So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

Henning Mankell R.I.P. (1948-2015)

MankellSi è spento oggi, a soli 67 anni, Henning Mankell, uno dei padri del giallo svedese.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo, anni fa, quando aveva deciso di chiudere la serie del Commissario Wallander con un ultimo volume, Piramide, una raccolta di racconti nei quali rivelava gli esordi del suo protagonista più celebre. In quella occasione abbiamo parlato di tante cose, non solo di letteratura di genere. Rilette a dieci anni di distanza, certe affermazioni restituiscono l’idea di un uomo che già allora aveva capito in che direzione stessimo andando.

L’intervista è di gennaio 2006. L’immagine sopra è tratta da qua.

AB – Raccontami di te.
HM – Non parlo volentieri della mia infanzia. (La madre ha abbandonato la famiglia quando Mankell era molto piccolo, n.d.r.). Mi piace però ricordare la mia giovinezza. Ho vissuto a Parigi per qualche anno: mi sono trasferito lì quando avevo solo 15 anni. Non so cosa facevo. Ero molto giovane ma già sapevo di voler fare lo scrittore. A quel tempo chiunque pensasse di voler fare lo scrittore andava a Parigi. Così come un tempo chiunque volesse fare il pittore doveva andare a Roma: era una tradizione. Così andai a Parigi con duecento corone in tasca… Non so come sono sopravvissuto. Facevo i tipici lavori da immigrante, malpagati, ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Credo che la cosa più importante di quegli anni sia stata che ho imparato a prendermi cura di me stesso. È stata una buona scuola, essere da solo all’estero così giovane. Ho scritto il mio primo libro a 22 anni, nel 1970. Ho sempre scritto opere teatrali e ho anche lavorato come direttore di teatro. Tuttora trascorro buona parte dell’anno in Mozambico, dove dirigo il teatro di Maputo.

AB – Da dove viene l’idea di Kurt Wallander?
HM – Credo che uno dei più antiche tradizioni letterarie sia quella di usare lo “specchio” del crimine per parlare della società. Quando mi domandano da dove traggo ispirazione, normalmente rispondo che mi rifaccio all’antica tragedia greca: commedie scritte oltre duemila anni fa che parlano di crimine. Qual è la storia di Medea? È la storia di una donna che uccide per gelosia. Un altro esempio di crime literature è Shakespeare. Voglio dire che la crime fiction ha una tradizione letteraria molto antica, anche se qualcuno stupidamente ritiene che sia stata creata 150 anni fa da Edgar Allan Poe. È una tradizione risalente nel tempo, e io cerco di inserirmi in questo filone, usando la storia criminale per raccontare le contraddizioni. Perché il crimine nasce dalla contraddizione e la letteratura di genere serve a descrivere ciò che sta accadendo nella società.

AB – E cosa sta accadendo nella società?
HM – I cambiamenti in Europa – il blocco dell’Est che si è avvicinato ai paesi occidentali – hanno portato un nuovo tipo di criminalità. Anche questo è un mondo che si presta bene a essere rappresentato attraverso romanzi criminali.

AB – A parte le ovvietà, qual è la differenza principale tra Europa e Africa? Non parlo del clima, ma della gente, delle emozioni.
HM – Per molti anni ho cercato le differenze, ma l’unica cosa che ho trovato sono le somiglianze. Siamo davvero tutti uguali, sotto la pelle di diverso colore. Reagiamo esattamente allo stesso modo di fronte alle cose. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di visitare un piccolo e sperduto villaggio del Mozambico dove la gente non aveva mai visto la televisione. Abbiamo portato lì un televisore e abbiamo mostrato loro la videocassetta di un film di Charlot e la gente ha iniziato a ridere immediatamente. Non sapevano cosa fosse un film né chi fosse Charlie Chaplin, ma davanti alle immagini ebbero le stesse reazioni che abbiamo noi.
Le relazioni tra Africa e Europa oggi non sono buone: ciò che sta accadendo a Lampedusa oggi (gli sbarchi di clandestini e il problema dei campi di prima accoglienza, n.d.r.) ne è un esempio. Ma dobbiamo ricordare che la relazione tra i due continenti, in una prospettiva di lunghissimo periodo, è stata molto buona; è solo negli ultimi quattrocento anni che il colonialismo ha rovinato tutto.
Spero che in futuro torneremo alle buone relazioni che avevamo un tempo. E credo che sarebbe un’ottima cosa costruire un ponte tra Gibilterra e il nord Africa. Se, fra centocinquanta anni, potessi tornare indietro per trenta secondi e dare un’occhiata intorno, davvero vorrei vedere che le relazioni sono tornate buone. Dobbiamo ricordare che uno dei tre re Magi era un nero. Dobbiamo anche ricordare che la razza umana viene dall’Africa, che vuol dire che tutti noi abbiamo antenati di colore. Tendiamo un po’ troppo spesso a dimenticare queste cose.

AB – Piramide, edito da Marsilio, è l’ultimo romanzo di Kurt Wallander. Perché hai smesso di scrivere su Wallander?
HM – Era importante per me fermarmi in tempo. Non volevo correre il rischio di scrivere per routine. In realtà il protagonista è rimasto in famiglia, perché ora è sua figlia Linda. È stato molto divertente perché il primo libro con Linda ha venduto più di quelli con il padre, quindi pare che la gente abbia accolto bene il cambiamento.

AB – Wallander spesso ha problemi con i giovani, a partire dal rapporto con sua figlia, che è molto freddo e problematico.
HM – Molti adulti hanno problemi a ricordarsi com’è essere giovani. Io cerco di essere sempre a contatto con i giovani, visito spesso le scuole, cerco di capire cosa pensano, cosa si aspettano dal mondo. Spesso scopro, ad esempio, che i giovani sono molto più interessati alla politica degli adulti.

AB – Wallander e Mankell: cos’hanno in comune?
HM – Tre cose: amano l’opera; hanno la stessa età; lavorano moltissimo. Per il resto, sono completamente diversi.

AB – È importante che i libri siano credibili?
HM – Sì.

AB – Come ti documenti?
HM – Faccio ricerca, se necessario. Ci sono due obiettivi del fare ricerca: il primo è quello di descrivere correttamente come sono le cose; e il secondo è sapere esattamente come sono le cose e poi cambiarle. Così la gente non può dire se qualcosa è accaduto o meno realmente; ciò che voglio che dicano, in realtà, è che una cosa potrebbe essere davvero accaduta. Quindi io faccio ricerca per essere preciso e per non esserlo.

AB – Che tipo di lettore sei?
HM – Leggo molto poco i gialli: solo Ian Rankin, John LeCarrè… Di solito leggo i classici. Al momento sto rileggendo Elsa Morante: La storia, L’isola di Arturo

AB – Come ti rilassi?
HM – Leggo, sto con gli amici, cammino moltissimo…

AB – Come ti relazioni con le nuove tecnologie?
HM – Sono stato uno dei primi a usare il computer e adesso so anche mandare le mail… Mi trovo abbastanza bene, direi.

AB – Progetti per il futuro?
HM – Da poco ho terminato un nuovo lavoro che si chiama Lampedusa, a proposito di ciò che sta accadendo lì, nel centro di detenzione che sta esplodendo per la pressione gli immigrati. Sono stato a Lampedusa e ho constatato con i miei occhi questa tragedia silenziosa.
Inoltre sto preparando un nuovo libro. È basata sulla storia vera, accaduta in Europa circa centocinquanta anni fa, di un uomo accusato di aver falsificato un manoscritto.

AB – C’è un messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?
HM – Sempre. Ma è diverso da libro a libro.

AB – C’è un filo conduttore nelle tue opere?
HM – È la solidarietà. L’idea è che la solidarietà fra le persone, prima ancora che tra i governi, possa salvare il mondo.

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piramideHenning Mankell
Piramide
Traduzione di Giorgio Puleo
Marsilio, 2006

Cinque casi di omicidio, ambientati tra il 1979 e il 1989, che vedono un Kurt Wallander alle prime armi. Da quando, agente poco più che ventenne, risolve il suo primo caso, a quando s’impadronisce del mestiere e si capisce che sarà un ottimo poliziotto, fino a diventare commissario capo del distretto di Ystad. Henning Mankell fa luce su alcuni aspetti della vita e della personalità del suo protagonista finora taciuti, inclusa la sua vita prima di conoscere Mona, di cui si innamorerà e che sposerà.
In questo prologo-epilogo Mankell trova finalmente anche il “sottotitolo” a lungo cercato per l’intera serie: I romanzi dell’inquietudine europea, ovvero dell’inquietudine del nostro tempo. I delitti senza logica, le divisioni e tensioni nella società, il disgregamento dei valori su cui un tempo si fondava, e lo stesso Wallander con la sua vita privata così instabile riflettono il nostro tempo, con le sue paure e insicurezze, la violenza che lo attraversa, e lo smarrimento che tutto ciò crea. Una fotografia in cui milioni di lettori di tutto il mondo si sono riconosciuti.

Henning Mankell è nato in Svezia nel 1948 e ha raggiunto il successo internazionale con la serie del commissario Wallander, nove episodi, tutti editi da Marsilio. Una serie tradotta in 35 lingue, che ha venduto a oggi più di 24 milioni di copie nel mondo. Vive tra la Svezia e l’Africa, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, tra cui Comédia infantil (Marsilio 2001) e Il figlio del vento (Marsilio 2002). Dalle sue battaglie per l’Africa è nato il libro Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids (Marsilio 2005).

“Siamo tutti sull’orlo di un abisso”: R.I.P. Ruth Rendell

ruth rendellÈ morta oggi, dopo mesi di ricovero, Ruth Barbara Rendell. Lady Rendell of Babergh (questo il titolo che  le era stato conferito nel 1997), inglese, classe 1930, ha iniziato come giornalista; nel 1964 la pubblicazione del primo romanzo e l’avvio della fortunata carriera di scrittrice. Una serie di gialli ha come protagonista l’ispettore Wexford, molti altri sono “non seriali” e, tra questi, quelli scritti con lo pseudonimo di Barbara Vine. Dei suoi lavori sono state fatte trasposizioni per il grande schermo da Almodovar, Claude Miller e Chabrol.
Il suo ultimo romanzo è The Girl Next Door.

Dieci anni fa, circa, l’ho intervistata.

AB – Signora Rendell, c’è una leggenda che circola, sugli inizi della sua carriera. La leggenda narra che, dovendo scrivere un articolo su un public speech tenuto da un politico, una giovane giornalista, per non “sforare” con i tempi, inviò il suo pezzo alla redazione basandosi sulla copia del discorso che aveva avuto in anteprima. L’articolo uscì l’indomani sul giornale, ma l’oratore era morto a metà del suo discorso… questo significò la fine della carriera di quella giornalista, che subito dopo divenne scrittrice.
RR – È falsa. Assolutamente no. Qualcuno ha inventato questa storia, ma non è vera.

AB – Bene, abbiamo sfatato questo mito. Parliamo però della scrittrice. Numerosi i romanzi gialli pubblicati finora. Da dove prende l’ispirazione? Dai giornali o…?
RR – No, non dai giornali. L’ispirazione nasce da ciò che la gente mi dice, senza sapere che mi sta dando lo spunto per un libro. Non una cosa del tipo “Ho avuto un’idea per un libro”, no davvero. Semplicemente, un conoscente mi racconta un episodio accaduto a lui o a qualcuno che gli è vicino, e io inizio a pensarci su, ci rimugino, lo modifico, mi domando: come posso utilizzarlo?
Oppure prendo spunto da un luogo – una casa, magari. Le case mi interessano molto, diversi miei lavori sono ispirati da un’ambientazione particolare. Per esempio The Rottweiler (La bottega dei delitti), è stato ispirato da un negozio di antiquariato che si trova in una strada vicino a dove abito. È iniziato tutto da lì. I personaggi, le altre persone che abitano nella palazzina, si sono sviluppati man mano che scrivevo.

AB – Lei ha scritto anche con uno pseudonimo, Barbara Vine. Come mai?
RR – Beh, è un tipo di libri differente. Avevo già un certo successo con i miei libri, e mi è venuta l’idea per scrivere qualcosa di diverso dal mio genere. Quando finalmente l’ho scritto, ho preso il cognome da ragazza di una delle mie bisnonne e il mio secondo nome, e l’ho pubblicato con uno pseudonimo. E al pubblico è piaciuto, anche se non sapevano che l’avevo scritto io.

AB – L’ispettore Wexford, presente in molti suoi romanzi, è stato trasformato nel protagonista di una serie televisiva (The Ruth Rendell Mysteries per ITV, Independent Television Company). Che effetto le ha fatto la trasposizione sul piccolo schermo?
RR – ITV ha fatto diverse serie, tratte da altri libri, e quelle non mi sono piaciute. L’adattamento televisivo ha reso necessario che un romanzo fosse condensato, o un racconto “stiracchiato”, in un unico episodio, e non ha funzionato, peccato. Ma la serie di Wexford, con George Baker, quella sì, mi è piaciuta. Baker era “molto” Wexford, la serie era molto buona.

AB – E i film? Come le è sembrato l’adattamento sul grande schermo?
RR – Oh, c’è stato Live Flesh (Carne tremula), di Almodóvar, e due Chabrol, La cérémonie e La demoiselle d’honneur, e uno di Claude Miller, Betty Fisher et autres histoires. Erano buoni film, davvero. È strano, perché un sacco di film sono fatti da inglesi o americani, ma sono pessimi, spariscono subito; i film migliori sono stati fatti da francesi e spagnoli, non da inglesi.

AB – Di solito si parla delle British Queens of Crime: Agatha Christie, P.D. James, e lei. Qual è la differenza? Cos’è che rende i suoi libri diversi e attrae i suoi lettori?
RR – Oh, ma non sono io che devo dirlo… io non lo so, e anche se lo sapessi non lo direi… (ride)

AB – Io un’idea ce l’ho: secondo me, nei suoi libri l’aspetto psicologico è predominante.
RR – Maggiore introspezione psicologica? Analisi psicologica? Sì, sì, forse. Ma devi dirlo tu, non posso dirlo io. (ride)

AB – Nei suoi libri, gli individui hanno spesso dei comportamenti anormali. Pensa davvero che nella nostra società ci sia tutta questa devianza, questa anormalità?
RR – Sì, lo penso. La maggior parte delle persone sono abbastanza normali, sono soddisfatte e contente della loro vita. Ma tutti hanno qualcosa di particolare, di eccentrico, di anomalo. Qualche compulsione, o ossessione, o qualcosa che fanno, qualcosa di strano. E questo è quello che mi interessa. Ma non penso che tutti siano mentalmente disturbati, questo no.

AB – Molti scrittori contemporanei introducono nei loro libri descrizioni violente e dettagli macabri…
RR – (mi interrompe) Io no.

AB – No, lei no, infatti nei suoi libri il crimine è descritto meglio attraverso la suspense e l’idea che qualcosa di malvagio, di cattivo sta per accadere. C’è questo senso del pericolo che incombe. È una scelta?
RR – Sì, per me la suspense è molto interessante, più delle interiora sanguinolente. Anzi, ho deciso di non scrivere più di omicidi che avvengono con le armi da fuoco perché commetto degli errori. Anche se ho un libro che parla di pistole, e a volte chiedo consiglio sull’argomento, spesso mi sbaglio nei dettagli, semplicemente perché non mi interessa. Il mio unico tentativo di tiro al piattello è stato un totale fallimento. Non mi piacciono le armi: anche se sono una persona molto aggressiva, e mi tengo in forma, non riesco a maneggiarle, e quando sparo non riesco a reggere il contraccolpo. Le armi sono semplicemente orribili. E non mi interessa descrivere ciò che accade quando una persona viene pugnalata. Qualcun altro lo farà, non io.

AB – Il suo primo libro, From Doon with Death (Con la morte nel cuore, in precedenza pubblicato come Lettere mortali, Giallo Mondadori 1664), è stato pubblicato nel 1964. Molte cose sono cambiata nel mondo, da allora. Trova che questi cambiamenti abbiano influenzato il suo modo di scrivere?
RR – Oh, certo, e si vede nei miei libri. C’è un’enorme differenza, tra il primo e l’ultimo libro di Wexford, nelle condizioni sociali ed economiche inglesi, nella società… l’intera vita è cambiata. Ed è esattamente quello che volevo, scrivere dei libri che fossero un ritratto del modo di vivere inglese del ventesimo secolo, prima, e del ventunesimo, ora.

AB – In una vecchia intervista, di circa trent’anni fa, lei parlava del “senso dell’abisso”. Prova ancora questa sensazione?
RR – Oh, sì. Quello che volevo dire è che tutti noi siamo appesi a un filo. Per fortuna la maggior parte delle persone non lo sa, o non ci pensa. Questa è una delle cose che distingue il nevrotico, o lo psicotico, dalla persona normale. Il fatto è che proprio ora, nello stesso momento in cui stiamo parlando, uno dei nostri cari potrebbe essere ucciso in un incidente. Lo sappiamo, perché queste sono cose che capitano, ma non ci pensiamo: se ci pensassimo la nostra vita andrebbe a pezzi, perché non c’è niente che possiamo fare per evitarlo. Ma certe persone sono così, sono sempre al telefono per controllare che i propri cari stiano bene. Ci sono donne che quando il figlio prende l’aereo entrano in paranoia, non riescono a controllare il terrore fino a quando l’aereo non atterra. Ecco cosa volevo dire, quando parlavo del senso dell’abisso: noi camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio, sotto di noi c’è un abisso terrificante. Voglio dire, prendi una straniera come me: sarebbe facilissimo che io, uscendo da qui, venissi investita, soprattutto perché le vostre strisce pedonali fanno rizzare i capelli in testa…

AB – Molti i riconoscimenti durante la sua carriera: diversi Daggers, il Mystery Writers of America Grandmaster Award e infine la House of Lords, con il titolo di Baronessa Rendell of Babergh: cosa ha significato tutto questo per lei?
RR – È stato un grande onore. Incredibile, stupefacente, all’inizio. Ma poi ci si abitua a tutto. Essere chiamata Lady è terribile, così, tranne che nella House, tutti mi chiamano Ruth, e va bene così. Non mi piace essere chiamata Lady Rendell. Ma mi piace stare lì, come membro del partito laburista, e lavorare per il Governo. Mi piace parlare delle cose che mi interessano, mi piace votare soprattutto le risoluzioni che mi sembrano giuste, e soprattutto mi piace la gente. Abbiamo un bellissimo club, ho conosciuto molti nuovi amici, negli ultimi anni. Al momento siamo in vacanza, ma, sì, posso dire che non vedo l’ora di rientrare.

AB – Quali consigli darebbe a un giovane scrittore di gialli?
RR – Dev’essere per forza uno scrittore di gialli? Non può essere semplicemente uno scrittore?

AB – Touché! OK, uno scrittore.
RR – Beh, se è qualcuno che ancora non ha pubblicato nulla, gli direi: questi sono tempi molto, molto difficili, per chi vuole scrivere. Molto più duri di quando ho iniziato io. Sei sicuro di poter scrivere qualcosa di nuovo, di originale? Sei pronto ad affrontare la delusione, gli anni di rifiuti prima di essere pubblicato? E, peggio ancora, sei pronto a vedere il tuo primo libro pubblicato, e l’eccitazione, l’attesa, il grosso investimento emotivo… e poi nessuno vuole pubblicare il tuo secondo libro? Perché, molto spesso, questo è ciò che accade. Quindi, io direi a questo giovane autore: trovati un lavoro! Fai qualcos’altro! E, se proprio vuoi, scrivi le tue storie la sera.

AB – Fra i suoi libri, ce n’è uno che preferisce?
RR – No, non direi. Non nella serie di Wexford. Forse A judgement in stone (La morte non sa leggere) e Talking to strange men (Parlando con uno sconosciuto).

AB – A parte i suoi libri, naturalmente, quali altri autori di gialli raccomanderebbe di leggere?
RR – Consiglierei P.D. James, lei è molto brava. E Ian Rankin. Ma, in effetti, non ci sono molti autori contemporanei che raccomanderei: ci sono troppo sangue e troppi dettagli violenti nei libri, oggi, non mi piacciono. Tra quelli del passato, bisognerebbe leggere Dorothy Sayers, Josephine Tey e Dashiell Hammett, naturalmente. E Simenon, e Raymond Chandler. Sono un po’ superati, mi spiace, ma tra gli autori contemporanei non vedo niente di buono, a parte, appunto, P.D. James [1].

AB – …e Agatha Christie?
RR – Non la raccomando. Certo, le sue trame erano eccellenti, ma non mi è mai veramente piaciuta. Anche se, ovviamente, la gente la legge senza che io debba raccomandarla (ride).

[1] P.D. James era ancora vivente al tempo dell’intervista (registrata il 23 settembre 2004); è deceduta il 27 novembre 2014.

Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

giorgio_faletti_sito-ufficiale_ban_ita1Non sono tra coloro che lo hanno attaccato in vita e si stracciano le vesti dopo la morte: no, a  me i romanzi di Giorgio Faletti erano piaciuti davvero, soprattutto i primi due. Lo avevo anche conosciuto, ai tempi del Falcone Maltese.
Lo saluto con questi due vecchi pezzi, un’intervista del 2005 e una recensione del 2009. E tanto dispiacere. Ciao, Giorgio.

Intervista a Giorgio Faletti (2005)

AB –  Il successo di Io uccido prima, e di Niente di vero tranne gli occhi dopo, ti ha consacrato come uno dei migliori giallisti italiani. Ritieni che questa “etichetta” sia corretta o preferiresti essere considerato un bravo scrittore tout court?
GF – Nella mia carriera ho raccontato a tratti storie molto diverse fra loro. Ho iniziato scrivendo testi comici, successivamente canzoni, infine sono approdato alla letteratura, gialla nella fattispecie. Per questo motivo mi ritengo un narratore che per il momento prova interesse per le storie di suspence. Tuttavia, visto che la mia curiosità è praticamente ingovernabile, non escludo investigazioni in altri settori.
AB – Credi che esista ancora, nei confronti del giallo, una sorta di pregiudizio che lo relega al rango di letteratura “di serie B”?
GF – Sul fatto che ci sia una sorta di ghettizzazione di questo tipo di letteratura è innegabile, ma è altrettanto innegabile che scrittori cosiddetti “di genere” nel tempo abbiano fatto giustizia di molti contemporanei sostenuti da aspirazioni ben più ampie. Esiste a lato, nel contempo, la possibilità che un autore possa sopravvalutare la sua opera e ritenersi portatore di una valenza superiore alla semplice letteratura di intrattenimento.
AB – Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un boom del giallo nella letteratura, nel cinema, alla tv. Pensi che sia un fenomeno passeggero o che si tratti di un trend destinato a durare nel tempo?
GF – Il trend ha la possibilità di essere duraturo, sempre che la massificazione non faccia perdere alle proposte la qualità necessaria a interessare. Il giallo si evolve con i tempi: aumentano qualitativamente le prassi di indagine ma allo stesso tempo le vie per commettere un crimine.
AB – Per quanto riguarda i progetti futuri, cosa hai in serbo per i lettori (e non solo per loro)?
GF – Come sempre, storie. Il mio gusto per la contaminazione potrebbe anche far pensare che non siano solo storie legate al thriller…

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Io sono Dio (2009)

È stata la polemica dell’estate, rimbalzata dai blog ai siti web alla carta stampata. Due blasonate traduttrici, Franca Cavagnoli ed Eleonora Andretta, affermano che l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai), presenta un po’ troppi anglicismi. A sostegno della loro tesi riportano modi di dire che sembrano tradotti con BabelFish, il traduttore automatico. Espressioni incomprensibili per gli italiani ma adatte a un abitante del Bronx. Perifrasi (“il tavolino da notte” per indicare il comodino) che sembrano indicare che il romanzo è stato pensato in inglese. Ma l’autore, si sa, è italianissimo, e per quanto possa avere una certa familiarità con gli States non si giustificherebbe un uso così ampio, e ardito, dell’americano.

Da qui il dubbio, non esplicitato ma sottinteso: chi è l’autore di Io sono Dio? È davvero Giorgio Faletti, oppure la stesura dell’ultimo best seller è stata affidata a un ghost writer straniero? La polemica, a colpi di articoli sui giornali e sulla carta stampata, procede con diverse cadute di stile da entrambe le parti. Il dubbio è a nostro avviso infondato. Lo stesso Faletti, su La Stampa del 22 agosto, elenca articolatamente i motivi per cui un autore di successo, pubblicato in tutto il mondo da un editore serio, non può ricorrere a mezzi di bassa lega. Di più: lo scrittore dà pienamente conto del linguaggio utilizzato, spiegando che l’uso di anglicismi è giustificato dal fatto che il romanzo si svolge interamente in America.

La spiegazione sembra plausibilissima e non lascia adito a ulteriori sospetti. D’altra parte, aggiungiamo noi, se proprio avesse usato un ghost-writer avrebbe anche potuto pagare i servizi di un buon traduttore che eliminasse le evidenti “sbavature” anglofone. È più facile pensare che l’autore abbia scelto il proprio stile, assumendosene la responsabilità. Una storia ambientata negli Stati Uniti deve, ovviamente, utilizzare un registro e delle espressioni in sintonia con l’ambiente circostante.

Nessun mistero, dunque. Anzi, addirittura un blog arriva a lanciare la notizia che Faletti stesso sarebbe un ghost writer, e che le evidenti analogie strutturali tra i suoi romanzi e quelli di celebri autori americani sarebbero di origine falettiana. Lo scrittore nostrano, insomma, non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo ruolo, firmando – finalmente – i libri con il suo nome.

La polemica sembra placarsi solo con la fine dell’estate.

Sarà. Messe a tacere – si spera – le malelingue, ai lettori non rimane che valutare Io sono Dio per ciò che è, nudo e crudo. Un thriller, che inizia durante la guerra in Vietnam e continua nella New York dei giorni nostri. Un pericoloso dinamitardo minaccia di far esplodere una serie di bombe nel centro della città. Sulle sue tracce, un’investigatrice problematica e un reporter in cerca di riscatto dopo aver dovuto rinunciare al premio Pulitzer per aver usato una foto scattata dal defunto fratello. L’indagine procede serrata, i colpi di scena arrivano al momento giusto e, rispetto ai precedenti romanzi di Faletti, mancano le verbose spiegazioni finali. Anche se proprio sul finale il romanzo lascia un po’ a desiderare: se in Io uccido si diceva troppo, qua si dice troppo poco, rendendo il movente dell’assassino un po’ labile (e non sveliamo di più, ma chi ha letto il romanzo avrà probabilmente notato questa piccola pecca).

Sullo stile si può dissertare o dissentire, e non pochi hanno obiettato, ma la lettura è oggettivamente scorrevole e piacevole. Che Giorgio Faletti abbia stile e ironia lo ha già dimostrato nella sua carriera poliedrica e ultraventennale. A riprova di ciò, nel presentare il romanzo l’autore sottolineava come il titolo non avesse alcun riferimento autobiografico.

Nell’insieme, Io sono Dio è una bella prova d’autore per uno scrittore che deve resistere alla sindrome da bestsellerista. Non è facile mantenere ogni volta un livello di vendite da migliaia di copie, conquistare la vetta della classifica e rimanere in cima il più a lungo possibile. Giorgio Faletti si conferma l’unico italiano (alla pari, forse, con Donato Carrisi, che però deve ancora affrontare il banco di prova del secondo romanzo) in grado di competere sullo stesso piano dei grandi thrilleristi stranieri. D’altra parte il debito nei confronti di Jeffery Deaver non è mai stato nascosto, anzi lo scrittore americano è esplicitamente citato (un suo romanzo si trova a casa di un sospettato).

Potrà piacere o non piacere, ma Io sono Dio è ciò che dichiara di essere: un onesto thriller di buon livello scritto da uno dei più letti, e invidiati, scrittori italiani.

(A.B.) (Pubblicato sul Falcone Maltese nel 2009)

Compleanni (post n. 200)

IMG_56062235001788Questo è il post numero 200 del nuovo blog e incidentalmente (ma nemmeno troppo) la data coincide con il compleanno di Luigi Bernardi, che viene ricordato oggi a Ozzano nell’Emilia (il suo paese natale) da un po’ di amici.

Scriveva Luigi poco meno di un anno fa:

Come abbiano potuto accadere tante cose senza che quasi non ci si accorgesse, è il vero mistero di questi anni. Ai tempi di Senza luce, parlavamo di letteratura, ci credevamo così come credevamo che l’editoria potesse essere il suo braccio armato, l’esercito che avrebbe potuto portarla in tutte le case. Adesso – ai tempi di Crepe – continuiamo a credere nella letteratura, ma per sostenere l’editoria siamo costretti a patteggiare un disonore dietro l’altro, a osservare come le armate del conquistatore conquistino sempre un obiettivo se non sbagliato almeno secondario. Credevamo di fare cultura, di essere importanti, persino decisivi; di contro ci accontentiamo di essere, di vivacchiare, di strappare i margini.

Luigi, la crisi, l’ha predetta tanto tempo fa. Non è riuscito a vederne la fine.
Proiettata nel futuro, non dimentico da dove arrivo.

(La foto in alto è di Patrick Fogli)

Ciao, Luigi (1953-2013)

Bernardi 30 ottobre 2010Questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Ormai la notizia è di pubblico dominio (su l’Unità e su Repubblica), rimbalzata stamattina sui blog e sui social network, comunicata attraverso telefonate e sms increduli. Qui c’è solo un ricordo, per me e per voi.

Per sapere chi era Luigi Bernardi, ecco cosa scrivevo nel 2008 sulla prima edizione del Dizionario Atipico del Giallo (in realtà era un articolo scritto praticamente a quattro mani con un insospettabile “addetto del settore”):

Difficile scrivere un dizionario del giallo senza citare Luigi Bernardi. Bolognese, classe 1953, Bernardi pubblica con la sua Granata Press la maggior parte dei più importanti autori noir. Molti addirittura li scopre: all’inizio degli anni Novanta escono le prime opere di Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Stefano Massaron, Nicoletta Vallorani, Giancarlo Narciso, Davide Pinardi. Altri li fa conoscere in Italia: nel catalogo Granata compaiono le traduzioni di Léo Malet, Jean-Patrick Manchette, Paco Ignacio Taibo I e II, solo per fare alcuni nomi.

Terminata l’esperienza con Granata, Bernardi dirige due collane di “genere” per Hobby & Work e Derive e Approdi continuando a proporre nuovi nomi destinati a rimanere, tra i quali Franco Limardi, Piergiorgio Di Cara e Giampaolo Simi. Successivamente cura la traduzione delle opere di Malét che Fazi pubblica a partire dal 2000 e fonda la collana noir di Einaudi Stile Libero. Parallelamente inizia l’attività di narratore e saggista curando un saggio sulla criminalità e i mass media, A sangue caldo (Derive e Approdi) e due edizioni del Libro dei Crimini di ADN Kronos. Il lavoro svolto nell’analizzare e catalogare due anni di crimini italiani gli fornisce il materiale per la produzione successiva, a metà fra la saggistica e la narrativa: Pallottole vaganti (Derive e Approdi) e Il male stanco (Zona), intervallati da Macchie di rosso, in cui ripercorre le vicende più inquietanti di vent’anni di storia bolognese. In campo narrativo scrive fra il 2003 e il 2005 la trilogia “Atlante freddo” (Vittima facile, Rosa piccola, Musica finita), il romanzo Tutta quell’acqua, la raccolta di racconti Gaijin (illustrati da Onofrio Catacchio) e il romanzo Senza luce.

Confermando la sua capacità di innovare, Bernardi ha recentemente ideato, all’interno del gruppo Perdisa editore, la collana Babele Suite nella quale giovani scrittori e autori conosciuti recuperano la scrittura di romanzi brevi o novelle.

Nel 2008 Bernardi torna a un’antica passione, il fumetto. Insieme a Catacchio pubblica Habemus Fantômas, rilettura del personaggio di Allain e Souvestre: Fantômas non è più un genio del male ma un’organizzazione criminale.

Contemporaneamente va in scena La conta, monologo noir scritto nel 2005.

Nonostante l’imponente lavoro svolto sul campo, sia in prima persona che “dietro le quinte”, Luigi Bernardi è paradossalmente un fervido sostenitore della teoria che “il noir è morto”, anche se probabilmente si tratta dell’ultima provocazione di un geniale precursore dei tempi. (A.B.)

In quel periodo c’era stata una breve, felice parentesi di intensa frequentazione via email, botta e risposta, anche con vedute similari.
Poi nel 2010 (era ottobre, era ancora un periodo fervido) c’era stata una presentazione a Roma, insieme a Enzo Carcello e Antonio Paolacci. La foto sopra è proprio di quella presentazione e Luigi, incredibile a dirsi, ride. Mi piace pensare che stesse bene.

Dopo allora, scambi di messaggi e mail, ma sempre più di rado. Fino a oggi.

Oggi mi rimane una mail scritta a fine giugno che non gli ho mai inviato (chissà perché, poi); uno scambio di messaggi lasciato a metà; un libro che ho letto e di cui non ho mai parlato.
Se avessi ancora lo stramaledetto vecchio blog ci sarebbero i suoi commenti e i post che avevo scritto sui suoi libri; qua non c’è niente.
Non so per quale motivo ho aspettato così tanto, sapendo di fare una cosa stupida. E adesso che è accaduto ciò che si preannunciava (ma forse non così presto) a me rimane solo tanta amarezza.

20131016_194103Ciao, Luigi. Grazie per l’affetto, che non ho saputo ricambiare come avrei voluto.

Ci hai insegnato tanto, a ognuno secondo le proprie capacità. Ci hai lasciato molto su cui riflettere. Ci mancherai moltissimo.

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Il ricordo di Patrick Fogli.

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Il comunicato stampa dell’editore Perdisa:

Ozzano Emilia, 16 ottobre 2013

Questa mattina lo scrittore, drammaturgo e fondatore della casa editrice Perdisa Pop Luigi Bernardi, è scomparso.

Riportiamo qui di seguito la dichiarazione dell’editore in ricordo dell’amico Luigi.

Alberto Perdisa, con tutto lo staff della casa editrice, ricorda Luigi Bernardi, fondatore di Perdisa Pop, di cui ha diretto le collane per lungo tempo.
La scomparsa del grande scrittore e intellettuale, sempre avanti di un passo nell’intuire nuove tendenze e forme letterarie, costituisce una grave perdita per tutta la cultura nazionale.
L’augurio è che, finalmente, la sua grandezza venga riconosciuta da tutti.

Ciao Luigi.

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Richard Matheson (1926-2013): He was Legend

richard mathesonIl 23 giugno si è spento Richard Matheson. Mi piace ricordarlo con una recensione di qualche anno fa.
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Conoscevo Richard Matheson solo per Io sono leggenda. Scopro invece dalla biografia che la sua produzione è vastissima e include racconti e romanzi gialli, di fantascienza, horror, fantasy e western. Questo solo per quanto riguarda la parte letteraria, perché se si passa alle collaborazioni con cinema e televisione la lista diventa infinita.

Bene, con queste premesse mi sono accostata a Ricatto mortale con una certa curiosità, pensando che un autore abituato a frequentare molti generi non riuscisse a – o non volesse – scrivere un noir-interamente-noir.

Mi sbagliavo. Ricatto mortale (Someone is bleeding, il titolo originale) è un noir eccezionale. Datato, certo: la prima stesura è del 1953, rivisto poi dallo stesso autore nel 1981. Ma è l’esatta incarnazione del noir: una storia torbida, confusa, scabrosa.
Non c’è un investigatore: c’è invece un tale David Newton, giovane scrittore di poco successo e io narrante della storia. David incontra Peggy sulla spiaggia di Los Angeles ed è amore a prima vista. Incredibilmente, quella donna dal viso d’angelo sembra ricambiarlo. someone is bleedingI due iniziano a frequentarsi, ma David realizza, dolorosamente, che la vita di Peggy è costellata di uomini e di segreti. Peggy è divorziata – così almeno afferma lei – e vive presso una coppia in una stanza a pensione, oggetto delle sgradite attenzioni del padrone di casa. La donna, poi, frequenta anche il suo avvocato, Jim Vaughan, un compagno di università di David. Jim è diventato un uomo di successo, è sposato ma è irrimediabilmente invaghito di Peggy. E così via. David è sempre più confuso, lacerato fra il sentimento che prova per Peggy e l’ambiguità che percepisce nella donna, soprattutto quando avviene il primo omicidio, quello del padrone di casa di Peggy. Chiunque può averlo commesso, anche la stessa Peggy… o David, o Jim, o chiunque altro.

La storia va avanti molto rapidamente – il libro è breve, si legge in un fiato – tra fiumi di whisky, belle donne, stanze in affitto e splendide ville sulle colline di Los Angeles. La trama si complica al punto che per il secondo omicidio lo stesso David viene arrestato, e poi rilasciato.

Quando sembra che tutti i nodi siano stati sciolti, arriva il magistrale colpo di scena finale. Inaspettato? Forse. Ma lascia ugualmente increduli.

Non posso dire di più senza svelare troppo. Leggetelo, lo consiglio senza alcuna riserva. Non ve ne pentirete.

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La notizia sul Guardian.

Carlo Fruttero, a un anno dalla scomparsa

Carlo Fruttero[Oggi è il primo anniversario della scomparsa di Carlo Fruttero. Questo pezzo, che io considero uno tra i miei migliori, è per ricordarlo. Photocredits: Panorama]

Il Maestro Carlo Fruttero non si sposta volentieri, ma è merito e vanto degli organizzatori del Festival A qualcuno piace giallo essere riusciti a portarlo di fronte a una platea colta e appassionata. La sua presenza a Brescia è un evento nell’evento. Sabato pomeriggio il teatro Sancarlino è gremito. Alle sette di sera il Maestro sale sul palco ed è un vero peccato che le sue apparizioni siano così rare, perché riesce a strappare risate e applausi a scena aperta, da commediante consumato.

Carlo Fruttero ritira il Premio Carriera Gialla, molto di più di una semplice targa: è il riconoscimento e il ringraziamento per una vita dedicata alla letteratura, non solo di genere. Fruttero commenta i cambiamenti che la città di Brescia ha subito dalla sua ultima visita, un ventennio fa, e la paragona ironicamente a Chicago, affermando che a Torino non si è riusciti a fare altrettanto.

L’excursus sulla lunga carriera ne tocca i punti principali: l’incontro a Parigi con Lucentini, la richiesta di Montanelli (allora direttore de Il Giornale) di scrivere un romanzo di appendice, le lunghe discussioni su come strutturarlo: «Il pasticciaccio di Gadda, ad esempio, a me piaceva, a Lucentini proprio no» confessa lo scrittore. E infatti si ispirarono ai romanzieri inglesi. Il risultato fu quello di pubblicare, nel lontano 1972, La donna della domenica, l’opera che segnò la nascita del genere in Italia (e del duo Fruttero-Lucentini). Nonostante la prima accoglienza della critica avesse liquidato il romanzo con una certa superficialità, il successo di pubblico fu immediato e gli stessi detrattori, negli anni successivi, dovettero ricredersi. Soprattutto quando, otto anni dopo, «Umberto Eco dimostrò come si potesse scrivere un giallo e, al tempo stesso, fare letteratura».

Il premio conferito dalla città di Brescia chiude un cerchio virtuale, ideale: viene ricordato infatti che La donna della domenica fu portato sul grande schermo da Luigi Comencini, regista bresciano (nativo di Salò).

Già in quel primo romanzo era presente un elemento che ricorre con forza anche nell’ultimo Donne informate sui fatti: quella Torino borghese, piena di chiaroscuri, i cui abitanti si svelano attraverso porte socchiuse e frasi rivelatrici. E non solo.

Donne informate sui fatti, che ha segnato il ritorno del Maestro sugli scaffali delle librerie dopo oltre quattro anni dalla morte di Lucentini, è un giallo di fattura eccellente (ça va sans dire). Al centro della storia, ovviamente, c’è un omicidio. La morte di Milena, rumena, forse prostituta, forse redenta, è lo spunto per dar voce a otto donne molto diverse tra loro: la bidella, la barista, la carabiniera, la figlia, la migliore amica, la giornalista, la volontaria e la vecchia contessa. Ognuna parla con toni e registri differenti, ognuna conosce una parte della verità e la rivela inconsapevolmente. Ognuna confessa, involontariamente, le proprie miserie e debolezze, vanità e fragilità. «Le donne di cui si parla nel libro sono le donne che piacciono a me. La vecchia contessa, poi, è proprio il mio autoritratto» ammette Fruttero, e chi ha letto il libro non può fare a meno di sorridere.

Interrogato sui suoi futuri progetti, il Maestro rivela che Mondadori gli ha proposto da tempo un Meridiano che raccolga le opere della premiata ditta Fruttero e Lucentini, ma che lui li sta ostacolando perché quel tomo dall’aspetto “enorme e lugubre, pesante come una lapide” gli sembra di pessimo auspicio. Si entusiasma invece al pensiero della riedizione di un vecchio racconto, scritto anni fa senza Lucentini. Si tratta di Ti trovo un po’ pallida, una storia di fantasmi (che la scrittrice Patrizia Pesaresi dichiara essere “deliziosa”) che verrà ripubblicata da Mondadori con l’aggiunta di una prefazione, «una sorta di backstage su come nasce il romanzo che conterrà anche rivelazioni su un personaggio famoso». Di più, ovviamente, il giallista non dice.

Almeno in pubblico. Intervistato in privato, Carlo Fruttero mostra la classe e la lucidità che ha avuto sul palco, ma anche i segni di una certa stanchezza malinconica. Ho avuto il piacere di rivolgergli qualche domanda.

AB – Inizierò con una domanda a dir poco classica: si ritiene uno scrittore di genere o uno scrittore tout court?
CF – I generi non esistono. Ci pensi: a suo tempo Manzoni cedette alla moda del romanzo storico e scrisse I promessi sposi. Ma nessuno si sogna ora di dire che si tratta di letteratura “di genere”. Ci sono solo libri belli o libri brutti, non mi stancherò mai di ripeterlo.

AB – Una persona colta come lei, che ha letto per tutta la vita, che libri ha sul comodino?
CF – Attualmente leggo tutto ciò che mi mandano le case editrici. Adesso sto leggendo Imperium di Robert Harris (autore di Fatherland e Archangel), e lo apprezzo molto perché è ben documentato, è un libro pieno di dati e di notizie. Leggo finalmente i racconti di Cassola, e li trovo tristissimi. Leggo Simenon, ma non Maigret: sto leggendo Il piccolo libraio di Archangelsk e lo trovo meraviglioso, con quelle sue descrizioni… Simenon è l’ultimo grande realista. Ho letto un romanzo di Carofiglio e l’ho trovato interessante, gradevole. Ogni tanto leggo una tragedia di Eschilo. Faccio zapping, insomma. Vado dall’alto al basso.

AB – Mi sembra di capire che anche lei fa parte di coloro che ritengono che ci sia una distinzione tra letteratura “alta” e letteratura “bassa”.
CF – No, niente affatto: dico piuttosto che ci sono libri che ti impegnano di più e altri che leggi con minor fatica. La stessa cosa che accade per i film o gli spettacoli teatrali. Io non disapprovo chi guarda Beautiful; lo capisco. La disapprovazione che circonda gli spettacoli facili è una sciocchezza. È un intrattenimento leggero, che non richiede impegno. L’importante è sapere che c’è anche altro, che si può scegliere. Al limite, che si può spegnere la televisione e leggere un libro.

AB – Come nasce Donne informate sui fatti?
CF – Lo spunto iniziale, quello della “vendetta galante”, l’avevo in mente da tanto tempo. Però non riuscivo a ideare una storia nella quale questo spunto si inserisse in modo naturale. Vede, nella Torino degli inizi del ‘900 era plausibile che un ricco industriale sposasse una ballerina – era uno scandalo, certo, ma non era infrequente. Al giorno d’oggi, e nella Torino attuale, non è verosimile che un ricco industriale sposi una prostituta. Poi però sono arrivate le badanti, e i giornali si sono nuovamente riempiti di storie in cui il ricco borghese sposa la badante extracomunitaria. Tenga presente che gli extracomunitari hanno portato un notevole rimescolìo nella tessuto urbano, non solo sul piano criminale, ma anche nell’ambito sociale. E così la mia idea iniziale è tornata a essere verosimile. Il banchiere che sposa la babysitter dei nipoti era un’idea perfettamente realistica. E da lì sono andato avanti.

AB – Se Lucentini avesse scritto questo libro con lei, cosa ci sarebbe stato di diverso?
CF – Beh, tante cose. Ad esempio nel libro c’è Milena, la morta, che è una giovane rumena. Se Lucentini fosse stato vivo, avrebbe studiato il rumeno per capire esattamente che tipo di errori fanno i rumeni che parlano l’italiano. E poi avrebbe scritto tre pagine e mezzo perfette, ineccepibili. Io non l’ho fatto. La ragazza rumena del libro è morta, dunque semplicemente non parla.

AB – Però ha scritto delle perfette simulazioni del linguaggio degli SMS: la barista manda al suo fidanzato dei messaggini che sembrano davvero scritti da una adolescente.
CF – In questo mi ha aiutato mia figlia. È stata lei a dirmi come i ragazzi di oggi comunicano tra loro. Io non sono esperto di nuove tecnologie. Anche con i computer non è che abbia un gran rapporto, io uso ancora la penna, si figuri…

AB – Nel libro compare anche una figura molto nuova, quella della carabiniera.
CF – Sì, mi sono molto documentato per essere certo che fosse realistica. Le carabiniere oggi esistono, ma ancora non si occupano di investigativa. Però mi sono informato con amici che lavorano nell’ambiente e mi hanno assicurato che a breve anche le carabiniere saranno inserite nelle strutture che si occupano di indagini.

AB – Come mai l’ha voluta, allora, anche se precorre i tempi?
CF – Perché non volevo usare dei cliché. Non volevo assolutamente ricorrere a parole come “commissario”, “DNA”, “sei sospeso dal servizio” e giù pistola e distintivo… Sono molto attento a questi dettagli. Vede, ormai si può dire che tutto è già stato scritto e che la difficoltà maggiore, oggi, è quella di evitare di essere ripetitivi. Quindi quando leggo un libro o guardo un film controllo sempre in che modo l’autore o lo sceneggiatore sono riusciti a ingentilire i cliché, come li hanno evitati, quali strategie o acrobazie hanno sperimentato. E, ovviamente, quando scrivo sto attento a evitare le banalità.

AB – Lei aveva detto che avrebbe smesso di scrivere. Invece ci ha regalato un nuovo libro. Cosa l’ha spinta ad andare avanti?
CF – Per raccontare ci vuole passione. La figura del narratore è molto risalente – pensi ad Omero, il primo narratore della storia. La passione è un dono, un istinto. Vedi qualcosa, un dettaglio, ti resta in mente un’immagine che hai voglia di raccontare. Poi la passione magari ce l’hanno in molti, ma non tutti sono capaci… Però io sentivo, e sento ancora, quella passione.

Il nome di Carlo Fruttero, nato a Torino nel 1926, è stato per decenni indissolubilmente legato a quello di Franco Lucentini. I due si conoscono a Parigi nel 1953 e finiscono per lavorare entrambi, come redattori, presso la prestigiosa casa editrice Einaudi. Insieme curano due volumi di fantascienza: Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza (1959) e Il secondo libro della fantascienza (1960). I rapporti con Mondadori iniziano proprio con la direzione della rivista di fantascienza Urania, che cureranno fino al 1986. Nel frattempo, però, iniziano a scrivere assieme un giallo che diventerà una pietra miliare, La donna della domenica (1972). A questo seguiranno, fra gli altri, Il palio delle contrade morte, A che punto è la notte (con lo stesso protagonista de La donna della domenica, il commissario Santamaria), Enigma in luogo di mare. Il sodalizio si interrompe solo a seguito del suicidio di Franco Lucentini, nel 2002. Fruttero, dopo aver dichiarato di non voler più pubblicare, torna sugli scaffali quattro anni dopo con Donne informate sui fatti (Mondadori, 2006).

Brescia – 24 e 25 marzo 2007

Le solite varie ed eventuali e un saluto speciale

Carlo Oliva (1943-2012)

Ricordo in rosso La blogger ricorda con affetto Carlo Oliva, uomo gentile e colto che gli amici milanesi saluteranno oggi pomeriggio per l’ultima volta.

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Le parole sono importanti Anche minima & moralia, il blog di minimum fax, esprime solidarietà all’editor di Ponte alle Grazie Vincenzo Ostuni, citato in giudizio da Gianrico Carofiglio per un commento molto poco lusinghiero su Il silenzio dell’onda («un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes»). Indipendentemente dall’esito del giudizio penso che la verità stia nel mezzo: si può (si deve!) stroncare un romanzo senza offendere la persona. Se Ostuni avesse pronunciato la stessa frase omettendo solo “da uno scribacchino mestierante”, nessuno avrebbe potuto contestargli niente.

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Decaloghi di scrittura Grazie a questo post è tornato alla ribalta un articolo del Guardian di quasi due anni anni fa in cui alcuni autori svelano il proprio decalogo di scrittura. Parte prima (Elmore Leonard, Roddy Doyle, Jonathan Franzen, Neil Gaiman, P D James…) e parte seconda (Joyce Carol Oates, Ian Rankin…).
Come tutti i decaloghi, vanno letti per essere dimenticati immediatamente dopo.

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Serie tv, che passione! Sono in arrivo decine di programmi dagli USA, tra nuove produzioni e nuove stagioni di vecchie serie. Come ho scritto a un’amica, se non trovo un fidanzato almeno so cosa fare nei prossimi sei mesi. Se trovo un fidanzato in ogni caso non voglio perdere Homeland 2, American Horror Story: Asylum, Person of Interest 2, Elementary e Boardwalk Empire 2. Per gli appassionati di Miss Marple segnalo – su Rai Movie ogni mercoledì alle 21.10 – la quarta e la quinta stagione della serie britannica dedicata alla cara vecchietta.

Avrei anche in programma Sons of anarchy, trent’anni di Doctor Who, The good wife e Wallander (versione svedese e versione britannica). Li riservo per la vecchiaia.

E voi, cosa state guardando?

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Medialibrary: lo conoscete? Che ne pensate?

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Il baratro Due parole, due, sulla profonda deriva sociale e politica che stiamo attraversando. Che schifo.

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La noia Si accettano consigli di lettura e cinema. Qualcosa di attuale e bello, per favore, anche non esclusivamente di genere purché sia bello. Altrimenti devo proseguire nel vintage spinto (al momento sto ripassando i film di Woody Allen, per dire).