Guida alla letteratura noir (Le varie di Valerio 94)

Walter Catalano, Luca Ortino, Giuseppe Panella, Pasquale Pede, Leopoldo Santovincenzo
(a cura di Walter Catalano)
Guida alla letteratura noir
Odoya Bologna, 2018
Letteratura

Letteratura noir, policier, mystery, Kriminal, hard-boiled, gialla. Ultimo secolo. Per le storie di crimini e misteri si suole risalire alla Bibbia o, almeno, a Poe, quasi due secoli fa. I libri del genere hanno avuto alterne ma crescenti produzione e diffusione, successo un po’ ovunque nel mondo. E innumerevoli ricostruzioni critiche, definizioni linguistiche e nazionali, articolazioni tecniche e comparate. A un certo punto, per il tramite della critica francese alla storia del cinema americano, a cavallo della guerra poco prima della metà del Novecento apparve il termine “Noir” come genere o sottogenere assestante. In Italia l’utilizzo è divenuto via via talmente pervasivo che ha finito per sostituire il nostro tradizionale e intraducibile “Giallo”. Ancora oggi tutto è noir e nulla più è proprio un giallo. Questa confusione giustificato un interessante libro di orientamento culturale per lettori, più o meno appassionati. Cinque esperti (a vario titolo) ci offrono le coordinate precise (o volutamente imprecise), gli autori giusti, i romanzi chiave per leggere meglio la letteratura noir, il cui fascino irresistibile risiederebbe proprio “in un’aura che permea ma non determina”, in un carattere apofatico: “può essere definito solo tramite negazioni”. La prima parte del volume riassume i principali differenti tentativi di definizione, sia illustrando alcune (non coincidenti) opinioni degli estensori sia esaminando le strette e articolate relazioni intrattenute con altri limitrofi generi o sottogeneri (Mystery, Western, Feuilleton). La seconda parte elenca le ventotto personalità (Boileau-Narcejac valgono uno) imprescindibili come “fondanti” il Noir, concentrandosi quindi su tanti statunitensi, alcuni francesi (7), pochi inglesi (2), un solo italiano (Scerbanenco, “unico maestro di tutti”).

Gli operatori editoriali Walter Catalano (coordinatore) e Luca Ortino, il docente universitario Giuseppe Panella, lo psicoanalista collezionista Pasquale Pede, il regista Leopoldo Santovincenzo hanno realizzato una guida utile sia ai neofiti (per un percorso di letture mirate) sia ai cultori (per approfondire e sviscerare). Ognuno di loro ha scritto uno o più brevi saggi di critica letteraria e raccontato vari fra gli autori, faticosamente selezionati (con trasparenti contrasti). I magnifici 28 sono tutti maschi: Boileau-Narcejac, Brown, Bunker, Burnett, Cain, Chandler, Chase, Chaze, Ellroy, Giovanni, Goodis, Hammett, Héléna, Higgins, Himes, Izzo, Malet, Manchette, McCoy, Raymond, Scerbanenco, Simenon, Spillane, Thompson, White, Willeford, Williams, Woolrich. In ordine alfabetico, ciascuna personalità viene presentata sul piano biografico e bibliografico con segnalazione dei testi imprescindibili (nell’edizione italiana) e corredo di foto, disegni e copertine; poche chiare pagine con un unitario schema di trattazione, citazioni e impatti. In appendice Pede esamina i pubblicatori e le pubblicazioni del Noir, negli Usa Pulp & Paperback, in Francia Marcel Duhamel e la Série Noire, in Italia le fortune e le sfortune connesse quasi soltanto alla logica e all’evoluzione del Giallo Mondadori fino alla svolta degli anni ottanta. Segue un indice dei titoli (più che dei nomi) delle centinaia di romanzi citati. Emerge come davvero il Noir sia innanzitutto stile, movimento, sensibilità, atmosfera di disagi e incompiutezze. Come la vita.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Leonardo Sciascia scrittore editore (Le brevi di Valerio 282)

Salvatore Silvano Nigro (a cura di)
Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri
Sellerio Palermo, 2019 (1° ed. 2003)

Palermo. Secolo scorso. Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) fu di casa alla Sellerio, fondata dall’imprenditrice Elvira Giorgianni e dal marito fotografo Enzo Sellerio nel 1969, cinquant’anni fa. Era una specie di socio senza interessi finanziari nell’impresa, direttore editoriale, operatore dell’ufficio stampa e capo delle pubbliche relazioni, lettore e consulente per libri e titoli, spesso scrittore di tutte le parti non d’autore di quelli da editare. All’inizio (fino al numero 71) scriveva lui stesso i risvolti di copertina della magnifica sempiterna collana “La memoria” (ora giunta al 1135 e oltre), poi continuò riservandosene solo alcuni (oltre ai propri), finché visse. Aveva pensato di raccoglierli, anni dopo è uscito e, nel cinquantenario dell’editore siciliano, è ora ripreso con magnifica cura e copertina rigida un bel volume dei suoi testi: tutti i risvolti non firmati, le avvertenze editoriali, i segnalibri, le introduzioni. Una chicca!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Cospirazione Cremlino

Joel C. Rosenberg
Cospirazione Cremlino
Newton Compton, 2019

Un thriller con tutte le carte in regola per piacere ai lettori di techno-thriller e fantapolitica. Un romanzo che prende l’avvio dal lontano 1999. La Russia è sotto l’attacco di una spaventosa serie di attentati messi in atto, secondo i servizi segreti governativi, da ribelli separatisti ceceni. Un condominio moscovita è stato appena fatto esplodere e la città è nel caos, assordata dalle sirene dei soccorsi e delle forze dell’ordine. Ma proprio quel giorno un giovane avvocato russo di belle speranze, Oleg Stefanovic Kraskin, ha in programma di chiedere al padre della sua fidanzata di lunga data, Marina, il permesso di sposare la figlia. C’è solo un non trascurabile problema. Il padre di Marina è Aleksander Luganov, l’ex capo del Servizio di sicurezza federale russo, attuale primo ministro, in lizza per diventare il prossimo presidente della Russia.
Due anni dopo, nel 2001, Marcus Ryker, ventunenne studente della University of Northern Colorado, è in carcere perché, per difendere la madre dal’aggressione del patrigno violento, gli ha sparato uccidendolo. Da tempo l’uomo maltrattava e picchiava la moglie. Marcus l’ha colpito mentre, infuriato e completamente ubriaco, imbracciava un’ascia con la quale stava sfondando la porta. Essendo riuscito a provare di aver agito per autodifesa, Marcus sarà prosciolto e liberato. Ma quel fatto, e le sue conseguenze morali e psicologiche, lo costringeranno a riflettere e a dare un nuovo indirizzo alla sua vita. Lui, che sognava una carriera come poliziotto, ottenuta la laurea si arruolerà nei marines e presto verrà reclutato nei corpi speciali.
Il presidente russo Luganov ha benevolmente accolto la richiesta di Oleg Kraskin di sposare su figlia, l’ha arruolato nel suo staff e ha preteso per la giovane coppia un matrimonio fiabesco che ricordi alla Russia quello dell’ultimo zar. In breve, l’avvocato Oleg Kraskin ha saputo guadagnare la fiducia del suocero: promosso a aiuto senior, lavora direttamente sotto di lui e ne è diventato il consulente di fiducia. L’ascesa di Oleg Kraskin in Russia è paragonabile a quella di Marcus Ryker in America. Il valore dimostrato da Ryker sotto il fuoco nemico in Afghanistan gli ha fatto guadagnare la Purple Act. In seguito, lasciato l’esercito, ha sposato la fidanzata di sempre, con la nascita di una figlio ha messo su famiglia e alla fine è entrato a fa parte del servizio segreto degli Stati Uniti. E, dopo essere riuscito contrastare un attacco terroristico alla Casa Bianca, è stato premiato ed è entrato nei ranghi del personale privato di servizio e di scorta al presidente degli Stati Uniti.
Anche Oleg Kraskin ha avuto un figlio e, come Ryker, sta raggiungendo il vertice di una grande carriera. Entrambi gli uomini sono quasi sulla vetta delle rispettive professioni e conducono una vita dedicata al dovere e alle rispettive patrie. Ma l’uccisione incidentale della moglie e del figlio, durante una rapina, costringe Marcus Ryker a una lunga e sofferta pausa di riflessione per elaborare il lutto, fuori dai giochi di palazzo americani. Mentre i lettori seguono le vite parallele dei due personaggi della storia, Rosenberg svela pian piano cosa sta architettando, all’interno del Cremlino, la forza malvagia di Luganov, un uomo da troppi anni solo e incontrastato al potere, un prepotente egocentrico, spesso in preda dell’alcol, che è diventato tanto megalomane da credersi un novello Zar. Alexander Luganov infatti – che non si tira indietro davanti all’uso di armi nucleari e mantiene stretti e amichevoli rapporti con l’eccentrico e folle capo della Corea del Nord – resosi conto di aver campo libero con il presidente americano, distratto dagli eventi in corso in Iran e Corea del Nord, sta mettendo a punto piani bellicosi per invadere i tre Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Un progetto che mira a cogliere la Nato di sorpresa, previsto per prima del 25 ottobre, anniversario della rivoluzione russa. Una mossa che potrebbe scatenare una grande guerra nucleare con gli Stati Uniti. Tuttavia Markus Ryker, che ha intuito il pericolo, abbandona il suo ritiro penitenziale e accetta di far parte della missione in Russia e nei paesi baltici del senatore democratico rivale dell’attuale presidente americano. Improvvisamente, e quasi per caso, le vite di Marcus Ryker e di Oleg Kraskin si incrociano, trasformando il romanzo di Rosenberg in un thriller sensazionale e ad alto rischio.
Il nuovo presidente russo sta minacciando la pace. Sia Kraskin che Riker avranno un ruolo vitale nel cercare di impedire che i grandiosi piani di Luganov vadano in porto, prima che si scateni una inarrestabile crisi globale.
Con la sua riconosciuta bravura per una scrittura di narrativa profetica, Rosenberg offre una romanzata versione di cosa potrebbe accadere in un prossimo futuro, se… se mai… Direi che i lettori che amano la suspense e l’azione possano essere soddisfatti. Definito il “Nostradamus dei giorni nostri” dagli Stati Uniti e dal World Report dopo il suo primo romanzo, The Last Jihad, uscito nel 2002, Rosenberg è famoso per aver scritto dei grandi thriller. Dopo una serie di cinque libri e due trilogie “back to back” sulla minaccia dell’islamismo radicale, Rosenberg con Cospirazione Cremlino si focalizza invece sulla Russia. E, senza paura di crearsi pericolosi nemici, per la figura di Aleksander Luganov, ex capo del Servizio di sicurezza federale russo, poi primo ministro e quindi presidente della Russia, si ispira in maniera molto poco velata a Vladimir Putin (praticamente per tutto: carriera, atti, scelte politiche, mosse azzardate, dubbie alleanze. Vedere per credere). Comunque Cospirazione Cremlino è un indovinato “fantaromanzo” che speriamo resti solo una immaginaria opera di fantasia (perché altrimenti tutti i fatti e i particolari descritti con cura da Rosenberg ci metterebbero di fronte una spaventosa bomba con la spoletta attivata e già pronta ad esplodere).
Joel C. Rosenberg è un autore bestseller del New York Times, e i suoi libri hanno venduto oltre 5 milioni di copie. Ha incontrato leader religiosi e governativi di molti Stati, tra cui Israele, Iraq, Turchia, Afghanistan, Russia, Germania, Francia, Italia e India. Ha preso la parola davanti ai membri della Casa Bianca e del Pentagono, del Congresso USA, ed è stato relatore a una conferenza tenutasi al Parlamento dell’Unione Europea a Bruxelles. È uno stratega di comunicazione americano/israeliano, autore della serie “Last Jihad“, fondatore di “The Joshua Fund” e un cristiano evangelico.

Bad Panda, l’istinto del lupo (Le gialle di Valerio 194)

Luca Bonisoli
Bad Panda, l’istinto del lupo
Todaro Lugano, 2019
Noir
Valerio Calzolaio

Milano. Luglio 2014. Antonio Maria Agatino Morelli è un bipolare schizofrenico, ha una natura duale e continue esperienze di sdoppiamento, di allucinazioni mentali e di sogni a occhi aperti. Sessantenne sodo ma sovrappeso, con tutti i capelli in testa ma irsuto, fa lo schivo tosto ispettore di polizia ma gira in Punto verde. È sposato con Rosa, un paio d’anni più giovane, entrambi di origine siciliana; si sono amati, da tempo si limitano a rispettarsi e a convivere; avevano avuto il loro Tommaso quando lei aveva solo 17 anni e lui era rimasto nell’esercito dopo la leva per potersi sposare; il figlio quasi quarantenne vive e lavora a Londra come traduttore tecnico di testi. Agatino era cresciuto in un piccolo paese, a Montagnareale, la famiglia di medi proprietari terrieri ridotta sul lastrico dalla grande crisi del Ventinove, rovinati ed emigranti, lui traghettato fuori dai pericoli e dalla fame grazie alla nonna straordinaria che gli parlava pure dei miti greci e delle ideologie, di Platone Dante Leopardi Cattaneo. Oltre che lavorare sodo nel capoluogo lombardo, aveva fatto fino a 35 anni il feroce letale tallonatore in una squadra di rugby di Monza arrivata alla serie B, conquistandosi sul campo il nome di battaglia, inciso sul retro di una polo nera con innesti rossi: Bad Panda, ed è tutto dire. Il suo metodo è ascoltare la pancia, la dialettica interiore fra un lupo e un Neanderthal, Achille e Vulcano. Con l’amico e agente di servizio pugliese Pasquale vengono chiamati in un deposito di container dove un cane ha fiutato il cadavere marcio e scrosciante di una donna, indagano nonostante il capo (un “lui”) li abbia estromessi, l’amico esperto di deep web li porta in contatto con un mercato di schiavi e schiave. Agatino fiuta bene i criminali, da ex militare sa torturare e mette a repentaglio la vita di molti per autodistruggere la sua, definitivamente.

L’architetto manager Luca Bonisoli (Milano, 1967), disegnatore di scaffalature e archivi, vive a Melzo, è stato giocatore di rugby, ha scritto un gran bel noir. La narrazione è in terza fissa sul protagonista, buono o cattivo che sia, con qualche inserto americano dove 5 attempati mercenari professionisti italiani su 5 Fiat 500 sono pagati per far esplodere bombe e seminare terrore, con vari effetti collaterali e vittime innocenti dalle parti di Tucson. Il cattivo che li ha ingaggiati è sardo, vive all’estero e c’entra anche con Milano. La forza incalzante e avvolgente del romanzo è, comunque, Agatino e il doppio titolo a lui fa riferimento, al prevalere progressivo di un polo. La svolta viene provocata da una donna, Greta, molto bella, tratti mediterranei ben incarnati, due figli piccoli senza marito, medico psicoterapeuta all’inizio di un rapporto con Carlo, l’hacker che fa conoscere al poliziotto e a noi i mercati virtuali e i bitcoin, i siti inaccessibili di internet e il darknet. Greta sussurra ad Agatino di aver capito le sue due vite, l’altra al di là dello specchio, di poterlo aiutare. Lui la considera come una nipote, perché il lupo va a dormire appena lei appare; solo che il lupo serve a reagire contro i criminali e a riscattarsi, deve tenerlo ben attivo. E Greta è costretta a trovare, suo malgrado, altre forme di collaborazione. In realtà un po’ tutti i personaggi comprimari sono azzeccati, consapevoli della follia, partecipi, solidali e, insieme, strani, peculiari. La colonna sonora è dichiarata, loro abbinata, funzionale alla scrittura di scene e umori: Orange Blossom, Police, Pink Floyd, Gotye, Specials, Händel, Barkley. L’alcol ci sta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2019

(Facciamo gli auguri a Fabio che oggi fa il compleanno, sì? Auguri, Fabione!)

Porca vacca!
Porca vacca! è il grido che sorge spontaneo dal mio vetusto apparato fonico ogni volta che se ne va un pezzo della mia vita (la vacca ormai non si offende più). Che si tratti di un qualsiasi mito della scenografia mondiale (giocatore, attore, scrittore, cantante…) o di quella relativa al paesello natio dove trascorsi del viver mio la primavera, tanto pe’ fa ‘na scontata citazione. E allora un saluto glielo voglio mandare a tutti quelli rimasti più o meno incartapecoriti e a quelli che hanno preso il volo. Naturalmente con i loro caratteristici soprannomi: Dado, Bela, Polvere, Pocciere, Caciao, Pasta e Pane, Rombolino, Nisio, Nicchio, Capino, Capone, Palloni, Gattaccio, Buzza, Balilla, Buzzino, Giona, Paperino, Mea, Zipi, Budode, Ciccina, Cicciaio, Ciacce, Mastrilli, Jack, Biondo, Banana, Zenzerino (suo pensierino lapidario a scuola “I maratore fa i gabinetto e poi ci caca”), Publio, Pinguino, Doddolo, Sussi e Biribissi, Barabba, Maialaio, Mandorlino, Molle…
Ciao, ragazzi!

Perry Mason e la cliente misteriosa di Erle Stanley Gardner, GialloMondadori 2019
“La mia segretaria” continuò Mason “mi ha detto che siete il giudice William Mallory, australiano di Sidney, e che desiderate consultarmi a proposito di un omicidio colposo.” Un omicidio colposo di ventidue anni fa (scontro di auto) quando fu emesso un mandato di arresto ma la persona scomparve. C’è, però, da lottare per un cliente povero contro il ricco milionario Ronald C. Brownley. Desidera che nessuno sappia della sua venuta, chiamerà Mason fra circa un’ora per presentargli la “donna alla quale è stato fatto un torto” e la sola probabilità di vincere la causa è la testimonianza del giudice stesso. Giudice… uhm… un giudice che balbetta non si è mai visto, afferma l’“avvocato del diavolo”. Ma la “stranezza” dell’uomo e del caso lo attira. E si viene a sapere che la donna accusata di omicidio colposo era la signorina Julia Branner, divenuta Julia Brownley, moglie di Oscar Brownley, figlio del magnate Ronald C. Brownley. Questo è pane per i denti affilati di Mason, a cui piace “gareggiare d’astuzia con i bricconi” e “accostare i fatti l’uno all’altro, come in un gioco di pazienza, per scoprire la verità.”
Intanto il giudice viene trovato ferito nella sua camera d’albergo, portato all’ospedale da dove sparirà lasciando una lettera a Perry. Poi arriva l’uccisione del magnate da parte di una donna con impermeabile bianco. Sbucata all’improvviso dall’ombra, è salita sul predellino della sua macchina, gli ha sparato cinque colpi ed è fuggita. Indiziata ed arrestata Julia Branner. Tutto gira attorno a Joan Seaton, nipote adottata di Ronald che scompare. Vera o falsa? E il giudice Mallory. Vero o falso?
Per risolvere il problema occorre entrare in azione addirittura con il travestimento della segretaria Della Street, l’appoggio di Paul Drake e l’iniziativa dello stesso Mason capace di assestare terribili cazzottoni per i quali rischia addirittura l’arresto, dovendosela vedere con il procuratore distrettuale Hamilton Burger assomigliante “un po’ a un orso, col suo grosso tronco e le corte braccia muscolose”. Di mezzo il classico testamento che può essere cambiato all’improvviso per la vera o falsa nipote, un impermeabile bianco e giallo, una chiave… A un certo punto la classica luce che si accende “Come mai non ci ho pensato finora?”. Poi basta tendere l’altrettanto classico tranello a chi di dovere per risolvere il busillis. Mason è bravo e pure Della non scherza “Ma elementare mio caro Watson, elementare. La mia mente femminile ha saputo dedurre dagli indizi l’esatta conclusione. Questione di forma mentis.”
Per I racconti del giallo ecco Anonimo relativo di Mauro Frugone
In treno. Andrea rimugina sul fratello caduto nelle grinfie della droga. Forse la causa della sua scelta di vita. Nello stesso scompartimento due uomini che parlano fra loro su “un figlio di buona donna” che non ha accettato la loro proposta. Vestiti da ricchi, strafottenti. Ma Andrea è l’artista dell’anonimato. Ora deve scendere… Racconto secco come una fucilata.
Chiude il libro la seconda puntata di I Libri Gialli, 1929-1941 di Mauro Boncompagni. Un excursus da non perdere.

Il nemico alla porta di Ethel Lina White, R. Austin Freeman e Cornell Woolrich, GialloMondadori 2019.
La vittima è presente di Ethel Lina White
“Quella donna finirà assassinata!” esclama la signorina Pye (Florence), sorella dell’omonimo ispettore. Vista dalla finestra trattasi della attempata zitella Anthea Vine, ricchissima residente a Jamaica Court, proprietaria dei Magazzini Dalia che ha adottato e tiene fortemente sottomessi tre ragazzi: Charles e Francis Ford e Iris Pomeroy. Di mezzo c’è pure il giovane medico Lawrence che attira le sue attenzioni e quelle di Iris. Tutto gira intorno al denaro e al testamento della riccona che può essere cambiato da un momento all’altro a favore di qualcuno.
Anthea vuole comprare anche il negozio di Doris, una delle sorelle di Pyne per aprire un altro albergo a Timberdale. A questo si aggiungono un paio di furti sospetti nella casa della signora Antrobus che in seguito potrebbero avere relazione con il “fattaccio”, ovvero la morte annunciata di Anthea colpita da un oggetto pesante, tra l’altro introvabile, mentre sta per andare a letto. Pyne si trova in difficoltà nelle indagini ma, testardo, non vuole l’ingerenza di Scotland Yard. Un racconto di brevi capitoletti, ricco di dialoghi serrati e pensieri oscuri che serpeggiano all’interno dei personaggi. Al centro, ripeto, il denaro, la paura, l’odio e perfino l’amore che si può trasformare in odio.
La svista del signor Pottermack di R. Austin Freeman
Nel “Prologo” la fuga riuscita di un carcerato. Poi si passa al signor Pottermack che desidera installare una meridiana nel suo giardino. Sui cinquanta, barba ed occhiali, movimenti veloci, sguardo luminoso dietro le lenti, rughe sul volto, capelli spolverati di bianco, orecchio destro con voglia di vino. Sotto di essa un antico pozzo dentro il quale finirà, ucciso da lui stesso, il ricattatore Jeff Lewson che conosce qualcosa di importante sul suo passato. Ma c’è il problema delle orme da cancellare nel giardino, della giacca del morto e dei soldi che sono in essa da far sparire. Come?… E c’è il problema del dottor Thorndike che quando si mette ad indagare sono guai per tutti. Munito di una nuova macchina fotografica, microscopio e periscopio non sfugge nulla al suo sguardo “scientifico”.
Scrittura lenta, minuziosa, precisa, a volte addirittura esasperante nei minimi particolari, tutta tesa a penetrare nell’animo di Pottermack, con i suoi dubbi, le improvvise certezze, incertezze e paure. Un duello tormentato tra lui e il famoso dottore. Verrà smascherato? Subirà la pena o se la caverà in qualche modo?…
Il pomeriggio di un truffatore di Cornell Woolrich
Subito all’inizio “Clip Rogers, conosciuto anche come Rodge lo Speculatore, o come Harry l’Ossesso o…”, insomma siamo di fronte a un truffatore che ha fregato il classico babbeo. Ora si trova in treno, più precisamente nella toilette del suddetto, quando arriva un “uomo molto corpulento con una faccia piuttosto verde” che se ne va a vomitare all’interno del gabinetto dopo aver lasciato la giacca sopra la sua. Tentazione troppo forte, Clip fruga nella giacca dello sconosciuto e si trova fra le mani un distintivo da poliziotto. Quando scende alla stazione viene scambiato per il famoso ispettore Griswold che deve indagare su un brutale omicidio. Trattasi di una donna uccisa in un hotel e l’unico testimone del delitto è suo figlio, un bambino di sette anni piuttosto particolare. Ce la farà a risolvere il caso? O sarà scoperto?…
Come al solito scelta oculata, oculatissima del curatore Mauro Boncompagni che mette assieme tre prodotti diversi e incomparabili: sospetti in famiglia con “situazioni angoscianti, minacce sinistre e torbide ambiguità”, affondo all’interno dell’assassino in un magico inverted mystery, racconto ingegnoso, imprevedibile e bizzarro.
Buona lettura.

Charlie Chan e il canto del cigno di Earl Derr Biggers, GialloMondadori 2019.
Quattro ex mariti della bella e famosa cantante lirica Ellen Landini, ovvero Dudley Ward, John Ryder, Frederic Swan e Luis Romano, riuniti nella dimora del primo sulle rive del lago Tahoe per risolvere un problema. Ovvero la ricerca di un suo figlio che Ellen ha avuto sei mesi dopo essere andata via di casa e di cui non ha notizie. Ora avrebbe diciotto anni e vuole trovarlo a ogni costo, disposto a “pagare profumatamente” qualsiasi informazione utile. Per raggiungere lo scopo ha invitato pure l’ispettore di polizia di Honolulu Charlie Chan, famoso per avere risolto i casi più insolubili, un cinese “grassoccio, di mezza età”, piccoli occhi neri che brillano, le labbra aperte al sorriso. Arriva anche lei, naturalmente, un po’ cambiata dal tempo, e la situazione si fa intrigante e pericolosa…
Soprattutto quando viene trovata uccisa nello studio da un colpo di pistola. Molti sono i motivi dell’assassinio e molti gli indiziati. Ai quattro devono essere aggiunti il nuovo amore giovane della cantante, sua sorella, il pilota dell’aereo personale e rispettiva moglie, il vecchio domestico e la cuoca. Ma non bisogna avere fretta a tirar conclusioni perché “C’è un lungo tortuoso sentiero da salire e l’uomo saggio si avvia lentamente e conserva l’energia per un rapido finale.” Alle indagini partecipa il giovane sceriffo della contea Don Holt (in seguito arriverà anche il padre), ammiratore entusiasta dell’ispettore di Honolulu (spesso si meraviglia per il suo metodo). Tutti sospettati, dicevo, con il loro bel movente e improvvisi cambiamenti di umore. Via a Reno per parlare con la signorina Meecher, segretaria e cameriera della Landini, e avere qualche notizia sugli ex mariti e sull’aviatore. Interessante…
Niente metodo scientifico per Chan perché “In tutte le mie indagini su delitti ho sempre tenuto presente il cuore dell’uomo. Quali passioni hanno contribuito: odio, cupidigia, invidia, gelosia? Io studio sempre la gente.” Piccoli spunti sulla società delle montagne californiane, un miscuglio di Est e di Ovest, occhio a una sciarpa, a una spilla, al testamento della defunta, alle bozze di un suo libro, e occhio al cane Cruccio che potrebbe diventare, come sottolinea lo stesso Chan, “l’indizio essenziale.” Perché?… E, per finire, già che ci siamo, occhio all’occhio! (capirete).
Tra battute, proverbi e aforismi esilaranti del nostro cinoamericano Charlie Chan la lettura fila via che è un piacere.
Per i Racconti del giallo ecco La gatta sul caso che scotta di Annamaria Fassio.
La gatta del commissario capo Erica Franzoni, ora in buona relazione con Maffina, fa la pipì sulle ortensie del giardino di Bice Bellagamba. Discussioni. Dopodiché la Bellagamba si ritroverà morta stecchita con un colpo di pistola. No, non c’entra niente Erica. Forse è stato il nipote Michele Trapasso, in un giro di loschi affari di droga, che le chiedeva continuamente denaro. Oppure… ma lasciamolo scoprire alla gatta.
Simpatico.
Infine la quarta puntata di La storia del Giallo Mondadori, ovvero La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni.
Buona lettura.

Un giretto tra i miei libri

L’enigma della vasca dei pinguini di Stuart Palmer, Polillo 2011.
Il morto ammazzato è Gerald Lester, broker, marito di una bella donna che attira inevitabilmente gli sguardi degli uomini. Il luogo del ritrovamento è la vasca dei pinguini dell’acquario di New York (sì, avete capito bene), mentre, per quanto riguarda la “trovatrice”, trattasi della insegnante elementare Hildegarde Matha Withers, zitella trentanovenne che è in visita con la sua scolaresca proprio da quelle parti. In questa, come in altre storie, aiuta l’ispettore Piper nelle indagini attraverso i suoi appunti e le sue acute osservazioni. E qui siamo davanti a un caso per lui molto semplice: il classico triangolo nelle persone del marito, della moglie e dell’amico fin troppo amico, l’avvocato Phil Seymour che addirittura si autoaccusa. Ma le cose si complicano perché il morto non è mica morto affogato e allora “questo è un caso vero, non un enigma da rivista da racconti. E io sono un investigatore, non un supersegugio” tanto per citare Sherlock Holmes e Philo Vance.
Qualche altro particolare: siamo in un periodo di crisi economica, le borse vanno giù, il morto è stato costretto a licenziare, una bombetta nell’acqua che non appartiene al defunto, un’altra confessione, un dubbio perfino sulla nostra zitella che però non demorde nel cercare il colpevole “Fare il detective è il sogno della mia vita”, oppure “ La giustizia è superiore agli odi, agli amori e alle simpatie dell’uomo”. Lettura gradevole, leggeri colpi di umorismo e caricatura, finale non troppo convincente basato su un trucchetto risaputo.

L’enigma dell’Alfiere di S.S. Van Dine, Mondadori 2007.
“New York, ruggenti anni venti. Un sinistro, imprevedibile assassino si macchia di una serie efferati delitti ispirandosi a una filastrocca infantile. I principali sospettati sono tutti eminenti personalità della metropoli. Spetterà a Philo Vance, esteta raffinato e investigatore dalla mente labirintica, affrontare un genio criminale tanto letale quanto perverso”.
Ma come c’entrano gli scacchi con questa storia? C’entrano, eccome, perché l’assassino si firma con il nomignolo di “Bishop” che in inglese vuole dire sia “Vescovo” che “Alfiere”, uno dei pezzi del gioco degli scacchi. E proprio un Alfiere nero viene lasciato sul luogo del delitto. E alcuni dei sospettati, naturalmente, conoscono questo giuoco. Ce n’è uno, Pardee, che addirittura ha inventato un gambetto (un modo di iniziare la partita con un sacrificio per lo più di pedone) che porta il suo nome e che affronta anche il mitico Rubinstein nel celebre Manhattan Chess Club. Sembra proprio lui l’assassino quando viene trovato ucciso con un colpo di pistola e la faccenda si complica.
Ma più che l’architettura complessiva della trama con il relativo colpo finale a sorpresa (un po’ troppo a sorpresa a dir la verità) qui chi colpisce davvero, chi attira l’attenzione del lettore è il nostro Philo Vance, l’aristocratico, il colto e mellifluo Philo Vance intorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Costretto a interrompere “la traduzione omogenea dei principali frammenti di Menandro scoperti nei papiri egizi agli inizi del secolo” per seguire questo caso. E chi già aveva conosciuto il Nostro attraverso La strana morte del signor Benson e La canarina assassinata (ce n’è anche un altro di cui non ricordo il titolo) si può ben immaginare il sacrificio a cui è costretto e di conseguenza l’importanza della storia a cui dovrà assistere e partecipare attivamente. Che gettò l’intera città di New York nel panico più assoluto come nella Londra di Jack lo Squartatore del 1888, o nella Hannover del lupo mannaro Harmann del 1923, opportunamente sottolineato in una nota del libro dallo stesso narratore, l’amico e consulente legale Van Dine. Tanto per aumentare la tensione e attirare ancor più l’interesse del lettore. Ed anche questa volta la scena è tutta per lui, per questo dandy americano, quasi copia perfetta di lord Wimsey della Sayers, che parla e veste in maniera elegante e forbita. Gli anni della loro nascita letteraria sono quasi gli stessi. Peter Wimsey nasce nel 1923 e Philo Vance (interpretato magistralmente alla televisione da Giorgio Albertazzi) tre anni dopo con “La morte del signor Benson” già citato. Dalla penna di Willard Huntington Wright, giornalista e critico d’arte americano che usò lo pseudonimo di S.S. Van Dine. Quasi un destino. Willard si ammala di tubercolosi e deve essere ricoverato per due anni in sanatorio. Non sapendo cosa fare si mette a leggere romanzi polizieschi di ogni tipo tanto da diventarne un vero esperto. Quando esce dal sanatorio incomincia a scrivere e crea questo famoso personaggio.

I Maigret di Marco Bettalli

Il porto delle nebbie del 1932
Uno dei Maigret più celebri, e a ragione. È  costruito, come spesso accade, su due piani: la trama gialla vera e propria, come sempre (almeno nei primi Maigret) incredibilmente complicata, basata sul leit-motiv del passato che ritorna, con una donna contesa tra due cugini, il “buono” scapestrato e il “cattivissimo”, che è poi l’assassino, serio e morigerato. La parte del ferimento e poi dell’omicidio del vecchio capitano, pur spettacolare, si regge a stento nella sua inverosimiglianza, ma la cosa non ha alcuna importanza. Il piano più simenoniano è comunque quello, qui davvero immortale, della descrizione di un ambiente e dei suoi personaggi. Il “porto delle nebbie”, questo paesino di pescatori e marinai vicino a Caen, luogo di silenzi, di omertà, di bicchieri di grog scolati nella nebbia, di naturale diffidenza verso l’uomo di terra venuto a rovistare nelle loro vite, è il vero protagonista, insieme alla pioggia, al vento, al freddo, alle tempeste che dominano su tutti, uomini e navi. Maigret ne è molto affascinato e disprezza profondamente i pochi “borghesi” presenti (un tema fisso nei Maigret: la povera gente è comunque migliore), e nonostante fatiche inenarrabili, notti al gelo, pericoli nonché molte disinvolte infrazioni al regolamento se non alla legge, tornando a Parigi dopo aver risolto i vari enigmi (con l’aiuto di Lucas all’esordio, una copia in piccolo dello stesso commissario), ne ricaverà un senso quasi di nostalgia. Come anche noi…

Il cane giallo del 1932
Ancora un’ambientazione nella provincia francese; questa volta siamo a Concarneau, non lontano da Rennes. Maigret, distaccato appunto a Rennes, affronta da par suo questa ingarbugliatissima storia, basata (come tante volte) su una struttura tipica: la coppia (molto romantica, tipo la bella e la bestia, accompagnati dal povero cane giallo che dà il titolo al romanzo) poverissima, maltrattata e ovviamente sospettata da tutti delle peggiori nefandezze vs quattro-cinque borghesi più o meno depravati, di cui uno (e la madre di lui) emerge alla fine come una delle figure più orribili, priva di qualsiasi dimensione in qualche misura umana, che Simenon abbia mai descritto. Grazie al commissario, che giunge a “incolparsi” di un falso tentativo di avvelenamento, che Emma aveva tentato davvero e che regalerà persino un po’ di soldi a lei e al suo troglodita dal cuore d’oro, tutto finirà bene, mentre poco resterà degli spocchiosi borghesi, chi morto, chi rovinato, chi in galera. Un Maigret assolutamente archetipico, molto “caricato” in tutte le sue caratteristiche, e completamente solo: le atmosfere e i collaboratori del Quai des Orfévres, insieme alla dimensione familiare, devono ancora essere sviluppate.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

“Il sole era ancora solo un’idea, nascosto dietro alla barriera delle montagne incombenti sull’acqua immobile, da cui cominciava a levarsi una luce pallida e diffusa”. Sono appena le sei del mattino quando, uno dopo l’altro, inframmezzati da un grido, due colpi di pistola rompono il silenzio e la pace del lago di Como. Un uomo, colpito a morte alla testa, giace riverso nel tender della sua barca a vela al largo di Pescallo, nel comune di Bellagio. I suoi compagni di barca, risvegliati dal rumore, telefonano ai carabinieri per dare l’allarme.
Il cronista scrittore Franco Vanni torna in libreria con La regola del lupo (Baldini+Castoldi, 2019), un giallo ambientato nel borgo di Pescallo, una angolo di paradiso che, a detta dell’autore, ricorda le Cinque Terre, a sud-est del promontorio di Bellagio. E riporta sulla scena Steno Molteni, giornalista ventisettenne (quasi un alter ego di Vanni), cronista del settimanale milanese La Notte, che abbiamo già incontrato in Il caso Kellan, pubblicato un anno fa sempre da Baldini+Castoldi. Un giallo e un intrigo dal sapore classico, quasi vittoriano, che ci riporta ai famosi enigmi anglosassoni della stanza chiusa, anche se stavolta, al posto di una stanza chiusa, abbiamo una slanciata barca a vela di dodici metri ancorata a distanza dalla costa.
Un anno è passato dalla precedente avventura di Steno Molteni, che scrive di cronaca nera ma tre sere alla settimana si dà da fare come barman dell’Hotel Villa Garibaldi che lo ospita, a un prezzo stracciato, nella stanza 301. Steno, infatti, è il figlio del portiere del Grand Hotel Villa Serbelloni di Bellagio, vecchio collega di lavoro del signor Barzini, oggi in forza al Villa Garibaldi, a cui deve la sua attuale e comoda sistemazione. Steno ha a disposizione una vecchia Maserati Ghibli con autista, affidatagli da un amico che vive a Singapore e l’ha ereditata dal padre con il vincolo di farla circolare…
Un giallo da leggere in cui l’autore ha anche compensato lettori e protagonista con un nutrito ventaglio di comprimari: dal maresciallo normanno Cinà, ex capo di Steno, al figlio di Cinà detto Scimmia, che il padre considera degenere perché ha scelto la polizia (è lui il poliziotto dell’aiutino). Dal fido carabiniere Sala, braccio destro di Cinà, al pubblico ministero Ciro Capasso che va a whisky. Da Sabine, la bella e milanesissima fotografa di origini eritree che la nonna di Steno chiama affettuosamente negretta, ad Armando, l’autista di Steno, un incredibile barbone pulitissimo, astemio e sportivo. Dal padre segreto di Filippo Corti, ex galeotto che vive in un campo rom e per riscattare il passato si prende cura dei bambini dei suoi vicini, all’irrinunciabile gola profonda, portiere del Villa Garibaldi, signor Barzini, il più valido gazzettino del lago.

Le parole di Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2019.
Anche stavolta Maurizio de Giovanni riesce a convincerci e spiazzarci contemporaneamente. Introduce a bruciapelo un puntuale noir di denuncia sociale, un’intrigante spy story che nasconde a fatica il marciume del vero male, quella turpitudine che ha per unico, lurido e vero scopo l’appropriarsi di incommensurabile ricchezza e sfrenato potere a ogni costo. Un romanzo che non fa sconti, concedendosi appena di tanto in tanto un piccolo sorriso per allentare la stretta al cuore. E dunque un bel romanzo nel miglior stile di Degio… Allora perché ho detto spiazzarci? Perché, signori miei, Le parole di Sara declina, dall’inizio alla fine, il significato di amore che, con lo scorrere delle pagine, diventa la parola dominante e balza in primo piano, invadendo con prepotenza la scena. Amore! Il vocabolario dà come significato della parola “dedizione appassionata ed esclusiva, istintiva e intuitiva fra persone, volta ad assicurare reciproca felicità, o soddisfazione sul piano sessuale: amore casto, platonico, sensuale; un amore appassionato, travolgente; desiderio, tormento d’amore”. Strano – direte – che in un caso come questo proprio l’amore possa trasformarsi in filo conduttore del romanzo? Eh no! La passione può coinvolgere, commuovere, far male, ferire ma persino arrivare a uccidere tragicamente…

I tempi nuovi di Alessandro Robecchi, Sellerio 2019.
Ottava avventura di Carlo Monterossi, il protagonista di Alessandro Robecchi, che a occhio non assomiglia molto al suo creatore, salvo forse per certe impuntature di ribellione allo status quo. Carlo Monterossi è un ricchetto, secondo il metro di Robecchi (o un riccone, e buon per lui, visto da noi poveri middle class), uno che se la cava bene finanziariamente, vive di lusso in uno splendido appartamento a Porta Venezia, sotto l’ala benevola e protettrice dalla governante, cuoca provetta e tata amorevole, Katrina. E spesso la fastosa presenza notturna di una compagna con i fiocchi.
Ma passiamo al libro: i capitoli e le avventure s’incrociano, scorrono e corrono nella Milano dove dominano tutti i difetti (magari qualcuno li considera pregi) del nostro oggi. Droga, bullismo, firme, marche famose e chi più ne ha più ne metta. Il tutto riporta un po’ a La Ronde, film di Max Ophüls del 1950 con Gerard Philippe e Simone Signoret (uhm, sarete troppo giovani per ricordare): una giostra infernale dominata dagli influencer, dove una trasmissione televisiva deve stupire, esaltare, scandalizzare a ogni costo e tutto è buono per fare share. Fino a quando gli amici degli amici…
Dunque dicevo: un bravo ragazzo, studente modello avviato a una brillante carriera ingegneristica con fidanzata “a modino”, famiglia, i soliti lavoretti per raggranellare i soldi per un viaggio a Miami, viene trovato nella sua macchina, una Golf, con i pantaloni calati, legato al volante con due fascette di plastica e ucciso da un colpo di pistola alla tempia. Ah, ma prima di essere fatto fuori era stato tramortito con un colpo alla nuca. Strana faccenda, no? Errore di persona? Regolamento di conti? Insomma la faccenda sembra molto complicata. Oddio, gli indizi non mancano, anzi ce ne sarebbero addirittura troppi e, se non bastassero, la vittima aveva in casa una busta con 2.000 euro. Forse messi da parte per il viaggio?
La polizia si pone domande, comincia a darsi da fare, ciò nondimeno ancora una volta le indagini dei nostri (dico nostri perché li abbiamo già incontrati nel precedenti romanzi targati Carlo Monterossi) bruschi e onesti sovrintendenti di polizia Carella e Ghezzi andranno a incrociarsi e a sovrapporsi con quelle dei due segugi dilettanti Oscar Falcone e Carlo Monterossi…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Colpo di scena nell’antica Grecia di Geronimo Stilton, PIEMME 2018.
Tutto ha inizio da un paio di scarpe, dei sandali che Geronimo va a prendere dal calzolaio per darli a Tenebrosa. Ma non sono i suoi! Ci vuole il camper del tempo per sapere a chi appartengono. Via ad Atene antica dove trovano Topaxis, un roditore che deve partecipare a uno spettacolo teatrale di tragedie. Però gli mancano la scenografia, gli attori e i costumi. La scenografia la costruisce il maestro Fidia, gli attori glieli manda Socrate, mentre i costumi li crea il camper del tempo. Il giorno dello spettacolo accadono molti imprevisti e qualcuno cerca di ingannare gli altri concorrenti per vincere la gara. I nostri dovranno scoprire chi è l’imbroglione.
Alla fine del racconto uno sguardo su Atene antica: il porto, l’Agorà, l’Acropoli, le sculture, il governo, il teatro, l’alimentazione, l’abbigliamento, l’educazione…
Come cambia il tempo!

 

Negro. Lettera ad una madre (Le brevi di Valerio 281)

Christian Kuate
Negro. Lettera ad una madre
Lìbrati, 2018 (originale francese Lettre d’un Mbenguiste à sa mère, 2017)
Traduzione di Gerardo Acerenza e Christian Kuate

Camerunensi all’estero. Christian Kuate è nato a Doula nel 1982, nel 2007 è giunto all’Università di Trento, laureandosi in filosofia nel 2015. Fin da piccolo voleva scrivere, ad aprile 2017 ha così fatto uscire questo suo primo bel romanzo in Francia (gran parte dell’Africa è francofona per ragioni coloniali). Ora arriva la traduzione curata da lui stesso e dal docente di lingua francese che ha coinvolto gli studenti frequentanti il proprio corso. Fra il titolo italiano e quello francese c’è una differenza: il termine Mbenguiste indica i camerunensi nel mondo (all’inizio nella sola Francia), non c’è un equivalente, i nostri emigranti furono e sono semplicemente “italiani all’estero” (spesso non più rientrati). Lo spunto è dato da alcune vere emozioni e peripezie dall’autore. La missiva parte dall’avuta notizia della morte del padre, una scintilla inventata, per descrivere l’Italia e l’Europa dal punto di vista di chi viene considerato appunto meramente un “negro”, uno dei tanti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I segreti tecnologici delle antiche civiltà (Le varie di Valerio 93)

James M. Russell
I segreti tecnologici delle antiche civiltà. Le straordinarie invenzioni che hanno cambiato il mondo
Newton Compton, 2019 (originale 2018, Plato’s Alarm Clock)
Traduzione di Mariafelicia Maione

Dal Neolitico in avanti. Quasi in ogni ecosistema umano. Ben prima dell’Età del bronzo erano in uso calendari di varia natura: abbiamo documenti scritti che testimoniano sistemi di datazione presso i sumeri, gli egizi e gli assiri circa 5 mila anni fa; una recente scoperta archeologica in un campo della Scozia indica addirittura che già 10 mila anni fa popolazioni mesolitiche di quell’area comprendevano le fasi lunari e monitoravano i mesi. Prima strumenti di rozza pietra, poi versioni d’osso più duttili, poi strumenti di pietra per tagliare, macinare e lucidare frammenti d’osso, e ricavarne utensili, una storia di oltre 100 mila anni, forse non solo della nostra specie sapiens, certo legata anche all’alimentazione, alla pesca, all’ornamento, alla vestizione, alla musica (musicultura). Egualmente lunga e parallela la lenta evoluzione delle posate, manufatti per portare il cibo alla bocca, via via più raffinate, le forchette un problema più per la visione del mondo cristiana che per altri. Anche il molto recente sviluppo della ruota fu lento e graduale, prima rotolio e torni, poi materiali ruotanti di pietra e di legno, ancora poi la decisiva ruota raggiata, infine carri e strade, ma sempre tutto diacronico nel tempo e nello spazio, non irreversibile. Molte invenzioni che pensiamo moderne erano già in uso da migliaia di anni: i vestiti forse da 170 mila; gli aghi per cucire forse da 60 mila; le corde forse da 28 mila; i cesti da 10-12 mila. E le imbarcazioni? Zattere o barchine da oltre 40 mila, poi canoe da almeno 8 mila, infine le navi, sempre più grandi per navigazioni sempre più sofisticate. In Germania 28 mila anni fa è stato pure trovato un fallo di siltite, gli afrodisiaci hanno usi consapevoli di almeno 4 mila anni (come i metodi contraccettivi e forme di prostituzione).

Il divulgatore culturale londinese James M. Russell, laureato in filosofia a Cambridge, operatore nel mercato editoriale, ha utilmente raccolto la storia di svariati strumenti, invenzioni e scoperte dell’antichità provenienti da diverse parti del mondo ed epoche, spiegando chiaramente che “la scienza e la tecnologia si possono sia scoprire che perdere”, “la storia è punteggiata da secoli bui e cataclismi, durante i quali la conoscenza viene perduta e la condizione umana peggiora”. Ora qui ora là, ora per responsabilità di altri umani ora no. Il titolo inglese fa riferimento al modo di svegliarsi (e svegliare gli studenti in tempo per le sue dialoganti lezioni) escogitato dal filosofo greco Platone (428/7-348/7 a.C.), allievo di Socrate e maestro di Aristotele. Un contenitore si riempiva gradualmente d’acqua fino a raggiungere un’altezza precisa, poi tramite un condotto fluiva rapidamente in un secondo recipiente più in basso. Il recipiente era sigillato ma aveva piccole aperture progettate per “fischiare” in modo acuto quando l’acqua ne usciva. Si poteva programmare la cosa affinché la straordinaria sveglia avvenisse in un determinato momento. Il gocciolio graduale per scandire il passare del tempo si usava da tempo ovunque, orologi ad acqua esistevano a Babilonia, in Egitto, in India e in Cina migliaia di anni fa. Anche candele all’interno di sfere di metallo risultavano utili allo stesso scopo, la prima apparizione di orologi meccanici (azionati dalla forza dell’acqua ma scanditi da ore e giorni) apparve in Cina già nell’ottavo secolo d.C.. La trattazione (talora superficiale) è distinta per trenta argomenti di vita quotidiana (compresi gabinetti e specchi), sedici di tecnologia meccanica e industriale (dal motore a vapore di Erone di Alessandria alle immersioni subacquee), dieci di misteri (come la nanotecnologia di Damasco e l’acciaio damasco), undici militari che contemplano anche una brevissima storia delle armi, nove medici (fra cui dentiere, protesi e i primi tatuaggi), quindici scientifici. Il volume è corredato di alcune immagini in bianco e nero e dell’indice analitico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il detective Kindaichi (Le brevi di Valerio 280)

Yokomizo Seishi
Il detective Kindaichi
Sellerio, 2019 (originale 1973)
Traduzione di Francesco Vitucci

Villaggio di Yamanodani. Novembre 1937. La necessità di conoscere meglio le storie nazionali del genere di matrice occidentale crime, noir, thriller riguarda anche il Giappone. Uno dei propulsori fondatori, come editor prima e come grande scrittore poi, fu Yokomizo Seishi (1902 – 1981), anche premi letterari sono a lui dedicati. Scrisse decine di romanzi, molti divenuti film o serie tv, quasi tutti attorno a un personaggio, Kosuke Kindaichi, celeberrimo in patria e in vario modo resuscitato dopo la morte dell’autore.
In italiano fu pubblicato un romanzo nel Giallo Mondadori negli anni ottanta. Con Il detective Kindaichi è ora proposto l’esordio investigativo del giovane, un classico dei delitti a porte chiuse, il caso del koto (strumento musicale dal suono ruvido) stregato: nella grande magione degli Ichiyanagi, ricchi e influenti possidenti, il primogenito Kenzō, assieme alla giovane moglie, vengono trovati morti immersi in un lago di sangue, nello stesso giorno delle nozze.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La moglie olandese

Ellen Keith
La moglie olandese
Newton Compton, 2019

La moglie olandese è il romanzo di tre protagonisti le cui storie si intrecciano con un segreto condiviso all’ombra di due dei più terribili regimi di tutta la storia moderna. Il primo scenario è l’Argentina del 1977, dove è in atto la terribile guerra sucia (sporca), il programma di repressione violenta che portò al genocidio di tutti i dissidenti al regime; Luciano Wagner, un universitario poco più che ventenne, figlio di un oriundo tedesco e di un’argentina di origine italiana, è stato arrestato, orribilmente torturato e si trova in una cella senza sapere se potrà mai uscire di prigione. Il secondo scenario, più lontano nel tempo, si riferisce a Amsterdam nel 1943, durante la crudele occupazione nazista: Marijke de Graaf e suo marito Theo lavorano per la resistenza, rischiando la vita. Poi una denuncia, una delazione?, e i tedeschi vengono a bussare alla loro porta per arrestarli. Separati, trattati come animali, vengono imbarcati su vagoni bestiame e deportati in due diversi campi di concentramento in Germania. Da quel momento per Marijke lo scenario passa attraverso un’inimmaginabile sequenza di orrori fino al suo arrivo al campo di Dachau, dove sperava di ritrovare Theo e dove resterà prigioniera fino all’arrivo degli americani, il 29 aprile 1945.

La parte del romanzo legata alla guerra sporca in Argentina e alle ingiuste persecuzioni subite dai comunisti e dai peronisti, messa in parallelo con quella legata alla seconda guerra mondiale, offre una visione analitica sulla barbarie delle diverse dittature ma, soprattutto all’inizio, rischia di spiazzare il lettore che non riesce a cogliere subito i possibili collegamenti tra le due storie, entrambe tragiche e coinvolgenti. Il cuore del romanzo della Keith è la seconda, quella che si svolge dal 1943 al 1945, raccontata da due punti di vista. Quello di Marijke, giovane donna olandese della piccola borghesia che suona il violino, sognava un futuro come musicista, faceva parte delle resistenza e tentava di aiutare gli ebrei a fuggire e quello di Karl, ufficiale nazista di alto rango assegnato al campo. A Dachau Marijke si troverà davanti a una terribile scelta: andare incontro a una lenta agonia, piegata dal freddo e dalla fame nel campo di lavoro oppure, nella speranza di sopravvivere, accettare di lavorare per il bordello del campo. Sempre a Dachau, ma dall’altra parte della barricata, entra in servizio, in veste di numero due, l’alto ufficiale delle SS Karl Müller. Müller ha raggiunto quella posizione convincendosi che è giusto combattere per la sua patria e spera di essere all’altezza delle aspettative di gloria di suo padre, uomo ricco che gravita nell’entourage del Führer. Il fortuito incontro con Marijke, il suo rapporto con lei, un innamoramento vero e proprio che tuttavia stenta ad accettare, lo forzerà a pensare, a commettere a gesti crudeli, facendo sogni impossibili, e contribuirà a cambiare il suo destino. Tutti e due, al di là delle fondamentali scelte quotidiane, dovranno affrontare e superare emotivamente e fisicamente situazioni quasi inaccettabili, in cui solo le circostanze portano a prendere decisioni obbligate dalla durezza del campo di concentramento e dalla volontà di rimanere vivi a ogni costo. La moglie olandese mostra chiaramente che nessuno di noi può dire: «No, io questo non lo farò mai». Dimostra solo che finora siamo stati così fortunati da non essere mai stati costretti a prendere decisioni basate sulla necessità di sopravvivere. Come altre storie che narrano della Seconda Guerra Mondiale, La moglie olandese fa leva sul conflitto interiore provato da molte persone (tedesche o no) quando hanno iniziato a rendersi conto di cosa in realtà significassero i dettami e gli orrori del nazismo. La gente comune magari faceva finta di non sapere, altri non sapevano davvero e dovevano lottare per sopravvivere. Allo stesso modo, in Argentina, per anni gli orrori commessi dai militari al potere furono tenuti nascosti da un colpevole e impaurito velo di omertà.

Ellen Keith è una scrittrice canadese di successo, che ha vinto il prestigioso premio Harper Collins/UBC per la categoria Best New Fiction. Attualmente vive ad Amsterdam.

La guerra sporca (in spagnolo: Guerra sucia) fu un programma di repressione violenta attuato in Argentina con lo scopo di distruggere la cosiddetta “sovversione”, rappresentata dai gruppi guerriglieri marxisti o peronisti attivi in Argentina dal 1970, ed eliminare completamente qualunque forma di protesta o di dissidenza nel paese in ambito culturale, politico, sociale, sindacale e universitario. La brutale campagna repressiva vide il suo culmine tra il 1976 e il 1979 e fu condotta segretamente e al di fuori di ogni controllo, da una serie di corpi speciali e di unità “antisovversive” costituite dalle forze armate e dalla polizia federale. In questo periodo, oltre alle migliaia di persone incarcerate, ci furono circa 2.300 omicidi politici e scomparvero (desaparecidos), circa 30.000 persone, delle quali circa 9.000 accertate dalla Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas.

Sherlock Holmes & Padre Brown (Le brevi di Valerio 279)

Antonio Gramsci
Sherlock Holmes & Padre Brown. Note sul romanzo poliziesco
Marietti Bologna, 2019

In carcere. 1926-1937. Nel novembre 1926 la dittatura fascista arrestò Antonio Gramsci (1891-1937) da deputato in carica, reo di niente. Non ne uscì più. Sei mesi dopo lui rispose a una lettera della madre per rassicurarla: “la mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro.” Le chiese dei familiari, scherzò con lei e ricordò che le galline di casa gli avevano “rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!)”. Da prigioniero politico, sottoposto a vessazioni e crudeltà, scrisse Lettere e Quaderni che sono una pietra miliare della letteratura italiana, riflettendo un po’ su tutti i nostri usi e costumi, anche sui generi letterari, anche su protagonisti e metodi di giallisti british celebri (allora e sempre) come Conan Doyle e Chesterton.
A Bologna nel 2017 si organizzarono conferenze sulle sue riflessioni, ora un agile volume riporta alcuni passi gramsciani e tre interessanti brevi saggi (Zaccuri, Chiara Daniele, Jean-Louis Ska).

(Recensione di Valerio Calzolaio)