La Debicke e… Il commissario Botteghi e il Mago

Diego Collaveri
Il commissario Botteghi e il Mago
Fratelli Frilli Editori, 2018

A Livorno, in una villa Liberty del quartiere che guarda il mare e che ancora si pregia di una misurata privacy ed eleganza, l’omicidio di un notaio si trasforma nel “magico” artifizio per riscoprire la vera e dimenticata storia di Wetryk, al secolo Antonio Pastacaldi, un celeberrimo mago vissuto all’inizio del secolo scorso. Anzi più di un artifizio, perché Collaveri, prendendosi alcune libertà, mette al centro della storia la villa di Pastacaldi, su viale Italia, un tempo viale Margherita 49, il luogo dove verrà ritrovato il cadavere del notaio Corrado Nenciati che, su preciso incarico dell’ultimo erede, si sta occupando della vendita all’asta della casa. Tre potenziali acquirenti, due dei quali celebri rappresentanti del mondo dell’illusionismo, il terzo invece un antiquario padovano, sono interessati ad acquistarla perché appartenuta al mago. Si scoprirà che l’interesse è dovuto ad alcune lettere vergate da Pastacaldi, ritrovate in un vecchio baule in Sud America, che rimandano a qualcosa nascosto nella casa. Si tratterebbe di un fantastico trucco che il mago Wetryk stava preparando per il suo progettato ritorno in scena, prima di scoprire di avere un male incurabile. Però la faccenda dell’asta è andata per le lunghe e la comparsa di un fantomatico, possibile erede ha ritardato le operazioni. E ora? Intanto, dopo il primo efferato delitto, l’assassino non si ferma e colpisce ancora due volte senza pietà, teso solo a raggiungere il suo scopo…

Un’indagine dubbia, difficile e pericolosa, in cui coinvolgere per forza i “soffia” e impegnare allo spasimo tutta la squadra, per il nostro commissario Botteghi, livornese puro sangue, uomo legato ai ricordi del suo passato e a cui Diego Collaveri regala con dovizia di particolari il quarto capitolo della sua saga. Ciò detto, a rendere più stuzzicante Il commissario Botteghi e il Mago è l’impostazione narrativa, a occhio gradevolmente a metà tra la Christie e Simenon, avvalorata dal geometrico concatenarsi dei fatti e l’utilizzo di ambientazioni, sogni e diverse epoche efficacemente congegnato. Senza parlare di Livorno. Una città così intrigante, diretta e reattiva tanto da ritagliarsi senza tanti scrupoli la parte di un’efficace e vivace coprotagonista. Comunque, per scoprire il movente dell’assassino e il suo volto, Botteghi dovrà provare a catapultarsi dal presente, la sua Livorno flagellata dal libeccio che l’incolla agli angoli delle strada, indietro nel tempo, tornare nel 1935 e nella mente dell’illusionista. Deve farlo per riuscire a capire i suoi trucchi, fondamentali per risolvere l’indagine ma anche per far luce sulle ragioni del ritiro dalle scene del mago, che tanto fece parlare. E per scoprire che a dirigere ogni scelta di vita sono sempre le emozioni: l’amore, la gelosia, l’invidia, l’odio, tutti sentimenti insiti nell’animo umano. Nel bene e nel male. Lo sa anche Botteghi che, come nei precedenti episodi della saga livornese, anche in questo continua a trascinarsi in un’esistenza isterilita dal dolore per la perdita della moglie, un dolore che non è mai riuscito a superare fino in fondo e che riemerge ogni qualvolta si trovi davanti alla figlia che adora ma con la quale non ha rapporti, e non per sua volontà. E meno male che c’è Mariella, mastodontica, nume tuelare, vivandiera e spalla su cui appoggiarsi Ma se la magia di Wetryx potesse invece suggerirgli qualcosa di nuovo? Botteghi è un uomo scontroso, di poche parole, sopporta il suo fardello di infelicità ma ama il suo mestiere e sa bene come muoversi. E Collaveri, che ogni volta, con sottile ironia, riesce a intrecciare l’indagine a storiche realtà livornesi magari meno note, stavolta ha privilegiato un aspetto abbastanza insolito della sua Livorno, quello del mondo dell’illusionismo per una città, ammantata dalla magia di una secolare tradizione.

Diego Collaveri. È tra gli ideatori di “Paura sotto la Pelle”, prima rassegna di incontri in Italia dedicata al genere mystery/crime e le sue trasposizioni tra narrativa, cinema e fumetto, tenutasi a Bologna a dicembre 2017, patron Pupi Avati.
Finalista Premio Alberto Tedeschi – Il Giallo Mondadori 2015. Finalista Garfagnana in Giallo 2016 e 2017. Menzione speciale della giuria Festival Giallo Garda 2017 e 2018, Premio Best al premio letterario internazionale di Montefiore 2018. Oltre alla serie Anime Assassine, nel genere noir è autore per Fratelli Frilli Editori di L’Odore Salmastro dei Fossi, Il Segreto del Voltone, La Bambola del Cisternino (in concorso al Premio Scerbanenco 2017).

Morte di uno scrittore (Le brevi di Valerio 239)

Håkan Nesser
Morte di uno scrittore
Guanda, 2018 (orig. 1996, Rein)
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

A., nel Nord Europa. Un gennaio di metà anni novanta. Il grande giallista svedese Håkan Nesser (Kumla, 1950) è solito ambientare in città di fantasia. Qui è protagonista il traduttore David Moerk, che spiega la scelta di partire in aereo per A., dopo che la moglie Ewa è scomparsa in circostanze misteriose e ha avuto l’incarico di tradurre l’ultimo testo di Germund Rein, celebre apprezzato scrittore del quale nel precedente novembre è stata annunciata la morte (da cui il titolo originale e il titolo italiano). L’inedito sarà fonte di dubbi, letterari e biografici: l’autore ha vietato la pubblicazione nella propria lingua e autorizzato solo l’uscita in altra lingua. Ne seguiranno ulteriori peregrinazioni e complicati incontri, nel freddo, narrati in prima persona fino in fondo. Dopo aver terminato la traduzione di tutte le opere della principale serie del commissario Van Veeteren, l’editore Guanda sta meritevolmente completando l’edizione italiana degli altri bei romanzi di Nesser.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La mafia nera

Vincenzo Ceruso
La mafia nera
Newton Compton, 2018

Un nuovo libro durissimo di Ceruso, un pugno nello stomaco che, senza mezzi termini, rivela una serie di emblematiche storie costellate di delitti e stragi, nascoste nelle oscure pieghe dai tanti pseudo-segreti di Stato che sono sfilati durante gli ultimi anni. La puntuale ricostruzione della oscena e inquietante ambiguità che, a cavallo di mostruose alleanze e connivenze tra Stato, politica, massoneria e mafia “ufficiale”, ha permesso di uccidere impunemente e barbaramente nell’intento di instaurare un nuovo potere e governare, sono state perpetrate, favorite dall’equivoco provocato dai continui depistaggi. I depistaggi sono un brutto capitolo della storia del nostro paese che non vorremmo sentire.
Depistaggi, collegati a quella storia cominciata nel periodo socialmente e politicamente più buio che parte alla fine della seconda guerra mondiale e immerge tutta la penisola in un nuovo tipo di guerra. Violenza, soprusi e vendetta hanno dominato lo scenario nazionale postbellico. Ma, oltre alla “semplice” violenza, generata talvolta da un’esplosione di pseudo libertà, nell’era moderna si è andata sempre più affermando un tipo di ideologia tesa all’orrendo obiettivo strategico di provocare ad arte la morte di innocenti per creare tensione e sovvertire l’ordine.
Questa ideologia, che nell’Ottocento era vantata da attivi gruppi anarchici portandoli ad esibirsi in continui attentati dimostrativi, è esplosa oggi sanguinosamente colpendo nel mondo intero sotto il funereo vessillo dagli aderenti al terrorismo jihadista. Dottrina, distacco e fanatismo molto simili a quelli dimostrati dalla freddezza e dalla crudeltà di alcuni giovani fanatici dei Nar, i nuclei armati proletari d’ispirazione neofascista, come il famigerato Giusva Fioravanti.
Questo saggio, servendosi di stralci di documenti pubblici, di atti processuali e ricordando storie su cui si deve provare a far luce, offre il fattivo contributo di un’accurata documentazione destinata alla memoria collettiva. Dal secondo dopoguerra in poi, questa ben architettata ideologia dello stragismo ha trovato terreno fertile in Italia all’interno di precisi ambienti politico-criminali, da identificare in gran parte nella destra più radicale e nella mafia siciliana che troppo spesso si sono consorziate in una criminale cupola di alleanze. La storia di un’Italia oscura e le criminali connivenze tra eversione neofascista e Cosa Nostra emerge chiaramente dalle inchieste giudiziarie, riportando alla luce i tanti indizi e le tante coincidenze, troppo spesso in passato trascurati o peggio coperti nelle indagini.
E oggi? Indipendentemente dall’intento di Ceruso, il suo libro, che costringe a rivivere sotto l’aspetto criminale una larga fetta della storia italiana, potrebbe indurci al pessimismo, a una supina accettazione? No, mai! Perché i tanti, anche più recenti, sofferti risultati ottenuti dalla comunità nazionale contro il terrorismo politico-mafioso ci fanno ben sperare. Per decenni, purtroppo, solo la parola impunità delineava impotente le stragi italiane. Tuttavia, anche se a oggi non abbiamo un quadro completo di tutte le responsabilità, di mandanti ed esecutori di molti atti terroristici e delitti politici, per altri sappiamo e i colpevoli, condannati, sono in carcere a scontare lunghe e dure pene detentive. Per piazza della Loggia a Brescia, per la stazione di Bologna, per Capaci, per via D’Amelio e per altre stragi mafiose i responsabili sono stati finalmente consegnati alla giustizia. Certo non tutti i carnefici sono stati identificati e, sicuramente, tutte le precise responsabilità non sono state ancora individuate. Ma oggi, finalmente, anche se il risultato ottenuto è stato pagato con il sangue di troppi fedeli servitori della repubblica, siamo arrivati a sapere molto degli assassini e soprattutto quale matrice storico-politica li avesse generati.
Gli argomenti trattati nel libro sono:
Il lungo massacro: dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra
I manifesti cinesi
I tecnici delle bombe e la scuola slovena di Trieste
La pista anarchica per Piazza Fontana
Le operazioni di esfiltrazione dei servizi
De Mauro e il golpe Borghese
Venti di golpe nel palazzo e tecniche di diversione
Piazza della Loggia, l’Italicus e un cadavere assolto
Il suicidio simulato di Peppino Impastato
I ragazzini della strage alla stazione di Bologna
Una pista nera per Piersanti Mattarella
Il finto sequestro Sindona
La prima trattativa
Il depistaggio perfetto o il paradigma di via D’Amelio
Post scriptum: la morte improvvisa dell’anarchico Franco Mastrogiovanni

Vincenzo Ceruso è nato a Palermo, dove vive e lavora. Allievo di padre Pino Puglisi, ha lavorato per circa vent’anni con la Comunità di Sant’Egidio con minori a rischio di devianza, in alcuni dei quartieri più difficili di Palermo. Collabora con il Centro studi Pedro Arrupe, la Link Campus University e scrive di mafia su diverse testate. Per la Newton Compton ha pubblicato Uomini contro la mafia; I 100 delitti della Sicilia; Provenzano. L’ultimo padrino, La mafia nera e, con Pietro Comito e Bruno De Stefano, I nuovi padrini.

La doppia madre (Le gialle di Valerio 175)

Michel Bussi
La doppia madre
Edizioni e/o, 2018
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Le Havre. Novembre 2015. La 39enne comandante di polizia Marianne Augresse, con il giovane strafigo vice Jean-Baptiste Jibè Lechevalier e il tenente 52enne pluripaterno Pierrick Papy Pasdeloup, sono sulle tracce dei ricercati e del bottino della rapina del 6 gennaio a Deauville; un colpo organizzato alla perfezione con la refurtiva nascosta prima che la polizia riuscisse a uccidere la coppia in moto dei quattro rapinatori e a colpirne gravemente un terzo, Timo Soler, poi anche lui sparito; dieci mesi dopo il ferito contatta un medico, forse possono prenderlo. Il bello psicologo scolastico Vasil Dragonman, voce soave e accento slavo, occhi brioche dorata e possente corpo fascinoso, contatta Marianne e la distrae: è convinto che il piccolo Malone Moulin di soli tre anni e mezzo dica qualcosa di vero quando, nonostante prove contrarie, fra tante frasi di apparente fervida fantasia, in continuo dialogo col peluche Guti, accenna al fatto che i suoi genitori ufficiali, Amanda e Dimitri, non siano i veri mamma e papà. Le indagini parallele rendono sempre più pieni e convulsi i giorni di Marianne: chi aiuta Timo è furbo o insospettabile, si allunga una scia di cadaveri dietro il principale cervello della banda; Vasil è sempre più osteggiato, ma convincente e affascinante nel tentare di comprendere il passato del bambino; la sexy nuova gentile geniale amica Angélique Angie Fontaine le sta vicino e condivide lo stesso desiderio di avere finalmente un figlio. Finché si capisce che è proprio Malone la chiave di tutto, il punto d’intersezione fra i casi, la memoria dei misteri e dei crimini, lo strumento di vari registi non in sintonia, l’occasione per trovare qualche verità e giustizia.

Il professore universitario di Rouen e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a realizzare ottimi gialli senza protagonisti seriali con ambientazioni accurate, talvolta nella sua Normandia, in questo caso l’area portuale sulla Manica. Ormai, ogni volta che s’inizia, subito si comincia a capire che ci sono frasi e situazioni in cui ti sta fregando, gli intrecci sono sempre minuziosi e sorprendenti, ancor più in un romanzo imperniato su un ometto. Intuisci che il testo è opera creativa di un illusionista (per certi versi è così tutto il giallo classico alla Christie), poi cominci a divertirti, a incuriosirti, ti prende ed è un colto grande intrattenimento. Ovviamente è dedicato alla mamma (e alle mamme di tutti noi?). Del resto, non mancano teorie e lezioni di psicologia dello sviluppo: accade che la memoria adulta non possiede ricordi dei primi anni di vita (perché e a che punto scompaiono?), che l’infante ha poco tempo a disposizione prima che si dimentichi tutto (giorni o mesi?), che i bambini mantengono rilevante memoria sensoriale, emozioni e impressioni che si incidono (e restano nell’inconscio oltre che in gusti e personalità?), che il gioco svolga le funzioni di imitazione, codificazione, trasgressione (e ubbidienza?), che la resilienza mescola sincerità e menzogna. Come nel resto della vita. La narrazione è in terza varia, distinta in tre parti di donna (Marianne, Amanda, Angie) con lo stesso incipit del venerdì all’aeroporto della fuga e il flashback verso i primi giorni della settimana. Un sito le accompagna, voglia-di-uccidere.com, oltre una ventina di significativi spunti per farlo, con condanne e assoluzioni popolari! In corsivo le belle storie ascoltate da Malone. Al bar o da sole le amiche bevono rioja, in famiglia faugères. Freddie Mercury è sempre decisivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Che razza di calcio (Le brevi di Valerio 238)

Lamberto Gherpelli
Che razza di calcio
Edizioni GruppoAbele, 2018
Razzismo e sport

Campi di calcio. 1863-2018. Quando il football fu inventato dagli inglesi, già gli sportivi di colore erano discriminati in gran parte del mondo, c’erano in giro molta schiavitù e razzismo. Con gli anni e i decenni l’apertura ai bravi calciatori di colore fu comunque molto selettiva, ancora quasi un secolo fa solo Uruguay e Francia ne schierarono uno in Nazionale. Per l’Italia i primi meticci (“oriundi”) schierati furono all’estero Oshadogan nel 1996 e in patria Liverani nel 2001. A vedere ora le nazionali maschili e femminili di volley o basket non si direbbe! In realtà, pure oggi è proprio nel calcio italiano che si annida maggiormente il razzismo. I cori contro i neri spesso non sono osteggiati dalle società, anche tra i giocatori talora si annidano pregiudizi. Con un ottimo documentato testo, Che razza di calcio, il giornalista Lamberto Gherpelli (Reggio Emilia, 1959) narra gli episodi di discriminazione dalle origini a oggi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le origini della civiltà (Le varie di Valerio 91)

James C. Scott
Le origini della civiltà. Una controstoria
Einaudi, 2018 (Orig. 2017 Against the Grain. A Deep History of the Earliest States)
Traduzione di Maddalena Ferrara
Storia

Mesopotamia, Mezzaluna fertile. Tra 8.500 e 3.600 anni fa. È un luogo comune che, dopo la fine dell’ultima glaciazione, la domesticazione di piante e animali da parte di Homo sapiens abbia condotto alla sedentarietà e all’agricoltura stanziale. Sbagliato. Vi sono di mezzo circa cinquemila anni in cui la maggior parte degli umani viveva in altro modo, la sedentarietà precedette la domesticazione ed entrambe esistevano molto prima che apparissero villaggi agricoli. Certo, quello contadino fu il primo lavoro vero e proprio, però chi lo faceva, costretto per ragioni di sussistenza e mancanza di alternative, stava peggio, non meglio. La vita fuori dai campi coltivati e poi dalle residenze agricole era materialmente più facile, libera e sana, almeno per gli umani non schiavi (per loro era pessima ovunque). Qui l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla Mesopotamia, la piana alluvionale meridionale a sud dell’odierna Bassora tra il Tigri e l’Eufrate, il paese di Sumer, poi la zona dei Sumeri. L’intervallo di tempo particolarmente approfondito va dalla cultura di Ubaid al periodo babilonese antico, con al centro la fase chiave della costruzione delle città murate (Uruk e poi altre) e della formazione degli stati primordiali. Si parte da lontano, dalla prima domesticazione (come controllo della riproduzione), quella del fuoco (Homo erectus, quasi mezzo milione di anni fa in Africa) e si va oltre quella contadina di piante e animali, per interpretare così anche l’assoggettamento degli schiavi allo stato e delle donne nella famiglia patriarcale. Fu un periodo cruciale per tutta la successiva enorme costruzione dell’impronta umana sulla Terra, un anticipo dell’Antropocene.

Lo scienziato americano di politica e antropologia James C. Scott (Mount Holly, New Jersey, 1936), docente a Yale, esperto finora soprattutto di stati antichi e anarchismo, ha dedicato l’ultimo quinquennio a studiare meglio il nesso ecologico nell’era del Neolitico fra mobili cacciatori-raccoglitori e primi contadini residenti, fra cereali e organizzazioni amministrative. All’inizio la popolazione mondiale non crebbe. La faticosa opzione stanziale sarebbe stata poi imposta dalle circostanze climatiche, risultando biologicamente vantaggiosa per il lentissimo saldo attivo fra maggior tasso di fertilità e riproduzione pure rispetto al maggior tasso di malattie infettive croniche acute e mortalità infantile. L’autore sottolinea le questioni cruciali, capitolo dopo capitolo, con molti dati e feconde riflessioni: l’importanza dei cambiamenti climatici e particolarmente delle terre umide nel garantire l’approvvigionamento alimentare; l’affollamento di popolazione che si determinò con conseguenti malattie epidemiche; la specificità del grano (da cui il titolo originale) nel determinare condizioni per la creazione delle mura e degli stati (obbligato lavoro fisso e duro, misurazione registrazione contabilità, esazione fiscale, difesa dei raccolti, infine scrittura); la crescita di poteri sovrani e il controllo della popolazione interna ed esterna tramite schiavitù, guerre, deportazioni; la fragilità climatica, epidemiologica e sociale dello stato antico e la lunga epoca d’oro dei barbari o selvaggi che potevano razziare chi stava “fermo”. Rimarchevoli sia le note che gli spunti, talora solo provocatori e non sempre efficaci. Molte le figure interessanti e originali (foto, mappe, schemi), ricca bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Dove la terra finisce e il mare comincia

Chiara Alaia
Dove la terra finisce e il mare comincia
Il seme bianco, 2018

Anita Cortese, una giovane giornalista italiana, a seguito di una tardiva confidenza del padre adottivo (la moglie e madre adottiva è morta da anni e lui, vittima di un principio di Alzheimer, è ospite di un istituto) che le ha regalato un nome da cui partire, ha deciso di prendersi un periodo di aspettativa dal lavoro per risalire alle proprie vere origini e capire il perché dell’abbandono della madre naturale. Il suo vero nome era Maria Nunes Soares, una giovane portoghese, cantante di fado che, abbandonata incinta dal padre della bambina, aveva deciso di affidarla in adozione a una benestante coppia bolognese allora in Portogallo per lavoro. La cantante, molto brava e famosa nel suo genere, dovrebbe esibirsi ancora. La ricerca di Anita, che la costringe a tuffarsi in un mondo nuovo strano e sconosciuto per lei (il Portogallo), si rifà anche a temi più intimisti di desiderio di spiegazioni, per altro non guastati dall’ottimo rapporto tra lei e i genitori adottivi che l’hanno amata e cresciuta. Sbarcata a Porto, dopo una serie di indagini, incontra finalmente alla Marina di Afurada un cugino sconosciuto che vive facendo lo skipper e che le dà l’ultimo indirizzo certo di sua madre a Lisbona. Vorrebbe invitarla a colazione ma, essendo in attesa di un cliente e non potendola accompagnare, le indica la migliore taverna del posto, famosa per la sua cucina. E proprio là, con il locale affollato, sistemata a un tavolo con altri commensali, Anita incontrerà Manuel Ferreira Arrìaga, un anziano marinaio di Lisbona in pensione, che ha perso la figlia Paula, annegata in mare. Viste le circostanze della morte della ragazza, le indagini sono ancora in corso. Manuel Ferreira, che deve ritornare a Lisbona il giorno dopo, le offre un passaggio in macchina, e visto che l’uomo è molto gentile, educatissimo, sembra inoffensivo e pare persino disposto a fornirle aiuto nella ricerca della madre, Anita decide di accettare anche l’ospitalità a casa sua. Nel frattempo Julio Fernandes, il detective incaricato del caso di Paula Arrìaga, non crede che si sia trattato di morte accidentale. Sospettando persino di Manuel, il padre della vittima, Fernandes fa in modo di avvicinare Anita per proteggerla. Mentre le circostanze della vita e il destino intrecciano storie e personaggi, anche con l’aiuto di chi ci sa fare con il web, di certi lontani ricordi delle amiche e con l’accompagnamento musicale dei concerti dei Pixies, che si prestano generosamente a fare da sfondo suggestivo alle strade di Lisbona, pian piano Julio e Anita si avvicinano alla verità. Una brutta, squallida verità degna di un’esemplare punizione.
Un breve romanzo di esordio, questo Dove la terra finisce e il mare comincia, che mette in campo buone munizioni ma dimostra ancora diverse ingenuità di costruzione della trama che si dovranno limare e correggere. Ciò nonostante immagino che piacerà senz’altro a un pubblico che privilegia i gialli/noir più spiccatamente a sfumature rosa.

Napoletana di origine, Chiara Alaia vive a Bologna, dove lavora per un’azienda di e-commerce nell’ambito della moda. Appassionata di scrittura e musica, collabora alla webzine SulPalco.com. Dove la terra finisce e il mare comincia è il suo romanzo d’esordio.

Cerco te (Le brevi di Valerio 237)

Mauro Mogliani
Cerco te
Leone, 2018
Giallo

Tolentino. Il 28 febbraio 2015 tal Nessuno scrive una lettera al barbuto ispettore Piero Nardi, che vive nel capoluogo Macerata e lavora in Questura: l’autore annuncia di voler iniziare un gioco, dopo due giorni rapirà una donna e la terrà segregata per una settimana, poi la libererà, aspetterà due giorni e ne prenderà un’altra, continuando così fino a una quinta vittima, un uomo, che però ucciderà, se lo stesso Nardi non riuscirà a impedirlo. Effettivamente il due marzo il “gioco” comincia, a Tolentino scompare Carla Crocetti. E continua, quasi tutto come annunciato, nella crescente delegittimazione degli investigatori, non si capiscono proprio il movente generale e i nessi particolari.
Nuovo bel giallo per l’artigiano storico e nuovo scrittore Mauro Mogliani (Tolentino, 1971), Cerco te, un viaggio nei complessi colpevoli rapporti di coppia, in terza varia al passato (ma il drammatico epilogo è al presente).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Fate il vostro gioco (Le gialle di Valerio 174)

Antonio Manzini
Fate il vostro gioco
Sellerio, 2018
Noir

Aosta. Dicembre 2013. Il quasi 50enne vicequestore Rocco Schiavone, laureato in giurisprudenza con il minimo dei voti, fa un salto nella sua Trastevere, ma Seba è ai domiciliari e continua a non volerlo vedere, Furio e Brizio accampano scuse, è proprio in crisi la storica amicizia (siglata con goccia di sangue a dieci anni). In montagna l’attendono il freddo, la neve e un paio di brutte storie. C’è qualcuno che ruba negli uffici, alcuni oggetti costosi sono scomparsi (un laptop, un drone), almeno tre spini pronti e mezzo sacchetto di marijuana risultano pure spariti (dal suo cassetto), bisogna assolutamente individuare Manolunga. E poi li chiamano in un condominio di Saint-Vincent, in un appartamento trovano il cadavere del vedovo ragioniere Romano Favre, 65 anni, in pensione da 7, prima lavorava al casinò, controllore di sala, da qualche tempo aveva ricominciato a frequentarlo. Lo hanno squarciato con due coltellate, una al fegato, l’altra alla giugulare, tanto sangue in giro. Trovano le chiavi sulla toppa interna della porta blindata, dentro un accendino bianco sul comodino e una fiche (di Sanremo) serrata fra le dita della mano destra del morto, spalancata la porta-finestra sul giardino. Le indagini piacciono a Rocco, però continua a non sentirsi in forma: gli amici sono distanti anche col cuore, Caterina lo ha tradito sul lavoro e negli affetti e ormai è a Roma, il giovane amico agente Italo Pierron è turbato (non solo per l’amata collega), la sua squadra ha molti altri punti deboli; inoltre, il famigerato Enzo Baiocchi è divenuto collaboratore di giustizia, sempre più protetto dalla magistratura alla quale consente arresti eccellenti nel mondo della droga, pur non avendo rinunciato all’idea di uccidere Rocco; e il casinò appare una fogna sotto tutti i punti di vista. Quello valdostano è pure stranamente in perdita, mentre raccoglie (come tutti gli altri) troppi ludopatici e qualche affare sporco. Non potrà finire lì.

Settimo romanzo della bella sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, seconda serie ora nell’autunno 2018). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa, al passato. I consueti personaggi pubblici fanno la loro funzionale figura: il questore Costa, il magistrato Baldi, i subalterni più o meno efficienti, i collaboratori come Gambino e Fumagalli. Il protagonista, invece, fa i conti con un dolore strutturale e con il ruolo formale, si è creato un proprio mondo nella testa, sofferente per la moglie morta oltre 7 anni prima a causa sua (con lei spesso dialoga) e per i sodali romani, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Comunque il ladro Brizio molto lo aiuta. E anche lui s’acconcia bene a furti contro i cattivi (il decalogo dei principi etici si trova a pagina 182), poi prende i casi sul personale, come sfide private, alla fine ricomincia da capo se non è soddisfatto. L’attenzione si concentra sulle varie forme della malattia del gioco (da cui il titolo): Italo perde a poker, tanti altri ai tavoli del casinò, è scientifico. Manzini, attraverso Rocco (che odia carte e cavalli), scandaglia: i tic del personale e dei giocatori incalliti, la mesta umanità perduta destinata a perdere ancora, l’imprescindibile necessità di curarsi. Rocco invecchia, soffre dolori alla colonna vertebrale, acquista continuamente Clarks nuove, fuma Camel, vive solo con la cagna Lupa (se non fosse per l’imberbe Gabriele!) ma ha come al solito molto successo con le donne (pare valga anche per Giallini, l’autore che lo interpreta, da prima) e, talora, per evitare problemi e sfogare rabbia, si limita a frequentare puttane. Rum e genepy, ovviamente, ma anche nebbiolo e Blanc de Morgex. Pink Floyd e David Bowie fanno gioire più generazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Detective Lady (XV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Ecco due gialli che hanno per protagonista una levatrice molto, ma molto in gamba. Si tratta di Omicidio a Gramercy Park e L’albero degli impiccati di Victoria Thompson, Classici Mondadori 2007. Partiamo dal primo.
“Edmund Blackwell, noto guaritore che si serve del magnetismo, viene ritrovato morto, apparentemente suicida. Come se questo non bastasse, sua moglie Letizia entra improvvisamente in travaglio. Sarah Brandt, levatrice, è convocata dal detective Frank Malloy proprio sulla scena del crimine: l’elegante casa del famoso guaritore. Il suicidio è in realtà omicidio e il neonato cade preda di un morbo misterioso. Affidandosi all’esperienza medica e all’intuito femminile, Sarah scopre la causa della malattia del piccolo Blackwell e svela uno scandalo che portano le ricerche di Malloy su una strada lastricata di avidità, frode e passione…”. Possibili indiziati la moglie Letizia, il figlio della prima moglie Edmund Blackwell, il padre di Letitia Maurice Symington, l’assistente del guaritore Amos Potter, il maestro di scuola (che si scoprirà amante di Letitia) Peter Dudley e l’immancabile maggiordomo Granger.
Veniamo al secondo “Si erge un albero infame nel bel mezzo di Washington Square, una tra le più antiche e celebri piazze di Manhattan. Il nome dice tutto: “l’albero degli impiccati”. Ed è proprio in quell’ombra sinistra che Sarah Brandt, levatrice per vocazione, investigatrice per necessità, si reca dopo avere ricevuto una lettera tanto formale quanto ingannevole. Nelson Ellsworth, austero scapolo, chiede il suo aiuto per quella che sembra una questione di cuore. Ma la vicenda si tramuta in delitto proprio sotto l’albero degli impiccati. E con l’aiuto del sergente Malloy, Sarah verrà a conoscenza di una verità allucinante e terribile”. Siamo alla fine dell’Ottocento.
Ed ora cerchiamo di tirare fuori qualche particolare interessante sulla nostra infermiera-detective Sarah Brandt: figlia di Felix Decker appartenente ad una famiglia di alta classe e discendente dai primi coloni olandesi, abita in Bank Street. Primo spunto “Era forte e resistente alla fatica, dopo i lunghi anni in cui aveva marciato a tutte le ore per le strade della città, affrettandosi per arrivare dov’era stata chiamata prima che un bambino vedesse la luce”. Avverte una “curiosa sensazione di piacere” nei confronti di Frank Malloy detective (vedovo) della polizia metropolitana di New York. Con lui molti battibecchi divertenti. Riguardosa e gentile. Tace e ascolta prima di parlare. Ma anche decisa, energica e furibonda all’occasione. Sa perfino urlare, dare schiaffi e maneggiare bene la scopa come arma di difesa. Un bel caratterino. Però anche tenera “Sarah le prese una mano stringendola fra le proprie”. Sempre pronta ad aguzzare le orecchie per ascoltare i discorsi degli altri. Attenta ai minimi particolari “A Sarah non sfuggì il fatto che la signora Fitzgerald avesse chiamato Blackwell con il nome di battesimo”. Ha occhi grandi e bellissimi. Vedova del medico Tom ironizza sui pettegolezzi “I vicini spettegoleranno comunque. Ma non preoccupatevi, la mia reputazione non corre nessun pericolo. Si domanderanno semplicemente se ci sposeremo presto”.
Ricordi teneri del marito Tom che scompaiono all’improvviso quando si trova sola con Frank Malloy vedovo (già detto) e con il figlio Brian che ha una grave malformazione a un piede. Citati vecchi che giocano a scacchi nel secondo libro pagina dieci (questo non importa niente a voi, ma a me sì. Una specie di promemoria dei gialli in cui compaiono gli scacchi).
Sa liberarsi degli importuni “Signor Prescott, se non uscite di qui nel giro di dieci secondi, esco sulla veranda di casa e comincio a strillare che siete venuto ad aggredirmi”. Con i giornalisti “Le bastò un minuto per liberarsi di loro e raggiungere la porta della signora Ellsworth, ancora un attimo ed era già dentro”. Spesso si chiude la porta alle spalle con un “tonfo” ed entra spavalda dappertutto. Se c’è bisogno si fa largo anche a gomitate. Talvolta furiosa anche con se stessa. Le piace la parte della città viva e pulsante “non quella dell’ordine e della tranquillità dei quartieri residenziali dove abitavano i suoi ricchissimi genitori”. Riesce a trattenersi per non rispondere male. Aveva desiderato figli con suo marito Tom ma non erano venuti e un nuovo matrimonio non rientra nei suoi piani. Nessuno può prendere il suo posto.
Ecco come la vede Frank “Gli piaceva il modo in cui la lampada traeva riflessi dorati dai suoi capelli biondi, e come si muoveva così sicura di sé e nello stesso tempo così piena di femminilità. Perché non c’era dubbio che fosse una gran bella figura di donna, che avrebbe riempito molto piacevolmente le braccia di un uomo. Oppure il suo letto”.
Giudizio drastico della signorina Stone “Una giovane donna non dovrebbe mai rimanere sola in compagnia di un giovanotto fino a quando non si sono fidanzati, e anche in questo caso… Ma le ragazze di oggi lo sa Dio cosa fanno!”.
I genitori non hanno approvato il suo matrimonio con il dottore Tom e non approvano l’amicizia con Malloy. La madre “Una donna non sposata, agli occhi del mondo, non potrà mai essere soltanto amica di un uomo sposato”.
Per Sarah nessuno merita la morte “A me non importa quello che Anna Blake ha fatto, ma non meritava di morire”. Ostinata. Lo dice la madre “Ormai non spero più di vederti sposata di nuovo. Il dottor Brandt dev’essere stato un uomo molto tollerante per essere riuscito a sopportare un carattere ostinato come il tuo”.
Mangia panino imbottito di formaggio e anche con la salsiccia. Soffre di emicrania. Ogni tanto momenti di trasporto verso Malloy e viceversa: “per un momento rimasero a fissarsi negli occhi, e Sarah credette di scorgere in quelli scuri di lui qualcosa che non aveva visto mai prima. Un desiderio struggente…”. Talvolta diventa rossa. Ma è anche intraprendente. Alla fine ci scappa un bacio (ho fatto un tifo pazzesco per questo) ma Malloy decide di fermarsi qui.
Gialli classici con storie ben costruite, soprattutto dialoghi dal ritmo serrato, prosa essenziale. Da leggere.

Molto tempo fa avevo scritto su “Sherlock Magazine” che il libro Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006, non mi era piaciuto. Per niente. Avevo deciso, quindi (saggezza dei meno giovani), di non parlarne. Lo avrei ripreso in mano con più calma in una occasione successiva. Mi sono ricreduto. Non c’è dubbio. Almeno in parte.
Contenuto (sintesi estrema): si tratta di un parto particolare per cui Molly deve partorire un bambino di Saz nel senso che questa dona il suo ovulo a Molly fecondato dallo sperma di Chris (un amico di colore, gay). Poi ci sono due ricerche condotte da Saz sui genitori naturali di Chris e su quelli (sempre naturali) di Patrick Sweeney, figlio adottivo di Gerald Freeman che, guarda caso, si trova in una fotografia relativa al battesimo di Chris. Saz, attraverso questa indagine, scopre che alla fine degli anni Sessanta esisteva un mercato di neonati venduti o regalati dopo avere fatto sapere alle madri che i loro figli erano morti. Non chiedetemi altro, per favore.
Protagonista Saz Martin: sempre in movimento, la vediamo all’inizio correre sotto la pioggia (in seguito verremo a sapere anche la lunghezza del percorso: cinque chilometri), far cadere le chiavi di casa e dire “Merda, cazzo, merda, vaffanculo, cazzo” che mi hanno fatto venire in mente le citate “variazioni”. Poi le cade anche il walkman con il quale sta ascoltando “i lamenti di Neil Young”. Poco più sotto e nella pagina successiva e in quella successiva ancora il solito ritornello sull’“arnese” di riproduzione maschile. Ormai un dato sicuro. Linguaggio diretto. Esplicito. Senza tante manfrine. Sul fisico si viene a sapere che ha gli addominali scolpiti “contro le vecchie cicatrici delle ustioni che coprivano i muscoli ben delineati, il corpo pronto a reagire, preparato a qualunque mazzata stesse per piombarle addosso”. Di più niente da fare per dichiarazione della stessa autrice che l’ha voluto lasciare di proposito nel vago. Un po’ nervosetta “Con una sberla spense la segreteria, furiosa con Molly che non le aveva lasciato un messaggio completo…”. Anche in seguito “Saz fece una smorfia e con un calcio mandò all’aria alcune pagine”. Mentre l’aspetta va su e giù per le stanze della sua casa, lava i piatti, mette a posto i vestiti sparpagliati sul pavimento, dà un morso ad una brioche, controlla l’orologio al muro e quello al polso, telefona. Vuole un bambino a tutti i costi. Si rende conto della importanza e “bizzarria” di questo evento. Per essere meglio preparata a svolgere il proprio ruolo di “componente non gravido della coppia” annota mentalmente di cercare un po’ di padri con cui parlare. Accetta il mondo com’è. Bevicchia (ironico). In un incontro tra lei, Marc e Chris arriva alla terza bottiglia di vino. E sputacchia (non ironico) nel bicchiere di vino. Molto rispettosa e sensibile verso la sua compagna “Stava sdraiata nel buio e nel silenzio, cercando in tutti i modi di non agitarsi e disturbare Molly, mentre aspettava che l’alcool bevuto quella sera facesse il suo effetto e le calmasse la mente irrequieta abbastanza da concederle un sonno ristoratore”. Oppure “Quando Saz entrò nel letto ormai dopo le due di notte si domandò se fosse giusto svegliare la sua compagna incinta per fare sesso nel bel mezzo della notte” ma desiste. Il suo amore per questa donna la porta ad un comportamento più maturo rispetto al passato “Quattro anni passati felicemente in coppia con Molly le avevano tolto qualsiasi desiderio di sperimentare le gioie di tirare l’alba girando per locali. L’idea di rivisitare la landa delle angosce esistenziali dei vent’anni popolata da una gioventù affamata di sesso, e di terminare la serata cercando di decifrare l’incoerenza delle proprie ciance da ubriaca, la riempiva di orrore che puzzava di vomito, con la colonna sonora di un tedio pericolosamente nostalgico”. Ciò che le piace è “Crollare sul pavimento accanto alla sua innamorata e guardare tv spazzatura, mangiare groviera caldo e squagliato sul pane nero di segale, con senape extraforte, e mezza barretta di appiccicosa cioccolata di caramello, bere una o due bottiglie di vino ghiacciato scelto con cura e poi farsi una bella dormita di otto ore”. Va beh, de gustibus con quel che segue. Però quando ci dà sotto ci dà sotto davvero di brutto tanto “da far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Ha una visione “personale” degli avvocati: “paranoici ultrapedanti” , “dei poveri fissati” felici di incontrare “un viso giovane e vivace” che avrebbe portato un po’ di aria fresca “nelle loro vite altrimenti polverose”. Ecco come viene giudicata dai “normali”. L’impiegato “Dopo avere parlato sottovoce al telefono, guardò verso Saz e inarcò le sopracciglia per esprimere quanto trovasse sorprendente che l’avessero anche solo fatta entrare nell’edificio, e ancora di più il fatto che la sua titolare l’avrebbe ricevuta”. Diretta, impulsiva. Spiccia, veloce nel fare le cose “In mezz’ora Saz si lavò, si vestì, lasciò un biglietto a Molly e prese un taxi per andare in città”. Poco portata per il mondo degli affari ma piuttosto informata su quelli scandalistici. Accenno alla sua infanzia disastrata “Non sapevo nulla quando avevo sedici anni, solo che odiavo i miei, odiavo mia sorella, e che sarei morta se non fossi andata a Londra nel giro di una settimana. E che nessuno mi avrebbe mai capita. O amata”. Quando si accorge di sbagliare cerca di porvi rimedio. Soprattutto nel rapporto con gli altri. Comunque sia riesce a risolvere alla svelta il problema dei rimorsi. Caffè forte e cioccolata amara Hobnobs (?). All’occorrenza una sniffata di coca innaffiata con una bottiglia di vino. Per quanto riguarda la religione qualche concetto le è rimasto per via di una sorella maggiore che “aveva attraversato una fase di conversione” piuttosto breve dopodiché se ne era andata via di casa. Resistente. Dopo essere stata picchiata selvaggiamente “In quei momenti sapeva che doveva cercare di restare sveglia, che non doveva permettere a quella che, senza dubbio, era una commozione cerebrale fortissima di trasformarsi in qualcosa di peggio, cazzo, capiva le motivazioni mediche per restare coscienti nonostante il dolore”.
Conclusione: una riflessione sul personaggio ed una sul libro. Saz è un personaggio interessante, un miscuglio di volontà, di tenacia, di spregiudicatezza, di amore, ricca di sentimenti delicati, di passione. Una “creatura” vera, viva. La sua forza sta probabilmente “nei suoi limiti come investigatrice”. Non ha lampi di genio, né le si accende la lampadina al momento giusto. Non anticipa gli eventi e talvolta li subisce. Per il resto, tenendo a bada il mio maledetto inconscio, ho ancora qualche dubbio. È vero, come ha scritto Carlo Oliva, che la nostra Stella Duffy ha uno spiccato interesse per le “situazioni familiari anomale, che è da sempre uno dei pilastri del giallo classico”, ma quando si esagera si esagera. Insomma, per dirla con un proverbio “Il troppo stroppia”. E qui si è stroppiato.