La Debicke e… Carnevale a Milano

Raffaele Crovi
Carnevale a Milano
Ripubblicato dalla Biblioteca Comunale di Milano nella collana Ebook della Biblioteca Sormani, 2019

Siamo a Milano, nel gelido inverno del 1955, in pieno Carnevale. Un gruppo di giovani, studenti universitari, ex partigiani, insegnanti, operai, dattilografe e ragazze di buona famiglia, passano l’ultima settimana prima della Quaresima in balli, sbronze e finte avventure d’amore. Fa un freddo cane in città. Sta nevicando a sprazzi da giorni e, quando smette, subentra la coltre neutrale della nebbia, lattiginosa, con l’umidità che s’insinua sotto le vesti. Giovani in caccia del futuro, alcuni con uno scomodo passato, altri incerti in cerca di un possibile approdo, un motivo per darsi da fare e forse ormai arrivati un gradino dall’età adulta, nella Milano anni Cinquanta che era appena uscita dall’impatto dell’occupazione e della guerra. Un’opera giovanile di Raffaele Crovi, il primo romanzo, che gode oggi di una bella prefazione di suo figlio Luca. Un romanzo, che vinse allora il Premio della sezione narrativa italiana Cino del Duca. Interessante e sentita testimonianza anche per stile e impostazione letteraria di un’altra epoca, di un altro secolo… Un gruppo di amici, punto di ritrovo serale: una latteria di via B, dove passano le loro serate e che per loro si trasforma in caffè, trattoria, sala giochi e all’occorrenza pista da ballo. Un punto di raccolta, di aggregazione. Con il freddo si beve cognac per riscaldarsi e per sentirsi forti, leoni. Sergio, il protagonista, ama Giuliana, una ragazza di Genova che come lui studia all’università ed è prossima alla laurea, però la distanza lo mette a disagio. Non è facile amare ed essere fedeli a distanza, soprattutto quando si è giovani e il corpo reclama il suo piacere.
I personaggi di Carnevale a Milano sono alla ricerca di una futura strada da percorrere, aspettano il via ma non sono ancora pronti, perdono tempo. Sulla copertina dell’odierno Carnevale a Milano campeggia una bella foto: “Balera del Ticinese, 1958″ © Mario Cattaneo. Sono ancora i ragazzi della generazione degli anni Cinquanta, quella che ha cominciato a vivere una straordinaria avventura, in un certo senso la più intima radiografia del “boom economico”. Si prendono e si lasciano in continuazione, sono maliziosi eppure fiacchi, si fanno compagnia bevendo e fumando sigarette. Nessuno di loro aveva tanti soldi a disposizione e anche quella fu la ragione che li tenne uniti. Parlavano e si confrontavano, per ingannare il tempo, per riempire i momenti di noia. È poi è una Milano invernale quella di Crovi nel 1955, con la neve che scende dal cielo e nasconde tante cose. Una Milano in cui sembra possibile annullarsi.
Luca Crovi scrive di suo padre che, senza approfittare di coup de thèatre o di avventurose peripezie, riesce lo stesso a incuriosire il lettore con una lucida analisi di mosse e sentimenti dei diversi personaggi. Raffaele Crovi nel 1955 aveva 21 anni. Era nato in Lombardia, ma cresciuto in Emilia. Aveva pubblicato un libro di poesie e dal 1956 lavorerà per una casa editrice… Molti dei protagonisti di Carnevale a Milano si ispirano ai suoi compagni di quell’epoca, dell’Università e di fuori. A loro piacque ciò che lui aveva narrato e si identificarono nella storia. Erano nomi che si ricordano: Emilio Isgrò, Marcello Venturi, Riccardo Misasi, Sisto della Palma, Ciriaco ed Enrico De Mita, Ruggiero Orfei, Paolo Prodi, Vincenzo Consolo, Evandro Agazzi, Nino Andreatta, Giuliana Ruggerini, Giorgio Veronesi, Ernesto G. Laura, Sergio Silva, Gerardo Bianco, Romano Prodi, Vito Rapelli. Anni dopo Raffaele Crovi spiegava in un’intervista che scrisse Carnevale a Milano nel 1954, quando aveva lasciato il collegio dell’Augustinianum della Cattolica e dormiva da solo o dividendo la stanza con altri ragazzi, in camere in affitto. Quando il libro fu pubblicato successe persino che una certa verità facesse scandalo. Per aver inserito la visita dei ragazzi al “Casino” si fece espellere dalla codina Cattolica di Milano, accolto poi per fortuna a braccia aperte dal cattolicissimo Carlo Bò all’Università di Urbino, dove si laureò tranquillamente. Per quei ragazzi del ‘55 spesso la politica era cultura e la cultura politica, ma con una dimensione anticonformista e provocatoria. La cultura era sinonimo di libertà e scrive di sé l’autore: «volevamo affrontarla con atteggiamento che mi piace definire gastronomico, ovvero un appetito continuo e insaziabile. Mai diminuito». La Milano che Crovi senior racconta fra le pagine del suo romanzo di esordio era la Milano di Vittorini e della grande letteratura del dopoguerra, del Piccolo Teatro, del cinema neorealista. Una metropoli “politecnica” che, guardando all’Europa, portava fuori da tutti i provincialismi. A conti fatti un romanzo scritto da un giovane di allora che viveva così e che inquadra perfettamente con ambientazione, modi di fare e modi di pensare, tipici e naturali per i tempi, l’atmosfera milanese di quel periodo . E ci riporta pensieri, sogni, idee, volontà di impegno politico o disinteresse, insomma esattamente quello che allora era il modo di vivere dei coetanei di Raffaele Crovi.

Raffaele Crovi (Paderno Dugnano, 1934 – Milano, 2007) ha trascorso l’infanzia a Cola sull’Appennino reggiano; ha svolto gli studi ginnasiali e liceali a Correggio (Reggio Emilia) e quelli universitari a Milano, città che lo ha visto impegnato, nell’ultimo cinquantennio, in un’intensa e multiforme attività culturale, come poeta, narratore, saggista, giornalista, direttore editoriale ed editore, produttore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi.

La Debicke e… Il manuale dell’inquisitore

Bernardo Gui
Il manuale dell’inquisitore
con introduzione storica di Marcello Simoni
Newton Compton, 2019

Lo abbiamo incontrato da poco nell’attesissima serie tv “Il nome della rosa” con le sembianze e la bravura di recitazione di Rupert Everett. Una serie che finora, pur ben costruita, non pare in grado di raggiungere la vette emozionali del grande film di Annaud, interpretato da Sean Connery in cui Bernardo Guy era impersonato da F. Murray Abraham. Bernardo Gui, nella fiction, è il domenicano ammanicato con il papa, uomo spietato, incorruttibile, deciso a far rispettare a ogni costo i dettami di Santa Romana Chiesa anche servendosi della tortura. Ma Bernardo Gui, l’implacabile e dotto inquisitore, è realmente esistito. Fu un vescovo cattolico e scrittore, un domenicano francese, noto sia per la sua opera purificatrice e indagatrice che come autore del famoso Manuale dell’inquisitore. Fu vescovo di Lodève ed è considerato uno dei più prolifici scrittori del Medioevo. Esercitò il complesso incarico di inquisitore a Tolosa, Albi, Carcassonne e Pamiers. Un uomo tutto di un pezzo, insomma, convinto di agire solo per il bene della fede cattolica e di essere nel giusto in un’epoca buia in cui sbocciavano focolai di eresia (i Catari, i collettivistici seguaci di Dolcino) e gli scontri e le persecuzioni religiose travisarono molto spesso i limiti che avrebbero dovuto essere moderati dalla chiesa sconfinando a gamba tesa (perdonate il paragone calcistico, ma ci sta) nella politica.
In questi giorni la Newton Compton ha riproposto in libreria Il manuale dell’Inquisitore che Gui realmente concepì e scrisse come una specie di “guida” per diventare inquisitori come lui. Un testo che ancor oggi mette addosso i brividi. Un testo che elenca seraficamente le più barbare tecniche di tortura e di persuasione per estorcere una confessione. Quindi, prima di prenderlo in mano e sfogliarlo, dimenticate tutte le regole relative ai diritti umani, allora inesistenti se per un motivo o l’altro si cadeva nelle avvolgenti spire dell’Inquisizione.
Marcello Simoni, autore best seller della Newton che ha ambientato più di un thriller all’epoca dei “secoli bui” del basso Medioevo, introduce il Manuale di Gui con una perfetta analisi sull’Inquisizione. Si pensa troppo spesso male dei secoli bui e invece, come Simoni spiega, «in realtà il Medioevo fu molte cose, buona parte delle quali guidò l’umanità verso il Rinascimento. Tuttavia risulta difficile interpretare uno dei principali aspetti che lo caratterizzarono: l’Inquisizione. Nata dal cuore dell’Occidente cristiano come un’ombra destinata a cambiare per sempre la storia della Chiesa, della società e del pensiero, questa istituzione si qualifica come un fenomeno di longue durée di cui, in parte, stiamo ancora subendo gli effetti. Un fenomeno che oggi, non solo nella cultura di massa, viene spesso associato alla figura di Bernardo Gui».
Il suo “Manuale dell’inquisitore”, documento unico di quell’epoca, aveva conquistato anche un cultore del Medioevo quale Umberto Eco. Marcello Simoni ci consente con destrezza di avvicinare un testo che fornisce dettagliate istruzioni per interrogare i sospettati di eresia, da un minuzioso prontuario delle particolarità di ogni setta eretica alle le istruzioni su come istruire il processo. Bernardo Gui suggerisce come “intortare” le peculiari scaltrezze di chi adora un falso dio. Ci dà precise istruzioni su come aggirare i cavilli, smascherare le bugie per riuscire infine a estorcere una piena confessione e l’abiura. E parimenti spiega che, come per guarire ogni diverso morbo bisogna servirsi dell’apposito farmaco, così si dovranno utilizzare modi e mezzi differenti per interrogare gli eretici a seconda della setta di appartenenza. Quindi le domande inquisitorie andranno poste in diverso ordine e, in alcuni casi, non si dovrà contentarsi della prima risposta, perché potrebbe essere ingannevole. Il Maligno si cela come un serpente velenoso, pertanto di deve prestare grande attenzione affinché i figli delle tenebre non abbiano il sopravvento.
Bernardo Gui più di ogni altro ha incarnato simbolicamente lo spirito dell’Inquisizione, ma la sua grande fama è salita alla ribalta in virtù del personaggio che porta il suo nome in “Il nome della rosa”. E quindi riverenza a Umberto Eco. Sappiamo che Il manuale dell’Inquisitore è il manuale è il più attendibile e rappresentativo documento di quella “società di persecuzione” che segnò l’Europa per secoli. Questo ci porta a confutare la diceria che lo dipinge come un ignorante inquisitore, mentre certi studiosi cattolici sostengono il contrario. Gui, Procuratore generale del suo ordine “per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, è considerato uno dei più notevoli storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo”. Oggi gli storici hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, “se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare”, mentre altri (307?) sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti. Bernardo Gui impegnato nella caccia alle streghe? A conti fatti parrebbe di no. Presso gli inquisitori suoi contemporanei “è sempre modestissimo il numero degli accusati per pratiche stregoniche”, a quei tempi di competenza dei vescovi e non degli inquisitori, salvo nei casi in cui la stregoneria fosse mischiata all’eresia. Anche in epoche successive la caccia alle streghe fiorirà rigogliosamente nei paesi protestanti, mentre la Chiesa cattolica si sforzerà piuttosto di controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con buonsenso, dai tribunali laici dei principi. La tortura generalizzata e indiscriminatamente applicata? Anche questo viene contestato: l’Inquisizione nel secolo XIV, a differenza dei tribunali laici del tempo, usa in pochissimi casi la tortura di cui – secondo un decreto del 1311 di Papa Clemente V – l’inquisitore non può, da solo, decidere di servirsi: deve sospendere il procedimento e instaurare “un giudizio speciale, al quale partecipi il vescovo o il suo rappresentante”. E quindi non sarebbe vero dire che l’inquisitore decide in poche ore senza difesa né appello, e anzi enuncia il principio che “chiunque contesta il verdetto di un inquisitore è lui stesso un eretico”: menzogna. È l’Inquisizione del secolo XIV che inventa la giuria, consilium, che mette l’imputato in condizione di essere giudicato da un numeroso collegio, spesso di trenta o magari cinquanta giurati, dove molti “pare logico, diventano gli avvocati dell’accusato” ed è l’inquisitore che spesso, davanti a loro, si trova magari in condizione di inferiorità. Del resto l’imputato ha diritto di difendersi e “può produrre testimoni a discarico”; “può anche ricusare i suoi giudici e, in caso di rifiuto di questa ricusazione, ottenerla mediante un appello a Roma”. Nel processo inquisitoriale – lungo e complicato – i rei confessi e pentiti possono essere condannati soltanto a pene minori; poi è il potere laico, il braccio secolare – e mai la Chiesa – a occuparsi dell’esecuzione delle condanne.
Bernardo Gui, personaggio dei suoi tempi, a posteriori discusso e controverso, al termine di una carriera intensa fu consacrato vescovo di Tuy, in Galizia, e nel 1324 di Lodève. Accettò di fatto, il titolo di Tuy ma rimase in Provenza, per non allontanarsi dalle livree cardinalizie di Avignone e dai luoghi in cui fino ad allora aveva vissuto, studiato e svolto i gravosi compiti che gli erano stati assegnati. Impegnò i suoi ultimi anni a scrivere nuove opere (tra cui una corposa summa agiografica dedicata a Giovanni XXII) e a correggere le vecchie. Finché a settantun anni, il 30 dicembre 1331, si spense tranquillamente nel suo letto presso il castello di Lauroux, nell’Hérault (e non precipitato tra le rocce come nel film del Nome della Rosa). L’anno successivo il suo corpo fu traslato presso il suo amato convento di Limoges.

Concorso Letterario “Sulle orme di Agatha Christie”

[Ricevo dalla cara Patrizia Debicke e volentieri segnalo]

La Società Umanitaria e le Edizioni Le Assassine promuovono il concorso di scrittura per racconti di genere giallo Sulle orme di Agatha Christie.
Per partecipare occorre essere soci (non temete, costa solo 10 euro ed è per una buona causa).
I partecipanti potranno presentare un solo elaborato, inedito, di loro produzione, scritto in lingua italiana, di lunghezza compresa tra le 25.000 e le 50.000 battute (spazi inclusi).
I racconti dovranno essere inviati via email in Word o Pdf all’indirizzo concorsoingiallo@umanitaria.it entro il 30 giugno 2019. L’oggetto dell’email dovrà essere il titolo del racconto.
Il modulo di iscrizione è scaricabile sul sito (leggete con attenzione come anonimizzare gli elaborati!)

La giuria, che renderà noti i vincitori a fine ottobre e la cui valutazione degli elaborati sarà insindacabile, è composta da:
Patrizia Debicke, scrittrice
Elena e Michela Martignoni, scrittrici
Daniela Pizzagalli, scrittrice e giornalista
Tiziana Elsa Prina, editrice di “Le Assassine”
Mauro Cerana, agente letterario
Franca Magnoni, direttrice Humaniter
Lidia Acerboni, insegnante scrittura creativa
Giuseppe Carfagno, insegnante scrittura creativa

La premiazione avverrà durante la prolusione dei Corsi Humaniter 2019/20 nella sede di Milano.
Saranno premiati i primi tre racconti con la pubblicazione dei medesimi in un volume edito dalle Edizioni Le Assassine. Al primo classificato verrà inoltre offerta l’iscrizione gratuita ai corsi.

I racconti dovranno ispirarsi alle 10 regole stilate nel 1930 dal Detection Club di cui faceva parte Agatha Christie:

Il Detection Club, il prestigioso circolo dei giallisti fondato nel 1930, non si radunava in posti lugubri e terrorizzanti, ma intorno a ricche tavole imbandite. Nei loro romanzi, i suoi membri s’impegnavano ad attenersi a dieci precise regole, giurando su Eric, un teschio autentico, mascotte del club.

  1. Il criminale dev’essere un personaggio che compare nella prima parte della storia, ma al lettore non devono essere esplicitati i suoi pensieri.
  2. Non sono ammessi eventi soprannaturali o paranormali.
  3. Non sono permessi più di una stanza o di un passaggio segreto.
  4. Non è concesso l’uso di veleni fin qui sconosciuti, né di strumenti che richiedano alla fine una spiegazione scientifica troppo lunga.
  5. Nessun cinese deve apparire nella storia. (N.B.: all’epoca tutti i mysteries di massa avevano sempre un cinese nella trama. Questo significa che gli scrittori devono evitare i clichés).
  6. Nessun evento casuale deve arrivare in soccorso dello scrittore né questi deve avere un’intuizione inspiegabile che risulti poi corretta.
  7. Non può essere il detective colui che commette il crimine.
  8. Il detective non può scoprire un indizio che non sia all’istante presentato anche alla verifica del lettore.
  9. L’amico stupido del detective non deve celare i pensieri che gli passano per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma molto leggermente, al di sotto della media del lettore medio.
  10. I gemelli o i sosia non dovrebbero apparire nella storia, a meno che non siano stati debitamente introdotti fin dall’inizio.

Il futuro è storia (Le brevi di Valerio 262)

Masha Gessen
Il futuro è storia
Sellerio, 2019 (orig. 2017)
Traduzione di Andrea Grechi
Storia

Russia. Ai tempi di Putin. Lëša, Maša, Serëža e Žanna sono nate fra il 1982 e il 1985 e, nell’arco di circa un anno, hanno raccontato le loro vite alla bravissima Masha Gessen (Mosca, 1967): eventi, luoghi, conversazioni, sentimenti, film, notiziari televisivi, idee. A lungo redattrice in patria e autrice di vari libri, da minacciata attivista Lgbt si è trasferita definitivamente negli Usa a fine 2013, la giornalista russa si è avvalsa di varie fonti per corroborare date, cronologie e descrizioni e, infine, lavorando fra New York e Vienna, ha dato alle stampe un meraviglioso coraggioso straordinario reportage-romanzo-saggio su come si vive da qualche decennio in Russia. Il futuro è storia ha ottenuto nel 2017 il National Book Award e ora è stato tradotto in italiano. Oltre alle quattro donne (menzionate col diminutivo) vi sono altri tre personaggi principali del testo: la psicoanalista Marina Arutjunjan, il sociologo Lev Gudkov, il filosofo Aleksandr Dugin.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Nucleus

Rory Clements
Nucleus

La Corte editore, 2019

1939: con i venti della Seconda guerra mondiale girati a tempesta, il professor Tom Wilde sta rientrando in Inghilterra dagli Stati Uniti dove, nel corso di un tour di conferenze per promuovere il suo libro, ha incontrato il presidente Roosevelt, che gli ha affidato un inatteso incarico. Wilde infatti dovrebbe approfittare della sua amicizia con Geoff Lancing, brillante professore di fisica di Cambridge, per tenere sott’occhio i progressi degli scienziati del Cavendish, l’affollato laboratorio dell’università dove tante menti geniali stanno lavorando alla fissione dell’atomo. Una grande scoperta che potrebbe cambiare le sorti del mondo intero e da cui potrebbero dipendere gli esiti dell’imminente guerra: la possibile creazione di una superbomba.
E, sempre avvalendosi dei buoni uffici di Lancing, entrare nel giro del miliardario americano Milt Hardiman, proprietario della Old Hall, fantasmagorica magione tardo elisabettiana. Ciò nondimeno Wilde, appena arrivato a Cambridge, si ritroverà a dover ospitare un famoso fisico, fatto fuggire dal campo di concentramento di Dachau e scoprirà che Lydia, la sua fidanzata, si è imbarcata in una rischiosa missione: andare a Berlino con la speranza di reperire le tracce di un bambino scomparso durante uno dei Kindertransport organizzati dai quaccheri per permettere a bambini ebrei di lasciare la Germania per fuggire in Gran Bretagna e salvarsi dalla persecuzione nazista.
Ma quando uno dei migliori scienziati del Cavendish sarà ritrovato barbaramente assassinato dopo una gran festa, Tom Wilde volente o nolente sarà di nuovo coinvolto in un intrigo internazionale che spazia da Cambridge a Berlino e dagli Stati Uniti all’Irlanda, con l’arduo compito di tentare di evitare una spaventosa minaccia mondiale, e che potrebbe essere senza via d’uscita.
Mentre anche l’IRA, con i suoi continui, fragorosi attentati, ha messo sotto attacco l’Inghilterra, Tom Wilde ormai in pista dovrà scoprire su chi appoggiarsi e di chi potersi veramente fidare… Riuscirà a farlo prima che sia troppo tardi?
Si affollano all’orizzonte le nubi nere di una guerra che ormai tutti pensano inevitabile, l’incertezza del presente si confronta pericolosamente con il desiderio di minimizzare, di divertirsi. In Inghilterra si va a Newmarket ad assistere alle corse dei cavalli, ci si presenta ai balli con la maschera a gas, quasi che usandola per gioco si fosse in grado di esorcizzare il rischio di doversene servire davvero. Assistiamo al quotidiano ritmo di vita e di corsi a Cambridge, dove tanti giovani che oggi studiano dovranno affrontare un futuro che li vedrà marciare in divisa.
Contemporaneamente in Germania siamo i muti testimoni delle indicibili e crescenti pene degli ebrei, vittime di uno stato che ogni giorno promulga nuove leggi per sterminarli. Le sofferenze di quei poveretti in speranzosa attesa in file interminabili di fronte all’ambasciata inglese per un improbabile visto, con i figli bambini caricati sui treni con la speranza che almeno possano trovare accoglienza e rifugio in un altro paese. La minaccia, la paura tangibile, la tensione e il disagio che serpeggia che si respira. Il mostruoso odio scaturito dalla mente di un folle.
In America, invece, nella beata sicurezza della lontananza, si cerca di arrivare per primi a disporre dei malefici segreti dell’arma letale.
In Nucleus di Rory Clements il vero palcoscenico del romanzo è la storia alle soglie della Seconda guerra mondiale, con la frenetica corsa degli stati agli armamenti. Un thriller complesso, mai scontato, in cui ogni pedina che entra in campo gioca il suo ruolo, non solo nella risoluzione della vicenda, ma anche in quella che diventerà storia mondiale. Al centro della trama, la conquista della fissione nucleare, una della più grandi scoperte del XX secolo, se usata per scopi non pacifici, da sfruttare per spaventosi scopi bellici. Questa è la verità alla base di Nucleus, perché se il romanzo è un’opera di fantasia, la Germania aveva già ottenuto la fissione e nel 1939 iniziò a tutti gli effetti il suo programma nucleare.
Ogni tanto mi viene il sospetto che solo gli inglesi, che più l’hanno vissuta sulla loro pelle e forse ormai immagazzinata nel DNA, sono in grado di ricreare l’atmosfera che si respirava nel 1939, alle soglie della Seconda guerra mondiale e capaci di scriverne facendoci rivivere le sensazioni e l’incertezza di quei tempi di angosciante attesa. E naturalmente Rory Clements, ex giornalista, non mi smentisce; inoltre, in virtù della sua preparazione come formidabile autore di thriller storici inseriti nel XVI secolo, con Nucleus riprende il percorso storico avventuroso intrapreso tre anni prima con Corpus, primo capitolo della trilogia, e anche stavolta mette in scena come protagonista Tom Wilde, lo stimato docente americano di Cambridge che scrive romanzi ambientati in epoca Tudor. E Tom Wilde non riuscirà a tenersi fuori dai giochi, sarà messo a confronto con rivali pericolosi, coinvolto in una nuova intrigante e avventurosa spy story. Ritroviamo i nazisti, ma anche l’IRA, le suggestioni di ricchi americani di destra, e in una girandola di colpi di scena i buoni e i cattivi si affrontano in una storia dove a conti fatti nessuno è quello che appare, dove la vita di ciascuno è in continuo pericolo e in cui tutti sono costretti a nascondere segreti, a dissimulare e nascondere la verità. Con una palpabile tensione in aumento pagina dopo pagina, Clements porta avanti una trama complicata che si potrebbe definire corale, densa di avvenimenti, di personaggi, sempre districandosi con abilità e senza lasciare niente al caso. Insomma un thriller storico coinvolgente, molto veloce e che vola verso un azzeccato finale. Un thriller che talvolta ci richiama modi e tempi cari ad altri celebri autori tra cui il suo super connazionale Ken Follett. Un romanzo che lascia il segno, molto coinvolgente da leggere.

Rory Clements: autore inglese, dopo una carriera da giornalista che lo ha visto collaborare con testate nazionali come il Daily Mail e l’Evening Standard, si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. Fin da subito, i suoi thriller storici ambientati nel XVI secolo sono diventati dei bestseller in Gran Bretagna, con gran successo di pubblico e critica che si è ripetuto anche all’estero con la ripubblicazione in oltre dieci Paesi. Accostato a grandi autori come Robert Harris e John Le Carré, in Italia ha già pubblicato con Piemme il thriller Il persecutore e con La Corte Editore Corpus, il primo capitolo della serie che vede protagonista Tom Wilde.

Nota dell’autore: due dei personaggi di Nucleus, Bertha Bracey e Frank Foley, sono eroi realmente esistiti che hanno salvato migliaia di vite, ma i loro nomi sono stati dimenticati dalla storia. Immagino che, camminando per strada, avresti serie difficoltà a incontrare anche una sola persona in grado di dirti chi fosse Bertha Bracey, membro della Società degli Amici (i quaccheri), che dopo la Prima guerra mondiale si dedicò al volontariato in Germania sfamando migliaia di bambini poveri. Nel novembre 1938, dopo i terribili eventi della notte dei cristalli, Bertha fu tra coloro che convinsero un governo inglese inizialmente riluttante, a ospitare 10.000 bambini ebreo-tedeschi non accompagnati e a fornire loro un rifugio. Nei successivi dieci mesi, lavorò ininterrottamente per organizzare i cosiddetti Kindertransport, assicurandosi che ogni bambino trovasse una casa e una scuola in Gran Bretagna. Anche Frank Foley salvò la vita di migliaia di ebrei. Il suo ruolo ufficiale era quello di Agente Controllo Passaporti per la Gran Bretagna a Berlino, ma si dà il caso che fosse anche a capo della base dell’MI6 e la migliore spia inglese a Berlino. Concesse il visto a moltissimi ebrei ansiosi di lasciare la Germania, infrangendo tutte le regole, spesso basandosi su tenui motivazioni.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2019

Altri arrivi sulla tazza!…
Bene, bene, bene, oltre alla nostra leggendaria Debicche (Patrizia Debicke) e al mio nipotino Jonny (Jonathan), su una delle varie, inossidabili tazze del mio gabinetto, sono arrivati l’amica lettrice Barbara Daviddi e anche, sempre amico e nello stesso tempo professore di storia antica all’Università di Siena, Marco Bettalli. Il quale Marco è stato, ed è tutt’ora, un lettore accanito di tutte le opere del grande Simenon dove campeggi Maigret. Ergo mi ha lasciato ben 75 (settantacinque) brevi, brevissime recensioni del grande scrittore francese che ho il piacere di farvi conoscere. Lo troveremo più avanti. Intanto ricordo di lui soprattutto Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico. Età arcaica e classica, Carocci 2013.
Aggiungo un mio vecchio gialletto scherzoso qui.

Il rovescio della medaglia di Ellery Queen, Mondadori 2019.
“Ellery credeva ormai di averla finita con Wrightsville.” Con “il verde perenne delle foreste”, “l’aria profumata” e le “ridenti colline.” Fino a quando arriva una busta proprio da questa località. Una busta senza mittente che contiene alcuni ritagli di giornale, più precisamente del “Wrightsville Record” a firma di Malvina Prentiss. Tre sere dopo per espresso la seconda busta con un altro ritaglio dello stesso giornale. In sintesi i fatti riportati: la morte per malattia di cuore di Luke MacCaby un “eccentrico vecchio miserabile” che non è “povero affatto” e ha lasciato il suo intero patrimonio (quattro milioni di dollari!) al dottor Sebastian Dodd, conosciuto da tutti per il suo animo generoso; il suicidio del socio segreto in affari del morto John Hart per speculazioni sbagliate; infine la scomparsa dell’“ubriacone” Tom Anderson, forse buttato nelle sabbie mobili sottostanti a una rupe dopo una rissa. Tutti, per qualche motivo, in relazione fra loro.
“Ellery se lo sente nel sangue che c’è “qualcosa di sinistro sotto tutto questo.” Ed ecco arrivare da lui una bambina. Proprio Rima Anderson, la figlia di Tom. Suo padre le ha parlato di lui, della sua bravura di detective, e chiede il suo aiuto per scoprire la verità. Vuole sapere cosa è accaduto, come gli è accaduto, chi è stato. Caso interessante, proprio adatto per Ellery. E allora via a Wrightsville con Rima. E via dal capitano della polizia Dakin, oltremodo perplesso. Secondo Ellery quello che è accaduto al padre di Rima sembra essere connesso alla morte di Luke MacCaby, alla sua segreta società con John Hart e al lascito del primo al dottor Doll. Inizia l’indagine attraverso l’incontro con i vari personaggi che girano attorno alla vicenda: il dottore (spariti i cinquemila dollari che aveva dato a Tom per aiutarlo), l’avvocato del morto, la giornalista che segue il caso e altri. Da tutti vuole sapere chi è stato a spedirgli le buste (già, chi è stato?) e ancora una volta è sempre più convinto “che la morte di Anderson sia in qualche modo collegata con gli avvenimenti che l’hanno preceduta.”
Qualche spunto sui gialli, sulla interpretazione dei fatti, una cosa che non è sempre ciò che sembra, ovvero il rovescio e il dritto della medaglia, qualche simpatico battibecco con Rima a cui trova anche lavoro come segretaria presso il dottore dove si innamora del giovane assistente Kenneth Winship (Ken). Tutto gira intorno a una filastrocca (ci ricorda qualcosa…), al ricco, al povero, al mendicante, al ladro che fanno una brutta fine e la serie non termina qui.
Aggiungo il mistero della soffitta di Dodd (Ellery si ritroverà, addirittura, sul tetto della sua casa), il cane che urla nella notte, paura, brivido, pericolo anche per il Nostro, incidente stradale, un salto mortale dalla finestra, un incendio, gli “atti divinatori”, il testamento redatto due volte, l’Amore e le pene dell’Amore, il classico trucchetto per scoprire l’assassino, la rivelazione finale di Ellery sbalorditiva in tutti i sensi. Il tutto amalgamato da una scrittura pulita, liscia e fluida. Pure una citazione degli scacchi: “Ecco quello che accadeva, pensò tristemente, a considerare le persone non come esseri umani ma come pezzi degli scacchi” che interessa solo al sottoscritto.
Insomma, lo ripeto, un caso interessante da capire e risolvere attraverso il rovescio della medaglia. Come suggerisce Ellery al capitano “Adottate questo metodo di vedere le cose, Dakin. Tenete sempre la medaglia in modo da poter dare un rapido sguardo all’una e all’altra faccia.” Cercate di farlo anche voi lettori.
Per I racconti del giallo ecco Un nome da ninja di Andrea D’Amico.
Il “trillo sguaiato del campanello”, l’apertura della porta e la signora Caivani si ritrova a terra colpita da tre pugni micidiali al volto. Per una sua colpa, secondo il bisbiglio dell’assalitore. Caso per il commissario vedovo Arcidiacono che sembra il fratello minore di Bud Spencer. La morta, secondo indagine, “non era una brava persona.” Altro indizio i tre colpi: orecchio, mascella, occhio, ovvero non vedo, non sento, non parlo. Facile per il nostro Arcidiacono. Che ha pure un buon cuore.
E per La storia del Giallo Mondadori la prima interessante puntata di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

Sherlock Holmes Orrore nel West End di Nicholas Meyer, Mondadori 2019.
Londra, inverno gelido e nevoso del 1895. Il “corpo di Jonathan McCarthy giaceva riverso ai piedi di uno scaffale, gli occhi aperti e fissi nel vuoto, la mascella ornata della barba nera abbassata e la bocca spalancata in un agghiacciante grido silenzioso.” Un caso davvero particolare per il nostro Sherlock invitato ad occuparsene dall’amico commediografo irlandese George Bernard Shaw (non sta molto simpatico a Watson che lo giudica insopportabile presuntuoso). La vittima è un noto, velenoso critico teatrale pugnalato al fianco sinistro poco sotto al cuore. La sera precedente si è trattenuto con un ospite che deve averlo colpito, dopo un alterco, con un tagliacarte d’avorio giavanese, secondo Holmes. Da tenere presenti un sigaro strano ancora fumante e un volume di Romeo e Giulietta aperto a pagina quarantadue sul duello tra Tebaldo e Mercuzio che il morituro aveva preso dalla scaffale. Voleva forse offrire un indizio sull’uccisore? Intanto Holmes ispeziona la stanza del delitto con una serie di “fischi, esclamazioni e grugniti.” Dopodiché offre delle sicure informazioni sulle caratteristiche dell’assassino.
Un personaggio particolare, molto particolare che si è incontrato con il morituro è Oscar Wilde (tratteggiato a dovere nelle sue pose da dandy), autore famoso di commedie come L’importanza di essere Ernesto. Via da lui per un colloquio dove si apprende che il suddetto veniva ricattato proprio da McCarthy, il quale aveva un’amante, l’attrice Jesse Rutland. Via anche da lei al teatro Savoy. Ma qui la sorpresa, un “urlo inumano” della stessa trovata uccisa con un taglio alla gola. E, secondo il nostro Segugio di Baker Street, i due delitti, compiuti nello stesso giorno, sono collegati fra loro.
Indagine complessa, soprattutto perché si muove nel mondo del teatro, “dove le passioni, vere o finte, abbondano”, dove circolano droga e donnine di dubbia reputazione. “Nobile come arte, ma bieca come professione, che soprattutto venera ciò che il resto della società condanna” è il commento sprezzante di Watson. Inoltre troppi moventi e almeno una dozzina di persone hanno avuto interesse a eliminare il critico. Naturalmente, invece, per l’ispettore Lestrade, l’“ometto” Lestrade, è facile beccare subito l’assassino nella persona di un indiano parsi che frequentava l’uccisa, creando solo un caso “in cui l’odioso spettro dell’intolleranza razziale svolge un ruolo pesante quanto rozzo”, sempre secondo il vigile Watson.
Aggiungo un biglietto minaccioso che intima ai nostri di stare lontani dallo Strand, un pezzo di carta dell’agenda di McCarthy con la scritta venuto Jack Point, (trattasi di un personaggio di un’opera, un buffone che perde l’amore della sua donna), addirittura un’aggressione in cui sono costretti a bere uno strano liquido, classici travestimenti e classiche deduzioni tipiche di Holmes, cellule grigie e movimento (ritroviamo il famoso duo anche sul tetto di una casa), la scomparsa dei cadaveri, una malattia pericolosa dalla quale difendersi e l’Amore che muove i più forti, contrastanti sentimenti. Insomma un bel plot da rimettere a posto tanto che, a un certo punto, “Le cose sono meno semplici di quanto immaginassi agli inizi”, commenta dubbioso lo stesso Holmes. Come commenta Luigi Pachì in George Bernard Show e gli strani omicidi nel distretto teatrale di Londra in Sotto la lente di Sherlock Holmes, qui “ci troviamo davanti a un lavoro ben strutturato, intelligente e molto curato. Il romanzo è piacevole e si fa leggere con vero trasporto, anche grazie a uno stile fluido e appassionante.”

Il cadavere del lago di Danilo Pennone, Newton Compton 2019.
Ha sessant’anni. Ha perso la moglie e perde la figlia. Il commissario Ventura è solo. Fumo (sigari), alcol, un cane, la Volvo per spostarsi e un pianoforte a fargli compagnia. Davanti allo specchio vede “un uomo con un paio di occhi piccoli e tristi incorniciati dal metallo dei suoi occhiali”. Pantaloni “sgualciti”, giacca “rattrappita”, scarpe “slabbrate” e il personaggio è compiuto. Non ha tempo da perdere. C’è un morto strozzato sepolto sotto la sabbia del lago di Albano che lo attende. Segni di rossetto addosso e un rosario particolare, molto particolare. Più precisamente Eamon McCormac, originario di Belfast. Un seminario si trova proprio a Castel Gandolfo, sul lato delle Ville Pontificie, ovvero il Seminario Apostolico d’Irlanda. Da dove il tizio era sparito da due giorni.
Ci sono tutti in questa storia. Non manca nessuno. Voglio dire come personaggi caratteristici di un thriller: il medico legale, i sottoposti, i superiori, quelli superiori ai superiori, il cronista della nera, la giornalista del Tg regionale, perfino la bella di fronte che si spoglia (ormai un classico anche questo). E lui il duro, il testardo, lo “sceriffo” che deve vedersela con gli altri e con se stesso.
La storia spalanca davanti al lettore il mondo della prostituzione maschile tra “fruste, morsetti, apribocca, anelli fallici, collari e vibratori.” Un altro giovane morto strozzato e il caso si fa più complesso. ll nostro Ventura è preso da inevitabili dubbi ed assilli perché, al di là del mondo della prostituzione maschile, c’è forse qualche collegamento, addirittura, con il terrorismo in Irlanda…
Caso complesso e pericoloso, molto pericoloso soprattutto quando c’è di mezzo la Chiesa e il suo potere, quando sembra che il caso sia risolto con l’arresto del presunto assassino che lo accusa, addirittura, di violenza. Tutti contro di lui, costretto ad abbandonare le indagini, consegnare la pistola e il tesserino. È solo. Solo. A fargli ogni tanto compagnia una bella ragazza che lavorava nel Convitto, i ricordi dolorosi della figlia e della moglie, qualche dialogo con don Pablo, la musica classica, i notturni di Chopin e il cane Crimbo. Sa di avere poco tempo per una indagine personale “e di poter confidare solamente in se stesso e nella propria forza interiore.”
Spunti sulla città, scontri polizia-manifestanti, la fine della politica, il potere nelle mani della rete (si dice), alla Cantina Paradiso per qualche bella mangiata (squisita la Pasta alla Norma), fremiti stuzzicarelli che riemergono improvvisi per scuotere istinti sopiti. Complica l’ambaradan una Natura micidiale: il freddo boia, il cielo livido, il vento, l’acqua, il fulmine che cade sul lago, perfino il Vulcano Laziale che sembra preparare “un’aria d’apocalisse, di tragedia”.
C’è proprio tutto in questa storia, tutto quello che si trova abitualmente in altri millanta racconti similari. Compresa la qualità discreta della scrittura e l’andamento fluido della narrazione. Quasi un copia e incolla. Niente di nuovo sotto il sole.

I Maigret di Marco Bettalli

Pietr il Lettone del 1931.
Gli elementi ci sono già tutti. La signora Maigret che aspetta a casa, Maigret massiccio e apparentemente inerte che scola birre nel suo ufficio affacciato sulla Senna, i collaboratori (Torrence che muore addirittura, per poi risorgere in uno dei prossimi romanzi!), la Parigi sordida e quella dei grandi alberghi. Ma è tutto molto “sopra le righe”: Maigret, la cui pesantezza fisica è sottolineata ad ogni pagina, compie un’inchiesta spaventosamente faticosa, stando esposto a temporali per dozzine di ore, non dormendo quasi mai, per finire con una sorta di “cattura” di Pietr in una “notte buia e tempestosa” con l’acqua alle ginocchia. A un certo punto viene anche ferito abbastanza gravemente con un colpo di pistola. E poi, ebree (chiamate proprio così… e “hanno l’odore tipico della loro razza”) discinte e pazzamente innamorate, ricchi che più ricchi non si può, gemelli che si contendono donne e si ammazzano tra di loro, in una trama anche divertente ma decisamente inverosimile. Rispetto ai Maigret di vent’anni dopo, sembra un po’ un film pornografico rispetto a un film erotico di un maestro della cinematografia mondiale… Simenon deve prenderci la mano e diventare più sicuro (dopo tutto, scrisse il libro a soli 26 anni – fu pubblicato due anni dopo): potrà così iniziare la sua opera straordinaria di “sottrazione” che farà dei Maigret dei capolavori indiscussi.

L’impiccato di Saint-Pholien del 1931
La storia è da una parte poco originale (errori di gioventù che minacciano la vita di buoni borghesi ben sistemati, la cui descrizione è tra le parti migliori del libro), dall’altra non priva di qualche venatura di insensatezza (la partecipazione a un delitto da parte di queste persone non era tale da minacciarli di una condanna grave: e allora perché spingersi a cercare addirittura di uccidere il buon Maigret, ben due volte? Un eccesso, questo, difficilmente giustificabile sul piano narrativo). Nonostante questo, lo sguardo su alcune atmosfere è già a livello molto alto, e alcune pagine sono splendide. Ambientazione tra Brema e, soprattutto, Liegi, con chiari riferimenti alla giovinezza dello stesso Simenon, che visse nella città belga fino ai 19 anni; quasi nulla Parigi, signora Maigret e apparato poliziesco (fa la sua comparsa brevissimamente solo Lucas): Maigret fa tutto da solo in modo straordinariamente (forse eccessivamente) ostinato, per poi concludere la sua inchiesta lasciando liberi i colpevoli in nome di una superiore e personale idea di giustizia: uno schema che non mancherà di ripetersi altre volte. Tutto sommato, un romanzo con luci e ombre, non un prodotto perfetto, certamente, ma comunque notevole.

Un giretto tra i miei libri

Di nuovo tre piccioni con una fava con il Giallo Mondadori (il precedente esempio risale a L’isola dei delitti). Questa volta attraverso Le signorine omicidi colpiscono ancora di Patricia Wentworth, Mildred Davis e Stuart Palmer, Mondadori 2009.
Anzi, a ben guardare, sono quattro i piccioni che l’“Introduzione” di Mauro Boncompagni vale da sola il prezzo del libro.
Due romanzi Miss Silver e il caso Pilgrim, Appuntamento col destino e un racconto L’impronta azzurra. E tre detective: Miss Silver (appunto), Norma Boyd e Hildegarde Withers.
Idea azzeccata, azzeccatissima quella di mettere insieme due romanzi di contenuto e taglio diversi. E di personaggi diversi. La piccola, minuta, delicata, ma anche inflessibile ex insegnante Miss Silver, che tossicchia e sferruzza e mentre tossicchia e sferruzza tiene sempre all’erta le sue ben vispe celluline grigie (provviste di massime più o meno personali) e il personaggio di Norma Boyd presa dai suoi tormenti e dai suoi incubi per l’uccisione del figlio in una atmosfera piuttosto allucinata. Non manca il classico tombino claustrofobico chiuso dalla mano assassina che ritrovo ogni tanto nelle mie letture quotidiane e che mi strappa sempre un sorriso con somma incazzatura (mi immagino) del povero malcapitato costretto a infiniti patimenti prima di uscire alla luce del sole.
Sulla Whiters poche note data la brevità del racconto. Qualche spunto da altri lavori. Intanto è americana e non inglese. Insegnante di scuola elementare, alta, tosta, acidetta, e un particolare che mi è rimasto impresso: il volto come quello di un cavallo (sembra di sentirla nitrire quando parla). Di natura pettegola, proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato (suo corteggiatore) nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non del tutto ricambiata, se lei pensa che lui non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui. Insomma una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto e che risolve i misteri criminosi del suo tempo.
Passiamo alle storie. La prima: Roger Pilgrim è venuto a raccontare a Miss Silver di certi sospetti, di certe brutte avventure che gli sono accadute: il tetto della sua camera crollato, la stanza bruciata, la morte sospetta di suo padre caduto da cavallo. Insomma qualcuno ce l’ha con lui. In parallelo la storia di Judy Elliot e della nipote Penny che si ritrova a lavorare come domestica nella casa di Roger. Poi il mistero della sparizione di un uomo e il rinvenimento del cadavere nella cantina (in un baule di zinco per essere più precisi), un paio di disgraziati che cadono dalla finestra, un bel mucchietto di intrecci familiari, un finale inaspettato (veramente) e Miss Silver che fa la maglia, sferruzza, tossisce e risolve il mistero. Tutto questo accade perché Roger vuole vendere la casa…Prosa agile e sicura venata di un sottile umorismo.
La seconda: praticamente il tentativo di Norma Boyd di scoprire il colpevole dell’uccisione di suo figlio avvenuta quattro anni prima. Una indagine soprattutto dentro se stessa con sogni e incubi ricorrenti del passato in una atmosfera tesa e angosciante.
La terza: qui si tratta di un delitto particolare. Un noto collezionista viene ritrovato in un armadio di una casa d’aste insieme alla fotografia di una misteriosa impronta digitale. Hildegarde risolve il mistero con uno di quei trucchi tipici del giallo classico.
Alla fine della sua introduzione Boncompagni ci avverte, sotto forma di presentimento, che l’incontro con le signorine omicidi non sarà l’ultimo. Sono già in fremente attesa.

Per un bel po’ sono stato indeciso tra la solita copertina gialla ed una nera. Ho anche sbuffato per l’ improvvisa incertezza. Perché sapevo che la scelta avrebbe avuto un certo riflesso sulla mia vita emotiva. Trame troppo forti mi creano affanno e batticuore. Poi mi sono buttato. Ho chiuso gli occhi e ho scelto quella nera. Legion, una antologia di racconti di Supersegretissimo 2008 curati amorevolmente da Franco Forte (bella presentazione e notevoli i profili degli autori). Per la precisione dieci. E altrettante penne coi fiocchi. O la va o la spacca. Se ci lascio la buccia meglio su un libro che sul letto di un ospedale (mi sono detto).
Contratto veneziano di Stefano Di Marino ha aperto le danze. Con quel suo Chance Renard, il Professionista, sempre all’erta, pronto a menar fendenti e a scaricare piombo da tutte le parti. Questa volta è stato chiamato a Venezia per proteggere un certo dottor Loredan dalle mire (non propriamente amorose) di Atonia Lake, una “assassina di pietra” dai capelli rossi. Una lotta mica facile…
A ruota Rifiutato dal mare di Claudia Salvatori, praticamente il tentativo di Walkiria Nera di far restare nella Germania di Hitler il fisico italiano Ettore Majorana per i suoi studi sull’energia nucleare. Un lavoro di approfondimento su questo particolare personaggio della storia, sparito improvvisamente il 25 marzo 1938. Ho tirato un po’ il fiato.
Per poco. Che è arrivata la sferzata di Mattatoio di Tito Faraci con la descrizione minuziosa di una tortura. A danno di Wade. Botte, tagli, squarci, chiodi sparati nelle gambe e nei bracci, ossa rotte, sangue. E Wade che si ostina a non parlare. E quando parla… ma ha un piano che richiede ancora sofferenza.
E poi via via tutti gli altri: Private Rendition di Massimo Mazzoni, Dili Overnight di Giancarlo Narciso, Acciaio di Franco Forte, Domino di Dario Costa, Il gioco degli specchi di Andrea Carlo Cappi, Sopravvivere alla paura di Gianfranco Nerozzi, Joshua Tree di Alan D. Altieri. Con i loro eroi che cito alla rinfusa come Banshee, Stal, Dario Costa, Margot de Weers, Kane, Carlo Medina, Marc Ange. Un groviglio di situazioni pazzesche, di lotta all’ultimo colpo, arti marziali, cazzotti, fendenti, ginocchiate da tutte le parti (occhio ai “gioielli” se siete vicini a Margot), di inseguimenti, sparatorie, adescamenti, tradimenti (mai fidarsi delle belle gnocche…), corse di qui, corse di qua. E in tutti i luoghi del mondo: a Milano come a Timor Est, a Venezia come nella inventata Transnistria, a Budapest come a Beirut e non sto a farla lunga che avete capito. E sangue e orrore. E morte e morte e morte in un mondo malato fradicio dove l’aspetto più gentile è il commercio delle armi. Al termine della lettura sono ancora vivo. Con un inquietante tremore alle mani.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno di Elena e Michela Martignoni, Corbaccio 2018.
Tornano per il piacere di chi ama il giallo storico i tre romanzi sulla saga dei Borgia ad opera di Elena e Michela Martignoni. L’editore ha scelto di ripresentarli utilizzando dei nuovi titoli: Il delitto, La vendetta e L’inganno che facilitano al lettore la comprensione con il corretto susseguirsi temporale dei fatti della trama. E le autrici di buon grado si sono prestate. Quindi bentornati i Borgia, focosi spagnoli venuti da Xativa al seguito del primo papa della famiglia Calisto III, diventato cardinale rappresentante a Roma di Alfonso V d’Aragona. Fieri valenzani che vennero a dominare la Chiesa. Assetati di potere, spietati e superbi furono intriganti, intelligenti e magnifici, benché schiavi delle umane passioni e invisi a tanti rivali e nemici. Le vicende di questa saga vanno dal 1497 al 1502, dal barbaro omicidio del bello e sfrenato Juan secondogenito di Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia) alla vendicativa trappola di Senigallia che portò al sanguinario eccidio dei congiurati ex grandi alleati, commesso da Cesare Borgia. A cinque anni dall’ascesa al soglio pontificio, Alessandro VI, prima con il figlio Juan, da lui immeritatamente fatto Capitano della Chiesa e sostituito dopo la morte con il primogenito Cesare (ex cardinale), mira al dominio della Penisola e alla creazione di un regno familiare, depredando senza pietà le Signorie italiane, da secoli feudatarie di Roma…

La ragazza nell’acqua di Robert Bryndza, Newton Compton 2019.
Un incipit angosciante che spiana la strada al terzo thriller targato Bryndza: «Sotto la superficie dell’acqua nella cava dismessa era tutto immobile, freddo e buio. Il corpo affondava rapidamente trascinato dai pesi. Giù, giù e sempre più giù, fino a posarsi con un lieve scossone sul gelido fondale fangoso. Avrebbe riposato lì, immobile e indisturbata, per molti anni, quasi in pace. Ma sopra di lei, sulla terra asciutta, l’incubo era solo agli inizi». Carta vincente non si cambia tanto che Robert Bryndza, dopo il grande successo del suo La donna di ghiaccio seguito da La vittima perfetta, riporta in scena la sua protagonista seriale, l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, sola benché ancora giovane. Erika è vedova, suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con altri quattro ufficiali durante una tragica retata antidroga guidata proprio da lei…
La ragazza nell’acqua è un romanzo poliziesco, caratterizzato da un diverso ritmo rispetto ai due precedenti thriller di Bryndza. Non è una storia veloce, siamo davanti a un cold case che, manipolando le emozioni dei personaggi e lasciando spazio all’indagine e alle valutazioni delle azioni e degli errori commessi in passato, diventa necessariamente più lento, ma non per questo privo di colpi di scena o meno intrigante.

Nel peggiore dei modi di Flavio Villani, Neri Pozza 2019.
Dopo l’indovinato esordio del commissario Rocco Cavallo in Il nome del padre, ancora un giallo dai toni vintage per Flavio Villani che Nel peggiore dei modi ci riporta alla Milano degli anni ’90. Un’ambientazione datata quindi, dove ancora la tecnologia non faceva da padrona, i computer erano rari e i cellulari ancora costosissimi optional riservati solo ai questori o ai grandi manager. Ci si perdeva in spossanti ricerche frugando nelle carte, respirando la polvere degli archivi e, per ottenere i tabulati telefonici, bisognava risalire alle telefonate attraverso le formali richieste di un giudice istruttore… Novembre: la città è nascosta dalla nebbia, un freddo invernale gela le ossa e sono appena le otto e mezzo quando l’ispettore Beppe Montano risponde alla telefonata: «Sparatoria con morto» spiega subito al commissario Rocco Cavallo…
Saranno Cavallo e la sua squadra a riannodare i fili di questa intricata storia in una Milano dell’apparire più che dell’essere, ma anche la città più ricca d’Italia, insomma quella dello sfolgorio della prima alla Scala, dei salotti alla moda, “da bere”, e contemporaneamente quella che spazia nelle strade e negli anfratti dei quartieri meno conosciuti, nei bar e nelle officine di periferia dove si alternano luci e ombre, dove diventa la Milano del vizio e dove si intrecciano anche le trame dei trafficanti di droga palermitani e calabresi in guerra fra loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento La mummia senza nome di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Pomeriggio d’ottobre. Geronimo Stilton sta leggendo un libro quando riceve un SMS dal prof. Ger O’ Gliph, il direttore del museo egizio. Lo invita al museo per risolvere un inquietante mistero. Con lui vanno anche i nipotini Benjamin e Pandora. Arrivati sul luogo si sentono degli strani rumori e cigolii.
Il professore spiega che nei sotterranei ha trovato il sarcofago della Mummia Senza Nome e un importante papiro che viene rubato. Geronimo e i suoi cercano per tutto il museo: nella sala degli scarabei, dei papiri e dei sarcofagi. Una ricerca lunga, paurosa, pericolosa. Chi sarà la Mummia Senza Nome?… Leggete il libro e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La versione di Fenoglio (Le varie di Valerio 87)

Gianrico Carofiglio
La versione di Fenoglio
Einaudi, 2019

Bari. Qualche anno fa, una decina forse. Pietro ne ha compiuti 58 e, dopo un’artrosi quasi fulminea, deve sottoporsi a più di un mese di fisioterapia, dure lunghe sedute due o tre ore al giorno ascoltando in cuffia Bach o Mozart. Ormai gli mancano ancora solo due settimane, ma arriva compagnia nello stesso orario: un ragazzo si era rotto tutto in un brutto incidente d’auto (di cui non ricorda nulla), ha fatto a Bologna la difficile operazione di protesi d’anca e deve compiere una riabilitazione simile. Si chiama Giulio, bello ed emaciato, legge e osserva molto, risulta curioso e ama dialogare. Cambia il clima nella palestrina. Pietro Fenoglio è un maresciallo dei carabinieri a sedici mesi dalla pensione, figlio d’arte di origini piemontesi, aveva studiato Lettere a Torino, da decenni operativo in Puglia, efficiente e mite (ha dovuto vedere centosettantuno morti ammazzati), in passato estimatore di Berlinguer, frequentatore di pinacoteche, separato senza figli. Giulio Crollalanza è un laureando in Giurisprudenza, gli mancano due esami e la tesi, incerto sul futuro professionale (il magistrato?), legato alla nonna morta da pochi anni (siciliana alta e bionda, normanna, poetessa) e molto diversa dal padre avvocato, famiglia benestante, prende appunti su un quaderno con la copertina nera, pensa che sta imparando tanto dalle storie investigative che induce a raccontare, le ascolta con acume di spirito e partecipazione d’emozioni. La fisioterapista Bruna presiede ai loro esercizi fisici, li assegna e aggiorna, controlla che inizino correttamente e finiscano per tempo; è una (quasi) cinquantenne bionda separata, tonica e sorridente, solitaria e attraente, un figlio di 25 anni e una figlia di 23, entrambi lontani, alla fine degli studi. A Pietro piace davvero e Giulio è convinto che lui piaccia a lei, a prescindere dal lavoro, chissà?

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) entrò in magistratura con il concorso del 1986 rimanendovi fino al 2008 quando fu eletto senatore, non si ricandidò nel 2013 e decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha esordito come grande autore con la serie gialla noir dell’avvocato Guerrieri iniziata nel 2002. Da allora continua a farci leggere opere di eccelsa qualità narrativa, densi romanzi di vario genere e opere di educazione civile, senza ripetersi mai come stile e storia (tra breve tornerà anche Guerrieri), attento a virgole parole regole citazioni che ci sono (e a quelle che mancano). Fenoglio non è un nuovo personaggio, lo avevamo già incontrato (e amato per la misurata umanità) in romanzi e racconti di intreccio (genericamente) giallo, ambientati nella Bari di qualche decennio fa. Ora lo troviamo alla vigilia della pensione, la moglie Serena non è tornata dopo la pausa che si era presa avendo scoperto che non avevano figli per “colpa” del marito. L’unico modo per preservare le storie della vita vissuta e dei tanti casi risolti è raccontarle, soprattutto se si trova un interlocutore che vale la pena. Il romanzo è sempre in terza fissa sul protagonista, i concisi capitoli dell’incontro amorevole fra i due, agli attrezzi o in giardino, ricchi di dialoghi, drammaturgia; questa volta vi sono anche alcuni capitoli più lunghi narrati in prima, antiche vicende di crimini e criminali (più o meno) vissute dal maresciallo, la sua versione (da cui il titolo) con azioni avventurose e conversazioni investigative, mai fine a sé stesse, autobiografia. Nulla sappiamo di come trascorrono il resto delle giornate in quelle due settimane, non ci sono mai cellulari o social a distrarli. Abbondano temi epistemologici, come e quanto scientificamente si conosce: il meccanismo delle etichette, la sospensione dell’incredulità, l’ego spropositato, il discorso sull’attenzione, il telefono senza fili, e poi, di continuo, usi e funzioni di menzogne bugie errori dicerie psicoterapie e… arti marziali. Visto che tutti in qualche modo mentiamo, l’investigazione (come la narrazione) è l’arte di guardarsi lentamente intorno in senso materiale (e in senso metaforico), immaginare scenari diversi, chiarire i dubbi raccontando a ritroso, ridurre il rischio di falsità involontarie, correggere, tagliare. Così, accanto a opere espressamente commentate (Lussu, Dumas, Capote, Conan Doyle, Borges) vi sono frasi di cui non ci ricordiamo l’autore (or mi sovviene Block). Al bar un calice di bianco freddo tira l’altro, inevitabilmente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tutte le storie di fantascienza (Le brevi di Valerio 261)

Edgar Allan Poe
Tutte le storie di fantascienza
Fanucci, 2019 (orig. 1831-1845)
Traduttori vari (Collesi, Palladini, Rosati Bizzotto, Sartini)
Fantascienza

Viaggi nel tempo e nello spazio. Vi sono stati molteplici modi per raccogliere la notevole ricca variegata produzione di racconti di Edgar Allan Poe: horror, mistero, terrore, umorismo. Qui ne troviamo sedici in una versione curata e rilegata, Tutte le storie di fantascienza, purtroppo senza introduzione bio-bibliografica e presentazione critica. Poe (Boston, 19 gennaio 1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849), scrittore, poeta, critico letterario, giornalista, editore e saggista statunitense, è considerato uno dei fondatori di influenti generi letterari, un influencer delle epoche successive, anche per aver dovuto lottare per buona parte della vita con problemi finanziari, abuso di alcolici e sostanze stupefacenti e con l’incomprensione del pubblico e della critica dell’epoca sua. Ebbe certo grande intelligenza e fantasia, qui usa immaginazione geografica e tecnologie emergenti per stupirci nei viaggi, a suo modo. Una lettura imperdibile, prima o poi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Bad panda, l’istinto del lupo

Luca Bonisoli
Bad panda, l’istinto del lupo
Todaro, 2019
In libreria da oggi

In un tropicale inizio di luglio, tipico della bollente estate milanese, il corpo di una ragazza viene rinvenuto in un container in periferia. Il bastardo del cantiere vicino ha fiutato la puzza e gli operai hanno scoperto il cadavere e chiamato la polizia. L’inchiesta è stata affidata all’ispettore Agatino M., detto anche Bad Panda per il suo passato di tallonatore nel rugby, un ispettore siciliano, ottimo poliziotto, da anni in forza in un piccolo commissariato della periferia meneghina. Agatino M., funzionario della squadra mobile con un passato duro e oscuro nelle Forze Speciali militari, sessantenne e sovrappeso, da tempo soffre di turbe mentali che cerca di nascondere anche perché gli provocano uno sdoppiamento della personalità, ma deve affrontare l’omicidio e cercare di risolvere il caso. Caso a prima vista facile da sbrogliare, squallido ma dai risvolti familiari: la giovane donna potrebbe essere una prostituta, uccisa per strada. Uno sgarro? Una punizione? Ma qualcosa non quadra, quella morte non è né semplice né lineare. Agatino, che non ci vede chiaro, mette in atto i suoi metodi poco ortodossi e che gli hanno provocato tanti richiami e reprimende dai superiori. Ma tant’è, lui è convinto di se stesso e, con il complice appoggio del suo aiutante e del medico legale, a forza di botte e minacce, si troverà a esplorare i meandri delle realtà parallele del deep web, dove vigono regole diverse e crudeli che lo porranno davanti a tragiche scelte.
Ambientata e inserita nella tecnologica attualità del presente, Bad panda è la sofferta odissea di questo piccolo ispettore siciliano, cresciuto nel solco dei ricordi morali e materiali segnati dalla passata grandezza e cultura familiari. Agatino, l’insoddisfatto emigrante morale e mentale, attraversa la Milano di oggi, la città piagata da troppe ferite, mettendone a nudo ipocrisie e violenze e i tanti, troppi lati oscuri celati nei quartieri di periferia. La sua incontrollabile e multiforme personalità lo costringerà a ricorrere a una scelta senza salvezza, che segnerà la sua vita in modo totalmente imprevisto e imprevedibile, senza ritorno. Una scelta irrimediabile di rinuncia, di totale chiusura con il passato. Riciclatosi in contractor, inserito in una banda di emarginati, braccati e violenti mercenari, traslato dalla periferia milanese alle immense pianure americane, Agatino si imbarcherà in un specie di percorso di formazione che lo costringerà ad affrontare finalmente se stesso, il suo passato, i suoi fantasmi, la sua natura e l’ineluttabilità del destino.

Luca Bonisoli, classe 1967, architetto, lavora nell’ambito della progettazione e realizzazione di biblioteche, musei, e archivi storici da più di vent’anni. Lombardo di nascita e di professione, è stato mediano di mischia della squadra di rugby degli Old Monza, coacervo di amicizie, di esperienze, di vita vissuta, e fonte di ispirazione inesauribile. Gestisce in collaborazione con altri il blog Bad Panda. Nel 2014 scrive e pubblica in e-book “Bad Panda”, ripubblicato oggi con Todaro.

Lo sport tradito (Le brevi di Valerio 260)

Daniele Poto
Lo sport tradito. 37 storie in cui non ha vinto il migliore
Edizioni GruppoAbele, 2019
Sport

Vari sport, un po’ ovunque negli ultimi decenni. Lo spettacolo dello sport odierno offre uno spaccato diverso da quello del secolo passato. Trasparenza, lealtà, fair play, etica sportiva fanno i conti con una dimensione industriale sovradimensionata in cui i termini della prestazione e del rendimento si misurano con realtà esterne troppo condizionanti: sponsor, premi, marketing, pubblicità, doping, prestigio nazionalistico o territoriale, esigenze televisive. I calendari sono un’ulteriore complicazione. Poi pesano l’indotto (monetizzazione della fama, immagine social), l’elefantiaco palinsesto di scommesse legali e illegali, la labile e spesso fittizia distinzione formale fra dilettantismo e professionismo. Il bravo ricercatore e giornalista Daniele Poto (Roma, 1954) raccoglie in Lo sport tradito 37 storie emblematiche in cui non vinse l’atleta o la squadra migliore, grazie a trucchi bugie falsi pagamenti mafie, nell’atletica come negli scacchi, da Evangelisti a Maradona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)