La morte mi è vicina (Le brevi di Valerio 229)

Colin Dexter
La morte mi è vicina
Sellerio, 2018
Traduzione di Luisa Nera

Oxford. 1995. Il diabetico e poco udente Colin Dexter (1930-2017) è stato un docente inglese di greco e latino, specialista in enigmistica e parole crociate, magnifico ironico scrittore di genere. I 13 romanzi con protagonista l’ispettore Morse (e il fido recalcitrante sergente Lewis) della Thames Valley Police sono datati 1975-1999 (tradotti a suo tempo nel Giallo Mondadori), la televisione inglese ne trasse una serie di 33 episodi trasmessa anche in Italia; serie connesse continuano ancor oggi. La morte mi è vicina, penultimo, è del 1994, classico come sempre, colmo di citazioni divertenti ed erudite. La narrazione è in terza varia al passato, brevi tratti in punta di piedi dedicati ai vari agiati personaggi. Qui la vittima è la bella single 29enne Rachel James e l’indagine coinvolge l’intero mondo universitario alla vigilia dell’elezione del nuovo Rettore, un nido di serpenti. L’incantevole malinconico Morse, appassionato di Wagner, potrà dedurne satiriche storie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Terra di sangue (Le gialle di Valerio 171)

Karin Brynard
Terra di sangue
Edizioni e/o, 2018 (originale 2009, Weeping Waters)
Traduzione di Silvia Montis (dall’inglese)
Noir

Sudafrica, Northern Cape. Circa dieci anni fa. L’ispettore quarantenne bianco Albertus Markus Bert Beeslar, alto ben 1,95, capelli neri e tratti forti, pallido e cupo, viene avvisato del massacro in una fattoria: sono state uccise la proprietaria pittrice bianca di 33 anni (Freddie) e la bambina di quattro che stava adottando (Klara, affetta da sindrome alcolica fetale). Beeslar è uno che lavora sodo, di vecchia scuola, finché un caso non viene risolto 14 ore al giorno, niente straordinari weekend riposo; ha amori lontani e tragedie nel passato, la rossa Gerda non vuole più vederlo dopo gli orribili casini accaduti anche con i figli di lei a Johannesburg, prende ormai regolarmente anticonvulsivi contro la sindrome da stress post-traumatico, poi lo hanno punito per le botte a un collega (violentatore di donne), ora da un paio di mesi è stato mandato in un minuscolo luogo remoto quasi di confino. In quell’area aspra, poco densamente popolata, convivono etnie diverse e stratificate, sono in corso un’ondata di furti di bestiame (pecore e bovini) e assalti alle fattorie (afrikaans), il tasso di omicidi è divenuto il più alto di tutta la nazione, al riarmo generalizzato della criminalità organizzata e degli odi razziali sembrano aggiungersi rivendicazioni di nativi e potenti interessi immobiliari intorno alle terre. Arriva da Cape Town Sara Swarts, sorella più piccola di Freddie, giornalista ambientalista, minuta e atletica, occhi verdi e capelli scuri (spesso con la coda), attraente spavalda tignosa. Non si vedevano da un paio d’anni, avevano litigato e, nel frattempo, il padre era morto accudito dalla figlia maggiore. C’è qualcosa che non torna nel rituale macabro dell’omicidio.

La bozza di questo bell’esordio letterario della giornalista politica Karin Brynard (Koffiefontein, 1975) era di oltre mille pagine, uscito ridimensionato nel 2009 in afrikaans, poi tradotto in inglese nel 2014, ora finalmente in italiano. Trasuda intimità verso quell’ecosistema complesso a 900 chilometri da Città del Capo, sia per l’arido contesto selvaggio del veld (sabbia rossa, crateghi, alberi nani, rocce di dolerite nera, miniere di ferro e manganese, leoni del deserto, babbuini ammaestrabili) sia per il mosaico etnico non solo del post-apartheid (boscimani, Griqua, meticci, ognuno con relative lingue e riti). Segnalo lo slogan lanciato dopo la morte del leader del partito comunista sudafricano Chris Hani nell’aprile 1993 (quando i moti da guerra civile furono calmati dall’apparizione a reti unificate di Mandela, ancora semplice cittadino): “uccidi, il boero, uccidi il colono”. In realtà, come spiega Beeslar, “il mondo è pieno di persone fuori di testa. A volte sono bianche, a volte nere. Ma sono pazze allo stesso modo”. La lenta fluida narrazione di quell’intensa violenta settimana è in terza sull’investigatore e sulla giornalista, due diversi approcci emotivi che si alternano, incrociano, sovrappongono, apprezzano (senza amore) in una terra di acque piangenti, intrisa di sangue che sporca le mani a tutti (da cui i titoli, originale e italiano). S’incontrano innumerevoli rimarchevoli personaggi. Birre e vino (da Stellenbosch) non mancano mai. Mozart, Bach, Vivaldi per Beeslar, il cantante pop Bok van Blerk per i boeri che celebrano l’indipendenza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2018

Incontri che si ripetono
A San Rocco con i miei due nipotini, Jonathan e Jessica. Stiamo andando ai “giardini grandi” per leggere e scrivere qualcosa. Poi a giocare, naturalmente. Un piccolo scontro. “Oops…, mi scusi signorina”… “Ma come, mi dà del lei? Non mi riconosce?” La ragazza è bassa, magra, con qualche tatuaggio sul braccio sinistro. Un flash subitaneo, la riconosco dagli occhioni grandi, enormi che sbucavano all’improvviso da qualche banco della classe. Che mi facevano simpatia e tenerezza… “Ti ho riconosciuta, sai, ma il nome… la memoria vacilla.” Me lo dice, mentre i nipotini scrutano curiosi. Qualche ricordo, qualche bel momento che ci accomuna, una sfilza di nomi e volti che si accavallano come nella pellicola di un film. Ora è fidanzata con uno… un pezzo grosso di non so che cosa. Anche lei lavora, è contenta, trilla tutta, gli occhioni sempre più grandi. Alla fine un abbraccio “Arrivederla, professore!”, “Ciao…”. I nipotini mi lanciano uno sguardo interrogativo. “È stata una mia alunna”, quasi sussurro, con la voce che un poco si increspa. La vita continua…
Alla Banca di San Rocco. “Prego, si accomodi…” dico ad una ragazza alta con gli occhiali per farla sedere, mentre aspetto il mio turno. “Ma come, non mi riconosce?”… Porca vacca!

La legge di Mike Hammer di Mickey Spillane e Max Allan Collins, Mondadori 2018.
La vita di Mike Spillane (1918-2006) mi ha attratto come tutte le vite movimentate. Studia legge, vende cravatte, fa il bagnino, il fumettista e perfino l’uomo proiettile in un circo. Quando ha bisogno di money per comprarsi una casa scrive un giallo. Problema risolto e lavoro definitivo trovato. Da ammirare. Da ammirare meno, semmai, la sua fobia contro i “rossi”, il suo razzismo, la sua visione del femminile. Chandler lo definì “nulla più di una mistura di violenza e pornografia esplicita”. Per quei tempi, forse. Oggi farebbe il solletico. Ma ogni avvenimento umano va giustamente circoscritto nella storia. E la storia di quei tempi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è una storia dura e difficile. C’è il maccartismo, una corrente reazionaria bella robusta ed una istintiva paura ed avversione per il nuovo ed il diverso. Mike Hammer, la sua creatura, non è un paladino di giustizia. La giustizia se la fa da solo. A suon di botte e pistolettate. Senza guardare in faccia nessuno. Nemmeno le donne, tutte maiale eccetto la mamma e la segretaria (forse). D’altra parte nei suoi libri odio e amore, sesso e morte fanno un tutt’uno. Sono indistinguibili. Spillane ebbe fortuna, tanta fortuna. Come autore, pur avendo la critica contro. Ogni volta che usciva un suo libro immancabilmente c’era Anthony Boucher del New York Times a dirgliene quattro. E se non c’era lui, perché malato o in vacanza, c’erano gli altri. All’uscita di “Io ti ucciderò”, sempre un giornalista, lo seppellì con la parola “lurido”. Ma più le critiche aumentavano, più aumentava la tiratura dei suoi libri. Siamo arrivati a circa 140 milioni di copie. Non male.
Qui abbiamo otto racconti che sintetizzano in maniera esemplare la forza espressiva di Mickey Spillane e la personalità di Mike Hammer (traduzione alla grande di Mauro Boncompagni). Sono stati messi insieme dall’amico scrittore Max Allan Collins e sviluppati in un arco temporale che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Volteggerò in qua e là senza sintetizzare i racconti. Intanto nel vecchio Hackard Building, al centro di Manhattan, c’è la “Michael Hammer investigation”, l’agenzia investigativa del Nostro. Segretaria e fidanzata Velda, una bambola dai capelli corvini tagliati alla paggetto e dalle “curve non meno sinuose di una strada di campagna.” Suo amico Pat Chambers della Omicidi.
Gli inizi sono spesso micidiali. Kratch era morto “per una scarica di quarantamila volt in quell’edificio di pietra chiamato penitenziario di Stato di Rahway…”, più avanti “Ma allora cosa ci faceva in un soleggiato pomeriggio primaverile in attesa di un taxi proprio davanti al Terminal Est dell’aeroporto LaGuardia?” Un sosia o è proprio lui?… Il finale è quasi sempre lo stesso con Mike Hammer, il Vendicatore, a tirar cazzottoni e a far schizzare cervelli. Se non bastano i cazzotti e le pistolettate allora ecco una radio accesa che vola in una vasca da bagno. Dove c’è qualcuno che deve morire fulminato, naturalmente.
L’occhio clinico e la mente lucida di Hammer riescono spesso a sollevare dubbi: “Come fa un tizio che si è guadagnato una Silver Star assaltando una testa di ponte a finire cadavere in un parco pubblico come se fosse un sacco di spazzatura gettato via?.” Qualcosa non quadra… Ogni tanto una capatina da George al Blue Ribbon Restaurant sulla Quarantatreesima Strada (ma anche da Benny Joe Grissi), birra, sigaretta Lucky Strike e qualche informazione che può venirgli comodo. E, sempre ogni tanto, un incontro piacevole con il gentil sesso che Lui attrae e qualcosa di concreto, dopo “un bacio lungo, profondo, più caldo del fuoco, più umido della notte” ci scappa di sicuro.
Il marcio è dappertutto. Nei bassifondi e nelle alte sfere. Tra i mafiosi incalliti e senatori di merda. Occhio a non credere sempre a chi si presenta per una indagine che può essere proprio lui il tizio da cui guardarsi. E Mike Hammer ne ha di nemici che tentano in tutti i modi di farlo fuori. Ma lui riesce sempre a cavarsela. Da solo, o magari con l’aiuto di una gatta…
Talvolta il Male deriva da un’infanzia travagliata che porta alla pazzia, e allora può capitare di incontrare un tizio nudo che balla con la pelle di altri esseri umani. Niente pietà in ogni caso… Non manca nemmeno un testo importante come Il Principe di Machiavelli a creare una bella storia. E così via…
Scrittura veloce, dialoghi incisivi, brevi pennellate a costruire una determinata situazione o un personaggio. Il mondo è marcio, non c’è niente da fare. E allora non resta che farsi giustizia. Da soli. Alla Mike Hammer.

Sbirre di Carlotto, De Cataldo e de Giovanni, Rizzoli 2018.
Senza sapere quando di Massimo Carlotto
La prima sbirra è Anna. Sapremo in seguito che trattasi del vicequestore Anna Santarossa. Per ora la vediamo saltare sul letto con Zeno Degrassi, suo amante e sovrintendente capo in servizio alla frontiera (siamo nell’estremo Nordest). Scopano e bevono, bevono e scopano, alla faccia del di lei marito dentista. E fanno affari sporchi, vendendo “soffiate” alla mafia bulgara. Di fronte ai sottoposti e ai superiori è, però, “diligente, corretta, colta e gentile.” Figura messa in crisi dall’uccisione orrenda del suo amante. Ora verrà scoperta la sua vera personalità? E potrà salvarsi dalla caccia spietata di criminali? Intrico di mosse e contromosse…
La triade oscura di Giancarlo De Cataldo
La seconda è Alba. Il commissario Alba Doria di Roma. Sui trent’anni, “capelli biondi e occhi verdi solcati da pagliuzze iridescenti.” Un caso particolare, un omicidio inquietante. Visualizzato più volte su You Tube insieme al vicequestore Paolo Petti, amante per una notte. Un ragazzo che spara ai genitori e si butta giù da un terrazzo di corso Trieste con il suo computer, come se obbedisse a un ordine. E c’è un dettaglio che stona, registrato, per ora, in “un’area periferica del cervello.” di Alba. Può venire utile in seguito. Nei meandri del dark web…
Sara che aspetta di Maurizio de Giovanni
La terza è Sara. Aspetta rannicchiata nella macchina. Sara Morozzi, che sa interpretare il linguaggio del corpo delle persone, aspetta e ricostruisce il quadro degli eventi della sua vita. “Chi sei tu? Chi cazzo sei? Io non ho una madre” sono state le ultime parole del figlio abbandonato da piccolo. Che ora si trova lì sul tavolo, ucciso, spezzato in più punti. Qualcuno l’ha preso in pieno con la macchina e, particolare significativo, sembra quasi che lo abbia voluto, buttandosi di proposito. In mano il cellulare. È da lì che bisogna partire con le indagini… E ora Sara è lì che aspetta, “ascoltando le folate improvvise di vento gelido che si infrangono sulle poche auto in transito lungo la strada.”
Tre donne, tre sbirre, non più paladine eroiche romantiche. Non più evocatrici di purezza e santità, Non più donne fatali ma invischiate in un mondo sempre più cupo e ossessivo dove l’illegalità, la paura, la ferocia, le fake news, i nuovi mostri del dark web sono diventati il tiranno dell’esistenza umana. Tre donne, tre sbirre, tre vite complesse e difficili. Incasinate, in tutti i sensi. Con i loro problemi esistenziali (rapporto con i figli, con il marito, se è ancora vivo, con gli altri…) e la loro natura sempre in bilico fra il bene e il male, dove predomina l’odio e la vendetta. Pochi bagliori di luce nel buio più assoluto. Perché “Anche l’amore è un inferno.” E così sia.

Delitti al Thriller Café di AA. VV., I Buoni Cugini editori 2018.
Quattordici racconti di esordienti, eccetto quello del già noto Piergiorgio Pulixi con introduzione di Giuseppe Pastore e gradevole prefazione di Romano De Marco. Chiaro che, come faccio quasi sempre in questi casi, volteggerò leggero in qua e là senza farne un sunto lungo e noioso.
Naturalmente la prima cosa che colpisce è la varietà di stile e gusto degli autori. E non poteva essere altrimenti per evitare il rischio di cadere in una monotona e stucchevole ripetitività. Qui il ventaglio di scelta è piuttosto ampio. Si parte, per esempio, dal racconto movimentato di Pulixi, ricco di colpi di scena, di violenza e tradimento, ovvero una lotta all’ultimo sangue tra due clan della Corsica. E ci si può ritrovare, dopo un certo tragitto, nell’“appartamento da scapoli sito al 221 di Baker Street.” Insomma tra le classiche deduzioni dei nostri Holmes e Watson. Niente lotte all’ultimo sangue ma la risoluzione della morte di un conte, avvenuta per avvelenamento. Solo bisogna capire come…
La donna al centro della scena. Ci voleva. Come Miriam. Cinquant’anni, matrimonio fallito, un incontro che sembra ridarle fiducia. Nuove sensazioni, nuovi desideri. La vita che rinasce. Realtà o illusione?… Una pagina di calendario per camionisti con una bionda, nuda, seduta su una slitta a gambe aperte. Miss Gennaio che dà il titolo al racconto. Una madre che cerca la figlia scomparsa con l’aiuto dell’investigatore Manlio Rune. Tre impiccati e giro di ragazze sfruttate per la prostituzione… Napoli. Andrea che vende detersivi. Una casa, una bambina. Seduta a terra con le gambe incrociate, ai piedi di un letto dove una giovane donna stringe un bambino di pochi mesi. Morti. Uccisi. Chissà perché, chissà come… Un sogno, un bel sogno al centro della costruzione di una storia. Un sogno che sembra realtà. E il protagonista è incerto, confuso… Una rivelazione. Terribile “Giulia, venti anni fa, in questa casa, in questa stessa stanza, io uccisi suo padre.” Sconvolgente ma… ma può, addirittura, venir utile… Un testimone cieco di un delitto “L’assassino è un uomo giovane, di bassa statura e, sicuramente, soffre di qualche patologia per cui è sottoposto a cure.” Il commissario Presti non ci crede. Impossibile. Eppure…
Mi fermo, anche se non mancano certo altri spunti da segnalare. Quattordici racconti di varia lunghezza, non tutti allo stesso livello (capita in ogni antologia), ognuno con un suo “taglio” particolare, thriller o poliziesco che sia, espresso in modi e tempi diversi: azione, ferocia, tradimento, scontri e spari, il marcio nella polizia, le indagini, i dubbi, gli assilli, i colpi di scena, il passato che riemerge terribile, la luce che, improvvisa, si accende a risolvere il caso. Matrimoni allo sbando, l’indifferenza dell’uomo, la solitudine della donna, momenti di tensione ma anche di malinconia, la ricerca di un affetto, dell’amore, di un senso da dare alla vita. E poi ancora paura, brivido, rancore, odio, il cambio di identità, il sorriso che si insinua, pallido, tra spasmi di sangue e qualche sussulto, leggero, di umanità.
Come scrive Romano De Marco, in queste opere di esordienti è possibile trovare “quella scintilla, quel guizzo, quell’idea” che attira il lettore.
Buona lettura.

L’origine del male di Ellery Queen, Mondadori 2018.
Ce ne sono di personaggi “particolari” in questa vicenda. Senz’altro straordinario quello dell’invalido Roger Priam inchiodato su una poltrona a rotelle: “Occhi di toro scintillavano sopra mascelle di acciaio, il naso era un grugno massiccio, una folta barba nera gli cadeva sul petto. Le mani che si afferravano alle ruote erano enormi; omeri e bicipiti tendevano le maniche della giacca. E tutto quel grandioso meccanismo era in continuo movimento, quasi che il suo grande scheletro fosse incapace di contenerne l’energia.” Roger Priam, socio in affari di Leander Hill, ucciso da un cane morto secondo la figlia adottiva Laurel, che chiede aiuto al nostro Ellery (sta scrivendo un nuovo libro a Hollywood). Proprio da un cane morto trovato davanti alla porta di casa, al cui collare era attaccata una scatoletta d’argento con un cartellino e il nome di suo padre scritto a matita. Il cuore, già malato, non ha retto. Caso davvero interessante…
Ed ecco la visita a Priam per saperne un po’ di più. Ma il socio, oltre che imponente, si rivela una specie di animale selvaggio dentro una casa scura e squallida e non ha nessuna voglia di collaborare. Alcuni personaggi sono davvero assai “particolari”, come citato all’inizio: Laurel non ha conosciuto i suoi genitori; Alfred Wallace, segretario di Roger Priam, non sa nemmeno da dove viene “Io sono uno di quei casi interessanti che si leggono sui giornali. Una vittima dell’amnesia.”; Crowe Macgowan, figlio del primo marito di Delia, sposa di Roger, è un uomo che vive nudo in una casa sugli alberi (giuro) tutto preso dalla prossima fine del mondo.
Dunque personaggi “strani” ma anche fatti altrettanto “strani” e inquietanti che si susseguono come tentativi, sembra, di impaurire Roger: tonno all’arsenico, rospi e rane morte, un portafoglio di coccodrillo, un libro bruciato, più precisamente Gli uccelli di Aristofane. Indaga il nostro Ellery tra una fumata di pipa e l’altra, ma va bene anche una bottiglia di whisky, (rischia pure di infatuarsi della bella moglie di Roger, Delia), aiutato dal poliziotto Keats, e indagano, a modo loro, Laurel e Crowe. Le domande sono diverse: c’è un filo logico che colleghi tutti questi fatti? Esiste una spiegazione che risalga al passato? Chi è il fantomatico latore di questi oscuri e minacciosi messaggi? Viene da fuori o, addirittura, fa parte della famiglia? Certo non è un tipo impulsivo perché “Tutto è esattamente prestabilito da un cervello perfettamente calmo e controllato.”
Scrittura di classe e soluzione finale incredibile (in tutti i sensi) con continui colpi di scena. Ma sarà il lettore stesso a giudicare.

Un giretto tra i miei libri

Le belve di Don Winslow, Einaudi Stile Libero 2011.
Primo capitolo promettente con un “Vaffanculo!” che è tutto un programma. Una lotta per il controllo della droga, un cartello, quello di Baja, contro due “lavoratori” in proprio: Ben e Chon. Nel mezzo, tra i maschietti, Ophelia, o meglio O, con orgasmi da tutte le parti, padre inesistente, madre incasinata (loro rapporto in chiave umoristica) in mille attività (anche istruttrice esistenziale per finire nelle braccia di Cristo).
Vediamoli un po’ questi due tipi. Naturalmente diversi, che Don sa come far fruttare i personaggi. Chon il violento (siamo violenti per natura), Ben il pacifista (siamo socialmente condizionati alla violenza). Il primo entrato nell’esercito nelle forze speciali della marina e poi finito in Afghanistan, nessun legame d’affetto con i genitori. Il prototipo della forza fisica e del Vaffa. Il secondo un modello di ragazzo, invece, ha due genitori psicoanalisti che ama, Università a Berkeley e poi l’incontro con Chon e via la vita su binari diversi. Spaccio di droga, sì, ma anche sempre in giro in varie parti del mondo per opere di beneficenza. Un Catthista, ovvero un cattivo Buddista (dice lui), obiettivo fare del bene alle popolazioni più sfortunate, un po’ nauseato per l’inutilità della sua opera.
Insieme producono la migliore marijuana idroponica che attira l’attenzione del summenzionato cartello in lotta, tra l’altro, con altri cartelli (breve storia di questa vera e propria guerra). I due sono costretti a venire a patti per amore di O, rapita e minacciata di morte (taglio della testa). Il capo del cartello di Baja è Elena Lauter, marito morto ammazzato, con tre figlie (mi pare), suo braccio destro Lado (freddo sin da ragazzo e rapporto duro con la moglie Delores), ex poliziotto antidroga, subito in azione a stendere un avvocato che non ha fatto il suo dovere.
Per liberare Ophelia Chon e Ben decidono di pagare venti milioni e di rubarne una parte proprio al cartello stesso attraverso spericolate e pericolose rapine, aiutati da Dennis “un pezzo grosso della task-force antidroga” e da un paio di esperti informatici.
Velocità, ritmo, diverse paginette a malapena intinte nell’inchiostro, ironia e umorismo che si mescolano a scene forti, amore, sesso e violenza con il desiderio, vano, di uscire da un modo di vita che pare senza sbocco: “Sono una passera inutile… Quando uscirò di qui… Userò la mia vita per fare qualcosa… Cosa?… Non ne ho la più pallida idea, cazzo” si sfoga Ophelia con il carceriere Esteban. Qualche frecciatina politica, il marcio nelle forze antidroga commiste con gli stessi cartelli, movimento, lotta, sparatorie, teste mozzate.
Un libro che si legge volentieri, fila via liscio che è un piacere e lascia dietro di sé tracce sinuose di buona scrittura insieme a qualche battuta facile facile. Il finale bello e struggente (ma perché mi pare nello stesso tempo quasi scontato?) con i tre che si ritrovano uniti in un’altra dimensione (quella vera?). Come belli, bellissimi selvaggi.
Un libro che mi ha incuriosito, attirato, invogliato a continuare la lettura (e non è poco) ma non colpito nel profondo. Dovrò rileggerlo.

Le ceneri non parlano di Bruno Fischer, Mondadori 2009.
Un incontro con una ex fiamma. Uomo Ben Helm, investigatore privato, donna Elaine Coyle Lennan, scrittrice di gialli diventata nel frattempo “molto, troppo grassa”. Incontro con strana richiesta: la signora vuole conoscere il modo migliore per far fuori una persona. Insomma il delitto perfetto per il suo nuovo romanzo. Moglie di Ben, Greta Murdoch, attrice, entrambi invitati in casa di Elaine. Qui solita famiglia e amici con soliti misteri e i soliti contrasti: l’amante, la signorina a caccia di sghei, l’autista ex carcerato, un manoscritto che getta scompiglio e paura. Elaine, odiata da molti, non è per niente al sicuro. E infatti…
Arriva la polizia, indagini, opinioni diverse rispetto a quelle dell’avvocato, altro morto ammazzato, tentativo di uccisione fallito, molteplici sospetti, il passato che ritorna a sconvolgere il presente. Ci sono pure gli scacchi e il nostro Ben, per non perdere la partita con il marito di Elaine, si alza e se ne va (lo potessi fare io quando sto per perdere!).
Scrittura scorrevole, venata di umorismo. Piacevole senza entusiasmare con i personaggi che sembrano avere bisogno di un ulteriore colpo di pennello.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

È maggio, comincia a fare caldo, l’estate si affaccia alla porta e la città si ridesta pronta ad avviarsi e cogliere i frutti della stagione piú bella. Ma il male, il delitto non tiene conto della bella stagione. Sulla lingua di tufo di una splendida villa sotto Posillipo un pescatore ha ritrovato il cadavere inginocchiato di un anziano gesuita, Padre Angelo. Qualcuno lo ha barbaramente ucciso di notte, fracassandogli la testa con una pietra.
È questo omicidio efferato dal movente oscuro il caso da risolvere dal commissario Ricciardi nell’ultimo libro di Maurizio de Giovanni Il purgatorio dell’angelo (Einaudi, 2018). Un omicidio inspiegabile, pare: Padre Angelo, un santo, di lui si diceva, era un fine teologo, un’illustre figura di religioso venerato dai suoi discepoli e pupilli. E poi sempre richiesto dalla più alta società – da cui peraltro proveniva, essendo di nobili origini – a cui sapeva offrire amicizia e sostegno soprattutto nelle malattie, ma molto vicino anche al popolo. Insomma amato e stimato da tutti…
Un fitto mistero circonda questo delitto che sta sconvolgendo anche moralmente la città e che, nonostante la massima fiducia garantita a Ricciardi dall’ordine gesuita, lo sottoporrà a insistenti pressioni dall’alto. E visto che si confida in lui e si pretende una rapida soluzione, dovrà dedicare anima e corpo per cercare di risolvere il difficile caso nonostante i dubbi e le angosce personali che lo affliggono. E anche la soluzione del mistero si annida nella confessione che può diventare l’unico e vero purgatorio o medico dell’anima, a meno che un qualcosa, un patto, un antico giuramento prestato in passato si frapponga crudelmente tra il peccato e la sua remissione.
Poi, quando avrà compiuto il suo dovere fino in fondo, questa volta Ricciardi verrà messo di fronte a qualcosa che non potrà rifiutare. Una conclusiva e toccante storia di comprensione umana, dove tutto è, sarà e forse potrà essere.

Juke Box di Erica Arosio e Giorgio Maimone, TEA 2018.
La strana coppia di investigatori milanesi Greta e Marlon  torna in Juke Box pronta a ficcarsi in un’indagine legata agli ambienti della canzone italiana anni ’60, al seguito del Cantagiro.
Milano, 1964. L’arrivo di foto molto compromettenti prelude a un abietto ricatto. Il bersaglio prescelto è Massimo Ferranti, sulla quarantina, ricco discografico di gran successo e amico d’infanzia e di adolescenziali corse in bicicletta e sfide in barca a vela della nostra amica avvocato, Greta Morandi, alla quale chiede aiuto. Ma il Cantagiro sta per iniziare e i migliori cantanti della sua scuderia sono in gara. Così, per cercare di risolvere il caso, Greta e Marlon, ancora scombinato e in lenta fase di recupero, dovranno scortare Ferranti, seguendolo in macchina per tutte le tappe del giro d’Italia in musica, sballottati tra la folla dei concerti e i fan a caccia di autografi, con Gianni Morandi sempre in pole position, giornalisti pronti allo scoop a ogni costo, complicati scambi di amori e insidiose invidie pronte a colpire…
La serie dei gialli con Greta e Marlon ha raggiunto il traguardo del quarto episodio. Greta avvocato penalista, la mente dei due con il suo socio e braccio fattivo Marlon, ex partigiano di idee di sinistra e detective in caccia di colpevoli, in Juke Box però ci intrigherà con un certo scambio di ruoli. Toccherà a Greta, infatti, muoversi in quel particolare mondo al confine di una certa supponente arroganza milanese e indagare per sbrogliare il caso.

Nessun dorma… fuori di Pasquale Sgrò, Mauro Pagliai editore 2018.
Il romanzo vede il ritorno in scena dell’ispettore Felicino, un detective atipico, l’unico ispettore di polizia che si trova sempre a indagare su casi di omicidi o infortuni mortali sui luoghi di lavoro. Sicurezza e ambiente sono materia per Pasquale Sgrò (si occupa di progettazione e consulenza sul lavoro) che ne approfitta e che, con le storie di Felicino riesce a approfondire un tema fino a oggi dimenticato dalla letteratura. Stavolta il suo ispettore Felicino si trova alle prese con quello che, a prima vista, parrebbe proprio un fatale incidente alla fine di una rappresentazione teatrale. Ma cosa è successo veramente? Ben presto, infatti, non una, ma due morti sospette scombussoleranno la bollente estate versiliese e i due decessi, apparentemente casuali, riveleranno ahimé un inquietante comune filo conduttore…
Un giallo a tutto tondo, ambientato nella perla della Versilia, che altalena tra la famosa passeggiata a mare, il porto, e un teatro sperimentale d’avanguardia, con sede in un palazzotto di stile Liberty, e uno splendido e lussuoso yacht di proprietà di un facoltoso armatore…
L’ispettore Carlo Felicino, nato dalla fertile penna di Pasquale Sgrò, non è di Viareggio, è calabrese di origine ma da anni è diventato talmente parte integrante del suo tessuto sociale, che la sua acquisita “viaregginità” lo porta ad essere considerato dai pescatori come uno di loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Il fantasma del Colosseo di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Andremo a Roma! Ovvero ci va Geronimo insieme al nipotino Benjamin che deve migliorare la sua conoscenza della storia romana. Durante il viaggio incontrano Eleoratta, cioè una vecchia amica di scuola di Geronimo. Salgono su un pullman per arrivare al Colosseo ma si accorgono che nessuno vuole entrarci perché infestato da un Fantasma Gladiatore. Lo dimostra l’urlo che si sente al tramonto nell’eco del Colosseo: – Guai a chi entra, io sono il Gladiatoreeeeeee!!! Riusciranno i nostri eroi a sconfiggere questa specie di fantasma? Tensione, paura, lotta ma anche umorismo e divertimento.
Buona lettura!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Quando il cielo era il mare e le nuvole balene

Guido Conti
Quando il cielo era il mare e le nuvole balene
Giunti, 2018

Quando il cielo era il mare e le nuvole balene è un puntuale e commovente romanzo storico di vocazione epica e popolare e, contemporaneamente, una struggente favola dolce-amara, ferita dall’amaro sfregio di tante realtà. Ma chi mai ha detto che tutte le favole debbano essere solo consolatrici?
Una colta e raffinata ambientazione bucolica, anteguerra, con il suoi lenti ritmi governati dalle bestie e non dalle macchine, la città che sembra lontana mille miglia. Il Po domina incontrastato, signore e padrone delle esistenze, un dio buono che dona vita e prosperità ma che può anche trasformarsi, con il liquido incontrollabile inferno dell’alluvione, in diavolo sterminatore e ricoprire d’acqua tutto quello che per secoli aveva generosamente ceduto agli uomini.
Bruno vive in una grande corte a ridosso dell’argine del fiume Po, con nonno Ercole, socialista che legge e scrive molto e conosce tanti segreti, e nonna Ida, che sa curare i malanni, guarire le storte e placare i demoni dei cani.
Nonno Ercole racconta all’unico nipote molte favole, come quella in cui la pianura padana era il fondo del mare e le balene volavano nel cielo dove oggi si rincorrono le nuvole. Bruno non ci crede, ma il nonno lo porta a cercare le conchiglie fossili che si trovano lungo il greto di un torrente e gli dimostra di dire la verità. Così era nella preistoria.
In questo romanzo di formazione Guido Conti narra l’evoluzione mentale, psicologica e fisica di Bruno, il nascere interiore delle sue emozioni, dei suoi sentimenti. Ci spiega il perché di certi desideri, dei progetti sognati, delle rinunce, delle azioni conseguenti alla speranza, alla gioia, alla paura, alla sofferenza, alla angosciante disillusione. Un poetico avvio diviso fra favola e realtà con Bruno bambino, che poi diventa grande lasciandosi alle spalle l’infanzia (la situazione di equilibrio iniziale dove regnava una serena ma pacifica povertà contadina). La guerra è ancora lontana e Bruno cresce affascinato dalle storie che vive o che sente raccontare nella corte: la dolorosa esperienza del Peppo che si è incattivito dopo essere tornato cieco dalla prima guerra mondiale; l’orso che balla e il suo domatore; quella del suo amico e vicino Millemosche (che non ama lavarsi e vive di monellerie), che riceve in chiesa il meraviglioso dono di saper trattare i cavalli. Poi un giorno, attraversando i campi, arriva un uomo che trascina una valigia: è l’Americano, il padre assente da troppi anni, andato lontano per il dolore della morte della moglie. Padre di Bruno e figlio creduto morto da Ercole e Ida, i genitori che gli hanno persino messo la lapide al cimitero. L’Americano è l’ambiguo e sfuggente eroe che segnerà per sempre l’adolescenza del ragazzo e la vita di tutti loro.
Bruno vive tra sorprese e scoperte, immerso in una natura spesso crudele, dove secondo suo nonna gli animali possono trasformarsi in messaggeri di gioie e disgrazie. Tra le magiche nebbie del Po conoscerà anche Vera, una ragazzina sveglia e intraprendente, sfollata in cascina con la madre e per lei proverà le prime pulsioni di un sentimento che non sa ancora definire. Bruno dovrà vivere anche i duri momenti di una dimensione più conflittuale con l’ambiente che lo circonda, attraverso le lotte contadine, il fascismo, l’arrivo della guerra, i partigiani. Ma la guerra cambierà tutto: regole morali e comportamentali con la famiglia, gli amici e il mondo adulto in generale, con le razzie e la fame sempre in agguato. L’avvicinarsi degli alleati, i continui bombardamenti, l’arrivo dei tedeschi lungo il Po, il fortunoso sfollamento organizzato dall’Americano che milita con l’esercito di liberazione, il trauma della separazione e la sopravvivenza ma il senso di nostalgia lontani da casa. Poi le lotte e i continui pericoli che costellano il dopoguerra in un paese che non ha ancora ritrovato una bussola da seguire. Dove la barbarie fa dimenticare ogni sentimento umano. Tempi orrendi fatti di scontri, barbare uccisioni efferate, incontenibili e inutili vendette. Bruno, diventato grande, andrà a cercare i ricordi di un’infanzia vissuta intensamente: la sua predisposizione a sognare, a innamorarsi con l’irrequietezza tipica dell’età, lo porterà compiere nuove esperienze. L’incontro con una giovane donna, Betty, affascinante e seducente, lo metterà di fronte al distacco dalla fanciullezza ma anche a tante verità difficili da accettare. E la morte, pronta a colpire con la falce, non fa sconti a nessuno. Costretto ad affrontare distacchi e perdite, Bruno dovrà riuscire a emanciparsi concretamente e psicologicamente dalla famiglia e a progettare il proprio futuro.
Un bel romanzo profondo, intenso, che affonda le sue radici nelle esperienze di vita e in quel magico realismo emiliano che ha sempre accompagnato la scrittura di Guido Conti.

Guido Conti è nato nel 1965 a Parma, dove vive e lavora. Ha pubblicato numerosi romanzi e saggi, l’ultimo dei quali è Scrivere con i grandi, (Bur Rizzoli, 2016) Ha pubblicato i suoi primi racconti nell’antologia Papergang, la terza raccolta degli Under 25 curata da Tondelli. Il successo di critica e di pubblico gli è arrivato grazie a una raccolta di racconti, Il coccodrillo sull’altare, edito da Guanda nel 1998, in cui ci presenta, come anche in Un medico all’Opera (2003), il gran teatro di fatiche e stramberie che è cresciuto intorno al Po e nella campagna emiliana. Ha pubblicato anche i romanzi I cieli di vetro (1999), finalista al Premio Campiello, II taglio della lingua (2000), Il tramonto sulla pianura (2005), La palla contro il muro (Guanda, 2007). Molto attivo in campo culturale, ha dato vita a Parma alla rivista “Palazzo Sanvitale” e alla casa editrice MUP (Monte Università Parma). Con il suo lavoro critico sta riscoprendo testi inediti e rari degli scrittori padani del Novecento, da Guareschi a Zavattini di cui, per Guanda, ha curato, con un’ampia introduzione, gli scritti giovanili, dispersi in quotidiani e riviste. Ha pubblicato anche Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore (Rizzoli, 2008) e La profezia di Cittastella (Mondadori, 2016). La storia di Nilou è stata tradotta in molte lingue e ha un seguito, Nilou e i giorni meravigliosi dell’Africa e Nilou e le avventure del coraggioso Hadì.
Quando il cielo era il mare e le nuvole balene è il suo primo romanzo con Giunti.

La Debicke e… Leonardo da Vinci deve morire

Christian Gálvez
Leonardo da Vinci deve morire
Newton Compton, 2018

Un caso editoriale in Spagna, che preannuncia il 2019 e i cinquecento anni dalla morte del grande e versatile genio italiano, colui che a ragione si può definire “l’uomo immagine del Rinascimento” per eccellenza.
Europa, seconda metà del XV e primo ventennio del XVI secolo. Mentre soffrendo, stringendo alleanze e combattendo, Spagna, Francia e Inghilterra si avviano lentamente verso l’unificazione nazionale, la religione, ma anche il potere e l’ansia di espandere i confini rendono la situazione politica estremamente instabile. Nella penisola italiana gli Stati sono frammentati e perennemente coinvolti in conflitti territoriali tra loro. Venezia, a prezzo di sangue e in virtù della sua flotta, riesce a conservare la sua gloriosa indipendenza oligarchica repubblicana, mentre il papato cerca di far valere la sua forza. Solo i Medici si distinguono tra i signori italiani. I Medici infatti, supportati dalla ricchezza della potente multinazionale costruita da Giovanni de’ Bicci ed espansa da Cosimo il Vecchio, nonno del Magnifico, fino ad allargarsi in tutta l’Europa, sono gli unici che mirano a fare di Firenze la capitale di uno stato. Ma, anche se guerre e divisioni piagano la penisola, il periodo storico vede una grande esplosione dell’arte in tutte le sue più ampie manifestazioni.
E sarà proprio a Firenze, in quella città che all’epoca, in virtù del colto mecenatismo mediceo, stava diventato l’epicentro del Rinascimento culturale, che una lettera anonima accuserà di sodomia il giovane Leonardo da Vinci, astro nascente nel panorama artistico locale, e tre suoi coetanei di differenti classi sociali.
La biografia romanzata di Gálvez è impostata su una carrellata di flash back. L’incipit, funereo e possente. è la morte del grande maestro a Blois, a fianco del suo ultimo mecenate, Francesco I, re di Francia.
Leonardo da Vinci deve morire è un romanzo che ci mostra il lato più vulnerabile del grande artista italiano, che prova a spiegarci cosa deve essere stato per lui sopportare il peso della sua fama di genio e continuare ad esserlo nonostante le avversità. Come molti sanno, Leonardo, primogenito illegittimo del notaio Ser Piero da Vinci e di una servente, bambino intelligente e curioso, crebbe a Firenze nella casa paterna, con il padre e la matrigna e, dimostrando presto spiccata attitudine al disegno, fu introdotto da ser Piero nella bottega/laboratorio del Verrocchio il più famoso pittore del suo tempo. Con gli anni l’allievo arrivò a superare il maestro ma. oltre a dipingere e a dedicarsi alla scultura, fino ai ventiquattro anni Leonardo si immerse in studi di anatomia, in costruzioni scientifiche e ingegneristiche e, azzardando esperimenti, in funambolesche invenzioni. Si dice che la ragione per cui Leonardo Da Vinci scriveva da destra verso sinistra fosse un metodo per rendere incomprensibile agli estranei il suo lavoro. In realtà Leonardo si serviva di un’insolita scrittura speculare (come gli arabi, tanto da farlo ritenere persino eretico) e spesso cominciava a scrivere dall’ultimo foglio per poi arrivare al primo. Per questa sua caratteristica si arrivò addirittura a definirlo “scrittore del diavolo”. In realtà, si trattava solo del suo modo. I neurologi infatti hanno dimostrato che la sua era un’abitudine acquisita nell’infanzia, abitudine naturale per i mancini che, come Leonardo, non sono stati corretti. Scriveva anche con calligrafia “normale”, ma con minore facilità e soprattutto in casi dimostrativi, come per esempio per illustrare alcune carte topografiche. Ma la sua bravura e duttilità in ogni campo scatenò invidie e gelosie nel suo ambiente, dove essere un artista arrivato significava fama, potere e grande ricchezza. Qualcuno quindi voleva eliminare un rivale scomodo.
Leonardo scoprì a sue spese che quando si tenta di raggiungere il successo è bene non fidarsi di nessuno. Certo è che ci fu la famosa accusa di sodomia. Ma chi fu ad accusarlo? Per quale motivo? E qui l’autore, per dar maggiore sapore alla parte fiction, cita prigione, interrogatori, torture e turpi sopraffazioni e angherie dei carcerieri fino all’assenza di prove a sfavore e la successiva scarcerazione, anche per l’intervento di Lorenzo de’ Medici, ma ingigantisce la realtà storica, falsandola. Comunque l’accusa prostrò Leonardo sia nel corpo che nello spirito. Con la reputazione compromessa, abbandonò Firenze verso nuovi orizzonti dove dimostrare il suo geniale talento. Secondo Gálvez andò prima in Catalogna, a cercare certe leggendarie origini della sua famiglia, e si fermò nell’abbazia di Montserrat, dove allora era abate Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II, ma, costretto ad allontanarsi anche da là, si recò a Milano, alla corte degli Sforza, per tanti anni sua seconda patria. Tornerà anche a Firenze e sarà al servizio di Cesare Borgia durante la sua sanguinosa e infuocata parabola nella penisola.
Seguendo gli eventi bellici farà ritorno a Milano, e poi ancora a Firenze e andrà a Roma.
Christian Gálvez dà vita a un romanzo ricco di avventura e suspense, senza snaturare la biografia dei vari personaggi che ci fa incontrare, quali Lorenzo de Medici, Girolamo Savonarola, Ludovico Sforza, il Machiavelli, Cesare Borgia, Raffaello e Michelangelo Buonarroti, e scrive una specie di guida per viaggiare in una fase del Rinascimento, inserendo molti dati storici veri o plausibili, utili per approfondire sia l’arte che la politica di allora. Certo non sapremo mai se Michelangelo abbia veramente avvertito Leonardo che a Roma per lui tirava una brutta aria. E neppure quale possa essere stata la menzogna di Botticelli. L’interpretazione però, o meglio dire il ritratto biografico che Gálvez fa di Leonardo da Vinci, rende più intrigante la storia. E infatti Gálvez, ovviamente con la fantasia, ricostruisce i dialoghi, i pensieri, i sogni mancati del magnifico artista che danno un senso a tutto quello che egli è riuscito a fare e a quello che avrebbe voluto fare, e regala un tributo alla figura di un genio che ha lasciato al mondo una straordinaria eredità scientifica, artistica e culturale.
Libro interessante, che porta alle luce tante ombre a cui è stato esposto il grande maestro. Amico dei suoi amici, uomo solitario ma divertente, ironico, duttile… Il passato lo perseguitava, mentre il futuro era in continuo mutare per non volersi mai sottomettere a dogmi consolidati. E la verità è sempre difficile da distinguere chiaramente, persino per il più grande genio di tutti i tempi.
Oggi possiamo affermare che tutti ammirano il genio, ma pochi conoscono e conoscevano l’uomo.

Detective Lady (XIV) – Le lunghine di Fabio Lotti

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jan Guillou, Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro (e se fosse stato un pluriomicida sarebbe svenuta ai suoi piedi?). “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt, commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. A pagina 277 ci dà, finalmente, di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta sfiziosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro Bloody Art di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.
Non so cosa dire.

Requiem per una pornostar di Jeffery Deaver, Rizzoli 2010.
Lasciati da parte Pellam e Rhyme il nostro Jeffery si è buttato ultimamente sul gentil sesso (vista l’aria buona che tira da queste parti) con Kathryn Dance, Bryn Mckenzie, ed ora con Rune.
Salta in aria il vecchio cinema a luci rosse “Velvet Venus” a Manhattan proprio mentre da quelle parti sta passando Rune, aspirante regista. La curiosità è troppa e la ragazza si infiltra tra gli agenti che indagano sull’accaduto. Lasciato un messaggio dall’esecutore della strage, più precisamente un avvertimento della “Spada di Cristo” tratto dal “Libro della Rivelazione” di San Giovanni che si riferisce alla fine del mondo dell’Apocalisse e agli angeli sterminatori. In tutto sette e qui siamo solo all’inizio. Una brutta storia.
Dicevo di Rune: piccola, alta poco più di un metro e cinquanta, capelli castani “raccolti in una coda di cavallo”, minigonna rossa con sagome di dinosauri, tre orologi e tre gioielli. Vive da sola su una barca galleggiante nel fiume. Desiderosa di girare un documentario sull’accaduto attraverso la storia della protagonista quel giorno in cartellone, la pornostar Shelly Lowe. Purtroppo saltata in aria pure lei nella sua casa con il secondo angelo che arriva puntuale di lì a poco.
Ad indagare Sam Healy della squadra artificieri lasciato dalla moglie. E si capisce come andrà e dove andrà a finire la storia della sua amicizia con Rune che lo aiuta nelle indagini. Nel solito posto ma senza tante capriole, il che, di questi tempi, è una bell’andare controcorrente.
Abbiamo dunque una digressione sul cinema porno in crisi che se lo girano anche a casa; un trattatello sugli esplosivi e Rune, tra il lavoro e l’indagine, sempre in pericolo e in continua lotta con qualche assalitore. Aggiungo bella tosta e decisa, ricca di risorse e combattiva, si attacca con tutte le forze al sentimento per Healy mandando pure degli accidenti alla moglie.
Il classico pacchetto ben confezionato e quasi scontato attraverso una scrittura di media qualità: sesso, fanatismo bigotto, sfiga e amore. Un caldo tremendo e insopportabile (anche questo ormai quasi un cliché, come l’inverno da gelare le mani o la pioggerella fitta fitta), con il doppio colpo a sorpresa che non fa più impressione e magari la sorpresa vera sarebbe quella, da qui in avanti, che non vi sia alcun colpo a sorpresa. Da certi autori si pretende di più. Ma parecchio di più.

Il sentiero dei bambini dimenticati di Elly Griffiths, Garzanti 2009.
Partiamo dal personaggio principale. Ruth Galloway, trentanove anni, ottanta chili di peso, “capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi azzurri, carnagione pallida” con uno splendido sorriso. Nata a Londra, vive in un cottage sul limitare del Salmarsh, una distesa di paludi salate a ridosso della costa. Professoressa di archeologia forense all’università del North Norfolk, specializzata nella datazione delle ossa antiche. Due gatti, Flink maschio dal pelo fulvo e Sparky gattina dal pelo nero con il naso bianco a farle compagnia. Ha lasciato il marito Peter perché terminato l’amore, in conflitto con i genitori non sopporta il fratello Simon il “perfettino”. Sua amica Shona che insegna inglese all’università, adora Springsteen, Bruce, Rod e Bryan, legge volumi di archeologia, gialli, manuali di cucina, guide di viaggio, romanzi rosa. In continua lotta con il suo peso e in continua riflessione su se stessa e gli altri.
Si trova ad affrontare un caso particolare con l’ispettore Nelson, figura imponente e massiccia, sbrigativo nei modi, metodico nel lavoro, sposato con due figlie.
Sintesi: viene trovata una mano di una bambina leggermente chiusa con un braccialetto che sembra fatto di fibre vegetali risalente all’età del Ferro. Ritorna di attualità anche il caso di un’altra, Lucy Downey, scomparsa da circa dieci anni a cui si aggiunge quella improvvisa di Scarlet Henderson. Seguono lettere dell’assassino all’ispettore Nelson con passi tratti dalla Bibbia, di Shakespeare e di Eliot che alludono ad antichi rituali e sacrifici. A cui si aggiungono, come nel più classico dei classici, biglietti di minaccia alla stessa Ruth. Altri personaggi: Erik, suo primo tutor all’università; Cathbad suo “vecchio” studente; David, l’ornitologo vicino di casa e Peter l’ex marito, già menzionato. Da aggiungere la bambina rinchiusa in una stanza sotto terra la cui storia si evidenzia con le solite frasi in corsivo.
Un thriller psicologico che scava in profondità soprattutto nell’animo di Ruth (ma anche di Nelson), donna forte e coraggiosa, piena di dubbi che riesce in qualche modo a risolvere in positivo. Martellata dal significato nascosto delle lettere, dal presente e dal passato che riaffiora di continuo.
Un thriller con grosse venature di gotico: la paura, la corsa nella palude, il rischio della morte, l’incombere dell’assassino, l’arrivo del temporale, il tuono, le urla e insomma tutto l’armamentario usuale per creare ansia e terrore. E poi rivelazioni, colpi di scena, il sospetto riversato ora sull’uno ora sull’altro dei personaggi, la rivelazione finale, dubbia nella motivazione e di non difficile soluzione per i lettori più esperti.
La mano c’è, e si vede. Prosa sicura, efficace nella parte scientifica, nella delineazione dei personaggi o nella descrizione dell’ambiente interno ed esterno. Un libro godibile soprattutto all’inizio che scade poi piano piano nell’abituale cliché di storie complicate dal punto di vista sentimentale (risparmiata, fortunatamente, la solita scena sessuofobica) e anche della pura struttura narrativa piuttosto risaputa e sfruttata.

La Debicke e… La diabolica setta

Mario Leoncini e Fabio Lotti
La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso
Prisma, 2006

Dopo Partita a scacchi con il morto e Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e crimine, tornano i maestri (di scacchi) Fabio Lotti e Mario Leoncini con un nuovo libro che mischia, con intelligenza e senso dell’humour, scrittura, creatività e ricerca.
Si parte dalla terza avventura del commissario Marco Tanzini di Siena, coadiuvato dal suo vice, il pingue Manganelli e male accudito ohimé (rivolta domestica?) dalla sua governante Giulia. Stavolta Fabio Lotti ci regala una storia un po’ particolare, anzi molto particolare, una godibile parodia del giallo del momento, basato solo su una marea di indizi, l’ossessivo intervento della scientifica, e gratificato dalla presenza del sesso a ogni costo e dall’affacciarsi sullo scenario della storia di sette più o meno sataniche. La cronaca narra che a Rosia, un piccolo paese vicino a Siena, Assunta, la bidella trova il Preside della scuola Media nel suo ufficio con il cranio sfondato da un cavallo di marmo. La bidella era stata convocata in presidenza da una strana telefonata mentre in sala professori si teneva l’assemblea o riunione del consiglio, in assenza del Capo dell’Istituto che era rimasto rintanato nel sua stanza. L’arma del delitto è un pesante cavallo di marmo posto sulla scrivania, sbattuto più volte sul cranio del dirigente scolastico. E l’assassino o gli assassini si sono sbizzarriti a cucirgli gli occhi con un filo rosso di seta. Perché direte? L’assassino/i avevano lasciato anche, appoggiata sul tavolo, una scacchiera con al centro la regina Bianca, per terra un orecchino d’oro con, come pendente, un satiro che suona il piffero. E sul pavimento sporco di sangue risaltavano le impronte di scarpe di diversa misura: una il 48, l’altra il 33. Come mai? I possibili indiziati del delitto sono i tre insegnanti che, durante l’assemblea, si sono alzati per andare in bagno, passando per il corridoio dove si trova la presidenza, più o meno nel momento dell’omicidio. Tanzini passa la palla ai tecnici della scientifica e aspetta lumi per muoversi. Il giorno dopo però anche il professor Bafio Tolti, che per primo si era precipitato sul luogo del delitto, mentre corre in macchina a Siena per incontrare il commissario, dopo avergli telefonato di aver ricordato di qualcosa di interessante, muore in uno strano incidente stradale. Cattivo funzionamento dei freni? La faccenda si complica. Cosa voleva dire Tolti? Non resta che interrogare i tre indiziati. Le voci pettegole riferiscono a Manganelli che il preside aveva tendenze ambigue, insomma si comportava da gallo ma anche da gallina. Torniamo agli indiziati: la professoressa concupita dal preside, ma che gli aveva detto di no, ha anche il vizietto della cleptomania; la seconda professoressa, la procace rossa che si era congiunta carnalmente con il defunto, è una vera ninfomane e il terzo sospetto, il professorino di lettere, è gay: la gelosia gli avrebbe dato motivo di uccidere, ma negava tutto. Insomma per ognuno di loro una marea di circostanze, ma nessuna certezza e la scoperta che intorno al delitto potrebbe ruotare la fanatica setta degli adoratori di Caissa i cui adepti portano un marchio indelebile, una piccola scacchiera con un diavolo nero al centro – simile a quella rivenuta accanto al cadavere – tatuata, a mo’ di stigmate, in una parte intima (sul pene insomma). Scenario qualche volta cupo, quasi gotico, ma con personaggi di disarmante attualità L’ironico commissario Tanzini sempre in baruffa con il suo braccio destro Manganelli, stupido ma non troppo, che formano una ‘squadra’ tutta da scoprire, questa volta resa più stuzzicante da alcune scene ‘hard’; la fauna scacchistica del Cral del Monte dei Paschi di Siena; il gentil sesso all’arrembaggio, sempre disponibile per l’adescamento e la trucida infilata. Poi, se questo non bastasse, c’è anche un intervento in diretta dell’autore, coinvolto in un godibile gioco di specchi che lo vede impegnato in più ruoli, richiamato all’ordine dal commissario che, in un botta e risposta, difende la sua scelta di essere ricorso ad un linguaggio più sboccato e a scene di sesso. Un caravanserraglio di grande vivacità e presa emotiva fino ad arrivare a un inimmaginabile finale.
Nella seconda parte Mario Leoncini, vicepresidente della federazione scacchistica italiana (che ha curato anche negli altri due libri in materia la parte della ricerca storica sugli scacchi al femminile), parte dalle tenebre del basso Medioevo. E spaziando dall’universo arabo, più in particolare in Mille e una notte una schiava brava giocatrice viene pagata diecimila denari, si arriva in Europa dove sulla scacchiera fa la sua comparsa la Regina al posto del Visir. Gioco soprattutto di corte citato nel Decamerone, nelle leggende su Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra, prese forma nei secoli anche come una specie di rappresentazione di amor cortese e servi a Giovanna II di Napoli per portarsi a letto Sergianni Caracciolo. Ritroviamo l’amore e gli scacchi nei dipinti d’epoca, in seguito al cinema, con i grandi protagonisti del novecento e il fenomeno delle sorelle Polgar. Ci furono i campionati femminili. Insomma Leoncini fa di tutto per arrivare a spiegare meglio il connubio scacchi-sesso. E nella parte che tratta con dovizia di causa di Scacchi ed erotismo, voglio evidenziare in particolare il capitolo che parla di Giochi erotici, dotato anche di una esplicita serie di fotografie. Capitolo che presenta una vera chicca dedicata ai raffinati appassionati, gli Erotic Chess Set: trentadue pezzi che si rifanno ad alcune posizioni del kamasutra. Questi set, prodotti artigianalmente in Inghilterra, sono di gran pregio ma di costo “elevatuccio” (vanno dai duecento ai quindicimila euro secondo i materiali, addirittura ci sono anche in oro che pesano fino a 12 chili), ma i collezionisti dovrebbero provvedere lo stesso (dimenticavo, il libro cita anche gli indirizzi dei produttori). Un acuto divertissement offerto ai lettori del libro, per metà thriller e per il resto saporosa antologia da Mario Leoncini, elegante studioso della cultura scacchistica e profondo conoscitore dello scacchismo femminile. Non perdetevelo. Approfittatene.

La Debicke e… Il secondo cavaliere

Alex Beer
Il secondo cavaliere
Edizioni e/o, 2018

Ambientato in una Vienna dissanguata, impoverita e in mano alla borsa nera dopo la drammatica sconfitta subita nella Prima guerra mondiale, Il secondo cavaliere è allo stesso tempo un bel romanzo storico e un buon thriller. La copertina del romanzo di esordio di Alex Beer, pubblicato in Italia da e/o, raffigura una bella e suasiva foto d’epoca del Café Central di Vienna, il famosissimo locale aperto nel 1876 nel cuore del Primo Distretto, fra Santo Stefano e il Rathaus, che fu per anni il principale luogo di incontro di letterati e artisti. E non solo: fra i suoi più celebri clienti si annoverano anche Trotsky, Lenin, Freud e un giovane Hitler avviato verso il suo diabolico futuro. Il romanzo di Alex Beer comincia nel tardo autunno del 1919. Siamo a pochi mesi dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la pace di Versailles ha sancito la fine dell’Impero austro-ungarico e la proclamazione della Repubblica Socialdemocratica. La grande Vienna, la gloriosa ex capitale di un millenario impero, è affamata e in rovina. Una grande città, invasa da migliaia di senzatetto, da reduci che riparano in caritatevoli e fatiscenti sistemazioni, da orfani, da vedove che non sanno come sfamare la famiglia e da donne costrette a prostituirsi per sopravvivere. Una città ancora dominata del secondo Cavaliere dell’Apocalisse, apportatore di Guerra, ma in cui si prepara a giungere anche il terzo, quello della Carestia: allignano miseria, fame, freddo, rabbia sociale, mentre la popolazione, priva di casa, cibo, legna, carbone, medicine, cova grande frustrazione per la disfatta e il crollo dell’Impero austro-ungarico. Tutti vorrebbero andarsene. Emigrare è un sogno, meglio se in Sud America, mentre i trafficanti che vendono alla borsa nera generi di prima necessità si arricchiscono immensamente. E nel 1919, durante quei primi frenetici e slegati mesi della neonata Repubblica democratica austriaca, il Café Central è uno dei pochi posti dove si serve ancora del vero caffè. Ma nella città in miseria, in quel gelido e disperato autunno del dopoguerra, solo la casta privilegiata dei nuovi ricchi può permettersi di sedere ai suoi tavoli. Nuovi ricchi come Veit Kolja, il re della borsa nera. La polizia cerca di incastrarlo, il nuovo governo socialdemocratico chiede lo smantellamento del fiorente mercato clandestino che vende di tutto, dai vini alle medicine, ma Kolja è troppo astuto per farsi prendere con le mani nel sacco.

Il romanzo si apre con l’omicidio di un reduce della Prima guerra mondiale, Dietrich Jost: l’assassino gli ha sparato alla testa in un bosco alla periferia della città cercando di farlo apparire un suicidio. A indagare sul fatto viene inviato l’ispettore di polizia August Emmerich che con il giovane Winter, assistente alle prime armi, stava pedinando un borsanerista. Emmerich, che non lavora alla sezione Omicidi ma vorrebbe riuscire a farne parte, è cresciuto in un orfanotrofio: mentre pedina Kolja scoprirà che era un suo vecchio amico d’infanzia. Emmerich ha combattuto nelle trincee, ha una gamba martoriata da una scheggia di granata che lo costringe a cercare sollievo nelle compresse di eroina. Ha una compagna, Luise, che ama teneramente e vive con lei e i figli, ma il destino vorrà altrimenti…

August Emmerich spera di risolvere il caso di Jost. La guerra aveva fatto di lui un handicappato, cosa che non quadra con il suicidio e invece fa pensare a un omicidio. E un secondo successivo strano suicidio, seguito da un terzo, lo allarmano, perché scoprirà che i tre uomini facevano parte della stessa compagnia, sotto accusa per essersi macchiata di atroci delitti contro i civili durante la guerra. Ma rimestare nel torbido è molto pericoloso, tanto che intestardirsi a mandare avanti l’indagine, anche a costo della propria reputazione, finirà con il costringerlo ad agire da fuggiasco. Solo con l’ appoggio del borsanerista Kolja e del giovane Winter potrà affrontare la mano armata dell’assassino e, a costo della vita, finire per scoprire la verità.

Vienna è la degna cornice del romanzo: con i suoi meravigliosi boschi intorno, depredati da chi tagliava legna per riscaldarsi, con i suoi locali storici, le sue zone malfamate, gli ospedali, la Fortezza, l’enorme sotterraneo con il segretissimo quartier generale della borsa nera, le grandi sale dell’Hofburg, dove la vita continuava come prima ma solo per pochi. Dove vesti di lusso e abiti da sera si contrapponevano scandalosamente a migliaia di uomini, donne e bambini affamati e denutriti, ogni giorno in cerca di cibo per sopravvivere, stremati dalla malattia, dall’inedia, dal freddo, dalla tubercolosi e dall’alcolismo.

Quando il destino lo priverà di tutto, August Emmerich troverà asilo per qualche giorno in casa di Winter, nell’immensa residenza nobiliare con tante, troppe stanze ormai vuote e invase dal gelo, salvo un piccolo appartamento del palazzo, dove si è rifugiata la nonna di Winter, unica sopravvissuta della famiglia all’epidemia di spagnola. Una vecchia signora di altri tempi, tipica rappresentante della Finis Austriae che tenta di resistere alla fine del suo mondo, del suo imperatore, della sua ricchezza e dei suoi privilegi. A simbolo del nuovo secolo che avanza, l’autrice sceglie invece il Modernismo viennese, rappresentato dal “palazzo senza sopracciglia” di Adolf Loos, nella Michaelerplatz, odiato da Francesco Giuseppe, ma tuttora privilegiata meta dei conoscitori della grande architettura novecentesca.

In attesa di nuove avventure di August Emmerich, grazie ad Alex Beer per l’attenta e fedelissima passeggiata storica (densa di luoghi e fatti) con gli inediti particolari economici, sociali e di costume che ricostruiscono la durissima fase del dopoguerra della Prima Guerra Mondiale vissuto dei viennesi, innocenti vittime di una sconfitta e della caduta di un mito, quello della potenza imperial-regia su cui il mondo austriaco si era retto per secoli.

Alex Beer è lo pseudonimo di Daniela Larcher, nata a Bregenz, in Austria, nel 1977. Ha studiato archeologia a Vienna, dove vive. Il secondo cavaliere è il suo primo romanzo: bestseller in Austria e Germania con Penguin-Random House, è in corso di traduzione in dieci lingue tra cui l’inglese con Europa Editions.

1968. L’autunno di Praga (Le brevi di Valerio 228)

Demetrio Volcic
1968. L’autunno di Praga
Sellerio, 2018 (prima edizione 2008)
Storia

Cecoslovacchia. 1967-1969. Il 1968 fu un anno cruciale in molti contesti sociali e geopolitici. A esempio, nel pieno della contestazione universitaria (soprattutto contro la guerra in Vietnam), negli USA di Nixon furono uccisi Martin Luther King e Robert Kennedy. Nel blocco sovietico (dopo quanto accaduto nel 1956 in Ungheria) il 5 gennaio fu eletto Alexander Dubček segretario del Partito Comunista e furono quindici mesi sconvolgenti fino all’invasione del 20 agosto da parte delle truppe dei 5 paesi del Patto di Varsavia, al suicidio di Jan Palach il 16 gennaio 1969, alle dimissioni di Dubček il 19 aprile successivo.
Il giornalista RAI Demetrio Volcic (1931) era lì, entrato fortunosamente da Belgrado il 31 dicembre 1967 e raccontò tutto in diretta, per poi tornarci sopra decenni dopo con questo bel libro, 1968. L’autunno di Praga: antefatti, euforie, ammonimenti, ambiguità, dubbi, fiammate, repressioni, esili in un grande paese, oggi diviso.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Come una famiglia

Giampaolo Simi
Come una famiglia
Sellerio, 2018

È passato qualche anno dall’estate in cui Dario Corbo, giornalista, aveva ricevuto l’incarico di scrivere un libro per scandagliare i lati nascosti dell’efferato omicidio di Irene Calamai, avvenuto sulle colline della Versilia ventitré anni prima (nel 1993), per il quale era stata accusata e condannata a venticinque anni di prigione la bella ventenne Nora, figlia del celebre scultore inglese Thomas Beckford. E proprio lui, allora giovane redattore di nera per la redazione viareggina, era stato il più accanito colpevolista. Ma quando la Beckford era stata rilasciata per buona condotta, Dario Corbo, con l’aiuto e la complicità di una grintosa piemme dai capelli rossi, era riuscito a ricostruire quella lontana storia sotto un diversa ottica.

Oggi, ormai cinquantenne, divorziato da Giulia, trasferito da Roma in Versilia, abita in una comoda dépendance, attrezzata a casa e studio, della Scuda, la splendida antica villa fortilizio dei Beckford che ospita anche la mostra permanente del grande scultore inglese, e lavora come addetto stampa per la Fondazione che Nora Beckford ha dedicato al padre. Posizione che gli consente di vivere agiatamente e passare cospicui alimenti alla ex moglie e al figlio Luca. Luca, quasi diciottenne, gioca per il Rivadarno, lega Pro, società crogiolo di talenti, ha grandi doti per divenire un ottimo difensore e vorrebbe diventare un calciatore professionista. Sarà per lui che i suoi genitori, Dario e Giulia, si ritroveranno fianco a fianco in tribuna, pronti ad applaudire la vittoria della sua squadra nella Viareggio Cup e il brillante avvenire agonistico che si prospetta al ragazzo.

Ma, la mattina dopo, una nuvola nera cala a offuscare quello che doveva essere un giorno di gran festa, il diciottesimo compleanno di Luca. Dario Corbo viene convocato d’urgenza nell’albergo che ospita il Rivadarno: la polizia sta perquisendo la camera di suo figlio. La notte prima, al Pronto Soccorso, una ragazza ha dichiarato che un calciatore in libera uscita con i compagni, incontrato in discoteca, l’aveva invitata sulla spiaggia per poi stuprarla e picchiarla selvaggiamente. Quel calciatore è, sarebbe, Luca Corbo.
Basta una telefonata per cambiare la vita e il destino di una persona? Forse sì, perché sarà proprio quella telefonata a coinvolgere Dario, Luca e sua madre in un tragico romanzo noir. Una storia sofferta e articolata, che si rifà senza sconti a certa realtà della vita di tutti i giorni nel mondo del calcio giovanile. Una storia scarna, ma precisa nei dettagli, nelle emozioni e nelle reazioni umane che, mentre la tensione aumenta a ogni pagina, riesce a far percepire al lettore le stesse sensazione provate e vissute dai personaggi.

Dario dovrà cercare di capire se quello che ha sempre visto in suo figlio sia giusto o sia invece una facciata che cela brutte verità. Luca nega con forza, ma per Corbo le accuse contro suo figlio, oltre ad assumere il penoso carico di un’altra casella fuori posto nella sua vita, e quindi il suo possibile fallimento come padre, lo mettono subito di fronte al delicato interrogativo di quanta fiducia sia giusto concedere senza lasciarsi accecare dall’amore. Tutto sembra contro Luca, e Dario, anche se non crede che suo figlio abbia potuto trasformarsi in una belva, è sicuro che il ragazzo non dica tutta la verità. Dovrà usare ogni mezzo per andare fino in fondo e salvarlo.

Un libro giustamente severo nel denunciare, senza mezzi termini, le illusioni e le tante promesse spesso gestite da procuratori senza scrupoli che gravitano intorno al dorato mondo del calcio professionistico. Un eldorado dove troppo spesso lupi senza scrupoli vendono sogni, con false promesse e colossali imbrogli. Ma anche un romanzo che descrive senza peli sulla lingua un universo di ragazzi che non esitano a vendere se stessi per una pur risicata gloria, a tradire gli amici, fregandosene altamente dei valori etici e morali. E dove purtroppo tutti gli attuali miti della vita moderna, cellulari, video, web, senza parlare dell’invasione di scandali sul social e i media, servono a diffondere le cosiddette fake news infamanti, create per eliminare dal gioco ogni presunto rivale. Dove la diffusione di una notizia è inarrestabile, e dove i titoli più ambigui sono quelli che tirano e incassano di più. Una sporca faccia di quello stesso mondo che gravita intorno al pallone con le sue milionarie dinamiche legate agli interessi che lo fanno marciare.

Il personaggio di Dario Corbo è diventato più intenso e toccante, saranno gli anni che passano, la cinquantina si sente?, ma ostenta sempre, su impulso dell’autore, la sottile vena ironica che, nonostante i momenti di dubbio e smarrimento in cui mette tutto in discussione, gli ha permesso di districarsi nella vita, facendo fronte alle difficoltà e superando diversi ostacoli. Il suo rapporto di profondo amore con il figlio, che teme di aver trascurato e se ne rimprovera, lo penalizza. Vorrebbe riuscire a guidarlo, a instradarlo, ma Luca incarna il tipico ragazzo che si affaccia al futuro sotto l’influenza degli scintillanti miti della attuale società.

Il bel personaggio di Nora Beckford (a conti fatti Come una famiglia è un romanzo corale) fa grandi passi nel suo percorso di personale riabilitazione, riuscendo finalmente a riempire certi spazi emotivi rimasti troppo a lungo vuoti.

Scritto sotto forma di diario indirizzato al figlio Luca, con la voce narrante di Dario Corbo, Giampaolo Simi in Come una famiglia ci coinvolge, incalzandoci emotivamente con la trama, dalla prima all’ultima pagina. E lo fa senza bisogno di effetti speciali o colpi di scena, ma grazie alla bruma dell’atmosfera invernale con la quale avvolge i fatti, ambientati in quella sabbiosa striscia toscana che corre tra il mare e le Apuane: un’atmosfera cupa, ma piena di suggestioni e di immagini che trasforma la Versilia in uno splendido palcoscenico per le sue storie.