La Debicke e… La Lupa

Piernicola Silvis
La Lupa
SEM, 2018

La Lupa si riallaccia direttamente a Formicae, precedente thriller a firma di Silvis, lasciando ai protagonisti appena il tempo di tirare il fiato. Si comincia subito con un incipit crudamente horror per una sceneggiatura da incubo. L’attacco infatti della sinossi di La Lupa recita: «La luce della telecamera si accende. La mano di Sonia Di Gennaro è ferma mentre filma due suoi affiliati che strangolano un giovane testimone involontario con una corda di pianoforte…» La bestiale esecuzione ha per vittima un poveraccio, Matteo, uno studente universitario di ventisei anni la cui unica colpa è di aver assistito a una esecuzione ordinata dal clan e, per sua sfortuna, di essersi fatto vedere mentre entrava nella caserma dei carabinieri. Va punito ed eliminato senza pietà e La Lupa, volitiva moglie di Granatiero, capo batteria e carismatico boss mafioso del Gargano, dopo aver ordinato di fare a pezzi il cadavere, con gelida e disumana ferocia dice al suo scagnozzo, di mestiere macellaio: «Portalo nel tuo negozio e mettilo fra le seconde scelte o in mezzo alla carne per il brodo… Così ci guadagni pure qualcosa.» Quindi, dopo avere filmato ogni macabro particolare, spegne la telecamera e la mette in borsa.
Dicevamo che La Lupa si riannoda al precedente romanzo di Piernicola Silvis perché Diego Pastore, lo zio Teddy, (ricorderete che parte aveva…) non è morto. È stato ricoverato per giorni in coma, sotto stretta sorveglianza della polizia, nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di San Giovanni Rotondo. Ma qualche tempo dopo dà segni di vita e apre gli occhi. Il tempo di farsi togliere il necessario per la respirazione forzata, passare i primi controlli e chiederà di parlare con Renzo Bruni, il poliziotto che lo ha arrestato. La notizia del suo risveglio e della sua richiesta costringono Bruni a tornare in Puglia, dove questa storia è cominciata. Sembra che finalmente abbiano in mano le prove per incriminare Pastore per pedofilia, omicidio e cannibalismo ma, la notte prima che l’arresto venga convalidato, con un blitz Diego Pastore viene prelevato dall’ospedale e nascosto in un posto sicuro da uomini della batteria di Granatiero. Renzo Bruni verrà subito incaricato delle indagini ma la situazione non è semplice. Tanto per cominciare la squadra di Renzi deve essere ricostituita e questa volta non solo bisogna dare la caccia ad un killer, ma anche scontrarsi con un clan mafioso. E soprattutto capire perché la criminalità organizzata si sia mossa per liberare un assassino. Renzi ha aperto le indagini senza risparmiare uomini e mezzi, avvalendosi dei collegamenti con la Dea e servendosi di informatori. E basteranno le successive mosse dei Granatiero, che hanno scatenato un bagno di sangue sul territorio, per chiarire alla polizia che Diego Pastore si è affiliato al clan che ne ha organizzato la fuga, diventandone prima un feroce sicario, poi l’aspirante nuovo capo. Mentre il foggiano è scosso dai violenti e barbari omicidi di una guerra senza tregua per la supremazia fra clan, Renzo Bruni ingaggia una drammatica caccia all’uomo nonostante le sporche intromissioni di una politica deviata e i ripetuti e vigliacchi tentativi di silurarlo per allontanarlo dal suo compito. Il suo principale bersaglio è Diego Pastore che, in una folle sete di potere e di gloria, è impegnato a creare una nuova spaventosa, spietata e implacabile entità: La quarta mafia.
Leggendo La Lupa bisogna andare al di là le della principali tematiche che il romanzo affronta, quali la caccia al killer e la lotta alla mafia che da anni comanda incontrastata su questo territorio, per capire perché tutto questo sia possibile e quali siano le vere cause di questa colpevolmente innocentista connivenza locale con il male. Una storia che parla di sete di potere, che descrive senza veli la spietatezza di certi atroci comportamenti umani, l’esecrabile eccitazione nel compierli o nel vederli eseguire, e d’altra parte il rimorso, il muto e composto dolore di chi si è visto privare degli affetti e alberga un naturale desiderio di vendetta. Una storia densa di incontrollabili passioni che si devono bruciare in fretta e vorrebbero dilagare. Una storia in grado di alimentare quei dubbi che di continuo si sostituiscono alle certezze. Ma anche una storia profondamente ancorata a un territorio. È mai possibile che gran parte del non vedere, del tacere legato a quella sensazione di insicurezza, di minaccia costante affondi le sue radici in mal interpretati rapporti umani di solidarietà? Certo la malvagità, il ricatto fanno paura e non è da tutti essere eroi disposti anche al sacrificio come il sovrintendente Piazzolla..
Ancora una volta Pienicola Silvis ha scritto un romanzo duro, scarno, con un ritmo serrato scandito dal presente, troncato al momento giusto in brevi capitoli che cambiano di continuo orizzonte, in un rapido scambio di personaggi che si passano il timone. Un romanzo immerso nello splendore incontaminato di una Puglia selvaggia, tra masserie isolate, il mare ma anche in zone di città dove il crimine agisce indisturbato. Un Puglia solare ma intenta e a cercare il suo nero baratro di male.
Piernicola Silvis (1954), dirigente della Polizia di Stato, nel corso della carriera è stato capo delle squadre mobili di Vicenza e Verona, responsabile dei commissariati di PS di Vasto e Senigallia, capo di gabinetto della questura di Ancora, vice questore vicario di Macerata, questore di Oristano e successivamente di Foggia.

La Debicke e… Città senza stelle

Tim Baker
Città senza stelle
SEM, 2018

Una cifra scandita che avanza durante la narrazione e che indica il rapido e progressivo aumentare del numero delle vittime. Una incontenibile spirale di femminicidi. Un romanzo duro, nero, feroce, per stomaci forti, ambientato in un Messico, lontano dalle immagini da cartolina care ai vacanzieri.
Ciudad Real (che poi sarebbe Ciudad Juaréz) è una città frontaliera del Messico, una città operaia, l’inferno in terra delle maquiladoras, puzzolenti capannoni che alloggiano fabbriche di scarpe di marca o altro a capitale straniero e dove la forza lavoro femminile viene utilizzata sottocosto, pagata pochi dollari al giorno in turni di avvicendamento e sfruttamento prossimi alla schiavitù. Nata al confine con la nazione più potente e incantatrice del mondo, Ciudad Real negli anni ‘60 sognava ancora un futuro, immersa nel breve miracolo messicano, quando il lavoro non mancava al di qua e al di là della frontiera. Ma il sogno americano si è scontrato con la realtà perché questo era solo il miraggio prima del dilagare della crisi economica, accompagnata dalla serie degli omicidi a catena. Ai margini di Ciudad Real, spuntata peggio di un malefico fungo parassita lungo la frontiera con gli Stati Uniti, da anni vengono ritrovati i corpi straziati di centinaia di donne. Tutte sono state rapite, violentate e uccise. Sono omicidi brutali, inspiegabili. Potrebbero essere legati all’osceno e incontenibile dilagare dei cartelli dei narcos in continua espansione. E nulla, pare, è in grado di ostacolarlo.
La polizia indaga, o meglio fa finta di indagare. Ma nessuno vuole che la verità venga fuori davvero. Salvo un uomo con l’animo di un antico cavaliere, un paladino votato alla morte e disposto a tutto pur di scoprire cosa c’è dietro. Si chiama Fuentes, ha scelto di essere trasferito a Ciudad Real da Tijuana perché è un puro, un poliziotto diverso dagli altri della zona. Fuentes è convinto che molti dei suoi colleghi siano al soldo di un crudele narcotrafficante senza scrupoli che imperversa nella zona, e sa bene contro cosa dovrà combattere se vuole mettere fine a quegli omicidi. Anche lui, come tanti messicani, aveva dei sogni, credeva nelle tante cose che contano e rendono migliori gli uomini: l’amore, la famiglia, i figli, il matrimonio. La sicurezza, la scelta e lo scopo di una vita e di una carriera in polizia. L’opportunità di potersi impegnare, di battersi contro i delitti, di fare una differenza. Vorrebbe poter ancora tirar fuori quel tanto di buono che è convinto che esista ancora nella società messicana, ma ha dovuto rinunciare a tutto ciò che era importante per lui e oggi gli restano solo la carriera di poliziotto e la volontà di battere il male.
Duro e testardo, Fuentes crede di poter mettere fine all’incontrollabile dilagare del femminicidio. Mentre la polizia locale corrotta e senza scrupoli, sorvola sulle indagini, annacquando le prove e insabbiandole una dopo l’altra, Fuentes va avanti senza farsi incantare o fermare. Ha più di un motivo per sospettare che molti suoi colleghi siano a libro paga dei signori del narcotraffico. Ma non tutti all’inferno sono in vendita, per esempio c’è Pilar, giovane e convinta attivista sindacale, impegnata a organizzare nelle fabbriche azioni contro lo sfruttamento delle operaie.
Romanzo corale, questo di Tim Baker, arricchito dalla traduzione di Alfredo Colitto, interpretato da un variegato ventaglio di personaggi tra i quali primeggiano le attrici femminili: Pilar, dicevamo, la pasionaria, impegnata a cercare di migliorare le condizioni di lavoro delle operaie delle famigerate maquiladoras, Ventura, la modella fotografa da anni in cerca di affermare la sua vita e personalità di donna moderna, che vuole scrivere un libro di denuncia sui femminicidi e, tra quelli maschili, Gomez il collega di Fuentes, l’unico che gli darà una mano nel tentare di sbrogliare il caso, nonostante l’insormontabile livello di corruzione e complicità della polizia e di certa élite messicana. Da citare: di appoggio, di spessore anche se in un certo senso defilato dal gioco il grande scrittore di fama mondiale, poi di impotenza, nonostante di sacrificio e di lotta per la causa, il sindacalista Juan Antonio e alla fine forse più marcate e che dilagano oscenamente nella narrazione la contorta figura di El Santo, con la sua vocazione al sangue, alla morte, al massacro, quelle dei suoi orridi sgherri che trasudano un incontenibile orgia di crudeltà e la furia vendicatrice della personalità più controversa del libro, quella di padre Marcio, il prete piagato dalle finte stimmate, il santo peccatore, da bambino innocente vittima, contaminata moralmente delle depravazione sessuale del clero, che calcheranno la scena fino alla fine della storia. Proprio gli interpreti della storia, il palcoscenico e il suo sfondo mettono in evidenza lo spaventoso e rischioso contagio del male. Un male che puoi affrontare, combattere, controllare? Difficile, perché l’uomo ne è origine e determinato artefice.
Un romanzo-denuncia che esibisce senza veli le spaventose realtà che prosperano all’ombra dei cartelli della droga in una nazione in preda alle guerre dei narcos. È un dato reale che Ciudad Juarez (la Ciudad Real del romanzo) a partire dagli anni Novanta è stata teatro di violenti omicidi seriali di donne. Il nome della città è stato spesso legato anche a quello della potente organizzazione criminale dedita al traffico di droghe, alla tratta dei clandestini, all’estorsione e ai rapimenti denominata Cartello di Juárez. Secondo alcune credibili statistiche, Ciudad Juárez è considerata la città più pericolosa del mondo. La spirale di violenza che si è innestata e non pare potersi fermare più, è provocata in gran parte dal narcotraffico, che prospera alla frontiera con gli Stati Uniti. Si calcolano un migliaio di pandillas (bande armate) che operano a Ciudad Juárez, con decine di migliaia di affiliati, guidate da sanguinari leader che non si fermano di fronte a nessuna vendetta o omicidio di macelleria. Molti, di origine messicana, provengono dagli Stati Uniti d’America, da dove sono stati espulsi. La guerra del narcotraffico è cominciata nel 2004 quando il Cartello di Sinaloa, dopo aver vinto la guerra per Tijuana ed aver imposto la propria egemonia su quasi tutta la frontiera con gli Stati Uniti, ha puntato gli occhi sulla città di Juárez, a quel tempo saldamente nelle mani del Cartello di Juárez. Il femminicidio di Ciudad Juárez non si è mai arrestato. Dal 2010 sono scomparse migliaia di donne, molte delle quali minorenni e, non di rado, bambine. A queste bisogna aggiungere tutte quelle morte ammazzate, delle quali sono stati trovati soltanto brandelli di vestiti e mucchi di ossa. Nel 90 per cento dei casi le vittime hanno un’età compresa tra i 10 e i 35 anni e, soprattutto negli stati del nord del Messico, sono spesso donne sole, emigrate da altre regioni del paese alla ricerca di un futuro migliore per lavorare nelle maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio delle multinazionali. Le ipotesi fatte da parte delle autorità locali sono tante: sette sataniche, narcotraffico, snuff movies, fantomatici serial killer. Tutti i casi però hanno un modus operandi che li accomuna – sequestro, tortura, violenza sessuale, morte – anche se, finora, i colpevoli restano sconosciuti e impuniti nel 97% dei casi. Un dramma che pare incontenibile e che non vedrà, temiamo, miglioramenti dopo l’afflusso a valanga dei nuovi emigranti sudamericani che premono contro i confini americani difesi senza pietà dai diktat imperialisti di Trump.

Tim Baker è nato a Sydney, in Australia, e a vent’anni si è trasferito in Italia per poi vivere in Spagna e successivamente in Francia, dove ha lavorato all’ambasciata australiana di Parigi. Vive nel Sud della Francia. Il suo primo romanzo, Il lungo sonno, è stato pubblicato in Italia da Mondadori (2016).

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2019

Buon anno a tutti!
Me li sono portati tutti. Uno per uno. Non per leggerli ma per rileggerli, con la calma tipica di chi siede sulla tazza. Voglio dire I miei grandi predecessori di Garry Kasparov, pubblicati dalla benemerita Ediscere di Verona, partendo dall’anno 2003 per finire al 2007. Una carrellata di campioni, di sfide, successi, sconfitte, di vita dedicata alle magie sulla scacchiera. Libri ricchi di partite, di analisi, di foto che ricreano, nella loro concretezza, vicende e momenti passati alla storia. Da Steinitz ad Alekhine, da Euwe a Tal, da Petrosjan a Spasskij, da Fischer alle stelle dell’Occidente, da Korcnoj a Karpov. Una miriade di sussulti ed emozioni per un vecchietto sempre appassionato. Intanto venite a trovarmi anche qui.

Ma veniamo all’altra passione…
Il gioco del delitto di Paul Halter, Mondadori 2018.
Iniziamo dai primi due personaggi che incontreremo all’inizio e alla fine della storia: il corpulento Archibald Hurst, ispettore di Scotland Yard e il suo amico consigliere, “alto e magrissimo” Alan Twist. Sono di fronte a un caso enigmatico (incidente, omicidio, suicidio?), per risolvere il quale bisogna leggere ben sette storie, sette casi criminali nei quali sette personaggi furono un tempo coinvolti. Tutti risolti tranne uno, secondo il dottor Lenoir, “che fu vittima di un errore giudiziario” al posto del vero assassino.
Sette storie, dicevo, da rievocare nella casa del citato dottor Lenoir nella quale personaggi diversi sono stati invitati per partecipare ad un nuovo gioco investigativo (già all’arrivo, a creare la giusta atmosfera, il classico corvo che volteggia gracchiando), dopodiché si sarebbero esercitati al tiro al bersaglio nel giardino, quindi cenato insieme per finire con una sensazionale sorpresa del padrone. Sette storie, nelle quali furono coinvolti in fatti di sangue, ognuna con qualche sua peculiarità: l’emblematico caso da camera chiusa, premonizioni, ricatti, omicidi, delitto e suicidio impossibile, scambi di persona, sparizioni e apparizioni e più chi ne ha più ne metta. Sette storie, ripeto ancora, ricordate dalla presenza di certi oggetti fatti trovare nella casa dal suo padrone: una corda, una sciarpa gialla, un pacchetto di sigarette, una scatola di cartone e un randello, una chiave inglese, delle statuine, un leone alato, una clessidra e un candelabro che mettono brivido e apprensione.
Dopodiché, come macabra sorpresa, arriverà il morto stecchito nella persona dello stesso dottor Lenoir, “accasciato su una sedia”, addirittura addormentato (capsule di Veronal tra le pieghe della camicia) e colpito da sette proiettili dietro la siepe, oltre il bersaglio, dei sette invitati: la signorina Rose, il colonnello Moutarde, il dottor Lenoir, il professor Violette, la signora Leblanc, il dottor Olive, la signora Pervenche. Chi di loro l’assassino, secondo Twist, attaccato perennemente alla sua pipa, che ha lasciato inavvertitamente un importante indizio, ovvero “un grossolano errore” nel suo racconto?
Un romanzo di grande pregio, delineato e svolto attraverso una scrittura precisa, linda, pulita, essenziale e nello stesso tempo capace di evocare atmosfere strane, bizzarre, macabre, inquietanti. Insieme a richiami e citazioni di grandi opere, comprese alcune dell’autore.
Bene, ora tocca a voi lettori trovare, prima di Twist naturalmente, il “grossolano errore”. Quale?…

Non sparate sul pianista di David Goodis, Mondadori 2018.
Port Richmond a Philadelphia. Più precisamente in una bettola, ovvero nel Covo di Harriet. Qui lavora come pianista Eddie Lynn. Di altezza media, piuttosto snello, faccia gradevole, capelli castani, occhi grigio-chiaro, sguardo assente. Niente cravatta, giacca piena di toppe come i pantaloni, niente moglie e niente macchina. Trentacinque dollari la settimana. Occhi fissi sulla tastiera. Quello è il suo lavoro, quella la sua vita. Uguale, ripetitiva, monotona. Fino a quando…fino a quando arriva trafelato il fratello Turley. Ha un problema, chiede aiuto… E qui cominciano i guai.
Aiutato da Lena, la bella cameriera, che lo seguirà fino alla fine. Un viaggio tumultuoso all’esterno e all’interno del nostro Eddie (questa parte in corsivo). I suoi dubbi, gli arrovellamenti di un uomo che deve affrontare nuove, pericolose situazioni, il passato che riemerge, ovvero la sua vita, la famiglia, i genitori, i due fratelli, la guerra che lo ha visto ferito. E poi alcuni lavoretti, gli studi sul pianoforte, l’incontro con Teresa, il matrimonio, l’occasione di diventare concertista. Tutto sembra andare per il meglio, è diventato famoso. Ma poi, tutto si dissolve…
E ora, lì nella bettola, si è dovuto scontrare con due ceffi che lo inseguono insieme a Lena e che scopriranno dove si nasconde. Allora ancora fuga verso la sua vecchia casa nel South Jersey con i due fratelli Clifton e Turley a rivelare le loro nefandezze. Un nuovo fermento dentro di lui, un sospiro di amore che si affaccia, il pensiero fisso di voler salvare la cameriera. Ma è giunto il momento dello scontro finale…
Non c’è bisogno di aggiungere altri particolari. Una storia circolare che ci riporta laggiù, in fondo all’abisso, come nel titolo originario Down There. Inutile ogni sforzo per cambiare il destino. Tutto è segnato. Un classico girato sullo schermo da Francois Truffaut nel 1960 con il titolo Tirez sur le pianiste. E un nodo ci prende alla gola.

L’assassinio del commendatore di Murakami Haruki, Einaudi 2018.
Un pittore senza nome di trentasei anni, un ritrattista che narra la sua storia in prima persona. Lasciato dalla moglie prende la macchina e se ne va. Comincia a vagabondare per l’Hokkaidō ripensando al matrimonio, alla sua vita, fino a quando un vecchio amico gli offre una sistemazione nella casa del vecchio padre Amada Tomohiko, famoso pittore del Giappone. Ed ecco subito qualcosa di misterioso e inquietante. La scoperta di un quadro dello stesso Amada nascosto nello spogliatoio della camera degli ospiti attraverso una botola sul soffitto. Un quadro particolare e indecifrabile, L’assassinio del Commendatore di una violenza inaudita, di uno scontro tra due uomini in duello “con pesanti spade di foggia antica”. Subito gli riporta alla mente il Don Giovanni di Mozart dove viene ucciso, proprio nella scena iniziale, il Commendatore. Un quadro che lo affascina, soprattutto per la presenza di un personaggio “dalla faccia lunga” che sporge la testa da un buco della terra.
Secondo mistero la richiesta di un ritratto da parte di uno strano individuo che abita in una casa bianca sulla collina di fronte. Trattasi del signor Menshiki disposto a pagare una somma sbalorditiva. Perché?…
Terzo mistero una campanella che incomincia a suonare nel cuore della notte, dietro un tempietto sotto un cumulo di pietre. Almeno così sembra. Occorre toglierle ed ecco spuntare davvero la campanella. Ma chi la suonava?…
Ancora fatti strani, indecifrabili: lo sgabello dove si siede per dipingere che si sposta, una voce che gli parla, la campanella portata in casa che suona nella notte, addirittura il Commendatore del dipinto di Amada seduto sul divano di casa… Accanto a tutto questo, ricordi, ricordi e ricordi: la morte della sorella piccola, della moglie di cui è ancora innamorato, l’avventura con una ragazza, la sua claustrofobia. E ancora il dubbio, la paura, la tristezza, il dolore, realtà e irrealtà, reale e surreale, il sogno e l’allucinazione. Racconti nei racconti, riflessioni sul senso della vita insieme a descrizioni accuratissime (per esempio dell’abitazione di Menshiki), al sesso e alle sue amanti, all’erotismo che irrompe forte sulla scena, alla guerra, alla storia con le sue nefandezze compiute sotto il nazismo. Citazioni di libri (improrogabile Sherlock e Holmes) e film, dischi di musica classica a formare un impasto di variegata cultura.
Un libro complesso che scava nel profondo, dove tutto è così strano, così indecifrabile. Come la vita. Sogno o realtà?… Un personaggio, il nostro ritrattista, che piano piano rivela le sue debolezze (forti sono, invece, le donne), omaggio a Francis Scott Fitzgerald e al suo Jay Gatsby, come ci ha fatto sapere lo stesso autore. Un libro che, in fondo, ci sprona a sopravvivere sia ai problemi individuali che a quelli collettivi.

Spiluzzicature

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek Smith, Polillo 2018.
“La sua bocca toccò quella di lui in una fuggevole carezza. Quindi andò via. Iniziò con un bacio. Finì con un delitto.” Siamo a pagina sedici e l’esito è già scritto. O vediamo…L’ispettore Castle dalla testa brizzolata è un uomo robusto, distinto, porta un vecchio impermeabile e una bombetta. Gli arrivano due biglietti per una pièce teatrale con una nota misteriosa “VIENI ALLA FIERA DI PADDINGTON”. Incuriosito chiede all’amico Algy Lawrence, geniale investigatore, di andare con lui. In prima fila assistono alla scena dove la protagonista viene uccisa con un colpo di pistola. Il problema è che muore veramente e l’assassino catturato. Ma sarà quello giusto? Uhm… Troppo facile. Dello stesso autore consiglio L’enigma della stanza impenetrabile, pubblicato sempre dalla Polillo. Classico capolavoro dei delitti impossibili nella classica camera chiusa. Qui ne troviamo addirittura due, ma non preoccupatevi che c’è sempre il giovane Algy a risolvere il mistero.

L’ultimo respiro del drago di Qiu Xialong, Marsilio 2018.
Odierna Shangaj. Ancora un’indagine per l’ispettore capo Chen. Se la deve vedere con un serial killer che uccide persone che sembrano non avere alcun collegamento fra di loro. Sul luogo del delitto una mascherina antismog usata negli ospedali. Come al solito pressioni dall’alto e l’arrivo di un passato amore a mettere fremiti mai sopiti. Con l’aiuto dell’ispettore Yu riuscirà a risolvere il caso offrendoci, tra l’altro, un quadro della continua evoluzione della Cina. Grande cura nel presentare e sviluppare i personaggi con al centro il nostro poetico, ma anche gustoso commensale Chen.

Ho sotto mano L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016. È da un po’ di tempo che mi dedico alla lettura e rilettura dei racconti del grande autore francese. Ovvero di quelli relativi all’Agenzia O con Torrence, Emile, Barbet e Berthe. Racconti gustosi, ironici, esilaranti e qualche punta di sentimentalismo. L’inizio del primo Lo spioncino di Émile promette bene, ma ci ritornerò sopra.

Un giretto tra i miei libri

Le ombre inquiete di Jean-Patrick Manchette, Cargo 2006.
Parto dalla presentazione in seconda di copertina che ci offre il quadro generale del libro “Jean-Patrick Manchette è famoso al grande pubblico come scrittore di noir, ma riversa altrettanta passione e intelligenza – entrambe contagiosissime – quando scrive con piglio “militante” di romanzo poliziesco, noir e letteratura gialla.
Come un protagonista di un suo romanzo, lo vediamo fare delle vere e proprie scorribande tra i generi e le loro evoluzioni, ricostruire le biografie dei padri fondatori e dei maggiori rappresentanti – da Dashiell Hammett a Raymond Chandler, da Ross Macdonald a James Ellroy; smontare con gran divertimento il metodo di indagine di celebri protagonisti come Hercule Poirot o Miss Marple. Per sconfinare infine dai romanzi al cinema, per giocare tra originali, scritture cinematografiche e rifacimenti, di film in film…”.
Gli interventi vanno dal 1976 al 1995, quasi un ventennio di studio e di lavoro di questo grande (più o meno) scrittore. Un lungo affresco della letteratura poliziesca “la grande letteratura morale della nostra epoca”. “Un giallo senza morale è come una zuppa che non ti fa leccare i baffi, è sbobba” insiste Manchette e qui ci sarebbe da aprire una bella discussione. Come in moltissimi altri punti del libro, perché l’autore non si limita a osservare e indagare ma partecipa in prima persona e dice la sua senza tanti tentennamenti di sorta. Sui libri, sugli autori, sull’editoria in generale. Sul cambiamento dei tempi “Il giallo dell’epoca d’oro era il lamento della creatura oppressa e il cuore di un mondo senza cuore. Adesso la creatura oppressa non si lamenta più, incendia i commissari e gambizza gli uomini di Stato”. E, con una rara onestà che lo contraddistingue, ritorna talora sui propri passi, rivede le sue posizioni. Per esempio, su Ross Macdonald prima criticato e poi rivalutato (pag.166/68). E parlando di John MacDonald celebra la grande arte dell’“artigiano” perché “a dispetto delle variazioni infinite, non smette d’imitare stilemi ben noti, e poi è imitando stilemi ben noti che ogni tanto firma un capolavoro”. La grande arte dell’artigiano che cura con passione i più piccoli particolari e rende sempre diverso il solito disegno. E così via con altri innumerevoli interventi che fanno discutere e riflettere.
Da leggere.

Le orme di Satana di Norman Berrow, shake edizioni 2010.
Piccolo villaggio inglese. Si parte con Jake Popplewell che sta parlando con il nipote Gregory Cushing “giovanotto altissimo e magro sulla trentina”, tutti e due lasciati dalla moglie (quella di Gregory si è addirittura suicidata) ed elogiando la bellezza della vita libera (dalle mogli, appunto). Colto (conosce Bacone, declama Shakespeare, cita l’“Ecclesiaste”), quando è ubriaco viene preso da una paura terribile della Dama Blu impiccata in passato ad un albero perché cacciava di frodo.
Tema il delitto impossibile e bizzarro. Strane orme nella neve di zoccoli che sembrano saltellare, si dirigono verso varie case, saltano su una siepe, scavalcano un muro, salgono su un tetto. Seguono addirittura quelle di un uomo, Mason (tipo losco), trovato impiccato a un albero. Arriva la polizia nelle persone del sovrintendente Blackler, dell’ispettore Lancelot Carolus Smith e del sergente Poynter. Incredulità, possibili spiegazioni (gruppi di animali, animale ignoto, Boomer l’asino di Jake, entità soprannaturale), raccapriccio. Addirittura opera del diavolo o della Dama Blu con Lancelot a ricercare logiche umane e la signorina Emmy Forbes a scagliarsi contro la scienza (secondo lei anche un fantasma può uccidere).
Per l’ispettore tutte le spiegazioni possono andare bene “Però è quel cadavere alla fine del fenomeno paranormale che mi rimane sul gozzo. Un cadavere è un fenomeno decisamente fisico”. Se poi i fenomeni sono due con l’arrivo di un’altra vittima e sempre quelle maledette orme della Cosa a seguirla, allora la faccenda si fa ancora più seria e misteriosa.
Lancelot è tormentato da dubbi, pensa, riflette… fino a quando “per la barba del Plantageneto, poteva anche dargli un nome!”. Riunione finale alla sede di polizia, spiegazione delle impronte (prendete un caffè forte per stare attenti e non perdere il filo…) e smascheramento dell’assassino.
Scrittore un po’ brigantello questo Berrow per sviare l’attenzione dei lettori. Per esempio a pagina… ma è meglio che lo scopriate da voi.
Personaggi ben caratterizzati (formidabile la figura di Jake all’inizio), lettura piacevole, buona l’atmosfera di inquietudine e mistero con queste orme diaboliche che saltano da tutte le parti e offrono il destro per una bella discussione sulla scienza e su tutto ciò che non è logico e comprensibile.

Le ossa, nel giallo (inteso in senso lato) vanno di moda. Si trovano dappertutto. Perfino nei titoli. Ne cito alcuni tanto per dare un’idea: Il collezionista di ossa di Jeffery Deaver, La città delle ossa di Michael Connolly, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney, Carne e ossa e Ossario di Kathy Reichs, Ossa nel deserto di Sergio Gonzales Rodriguez, Scritto nelle ossa di Simon Beckett, Uomini e ossa di Bass-Jefferson, L’angelo delle ossa di John Connolly e perfino Le ossa di Dio di Leonardo Gori e così via.
Non poteva mancare all’appello Le ossa del diavolo di Kathy Reichs, Rizzoli 2008, che con questa parte del corpo umano c’è di casa e di bottega.
“Si dice che il Diavolo sia nei dettagli. E nessuno è più sensibile ai dettagli di Tempe Brennan, che per mestiere studia le ossa dei morti a caccia di particolari rivelatori: dell’età, del sesso, della fisionomia di una vittima, dell’epoca e delle cause di una morte. Quando tracce di un macabro rito pagano affiorano nello scantinato di una casa in corso di ristrutturazione a Charlotte, North Carolina, Tempe è chiamata a dare il suo contributo alle indagini. C’è il teschio di una ragazza di colore, tra i resti che deve interpretare per provare a capire cosa sia accaduto in quel luogo impregnato di mistero e orrore. Ma prima che il lavoro di Tempe possa dirsi concluso, il fiume Wylie restituisce il corpo decapitato di un ragazzo sul cui petto sono stati incisi simboli satanici….”.
Inutile dire che giriamo intorno a riti, sette e religioni varie come il satanismo, il vudù, la santerìa, la wicca e così via. Indiziato il santero Cuervo, una specie di guaritore, naturalmente trovato morto ammazzato e Asa Finney considerato uno stregone (da ragazzo ha rubato delle ossa al cimitero). E c’è Boyce Lingo, “un commissario con ambizioni politiche” che tuona contro questi depravati della società. A dargli manforte i detective Skinny Slidell ed Eddie Rinaldi (uno dei due fa una brutta fine e lascia degli appunti “misteriosi”).
Non manca il lato personale della faccenda con la figlia Katy (laurea in psicologia e prolungamento genetico di suo padre) che cerca di appiopparle un compagno di nome Charlie Hunt, vecchia conoscenza di scuola con “il fascino di un divo del cinema”. È stata lasciata dal bel Ryan e ricordiamoci che è divisa dal marito Pete allacciato teneramente con la nuova Summer, “una fanciulla biondo platino, con seni grandi come palloni da spiaggia” (vista da Tempe). Solito temperamento focoso, viene addirittura sospesa dal suo superiore e rischia pure la pelle. Interessante la descrizione accurata del suo modo di lavorare professionale e scientifico.
Prosa veloce, sciolta con un pizzico di autocompiacimento ed un uso eccessivo (a volte) delle frasettine ine ine che fanno tanto bomboniera. Costruzione non impeccabile (la soluzione mi pare poco credibile) e artificiosa con pistolotto finale sulle cose che non vanno in casa propria (vedi America).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Torna al giallo (e perché no?) Margherita Oggero, premio Bancarella 2016, con La vita è un cicles, Mondadori 2018, ambientato a Torino, con il ritrovamento di un cadavere in un bar. E passa con agilità dall’era della professoressa a quella del neolaureato precario. Eh già, perché il suo orologio del tempo non si è fermato con Camilla Baudino, impeccabile modello di professoressa inizio anni duemila ed esemplare personaggio rappresentativo di una generazione nata negli anni del boom, ma continua a fluire in fretta, quasi un’onda di piena. Con Massimo, venticinque anni e una laurea in Lettere antiche, che per non vivere completamente alla spalle della famiglia, lavora qualche ora la mattina presto all’Acapulco’s, un bar dal nome esotico ma poco frequentato della periferia di Torino e arrotonda scrivendo tesine e tesi di laurea per studenti che hanno altro da fare. Una vita che scorre più o meno normalmente fino a quella gelida mattina d’inverno quando Massimo, all’inizio del turno alle sei del mattino, aprendo la porta sul retro del bar, trova a terra un cadavere con la faccia spappolata… La vita è un cicles è un romanzo veloce, pungente, sfizioso in cui come sempre la sua Torino si ritaglia un ruolo da protagonista: stavolta però soprattutto la Torino delle periferie, della clandestinità, del degrado, della convivenza difficile. Una Torino decisamente lontana dalle eleganti vie del centro, quella descritta da Margherita Oggero. Ma poi sarà un cicles anche questa città con le strade con le buche peggio di Roma, che pare dimenticata dalla politica ma che rappresenta lo stesso un vivace palcoscenico e specchio dei nostri tempi?
Uno sporco lavoro di Bruno Morchio, Garzanti 2018.
Una telefonata di una vecchia amica, ma a Bacci Pagano basta una parola per riconoscere Maria, accettare la sua richiesta e fare la visita di compassione in ospedale. Maria è invecchiata, i suoi fastosi capelli ricci alla Angela Davis, oggi ingrigiti, sembrano spenti, ma gli occhi sono ancora quelli di allora, verdi, penetranti e che sanno di mare. Un lampo, i ricordi condivisi e le lancette dell’orologio che riavvolgono velocemente il nastro del tempo rimandano Bacci Pagano indietro di trent’anni, ad allora, a metà degli anni ottanta. Pieve Ligure: villa incantata, sontuosa ambientazione da albergo a cinque stelle arrampicata sulla scogliera con piscina e discesa a mare per fare il bagno e annessa servitù ad hoc. Il primo incarico di Bacci Pagano come investigatore privato, il primo proposto e preso al volo: fare da guardaspalle a un cosiddetto manager di stato, Rissi, che i media definiscono l’Ingegnere milionario, nuovo ricco rampante, milanese con legami con certa politica, alla giovane moglie e al figlioletto… Ci sono loschi personaggi che a diverse ore del giorno per terra o per mare ruotano attorno agli occupanti della villa. C’è l’intimidatoria passeggiata da parte di uomini armati sul gommone… Non gli resta che affrontare Rissi a viso aperto per cercare di capire cosa succede davvero. Ha accettato l’incarico, sa di dover proteggere lui e la sua famiglia, non si tira indietro, però percepisce il marcio e sa che non può più fidarsi di nessuno. Quella che sembrava la facile impresa di una nuova vita, senza rogne, pochi rischi con un incarico importante e ben pagato, ha trascinato Bacci fra gli sporchi traffici di alleanze sotterranee tra politici e malavitosi in un’Italia, solo coperte dall’intenso sfavillare del benessere economico. Ma ormai è in gioco e deve giocare preparandosi ad affrontare una mortale sorpresa. Una tragedia è là, in agguato. Uno sporco lavoro è la prima nostalgica indagine di Bacci Pagano, il genovesissimo investigatore dei carruggi. Un altro mistero legato al suo passato, forse fitto di rimpianti e pericoli, ma anche di amori, bella musica, magari un bicchiere colmo di nettare, caffè nero e buona cucina. Quanta strada hai fatto, Bacci, per diventare l’irrinunciabile personaggio cult di Bruno Morchio. E quanta ne farai ancora?
In nome dei Medici di Barbara Frale, Newton Compton 2018.
Ben calibrato, interessante, non ne dubitavamo, e contemporaneamente avventuroso e inquietante, con quel piccolo quid di esoterico mistero che non guasta mai, In nome dei Medici, il nuovo romanzo di Barbara Frale che interpreta uno spaccato di vita meno conosciuto del giovane Lorenzo de’ Medici. Un Lorenzo de’ Medici gaudente, incline agli allegri piaceri delle lenzuola, ma con il cuore ancora tenero. Un Lorenzo de’ Medici ventenne, già bravo diplomatico e mercante ma, nonostante gli insegnamenti del nonno Cosimo che l’ha forgiato come suo vero erede morale, non smaliziato a sufficienza da passare completamente indenne tra le trappole, i doppi e tripli sensi, gli astrusi machiavellici politici, le rischiose dietrologie e i continui complotti romani… Mischiando con disinvolta abilità storia e fantasia, Barbara Frale fa una piacevole rivisitazione di una parte del percorso di formazione di colui che i suoi contemporanei fecero conoscere ai posteri come il Magnifico. Un’attendibile e curata ricostruzione delle caratteristiche mentali e fisiche di diversi personaggi reali, tra le quali domina vivace e ben studiata la rappresentazione del potente ed enigmatico cardinale valenzano Rodrigo Borgia che aleggia protettivo sul giovane fiorentino.
Dopo un’anteprima, diciamo una specie di spuntino interpretato dall’autore a BookCity, Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2018, va in libreria il 27 novembre. La prima domanda che si pone il lettore sarà sul titolo: perché è Vuoto questo romanzo, in cui si riparla della ormai stracollaudata squadra di successo, nella vita letteraria e sullo schermo, dei Bastardi di Pizzofalcone? Mi pare, ma correggetemi se sbaglio, di interpretare che Maurizio de Giovanni abbia deciso di servirsi del termine vuoto nel suo più completo figurato significato di mancanza, assenza, carenza, insufficienza, deficienza, lacuna ed omissione. Realtà oggettive che conosceremo, incontreremo e affronteremo tutte nel corso della trama venate come sempre da ansia, struggimento e da un malinconico senso di incertezza e incompletezza.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
Oggi vi presento Le avventure del Corsaro Nero di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
“Era vestito di nero, con abiti raffinati: un mantello, una casacca di seta, pantaloni stretti da una fascia con le frange, un paio di stivali e un cappello grande con una lunga piuma. Aveva il viso pallido e i lineamenti delicati. Lo sguardo era fiero e coraggioso”. Ecco il Corsaro Nero (siamo nel ‘600, a Maracaibo) che vuole giustiziare il capitano Wan Guld perché ha ucciso i suoi due fratelli. Durante il viaggio incontra un veliero sul quale c’è Honorata Willerman, una principessa bellissima: capelli lunghi dorati, un abito di seta e una collana di perle. Se ne innamora ma, dopo un po’ di tempo, farà una scoperta terribile: l’amata è la figlia del suo acerrimo nemico!
Tra tutti i personaggi, certamente quelli più importanti sono Amore e Vendetta. Come andrà a finire?

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Fa troppo freddo per morire

Christian Frascella
Fa troppo freddo per morire
Einaudi, 2018

Ambientato nella Torino oscura, dove alligna generoso il microcosmo governato dalla criminalità, diversa dalla città placida e opulenta dei quartieri di tono che siamo abituati a vedere, Fa troppo freddo per morire è una piacevole novità sulle scene giallistiche. Christian Frascella si è inventato un protagonista fuori dalle righe e gli ha regalato una prima indagine da far rizzare i capelli. Però ci piace, ci stuzzica, ci impelaga dietro lui nelle false piste, svicolando tra le sue avventure e disavventure sentimentali quando oibò, volente e nolente, è costretto a fare i conti con la sua vita che è andata a rotoli. Era un poliziotto ma si è fatto cacciare dal servizio per una serie di stupide porcherie di mazzette e droga, ha cattivi rapporti con la ex moglie e la figlia quindicenne Valentina. Possiede una Panda Young, maggiorenne da un pezzo, e forse quello è «il rapporto più duraturo che abbia mai avuto nella vita». Meno male che è sorretto dalla sua famiglia di accatto che lo ospita e lo ama incondizionatamente: la sorella e due nipoti. Fino a quando però? Tuttavia Contrera è un uomo che non si perde d’animo. Per i buoni uffici di un amico, tenente dei carabinieri, ha ottenuto la licenza di investigatore privato e lavora in Barriera di Milano. Già, nel quartiere di Torino che si chiama “Barriera d Milan” o solo Barriera. Un avamposto aperto incondizionatamente verso il resto del mondo. Da anni l’ex solido quartiere operaio si è trasformato in una babele multietnica ma in via di riqualificazione. È proprio qui, in una lavanderia a gettoni gestita dal magrebino Mohamed, che Contrera ha istallato il suo ufficetto dove per sopravvivere riceve i clienti e si arrangia a mantenersi con gli scarsi guadagni racimolati in pedinamenti di mariti infedeli o smascherando piccoli truffatori. Accanto a un tavolino e una sedia di plastica c’è anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo esclusivo uso e consumo, perché i musulmani non bevono alcol e Mohamed è un musulmano ligio alla regola. Ma sarà proprio il suo padrone di “ufficio” e proprietario della lavanderia a chiedergli di aiutare Driss, un ragazzo che gli sta a cuore, una specie di nipote, un bravo ragazzo a suo dire, che si è paurosamente indebitato con una banda di albanesi. La faccenda scotta ma Contrera non può tirarsi indietro. Scoprirà che Driss, si è ficcato in seri guai. Il primo impatto esplorativo di Contrera nel night club di Corso Venezia, La stella notturna gestita dal boss mafioso Oskar, non è il massimo ma poteva andare peggio, se si considera che il detective riesce a uscire indenne dalle mani degli scagnozzi albanesi e ottenere in elemosina una dilazione di pagamento di dieci giorni. Ma dopo, se Driss non paga… Ciò nondimeno le cose sono destinate a precipitare quando Oskar viene trovato nel suo locale con un coltello a serramanico piantato in petto, e il giovane marocchino viene riconosciuto mentre fuggiva dal luogo del delitto. Oddio, ci sono alcune incongruenze nella ricostruzione dei fatti e strani e sporchi giochi di denaro dietro la faccenda ma, per la polizia agli ordini del vicequestore De Falco, nemico giurato di Contrera, le prove a carico del ragazzo, che per di più è uccel di bosco, appaiono schiaccianti. E anche la mafia albanese pretende il suo colpevole. Ma il dannato codice di onore, Mohamed e la comunità magrebina si fidano di lui, impone a Contrera di andare avanti e continuare a indagare fino in fondo. Anche se si rende conto di essersi ficcato in un colossale pasticcio nel quale sta rischiando di brutto la pelle. Tanto per cominciare deve trovare Driss e scoprire la verità. Ci riuscirà?
Coinvolgente, ironico, intrigante quanto basta e con tutte le premesse e le carte in regola per funzionare come interprete di un “serial”, Contrera è un mix di hard boiled vecchia maniera e fuochi d’artificio polizieschi genere ispettore Coliandro. Personaggio imperdibile e assolutamente da citare Luca l’“einstainiano”, dodicenne figlio del suo nuovo amore (forse perduto?). A presto su queste scene!

Christian Frascella è nato a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato Mia sorella è una foca monaca (Fazi 2009), Sette piccoli sospetti (Fazi 2010), La sfuriata di Bet (Einaudi 2011), Il panico quotidiano (Einaudi 2013), La cosa più incredibile (Salani 2015), Brucio (Mondadori 2016) e Fa troppo freddo per morire (Einaudi 2018).

La Debicke e… L’uomo di Calcutta

Abir Mukherjee
L’uomo di Calcutta
SEM, 2018
Traduzione di Alfredo Colitto

Abir Mukherjee, autore britannico di origini indiane, nato e cresciuto nell’ovest della Scozia, ha vinto con L’uomo di Calcutta (titolo originale A Rising Man) il concorso per la scrittura del crimine del Telegraph Harvill Secker. Un giallo storico e spy story per un raffinatissimo esordio che spalanca l’orizzonte su un periodo rovente e cruciale della storia anglo-indiana che sembra essere stato quasi dimenticato. Il romanzo è ambientato nel 1919 a Calcutta (ora conosciuta come Kolkata) la moderna, monumentale capitale del Bangladesh costruita dagli inglesi alla fine del 1700 in stile neoclassico europeo, poi eletta a sede della Compagnia delle Indie e rimasta capitale dell’India fino al 1911.
Nel 1919, il veterano della Grande guerra, unico superstite del suo reggimento poi passato alla Forze speciali, il giovane Capitano Sam Wyndham, ex Scotland Yard Detective, è appena arrivato a Calcutta. Piagato dalle ferite subite in guerra e dalla perdita della giovane moglie (falciata dall’influenza), ha accettato l’offerta del ex suo superiore Lord Haggart, nominato capo della polizia britannica in India, di assumere il comando della sua compagnia nelle forze di polizia.
La guerra e le gravi ferite gli hanno lasciato dolorose tracce anche psicologiche che combatte con un duro ma controllato uso di droghe, morfina e oppio, più facili da reperire in Oriente. E dopo un lungo e faticoso viaggio per mare di cinquemila miglia, con tappe ad Alessandria e Aden, l’impatto allo momento dello sbarco non è facile. Calcutta è Calcutta e niente, salvo forse la guerra, aveva potuto prepararlo a quella sua nuova realtà in cui dominano quasi insopportabili il caldo e l’umido. I ricordi degli inglesi di ritorno dall’India, i cosiddetti India-man, nelle sale piene di fumo di Pall Mall non bastavano certo a descriverla davvero e neppure le pagine dei romanzieri. Per un inglese Calcutta rappresentava un’aliena entità a sé, dove tutto era caos, commerci, intrighi e politica. Il governatore del Bengala nel 1700, Lord Robert Clive, detto Clive d’India, l’aveva definita il posto più malvagio dell’universo, e sicuramente non esagerava.
Appena insediato, pochi giorni dopo il suo arrivo, Wyndham dovrà entrare subito in azione: il cadavere di un europeo in frac è stato ritrovato in un gullee, vicolo cieco e buio della Città Nera. Wyndham, studiando la scena del crimine, rimane colpito da alcuni dettagli. La vittima, un occidentale, ha un foglio di carta accartocciato e infilato in bocca, su cui si riuscirà a leggere, scritto in bengalese, la minaccia: “il sangue inglese scorrerà per le strade. Andate via dall’India”. Come mai quel “burra sahib”, è finito ammazzato proprio davanti a una casa di tolleranza, tra i fatiscenti edifici di un sordido quartiere? Si scoprirà che il morto, uno scozzese nel paese da molti anni, era un alto funzionario dell’impero britannico che operava agli ordini del vice governatore e con solidi legami in loco. Ma negli ultimi tempi frequentava anche assiduamente una chiesa riformata diretta dal pastore Gunn… Qualche possibile connessione?
Wyndham comincia a indagare passando dai lussuosi salotti degli affaristi più arrivati, vedi Buchanan, ricchissimo re della iuta, agli orfanatrofi, alle luride tane degli informatori, avvalendosi della collaborazione dei suoi collaboratori, l’arrogante ispettore Digby e il giovane Sergente Banerjee, educato a Cambridge ma di origine indiana, tra i quali serpeggiano competitività e irrequietudini.
Con l’incombente minaccia dell’incontrollata esplosione di una rivoluzione armata e la stabilità del Raj a rischio, le piste da seguire di intrecciano e si sovrappongono pericolosamente. I suoi superiori, ma soprattutto i Servizi Segreti, sono convinti che i colpevoli siano da ricercare tra gli attivisti indiani e le successive notizie sull’inutile massacro di Amritsar, perpetrato dall’esercito di Sua Maestà, provocano altri disordini, coinvolgendo il Capitano Wyndham nella politica adottata dell’Impero nei confronti degli indiani e nelle lotte intestine tra i suoi compatrioti.
Il crescente dissenso che ribolle nelle colonie, e noi sappiamo a cosa portò perché è diventato storia, fa da splendido palcoscenico a questo giallo dove gli avvenimenti sociali non sovrastano la peculiarità di alcuni tra i protagonisti.
Il necessario pragmatismo di Wyndham e l’arroganza inglese, temperati dal suo humour e dalla sua intelligenza, sono contrapposti ai modi educati, signorili, del pronto ed efficace sergente bengalese Banerjee. Banerjee, che spesso sembra un intellettuale più che un poliziotto, è dotato però di spirito combattivo, non a caso il suo nome indiano inglesizzato è diventato Surrender-not e cioè “Mai resa ”… e sicuramente il poliziotto bengalese è il personaggio più significativo del romanzo. Quello che rappresenta al meglio la bivalenza della cultura angloindiana: il rispetto verso l’Impero portatore di progresso, ma anche la strenua fedeltà nei confronti del proprio popolo teso verso l’autodeterminazione. Per motivi razziali, nella Calcutta coloniale, uomini di grande spessore si vedevano spesso costretti ai margini della società, o comunque subordinati agli inglesi. E tuttavia spesso gli occidentali subivano e continuano a subire ancora oggi il fascino delle tante contraddizioni indiane.
L’uomo di Calcutta è un romanzo intenso, appassionante, sincero, intriso di profondo umorismo sul fascinoso sfondo dell’India subito dopo la Prima Guerra Mondiale, che riesce a descrivere un passato coloniale scomodo e, forse, non ancora del tutto metabolizzato. Mi ha rimandato, ma era logico, stesso periodo, stesso mondo, stessi coinvolgimenti esistenziali a Passaggio in India di Edward Morgan Forster, straordinario romanzo di fama internazionale.
Primo capitolo di una trilogia poliziesca in ambientazione inusuale la serie di Sam Wyndham continuerà con A necessary evil (2017) e Smoke and ashes (2018), confidiamo di prossima pubblicazione anche in Italia.

Abir Mukherjee, giovane autore best seller di origine indiana, è cresciuto nell’Ovest della Scozia. Per questo suo romanzo d’esordio è stato ispirato dal desiderio di saperne di più su un periodo cruciale della storia angloindiana che sembra essere stato quasi dimenticato. La pluripremiata serie che vede come protagonista Sam Wyndham sarà integralmente pubblicata da SEM.

La Debicke e… Da molto lontano

Roberto Costantini
Da molto lontano
Marsilio, 2018

Roberto Costantini ha sempre saputo scrivere e parlare fuori dai denti. Prima si è servito della “Trilogia del male” per spiegare con toni giallo-noir quanto è avvenuto prima e dopo l’ascesa al potere di Gheddafi poi, come il protagonista Michele Balistreri, si è trasferito in Italia. Da molto lontano è il sesto lungo e intenso capitolo di un saga che Costantini ha dedicato alle sue avventure con una trama che si snoda su due piani temporali, tra il ’90 e i mesi compresi tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, e quindi divisi tra loro da quasi trent’anni ma strettamente connessi.
1990. Sono le frenetiche notti del mondiale di calcio in Italia, ci sarà la combattuta semifinale tra gli argentini e gli italiani, tra chi tifa azzurro e chi invece, con un cuore borbonico che batte nel petto, tifa Maradona. Proprio durante una di quelle notti scompare Umberto, il figlio del potente costruttore romano cavalier Prospero Petruzzi, ex-muratore emigrato argentino fattosi da sè, ora spietato e potentissimo affarista. La scomparsa del giovanotto – oltre a lui il cavaliere ha anche una figlia decisamente intrigante, Elide, con il pelo sullo stomaco peggio del padre – salta fuori solo grazie a una lettera anonima al Messaggero. Naturalmente il caso viene appioppato al nostro Michele Balistreri. Lui considera subito il fatto una rogna, vista la fama di faccendiere di Petruzzi padre, e non crede a un rapimento. Mentre indaga, cercando di capirci qualcosa, cominciano a sfilare davanti a lui avvocati di grido al soldo della famiglia, affaristi senza scrupoli, tra i quali emerge un giovane e cazzuto boss della camorra, belle donne disposte a tutto e un magistrato, tutto d’un pezzo o almeno pare, sceso a Roma dal Nord con l’intento di bonificare lo stato… Ma il ritrovamento dei corpi orribilmente mutilati del giovane e della sua amica Penny, con legami familiari poco chiari, faranno prendere all’inchiesta una direzione più precisa. Michele Balistreri, impegnato a districarsi tra il pierre nordista Locatelli e Capuzzo, il suo valido collaboratore meridionale, in disaccordo su tutto, indaga svogliatamente.
E invece punto cardine dell’inchiesta sarà proprio Capuzzo, l’ispettore napoletano, ottimo investigatore, grande tifoso del web, tanto che vive praticamente in simbiosi con il suo Compaq portatile, e del “Pibe” Diego Maradona, colonna del Napoli. La trama tuttavia vira al tragico, le piste si toccano, si sovrappongono e si ingarbugliano fino ad arrivare a un finale drammatico che porterà alla (o a una ?) soluzione del caso.
Ma nel 2018 un biglietto anonimo, ricevuto anche stavolta dal Messaggero, spedisce la polizia nel parco semidistrutto di Villa Petruzzi, da anni donata dal cavaliere allo stato, fa ritrovare sepolti in terra due manichini con le stesse orride mutilazioni inflitte ai due giovani amanti e fa riaprire il caso.
Nel 2018 Balistreri, ormai in pensione, fa vita tranquilla, da poco ha festeggiato in famiglia il Natale con la moglie Bianca, ex giudice, e la figlia, la brava giornalista d’inchiesta Linda Nardi. Legge molto e fa lunghe passeggiate sulla spiaggia di Ostia. Ma, secondo sua moglie, sta perdendo la memoria, e la neurologa teme che il motivo reale sia l’aver lasciato un lavoro che lo stimolava. E quindi ricorda poco di quella storiaccia del 1990, piena di personaggi senza scrupoli, uomini e donne. Ma inevitabilmente l’ex-commissario viene coinvolto nella indagine dal suo successore ed ex vice, Corvu, e da sua figlia Linda. Anche l’ex giovane boss della camorra, l’unico ad essere stato condannato (non per la morte di Umberto e Penny però) ed è appena uscito di galera, vuole che sia incastrato l’assassino. Sul macabro ritrovamento si buttano i mass media, con in testa Linda Nardi, la figlia di Balistreri. E purtroppo per Balistreri i due manichini lo costringeranno a fare marcia indietro nel tempo fino a quel 1990, che non gli ricorda il Campionato del mondo in Italia, ma piuttosto una maledetta sparatoria in cui lui stesso era stato coinvolto. Una sparatoria che allora aveva provocato l’annacquamento e il blocco delle indagini, fino ad oggi, fino a quasi tre decenni dopo, quando le vittime dei due irrisolti omicidi torneranno a reclamare giustizia.
Balistreri ha i capelli grigi, a più di sessant’anni potrà finalmente godersi un po’ di pace? Siamo arrivati all’ultimo capitolo della storia di uno dei personaggi più particolari del noir italiano? Oppure Costantini dedicherà ancora qualche prequel al suo poliziotto eclettico e sui generis? Per chi non lo sapesse, Balistreri non lotta solo contro gli assassini e i loro crimini, ma soprattutto e da sempre contro il suo lato oscuro e i fantasmi del suo passato. Balistreri è un uomo che, nonostante il nuovo status di pensionato, non può fare a meno di indagare, deve poter finire quel qualcosa lasciato incompiuto e, per non perdere se stesso, dovrà continuare.
Una trama forte, molto convincente, che si rispecchia in errori che non si possono più correggere e si avvale dell’alternarsi del presente e del passato radicato negli anni novanta. Una trama che ha dato spazio anche a un’intima analisi di quanto il lavoro e la sfera privata possano diventare una cosa sola e, se non ben calibrati, portare a un’irresistibile spinta all’autodistruzione. Tra un salto temporale e l’altro, Costantini dà modo di ripassare e rivivere eventi che, nel bene e nel male, hanno scandito la vita italiana. Che è poi, questa, una delle sue caratteristiche: la scelta di raccontare costumi, politica e intrighi attraverso il suo personaggio. E state certi che, se i nodi verranno al pettine, il Commissario Balistreri sarà là, pronto a contarli uno a uno.

Roberto Costantini (Tripoli, 1952), ingegnere, consulente aziendale, oggi dirigente della Luiss. È autore per Marsilio della Trilogia del Male con il commissario Michele Balistreri, bestseller in Italia e già pubblicata negli Stati Uniti e nei maggiori paesi europei, premio speciale Giorgio Scerbanenco 2014 quale “migliore opera noir degli anni 2000”. Con La moglie perfetta è stato finalista al premio Bancarella 2016.
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Il talento del crimine (Le brevi di Valerio 248)

Jill Dawson
Il talento del crimine
Carbonio, 2018 (orig. 2016, The Crime Writer)
Traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini
Noir

Earl Soham, Suffolk, Inghilterra. Autunno 1964. L’americana Mary Patricia Plangman (Fort Worth Texas, 19 gennaio 1921 – Aurigeno Svizzera, 4 febbraio 1995), molto ben conosciuta come Patricia Highsmith (oltre che come Claire Morgan), è stata una delle più straordinarie scrittrici del secolo scorso, in qualche modo cofondò in teoria e in pratica il genere noir e la suspense fiction.
La docente di scrittura creativa Jill Dawson (Durham, 1962) è una delle più brave autrici inglesi contemporanee e, con Il talento del crimine, vincitore dell’East Anglian Book Award 2017, rende la misantropa eccentrica Highsmith protagonista di un ottimo meditato thriller, alludendo nel titolo a uno dei suoi romanzi più letti (e visti). Patricia ha 43 anni, sta terminando un romanzo e il manuale sul giallo, beve molto, scrive il diario e nei weekend attende l’amata Samantha, di cui disegna con maestria il volto. Poi arriva una giovane fastidiosa bella giornalista. Patricia sarà davvero capace di uccidere?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Festa al trullo (Le varie di Valerio 93)

Chicca Maralfa
Festa al trullo
Les Flâneurs, 2018
Moda

Puglia, alto Salento, valle d’Itria, Ostuni, contrada Pascarosa. D’estate, forse proprio venerdì 12 agosto 2016. C’è una gran bella festa al C-Trullo: trenta ettari di terra, cancellata antica sul viale di pini verso l’edificio padronale (ancora non ben ristrutturato) con balconcino, a cento metri ampia piscina non senza idromassaggio, dietro la casa dei custodi contadini (ora anche per ospiti) con corte, poi soprattutto la trulleria (a sei coni) con una nuova magnifica area residenziale e quattro altri coni diroccati più distanti, l’agrumeto con venti piante di aranci, dieci di limoni, tre di mandarini, un cedro, e ancora la vite, gli ulivi, i grilli. Tutto stasera è un set cinematografico: la proprietaria è originaria dei luoghi, 45enne di Cisternino, famosissima influencer, mammasantissima della moda internazionale, Chiara Laera, in gioventù modella di successo, ora fashion blogger e stylist editor, sorridenti occhi azzurri e lunghi capelli biondi, volto lentigginoso ed esile, non classica bellezza ma fascinosa e magrissima; la festa serve a lanciare l’emergente 27enne fasanese (Pezze di Greco) Vanni Loperfido; per la sua nuova collezione hanno scelto il nome ciceri&tria, il piatto tipico a km0 (base di ceci e pasta fritta), squisito (se ben preparato, come ora). Piccole casse ben nascoste trasmettono musica a volume altissimo per tutti i gusti, i circa trecento agghindati ospiti passano da un artigiano figurante all’altro (mozzarelliere, cartomante, cestaio), ballando e mangiando prodotti biologici (qualcuno molto bevendo, facendo sesso o altro), mentre un drone e vari addetti riprendono e fotografano il lecito in diretta su ogni social possibile, in vista pure di un film. Fra palme, ombrelloni e fuochi d’artificio l’architetto del restauro sembra proprio rilassato nella poltrona gonfiabile in acqua.

La giornalista pugliese (girovaga) Chicca Maralfa (Bari, 1965) esordisce nella fiction con un testo di scoppiettante prorompente modernità, letto socialmente prima dell’edizione (campagna di comunicazione teaser). Non finisce qui, sono già pronti altri due romanzi. La narrazione è in terza varia al passato, l’incedere originale ed elegante, un poco ripetitivo verso la fine, con una chiusura peraltro ben congegnata. Opportuni divertenti e certificati gli innumerevoli brevi detti e proverbi fasanesi (tradotti in nota). Pur debordando inevitabili anglismi, è un testo consigliabile pure a colleghi lettori antiquati, sconcertati da parlamentari che fanno spettacoli più che norme, da ministri che con tweet e post si sentono più influencer che servitori pubblici. Tutto avviene in una notte, anche se a ogni personaggio significativo e a ogni relazione vitale sono poi dedicati spunti e narrazioni di flashback o backstage. Sullo sfondo uno scontro di civiltà, il conflitto tra vecchio e nuovo, culturale e generazionale (ai tempi della terribile Xylella, questione fitosanitaria e maledizione biblica, tornata purtroppo oggi attuale): i nativi contro gli invasori del Nord e gli stranieri, chi resta ancorato ai vecchi contenuti dell’esistere e chi asseconda ormai solo una modellistica dell’apparire e dell’avere. Il nuovo è la corte di Chiara, succubi e professionisti che le ruotano intorno e dipendono dal suo stile; il vecchio è rappresentato dal custode contadino residente nel podere (e geloso della memoria) Mimmo Montanaro, 65enne figlio del colono della vecchia proprietà, sposato con Memena (titolare della ricetta riportata in fondo come brand), padre di due ragazze, per vent’anni operaio specializzato licenziato quando la fabbrica aveva chiuso. Durante i due tre anni della ristrutturazione era entrato in aperto aspro continuo screzio con l’architetto Sante D’Elia, omosessuale milanese grande amico di Chiara, la quale (presunta colta indigena) cerca comunque sempre di far conciliare gli opposti. Mimmo si sente minacciato dallo sbarco invadente di presenze aliene (manageriali e turistiche) dentro spazi, valori e tradizioni che considera sacri; e medita una qualche rivalsa per salvare il proprio ecosistema, naturale ed esistenziale. Rosé di primitivo e negramaro rosso. Colonna sonora variegata e spumeggiante (la compilation è sul sito dell’esperta autrice).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La transazione (Le brevi di Valerio 247)

Riccardo La Cognata
La transazione
Ventura, 2018
Noir

Roma. Tra maggio e novembre 2015. Il 20 giugno il tranquillo giudice Vito Pennisi compie 40 anni e decide di radersi a zero mento e cranio. I genitori sono morti, vive in una gran bella casa con terrazza, si accompagna volentieri a donne. Da due mesi lavora con lui la 28enne Luisa Altieri di Roccabruna, splendida uditore (uditrice) assegnatagli dal procuratore, con la quale c’è stata una prima volta, anche ultima secondo lui. Sta conducendo un’indagine su un presunto falso in bilancio che si rivela un intreccio di crimini finanziari, tra faccendieri e corrotti di ogni istituzione e religione, prelati e killer. Qualcuno cerca subito di ammazzarlo e la vicenda diventa internazionale.
L’avvocato sportivo (dalla capitale per il mondo, in ogni modo) Riccardo La Cognata (Ragusa, 1969) con La transazione è all’esordio letterario: la trama interessante ruota tra il mondo della giustizia e loschi riciclaggi, fra personaggi stimolanti spicca a Nassau la creola Maya Navarro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una giornata in giallo (Le gialle di Valerio 183)

AA. VV. (Camilleri, Costa, Alicia Giménez-Bartlett, Malvaldi, Dominique Manotti, Piazzese, Recami, Savatteri)
Una giornata in giallo
Sellerio, 2018
Due racconti tradotti da Maria Nicola e Francesco Bruno
Noir

Tempi e luoghi differenti ma consueti. Salvo Montalbano, agli esordi, festeggia il primo mese trascorso nella casa di Marinella a Vigàta, acquistando per 50 mila lire una bottiglia di sciampagni e deve gestire il pizzino mafioso dove qualcuno minaccia di dare fuoco all’enoteca (con ventiquattr’ore di ritardo). Un sabato del maggio scorso Saverio Lamanna visita Gibellina, città perfetta (50 anni dopo il terremoto del Belice), con la morosa Suleima e l’amico Peppe, ma dal museo scompare l’arazzo di Boetti, prisenti o drappo professionale, dieci metri per due, cuciti con devozione, valore alto, più di 500 mila euro (anche solo un metro quadrato). Loro di Pineta, compresi quelli della Loggia del Cinghiale, sono tutti in trasferta ad Amsterdam per la mitica festa arancione del 27 aprile; solo Alice Martelli è rimasta a casa a lavorare, vigile e agile come sempre, e risolve a distanza il caso del duplice scippo contro Tiziana e Marchino. Il 28 agosto 1973 il giovane commissario Daquin da sei mesi si trova (di mala voglia) a Marsiglia, ha già chiesto il trasferimento; lì ce l’hanno con gli immigrati, ovviamente con gli algerini in particolare, per l’odio ci scappa il morto e, pur di andarsene quanto prima possibile alla Narcotici di Parigi, lui risolve il caso. A fine luglio di uno degli anni novanta Lorenzo La Marca, appena tornato dall’aeroporto di Palermo, poco fuori l’ingresso della Stazione Notarbartolo, cammina solitario e incontra una biscia; son ricordi oltre che problemi; a lui fanno schifo ma lo scorsone nero, detto Iside e Maria Walewska, memore dell’omicidio di una lucciola, sta battendo sul vetro di una pelletteria; difficile farlo smettere. In pieno nubifragio il ladro Drago si avventura nei magazzini sotterranei (dove confluiscono pure acque nere e bianche) della casa di ringhiera di via *** 14 a Milano e vi rimane chiuso dentro; quel primo giugno 2006, da tappezziere in pensione, Consonni vorrebbe studiare meglio l’omicidio di viale Bligny, epperò la figlia Caterina gli lascia il piccolo Enrico, termometro e lavandino funzionano così e così, l’idraulico non arriva, che pene! Angela Mazzola ha la giornata libera, è un assolato aprile palermitano e resterebbe volentieri a crogiolarsi in terrazza, senonché la chiamano i suoi capi dell’Antirapina, vi è stato lì vicino lo strano furto di un furgoncino carico di carciofi (refurtiva di circa 3 mila euro); lascia il labrador, prende il Liberty e fa un sopralluogo; c’è di mezzo una guerra di criminalità organizzata e si rivela ancora una volta molto brava. Petra Delicado ha appena risolto un caso difficile e sguazza fra le scartoffie, a tarda sera esce dal commissariato di Barcellona e viene sequestrata da una pericolosa manesca ragazza, finendo così per trascorrere il giorno più insolito dell’intera sua vita lavorativa, perlopiù in un casolare immerso nel bosco di pini.

Le novità di quest’ultima raccolta di racconti gialli inediti sono diverse e non tutte positive, pur in continuità con le accorte riuscite sperimentazioni che hanno costituito una svolta nel genere del genere. Sono meno gli autori coinvolti della scuderia Sellerio: Camilleri, Savatteri, Malvaldi, Dominique Manotti, Piazzese, Recami, Costa, Alicia Giménez-Bartlett. Il tema un po’ forzato sono le 24 ore, l’ambientazione temporale (decenni fa nella metà dei casi) di un solo giorno “in giallo”. La lunghezza è molto omogenea (poco più lungo Savatteri, più breve Manotti), la raccolta ribadisce una contaminazione che non inficia gli stili noti e amati di ogni autore, come d’abitudine solo alcuni in prima persona (Savatteri, Piazzese, Giménez-Bartlett). Ma questa volta è la qualità letteraria non sempre all’altezza in tutti gli autori, a tratti stanchi, almeno nella prima parte; bello e attuale Manotti; molto carino Recami. I mafiosi con la musica non ci appattano, Maremma amara sui canali, Miles Davis coi leggendari (sognati) Margarita, per la bella fulva blues e indie con la voce di Beth Hart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)