Indignazione: la sentenza Aldrovandi e gli insulti dei colpevoli

Sto cercando le parole giuste per esprimere ciò che voglio dire senza farmi trascinare dalla rabbia. Dunque, facciamo le solite debite premesse.
Io so che esiste una cosa chiamata “libertà di manifestazione del pensiero”, costituzionalmente garantita e tutelata, e la difendo anche. Però vorrei ricordare a tutti che nessuna libertà è per definizione illimitata perché la TUA libertà termina dove inizia la MIA. E soprattutto, se uno manifesta un pensiero di dubbio gusto, infamante e illegittimo, è giusto che venga sanzionato.
Avendo espresso queste pacate premesse, vi segnalo che esiste su FaceBook (aperto in lettura) un gruppo di facinorosi fomentatori che – con il pretesto di tutelare gli appartenenti alle Forze dell’Ordine – si è scagliato con violenza contro la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna ai quattro delinquenti agenti di PS che hanno ucciso Federico Aldrovandi. Inutile dire che io sto sempre e comunque dalla parte della legalità sostanziale e non formale: per quanto mi riguarda una divisa NON è sinonimo di impunità. Non solo: un sedicente rappresentante dello Stato dovrebbe avere sacro rispetto di una pronuncia della Cassazione. Quindi non mi spiego frasi del tenore che potete leggere:

Paolo Forlani è uno dei quattro agenti condannati. A parte l’ignoranza becera (siamo a livello di quinta elementare scarsa, forse anche meno), mi chiedo se un onesto servitore dello Stato abbia il diritto di parlare in questo modo. In pubblico. Di una a cui ha ammazzato il figlio. Senza praticamente fare un giorno di carcere (perché, se non vado errata, i 3 anni e 6 mesi sono già stati ridotti per via dell’indulto e per le condanne sotto i tre anni è previsto che in carcere non si vada affatto, ma vengano dati i domiciliari, salvo controindicazioni).
Dunque i quattro eroi sostanzialmente se la sono cavata con niente. E protestano, pure. Magari speravano  nell’encomio.

Certo, anche il Ministro dell’Interno ha manifestato delle perplessità, e questo non è affatto bello. Lo sappiamo tutti, signora Cancellieri, che per uno che sbaglia ce ne sono 100 silenziosamente e onestamente dediti al lavoro, ma questo discorso, mutatis mutandis, vale per chiunque. Anche gli Italiani, in generale, sono un popolo di brava gente, ma ci sono pure i Pacciani e i De Pedis. Ed è giusto che chi sbaglia paghi. Ma paghi davvero, non per finta.

Vi invito a segnalare il gruppo su FaceBook chiedendone la chiusura. Chiamatela censura, chiamatela come vi pare, ma certe affermazioni sono indegne di un Paese civile.
Mai, mai, per nessun motivo, si deve tollerare che si parli in quei termini di qualcuno a cui è stata tolta la vita “per sbaglio” e senza alcun motivo.

Update del 26 giugno, ore 18:

Catastrofi, disgrazie: perdere un figlio, perdere tutto

Di solito non intervengo a caldo sui fatti di cronaca. Non mi piacciono le reazioni isteriche della folla forcaiola, non mi piace parlare senza conoscere i fatti. Sulla bomba di Brindisi ho una tesi che tengo per me; aspetto ulteriori elementi prima di lanciarmi in analisi che in questo momento non avrebbero dati su cui fondarsi. Però, indipendentemente da quelli che saranno gli esiti delle indagini e le verità processuali che – forse fra anni – saranno resi noti, il pensiero oggi va alle persone. A Melissa, figlia unica su cui i genitori avranno interamente investito sogni, speranze e desideri. A quei genitori che in un attimo hanno perso tutto e ai quali le cause poco interessano. Alle vite che dovranno essere ricostruite pagando il prezzo del dolore.

Casualmente ieri, durante un viaggio in treno, mi ha fatto compagnia l’ultimo romanzo di Maurizio de Giovanni, Il metodo del coccodrillo. In cui si parla della perdita di un figlio, appunto. Argomento che de Giovanni tratta con il carico di emotività che contraddistingue la sua scrittura, e che racconta da vari punti di vista: il figlio morto, il figlio non voluto, il figlio mai avuto, il figlio negato. La vicenda è ambientata nel presente e introduce un nuovo investigatore, l’ispettore Lojacono, dolorante come Ricciardi ma per motivi diversi. Ne riparlerò.

Stamattina, infine, un pensiero va agli abitanti dell’Emilia che stanotte alle 4 si sono svegliati con il terremoto. Anche se i fatti della vita hanno reso le distanze difficilmente colmabili, non dimentico che a San Felice sul Panàro e a Mirandola ho passato una delle giornate più serene degli ultimi anni. Un pensiero caldo a chi vive da quelle parti, con l’augurio di tornare al più presto a una tranquilla normalità.