Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa è già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Un uomo in fuga

David M. Guss
Un uomo in fuga
Newton Compton, 2018

La vera storia del tenente Alastair Cram, l’ufficiale scozzese che durante la Seconda guerra mondiale, fatto prigioniero dai nazisti, evase ben 21 volte dai vari campi di concentramento in Africa, Italia e in Germania.
È il novembre del 1941 quando il tenente Alastair Cram, dopo che il suo carro è stato distrutto durante la scontro con i tedeschi e lui dato per morto, viene fatto prigioniero da un soldato della neonata Afrika Korps a Sidi Razegh, in Nord Africa, durante l’operazione Crusader, piano concepito dall’Ottava armata per sbloccare l’assedio di Tobruck. La sua guerra sui campi di battaglia era finita, ma stava per cominciare la lunga odissea dell’uomo che riuscirà a sopravvivere a dodici duri campi di concentramento, a tre spaventose prigioni della Gestapo, affrontando anche la tortura, e a un manicomio criminale.
Ma, tirate le somme, Un uomo in fuga, riscrittura e condanna delle sofferenze subite dai prigionieri e delle atrocità commesse dai loro carcerieri durante la Seconda Guerra Mondiale, si trasforma anche, per l’indomito spirito degli uomini che le vissero, nell’avvincente racconto delle imprese compiute da Alastair Cram, laboriosamente raccolte dallo scrittore americano David Guss attraverso ricordi, diari e testimonianze dirette.
Al momento della sua cattura, il tenente della Royal Artillery Alistair Cram aveva trentadue anni. Parlava correntemente tedesco, italiano e francese, prima di diventare ufficiale era stato un brillante avvocato e fin da giovanissimo un eccezionale scalatore. Ognuna di queste capacità gli fu utile, ma fu soprattutto l’allenamento sportivo, che aveva forgiato il suo fisico e il suo spirito di resistenza, a consentirgli di perseverare nel cercare la fuga e di trovare la forza per sopravvivere a gravissime ferite.
Il più drammatico dei tentativi di fuga fu forse quello da Gavi, il “Colditz italiano”. Gavi era un castello millenario, inserito in un forte del XVII secolo, una prigione di massima sicurezza vicino a Genova, nella quale venivano inviati “I pericolosi”, soprannominati così perché tutti avevano tentato la fuga almeno una volta. Quando Cram fu mandato a Gavi era reduce da ben sette falliti tentativi di fuga a Derna in Africa, in navigazione verso l’Italia, in Sicilia a Castelvetrano, a Capua dove cominciarono a chiamarlo il Barone, all’Aquila, a Padula e in treno verso la Liguria prima di arrivare a Gavi dove scontò 40 giorni di prigione dura. Fu qui, in un’atmosfera particolare che aveva creato tra i prigionieri un profondo legame di amicizia e collaborazione, che Alastair Cram inserì David Stirling, il leggendario fondatore della SAS, le forze speciali inglesi, tra gli undici prescelti per quella che doveva diventare l’evasione “per mezzo del tunnel della Cisterna”, uno dei progetti più avventurosi e fino ad oggi meno conosciuti di fuga di massa durante tutta la guerra.
Cram fu ripreso, ma ormai per i suoi carcerieri era conosciuto come “evasore seriale”. Una specie di sindrome di Houdini gli impediva di restare prigioniero. Attraverso le testimonianze degli ufficiali britannici che furono suoi complici nei tanti tentativi di fuga, sappiamo che Cram provò e riprovò fino all’ultimo quando, con l’avvicinarsi delle truppe alleate, la detenzione si faceva sempre più pericolosa per l’ordine dato da Hitler di eliminare tutti i facinorosi. Ma finalmente, ad aprile del 1945, riuscì ad allontanarsi definitivamente da una colonna di prigionieri in trasferimento, garantendosi la salvezza. Una ricostruzione dettagliata, accurata testimonianza di una storia di coraggio e di resistenza alle avversità.
Un libro intrigante, vero ma dai toni romanzeschi e profondamente commovente, che fa luce sulle straordinarie imprese e sulla inedita vita di una persona che ha saputo confrontarsi con ogni improbabile probabilità, e un grandioso epitaffio alla ostinata determinazione dello spirito umano che impone di non mollare mai.

La luce che resta (Le brevi di Valerio 235)

Evita Greco
La luce che resta
Garzanti, 2018
Romanzo

Oggi in provincia. Sul treno 12047 viaggiano spesso Filomena e Carlo, madre scossa e figlio adulto, lui avvocato in uno studio legale la segue sempre per proteggerla; se ne prende cura visto che il padre Marco non si vuole più far carico della situazione, sta a Londra e suggerisce il trasferimento in una casa protetta per persone con problemi, mentali e non. Lei rimpiange quell’amore, si erano sposati il 29 giugno 1980. Sullo stesso treno, fra turisti e studenti, viaggia una ragazza sempre trafelata, Cara, impiegata, che prima deve lasciare la piccola figlia Vita all’asilo nido e poi pensa molto a quanto sta scrivendo. Marco e Cara s’incontrano. Dopo il successo del primo, ecco La luce che resta, secondo bel romanzo di Evita Greco (Ancona. 1985), che, dopo aver avuto diagnosi di dislessia e provato vari lavori, si dedica intensamente a una scrittura delicata, piena di piccole cose, segnata dalla recente doppia maternità, un evento irreversibile sia per le donne che per i bimbi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il taglio di Dio (Le gialle di Valerio 173)

Jeffery Deaver
Il taglio di Dio
Rizzoli, 2018 (orig. The Cutting Edge, 2018)
Traduzione di Rosa Prencipe
Noir Hard-Boiled

New York. Un marzo dei giorni nostri. Il Diamond District si trova a Midtown Manhattan. I giovani innamorati Anna e William stanno andando dal bravissimo famoso diamantaire 55enne Jatin Patel sulla 47° Street, lei deve provare l’anello di fidanzamento, oro bianco con pietra IF quasi pura tagliata princess da un carato e mezzo, valore sedicimila dollari. Un uomo li segue in ascensore, quando si fanno aprire li spinge dentro l’appartamento e fa una strage. In quel momento arriva anche l’apprendista tagliatore Vimal Lahori, esile 22enne, l’uomo spara anche a lui, ma in qualche modo riesce a scappare. L’assassino si mette sulle sue tracce, deve assolutamente ritrovarlo, non ha finito di cercare qualcosa e di uccidere vari. Il detective di primo livello del New York Police Department Lon Sellitto, tarchiato e sgualcito, chiede consulenza all’amico esperto Lincoln Rhyme, criminologo tetraplegico, già capitano al NYPD e capo della Scientifica, assistito da Thom e dalla moglie Amelia Sachs nella palazzina di Central Park West. I coniugi sono appena tornati da Washington, parecchio interessati al processo in corso contro il potente trafficante di droga messicano Eduardo El Halcón Capilla, di cui non è stato ancora scoperto il socio americano. Lon coinvolge nel caso della rapina e omicidio plurimo della sezione Major Cases anche Ron Recluta Pulaski, agente atletico e biondo. Come al solito, è Amelia a visionare di persona la prima e le successive scene dei crimini, arrivandovi a bordo della Torino Cobra da 410 cavalli. Sono vari gli interrogativi aperti: quasi tutti i diamanti non sono stati rubati, la tortura del proprietario sembra inspiegabile, qualcuno ha fatto una telefonata anonima di denuncia. Paura e dubbi crescono, altri fidanzati vengono aggrediti, cominciano a scoppiare conduttore del gas causa terremoto o simili, che sta succedendo?

Il grande scrittore americano Jeffery Deaver (Glen Ellyn, 1950) è giunto (in venti anni) al quattordicesimo bel romanzo della sua serie di maggior successo, portata più volte sul grande schermo. Come talora accade per i maestri del genere, attraverso il nuovo caso si apprende tutto su un fenomeno della vicenda (e commedia) umana contemporanea, questa volta la vita dei diamanti dopo il rinvenimento delle preziose pietre. Tutte le miniere del mondo hanno storie e mercati interconnessi, in cui investono finanzieri e governi, spie e sfruttatori di ogni risma. Gli acquirenti al dettaglio producono un giro di affari di circa quaranta miliardi di dollari l’anno solo negli Stati Uniti. Sono cinque i passaggi che servono per arrivare al pezzo finito, come cinque sono le parti del volume (una per ogni adrenalinico giorno della trama): marcatura, clivaggio, segaggio, sbozzatura, sfaccettatura o pulitura. La narrazione è in terza persona molto varia: i testimoni involontari (e alcuni assurgono a protagonisti), i differenti cattivi e buoni, pur se uno solo riesce a prevedere le dinamiche, dal letto dove mantiene buoni sensi e può muovere solo un dito e le palpebre. Noi, comunque, stravediamo per l’indomita e magnifica ex modella Amelia, alta snella rossa, autista spericolata, tiratrice provetta, sofferente di artrite e claustrofobia. C’è come sempre un cavallo di Troia e appare davvero troppo facile intrufolarsi nelle stanze-laboratorio di Rhyme, anche se poi, alla fin fine, gli fanno un baffo! Vini sudafricani, ma non per i due: cabernet rosso e robusto per lui, bianco chardonnay di Borgogna per lei. Alla salute!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

SS-GB. I nazisti occupano Londra (Le brevi di Valerio 234)

Len Deighton
SS-GB. I nazisti occupano Londra
Sellerio, 2018 (orig. 2009)
Traduzione di Simona Fefè
Giallo Noir Spy-story

(Berlino e) Londra. Febbraio 1931. Len Deighton (Marylebone, 1929) esordì come grande scrittore con The IPCRESS File (1962) e fu subito bestseller, ha pubblicato di tutto di più, romanzi sceneggiature saggi, spy-storie in serie, libri di cucina, guide di viaggio, storia militare, grafiche e illustrazioni. SS-GB. I nazisti occupano Londra è l’ultima inarrivabile fiction.
Sembrava impossibile immaginare cosa sarebbe successo se gli inglesi avessero perso all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e fossero caduti sotto il dominio tedesco. Prova, ci riesce. Prende un investigatore di Scotland Yard, Douglas Archer; pensa a una trama convenzionale, cadavere all’inizio e soluzione del caso alla fine; si trasferisce in Toscana con moglie e figli piccoli, vicino Lucca, dalle parti di Barga (cognome di Barbara, la giornalista americana che si lega al protagonista nella finzione letteraria); scrive di conflitti armati, occupazione e doppio gioco, programmi di ricerca atomica, affetti. Bene.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nuvole e orologi (Le brevi di Valerio 233)

Karl Popper
Nuvole e orologi. Il determinismo, la libertà e la razionalità
Armando, 2018 (orig. 1975)
Traduzione di A. Rossi
Scienza

Comprensione del mondo. In divenire. Karl Popper (1902-1994) scrisse “Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico” nel 1972, pubblicato in Italia nel 1975. Armando fu l’editore che ne curò la traduzione e ha sempre continuato a presentare la produzione scientifica del grande filosofo ed epistemologo austriaco naturalizzato britannico, dedicandogli anche una specifica collana.
Con un’introduzione di Massmo Baldini mette ora a disposizione di studenti e appassionati Nuvole e orologi, la parte di quel corposo testo ripresa da due saggi precedenti e dedicata alla razionalità e alla libertà dell’uomo, all’induzione e alla conoscenza congetturale, al libero arbitrio contro il determinismo (religioso, scientifico, metafisico). C’è asimmetria tra passato e futuro: il futuro del mondo è aperto, non è implicito in ogni istante del passato.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Per ridere aggiungere acqua (Le varie di Valerio 90)

Marco Malvaldi
Per ridere aggiungere acqua. Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio
Rizzoli, 2018
Scienza

Un computer. Domani, forse. Quando una macchina riuscirà a scherzare allora sarà davvero intelligente, per farlo dovrebbe forse “processare” il linguaggio umano. Parte da queste domande, come al solito inconsuete e conturbanti, Marco Malvaldi (Pisa, 1974), ottimi studi e seguiti universitari da chimico (1992-2005), affermato autore di gialli noir umoristici (dal 2007 Sellerio, almeno 12 romanzi e 11 racconti, oltre la metà con Massimo del BarLume protagonista), competente efficace divulgatore scientifico (dal 2011 una decina di testi con varie case editrici, da ultimo sempre Rizzoli).
Parte da esempi ed esperimenti in corso sui computer per evidenziare la difficoltà delle risposte: il modo in cui parliamo è aperto, impreciso, incompleto e spesso ambiguo. Il primo capitolo è dunque dedicato a capire meglio come funziona il linguaggio umano. Cita subito il grande Guareschi e lingue molto diverse come olandese e giapponese (credo le parli in modo fluente), sottolineando come lo scritto derivi dal parlato e tenda alla ridondanza (lo mostrano anche le analisi delle frequenze delle lettere e, poi, delle parole) e all’interdipendenza (il significato non dipende dalla statistica). Il meccanismo del capitolo iniziale continua: Malvaldi esprime concetti e nozioni solo dopo aver trovato testi ed esempi che li illustrano con il sorriso sulle labbra: la combinazione delle parole in frasi attraverso strutture ricorsive e discorsi (necessariamente) astratti, il vantaggio sociale del linguaggio umano come conoscenza condivisa (da almeno due individui), la relazione asimmetrica tra la lingua e il modo in cui noi le diamo significato, le particelle funzionali che collegano le parole di una frase come struttura portante, le aree del cervello destinate alla decodificazione. Tutto per arrivare all’umorismo!
Il riso nasce dall’inaspettato, convoglia due diversi significati, o due diversi punti di vista, nella medesima frase, vallo a spiegare al computer! Il divertimento nasce proprio dal cambio di direzione, la risata ne è un possibile effetto, realizzato solo quando separiamo la realtà dalla finzione e il contesto non ci trasmette rischi per la nostra esistenza. Il riso è un vantaggio evolutivo (Darwin insegna, seriosamente), è uno strumento di cui ci serviamo anche per scoraggiare e penalizzare i comportamenti asociali, l’emozione è curativa. Malvaldi fa riferimento alla filosofia, alla semiotica, alla psicologia cognitiva. Interessante ma non approfondita la citazione di Pirandello sulla differenza fra umorismo e ironia, fra ridere di altri con altri e trasmettere pensieri oppositori relativizzandoli. Suo malgrado, si riscontra notevole uso anche del pensiero ironico: quando può fa battute sulla Juventus (da tifoso contro) e sulla Lega (da politico contro), ineccepibili (da juventino). E attinge a piene mani dall’esperienza di narratore: sono le storie a stimolare le capacità di astrazione cerebrale, è il riso di pancia che aiuta a nascondere indizi. Il comico serve per imparare a non fidarsi del proprio cervello e come collante sociale. Insomma, prima o poi, premendo i tasti giusti, varrà forse la pena di insegnare al computer non solo a riconoscere, contare, mettere in ordine, ma anche a riconoscere l’ambiguità. A cosa servirebbe, se mai ci riuscissimo? L’umorismo è comunque la strada maestra per arrivarci. Ottimo, sintetico, godibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lettere dal carcere (Le brevi di Valerio 232)

Nelson Mandela
Lettere dal carcere
Il Saggiatore, 2018 (orig. The Prison Letters of Nelson Mandela)
Prefazione del nipote Zamaswazi Dlamini-Mandela
Traduzione di Seba Pezzani
Storia

Il Sudafrica dell’apartheid. Novembre 1962-febbraio 1990. Nelson Mandela era nato nel 1918, è scomparso otto anni fa. È stato Presidente del nuovo Stato democratico dal 1994 al 1999, era stato prigioniero 27 anni.
Il giornalista scrittore Sahm Venter ha realizzato un libro stupendo, in contemporanea mondiale le Lettere dal carcere, la prima ad Amnesty. Sono 255, perlopiù inedite (sempre controllate e spesso censurate dalle autorità, talora mai arrivate) tratte da varie collezioni e archivi. Traspare l’intimo tormento per la mancanza dei cari: già avvocato xhosa e padre di cinque bambini, non gli fu permesso di vedere i figli finché non ebbero com­piuto sedici anni. Il libro (con utilissime note e appendici) è suddiviso in sezioni per ognuna delle quattro prigioni e dei due ospedali, dove gli erano negati diritti umani fondamentali e non perse mai la speranza.
Da leggere: Mandela ha segnato il Novecento, è stato un’immensa positiva personalità, certo non solo per il suo paese.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (IV)

Si riparte!…
E allora saliamo in carrozza con A.A. Fair La notte è per le streghe
Non fatevi ingannare dal nome dell’autore. Trattasi dello pseudonimo di Erle Stanley Gardner, creatore del famoso personaggio di Perry Mason e, in questo caso, della coppia di detective Bertha Cool e Donald Lam. Solo che Bertha, in assenza del socio arruolatosi in Marina, dovrà cavarsela da sola. “E quando un rappresentante di commercio le piomba in ufficio con un problema di recupero crediti, è tempo di mettersi al lavoro. Ma ci sarà da sudare, perché la faccenda appare da subito un po’ bizzarra. Intanto il debitore da cui occorre incassare il denaro è in realtà lo stesso cliente. Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.” Brrrr… Una detective sessantenne, capelli bianchi, sovrappeso, avida e tirchia da morire. Ma anche leale e coraggiosa. Vi resterà simpatica.

Ross Macdonald Il tunnel
Anche qui eccoci di fronte ad uno pseudonimo, ovvero quello dell’americano Kenneth Millar, prima insegnante universitario e poi grande scrittore di gialli hard boiled, erede di Chandler e Hammett, rimasto famoso per il personaggio di Lew Archer (favoloso Paul Newman cinematografico). Lo troviamo anche sotto lo pseudonimo di John Ross Macdonald.
Nel presente libro niente Archer ma il docente di inglese nel Michigan Robert Branch. Siamo nel 1943 in piena guerra e spionaggio. Dunque sospetti su sospetti, perfino che una spia nazista si celi nell’università. Che si tratti del professore tedesco Herman Schneider, o dell’attrice tedesca che sarà presto sua assistente, di cui il nostro docente inglese si era innamorato a Monaco prima della guerra? E qualcuno cercherà di coinvolgerlo come omicida in un delitto…

Anne Perry Il fiume della vendetta
Anne Perry nasce a Londra nel 1938. Terminati gli studi incomincia a girare il mondo, facendo la hostess sugli aerei e a terra e lavorando anche nel settore alberghiero e in quello della moda. Tornata in Inghilterra nel 1972, dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti, la Perry inizia a scrivere romanzi storici. Il successo però le arride solamente quando ha l’idea di realizzare un romanzo poliziesco ambientato in epoca vittoriana. Incomincia così la serie dedicata all’ispettore Pitt, a cui farà seguito, qualche tempo dopo, quella incentrata sull’ispettore Monk. Entrambe le serie hanno ottenuto una vasta popolarità in Gran Bretagna e in tutto il mondo.
Londra 1869. Più precisamente a novembre. Lungo un molo del Tamigi un cadavere di mezza età dentro un sacco di tela con un proiettile nella schiena. La vittima, si scoprirà, è un falsario evaso da poco. Questo il caso di cui si dovrà occupare il nostro William Monk, comandante della polizia fluviale. Un caso difficile, forse con agganci nel passato. Ma l’istinto di Monk è proverbiale…
Chi ama il personaggio può buttarsi tranquillamente anche su I meandri della notte lungo un percorso da brivido. Bambini che, nel Royal Naval Hospital di Greenwich, sembrano essere sottoposti ad esperimenti come cavie innocenti. E William Monk dovrà indagare sui terribili misteri dell’ospedale.

Altro William interessante è quello creato dalla penna di Maureen Jennings, ovvero William Murdoch che troviamo in diverse pubblicazioni tra cui Onora il male (da noi pure nella serie televisiva I misteri di Murdoch). Siamo a Toronto, in Canada. Un omicidio dentro una chiesa presbiteriana. Quello del reverendo Horward picchiato selvaggiamente e pugnalato. “Una lama conficcata nel collo della vittima ha reciso di netto l’arteria, e il sangue è zampillato tutt’intorno nella stanza, impregnando il tappeto. Un lato del volto è stato massacrato a calci, l’orbita destra maciullata; l’altro occhio è aperto, a fissare il vuoto. Il riverbero di quella violenza brutale aleggia ancora nell’aria. Una rapina finita male, a giudicare dalla scomparsa di un orologio da taschino in argento, ma la realtà dei fatti potrebbe non essere così banale. Una pista sembra ricondurre l’omicidio del pastore all’assegnazione dei sussidi per famiglie indigenti. E sulla sua onorata reputazione emergono dicerie infamanti. Per quanto ampio sia il repertorio di miserie umane cui Murdoch ha assistito nella sua carriera, il limite viene ogni volta superato. È tempo di affrontare una cruda verità. La radice del Male alligna anche nell’animo degli uomini di fede.”

Passiamo ora ad un bel trio di autori italiani.

Alberto Odone La meccanica del delitto
Sentiamo lo stesso autore “Monaco di Baviera, tardo autunno 1920, un’epoca in cui la giustizia, per le strade e nei tribunali, la fanno i corpi paramilitari di estrema destra, i grandi industriali, i politici, ma Kurt Meingast non ci sta: un tempo era il migliore investigatore della Kripo, ora è un uomo profondamente segnato da ferite di guerra che gli tormentano il corpo e la mente. E anche se è ancora in servizio è di fatto un emarginato. Eppure una notte, in un vicolo, accanto al cadavere di un criminale che è appena stato ucciso da due colleghi, decide che è stanco di prestarsi a quel gioco, che è tempo di tornare a fare quel che sa fare meglio: scoprire i colpevoli.” Accusare i colleghi, però, è pericoloso… Una breve, ma bella recensione, qui  e qui  l’intervista per conoscerlo meglio.

Diego Lama La settima notte di Veneruso
Sette racconti nella Napoli del 1884 durante gli anni del colera con Veneruso, il commissario capo della polizia del Regno “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono”. Sette racconti e sette casi da risolvere: “un vecchio avvocato accoltellato in una casa abitata da tre sorelle, una scienziata uccisa, forse, dalla sua serva, una donna impiccata nelle campagne del Vomero, un’ex prostituta avvelenata nella residenza di un conte, un marinaio scuoiato e una nave carica di misteri, uno scrittore strangolato in un lupanare.” Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme a qualche serenata (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte. Scrittura facile, ironica, dialoghi veloci, serrati, il sorriso che volteggia felice insieme a qualche punta di malinconia. Basta leggere il primo racconto “Le sorelle Corcione” e ve ne innamorerete.

Enrico Luceri L’ora più buia della notte
Ho conosciuto Enrico Luceri molto tempo fa alla presentazione di un mio libro a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi fece piacere. E, ancora di più, la lettura del libro, tra giallo classico e ombre gotiche.
Ma vediamo l’ultimo nato “Nella villa dell’archeologo Enrico Roselli cova una miscela esplosiva di rancori e segreti. Impegnato nella produzione di documentari televisivi, Roselli si tormenta all’idea di aver abbandonato la ricerca sul campo, il contatto con la terra che è l’anima del suo lavoro, fatto di scavi e scoperte entusiasmanti. Per fortuna ha accanto la sua collaboratrice, Irene, che lo ammira sinceramente, secondo qualcuno forse troppo. Poi c’è la moglie, Roby, molto più giovane. Alla loro domestica non è sfuggita la sua tresca con un amico di famiglia, di cui il marito dev’essere messo al corrente. Sarà tuttavia un episodio insignificante, come un bicchiere di latte rovesciato, a innescare una sequenza inarrestabile di tragici eventi. Del resto un archeologo dovrebbe aspettarsi che, dopo una vita passata a riportare alla luce tombe protette da sortilegi e antiche maledizioni, una qualche sciagura incomba su di lui. Ma Roselli non è tipo da cedere alla superstizione, e questo non lo aiuterà. Tra quelle mura alberga una presenza che vuole uccidere. È solo questione di tempo.”
Un viaggio nella paura dentro una cornice classica, una paura che “non è scatenata da qualcuno o qualcosa, sconosciuto o meno, ma pagina dopo pagina da noi stessi, dalla nostra immaginazione. Da ciò che custodiamo nella memoria. Da ciò che la coscienza non sorveglia più. Dal ricordo di un’emozione. Da ciò di cui dovremmo pentirci, e non riusciamo o vogliamo farlo. E questa considerazione, anche in un giallo classico, non è per nulla consolatoria”. Parole dello stesso autore.

Per il filone degli apocrifi sherlockiani, curato magistralmente da Luigi Pachì, basta buttarsi su qualcuno degli ultimi nati per rinverdire le mitiche gesta di Sherlock-Watson. Si trovano soprattutto a Londra, ma si possono incontrare perfino a Firenze in Il gioielliere di Firenze di Christopher James (avvelenamenti da stricnina e trame di una setta segreta). Oppure, anziani, ritirati nel Sussex a condurre una vita tranquilla. Fino a quando, facile prevederlo, qualcosa non viene a turbare la loro serenità come il suicidio di un ragazzo (Petr Mcek Il messaggero di Hitler). Uno dei maggiori scrittori di apocrifi sherlockiani è senza ombra di dubbio Martin Davies. Ultimo suo parto pubblicato La signora Hudson e la maledizione degli spiriti. E questa volta sarà proprio la citata signora, governante di casa, a dare un contributo investigativo “a un’indagine infestata da serpenti velenosi e giganteschi ratti di Sumatra.”

Buone letture!
P.S.
Per quanto riguarda gli speciali non perdetevi La morte viene da lontano di Peter Lovesey-Paul Harding e Melville Davisson Post a cura di Mauro Boncompagni. Ma sugli speciali ci ritornerò in seguito.

Il sorriso di Jackrabbit (Le gialle di Valerio 172)

Joe R. Lansdale
Il sorriso di Jackrabbit
Einaudi, 2018
Traduzione di Luca Briasco
Noir Hard-Boiled

LaBorde e Marvel Creek, East Texas. Un sabato di aprile, ai giorni nostri. Hap Collins e Brett Sawyer, rossa risoluta, si sono appena uniti in matrimonio davanti al giudice di pace, wow! Al picnic nuziale arrivano gli affetti più cari, parenti come Chance, figlia adulta dello sposo recentemente acquisita, il fratello di fatto Leo Pine col fidanzato poliziotto Curt Cucciolo Collins e il capo Marvin Hanson, Felicity e Reba, Manny e Cason. Poi, d’improvviso, da un pick-up bianco scendono due razzisti, morte e distruzione sono sempre in agguato. Si tratta di Judith Mulhanew e dell’aggressivo figlio Thomas, si sono rivolti alla loro agenzia investigativa (dopo il rifiuto di tutti i pochi colleghi della zona) per cercare l’altra figlia maggiore Jackie, attraente e ribelle, chiamata Jackrabbit per i grandi denti davanti, poco più che ventenne, contabile grande esperta di numeri, matematica e ragioneria. Se n’era andata cinque anni prima in un paesotto lì vicino, Marvel Creek (dove Hap è cresciuto), all’inizio stava con l’omaccione che gestiva la discarica, ma da qualche mese nessuna l’ha più vista. L’anticipo è modesto, decidono comunque di provarci, fanno un sopralluogo, domandano in giro, pare che la ribelle ragazza si sia messa con un nero e abbia avuto un figlio, pare che il padre sia appena morto essendosi pagato un efferato suicidio. Tuttavia, le domande attirano guai, soprattutto non piacciono ai segregazionisti del Professore, uno strano inquietante tipo, ben piazzato e di bell’aspetto, capelli corti e faccia liscia, falso sorriso smagliante e radioso, ricco e potente, che manovra tanti per far vivere separate le razze, da una parte i bianchi (come lui) dall’altra i neri (inferiori). Ha protezione violenta e vari segreti. Per contare i morti non basteranno le dita delle due mani.

Decimo bel romanzo della divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore e linguaccia lunga, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, fin dal liceo capace di vivere dimostrando di non essere razzista, brevemente sposato, uccide da sempre il meno possibile, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, elegante megachecca impaziente, decorato in guerra, adora cani e biscotti alla vaniglia, uccide i cattivi di gusto, ordinato pulito atletico, ormai brizzolato e rapato a zero, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona al passato, alter ego dello scrittore, “ateo morale”, narrando l’indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi (sul mondo) della pirotecnica complicata imperfetta coppia. Questa volta piove sempre e la sfida western finale si svolge nella puzzolente sanguinolenta fattoria dei maiali. L’autore si confronta col pessimo razzismo dei tempi andati, si ispira a cronache odierne e descrive il clima emotivo purtroppo egemone in Occidente, populisti nazionalisti xenofobi suprematisti (bianchi), i nuovi negri sono gli immigrati: odio e pregiudizio, ignoranza e cattiveria, disinteresse verso ogni forma di cultura e orgoglio di non sapere. Leonard atterra chi ha colpito Hap e subito canticchia un paio di strofe di una canzone di Kasey (Lansdale), Sorry Ain’t Enough!

(Recensione di Valerio Calzolaio)