Le gialle di Valerio/119: L’assassino cieco

Margaret Atwood
L’assassino cieco
Ponte alle Grazie, 2001 (orig. 2000)
Traduzione di Raffaella Belletti
Noir epico

Port Ticonderoga e Toronto. 1916-1999. Il 18 maggio 1945 la 25enne Laura Chase sbanda in auto, sfonda le barriere di protezione e si schianta nel baratro, restando uccisa sul colpo. A primavera 1947 esce per una casa editrice di New York lo splendido premiato volume postumo di Laura, L’assassino cieco, che parla dell’appassionata relazione amorosa segreta fra una lei benestante accasata e un lui ricercato avventuriero, il quale, prima o dopo il sesso in ritrovi occasionali, le racconta ad alta voce una storia fantascientifica sul pianeta Zycron. Il romanzo ha un gran successo, realizza nei decenni tante edizioni, rendendo famosa l’autrice nel paese e suscitando anche varie illazioni. Il 4 giugno 1947 il corpo dell’industriale 47enne Richard E. Griffen viene ritrovato senza vita (a causa di un’emorragia cerebrale) in una barca a vela ormeggiata al proprio imbarcadero privato sul fiume Jogues. La sorella maggiore di Laura è la moglie di Richard, Iris Chase Griffen (giugno 1916-maggio 1999): è lei ad aver prestato l’auto alla sorella quando Laura ha probabilmente deciso di farla finita; ed è suo marito il maschio ricco e autoritario che l’ha sposata (lui 35, lei 18) e poi non poco variamente tradita. Molto tempo dopo, nell’ultimo anno di vita, l’eccentrica vecchia malata famigerata Iris scrive i propri competenti ricordi: ha tanto da narrare sulla famiglia. Sulla propria: il nonno Benjamin che fondò la fabbrica di bottoni nei primi anni settanta dell’Ottocento, la più giovane nonna Adelia, l’amata casa che costruirono e dove crebbe, l’anglicano padre Norval che perse i due fratelli, un occhio e una gamba in guerra, la metodista madre Liliana, loro sorelle belle e bionde ma poco fascinose, la figlia Aimee (1937-1975) e la nipote Sabrina. Su quella del marito, soprattutto l’accidiosa sorella sovrintendente (a tutto) Winifred Prior (1905-1998). Su quella della bambinaia governante Reenie, e su amici e conoscenti come la compagna del padre vedovo e il giovane Alex. E, ovviamente, su Richard e Laura.

Straordinario capolavoro di Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 1939), poetessa e scrittrice canadese, attivista femminista e ambientalista. Il corposo romanzo uscì nel 2000 e continua a essere molto richiesto e letto in tutto il mondo. È la storia di due sorelle che non si ferma alla morte di una (1945) ma affonda nei decenni precedenti e si espande ai decenni successivi. Seppur lo spazio principale sia dedicato ai Trenta del Novecento, abbiamo lo sviluppo epico della storia canadese di un secolo e mezzo, politica sociale culturale. L’intreccio è magistrale, si alternano capitoli di libri diversi: in prima persona la rievocazione biografica volta a svelare una verità sconosciuta ai protagonisti (la maggior parte già scomparsi), in terza persona al presente il romanzo di successo (a sua volta con racconti autonomi) che dà anche il titolo all’intero testo che stiamo leggendo. Al loro interno i paragrafi talora sono articoli o cronache di giornale, oppure lettere, tutti con frequenti lunghe descrizioni di foto e significative citazioni letterarie. L’illustrazione antica riprodotta in copertina (anche originale) prende spunto da una foto di Laura, narrata da Iris, con la parte superiore del corpo voltata rispetto al fotografo e la testa girata per conferire al collo una curva aggraziata. Segnalo l’invenzione delle madri (a pag. 119), l’umiliazione dell’essere sotto i riflettori (a pag. 300) e il saccheggio degli oggetti da parte di clienti e passeggeri già nel 1936 (anno cruciale). Nelle trasmissioni politiche le parole vengono fuori come bolle di gas. Canzoni e balli storici. La saggia Fannie Farmer pubblicò nel 1896 l’ottimo The Boston Cooking-School Cook Book, iniziando dalla bevanda (e dall’abbinamento) più importante e pragmatico, l’acqua.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il Filo Rosso di Paola Barbato (2010)

il-filo-rossoPaola Barbato
Il filo rosso
Rizzoli, 2010

[Il post originale è del 2010]

«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi. Tu sei un eroe, Antonio. Anche se non lo credi, anche se Lara non lo crede, anche se il mondo intero non lo crede, tu sei e rimani un eroe.»

Antonio Lavezzi conduce un’esistenza ordinata in modo maniacale. La sistematica e metodica ripetizione di gesti gli serve per riempire tutti i momenti di un’esistenza ridotta a mera sopravvivenza da quando la sua vita familiare si è frantumata. Il brutale assassinio della figlia, il coma e la separazione – senza una parola di addio – dalla moglie Lara, hanno costretto Antonio a ricostruirsi una facciata in una città diversa. Lavora come ingegnere edile nella ditta di un amico di infanzia che, di settimana in settimana, gli propone qualche potenziale fidanzata. Ma Antonio non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita, non fino a quando una parte del suo cervello dovrà necessariamente rimanere sigillata per non pensare alla tragedia che gli è successa. Tragedia della quale non è mai stato trovato il colpevole.
Un giorno, nel cantiere di cui Antonio è responsabile, viene rinvenuto un cadavere. Pochi essenziali indizi lo inducono a pensare che tra la sua personale tragedia e quel cadavere ci siano dei legami. È solo l’inizio di un’incredibile spirale che coinvolge Antonio. Manovrato da un burattinaio ferocemente etico, Antonio diventerà strumento di vendetta e dispensatore di giustizia privata. Nella speranza che prima o poi arrivi il momento catartico della sua personale rivincita. Ma quando arriverà, quel momento sarà il peggiore di tutti.

Il nuovo romanzo di Paola Barbato, Il filo rosso, ha tutti i numeri per competere ad altissimo livello nel panorama editoriale nostrano. Sia per la scrittura, a cui Paola presta molta attenzione, sia per la trama, ingegnosa e avvolgente. Ma ciò che colpisce è l’emotività “di pancia” con cui viene raccontata la storia di Antonio. In un romanzo (noir? thriller?) che parla di dolore e dolore, ci sono infiniti spunti e molteplici facce da cui guardare alla sofferenza. La conclusione è che la sofferenza genera altra sofferenza, che si perpetua indefinitamente e si irradia come i cerchi concentrici nello stagno in cui viene lanciata una pietra.

Paola Barbato, in prossimità dell’uscita, ha tenuto un blog in cui racconta a ritroso la genesi del romanzo – una foto – e la progressione della scrittura. Si potrebbe dire che il blog fa parte integrante del libro: in chi non ha ancora letto il romanzo suscita curiosità, a chi lo ha letto dà delle risposte alle prime, facili domande che possono venire in mente. L’autrice – già vincitrice del premio Scerbanenco nel 2008 con il romanzo Mani nude) si è gentilmente prestata a rispondere a qualche domanda.

AB – “Gli scheletri non escono mai senza permesso”: questa è la frase che dà al protagonista, Antonio Lavezzi, la forza di gestire razionalmente un’esistenza che sotto il profilo emotivo è andata in pezzi. Nel momento del dolore, a quali forze bisogna fare appello?
PB – Non c’è una ricetta né per affrontare né per elaborare il dolore. Per un dolore assolutamente IDENTICO (nei fatti) ho visto persone cercare di buttarsi dalla finestra e altre iniziare compitamente a organizzare il funerale. Personalmente adotto il metodo “alla Rocky” e mi ripeto “Non fa male, non fa male, non fa male…”. Non risolvo niente, ma mi consente di fare quello che va fatto (e in ogni dolore c’è sempre qualcosa che va fatto).

AB – “L’apparenza, questa grande, infinita risorsa”: alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi e andare a lavorare. Fare finta di vivere anche quando dentro qualcosa si è spezzato. Nel tuo libro racconti come una vita finita (che avrebbe teoricamente potuto rimanere così per sempre) trovi improvvisamente una nuova ragion d’essere, sebbene feroce e adrenalinica. È pur sempre una via d’uscita. Ma se la vita di Antonio non avesse avuto questa svolta inaspettata, cosa gli sarebbe accaduto?
PB – Come dice lui stesso, avrebbe aspettato la vecchiaia, un giorno dopo l’altro, un giorno uguale all’altro. Finchè sarebbe morto.

AB – Nel romanzo viene menzionato Facebook, questo nuovo strumento infernale che ha cambiato le relazioni, che permette di nascondersi, sparire e rinascere sotto falso nome. Oltre che di incontrarsi, come è accaduto a te e a me. Come vivi il rapporto con i social network e le relazioni virtuali?
PB – Bene, a me Facebook piace. Non ho mai tempo per telefonare, scrivere, mi perdo un sacco di gente per strada. Attraverso Internet almeno so come stanno, cosa fanno, riesco persino a scambiarci due parole. Pare poco, ma è tanto, invece.

AB – “Antonio X, non l’uomo in linea retta, non il povero Lavezzi”. Ciò che accade ad Antonio muta la percezione che lui ha di se stesso. Fino a un certo punto, però. Dovendo scegliere fra Antonio e il suo carnefice (di cui parleremo dopo), a chi vanno le tue “simpatie”? A quale dei due ti sei sentita più affine?
PB – Indubbiamente io sono tutta dalla parte dell’assassino. L’abulia di Antonio è anni luce lontana da me. Quanto meno l’assassino crede in qualcosa, e FA qualcosa, pur se con una percezione totalmente distorta del bene e del male. Io detesto i rimpianti, preferisco i rimorsi. Ecco: Antonio è un uomo fatto di rimpianti, l’assassino potrà avere solo rimorsi.

AB – “Il dolore è un filo sottile”: solo? Il dolore è più spesso una tempesta fisica, almeno nella mia esperienza. Quando diventa un filo sottile è già passato. Anche se certi dolori si portano fino alla morte, e a volte portano alla morte. È solo una considerazione…
PB – No, la definizione è precisa. Il dolore è una cappa che ti isola dall’esterno? No, l’esterno c’è e si intromette. È una bomba che ti distrugge? No, perchè ci sei ancora. È qualcosa di subdolo, che ti avvoltola come una mummia, prima fuori, poi dentro, ti copre tutta, ti sembra di non vederlo, impari a guardarci attraverso ma c’è. E quando credi di esserti abituata comincia a segarti la carne a penetrare, a essere IN TE più di quanto tu stessa sia IN TE. Questa è la mia esperienza personale.

AB – Nel tuo romanzo hai creato un carnefice spavetosamente intelligente, adattativo e manipolativo al tempo stesso. Che però è talmente alienato dal mondo da non avere possibilità di reinserimento, al punto che sceglie volontariamente la morte. È lui l’eroe vero del romanzo, quello che ha trovato da solo la via del riscatto e che paga per tutti, nonostante si sia macchiato di crimini infami. Condividi?
PB – A suo modo, pur involontariamente, sì, è quanto di più vicino a un eroe si riesca a immaginare in quel contesto.

AB – Paola, tu vivi di incubi: li scrivi per Dylan Dog e li descrivi nei tuoi libri. Di cosa bisogna avere paura? E di cosa NON bisogna avere paura?
PB – Non bisogna avere paura di ciò che si è. L’ignoranza di sè, il non conoscersi, il non volersi conoscere ci rende pericolosi per noi stessi e per gli altri. Accettare i lati oscuri e anche quelle cose brutte che pure fanno parte di noi è fonte di grande sicurezza.
Di cosa avere paura? Della società? Del genere umano? Non vedo nessun pericolo che non arrivi dalla nostra specie.

Le varie di Valerio/25: Pennac

Abbaiare stancaDaniel Pennac
Abbaiare stanca
Salani, 2006
Traduzione di Cristina Palomba
(Illustrazioni di Cinzia Ghigliano)
Teen YoungAdults

Nizza e Parigi. Tempo fa. Il Cane sentiva che la sua padroncina Mela era irritata e preoccupata, da due giorni aveva pure smesso di mangiare, lui digiuna come lei, lo chiudono in cucina e sogna, trema e singhiozza ripercorrendo dolori e gioie della propria breve vita. È un randagio, nato brutto in una cucciolata di 5, scartato dalla vendita e quasi annegato, finito nella discarica di Villeneuve vicino Nizza. Lì la vecchia stanca autorevole Muso nero lo svezza e alleva, gli insegna a riconoscere odori e trovare una pista, a capire alcuni pericoli senza esitare, a schivare la roba buttata via dal camion della spazzatura, cose così. Un giorno lei viene travolta dallo sportello di un frigorifero, lui si avventura in città per cercare una “padroncina”, come suggeritogli. Scopre gerani, aranci, case ocra e cielo azzurro, ordine e pulizia. Trova subito come amico un macellaio, segue alcune passanti, ma poi viene preso dall’accalappiacani e portato al canile. Un postaccio: con la recente ordinanza del primo luglio, se qualcuno non riconosce o sceglie quelli senza padrone verranno soppressi. Stanno tutti insieme, fanno comunità, crescono legami, attendono la fine con coraggio. Quasi all’ultimo momento una coppia di turisti accompagna la figlia e, senza alcuna apparente giustificazione, viene salvato. Grazie Mela! La bimbetta è gracile, magrissima, la testa a sole acceso (capelli rossi dritti), un profumo di mela. In campeggio stanno benissimo insieme, corrono e giocano, si coccolano. Decide di dargli come nome “Il Cane”, il più originale che esista. Al ritorno a Parigi cambia tutto. I genitori restano antipatici, Mela riprende vecchi amori, lui infine fugge e trova un’altra sistemazione, finché per caso non la reincontra e decide, questa volta, di ammaestrarla meglio. Ora è di nuovo il tempo di partire per le vacanze, Mela e Il Cane digiunano, i genitori Spepa e Muschioso si sono stancati di lui

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) aveva 38 anni quando pubblicò questo romanzo per ragazzi (“Cabot-Caboche”), era insegnante e padre. Alla fine della narrazione inserì un breve testo (in corsivo): “Né ammaestrato, né ammaestratore”. Dichiarava di non considerarsi uno specialista di cani, pur avendone avuti tanti per amici: Pec (il primo, bastardo cocker biondo) , Kanh (dobermann), Louke (compagnia per le vacanze, pastore beauceron), Diane, Fantou, Susi, Benjamin, Ubu, Petit, Alba, Swann, Bibi, Bolo, Julius, Blackie, J.B., Ouapy, Xango (cane di un amico, sotto il tavolo mentre scriveva). A loro (suoi, amici di parenti, personaggi letterari) il libro fu dedicato. Peccato non abbia mai conosciuto Brio e Lilla. La postfazione è molto utile a noi umani sapienti che da migliaia di anni conviviamo con varie specie canine, serve a far capire che è necessario un certo rispetto per la dignità di entrambi. E che, se si hanno amici che ne hanno paura, i cani non vanno imposti. E che si possono lasciare senza risposta le sciocche psicoanalisi sull’incapacità di amare. E che ognuno può verificare tranquillamente di persona che sono compatibili con i gatti. E che comunque non li si abbandona mai. Nel libro si capisce anche altro: la gelosia dei genitori, l’idiozia di alcune norme, il punto di vista animale sulle città e sulle relazioni civili. È in terza persona fissa sul Cane, una bella intelligente fiaba per adolescenti e adulti. Poche e graziose le illustrazioni, ottima la copertina originale e azzeccato il titolo dell’edizione italiana (la prima del 1993).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

La storia di un matrimonio (2011)

la storia di un matrimonioAndrew Sean Greer
La storia di un matrimonio
Adelphi, 2011

Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo. Chi parla è Pearlie Cooks, giovane donna di colore che vive nella San Francisco post seconda guerra mondiale. All’inizio sembra che si parli di una tragedia annunciata: Pearlie scopre che nella vita del marito Holland ci sono delle zone d’ombra. E, con il senno di poi, si colpevolizza per non aver capito prima. Tutta presa a tenere indenne Holland dalle brutture del mondo, Pearlie non si era resa conto di non conoscere il marito.

Chi è Holland Cooks? Per Pearlie è, appunto, l’amorevole marito e padre di suo figlio, per le zie Alice e Beatrice non è uomo da sposare, per Buzz Drumer è il compagno ospedale, per Annabel è la trasgressiva evasione da una vita perfettamente WASP, per William la causa remota e inconsapevole di tutte le sue disgrazie e di alcune delle sue fortune. Ma chi è veramente Holland Cook, e cosa veramente vuole, nessuno lo sa. Il suo punto di vista è l’unico che il narratore non ci rende. Tutti parlano di Holland Cook, solo Holland non parla di sé.

È un racconto di guerra? Se lo chiede anche Pearlie, a un certo punto, e la risposta è no, La storia di un matrimonio non è un racconto di guerra, semmai un racconto di gente che vive in tempo di guerra, con tutto ciò che questo comporta: lavori “anomali”, opportunità per le donne, massicci contingenti di giovani uomini sottratti alla vita civile per andare a combattere, e quindi lutti, ferite, traumi psicologici per chi va e per chi resta. E poi restrizioni, sacrifici, e infine il ritorno alla vita normale, il desiderio di cancellare il dolore, le piccole conquiste e i piccoli piaceri ritrovati. E la lotta per mantenere tutto questo.

La piccola Pearlie però non lotta. Indaga, si dispera, si avviluppa nelle sue elucubrazioni, ma al momento di fare una scelta si arrende di fronte all’ineluttabile. Salvo che…

Greers ha una meravigliosa, banalissima lezione da insegnarci: un uomo non si giudica da ciò che dice, ma da ciò che fa. Le mille congetture di Pearlie, le lunghe discussioni con Buzz, i consigli delle zie, le ipotesi e i programmi si scontrano con un’unica, solida realtà. Si dice che esistano tanti mondi quante sono le nostre scelte: e solo questo è quello che conta, l’unica cosa che scegliamo tra le tante possibili.

A distanza di quattro anni, La storia di un matrimonio rimane uno dei libri migliori che io abbia mai letto.

Incontri: George Pelecanos

PelecanosHo iniziato (in tremendo ritardo!) a guardare la serie tv The Wire e ho scoperto che uno degli autori è una mia vecchia conoscenza, George Pelecanos, pluripremiato autore di noir. E mi sono ricordata di una vecchia intervista…
Eccola. Datata ma “ripulita” e attualizzata.

AB – Come è stata la tua infanzia?
GP – Ero un bambino americano di seconda generazione (i miei genitori erano greci) vissuto negli anni in cui Washington era teatro di infuocati riots tra neri e bianchi. Il ricordo di quegli anni ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere.

AB – Quando hai iniziato a scrivere?
GP – La mia carriera è iniziata nel mondo del cinema come produttore e sceneggiatore. Ho deciso di diventare scrittore dopo aver seguito un corso di letteratura poliziesca e riscoperto i vecchi classici: Hammett, Chandler, Ross MacDonald… Da quel momento in poi ho letto tantissimo. Scrivevo di notte, o di mattina presto, mentre continuavo a fare altri lavori per mantenermi.
Ho pubblicato il primo libro, A Firing Offense, a 31 anni: era il 1992. Il protagonista, Nick Stefanos, è abbastanza autobiografico: ha origini greche, beve e ha un lavoro che non gli piace molto.
L’investigatore Derek Strange nasce dopo ed è un personaggio che ho voluto fortemente. Un detective nero che vive e agisce in una comunità che lui protegge ma dalla quale non è accettato.

AB – Hai scritto anche romanzi stand-alone. 
GP – La città che fa da sfondo a tutti i miei romanzi è Washington. Prendo ispirazione da storie reali: in Drama City (Il Guardiano del Buio, in italiano) ad esempio i protagonisti sono Lorenzo e Rachel. Lorenzo ha scontato una pena in carcere e ora per lavoro si prende cura dei cani reduci dagli incontri di dog fighting; Rachel è una poliziotta dalla doppia vita: la notte dà sfogo alle sue angosce dedicandosi all’alcol e agli incontri fortuiti nei bar.

AB – Cosa è cambiato rispetto agli inizi della carriera?
GP – All’inizio ero più libero di scrivere ciò che volevo. Adesso l’editore investe molto di più su di me e quindi vuole essere certo che quello che scrivo sia di gradimento dei lettori. Io tento comunque di raggiungere un’audience vasta, ma senza snaturare la mia arte.

AB – Cosa ti è rimasto dell’anima greca, come uomo e come scrittore?
GP – Il fatto di essere un lavoratore instancabile. Lo vedevo fare a mio padre e lo faccio io.

Shibumi (1979)

shibumiShibumi – Il ritorno delle gru è il raffinato action-thriller di Trevanian che ha per protagonista l’enigmatico Nicholai (Nikko) Hell. L’ho letto anni fa e l’ho adorato.
Romanzo datato ma di gran lunga migliore del seguito, Satori (malriuscito esperimento affidato alla pur abile penna di Don Winslow).
Per avere un’idea di cosa sia lo Shibumi, questa è la definizione che se ne dà nel libro:

«Ne sono sicuro. È un uomo che ha tutto il mio rispetto. Possiede una sorta di… come dire?… di shibumi
«
Shibumi, signore?» Nicholai conosceva questa parola, ma solo nella sua applicazione ai giardini o all’architettura, dove aveva il significato di bellezza poco appariscente. «In che senso usa questa parola signore?»
«Oh, vagamente. E scorrettamente sospetto. Un goffo tentativo di descrivere una qualità ineffabile. Come sai,
shibumi allude a una grande raffinatezza sotto apparenze comuni. È un’affermazione così precisa che non ha bisogno di essere ardita, così acuta che non dev’essere bella, così vera che non deve essere reale.
Shibumi è comprensione più che conoscenza. Silenzio eloquente. Nel modo di comportarsi, è modestia senza pruderie. Nell’arte, dove lo spirito di shibumi prende la forma di sabi, è elegante semplicità, articolata brevità. Nella filosofia, dove shibumi emerge come wabi, è una serenità spirituale non passiva; l’essere senza l’angoscia del divenire. E nella personalità di un uomo, è… come dire? Autorità senza dominio? Qualcosa del genere.»
L’immaginazione di Nicholai rimase galvanizzata dal concetto di
shibumi. Nessun altro ideale lo aveva mai tanto commosso. «Come si raggiunge questo shibumi, signore?»
«Non lo si raggiunge, lo si… scopre. E solo pochi uomini d’infinita raffinatezza arrivano a scoprirlo. Uomini come il mio amico Otake-san.»
«Vuol dire che bisogna imparare un mucchio di cose per essere
shibumi
«Vuol dire, caso mai, che bisogna passare attraverso la sapienza e arrivare alla semplicità.»

 

Altre letture in breve

per dieci minutiChiara Gamberale
Per dieci minuti
Feltrinelli, 2013

Piacevole e leggero, Per dieci minuti di Chiara Gamberale si legge in un attimo. È il racconto (autobiografico?), non privo di ironia, di Chiara che, lasciata dal marito e persa la rubrica per cui scrive, deve reinventarsi una vita. La sua psicologa le consiglia di provare una cosa nuova al giorno. Una cosa piccola, bastano dieci minuti al giorno, ma deve trattarsi di qualcosa che non ha mai fatto prima. Chiara è quindi costretta suo malgrado a uscire dal guscio delle certezze ormai frantumate e deve aprirsi a chi le sta intorno. Per scoprire che un’altra vita è possibile.

Allegro ma non troppoCarlo M. Cipolla
Allegro ma non troppo con Le leggi fondamentali della stupidità umana
Il Mulino, 1988

Non esistono libri che ti cambiano la vita ma alcuni certamente aiutano.
Questo brevissimo libercolo del mai troppo compianto Carlo M. Cipolla, contenente ben due trattatelli di cui uno, celebre, nel quale enuncia le leggi della stupidità umana, è una perfetta lettura di evasione per intellettuali radical-chic. Ed è anche un regalo ideale.
Lo stupido: se lo conosci lo eviti. Se lo conosci non ti uccide. Ma attenzione: riconoscere gli stupidi e riuscire ad evitarli richiede allenamento costante.

prima di sparireMauro Covacich
Prima di sparire
Einaudi, 2008

Penso che possa dirmi è finita anche un istante dopo che mi ha detto ti amo. Sono due frasi che si prendono a pugnalate in continuazione negli occhi di Susanna.

Chi ha letto questo libro sa di cosa sto parlando. Chi non lo ha letto… lo faccia, se almeno una volta nella vita si è trovato a essere uno dei tre vertici di un triangolo amoroso.

A me è stato regalato da una donna che mi conosce meglio di quanto supponessi.

Comunque vada, il triangolo – finché rimane tale – è un oceano di infelicità.

Carriera criminale di Clelia C. (2011)

Carriera Criminale di Clelia C.Era il 29 aprile come oggi, ma del 1981, quando la quindicenne Clelia C. inizia la sua carriera criminale. Erano gli anni delle guerre di camorra e il padre di Clelia (la madre è morta durante il parto) allontana la figlia da Napoli per proteggerla. Cinque anni dopo la ragazzina sognatrice è diventata una donna d’affari ed è pronta a prendere il posto del padre, ucciso in una guerra fra clan.

Al desiderio di vendetta si affianca la sete di potere, entrambi smisurati e incontenibili. Clelia usa ogni mezzo per raggiungere i suoi scopi (che non si dica che nella vita non sono stata capace di arrivare dove volevo) attraverso quarant’anni di storia italiana e internazionale.

Il mai abbastanza compianto Luigi Bernardi ci ha lasciato in eredità la sua visione del mondo. Se in Fantomax si ipotizza una fantomatica multinazionale del Male come causa di guerre e disastri, qua una donna sola, con il fatturato di uno Stato e nessuno scrupolo, è azionista di buona parte dei traffici illeciti che avvengono nel mondo e causa motrice di una devastante futura catastrofe naturale.

Ma è, appunto, una donna sola. Spinta da rabbia enorme. Usa il sesso per ottenere favori, perde gli uomini a cui si lega, chi la chiama “amore” è anche chi la tradisce.

Nelle mani di Grazia Lobaccaro, la Clelia adolescente spigolosa diventa una donna bella e poi matura, con la sicurezza di chi sta saldamente seduto sul trono del mondo. Intorno a lei, guerre, morti e distruzioni accuratamente ed efficamente riprodotte.

La storia di Clelia C. è la parabola dell’inarrestabile vittoria del Male sul Bene. Non c’è castigo o punizione, ma solo un’interminabile sfilza di successi nella vita di Clelia. È il simbolo della vanità di qualunque lotta contro il lato oscuro. La stessa Clelia legge Gomorra (anzi, ne compra anche una copia da far autografare all’autore) e lo trova interessante.
Ma è innegabile che la Storia si giochi su altri interessi, destinati a primeggiare.

Luigi Bernardi – Grazia Lobaccaro
Carriera Criminale di Clelia C.
BlackVelvet
Collana Piombo
Pagine 180

“Quello che ti meriti” di Anne Holt (2008)

quello che ti meritiQuello che ti meriti (Einaudi Stile Libero Big, 2008, anche in ebook) è il romanzo più celebre di Anne Holt, scrittrice, giornalista e avvocato norvegese.

Un’ondata di crimini colpisce la Norvegia: alcuni bambini vengono rapiti e, dopo qualche giorno, il loro cadavere viene riconsegnato alle rispettive madri, accompagnato da un biglietto: Adesso hai quello che ti meriti. L’omicida è attento, non lascia tracce e soprattutto sembra colpire in maniera del tutto casuale. Mentre nel Paese si scatena la psicosi, la criminologa Johanne Vik ha qualche resistenza a farsi coinvolgere dall’investigatore Stubø nell’inchiesta perché è già impegnata su un altro fronte: quello di un vecchio caso di omicidio per il quale – forse – era stato condannato un innocente.

Johanne Vik ha qualche tratto della Kay Scarpetta prima maniera: è una donna solida, affidabile e determinata a dispetto delle avversità familiari. Separata e con qualche storia fallita alle spalle, rimane colpita da Stubø, il quale a sua volta è vedovo e ha una spiccata dedizione per il lavoro.
La trama si regge sulle spalle dei due protagonisti e sulla figura del serial killer, elemento certo non ignoto ai lettori di mystery ma usato in un contesto – quello norvegese – che permette di giocare sul fatto che si tratta di una – relativamente – piccola comunità.
L’intreccio intelligente – anche se il lettore attento intuisce la soluzione a metà del libro, più o meno – è generosamente supportato da suspense, sentimenti e da una scrittura più che convincente.

 

Un delitto impossibile (2000)

un delitto impossibileNei momenti di confusione, sommersa da novità e presunti capolavori, trovo rilassante rifugiarmi nel passato.
Ieri ho recuperato (e non è facile, purtroppo, trovarne una copia: molti ringraziamenti vanno a chi me l’ha fatta avere) Un delitto impossibile di Antonello Grimaldi. È un bellissimo film giallo tratto dal romanzo Procedura (Einaudi) di Salvatore Mannuzzu.
Valerio Garau (Lino Capolicchio), sostituto procuratore di Sassari, viene ucciso nel bar del Tribunale davanti agli occhi di Lauretta Oppo (Angela Molina), magistrato, amante storica di Garau. L’indagine viene affidata per competenza al procuratore Pietro D’Onofrio (Carlo Cecchi), rude magistrato della procura di Palermo, che si scontra immediatamente con le tesi accusatorie del magistrato locale, il procuratore Pani (Ivano Marescotti). Pani ha un’idea ben chiara su chi sia il colpevole: non può che essere il marito di Lauretta, presidente della Corte d’Appello.
D’Onofrio invece ha le idee altrettanto chiare sul fatto che la verità vada cercata oltre le apparenze.
Una storia semplice e complessa al tempo stesso, raccontata con grande eleganza, senza indugiare su particolari morbosi. Molto intensa l’ambientazione sarda, con scorci di paesaggio che sembrano arrivare dal passato. Musiche suggestive. Interpretazione incisiva degli attori, che in confronto al piatto panorama televisivo attuale hanno una “voce” e una presenza fisica di grande impatto.
Un film coraggioso anche per via dei temi trattati: temi scomodi, che forse spiegano per quale motivo il film non abbia avuto molti passaggi televisivi. Ma soprattutto un giallo elegante e sorprendente. Un’anomalia, una perla tutta italiana di cui andare orgogliosi.

Se riuscite, recuperatelo.

Un delitto impossibile
Regia di Antonello Grimaldi
Con Carlo Cecchi, Ivano Marescotti, Angela Molina, Lino Capolicchio (e Silvio Muccino bambino).
Italia, 2000