“Ninfa dormiente” di Ilaria Tuti

Ilaria Tuti
Ninfa dormiente
Longanesi, 2019

Non conosciamo mai veramente noi stessi, né chi abbiamo accanto. Possiamo definirci in molti modi, ma alla fine sono le nostre scelte davanti a un bivio a mostrare chi siamo. O il segreto che nascondiamo.

Seconda prova, dopo il bel Fiori sopra l’Inferno (Longanesi, 2018), per Ilaria Tuti e per la sua protagonista, il commissario Teresa Battaglia, di stanza in Friuli.
Al centro dell’indagine un magnifico dipinto, la Ninfa dormiente, sparito da decenni: il ritratto di una donna bellissima, ritrovato fortuitamente dal nipote dell’artista e analizzato da un perito, nasconde un segreto macabro. La Ninfa, infatti, è stata dipinta con sangue umano. La carta è talmente intrisa di cellule (un tempo) viventi da far presumere che chi ha fornito la materia prima per quel ritratto non sia sopravvissuto. Il procuratore Crespi intende indagare, prima di procedere a una quasi certa archiviazione, e affida il caso al commissario Battaglia. La quale combatte in privato contro una diagnosi infausta che, per il momento, tiene nascosta a colleghi e superiori. Non va meglio all’ispettore Massimo Marini, rigido e riservato, alle prese con una paternità che fatica a digerire.
Come se non bastasse, il questore Ambrosini ha avuto un infarto e al suo posto è arrivato Albert Lona: «un professionista spietato. Un poliziotto che non ha mai fatto squadra in vita sua, mai, e che metterà sotto esame la nostra, ogni minuto di ogni giorno che passerà qui. Perché io e lui abbiamo un conto in sospeso ed è venuto a saldarlo».
Si unisce alla squadra, in un anomalo supporto, la strana Blanca Zago, una cercatrice di resti umani, ipovedente, coadiuvata dal cane Smoky.
L’indagine rivela che la Ninfa dormiente ha radici antiche – non il dipinto, vecchio di settant’anni, ma la donna che ha fornito la materia prima per il ritratto. E quindi, perché non interrogare l’autore? Peccato che Alessio Andrian, artista, ex partigiano della Brigata Garibaldi, sia chiuso in un silenzio che dura dal 9 maggio 1945: «Andrian è ancora vivo, ma è ridotto a un vegetale da ormai settant’anni.»
Fece una pausa, prima di continuare, come a dar loro il tempo di prepararsi.
«Non è malato, non lo è mai stato. Non cammina per sua stessa volontà. Non parla per sua stessa volontà. Da settant’anni. Qualunque cosa sia successa dopo aver dipinto la Ninfa dormiente, lui ha deciso di morire vivendo. È una tomba che respira.»
Ovviamente Andrian, il pittore pazzo e misantropo, è il primo sospettato, ma sarà lui l’assassino? E perché? La verità è nascosta nelle pieghe del tempo, forse nei ricordi di una sanguinosa guerra mondiale: Questa era una terra di frontiera, la guerra era al suo culmine più tragico. Non c’era uno Stato, le istituzioni avevano centinaia di migliaia di morti a cui pensare. L’Italia era allo sbando.
Eravamo soli.

Mentre le indagini meticolose, accurate, procedono tra mille difficoltà, i personaggi si muovono in uno scenario vivido e reale. Descrizioni oniriche di un paesaggio fiabesco e inquietante:

Così il sole si era inabissato oltre il cerchio violaceo delle vette e il crepuscolo si era aperto all’oscurità come un fiore notturno. La luce di Venere già rischiarava l’ovest: il suo nome era Lucifero, stella del mattino, e il suo nome era Vespero, stella della sera.
In quel periodo dell’anno appariva nel delta blu cobalto tra due creste.
Sotto la sua luce diafana, i villaggi della valle riposavano addormentati.
Il campanile della chiesa svettava con il tetto di scandole di larice e la rosa dei venti al posto della croce, al di sopra dei profili lanceolati degli alberi.
Oltre i prati, oltre la linea della selva, i passi erano fruscii sommessi nel sottobosco e si accompagnavano al canto di una civetta.
Conoscevano il sentiero che occhi inesperti non avrebbero intravisto, tra ginestre bianche e lillà selvatici. Lungo il pendio diventarono piccoli balzi, fino a quando trovarono la tomba.

si alternano a incontri con chi può essere utile a sciogliere l’enigma, e ogni volta gli incontri si arricchiscono di nozioni non banali di storia, botanica e antropologia.

Ilaria Tuti ha scritto un romanzo elegante e coinvolgente, ricco di emozioni e colpi di scena, complesso ma scorrevole. Una storia “al femminile”, in cui la forza delle donne gioca un ruolo dominante. Ninfa dormiente è una bella conferma d’autore e una piacevole lettura estiva.

Tempus valet, volat, velat.

La Debicke e… Il sigillo del cielo

Glenn Cooper
Il sigillo del cielo
Editrice Nord, 2019

Una pietra millenaria può aprire una porta segreta verso il paradiso, ma porta con sé anche il rischio di evocare l’inferno…
Un romanzo avventuroso con risvolti esoterici che sfiorano il fantascientifico, collegato da più livelli temporali in luoghi diversi ed epoche diverse. Il primo luogo della narrazione in ordine cronologica è Mosul, l’antichissima città persiana Budh-Ardhashīr. Mosul (oggi capoluogo del governatorato di Ninive) è il nome che gli Arabi musulmani dettero all’antica Ninive, capitale dell’impero assiro. Ma mentre la vasta area archeologica di Ninive si trova sulla sponda orientale del fiume Tigri, Mosul si sviluppò fin dall’antichità sulla sponda occidentale. Alla fine del IX secolo Mosul entrò nell’orbita della dinastia araba degli Hamdanidi e, pur non rinunciando all’autonomia, divenne il loro principale baluardo sotto la dinastia degli Abbasidi. Il sigillo del cielo comincia, girando rapidamente indietro la ruota del tempo, nel 1095 presso il monastero di Rabban Ormisda, che sorgeva sulle montagne a nord di Mosul, un’oasi religiosa, un’enclave cristiana circondata dai turchi selgiuchidi, musulmani convertiti di recente. Daniel Basidi è un uomo pio e di riconosciuta fede che ha dedicato tutta una vita da quasi eremita allo studio e alla preghiera. Ma stavolta è attanagliato dai dubbi. Teme che il Signore nella sua infinita grandezza lo abbia gravato con un fardello troppo pesante per le sue spalle. Daniel Basidi possiede un dono che per anni ha cercato di mettere al servizio degli altri: il dono di comunicare con le sublimi e superiori sfere celesti. E finalmente ha trovato qualcuno con cui poter dialogare. Ma un’ultima terribile e spaventosa angelica rivelazione, in grado di aprire la porta all’orrore, non dovrebbe essere condivisa perché è troppo pericolosa. La malvagità umana, che assume spesso sembianze di agnello, tradirà Daniel portandolo alla tomba. Da Mosul, con un ardito balzo nel tempo, il romanziere conduce il lettore nel 1989, allo scavo del monastero di Rabban Ormisda, uno storico avamposto della Chiesa d’Oriente situato a una trentina di chilometri a nord di Mosul, e presenta il celebre archeologo Hiram Donovan, professore emerito di Harvard. L’estate del 1989 è la quarta di fila che il professore passa su quello scavo. Se il primo personaggio di Cooper è caratterizzato dalla fede, il secondo, Hiram Donovan, è un tiepido cattolico con moglie ebrea, animato soprattutto dall’ardore della scienza e dalla massima correttezza professionale. Ciò nondimeno, quando rinviene una pietra nera particolare, una specie di levigato specchio concavo rotondo ricavato da un blocco di ossidiana, sente per la prima volta nella sua vita la necessità di impadronirsene, di farla sua, conservarla e studiarla. Non gli resta che imballarla in una scatola e spedirla urgentemente all’indirizzo di sua moglie a New York, con un’unica istruzione sibillina, molto simile a una delle più famose pietre divinatorie della Storia, quella appartenuta a John Dee, l’indicazione British Museum e l’ordine di non aprire fino al suo ritorno. La mattina dopo il suo cadavere verrà ritrovato nel monastero, dentro la fossa dello scavo, con il collo spezzato. E la sua morte verrà catalogata come un terribile incidente. Ma… Dal 1989 si passa rapidamente ai nostri giorni con il professore emerito Cal Donovan (questo è il quarto romanzo della serie a lui dedicata), docente di storia delle religioni ad Harvard, affascinante, capace ma debole di fronte all’alcool e alle donne, molto affermato come scienziato e ricercatore e in stretti rapporti personali persino con papa Celestino.
Cal Donovan era l’unico figlio di Hiram, il professore che aveva trovato la strana pietra in terra irachena, poi spedita alla moglie (madre di Cal). Fatto che, pur a distanza di tanti anni, coinvolgerà Donovan in un dramma personale, perché sua madre sarà vittima di un delitto, in apparenza un furto finito in tragedia nella sua ricca casa di New York. In realtà i falsi ladri cercavano ben altro. E Cal Danovan, per un perverso gioco del destino, ritroverà quella strana pietra di ossidiana, lo strumento per accedere al supremo potere, proprio dove sua madre è stata uccisa. Il fil rouge che lega la trama è infatti quella pietra spedita da suo padre, nascosta dentro una scatola da scarpe, infilata tra decine di altre simili (la signora Donovan teneva molto all’eleganza). Cal riuscirà a trovarla solo dopo il suo funerale e dovrà accollarsi il compito di scoprire perché negli anni, anzi nei secoli, ci siano state persone determinate a uccidere pur di impadronirsene. Da quel momento, mano a mano che le indagini di polizia e le sue personali andranno avanti, cercherà di arrivare alla verità anche perché, per il bene del mondo, ciò che quella pietra potrebbe fare dovrebbe restare un segreto. Per riuscire a scoprire i tanti misteri che nasconde, Cal Donovan dovrà girare il mondo e tentare di fermare la sua minacciosa potenza distruttrice.
Il sigillo del cielo è un thriller ben orchestrato. La trama è intrigante già dalle prime pagine, il ritmo incalzante e l’ordine cronologico degli eventi è perfetto; il lettore, senza accorgersene, è catapultato in un percorso ben delineato. Ci sono gli ingredienti necessari per funzionare a cento all’ora: azione, mistero, storia, alchimia e magia, un esplosivo mix che non concede al lettore un attimo di pausa. Le pagine scorrono via veloci tra un “angelico” rito enochiano, una sparatoria o l’ardita ricostruzione di un fatto storico.
Glenn Cooper, come sua abitudine, non delude. Ha fatto un approfondito studio sul celebre studioso elisabettiano John Dee che, nel tentativo di provare le sue teorie mistiche ed esoteriche, vagò con la famiglia per le corti europee e, con i suoi diari, ha regalato al lettore una finestra su un altro mondo, un mondo fatto di mistero, credenze, riti magici e sedute oracolari. Tra viaggi in posti meravigliosi, incredibili scoperte e un altissimo livello di adrenalina, Il sigillo del cielo regala al lettore una storia entusiasmante che gli farà credere, come spesso nei libri di Cooper, che a volte l’impossibile può diventare possibile e che l’incredibile può diventare persino più credibile della realtà stessa. Il nuovo millennio contiene in sé funesti prodromi di distruzione. Il male è palpabile, attuale e più vivo che mai: si è scatenato il razzismo, il terrorismo impazza, dilaga l’indifferenza nei confronti di problemi sociali quali l’immigrazione e l’odio verso le religioni. La lotta tra il bene e il male appare senza precedenti e forse, stavolta, potrebbe non essere il bene ad avere la meglio. Possibile che il male stia per vincere? Oppure c’è sempre uno spiraglio verso la speranza e forse riscopriremo qualcosa alla fine del libro?
Glenn Cooper rappresenta uno straordinario caso di self-made man. Dopo essersi laureato col massimo dei voti in Archeologia a Harvard, ha scelto di conseguire un dottorato in Medicina. È stato presidente e amministratore delegato della più importante industria di biotecnologie del Massachusetts ma, a dimostrazione della sua versatilità, è diventato poi sceneggiatore e produttore cinematografico. Grazie al clamoroso successo della trilogia della Biblioteca dei Morti e dei romanzi successivi, si è imposto anche come autore di bestseller internazionali.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2019

Questa volta mi sono buttato sulle canzoni. Così, d’istinto, senza un piano preciso. Saltando di qua e là come un fringuello spensierato da un ramo all’altro. Ho rivisitato con l’animo in subbuglio vecchie canzoni che mi hanno riportato alla mente vecchi ricordi, e canzoni moderne, modernissime per non fare brutta figura con il mio nipotino. Canzoni melodiche, jazz, rock and roll, twist, pop, rap, strane, stravaganti, e chi più ne ha più ne metta. La musica, la musica che ti entra dentro a scioglierti un poco, a commuoverti, ma anche a scuoterti, agitarti, a farti sorridere e ridere. Quante canzoni e quanti cantanti! (maschi e femmine, s’intende). Vivi e concreti ma anche morti stecchiti che pulsano ancora dentro di me. Una nota, un volto, un gesto, un movimento, un acuto, uno scatto rimasto nel cuore che riaffiora improvviso. Mamma mia…

Pizzica amara di Gabriella Genisi, Rizzoli 2019.
E presentiamolo subito il nuovo personaggio di Gabriella Genisi, dopo la dirompente commissario Lolita Lobosco dei lavori precedenti. Ovvero il maresciallo Chicca Lopez “Piccolina sì, abbronzata, i capelli lunghi trattenuti da una coda. E carina forte, con quell’aria un po’ orientale. Ma tutta un fascio di nervi e muscoli scattanti, con una voce d’acciaio. Una di quelle piene di tatuaggi sotto la maglietta, se solo il regolamento non lo vietasse espressamente.” Insomma una specie di Soldato Jane con un passato tremendo alle spalle. Figlia unica di ragazza madre, lasciata dai genitori ai nonni e alla loro morte in una casa famiglia. Vive a Gallipoli insieme a Flavia, una biologa più grande di dieci anni.
All’inizio impegnata nella lotta contro il degrado della Terra dei fuochi e contro chi cerca di occultarla. Scrive perfino al ministro dell’ambiente per far luce su un Salento “oscuro e profondo” (ricordi dolorosi della cugina Caterina morta di leucemia). Per i suoi meriti diventa maresciallo al comando provinciale di Costadura e subito deve vedersela con il trafugamento della salma di Conte Tommaso fu Cataldo e con la morte (strangolamento, poi annegamento) di una ragazza alla Marina di Torre Chianca. Ma non finisce qui, perché arriva pure l’impiccagione di una ragazza in zona Castello, studentessa al liceo Pascoli, figlia di genitori abbienti. Ciò che lega i casi è un tatuaggio sul corpo, una semplice croce greca gemmata. A tutto ciò si aggiunge una serie di fatti precedenti, incredibili e inquietanti “Carcasse di animali avvolte in drappi scuri, ossa mescolate a cera di candele, persino un paio di taniche di una roba maleodorante che sembrava sangue”, ragazzini, seguaci di Marilyn Manson, ipnotizzati dal rock satanico, che sgozzano una coetanea in un rituale, due ragazze e un ragazzo che si tolgono la vita. Dal colloquio, duro e struggente con una “macara”, una strega (vedi il racconto della sua vita), vengono poi fuori feste, festini, riti di iniziazione sessuale in una masseria, a cui partecipano ”imprenditori, magistrati, giornalisti, politici di vario colore e ruolo”, pure un cardinale, un vescovo, un ministro della Repubblica, sottosegretari, emiri, banchieri, primari, dirigenti di azienda…
Un incredibile lavoro per il maresciallo Chicca Lopez, impegnata a casa in un rapporto sempre più difficile con Flavia e, in ufficio, con il capitano Biondi, classico “maschio sbruffone”. Per non parlare dei ricordi e degli incubi che la assillano e i nuovi dubbi sulla sua sessualità, confortata dall’amico psichiatra Gérard.
Prima di leggere il libro mi aspettavo ironia e sorriso sparsi ovunque come nelle vicende con la Lobosco, e invece mi sono trovato di fronte a scene e situazioni angosciose, drammatiche, drammaticamente esposte, tutto un caos e un pessimismo che si diffonde quasi da ogni pagina (rara avis momenti sereni). Per risolvere il caso, o meglio i casi che si intrecciano fra loro (arriverà anche un altro morto ammazzato), bisogna rischiare di persona con un particolare travestimento. In fondo, ma proprio in fondo, una piccola luce per la nostra Chicca. Chissà, forse con un tuffo nell’acqua…
P.S.
E la “pizzica”? Un ballo tradizionale del luogo che avrà la sua parte.

Il gioco degli dei di Paolo Maurensig, Einaudi 2019.
Punjab 1965. Tutto ha inizio dalla ricerca di Norman La Motta, corrispondente del “Washington Post”, di Malik Mir Sultan Khan, grandissimo giocatore di scacchi sul quale aveva già raccolto in passato parecchio materiale e foto “che risalivano agli anni Trenta, quando era sbarcato in Europa al seguito del maharaja Sir Malik Umar Hayat Khan”. Quattro anni di successi per poi svanire improvvisamente e salire alle cronache giornalistiche come una specie di impostore a causa di uno scandalo relativo all’eredità di una delle donne più ricche d’America. La ricerca inizia partendo dal suo luogo di nascita, chilometri e chilometri in lungo e in largo, finché lo trova a Sargodha, nell’ospedale di una missione di preti colombiani “Macilento, ossuto, il volto scavato, ricoperto dalla barba incolta, e i lunghi capelli candidi che spiccavano sulla carnagione scura.” È malato di tubercolosi e accetta di parlare della sua vita proprio per far conoscere la verità oscurata dai giornali.
Ora il racconto in prima persona. Il karma, il destino sembra già tracciato sin dall’infanzia quando una tigre assassina prende di mira il suo villaggio e uccide i suoi genitori. A quindici anni diventa il carnac del villaggio, ovvero il guardiano degli elefanti. E c’è sempre la tigre a gettare panico e paura. A uccidere. Occorre chiedere l’aiuto del padrone, il maharaja Sir Malik Umar Hayat Khan, più semplicemente Sir Umar Khan. Ricco, ricchissimo tanto che “Tentare di scoprire a quanto ammontassero i suoi averi era come pretendere di sapere il numero degli astri in cielo o dei granelli di sabbia nel deserto di Thar”. Ricchissimo, dicevo, appassionato di sport e, soprattutto, del chaturanga, praticamente l’antenato degli scacchi. Un incontro che cambierà la vita al nostro Malik desideroso di conoscere e approfondire “il gioco degli dei”. Mostrando subito ottimo talento viene fatto trasferire a Delhi come servitore nella villa del padrone dove, tra gli altri impegni, assisterà alle partite tra Sir Malik e Kishanlanl Sarda, più volte campione del Punjab, che gli insegnerà anche le nuove regole del gioco occidentale. Al campionato assoluto di Delhi si piazza primo senza alcuna difficoltà.
L’atteggiamento di Sir Uman Khan mette in imbarazzo i convitati inglesi con i suoi discorsi sulla superiorità culturale dell’India, lui ricco ma pur sempre, per loro, un inferiore. Spesso tocca anche il tasto degli scacchi ma parlare di questo gioco è “come premere il dito su un nervo scoperto”. Ad eccezione di Howard Staunton, vissuto nel secolo precedente, non ci sono in Gran Bretagna “punte di diamante”, anche se gli scacchi risultano popolari. Malik gioca con i frequentatori della villa e vince. Solo qualche patta, su ordine del padrone, con le persone influenti. Fino a quando arriva la scommessa da parte di un maggiore inglese che il “sempliciotto” indiano non sarà capace di vincere il British Chess Championship, avendone diritto di iscriversi come suddito della Corona. Scommessa accettata: duecento libbre d’oro del riccone contro un penny dell’altro.
Il 15 marzo 1929 parte per l’Inghilterra con il suo padrone e il maestro Kishanlal Sarda. Viaggio lungo, stancante, l’attacco della malaria, la debilitazione, i primi dubbi e timori. Qualche incontro nei circoli scacchistici londinesi, qualche insuccesso, la difficoltà a trascrivere le mosse, i commenti di disprezzo della gente, dei giornali. Ed ora il British Chess Championship. Vinto, con grande gioia di Umar Khan. Fulminea la carriera, dura poco più di tre anni, ma ciò che lascia tutti di stucco è la sua vittoria ad Hastings contro l’ex campione del mondo Raul Capablanca. Che gli fa una certa impressione per il suo aspetto curato, vestito impeccabilmente, il fazzoletto che gli spunta dal taschino intonato con cura alla cravatta dal nodo sottile, fissato al colletto da una spilla d’argento, i capelli impomatati e la stretta di mano vigorosa. Una vittoria, però, che risulta “tra le meno brillanti” in un finale complicato che “gridava a gran voce alla parità”. Avrebbe accettato addirittura la patta se gli fosse stata chiesta. Ma Capablanca continua la partita fino a quando rovescia il re sulla scacchiera “senza rabbia né livore”. È l’ultimo incontro importante per Malik anche se poi vince a Berna, ad Amburgo e due volte il campionato britannico. Qualcosa si è spezzato, si ritrova lontano dalla patria in un mondo che non è il suo, in una città perennemente avvolta nella nebbia. E poi la guerra, la maledetta guerra, i bombardamenti, le complesse vicende personali, l’ospedale… E si ritroverà, addirittura, a New York! Qui il lavoro di tassista, l’incontro con la ricchissima Mrs Abbott, il loro rapporto, l’accusa di impostore, la vittoria della causa…
Non sveliamo altro. Una storia, un viaggio, un lungo viaggio di un uomo segnato dal karma, dalla tigre, dal destino. Un viaggio fra culture diverse, modi di agire e pensare diversi. Il colonialismo, il razzismo, la guerra. Un percorso, duro, difficile, nel corpo e nella mente. Sprazzi di gloria finiti nell’oblio come una stella cadente. E noi lettori ci ritroviamo improvvisamente lì, insieme a lui, con i suoi momenti di esaltazione, di gioia, i suoi dubbi, i suoi tormenti fisici e dell’animo. Paolo Maurensig ci ha donato la carrellata fantastica di una vita, una delle tante vite complesse di questo mondo. Che ci fa pensare e riflettere. Ora sorridenti, ora un po’ malinconici e commossi.

“Il 26 aprile 1478, durante la messa domenicale, Lorenzo de’ Medici e suo fratello Giuliano, i giovani leader di Firenze, furono assaliti nel duomo. Giuliano fu pugnalato diciannove volte, e morì sul colpo, mentre Lorenzo, ferito solo leggermente, riuscì a sfuggire all’attentato. I fiorentini leali ai Medici reagirono, violentemente massacrando tutti gli attentatori che riuscirono ad acciuffare.
Questo audace attacco, uno dei più famigerati e sanguinosi complotti del Rinascimento italiano è noto come la congiura dei Pazzi”.
Così nel Prologo di L’enigma Montefeltro di Marcello Simonetta, Rizzoli 2008, lo storico che ripercorre gli anni tumultuosi che precedettero la congiura, “i suoi retroscena e le sue ripercussioni sugli eventi che ne sono seguiti”. Con qualcosa in più. La scoperta nel 2001 di una lettera che contiene informazioni fino ad ora sconosciute sulla detta congiura. Ed essa rivela che uno dei mandanti è… (un po’ di suspense)…  Federico Da Montefeltro, duca di Urbino. E l’altro addirittura il papa Sisto IV…
Prima, però, e più esattamente nel dicembre del 1476, abbiamo l’assassinio di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, che rompe gli equilibri di potere allora nella nostra penisola. Da qui parte il racconto (la storia degli eventi si legge proprio come un racconto) di Marcello Simonetta, discendente di Cicco Simonetta, cancelliere degli Sforza dal 1450, che ebbe un peso notevole in quelle vicende. E che si allarga ad altri eventi importanti legati più o meno strettamente all’argomento.
Il 26 aprile 1478 avviene il fattaccio già accennato all’inizio. Tutti i congiurati vengono presi e giustiziati. Francesco Pazzi è catturato nelle sue stanze del palazzo di famiglia, trascinato per la strada e impiccato alle finestre più alte di Palazzo Vecchio. Idem per l’arcivescovo Salviati e stessa sorte per Jacopo Pazzi. Cambia solo il luogo dell’impiccagione, Piazza Signoria. Jacopo Bracciolini, il famoso umanista, viene afferrato per i capelli da Cesare Petrucci e fatto sfracellare dalle finestre di Palazzo Vecchio. Gian Battista, conte di Montesecco (che è poi quello che rivela la congiura), è catturato tre giorni dopo e decapitato alla Porta del Podestà. Si salva solo il cardinale Riario, nipote del papa, messo in prigione. Il corpo di Jacopo Pazzi è dissotterrato dal popolo per ben due volte e poi gettato nell’Arno. Bernardo Bandini, l’assassino di Giuliano, viene catturato un anno più tardi a Costantinopoli, portato a Firenze e impiccato il 29 dicembre 1479. I Medici rimangono al potere.
Il libro continua con le vicende intriganti che coinvolgono Firenze, Milano, Napoli e il papato. Ricco di personaggi, di avvenimenti, di malizie diplomatiche, di sospetti, di spie (ce ne sono diverse con nome e cognome), di documenti. Prosa accurata e piacevole, molte note a supporto, un indice sulle fonti e un’ampia bibliografia chiudono questo bel libro.

I Maigret di Marco Bettalli

Un delitto in Olanda del 1931
Molto originale per ambientazione, con Maigret alle prese con le abitudini e i personaggi di un piccolo paese in Olanda, dove un odiosissimo (Simenon si sfoga spesso con inusitata durezza sulle figure di professori universitari e intellettuali in genere) professore francese, dopo aver tenuto una conferenza, viene invischiato in un sorprendente omicidio che scuote profondamente la minuscola comunità. Lo scioglimento, giallisticamente non spettacolare (la colpevole non poteva non essere tra i principali indiziati fin dall’inizio, vista anche l’esiguità del numero dei protagonisti), avviene “alla maniera di Poirot”: tutti in una stanza, con il deus ex machina che sa tutto e gli altri che sono nel buio più completo (particolarmente idiota l’ispettore olandese). Nel complesso, un esperimento abbastanza riuscito: il contesto sociale (borghesia conservatrice e oppressiva vs ansia di libertà della gente semplice), alla fin fine, lo ritroviamo identico anche a Parigi; qui si aggiungono simpatiche riflessioni sulla difficoltà di comunicare (Maigret notoriamente conosce solo il francese; l’olandese poi…) e considerazioni, non certo approfondite, sulle differenze tra Francia e Olanda nelle dinamiche di relazione tra i sessi.

Il crocevia delle Tre Vedove del 1931
La potremmo definire una pièce teatrale (vista la sostanziale unità di tempo e di luogo) in un paio di atti, più una commedia che una tragedia, perché anche le tragedie che si susseguono sono osservate con tono leggero, senza che vengano prese davvero sul serio. Tutto avviene con pochi protagonisti, in un crocevia con tre case a 50 km da Parigi, in un paio di belle giornate di aprile. Il caso è inizialmente complicatissimo, per poi sciogliersi in modo semplice: tutti, ma proprio tutti, sono colpevoli in diversa misura (l’unico a essere condannato a morte sarà tal Guido Ferrari, credo unico italiano a subire questa sorte in tutti i Maigret) tranne, ovviamente, il primo indiziato, che subisce un pesantissimo interrogatorio di 17 ore, con il quale il libro si apre. Il risultato di questo pastiche è godibilissimo: comprese le turbe erotiche di Maigret alle prese con la protagonista, molto “d’epoca”, con vestaglie che si aprono per un istante, occhiate languide, profumi inebrianti e quant’altro. Se vogliamo, tutta la faccenda è estremamente caricata e, diciamolo, abbastanza inverosimile; ma i ritratti (dell’assicuratore piccolo arrampicatore sociale, del garagista ex-pugile, di altre figure minori) sono divertenti e la coppia Maigret-Lucas appare in ottima forma, nonostante sia al centro di almeno un paio di sparatorie e corra dunque rischi inusitati (anche se molto più comuni nei primi Maigret rispetto ai successivi).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Mia o di nessuno di Ugo Mazzotta, Todaro 2019.
Da sempre la vita del vice commissario Pelagia Corsi è stata segnata dal suo nome di battesimo. Un nome che la perseguita da sempre, impossibile dimenticare l’incubo delle risate dei compagni di scuola alle elementari. Poi sono arrivati quelli delle superiori che, sfogliando la Treccani, scoprivano che sì era esistita una Santa Pelagia, forse due, ma la più famosa prima di assurgere alle vette della beatitudine avrebbe esercitato la vecchia “ehm professione”, per cui da quel momento rischiava di farsi chiamare “santa zoccola”. Non basta, oltre tutto Pelagia è un nome che praticamente nessuno riesce a dire in modo giusto, malmenato spesso dagli amici in Pilli, Pel o roba del genere. In realtà la nostra povera vice commissario, complessata dal piedistallo concesso ai genitori, padre grande pittore, madre francese di gran classe, è afflitta da sempre e nei momenti sbagliati da una petulante voce interiore che, con il baritonale timbro paterno, l’accusa di fare stupidi errori, di non capire un’acca perché logicamente non può supinamente accettare le sue scelte di vita e di lavoro. Eh già! Certo, come avrebbe potuto un grande artista, eccellente pittore, anzi un genio acclamato dal mondo intero, morto qualche anno prima lasciandola erede di cospicue sostanze, accettare con gioia che l’unica figlia, alla quale aveva dato una perfetta educazione internazionale arricchita da svariate conoscenze linguistiche, invece di seguire un’altra strada o magari provare a seguire le orme paterne, avesse scelto di diventare ufficiale di polizia? Ora però ricominciamo da capo, torniamo al giallo e ricapitoliamo per i lettori. La vice commissario Pelagia Corsi (romanesca d’origine) vive a Napoli in una splendida villa Liberty al Vomero con Milky, un piccolo serpente del latte, innocuo ma copia sputata del corallino; si serve creativamente dell’arte giapponese del “kintsugi” e fatica parecchio ad avere relazioni affettive stabili. È in forza al commissariato napoletano del Vomero agli ordini dell’anziano commissario Del Vecchio, ma da un giorno all’altro si trova coinvolta in una complessa indagine che preannuncia connivenze tra camorra, prostituzione e malavita cinese. Come può un supermarket cinese collegarsi a un noto avvocato, diventato famoso su quotidiani e in televisione per aver denunciato la scomparsa della moglie? Nel corso delle indagini sul caso, coordinate da una spiccia magistrato, salterà fuori un possibile legame con la sparizione, qualche giorno prima, di una bella ginecologa napoletana, vittima sconvolta di un misterioso stalker. Eh già, perché sul cellulare segreto della donna, che da mesi si scoprirà aveva una relazione, poco prima della scomparsa era arrivato il messaggio: “Mia o di nessuno”. La donna si è allontanata per sua scelta? È stata rapita? È morta, vittima di una mano omicida? Il marito, l’avvocato Adolfo Tommasi, ben ammanicato in alto loco, non la racconta giusta. È coinvolto nella faccenda? La povera Pelagia ha per le mani una brutta gatta da pelare, un’indagine tutta in salita costellata di ordini e richiami anche per i cavilli e gli ostacoli imposti dai suoi superiori. Insomma, proprio lei che i paletti non li sopporta, non può muoversi come vorrebbe, ma vada come vada, nessuna stolta burocrazia le impedirà di mettersi lo stesso non ufficialmente sulle tracce dello stalker e potenziale assassino. Niente e nessuno potrà fermarla perché, in virtù della sua testardaggine, districandosi tra false piste e mettendo a rischio persino la propria vita, il vice commissario Pelagia Corsi riuscirà alla fine a far combaciare tutti i pezzi di un puzzle da paura e sbrogliare il caso.
Mi piace Pelagia Corsi, nuova e indovinata protagonista di Ugo Mazzotta per una storia densa di humour (come non citare la sofferenza del vice ispettore nel redigere i rapporti di routine nei consueti gergalismi questurini). E comunque una storia azzeccata che ha per degna cornice viva, verace e palpabile una grande Napoli da cartolina.

Con La nave dei vinti, TEA 2019, Leonardo Gori fa un regalo ai suoi lettori scrivendo il terzo e finora sconosciuto capitolo della saga di Bruno Arcieri…Gennaio 1970: Bruno Arcieri guarda bruciare nel portacenere del bar della stazione di Firenze il biglietto aereo che avrebbe potuto portarlo da Elena, in Israele. È un taglio netto, definitivo. Ormai ultrasessantenne, ha scelto di rinunciare a lei per sempre, non partirà mai più. È mezzanotte, c’è solo Marie, il conforto della sua presenza, il vederla seduta al tavolino accanto a lui, la sua dolcezza e la sua cauta curiosità sui fantasmi che tornano dal passato. Quei fantasmi di una vecchia storia, compressi troppo a lungo, pronti a traboccare e che Arcieri decide di condividere con Marie, la donna del suo futuro. Una grande storia che Leonardo Gori affida a un lungo, quasi interminabile, racconto notturno che comincia a mezzanotte davanti a un bicchierino di cognac al bar della stazione e continua fino alle tre di notte, dipanandosi in un lungo giro a piedi, nella gelida cornice della Firenze di notte, le sue vie e le sue piazze, per concludersi di nuovo per strada la mattina dopo.
Genova, marzo 1939: Bruno Arcieri, capitano dei Carabinieri da pochi mesi in servizio a Roma, da poco agente del SIM con ufficio segreto in Piazza Navona, è stato spedito là in fretta e furia dal Comandante, il suo nuovo capo, per una missione urgentissima e misteriosa con Nanette, conturbante trentenne dal passato difficile, diventata collaboratrice esterna dei Servizi. Un’improvvisa partenza notturna che gli ha persino impedito di avvertire Elena Contini, in arrivo da Firenze per stare con lui. Il suo compito è salire su un piroscafo inglese, attraccato nel vecchio porto con una grossa falla subita durante una tempesta, che trasporta un carico di profughi, spagnoli e non, in fuga dalla guerra civile, partiti da Barcellona, per verificare l’identità dei passeggeri. A bordo nel salone della nave trova un prestigiatore che ha organizzato uno spettacolo per uomini, donne e bambini. Degli squadristi sono già sulla nave e stanno torchiando in malo modo il comandante. Arcieri deve imporsi e far valere la sua autorità per allontanarli. Usando il prestigiatore come interprete, scopre dal capitano che qualcuno ha ucciso e nella stiva c’è un cadavere non identificato. Ma la sua missione si complica quando riceve l’ordine di collaborare con un emissario del Vaticano, il vescovo Eugenio Winkelmann. Il vescovo deve incontrare un agente segreto nascosto tra i profughi, nome in codice Morgan, che sarebbe in possesso di documenti molto importanti sul patto di non belligeranza pronto a essere siglato tra Molotov e Ribbentrop. Documenti di vitale importanza che forse potrebbero scongiurare l’invasione della Polonia e il dilagare del nazismo. Arcieri sale a bordo e comincia gli interrogatori nel tentativo di individuare l’agente Morgan. Ma la situazione è tesa e difficile. Bisogna trovare il modo di far sbarcare i passeggeri assediati dagli squadristi e, nonostante l’abile diversivo organizzato da Arcieri, l’operazione si rivela molto più complessa e impegnativa del previsto, tra letali agguati di spie, profughi che non possono essere rimpatriati e devono trovare una via d’uscita, agenti che fanno il doppio gioco e un avventuroso susseguirsi di inseguimenti.
Mettendo a fuoco quei terribili mesi che precedettero lo scoppio della guerra, quando l’Europa cominciava a slittare verso il baratro, Leonardo Gori rievoca per bocca di Bruno Arcieri l’atmosfera angosciante che incombeva sul mondo intero. E mette, lui, uomo di cultura, innamorato della letteratura anglosassone e della musica d’oltreoceano, del jazz, il militare retto, abituato a ubbidire, l’uomo senza tessera di partito, già antifascista nel segreto dell’ animo, di fronte ai primi seri dubbi, alle prime vere scelte decisionali. Quelle che hanno formato il Bruno Arcieri del 1970, romanzo dopo romanzo, facendolo diventare un uomo segnato dall’età, dalle esperienze vissute e dalla disillusione. Un personaggio gravato dall’esigenza di ricordare e di spiegare, anche a se stesso, cosa hanno significato quei drammatici eventi, quali conseguenze hanno avuto nella sua storia, forse addirittura cambiando radicalmente la sua visione di vita. Poi nello stesso romanzo, vincendo i limiti del tempo e dello spazio, Gori fa incontrare di nuovo le donne di Arcieri, tutte e tre espressioni del suo mondo interiore, del sogno, del desiderio del mito e della quotidianità. Ognuna rappresenta una faccia del suo universo personale: Elena Contini è l’ideale che non può tornare, Nanette giovane e splendida rappresenta il perduto mondo delle finzioni delle ombre profumate, Marie è l’oggi, l’attuale serena concretezza di un possibile futuro.
Il romanzo ha tratto ispirazione da una storia vera.

I segreti della famiglia Turner di Alex Sinclair, Newton Compton 2019.
Emma Turner si sveglia in ospedale, ma non è un ospedale qualunque. Si trova a Hopevall ed è praticamente prigioniera in un ospedale psichiatrico. Non ha idea del perché si trovi là. Di come ci sia arrivata e dove siano suo marito e suo figlio. Perché non vengono a vederla? Cosa è successo? Con una diagnosi di Post Traumatic Shock, la sua mente sta bloccando gli spaventosi eventi che hanno portato alla sua ammissione nella struttura psichiatrica e cerca di proteggerla da un’inaccettabile verità. Ma cosa ha mai fatto per non aver più diritto a vedere la sua famiglia?…
Alex Sinclair narra l’odissea della sua infelice protagonista seguendo due diverse linee temporali. In quella che si svolge al presente, Emma è sbandata, immemore, ricoverata in un ospedale psichiatrico, sta lottando contro i suoi personali demoni ed è perseguitata da incubi che non riesce a inquadrare compiutamente. La seconda linea temporale si rifà invece a ciò che è avvenuto nel passato ed è ambientata durante le ultime settimane prima di… Prima di cosa? Le due linee, correndo contemporaneamente avanti e indietro, non fanno che aggiungere angoscia, suspense e mistero alla trama fino a quando, con una repentina svolta, porteranno alla luce la contorta e subdola distorsione di una lucida e crudele mente criminale.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca a Da scamorza a vero topo in 4 giorni e mezzo! di Geronimo Stilton, PIEMME 2017.
In questo racconto non ci troviamo né per le vie di una metropoli come New York, né in qualche avventura del futuro o del passato. Tramite sua sorella Tea, Geronimo ha parlato con il suo caro amico Iena che l’ha invitato all’aeroporto di Topazia per fare uno scoop giornalistico. Geronimo, però, deve essere bendato. Accetta la proposta e si reca all’aeroporto dove parte con il suo amico Iena, grande sportivo, per un posto che non conosce. Dovrà affrontare con altri partecipanti una maratona di ben 120 chilometri! Dove? Nel deserto del Sahara, tra tempeste di sabbia, scorpioni, svenimenti, vipere cornute e altri ostacoli. E sarà così bravo che da scamorza diventerà un vero topo sportivo!
Ogni tanto incontreremo espressioni arabe, piatti tipici di quelle popolazioni e un manuale di sopravvivenza nel deserto. Insomma questa gara non sarà solo ricca di pericoli e colpi di scena, ma potremo anche imparare a sopravvivere nel deserto.
Io, però, preferisco il mare. (Sono d’accordo con te, Jonathan! A.)

La Debicke… e Nero a Milano

Romano De Marco
Nero a Milano
PIEMME, 2019

Terzo episodio della travolgente serie Nero a Milano e anche stavolta Romano De Marco non si smentisce. Va a dritto per la sua strada, imposta la storia, la rende credibile, nonostante gli inevitabili ed eccellenti colpi di pulp fiction, e ce la racconta bene. Molto bene. Con toni giusti, sentimenti giusti, soavi azzarderei, controbilanciati efficacemente dal giallo noir dello scenario. I suoi romanzi crescono e i suoi personaggi sono cresciuti e maturati con lui e come lui. Si precisano, si adattano a nuove realtà, trasformandosi. sia accollandosi il pesante ruolo di vendicatori, sia lasciandosi dominare dalla loro natura più umana, spesso aggrediti dall’insicurezza, dall’incertezza del domani. Un domani proiettato in gran parte nella loro vita futura e nelle scelte delle figlie ormai maggiorenni. Con la cinquantina alle porte, sia Betti che Tanzi sembrano in una precisa fase che definirei “colpo di frusta della mezz’età”. Quella scomoda età accompagnata, nel caso dei nostri eroi, da tutta una serie di dubbi e ripensamenti. Anche stavolta, benché sembri voler attribuire il ruolo di primo attore al commissario Luca Betti, De Marco ha scritto un romanzo assolutamente corale. Infatti ben rappresenta i diversi punti di vista, personalità e carattere dei principali protagonisti, gli amici per la pelle Marco Tanzi e Luca Betti, con le loro umane forze e debolezze, che si scambiano e si alternano nella trama, passandosi il testimone. Ma altri personaggi ci sono e non solo per far numero: l’eroica Luisa Genna, Antony Molino, lo psicanalista che sa leggere dentro, il vero amico con l’A maiuscola, lo straordinario De Rosa, che contano e talvolta addirittura entrano in campo a gamba tesa.
Anche se di un giallo si può e si deve dire poco, ciò nondimeno qualche mini anticipazione va fatta! Perciò: due cadaveri carbonizzati ritrovati in una “villetta maledetta” alla periferia di Milano, in rovina e abbandonata da anni perché sede di passati orrori. Individuate le vittime, si scoprirà che sono la madre e il padre di una bambina morta un mese prima precipitando dal terrazzo di una delle Torri a Quarto Oggiaro perché sonnambula. Non basta: il rispettivo padre e suocero si è impiccato per il dolore quindici giorni prima. Morte attribuita a un suicidio. Tutti gli amici e conoscenti della coppia parlano di loro come di gente specchiata, timorata di Dio. Una famiglia modello vittima di spaventosi lutti. E allora chi li ha uccisi e perché? Nessun vero indizio e nessun movente per fornire una qualche spiegazione all’assassinio, se un assassinio c’è stato. È questo lo strano caso capitato tra capo e collo al commissario Luca Betti che non sta attraversando un buon momento. Dopo la separazione dalla moglie vorrebbe nuove certezze, ricucire il rapporto con la figlia, ristabilire con lei un affetto in modo concreto. Ma ha poco tempo e modo per farlo. Tirate le somme, forse risolvere questa spinosa indagine diventa un’urgenza per ridare scopo alla sua vita e farlo sentire ancora sul pezzo.
Marco Tanzi, annullato il passato, “abbuonati” in un certo senso gli errori dopo l’ultima drammatica avventura in coppia con l’inossidabile amico Betti, è diventato un investigatore privato di successo che guadagna e vive bene. Dimenticate le brutte esperienze degli ultimi anni? Ma sarà vero? Certi fantasmi qualche volta tornano e allora meglio buttarsi nel lavoro. Ciò nondimeno il nuovo caso che non lo convince, ma poi finisce con accettare, rischia di costringerlo a tornare al momento più oscuro del passato. Dovrebbe ritrovare un diciottenne con problemi comportamentali, figlio di una coppia dell’alta borghesia milanese, che pare sia fuggito per andare a vivere fra i clochard. E quando una voce fuori dal coro o, molto peggio, uno spietato serial killer inizia a far strage di barboni a colpi di rasoio, la ricerca diventa una corsa contro il tempo. Mentre su Milano incombe di nuovo un fatale vortice nero, le strade e gli intenti dei due amici ed ex colleghi torneranno inevitabilmente a incrociarsi. Ed entrambi si troveranno, per l’ennesima volta, costretti a operare scelte difficili e amare.
Un romanzo notevole, che vuole costringere il lettore a pensare. Servito su un piatto che invece di essere di puro argento, come voleva parere, era appena d’argentone, barbaramente insudiciato dalla turpitudine di una certa abominevole perversione umana. Una bella storia d’azione, che riesce a mischiare speranze, ideali e disillusioni in una Milano a tratti nerissima, feroce e spaventosamente plausibile a mo’ di perno centrale, che si perde negli abissi della follia o si allunga come i tentacoli di una piovra in mille rivoli di oscenità. E anche stavolta De Marco ci pone di fronte a una spaventosa domanda: i “mostri” hanno il diritto di essere giudicati e condannati per le loro nefandezze oppure, in certi casi, sarebbe più giusta la pena di morte? E può l’uomo sostituirsi a Dio nella punizione?

Classe 1965, Romano De Marco è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Ha alle spalle diverse pubblicazioni tra cui, con Feltrinelli, Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere. Con Piemme ha pubblicato L’uomo di casa (che ha ottenuto il Premio dei Lettori Scerbanenco). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano. Nero a Milano è il suo ultimo libro.

Vento in scatola (Le gialle di Valerio 198)

Marco Malvaldi e Glay Ghammouri
Vento in scatola
Sellerio, 2019
Noir

Casa circondariale Antonio Gramsci di Pisa. Pochi giorni fa. Il tunisino Mohammed Bourifa, nato a Biserta il 15 agosto 1990, altezza e corporatura medie, minuto, ben rasato, occhiali, è uno dei tanti passeggeri del volo per Heathrow; viene chiamato per l’imbarco ma non reagisce subito; il suo vero nome suona Salim Mohammed Salah e non è abituato a sentirsi chiamare diversamente. Riesce a portare a bordo un coltello e, venti minuti dopo il decollo, chiama una hostess e le fa furtivamente vedere la tessera plastificata di ispettore ENAC in formazione, ora testimone di un’infrazione dell’aeroporto di partenza. Prima del poliziotto, però, faceva il detenuto a Pisa. Era stato arrestato per errore a inizio 2018, senza saperlo aveva cinquecento grammi di cocaina nella vecchia Mercedes usata appena acquistata, sostando in divieto vicino alla stazione. Allora non parlava italiano, non gli era stato possibile spiegare o incolpare altri, tanto più che era fuggito dalla patria dopo aver realizzato una truffa per un milione di dinari, circa trecentomila euro. Gli danno da scontare sei anni e mezzo. Si era laureato in economia e finanza all’Università di Gafsa (povera città ricca di fosfati e tappeti), aveva aperto una ditta di brokeraggio, esperto di flash trading; in carcere si arrabatta, impara la lingua, diventa esperto di sopravvivenza materiale, studia le persone (colleghi di pena e personale di guardia), cerca di far fruttare le sue competenze e i 250.000 segretamente accantonati. Ci sono camorristi e infiltrati che provano a servirsi di lui, che si affeziona soprattutto all’assistente scelto ignorante e sospettoso Gualtiero Molisano, ciociaro con moglie vegetariana. In cella per quasi un anno riesce chissà come a cucinare prelibatezze e se lo conquista, sono entrambi reclusi, di fatto e di diritto, affronteranno vecchi e nuovi crimini, correranno rischi, ci sono tanti modi di vivere e morire in prigione.

Evviva. Il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) fece un corso di scrittura alla casa Circondariale Don Bosco della sua città nel 2012, in quell’occasione conobbe Glay Ghammouri, un tunisino oggi di circa 40 anni che deve scontarne altri 27. Firmò la prefazione della raccolta di poesie realizzata da Glay e decisero poi di scrivere insieme un romanzo, ottima idea, “per essere autenticamente liberi occorre conoscere il carcere”, importante per noi e per tutti. Nel testo brilla lo stile frizzante concatenato divertente di Malvaldi, una trama noir a più livelli, benissimo mescolati all’interno di un contesto che può essere raccontato solo avendolo un poco vissuto: la privazione di (quasi) ogni libertà nelle piccole celle (pure quelle lisce), convivendo accanto ad altri umani detenuti e dentro dinamiche peculiari. Ogni carcere fa storia a sé stante, a seconda di chi lo dirige e di chi lo frequenta. Nella vicenda raccontata il direttore è praticamente assente, il vice è una brava persona, c’è sovraffollamento da mesi (trecento reclusi per una capienza di duecentodieci), oltre cento musulmani con la mensa che poco rispetta il Ramadan e casi di radicalizzazione, poco più di venti assistenti penitenziari. Un ruolo cruciale è svolto da competenti usi e costumi arabi: la finanza, la lingua, la cucina. Memorabili le ricette, Muhammara e Fessenjun fra le altre. Quando Gualtiero tenta Giuditta con polpettine nella salsa di spezie aggiunge pomodoro e scelgono vino bianco. Il proverbio tunisino sul vento (da cui il titolo) Salim forse lo inventa, quelli da ricordare stanno in Toscana, dove c’è un proverbio per ogni cosa, più modi di dire che altro, tanto ne esiste uno che dice bianco e un altro che dice nero. Noir di gusto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Viaggetto con la Polillo e company (Le lunghine di Fabio Lotti)

A ruota (gialla) libera
Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…
Viaggetto con la Polillo e company
Parto dai libri rossi della Polillo, una casa editrice che ci fa riscoprire tanti piccoli gioielli di un glorioso (a volte più, a volte meno) passato. Per esempio Se muoio prima di svegliarmi dello scrittore americano Sherwood King del 1938 che dette vita ad un film straordinario, La signora di Shanghai, interpretato dalla indimenticabile Rita Hayworth. Qui abbiamo l’ex marinaio Laurence Planter ora autista di un importante avvocato sposato a una donna bellissima. Ed ecco che gli arriva una strana e brividosa proposta dal socio dell’avvocato: dovrà fingere di ucciderlo per liberarsi dalla moglie e procurarsi una nuova identità. Come ricompensa un bel mucchio di dollaroni. Niente male ma… ma da qui nasceranno tutte le sue peripezie. Una bella storia in prima persona con il classico personaggio accusato ingiustamente di omicidio e una dark lady spietata e, allo stesso tempo, innamorata.

Se volete qualcosa di diverso dal solito personaggio umano che fa fuori altri personaggi umani, allora viene a fagiolo Il libro che uccide di William Fryer Harvey. Non aggiungo altro così vi lascio nell’incertezza se sia proprio un libro a uccidere qualcuno… Sto scherzando. Comunque un consiglio ve lo do. Occhio a Vita e morte di Mr Badman. Evitate di comprarlo!

Iniziò con un bacio, finì con un delitto di Derek (Howe) Smith, trattasi del classico delitto impossibile. Nel senso che sarà pure impossibile ma qualcuno ci lascia lo stesso le penne. In questo caso la protagonista di uno spettacolo a cui assistono (sono stati invitati con un biglietto) Steve Castle, ispettore capo di Scotland Yard, e l’amico Algy Lawrence, classico investigatore dilettante fornito di genio. Doveva essere uccisa secondo copione della scena. In teoria, naturalmente, ma non nella pratica. Il caso sembra risolto con il colpevole catturato dopo un inseguimento. Troppo facile. No, non ci siamo. E sembra che nessuno dei sospettati sia l’assassino. Caso che sta a pennello al nostro Algy.

Passiamo a Se morirò di lunedì… di Charles Barry. Una storia davvero curiosa. Si parte dalla scomparsa di Peter Perley, padrone di una agenzia ippica, il cui cadavere viene ritrovato, dopo poco più di una settimana, in una cava di sabbia. Il verdetto è “morte per assideramento.” Niente di speciale se non fosse per il fatto che nel testamento si è impegnato a lasciare il suo patrimonio secondo il giorno della sua morte: il lunedì a un nipote, il martedì a un altro e così via per i rimanenti della settimana (giuro!). Cruciale, dunque, stabilire il giorno della morte e il sospetto che dietro a questa ci sia la mano di qualche erede. Sarà compito dell’ex commissario di polizia Laurence Gilmartin a risolvere un caso davvero strano.

Un libro che sta filando via come un treno è Il delitto ha le gambe corte di Christian Frascella, Einaudi 2019. A Torino tre problemi per l’investigatore privato Contrera: ritrovare una bella ragazza scomparsa di cui si è invaghito; proteggere l’ex moglie e la figlia dalle molestie di uno stalker e riportare a casa un cinese dedito alle arti marziali. Personaggio Contrera fuori dagli schemi (però, a onor del vero, costruire un personaggio fuori dagli schemi è diventato, oggi, esso stesso uno schema): ex poliziotto, ex marito e padre detestato dalla moglie e dalla figlia, vive con la sorella, odiato dal cognato (i due nipotini, però, lo ammirano). Spulciando in qua e là ironia e sorriso tra violenza e disperazione.

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Già conosciuto con La mossa del cartomante, Newton Compton 2014, dove avevo incontrato, come personaggio principale, il poliziotto Marzio Santoni. Ecco che cosa avevo scritto su di lui “Ad indagare l’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori (mi ricorda don Attilio Verzi di Andrea Franco). Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi. Portatore di disgrazie al solo apparire il falco Trogolo, come in questo caso”. Ora è alle prese con la morte per malattia di una sensitiva “capace di parlare con gli alberi”. Sollecitato dalla lettera di Miss Coccoina (nome tutto un programma e non sappiamo ancora chi sia) la morte della ragazza diventa sospetta e si pensa ad un omicidio. Forse da parte dello stesso marito, insegnante di Forest Theraphy, che se la spassa con l’amante. Siamo a Valdiluce, su una montagna fiabesca, dove succederanno fatti drammatici e inquietanti che metteranno in pericolo la sicurezza, la privacy e l’intimità di ognuno. Il tutto attraverso un dosaggio equilibrato tra momenti di pathos e sorriso.

Storia reazionaria del calcio (Le brevi di Valerio 295)

Massimo Fini e Giancarlo Padovan
Storia reazionaria del calcio
Marsilio Venezia, 2019

Normalmente calcio. 1863-2019. Le diciassette regole che disciplinano il gioco più seguito in Italia e nel mondo furono redatte nell’ottobre 1863, alcune nuove disposizioni entreranno in vigore dal luglio 2019 per tutti i campionati e le coppe. Poi c’è stato e c’è il calcio giocato.
Il noto scrittore e tifoso Massimo Fini (Cremeno, 1943) e il noto giornalista e allenatore Giancarlo Padovan (Cittadella, 1958) sottolineano che l’enorme diffusione ed enfatizzazione del calcio, con il crescente ruolo di economia e tecnologia, è uno specchio delle trasformazioni avvenute nel nostro mondo. Così, essendo convinti che il passato sia stato più avvincente, affascinante perché imprevedibile, del presente hanno scritto insieme una Storia reazionaria del calcio, partite azioni gol, protagonismi in campo e fuori, partite spalmate ogni giorno ogni ora, nevrosi tecnologica invadente e disumana (tv, moviola, var), tifo aggressivo e identitario. Postfazione di Antonio Padellaro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Imperfezione (Le varie di Valerio 98)

Telmo Pievani
Imperfezione. Una storia naturale
Raffaello Cortina, 2019
Scienza

Ovunque e in nessuna parte. Da 13,82 miliardi di anni fa a un attimo dopo ora. In principio fu l’imperfezione, una piccolissima infinitesimale anomalia divenne scaturigine di ogni cosa. Il nostro universo è l’incessante metamorfosi di uno stato perfetto di vuoto quantistico, pieno di tutto, brulicante di oscillazioni casuali, inquieto, ribollente. Una “ribellione” degli inflatoni, una minuscola deviazione fortuita, un deragliamento e la simmetria primeva si spezzò, ne scaturì un’esotica biodiversità di particelle elementari, la materia prevalse di un soffio sull’antimateria. Si può partire da molto spazio-tempo fa per seguire la cascata innumerevole di altre asimmetrie, ramificazioni e aggregazioni e fare così la storia naturale dell’imperfezione e delle sue scientifiche leggi, durature anche nel nostro spazio-tempo. Il filosofo delle scienze naturali Telmo Pievani ci accompagna con precisione e ironia nel mirabile viaggio e sceglie come incipit per ognuno dei sette tratti di strada una citazione da Voltaire (Candido, o l’Ottimismo), protagoniste le opinioni di Pangloss, mitico insegnante di metafisico-teologo-cosmoloscemologia. Il primo tratto si conclude con l’abiogenesi, l’imperfezione biologica, quando intorno a 3,5 miliardi di anni fa emersero forme di vita autoreplicanti a partire dalla chimica della materia inanimata, una ricetta (la nostra) a base di amminoacidi, nucleotidi, zuccheri e grassi. Poi venne fuori che la membrana che li imprigionò non era impermeabile (scambiava materiali con l’esterno, nutrienti immigrati e scarti emigranti) e cominciò il gioco dell’autoreplicazione (le catene di RNA e il polimero del DNA entrarono in scena non senza casuali errori di copiatura). Per sopravvivere in ambienti che cambiano (o cambiare ambiente) bisogna saper variare, trovare compromessi instabili e precari col proprio organismo e con gli altri organismi, sempre più multicellulari e biodiversi. Non sempre ci si riesce, la maggioranza delle specie esistite si sono già estinte, batteri piante sesso animali, un mondo di possibilità. Passo passo (non c’è cronologia che tenga) affrontiamo l’evoluzionismo darwiniano, la selezione naturale, la cooptazione funzionale, i geni dormienti e i DNA spazzatura, lo sgraziato fragile ambivalente cervello umano, le nostre storie.

Telmo Pievani (Bergamo, 1970) fu allievo di un grande scienziato americano, è prorettore a Padova, oggi lui stesso maestro di cultura scientifica universale. Da secoli in letteratura va di moda far tornare antichi personaggi dei grandi classici con autori moderni, libri che avrebbero potuto scrivere Poe o Conan Doyle, Chandler o Montalban. Il suo libro ha gli stessi competente scientifico garbo, curioso punteggiato equilibrio, ricchi multidisciplinari riferimenti di quelli meravigliosi di Stephen Jay Gould (1941-2002). Pur tuttavia, al cinema continua a non andar di moda fare spoiler, nessuno me ne voglia per la sintesi del libro di Pievani, il piacere della lettura e la necessità di metterlo nella propria biblioteca non ne saranno intaccati. Da quel che ho capito le sei leggi dell’imperfezione sono più o meno le seguenti, vengono fuori pian piano dallo spazio-tempo: la contingenza cambia spesso imprevedibilmente le regole del gioco evolutivo; il compromesso vitale è risultato di interessi diversi e spinte selettive antagoniste; i vincoli storici, fisici, strutturali e di sviluppo condizionano e relativizzano pure la selezione naturale; il riuso di strutture già esistenti e sub ottimali è molto frequente; la cipolla ha molti più geni dei sapiens anche perché l’evoluzione è la trasformazione del possibile e l’eccedenza tollerabile una precondizione; la Regina Rossa (Carroll) corre all’infinito e sempre più velocemente per poter restare sullo stesso posto, pure noi (come tutti i viventi, sapienti o meno) ci ritroviamo di continuo sfasati e inadatti rispetto alle mutazioni del contesto biotico e abiotico che abbiamo intorno, ancor più da quando c’è disaccoppiamento fra i tempi lenti della biologia e i tempi frenetici della cultura. Perfettamente spiegate (nel libro).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

In fondo alla palude (Le brevi di Valerio 294)

Joe R. Lansdale
In fondo alla palude
Einaudi, 2019 (originale 2000, The Bottoms)
Traduzione di Andrea Mattacheo
Noir

Texas orientale. 1933 e 1934, nella Depressione. Harry non aveva ancora 12 anni e la sorella Tom Thomasina solo nove. Vivevano a Marvel Creek, nel bosco vicino al fiume Sabine, con la brava mamma, il padre barbiere e contadino, e Toby vecchio bastardo da caccia, un po’ segugio, un po’ terrier. Quasi settant’anni dopo Harry è in una casa di riposo con il corpo in decomposizione e ricorda bene quel che successe, la fine della sua infanzia. Sembrava che Toby stesse per morire, fosse da seppellire. Non c’erano insegnanti in paese, ancora non si andava a scuola, fratello e sorella pescano e scorrazzano, il padre li lascia allontanarsi con cane e carriola. Harry vede un ammasso tra i rovi nelle acque della palude, il cadavere martoriato di una donna nera, una brutta storia con i bianchi del Klan. Non tutto tornerà alla fine, a differenza che nei polizieschi della nonna.
Einaudi pubblica tutto Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). In fondo alla palude è bel romanzo di quasi venti anni fa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’invenzione occasionale (Le varie di Valerio 97)

Elena Ferrante
L’invenzione occasionale
Edizioni e/o, 2019
Illustrazioni di Andrea Ucini

Italia e Europa. Negli ultimi anni. The Guardian è uno straordinario indipendente organo d’informazione inglese, compirà due secoli di vita nel 2021, settimanale all’inizio, quotidiano dal 1852, considerato da decenni riferimento principale degli elettori laburisti (liberal, radical, progressisti, di sinistra, che dir si voglia), lettura importante pure fuori dai confini dell’isola oltre Manica. Dal gennaio 2018 è in formato tabloid. Alla fine del 2017 il Guardian chiese a un’autorevole personalità italiana, Elena Ferrante, autrice di libri di successo in ricca parte del mondo, di tenere una rubrica settimanale su argomenti di varia attualità, concordati e non prefissati rigidamente dalla redazione, che avrebbe inviato temi e questioni in parte segnalati anche da Ferrante, sui quali sarebbe poi stato imbastito il pezzo autorale. E così fu, dal 20 gennaio 2018 al 12 gennaio 2019 ogni sabato è uscito sul quotidiano (che non esce la domenica) un articolo di Elena Ferrante, accompagnato da disegni del musicista e illustratore concettuale italiano Andrea Ucini (che vive e lavora in Danimarca), originariamente scritto in italiano (tradotto in inglese da Ann Goldstein), editato e titolato (da Melissa Denes). Ora, nella primavera 2019, le deliziose opere, frammenti letterari e grafiche colorate, sono cronologicamente raccolte in volume dallo storico scopritore editore italiano di Ferrante. Introducendo il libro, spiega la novità della scrittura: non l’autonoma scelta e il lavorio di cancellazioni e sostituzioni di parole frasi azioni storie, con i propri modi e tempi, bensì l’urto tra uno stimolo esterno e l’urgenza della stesura: piccole esperienze esemplari, intuizioni improvvise, conclusioni brusche. Insomma, come sintetizza il titolo, sono “invenzioni occasionali, non diverse del resto da quelle con cui reagiamo ogni giorno al mondo in cui ci è capitato di vivere”.

La data di nascita di Elena Ferrante è il 1990, quando uscì L’amore molesto, il primo romanzo con il suo nome e cognome. Da allora è una figura pubblica, incontrata da tanti in vari luoghi (a Napoli e non solo) con età e aspetto di sapiens in carne e ossa, conosciuta da molti più come autrice di bellissime narrazioni da quasi trent’anni. È con questo ruolo che rilascia interviste a distanza, subisce ricerche identitarie, paga comunque le tasse, esprime opinioni da stampare, ha collaborato col Guardian. Di chi sono le riflessioni sulla politica e il cinema, sull’infanzia e la maternità, sulla vita di coppia e il sesso, sulle prime volte e la paura, sul sonno e le piante, sulla dipendenza dal fumo e l’indipendenza dagli esclamativi, sulla letteratura e “il più straordinario dei poeti italiani” Leopardi? Certo, di una donna, visto che ad Elena corrispondono sempre desinenze femminili. Certo, di una persona di cittadinanza italiana, visto che Ferrante scrive da sempre nella nostra lingua e nel nostro contesto istituzionale. Epperò c’è l’artificio che va ancora segnalato, il filo sottile di demarcazione che lega verità e finzione, quel che pensa un cervello identificato con quel che noi pensiamo potrebbe argomentare chi è stato capace di scrivere le frantumagliose moleste storie delle amiche geniali. Per noi che siamo da sempre innamorati della scrittrice si tratta di altri bei testi illustrati da tenere accanto, per chi ancora non la conosce, non ne ha letto né visto le riduzioni telecinematografiche, di un interessante spaccato sulla vita intellettuale dei tempi moderni. “Amo il mio paese ma non ho alcuno spirito patriottico e nessun orgoglio nazionale… I caratteri nazionali mi sembrano semplificazioni che vanno combattute”. La nazionalità linguistica è “un punto di partenza per dialogare, … guardare oltre confine, oltre tutti i confini, innanzitutto quelli di genere”. “Non ho mai votato per i Cinquestelle… La guerra contro il Movimento ha impedito di vedere che il pericolo era altrove. Mi riferisco alla Lega di Matteo Salvini”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)