La Debicke… e Nero a Milano

Romano De Marco
Nero a Milano
PIEMME, 2019

Terzo episodio della travolgente serie Nero a Milano e anche stavolta Romano De Marco non si smentisce. Va a dritto per la sua strada, imposta la storia, la rende credibile, nonostante gli inevitabili ed eccellenti colpi di pulp fiction, e ce la racconta bene. Molto bene. Con toni giusti, sentimenti giusti, soavi azzarderei, controbilanciati efficacemente dal giallo noir dello scenario. I suoi romanzi crescono e i suoi personaggi sono cresciuti e maturati con lui e come lui. Si precisano, si adattano a nuove realtà, trasformandosi. sia accollandosi il pesante ruolo di vendicatori, sia lasciandosi dominare dalla loro natura più umana, spesso aggrediti dall’insicurezza, dall’incertezza del domani. Un domani proiettato in gran parte nella loro vita futura e nelle scelte delle figlie ormai maggiorenni. Con la cinquantina alle porte, sia Betti che Tanzi sembrano in una precisa fase che definirei “colpo di frusta della mezz’età”. Quella scomoda età accompagnata, nel caso dei nostri eroi, da tutta una serie di dubbi e ripensamenti. Anche stavolta, benché sembri voler attribuire il ruolo di primo attore al commissario Luca Betti, De Marco ha scritto un romanzo assolutamente corale. Infatti ben rappresenta i diversi punti di vista, personalità e carattere dei principali protagonisti, gli amici per la pelle Marco Tanzi e Luca Betti, con le loro umane forze e debolezze, che si scambiano e si alternano nella trama, passandosi il testimone. Ma altri personaggi ci sono e non solo per far numero: l’eroica Luisa Genna, Antony Molino, lo psicanalista che sa leggere dentro, il vero amico con l’A maiuscola, lo straordinario De Rosa, che contano e talvolta addirittura entrano in campo a gamba tesa.
Anche se di un giallo si può e si deve dire poco, ciò nondimeno qualche mini anticipazione va fatta! Perciò: due cadaveri carbonizzati ritrovati in una “villetta maledetta” alla periferia di Milano, in rovina e abbandonata da anni perché sede di passati orrori. Individuate le vittime, si scoprirà che sono la madre e il padre di una bambina morta un mese prima precipitando dal terrazzo di una delle Torri a Quarto Oggiaro perché sonnambula. Non basta: il rispettivo padre e suocero si è impiccato per il dolore quindici giorni prima. Morte attribuita a un suicidio. Tutti gli amici e conoscenti della coppia parlano di loro come di gente specchiata, timorata di Dio. Una famiglia modello vittima di spaventosi lutti. E allora chi li ha uccisi e perché? Nessun vero indizio e nessun movente per fornire una qualche spiegazione all’assassinio, se un assassinio c’è stato. È questo lo strano caso capitato tra capo e collo al commissario Luca Betti che non sta attraversando un buon momento. Dopo la separazione dalla moglie vorrebbe nuove certezze, ricucire il rapporto con la figlia, ristabilire con lei un affetto in modo concreto. Ma ha poco tempo e modo per farlo. Tirate le somme, forse risolvere questa spinosa indagine diventa un’urgenza per ridare scopo alla sua vita e farlo sentire ancora sul pezzo.
Marco Tanzi, annullato il passato, “abbuonati” in un certo senso gli errori dopo l’ultima drammatica avventura in coppia con l’inossidabile amico Betti, è diventato un investigatore privato di successo che guadagna e vive bene. Dimenticate le brutte esperienze degli ultimi anni? Ma sarà vero? Certi fantasmi qualche volta tornano e allora meglio buttarsi nel lavoro. Ciò nondimeno il nuovo caso che non lo convince, ma poi finisce con accettare, rischia di costringerlo a tornare al momento più oscuro del passato. Dovrebbe ritrovare un diciottenne con problemi comportamentali, figlio di una coppia dell’alta borghesia milanese, che pare sia fuggito per andare a vivere fra i clochard. E quando una voce fuori dal coro o, molto peggio, uno spietato serial killer inizia a far strage di barboni a colpi di rasoio, la ricerca diventa una corsa contro il tempo. Mentre su Milano incombe di nuovo un fatale vortice nero, le strade e gli intenti dei due amici ed ex colleghi torneranno inevitabilmente a incrociarsi. Ed entrambi si troveranno, per l’ennesima volta, costretti a operare scelte difficili e amare.
Un romanzo notevole, che vuole costringere il lettore a pensare. Servito su un piatto che invece di essere di puro argento, come voleva parere, era appena d’argentone, barbaramente insudiciato dalla turpitudine di una certa abominevole perversione umana. Una bella storia d’azione, che riesce a mischiare speranze, ideali e disillusioni in una Milano a tratti nerissima, feroce e spaventosamente plausibile a mo’ di perno centrale, che si perde negli abissi della follia o si allunga come i tentacoli di una piovra in mille rivoli di oscenità. E anche stavolta De Marco ci pone di fronte a una spaventosa domanda: i “mostri” hanno il diritto di essere giudicati e condannati per le loro nefandezze oppure, in certi casi, sarebbe più giusta la pena di morte? E può l’uomo sostituirsi a Dio nella punizione?

Classe 1965, Romano De Marco è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Ha alle spalle diverse pubblicazioni tra cui, con Feltrinelli, Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere. Con Piemme ha pubblicato L’uomo di casa (che ha ottenuto il Premio dei Lettori Scerbanenco). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano. Nero a Milano è il suo ultimo libro.

Vento in scatola (Le gialle di Valerio 198)

Marco Malvaldi e Glay Ghammouri
Vento in scatola
Sellerio, 2019
Noir

Casa circondariale Antonio Gramsci di Pisa. Pochi giorni fa. Il tunisino Mohammed Bourifa, nato a Biserta il 15 agosto 1990, altezza e corporatura medie, minuto, ben rasato, occhiali, è uno dei tanti passeggeri del volo per Heathrow; viene chiamato per l’imbarco ma non reagisce subito; il suo vero nome suona Salim Mohammed Salah e non è abituato a sentirsi chiamare diversamente. Riesce a portare a bordo un coltello e, venti minuti dopo il decollo, chiama una hostess e le fa furtivamente vedere la tessera plastificata di ispettore ENAC in formazione, ora testimone di un’infrazione dell’aeroporto di partenza. Prima del poliziotto, però, faceva il detenuto a Pisa. Era stato arrestato per errore a inizio 2018, senza saperlo aveva cinquecento grammi di cocaina nella vecchia Mercedes usata appena acquistata, sostando in divieto vicino alla stazione. Allora non parlava italiano, non gli era stato possibile spiegare o incolpare altri, tanto più che era fuggito dalla patria dopo aver realizzato una truffa per un milione di dinari, circa trecentomila euro. Gli danno da scontare sei anni e mezzo. Si era laureato in economia e finanza all’Università di Gafsa (povera città ricca di fosfati e tappeti), aveva aperto una ditta di brokeraggio, esperto di flash trading; in carcere si arrabatta, impara la lingua, diventa esperto di sopravvivenza materiale, studia le persone (colleghi di pena e personale di guardia), cerca di far fruttare le sue competenze e i 250.000 segretamente accantonati. Ci sono camorristi e infiltrati che provano a servirsi di lui, che si affeziona soprattutto all’assistente scelto ignorante e sospettoso Gualtiero Molisano, ciociaro con moglie vegetariana. In cella per quasi un anno riesce chissà come a cucinare prelibatezze e se lo conquista, sono entrambi reclusi, di fatto e di diritto, affronteranno vecchi e nuovi crimini, correranno rischi, ci sono tanti modi di vivere e morire in prigione.

Evviva. Il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) fece un corso di scrittura alla casa Circondariale Don Bosco della sua città nel 2012, in quell’occasione conobbe Glay Ghammouri, un tunisino oggi di circa 40 anni che deve scontarne altri 27. Firmò la prefazione della raccolta di poesie realizzata da Glay e decisero poi di scrivere insieme un romanzo, ottima idea, “per essere autenticamente liberi occorre conoscere il carcere”, importante per noi e per tutti. Nel testo brilla lo stile frizzante concatenato divertente di Malvaldi, una trama noir a più livelli, benissimo mescolati all’interno di un contesto che può essere raccontato solo avendolo un poco vissuto: la privazione di (quasi) ogni libertà nelle piccole celle (pure quelle lisce), convivendo accanto ad altri umani detenuti e dentro dinamiche peculiari. Ogni carcere fa storia a sé stante, a seconda di chi lo dirige e di chi lo frequenta. Nella vicenda raccontata il direttore è praticamente assente, il vice è una brava persona, c’è sovraffollamento da mesi (trecento reclusi per una capienza di duecentodieci), oltre cento musulmani con la mensa che poco rispetta il Ramadan e casi di radicalizzazione, poco più di venti assistenti penitenziari. Un ruolo cruciale è svolto da competenti usi e costumi arabi: la finanza, la lingua, la cucina. Memorabili le ricette, Muhammara e Fessenjun fra le altre. Quando Gualtiero tenta Giuditta con polpettine nella salsa di spezie aggiunge pomodoro e scelgono vino bianco. Il proverbio tunisino sul vento (da cui il titolo) Salim forse lo inventa, quelli da ricordare stanno in Toscana, dove c’è un proverbio per ogni cosa, più modi di dire che altro, tanto ne esiste uno che dice bianco e un altro che dice nero. Noir di gusto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Viaggetto con la Polillo e company (Le lunghine di Fabio Lotti)

A ruota (gialla) libera
Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…
Viaggetto con la Polillo e company
Parto dai libri rossi della Polillo, una casa editrice che ci fa riscoprire tanti piccoli gioielli di un glorioso (a volte più, a volte meno) passato. Per esempio Se muoio prima di svegliarmi dello scrittore americano Sherwood King del 1938 che dette vita ad un film straordinario, La signora di Shanghai, interpretato dalla indimenticabile Rita Hayworth. Qui abbiamo l’ex marinaio Laurence Planter ora autista di un importante avvocato sposato a una donna bellissima. Ed ecco che gli arriva una strana e brividosa proposta dal socio dell’avvocato: dovrà fingere di ucciderlo per liberarsi dalla moglie e procurarsi una nuova identità. Come ricompensa un bel mucchio di dollaroni. Niente male ma… ma da qui nasceranno tutte le sue peripezie. Una bella storia in prima persona con il classico personaggio accusato ingiustamente di omicidio e una dark lady spietata e, allo stesso tempo, innamorata.

Se volete qualcosa di diverso dal solito personaggio umano che fa fuori altri personaggi umani, allora viene a fagiolo Il libro che uccide di William Fryer Harvey. Non aggiungo altro così vi lascio nell’incertezza se sia proprio un libro a uccidere qualcuno… Sto scherzando. Comunque un consiglio ve lo do. Occhio a Vita e morte di Mr Badman. Evitate di comprarlo!

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek (Howe) Smith, trattasi del classico delitto impossibile. Nel senso che sarà pure impossibile ma qualcuno ci lascia lo stesso le penne. In questo caso la protagonista di uno spettacolo a cui assistono (sono stati invitati con un biglietto) Steve Castle, ispettore capo di Scotland Yard, e l’amico Algy Lawrence, classico investigatore dilettante fornito di genio. Doveva essere uccisa secondo copione della scena. In teoria, naturalmente, ma non nella pratica. Il caso sembra risolto con il colpevole catturato dopo un inseguimento. Troppo facile. No, non ci siamo. E sembra che nessuno dei sospettati sia l’assassino. Caso che sta a pennello al nostro Algy.

Passiamo a Se morirò di lunedì… di Charles Barry. Una storia davvero curiosa. Si parte dalla scomparsa di Peter Perley, padrone di una agenzia ippica, il cui cadavere viene ritrovato, dopo poco più di una settimana, in una cava di sabbia. Il verdetto è “morte per assideramento.” Niente di speciale se non fosse per il fatto che nel testamento si è impegnato a lasciare il suo patrimonio secondo il giorno della sua morte: il lunedì a un nipote, il martedì a un altro e così via per i rimanenti della settimana (giuro!). Cruciale, dunque, stabilire il giorno della morte e il sospetto che dietro a questa ci sia la mano di qualche erede. Sarà compito dell’ex commissario di polizia Laurence Gilmartin a risolvere un caso davvero strano.

Un libro che sta filando via come un treno è Il delitto ha le gambe corte di Christian Frascella, Einaudi 2019. A Torino tre problemi per l’investigatore privato Contrera: ritrovare una bella ragazza scomparsa di cui si è invaghito; proteggere l’ex moglie e la figlia dalle molestie di uno stalker e riportare a casa un cinese dedito alle arti marziali. Personaggio Contrera fuori dagli schemi (però, a onor del vero, costruire un personaggio fuori dagli schemi è diventato, oggi, esso stesso uno schema): ex poliziotto, ex marito e padre detestato dalla moglie e dalla figlia, vive con la sorella, odiato dal cognato (i due nipotini, però, lo ammirano). Spulciando in qua e là ironia e sorriso tra violenza e disperazione.

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Già conosciuto con La mossa del cartomante, Newton Compton 2014, dove avevo incontrato, come personaggio principale, il poliziotto Marzio Santoni. Ecco che cosa avevo scritto su di lui “Ad indagare l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori (mi ricorda don Attilio Verzi di Andrea Franco). Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi. Portatore di disgrazie al solo apparire il falco Trogolo, come in questo caso”. Ora è alle prese con la morte per malattia di una sensitiva “capace di parlare con gli alberi”. Sollecitato dalla lettera di Miss Coccoina (nome tutto un programma e non sappiamo ancora chi sia) la morte della ragazza diventa sospetta e si pensa ad un omicidio. Forse da parte dello stesso marito, insegnante di Forest Theraphy, che se la spassa con l’amante. Siamo a Valdiluce, su una montagna fiabesca, dove succederanno fatti drammatici e inquietanti che metteranno in pericolo la sicurezza, la privacy e l’intimità di ognuno. Il tutto attraverso un dosaggio equilibrato tra momenti di pathos e sorriso.

Storia reazionaria del calcio (Le brevi di Valerio 295)

Massimo Fini e Giancarlo Padovan
Storia reazionaria del calcio
Marsilio Venezia, 2019

Normalmente calcio. 1863-2019. Le diciassette regole che disciplinano il gioco più seguito in Italia e nel mondo furono redatte nell’ottobre 1863, alcune nuove disposizioni entreranno in vigore dal luglio 2019 per tutti i campionati e le coppe. Poi c’è stato e c’è il calcio giocato.
Il noto scrittore e tifoso Massimo Fini (Cremeno, 1943) e il noto giornalista e allenatore Giancarlo Padovan (Cittadella, 1958) sottolineano che l’enorme diffusione ed enfatizzazione del calcio, con il crescente ruolo di economia e tecnologia, è uno specchio delle trasformazioni avvenute nel nostro mondo. Così, essendo convinti che il passato sia stato più avvincente, affascinante perché imprevedibile, del presente hanno scritto insieme una Storia reazionaria del calcio, partite azioni gol, protagonismi in campo e fuori, partite spalmate ogni giorno ogni ora, nevrosi tecnologica invadente e disumana (tv, moviola, var), tifo aggressivo e identitario. Postfazione di Antonio Padellaro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Imperfezione (Le varie di Valerio 98)

Telmo Pievani
Imperfezione. Una storia naturale
Raffaello Cortina, 2019
Scienza

Ovunque e in nessuna parte. Da 13,82 miliardi di anni fa a un attimo dopo ora. In principio fu l’imperfezione, una piccolissima infinitesimale anomalia divenne scaturigine di ogni cosa. Il nostro universo è l’incessante metamorfosi di uno stato perfetto di vuoto quantistico, pieno di tutto, brulicante di oscillazioni casuali, inquieto, ribollente. Una “ribellione” degli inflatoni, una minuscola deviazione fortuita, un deragliamento e la simmetria primeva si spezzò, ne scaturì un’esotica biodiversità di particelle elementari, la materia prevalse di un soffio sull’antimateria. Si può partire da molto spazio-tempo fa per seguire la cascata innumerevole di altre asimmetrie, ramificazioni e aggregazioni e fare così la storia naturale dell’imperfezione e delle sue scientifiche leggi, durature anche nel nostro spazio-tempo. Il filosofo delle scienze naturali Telmo Pievani ci accompagna con precisione e ironia nel mirabile viaggio e sceglie come incipit per ognuno dei sette tratti di strada una citazione da Voltaire (Candido, o l’Ottimismo), protagoniste le opinioni di Pangloss, mitico insegnante di metafisico-teologo-cosmoloscemologia. Il primo tratto si conclude con l’abiogenesi, l’imperfezione biologica, quando intorno a 3,5 miliardi di anni fa emersero forme di vita autoreplicanti a partire dalla chimica della materia inanimata, una ricetta (la nostra) a base di amminoacidi, nucleotidi, zuccheri e grassi. Poi venne fuori che la membrana che li imprigionò non era impermeabile (scambiava materiali con l’esterno, nutrienti immigrati e scarti emigranti) e cominciò il gioco dell’autoreplicazione (le catene di RNA e il polimero del DNA entrarono in scena non senza casuali errori di copiatura). Per sopravvivere in ambienti che cambiano (o cambiare ambiente) bisogna saper variare, trovare compromessi instabili e precari col proprio organismo e con gli altri organismi, sempre più multicellulari e biodiversi. Non sempre ci si riesce, la maggioranza delle specie esistite si sono già estinte, batteri piante sesso animali, un mondo di possibilità. Passo passo (non c’è cronologia che tenga) affrontiamo l’evoluzionismo darwiniano, la selezione naturale, la cooptazione funzionale, i geni dormienti e i DNA spazzatura, lo sgraziato fragile ambivalente cervello umano, le nostre storie.

Telmo Pievani (Bergamo, 1970) fu allievo di un grande scienziato americano, è prorettore a Padova, oggi lui stesso maestro di cultura scientifica universale. Da secoli in letteratura va di moda far tornare antichi personaggi dei grandi classici con autori moderni, libri che avrebbero potuto scrivere Poe o Conan Doyle, Chandler o Montalban. Il suo libro ha gli stessi competente scientifico garbo, curioso punteggiato equilibrio, ricchi multidisciplinari riferimenti di quelli meravigliosi di Stephen Jay Gould (1941-2002). Pur tuttavia, al cinema continua a non andar di moda fare spoiler, nessuno me ne voglia per la sintesi del libro di Pievani, il piacere della lettura e la necessità di metterlo nella propria biblioteca non ne saranno intaccati. Da quel che ho capito le sei leggi dell’imperfezione sono più o meno le seguenti, vengono fuori pian piano dallo spazio-tempo: la contingenza cambia spesso imprevedibilmente le regole del gioco evolutivo; il compromesso vitale è risultato di interessi diversi e spinte selettive antagoniste; i vincoli storici, fisici, strutturali e di sviluppo condizionano e relativizzano pure la selezione naturale; il riuso di strutture già esistenti e sub ottimali è molto frequente; la cipolla ha molti più geni dei sapiens anche perché l’evoluzione è la trasformazione del possibile e l’eccedenza tollerabile una precondizione; la Regina Rossa (Carroll) corre all’infinito e sempre più velocemente per poter restare sullo stesso posto, pure noi (come tutti i viventi, sapienti o meno) ci ritroviamo di continuo sfasati e inadatti rispetto alle mutazioni del contesto biotico e abiotico che abbiamo intorno, ancor più da quando c’è disaccoppiamento fra i tempi lenti della biologia e i tempi frenetici della cultura. Perfettamente spiegate (nel libro).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

In fondo alla palude (Le brevi di Valerio 294)

Joe R. Lansdale
In fondo alla palude
Einaudi, 2019 (originale 2000, The Bottoms)
Traduzione di Andrea Mattacheo
Noir

Texas orientale. 1933 e 1934, nella Depressione. Harry non aveva ancora 12 anni e la sorella Tom Thomasina solo nove. Vivevano a Marvel Creek, nel bosco vicino al fiume Sabine, con la brava mamma, il padre barbiere e contadino, e Toby vecchio bastardo da caccia, un po’ segugio, un po’ terrier. Quasi settant’anni dopo Harry è in una casa di riposo con il corpo in decomposizione e ricorda bene quel che successe, la fine della sua infanzia. Sembrava che Toby stesse per morire, fosse da seppellire. Non c’erano insegnanti in paese, ancora non si andava a scuola, fratello e sorella pescano e scorrazzano, il padre li lascia allontanarsi con cane e carriola. Harry vede un ammasso tra i rovi nelle acque della palude, il cadavere martoriato di una donna nera, una brutta storia con i bianchi del Klan. Non tutto tornerà alla fine, a differenza che nei polizieschi della nonna.
Einaudi pubblica tutto Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). In fondo alla palude è bel romanzo di quasi venti anni fa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’invenzione occasionale (Le varie di Valerio 97)

Elena Ferrante
L’invenzione occasionale
Edizioni e/o, 2019
Illustrazioni di Andrea Ucini

Italia e Europa. Negli ultimi anni. The Guardian è uno straordinario indipendente organo d’informazione inglese, compirà due secoli di vita nel 2021, settimanale all’inizio, quotidiano dal 1852, considerato da decenni riferimento principale degli elettori laburisti (liberal, radical, progressisti, di sinistra, che dir si voglia), lettura importante pure fuori dai confini dell’isola oltre Manica. Dal gennaio 2018 è in formato tabloid. Alla fine del 2017 il Guardian chiese a un’autorevole personalità italiana, Elena Ferrante, autrice di libri di successo in ricca parte del mondo, di tenere una rubrica settimanale su argomenti di varia attualità, concordati e non prefissati rigidamente dalla redazione, che avrebbe inviato temi e questioni in parte segnalati anche da Ferrante, sui quali sarebbe poi stato imbastito il pezzo autorale. E così fu, dal 20 gennaio 2018 al 12 gennaio 2019 ogni sabato è uscito sul quotidiano (che non esce la domenica) un articolo di Elena Ferrante, accompagnato da disegni del musicista e illustratore concettuale italiano Andrea Ucini (che vive e lavora in Danimarca), originariamente scritto in italiano (tradotto in inglese da Ann Goldstein), editato e titolato (da Melissa Denes). Ora, nella primavera 2019, le deliziose opere, frammenti letterari e grafiche colorate, sono cronologicamente raccolte in volume dallo storico scopritore editore italiano di Ferrante. Introducendo il libro, spiega la novità della scrittura: non l’autonoma scelta e il lavorio di cancellazioni e sostituzioni di parole frasi azioni storie, con i propri modi e tempi, bensì l’urto tra uno stimolo esterno e l’urgenza della stesura: piccole esperienze esemplari, intuizioni improvvise, conclusioni brusche. Insomma, come sintetizza il titolo, sono “invenzioni occasionali, non diverse del resto da quelle con cui reagiamo ogni giorno al mondo in cui ci è capitato di vivere”.

La data di nascita di Elena Ferrante è il 1990, quando uscì L’amore molesto, il primo romanzo con il suo nome e cognome. Da allora è una figura pubblica, incontrata da tanti in vari luoghi (a Napoli e non solo) con età e aspetto di sapiens in carne e ossa, conosciuta da molti più come autrice di bellissime narrazioni da quasi trent’anni. È con questo ruolo che rilascia interviste a distanza, subisce ricerche identitarie, paga comunque le tasse, esprime opinioni da stampare, ha collaborato col Guardian. Di chi sono le riflessioni sulla politica e il cinema, sull’infanzia e la maternità, sulla vita di coppia e il sesso, sulle prime volte e la paura, sul sonno e le piante, sulla dipendenza dal fumo e l’indipendenza dagli esclamativi, sulla letteratura e “il più straordinario dei poeti italiani” Leopardi? Certo, di una donna, visto che ad Elena corrispondono sempre desinenze femminili. Certo, di una persona di cittadinanza italiana, visto che Ferrante scrive da sempre nella nostra lingua e nel nostro contesto istituzionale. Epperò c’è l’artificio che va ancora segnalato, il filo sottile di demarcazione che lega verità e finzione, quel che pensa un cervello identificato con quel che noi pensiamo potrebbe argomentare chi è stato capace di scrivere le frantumagliose moleste storie delle amiche geniali. Per noi che siamo da sempre innamorati della scrittrice si tratta di altri bei testi illustrati da tenere accanto, per chi ancora non la conosce, non ne ha letto né visto le riduzioni telecinematografiche, di un interessante spaccato sulla vita intellettuale dei tempi moderni. “Amo il mio paese ma non ho alcuno spirito patriottico e nessun orgoglio nazionale… I caratteri nazionali mi sembrano semplificazioni che vanno combattute”. La nazionalità linguistica è “un punto di partenza per dialogare, … guardare oltre confine, oltre tutti i confini, innanzitutto quelli di genere”. “Non ho mai votato per i Cinquestelle… La guerra contro il Movimento ha impedito di vedere che il pericolo era altrove. Mi riferisco alla Lega di Matteo Salvini”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il delitto ha le gambe corte

Christian Frascella
Il delitto ha le gambe corte
Einaudi, 2019

Con Il delitto ha le gambe corte, ambientato nella Torino più oscura, dove cresce rigoglioso il microcosmo governato dalla criminalità, Christian Frascella riporta in scena Contrera, il suo sfigato protagonista completamente fuori dalle righe.
Ma partiamo dal principio. Intanto Il delitto ha le gambe corte è il secondo romanzo di Christian Frascella, che si è inventato un incasinato protagonista: un ex poliziotto, riciclato in detective privato, che “una ne fa e una ne aspetta”. E, sempre a beneficio dei neo-lettori, che lavora in Barriera di Milano (sì, esiste un quartiere di Torino che si chiama “Barriera d Milan”, o anche solo “Barriera”), un avamposto aperto verso il resto del mondo. Da anni l’ex solido quartiere operaio si è trasformato in una babele multietnica, anche se la zona è in via di riqualificazione. È proprio qui, in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino che Allah comanda, che Contrera ha installato il suo ufficetto e riceve i clienti. Per tirare a campare si arrangia con quanto guadagna con pedinamenti di mariti infedeli o smascherando piccoli truffatori. Accanto a un tavolino e a una sedia di plastica ha piazzato anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo uso e consumo perché i musulmani non bevono alcol. Contrera ci piace, ci costringe a stargli dietro in mille guai, svicolando tra le sue avventure e (di più) disavventure sentimentali. Eh già, perché è sempre costretto a fare i conti con una vita andata a rotoli per colpa sua. Era un poliziotto ma si è fatto cacciare dal servizio per certe porcherie di mazzette e droga, ha cattivi rapporti con la ex moglie e la figlia quindicenne dai capelli viola, Valentina. Non può permettersi una casa sua anche se, per fortuna, ha un tetto e un letto presso la famiglia di accatto che lo ospita, lo protegge e lo ama incondizionatamente: sua sorella Paola e due nipoti. Invece Ermanno, il bancario marito di Paola, gli ha già dato lo sfratto.
Questo secondo capitolo delle sue (dis)avventure vedrà intrecciarsi diversi fili narrativi. Il primo è legato a Catherine Rovelli, una splendida giovane italoamericana con un passato torbido, che Contrera incontra per caso nel caos di una festa in Barriera e alla quale lascia il suo biglietto da visita. Biglietto che lo farà ingaggiare per indagare sulla sua scomparsa quando proprio lei, dopo aver investito e ucciso un pusher, svanisce nel nulla.
Ma Contrera è stato ingaggiato anche per riportare a casa Long Lai, cuoco cinese dalle dubbie doti culinarie ma con il demone delle arti marziali, che già al primo approccio lo aveva atterrato clamorosamente prima di dileguarsi.
Come se non bastasse, la sua ex-moglie Anna è incappata scioccamente nelle morbose attenzioni di uno stalker, che molesta lei e la figlia Valentina. Con l’intento di proteggerle, Contrera, con un braccio ingessato e una serie di problematiche psicologico-esistenziali, si obbligherà a tornare temporaneamente a vivere sotto il tetto coniugale, lasciato tanti anni prima, con le più impensabili implicazioni tragicomiche legate a quella convivenza forzata.
Insomma, stavolta Contrera deve far fronte a ben tre nebulosi casi che sembrano irrisolvibili. Ciò nondimeno, grazie alle sue scalcinate ma irresistibili qualità e alla sua capacità di trasformare gli errori in punti di forza, riuscirà in qualche modo a sbrogliare la faccenda. A conti fatti persino i cattivi hanno un occhio di riguardo nei suoi confronti e contribuiscono a dargli una mano. Ma Contrera anche stavolta inciamperà in una serie di guai: domestici, sentimentali e molto peggio. Pur in preda allo sconforto, convive con le proprie tante contraddizioni, si apre, ne parla e confessa al lettore con franchezza i suoi sbagli, forse anche dovuti a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato sia con il padre, che con la madre. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto. Per poi ritrovarsi alla fine emotivamente impelagato in una complicata storia che trae le sue radici dai tanti mali del nostro tempo e affrontarla alla grande come sa fare lui: da accanito sbruffone, sempre con la battuta pronta ma anche il grande coraggio di chi vuole la verità a ogni costo.
Insomma saltabeccando tra ‘ndrangheta e mafia nigeriana, tra pericolose palestre di Krav Maga e feste di quartiere, tra sicari e vecchi ricordi, l’indagine di Contrera si sviluppa, si allarga e alla fine travolge tutto, peggio di un turbine di guerra.
Christian Frascella è riuscito (forse persino meglio che in Fa troppo freddo per morire) a miscelare azione e beffa, nel suo veloce raccontare a metà tra detective story e commedia, con un ritmo che funziona e colpi di scena sparati fino in fondo come fuochi di artificio. Infatti quando l’avventura è finita, i colpevoli sono stati smascherati, si va all’epilogo e… “Cosa può succedere ancora?”. Beh fidatevi, succede, succede. E zac! Bravo! Ancora un quid di leggerezza e ironia. E come ha scritto Margherita Oggero sulla Stampa «Godetevi lo scintillante linguaggio pulp, il ben governato groviglio degli eventi e aspettatevi una terza puntata». Non basta perché pare che le battute velenose di Contrera, investigatore sgangherato ma sempre al pezzo, faranno strada… si parla anche, infatti, di una serie televisiva…

Christian Frascella è nato a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato Mia sorella è una foca monaca (Fazi 2009), Sette piccoli sospetti (Fazi 2010), La sfuriata di Bet (Einaudi 2011), Il panico quotidiano (Einaudi 2013), La cosa più incredibile (Salani 2015), Brucio (Mondadori 2016), Fa troppo freddo per morire (Einaudi 2018) e Il delitto ha le gambe corte (Einaudi 2019).

Delitti senza castigo (Le brevi di Valerio 293)

Loriano Macchiavelli
Delitti senza castigo. Un’indagine inedita di Sarti Antonio
Einaudi Torino, 2019

Bologna. Tempo fa, 1992-94, anni dello stragismo. Fra rapine e delitti, falsari e attentati s’ingegna il rigoroso incarognito sergente Sarti Antonio, affranto soprattutto perché hanno malmenato il mite Settepaltò (indossa sette regolamentari cappotti per proteggersi dalle radiazioni); tenacemente fino alla fine cercherà anche quel colpevole, correndo non pochi rischi. Non si sa come Sarti sia arrivato dalla montagna dove pare abbia avuto i natali nella città dove si muove, vive, beve un caffè dietro l’altro, si è preso la colite spastica di origine nervosa, incontra tutti i possibili guai (e scene criminali) della vita. Sappiamo che un bel giorno del 1974 il mitico bravissimo Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934) se l’è trovato fra le pagine e quarantacinque anni dopo viaggia ancora meravigliosamente con noi sull’auto 28.
Macchiavelli scrisse Delitti senza castigo nell’ottobre 1998, sospendendolo in attesa di un finale soddisfacente. Ora lo ha trovato. Ne siamo molto soddisfatti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La trasparenza del tempo (Le gialle di Valerio 197)

Leonardo Padura
La trasparenza del tempo. Una nuova indagine di Mario Conde
Bompiani Milano, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Bruno Arpaia
Noir

L’Avana. Settembre 2014 (e più indietro nel tempo, anche molto prima e molto lontano). Mario Conde sta per compiere 60 anni, è nato il 9 ottobre, lui del 1954. Ha lasciato la polizia da 25 anni, era allergico alle armi e alla violenza, leggeva troppo di tutto e voleva scrivere storie squallide e commoventi; lavoricchia nel commercio di libri usati, scarpinando la città alla ricerca di libri vecchi in vendita, ma continua a intercettare storie criminali che affronta con il solito tormento. Vive poveramente solo con il cane Monnezza II; però si ferma non di rado dall’amorevole amata Tamara e si sbronza spesso coi soliti immensi amici dell’intera vita. Erano pure andati insieme al liceo e ora un altro compagno di scuola di allora lo va a trovare. Roberto Roque Bobby Rosell era un omosessuale represso e delicato, alto e magro, adesso è un omosessuale dichiarato e ricco, capelli decolorati e tinti di un biondo cenere, orecchino al lobo dell’orecchio, sopracciglia delineate, pingue, un matrimonio e figli alle spalle oltre a vari legami maschili, pure iniziato alla santeria. Due anni prima si era innamorato come una vecchia pazza cagna in calore del giovane Raydel che, improvvisamente, sembra essere scomparso dopo averlo depredato di tutto: gioielli, televisore, lampadine, pentole e, soprattutto, una statuetta della Vergine di Regla, dal viso e dalle estremità nere, seduta su una sedia con reminiscenze di trono, in una postura maiestatica, e con addosso una cappa blu filettata di bianco argento e in testa una piccola corona d’oro, sulla coscia un Bambino Gesù nero come lei, chino verso il seno materno, intento a reggere una sfera nella mano sinistra e con la destra alzata. Ritrovarla è prezioso, decisivo e pericoloso. Vari traffici, misfatti e morti saranno sulla strada.

Leonardo Padura racconta la sua Cuba ancora una volta in modo magistrale. Condecito non è il suo alter ego né fisicamente né biograficamente, è solo il suo interprete, la “voce” che canalizza suoi pensieri, sentimenti, sofferenze. Nato a La Habana il 9 ottobre 1955 (quasi il giorno giusto), laureato nel 1980 in filologia e letteratura latino-americana all’università della capitale, Padura ha fatto per una quindicina d’anni i mestieri del giornalista: culturale (“El Caiman Barbudo”), professionista per sei anni al quotidiano serale “Juventud Rebelde” (un anno pure corrispondente in Angola), ancora culturale (il mensile “La Gaceta de Cuba”) proprio per avere più tempo di scrivere cose che non muoiono ogni giorno; così dal 1984 si è dedicato anche alla scrittura voluminosa e continua ancor oggi, saggi sceneggiature cronache novelle, sempre più aggiungendo (nemesi storica!) collaborazioni giornalistiche (tramite internet e agenzie internazionali) e riconoscimenti internazionali. Vive e produce da sempre a Mantilla, un quartiere periferico (non marginale) di L’Avana. È sposato con Lucia Lopez Coll, sua donna e prima lettrice, quattro anni più giovane, anche lei studiosa di filologia, pure operatrice di cinema, curatrice di riviste e raccolte letterarie. Se non lo avete mai letto iniziate al più presto, se già la conoscete godetevi subito anche quest’ultima perla! Conde racconta tutto in prima persona, anche colte elucubrazioni introspettive, descrizioni paesaggistiche sociali urbane, aggiornamenti politico-culturali, vedendo il tempo di Cuba attraverso la trasparenza di una goccia di pioggia sospesa a un ramo (da cui il titolo), una lettura indispensabile (ottimamente tradotta) se si vuole capire passato e presente della meravigliosa isola. Sullo sfondo c’è sempre il tema dell’esodo, in primo piano omosessualità e clandestinità in una società chiusa. Questa volta lo sviluppo dell’indagine contemporanea è intervallato da lunghi capitoli in terza che corrono verso il passato (1989-1936, 1472, 1314-1308, 1291) incentrati su due nomi che tornano in ogni epoca fino alle Crociate, Antoni Barral e Jaume Pallard, fra le stirpi millenarie di monti e valli della Garrotxa catalana, all’origine dell’oggetto della statuetta e dei suoi compositi valori, alla cui stesura Conde finalmente contribuisce (aveva sempre voluto fare lo scrittore). Rum e reggaeton ovunque oggi, ma anche vini spagnoli, francesi, italiani e ovviamente i mitici Creedence Clearwater Revival.

(Recensione di Valerio Calzolaio)