La storia di un matrimonio (2011)

la storia di un matrimonioAndrew Sean Greer
La storia di un matrimonio
Adelphi, 2011

Crediamo tutti di conoscere le persone che amiamo. Chi parla è Pearlie Cooks, giovane donna di colore che vive nella San Francisco post seconda guerra mondiale. All’inizio sembra che si parli di una tragedia annunciata: Pearlie scopre che nella vita del marito Holland ci sono delle zone d’ombra. E, con il senno di poi, si colpevolizza per non aver capito prima. Tutta presa a tenere indenne Holland dalle brutture del mondo, Pearlie non si era resa conto di non conoscere il marito.

Chi è Holland Cooks? Per Pearlie è, appunto, l’amorevole marito e padre di suo figlio, per le zie Alice e Beatrice non è uomo da sposare, per Buzz Drumer è il compagno ospedale, per Annabel è la trasgressiva evasione da una vita perfettamente WASP, per William la causa remota e inconsapevole di tutte le sue disgrazie e di alcune delle sue fortune. Ma chi è veramente Holland Cook, e cosa veramente vuole, nessuno lo sa. Il suo punto di vista è l’unico che il narratore non ci rende. Tutti parlano di Holland Cook, solo Holland non parla di sé.

È un racconto di guerra? Se lo chiede anche Pearlie, a un certo punto, e la risposta è no, La storia di un matrimonio non è un racconto di guerra, semmai un racconto di gente che vive in tempo di guerra, con tutto ciò che questo comporta: lavori “anomali”, opportunità per le donne, massicci contingenti di giovani uomini sottratti alla vita civile per andare a combattere, e quindi lutti, ferite, traumi psicologici per chi va e per chi resta. E poi restrizioni, sacrifici, e infine il ritorno alla vita normale, il desiderio di cancellare il dolore, le piccole conquiste e i piccoli piaceri ritrovati. E la lotta per mantenere tutto questo.

La piccola Pearlie però non lotta. Indaga, si dispera, si avviluppa nelle sue elucubrazioni, ma al momento di fare una scelta si arrende di fronte all’ineluttabile. Salvo che…

Greers ha una meravigliosa, banalissima lezione da insegnarci: un uomo non si giudica da ciò che dice, ma da ciò che fa. Le mille congetture di Pearlie, le lunghe discussioni con Buzz, i consigli delle zie, le ipotesi e i programmi si scontrano con un’unica, solida realtà. Si dice che esistano tanti mondi quante sono le nostre scelte: e solo questo è quello che conta, l’unica cosa che scegliamo tra le tante possibili.

A distanza di quattro anni, La storia di un matrimonio rimane uno dei libri migliori che io abbia mai letto.

Incontri: George Pelecanos

PelecanosHo iniziato (in tremendo ritardo!) a guardare la serie tv The Wire e ho scoperto che uno degli autori è una mia vecchia conoscenza, George Pelecanos, pluripremiato autore di noir. E mi sono ricordata di una vecchia intervista…
Eccola. Datata ma “ripulita” e attualizzata.

AB – Come è stata la tua infanzia?
GP – Ero un bambino americano di seconda generazione (i miei genitori erano greci) vissuto negli anni in cui Washington era teatro di infuocati riots tra neri e bianchi. Il ricordo di quegli anni ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere.

AB – Quando hai iniziato a scrivere?
GP – La mia carriera è iniziata nel mondo del cinema come produttore e sceneggiatore. Ho deciso di diventare scrittore dopo aver seguito un corso di letteratura poliziesca e riscoperto i vecchi classici: Hammett, Chandler, Ross MacDonald… Da quel momento in poi ho letto tantissimo. Scrivevo di notte, o di mattina presto, mentre continuavo a fare altri lavori per mantenermi.
Ho pubblicato il primo libro, A Firing Offense, a 31 anni: era il 1992. Il protagonista, Nick Stefanos, è abbastanza autobiografico: ha origini greche, beve e ha un lavoro che non gli piace molto.
L’investigatore Derek Strange nasce dopo ed è un personaggio che ho voluto fortemente. Un detective nero che vive e agisce in una comunità che lui protegge ma dalla quale non è accettato.

AB – Hai scritto anche romanzi stand-alone. 
GP – La città che fa da sfondo a tutti i miei romanzi è Washington. Prendo ispirazione da storie reali: in Drama City (Il Guardiano del Buio, in italiano) ad esempio i protagonisti sono Lorenzo e Rachel. Lorenzo ha scontato una pena in carcere e ora per lavoro si prende cura dei cani reduci dagli incontri di dog fighting; Rachel è una poliziotta dalla doppia vita: la notte dà sfogo alle sue angosce dedicandosi all’alcol e agli incontri fortuiti nei bar.

AB – Cosa è cambiato rispetto agli inizi della carriera?
GP – All’inizio ero più libero di scrivere ciò che volevo. Adesso l’editore investe molto di più su di me e quindi vuole essere certo che quello che scrivo sia di gradimento dei lettori. Io tento comunque di raggiungere un’audience vasta, ma senza snaturare la mia arte.

AB – Cosa ti è rimasto dell’anima greca, come uomo e come scrittore?
GP – Il fatto di essere un lavoratore instancabile. Lo vedevo fare a mio padre e lo faccio io.

Shibumi (1979)

shibumiShibumi – Il ritorno delle gru è il raffinato action-thriller di Trevanian che ha per protagonista l’enigmatico Nicholai (Nikko) Hell. L’ho letto anni fa e l’ho adorato.
Romanzo datato ma di gran lunga migliore del seguito, Satori (malriuscito esperimento affidato alla pur abile penna di Don Winslow).
Per avere un’idea di cosa sia lo Shibumi, questa è la definizione che se ne dà nel libro:

«Ne sono sicuro. È un uomo che ha tutto il mio rispetto. Possiede una sorta di… come dire?… di shibumi
«
Shibumi, signore?» Nicholai conosceva questa parola, ma solo nella sua applicazione ai giardini o all’architettura, dove aveva il significato di bellezza poco appariscente. «In che senso usa questa parola signore?»
«Oh, vagamente. E scorrettamente sospetto. Un goffo tentativo di descrivere una qualità ineffabile. Come sai,
shibumi allude a una grande raffinatezza sotto apparenze comuni. È un’affermazione così precisa che non ha bisogno di essere ardita, così acuta che non dev’essere bella, così vera che non deve essere reale.
Shibumi è comprensione più che conoscenza. Silenzio eloquente. Nel modo di comportarsi, è modestia senza pruderie. Nell’arte, dove lo spirito di shibumi prende la forma di sabi, è elegante semplicità, articolata brevità. Nella filosofia, dove shibumi emerge come wabi, è una serenità spirituale non passiva; l’essere senza l’angoscia del divenire. E nella personalità di un uomo, è… come dire? Autorità senza dominio? Qualcosa del genere.»
L’immaginazione di Nicholai rimase galvanizzata dal concetto di
shibumi. Nessun altro ideale lo aveva mai tanto commosso. «Come si raggiunge questo shibumi, signore?»
«Non lo si raggiunge, lo si… scopre. E solo pochi uomini d’infinita raffinatezza arrivano a scoprirlo. Uomini come il mio amico Otake-san.»
«Vuol dire che bisogna imparare un mucchio di cose per essere
shibumi
«Vuol dire, caso mai, che bisogna passare attraverso la sapienza e arrivare alla semplicità.»

 

Altre letture in breve

per dieci minutiChiara Gamberale
Per dieci minuti
Feltrinelli, 2013

Piacevole e leggero, Per dieci minuti di Chiara Gamberale si legge in un attimo. È il racconto (autobiografico?), non privo di ironia, di Chiara che, lasciata dal marito e persa la rubrica per cui scrive, deve reinventarsi una vita. La sua psicologa le consiglia di provare una cosa nuova al giorno. Una cosa piccola, bastano dieci minuti al giorno, ma deve trattarsi di qualcosa che non ha mai fatto prima. Chiara è quindi costretta suo malgrado a uscire dal guscio delle certezze ormai frantumate e deve aprirsi a chi le sta intorno. Per scoprire che un’altra vita è possibile.

Allegro ma non troppoCarlo M. Cipolla
Allegro ma non troppo con Le leggi fondamentali della stupidità umana
Il Mulino, 1988

Non esistono libri che ti cambiano la vita ma alcuni certamente aiutano.
Questo brevissimo libercolo del mai troppo compianto Carlo M. Cipolla, contenente ben due trattatelli di cui uno, celebre, nel quale enuncia le leggi della stupidità umana, è una perfetta lettura di evasione per intellettuali radical-chic. Ed è anche un regalo ideale.
Lo stupido: se lo conosci lo eviti. Se lo conosci non ti uccide. Ma attenzione: riconoscere gli stupidi e riuscire ad evitarli richiede allenamento costante.

prima di sparireMauro Covacich
Prima di sparire
Einaudi, 2008

Penso che possa dirmi è finita anche un istante dopo che mi ha detto ti amo. Sono due frasi che si prendono a pugnalate in continuazione negli occhi di Susanna.

Chi ha letto questo libro sa di cosa sto parlando. Chi non lo ha letto… lo faccia, se almeno una volta nella vita si è trovato a essere uno dei tre vertici di un triangolo amoroso.

A me è stato regalato da una donna che mi conosce meglio di quanto supponessi.

Comunque vada, il triangolo – finché rimane tale – è un oceano di infelicità.

Carriera criminale di Clelia C. (2011)

Carriera Criminale di Clelia C.Era il 29 aprile come oggi, ma del 1981, quando la quindicenne Clelia C. inizia la sua carriera criminale. Erano gli anni delle guerre di camorra e il padre di Clelia (la madre è morta durante il parto) allontana la figlia da Napoli per proteggerla. Cinque anni dopo la ragazzina sognatrice è diventata una donna d’affari ed è pronta a prendere il posto del padre, ucciso in una guerra fra clan.

Al desiderio di vendetta si affianca la sete di potere, entrambi smisurati e incontenibili. Clelia usa ogni mezzo per raggiungere i suoi scopi (che non si dica che nella vita non sono stata capace di arrivare dove volevo) attraverso quarant’anni di storia italiana e internazionale.

Il mai abbastanza compianto Luigi Bernardi ci ha lasciato in eredità la sua visione del mondo. Se in Fantomax si ipotizza una fantomatica multinazionale del Male come causa di guerre e disastri, qua una donna sola, con il fatturato di uno Stato e nessuno scrupolo, è azionista di buona parte dei traffici illeciti che avvengono nel mondo e causa motrice di una devastante futura catastrofe naturale.

Ma è, appunto, una donna sola. Spinta da rabbia enorme. Usa il sesso per ottenere favori, perde gli uomini a cui si lega, chi la chiama “amore” è anche chi la tradisce.

Nelle mani di Grazia Lobaccaro, la Clelia adolescente spigolosa diventa una donna bella e poi matura, con la sicurezza di chi sta saldamente seduto sul trono del mondo. Intorno a lei, guerre, morti e distruzioni accuratamente ed efficamente riprodotte.

La storia di Clelia C. è la parabola dell’inarrestabile vittoria del Male sul Bene. Non c’è castigo o punizione, ma solo un’interminabile sfilza di successi nella vita di Clelia. È il simbolo della vanità di qualunque lotta contro il lato oscuro. La stessa Clelia legge Gomorra (anzi, ne compra anche una copia da far autografare all’autore) e lo trova interessante.
Ma è innegabile che la Storia si giochi su altri interessi, destinati a primeggiare.

Luigi Bernardi – Grazia Lobaccaro
Carriera Criminale di Clelia C.
BlackVelvet
Collana Piombo
Pagine 180

“Quello che ti meriti” di Anne Holt (2008)

quello che ti meritiQuello che ti meriti (Einaudi Stile Libero Big, 2008, anche in ebook) è il romanzo più celebre di Anne Holt, scrittrice, giornalista e avvocato norvegese.

Un’ondata di crimini colpisce la Norvegia: alcuni bambini vengono rapiti e, dopo qualche giorno, il loro cadavere viene riconsegnato alle rispettive madri, accompagnato da un biglietto: Adesso hai quello che ti meriti. L’omicida è attento, non lascia tracce e soprattutto sembra colpire in maniera del tutto casuale. Mentre nel Paese si scatena la psicosi, la criminologa Johanne Vik ha qualche resistenza a farsi coinvolgere dall’investigatore Stubø nell’inchiesta perché è già impegnata su un altro fronte: quello di un vecchio caso di omicidio per il quale – forse – era stato condannato un innocente.

Johanne Vik ha qualche tratto della Kay Scarpetta prima maniera: è una donna solida, affidabile e determinata a dispetto delle avversità familiari. Separata e con qualche storia fallita alle spalle, rimane colpita da Stubø, il quale a sua volta è vedovo e ha una spiccata dedizione per il lavoro.
La trama si regge sulle spalle dei due protagonisti e sulla figura del serial killer, elemento certo non ignoto ai lettori di mystery ma usato in un contesto – quello norvegese – che permette di giocare sul fatto che si tratta di una – relativamente – piccola comunità.
L’intreccio intelligente – anche se il lettore attento intuisce la soluzione a metà del libro, più o meno – è generosamente supportato da suspense, sentimenti e da una scrittura più che convincente.

 

Un delitto impossibile (2000)

un delitto impossibileNei momenti di confusione, sommersa da novità e presunti capolavori, trovo rilassante rifugiarmi nel passato.
Ieri ho recuperato (e non è facile, purtroppo, trovarne una copia: molti ringraziamenti vanno a chi me l’ha fatta avere) Un delitto impossibile di Antonello Grimaldi. È un bellissimo film giallo tratto dal romanzo Procedura (Einaudi) di Salvatore Mannuzzu.
Valerio Garau (Lino Capolicchio), sostituto procuratore di Sassari, viene ucciso nel bar del Tribunale davanti agli occhi di Lauretta Oppo (Angela Molina), magistrato, amante storica di Garau. L’indagine viene affidata per competenza al procuratore Pietro D’Onofrio (Carlo Cecchi), rude magistrato della procura di Palermo, che si scontra immediatamente con le tesi accusatorie del magistrato locale, il procuratore Pani (Ivano Marescotti). Pani ha un’idea ben chiara su chi sia il colpevole: non può che essere il marito di Lauretta, presidente della Corte d’Appello.
D’Onofrio invece ha le idee altrettanto chiare sul fatto che la verità vada cercata oltre le apparenze.
Una storia semplice e complessa al tempo stesso, raccontata con grande eleganza, senza indugiare su particolari morbosi. Molto intensa l’ambientazione sarda, con scorci di paesaggio che sembrano arrivare dal passato. Musiche suggestive. Interpretazione incisiva degli attori, che in confronto al piatto panorama televisivo attuale hanno una “voce” e una presenza fisica di grande impatto.
Un film coraggioso anche per via dei temi trattati: temi scomodi, che forse spiegano per quale motivo il film non abbia avuto molti passaggi televisivi. Ma soprattutto un giallo elegante e sorprendente. Un’anomalia, una perla tutta italiana di cui andare orgogliosi.

Se riuscite, recuperatelo.

Un delitto impossibile
Regia di Antonello Grimaldi
Con Carlo Cecchi, Ivano Marescotti, Angela Molina, Lino Capolicchio (e Silvio Muccino bambino).
Italia, 2000

“Non avevo capito niente” di Diego De Silva (2007)

Non avevo capito nienteNonostante suoi racconti compaiano in antologie dichiaratamente di genere come Crimini e Crimini Italiani, Non avevo capito niente (Einaudi, 2007 – finalista al premio Strega 2008) di Diego De Silva è narrativa mainstream. L’autore, in occasione di una presentazione, aveva precisato: «Non sono un giallista, ma poiché ho scritto un paio di libri “oscuri” sono stato inserito nel giro giallo-noir. Io però amo gli intrecci oscuri, ma non le trame gialle. Non avevo capito niente, in origine, doveva essere un libro buffo, o meglio un’opera letteraria di spessore drammatico ma che avesse la caratteristica della lievità. È un’insana passione italica, quella di “dare del lei” ai libri, di considerarli validi solo se sono “pesanti”: ma la narrativa che che ha il tratto della leggerezza, come Il giovane Holden, ha comunque dignità letteraria».

In Non avevo capito niente il protagonista, Vincenzo Malinconico, è un avvocato, ma è l’esatto opposto dell’avvocato figo da stereotipo. Ma poteva anche essere un ingegnere: il punto è che la classe dei liberi professionisti sta progressivamente scivolando lungo la china dell’indigenza sociale.
Vincenzo Malinconico è un “avvocato di insuccesso”: vive in una casa totalmente arredata Ikea, anzi ha talmente tanta familiarità con gli oggetti Ikea che li chiama per nome. È stato abbandonato dalla moglie Nives, psicologa di successo (lei sì), che lo ha sostituito con un architetto (ma non nel letto: qualche sana ora di ginnastica con l’ex marito è consentita anche dall’etica professionale, pare).
La carriera di Malinconico ha una svolta improvvisa quando arriva una chiamata dalla Procura: un piccolo camorrista, Mimmo ‘o Burzone, ha bisogno di un legale d’ufficio. Malinconico è preoccupatissimo, lui che da anni non tratta la materia penale. Ma per qualche strano motivo fa bella figura, così i capi di ‘o Burzone si convincono che lui sia un avvocato molto preparato che non ha ancora avuto la sua occasione. E decidono di farne un penalista di grido, mettendogli alle costole un guardaspalle molto poco discreto.
Contemporaneamente nella vita di Malinconico accade un altro miracolo: Alessandra Persiano, l’avvocatessa più gettonata del tribunale, si interessa a lui. Con esiti fino alla fine imprevedibili.
Pene d’amore e incerti del mestiere sono trattati con soave leggerezza. Lo stesso dicasi per il tema della camorra. Dati i tempi, sorge spontanea la domanda: la camorra dipinta da Roberto Saviano e la camorra di Diego De Silva sono la stessa cosa? Certo che sì. Ma se Gomorra sottolinea gli aspetti criminali, Non avevo capito niente ne evidenzia quelli grotteschi: «La camorra non è solo sangue: è anche cattivo gusto, stupidità, precariato, ottusità, cafonaggine, incapacità di evolversi. Le camicie che non si chiudono bene, la panza debordante, sono parte di una rappresentazione parodistica che può servire, se non a combattere, quanto meno a demolire un mito».
D’altra parte, per De Silva, «la letteratura dev’essere bella, non dev’essere un momento di rivoluzione delle coscienze. Se ottiene questo effetto, deve essere un elemento accessorio e complementare, e soprattutto spontaneo. Non può essere l’obiettivo principale».

Lettura godibilissima e raccomandata.

Lasciami entrare (2008)

Lasciami entrareChe differenza tra i vampiri patinati e trendy di Twilight e la piccola Eli. Magra, solitaria, selvaggia, Eli si rifugia insieme a Håkan in uno sperduto sobborgo di Stoccolma. Eli non ha freddo, non sopporta la luce e ha uno strano odore. Ha bisogno di sangue per sopravvivere e non seleziona le sue prede (anzi, è Håkan che le sceglie per lei). L’incontro con Oskar, anche lui un castaway (magro, pallido, figlio di genitori separati e bersaglio dei bulli della scuola), cambierà le vite di entrambi. Oskar scopre un sentimento nuovo, Eli lo aiuta ad affrontare i suoi problemi. Ognuno dei due permette all’altro di entrare nel suo mondo. Si innamorano, di quell’amore pulito e totale come sanno esserlo solo certi sentimenti infantili.
Il film – scarno, essenziale – è ambientato in un sobborgo di Stoccolma sommerso dalla neve. Vengono rappresentati bisogni semplici, basilari: mangiare, bere, dormire, amare qualcuno. E oggetti semplici: non ci sono cellulari, macchine di lusso, abiti firmati. Nel mondo di Eli e Oskar si lotta per sopravvivere e a volte nemmeno ci si riesce.

La metafora del vampiro come “diverso”, come predatore, è una metafora violenta, ma mai quanto certe realtà apparentemente normali. E l’amore come (àncora di) salvezza l’ultima favola a cui ci permettiamo di credere.

Dal romanzo omonimo dello svedese John Ajvide Lindqvist, che è anche sceneggiatore del film, un horror senza tempo, vincitore del Tribeca Film Festival 2008.

Lasciami entrare
Regia di Tomas Alfredson
Svezia, 2008

“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron (2007)

un giorno questo doloreA dispetto del titolo – che pure mi ha conquistata appena l’ho letto, su uno scaffale della libreria – Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron è un romanzo molto ironico. La storia nuda e cruda, quella di un diciottenne molto sensibile e privo di punti di riferimento, potrebbe apparire drammatica. Ma non lo è, perché il contorno della storia è involontariamente comico.
La famiglia di James è squinternata nel senso wasp del termine: la madre ha una galleria d’arte e colleziona mariti, il padre pranza al circolo e fa operazioni di chirurgia estetica, la sorella ha una relazione con il suo prof. James si sente alienato dalla famiglia, ma anche dai suoi coetanei: anzi, in occasione di una gita scolastica si allontana dal gruppo e questo suo comportamento antisociale lo porta dallo psicologo. Le sedute dallo psicologo sono esilaranti. E anche l’appuntamento al buio con un gay dichiarato – per il quale James viene aspramente rimproverato – è emblematico di un certo modo di “prendersi troppo sul serio” che gli adulti hanno.
Insomma è un ritratto lieve e al tempo stesso corposo della vita (di un certo tipo di vita) nella New York contemporanea.
Ovviamente (siccome non è un giallo posso dirlo) nel finale la crisi si ricompone nel migliore dei modi. Come a significare che il dramma era solo nella percezione di James, nei suoi complicati e difficili sentimenti di adolescente.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo.

Dopo Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato la raccolta di racconti Paura della matematica, Coral Glynn, Il weekend e Andorra.