“Un cadavere in presidenza” di Fabio Lotti

La diabolica setta di CaissaTratto da La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso, Prisma 2006. Ricordo che la seconda parte è stata scritta dal maestro di scacchi Mario Leoncini. (F.L.)

Bafio Tolti non ne poteva più. Erano già due ore che si discuteva sulla riforma Moratti che l’avrebbe strozzata se l’avesse avuta a tiro, sia per la riforma ma, soprattutto, per le discussioni che essa stava suscitando. Negli altri, perché lui era rintanato infingardamente e disonoratamente nell’ultima fila del collegio dei docenti di… con l’unico intento di asciugarsi la testa spelacchiata e di scambiare le solite battutine con Denara Tinco, uno dei pochi uomini dotato di fine arguzia che facevano parte di quel chiassoso consesso femminile. Ora la parola l’aveva presa una che le cantava chiare. E lunghe. “L’avete letto che cosa ci propone la nostra cara ministro?” e, poiché la maggior parte del nobile concistoro la riforma non l’aveva manco veduta e l’altra parte fu poco pronta e previdente nel dare un cenno di assenso, la M. S. scagliò una delle sue rinomate filippiche contro la Moratti, e già che c’era contro Berlusconi, Fini e tutta la compagnia del governo che tanto una qualche colpa ce la dovevano avere pure loro. A questo punto Bafio Tolti tirò fuori un sospiro così doloroso da intenerire gli animi più cupi. Ora sapeva come sarebbe andata a finire. Alla M.S. si sarebbe opposta la G.C. con una arringa altrettanto appassionata in difesa della ministro, poi sarebbe stata la volta di E.P a cercare una via di mezzo, quindi di F.Z. a completare il quadro con una ponzata filosofica delle sue e per ultimo sarebbe intervenuto il Preside, fino ad allora rimasto a sbrigare le sue faccende in presidenza, che avrebbe dato ancora una volta la stura ad altre estenuanti dissertazioni. Già, il Preside, perché non era presente? Di solito voleva assistere a tutte le riunioni, anche a quelle che non c’erano. Uno stakanovista del lavoro, duro, implacabile, inflessibile. Un rompiballe, insomma, con un attaccamento maniacale alla scuola. Anche lui avrà avuto da fare. Non si può essere sempre presenti a tutto.
Un urlo tarzanesco si sparse per tutta la scuola facendo sembrare la concione dell’insegnante di turno una preghiera sommessa. Proveniva proprio dal luogo dove era ubicata la presidenza. Bafio Tolti, che stava sfiorando la sessantina, fece un salto istintivo senza rendersene conto dalla sedia come Don Abbondio di fronte al tentativo del matrimonio a sorpresa e di corsa si sparò dalla porta che si trovava in fondo alla sala che portava direttamente al corridoio lungo il quale c’erano gli uffici amministrativi e la presidenza. Qui, davanti alla soglia, trovò la bidella Assunta con la faccia stralunata e paonazza che sembrava svenire da un momento all’altro.
“Prof… professore… guardi… guardi…” e queste furono le sue ultime parole perché effettivamente perse i sensi e cadde sul pavimento in tutta la sua formidabile larghezza. Il professore entrò di tre quarti, scrutò, vide e “Fermi tutti! Nessuno entri!” gridò con gli occhi stralunati alla folla di diplomate e laureate che stava sopraggiungendo come un fiume in piena.
“Qui c’è un morto, e Assunta svenuta che va aiutata. Io intanto telefono alla polizia”.
E la polizia arrivò quasi subito nella persona del commissario Marco Tanzini, del suo vice Manganelli e di alcuni giovani che dal loro atteggiamento timoroso si potevano intuire  alle prime armi. La scena che si presentò ai loro occhi era rivoltante, più rivoltante di quella già vista all’hotel Majestic  l’anno precedente quando il campione del mondo di scacchi era stato trovato ucciso con i pezzi di questo gioco conficcati negli occhi e nella gola. Manganelli represse a stento un conato di vomito. Conato dovuto non solo alla raccapricciante visione ma anche al fetore che proveniva dalla stanza.
“Sembra di essere in un porcile”.
“Sembra, ma non ci siamo. Fai finta di essere nella tua camera da letto, Manganelli”.
“Questo odore mi ricorda più quello del gabinetto”.
“Lo sospettavo che non tenessi molto alla pulizia”.
“Commissario, facevo così per dire”.
“Ed io ho fatto così per rispondere. E tanto che siamo a coniugare il verbo fare, facciamoci coraggio e vediamo di che cosa si tratta”.
“Intanto il preside, mi pare morto”.
“A Mangané!”.
“Okey, mi zitto”.
“Bravo”.
In effetti che il preside fosse morto non ci voleva molto per capirlo. Era seduto con il corpo allungato sulla scrivania ed il capo spappolato con la corteccia cerebrale schizzata dappertutto. Al momento del trapasso aveva avuto una specie di spasmo tanto da fargli uscire gli escrementi che sporcavano la sedia ed erano colati lungo i polpacci fino a bagnare le scarpe. Il motivo della morte doveva essere stato causato da un magnifica statuetta di marmo lunga all’incirca trenta centimetri raffigurante un cavallo con le zampe anteriori alzate che si trovava ora, sdraiato sulla scrivania, ricoperto di sangue e di materia cerebrale. Accanto al terribile destriero una piccola scacchiera tascabile con un diavolo nero al centro.
“Accidenti, che roba! Da come si è accanito sembra che volesse essere proprio sicuro di averlo ucciso.”
“Ma non è tutto. Guarda qui, Manganelli.”
“Porc… gli hanno…gli hanno cucito gli occhi!”
“Come ai falconi del…”
“Come a chi?”
“Lascia perdere. Glieli hanno cuciti con un filo rosso.”
“E perché?”
“Ti ringrazio per la fiducia, ma ti ricordo che stiamo iniziando le indagini solo da pochi minuti.”
“Questo è vero.”
“Appunto. Allora dato che siamo agli inizi di una indagine sai quello che devi fare.”
“Mando i ragazzi a prendere tutti i dati delle persone presenti, le interrogo personalmente per sapere i loro movimenti, faccio controllare i loro vestiti. Sarà un lavoro lungo.”
“Pazienza.”
“Pazienza, e poi…poi…”
“E poi, se non succede nulla di eclatante li mandi a casa.”
“Li mando a casa.”
“Sì, ma prima fai venire anche il medico legale.”
“Faccio venire il medico legale.”
“Che fai il pappagallo?”
“No, è che ripetere mi aiuta.” E il Manganelli se ne andò via veloce prima di sentire il solito grugnito del capo. Il quale se ne rimase nella stanza per esaminarla a dovere. Nella pozza di sangue che si era formata ai piedi del cadavere fu colpito da un luccichio che si rivelò essere dovuto al riflesso dorato di un orecchino di graziosa fattura che rappresentava un satiro che suonava una specie di piffero. La finestra che dava su un piccolo cortiletto era aperta, si affacciò e sull’erba impiastricciata vide delle impronte. Scavalcò la finestra, scese con cautela sul bordo di pietra e si mise ad osservare meglio quelle strane impronte. Strane perché si trattava evidentemente di un piede maschile di notevole stazza, ad occhio e croce un bel destro sul 48, e di un 36 o giù di lì che si allontanavano verso il cancello dell’uscita.. Il commissario tirò un sospiro angoscioso e ritornò nella stanza rendendosi conto che si poteva entrare facilmente. Sempre che uno avesse due gambe e due piedi normali.
La signora Assunta riprese conoscenza a fatica e per tutto il colloquio con il commissario mantenne un colorito a chiazze bianche e rosse che facevano il loro bell’effetto anche da lontano.
“Si calmi, signora. Non pensi a quello che ha visto e risponda alle mie domande. Senza fretta. Si prenda il tempo che vuole. Vogliamo provare?” La bidella fece un labile accenno di assenso con la testa.
“ Dunque, perché è andata in presidenza? L’aveva chiamata il preside?”
“In effetti ho ricevuto una telefonata dalla presidenza, una telefonata un po’ strana, a dir la verità.”
“Una telefonata ricevuta dove?”
“Al telefono che abbiamo qui sotto sul bancone riservato ai bidelli che è in contatto sia con gli uffici di segreteria sia con la presidenza.”
“Ho capito. Mi ha detto, però, che la telefonata le è parsa strana.”
“Sì, e ripensandoci mi sembra ancora più strana. Per due motivi: uno perché il preside mi ha detto di andare da lui fra dieci minuti esatti; due perché aveva una voce strana.”
“Anche la voce strana. Ma perché?”
“Perché…perché era come se fosse quella di un bambino.”
“Hmmm… E che ore erano quando ha ricevuto la telefonata?”
“Erano esattamente le diciannove”.
“E come fa ad esserne così sicura?”
“Perché ho guardato istintivamente l’orologio. Ed io sono andata a trovarlo alle diciannove e dieci e l’ho trovato… e l’ho trovato…” e qui scoppiò in un pianto liberatorio che durò qualche minuto.
“Su, su, coraggio, si riprenda. Un’ultima domanda e la lascio in pace. Lei è sempre stata al suo posto, qui sotto la presidenza.”
”Sì, non mi sono mai mossa.”
“E non ha visto passare nessuno?”
“Verso le diciotto e trenta è passata l’insegnante M.C. per andare… per andare… lei mi capisce… che si trova proprio in fondo al corridoio lungo il quale, all’inizio c’è la presidenza.”
“E l’ha vista ritornare?”
“Sì, sì l’ho vista ritornare anche se dopo un bel po’ di tempo, presumo necessario per… lei mi capisce.”
“La capisco, la capisco. Capita a tutti di avere bisogno di… Ancora una domanda.”
“Mi aveva detto che era l’ultima…”
“Questa è proprio l’ultima. Glielo prometto. Per andare in presidenza si deve passare per forza di qui?”
“No, si può passare anche da una uscita che dalla sala delle riunioni collegiali porta quasi alla fine del corridoio dove sono i bagni riservati agli insegnanti.”
Mentre Manganelli e gli altri giovani poliziotti si davano da fare con l’assemblea formicolante degli insegnanti il commissario ne approfittò per dare uno sguardo all’edificio scolastico. Uscì fuori partendo dal cancello che costituiva la prima entrata verso la scuola. Qui c’era un ampio spazio per il parcheggio dei pulmini che trasportavano i ragazzi, poi veniva la porta a vetri che costituiva la vera entrata nella scuola. A fianco, sulla sinistra e a bassa altezza tre finestre: quella della presidenza e quella di due stanze adibite al lavoro di segreteria. Sulla destra la palestra per la ginnastica. Appena entrati sulla sinistra un lungo tavolo delimitava il luogo adibito al lavoro di Assunta e degli altri bidelli che comprendeva una scrivania con relativo telefono, una fotocopiatrice, un computer ed un piccolo ripostiglio per gli attrezzi da lavoro per pulire la scuola. Da una apertura del bancone salendo alcuni scalini si accedeva, sempre sulla sinistra, alla presidenza e alle due stanze dove si svolgeva il lavoro di segreteria. Sulla parete in fondo al corridoio uno specchio piuttosto grande e sulla destra i bagni riservati agli insegnanti. Prima di arrivare ai bagni ancora sulla destra si apriva un breve corridoio che conduceva nella sala riunioni dotata di una accettabile biblioteca per gli alunni. Ritornando all’ingresso e non volendo svoltare a sinistra verso il corridoio leggermente rialzato della presidenza si poteva percorrere un altro lungo corridoio. Sulla destra si trovava  la sala insegnanti e poi due aule, il bagno delle alunne, altre due aule e il bagno dei maschi. Sulla sinistra, invece, due ingressi portavano alla già summenzionata sala delle riunioni ed un altro breve corridoio all’aula di educazione musicale. Sempre sulla sinistra, subito dopo lo spazio dedicato ai bidelli due brevi rampe di scale portavano ad un secondo piano dove erano collocate le altre aule, la sala di educazione artistica, il laboratorio di scienze e la stanza dei computer. A prima vista una scuola luminosa, spaziosa e bene organizzata. Peccato per il morto.
Già, il morto. Marco Tanzini scese le scale che lo avevano portato al piano di sopra proprio mentre arrivava il medico legale Giovanni Serbelloni con la sua devastante corporatura che traballava da tutte le parti. Dopo avere svolto il solito rituale, fu perentorio nella risposta. Il povero preside se ne era andato da questo mondo tra le 18.30 e le 19.00 minuto più minuto meno. La causa era tutta in quel cavallo di marmo sbattuto con troppa violenza sulla sua testa. E non ci fu verso di cavargli un’altra parola di bocca. Anche perché sudava che pareva uscito dalla doccia ed era tutto intento, senza alcun successo, a tenersi asciutto il faccione privo di mento con un fazzolettone verde bottiglia che sembrava un asciugamano da spiaggia. Dopo un po’ arrivò anche Franco Rinesi della scientifica a setacciare la presidenza per rilevare impronte e quanto altro di utile alle indagini. Un secondo Serbelloni dal punto di vista espressivo ma assai  diverso rispetto alla stazza. Secco striminzito da metter paura alla fame. Al quale ordinò di fargli sapere al più presto possibile i risultati del suo lavoro.
Poi fu la volta di Manganelli, lui, invece, fornito anche di troppe parole, che riferì i risultati degli interrogatori svolti con tanto zelo. “Bene, per ora fermiamoci qui. Manda tutti a casa e andiamoci anche noi che si è fatto tardi. Ci vediamo domattina in ufficio. Sul tardi, perché tu nel frattempo mi vai a cercare tutte le notizie su questo benedetto preside. Non so perché ma ho l’impressione di avere commesso un grave errore a riprendere servizio. Me ne stavo così tranquillo in pensione…”
A casa trovò un biglietto di Giulia, la domestica, piuttosto irritato con il quale spiegava che tutto il suo lavoro se ne era andato a farsi friggere per il grave ritardo, che il mangiare era in frigorifero, che non era colpa sua se, nell’attesa, aveva perso la naturale gradevolezza e che un’altra volta, magari, avesse il buon gusto di avvertirla. Ma l’appetito del commissario, che aveva assunto i terribili connotati della fame, non guardò tanto per il sottile e fece sparire tutto quanto come se fosse preparato al momento.

“Partita a scacchi con il morto” di Fabio Lotti

partita a scacchi con il mortoPresento ai lettori del blog intorno all’angolo l’inizio del mio gialletto Partita a scacchi con il morto, Prisma 2004, ricordando che la seconda parte relativa a Meraviglie sulla scacchiera è stata scritta magistralmente dal Maestro Mario Leoncini.

Il commissario Marco Tanzini

La passione per i gialli era nata, si può dire, sin dalla sua infanzia. Gli aspetti meno gradevoli dell’uomo lo avevano sempre colpito. Soprattutto il lato più buio e misterioso del Male che si nasconde in ognuno di noi. Ed ora se ne stava in piedi con le braccia incrociate ad ammirare, soddisfatto, la sua collezione di gialli che troneggiava nel bel mezzo della biblioteca. C’era in prima fila Agatha Christie con i personaggi più famosi: Poirot e Miss Marple. Era stato il suo primo amore, se lo ricordava bene (anzi no, c’era stato in precedenza una “cotta” per Perry Mason ed un’altra per Sherlock Holmes che però non erano risultate così significative. Uno dei suoi primi divertimenti consisteva nell’immaginare la faccia sbigottita del dott. Watson di fronte alle deduzioni di Holmes)  soprattutto dopo avere visto la trasposizione in alcuni film delle gesta della terribile vecchietta impersonata magistralmente dalla Rutherford. Poirot all’inizio gli stava antipatico. Tutto impomatato e ingessato, sempre intento a curare e lisciarsi quei suoi ridicoli baffetti arricciati, e poi quei modi affettati da dandy che urtavano la sua semplice naturalezza, via! In seguito, però l’omino dalle effervescenti cellule grigie lo aveva conquistato e tutte le sue manie glielo avevano reso buffo, se non addirittura simpatico. Anche con quella presunzione di essere il più bravo di tutti. Merito dell’attore David Suchet che sullo schermo si muoveva a piccoli passi  che tiravano al sorriso. La stessa cosa era successa per Nero Wolfe, il quale non usciva mai di casa per risolvere i delitti, ma da quando lo aveva visto nei panni di Tino Buazzelli alla televisione, era diventato uno dei suoi detective preferiti. Grande e grosso come un elefante ma dal cervello finissimo, aveva un rapporto nevrotico con le orchidee e non lo avresti tirato giù dalla tavola nemmeno se fossero cadute le torri gemelle. La televisione talvolta lo aveva convinto più della stessa lettura, e si ricordava con soddisfazione come avesse imparato a conoscere meglio le peripezie di padre Brown dalla serie televisiva recitata da quello spiritello di Renato Rascel il quale, essendo un comico di razza, dava alle sue avventure il giusto pizzico di sano umorismo che era proprio dell’autore Chesterson. E come quello spilungone di…, anche se in quel momento non si ricordava il nome dell’attore, avesse concretizzato in maniera perfetta l’idea che si era fatta di Ellery Queen.  Maigret se l’era goduto due volte, attraverso i libri di Simenon e in seguito con la stupenda interpretazione di Gino Cervi, che aveva saputo dare al personaggio quella giusta dose di fermezza e bonomia tipica del commissario transalpino. Ma tutto ha un limite, e andando avanti la televisione l’aveva fatta da padrone, ed erano venuti fuori Derrik, Colombo e la Signora in giallo (sui quali, tuttavia, non aveva molto da eccepire) e tanti altri anonimi ispettori e ispettrici da non poterne più. Salvava Montalbano perché se lo sentiva vicino, con la sua aria da scanzonato picciotto e poi perché il siciliano usato da Camilleri era divertente. Aveva proprio una bella collezione di segugi di tutte le razze e di tutti i tempi. Bastava seguire le orme di frate Cadfield, o di Dante (sì, proprio l’autore della “Divina Commedia”) per ritrovarsi in pieno medioevo anche se in due realtà diverse, o quelle di Aristotele per passare di botto ai tempi della civiltà greca. E c’era chi aveva ambientato storie nefaste nell’antica Roma e nell’antico Egitto. Non mancavano i gialli della scuola americana con in testa Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Che gli interessavano, ma fino ad un certo punto, perché le scazzottate, gli inseguimenti, le macchine ribaltate, le sparatorie anche all’ora di pranzo e di cena gli buttavano all’aria l’appetito. Per ultimi erano arrivati gli italiani che non avevano una tradizione eccelsa in questo campo. Però si erano fatti largo a spallate ed ora se la battevano ad armi pari con gli autori stranieri, cosicché Renato Olivieri, Loriano Macchiavelli, Carlo Lucarelli, Santo Piazzese ed altri ancora se ne stavano in bella mostra, seppure un po’ in disparte, sugli scaffali insieme agli alti papaveri della letteratura poliziesca mondiale senza arrossire troppo di vergogna. Ultimamente c’era stato il boom del giallo da tutte le parti ed erano nati commissari gay e ispettrici lesbiche tanto da far capire che si stava raschiando il fondo del barile e gli autori, in gran numero del gentil sesso, non sapevano più cosa proporre. Eh sì, era proprio soddisfatto della sua biblioteca, il commissario di polizia criminale Marco Tanzini di Siena. E sarebbe stato ancor più soddisfatto se fosse capitato anche a lui qualche caso particolare, qualche matassa difficile da sbrogliare in modo da confrontarsi con i suoi eroi libreschi. Invece nulla. Furti, rapine, case-squillo, giretti di droga, scazzottate in discoteca. Mai che gli fosse toccato un cadavere bello caldo di dubbia dipartita. Meno soddisfatto del tempo che aveva preso l’aspetto nevrotico della sua insegnante di matematica al ginnasio. Era una maledetta giornata torrida e afosa. Come non se ne erano mai viste nel mese di giugno. Ma tutto stava cambiando nel nostro paese, dal governo al modo di pensare e di agire. Così gli sembrava, e gli elementi naturali si adeguavano imitando alla perfezione le caratteristiche tormentose di quelli tropicali. Prima o poi ci sarebbero state anche qui da noi due sole stagioni: quella arida e quella della pioggia. Cavoli amari per tutti. Soprattutto per lui, che non sopportava il caldo e non gli erano bastati cinque fazzoletti a tenere asciutta la testa pelata. Preso da tali considerazioni si accorse del telefono in subbuglio solo al quinto trillo. Si avviò a rispondere mugugnando tra i denti qualcosa di poco simpatico nei confronti dell’incauto scocciatore.
“Pronto? Commissario…”
“Che c’è, benedetto Pasquini! Cosa c’è di così maledettamente urgente da rovinarmi la giornata. Che già di per se stessa mi sta angustiando non poco!” rispose di botto avendo riconosciuto la voce lagnosa del suo sottoposto.
“C’è che… è successo un fatto grave… un fatto molto grave…”
“Certo, se ti permetti di scocciarmi a quest’ora, a casa mia il giorno prima che me ne vada in vacanza, deve essere per forza grave. Anzi gravissimo Pasquini, di una gravità inaudita, incommensurabile, mi capisci? Non blaterare, fai alla svelta e tira fuori il rospo senza perdere tempo. Allora cosa c’è?”
“C’è un morto.
“Un morto?”
“Sì, un morto.”
“Dove?”
“Al CRAL del Monte dei Paschi della nostra città, più precisamente in via dei Termini 31. Dove si riuniscono, tra gli altri, i giocatori di scacchi. A un passo dalla sua abitazione.”
“A un passo o due dal mio appartamento questo non c’entra nulla. Se è morto, Pasquì, voglio dire morto di morte naturale, che cavolo c’entriamo noi?”
“Vede, commissario, la dipartita non sembra del tutto normale. Insomma c’è bisogno del nostro intervento.”
“Porc…”
E qui l’imprecazione gli si strozzò nella gola come quando da bambino si ingozzava di paste fino all’orlo della bocca e non riusciva più a spiccicar parola. Un morto lo aveva desiderato, sì, ma all’inizio della carriera, non certo in quel momento. Erano le diciassette del 27 giugno 2003. Uno stramaledetto venerdì in cui non doveva essere ancora al lavoro per terminare una stramaledetta pratica, ma in viaggio verso il mare di Sicilia per uno stramaledetto, meritato riposo. Se si considera che si era lasciata sfuggire la possibilità di andare in pensione, per dare retta al suo superiore, che gli aveva consigliato di non perdere l’ultimo scatto di anzianità, si può immaginare come fosse cambiato il suo umore. Che in un batter d’occhio da roseo davanti alla biblioteca era diventato nero di fronte al telefono. Come nemmeno un camaleonte.

Fabio Lotti
Partita a scacchi con il morto
Prisma edizioni, 2004

Battaglie sulla scacchiera di Fabio Lotti

ScacchiPresento ai lettori del blog intorno all’angolo una parte dell’inizio del mio gialletto “Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e Crimine”, Prisma 2005, per capire se in qualche modo sono riuscito a creare una certa atmosfera. Ricordo che la seconda parte, riguardante il rapporto scacchi-crimine, è stata scritta magistralmente da Mario Leoncini.

Quando il giocatore di scacchi più forte del mondo entrò nella splendida sala del CRAL del Monte dei Paschi di Siena fu sommerso da un applauso incontenibile. Anche l’ex commissario Marco Tanzini, da poco in pensione, non poté fare a meno di battere le mani con l’entusiasmo di un bambino di fronte a quel giovanottone alto e ben piantato dallo sguardo di fuoco che faceva faville sulla scacchiera. Il suo interesse per gli scacchi era nato da poco, per un fatto terribile accaduto proprio in quella sede, ma le gesta di Eugeny Khaliuscin erano troppo eclatanti per non scuotere un tipo tranquillo come lui. Che ora, seduto in seconda fila insieme al gruppo dei notabili di Siena, poteva ammirarlo in tutta comodità, mentre Presidente del circolo, sindaco, funzionario di banca e lo staff, che si era adoperato non senza fatica per la sua presenza al primo Torneo Internazionale “Città del Palio”, si sarebbero avvicendati al microfono piazzato nel bel mezzo di un lungo tavolo ricoperto di panno verde  in cima alla sala. Sì, perché riuscire ad accaparrarsi la presenza di Khaliuscin ad un torneo era un’impresa assai disperata. I Cervelloni entusiasmano, ma costano. Ed hanno le loro fisse, le loro manie. E così c’era voluto l’intervento dei pezzi grossi di un gruppo di banche capeggiate dal Monte dei Paschi e quello di un gruppo di esperti in relazioni pubbliche per convincerlo a venire, dimostrando ancora una volta che Siena era una città di illustri tradizioni, di sport e di cultura. Lo sforzo si era rivelato notevole, perché insieme a lui erano stati invitati altri giganti dello scacchismo mondiale, già disposti lungo il tavolo, a fare da corolla al nostro campione. E anche loro costavano. Un po’ meno, ma costavano. C’erano Krivillic, Galepov, Shitiov, la Grande Maestra Denver, l’indiano Anineda e tre altri ancora dal nobile pedigree scacchistico che si sarebbero dati battaglia il giorno seguente, il lunedì, dopo la presentazione proprio in quella sala. La quale sala scoppiava di appassionati e curiosi giunti da tutte le parti del mondo. Giornalisti, direttori di riviste e di pubblicazioni scacchistiche tra i quali spiccavano l’estroso Adolivio Capece, il dinamico Yuri Garret, il signorile Roberto Messa, l’amabilmente ironico Charles Azzopardi e l’irresistibile Valerio Luciani.

“Cari amici, gentile ed appassionato pubblico…” iniziò con orgoglio ed un pizzico di pomposità il Presidente della sezione scacchi “…Oggi è un giorno importante, direi una data storica per la nostra città…” Una raffica di lampi al magnesio sembrò stordirlo facendogli perdere per un attimo il filo del discorso. Meglio così. Per Marco Tanzini, abituato istintivamente all’osservazione, era meglio osservare l’eletta prole di Caissa piuttosto che ascoltare i convenevoli rituali, sia per una curiosità frutto del mestiere, sia perché voleva scoprire quali fossero le caratteristiche fisico-somatiche di tanti unti del Signore. Partì dunque da sinistra verso destra con l’idea di saltare, per il momento, l’asso russo che sedeva al centro, volendoselo godere in fondo con la calma necessaria. Qui era seduto lo svedese Larsen, un ragazzetto dai lineamenti del volto ancora adolescenziali con un incarnato così liscio e pallido da riflettere sul pubblico la luce che era proiettata verso di lui. Una presenza diafana, un alone misterioso. Poteva avere diciassette o diciotto anni, ma ne dimostrava ancora meno perché al suo fianco troneggiava il bulgaro Galepov, un omone baffuto e corpulento dall’occhio grifagno che metteva ancor più in risalto la delicatezza del giovane. Aveva una testa massiccia incassata direttamente sul petto senza l’ausilio del collo e due mani robuste da spaccatore di pietre che mai avresti pensato potessero disegnare eleganti circonvoluzioni sulla scacchiera. Andando avanti si distingueva per il suo aspetto di perfetto gentleman il francese Carvier, un signore con gli occhiali scuri dalla giacca blu di taglio impeccabile, camicia bianchissima sulla quale risaltava una cravatta di un rosso cupo particolare, contornata da piccoli simboli scacchistici dorati che sembravano essere, a quella distanza, Torri e Cavalli.

L’ex commissario pulì con delicatezza i suoi occhiali e sporse un poco la testa in avanti per meglio ammirarla, dato che aveva una certa debolezza per le cravatte. Sua madre lo aveva costretto sin da ragazzo ad indossare la giacca in qualsiasi momento ed occasione (anche nel deserto se ce ne fosse stato bisogno) insieme alla camicia, naturalmente, e lui aveva cercato un compenso, per così dire, alla sua “schiavitù” trovandolo nella scelta di questi tipici ornamenti maschili. Ne aveva circa duecento, ed alcune anche di un certo valore. Quella del signore distinto gli piacque perché si mise ad osservarla con un certo interesse, quando fu scosso da un lungo applauso. Il Presidente, felicemente irrorato dal sudore, terminò l’apologo, dette la parola al sindaco e si sedette con un sorriso che scoprì trentadue denti altrettanto felici di mettere in mostra il loro naturale candore. “Gentile pubblico, non nascondo la mia trepidazione e la mia soddisfazione, che è poi quella di tutta la città di Siena che mi onoro di rappresentare, di fronte ad un evento che il Presidente ha giustamente definito storico…”.

Un’altra pappardella. Marco Tanzini spostò lo sguardo ancora verso destra. Romina Denver, l’unica donna invitata a partecipare al torneo, occupava la poltrona seguente con delicata eleganza. Capelli biondi, volto dall’ovale regolare, occhi chiari, dolce e accattivante sorriso. Il tutto incorniciato in un vaporoso vestito azzurro-tenero. Una madonna da fare invidia a quelle dipinte dal grande Raffaello. Veniva poi il russo Krivillic, uno degli avversari più titolati per la vittoria finale, dall’aspetto bonario che si trasformava, dicevano, in un killer spietato quando si trovava davanti alla scacchiera. A suo fianco il Presidente del circolo ormai caduto in estasi mistica dopo l’ispirato intervento, poi c’era il sindaco che stava concionando, il grande Khaliuscin sul quale non volle al momento soffermarsi, quindi un distinto signore brizzolato elegantissimo che doveva essere un funzionario del Monte dei Paschi di Siena. Continuando verso destra il suo sguardo mise a fuoco l’arbitro internazionale tedesco Karl Lutz calvo come una palla da biliardo e dal contegno irreprensibilmente statuario, poi l’inglese Shitiov, un biondino lentigginoso con gli occhiali. Sembrava il fratello maggiore di Harry Potter e aveva stampato sul volto una smorfia indecifrabile. L’indiano Anineda terminava la corolla dei campioni. Poteva  ben costituire il rappresentante della bellezza tipica del suo paese. Alto, aitante, in perfetta forma fisica, lineamenti regolari come se fossero stati disegnati, pelle brunita che risaltava su una camicia giallo senape. Solo la cravatta, di un arancione un po’ troppo vistoso, causò una fitta allo stomaco e una smorfia di disapprovazione sulle labbra di Marco Tanzini. Il quale, dopo avere fatto il “giro” che si era proposto, senza aver notato nulla di particolare che potesse essergli di aiuto nell’individuare le caratteristiche somatiche di un genio degli scacchi, ritornò ad osservare il grande Eugeny Khaliuscin.

E qui si trovò di fronte a qualcosa di diverso. E anche di inaspettato. Nulla di preciso, a dire la verità, ma per lui abbastanza eloquente. Era, per esempio, meno bello dell’indiano Anineda, eppure il suo portamento, il suo modo di guardare, di muovere la testa, di incrociare le braccia avevano il tocco del carisma. Un po’ come era successo ai grandi condottieri che avevano percorso la Storia e attirato moltitudini di giovani pronti a sacrificare la vita per la loro gloria. Molto spesso non erano belli, né alti, né abbronzati. Eppure esercitavano un fascino incredibile sugli altri. Un mistero, che neanche il più ingegnoso dei detective avrebbe potuto risolvere. Khaliuscin attirava fortemente, prepotentemente. Questo, Marco Tanzini lo percepiva, lo sentiva. Era come se fosse seduto su uno scranno più alto, distaccato dai comuni mortali. Però…però…c’era qualcosa di strano che trapelava dalla sua persona che non sfuggì all’occhio acuto del nostro osservatore. Aveva un tic lieve, quasi impercettibile sulla parte sinistra delle labbra, un movimento repentino verso l’alto e uno stringere ritmico delle lunghe dita che denotavano un certo nervosismo. Quando si alzò a parlare, dopo l’intervento del funzionario di banca, ringraziando le autorità e il pubblico presente, l’ex commissario ebbe come un rafforzamento alle sue impressioni. La voce forte e sicura confermò il suo carisma, ma il ritmo affrettato delle parole e lo sguardo che vagava per la sala come in cerca di qualcuno gli fece intendere che Khaliuscin non era tranquillo. […]

(L’immagine del post è tratta dal blog di Susan Polgar).

Buon Natale Mr Yao, un racconto di Paolo Gardinali

Christmas-Bike(La foto sopra è tratta da qui)
La buona notizia è che siamo sopravvissuti alla profezia Maya. La cattiva notizia è che a questo punto non c’è scampo a “quel” periodo dell’anno, che ormai si avvicina inesorabilmente.
Vi ripropongo quindi la traduzione di un racconto “a tema” di Paolo Gardinali che qualcuno di voi ricorderà perché era già nel blog che non si può nominare (per la cronaca, adesso sia l’intera redazione che tutti i blog del network non esistono più, interamente assorbiti da un altro circuito – cancellati, in una parola).
Ringrazio Paolo per la disponibilità e per l’amicizia e gli rinnovo la mia stima, oltre che gli auguri di buone feste 🙂

Per gli anglofoni, il racconto in originale.
Per gli altri, buona lettura!

Buon Natale Mr Yao

Quando il monitor passò da bip-bip a waaaah, Mike ebbe la certezza che la sua carriera era praticamente finita. Con la sua breve esperienza da programmatore di software e il suo miserabile fallimento come sceneggiatore TV all’inizio del secolo, era piuttosto prevedibile che avrebbe finito con il prendersi cura degli anziani. Che altro c’era da fare, alla fine? La vita non è forse come un sushi roll – un capolavoro delicato e accuratamente cesellato da divorare in un unico, avido morso? O piuttosto come una bella cagata, che ponga fine a tutto, e il fetore generato nel processo come prova del successo della transazione?

Ma forse la vita è solo la ricerca infinita della metafora adatta… Così rifletteva Mike, cercando di sorridere alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno. I suoi soffici capelli grigi stavano diventando sempre più radi, le cicatrici del cancro alla pelle rimosso dal laser segnavano naso, mento e collo. Scuri solchi e valli nella luce incerta del primo mattino.

“Buon Natale”, disse alla sua immagine riflessa.

Controllò quale dei suoi stracci appesi sembrasse mettibile. Quindi rovistò cercando i calzini, frugando nella pila di abiti conservati nel piccolo ripostiglio che separava la porta del bagno dalla zona della stanza da letto, cucina e soggiorno. Tirò fuori una pila di abiti, tutti uniformi di colore grigio, e li gettò sul pavimento. In fondo al ripostiglio trovò ciò che stava cercando: una scatola di cartone deformata e polverosa, che forse un tempo aveva contenuto scarpe da tennis.

Infine appuntò il suo tesserino di riconoscimento sul bavero. “Michael G. Giuliano, infermiere” c’era scritto a lettere piccolissime. Anche se realmente non aveva importanza quanto piccole fossero le lettere, naturalmente, o cosa ci fosse scritto o anche se lo indossasse o meno. Tutti i documenti personali erano ormai resi obsoleti dai biochip identificativi. Tuttavia continuava a trovare l’oggetto “confortante”. Gli piaceva tenere in mano quel pezzo di metallo dorato senza valore, le lettere incise sotto i suoi polpastrelli, sentendone il calore sotto il suo tocco. Era come se il suo essere si mettesse in contatto con un ingranaggio immaginario che ancora si muoveva lentamente, un pezzo di puzzle che ancora non era stato raso al suolo, bruciato o irrimediabilmente perduto.

Più o meno alla stessa ora, trent’anni prima, Mike sarebbe stato sul punto di uscire da casa per inforcare la sua moto BMW e dirigersi verso il suo cubicolo nella zona industriale a nord della città. “Dove ci sono le cose cool” recitava lo slogan della sua azienda, con tanto di virgolette, l’incubatrice del prossimo clone di Google. Si sarebbe fermato sulla strada per prendere un “latte”, quindi si sarebbe riimmerso sulla 101, forse avrebbe fatto qualche chiamata mentre si destreggiava tra ingorghi del traffico. Mike si sarebbe goduto il gusto del liquido ricco e quasi bollente, il paradiso della caffeina e del grasso. Avrebbe smaltito la prima in poche ore di lavoro. Quanto al secondo, avrebbe preso nota mentalmente di bruciarlo quello stesso weekend, correndo in bicicletta con i suoi amici su e giù per le colline.

Mike chiuse gli occhi, focalizzando mentalmente sull’immagine del bicchiere di carta del “latte”, quindi bevve un sorso dalla tazza tiepida che reggeva in mano. Il suo più recente intruglio sperimentale consisteva in fagioli di soia tostati a cui aveva aggiunto latte in polvere vecchio di vent’anni, di cui aveva fortunosamente rinvenuto un’intera cassa in una cantina. Sapeva decisamente di merda.

Qualcuno bussò piano. Il nuovo tizio, Sandeep, si guardava nervosamente intorno.

“Pare che io non piaccia molto ai tuoi vicini”, disse, dopo che Mike gli ebbe socchiuso la porta.

“Buon Natale”, rispose Mike, sbadigliando, guardando la figura insolitamente rotonda e barbuta. Una lattina volò da non si sa dove e planò sferragliando ai piedi del suo visitatore. Sandeep fece una smorfia come se fosse stato colpito sulla testa.

“Non ti preoccupare, non ce l’hanno con te”, disse Mike, calciando la lattina fuori dal suo percorso, “sono della generazione X, no? Si sono fumati il cervello da tempo. Niente lavoro, niente HMO, niente di niente”.

Uscirono nella grigia luce di dicembre, e Mike chiuse la porta con un lucchetto. Passarono nello spazio che un tempo era occupato dal giardino della casa vittoriana. Videro dei volti, che sparirono rapidamente dietro infissi di finestre tenute insieme da scotch da imballaggio. Mike poteva sentire l’oceano, adesso, che batteva incessantemente contro la riva. Non era lontano, e si stava avvicinando anno dopo anno. I suoi occhi caddero sui resti di una scala in pietra e saltillo, e rapidamente confrontò le macerie con l’immagine senza tempo della strada così com’era la prima mattina, quando era uscito assonnato per prendere il giornale. Le palme fiancheggiavano la parata di case, bianche di stucco immacolato, con i tetti rossi.

“Non sembra un granché”, commentò Sandeep, seguendo lo sguardo di Mike.

“No, era molto meglio prima. La maggior parte delle costruzioni e degli alberi sono stati rasi al suolo tempo fa per riscaldarsi. E le case sono state abbattute dalle ondate delle tempeste invernali. Guarda casa mia. Tra un po’ sarà una proprietà con vista mare. Sfortunatamente, questo non ne fa crescere il valore di vendita”.

“È tua?”, si informò Sandeep.

“No, è in affitto. Ho perso la casa, nel 2009, come tutti. È solo una stanza merdosa, ma è molto meno cara di un’unità HMO. Non ho molta roba, comunque. Non più”.

“Allora cosa c’è nella scatola che trasporti?”, chiese Sandeep.

“Lo spirito del Natale”, sorrise Mike, ma l’altro lo guardava sempre più preoccupato.

Seguirono la nuova strada lungo l’oceano camminando verso sud. Il mattino era nuvoloso, come al solito. “May gray,” grigio maggio, si chiamava una volta la stagione delle nubi nel Sud California. Ma ormai durava tutto l’anno. Non che fosse necessariamente un male, visto che poche miglia più all’interno il sole bruciava e nuvole di polvere spazzavano la terra che un tempo era stata la Los Padres National Forest. Così Mike aveva sentito dire, comunque, nessuno realmente si spostava molto dalla città, ormai.

“Allora, da dove vieni, Sandeep?”.

“Da West Covina”.

“E com’è la vita, lì?”.

Sandeep rifletté sulla domanda per un momento. Si sentivano voci da sopra, dove la strada attraversava Mission Creek.

“Non va molto bene”, rispose Sandeep alla fine. “Non ci sono abbastanza risorse disponibili. Ogni notte guardavamo una colonna di fumo, una parte diversa della città ridotta in cenere. Ogni giorno mi chiedevo se avrei trovato la mia casa, al ritorno dal lavoro. Ho una famiglia, sai?”.

“Non dire cazzate”, rispose Mike, distratto, guardando verso dove sembrava esserci un problema.

“Sì, due bambini. Così ho detto a Mira, mia moglie, che avrei accettato la riduzione di stipendio e mi sarei spostato qua. Siamo arrivati col treno dei rifornimenti di ieri”.

“Ehi voi! Levate le mani da… quello!” urlò Mike ai ragazzini più avanti. Una mezza dozzina di loro stava circondando uno strano veicolo a pedali con tre ruote. Era stato assemblato con vecchi pezzi di bicicletta e legno, ma aveva un pannello solare flessibile che ne copriva il bagagliaio. Una donna stava appoggiata contro l’inferriata del ponte. Sulla trentina, scura, pelle bruciata dal sole, e piuttosto attraente, notò Mike.

Il più alto dei ragazzini, di circa undici anni, un cosetto magro e sporco vestito di blu e bianco, i colori dell’East Side, si girò per fronteggiare i nuovi arrivati. Uno dei suoi occhi era stato rimpiazzato da un incrementatore di sensi di poco valore, l’altro appariva grigio e spento. Le sue guance erano segnate da cicatrici di iniziazione, tipo branchie.

“Hai bisogno di aiuto, vecchio?”. Alcuni dei ragazzi risero, altri fissarono dritto Mike.

“Non possiamo semplicemente tirare dritto?”, bisbigliò Sandeep. Mike lo ignorò.

“Puoi aiutarmi levandoti dai piedi”, disse Mike, “o questo vecchio qua prenderà a calci i vostri culi secchi fino alla Centrale”.

Il ragazzo con le branchie sogghignò, sfidandolo. Gli altri smisero di fare ondeggiare il triciclo e si allinearono alle spalle del loro capo.

Mike si puntò un dito alla tempia, che si illuminò di blu per un attimo. “Tre-due-cinque qui, riferisco un problema, incrocio tra via Yanonali e Mission Creek”. Una risposta incomprensibile gracchiò attraverso le ossa del cranio di Mike.

Un ragazzino più piccolo tirò il capo per gli stracci: “È un HMO, capo!”. Il ragazzo alto scacciò la mano dell’altro ragazzo, sputando per terra in direzione di Mike. Quindi si girarono all’unisono e sparirono.

“Hai davvero chiamato la Centrale?”, disse la donna. Aveva una bella voce profonda e sembrava preoccupata.

“Nah”, rispose Mike, “ho solo scaricato le previsioni del tempo, e sembra che sarà nuvoloso per tutta la prossima settimana, più o meno come la precedente”. Sorrise, cercando di rassicurarla. “Non sarebbero mai intervenuti per una cosa del genere, comunque, ma ho immaginato che quei ragazzini fossero molto lontani dal loro territorio, cosa potevano saperne?”.

Sandeep si muoveva nervosamente, guardando nella direzione in cui erano scomparsi i ragazzini.

“Che è successo al tuo mezzo?”.

“Una ruota a terra”, disse la donna. “Stavo per ripararla quando mi hanno assaltata. Grazie, a proposito, non succede spesso”.

“E cosa trasporti, se posso chiedertelo?”.

“Regali”, rispose sorridendo e sollevando il pannello solare, “che altro potrebbe esserci oggi?”. Il vano bagagli era pieno di giocattoli di plastica, vecchie bambole, macchinine, astronavi. Erano tutte usate, naturalmente, probabilmente riesumate dalla discarica di Tajiguas che, come Mike aveva sentito dire, era diventata recentemente una fonte redditizia di manufatti riciclabili.

“Naturalmente, che altro potrebbe esserci?”, disse Mike, fissando il sorriso della donna.

“Forse dovresti unirti a noi, qualche volta”, suggerì lei.

“Dove?”.

“Beh, lassù, naturalmente”, rispose la donna, muovendo la testa in direzione delle montagne.

“Forse dovrei, e buon Natale” disse Mike, mentre Sandeep continuava ad agitarsi nervosamente sullo sfondo.

“Possiamo andare adesso?”, domandò Sandeep.

Mike sospirò e fece un cenno di saluto alla donna, che stava lentamente pedalando via.

“Qui è dove un tempo c’era il mercato”, disse Mike a Sandeep, facendo un gesto vago che ricomprendeva State Street. “Le aziende a conduzione familiare portavano il loro prodotti in città per venderli o barattarli con roba tecnologica”.

Mike non aveva più visto il mercato da… quanto tempo, ormai? Gruppi sparsi di turisti cinesi passeggiavano lentamente verso il lungomare, ognuno con le tonalità blu e grigie degli ombrelli che reggevano in mano. Attraversarono sotto gli occhi vigili degli uomini della Forza Centrale, che sfrecciavano su e giù per la strada sui veicoli giroscopici a due ruote. I ragazzini erano soliti chiamare i poliziotti Mr Yao, dal nome del protagonista dei cartoni animati che per abitudine salvava il mondo in sella al suo giro-scooter, ben riconoscibile per essere giallo con una stella rossa. Era successo tutto così in fretta. Il panico, il dollaro a picco dopo la crisi del credito. C’erano state sommosse, violenza nelle strade. Qualcuno doveva semplicemente imporsi e restaurare l’ordine, e fortunatamente la cooperazione internazionale poteva essere facilmente acquistata svendendo il patrimonio immobiliare che un tempo aveva molto valore.

Davanti alla diga alcune donne indicavano un punto indistinto nelle acque marroni e tempestose. Sandeep si girò a guardare.

“Dicono che quando c’è la bassa marea si possa vedere la statua dei delfini”, spiegò Mike.

“Davvero?”.

“Preferisco ricordare com’era. Durante i weekend estivi la città era invasa da turisti del sud, forestieri. Camminavano su e giù per la spiaggia, compravano brutti souvenir dai venditori locali. E gettavano monete nella fontana del delfino, quella che adesso è sommersa dalle acque, lì da qualche parte. Guardali, non gettano nemmeno uno jiao, adesso”.

“Beh, forse questo spiega perché loro ora hanno i soldi, e noi non più”.

“Sei un uomo saggio e divertente, Sandeep”.

Iniziarono a salire per la collina che portava a quella che un tempo era una zona residenziale esclusiva. Ancora al riparo dalle mareggiate, ville in stile toscano e falsi mattoni erano state circondate da muri grigi, sormontati da cocci di vetri rotti tenuti insieme da malta. Denti appuntiti come quelli degli squali che un tempo nuotavano dall’altra parte di Channel Island. Solo alcune delle case dei ricchi erano ancora in buone condizioni, alcune erano addirittura illuminate di notte. A volte si poteva sentire musica o voci amplificate sopra il basso borbottio dei generatori. Marciarono su per la collina per meno di quindici minuti, in silenzio, quindi girarono in un cul-de-sac che Mike ricordava originariamente costeggiato da alberi di eucalipto. Era una casa di medie dimensioni, le linee squadrate ricordavano più lo stile del sudovest che le ville toscane o delle colonie spagnole, un tempo popolari. Filo spinato e un alto cancello di metallo rendevano il perimetro inaccessibile. Dentro, il giardino era incolto e pieno dei rifiuti di generazioni precedenti di badanti.

“Non sembra un granché”, borbottò Sandeep.

“Beh, sì, forse, paragonata a quelle vicine. Ma è carina e confortevole, dentro, un gran posto per lavorare, davvero”.

“Allora cos’ha di così importante?”.

“Niente, in realtà. Solo una anziana signora come molte. Ma questa proprietà, vedi come sta sull’orlo della collina?”. Mike indicò i cespugli secchi sul retro della casa. “La casa è su una proprietà che si chiamava Agua Caliente, Sorgente Calda. C’era un hotel qui, alla fine dell’Ottocento. L’HMO vuole i diritti dell’acqua, è per questo che tengono d’occhio la donna”.

“Allora perché due badanti?”.

“Credo che vogliano fare le cose per bene, la proprietà della donna è già così piena di debiti nei confronti dell’HMO che nemmeno l’ipoteca sulla casa potrebbe ripagarli. Forse vogliono aumentare ancora il debito, in modo che un ipotetico erede non proverebbe nemmeno a portarli in tribunale. Così, paradossalmente, curiamo in modo eccellente una donna che loro preferirebbero vedere morta in fretta. Ma lei è una vera combattente, vivrà fino a duecento anni”, Mike strizzò l’occhio a Sandeep, “non c’è niente di cui preoccuparsi”.

Si fermarono al cancello d’ingresso. Un avatar venne fuori, l’ologramma di una donna, stavolta. Il perfetto mix codificato dei lineamenti di varie razze la rendeva incredibilmente bella, eppure insignificante. Mike poteva vedere il piccolo foro del sensore del proiettore che tracciava la posizione dei suoi occhi e emetteva fotogrammi ad alta frequenza per dare l’illusione del 3-D. Chiunque avesse guardato da un’altra angolazione, avrebbe visto solo fasci di luci colorate. Anche il suono era criptato, in qualche modo, direzionato in modo da poter essere udito solo dalla persona che si trovava immediatamente di fronte al proiettore. Sia Sandeep che Mike si sfiorarono le tempie leggermente, consentendo la scansione delle loro credenziali sul biochip.

Il cancello si aprì di scatto e loro entrarono, su per la corta scala che portava all’ingresso principale, Sandeep leggermente arretrato, poiché non aveva ancora la piena autorizzazione dell’HMO. Attraversarono una serie di stanze vuote e corridoi, i loro passi echeggiavano contro gli alti soffitti a volta. Altri rumori iniziarono a farsi sentire, vibrazioni e bip ritmici che venivano da quello che un tempo probabilmente era stato il soggiorno. Il centro dello spazio bianco, un tempo grandioso, era adesso occupato da un assemblaggio di attrezzature per il monitoraggio, pompe, flebo, massaggiatori elettrici e un imponente schieramento di batterie di ricambio. Un gatto schizzò via, l’ultimo di una generazione di Siamesi che erano soliti scomparire nel fiore degli anni, che Mike sospettava essere stati mangiati dagli squatters di un accampamento vicino. Non c’era altro arredamento nella stanza, fatta eccezione per un paio di vecchie panche di alluminio. Barattoli e confezioni di cibo infestavano gli angoli, dividendo lo spazio con una quantità di gomitoli di polvere.

Ed eccola lì, piccola nel suo letto, circondata da quelle attrezzature costose. Precisamente lì, nello stesso posto in cui era stata per esattamente ventuno anni e sette mesi di impeccabile lavoro di Mike. Tubi di plastica e fili sembravano entrare e uscire da ogni centimetro del suo corpo. Lì dormiva Gloria McInerney, 127 anni, probabilmente l’ultima dei baby boomers. L’infermiera di notte apparentemente era già andata via. Strano e molto irregolare, pensò Mike.

“Buongiorno, miss Gloria”, disse Mike come sempre, guardando direttamente il pannello di controllo. Ogni mattina entrava, faceva un rapido controllo delle funzioni vitali, poi andava a sedersi in bagno, godendosi il lusso dei servizi dentro casa. Ma questa mattina era speciale.

“Guardi cosa ho per lei”, cantò, aprendo la scatola per mostrarla a miss Gloria. I suoi occhi non si mossero. Mike posò la scatola sul ripiano delle attrezzature ed estrasse un lungo filo di lampadine colorate. Le sistemò rapidamente intorno al letto, quindi le accese insieme alle macchine vitali. Il monitor sfarfallò per un secondo, poi le luci si accesero, colori intermittenti che si riflettevano sulle pareti spoglie.

“Buon Natale, miss Gloria”.

“Non puoi più dirlo”, disse Sandeep.

“Cosa?”.

“Non guardi FluxTube?”.

“Non ci ho mai creduto”.

“Beh, lo sanno tutti, ormai. Abbiamo venduto i diritti del Natale. Non tutte le credenze religiose che sono collegate, ovviamente, solo i diritti ai festeggiamenti”.

“Gibbrwtzzzz… Bzzzzz. Sshtx”, protestò la vecchia signora.

“Cosa?”.

“bzfgheeeeee, scrtszzz”, aggiunse. E in quel momento la linea verde del monitor divenne piatta.

“Oh, porca puttana!”, imprecò Mike. Staccò rapidamente le luci di Natale, sollevò lo sportello trasparente e premette il grosso bottone rosso per far partire la procedura di emergenza. “Oh cazzo cazzo cazzo”.

Sandeep si guardava intorno senza sapere che fare: “Che facciamo? Che facciamo?”.

“Stai alla larga!”. Mike diede potenza al defibrillatore. “Vivi, porca puttana, vivi!”.

Il piccolo corpo fragile si inarcò in uno spasmo, come per inalare l’ultimo sorso d’aria, spendendo gli ultimi centesimi della sua incredibile voglia di vivere. Ma non visse. Linee piatte correvano parallele sui monitor appesi, solo tenui e sporadici bip rompevano il silenzio nella stanza.

Mike sapeva bene cosa questo significasse. Era finita, lui era fuori. Non aveva senso sperare in qualcosa: la casa, i pochi pezzi d’arredamento rimasti, anche la padella e le flebo erano di proprietà dell’HMO. Di nuovo in fila al deposito della stazione insieme a tutti gli altri. Di nuovo a fare i bisogni tra le macerie del lungomare.

Il comunicatore vecchio stile squillò. E squillò. Mike lo sollevò.

“Uhm… Pronto…”.

“Pronto, parla Xuan, impiegato HMO zero uno nove quattro barra BBAC”, il piccolo Cinese sullo schermo parlava in perfetto inglese. “Non stiamo ricevendo i segni vitali del cliente… McInerney. Per favore si identifichi e faccia rapporto sulle circostanze del suo… decesso”.

Mike si avvicinò allo schermo. “Mike Giuliano, infermiere nove-zero-david-sessantaquattro. Non c’è stato alcun… decesso, si tratta solo di un errore”.

“Un errore? Per favore chiarisca il termine. Abbiamo ricevuto un rapporto di linea piatta tipo 056A, quindi nient’altro”.

“È… è tutta colpa mia, le faccio le mie scuse, signore. Credo di aver sconnesso un sensore mentre stavo lavando miss Gloria, e per qualche motivo non sono riuscito a ripristinare la lettura del tracciato, dopo, quindi adesso sto riavviando la macchina”. Aveva perfettamente senso. Doveva averlo.

“Infermiere, le ricordo che nel nostro contratto è stabilito chiaramente che le interruzioni per più di…”.

“Conosco lo stramaledetto contratto… signore!”. Mike protestò, sentendosi veramente quasi offeso. “Conosco molto bene le condizioni, e le assicuro che avrei già rimesso tutto a posto adesso, se non fossi stato interrotto dalla sua chiamata. Tutto sarà ripristinato in meno di due minuti”.

“Richiamerò per verificare”.

“Lo faccia, signore”.

“Mr Giuliano…”, disse l’uomo prima che Mike riattaccasse, facendolo ripiombare in qualche buco nero del cyberspazio.

“Siamo fottuti”, si lamentò Mike, ripiombando sulla panca, le mani che strappavano i capelli.

Sandeep sembrava sul punto di piangere, il viso contratto in una smorfia, il labbro inferiore tremante. “Ci deve essere qualcosa che possiamo fare”, disse, quasi implorante.

Mike scosse la testa. Un minuto e quarantadue secondi alla fine del lavoro della sua vita. Un minuto e trentuno.

Un minuto e zero sette.

“Dov’è il maledetto gatto?”, chiese Mike.

“Sandeep, mi senti?”. Mike scuoteva Sandeep per le spalle.

“Non lo so, l’ho visto correre fuori, chi se ne frega del gatto, adesso”.

“Ascoltami, assicurati che il tuo comunicatore sia accesso e siediti al pannello di controllo, subito”. Sandeep tentò di protestare ma Mike stava forzando la porta scorrevole che dava sul vecchio posto di sicurezza, quindi scomparve attraverso la porta scorrevole del patio. La sua testa riapparve per un istante attraverso l’apertura.

“E intendo dire adesso!”, urlò Mike a Sandeep. Quindi sparì.

Quaranta secondi.

“Sandeep, stai copiando? Hai acceso il monitor a infrarossi?”.

“Sì, certo, ma non riesco a vedere molto al di fuori del perimetro della casa. Ascolta, non sono buono a fare questo, sono un infermiere, non un…”.

“Voglio la posizione del gatto. Ora”.

“Ok, ok, calmati adesso, fami vedere, vedo te e le macchine laggiù, ma nient’altro in casa. Aspetta, c’è un puntino verde nella zona del garage, potrebbe essere il gatto, credo, o qualche altro mostriciattolo”.

Mike stava già correndo attraverso la casa, nella direzione opposta rispetto a quella da cui era arrivato qualche minuto prima. Trentadue secondi rimasti, e Mike rientrò correndo dalla porta principale, sanguinando copiosamente dal naso. Nelle sue mani, su cui spiccava una rete di segni rosso sangue nuovi di zecca, si dibatteva una creatura simile a un diavolo della Tasmania peloso. Le zampe del gatto urtarono un vassoio e le attrezzature mediche caddero sul pavimento. Sandeep guardava, attonito.

“Sandeep, lo dirò solo una volta: togli i sensori dal corpo della vecchia”.

“Cosa?”.

“Stacca tutti gli elettrodi. Fallo adesso!”.

Diciassette secondi, Gloria McInerney, il suo corpo congelato nell’ultimo spasmo, occhi e bocca spalancati, giaceva contorta sul pavimento, nuda, magra e scura come le radici di un vecchio albero. Mike aveva assicurato il gatto al letto con una cinghia e aveva usato il nastro chirurgico per legare le zampe mortifere al corpo.

“Non funzionerà!”, urlò Sandeep.

“Avremo un battito cardiaco, merda, avremmo dovuto radere questo animale, un battito cardiaco e un tracciato cerebrale”, rispose Mike freneticamente piantando gli elettrodi sulla creatura miagolante. “Diremo loro che il sistema si sta riprendendo lentamente, o qualcosa del genere”.

“E poi cosa? Cosa faremo?”.

“Affronteremo il problema quando si presenterà. E ora che diavolo succede?”. Il vecchio monitor per il cuore bippava al ritmo di musica acid house.

“Quanto è veloce il battito cardiaco di un gatto?”, chiese Sandeep.

“Come faccio a saperlo? Ti sembro forse un veterinario?”, rispose Mike, il naso gonfio e arrossato.

Il comunicatore squillò. Mike puntò lo schermo verso l’entrata e corse intorno al letto per piazzarsi di fronte.

“Sì?”.

“Infermiere Giuliano, parla Xuan, HMO zero uno nove quattro barra BBAC. Stiamo ripetendo il controllo e verificando i valori fuori scala…”.

“Lo so, abbiamo un’emergenza”.

“Capisco”, disse l’operatore, con un tono che esprimeva chiaramente che non capiva assolutamente nulla.

“Tutti i tracciati sono sbagliati, signor Giuliano”.

“Beh, non sono un tecnico informatico. Sono un infermiere diplomato, giusto? Non è colpa mia se le vostre costose attrezzature non si stanno comportando bene. Vuole che dia uno schiaffo al monitor, per caso?”.

“Signor infermiere, per favore, segua la procedura e non danneggi le attrezzature”.

“Era solo un modo di dire. Cosa volete che faccia?”.

“Perché non riceviamo un feedback totale sui dati?”.

“Ascolti, miss Gloria sta avendo un attacco di cuore, nulla di particolarmente serio, e ancora non sono stato in grado di ripristinare integralmente il sistema”.

“Mr Giuliano, le devo notificare che…”.

Mike riattaccò. “Dobbiamo rallentarlo. E di molto. Sandeep, apri l’armadietto dei medicinali, presto”, disse Mike. “Qualcosa per rallentare il battito cardiaco, una dose minima di digitale, barbiturici, sonniferi, qualsiasi merda riesci a trovare”.

Mike continuava a tenere fermo il gatto, stando attento a non soffocarlo. La creatura mostrava i denti in un inutile sibilo. “Hai ancora uno spirito combattente. Ne faremo buon uso”.

“Che ne dici di questo?”. Con la mano libera Mike afferrò la scatola che Sandeep gli aveva lanciato attraverso il letto. “Mike, cerca di capire che questa cosa è completamente folle e probabilmente anche altamente illegale”.

“Che scelta abbiamo? Vuoi che oggi sia il tuo ultimo giorno di lavoro? Sì, questo potrebbe andare. Potrebbe avere qualche effetto allucinogeno, il povero gattino si farà solo un cattivo trip”. Aprì la scatola con i denti e tirò fuori una siringa monodose, gettando il resto sul letto un tempo occupato dalla proprietaria della casa.

“Sono stato appena trasferito, Mike, mi manderanno da qualche altra parte”.

“Beh, io non voglio andare da qualche altra parte, sono attaccato a questo posto con le unghie e con i denti, non me lo lascerò sfuggire adesso”.

Mike iniettò il mix lentamente, una goccia per volta, tenendo d’occhio il monitor e osservando il battito cardiaco del gatto che rallentava sullo schermo. Aprì gentilmente l’occhio sinistro del gatto con pollice e indice, controllando la dilatazione della pupilla.

“Roba buona ma abbastanza forte”, disse il gatto, schioccando le labbra, “e con un chiaro retrogusto di liquirizia”.

“Cosa?”, disse Mike.

“Ho una famiglia, Mike”, aggiunse il gatto. No, non poteva essere vero. Le ginocchia di Mike si fecero di gomma, e si accorse con una certa sorpresa che avrebbe potuto piegarle all’indietro. Sarebbe stato un esperimento interessante, ma mai tanto interessante quanto l’uomo che lo stava osservando, con un ago ancora in mano. L’intera stanza prese a sciogliersi, le voci nella sua testa rallentavano come un vecchio mangianastri con le batterie mezze scariche.

“Scusa Mike, ho dovuto farlo”. La voce dell’uomo sembrava un fagotto. Mike assentì a ritmo di musica, il movimento della sua testa scavava un fosso morbido sul pavimento. Pensò di affondare lì stesso, in quella morbidezza profonda. Si muovevano cose intorno a lui, un paio di enormi scarpe da tennis usurate attaccate a gambe grosse come tronchi, un corpo allungato con una testa incredibilmente piccola in cima. La testa somigliava a Sandeep, o forse a una mongolfiera meteo a otto miglia, nella stratosfera, sulla quale qualcuno aveva dipinto la faccia di Sandeep. Mike agitò una mano nella direzione del suo collega, la mano urtò contro il letto. C’erano valli e montagne su quel pavimento, mentre la sua mano si ritrovò a fare un giro di perlustrazione, dando la caccia ai gomitoli di polvere con un vecchio bisturi. Ci furono click e bip, quindi voci dall’alto.

“Mister Xuan, parla Sandeep Dutta, sì, sì, è stato reso inoffensivo…”.

I muri color crema della vecchia stanza da letto si ripiegarono su sé stessi, strofinandosi sensualmente l’uno contro l’altro. Il monitor miagolava ritmicamente, un ripetitivo, lento battito cardiaco felino. Mike era sul pavimento, raggomitolato in posizione fetale, speculare rispetto a miss Gloria, che poteva vedere sul pavimento dall’altra parte del letto, gli occhi ancora spalancati per la sorpresa, o forse per il disgusto di una trattamento così poco dignitoso.

“Saranno qui presto”, gracchiò lei, muovendo appena le labbra come se ruminasse.

“Sì, è tutto finito, è tutto finito”.

“Finché c’è vita c’è speranza”, ammonì lei, “e guardami, adesso, sono tutta pelle e ossa, non ne ho molta da dartene”.

“Questo è vero”.

“Alzati, idiota”, ordinò miss Gloria.

“Ho bisogno di caffè, prima”, si lamentò Mike, stropicciandosi gli occhi con la mano libera. Sentì che del caffè veniva versato nel suo orecchio, ed era buono, la sua testa si riempiva lentamente di liquido chiaro, freddo, salato ma buono. Mike si voltò e vide che la flebo gli stava sgocciolando sulla faccia. C’erano delle scarpe da tennis, adesso, dall’altra parte del letto. Un lenzuolo venne pietosamente steso su miss Gloria. Mike guardava la sua mano destra, la lama del bisturi che impugnava era arrugginita ma ancora affilata. C’erano oggetti sparsi sul pavimento, probabilmente la mensola che aveva capovolto durante la colluttazione con il gatto selvaggio. La stanza stava riacquistando un aspetto e un tocco solido, ma Mike era ancora sul pavimento. Respirò a fondo, sperò che qualunque fosse la droga che gli stava ancora scorrendo dentro lo avrebbe aiutato a sopportare il dolore.

Non fu così. Conficcò la lama nella sua tempia destra, disegnando una forma a L, come aveva visto fare sul tavolo operatorio. I contorni erano facili da visualizzare anche senza guardare. Li aveva sentiti sotto le sue dita per gli ultimi quindici anni o giù di lì. La lama toccò qualcosa di duro. Mike lasciò cadere il coltello sul pavimento, e sfiorò il piccolo quadrato di silicio che adesso fuoriusciva leggermente dalla sua carne. Sentì un rivolo di liquido caldo scendere giù per la tempia. Le viscere gli si contrassero, così si morse più forte, assaporando il suo sangue. Guardò il chip, aveva delle sporgenze, come dei tentacoli, ancora si muovevano, no, doveva essere la droga, decise, lasciandolo cadere nella tasca del suo camice.

“Aiutami ad alzarmi, Sandeep”, gemette, “forza amico, per favore”.

Sandeep girò intorno al letto. “Che cos’è tutto quel sangue?”.

“Ho battuto la testa cadendo. Mi sento male, amico, aiutami per favore”.

“Stanno arrivando, Mike, la cosa non dipende più da me, mi spiace”.

“Ho capito, lo so, sono stato un idiota, OK? Non ce l’ho con te, ma adesso aiutami ad arrivare al bagno. Non lasciarmi ad aspettare qua nel mio vomito. Indovina a chi toccherebbe pulire, dopo”.

Sandeep fece un passo indietro, poi scosse la testa e tese a Mike la mano. Mike si alzò, abbracciando rapidamente il suo collega. Camminarono attraverso la stanza, lentamente, Mike respirava a fondo quasi a ogni passo.

“Devo vomitare”, annunciò Mike, a tre passi dalla meta. “Non preoccuparti, credo di potercela fare da solo”.

Sandeep assentì, e Mike sparì nella stanza da bagno.

Il bagno di miss Gloria era un paradiso di porcellana e di acqua corrente, qualcosa di cui Mike non avrebbe mai più goduto. La sua mano accarezzò leggermente la curva color corallo del lavandino a forma di conchiglia. Quindi fece scorrere l’acqua e mise in scena la sua migliore interpretazione di un conato.

“Tutto OK lì dentro?”, chiese Sandeep.

“Sì, certo, ho solo bisogno di prendere un po’ d’aria per un minuto”, rispose Mike, lavandosi la ferita e premendo un asciugamani contro la testa, “quella roba era cattiva, amico, cos’era?”.

“Era…”.

Si udirono rumori dal portone di ingresso della casa. Mike si sporse verso la porta del bagno, chiudendola a chiave.

“Arrivano”, annunciò Sandeep.

Mike udì i suoi passi che si allontanavano dal bagno. Respirò a fondo, guardò verso la finestra del bagno. Tanto tempo prima aveva rimpiazzato un vetro rotto con del cartone.

“Mister Giuliano, lei è in arresto”, disse qualcuno.

“No, io sono mister Dutta, mister Giuliano è…”.

“Mister Giuliano, non cerchi di opporre resistenza all’arresto”.

“Voi non capite, io sono…”. Il resto della frase di Sandeep si perse in quello che sembrava un urlo senza fine, interrotto solo dal rumore delle convulsioni di un corpo sul pavimento.

“Sandeep, sei felice di vedermi o è solo il mio biochip nella tua tasca?”, mormorò Mike tra sé e sé.

Era ora di andare. Con attenzione, aiutandosi con le mattonelle lisce, salì sul bordo della vasca da bagno, spinse fuori il pannello di cartone e si contorse attraverso la finestra, cercando di girarsi per mettersi seduto sul davanzale. Mike ebbe un attimo di sbandamento, e si appoggiò piano contro il muro. Doveva mettere fuori prima un piede e poi l’altro, quindi scivolare lentamente nel cortile. Sei piedi, al massimo, ma nelle sue attuali condizioni sembrava un esercizio da atleta professionista, e lui aveva intenzione di pianificare ogni singolo movimento. Aveva un piede fuori quando la porta del bagno si aprì e il poliziotto cinese entrò, puntando immediatamente il suo taser mortale, nero e tozzo.

“Ehi tu!”, urlò. Mike si diede una spinta con le mani contro il muro esterno e cadde all’indietro su una montagna di vecchie scatole e attrezzi da giardinaggio. Si fece male, molto, ma il dolore lo risvegliò completamente. Mike vide brevemente l’occhio dell’agente che appariva dalla finestra, quindi lo sentì gridare qualcosa in cinese. Doveva muoversi, e muoversi in fretta. Si sarebbe preoccupato dopo del dolore e del sangue. Udì dei passi che attraversavano la casa e corse nella direzione opposta, senza pensare, muovendosi sulla base del puro istinto, scomparendo dietro l’edera troppo cresciuta per aprire la porta sul retro del garage. C’era già stato, meno di un’ora prima, mentre cercava di bloccare il gatto. Quando vide la vecchia bicicletta seppe per quale motivo i suoi piedi lo avevano portato fin lì.

Si era preso cura della vecchia bici da corsa per anni, aveva perfino gonfiato le ruote di tanto in tanto, ci si era seduto sopra durante le pause di lavoro, aveva fatto girare le ruote per sentire il familiare rumore metallico della catena. Gli ricordava sempre i vecchi tempi felici. Ma non aveva mai osato portarla fuori per fare un giro. Non che temesse di usare i beni, già dilapidati, del suo datore di lavoro. Era qualcosa di più profondo, aveva deciso, c’erano ricordi che era meglio tenere sigillati nel regno del tempo che fu, e che non sarebbe mai più tornato.

La voce degli agenti interruppe i suoi sogni a occhi aperti. Stavano cercando di aprire la porta principale del garage, probabilmente non si erano accorti dell’entrata laterale. Tirò giù la bici, con attenzione. Le ruote erano ancora a posto dall’ultima volta che ci aveva giocato. Sperò solo che non crollasse in un cumulo di ferraglia arrugginita sotto il suo peso. Montò in sella. La sella era usurata, o forse lo erano le sue natiche, ma non era poi così male. Quindi accese l’interruttore, e la porta del garage si aprì di fronte ai poliziotti stupiti. Più velocemente di quanto i loro occhi potessero abituarsi all’oscurità, pedalò fuori. Udì delle voci, quindi un fischio. Mike volò attraverso il cancello di sicurezza che gli agenti avevano lasciato spalancato, toccò l’asfalto. Era meraviglioso essere di nuovo in sella.

Con un ronzio familiare gli agenti accesero i loro giro-scooter a due ruote per dare inizio alla caccia, e le stelle sulle luci rosse divennero una scia gialla indistinta. Erano a circa duecento metri da lui, e Mike doveva essere certo di non seguire una traiettoria retta per non dar loro modo di colpirlo con un taser o, peggio ancora, un vero proiettile. Superò la prima svolta a destra, avvicinandosi alla fine del vialetto privato che portava fuori dalla tenuta di McInerney. Il vialetto incrociava a T la strada principale che saliva dal lungomare, quella dalla quale lui e Sandeep erano saliti prima. Aveva meno di un secondo per prendere una decisione – scendere verso la folla e forse verso altri agenti della Forza Centrale o girare verso le montagne e salire pedalando. Mike non frenò neanche, respirò a fondo quindi puntò verso le colline. Schiacciava sui pedali, sentiva la bici gemere sotto di lui, ma lentamente prese il ritmo. Ricordava bene i movimenti, andava su e giù per quelle colline trent’anni prima, per tenersi in forma. Allora i problemi erano l’eccesso di calorie piuttosto che l’ammontare di polvere di gesso nella razione quotidiana di tofu. La rete di strette, ripide stradine di collina era ancora stampata nella sua mente. Erano state costruite per una civiltà pre-meccanica, erano state invase dalle macchine per oltre un secolo, quindi nuovamente abbandonate al raro traffico pedonale. Mike cercò un compromesso con le buche nell’asfalto, aumentò il ritmo su una discesa da montagne russe, quindi riprese a pedalare. Sentiva di nuovo una sensazione di sbandamento, ma non era la droga stavolta, era qualcos’altro. Una sensazione bruciante sul fondo della laringe, un colpo al cuore, la sua testa che si ricongiungeva al concerto di tamburi giapponesi che suonava nel suo torace.

“Non abbandonarmi adesso”, sputò fuori, ansimando per respirare. Sentì il gemito prolungato dei giro-scooter. Stavano guadagnando terreno. Non poteva fermarsi adesso, non sarebbe mai riuscito a ripartire su una salita così ripida. Si costrinse a rilassare le spalle e a focalizzare sul ritmo, contando nella sua testa, uno, due, uno, due. Più piano, aveva coscientemente rallentato per portarsi a una velocità che poteva mantenere. Mike sperava che il suo corpo avesse memoria, o almeno che la sua testa ricordasse ancora come si fa a dare ordini.

Cancellò l’immagine degli agenti che gli stavano alle calcagna, quindi si concentrò su sensazioni vecchie ma familiari, sentendo che il suo corpo ricominciava a lavorare come doveva, sforzandosi di mantenere un respiro regolare, ignorando le gambe che bruciavano. Il volume dei gemiti dei motori elettrici si abbassò fino a divenire un basso ronzio. Le loro macchine avevano problemi più grossi dei suoi. Mike si concesse di guardare alla sua sinistra oltre la strada. Non aveva potuto godere di questa vista per lungo tempo. Le ciminiere delle raffinerie appena giù a sud, l’oceano grigio che erodeva incessantemente la riva. Lungo la diga, si faceva strada lentamente un treno di rifornimenti della HMO, che pompava nutrimento sintetico nelle vene della città morente. Perfino da quella distanza poteva vedere i caratteri Han e il lungo logo color blu pallido scritto lungo i vagoni: Huang Management Organization. Guardò verso la sommità della collina. Era ancora lontana.

Si chiese cosa ci fosse dall’altra parte. Aveva sentito di gente che viveva dall’altra parte, nella vallata cotta da sole, verso l’antica riserva, gente che coltivava il proprio cibo, e forse qualcosa in più. Hippy ed emarginati, gente senza HMO. Gente come lui.

Mantenne un ritmo sostenuto, si sentiva leggero, molto leggero adesso. Nessuno gli dava più la caccia. Dubitava che gli avrebbero mandato dietro un elicottero. Il carburante costava, e che importanza poteva avere lui adesso? Era definitivamente fuori dal sistema. Non c’erano più case o macerie di case, solo le sporadiche carcasse di vecchi veicoli arrugginiti abbandonate sul ciglio della strada. Proprio dietro una di queste Mike la vide. Era la donna che aveva visto giù in città, quella che aveva aiutato la stessa mattina. Era nascosta, il suo veicolo a tre ruote all’ombra della carcassa di un vecchio SUV. Come avesse fatto ad arrivare così in alto col suo pesante trabiccolo, Mike non riusciva a immaginarlo. Una ruota era ancora una volta fuori dal semiasse. Sollevò una mano, e Mike lesse sul suo viso che l’aveva riconosciuto, poi sorrise. Mike si fermò, mise un piede per terra. Lei era vicina, così vicina. I loro occhi danzarono insieme, le loro labbra quasi si sfiorarono. Quindi lei lo schiaffeggiò, ripetutamente.

Mike aprì gli occhi e vide uno degli agenti sopra di lui, ancora sentiva il bruciore sulla guancia. Il suo cuore ballava a un ritmo irregolare, forsennato. Era sdraiato sul lato della strada verso la montagna, la bici per terra, una ruota che ancora girava lentamente.

L’agente non sorrise, gli occhi impenetrabili dietro le lenti a specchio. Tirò fuori una cinepresa montata sull’elmetto, e un LED rosso segnalò che aveva avviato la ripresa e la trasmissione. Con tono piatto e meccanico, l’ufficiale iniziò a recitare una lista di codici e articoli, infrazioni e reati, dalla resistenza all’arresto all’aver provocato dolosamente un decesso, distruzione di proprietà, crudeltà verso gli animali. Mike ascoltava a metà, impegnato a respirare faticosamente. Quindi l’agente schiacciò un pulsante, e una strisciata di carta venne fuori da un’unità portatile.

“Prego, accetti la sua condanna”, disse l’agente, porgendo la strisciata a Mike. Elencava le accuse e la parola “morte” era scritta a chiare lettere in fondo.

“E se non fossi d’accordo?”, ansimò Mike.

L’agente scrollò le spalle e puntò il manganello nero verso la fronte di Mike, due piccoli elettrodi che premevano contro i suoi lobi temporali.

“Vuole registrare le sue ultime parole?”.

“Buon Natale”, disse Mike.

“Non può dirlo, a dire il vero”, disse l’agente aggrottando le sopracciglia.

“Stavo parlando con lei”, disse Mike, puntando il dito alle spalle dell’ufficiale.

“Fermo o sparo!”, urlò la donna, una pistola spaziale giocattolo nelle mani. L’agente si girò a guardare, solo un secondo. Mike ne approfittò, puntò il manganello nero verso l’agente, che reagì fino a quando quello non venne a contatto con la sua gamba.

Mike guardò il poliziotto. Respirava ancora, e Mike si accertò che le sue funzioni vitali fossero a posto. La donna lo afferrò per un braccio.

“Dobbiamo andare adesso!”, lo incitò, “noi possiamo aiutarti, possiamo nasconderti, ma dobbiamo andare!”.

Mike annuì. Si accovacciò per un momento a fianco dell’agente, e gli mise in mano a forza la sua tessera di riconoscimento.

“Buon Natale, Mr Yao”, disse, prima di allontanarsi insieme alla donna.