“La forma del buio” di Mirko Zilahy

Dopo aver chiuso, non senza sofferenza, il caso dell’Ombra, il commissario Enrico Mancini prende una meritata pausa e si rifugia in un casolare di montagna. Fatica fisica, isolamento e vita semplice dovrebbero ritemprarlo. O almeno così lui spera, ma il dovere lo riporta a Roma. È avvenuto un omicidio macabro e bizzarro addirittura all’interno della Galleria Borghese; la stampa, nonostante il muro di silenzio eretto dalla Questura, ha pubblicato delle foto scattate di straforo e il Questore Gugliotti, messo sotto pressione, non può fare a meno di schierare il migliore dei suoi uomini. Mancini, appunto, commissario di lunga esperienza con specializzazione in profiling a Quantico.

Torna in campo la squadra già vista in È così che si uccide: Caterina, Walter, Antonio iniziano a indagare sull’omicidio (e poi su un secondo, e un terzo…), il vecchio maestro Carlo Biga fa da consulente, alla squadra si affianca una giovane storica dell’arte italo-americana, Alexandra. Rimane nell’ombra il magistrato Giulia Foderà: dopo il timido inizio della relazione con Mancini, la dottoressa e il commissario hanno smesso di vedersi e si evitano a vicenda.
Tutti gli omicidi avvengono nei (o in prossimità dei) parchi di Roma e tutti hanno un richiamo a mostri mitologici. Lo Scultore, questo il nome del serial killer, segue uno schema imprevedibile, colpisce e poi torna a nascondersi nella sua tana. Ma la sua tana è l’intera Città Eterna…

Giunto alla fatidica prova del secondo romanzo, Mirko Zilahy migliora la prestazione e compone un testo più maturo (anche se a lui non piace sentirselo dire), con ritmo serrato e molteplici piani di lettura. Lui lo definisce un romanzo di transizione, e lo è, non solo perché è il secondo di una trilogia, ma anche perché i personaggi sono in rapida evoluzione. Alle citazioni colte si affiancano quelle della cultura pop, con il risultato di creare nel lettore un senso di familiarità, un’affinità che richiama echi di cose già viste o sentite (ma dove?).
C’è poi il tema dei mostri, in senso mitologico e in senso letterale. C’è Roma, sia alla luce del sole che nei sotterranei. C’è una varia e complessa umanità che affronta l’ordinario e l’imprevisto. Ci sono le paure, quelle vere e quelle sublimate.

«Si dice che le persone scomparse restino con noi, che vivano in una dimensione contigua alla nostra, invisibili ma presenti. in questo posto inutile io ho avuto la possibilità di scoprire che non è così. La verità è che quando qualcuno se ne va, quando lo perdiamo per sempre, che sia la peggiore delle morti o il più banale degli incidenti a portarcelo via, qui dentro», posò il pugno sullo sterno, «si forma un vuoto. E man mano che andiamo avanti quello spazio si dilata ed è come se ci riempisse. Di fantasmi. Fantasmi che ci abitano. E che ci parlano, commissario, da un passato in cui erano fatti di carne. Ci parlano e le loro parole producono echi che restano in sospensione dentro di noi.»

La forma del buio, esattamente come È così che si uccide, è un romanzo che fa paura. Non la paura dell’horror o dello splatter, però. Le storie di Mirko Zilahy spaventano perché entrano in risonanza con le mie paure. Che non sono quelle di essere uccisa da un serial killer, ma piuttosto la malattia, la solitudine, l’orrore per gli scarafaggi (come Cate lo ha dei topi), la vecchiaia, la patologia mentale più o meno grave (non solo quella dei serial killer ma più semplicemente l’ansia e gli attacchi di panico), il dolore per la morte o la perdita di una persona cara, l’alienazione, la menomazione fisica…
E se la Roma di Zilahy è un mondo decadente e decaduto, in cui angoli di una bellezza sovrannaturale si alternano a scenari sordidi, i suoi personaggi sono pieni di luci e ombre, di umanità e debolezza.

Se a questo si aggiunge il gusto per una scrittura “importante”, densa e ricca di dettagli, curata come solo chi ha lavorato con le traduzioni può fare, ce n’è abbastanza per dire che Zilahy ha mantenuto le promesse del primo romanzo. Possiamo aspettare con fiducia la chiusura (?) della trilogia e… ciò che verrà dopo.

Per il momento, La forma del buio è il libro che non potrà mancare sotto l’ombrellone. Buona lettura!

La Debicke e… L’ultima battaglia

L’ultima battaglia
di Fabio Sorrentino
Newton Compton, 2017

Sulle orme di Omero, ma con un’indovinata creazione narrativa, Fabio Sorrentino presenta il primo episodio una trilogia dedicata a Eleno o Hhelenoi, gemello di Cassandra e come lei, ultimogenito di Priamo ed Ecuba di Troia.
Scegliendo come protagonista un personaggio secondario dei poemi omerici, Sorrentino traccia una trama intrigante in cui l’azione diventa un sacro dovere per Hhelenoi (Eleno), il principe guerriero, che si ritroverà insieme ai suoi compagni ad affrontare una rischiosa navigazione nel corso di un lungo viaggio fatto di delusioni, contrasti, incontri imprevedibili e pieno di insidie.
Si parte nel 1180 A.C. con Hhelenoi, indovino e sovrano di Bouthroton, in lutto. Nel palazzo avito aleggia ancora il fumo della pira di sua moglie Andromache e ogni notte, in sogno, il suo fantasma lo spinge ad adempiere la promessa di attraversare le infide acque del Grande Ondoso (il mar Egeo) e recarsi in Oriente per seppellire le sue ceneri nella piana di Wilusa (Troia). Hhelenoi indugia, porta nel cuore la pena per il suo tradimento ed è angosciato per il futuro di suo figlio Kiestrenu, su cui pendono funeste profezie… Ma deve andare.
Un tempo Hhelenoi era un principe di Troia. Poi ci fu la lunga e sanguinosa guerra finita dopo dieci anni di assedio con la vittoria degli Ahhiyawa (Achei) e il suo popolo fu annientato. I pochi superstiti furono ridotti in schiavitù e condotti in catene nei regni dei vincitori.
In questo romanzo, avventurosa epopea ambientata quindici anni dopo la fine della guerra, con una eccellente ricostruzione storica, Sorrentino interpreta con grande efficacia il destino di una parte degli eroi dei celebri poemi, sia achei che troiani, dal punto di vista dei secondi. Un punto di vista che puntualizza utilizzando nomi di luoghi e di persone in luvio, l’antico dialetto di origine ittita parlato nell’Anatolia occidentale sul finire dell’età del bronzo. Nomi collegabili a quelli citati più volte nelle tavolette ittite ritrovate ad Hattusa, in quelle micenee di Pilo o in quelle egizie. Pertanto Troia è diventata Wilusa, Priamo, Prijamadu (da Piyama-Radu), Achille-Achireu (da Akireu), Ettore-Ecotoro (da Ekotoro), Cassandra-Kashimmandra, Andromaca-Andromache, Apollo-Apaliunas e così via. E ha deciso di mantenere gli appellativi delle regioni geografiche, le suddivisioni dei regni e i nomi dei popoli così come risulta in documenti coevi al periodo in cui è ambientato il romanzo. Per cui usa i termini Regno di Mira, Regno di Hapalla, Terra del fiume Seha, Terra di Hatti, Peleset, Shikala, Karamenderos e altri.
Proprio questi strani nomi potrebbero spiazzare un po’ il lettore soprattutto nei primi capitoli ma, non appena fatto il punto, tutto diventa facile, il romanzo tiene bene, scorre, incuriosisce, commuove e coinvolge fino in fondo.
Ḕ noto che oltre alle due grandi opere, l’Iliade e l’Odissea, sulla Guerra di Troia e il suo seguito ne esistessero altre, delle quali conosciamo i titoli (Cypria, Etiopide, Piccola Iliade, Iliou Persis, Nostoi e Telegonia) e a cui gli studiosi fanno riferimento come ai poemi del Ciclo Troiano. Purtroppo però di tale favoloso ed enorme serbatoio di poesia epica omerica, che si pensa arrivasse a sfiorare i centocinquantamila versi, molto poco è arrivato fino a noi. I Nostoi (I Ritorni), forse la più nota delle opere del Ciclo, racconta del rientro in patria dei re achei, vittoriosi e scampati alla morte sui campi d’Ilio: Agamennone, Menelao, Aiace Oileo, Diomede, il vecchio Nestore… Di questi si narra la storia fino all’epilogo. E alle infinite peripezie di Odisseo sono stati dedicati ben ventiquattro libri…
Ma non si trovano tracce di testi sulle vicende dei difensori superstiti d’Ilio dopo la sconfitta (Virgilio scriverà di Enea soltanto in epoca augustea). Perché? Possibile siano tutti morti? In realtà di loro si sa ben poco. A parte le famose storie di Ettore e Paride riportate sull’Iliade troviamo solo brevi cenni sulla casata di Priamo e sui comandanti stranieri che ingrossarono le file degli alleati dei Teucri nei riassunti del suo seguito (Piccola Iliade o Ilou Persis).

Secondo la leggenda, Eleno e Andromaca, vedova di Ettore, furono assegnati come bottino di guerra a Neottolemo figlio di Achille, ed Eleno, prevedendo il disastro che sarebbe toccato alla flotta greca, convinse l’Acheo a tornare in patria per via di terra. Neottolemo prese come concubina Andromaca e tenne Eleno in gran conto. E, in seguito, quando cadde in un agguato a Delfi, dove era andato a consultare l’oracolo, prima di morire trasmise a Eleno il regno e Andromaca, chiedendogli di sposarla. Da Andromaca, Eleno ebbe un figlio chiamato Cestrino. Eleno costruì la città di Butrinto nell’Epiro, e quando Enea passò, durante la navigazione verso l’Italia (Virgilio, Eneide, III), Eleno accolse i suoi compatrioti, diede incoraggianti consigli e li mise in guardia contro le difficoltà del lungo viaggio che lo aspettava. Alla sua morte, trasmise il regno a Molosso, primogenito di Neottolemo e Andromaca.

Le brevi di Valerio/142: Albert Savarus

Autore Honoré de Balzac
Titolo Albert Savarus
Editore Sellerio
Anno 2017
Note postfazione e cura di Pierluigi Pellini
Traduzione di Francesco Monciatti

Besançon, Borgogna-Franca contea. 1834-1842. Rosalie va verso i 18 anni e ha un carattere di ferro, figlia dell’ossuta bigotta giovane Clotilde (ereditiera della celebre famiglia de Rupt) e del gentiluomo svizzero signor de Watteville. La madre la promette in sposa, ma lei s’innamora dell’ambizioso avvocato che ha un passato misterioso e si trasferisce in città dopo aver vinto un importante processo per preparare la propria carriera politica. Il fatto è che lui sta scrivendo un racconto e lei capisce che stravede per un’aristocratica italiana, Francesca Soderini, sperando che resti vedova. Rosalie trama, gestisce le lettere, macchina crudelmente per separare i due. In vario modo ne soffriranno tutti.
Finalmente arriva in libreria la prima traduzione italiana di Albert Savarus, bel roman-feuilleton (uscito a puntate sul Siècle) di Honoré de Balzac (1799-1850), in parte ispirato alla sua storia con Madame Hanska. Lui considerava proprio la letteratura strumento di ascesa sociale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/109: Del dirsi addio

Marcello Fois
Del dirsi addio
Einaudi, 2017
Noir

Bolzano. Gennaio 2017. Gea Bomoll aveva visto il padre molestare suo fratello gemello Lilo, aveva testimoniato come chiesto dalla zia, c’erano altre prove. Fu affidata alla famiglia Ludovisi che abitava molto distante da dove era nata, Lilo scomparve, la zia partì, il padre si uccise. Crebbe con Nicola, figlio dei Ludovisi; anni dopo si sposarono ed ebbero un figlio straordinario Michele, delicato e iperdotato; presto a scuola capirono che era troppo intelligente per la sua età, si domandavano che fare. Una sera, tornando a casa dopo una cena in un buon ristorante dell’Alto Adige, dubbiosi si fermano a fare pipì e Michele scompare, ha 11 anni, nessuno capisce come sia stato possibile. La polizia viene chiamata dal parroco locale, don Giuseppe. Arrivano l’arguto atletico commissario Sergio Striggio e l’ispettore capo Elisabetta Menetti, c’è molto che non quadra ma non hanno indizi, la vicenda via via s’intorbida. Striggio ha quasi 34 anni, è originario di Bologna, lenti a contatto, niente tv a casa, bipolare scrittore dilettante, figlio d’arte e gay; non ha mai fatto proprio outing, pur esitando sa di doverlo dire al padre malato (l’amata elegante madre è morta da tempo, da poco anche la successiva terza moglie di Pietro); ormai da un po’ ama molto e convive spesso con lo splendido bravo maestro elementare Leonardo Leo Pallavicini, barba nera e occhi azzurri, corpo liscio e asciutto, più giovane (sette anni e mezzo), conosciuto quattro anni prima a Bologna nel bar dove lavorava, mentre lui era ispettore capo alla Scientifica, fidanzato con la magnifica Laura. Menetti è acuta sensibile e bella, vive sola libera e con la coda, già Miss Liceo Scientifico, si sente invaghita del capo in modo profondo e (anche auto) ironico. Devono capire gli amori (e la pedofilia?) del presente e del passato.

Una delizia ai corposi margini di ogni genere l’ultimo romanzo dello straordinario scrittore sardo-bolognese Marcello Fois (Nuoro, 1960), in terza varia con i pensieri di ogni innamorato turbato. Da ormai trent’anni Fois è uno dei più importanti grandi autori italiani, ogni nuova opera lo conferma. Qui torna il solito stile acuto, colto, pastoso; una scrittura piena di rimandi all’immaginario visivo e sonoro di gesti e relazioni. Cadaveri e crimini aleggiano in una piena letterarietà diversa dal “giallo” o anche dal “noir”. Non il pretesto del “genere” ma l’investigazione come condizione umana. Il perno sono le molteplici relazioni a due, in tutte le declinazioni dell’amore, diversamente reciproche: omosessuale, maschio-femmina, marito-moglie, padre-figlio, madre-figlio. Ecco il titolo: ci si può dire addio? E come? Solo con la morte? E, comunque, ci si può preparare? O, a un certo punto, basta dirlo? La stagione del contesto è quella della ostinata impetuosa neve bianca (in copertina) che isola e offusca, cancella e nasconde, chiarisce e schiarisce. La narrazione avanza attraverso il filo dei quattro elementi della poliedrica cultura greca, uno per ogni lungo capitolo: terra, fuoco, acqua, aria; intervallando dense pagine di coerente pertinente pura fantasia, con innesti poetici, musicali, cinematografici, drammaturgici. Segnalo il pensare alle latrine di Birkenau come metafora dell’orrenda crudeltà di certe delicatezze apparenti, il detestare quel genere di frasi che si attaccano al contingente ma si riverberano su tutto il resto, il piangere facile degli uomini che si sono capiti (qualunque sia la cosa che hanno capito di sé). Tutto molto bello.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/141: Dal diario di Domitilla

Autore Mauro Falcioni
Titolo Dal diario di Domitilla
Editore Ventura
Anno 2016

Senigallia. Agosto 1862. Nella villa della sua famiglia, alla presenza di zia Caterina (prima donna astronoma all’osservatorio del Campidoglio della Sapienza), Domitilla, modesta fanciulla tenera e sensitiva, appena 17enne di quella regione pontificia della giovine Italia (già alla vigilia dell’inaugurazione della tratta ferroviaria da Bologna a Roma), esprime dubbi pubblici sulle discettazioni del mitico inquietante terapeuta Châtelet, assistito dal nobile giovane Adrian. Incombe il male: sventure, svenimenti, colpo di pistola, amori e inganni, macchinazioni e finzioni drammatiche narrate in prima persona Dal diario di Domitilla. Si tratta di un garbato racconto dell’occulto (alla maniera descritta del letterato americano Edgar Allan Poe) di Mauro Falcioni (Fabriano, 1968), marchigiano da 20 anni a Monaco, già autore di racconti gialli premiati.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le brevi di Valerio/140: Sparta e Atene

Autore Sergio Valzania
Titolo Sparta e Atene
Editore Sellerio
Anno 2017 (prima edizione 2006)

Grecia. V secolo a. C.. Una grande civiltà, il conflitto fra stili di vita di due città-Stato, l’inizio della decadenza, mille prime storie e storiografie scritteci su. Già alleate contro l’invadenza persiana (Erodoto lo narrò scientificamente a suo tempo), con qualche sintesi di troppo Sparta era frugale tradizionale conservatrice, Atene più rivolta alla vivace bellezza, alla “democrazia” e all’espansione commerciale (anche via mare). Scoppiò la guerra del Peloponneso. Sergio Valzania ricostruisce in Sparta e Atene perché e come, i primi anni partendo da Tucidide, transitando per la pace di Nicia dopo dieci, la successiva vittoria (spartana) a Mantinea dopo altri tre, la spedizione (ateniese) in Sicilia, le riprese della guerra con vari intrecci (corinzi, beoti, persiani), fino alla resa di Atene e la successiva crisi anche di Sparta. Innumerevoli i riferimenti storici a Socrate Platone Aristotele Senofonte Alcibiade Lisandro, presenti nell’immaginario anche contemporaneo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

PREMIO “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”

Ricevo e volentieri segnalo

BANDO DI CONCORSO
I Sapori del Giallo, con il patrocinio del Comune di Langhirano e in collaborazione con Il Giallo Mondadori, bandisce un concorso nazionale per il miglior racconto giallo inedito, secondo il seguente regolamento:

1. Il concorso è aperto a tutti.

2. Possono partecipare solo racconti inediti, che non siano mai stati pubbicati, neppure sul web.

3. La lunghezza massima dei racconti deve essere di 15 cartelle (30.000 battute spazi vuoti compresi).

4. Ogni autore può partecipare con quante opere desidera.

5. I racconti dovranno pervenire entro e non oltre domenica 18 giugno 2017 (non farà fede il timbro postale) via mail e anche in formato cartaceo in entrambe le seguenti modalità:

a) via mail in formato .doc o .rtf all’indirizzo: ufficiostampa.isaporidelgiallo@gmail.com inserendo nel file del racconto titolo, nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia.

b) in forma cartacea 1 (una) copia del racconto con titolo, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia e una copia del Certificato di Partecipazione (CdP)*, ritagliato in originale (niente fotocopie), pubblicato nelle ultime pagine di tutti i volumi pubblicati nel 2017 de Il Giallo Mondadori.
ATTENZIONE: inserire un CdP in originale per ogni racconto partecipante. Non sono ritenuti validi i tagliandi ritagliati da volumi del Giallo Mondadori antecedenti il 2017. Di seguito l’indirizzo a cui far recapitare i racconti nel formato cartaceo:

Premio “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”
Comune di Langhirano – Assessorato alla Cultura
Piazza G. Ferrari,1 43013 Langhirano (PR)

6. Gli elaborati saranno selezionati da una pre-giuria di autori e collaboratori de I Sapori del Giallo e de Il Giallo Mondadori, che stabilirà una rosa di 5 finalisti.

7. Il racconto vincitore sarà scelto dalla giuria finale composta da Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori), Luigi Notari (Curatore della rassegna “I Sapori del Giallo”) e verrà pubblicato nel fascicolo di novembre 2017 della collana Il Giallo Mondadori.

8. I giudizi delle giurie sono insindacabili. I racconti pervenuti non saranno restituiti e non sarà possibile richiedere valutazioni della propria opera. Gli autori concedono gratuitamente i diritti di pubblicazione anche in via non esclusiva, fatta eccezione per la prima uscita, su Il Giallo Mondadori.

9. Tutti i partecipanti riceveranno comunicazione sulla scelta dei finalisti.

10. La partecipazione al Premio implica l’accettazione integrale di tutti i punti del bando di concorso, pena l’esclusione.

11. Il racconto vincitore sarà premiato, alla presenza delle autorità del Comune di Langhirano, durante la cerimonia ufficiale aperta al pubblico nell’ambito del “Festival del Prosciutto” che si terrà nella serata di sabato 9 settembre presso il Castello di Torrechiara.

Per informazioni contattare l’Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Langhirano Federica Di Martino tel. 3668077921
E Luigi Notari curatore della rassegna “I sapori del Giallo” tel. 348 4226784

Le gialle di Valerio/108: Donne col rossetto nero

Alessandro Defilippi
Donne col rossetto nero
Einaudi, 2017
Giallo noir

Genova. Gennaio 1953. Il 50enne colonnello (partigiano) Enrico Anglesio, carabinieri Legione Liguria, moro con corto pizzo grigio, sempre in borghese e mattiniero amante della Lambretta, trova insopportabile il fumo di sigaretta e ha spesso un Toscano in bocca, si trova alle prese con il probabile inconsueto assassinio di giovani donne, Gemma, Marisa, forse altre prima, forse altre minacciate ancora. I polsi presentano segni di legatura e, dopo morte, vengono pesantemente truccate come maschere: tanta cipria scura, ombretto di vari colori in dense pennellate, linea rossa in fronte, labbra coperte di rossetto nero. Il fatto è che pure il lucido Anglesio ha i suoi problemi, sogni, incubi, insieme turbato dal rapporto con Letizia e affollato dall’incombenza di Laura. La fidanzata Letizia, capelli biondi tendenti al rosso, brava laureata poliglotta in Ingegneria navale, è magnifica e lo ama nonostante abbia la metà degli anni; ora però il ricchissimo padre Amilcare, armatore con i cantieri Schelher nel mirino dell’Ansaldo, ha subito minacce e rischi, deve chiederle di andare in Brasile per sei mesi. L’ex moglie malata (di mente) Laura, già ricoverata (con elettroshock) in vari manicomi, era scomparsa senza che mai se ne ritrovasse il corpo, volata dritta in mare su una curva dell’Aurelia a soli 33 anni, da quasi otto è un’annegata presunta; ora gli arriva un biglietto con la sua firma e aleggia in varie stanze della casa. L’indagine è complicata; anche un anziano ex camallo, che poteva indirizzarla meglio, viene ucciso con un violento colpo di sbarra in una galleria; il filo sembra essere una serie di astucci d’argento con vasetti di trucco, ora anche Letizia ne ha ricevuto uno. E in città si smercia oppio, altri crimini incombono; amici e collaboratori aiutano ma non sarà facile.

Il medico e psicoterapeuta junghiano Alessandro Defilippi (Torino, 1956) ha già all’attivo vari romanzi e racconti; considera (giustamente) Genova borgo marinaro di Torino e vi ambienta la serie del colonnello Anglesio. Narra in terza varia, qualche volta in corsivo la personalità misogina del cattivo. In realtà è ben presto evidente l’intestazione seriale del killer, ciò non rovina in niente la trama. Scrittura attenta, lettura gradevole: il tono è talora un po’ ripetitivo, allusivo, incompiuto. Il paffuto riccioluto rossastro (con l’aureola) maresciallo Medardo Vercesi e il magro baffuto pericoloso (per la forza) brigadiere Mattia Ferrari sono fedeli e fidati, riconoscendo le qualità umane e intuendo la follia latente del colonnello. E tutti apprezzano l’intelligente amica maîtresse zia Rina, tratti fini e netti, occhi acuti e ironici, capelli brizzolati e mani curate, corpo sottile e giovanile: sa ben curare, massaggiare, gustare, consigliare, anche per il notevole archivio. La vita sociale e alcolica del protagonista ruota intorno alla Lanterna e soprattutto alla piccola spiaggetta di Boccadasse, all’osteria del mitico nostalgico 52enne ex scassinatore Cicin, focaccia trofie triglie pansòti prescinsôea buridda e frisceu, comunque abbinati al Pigato, a ogni ora del giorno e della notte. Il raro rosso è un Nebbiolo. La grappa peraltro fa una sessantina di gradi. Quando cucina, Anglesio mette in sottofondo la tromba di Armstrong, Satchmo Serenades o la vecchia Billie Holiday Sings. Poi, aspettando, legge Simenon, un Maigret. E la porta resta socchiusa: Laura o Letizia? Chi può dirlo?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le brevi di Valerio/139: I ricordi hanno le gambe lunghe

Autore Enzo Di Pasquale e Fabio Stassi
Titolo I ricordi hanno le gambe lunghe
Editore Ernesto Di Lorenzo
Anno 2017

Viterbo-Orte-Roma, Kalamet. Il bibliotecario Fabio Stassi (Roma, 1962) e il maestro Enzo di Pasquale (Castellammare del Golfo, 1960), entrambi bravi scrittori, si inviano lettere, una quindicina ciascuno. I ricordi hanno le gambe lunghe è il loro ricco denso “epistolario narrativo”. Il primo invia mail dalla linea ferroviaria che lo porta al lavoro, il secondo da Kalamet (Grecia?) dove tiene un corso di scrittura creativa. Parlano dei nonni migranti, di musiche e isole, di Argentina e America, molto della Sicilia che hanno in comune, di tante letture ovvero della reciproca carta d’identità dei libri letti. “Sai, Vincenzo, Nonna Lupe non usava mai la parola “emigrati”, ma al suo posto quest’altro termine: desterradi… Sradicati, strappati dalla terra… Non si cresce in un luogo, si cresce in una lingua…” Diritto di restare e libertà di migrare.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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Le gialle di Valerio/107: Il caso Malaussène

Daniel Pennac
Il caso Malaussène. Mi hanno mentito
Feltrinellli, 2017
Traduzione di Yasmina Melaouah
Noir

Dalle parti di Parigi e del Sud Vercors, Prealpi del Delfinato (sotto il Grand Veymont, 2346 m slm). Verso il settembre 2016. In rue des Archers (?) una banda rapisce Georges Lapietà, uomo d’affari, ex ministro e consulente del gruppo LAVA. La lista di chi si era inimicato è lunghissima, a cominciare dagli 8.302 dipendenti mandati a spasso quando ha chiuso le filiali che aveva rilevato per la cifra simbolica di un euro con la solenne promessa di non toccare i posti di lavoro. Come riscatto vengono chiesti 807.204 euro, cifra corrispondente all’assegno che stava per intascare come paracadute d’oro per quei licenziamenti. Benjamin Malaussène lo scopre tramite gli organi d’informazione, lui non ne sa niente e si trova lontano. Come capro espiatorio dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione ha avuto l’incarico di mettere al sicuro in un luogo segreto, un’inaccessibile area montana che solo lui ben conosce, lo scrittore Alceste Fontana, che ha appena pubblicato “Mi hanno mentito” e sta completando il seguito (“La loro grandissima colpa”), racconti senza metafore dei pessimi comportamenti della propria stessa famiglia, otto fratelli (tre femmine e altri quattro maschi) e due genitori che li hanno adottati. Ben parla via skype con i nipoti Mara e Nange e con il figlio Sigma, volontari di belle Ong in tre varie lontane parti del mondo. Agogna solo di poterli presto riabbracciare, alla rentrée. Fatto sta che, pochi giorni dopo, due bravi poliziotti sottraggono alla legge i sequestratori per scarrozzarli con l’ostaggio (in un veicolo rubato da un collega) e nasconderli in un orfanatrofio per ordine di un giudice istruttore che non ha intenzione di deferire l’evento. Non è che l’ideale colpa sarà di Malaussène? Ca va sans dire!

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) riesce nel (quasi) impossibile. Venti anni dopo fa tornare protagonisti di una storia contemporanea i personaggi che lo hanno reso amatissimo e famoso in parte del mondo (compresa l’Italia); abbiamo memoria di avventure mirabolanti, di amorevoli storie noir, di fiabe ironiche e horror, di empatiche figure inevolvibili, di significati multisenso e impatti multisensoriali. La scommessa è ardua: chi le ricorda forse inizia a leggere con perplessità e diffidenza. Una prima questione è risolta dal Repertorio iniziale, una decina di pagine con il centinaio di personaggi citati o evocati, qualche luogo e qualche archetipo, non c’è bisogno di altro per essere aggiornati. Poi il testo comincia in terza persona, il rapimento dello squallido ridicolo in bermuda e canna da pesca; segue Ben in prima persona (come sempre), accanto al tipo da proteggere, certo antipatico ma ogni lavoro va accettato; poi un’altra prima, proprio Alceste, lo scrittore braccato che vuol raccontare solo l’effimero reale, convive con la calamita Ben e ne è (quasi) l’esatto opposto. Si tratta di sensate innovazioni narrative, coerenti con gli sviluppi della trama. Si susseguono dialoghi scoppiettanti e colpi di teatro, scene poetiche in luoghi tradizionali, situazioni drammatiche trattate con la consueta levità. La narrazione diverte proprio perché ha più livelli di lettura e di comprensione, del resto ognuno resta all’oscuro di una parte della propria vicenda umana. Anche chi non ricorda le vecchie storie scopre un grande autore, un’incantevole fantasia non ripetitiva. Cruciale è Verdun, la giudice muta Talvern, minuta sorella urlante di Ben, moglie di un enorme professore panettiere: “vivere significa passare il tempo a riempire i due piatti della bilancia”. Segnalo il manifesto dei rapitori, a pag. 152-153. E tante parole bretoni. Come di consueto, son sfaccettati i silenzi, pure saturi e logorroici. Il commissario in pensione Rabdomant sta scrivendo un libro sul Caso (l’errore giudiziario), se ne parla spesso; dunque questo è solo l’inizio, come si evince dal titolo francese (Le Cas Malaussène. I. Ils m’ont menti), dalla vignetta finale e dall’incerta spietata condizione di Lapietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)