge sotto il mare dove c’è il castello delle fate. Qui Geronimo Stilton incontra una fata di nome Aquaria che gli chiede di sconfiggere la strega malvagia Vermelia che abita in un castello. Durante il viaggio incontra come falso amico un coyote, viene legato ma poi liberato dal cavaliere Drago Blu che ha un cuore blu sulla fronte. Egli lo aiuterà a sconfiggere la strega Vermelia se a sua volta verrà aiutato a ritrovare la sua ragazza Melissa…
Una storia straordinaria ricca di tante vicende fantastiche inaspettate e di personaggi strani: anelli magici, i Troll che lanciano caccole, fanno rutti e scorregge (giuro), ometti piccoli e verdi, streghe su serpenti alati, Geronimo che viene trasformato in rospo, streghe che diventano fate…
Una lettura avvincente che vi terrà con la bocca spalancata fino alla fine!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2017

Quando il verso di una canzone colpisce più di mille parole…
Non c’è niente da fare. Mi viene di canticchiarla, così, all’improvviso. Quasi senza accorgermene. Come, ogni tanto, la recita di qualche verso di poesia che mi è rimasto nel cuore. Quando la vita si distrae cadono gli uomini di una recente, fortunata canzone, arriva spesso tamburellante a colpirmi. Perché? È una canzone allegra, divertente, che il mio nipotino ha imparato a memoria perfino con i movimenti del suo noto cantante. Eppure, eppure quella Vita che anche solo per un attimo si distrae dal suo compito essenziale, quella Vita che cerca di sfuggire al destino per cui è stata creata deve farci riflettere. Allora cadono gli uomini, sia in senso sia figurato che concreto: l’autodistruzione, l’assassinio, la guerra. La Vita si è distratta. Ma la Vita non si può distrarre. Non lasciamola distrarre. Per noi stessi. Per i nostri figli. Per i nostri nipotini.

La tomba insanguinata di Edgar Wallace, Mondadori 2017.
Un edificio a prova di dinamite con una cassaforte a quindici metri di altezza per contenere una somma da capogiro, il “tutto spillato ad una massa di babbei”. Fregato, insomma, dal capo Reale con l’aiuto di Jimmy, Connor e Massey. Ma il vecchio Reale non ha molto tempo davanti a sé e vuole risarcire almeno Kathleen Kent, la figlia di uno degli sprovveduti. Anche gli altri suoi “colleghi”, però, vogliono la loro parte.
Questo tesoro di dollari è legato a un rompicapo (alcuni versi contengono la chiave per aprire la cassaforte) e chi lo risolve se lo becca. Il tutto scritto nel testamento in mano dell’avvocato Spending che cercherà, a sua volta, di trarne profitto. Intanto Massey ci lascia le penne dopo avere ucciso il vecchio. Sulle due morti indaga Christopher Angel, eccentrico detective di Scotland Yard, già cacciatore di leoni ed elefanti in Africa ed inviato speciale di giornali. Sarà una lotta dura, durissima per accaparrarsi il malloppo tra scontri, trucchi, tranelli, inseguimenti, rapimenti, case a soqquadro, uccisioni, piccolo tocco di romanticismo attraverso una scrittura veloce tipica dello stile di Wallace.

Il Club delle Vecchie Signore e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
È sempre un piacere trattenersi un po’ con Simenon. Qui abbiamo quattro racconti che narrano le avventure della famosa Agenzia O.
Partiamo dal primo Il prigioniero di Lagny.
Torrence, Émile e Barbet “cioè l’organico maschile dell’Agenzia O”, si trovano, al buio, sotto l’acqua gelida che viene giù dal cielo, sulla riva di un fiume. È arrivata una lettera senza firma. L’autore chiede loro aiuto perché sequestrato in un luogo che ignora. Tuttavia ha dato qualche indicazione che potrebbe servire a ritrovarlo. Il gruppo indaga: una casa abbandonata, una chiatta, un pittore proprietario della medesima e una giovane donna che posa nuda. Uccisa. Come accusare il pittore dell’assassinio, tra l’altro amico di persone importanti?
Il Club delle vecchie Signore
Émile dalla signora Pitchard. Deve rivelargli un fatto strano. Tutte le settimane ha l’abitudine di invitare a casa sua una delle signore iscritte al Club delle Vecchie Signore dove si gioca a bridge e ad altri intrattenimenti di società. Sabato scorso è toccato alla signora Sacramento, ovvero non proprio signora se gli è spuntata la barba! Chi è, dunque, costui? E perché si è fatto ammettere al Club? Ricerca interessante, incontro con una vecchia fiamma e… occhio alla mela!
Il dottor Beccamorti
Qui, ragazzi, ci sono anche gli scacchi (altra mia passione). Subito all’inizio abbiamo un signore (in seguito sapremo essere il dottor Maupin, ovvero il dottor Beccamorti) che, nel Club degli scacchi di Parigi, appena finita una seconda partita, si sta concedendo qualche attimo di riposo quando arriva il vicepresidente del club “Scusi dottore… Mi permetta di presentarle un amico… Non fa parte del circolo, ma stasera è qui come invitato e poco fa l’ha vista giocare…”. Insomma l’amico lo sfida apertamente ed è perfino disposto a concedergli il vantaggio di una Torre e di un Alfiere. A lui, uno dei più forti giocatori del circolo, che ha già vinto con un russo assai famoso! Una partita senza senso, anche perché il giovanotto, presentato come Tallandier è, in effetti, Émile, la mente della Agenzia investigativa O. Egli ha come unico scopo quello di trattenere il dottor fino all’arrivo di una telefonata da Barbet, ex scassinatore diventato fattorino della suddetta agenzia, che sta ispezionando minuziosamente l’appartamento proprio di Maupin. Infatti si pensa che ci tenga prigioniera una sua paziente. Niente, ora non c’è ma in seguito verrà trovata proprio lì morta stecchita. Aggiungo una nipote, un’amante, un testamento e… una colla forte…
Il ricatto dell’Agenzia O
“Signor Torrence, prego, ci segua alla Polizia giudiziaria”. E il nostro viene arrestato perché ha in mano una busta piena di banconote! Incredibile. Caso complesso: uno scultore che confessa un assassinio, un ricattatore e perfino sospetti di Torrence stesso sui suoi dipendenti. Insomma un’agenzia seria e rispettata “sull’orlo della rovina e del disonore!”. Come risolvere la delicata situazione?…
Situazioni pazzesche, scherzose, umoristiche, stravaganti. Sembra quasi di vedere Simenon che si diverte come un matto a infilare i suoi personaggi in vicende comiche e grottesche, perfino paradossali. Personaggi vivi con le loro concrete caratteristiche fisiche e umorali, che si danno da fare, scrutano, indagano, deducono ma a volte in difficoltà di fronte a certi momenti incongrui e inaspettati. Racconti estrosi, frizzanti. Racconti di classe.

Le molliche del commissario di Carlo F. De Filippis, Giunti 2017.
Le “molliche” del commissario, ovvero di Salvatore Vivacqua, siciliano cinquantenne trapiantato a Torino, sono le tracce che il colpevole lascia dietro di sé. Se si è capace di vederle… Aggiungo un metro e settantacinque, novanta chili, medaglia al valore, cicatrice di arma da fuoco al torace, diverse ferite da arma da taglio, costole del lato sinistro fratturate, sigarette e caffè, soprannome “Niky Lauda, o Siciliano di merda, o Scassacazzi; per pochissimi Totò”. Sposato con la psicologa Assunta Bellomo, due figli Fabrizio e Grazia, il setter Tommy.
Ma veniamo al sodo. Un omicidio nella chiesa della Santissima Trinità. Ucciso don Riccardo in maniera barbarica con la testa ridotta a una poltiglia. Indagine con i sottoposti Carbone e Migliorino e ci sono pure Gargiulo, Calabresi e Patanè. Una vendetta? Faccende di sesso? Molestie? Oppure un pazzo come vorrebbe monsignore? Forse una traccia, due tizi che si sono affrontati con il coltello davanti al prete. Bisogna trovarli. Nella zona San Salvario “guai a ogni passo: puttane mezze nude con le pupille spalancate, neri grossi come alberi, clandestini fermi…”
Altro omicidio. Strangolata Jolanda Petrini, ricca, ma niente è stato portato via. Donna fatale, se la faceva con diversi tra cui il dottor Alberto Francia, ultimo a vederla. Sospettato pure il maestro Giardini e il notaio Tagliavento. Un gioco erotico finito male? Vendette? Gelosie?
Alternati a momenti di analisi, ai dubbi, alle molliche che non si fanno vedere ecco il movimento, la lotta, gli scontri, le coltellate, i colpi di pistola, qualcosa di troppo da parte dei poliziotti e l’intervento della Disciplinare. Spuntano le fotografie rivelatrici, arrivano le molliche e gli ingranaggi del cervello incominciano a funzionare, “…un’idea frullava nella testa. Un’idea tanto balorda che ebbe timore a scriverla. Si limitò a pensarci sopra con l’intenzione di demolirla, ma se avesse resistito…”
Tradimenti, sesso simpatico, eredità appetitosa, i due casi che, apparentemente scollegati, si allacceranno insieme come tanti tasselli di uno stesso mosaico attraverso una scrittura dinamica. Pure una sostituzione di persona, una finta morte, una falsa rapina, una falsa prova con depistaggio e perfino citazioni degli scacchi che interessano solo al sottoscritto, Per capire in parte la complessità della storia basta tenere a mente I fantasmi del cappellaio di Simenon. Lo rivela alla fine il commissario stesso.
C’è di tutto e di più in questo libro. Anche troppo. Ma è questione di gusti, come ho ripetuto tante volte.

Spiluzzicature
Annaspando tra i libri della mogliera ho spiluzzicato La vita in due di Nicholas Sparks, Sperling Kupfer 2017. Ecco cosa ci fa sapere l’autore in quarta di copertina “Scrivendo questo romanzo ho capito, una volta di più, quale straordinaria riserva di emozioni contiene ogni famiglia. Sono padre di tre maschi e due gemelle, perciò so molto bene quanto è unico il rapporto dei genitori con ciascuno dei propri figli. Qui però ho deciso di raccontare il legame profondo che si stabilisce tra un padre e una figlia, le difficoltà, i rischi e naturalmente le gioie immense. È una storia forte come l’amore incondizionato che unisce i due protagonisti, e anche se a volte la vita prende strade impreviste, è proprio il modo in cui affrontiamo ogni momento, anche il più doloroso, a definire il nostro futuro.”

Nel più bel sogno di Marco Vichi, Guanda 2017, ci riporta, con il commissario Bordelli, in quella Firenze del 1968 con le lotte studentesche, gli scioperi e gli scontri con la polizia che pure il sottoscritto ha vissuto, più da spettatore devo dire, quando si pensava e si credeva in un futuro diverso e più bello.
Con L’inquilino del piano di sopra di Harriet Rutland, Polillo 2017, siamo nella Londra bombardata dai tedeschi nella seconda guerra mondiale. Storia di uno scrittore pensionante in una famiglia che si rivela via via completamente diversa. Una morta da morfina e una testa fracassata in un periodo della storia dove l’uomo mette in mostra il suo lato peggiore.
Chi desidera penetrare nei meandri oscuri di una famiglia all’apparenza perfetta si becchi La donna silenziosa di Debbie Howells, Newton Compton 2017. Tutto parte dalla sparizione di Rose Andersen in una piccola cittadina inglese. E gli Andersen nascondono diversi segreti… Classico thriller psicologico, o domestic thriller che va tanto di moda.

Un giretto tra i miei libri
La ricetta dell’assassino di Anne Holt, Einaudi Stile Libero Big 2012.
Oslo, dicembre 1999. Un cuoco famoso, Brede Ziegler, morto accoltellato (e che coltello! Un Masahiro 210). Ci vorrebbe Hanne Wilhelmsen, ma è lontana tra le suore di un monastero, che funge anche da albergo, addolorata per la morte della compagna Cecilie. Al suo ritorno, passando per Verona, l’incontro fortuito con una donna dai guanti rossi come i suoi. Salto sul letto e via in patria.
Quando Hanne riprende il lavoro subito una critica agli interrogatori (si alternano i verbali alle azioni), non per reticenza degli ascoltati ma per le domande non fatte. Incontro-scontro con Billy T., ispettore di polizia che ha condotto le indagini, una brancata di figlioli da diverse donne (non ricordo quante), ora, però, con moglie e figlia piccola che non lascia dormire insieme ad un dispettoso mal di denti. Abbandonato da Hanne, dopo il solito saltone sul lettone, “a causa del comune dolore per Cecilie” (quando siamo giù di corda succede sempre così).
Ricerca dell’assassino che ha ucciso due volte: con il coltello (già detto) e con farmaco in dose letale. Tra l’altro il morto non destava troppa simpatia e per qualcuno era proprio una “merda”, tanto per esser chiari. Lettere minatorie di “Pugno Bianco”, libri pregiati da vendere, uno da scrivere sulla vita culinaria di Brede e c’è pure chi frega bottiglie costosissime di vino dal suo ristorante.
Aggiungo altri elementi della polizia con i loro squarci di vita, altri personaggi con le loro problematiche che sembrano estranee (ma non lo sono) all’evolversi della vicenda, l’andamento di un processo, l’omosessualità maschile e femminile, figli segreti, eredità da urlo (qualche forzatura come la storia da libro cuore della prostituta Marry la Zarra ci sta), una lunga scia di malinconica tristezza che serpeggia lungo tutto il racconto. Vissuto più da dentro con una scrittura che scava leggera e decisa nell’animo dei personaggi.
Un plot sostanzioso (anche troppo) che si scioglie lentamente dentro una atmosfera di neve cadente e di lucciconi agli occhi.

La sciarada dei tre corpi di Miles Burton, Mondadori 2009.
Siamo a Goose Common nel Deanshire. Il 7 giugno la signora Ethel Burge, per gli amici Wendy, parte dalla città di Deaning alla ricerca di fondi per l’ospedale della contea. Incontri, chiacchiere, spunti su alcuni abitanti del paese, notizia della morte di un signore. Poi sua scomparsa insieme a quella del marito andato a Londra e sua ricerca da parte del signor Hopcroft, avvocato di famiglia. Buona l’atmosfera che si fa sempre più tesa e inquietante. Arriva l’ispettore Arnold con il suo amico Merrion per fare luce sul delitto di Wendy ritrovata cadavere vicino ad un fiume. Iniziano le perplessità, i dubbi, le congetture, i primi squarci su una vita di paese solo all’apparenza tranquilla (un classico).
Interessante coppia questa di Arnold e Merrion. Il primo più statico, il secondo sempre a girellare in qua e là e a scoprire nuove tracce, ognuno con una idea diversa sul possibile assassino di Wendy. Tutto un fermento di idee e supposizioni. Personaggi di varia nazionalità: inglesi, irlandesi, argentini, due barconi, la Kathleen e la Psiche (ridotte male) che il loro spazio nel racconto ce l’hanno. Non manca l’uomo misterioso, un altro sparisce e insomma gli abitanti di Goose Common agli occhi di Merrion non sembrano proprio normali “Mi sono anzi convinto che siano stati tutti contagiati da qualche sorta di virus che li fa comportare in modo anomalo”. Vedi l’esempio di una signora particolarmente impaurita senza apparente motivo.
E poi malviventi, tentativo di estorsione, altri morti ammazzati, un tourbillon di supposizioni e ricostruzioni possibili della ingarbugliata vicenda che cambiano con il cambiare degli eventi. In primo piano Desmond Morris che ha lavorato nel reparto del controspionaggio dell’Ammiragliato nelle ultime due guerre, sua l’intuizione decisiva e grande colpo di scena finale. Ragionamenti ed elucubrazioni inframmezzati ai racconti dei vari personaggi. Lettura intrigante, piacevole, serrata, svolta con buon ritmo.

La Scorciatoia di P.G. Sturges, Revolver 2012.
Los Angeles. Dick Henry, ex marinaio di sottomarino e poliziotto, ovvero “La Scorciatoia” per chi ha problemi impellenti da risolvere, e Lynette “splendida zoccola” dalla faccia d’angelo senza rispetto “per niente e per nessuno”, apertamente immorale. Due personaggi al centro della storia. Uno dai sistemi spicci ma dal cuore d’oro che difende i deboli dai cattivi essendo lui più cattivo, una che scopa con un bel po’ di gente e ora con lo stesso Henry.
Tutto fila liscio fino a quando non gli arriva un “lavoretto” un po’ più cospicuo da parte di Artie Benjamin, riccone stracolmo di quattrini che vuole sapere se la sua mogliettina Judy lo tradisce. Facile come bere un bicchiere d’acqua se… ma non voglio svelare niente.
Qualche altro spunto su Dick. Alto, secco e forte, occhi azzurri, capelli rosso bruno, lentiggini sbiadite, naso un po’ a gobba e storto, sposato e lasciato per essersela spassata con una segretaria, cerca di riconquistare la moglie Georgette bella bionda tendente al rosso, (“D’altronde c’è un solo Dick Henry in questo mondo”), due figli, passione per la musica jazz, ha suonato in una blues band, primo lavoro strillone di giornali, ucciso un violentatore di bambina da poliziotto. Aggiungo come suo pensiero la vita una merdata, tutti bugiardi, tutti disonesti, contano le conoscenze, gli amici, le raccomandazioni, tutto è in vendita e siamo ai giorni nostri. Sogni perduti, ridicoli, amore romantico blah…
Lynette è la femme fatale che fa girare la testa a chi le sta intorno, sesso, sesso e sesso, è tutta una questione di denaro, di avidità, dove l’inganno e la violenza la fanno da padroni. Conseguenza lo scontro, anzi gli scontri finali.
Potrei definire il succo del libro con quello che è il manifesto della nuova casa editrice “Qualità narrativa, profondità nel tratteggiare i caratteri dei personaggi, ritmo sincopato, azione adrenalinica e parossismo visivo, trame a orologeria”.
Tolte le trame ad orologeria che qui non c’entrano niente non sposterei una virgola, anche se il tutto odora di una certa ripetitività di schemi già conosciuti.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La moglie imperfetta di B.A. Paris Nord 2017, dimostra immediatamente che l’autrice ha scelto di seguire una trama in sintonia con il suo primo thriller, La coppia perfetta, in cui il lettore si trovava a scoprire le spaventose pecche di quello che, pur con minuscole ma inquietanti crepe sulla facciata, sembrava un matrimonio perfetto. Scopriamo infatti ben presto in La moglie imperfetta un angosciante universo femminile vissuto in prima persona, dove domina l’incubo ossessionante di una invalidante malattia. 17 luglio, dopo una serata tra colleghi insegnanti prima delle vacanze estive, il tempo ci mette lo zampino e abbiamo un incipit che ci regala (ricordate Snoopy) la classica notte buia e tempestosa, con lampi seguiti da fragorosi tuoni accompagnati da acqua a catinelle. Cass prende la macchina per tornare a casa e, nonostante che suo marito Mattew le abbia suggerito per telefono di non tagliare per la scorciatoia di Blackwater Lane, lei non l’ascolta e si trova con la sua Mini a percorrere una strada buia e pericolosamente allagata. Attraverso la cortina di pioggia scorge un’auto ferma, con una donna al volante. Si ferma subito dopo lungo la carreggiata, ma non scende per andare a controllare, perché è istintivamente intimorita. Indugia un po’ prima di ripartire, più tranquilla e convinta che, se la conducente avesse avuto bisogno di aiuto, le avrebbe fatto cenno con il clacson o con i fari.
Al suo arrivo a casa non incontra il marito ma lui le aveva anticipato per telefono la sua intenzione di dormire nella stanza degli ospiti perché afflitto da una spaventosa emicrania. La mattina dopo però, nell’ascoltare i notiziari, scoprirà che la donna della macchina in sosta è morta pugnalata. E scoprirà anche che si trattava di Jane Walters, una giovane moglie e madre che aveva conosciuto da poco e sperava diventasse un’amica. Nonostante le affannose indagini della polizia l’assassino è introvabile. Cass, che si fa una colpa dell’accaduto per non essere andata a vedere, tace con il marito e persino con Rachel Baretto, la sua migliore amica, quasi una sorella. Ha paura, teme di essere stata riconosciuta, si sente seguita, sorvegliata e contemporaneamente comincia a dimenticare cose banali, tipo regali da comprare, appuntamenti per fare colazione, dove ha parcheggiato la macchina e non riesce più a fare le cose più semplici, le pare di non sapere più caricare la macchina del caffè o la lavatrice. Nonostante abbia solo trentatré anni, nella sua mente serpeggia il dubbio di essere malata di demenza precoce, sua madre è morta per quella malattia – E se quella famosa notte avesse visto qualcosa? Se fosse stata testimone di un omicidio? Atroce dubbio rinforzato dalle strane telefonate mute che riceve quando è in casa da sola. Gli unici ai quali può chiedere aiuto e confidarsi sono Mattew suo marito e Rachel la sua migliore amica. Il suo medico le prescrive delle pillole rilassanti. Lei, sempre più angosciata, non riesce quasi più a farne a meno e vive le sue giornate fuori dal mondo, abulica, sdraiata sul divano, praticamente ko. E proprio quando Cass si rende conto di avere bisogno che qualcuno l’aiuti e le creda, sente che invece Mattew pur restandole accanto è sempre più distaccato e ascolta incredulo qualunque cosa lei gli dica. La sua mente scivola verso un lento ma inarrestabile tracollo. Ormai non sa più cosa fare. Per forza, perché quando si arriva a dubitare persino dei propri ricordi, diventa sempre più difficile restare lucidi, non farsi prendere dal panico e, soprattutto, riuscire ancora a fidarsi… Fino a quando miracolosamente un giorno lo “scherzo” di un telefono preclude a un cambio di rotta epocale che, con un geniale epilogo, scoprirà tutte le carte in tavola, restituendole la sua vita. La protagonista (che deve essere fatta di ferro, altro che demenza) è sottoposta per 400 pagine ad angosce, oppressioni, affanni e premeditate torture mentali per tenere in piedi un castello di carta fatto di minacciose bugie. Insomma è schiacciata da un’allucinante atmosfera da incubo in un sofferto thriller psicologico ben costruito ma che a mio vedere forse si sarebbe giovato di un maggiore compendio narrativo.

Altri spunti della Debicke
Il thriller di Karin Slaughter, La figlia modello, pubblicato da HarperCollins Italia e disponibile nelle librerie dal 9 novembre, è stato preceduto da un blogtour. Qua si parla dell’ambientazione.
Uno dei motivi per cui la Slaughter decide di ambientare i romanzi in Georgia è che lei è molto legata al territorio e, inoltre, è un modo per raccontare come – anche in piccole città, dove tutti si conoscono e tutto sembra perfettamente normale e tranquillo – possano accadere fatti spiacevoli o episodi di violenza. Un romanzo coraggioso che riesce a esaminare con distacco una certa scomoda realtà americana e la comune torpida mentalità di una cittadina della Georgia, circa trent’anni fa (anche se temo che nel frattempo il modo si pensare non sia molto cambiato). Tessendo i diversi percorsi di vita dei personaggi, Karin Slaughter offre ai lettori tutti gli elementi per seguire in diretta la trama. E, per far meglio risaltare la determinazione e la forza morale delle finalmente ritrovate sorelle Quinn, si dilunga nei dettagli e nei particolari visivi della violenza più efferata dei buoni o dei cattivi, che si confronta con la pavida reazione della gente di fronte all’improntitudine o, molto peggio, con l’omertà.

L’ultimo romanzo di Elena Torre, Il mistero delle antiche rotte, Cairo 2017, si rivela il secondo capitolo e il seguito di Il segreto dei custodi della fede (2015), pubblicato dallo stesso Editore. La stessa atmosfera gialla, fantascientifica ed esoterica, che utilizza gli stessi, più o meno, protagonisti del primo romanzo, conferma ancora una volta la fantasia dell’autrice, ma allo stesso tempo un’accurata ricerca sulle tematiche affrontate che, in questo caso, privilegia l’archeologia e, nella fattispecie, il crudele ma fascinoso mondo egizio. Anche certe atmosfere de Il mistero delle antiche rotte ci sono già note, vedi luoghi a lei molto cari quali la Versilia: Viareggio (il mare, il porto, il celebre Grand Hotel Principe di Piemonte) e Pisa. Poi l’orizzonte si allarga e la narrazione spazia da Roma a Ginevra e dal Cairo raggiunge Città del Capo. Contenuti dotti: archeologia terrestre e marina, antropologia di indagine che non arretra di fronte a possibili novità, giurisprudenza internazionale, conoscenze linguistiche sconfinate, arte nautica di costruzione e navigazione, scienza e scoperte della medicina, magia, ma soprattutto distorto e minaccioso malaffare creano un complesso intreccio in cui l’autrice, facendo ballare come marionette i suoi attori da un luogo all’altro della terra, regala al lettore una immaginifica finestra su diaboliche sette senza scrupoli, manipolazione genetica e perversi rapporti familiari. Un romanzo fiume, destinato agli amanti del genere, ma in grado di stuzzicare con i suoi personaggi e le sue avventure anche lettori di altri gusti? Ritengo possibile un’iniziale difficoltà di ambientarsi nonostante i richiami e le spiegazioni per coloro che non abbiano letto il capitolo precedente della saga. E un finale aperto, in attesa di altre trame e possibilità, rivela che Il mistero delle antiche rotte è solo la seconda parte di un progetto narrativo più ampio.

The Guardian piazza Gli omicidi dello Zodiaco di Soji Shimada «tra i TOP 10 “gialli della camera chiusa” più belli di tutti i tempi».
Il romanzo – di esordio per il suo autore e primo della serie da lui dedicata al detective Kiyoshi Mitarai – uscito in Giappone nel 1981 ma tradotto in inglese solo nel 2014, è, senza tema di smentita, un capolavoro del genere “gialli della camera chiusa”. E finalmente, nel 2017, la Giunti lo pubblica anche in italiano per i suoi lettori.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
Oggi è il turno di Il tesoro delle Bermuda di Sir Steven Stevens della serie Agatha Mistery, DeA 2012.
Agatha, Larry, Mr. Kent e il gatto Watson partono per il Triangolo delle Bermuda, perché è sparito un calendario d’oro in un forziere in fondo all’Oceano Atlantico. Qui sono accolti dal loro zio Conrad Mistery che lavora in un parco acquatico con dei delfini ed altri cetacei meravigliosi. Non c’è tempo per divertirsi. Devono incontrare un certo Ronald Murrey che ha la passione di recuperare antichi relitti, l’ultimo dei quali un disco d’oro massiccio, praticamente un calendario Maya, finito in mare durante una burrasca, secondo la storia del capitano della nave. Ma Murrey pensa che l’abbia rubato. I nostri si ritroveranno adindagare sulla nave e sui possibili sospettati. Come al solito risolveranno il mistero tra le bellezze della barriera corallina.

Alla prossima.
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2017

Una mia fissazione…
Le frasette in corsivo
Ormai si trovano dappertutto. Non c’è giallo che si rispetti (inteso in senso generale) che non abbia le sue brave frasette in corsivo. E non in una pagina o due soltanto ma spiattellate lungo tutto il romanzo. Tanto da formare esse stesse una specie di sotto romanzo. Frasette in corsivo che tendono a evidenziare il pensiero vero del personaggio a cui si riferiscono. Perché i personaggi, si sa, sono come gli esseri umani in carne ed ossa. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Brutti bastardi. Se ne trovasse uno coerente con se stesso dalla fine al principio. Nemmeno a cercarlo con il lanternino. E allora giù frasette in corsivo… Oppure servono per dare informazioni criptiche su chi sia l’assassino o per mettere in evidenza lo sbocciare di un sentimento, di un desiderio, di una attrazione fisica che si tende, almeno in quell’attimo, a reprimere. Anche se si ha una voglia matta di saltarle/gli addosso. E così si assiste talvolta a degli sdilinquimenti da far venire il famoso latte ai ginocchi. Con inevitabile caduta nel ridicolo. Ma guarda un po’ sembrava tutto/a d’un pezzo e vedi come miagola.
Le frasette in corsivo sono uggiose. Rompono le palle.
Levatele!

La torre degli Scarlatti di Stefano Di Marino, Mondadori 2017.
Ad Amsterdam, il nostro (ormai dobbiamo chiamarlo così dopo il primo incontro con Il palazzo dalle cinque porte) Sebastiano (Bas) Salieri, noto illusionista e profondo conoscitore delle tradizioni occulte, si trova di fronte ad una richiesta piuttosto bizzarra, ovvero riordinare e catalogare la biblioteca degli Scarlatti (ricca, soprattutto, di testi di magia, demonologia, di volumi sull’inquisizione…). Qualche suo tratto “Un giovane alto, con i lineamenti affilati, i capelli scuri, lunghi sul collo e una barba a mosca che gli conferiva un aspetto vagamente luciferino”. Illusionista, ma anche “cacciatore di ciarlatani, di finti maghi, nemico di quelli che approfittavano della superstizione della gente…”
La richiesta viene da Federico Cocci, maggiordomo e amministratore dei beni della casata Scarlatti, in San Girolamo in Colle vicino a Volterra, il cui capostipite Cosimo era stato uno studioso e negromante vissuto in Toscana tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Si dice, perfino, che avesse scoperto le tracce di un’antica metropoli ricca di tesori dedicata al culto del Demone Blu. Dietro di sé la leggenda della Torre degli Scarlatti, forse una strada per arrivare a questa famosa necropoli.
Oggi la suddetta casata è diretta da Giacomo Scarlatti che l’ha riportata all’antico splendore. Sposato con Cecilia Augenti, sono stati divisi da un tradimento del primo da cui è nata Priscilla, la figlia maggiore. Cecilia, tuttavia, prima di morire “in circostanze misteriose”, trovò un notaio, che nessuno conosce, a cui dette mandato di consegnare l’eredità solo ai figli legittimi Luca e Mirella. E ora Luca sembra ritornato, scampato alla morte di un terribile incidente automobilistico, dopo un esilio volontario.
Riordinare la biblioteca è solo un pretesto, l’obiettivo principale è quello di scoprire i misteri della famiglia “in attesa che la famosa Torre e l’eredità ricompaiano” e decifrare i segni, ovvero i simboli di una scrittura etrusca apparsi in giro che alludono al citato Demone Blu. Sarà generosamente ricompensato, assicura il Cocci. Le carte di Zaira, la sua collaboratrice, però, dicono solo disgrazia…
Inutile intestardirsi nell’esemplificare una trama assai complessa per una semplice recensione (chi vuole sviscerarla qui da Piero). Vediamo il quadro generale cercando di riunirne gli aspetti principali. Intanto l’aura brividosa e inquietante che si crea sin dall’inizio attraverso una storia che affonda le radici nella negromanzia, in leggende di demoni, di qualcosa che sfugge alla razionalità umana; una famiglia depositaria di oscuri segreti, morti poco chiare, dubbi di identità (Luca sarà proprio lui?), una eredità contesa; personaggi che si muovono, soprattutto di notte, con diverse intenzioni, ovvero ricatto, contrabbando di reperti (i tombaroli); la natura stessa che ci mette lo zampino, cielo improvvisamente oscuro, nuvole nere, tuono in lontananza, pioggia scrosciante, insieme a luoghi spettrali come tombe e cimiteri; i momenti critici dello stesso Bas, a creare ancora fremito e mistero.
Una parte importante della vicenda è dedicata alla figura femminile. Attrazione, fascino intrigante, sensualità, senza scadere (merito dell’autore) nel gialletto porno che ogni tanto riprende quota e nemmeno in uno sdilinquente sentimentalismo. A Bas piacciono le donne, “un fatto assodato”, e lui piace a loro, vedi la bella e seduttiva Priscilla con la quale qualche bacio vorace ci scappa; piace a Patrizia, carabiniere e nipote del vicequestore Panitta (vecchio amico), “una elusiva bellezza che si rivelava nei modi anche dietro un aspetto dimesso e la mancanza di trucco” e affascina pure la moglie dello stesso Panitta. Mirella, poi, è attraente, occhi azzurri e limpidi, capelli biondi, non male neppure la cameriera Gisella che attira il suo sguardo per l’incedere “volutamente stuzzicante” “su per la scala.” (alla memoria lottiana certi filmetti di serie B con le attrici dotate di un discreto lato B). Insomma la bellezza femminile ritratta secondo diverse sfaccettature, tra cui il sentimento ma anche come attrazione, seduzione e pericolo.
Stefano Di Marino si serve di qualsiasi mezzo, di tutti i trucchi del mestiere che conosce a fondo, per costruire un percorso interessante e proteso lungo diverse direzioni: spunti tratti da letture e film, capitoletti brevi, brevissimi ad incalzare il lettore, a tenerlo in tensione passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro (ognuno con i suoi maneggi), come all’aprirsi di un sipario. Dubbi (Cocci stesso nasconde qualcosa?), pericolo, presenze malvage, classico passaggio segreto, scontri, caterve di morti violente. E tralascio altri particolari.
Come già scritto nel blog del giallo Mondadori a mio avviso un lavoro ottimo, se non eccellente, per chi ama continuo movimento, colpi ripetuti a sorpresa (incorniciati in una atmosfera di vibrante tensione) dentro un plot molto frastagliato. Un po’ meno, ma pur sempre ad un livello di alta professionalità, per chi, come il sottoscritto, preferisce andamenti più lineari. Senz’altro da leggere. E aspettiamo il seguito.

La notte ha mille occhi di Cornell Woolrich, Mondadori 2017.
Prologo. Il poliziotto Shawn sta tornando a casa lungo il fiume. Fischietta una canzone allegra, trova tre banconote sulla strada, un anello e, più avanti, una borsetta nera e un orologio sull’orlo del parapetto. Ma vede, soprattutto, una donna che sta per gettarsi nel fiume. La salva. È giovane e bella, non più di venti anni. Ce l’ha con le stelle, con il loro luccichio “Non voglio più vederle! Perché devono sempre risplendere? Non la smettono mai?”
Trattasi di Jean Reid. Racconta la sua storia. Figlia di Harlan, ha perso la madre a due anni, vissuta con il padre che, ad un certo punto, deve partire per San Francisco. Meglio che non parta, secondo suggerimento della cameriera Eileen in un ristorante aperto tutta la notte. Meglio che non parta. Qualcosa di brutto accadrà. L’ha sentito da una persona che conosce.
Per Jean momenti di crisi, di panico. Sarà una bufala, ma se poi fosse vero? In effetti l’aereo cade, tutti morti, eccetto il padre che parte in ritardo. Allora c’è veramente un uomo in città capace di predire il futuro. Bisogna incontrarlo. Niente di eccezionale in lui, una figura quasi dimessa, con una “voce profonda e lenta”, “una specie di patriarca di notevole statura dalla barba folta.” È Tompkins, che rilascia altre piccole previsioni, tutte realizzate. Agitazione, scompiglio, paura, soprattutto per l’ultima: la morte di Harlan, fra tre settimane “tra il quattordici e il quindici di giugno. A mezzanotte in punto”. Come? “Morirà tra le fauci di un leone”.
Interviene la polizia guidata da McManus per indagare e scongiurare la fatale profezia. Bisogna assolutamente scoprire cosa c’è “dietro la messinscena, chi è il responsabile, come è stato messo in atto il trucco e così via”. Dunque, tra le altre, soprattutto non perdere di vista Hopkins e cercare dei leoni dovunque si trovino. Basteranno a scongiurare l’evento fatale?…
Una narrazione lenta, di una esasperata lentezza, tesa a penetrare nei meandri dei personaggi per metterne in rilievo, i dubbi, le paure, gli incubi, le angosce, il panico. Soprattutto di Harlan che sente arrivare la sua fine mentre le ore scandiscono, con il suono della pendola, il tempo rimasto.
Ma in conclusione, dopo sviluppi incredibili e inquietanti, quando tutto sembra a posto (di mezzo l’eredità e il solito vile denaro) qualcosa non quadra “C’è qualcosa in tutta questa storia, ne sono certo. Qualcosa che non posso inserire nel rapporto e che resterà per sempre un’ossessione” afferma McManus.
Forse anche per noi lettori intrappolati dentro una storia agghiacciante dove sembra agire un destino maligno (non solo indifferente) secondo una sua precisa volontà. Gli si può sfuggire? Si può cambiare? Oppure tutto è segnato nella volta del cielo dalle stelle, da “quei puntini scintillanti, così remoti e impenetrabili”?
Chissà…

Il Sorcio di George Simenon, Adelphi 2017.
Parigi, anni Trenta. Vediamolo subito questo personaggio, Ugo Mosselbach, detto il Sorcio, vecchietto barbone di origine alsaziana, ovvero ”un ometto magro con due occhi eccezionalmente vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza”. Andatura zoppicante con la gamba sinistra, sempre in giro a chiedere l’elemosina e a bere tutto quello che gli capita. Sarà lui al centro della vicenda, dal momento in cui trova un portafogli rigonfio di banconote americane e francesi dentro ad una macchina. Piccolo particolare, il guidatore è stato ucciso.
Prendere i soldi nemmeno per sogno, lo scoprirebbero subito. Meglio cercare una busta, infilarceli dentro e far finta, con la polizia, di averla ritrovata per strada. Così, se dopo un anno e un giorno nessuno viene a reclamarla, il malloppo sarà suo per legge e potrà comprarci una vecchia canonica, in cui trascorrere la vita che gli resta. Intanto il portafogli lo si fa sparire da qualche parte.
Piano perfetto se non ci fosse di mezzo lo Scorbutico, ovvero l’ispettore Lognon che non è mai riuscito a conquistare il grado di ispettore. “Aveva un volto ossuto, dai lineamenti grossolani, i capelli corvini e folte sopracciglia nere che gli tagliavano in due il viso. Lo sguardo ostinato lo faceva sembrare sempre impegnato nella soluzione di un problema difficile”. Non crede a un’acca del suo racconto e lo seguirà per tutta la vicenda, dando vita a una specie di balletto di mosse e contromosse, come è già stato definito. Piano perfetto se non ci fossero di mezzo anche gli assassini che vogliono riprendersi il malloppo…
Comunque la macchina con il cadavere sparisce, così come sparisce l’ambasciatore inglese a Parigi (che sia lui il morto?). La faccenda si complica, ed ecco che inizia una specie di gara fra i due per scoprire la verità, con momenti di pericolo espressi anche in tono esilarante “A seguito della botta in testa, a Lognon era venuto un tic nervoso: batteva spasmodicamente la palpebra sinistra, cosicché sembrava sempre che facesse l’occhiolino”. Personaggio scalognato, ripreso pure dalla moglie che lo accusa di farsi sempre avanti e di non essere presente “quando arriva il momento di togliere le castagne dal fuoco e spartirsele…” Il merito di questa operazione potrebbe andare, immancabilmente, al commissario Lucas della polizia giudiziaria. Questa volta, però, sarà lo stesso Lucas a gratificarlo per quello che ha fatto.
Una specie di commedia leggera, una farsa, giocata su un’ironia che serpeggia per ogni dove a creare un clima divertente e divertito attraverso un ritmo pazzesco. Di mezzo soldi, doppia vita, amanti, alta finanza, gangster, ricatto, colpi di scena, addirittura rapimento con il Sorcio che si ritroverà nudo come mamma l’ha fatto. Il tutto espresso in forma bizzarra e sorridente fra gli eleganti caffè degli Champs-Elysées e gli albergoni di lusso dell’Opera di Parigi.
Anche senza Maigret i due personaggi principali resteranno, di sicuro, impressi nella memoria.

Veleno di D. L. Sayers, F. W. Crofts, V. Williams, F. Tennyson Jesse, A. Armstrong, D. Hume, Polillo 2017.
“Mrs Farland metteva a dura prova la pazienza di tutti con la sua convinzione che qualcuno la stesse avvelenando”. I primi sospetti cadono “sulla povera Millie Pink”, dama di compagnia a cui ha promesso di ricordarla nel testamento; poi su John Farland, nipote del defunto Mr Farland; ancora sulla cuoca che viene licenziata, e infine sul dottor Cheedle che la cura, ognuno, secondo lei, con un bel tornaconto dalla sua dipartita.
Intanto le sue condizioni peggiorano e allora occorre una brava infermiera, “esperta di malattie mentali” (non si capisce bene cosa abbia) che la segua. Su suggerimento dell’avvocato di famiglia Walton, una telefonata al figlio medico per trovarne una. Ed ecco Miss Ponting da Londra che, però, dopo aver parlato con il dottor Cheedle, sparisce. Viene rinvenuta nei bagni della stazione, in coma con il viso gonfio. Morta, morta per avvelenamento da Dormitol, un letale barbiturico.
E la nostra Mrs Farland? Cosa ne sarà dei suoi sospetti? Basta proseguire nella lettura che la beccheremo irrigidita per avvelenamento da arsenico. E allora non sbagliava, qualcuno ce l’aveva davvero con lei. Risolvere i due casi sarà compito dell’ispettore James Billingham “un tipo in gamba nel lavoro, di modi semplici con tutti, cordiale con i propri subordinati”. Coadiuvato dal sergente Craven “con un allegro faccione da luna piena”, sempre in vena di fare scherzi come da contrappunto. Intanto si scopre che l’infermiera Miss Ponting è stata già coinvolta in un processo per avvelenamento in seguito al quale si è fatta molti nemici.
Inizia l’indagine sui possibili sospettati con momenti di panico di Emma che vede la morte dappertutto (un tonfo contro la finestra è, per lei, l’arrivo dell’Angelo della morte), e qualche sparuto sorriso nei confronti dell’ispettore ormai preso da mille pensieri, tanto da fargli girare la testa, dimenticare di pagare il conto al ristorante e rischiare di essere investito nella strada. Non manca un piccolo tocco di politica con la Williams, quando un personaggio esclama “che un pochino di Stalin non avrebbe fatto male a molte persone, in questo paese”, un assaggino d’amore con un paio di baci che fanno sempre bene, e un testamento tormentato che non ne vuole sapere di starsene tranquillo con le stesse clausole.
Storia particolare questo “Veleno” (originale “Double Death”) in quanto gli autori si passano il testimone, partendo dalla Sayers che lascia degli appunti al successivo, ovvero a Crofts, su come, eventualmente, proseguire e su chi possa essere l’assassino. Gli altri continuano secondo le sue indicazioni ma anche con le proprie idee, costruendo un lungo piano, più o meno contrastato, di lavoro. Già Armstrong aveva scritto nelle note “Francamente, questo è il lavoro più terribile che mi sia capitato”, e lo stesso David Hume, l’ultimo a chiudere la storia con una lettera al suo agente letterario, fa presente le “diverse piste” che “implicano una certa quantità d’inspiegabili contraddizioni”. Ed è sempre lui a chiedere di pubblicare le note per consentire al lettore “di dare un’occhiata dietro la scena”. Fu un’esperienza dura per tutti, tanto che il già citato conclude la lettera con un “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza!”
Che dire? La vicenda risente indubbiamente della difficoltà a “integrare” i sei autori, ognuno con il proprio stile (la differenza di scrittura si nota) e una propria prospettiva di sviluppo. Capisco benissimo anche la difficoltà di Hume nello stendere un finale che abbia una sua qualche logica. Interessantissimi, invece, gli appunti scambiati fra gli autori che ci permettono di “vedere” cosa c’è dietro a ogni parto giallistico. E solo questi, da soli, valgono la lettura.

Un giretto tra i miei libri

La porta sulle tenebre di Massimo Pietroselli, Mondadori 2009.
La vicenda si svolge a Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, dal 6 febbraio al 7 novembre 1875. Subito l’assassinio di Raffaele Sonzogno editore (13 coltellate) per un portasigarette d’argento che rispunterà in seguito. Poi si passa di colpo al 3 novembre e qui non la faccio tanto lunga che accadono due fatti importanti: l’uccisione di un ragazzo che sembra avere un marchio sul petto a forma di doppia w (come successo anni prima in Inghilterra) e quello di una barbona trovata annegata nel Tevere. Nello stesso tempo (o giù di lì) la sparizione dello scrittore Guido Tremolaterra autore di “Il mistero del dottor Bellacuccia” dove succedono fatti che sembrano rivelarsi anche nella realtà.
Ad indagare l’ispettore Corrado Archibugi del regio esercito piemontese (visto all’inizio alle prese con una mosca fastidiosa) e l’ispettore Onorato Quadraccia ex sbirro papalino. Il primo, ferito a una gamba per un colpo sparato accidentalmente da un suo soldato, si serve spesso di un bastone da passeggio. Fuma il sigaro e non bada troppo all’apparenza (pantofole e veste da camera logori). Mente acuta, analitica, precisa. Il secondo, ex sbirro papalino diventato il questurino più odiato di Roma, cinico, violento, senza amici, porta sempre un coltello con sé. Per arrivare al dunque non va tanto per il sottile (“metodo della chiave”). Abbandonata la moglie con un figlio che crede non suo.
Attraverso le indagini, oltre allo spessore individuale dei protagonisti, viene fuori il mondo della Roma di quel tempo con i suoi bulli, i duelli d’onore, il meretricio, lo sfruttamento dei ragazzi. E poi truffa, tradimento, vendetta, il potere politico ed economico intrecciati perversamente fra di loro.
L’autore tesse i fili di una trama superbamente congegnata e ce la propone con una prosa tranquilla, senza sobbalzi, quasi un parlato colloquiale venato di una sottile ironia. Come se tutto fosse semplice. Già pronto per essere servito.

Questa volta permettetemi di presentarvi un romanzo. Un romanzo che ha come fulcro fondamentale gli scacchi. E dunque potete perdonarmi…
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina “Hai il naso brutto e la faccia che fa schifo e la pelle che sembra scartavetrata” le viene gridato senza tante storie dall’amica Jolene. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Impara a giocare, diventa brava. Si cimenta con avversari sempre più forti. Incomincia a leggere libri di scacchi, a studiare, a concentrarsi. A vincere i tornei. E incomincia una nuova valutazione di se stessa: “Si guardò allo specchio sotto la luce forte, e vide ciò che aveva sempre visto: la sua insignificante faccia tonda e i capelli scialbi. Ma c’era qualcosa di diverso. Le guance ora erano colorite e i suoi occhi sembravano molto più vivaci di quanto non fossero mai stati. Per una volta nella vita le piacque quello che stava vedendo nello specchio”. Ora non è più all’orfanotrofio. È stata adottata dai signori Wheatly. Ha una camera tutta sua e l’affetto di queste persone. Va a scuola, studia. Fa le sue scoperte sessuali. E continua ad impegnarsi con gli scacchi fino a raggiungere livelli impensabili. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini. La si trova in La regina degli scacchi di Walter Tevis, minimum fax 2007. L’autore è riuscito ad entrare nell’animo e nei pensieri di Beth con delicatezza ma senza tacere nulla. Come un documentarista ha osservato e analizzato ciò che gli si presentava di fronte con tutte le sfumature, attraverso un linguaggio semplice e diretto senza tanti fronzoli e ghirigori.
Un bel libro. Bello davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Un commando armato, a bordo di due motociclette, falcia con il mitra Rosario Greco, il giovane carabiniere di scorta e rapisce, caricandolo su un furgone, il professor Claudio Marcelli, autore della proposta di riforma della legge penale, ministro dell’Interno in pectore. Sul posto dell’agguato, mentre la scientifica fa i primi rilievi e i colleghi cercano dei testimoni della sparatoria, arriva il colonnello dell’Arma responsabile dell’antiterrorismo in Italia, Leone Ascoli. L’azione viene presto rivendicata da un volantino della Sap (Squadre Azione Proletaria), lasciato sotto una panchina di via Nazionale e preannunciato da una chiamata all’Ansa, fatta da una cabina telefonica. Il volantino blatera minaccioso: «Abbiamo catturato l’uomo del regime… Il prigioniero sarà processato ecc, ecc… e in cambio della sua vita chiediamo la liberazione del comandante Massimo Arduini e di altri dieci compagni prigionieri nelle carceri italiane e il ritiro del progetto di legge penale…» Concludendo, enfaticamente «L’ora è scoccata, il potere è nostro, la fine della tirannia borghese e antirivoluzionaria è segnata. Il Popolo è con noi. Il Popolo siamo noi.»
Proprio il colonnello Leone Ascoli, due anni prima, aveva arrestato il capo delle SAP, operazione che gli era valsa la promozione e l’incarico che occupa attualmente. Ora gli uomini di Massimo Arduini ne chiedono l’immediata liberazione. Le indagini che Ascoli avvia senza perdere un secondo, con l’avallo dell’amico giudice Antonio Tramontano e con al fianco il fedelissimo autista Alfredo Berardi, si presentano subito molto difficili. La situazione sembra in stallo. L’unico appiglio è la presenza di una testimone dell’agguato, la brava e interessante scrittrice Luisa Rivelli, che bisogna mettere in sicurezza. E, come se non bastasse, alla porta del colonnello si presenta Bepi, il gigantesco ex partigiano che gli ha salvato la vita quando entrambi erano internati ad Auschwitz, per comunicargli che Helmut Brandauer, il tenente delle SS che è stato il loro crudele aguzzino, è stato visto a Roma e gira sotto falso nome. Per ripagare il debito nei suoi confronti, Ascoli dovrà rintracciarlo e lasciargli portare a termine la loro vendetta. Ma certe informazione non sono facili da ottenere perché Brandauer è diventato un agente doppio, in bilico fra le due Germanie separate dalla conferenza di Jalta.
Le lancette girano, le ore passano e le Sap lanciano l’ultimatum: se l’Italia non libera Massimo Arduini, il professor Marcelli verrà giustiziato. Sono ore frenetiche e drammatiche per il colonnello Ascoli mentre nella sua testa si sovrappongono presente e passato. Dovrà fare i conti con tante cose, prima fra tutte la sua coscienza. Tuttavia, caparbiamente rispettoso della legalità, va avanti, rischiando il tutto per tutto, nonostante le manovre e gli ostacoli posti dai servizi non solo italiani e non solo occidentali, e i tanti bastoni fra le ruote interni e istituzionali. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, ne La notte della rabbia Roberto Ricciardi ci racconta una bella storia e, con la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.

Altri suggerimenti della nostra Patrizia
Dopo tanta nebbia di Gabriella Genisi, Sonzogno 2017.
Doppia indagine e doppio scenario per Lolita Lobosco che la vede di nuovo protagonista e pronta a mettersi in gioco tra indagini e affari di cuore. Dopo tanta nebbia è un giallo vero, che non fa sconti. Il male esiste e troppo spesso l’omertà regna sovrana. E la follia umana domina, incontrollabile pare, nei notiziari televisivi, quasi ogni santo giorno. Più indagini e meno divagazioni del solito, Lolita Lobosco sta cambiando? Pur mantenendo lievità e freschezza mentale, sta crescendo psicologicamente e sul piano umano?  Per forza, ma per fortuna ama mangiare e le sue ricette aggiunte in appendice, e quali ricette, sono un regalo in più fatto al lettore da Gabriella Genisi.

Il maresciallo Bonanno di Roberto Mistretta, Frilli 2017,
Ci mancava da tempo e, questo del maresciallo Saverio Bonanno e del suo creatore Roberto Mistretta, è un gradito ritorno in libreria per i tipi dei Fratelli Frilli con un vivace aggiornamento e una nuova veste grafica (il libro era già stato edito molti anni fa). Roberto Mistretta, che come sempre riesce a scavare nell’animo, nella parte più oscura di ognuno di noi, ci catapulta con rara bravura in una Sicilia dai mille volti, dalle mille contraddizioni e dalle mille anime. Scorrendo le pagine sembra di godere dell’odore dei campi, di poter sentire la brezza del mare, o, meglio ancora (Bonanno docet), di inzuppare la brioche nella granita.

Le letture di Jonathan
Oggi vi presento Il segreto della famiglia Tenebrax di Geronimo Stilton, Piemme 2002.
Geronimo Stilton viene rapito dalla topina innamorata Tenebrosa Tenebrax che vuole fargli conoscere la sua famiglia che vive in un castello. Qui tutto è strano e incredibile. Intanto di guardia c’è una pianta carnivora, poi uno zerbino che parla così come il telefono. Geronimo tenta di fuggire calandosi dalla finestra ma le lenzuola ballano, tenta di fare i suoi bisogni sulla tazza ma questa lo minaccia. Anche i personaggi sono strani e incredibili. E poi c’è la “Cosa” (?) che, addirittura, fa tremare il pavimento perché ha una digestione difficile. E Geronimo? Riuscirà a fuggire da questa incredibile famiglia?…
Un libro che vi farà sorridere e ridere.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2017

Affidare una rubrica ad un vecchietto è sempre un rischio mortale. Che il vecchietto muoia (appunto), oppure che, vivendo, dia sfogo ai suoi patetici ricordi (ancora peggio). D’altra parte se oggi ci si gira intorno, meglio buttarsi all’indietro…
La pettegola
In paese era nota come “la pettegola”. Bassa, secca, veloce, sgusciante con un musetto vispo da faina. Se volevi sapere qualcosa su qualcuno bastava andare da lei e ti spifferava vita, morte e miracoli. Ma anche se non lo volevi sapere te lo spifferava lo stesso, aggiungendovi particolari pittoreschi. Una specie di enciclopedia vivente sui fatti degli altri. Amata da pochi, vituperata da molti. Anzi, da molte, che soprattutto il gentil sesso ce l’aveva con lei per aver portato alla luce qualche innominabile tresca… Noi ragazzacci di strada gliene combinavamo di tutti i colori, infilando perfino degli spilli sul campanello della sua casa, per farlo trillare in continuazione e ascoltare le urlanti maledizioni. Alla sua dipartita in paese qualche finto dispiacere e molti sospiri di sollievo.
Ora me la immagino fra i santi in paradiso o fra i diavoli all’inferno (in Purgatorio non ce la vedo) a svelare tutto su tutti, scatenando un incredibile casino. La nostra cara, adorabile pettegola.

Signori, il gioco è fatto di S.S. Van Dine, Mondadori 2017.
Sin dall’inizio siamo preparati a un caso incredibile, dato che “Vance si trovò ad affrontare il crimine forse più diabolicamente sottile della sua carriera”, come scrive l’amico Van, segretario factotum, autore di questi ricordi. E lo stesso Philo Vance più volte sembra inerte di fronte al susseguirsi degli eventi: “Siamo immersi nelle tenebre più fitte. Non riesco a trovare il bandolo della matassa. Troppi ostacoli disseminati sul nostro cammino ci ostruiscono la visuale”. Oppure “È tragico, spaventosamente tragico, ma pare un dramma in cui alcune marionette, manipolate da un ignoto, recitino su un palcoscenico preparato con cura al solo scopo di trarci in inganno”. Opera del diavolo, addirittura, secondo Markam, il procuratore distrettuale amico di Vance, che indaga con lui sul caso.
E allora veniamo al sodo. Al nostro detective dilettante arriva una lettera anonima, scritta con battitura “atroce”, che preannuncia una tragedia per il giovane Lynn Llewellyn, sposato alla stella della commedia Virginia Vale. Domani, dopo cena, andrà a giocare al Casinò di Kinkaid, fratello della mamma di Lynn. Meglio tenerlo d’occhio, secondo consiglio dell’anonimo.
Dunque al Casinò con Markam. La lettera potrebbe essere una bufala, ma anche nascondere qualche brutta realtà. Ed infatti, Lynn sta vincendo al gioco quando “All’improvviso, con uno sforzo penoso, si alzò rovesciando la sedia e si allontanò dal tavolo, le mani lungo i fianchi. Fece due, tre passi, barcollò e poi crollò a terra”. Avvelenato, ma si salverà. Morta, invece, la moglie Virginia proprio al momento del collasso di Lynn. Da una sua lettera di addio battuta a macchina, compresa la firma, sembra un suicidio con avvelenamento da belladonna. Ma non è finita qui. Viene avvelenata anche Amelia, sorella di Lynn, con lo stesso esito positivo del fratello. Una caratteristica comune ai tre avvelenamenti “Questa sera tutte le caraffe d’acqua erano vuote. Al Casinò. Nella stanza della moglie di Lynn Llewellyn. E ora qui. Eccezionale scarsità d’acqua…”, commenta Vance. Caos dappertutto e, addirittura, niente traccia del veleno nello stomaco dell’unica morta!
Una situazione assurda, qualcosa di importante che sfugge, fino a quando… ecco la luce, il tassello che mancava (un classico) ma, occhio, ché l’assassino è pronto a tutto. Al centro della storia il nostro dandy Vance con la sua cultura, i suoi libri, i reperti antichi, la psicanalisi (Freud, Jung, Stekel, Ferenczi), le sue sigarette Régie, i suoi dubbi, i suoi tormenti, le sue intuizioni in una atmosfera sempre tesa. Aggiungo il collirio, l’acqua pesante (giuro) e quasi un trattato sui veleni.

La tratta delle bianche di James Hadley Chase, Mondadori 2017
“Una notte calda a St Louis. Calda in modo insopportabile. Niente di troppo strano, allora, se un paio di giornalisti e un tassista con il gusto del macabro finiscono per cercare un po’ di refrigerio all’obitorio della città. Riuscire a entrare è un gioco da ragazzi, se si conosce l’inserviente che ci lavora”. E qui, tra i morti, una ragazza dai capelli rossi e rossetto sulla labbra uccisa da arma bianca secondo l’etichetta. Una prostituta. Forse una, tra le tante, di Raven…
Dunque storia di Raven contro Tootsie Mendetta, capo incontrastato, per il controllo della prostituzione insieme al braccio destro Grantham, gestore del 22 Club dove è nascosto un bordello. Lotta all’ultimo sangue che vede stecchito il secondo e vincitore il primo. Ora un nuovo piano: via tutte le prostitute dalle strade, prendere ragazze ignare con la forza, torturarle, costringerle a prostituirsi in luoghi chiusi a prezzi più alti. Tra queste Sadie, moglie di Benny, venditore di automobili, una pericolosa testimone oculare del delitto Mendetta, rapita e diventata la schiava di Raven stesso, che si avvale di tre tirapiedi: Lefty, Little Joe vestito a puntino (“uno spettacolo”) e Maltz.
Alla ricerca della verità con tutte le sue forze Jay Ellinger, cronista del “St Luis Banner”, contrastato dal direttore e dal proprietario del giornale, costretto a licenziarsi per indagare.
Movimento, azione, cambi veloci di prospettiva, scene crude e crudeli. Sfruttatori e sfruttati che hanno, però, almeno la forza di ribellarsi (piccola luce in un buio totale). Splendidi ritratti psicologici dei personaggi che rimangono impressi nella memoria. Basti pensare, per esempio, a Raven inquadrato a giocare con i trenini (da piccolo non ha mai avuto un regalo, ricorda con la voce “amara”). Violenza, pallottole che fischiano, corruzione della polizia e della politica. Praticamente storia dell’ascesa e della caduta di un gangster in una società sporca e degradata. Ritenuto, allora, nel 1941 quando uscì, addirittura pornografico, oggi fa solo sorridere da questo punto di vista. Dell’autore si ricorda, soprattutto, No Orchids for Miss Blandish, uscito due anni prima con grandissimo successo. Un plauso alla traduzione di Mauro Boncompagni.

L’ora di punta di Nora Venturini, Mondadori 2017.
Preso, per la copertina (carina) e il titolo che mi ha fatto ricordare un’espressione familiare, ovvero “l’ora di punta”, quando tutti si faceva la fila per andare al gabinetto.
Roma. Personaggi principali: Debora Camilli, 25 anni, tassinara poliziotta mancata, morto il padre, madre infermiera, fratello studente di medicina con il quale si azzuffa spesso. Caratterino fumantino; commissario capo Edoardo Raggio, venuto dal Cilento, niente fisico statuario, sulla quarantina, capelli castani spruzzati di grigio, occhioni chiari, in crisi con la moglie e già ci si immagina come continuerà la storia.
Motivo dell’incontro tra i due una “signora bionda, snella, elegante” che vuole essere portata in via Barboloni. Qui chiede a Debora di aspettarla ma non uscirà più, se non come morta strozzata (sembra). La ragazza si sente in debito, vuole scoprire il colpevole e formerà con il commissario, lui fin troppo consenziente, una coppia particolare di segugi. Alti e bassi, scontri, riappacificazioni, fremiti stuzzicarelli, qualcosa che sciupa il momento clou all’improvviso (vedi il rompicoglioni in carne ed ossa o il rompicoglioni del telefono), dubbi, tormenti, ricordi, il sogno che non manca mai, il lavoro che riporta alla cruda realtà.
Il solito romanzetto più o meno rosa, letto e riletto, su una patina di giallo letto e riletto, con il superiore che sbraita (bisogna fare presto e occhio al marito della vittima, un uomo molto in vista), il collega dal temperamento diverso per costruire un certo contrasto, il colpevole che non è colpevole, la causa della morte che non è quella immaginata ma che si poteva scoprire anni luce prima, qualche spunto, immancabile, su certi quartieri di Roma per mostrare la sua variegata umanità.
Scrittura che fila via allegra e spensierata su un terreno calpestato all’infinito. Non se ne può più.

Il prezzo dei soldi di Petros Markaris, La Nave di Teseo 2017.
Il titolo la dice tutta. O quasi. Ovvero il prezzo che paga la Grecia per la sua uscita dal pantano della crisi. Ma i soldi? C’entrano, c’entrano…
Soprattutto se viene ucciso Lalòpoulos, un dirigente dell’Ente del Turismo, e il noto commissario Kostas Charithos si mette al lavoro. Il caso sembra facile e già risolto quando due ladruncoli confessano l’omicidio. Troppo facile, anche perché i due citati si sono portati via il portafogli, il cellulare e il computer, ma non un bel po’ di soldi nascosti nel materasso del letto del figlio (che ladruncoli sarebbero?). E poi quel colpo di pistola alla testa sembra proprio una esecuzione…
La faccenda si complica con l’ulteriore omicidio di un noto armatore. Ma anche qui all’apparenza sembra tutto facile, perché i responsabili confessano e l’inchiesta è subito bloccata dal nuovo vicecomandante. Qualcosa non quadra e il nostro Kostas Charitos è sempre più preoccupato. C’è un evidente nesso tra le due morti e il riciclaggio del denaro sporco nelle isole Cayman. La Grecia si sta rialzando dal periodo di crisi, ma a quale prezzo? Argomento di discussione che coinvolge anche la sua famiglia con precise domande “Da dove arrivano tutti questi soldi?”, “E da dove arrivano tutte queste banche?”, “E le compagnie di navigazione?”.
Alle due vittime se ne aggiunge un’altra nella persona di Sotiròpoulos, giornalista e vecchio militante di sinistra, che il nostro commissario conosce da tempo, e allora si sente in dovere di continuare l’indagine anche contro la sospensione voluta dai suoi superiori. Lui fa parte di quei poliziotti a cui piace concludere, dichiara apertamente. È, però, un momento difficile: la solitudine, i dubbi, gli assilli, le vicende familiari tra un ghemistà e l’altro, ma anche la sua caparbia determinazione ad andare fino in fondo. E saranno proprio gli appunti del giornalista ucciso a condurlo verso la soluzione del caso.
L’incontro con un personaggio misterioso, che non vuole svelare il suo nome, chiarirà pure la ragione del denaro sporco “Nessuno si chiede da dove arriva il denaro che sta assicurando lo sviluppo alla Grecia, perché è un argomento che non interessa a nessuno. Basta che esista e che possa portare al successo”.
Amen.

Spiluzzicature
Nella solita libreria di Siena spiluzzicato in qua e là qualche libro. Vedi Veleno di AA.VV, Polillo 2017, piuttosto particolare perché trattasi di una storia scritta a più mani, ovverosia a rotazione per mettere alla prova l’abilità degli scrittori. E se gli scrittori sono Dorothy L. Sayers, Freeman Wills Crofts, Valentine Williams, F. Tennyson Jesse, Anthony Armstron e David Hume sicuro che c’è da divertirsi. Una ricca vedova teme per la sua vita, qualcuno la vuole certo uccidere per i suoi soldi, ma nessuno le crede. Fino a quando si ritroverà morta avvelenata.
L’assassinio di Socrate di Marco Chicot, Salani 2017, è un libro perfetto per chi ama la storia e il giallo. Un miscuglio di storia, filosofia e indagine svolta senza gli appesantimenti tipici di questo genere di scrittura, mentre infuria la guerra tra Sparta e Atene. Un ripasso, poi, fa sempre bene…
Delitti in gioco di John V. Turner, S.S. Van Dine, Ellery Queen, Mondadori 2017, non l’ho ancora letto, ma lo farò. L’ho rigirato fra le mani in una edicola di giornali. Un boxer avvelenato sul ring, tra i misteri di casa Garden, una morte improvvisa di un ex giocatore di baseball sulle tribune. Tre bocconcini prelibati.

Un giretto tra i miei libri
La morte segue i magi di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2009.
Poliziesco colto e raffinato questo di Hans Tuzzi. Infiorettato di citazioni culturali che spaziano dalla storia alla filosofia, dalla poesia all’arte e via discorrendo. Si imparano un sacco di cose. Soprattutto sui falsi e falsari nella pittura, le tecniche per imbrogliare e quelle per scoprire l’imbroglione. Anche perché chi ci rimette la buccia è proprio un restauratore, ex falsario superdotato e circonciso (c’è anche questo).
Ad indagare il quarantenne vicequestore Norberto Melis che assiste per caso ad una conversazione in una trattoria tra una signora e il futuro morto. Ammazzato, si capisce, “tra i ratti e le papere di parco Sempione”. Vicequestore tutto d’un pezzo questo Melis con la sua bella pipa olandese, il cane Kim e la compagna di vita Fiorenza Giorgi alle prese con una questione di carattere editoriale e con il suo matrimonio che traballa (troppo impegnati tutti e due).
Dunque, dicevo, un contrabbando di falsi e opere rubate insieme alla caccia a un pericoloso latitante ed il contorno ben equilibrato di poliziotti e superiori con le loro particolari caratteristiche fisiche (c’è un giudice donna brutta da morire) e spirituali.
Naturalmente la mano assassina non si ferma al primo obiettivo ma ne persegue altri come si addice ad un giallo che si rispetti. E l’indagine del nostro Melis va avanti insieme ai ricordi, ai dubbi, alle incertezze, alle riflessioni, alla Milano diventata “brutta” e alla società di oggi “ignorante e cinica, arrogante e disonesta”. Pensieri e riflessioni che possono nascere all’improvviso durante una passeggiata con il cane e l’incontro con un porcospino. Scontro finale e relativa spiegazione insomma, come dire, così e così.
Prosa ariosa che spazia dall’esterno all’interno dei personaggi e degli ambienti. Fresca e soffusa di humour. Colta, dicevo all’inizio, ricca di citazioni. Di cui, in parte, si poteva fare anche a meno.

Un titolo scacchistico. Un thriller storico. Ad indagare Leonardo da Vinci. Ok, prendiamolo. La mossa dell’Alfiere di Diane A.S. Stuckart, Nord 2009.
Milano 1483. Ludovico Sforza detto il Moro e l’ambasciatore di Francia Monsieur Villasse si giocano a scacchi viventi un piccolo dipinto di Leonardo. Il conte di Ferrara, cugino del Moro, che rappresenta l’Alfiere bianco viene trovato morto nel cortile del castello ucciso da un coltello che reca lo stemma dello stesso Sforza. A indagare sull’accaduto Leonardo aiutato dal nuovo apprendista Dino. Che poi proprio Dino non è dato che trattasi di una dolce fanciulla, Delfina, scappata di casa con la benedizione del padre a seguire i suoi sogni pittorici. Per non farsi riconoscere si è travestita da maschietto, il che le procura qualche problemuccio nel rapporto con gli altri apprendisti e con una certa Marcella.
Oltre la storia poliziesca, resa più complicata da un altro morto ammazzato, dalla sparizione di un servitore, dal ritrovamento di un pezzo degli scacchi (probabilmente una Regina) al cui interno si nasconde una piccola chiave misteriosa e di una lettera scritta in latino, si alternano e si mischiano fra loro: la storia personale della ragazza, spunti sulla società del tempo, in modo particolare sul lavoro del pittore (preparazione dei colori, pittura a secco, affresco…), il rapporto politico tra la Francia e lo stato di Milano, qualche notazione sul gioco e sulla evoluzione degli scacchi e la figura dello stesso Leonardo da Vinci. Il grande artista, organizzatore degli spettacoli di corte, chiamato ad abbellire il palazzo del Moro con sculture e pitture, creatore di macchine belliche e di vari marchingegni. Figura un po’ fiacca e stereotipata, a dir la verità. Il tutto narrato in prima persona da Dino-Delfina che cerca in ogni modo di allontanare i sospetti di un rapporto troppo amichevole e ravvicinato con il Maestro.
Scrittura pulita, lineare, a tratti direi quasi scolastica e come scontata senza quella presa diretta che ho trovato in altri lavori similari.

Dopo l’esordio di Repetita, Perdisa 2009, ecco Marilù Oliva alla sua seconda prova con ¡Tú la pagarás!, elliot 2010.
Discoteca “La Noche” di Bologna. El Cubano (pugliese) fidanzato con la Princesa che non c’è. Al suo posto Lucia La Gorda, una grassona, cosciona, culona. Incontro di fuoco tra mille pieghe vellutate, poi via alla toilette dove giace Thomas, il barista cubano (vero), occhi spariti infilzati dalle due punte di un candelabro (svanito nel nulla). In prima persona il racconto di La Guerrera (Elisa Guerra) che lavora presso la redazione di un giornale locale, praticamente in un garage. Suoi amici Dante Alighieri (citazioni in qua e là) e le patatine fritte. Suo capo Torinelli, il classico rompiballe con intimo segreto.
Ad indagare il commissario Basilica invischiato in una routine matrimoniale noiosa e deprimente. Sospettati le amichette del defunto dongiovanni e i rispettivi masculi, compresa la Nostra, attuale sua fidanzata, in crisi più o meno profonda. Vive insieme a Catalina, una specie di maga taroccante che prevede il futuro e qualche spunto lo tira fuori anche con i sogni. Tra l’altro creatrice dell’agenzia di incontri sentimentali “Tu mi turbi” che è tutto un programma.
Le indagini portano a scoprire il mondo misterioso e affascinante delle discoteche, della salsa, dei riti orishas, degli dei del sincretismo cubano (la santeria), delle rivalità, delle gelosie, dei tradimenti tra un passo di danza e l’altro. Un morto ammazzato e poi ancora, collanine di perle in bocca (ci riportano alla mente un caso eclatante), rapporto proficuo tra Basilica e La Guerrera (si riprende con Felipe) in pericolo di vita (aggressioni).
Prosa brillante che scivola via veloce, entra nei personaggi, li avvolge, li sviscera, seppure con una certa enfasi, soprattutto nei confronti di La Guerrera, classica spalla d’appoggio nelle indagini per l’ispettore con fremito sensuale e sessuale incorporato. Il solito tirannello sbeffeggiato nel ridicolo della sua perversa intimità, il (solito) magico che si insinua nel reale e dunque un po’ di routine giallistica in un contesto per molti versi nuovo e stuzzicante. Un deciso passo avanti rispetto alla prima prova.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La fidanzata di Michelle Frances, Editrice Nord 2017.
In copertina, una sfavillante superficie azzurra, una bella ragazza bruna nuota in quella che scopriremo presto essere una piscina sotterranea. Che si trova nel lussuoso seminterrato della bella villa dei Cavendish nel cuore di Londra. Gente ricca, beneducata e spaventosamente raffinata. Per loro contano ancora l’accento, la scuola che hai frequentato, il giro delle amicizie e, a ogni nuova generazione, è d’obbligo regalare ai figli il “grand tour”: un giro ad alto livello per l’Europa, l’America ecc… Insomma non si fanno mancare proprio nulla.
La villa, che ospita questa bella piscina, è gestita e dominata da Laura, donna molto attraente, cinquantenne dotata di stile ed eleganza, produttrice televisiva di successo e fino ad allora sola presenza femminile importante nella vita dell’unico erede e figlio, il ventitreenne, Daniel. Ma Laura in fondo all’animo continua a sentirsi una donna non appagata. Il lavoro, sì, ma poi? Il suo matrimonio da troppi anni si regge su una tenue finzione di facciata e lei sa bene di essere troppo mammona nei confronti di suo figlio al quale dedica e ha dedicato troppo tempo e troppe attenzioni.
E lui, Daniel, ottimo sportivo, brillante neolaureato dal futuro luminoso in medicina, gran bel ragazzo, insomma una perla rara, sogna soltanto una sua vita e una sua casa. E proprio per cercare e comprare una sua casa incontra Cherry, la bella venditrice della più esclusiva agenzia immobiliare di Kensington. E zac! Tra loro scocca il colpo di fulmine.
E Laura dovrà veder entrare in casa sua Cherry che, con la metà dei suoi anni, ha rubato il cuore del suo unico figlio maschio. Ciò nonostante, quando Daniel la invita e la presenta come fidanzata, sua madre si sforza di essere gentile, le fa i complimenti per la camicetta e tutte e due per un po’ provano a piacersi. Poi Laura addirittura invita la ragazza per una breve vacanza nella villa di Saint Tropez. Ma ben presto nuora e suocera cominciano a guardarsi con sospetto.
Si comincia con piccoli e grandi sgarbi, dalle innocenti rappresaglie si passa ai trabocchetti. Poi le cose “sbarrocciano” pericolosamente. Ciascuna cerca di screditare l’altra con ogni mezzo e a un certo punto una delle due, in virtù di un perfido egoismo, passa il limite. All’altra, allora, non resta che la vendetta. Deve fare qualcosa. Per forza! Oppure?…
Michelle Frances tiene molto bene le redini della sua storia. Sceglie una narrazione in terza persona, concreta, tesa e stringente. E fin dall’inizio ci rivela ogni pensiero e particolare delle sue protagoniste. Ci dice tutto di Laura, che mal sopporta la eterna relazione extraconiugale del marito, che anni prima ha visto morire in culla la primogenita, che prova un amore assoluto per il figlio vivo, Daniel e che vorrebbe solo il meglio del meglio per lui. Sbaglia forse? E ci dice tutto di Cherry, intelligente e volitiva che ha studiato sempre quanto e come poteva, che da autodidatta ha corretto il suo accento di periferia, ma si vergogna della mamma cassiera al supermarket, e che in passato ha avuto un fidanzato che l’ha piantata perché lei non era “giusta”. Ḕ un delitto il suo sperare in una miracolosa fuga da uno status quo?
Straordinariamente umane e psicologicamente indovinate, Laura e Cherry risultano molto vere e convincenti. Insomma leggendo non si sa con quale delle due schierarsi. Scrittura agile e perfettamente calibrata che ben descrive un certo mondo anglosassone particolare, con due donne in spasmodica competizione tra loro, sempre sul filo del rasoio. E ci vorranno più di quattrocento pagine ad alta tensione per scoprire finalmente come andrà a finire.

Altri consigli della nostra inossidabile:
Il giardino delle farfalle di Dot Hutchison, Newton Compton 2017.
Una storia per raccontare, no forse una meravigliosa cornice per aureolare la breve ma fantasmagorica vita delle farfalle? Eh no! E neppure un romanzato saggio sull’evoluzione dei lepidotteri. Ma invece un lungo, articolato e agghiacciante thriller in cui dominano perversione, diabolica crudeltà, schiavitù e violenza ai danni di povere, plagiate e disperate giovani vittime, le più prigioniere senza scampo della Sindrome di Stoccolma…

Gigi Paoli e il suo irresistibile protagonista – con la testa pelata alla Yul Brynner come diciamo noi dell’altro secolo – Carlo Alberto Marchi, dopo il successo di Il rumore della pioggia ricalcano il palcoscenico fiorentino con Il respiro delle anime, Giunti 2017, nuovo giallo ad alta suspense che ci accompagna in una misteriosa e piuttosto insolita e inedita Firenze.

Tutti gli uccelli cantano di Evie Wyld, Safarà 2017, ambientato in un’imprecisata isola scozzese, è un thriller coinvolgente e, allo stesso tempo, la storia forte, a tratti angosciosa, della sofferta vita di una giovane donna australiana, decisa a dimenticare e a nascondersi dal mondo intero. Non è libro da palati facili. Ma la storia, benché la costruzione del romanzo sia in parte articolata su una serie di complicati flash back, è bella e intrigante nonostante l’insolito e originale tipo di narrazione che in certi casi può spiazzare il lettore, ma che pian piano rivela i tanti retroscena e il perché dell’oscura e tragica disperazione di Jake, costretta alla fine ad affrontare ed esorcizzare i propri demoni.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca a La perla del Bengala di Sir Steven Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015.
Questa volta si va a Calcutta! Ovvero ci vanno i nostri eroi: Agatha, Larry Mistery, Mr. Kent insieme al gatto Watson.
Hanno saputo, attraverso i messaggi della scuola di Larry (Larry frequenta una scuola di detective), che a Calcutta, in India, è accaduto un furto straordinario. È stata rubata la Perla del Bengala… ed è sparito il guardiano. Ecco un altro bel mistero da risolvere!
Intanto i nostri eroi sono accolti a Calcutta nella casa dello zio di Agatha, poi via tutti in aereo (qui trovano un serpente) verso Chotoka. Dal capitano della polizia tre indiziati: il bramino Sangoli, una coppia di turisti spagnoli e il figlio del custode della famosa Perla. La polizia crede che sia quest’ultimo il colpevole del furto e lo mette in galera. Il gruppo indaga anche sugli altri indiziati analizzando i loro alibi. Ma nessuno sembra essere il ladro! Ma allora chi è?…
Una storia divertente e misteriosa tra le foreste di mangrovie, i risciò, il fiume sacro Gange e la terribile dea Kalì!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2017

Scontri super generazionali…
Canzoni al computer. “Nonno, per favore mettimi Occidentali’s Karma di Gabbani.” Gliela metto e Jonathan, il mio nipotino di otto anni, incomincia a cantarla e dimenarsi come il noto vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo. Segue Estate, sempre del medesimo, tutta a mente e Andiamo a comandare di Rovazzi, che lo fa scatenare come un piccolo indemoniato. “Ma dove le hai imparate?” , domando. “A scuola”, risponde. Non ho tempo di approfondire (a scuola?…), perché non voglio dargliela vinta. C’è sempre un po’ di competizione fra noi. “Belle, per carità, ma ai miei tempi…” e gli scarico nei timpani Cuore matto di Little Tony, Fatti mandare dalla mamma di Gianni Morandi e, ultimo colpo in canna da stendere un toro, Ventiquattromila baci di Adriano Celentano. Lui non demorde, mi fa inserire Fedez e altri moderni tatuati fuori di testa. La lotta è dura, sfiancante. Alla fine ognuno resta del suo parere. Sono meglio i suoi, sono meglio i miei. Per il futuro preparerò una controffensiva con Caterina Caselli e…Ora ci penso al gabinetto.

Hollywood in subbuglio di Ellery Queen, Mondadori 2017.
Scena del crimine la zona residenziale di San Souci a Hollywood. Quattro villette tra cui quella di Solomon (Solly) Spaeth, uno speculatore che ha mandato in rovina anche il suo socio Rhys Jardin ed è in perenne scontro con il figlio Walter che vuole sposare Valerie, a sua volta figlia del già citato. Per riparare in parte al danno vengono messi all’asta i beni della casa di Rhys acquistati da un “giovanotto alto e magro con una barbetta nera che gli copriva le guance e il mento, e portava occhiali a pince nez.” Trattasi addirittura di Ellery Queen, appena arrivato ad Hollywood per scrivere soggetti. Ma perché questo travestimento e il suo intervento nell’asta?…
Walter aveva un appuntamento con il padre che viene trovato ucciso nel suo studio con “una ferita da coltello slabbrata” di un’arma del tredicesimo secolo sparita e poi ritrovata, sulla cui punta c’è melassa con cianuro di potassio. E, dunque, altra domanda che sorge spontanea, “Perché avvelenarla?…
Ad indagare l’ispettore Glǖke dal naso aguzzo messo spesso in crisi da Ellery, presenza davvero fastidiosa per lui “Non ho nessuna intenzione di vedere le mie indagini buttate all’aria da un tizio che scrive storie poliziesche!” Di mezzo il testamento del morto e la sua modifica con la quale disereda il figlio. Tutto il patrimonio va, invece, all’amante Winni Moon dalla erre moscia, con i suoi “fianchi che ondeggiavano come un orizzonte acquoso durante un monsone.” (sorriso). L’avvocato Anatole Ruhig vuole sposarla (mica scemo).
Arriva pure la stampa nella persona di Fitzgerald dell’“Independent” che assume Ellery (mille dollari ad articolo) sotto il nome di King, per trovare la verità insieme a Val.
Aggiungo, tanto per dare un’idea della complessità del plot: un soprabito preso per sbaglio che sparisce, un libretto bancario con cinque milioni di dollari, un binocolo ammaccato, una clava indiana, un uomo con due dita (forse), un codice delle carte da gioco, un dittografo, un guardiano che mente e Rhys, messo agli arresti come sospettato, che accetta la prigione e non vuole difendersi. Perché?…
Tanti dubbi, tante domande come abbiamo visto, e altre che sorgono soprattutto rispetto alla meccanica del delitto. Polizia piuttosto miope su certi indizi rilevanti (però c’è, apposta, Ellery, anche se abbastanza defilato rispetto ad altre storie). Scrittura felice dell’autore, intrisa di humour, che fila via spedita come un treno in orario.

Il banchiere assassinato di Augusto De Angelis, Sellerio 2009.
Legge Freud, Lawrence, Platone, Le epistole di San Paolo. Perché mai, allora, fa il commissario di Pubblica Sicurezza, si domanda Carlo De Vincenzi nella Milano degli anni Trenta nebbiosa, cupa e infreddolita. Per l’enigma da sciogliere, il colpevole da individuare?… No, no per il mistero dell’animo umano. “Io sento la poesia di questo mestiere” dichiara e il personaggio è già lì bell’e fatto. Colto, sensibile e nello stesso tempo deciso e pronto, se necessario, a saltare qualche regola che intralcia “Io debbo ricorrere agli altri mezzi, se voglio arrivare sino alla verità, a tutti gli altri mezzi, qualunque essi siano. La mia coscienza me lo permette, anzi mi ci obbliga, anche se il regolamento o il codice me lo vietano.”
Al dunque. Siamo nell’ufficio del commissario. Di notte (addirittura). Ecco irrompere l’amico Giannetto Aurigi che ha un grosso debito con il banchiere Mario Garlini. Due chiacchiere e una telefonata improvvisa. Notizia: il suddetto Garlini è morto proprio nell’appartamento dell’Aurigi.
Causa della dipartita un foro di pallottola alla tempia, per terra una fialetta di profumo d’oro con odore di mandorle amare. Ovvero acido prussico. E che c’incastra? Prime impressioni e rimuginamenti che seguiranno per tutta la vicenda imperniata sugli sghei e sull’amore, sul classico triangolo, la fidanzata dell’Aurigi, l’inquilino del terzo piano, il cameriere che sparisce e riappare, la pendola che segna un’ora avanti (perché?) e addirittura qualcuno pronto ad autoaccusarsi del delitto! Personaggi che entrano ed escono da una porta come all’aprirsi di un sipario, qualche stilettata al detective privato Harrington, tipico rappresentante del modello poliziesco anglosassone.
Il primo giallo di De Angelis teso a creare un clima particolare in cui immergere il lettore: “C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che pesava come qualcosa di mostruoso, d’inumano”, “De Vincenzi sentiva che la verità non era quella, che c’era qualche altra cosa di più oscuro e di più complesso.” Un personaggio soprattutto d’istinto e immaginazione forgiate dallo studio della psicologia, della psiche umana, combattuto fra solitudine, disagio e stanchezza.
La storia è finita (non una parola di troppo, non una parola fuori posto dentro uno stile che profuma di passato), e il nostro commissario ha gli occhi umidi. Nella sua stanza squallida con la scrivania “macchiata e bruciacchiata” e la poltrona consunta. Mica male.
Augusto De Angelis è stato il difensore della narrativa poliziesca, accusata dai fascisti addirittura di immoralità, e propugnatore, come prima di lui Alessandro Varallo, del giallo all’italiana. Morì per le conseguenze di una brutale aggressione fascista. E anche per questo lo ricordiamo.

Ombre di Stephen King, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale, Lee Child, Joyce C. Oates, Lawrence Block e altri, Einaudi 2017.
Ogni tanto bisogna buttarsi sul sicuro, su certi scrittori affermati di indubbio talento, per volteggiare in un’aria più tersa. Come in questo caso, su racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper. I suoi “quadri non raccontano storie. Ma hanno la capacità di evocare in modo potente e irresistibile quelle racchiuse al loro interno in attesa di essere raccontate” scrive Lawrence Block nella sua introduzione.
La vicenda può nascere da un semplice personaggio che fa il proiezionista. Da Cart Wright, per esempio, trent’anni, curvo, timido, timidissimo. Solo. Tutto preso dalla nuova “maschera” Sally di una “bellezza strepitosa”. Ogni giorno la guarda dalla cabina di proiezione. Ma ecco due tizi a pretendere il pizzo dal padrone del locale in cui lavora. Ed ecco nascere una nuova storia, insieme all’amico Bert, il passato terribile che ritorna, il padre che ha abusato di lui. Violenza che chiama violenza. Ieri e oggi. Sally deve essere protetta e, forse, accetterà il suo invito. O, più probabilmente, no. Prosa secca e brutale come l’esistenza umana. Che il dolore se ne stia rintanato in fondo all’animo.
Oppure da una ragazza nuda (indossa solo le scarpe) seduta su una poltrona azzurra che guarda alla finestra. Sembra aspettare qualcuno “Nella luce esangue di una mattina autunnale a New York.” Aspetta il suo amante, ormai “intrappolata” in quella stanza. Fa sempre tardi, ma lui ha la moglie e mille problemi. Le loro storie, le loro vite, il rapporto che si sgretola. L’odio, la violenza. Lui pronto ad uccidere, lei pronta ad uccidere. Sta per salire…
Donne, sempre donne, fortissimamente donne. Al centro della scena. Anche quando sembrano stare di lato. Donne furbe, ingegnose, vedi la moglie di Alfred, ormai morto ma con il quale continua a parlare durante un pasto ad una tavola calda. Sta fissando di proposito il padrone del locale. Così per attirare la sua attenzione. È in ritardo con il pagamento dell’affitto. Bisogna studiare qualcosa per rimediare. Ed ecco pronto il tranello, il trucco delle posate rubate.
Donne per una giusta vendetta. Come quella che appare alla finestra con reggiseno e mutandine rosa all’occhio del guardone assassino (pronte manette e coltello) che pregusta la sua nuova vittima come ha già fatto con la precedente. Ma ora la musica cambia…
Donne tradite che si ribellano, pronte a difendersi, a rendere pan per focaccia al maschilista imperante, donne dal passato doloroso che riversa il rimorso e l’odio verso se stesse. Il passato, il terribile passato ancora vivo nel presente, ragazze abbandonate, padri alcolisti, madri uccise.
E gli uomini? Egoisti, possessivi, violenti, sfruttatori o anche deboli, imbranati fradici, qualche volta buoni. Vedi Bosch, il mitico Bosch. Da poco investigatore privato deve sorvegliare una ragazza che scrive storie e che, per ispirarsi guarda al museo il dipinto Nighthawks di Hopper. Un bar di notte, illuminato solo dall’interno, il barista, una coppia da una parte, un uomo solo di spalle. Bosch deve riferire a chi lo paga se è sua figlia. Lo è ma mente, per salvarla. L’uomo solo al bancone è lui.
Racconti particolari, “strani”, “insospettabili”: una casa che “senza l’intervento di nessuno” ogni anno guadagna una stanza. Fenomeno inarrestabile. Ci vivono Fabius e Carmen. Ottimo rapporto con la suocera Callera (giocavano anche a scacchi) morta per infarto; gli Enderby, marito e moglie, siedono tranquilli e sereni nella sala della musica. Dall’armadio alle loro spalle colpi ripetuti, forti, insistenti. Di un tizio che aveva un bel conto alla Albany National.
Inquietudine, brivido, attesa, sospensione. Storie di amori finiti, di ricordi dolorosi, di qualcosa che si voleva e non c’è stata. Storie di “mancanza”, cambi lenti di prospettiva o il colpo improvviso che non ti aspetti. In prima o in terza persona, al presente o al passato attraverso una tecnica sopraffina.
C’è tutta la vita in questi racconti, c’è tutta la maledetta vita in queste vicende inquiete e inquietanti come i quadri di Edward Hopper.
Guardate i quadri, immaginatevi una storia e poi leggete.

Delitti a luci rosse di AA. VV., Einaudi 2017.
Una scorpacciata di racconti racchiusi in un vasto arco temporale. Qualche spunto.
Francisca “la più bella mulatta di Trinidad” che balla da sola al centro nel salone di don Armando. Ma nessuno la guarda. Hanno tutti paura, eccetto il nuovo maestro Sebastiano Luna. Ora è in pericolo di vita, soprattutto se ci parla. Francisca è la donna del bandito Corrado, guai a starle troppo vicino. Ma c’è qualcosa che non va, secondo lei, in questo ragazzo pallido, sottile “troppo magro per i suoi gusti”. Proprio qualcosa che non va…
In prima persona da un editor. Coppia Jim e Susan a cui piace il sesso violento. Sculacciate e frustate. Continuo tormento. Susan lo uccide ma il processo per la sua condanna è difficile. L’editor vuole andare dalla polizia per raccontare quello che sa, quello che Jim gli ha raccontato. Bussano alla porta. È Susan. O stai a vedere che…
Erin e la cassaforte. La sta scassinando. Ma non è sola, all’improvviso anche Daniels, l’uomo enorme che disprezza. Bisogna distrarlo, farlo parlare, cercando in qualche modo di raggiungere la pistola fra gli asciugamani. E se c’è bisogno del sesso anche violento, pur di agguantarla…
Rollie, giovane già noto come autore di gialli psicologici, a sessanta anni è presidente dell’American Mystery Writers. Nuovo racconto per l’occasione. In prima persona, lui innamorato liceale non corrisposto della bionda Babs. Sempre disponibile, come un soldatino ai suoi desideri. Occhio a chi potrebbe darle noia, si sa che qualcuno può approfittarne. Occorre aiutarla perché non le succeda niente. Forse un barbiturico…
Una ragazza trovata morta su un marciapiede, colpita con uno strumento appuntito sotto la mammella sinistra, violentata più volte. Una ragazza che faceva foto pornografiche. Già, le foto. Basta ingrandirne una per vedere qualcosa di interessante all’esterno dell’ambiente…(un classico).
In prima persona da un uomo geloso. Parla del suo amore verso la propria donna, “la donna della perdizione.” Assillato dai dubbi sul suo tradimento. Esce sempre a cavallo e ritorna felice. Basta! Una corda, una pistola…
Al Café Imperial. Pensa all’amante, pensa al marito tradito a cui vuole quasi bene. Eccolo in arrivo. Con le sue lettere alla moglie. Ora è morta. Obbligo un duello…
La contessa Gamiani, lesbica, e la giovane Fanny. Loro incontro sessuale. Ci si butta anche l’uomo che narra la storia. Sesso sfrenato e racconti di vita dei tre personaggi, imperniati sulle violenze in quel senso, tra suore, monaci, falli enormi e pure un asino. Gamiani e Fanny. Come si chiuderà la loro storia?…
Bette Mason ha solo le mani belle. Uccisa, le belle mani tagliate e poi sparite. Tracce di sangue sul tappeto. Come si potrà scoprire l’assassino? Forse da certe sigarette…
Parla la mamma di Antonio brava a fare il ragù “denso e vischioso”, mica come quella “sgualdrinella” di Marisa sposata a suo figlio. Un omicidio al sesto piano della sua casa, ovvero un pensionato ucciso con un taglio alla gola. Sparisce la madre, in casa tutto in ordine, solo un cassetto aperto, quello dei coltelli di cucina. Finale drammatico con confessione.
Dave e Merle allo Starlite Drive-in. Quarant’anni. Parlano di film, della ragazza che si è fatta uno dei due. Sembra una cosa passata. E, invece, la ragazza è nel bagagliaio. Meglio farsele morte che vive. Ma a Merle manca qualcosa.
Selezione dei racconti un po’ a caso, senza una linea sicura e di alterno livello. Gli autori, comunque, non sono mica male. Eccoli: Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale.
Sesso e morte. Occhio, ragazzi!

Per chi vuole buttarsi sulla fantascienza ci sono Robot 80 e Robot 81 di AA. VV., Delos Books 2017. Racconti, interviste, critiche da leccarsi i baffi. Racconti sul nostro futuro incredibili, inquietanti, che lasciano il brivido e fanno riflettere. Oggetti misteriosi, case parlanti, robot di tutte le specie, invasioni aliene… Racconti, dicevo, impossibili o, addirittura, profetici. Le nuove, straordinarie tecniche e l’uomo con le sue aspirazioni e i suoi sentimenti. Ci sarà uno scontro o un compromesso? Che fine farà? E la terra? Sarà ancora un luogo utile? Chi ci sarà al nostro posto? Dove andremo a vivere? Sicuro che drastici cambiamenti migliorino la nostra vita? Sicuro che allungarla troppo ci renda felici?… Domande e domande. Dubbi e rovelli tra i quali, forse, qualche speranza che l’uomo non voglia perdere la sua umanità. Speriamo.

Un giretto tra i miei libri
Per un certo periodo di tempo ho pensato che Ben Pastor fosse un uomo. Anche se talvolta in terza di copertina la fotografia, seguita dalla opportuna didascalia, mi rendevano edotto del contrario. Ben, che io associavo alle fattezze di un maschio, era invece una gentil signora dal volto interessante. Ma io mi piccavo nel mio intimo che fosse un uomo e non c’era verso di togliermelo dalla testa. Solo con La morte, il diavolo e Martin Bora, pubblicato dalla Hobby & Work 2008, mi sono finalmente convinto del sesso dell’autrice. Misteri del cervello umano…
Ma bando alle ciance e vediamo un po’ di cosa si tratta: praticamente una antologia di racconti più o meno brevi incentrati quasi tutti sulla guerra. Che sia la seconda guerra mondiale o la prima, oppure il conflitto civile spagnolo sempre di guerra si tratta. Con al centro il giovane capitano dell’esercito tedesco Martin Bora, o più precisamente Martin Heinz Douglas Bora l’“uomo giusto nella divisa sbagliata”. E uomo colto se è laureato in filosofia, sa suonare il pianoforte, cita Dante e Virgilio, legge “Gli esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola e le poesie di Garcia Lorca, le massime di Rochefoucauld, le poesie di Hoelderlin, l’Odissea, la Bibbia, i Promessi Sposi e via discorrendo.
Colto e pure bello. Alto, slanciato, occhi con iridi verdi cerchiate di azzurro, impeccabile nel vestire, “nato ricco e aristocratico” e dunque non gli manca niente se non fosse per la mano sinistra artificiale, persa quella vera durante un incidente. Sposato con Benedikta, che chiama affettuosamente Dikta, invano in attesa di un figlio che non riesce a portare avanti (tre aborti). Sicuro di sé, fermo autocontrollo ma a volte “una lama di malinconia” sembra che venga a turbare la solidità della sua sicurezza. Forte senso del dovere e nello stesso tempo la quasi certezza che qualcosa non quadri “Eppure spesso gli sembrava che soldati come lui fossero carta straccia, appallottolata in mano a qualcuno e in procinto di essere buttata via”.
Brevi spunti: una Balka, cioè una prostituta uccisa con le mani mozzate durante l’“Operazione Barbarossa” con tre possibili indiziati: il vecchio beone, il mercante ebreo e il giovane fannullone innamorato. Chi dei tre o forse altri?; un uomo ucciso, un cane morto, un microfilm, un attentato mortale nella Praga del 1942; un rapimento nell’Appennino nord-occidentale del 1944, una povera donna vedova con tre figli, tre persone uccise, partigiani fatti prigionieri, una ausiliaria fascista dispersa, fatti che si intrecciano, si seguono, si incontrano e ricompongono in modo quasi naturale.
E poi non c’è solo Martin Bora. C’è il signor luogotenente di giustizia Don Diego Antonio e siamo nel 1630 a Milano ai tempi, dunque, dei “Promessi Sposi” ad indagare su una monaca assassinata; c’è l’episodio delle vettovaglie sparite e un colonnello italiano ammazzato nella guerra del 1918; c’è un soldato dell’ONU con il cranio sbriciolato da un grosso calibro nella Sarajevo della ex Jugoslavia nel 1994; c’è un incontro tra due nemici nella battaglia di Gallipoli del 1915 con l’evocazione del passato e dei propri cari morti come nell’Odissea; c’è Nino Bixio e i fantasmi; c’è la Kiria Andreou seguita da un giovane spasimante e c’è infine Remedios amata da quattro uomini. Quattro amanti e quattro ricordi diversi.
Dunque la realtà più cruda, il sogno, la fantasia, l’aspetto psicologico che incalza, “streghe, fantasmi, eroi mitologici dell’antica Grecia” che irrompono sulla scena. Prosa agile, sicura. Ora realistica con ampi squarci di paesaggio a suscitare stati emozionali, ora nuda e schietta, ora evocativa e suggestiva a lasciare uno strazio o un dubbio o una scia di amarezza nel cuore. O un mistero.
Finalmente una scrittrice vera.

I morti ammazzati sono un ingrediente necessario del romanzo poliziesco. A volte ne basta uno per decretarne il successo, talaltra se ne aggiungono ancora (di solito due o tre), per rendere la vicenda più movimentata. Colleen McCullough, autrice famosa per Uccelli di rovo, non ha badato a spese e in La morte in più, Rizzoli 2010, te ne ha infiocchettati dodici nello stesso giorno, 3 aprile 1967, a Holloman, piccolo paese del Connecticut: quattro avvelenamenti, un crimine sessuale (praticamente uno stupro), tre morti per arma da fuoco (con silenziatore), la fine violenta di una prostituta (gola tagliata), due soffocamenti con cuscino, una tagliola per orsi (sì, avete capito bene).
Si parte proprio dal caso dello studente ricattatore Evan Pugh ucciso dalla tagliola per orsi nella sua camera (un marchingegno infernale), per continuare con gli altri, tra cui quello di Desmond Skeps, il responsabile del colosso degli armamenti Cornucopia.
Ad indagare il capo della polizia Carmine Demonico, occhi color ambra e capelli neri tagliati corti, laureato nel ’48, arruolato dopo Pearl Harbour, divorziato da Sandra cocainomane da cui ha avuto figlia Sophie (sedici anni) e risposato con la spilungona Desdemona che gli ha dato un bel maschietto. Suo capo il tenente Mickey McCosker, suoi sottoposti che lo aiutano nelle indagini Abe Goldberg e Corey Marshall, sua segretaria l’attiva e intraprendente Delia Carstairs (veste in maniera orribile), medico legale il cugino Patrick che è per lui come un fratello. Non manca l’amico fidato sul quale scaricare qualche sospetto.
Sembra che tutti gli omicidi siano stati organizzati da una sola persona, il Genio, che li ha eseguiti personalmente o fatti eseguire da professionisti (arrivano anche le sorprese). Siamo al tempo della guerra fredda e dunque ci si aggiunge lo spionaggio sovietico, l’intervento dell’FBI (Ted Kelly), gli agguati alla famiglia e a lui stesso per farlo desistere dall’indagine.
Un giallo che non si fa mancare niente: il personaggio principale (un po’ grigio) con famiglia da salvare, i due aiutanti in lotta promozionale fra loro, l’ecatombe di corpi ammazzati con relativo trucido contorno, lo spionaggio, gli agguati, il Genio, o Ulisse che dir si voglia, che uccide e fa uccidere, il movimento delle femministe, qualche problemuccio di cuore, il dubbio, il rovello, il piccolo depistaggio, le lettere con la spiegazione finale. Scritto pure benino da un’autrice di successo. Solo che il tutto va via liscio e sonnacchioso come qualcosa di risaputo e rivisto (perfino nei film), come una vecchia cantilena che ripete brani di vecchie cantilene.
L’ecatombe non paga.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Rondini d’inverno di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2017.
A Torino “Degio” aveva letto il primo capitolo e ormai tutti aspettavamo a gloria il nuovo Ricciardi e lui, puntuale come un orologio, ce l’ha servito su un piatto d’argento. Et voilà, il barone di Malomonte, il suo primo commissario (forse il più amato?) l’inossidabile bel tenebroso dagli occhi verdi, bramato da molte donne, ma con il macigno, insomma con il “Fatto”, quel peso morto, quella condanna che lo perseguita da quando era bambino di poter percepire le ultime parole e le ultime sensazioni delle vittime di morte violenta… E, come logico, con lui risalgono sulla scena il suo pilastro, il brigadiere Maione, l’intelligente e antifascista medico legale dottor Modo, e Bambinella il femminiello, che poi è il loro orecchio aperto ad ascoltare le voci della città. Ma torniamo a noi e a Rondini d’inverno in cui la celebre canzone napoletana Rundinella funge contemporaneamente da fil rouge e da colonna sonora. Apertura del romanzo con un vecchio musicista che accarezza il mandolino mentre parla con il suo allievo e poi via con la storia, praticamente tutta narrata in flash back e stampata in corsivo: Natale è passato da poco e, benché il clima sia stranamente primaverile per la stagione, la città ha digerito il pranzo del 25 e pensa già al cenone di Capodanno; sul palcoscenico dello Splendor, celebre teatro di varietà, il grande attore e cantante Michelangelo Gelmi, come ogni sera, si prepara a “sparare a sua moglie” Fedora Marra. Niente di strano, la scena fa parte del copione e si ripete tutte le volte che recitano nella canzone sceneggiata. Solo che quella sera, il 28 dicembre, dentro il caricatore della pistola, una calibro nove, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. E quando Gelmi spara “l’attrice viene proiettata all’indietro, scomposta, i piedi sollevati da terra, le braccia larghe” e… “sul corpetto bianco del costume si allarga un’ampia macchia scura”. Ha ucciso Fedora, la sua compagna di vita e di palcoscenico. Poi, disperato, proclama a gran voce la sua innocenza ma ben pochi gli credono: tutti i fatti indicherebbero la sua colpevolezza. Gelmi, già in là con gli anni, stava perdendo la voce, beveva troppo e la sua carriera era in declino. La sua permanenza sul palco dipendeva ormai solo dal sodalizio con la moglie, Fedora, una stella dello spettacolo giunta al culmine del successo. Lei era molto legata al marito però, così mormoravano certe voci, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Dalla prima ricostruzione dei fatti si direbbe che il caso sia già risolto, ma il nostro commissario non è convinto. Qualcosa non quadra, vuole approfondire. Tuttavia, mentre il fedele brigadiere Maione scorrazza perigliosamente per la città al volante della vettura di servizio per aiutare il dottor Modo, proprio lui Ricciardi, che nel frattempo pare sia arrivato a dare una svolta alla sua vita sentimentale (traduco: ha finalmente baciato Enrica, la giovane e timida vicina di casa), è tenuto sotto costante pressione dal vice questore Garzo, che non si vuol guastare le feste. Insomma deve muoversi e sbrogliare in fretta la forse misteriosa vicenda, senza lasciarsi distrarre dalle faccende personali, da certe velate minacce riportate e dall’inconsueta cortina di nebbia che, calata improvvisamente su Napoli, l’avviluppa come un sudario, pronta a nascondere qualche colpo di coda. Anche stavolta, come per le precedenti avventure di Ricciardi, una altera, fastosa e festosa città partenopea degli anni Trenta (ventesimo secolo) funge da splendida cornice alla fascinosa prosa “degiovanniana”. Indimenticabili le melodiose canzoni che punteggiano la narrazione. Al prossimo Maurizio. Purchessia!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta si cambia! Vi presento Omicidio sulla Tour Eiffel di Sir Steve Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015 (e il mio nonno si frega le mani).
Parto dai personaggi: Samuel, Agatha, Larry e Gaspard Mistery. Agatha e Larry di dodici anni! Ah, dimenticavo… c’è anche il gatto Watson che porta un nome famoso (me lo ha detto il solito). Vivono tutti a Londra ma dovranno partire per Parigi. Perché?, vi domanderete. Perché lì è avvenuto un omicidio per avvelenamento da stricnina. Più precisamente di un diplomatico russo e i nostri detective dovranno risolvere il mistero.
Tutto gira intorno a una rosa rossa, cioè alle ultime parole del morto. Ci sono tre indiziati: il primo ha una rosa rossa tatuata sul collo, il secondo ne ha una proprio sul suo comodino, la terza, una donna, indossa un vestito di rose rosse.
Chi sarà il colpevole? Basta continuare la lettura che ha anche diversi spunti divertenti, soprattutto nella persona di Larry. Così voi vi divertirete a cercare di scoprire l’assassino e io finisco prima la presentazione.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2017

(Buone vacanze e buone letture!)

Il professore di filosofia…
Il nostro professore di filosofia era alto, magro, distinto. Con le sue camicie sempre bianche, bianchissime che sembravano uscite proprio allora dalla lavatrice. Pulite e profumate, dicevano le ragazze con gli occhioni persi. Una rabbia, io che vestivo sbrindellato alla paesana e puzzicchiavo anche di sudore, per farmi un bel pezzo di strada a piedi dalla stazione alla scuola (il tram mi dava la nausea). Silenzio e devozione assoluta, sempre dalla parte delle osannanti, anche quando concionava di cose astruse e impossibili come quella del piè veloce Achille che non riesce a raggiungere una imbranatissima tartaruga. Ma via, povere illuse!
Lo rividi tempo fa barcollante e sgangherato dalla vita, sorretto da una signora. Stavo per chiamarlo ma qualcosa mi trattenne, una specie di groppo improvviso. Voglio solo che rimanga nella mia mente così com’era: bello, alto, signorile, dai modi gentili, sempre sorridente, circondato dalla schiera delle allucinate. Che rabbia!

La crociata di Falconer di Ian Morson, Mondadori 2017.
Oxford 1264. “Thomas Symor scese dal carro, appoggiando i piedi sul fango ghiacciato.” Le gambe indolenzite non lo reggono e scivola nel canale al centro della strada. “Non era così che aveva immaginato il suo arrivo in città; si sarebbe aspettato quantomeno un accompagnatore che lo scortasse fino all’università.” Quindici anni, alto, sveglio, capelli biondi e occhi azzurri, tormentato dalla morte di suo padre. Un grido in una serata di nebbia fittissima. Una donna è uccisa con un taglio alla gola (si saprà poi che si tratta di Margaret Gebetz, la serva francese del maestro John Fyssh) e lui che viene scambiato per l’assassino. Messo in salvo da William Falconer, statura imponente, maestro di logica aristotelica all’università di Oxford. Subito attratto dall’omicidio, perché di un particolare omicidio si tratta visto che lo squarcio della gola non è orizzontale (come se qualcuno l’avesse presa alle spalle) ma di traverso (e, dunque un incontro con una persona conosciuta, un delitto premeditato). Reso ancor più misterioso dalla scomparsa di un libro che era nelle mani di Margaret e ora ricercato dall’assassino. Perché? Quali segreti poteva nascondere?
Anche il giovane Thomas, per farsi bello agli occhi del Maestro, si mette alla ricerca della verità, riuscendo soltanto ad infilarsi nei guai, perdendosi nel quartiere ebraico, dove rischia la vita per essersi invaghito di Hannah, figlia dell’erborista ebreo Samson. Il caso si complica con l’arrivo di altre morti violente e con l’invito, da parte del rettore dell’università, a non interferire nelle indagini.
La vicenda si colloca sullo sfondo storico delle lotte baronali contro il re Enrico III, il cui figlio Edoardo è invitato, proprio dal rettore, a uno splendido banchetto, durante il quale Falconer si avvale dell’aiuto di Thomas per controllare i principali sospetti. Allievo di Roger Bacon, “da lui ha appreso che la scienza è materia di indagine e non di mera speculazione verbale.” Dunque, alla fine, riconoscendo anche un errore iniziale, il nostro investigatore del Medioevo dichiara “Se interpretati correttamente, tutti i fatti conducono inevitabilmente alla verità cruciale, ovvero l’identità dell’assassino.” Per lui non c’è scampo.
Un po’ giallo, un po’ thriller, l’azione si sposta circolarmente tra vari personaggi attraverso una scrittura che richiede molta attenzione, soprattutto durante la prima parte. Dopodiché se ne può gustare tutta la qualità.

Commedia nera n.1 di Francesco Recami, Sellerio 2017.
Maria Antonietta Salvatores e Antonio Maria Cotroneo. Una coppia un po’ particolare. Come tante, dunque. Beh, insomma… Lei commissario di polizia, lui titolare di una sartoria. Come tante, allora! Diciamo durante il fidanzamento. Poi… poi, tutto cambia. Lui schiavizzato in casa da una moglie che lo assilla e lo tradisce senza tante storie. Anche nella stessa abitazione con gli agenti che si porta dietro. D’altra parte è “una ragazza splendida, avvenente, formosissima e alta”, dal “petto monumentale” che lo ha costretto a sedute erotiche interminabili incorniciate dalla canzone a vele spiegate “Vola via tempesta… non turbar molesta”. Lo tradisce, diciamola tutta, perché lui l’aveva tradita e allora è via libera ad ogni tipo di sopruso, costretto a subire ogni sorta di vessazione dalle punture ai tatuaggi, fino alla “cella di rigore”. Depresso, imbottito di farmaci, l’unica soluzione è liberarsi di lei. Piani e contro piani andati in fumo, tentativi di fuga, di omicidio e suicidio (veleno, impiccagione, trappole inconcludenti di ogni tipo) seguendo pure certe indicazioni dal suo cartone animato preferito con il Coyote che le sbaglia tutte pur di far fuori il rompi Beep Beep. Mentre la moglie a tavola racconta i casi che le càpitano con piglio sicuro e deciso che anche Nero Wolfe le fa un baffo: omicidio all’ospedale con lupara; omicidio a coltellate di una bella signora in carriera; un omicidio-suicidio di un vecchietto che uccide la moglie con una iniezione di barbiturici e poi si spara. Così sembra…
Un miscuglio, come è già stato sottolineato, di giallo, commedia e farsa che stravolge completamente la realtà e ci induce al sorriso. Anche se a volte l’esagerazione esagerata lascia un po’ a desiderare.
Da leggersi soprattutto come digestivo dopo uno di quei millanta mallopponi pesanti che ti si piazzano sullo stomaco.

Il giallo di villa Ravelli di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2017.
Al sodo. Rivorosso Umbro con la neve. Commissario Adalgisa Calligaris a recar conforto al signor Mecchi, terrorizzato da un possibile film della TV che si dovrebbe svolgere sulle sue terre. E le sue mucche? Che fine faranno? Due sorrisi al mercatino con la “Banda della Maglina”, composta da un gruppo strambo che si butta sull’usato ammucchiato. Uscita con Carlo Petri, vecchio compagno di scuola di cui era stata innamorata pazza non ricambiata, e ora collega di lavoro. Come andrà a finire?…
Per non farla lunga, muore per un colpo di pistola Silvia Ravelli, scrittrice di gialli. Solo che non si trovano, sia la pistola che il proiettile. Suicidio o omicidio? Sospettata la sorella Antonia, di carattere completamente opposto, alla quale non era andato giù il testamento dello zio che aveva lasciato tutto alla defunta, la quale aveva il vizio del giuoco d’azzardo.
Il caso è sulla bocca di tutti, ne parlano ampiamente i giornali e arriva pure la televisione come per ogni delitto che si rispetti. Ma ecco all’improvviso uscir fuori un certo Vladimir Ravelli, figlio adottivo di Silvia, unico erede! Tutto si complica con l’assassinio di…
Finale classico con la classica riunione di tutti i sospettati. Al centro la nostra Adalgisa, dal carattere forte e tenace (non le manda a dire dietro) a risolvere il busillis. Indagini che si inframmezzano alla vita reale di un paese, vista con occhio sorridente. Ogni tanto entra in scena, come all’apertura di un sipario, il signor Mecchi con l’ansia per le sue mucche e pure il dialetto umbro contribuisce alla creazione di un clima leggero. Per esser pignoli a pag. 79 pezzetto ripetuto della pagina precedente. Ma può capitare.

Brividi e maiali di Gianni Gribaudo, Società editrice milanese 2017.
Ci sono passato due o tre volte davanti allo scaffale dei libri. Poi l’ho preso. Per il titolo che mi faceva sorridere. O vediamo un po’, mi sono detto, che cosa c’entrano questi maiali.
Storia ricca di personaggi. Più o meno normali. Ovvero strambi, pittoreschi, unici. Segnalati spesso come titolo dei capitoli con il vero cognome o l’appellativo: il Gadan, il Sausissa, il Pagliasso, il Ganimede, il Settegiacche, il Barachin, lo Sgnacabognon. E via tutti gli altri partendo da Gianni Gribaudo (pseudonimo dell’autore), giornalista di una piccola testata delle Langhe che “si occupa prevalentemente di sport e, all’occorrenza, di cronaca nera”. Come in questo caso a Fargo, durante un inverno maledetto. È stato trovato un morto tra i maiali o, meglio, “lo scheletro di una mano con dei pezzi di carne ancora attaccati” (in seguito arriverà anche quello della testa). In un campo della valle Bacciglio dove c’è una discarica abusiva.
Per dirne una sulle caratteristiche dei personaggi il Settegiacche, ex maestro di scuola, crede di vivere ancora al tempo del Fascio, dei partigiani e delle SS (“Il Duce oggi ha parlato?” domanda) e sarà utile al Nostro con le sue strampalate osservazioni. C’è, poi, la mamma che lo assilla come fosse un bimbo piccolo; c’è la segretaria formosa e bonazza di cui è invaghito che lo “tradisce” con il Gadan, baby pensionato vestito da damerino e dal “naso aguzzo sempre pronto a infilarsi nei fatti degli altri”; c’è il commissario Esposito, napoletano, “un uomo tozzo con dei riccioli corti intorno a una chierica pelata”, che non sopporta i giornalisti e non capisce il dialetto (anche il sottoscritto talvolta in ambascia).
Gianni Gribaudo non si dà per vinto, gira di qui, gira di là, incazzicchiato alquanto per la tresca della segretaria, alla ricerca di qualche indizio, di una prova concreta che anche il capo e il direttore, come la madre, lo tormentano. Niente articolo, niente stipendio.
Ed ecco qualcosa di concreto salta fuori: una famiglia povera si comporta stranamente (vogliono imbiancare la casa proprio a gennaio), un paziente del medico condotto non si fa vedere. Ma allora?… Il pezzo finale di Gianni Gribaudo esce bello pimpante a risolvere il mistero, chiarire ogni particolare, far contenti i superiori, salvare gli sghei e fregare la stampa concorrente.
Un’avventura lungo il filo dell’ironia e del sorriso che nasce dalla scelta di un linguaggio brioso in prima persona intriso di dialetto, di personaggi e situazioni che si buttano, da soli, sul comico. Un libro leggero e divertente, con i tempi giusti, senza strafare e cadere nell’eccesso.

L’assassinio di mia zia di Richard Hull, Mondadori 2017.
“Mia zia abita appena fuori della piccola e orribile città di Llwll. Ed è proprio quello il problema” scrive nel suo diario il nipote viziato Edward. Località orribile in tutti i sensi, a cominciare dalla pronuncia impossibile del nome, per continuare con le sue stradine tortuose, le sue “stupide collinette”, i “boschi fradici” e cappelle disseminate per ogni dove (per la precisione siamo nel Galles). “Abitare poi nella casa di mia zia non fa che peggiorare ulteriormente la situazione”. Lui, tra l’altro, vivrebbe volentieri a Parigi o a Roma “se non fosse per quegli orribili fascisti”.
O vediamola questa zia. Si chiama Mildred Powell. Semplicemente tirannica, secondo Edward, costretto a continue, inutili, faticose camminate, per andare a Brynmawr, dove c’è la ferrovia locale. Ma non può svignarsela perché il testamento della nonna ha fatto della zia la “tutrice e amministratrice fiduciaria.” Dipende completamente da lei. Certo se morisse…
Ecco il chiodo fisso che lo tormenta e lo tormenterà. Ed ecco affacciarsi alla mente mille soluzioni. Come, ad esempio, quello di un mortale incidente con la macchina. Aiutato, in qualche modo, da lui stesso. I freni fuori uso, un buco nel cilindro, l’attraversare preciso del suo cagnolino al momento del passaggio… Oppure, oppure un bel falò alla casa in cui farla bruciare dopo averla rintontita con un sonnifero… O, meglio ancora, il veleno, semplice ed efficace. Basta informarsi sull’Enciclopedia Britannica.
Piani e contro piani, ostacoli improvvisi, dubbi, rimuginamenti insieme ai battibecchi giornalieri con quella lady, insopportabile, di ferro, sempre pronta ad urlare “Edward!, Edward!”, che scampa a qualsiasi sabotaggio e sembra abbia scoperto tutto, sebbene lo faccia soltanto capire.
Un duello ininterrotto fra due personaggi odiosi, detestabili, gonfiati ed enfatizzati apposta per strapparci un sorriso (a volte vere e proprie macchiette), mentre gli altri fanno da comprimari, come il dottor Spencer, la cameriera Mary, l’agricoltore Williams e il meccanico Herbertson. Anche se, a dir la verità, soprattutto il dottor Spencer, una parte di una certa importanza la riveste. Vedremo, così come vedremo se la signorina Mildred Powell, zia terribile di Edward, riuscirà a scamparla perfino all’ultimo tentativo assassino dell’“amato” nipote.
Un divertente romanzo e un bel trattato sui veleni che può venire comodo. Non si sa mai…

Uno spunto veloce

L’assassino del Luna Park di Nicholas Brady, Polillo 2017.
A Mudford c’è il Luna Park. Con i suoi giochi e le sue creature mostruose come la donna più grassa del mondo (si chiama Sandra). E c’è pure il morto ammazzato con un coltello in gola proprio nella persona della suddetta. A scoprire la verità un reverendo, il reverendo Buckle. Il classico delitto impossibile.

Un giretto tra i miei libri

La monaca insanguinata di Charles Nodier, a cura di Riccardo Reim, Coniglio 2010.
“È il momento dei vampiri. Non c’è niente da fare. E quello del diavolo, dei fantasmi, delle streghe, dei morti viventi. Insomma dell’horror, del gotico e dell’occulto”. Così inizia un mio articolo pubblicato nel blog “Sugarpulp” che mi viene a fagiolo anche per la presentazione di questo agile libretto, da mettersi pure nella tasca della giacca e tirarlo fuori al momento opportuno.
Perché anche qui si tratta di fantasmi, più precisamente nei racconti brevi di Charles Nodier, nato a Besancon nel 1780, animatore di incontri culturali con Hugo, Musset, Vigny, Saint-Beuve, Lamartine, tanto per citare i più noti.
E dunque una monaca coperta da un velo, la veste imbrattata di sangue che appare ogni cinque anni, una cagnetta bianchissima e misteriosa nel cavo di una quercia, una ragazza fiamminga presuntuosa e ricca uccisa dal diavolo, un castello sul lago con relativo fantasma, l’incredulo che si ricrede, e ancora spettri di padri che si rivelano ai figli per riparare vecchi torti o che ritornano per farsi vendicare, il marito assassinato dalla moglie e ritrovato dal fratello, un uomo trasformato in lepre per scontare i peccati.
Poi il lungo racconto di Remigio Zena La confessione postuma, e siamo nel 1850, durante il periodo della Scapigliatura. Un sogno che sembra vero, un viaggio nebuloso di un prete con suo fratello, l’incontro con una morta che ritrova (almeno così pare) nella realtà.
Chiude il gustoso libretto un classico a fumetti Nosferatu disegnato da Gianni Grugef. All’inizio la presentazione di Antonio Veneziani e qualche notizia sui due autori.
Dunque racconti brevi, semplici e veloci che rimandano a storie popolari espresse oralmente e vanno dritti alla conclusione, ora in terza ora in prima persona a renderli più credibili. Lungo e articolato, nella tipica esposizione ecclesiastica, quello di Zena.
Ricordo, sempre della stessa casa editrice, Olio di cane dell’“incredibile” Ambrose Bierce. E vi consiglio di non perderlo.

La morte aveva i suoi occhi di Lucille Fletcher, Mondadori 2010.
David Marks è un insegnante di scuola media e tassista a tempo perso che si porta dietro il trauma della moglie morta ammazzata da un automobilista fuggito, il cui volto gli è rimasto impresso e al quale dà la caccia inutilmente da sei mesi. Vive con la suocera che considera come una mamma e due figli.
Per ben tre volte una ragazza misteriosa gli chiede un passaggio a una villa deserta e di non farne parola con nessuno. Fatto strano ma il compenso è buono. D’altra parte la ragazza ha anche un certo fascino…
Conclusione: David si trova alle prese con un morto ammazzato (il proprietario della villa) e dunque invischiato nel delitto. Urge trovare il colpevole prima che la polizia becchi lui. Aiutato da Kahn (sa giocare a scacchi e vince sempre con lui), amico della suocera, vengono fuori alcuni sospettati. Ma Khan si ammala e David rimane solo, ricercato dalla polizia, mentre a sua volta ricerca disperatamente la ragazza aiutato anche dagli amici tassisti.
È la classica corsa contro il tempo. E dunque fughe a precipizio, verità che appaiono e svaniscono fino al drammatico epilogo finale.
Buona la resa psicologica, il mistero e al tempo stesso il fascino della donna, i turbamenti, l’inquietudine e l’attrazione che esercita su David.

La morte di mia zia di C.H.B. Kitchin, Polillo 2009.
Una zia, Catherine, con molti quattrini, un nipote, Malcon Warren, giovane agente di cambio, che viene chiamato proprio da lei per affidargli la gestione del pingue patrimonio. E qui il lettore anche meno smaliziato sa già come andrà a finire. La povera zia se ne volerà dritta in cielo contro la sua volontà. Manca solo di sapere come. Avvelenata, proprio con il suo quotidiano tonico ricostituente. Ora tocca scoprire chi l’ha uccisa.
E il nostro Malcom ce la mette tutta con schemi e schemini vari per incastrare l’assassino, anche perché uno dei maggiori indiziati è proprio lui che ha dato la fatidica boccetta alla cara zia. E non è un affare semplice districarsi fra tutti quelli che in un modo o nell’altro possono ricavare vantaggio dalla sua morte (un classico). Tra cui, in primis, lo zio Hannibal, secondo marito della zia Catherine malvisto dagli altri parenti.
Scritto in prima persona da Malcom viene fuori un personaggio dubbioso, pauroso (magari di essere avvelenato pure lui), poco risoluto, assillato da pensieri e da continue elucubrazioni fino a un ingenuo tentativo di auto accusa. Il racconto si svolge nell’arco di quattro giorni, da venerdì a lunedì con una appendice che chiarisce definitivamente il mistero.
Prosa semplice tendente al banale senza che prenda e trascini il lettore (almeno il sottoscritto).

Patrizia Debicke (la Debicche)
Torna in Italia per i tipi della Nuova Narrativa Newton 2017 e il piacere dei lettori italiani Stuart MacBride con Il cadavere nel bosco, uno dei migliori esempi del tartan noir, o poliziesco scozzese. MacBride, che da un decennio si sta costruendo una reputazione tra i pesi massimi del settore con i suoi irresistibili protagonisti Logan McRae e la sua squadra, non scrive certo romanzi per tutti ma, per coloro che amano un certo tipo di narrativa contemporanea, è da porre su un livello superiore. E questo suo nuovo libro della serie McRae spiega con efficacia il perché, con la sua prosa corrosiva e l’ambientazione che gli è più congeniale, il nord della Scozia.
Assaggino della trama: due persone sono scomparse e sembrano svanite nel nulla, inghiottite dal gelo che attanaglia da giorni la zona. Il sergente Logan MacRae, di nuovo in uniforme e trasferito alla costa settentrionale dell’Aberdeenshire, nel corso delle ricerche, seguendo nel bosco a sud di Banff un vecchio Golden Retriever addestrato a scoprire tracce, inciampa nel cadavere di un uomo, nudo, con le mani legate dietro la schiena, e un sacchetto dei rifiuti sulla testa. McRae scarica il delitto al suo ex capo, l’ispettore capo Roberta Steel, che arriva con la sua squadra, chiede il suo aiuto e pretenderebbe che lui zac! risolvesse subito il caso. Ma Harper, la nuova sovrintendente dell’inchiesta, vuole fare a modo suo ed è decisa a rendere la vita difficile a McRae e alla Steel, mentre nelle alte sfere della Polizia ci sono spiacevoli verifiche in corso.
Nel frattempo Wee Hamish Mowat, il capo della più potente banda criminale della città, muore, designando Logan MacRae come suo esecutore testamentario e “lo vorrebbe” suo erede (il che significherebbe combattere Reuben, il gigantesco e pericoloso numero due di Mowat). E contentino sontuoso, come se non bastasse, si sta preparando una guerra di gangster di tutta la zona per cui McRae, che gli piaccia o no, sarà costretto a occuparsene a costo della vita. Insomma di botto Logan McRae si trova di fronte a tre problemi da affrontare grossi e pesanti come macigni: un killer in circolazione, un controllo professionale e una sanguinosa guerra tra gang…
Giallo indovinato sia per come MacRae e gli altri agenti riescono finalmente a scoprire l’assassino, ma soprattutto per la perfetta ricostruzione dell’ambiente locale con le difficoltà, gli odori e i suoni di una stazione di polizia provinciale di una cittadina scozzese. Con le problematiche del caffè, del tè, del latte che manca, dei computer antidiluviani e dei cestini di rifiuti che traboccano di cartacce e contenitori di cibo buttati via. Poi ci sono le battute al vetriolo dell’ispettore capo Steel, capo diretto di Logan. C’è la scena, meravigliosa, dove il sovrintendente Harper, che coordina le indagini, ha bisogno di mettere in evidenza gli appostamenti della squadra su una lavagna magnetica, ma tutto quello che ha a disposizione è una collezione di scombinati magneti da frigo. Per cui salta fuori il surreale dialogo: «Ricordami ancora, chi è la Torre Eiffel?» Logan controllò la lista. «Il team dell’ispettore Singh. Lei è il pinguino con il sombrero, Rennie la chiatta, il sergente Weatherford è il trenino Thomas…»
Insomma un romanzo con tutte le tipiche stigmate MacBride che funziona bene, senza stancare mai, alla grande dall’inizio alla fine. C’è pathos, compassione, violenza a occhi aperti, gran senso dell’humour e, al centro di tutto lui, il protagonista: Logan Balmoral McRae.

Altri assaggi della nostra Patrizia
Fondamenta inquietanti di Luca Martoro, Goware 2017.
Uno pseudo giallo che sembra più un surreale divertissement, con personaggi esasperati alla Mickey Spillane, come protagonista un simpatico sbruffone che si direbbe uscito a piè pari dalle vecchie e celebri canzoni di Fred Buscaglione. La trama è lieve e si appoggia spesso a situazioni surreali che propongono soluzioni fuori dal seminato. Dimenticate le indagini tradizionali, l’improvvisazione diventa la regola e fa sorridere. Ambientazione veneta a Malo, Thiene, Vicenza con pericolosa deviazione logistica fino a Brescia. L’Osteria Cicchetto, un’enoteca con cucina al bacio, offre piatti sopraffini con indovinati accoppiamenti di vino da assaporare.
Tanto che quando non si corre dietro gli indizi, si beve e si mangia bene per tutto lo scorrere dalla trama.

La giornalaia di Veit Heineken, edizioni e/o 2017.
Veit Heinichen regala sempre una certezza. Con i suoi romanzi è impossibile annoiarsi. Poi da bravo tedesco (ma triestinizzato), visto che con lui si potrebbe rimettere l’orologio, ogni due anni serve sul desco ai suoi lettori una nuova avventura del suo eroe, Proteo Laurenti, con il suo gradito corollario di vini bianchi, piattini prelibati e stavolta con un’ampia selezione di pesci di qualità e crostacei da far venire l’acquolina in bocca. E con la sua verve all’italiana trova modo ogni volta di cogliere nuove e particolari sfumature del suo protagonista.

Una famiglia diabolica di Salvo Toscano, Newton Compton 2017.
Con Una famiglia diabolica Salvo Toscano si è divertito a comporre un classico giallo siciliano in pura salsa anglosassone dal ritmo veloce, spiritoso e gradevole quanto basta, tanto che potrebbe essere stato partorito dalla fertile penna di Agatha Christie, e porta una ventata di fresco nelle mie amare giornate fatte di letture terrorizzanti. E francamente ogni tanto mi fa bene cambiare..
Perché, dribblando con garbo fra qualche bicchiere di troppo che fa girare la testa, diversioni che portano fuori strada, azzardose e sfortunate scappatelle sentimentali,  il nostro autore fa l’occhiolino alle avventure di Hercule Poirot.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi questa volta vi presento Zanna Bianca di Jack London, Piemme 2014, adattamento di Geronimo Stilton.
Cercherò di essere sintetico (qualche parola ce la infila il mio nonno). Grande Nord. Bill e Henry, slitta con 6 cani. Attacco di lupi tra cui una lupa rossa. Fuggono, si accampano e dormono. Al risveglio spariti tre cani. Secondo attacco di lupi, Henry sviene e al risveglio è rimasto solo.
Si cambia personaggio: la lupa rossa partorisce quattro lupacchiotti con pelliccia rossa e uno con pelliccia grigia che scopre vari animali della foresta fra cui una lince. Viene salvato dalla mamma, cresce e diventa Zanna Bianca per i lunghi denti bianchi. Incontro con gli uomini “animali molto alti”, scappa via. La madre parte con un indiano mentre Zanna Bianca resta solo. Verrà venduto ad un uomo cattivo e anche lui diventa aggressivo. Poi è comprato da un uomo buono e, piano piano, diventa docile. Viene portato nella sua fattoria dove si scontra con una cagna gelosa. Salva il suo padrone e “sposa” la cagna. Vittoria dei buoni sentimenti e tutti felici e contenti (che fatica!).

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2017

Il postino
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta. Un ometto basso e secco dalla bocca storta che viaggiava su una Guzzi rossa come il fuoco con una cartellona a tracolla. Carattere fumino soprattutto quando giocava a biliardo al bar Italia. Saputa la cosa una folla di frequentatori si assiepava lungo i bordi, per assistere alle sue scenate che, prima o poi, sarebbero venute fuori. Ad aspettare quando si sarebbe incazzato per un tiro andato a male o un commento non gradito (occhio che ti poteva tirare addosso la boccia), con il rossore che si spargeva a ondate sul viso, le vene gonfie, la vocetta stridula che ne diceva di tutti i colori e il ghigno grottesco della bocca storta.
Appassionato di pesca se ne andava spesso con le sue canne lungo il torrente del paese. E noi, ragazzacci di strada, a tirare i sassi nell’acqua per farlo arrabbiare. “Una mela, due mele, ma tutto il melo no!” gridava esasperato. E via a gambe levate per non farci prendere. Filava veloce sulla Guzzi come un pilota di formula uno facendo sobbalzare i poveri passanti, ma non si vedeva tanto era piccolo e sembrava che la moto se ne andasse da sola guidata da un fantasma.
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta.

Assassinio a Brunswick Gardens di Anne Perry, Mondadori 2017.
Brunswick Gardens. La signorina Unity Bellwood è caduta dalle scale nella lussuosa casa del reverendo Ramsey Parmenter spezzandosi il collo, dopo un acceso diverbio con il medesimo. Le sue ultime parole, udite da alcuni personaggi “No… No, reverendo!”, lo mettono in grave sospetto di omicidio. La vittima, “un’antichista di grande talento”, assisteva Parmenter nella stesura di un testo teologico e seguiva le moderne idee evoluzionistiche di Charles Darwin che stavano suscitando grande clamore nella società vittoriana del tempo. Inoltre era molto bella, attraente, femminista ed estremamente libera in fatto di sessualità.
Una specie di bomba a orologeria nella casa del reverendo. Nella quale vivono la moglie Vita, le figlie Clarice e Tryphena (difende a spada tratta la morta e il femminismo), il figlio Mallory, sacerdote cattolico, e il vicario protestante vedovo Dominic Corde, dotato di un fascino naturale sul gentil sesso, cognato di Thomas Pitt e Charlotte (innamorata di lui da ragazza), di cui aveva sposato la sorella maggiore Sarah, assassinata in Cater Street.
Secondo il vicecomandante Cornwallis c’è bisogno proprio del sovrintendente Thomas Pitt per risolvere il caso. Primo indizio la suola di una delle scarpe della morta ha una strana macchia scura con un certo odore chimico, praticamente di una sostanza versata nella serra dell’abitazione. Potrebbe servire in seguito… La situazione si complica con la scoperta che Unity era incinta di tre mesi. Di chi? Di qualcuno della casa? Di Ramsey stesso? dell’affascinante Dominic diventato “preda” della vittima? di Mallory? O di chi altro?…
Thomas vuole vederci chiaro. Si scava nella vita di alcuni personaggi principali e se ne scopriranno delle belle, si assiste a una sequela di scontri quotidiani tra i vari membri della famiglia, ognuno con le proprie convinzioni, con la propria “verità”. In crisi anche il vescovo Reginald Underwill (crede nella colpevolezza del reverendo) contrastato dalla moglie Vita “Come potremo impedire che la grande opera costruita dagli uomini e dalle donne cristiane venga ostacolata dallo scandalo che ne potrebbe nascere? Non ti sembra di vedere già i titoli dei giornali: “In odore di vescovato, uccide l’amante?””. Un mezzo, per lui, ci sarebbe. Convincere Ramsey a chiedere l’infermità mentale (vedete un po’).
Il nostro Pitt riuscirà a risolvere il mistero (anche la moglie Charlotte si dà da fare) con tatto e tenacia tra un excursus sulle idee di Darwin e sul femminismo, sul loro impatto nei rapporti con la Chiesa, sull’ordine patriarcale e il maschilismo imperante in una società vittoriana votata alla subalternità della donna, tra passioni, amori (anche quello saffico), gelosie, sospetti e odio al centro della scena. Finale concitato con punte di umorismo, vedi il vicario che vacilla e geme.

Il giardino delle rose di Christianna Brand, Mondadori 2017.
“Estella Devigne è una diva del palcoscenico. La sua grande popolarità non le deriva tuttavia dal talento, ma dalla figlia Sweetheart, nata da una relazione turbolenta con un gangster che sta scontando una condanna in un carcere americano. La bambina, rimasta sciancata in seguito ai maltrattamenti da lui inflitti alla madre durante la gravidanza, vive nascosta in un angolo segreto del Galles, in una villetta con un giardino di rose.”
Grande successo ha il Diario, pubblicato a puntate sul “The Voice” dell’amico giornalista Johnny Smith, dove Estella riporta i pensieri e le poesie della figlia, scritte in realtà dalla segretaria Bunny Paul. Diario letto addirittura dal padre Al (figlioccio di Al Capone) che ora sta per arrivare con l’amico Elk Moose. “Lo hanno rilasciato prima del tempo a causa del cuore. E prima di morire vuole vedere Sweetheart.” Se ne prospettano delle belle, insieme al viaggio esilarante dei due tra strade affollate di animali (mucche, greggi, coppie di agnellini). Comunque il fatto grave è che Sweetheart non c’è più. È scomparsa.
Caso complesso per l’ispettore Chucky “bel fisico, asciutto, dritto come un fuso, lo sguardo altero di un pastore dell’epoca vittoriana, intelligenza e spirito in parti uguali…” Anche perché di lì a poco Al defunge per un attacco di cuore e la sua guardia del corpo è colpita a morte. Chi l’ha uccisa?
Caso complesso, dicevo, e storia complessa con Sweetheart che sparisce, sembra ricomparire (qualcuno l’ha vista da lontano con il suo vestito rosso), forse è stata nascosta, esiste o non esiste?, tutto inventato? Mille domande e ripensamenti per l’ispettore. E un giardino di rose che crea disagio “Passando accanto all’aiuola di rose Sweetheart in fiore, sentì qualcosa di strano in fondo all’animo, qualcosa che non riuscì a captare.” Già le rose…
Un plot di avvenimenti concitati, di situazioni con “colori” diversi, dall’ironico al farsesco, dall’orrifico all’intrigo, ai colpi d’effetto. Che può entusiasmare o abbattere.

Sherlock Holmes – La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer, Mondadori 2017.
Una nuova storia inedita di John H. Watson arrivata all’autore dallo zio Henry in circostanze fortunate. Una storia scritta, anzi dettata dallo stesso a una dattilografa, all’età di ottantasette anni. Dunque scusate qualche manchevolezza nello stile (dichiara Watson-Meyer…).
Dopo una lunga assenza ecco Sherlock Holmes comparire all’improvviso nella casa del dottore. In condizioni pietose “La pelle aveva un colore malsano, e gli occhi erano privi del consueto scintillio…”. Insomma è ridotto male. Farnetica di fucili ad aria compressa, di un certo professor Moriarty “un individuo rotto a depravazioni e orrori di ogni sorta”, il capo di ogni crimine. Chiaro che sia sotto l’effetto della cocaina di cui fa uso. Occorre guarirlo, tanto più dopo che lo stesso Moriarty si è presentato da Watson per informarlo che è da lui perseguitato: lo pedina, passa le notti davanti a casa sua, gli scrive lettere minatorie.
Ci vuole una cura energica. C’è un giovane medico a Vienna, un certo Freud che potrebbe fare al caso suo. Come convincere Holmes a spostarsi in Europa? Basta farci andare anche Moriarty, secondo il suggerimento del fratello Mycroft, e, sicuro, Sherlock lo seguirà.
Fatto. Anche per mezzo del cane Toby, un po’ malandato ma efficace. In casa di Freud subito il Nostro sottoposto a ipnosi per ricercare la cocaina nascosta da qualche parte. Ci vorrà un po’ di pazienza per farlo guarire.
Ma ecco arrivare il caso di una ragazza rapita che tenta di gettarsi in un canale. Sotto ipnosi dice di chiamarsi Nancy e di essersi sposata in un “bordello” con l’ormai defunto barone Karl von Reinsdorf. Non è la sola, perché anche la compagna di un giovane ribaldo sfregiato (ce l’ha con gli ebrei ed è battuto a tennis da Freud) afferma di essere lei la moglie del barone. Allora chi è veramente Nancy? Dice la verità, mente, o è stata ingannata? Ora si trova all’ospedale e per Holmes sta rischiando la vita. Bisogna salvarla anche perché dietro si macchina una diabolica cospirazione che può provocare implicazioni internazionali. Finale pirotecnico con inseguimento lungo i binari della ferrovia e duello come in certi film western. Non è finita, c’è ancora qualcosa da scoprire nell’inconscio di Holmes…
Ottima lettura, ottimo incontro-scontro-collaborazione tra il Detective e lo Psicanalista. Spunti sulla Londra nebbiosa, sulla Vienna del 1891 con una variegata popolazione dell’impero, “soleggiata e decadente”, con i suoi caffè, il “cuore della vita intellettuale e culturale, posti dove si poteva trascorrere piacevolmente una giornata senza assaggiare nemmeno una goccia di caffè” e ci si poteva pure giocare a scacchi…(mia fissazione).
Qui troviamo un Holmes diverso (non mancano, però, le sue micidiali deduzioni e travestimenti), preso dalla droga, che lotta, recalcitra, si infuria, delira, incuriosito, poi, dalla nuova disciplina di Freud per mezzo della quale scopriremo anche perché “si droghi, perché veda nel professor Moriarty il suo arcinemico, e come mai provi una diffidenza istintiva verso le donne” (Pachì).
Per maggiori informazioni sull’autore, sul Canone e la fortuna del libro il bell’articolo Un sette per cento… legale del nostro Luigi Pachì, proprio in fondo nella rubrica Sotto la lente di Sherlock.

Viaggiare in giallo di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri, Sellerio 2017.
In breve, anzi brevissimo…
Senza fermate intermedie di Antonio Manzini
Una riunione di condominio è sempre meglio della festa del 161° anno dalla fondazione della polizia di stato: questo pensa Rocco Schiavone quando sale sulla Frecciarossa con l’anatomopatologo zoppicante Alberto Fumagalli. Qui personaggi di varia umanità, tra cui uno che rompe con il cellulare. A un tratto urlo di una donna che chiede aiuto e muore d’infarto. Per il figlio scomparsi gioielli di antico valore. Terzo furto nel giro di un mese. Bella gatta da pelare per il nostro. E poi c’è la riunione condominiale. Che giornata!
Il testimone di Francesco Recami
Sul treno Frecciarossa Enrico, detto Cipolla, anni 5, seconda materna. Meta finale la Sardegna. Tutto preso dalla velocità (treno, traghetto, elicottero, motoscafo). Al gabinetto vede qualcosa di particolare. Incontro con il nonno Amedeo Consonni, dato per ucciso, ma vivo e vegeto sotto protezione della polizia. Nel WC del treno nigeriana uccisa impalata. Enrico aveva visto giusto..
In crociera col Cinghiale di Marco Malvaldi
Sei famiglie in crociera di cui quattro subiscono un furto nella propria abitazione durante la vacanza. Discussione sull’episodio al BarLume tra i soliti, conosciutissimi personaggi del nostro Malvaldone. Per scoprire il mistero occorre salire e indagare sulla nave maledetta. Ed ecco lì Massimo Viviani, barista, con ventinove volenterosi, adepti della Loggia del Cinghiale. Anche per gesto d’amore verso il vicequestore Alice Martelli.
La segreta alchimia di Gaetano Savatteri
Un viaggio a Praga per due (lo ha vinto Beppe, milionesimo cliente del centro commerciale). Anzi, per tre che, oltre a Beppe e all’amico Saverio si aggiunge Suleima, la ragazza di quest’ultimo. Uno scambio di valigie e camera devastata. Perché? Cosa cercano? E cosa vuole l’intrigante Larisa incontrata in precedenza? Sono finiti dentro una spy story?. Scontri, botte e pure le reliquie di San Vito (scoprirete cosa c’entrano).
Killer (La gita in Brianza) di Alessandro Robecchi
Il dottor Falcone, insieme all’amico Oscar, alla ricerca di un ladro. È stato rubato il cane Killer, una specie di Chihuahua, alla bellissima Francesca Monterossi. Il dottor Marsini Bisi, suo amico, vuole sapere cosa c’è dietro al furto. Anche perché il collare del detto Killer è composto da quattordici diamanti di notevole valore. Qualcosa puzza…
Un vero e proprio viaggio di Alicia Giménez Bartlett
Su un autobus di linea la studentessa Marta Marzi apre quella che dovrebbe essere la sua valigia e vi trova dei resti umani dentro sacchetti di plastica. C’è stato, evidentemente, uno scambio. Indagano i famosi Petra Delicado e Fermin Garzón che si “pizzicano” a vicenda (divergenze anche sui viaggi). Sul corpo niente tracce di droga ma una mano spalmata di cocaina. Sospetto: Marta esce con un ucraino malvisto dal padre…
Sei storie, sei scrittori ognuno con il proprio stile, ma qui c’è un’affinità di fondo tale da creare un impasto omogeneo, un’atmosfera costruita di schemi ingegnosi, brividi sorridenti, di citazioni a go-go (improrogabili quelle su Sherlock Holmes), ammiccamenti, sorprese, piccoli colpi di scena, personaggi conosciuti e nuovi che rimangono impressi nella memoria. A tratti spunti sulla vita di ogni giorno, sulla società, sui banchieri affaristi, sui tempi cambiati “Troppe ansie di ricchezza, troppi film, troppi viaggi in internet”. Lettura veloce, leggera, gradevole. Con la Sellerio si va sul sicuro. Sarà un caso ma fino ad ora tutti i libri letti di questa casa editrice mi hanno soddisfatto. E, sottinteso, senza averli ricevuti in omaggio.

Velocissime
Uno sparo nel bosco di Victor L. Whitechurch, Polillo 2017. Un uomo morto nel bosco. Ucciso, naturalmente. Ricco, bello, elegante, “dal sorriso incantevole”. Una persona a modo. Ma sarà proprio così?
Chi desidera una riconsiderazione degli studi classici su butti su La discendenza di Angela Capobianchi, Novecento editore 2017. E ho detto tutto.
Il caso della zitella acida di Milward Kennedy, Polillo 2017. Tipico villaggio inglese con la zitella acida che muore avvelenata dall’arsenico. E si scoprirà, poi, che anche la sorella ha fatto la stessa fine…
La ragazza di Venezia di Martin Cruz Smith, Mondadori 2017.
Una ragazza ebrea che cerca di sfuggire ai nazisti e alle SS. Amore e morte al tempo dell’odio. Pagina da ricordare della storia italiana.
Un altro commissario. In Mongolia (si trovano dappertutto). Con Tempi selvaggi di Ian Manook, Fazi 2017. Sfortunato, secondo abituale cliché. Figlia rapita e uccisa, compagna impazzita. In lotta anche con i tempi moderni che portano solo povertà. Ottimo giudizio di Giancarlo De Cataldo.

Un giretto fra i miei libri
La mattina del 25 dicembre di C.H.B. Kitchin, Polillo 2011.
Raccontato in prima persona dal giovane agente di cambio Malcom Warren che alla vigilia di Natale si trova a Beresford Lodge, nella magnifica residenza di Axel Quisberg, uno dei suoi migliori clienti. Bella accoglienza tra moglie, figli, un dottore e… e uno strano gioco con le sedie. Malcom cade, si sloga un polso, subito a letto e la mattina successiva si ritrova con un cadavere in terrazza! Più precisamente quello della moglie ansiosa del segretario Harley “occhialuto e lentigginoso” che, come sonnambula, si dice, deve essere caduta dalla finestra superiore. Ma c’è uno strano odore di cloroformio nella sua camera… Axel e Harley, intanto, sono via per affari,
Iniziano i dubbi di Malcom su tutti i personaggi che girano per la casa, tutti gli sembrano strani (se ne salvano solo un paio), anche lo stesso signor Quisberg con quella sua aria ansiosa e furtiva. Ad aumentare la “stranezza” c’è pure una infermiera prosperosa che sa di essere desiderata con “il suo fascino insidioso”, un vagabondo che gira intorno alla casa e una sua frase enigmatica udita di soppiatto “Ecco con quella luce ho visto tutto chiaramente come lei adesso” che fa pensare.
Malcom è nervoso, agitato, non vede l’ora di ritornare al suo cottage, al suo prato, ai suoi fiori ma arriva un altro morto assassinato e una storia passata che si riversa nel presente. Al nostro agente di cambio si è aggiunto, nel frattempo, l’ispettore Parris, un bell’uomo, alto e simpatico sulla quarantina, occhi azzurri, capelli spruzzati d’argento, naso forte, mascella larga ed energica, e dunque dalle indagini si accerta che la caduta della signora Harley non è stata proprio accidentale (ma chi è veramente costei?).
Chiude la storia un colloquio finale lettore-Malcom su alcuni interrogativi posti dalla vicenda da cui si evince l’“incasinamento” esagerato della stessa e una nota sul romanzo poliziesco, visto come un cruciverba o un acrostico e come una “immagine angusta, ma intensa della nostra vita”.
Costruzione poco credibile, personaggi sbiaditi e un andamento lento e noioso come una giornata piovosa.

La medaglia del Cellini di Ngaio Marsh, Mondadori 2011.
Ngaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Già scritto per il precedente Delitto a teatro, elliot 2010, ma fa sempre bene ripeterlo per una scrittrice di indubbio talento.
Qui siamo di fronte a lettere ricattatorie nell’alta società di Londra e, come in tanti libri della Marsch, chi indaga è l’ispettore Roderick Alleyn di quarantatré anni, “un uomo tanto simpatico e con l’aria distratta” (visto da un personaggio), aiutato, questa volta, dall’amico Robert Gospell (Bunchy). Il cui nipote, tra l’altro, impelagato con un brutto tizio, gli chiede invano del denaro. Le indagini di Robert sembrano essere sulla buona strada, quando viene ucciso in un taxi da un individuo, uomo o donna che sia, coperto da un mantello e un cappello a larga tesa. Colpito alla tempia con un oggetto duro e poi strangolato.
E allora entra in scena il nostro Roderick coadiuvato dall’ispettore Fox. E subito sorgono delle domande. Con chi ha parlato e che cosa ha detto l’ucciso nell’ultima telefonata fatta in casa Marsdon prima di prendere il taxi? E che cosa c’entra una celebre medaglia di Cellini “incastonata in un cerchio di brillantini, su un astuccio d’oro fatto a macchina con un grosso brillante per chiusura?” A ciò si aggiunga una lettera compromettente di tanti anni fa, un libro particolare, cioè la “Medicina legale” di Taylor che ha un capitolo proprio sull’asfissia e altri elementi (depistaggi) sparsi ad arte in qua e là.
Grande sapienza nella costruzione dei dialoghi e di tutto il plot della narrazione, perfetta sintonia fra Alleyn, acuto osservatore (talvolta vengono rivelati i suoi pensieri sull’interlocutore di turno), e l’ispettore Fox “Entrambi accesero la pipa, e fra loro si stabilì quella piacevole sensazione di intimità che si forma tra due persone che lavorano silenziosamente allo stesso compito”.
“Piano di battaglia finale” che non prevede il solito circolo dei sospettati con il taumaturgo nel mezzo a concionare ma una loro entrata un poco per volta.
Un bel libro.

Alcuni spunti di lettura della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)
Carta vincente si rigioca e Paula Hawkins, dopo aver venduto oltre diciotto milioni di copie con La ragazza del treno, lo fa con il nuovo libro, ritracciando lo stesso schema narrativo, in un romanzo pieno di voci e di colpi di scena e che adotta le stesse ricette: capitoli brevi, l’alternarsi di voci narranti e il dipanarsi di altre storie parallele dentro una trama caratterizzata da diversi salti temporali.
Dentro l’acqua (Piemme, 2017) non è al livello del precedente ma si legge bene, con piacere e gran facilità. Questa facilità e l’interesse che i suoi personaggi femminili, complessi ma non scevri di umanità, suscitano nel lettore, pareggiano in parte i punti più deboli del romanzo che poi sono i troppi punti di vista, le troppe voci narranti che si susseguono, con le loro inquietudini e i loro problemi. Undici personaggi che si scambiano sulla scena sono tanti da metabolizzare. Ho fatto fatica a orientarmi e ritrovare la bussola. Una ricetta con troppi ingredienti? Forse. Poi però, finalmente, avviata su retto cammino, mi sono lasciata trascinare fino in fondo, fino all’astuta verità della Hawkins.
Entrambi i romanzi di Paula Hawkins, Dentro l’acqua come La ragazza del treno, riescono a ricreare passo passo l’atmosfera dell’ambiente. Qui l’insidiosa e sonnolenta Beckford, idealmente piazzata dall’autrice nel nord dell’Inghilterra, è perfettamente ricostruita, con le sue variegate pecche cittadine che riescono a mischiare la tragedia con il gossip. Dentro l’acqua incuriosisce e spiazza, strizzando l’occhio al soprannaturale. Non insegna niente di particolare, non è un capolavoro ma un romanzo ben congegnato e decisamente coinvolgente. Non importa che io vi dica da leggerlo perché tanto i fan hanno già decretato il suo successo.

Il Museo di Villa Borghese, una superba raccolta di capolavori, ha dovuto accogliere e ora mette in mostra un’agghiacciante nuova opera. Un gruppo che vorrebbe rappresentare la scultura di un mito, di Lacoonte, esibisce l’orrore dei cadaveri, di un uomo e due ragazzi, assassinati con inaudita crudeltà e messi insieme plasticamente in posa con corde e chiodi.  Steso a  terra, colpito alla testa con ferocia ma ancora vivo a mo’ di muto testimone, il custode della Villa. Dopo il successo di È così che si uccide, Mirko Zilahy torna in libreria con La forma del buio (Longanesi, 2017), una seconda, intrigante ed esplosiva sfida al lettore che, con scrittura potente e incisiva, va oltre le barriere codificate del thriller. La sua Roma diventa peggio di una jungla, tenebrosa  e angosciante dove il pericolo striscia nelle tenebre.

Bellissimo di Massimo Cuomo, E/O 2017. Un magico romanzo fatto di sensazioni, sfumature, reazioni umane che vanno dall’adorazione, la contemplazione, lo sbalordimento, all’accettazione di un qualcosa di diverso, di inspiegabile ma magnificamente e immediatamente tangibile.

Un pacifico ma pettegolo e ombrosamente omertoso paesino di montagna che cela una misteriosa galleria. Un inesplicabile vento chiamato il Buriano. Per un perfetto thriller giallo a sfumature noir, che poi è la nuova singolare indagine dell’ispettore Marzio Santoni, uno tra i più amati dai lettori italiani. Questa volta Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, dovrà vedersela con un Delitto con inganno, Newton Compton 2017. È questo il titolo del nuovo romanzo di Franco Matteucci, già finalista al Premio Strega.

L’apprendista di Michelangelo di Carlo A. Martigli, Mondadori 2017.
Un plausibile allievo e un’avventura da brividi per Jacopo da Pistoia, adolescente fuggito da casa in una notte del 1534 perché, innamorato della pittura, rifiuta di seguire le orme paterne e piegarsi a fare il lanaiolo e lavorare nella sua bottega. Un viaggio da incubo verso sud, costellato di affanni, fame, malattie e finalmente l’agognato arrivo a Roma, nella città eterna, culla dell’arte, dove operavano i massimi artisti del secolo. Ufficialmente scritto per ragazzi dai dieci anni in su, L’apprendista di Michelangelo di Martigli è vivace, ben costruito, credibile, intrigante e si fa leggere bene anche da coloro che tanto ragazzi non sono più ma portano la fantasia nel cuore.

Sete di Jo Nesbø, Einaudi 2017.
Sete narra, in 640 pagine “a tutta birra” (e non sono poche), del forzoso ritorno alle indagini di Harry Hole proprio quando, a quasi cinquant’anni, dopo aver mollato il lavoro sul campo accettando un incarico come insegnante alla scuola di polizia, si è tirato fuori dal gioco. Una dopo l’altra, due donne sono state trovate barbaramente uccise nella propria abitazione, e una terza ferita quasi a morte è in coma in ospedale. Uccise con morsi bestiali e dissanguate. Come se qualcuno avesse bevuto il loro sangue. Atmosfere, mentalità e abitudini nordiche abbastanza lontane dalla nostra realtà. Suspense garantita e clima incandescente per un thriller decisamente azzeccato.

Un attacco da incubo per Gli eredi di Wulf Dorn (Corbaccio, 2017), con la telefonata di un testimone che denuncia un grave incidente della strada nella notte mentre nella zona infuria un uragano… Purtroppo l’elicottero dei soccorsi non può levarsi in volo e, quando finalmente i pompieri e l’ambulanza raggiungono il posto, trovano una giovane donna ferita, ma miracolosamente ancora viva. E adagiato nel bagagliaio della sua auto il cadavere di una bambina a cui è stato sparato un colpo in testa. Stavolta l’autore lascia un po’ dietro l’angolo i suoi canoni più classici che abbiamo letto in La psichiatra, Phobia Incubo e costruisce una funambolica favola amara su base horror e quasi a binario unico, perché affidata per la maggior parte alla voce narrante di Laura Schrader. Una favola amara in cui si mischiano temi di spaventosa attualità, come l’inquinamento e l’imbarbarimento del pianeta, la cattiveria insita nell’uomo (che forse nasce con lui) e un fantascientifico soprannaturale che dovrebbe regalare al futuro una pseudo vita da zombie con per unico scopo la sopravvivenza. Quale invece potrebbe mai essere?

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
questa volta vi presento Le avventure di Robinson Crusoe di Daniel Defoe, PIEMME 2017, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Il mio nome è Robinson Crusoe e sono nato a York, in Inghilterra, nel 1632 da una buona famiglia. Ho sempre avuto fame di avventure…
E di avventure ne avrà parecchie, sempre in giro sulle navi. Subirà una tempesta dalla quale si salva miracolosamente, verrà attaccato e fatto prigioniero dai pirati, ci sarà un altro viaggio e un’altra tempesta che lo sbatte su un’isola. Qui è solo, solo con le sue forze e le sue capacità per sopravvivere. Questa vita solitaria comincia a piacergli (a me no di certo), ma arriva un nuovo fatto a sconvolgergli la vita. Non è solo in quell’isola! Forse, ci vivono addirittura dei cannibali… Brrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2017

[Ma prima di iniziare… Oggi è il compleanno di Fabio Lotti, e dunque auguri, Fabio!]

Sorrisi…
Il sorriso. Mi ha colpito in questi ultimi tempi il sorrisetto di superiorità che aleggia beffardo nei volti dei nostri politici, e anche in quelli di certi giornalisti durante i soliti disgraziati dibattiti televisivi. Uno dice una cosa e l’altro gli sbatacchia in faccia il citato sorrisetto a presa di culo. Quando tutti, invece, dico tutti, dovrebbero quantomeno tenere una espressione seria, o addirittura moscia e preoccupata, visto il momento che stiamo passando. Favoloso quello narcisistico di Travaglio. Gli parte dagli angoli della bocca per salire su fino alle tempie.

Un consiglio. Se c’è Mauro Boncompagni a curare gli speciali del Giallo Mondadori andate sul sicuro. Come nel caso di Tre misteri per le signorine omicidi di Patricia Wentworth, Kay Strahan e Stuart Palmer. Tre autori coi fiocchi e tre personaggi indimenticabili: le investigatrici Maud Silver, Lynn MacDonald e Hildegarde Withers.
La prima sferruzza, sferruzza, tossisce, tossisce (piccoli colpi di tosse prima di parlare con varie gradazioni e intenti verso l’interlocutore). Sembra uscita da un album di famiglia: cappellino piatto sgualcito con la velata, vestito lungo in finta seta grigia, calze e scarpe nere, filo di perle di quercia fossile, occhiali e spilla a forma di rosa. Eppure, eppure questa antiquata istitutrice saltata fuori dal suddetto album di famiglia emana, per chi ne viene a contatto, “una intelligenza che esigeva rispetto”, “un’integrità, una gentilezza, una sorta di benigna autorevolezza”. Praticamente all’inizio rifiuta il “lavoro” di detective per un tizio, collezionista di gioielli legati a storie di sangue e morte, che sarà lui stesso, inevitabilmente, ucciso. Ma dopo entrerà in azione… Il personaggio, da solo, basta e avanza. Figuratevi il resto.
La seconda arriva suppergiù a due terzi della storia scendendo da un treno tutta vestita a puntino come se “l’avessero colta da poco in qualche ridente giardino californiano e trasportata fin qui sotto giaccio”, Piuttosto alta “di forme piene e arrotondate”, occhi di un grigio schietto, capelli di un “rosso tizianesco e dorato che faceva pensare a un tramonto di sole”. Splendida, fresca, disinvolta a risolvere un puzzle davvero intricato dove la fa da padrona una coppia di gemelle
La terza, indimenticabile zitella dalla faccia cavallina che mette bocca dappertutto, qui alle prese con la sparizione della nipote e del suo consorte. Lettura gradevole, piacevolissima, con Hildegarde che rimane una figura amata e popolare anche oggi per le sue indubbie caratteristiche e qualità di tetragona zitella investigatrice. “Ma forse è anche la spia che la Depressione (una Depressione non meno drammatica di quasi un secolo fa) è tornata in mezzo a noi e ci spinge a consolarci, in mancanza di ricette economiche efficaci, con le nostre inossidabili signorine omicidi” (Mauro Boncompagni). Non ho detto quasi nulla della trama. I tre personaggi valgono da soli la lettura.

Delitti e delitti fra una nebbia cupa e opprimente in Nella nebbia (appunto) di Mignon G. Eberhart, Mondadori 2017. Sparatoria finale che almeno sveglia un po’.

Ne è arrivato un altro. Di commissari. Basta dare uno sguardo a Il paese dei commissari, come da copertina de il Venerdì di Repubblica, 17 marzo 2017, al cui interno ce n’è una bella sfilza, non esaustiva tra l’altro, per ogni singola regione. È arrivato, dicevo, Saul Lovisoni in Il fratello unico di Alberto Garlini, Modadori 2017.
Inizio promettente. Chi racconta la storia è Margherita Pratts, ventisei anni, che non ha combinato molto nella vita (lo dice lei stessa), piercing e tatuaggio (mi ricorda Lisbeth Salander di Stieg Larsson), le piace il vino, gira con una Twingo vintage. In cerca di lavoro arriva a fagiolo un annuncio del famoso investigatore Saul Lovisoni (romanzo giallo di grandissimo successo) che vuole una segretaria. Via a trovarlo in un casolare sparso nella campagna parmigiana dove la nebbia creerà una certa atmosfera. Saul elegante, capelli scuri, labbra carnose. Pallore malinconico. Sui quaranta. Subito assunta per aver indovinato l’incipit di Emma della Austen (vedi un po’ la cultura). Ottimo salario. Si trasferisce lì.
A metà novembre arriva la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. La contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (Bernie) è scomparso da giorni. Non è da lui e la polizia traccheggia. Si è innamorato di una certa Sabina Ruffini, divisa dal marito, che ha perso un figlio investito da una macchina. Prima di sparire ha avuto uno duro scontro con lei. Vorrebbe il suo aiuto per ritrovarlo. Okay. Parcella come quella dell’investigatore Marlowe (non mancano citazioni del genere, ormai tipiche in ogni giallo che si rispetti).
Molto del racconto è basato sulla figura di Saul e del suo rapporto con Margherita. Vediamolo un po’. Discreto, invisibile, ogni tanto sparisce come Sherlock Holmes, provato dalla morte della compagna Ester annegata in un fiume, il cui corpo non è mai stato ritrovato. Attraverso i rapporti della giovane segretaria forma una narrativa, si immerge nella vita dei personaggi, ricostruisce gli eventi, percepisce le emozioni e i pensieri delle persone su cui indaga. Avverte se la storia raccontata è giusta o no. Insomma un bel “sensitivo” angosciato (soprattutto alla fine) come altri personaggi similari che vanno per la maggiore.
La spalla parlante, Margherita, fa da contraltare, un po’ come il famoso Watson. Non lo capisce ma è attratta, lo incalza, si meraviglia, si arrabbia, si incazza pure. Si scioglie.
Il racconto, un giallo antropologico lo ha definito lo stesso Garlini, fila via come nel più classico dei classici con relativa riunione finale dei sospettati e smacco per l’assassino (Bernardo sarà ritrovato ucciso). Scrittura fresca, veloce, ironica, dialoghi serrati, brevi frasi a mantenere un ritmo incalzante, con momenti di sofferta pausa. Armi per la risoluzione del caso la parola “allalena”, il “Don Chisciotte” e Francis Macomber, personaggio di un racconto di Hemingway. Come a dire che la letteratura serve anche a questo.

Donne col rossetto nero di Alessandro Defilippi, Einaudi 2017.
Gli elementi per un buon noir ci sono tutti. A partire dal personaggio principale, il colonnello Enrico Anglesio dei carabinieri Legione Liguria, sulla cinquantina, ex partigiano, curato nei minimi particolari. Sigaro toscano perennemente in bocca che sembra vivere di vita propria, morde e recalcitra “come un animale maltrattato” (quello di certi dettagli “umanizzati” un classico espediente di molti scrittori), buon vino Pigato ma anche Whisky al bisogno che fa lo stesso, buona forchetta e buona cucina all’osteria di Cicin, pure in persona al mercato di piazza del Carmine (olive taggiasche, pinoli, patate e cipolle, fagiolini…), buona musica. Suo sogno vincita al Totocalcio, casetta a Boccadasse e pesca tutti i giorni. Insomma sembrerebbe un tipo normale, preso da certi piaceri della vita se non fosse per la morte della moglie Laura avvenuta per colpa di un incidente automobilistico (finita in mare ma corpo non ritrovato), malata di mente e ricoverata più volte in manicomio, dalla quale sembra non staccarsi. Paura, ossessione, luce grigia che tormenta.
Insieme al capo i sottoposti, ognuno con le proprie caratteristiche tra cui non manca quello che si esprime nel dialetto del luogo. Ovvero Genova degli anni Cinquanta (più precisamente 1953), i suoi carruggi, le osterie, la spiaggia di Boccadasse “con il cielo color perla”, una città “strana”, “piena di luoghi inattesi”.
Poi i morti ammazzati. Quattro donne (c’è anche un uomo) con i corpi ancora caldi, nessun segno di violenza, causa arresto cardiaco. Particolari: truccate come il cerone degli attori e bocca con il rossetto nero. Accanto a loro un astuccio d’argento.
Naturalmente l’assassino che si muove tra le frasette in corsivo (ce l’ha con le “putride”), ormai cliché assodato e consolidato.
Non manca l’atmosfera del tempo. Qui con Taioli, Latilla, Edoardo De Filippo, Gilberto Govi, la Lambretta (mi ricorda le diatribe tra lambrettisti e vespisti), la Guzzi, Tex, Akim, L’Uomo Mascherato, Mandrake, Capitan Miki, Gordon, i piccoli imprenditori che vengono inghiottiti dai grandi come l’Ansaldo nell’Italia del dopoguerra, le case chiuse con l’amabile maitresse.
E ancora qualcosa di sentimentale attraverso il nuovo rapporto di Enrico con Letizia, figlia di un imprenditore (come andrà a finire?). Personaggio, il Nostro, al centro della scena, dentro un’atmosfera inquietante, visioni, cose strane, un biglietto recente con la firma della moglie morta otto anni prima, la porta aperta che aveva chiuso, gli abiti che cambiano di posto, l’incubo premonitore, la solita luce grigia che sconforta. Da inserire nella schiera dei tormentati che vanno di moda. (vedi, per esempio, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio de Giovanni).
Non manca niente, dicevo, per la completezza dello schema di lavoro, come uno spunto importante che si affaccia alla mente per svanire subito negli anfratti della memoria (anche questo un classico). Aggiungo ricatti, lettere minatorie, il complesso di Edipo, la voglia di avere un figlio e… basta. Un senso di malinconia e di straniamento serpeggia per l’intera vicenda.
L’autore ha sfruttato con destrezza tutti i possibili elementi, ormai catalogati e conosciuti (difficile tirar fuori delle novità), che concorrono a formare il plot di un noir di buon livello.

Una Polillo in splendida forma (si è ben ripresa da un momento di crisi) sta scaricando un libro dietro l’altro come Verdetto aperto di Richard Keverne. Uno zio morto ammazzato e poi annegato. Un nipote, Philip Harborough, che ha tutte le credenziali per essere ritenuto colpevole: vedi l’eredità di novantamila sterline e senza un alibi credibile. Però l’ispettore Mace non è troppo vispo e tutto quanto l’ambaradan si rivela assai complicato con una serie incredibile di personaggi “cattivi” da far girare la testa. Decisiva l’abilità dell’avvocato Jervis che assiste Philip.
Sempre della stessa casa editrice Il club degli assassini di Pamela Branch. Il titolo è già esplicativo. Un club di assassini che, per un verso o per l’altro, l’hanno fatta franca (giuro). Fra questi l’ultimo arrivato, Benjamin Cann, che ci lascia il calzino. Trama incasinata il giusto (nel senso di anche troppo) con cadaveri da tutte le parti peggio di un obitorio.

Un saluto a Colin Dexter che ci ha lasciato insieme al suo ispettore Morse. Personaggio nato nel 1957 con Last Bus to Woodstock. Ecco cosa scrisse della propria creatura l’autore “Ho dato a Morse un preciso codice di comportamento, non può bestemmiare, non deve mai portare una pistola e non può sposarsi. Ne ho fatto un detective molto intelligente in quanto io adoro i ragionatori, coloro che hanno un cervello razionale e una grande capacità logica. Morse è così e sa risolvere i problemi in quanto riesce a vedere indizi che altri non vedono”. Molti suoi libri pubblicati dalla Sellerio tra cui ricordo Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn, Niente vacanze per l’ispettore Morse e Il gioiello che era nostro.
Il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni anche a fumetti per la Sergio Bonelli editore. Tra Tex e Dylan Dog. Una bella soddisfazione.
Il libro Bruciare tutto di Walter Siti, Rizzoli 2017, ha scatenato una ridda di giudizi contrastanti. Praticamente la storia di un bambino che si uccide perché respinto dal prete pedofilo. In letteratura massima libertà, si dice. Ma anche per il lettore, dico io. Dunque, non lo leggerò.

Il bosco maledetto di Ruth Rendell, Mondadori 2017.
“Una mano recisa, scarnificata. È il macabro ritrovamento di un cane da tartufi in un terreno boscoso abbandonato, a Flagford, piccolo paese nei dintorni di Kingsmarkham. Il resto del cadavere viene alla luce durante gli scavi della polizia: un mucchio d’ossa e un teschio avvolti in un lenzuolo di colore viola, sepolti da almeno una decina di anni.”
Resti di un uomo, sapremo in seguito, con una costola incrinata. Niente di più. Difficile, dunque, la ricerca della sua identità da parte dell’ispettore capo Wexford e della sua squadra: il vice Mike Burden, la patologa Carina Laxton, “una giovane che sembrava una modella quindicenne, esile, alta, pallida ed eterea.”; il sergente Hannah Goldsmith giovane e bella anch’essa dai capelli neri, pelle bianca e occhi marroni esperta di computer; il sergente Vine, appassionato di Bellini e Donizetti; gli agenti Damon Coleman (uomo di colore), Karen Malahyde e Adam Thayer.
Se il primo caso non bastasse ecco che ne arriva subito, o quasi, un altro. La scoperta di un cadavere di otto anni prima in una villetta abbandonata. In tasca ha mille sterline e in cucina viene trovata una maglietta con stampato uno scorpione e il nome Sam. Che ci sia un rapporto fra i due casi?.
E allora continuano le ricerche, sia attraverso internet, sia attraverso i colloqui con gli abitanti del luogo, personaggi ambigui che scuriosano dalla finestra, vedono e non vedono, incastrati nei loro problemi quotidiani, tra cui lo scrittore Tredow, malato di tumore, che vive con due donne. Poi, ecco, esce anche un inserto letterario sul “The Sunday Times” del 2006 in cui una certa Selina parla del padre scomparso che stava molto, troppo tempo rinchiuso nel suo studio. Perché?…
Dubbi che assillano Wexford sposato con Dora, la cui figlia Sheila ha ottenuto il ruolo di protagonista in un film tratto da un capolavoro del citato Tredow, ed è impegnata in una campagna contro le infibulazioni. Wexford, con il suo “indispensabile bicchiere di vino rosso”, contrario ad internet “più una fonte di problemi che d’aiuto”, che non ama i picnic, non sopporta il fantasy, preferisce i personaggi reali come quelli che conosce, abile nell’indurre gli interlocutori alla confidenza.
Dunque in questo romanzo della Rendell delitto e indagine insieme a problematiche sociali, la piaga degli scomparsi, la difficoltà a convivere con culture diverse (c’è una comunità somala a Kingsmarkham), la citata infibulazione. Continuo scavo, continuo ritorno su determinati argomenti (sempre qualcosa che sfugge), ottima costruzione dei personaggi, un ricatto, un coltello che sparisce, la malattia, la morte. Una ricerca lunga, difficile, data anche la distanza temporale degli eventi da capire nella loro dinamica, che premia la tenacia del nostro Wexford.

Un giretto tra i miei libri
La maledizione di Barbarossa di Paul Halter, Mondadori 2010.
Etienne Martin, un giovane alsaziano che vive a Londra, riceve una lettera dal fratello Jean. Il loro padre si comporta in modo strano, è in preda al terrore e gli pare di averlo visto addirittura in compagnia di Eva Muller, una ragazza assassinata sedici anni prima. Urge la sua presenza. Etienne, che racconta in prima persona, è sopravvissuto ad un terribile incidente automobilistico, soffre di incubi, paure, allucinazioni. Suo amico Steve Morrison, infermiere al tempo dell’incidente, che gli procura l’aiuto del celebre criminologo Twist, un uomo tranquillo con l’aria da pensionato, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera, un paio di baffi rossi e “una chioma ribelle innevata dal tempo”. Verrà in Alsazia a dargli una mano ma prima desidera sapere la storia di Eva, praticamente uccisa in una casa infestata dal fantasma del Barbarossa. Uccisa con la spada, come altre morti nel passato, e senza gli occhi che le sono stati cavati. Twist sembra già sapere chi sia l’assassino ma tace e si ritrovano in Alsazia dove abita il fratello di Etienne.
Qui trova il padre morto ammazzato nella rimessa, continuano le emicranie, le paure, i tormenti, le visioni e le allucinazioni con Eva che sembra addirittura apparire alla finestra della camera. E con Twist, l’ineffabile Twist, a risolvere il problema della morte del padre e delle altre morti relative al Barbarossa come un gioco da ragazzi “Non ho fatto che raccogliere le tessere del mosaico”. Epilogo drammatico.
Il tutto avvolto in una atmosfera di inquietudine e angoscia che percorre il racconto, praticamente una rielaborazione di parti estrapolate da altri autori.

Chi desidera tuffarsi nei “casi impossibili” è accontentato con La maledizione dell’arpa di C. Daly King, Polillo 2008. E non può trovare di meglio come autore che questo newyorchese classe 1895, è considerato uno dei più brillanti in circolazione al suo tempo. “Quanto a ingegnosità nessuno – Agatha Christie, Ellery Queen, Dorothy Sayers, John Dickson Carr – ha mai superato lo psicologo Charles Daly King, il cui Obelist Fly High è forse la più geniale detective story mai scritta” dichiara la rivista americana “Kirkus Reviews” nel 2003 in occasione della raccolta di dodici racconti dedicati a Mr. Tarrant. E anche lo stesso (anzi gli stessi) Ellery Queen ne era entusiasta (dalla presentazione dell’autore).
Mr. Tarrant dunque, anzi per essere più precisi Mr. Trevis Tarrant, un investigatore privato che si occupa dei casi più stravaganti e particolari. Sin dall’inizio qualche spunto su di lui da parte del narratore, mi pare un certo Jerry. Benestante, anzi ricco, abita in un lussuoso appartamento tra la trentesima e quarantesima strada Est. Coltiva molti interessi: psicanalisi, folklore, archeologia, vini, filosofia, letteratura e la fisica. Fuma sigarette, sa giocare a bridge e cavalcare. Un vero gentleman. Non interessato all’omicidio di per sé ma al mistero che lo circonda. Convinto della legge della causalità “Da qualche parte esiste una risposta di tipo causale, soddisfacente da un punto di vista logico, al nostro enigma”. “Io non invento soluzioni… Io le scopro” puntualizza con un certo orgoglio.
Qui è alle prese con un problema intrigante che accetta di risolvere senza alcun compenso “Mr. Daben, un ricco americano di nobili origini irlandesi, è il proprietario di una antichissima arpa che fin dai tempi più remoti viene passata di padre in figlio come simbolo delle tradizioni e dei valori dell’illustre casata. Lo strumento è conservato in una teca nella biblioteca dei Daben, un locale in cemento armato senza finestre e con un’unica porta d’acciaio che viene azionata mediante un interruttore la cui ubicazione è nota solo al padrone di casa. Tante precauzioni sono giustificate dal fatto che esiste una profezia del XII secolo secondo la quale se l’arpa verrà sottratta al suo legittimo custode per tre volte, la sua stirpe si estinguerà”.
E l’arpa, naturalmente scompare per riapparire e scomparire di nuovo. Il nostro investigatore dilettante (allora andavano di moda come oggi i serial killer) chiamato a svelare il mistero cosa fa? Nota, scruta, osserva, misura, cataloga, si arma di due piccole bombole, di una cintura porta denaro, di una specie di salvadanaio, di una torcia elettrica e…e lo svela.
Geniale!

Patrizia Debicke (la Debicche)
La crêuza degli ulivi di Bruno Morchio, Garzanti 2017.
Crêuza, italianizzato in crosa, nome che pare venga dal latino medioevale crosus, di etimo incerto (forse antico relitto ligure o gallico), come l’aggettivo francese creux (antico francese crues) e il provenzale cros, “cavo”, (poi a ben vedere anche il lombardo croeus vuol dire torrente o meglio letto avvallato di un torrente e in piemontese creus e ancreus, è sinonimo della parola përfond, profondo).
Come tutte le cose che sanno di storia e trasudano civiltà, mi piace. Comunque in questo “bel” revival di Bruno Morchio “La crêuza degli ulivi” è un viottolo, pavimentato a mattoni o ciottoli che convergono verso il centro del tracciato per favorire il defluire delle acque, e che porta alla casa di una bella infermiera, che verrà trovata uccisa nella la sua vasca da bagno….
Agosto 2001. Bacci Pagano è da solo nel suo letto, a  rigirarsi insonne nella notturna canicola, fino al sorgere del sole. Gli anni passano, la gelida lontananza di sua figlia, Aglaia lo amareggia e Mara, la sua donna ormai da sette anni, è andata in vacanza in Grecia con un altro uomo, più giovane di lui e…  E benché il loro legame sia sempre stato improntato sulla massima libertà, la faccenda gli rode. E in più a Genova da luglio si vive come in un clima diverso, desolato? Sono passati poche settimane dagli scontri e i brutti episodi del G8, che hanno lasciato indelebili tracce e rancori in città e il limio della gelosia si somma al torrido squallore cittadino.
Poche  stentate ore di sonno  dopo, docciato e sbarbato  sono quasi le dieci, affronta stancamente  la visita della signora Amidei, moglie di un affermato chirurgo milanese invischiato penalmente in pasticciacci di malasanità con cliniche private e trasferitosi a Genova dopo una stentata assoluzione.
La signora Amidei, prepotente e procace biondona sulla cinquantina, vuole che Bacci trovi le prove del tradimento di suo marito, tradimento di cui è assolutamente certa. Bacci nicchia, si nega, ma infine, la possibilità di incastrare insieme al marito fedifrago, un pesce grosso, un politicone al governo, gli fa ingoiare l’affare di corna…
Tante citazioni letterarie (la morta era un’appassionata di libri gialli e di grandi poeti spagnoli) e musicali: in primis concerto n° 1 in Fa maggiore KV 37 di Mozart e dopo, ovviamente, De Andrè. La vittima, vedi caso, abitava in una crêuza a Sant’Ilario (da cui il titolo), come Bocca di Rosa.
Atmosfera godereccia nonostante che la politica faccia spesso da padrona nei dialoghi e come oscuro sfondo epocale.
Straordinarie descrizioni di una città che sa vivere senza mai rinnegare i suoi tanti e gloriosi passati. Quando si leggono i libri di Bruno Morchio, bisogna fare la valigie, trasferirsi armi e bagagli e sedersi a un tavolo alzato su una pedana di legno di un locale dei carruggi, crogiolandosi fino in fondo nei sapori, negli odori e nei rumori di Genova.
L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio, Einaudi 2017.
Tutti i paesani la chiamano così, l’arminuta, in dialetto abruzzese la ritornata. Sembra quasi che non possa aver diritto a un altro nome, lei l’adolescente, la bravissima e studiosa tredicenne vissuta tra carezze, benessere e serenità, lei che non ha conosciuto altri genitori che quelli che l’hanno presa e cresciuta, ma poi riportata e scaricata senza spiegazioni plausibili, neppure fosse merce avariata, alla sua famiglia d’origine, a coloro che le dicono essere i suoi padre e madre veri.
Da un giorno all’altro, passata dal confortevole calore di una casa a un mondo ignoto, catapultata nelle difficoltà legate alla sua nuova vita e ad abitudini contadine a lei estranee. Sradicata e sbattuta in un universo sconosciuto fatto di persone diverse, che parlano solo in dialetto, che lottano ogni giorno per far fronte alla miseria, che si contendono il cibo, che condividono il letto e devono sopravvivere in pochi metri quadrati. Quell’universo rappresentato da una certa Italia degli anni ’70, fatta di braccianti e di operai, che stentava a portare il pane in tavola, spesso incattivita dalle privazioni, ma che tuttavia conservava ancora abbastanza sentimenti e pietà per confrontarsi con i dolori della vita.
Il logista di Federica Fantozzi, Marsilio 2017.
Pur respirando clima internazionale, Il logista si svolge soprattutto a Roma, tra i favolosi attici con vista sul Tevere e i locali di Ponte Milvio a mezzo chilometro da dove è nata Amalia Pinter, la protagonista di questa storia. Amalia lavora per “Il Vero Investigatore”, un piccolo quotidiano di cronaca nera che ha saputo crearsi la sua nicchia nella capitale, porta i capelli bruni tagliati a caschetto, tipo Valentina ma è molto meno atletica e filiforme dell’eroina di Crepax.
La Fantozzi ci spiega una Roma che soffre la depressione di città in declino, con il suo inutile e frenetico affannarsi della movida di Ponte Milvio e senza dimenticare i buchi neri  della “terra di nessuno” delle rive del Tevere. Una terribile rete di terroristi internazionali, che nessuno sembra in grado di fermare. Un’incredibile sequenza di colpi di scena per una giornalista testarda e pasticciona, coinvolta in un’affannosa corsa contro il tempo. Un mondo crudele, con troppe zone oscure, relazioni pericolose, mentre su tutto incombe l’ombra dello scorpione. Un velenosissimo scorpione dorato…
Milano, fa paura la 90 di Besola, Ferrari, Gallone, Frilli 2017.
Un azzeccato ritorno in scena del trio di personaggi, già collaudato in Il colosso di Corso Lodi: il commissario Benito Malaspina detto il Mala, il suo romanissimo scudiero, l’agente Venditti che si sta milanesizzando e ambirebbe a una carriera di attore, e lo sbrindellato Dino Lazzati, detto Fernet, giornalista di nera del quotidiano La Notte, ma anche amico e confidente del commissario, per un nuovo pirotecnico cocktail di poliziottesca suspense e commedia neorealista.
Humour e leggerezza sono i gustosi ingredienti della ricetta di questo nuovo romanzo.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi, questa volta vi presento un libro che vi farà paura! Più precisamente La casa della morte di R.L. Stine, Mondadori 2016, della collana Piccoli Brividi.
Una famiglia deve abitare in una casa che ha ereditato dallo zio morto. È composta da Amanda di 12 anni, che racconta la storia, Josh di 11 anni, il cane Petey e i loro genitori. Subito la casa mette paura, sembra quella delle streghe e il cane comincia ad abbaiare forte come non aveva mai fatto. Poi accadono dei fatti strani: Amanda ha delle visioni, le sembra di vedere qualcuno che non c’è, Petey e Josh improvvisamente scompaiono. La natura stessa è minacciosa: cielo nero, vento forte, pioggia, lampi e tuoni. In giro ci sono degli inquietanti ragazzi (questo aggettivo me l’ha suggerito nonnone bischerone) con i quali i due fanno amicizia e…. Tutto quanto si chiarirà al cimitero del luogo. Sì, proprio al cimitero…
Brrrrrrrrrrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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