Un delitto impossibile (2000)

un delitto impossibileNei momenti di confusione, sommersa da novità e presunti capolavori, trovo rilassante rifugiarmi nel passato.
Ieri ho recuperato (e non è facile, purtroppo, trovarne una copia: molti ringraziamenti vanno a chi me l’ha fatta avere) Un delitto impossibile di Antonello Grimaldi. È un bellissimo film giallo tratto dal romanzo Procedura (Einaudi) di Salvatore Mannuzzu.
Valerio Garau (Lino Capolicchio), sostituto procuratore di Sassari, viene ucciso nel bar del Tribunale davanti agli occhi di Lauretta Oppo (Angela Molina), magistrato, amante storica di Garau. L’indagine viene affidata per competenza al procuratore Pietro D’Onofrio (Carlo Cecchi), rude magistrato della procura di Palermo, che si scontra immediatamente con le tesi accusatorie del magistrato locale, il procuratore Pani (Ivano Marescotti). Pani ha un’idea ben chiara su chi sia il colpevole: non può che essere il marito di Lauretta, presidente della Corte d’Appello.
D’Onofrio invece ha le idee altrettanto chiare sul fatto che la verità vada cercata oltre le apparenze.
Una storia semplice e complessa al tempo stesso, raccontata con grande eleganza, senza indugiare su particolari morbosi. Molto intensa l’ambientazione sarda, con scorci di paesaggio che sembrano arrivare dal passato. Musiche suggestive. Interpretazione incisiva degli attori, che in confronto al piatto panorama televisivo attuale hanno una “voce” e una presenza fisica di grande impatto.
Un film coraggioso anche per via dei temi trattati: temi scomodi, che forse spiegano per quale motivo il film non abbia avuto molti passaggi televisivi. Ma soprattutto un giallo elegante e sorprendente. Un’anomalia, una perla tutta italiana di cui andare orgogliosi.

Se riuscite, recuperatelo.

Un delitto impossibile
Regia di Antonello Grimaldi
Con Carlo Cecchi, Ivano Marescotti, Angela Molina, Lino Capolicchio (e Silvio Muccino bambino).
Italia, 2000

“Non avevo capito niente” di Diego De Silva (2007)

Non avevo capito nienteNonostante suoi racconti compaiano in antologie dichiaratamente di genere come Crimini e Crimini Italiani, Non avevo capito niente (Einaudi, 2007 – finalista al premio Strega 2008) di Diego De Silva è narrativa mainstream. L’autore, in occasione di una presentazione, aveva precisato: «Non sono un giallista, ma poiché ho scritto un paio di libri “oscuri” sono stato inserito nel giro giallo-noir. Io però amo gli intrecci oscuri, ma non le trame gialle. Non avevo capito niente, in origine, doveva essere un libro buffo, o meglio un’opera letteraria di spessore drammatico ma che avesse la caratteristica della lievità. È un’insana passione italica, quella di “dare del lei” ai libri, di considerarli validi solo se sono “pesanti”: ma la narrativa che che ha il tratto della leggerezza, come Il giovane Holden, ha comunque dignità letteraria».

In Non avevo capito niente il protagonista, Vincenzo Malinconico, è un avvocato, ma è l’esatto opposto dell’avvocato figo da stereotipo. Ma poteva anche essere un ingegnere: il punto è che la classe dei liberi professionisti sta progressivamente scivolando lungo la china dell’indigenza sociale.
Vincenzo Malinconico è un “avvocato di insuccesso”: vive in una casa totalmente arredata Ikea, anzi ha talmente tanta familiarità con gli oggetti Ikea che li chiama per nome. È stato abbandonato dalla moglie Nives, psicologa di successo (lei sì), che lo ha sostituito con un architetto (ma non nel letto: qualche sana ora di ginnastica con l’ex marito è consentita anche dall’etica professionale, pare).
La carriera di Malinconico ha una svolta improvvisa quando arriva una chiamata dalla Procura: un piccolo camorrista, Mimmo ‘o Burzone, ha bisogno di un legale d’ufficio. Malinconico è preoccupatissimo, lui che da anni non tratta la materia penale. Ma per qualche strano motivo fa bella figura, così i capi di ‘o Burzone si convincono che lui sia un avvocato molto preparato che non ha ancora avuto la sua occasione. E decidono di farne un penalista di grido, mettendogli alle costole un guardaspalle molto poco discreto.
Contemporaneamente nella vita di Malinconico accade un altro miracolo: Alessandra Persiano, l’avvocatessa più gettonata del tribunale, si interessa a lui. Con esiti fino alla fine imprevedibili.
Pene d’amore e incerti del mestiere sono trattati con soave leggerezza. Lo stesso dicasi per il tema della camorra. Dati i tempi, sorge spontanea la domanda: la camorra dipinta da Roberto Saviano e la camorra di Diego De Silva sono la stessa cosa? Certo che sì. Ma se Gomorra sottolinea gli aspetti criminali, Non avevo capito niente ne evidenzia quelli grotteschi: «La camorra non è solo sangue: è anche cattivo gusto, stupidità, precariato, ottusità, cafonaggine, incapacità di evolversi. Le camicie che non si chiudono bene, la panza debordante, sono parte di una rappresentazione parodistica che può servire, se non a combattere, quanto meno a demolire un mito».
D’altra parte, per De Silva, «la letteratura dev’essere bella, non dev’essere un momento di rivoluzione delle coscienze. Se ottiene questo effetto, deve essere un elemento accessorio e complementare, e soprattutto spontaneo. Non può essere l’obiettivo principale».

Lettura godibilissima e raccomandata.

Lasciami entrare (2008)

Lasciami entrareChe differenza tra i vampiri patinati e trendy di Twilight e la piccola Eli. Magra, solitaria, selvaggia, Eli si rifugia insieme a Håkan in uno sperduto sobborgo di Stoccolma. Eli non ha freddo, non sopporta la luce e ha uno strano odore. Ha bisogno di sangue per sopravvivere e non seleziona le sue prede (anzi, è Håkan che le sceglie per lei). L’incontro con Oskar, anche lui un castaway (magro, pallido, figlio di genitori separati e bersaglio dei bulli della scuola), cambierà le vite di entrambi. Oskar scopre un sentimento nuovo, Eli lo aiuta ad affrontare i suoi problemi. Ognuno dei due permette all’altro di entrare nel suo mondo. Si innamorano, di quell’amore pulito e totale come sanno esserlo solo certi sentimenti infantili.
Il film – scarno, essenziale – è ambientato in un sobborgo di Stoccolma sommerso dalla neve. Vengono rappresentati bisogni semplici, basilari: mangiare, bere, dormire, amare qualcuno. E oggetti semplici: non ci sono cellulari, macchine di lusso, abiti firmati. Nel mondo di Eli e Oskar si lotta per sopravvivere e a volte nemmeno ci si riesce.

La metafora del vampiro come “diverso”, come predatore, è una metafora violenta, ma mai quanto certe realtà apparentemente normali. E l’amore come (àncora di) salvezza l’ultima favola a cui ci permettiamo di credere.

Dal romanzo omonimo dello svedese John Ajvide Lindqvist, che è anche sceneggiatore del film, un horror senza tempo, vincitore del Tribeca Film Festival 2008.

Lasciami entrare
Regia di Tomas Alfredson
Svezia, 2008

“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron (2007)

un giorno questo doloreA dispetto del titolo – che pure mi ha conquistata appena l’ho letto, su uno scaffale della libreria – Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron è un romanzo molto ironico. La storia nuda e cruda, quella di un diciottenne molto sensibile e privo di punti di riferimento, potrebbe apparire drammatica. Ma non lo è, perché il contorno della storia è involontariamente comico.
La famiglia di James è squinternata nel senso wasp del termine: la madre ha una galleria d’arte e colleziona mariti, il padre pranza al circolo e fa operazioni di chirurgia estetica, la sorella ha una relazione con il suo prof. James si sente alienato dalla famiglia, ma anche dai suoi coetanei: anzi, in occasione di una gita scolastica si allontana dal gruppo e questo suo comportamento antisociale lo porta dallo psicologo. Le sedute dallo psicologo sono esilaranti. E anche l’appuntamento al buio con un gay dichiarato – per il quale James viene aspramente rimproverato – è emblematico di un certo modo di “prendersi troppo sul serio” che gli adulti hanno.
Insomma è un ritratto lieve e al tempo stesso corposo della vita (di un certo tipo di vita) nella New York contemporanea.
Ovviamente (siccome non è un giallo posso dirlo) nel finale la crisi si ricompone nel migliore dei modi. Come a significare che il dramma era solo nella percezione di James, nei suoi complicati e difficili sentimenti di adolescente.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo.

Dopo Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato la raccolta di racconti Paura della matematica, Coral Glynn, Il weekend e Andorra.

Il caso sbagliato di James Crumley (reloaded)

il caso sbagliatoIl caso sbagliato di James Crumley (Einaudi Stile Libero Noir, disponibile anche in ebook) uscì nella nuova traduzione di Luca Conti nel 2008, quasi in contemporanea con la morte del’autore.
Il romanzo originale risale al 1975 (anno in cui venne pubblicato nella collana dei Gialli Mondadori) e fa parte della trilogia del detective Milton Chester Milodragovitch, detto Milo.
Squattrinato, in attesa dell’eredità paterna che arriverà quando non avrà più l’età per sperperarla, Milo è un ex poliziotto ed ex marito (la moglie ha sposato Jamison, agente integerrimo in forza alla polizia locale), e anche come investigatore non è esattamente tra i più quotati da quando la legge sul divorzio è cambiata.
Ma il destino, sotto forma di una rossa da capogiro, lo porta a indagare sul suicidio di Raymond Duffy. Il caso è piuttosto semplice e Milo lascerebbe anche perdere se non fosse che la cliente, sorella di Raymond, è convinta che il fratello non possa essersi suicidato.
A causa di Helen, Milo inizia a rovistare nei bassifondi di Meriwether, fra drogati e alcolisti, alla ricerca di una soluzione che convinca la donna. E pazienza se per arrivare alla soluzione sarà necessario prenderle dall’enorme Lawrence Reese, un nero con l’ombretto viola poco disposto a collaborare, mentire, rischiare l’arresto e altre amenità.
I duri come Milo sono abituati a girare con gli occhi pesti e l’alito che puzza di alcool e a lasciarsi alle spalle una scia di cadaveri e comprimari malmenati.
Ma è proprio un caso sbagliato, questo, che nasce male e finisce peggio.

Nonostante sia datato, Il caso sbagliato ha una carica di attualità che il tempo non ha sfiorato. L’immagine della provincia americana, la corruzione, le dipendenze, le passioni: a distanza di trent’anni, niente di nuovo sotto il sole. Con la differenza che James Crumley era in grado di raccontarlo meglio di tanti altri.

Leggi l’incipit sul blog di Luca Conti.

 

 

Il potere del cane di Don Winslow (reloaded)

il potere del caneCostato a Don Winslow ben sei anni di ricerche, Il potere del cane (Einaudi, 2009) è il “romanzo criminale” dell’America Latina: se da noi c’era la Banda della Magliana, lì avevano (hanno ancora, immagino) i narcotraficantes che tenevano in scacco interi governi. Il libro si basa su fatti realmente accaduti: su Wikipedia, per chi mastica l’inglese, si trova la comparazione tra personaggi fittizi e persone reali.

Figura centrale è quella di Art Keller, che per quasi 30 anni si dedica – sacrifica la sua intera vita, meglio – alla lotta al narcotraffico. Dall’altra parte i fratelli Barrera e lo zio Miguel Angel. A contorno, una miriade di protagonisti: gli italiani, gli irlandesi, gli agenti federali, un mercenario a metà, un prete eroico. Le donne: poche, come se di questa guerra fra bambini avidi loro fossero solo vittime. A parte Nora, bellissima e disperata, che gioca un ruolo centrale anche se a tratti inconsapevole. E la droga: che scorre a fiumi, che si smercia a tonnellate, che viene usata come moneta di scambio. Che muove il mondo.

Lo straordinario, disperante intreccio di relazioni tra criminali, politici, funzionari di Polizia, CIA e DEA è raccontato con ritmo serrato. Ma anche la discesa agli inferi dei singoli personaggi, ognuno alle prese con il proprio dramma personale, è narrata con grande perizia. Come da manuale, sullo sfondo della Storia si svolgono le storie di rovina e devastazione, non meno interessanti e importanti dei grandi eventi.

A fine lettura rimane la sensazione di una guerra persa in partenza, senza scampo e senza speranza, di una formica in lotta contro un elefante.
Romanzo coinvolgente, indiscutibilmente amaro.

L’ultima indagine di Leif G.W. Persson and the story so far

tra la nostalgia dell'estateUna coincidenza a dir poco straordinaria, pensò l’ex capo della polizia Lars Martin Johansson, che aveva imparato a diffidare delle coincidenze sin dall’inizio della sua brillante carriera (pag. 145, L’ultima indagine)

In principio fu Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno (Marsilio, 2004, anche in ebook). Un modo poetico per dire “autunno” e il primo incontro con Leif GW Persson, incontro di cui si è persa traccia (e le mie maledizioni arrivino sempiterne a coloro che hanno prodotto questo risultato).

Fu amore a prima vista.

Poi c’è stato Un altro tempo, un’altra vita (Marsilio, 2005), di cui invece per fortuna ho mantenuto la bozza. Eccola.

un altro tempoGiovedì 24 aprile 1975: un gruppo di terroristi tedeschi attacca l’ambasciata della Repubblica Federale Tedesca a Stoccolma. Giovedì 30 novembre 1989: mentre buona parte delle forze di polizia è impegnata a sedare dei tumulti, un uomo viene assassinato nel suo appartamento. Si chiama Eriksson, vive da solo, i vicini non sanno quasi niente di lui. È un oscuro impiegato dell’Istituto di Statistica, ma la casa e l’arredamento fanno pensare a una persona benestante. Le indagini vengono affidate a Bäckström, un poliziotto oltremodo ottuso che decide di battere la pista omosessuale (per sua intima convinzione, se un uomo vive da solo deve avere da qualche parte riviste con uomini depilati e vestiti da marinai). Nonostante l’impegno degli ispettori Bo Jarnebring e Anna Holt, che cercano indizi in varie direzioni, l’indagine viene archiviata qualche mese dopo senza che sia emerso alcun colpevole. Marzo 2000: Lars Martin Johansson, nuovo capo dei Servizi di Sicurezza, è costretto a riprendere in mano il vecchio caso per cercare di dare risposta a certe pressanti richieste politiche. Non facile, visto che i fascicoli hanno subito pesanti “tagli” dopo la caduta del Muro di Berlino. Ma Johansson è un poliziotto vero e un segugio di prim’ordine.

Il bell’intreccio di storia, politica e crimini comuni fa di Un altro tempo, un’altra vita un giallo decisamente al di sopra della media. Persson parla in maniera elegante e ironica di vizi e virtù (ma soprattutto i primi) della società svedese. In quel mondo ovattato che è Stoccolma, sepolta sotto la neve per svariati mesi l’anno, un po’ ai margini delle vicende politiche europee, può accadere di tutto, con grande disappunto delle forze dell’ordine, che vorrebbero che non venisse mai turbato il tranquillo andamento della vita dei cittadini. E della loro vita, soprattutto, fatta di colossali sbronze, piccoli abusi e donne compiacenti. Non è dato sapere se le forze di polizia svedesi siano davvero così ottuse come vengono dipinte, ma certo il motto prudenziale di Churchill “He who is forewarned, is also forearmed” trova larga applicazione: meglio evitare i guai con della sana prevenzione che affrontarli dopo che sono accaduti. Perché “dopo” sarà difficile trovare qualcuno che possa venire a capo dei problemi.

E poi In caduta libera come in un sogno (ebook), Anatomia di un’indagine (ebook), Uccidete il drago (ebook).

ultima indagineAdesso siamo a L’ultima indagine (Marsilio, 2013).

Il titolo è di per sé esplicativo. Lars Martin Johansson, ormai in pensione, è colpito da un ictus. Prontamente soccorso dai suoi ex colleghi, inizia una lunga fase di riabilitazione. La dottoressa Ulrika Stenholm che lo ha in cura gli sottopone un cold case, un caso appena caduto in prescrizione: l’omicidio di una bambina di nove anni, Yasmine. Un altro caso inopinatamente assegnato al pessimo Bäckström e destinato a sicuro fallimento. Infatti l’assassino non è mai stato scoperto. Dopo qualche anno i genitori di Yasmine si sono separati: della madre si sono perse le tracce, il padre è andato negli Stati Uniti, ha cambiato nome ed è diventato miliardario. Venticinque anni dopo Lars Martin inizia a indagare, prima dal suo letto di ospedale e poi da casa, con l’aiuto del vecchio amico Jarnebring, del fratello Evert, del cognato e di un’inedita coppia di badanti, la tatuatissima Matilda e il russo Max. Nonostante il mal di testa, l’oppressione al petto e il braccio destro malfunzionante, Lars Martin continua a essere uno che “vede dietro gli angoli”.
Indaga e sfrutta al massimo le potenzialità concesse dal suo corpo. Non si risparmia: «Perché vivere aspettando la fine di ogni giorno non è vita» (pag. 375). Trova il tempo di aiutare Matilda e Max e di scoprire segreti sepolti nel cuore delle persone.
Ma se anche trovasse il colpevole, si pone il dilemma etico: si tratta di un caso ormai prescritto, per il quale la legge non prevede punizione. Cosa fare?

Ci sono precedenti illustri, uno citato dallo stesso autore (lo splendido Il giudice e il suo boia di Friedrich Dürrenmatt) ma penso anche a Sipario – L’ultima avventura di Poirot di Agatha Christie. Si chiude un ciclo, e non è mai una chiusura indolore. Tutto il romanzo, che si svolge nell’arco di un’estate, è una sfida e un lungo commiato dall’uomo che vede dietro gli angoli. Un breve, fulminante ultimo capitolo scioglie tutti i nodi e ci lascia pieni di rimpianti.

Non posso che ringraziare Leif GW Persson per averci regalato le belle storie di Lars Martin Johansson, l’uomo del Norrland.

L’ultima indagine è considerato – a ragione – il capolavoro di Persson. Consigliatissimo.

L’autore – Leif GW Persson (GW sta per Gustav Willy) è nato nel 1945 e vive a Herrensitz, in Svezia. Ha insegato Analisi del crimine alla scuola superiore di Polizia. È esperto di Medicina Legale, è stato docente di Criminologia all’Università di Stoccolma e consulente del Ministero di Giustizia e dei Servizi Segreti. Attualmente è uno dei più quotati autori svedesi di polizieschi. Dai suoi romanzi è in lavorazione una serie tv prodotta dalla Cbs.

 

 

Oxford Murders – Teorema di un delitto

The Oxford MurdersMediaset Premium lo sta passando in questo periodo (Giovedì 24 alle 21.15 su Premium Energy, per la precisione), quindi se avete occasione consiglio vivamente di vedere Oxford Murders – Teorema di un delitto. Il film è tratto dal romanzo La serie di Oxford (edito da Mondadori, pubblicato anche nel Giallo Mondadori nr. 2892, gennaio 2006) di Guillermo Martinez, un giallo di alta classe che mescola una trama impeccabile a curiose nozioni di matematica, filosofia e magia.

Il libro inizia con l’omicidio di un’anziana signora, accompagnato da un inquietante biglietto sul quale compare un simbolo matematico, il primo di una serie. Un serial killer si aggira nella tranquilla cittadina di Oxford: potrebbe trattarsi di qualcuno che, pur di dimostrare la propria superiorità intellettuale, non esita a uccidere sfidando i brillanti matematici del luogo a risolvere il caso. Sono “crimini impercettibili”, quelli che vengono commessi, crimini che potrebbero quasi essere scambiati per decessi naturali se non fossero accompagnati da quei biglietti… Come nella migliore tradizione gialla, la verità è al tempo stesso rigorosamente logica e accuratamente celata, proprio come la lettera rubata di Edgar A. Poe.

Devo ammettere che un romanzo giallo acquista molti punti, nella scala delle mie preferenze, se oltre a mettere alla prova le mie capacità deduttive riesce anche a stimolare la curiosità di saperne di più su argomenti che sono stati accantonati dopo gli anni della scuola. Sono andata quindi a rispolverare nozioni come il teorema di Fermat, il paradosso di Wittgenstein sulle regole finite e addirittura un racconto di Dino Buzzati, Sette piani.

E, sorpresa sorpresa, il film mi è piaciuto altrettanto. È vivace, ricco di citazioni, ambientato nella splendida atmosfera dei college inglesi di Oxford.

La trama è un capolavoro di eleganza, ma è la stessa del libro, inutile ripeterla.
Se non avete letto il libro di Guillermo Martinez, il finale vi colpirà per la sottigliezza. Se lo avete letto, vedrete con quale vigore e nitidezza prendono vita sullo schermo i due contrapposti caratteri dello studente Martin e del professor Arthur Seldom.

Ottimo giallo con grandi spunti di riflessione circa la Vita, l’Universo e Tutto Quanto.

Qualche curiosità in più su Wikipedia.

Oxford Murders – Teorema di un delitto
Regia di Álex De la Iglesia
Con Elijah Wood, John Hurt, Leonor Watling, Julie Cox, Anna Massey
Titolo originale The Oxford Murders
Durata 110 min.
Spagna, Francia 2008

30 giorni di buio (2007)

Domenica pomeriggio uggiosetta?
Questo horror vi terrà svegli. Tratto da un bellissimo fumetto di Steve Niles, il film ha ritmo serrato e effetti speciali notevoli. Isolati dal mondo in un lembo di terra d’Alaska su cui stanno per scendere 30 giorni di buio, uno sparuto gruppo di abitanti si trova a fronteggiare una minaccia imprevista: l’attacco di un branco di vampiri. (Niente a che vedere con a  Twilight Saga, naturalmente, anche se il regista David Slade tre anni dopo è scivolato su Eclipse). La protagonista femminile Melissa George è attualmente in tv con Hunted (di cui renderò conto prossimamente su questo schermo).
Ottima regia, angoscianti i contrasti tra bianco (neve), nero (buio) e rosso (sangue).

30 giorni di buio su Wikipedia. Non guardatelo se non volete conoscere il finale…

L’isola della paura di Dennis Lehane (reloaded): il romanzo, il graphic novel, il film

L’isola della paura (Piemme) di Dennis Lehane è uno dei romanzi che ricordo più volentieri perché è riuscito a fare ciò in cui pochi riescono: sorprendermi. Il post che ne è seguito, ora perso per sempre, aveva oltre un centinaio di commenti da parte di lettori entusiasti che però spesso chiedevano spiegazioni sul finale. Anche quei commenti, ça va sans dire, sono persi per sempre. (L’autore del folle gesto è stato maledetto fino alla settima generazione di discendenti).

Al libro sono seguiti il graphic novel (tutto italiano) di Stefano Ascari e Andrea Riccadonna e il film di Martin Scorsese con Leonardo Di Caprio, che hanno mantenuto il titolo originale (Shutter Island) e che sono stati entrambi fruiti con lo stesso entusiasmo.

Ripropongo qua la trama del romanzo e i (miei) commenti a futura memoria.

Nell’estate del 1954 l’agente federale Teddy Daniels e il suo collega Chuck Aule arrivano a bordo di un battello a Shutter Island, al largo delle coste del Massachusets. L’isola ospita il manicomio criminale di Ashecliffe ed è considerata sicura; tuttavia pare che una paziente, una pericolosa assassina di nome Rachel Solando, sia scomparsa. I due federali devono ritrovare la donna.
Ma c’è qualcosa di strano sull’isola.
La presenza di Daniels sembra essere d’intralcio a qualcuno. Lo stesso Daniels nasconde qualcosa: è sull’isola per cercare la Solando, ma non solo. Negli ambienti governativi gira voce che nel padiglione C dell’ospedale, isolato da tutto il resto e guardato a vista, vengano compiuti misteriosi esperimenti su cavie umane. Esperimenti che implicano un approccio alla psichiatria molto particolare, mediante l’uso di droghe sperimentali e operazioni chirurgiche estremamente rischiose.
E ancora: Teddy Daniels di solito lavora da solo, ma per indagare su questo caso gli è stato affiancato un collega, Aule, completamente diverso da lui. Tanto Daniels è uomo d’azione quanto Aule è riflessivo. Chi ha voluto che i due, che nemmeno si conoscono, lavorassero fianco a fianco?
Mentre Daniels e Aule si scontrano con la reticenza dei dirigenti e dei medici di Ashecliffe, Rachel Solando sembra essere sparita nel nulla. Scalza, per di più. Ma non è l’unica anomalia: qualcuno semina degli indizi, che però apparentemente non portano a nulla. E perché non c’è traccia della documentazione relativa al paziente 67, ricoverato un anno prima? Più Daniels si avvicina alla verità, più questa sembra sfuggirgli. Lo stesso Aule potrebbe essere un nemico. Quando una violenta tempesta si scatena sull’isola, Daniels inizia a temere che non ci sia modo di tornare indietro da Shutter Island.

L’isola della paura è un romanzo che toglie il respiro e conferma l’eccezionale bravura di Dennis Lehane nel creare trame convincenti e coinvolgenti. Sin dalla prima pagina si respira un’atmosfera di tensione che cresce costantemente fino alla fine. Nonostante che il libro sia chiaramente pensato per diventare un film, la contaminazione stilistica che ne deriva non danneggia, ma arricchisce la struttura: dialoghi serrati, descrizioni efficaci, personaggi costruiti magnificamente. La difficoltà nel parlare di questo libro sta nel fatto che la parte migliore, in assoluto, è il finale, che però non può essere svelato. Lehane poteva scrivere un thriller “ordinario”, invece la soluzione del mistero costringe a ripensare tutto quello che si è letto fino a quel momento e vederlo sotto una luce totalmente diversa. Ma non ci sono trucchi che ingannano il lettore: il sorprendente colpo di scena finale, se da un lato giunge completamente inaspettato, dall’altro è il più realistico e umano finale che si poteva immaginare.

Disponibile anche in ebook: