La Debicke e… La donna in rosso

Alex Beer
La donna in rosso
Edizioni e/o, 2019

Vienna 1920. L’Ispettore August Emmerich ha ottenuto il trasferimento per meriti speciali alla sezione Omicidi, ma è bollato dai colleghi come “storpio” per colpa della gamba ferita in guerra. Emmerich, seguito dal suo assistente Ferdinand Winter, con problemi al braccio per un incidente di qualche mese prima, è relegato dietro a una scrivania con mansioni poco più che da segretaria.
I due non possono che sfogarsi con pugni stretti e mugugni perché, nonostante il loro eccellente lavoro, sono tagliati fuori dall’importante indagine che coinvolge tutta la Omicidi. Il signor Richard Fürst, stimato uomo politico locale riformista, benvoluto dal popolo, è stato assassinato e tutti i funzionari di polizia sulla piazza, eccetto loro due, sono stati messi sotto pressione.
A tirarli fuori da dietro la scrivania sarà il vicecomandante delle forze di polizia Albrecht Gonka per invitarli a seguire il caso di Rita Haidrich. Rita Haidrich, bella e celebre attrice di cinema muto, ha fatto ricorso alla polizia perché ritiene che lei e tutta la mano d’opera della pellicola, attualmente in fase di lavorazione, siano minacciati da una oscura condanna che li perseguita. Probabilmente un caso inesistente, o per lo meno strano. Ma lei ha i suoi santi in paradiso e Gonka insiste. Emmerich nicchia, e infine accetterà solo in cambio di una concessione: se lui e Winter riusciranno a sbrogliare la faccenda, potranno indagare sull’omicidio del signor Fürst su cui è impegnato tutto il dipartimento.
Emmerich e Winter accompagnano Rita Heidrich e proprio sulla scena, durante le riprese, dopo un nuovo rumoroso incidente, l’ispettore riuscirà a scoprire alcuni altarini” e a “bloccare la strana maledizione ”.
In virtù del caloroso encomio dell’attrice otterrà finalmente l’autorizzazione a indagare con il suo assistente sull’omicidio del signor Furst. Ma hanno solo per 72 ore, perché secondo i colleghi della Omicidi il caso è già chiuso. Hanno scovato e arrestato infatti quello che ritengono l’assassino, ma secondo Emmerich le cose non sono così facili come sembrano. Intanto lui conosce personalmente il presunto colpevole e crede alla sua innocenza. E non sbaglia, perché la morte del consigliere Richard Furst potrebbe essere solo l’inizio di qualcosa di molto pericoloso… Ma non sarà una passeggiata confrontarsi contro il contorto marciume che sta dietro a un oscuro complotto e che potrebbe mettere in serio pericolo Emmerich e Winter, il suo giovane assistente…
La cornice ambientale di La donna in rosso rispecchia le reali condizioni in cui viveva allora la popolazione della capitale austriaca. Con l nobiltà impoverita e la miseria dilagante, i reduci di guerra, minati nel corpo e nello spirito, si muovevano traballando tra i cumuli di rovine affiancati allo splendore di pochi e il crudele contrasto con gli abbaglianti e sfacciati ori esibiti dell’industria cinematografica in grande ascesa. Senza considerare che una sorta di perverso fanatismo cominciava a fare da padrone.
Alex Beer insomma, regalandoci di nuovo la sua colta visione storica e architettonica di Vienna anni ‘20, riesce a ricreare l’atmosfera di una capitale decaduta, in bilico tra i vecchi fasti e le tragedie contemporanee, e se ne serve come fondale ma anche come protagonista della seconda indagine di Emmerich.
Prima dalla Prima Guerra Mondiale Vienna vantava numerose innovazioni sia in campo artistico e architettonico che in campo sociale, culturale e scientifico, e annoverava tra i suoi cittadini Arthur Schnitzler, Sigmund Freud e grandi pittori come Klimt e Schiele. E lo squallido pensionato maschile di Meldemannstrasse 27, dove l’autrice fa alloggiare il suo protagonista, esisteva già, anzi molto più tardi divenne tristemente famoso per aver ospitato Adolf Hiteler dal 1910 al 1913. Stavolta la parte narrativa dedicata alla ricostruzione storica, più misurata rispetto a quella di “Il secondo cavaliere”, regala alla trama di La donna in rosso un miglior connubio con la parte gialla. Utili e ben calibrati i piccoli flash back che aiutano il lettore a ritrovarsi anche se non ha letto la prima avventura dell’ispettore Emmerich.
La donna in rosso è un thriller intrigante con un appassionante scenario storico e un protagonista forte e, benché indebolito dalla sofferenza, allo stesso tempo profondamente umano e compassionevole. Un finale forse abbastanza prevedibile e che rimanda a certi gialli vintage, ma la trama ha sapore, buon ritmo e nel suo complesso la storia convince. La parte affetti del protagonista è una piaga aperta. Si potrà rimarginare? Chissà… Alla prossima, ispettore distrettuale capo A. Emmerich.

Alex Beer è lo pseudonimo di Daniela Larcher, nata a Bregenz in Austria, nel 1977. Ha studiato archeologia a Vienna dove vive. Il secondo cavaliere, suo primo romanzo, è stato un bestseller in Austria e Germania con la Penguin Random House ed è stato tradotto in molti altri paesi. La donna in rosso è il secondo romanzo con protagonista l’ispettore Emmerich.

Questione di chimica (Le brevi di Valerio 315)

Mai Thi Nguyen-Kim
Questione di chimica. Dentifricio, smartphone, caffè, sonno, amore… perché la chimica spiega davvero tutto
Sonzogno Venezia, 2019 (orig. 2019)
Traduzione dal tedesco Marina Pugliano e Valentina Tortelli
Illustrazioni di Claire Lenkova

Divulgazione scientifica

Tavola periodica degli elementi. Da prima. La bravissima scienziata chimica e divulgatrice scientifica Mai Thi Nguyen-Kim (Heppenheim, 1987) è nata e cresciuta in Germania da genitori vietnamiti, il padre chimico e cuoco sopraffino (le due cose marciano quasi sempre insieme), la mamma (cui il libro è dedicato) a casa a coccolarla, spronarla e motivarla insieme al fratello (chimico). Dopo il dottorato a Harvard ha continuato a ricercare, iniziando pure ad aprire in parallelo vari canali YouTube e a presentare programmi televisivi per comunicare la scienza, riuscendovi alla grande.
Nel godibile colto esordio letterario Questione di chimica mostra con meticolosa simpatia la sua meravigliosa scienza, affrontando e spiegando spaccati di vita quotidiana: disturbi ossessivi, dentifrici, fumo, molecole naturalmente caotiche (anche nelle nostre stanze), cibi, alcol e liquidi, odori, sapori, umori, impossibilità e probabilità delle nostre opinioni e scelte, passione per l’obiettività.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il coltello (Le gialle di Valerio 213)

Jo Nesbø
Il coltello
Einaudi, 2019 (orig. 2019)
Traduzione di Eva Kampmann
Giallo Noir

Oslo. Marzo 2018. Il vecchio padre della moglie del gestore di Simensen Jakt & Fiske ha avuto un ictus e passa ore davanti allo schermo che proietta le immagini della telecamera subacquea installata nel fiume davanti alla scala dei salmoni. Capisce ancora qualcosa ma non parla più e il genero non si accorge che si è appena spaventato, in diretta ha visto Harry Hole affondare a bordo di un’auto con l’abitacolo pieno di acqua fin quasi al soffitto. Il vecchio peraltro non ne conosce il nome, però ricorda che era stato da poco loro cliente per comprare prima uno poi un altro rilevatore di selvaggina. Allo scopo di capire come il quasi cinquantenne Harry sia finito lì e se ne uscirà, bisogna fare un salto indietro di qualche giorno. Poche settimane prima l’amata moglie Rakel si era trovata a dover nuovamente cacciare Harry dalla villa di tronchi a Holmenkollen, aveva scoperto qualcosa che non le era piaciuto proprio, poi lui aveva ripreso a ubriacarsi e azzuffarsi con tutti, di nuovo colpito dalla strutturale instabilità emotiva, svenduto il bar, precario nel lavoro come semplice agente all’Anticrimine. Inoltre sembra a ragione molto preoccupato perché il 77enne Svein “il Fidanzato” Finne è uscito di prigione, ricominciando a stuprare donne e a dargli la caccia. Vi sono tre omicidi irrisolti e non gli assegnano l’indagine, costringendolo a seguire un uxoricidio in cui il marito ha pure subito confessato (anche se… e lui scopre d’intuito il vero colpevole!). Poi Rakel viene uccisa, sia Harry che Finne hanno un alibi, tuttavia da subito risulta evidente il molto che non torna: lei conosceva chi l’ha accoltellata, tutti i possibili ingressi sono chiusi dall’interno, i vestiti di Harry sono pieni di sangue quando si risveglia dall’ubriacatura. C’è forse abbastanza da suicidarsi.

Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre) scrive da oltre venti anni ottimi lunghi romanzi della serie HH, enorme costante successo mondiale, questo è il dodicesimo, ormai siamo tutti tragici holeomani. L’autore narra ancora in terza varia e mossa al passato, talora sullo stupratore assassino seriale. È un grande noir sull’amore struggente e sul miscuglio con l’odio, talora lucido. L’affinata terza persona consente garbati espedienti letterari, invertendo spesso a sorpresa (e ad arte) l’attribuzione della suspense sulla scena, con coltelli sempre in primo piano (da cui il titolo) e flash sul passato. Harry resta il leggendario poliziotto che conosciamo, stanare i criminali cattivi è la sua unica implacabile missione, alto 1 e 93, magro e largo di spalle, capelli corti dritti biondi spruzzati di grigio e iridi azzurre, pallido esausto sincero altezzoso individualista, enorme cicatrice fra bocca a orecchio, medio della sinistra troncato. Aveva incontrato Rakel quindici anni prima, si sono consumati un lungo vero grande amore, suggellato da un appassionato matrimonio quattro anni prima; nessuno aveva mai visto due così profondamente e drammaticamente innamorati. Non gli sono mancate altre storie, il bel macho tenebroso attrae ovviamente quasi tutte, qui la medico legale Alexandra, l’esperta di diritti umani Kaja, la capa Katrine, ciascuna lo induce ad approfondire una pista credibile (e potenzialmente terribile) verso la verità; nel cuore mantiene soprattutto Oleg, il figlio di Rakel, intelligente serio ex tossicodipendente, suo allievo e “figlio”, 23enne, alto 1 e 90 con un ciuffo nero (del padre russo che pure aveva un problema di alcol). La vita semplice è quella compressa nelle domande binarie, come bere o non bere. La complicazione arriva anche quando ci si sente responsabili della vita (e della morte) di altri, tanto più che molti nascondono istinti omicidi. Segnalo il ping-pong fra soldati a pag. 295. La chiave del delitto sta nella musica e in una specifica canzone, pur se tutto è cosparso di ottima colonna sonora.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un calcio al razzismo (Le brevi di Valerio 314)

Massimiliano Castellani e Adam Smulevich
Un calcio al razzismo. 20 lezioni contro l’odio
Giuntina Firenze, 2019
Etica sportiva

Campi di calcio. Dalle leggi fasciste ai nostri giorni. Primo Levi raccontò la partita fra la formazione delle SS e quella di un gruppo di deportati, per la maggioranza ebrei, una squadra speciale, i Sonderkommando, non l’unico risultato architettato a sorpresa. Si tratta di uno dei venti episodi narrati da due bravi giornalisti Massimiliano Castellani (Spoleto, 1969) e Adam Smulevich (Bagno a Ripoli, 1985). Un calcio al razzismo racconta come il veleno dell’antisemitismo, una delle più tragiche tipologie di razzismo, si sia diffuso verso tanti altri, considerati calciatori “diversi” non solo dai tifosi. Le storie brevi e chiare sono raggruppate sotto sei differenti titoli: bel Danubio blu (i maestri ungheresi epurati dal regime), il calcio nel lager, in campo per la vita (con leggendario derby di Sarnano), la rinascita (con la vera coscienza di Zeman), il segno ebraico (con l’invenzione del Totocalcio), le ferite aperte (nonostante il mitico Thuram e la sua cultura contro l’odio).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’isola delle anime (Le gialle di Valerio 212)

Piergiorgio Pulixi
L’isola delle anime
Rizzoli Milano, 2019
Noir

Sardegna. Autunno 2016. Nell’estate 2017 l’ispettrice Eva Croce torna al santuario nuragico di Santa Vittoria e ripercorre gli eventi connessi all’indagine sull’omicidio di Dolores Murgia portata avanti meno di un anno prima insieme a quattro colleghi, ormai persi. Lei, occhi cerulei e carnagione diafana, lentiggini sul viso e piercing al naso, era arrivata a Cagliari come investigatrice specializzata in sette e delitti rituali, in forza presso l’Unità delitti insoluti del Servizio centrale operativo, l’élite della Polizia, già con stato di servizio di prim’ordine nonostante la giovane età, trasferitasi dopo un buon lavoro a Milano, da dove era scappata in seguito a una drammatica vicenda personale (e a un lungo congedo per malattia), non prima di aver colorato con tinta nera i bei capelli rossi. Deve coadiuvare l’attività della neonata e sperimentale Sezione delitti insoluti della Omicidi promossa dal bravo commissario capo Giacomo Farci. Sono solo in due, ha accanto l’ispettrice capo Mara Rais, capelli biondi e occhi celesti, intelligente e scorbutica, sempre elegante e sboccata, separata da un ricco potente penalista, convivente con la figlia studentessa tornata a dormire nel lettone con la madre, in rotta con il questore per ragioni anche personali. Affibbiano loro trenta delitti irrisolti, faldoni da spulciare nello stanzino del polveroso umido archivio, come fossero entrambe in punizione. La scomparsa e poi il tragico ritrovamento di Dolores Murgia nei dintorni di Carbonia le rimettono in pista. L’anziano ispettore capo Moreno Barrali è malato di tumore e demenza (gli restano pochissimi mesi di vita) ma è convinto che le modalità dell’omicidio richiamino due efferati delitti del passato, la prima vittima risale al 1975, la seconda al 1986, pure allora uccise la notte de sa die de sos mortos, la notte dei morti o delle anime, fra 1 e 2 novembre. Nessuna identificazione, né rivendicazione; zero testimoni, zero sospetti. Maschere e richiami relativi a sacrifici di vestali per propiziare divinità. Mistero.

L’autore e sceneggiatore Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) negli ultimi dieci anni si è sempre più affermato con acume e coraggio come uno dei più bravi scrittori italiani sulla scena letteraria europea. Dopo aver partecipato giovanissimo al Collettivo Sabot (animato da Massimo Carlotto), dopo la tumultuosa quadrilogia sul corrotto Mazzeo (nel nordest), dopo altre prove interessanti (e premiate) hard-boiled, spy-story, giallo, noir e thriller, ambientate a Milano e nella ricca Lombardia, torna ora con straordinaria efficacia nella natia mitica Sardegna. La narrazione è in terza varia su due differenti campi di battaglia che corrono paralleli: da una parte i vari investigatori (con rari brevi intermezzi su Dolores intrappolata e ferita), dall’altra parte i Ladu nella Barbagia superiore (la Valle delle anime dell’entroterra sardo), una rispettata stirpe di uomini violenti, selvatici, imprevedibili come belve, che hanno sempre preservato uno stile di vita antiquato, quasi primitivo, estraneo al consesso civile, pur con qualche inevitabile incrocio. Il titolo richiama i continui riferimenti interdisciplinari alle anime, come elemento unificante dell’intera isola. Frequenti le accurate descrizioni della Sardegna dal Neolitico (ovviamente non dal Paleolitico), presunti indigeni e protosardi, nuragici e neonuragici infervorati per la Nuraxia, una pseudoreligione, con al seguito potenti e acculturati (inconsapevoli del nostro essere tutti meticci), fra circoli megalitici e pozzi sacri, siti archeologici e riti carnevaleschi, messinscene e truffe. Pure nel capoluogo molti rimarchevoli luoghi da visitare, Iron Sky come sottofondo o altro. Dialetti e specialità dell’Ogliastra. Il rosso carignano del Sulsis, fil’ e ferru per chiudere alla grande.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Giallo italiano (Le brevi di Valerio 313)

Loris Rambelli
Giallo italiano. Ezio D’Errico direttore di «Crimen»
Unicopli Milano, 2019
Letteratura

Roma. 1946-1952. Ezio d’Errico (Agrigento, 1892 – Roma, 1972) è stato un grande scrittore italiano, giornalista poeta sceneggiatore drammaturgo autore radiofonico, anche disegnatore grafico pittore. Nato in Sicilia, spesso poi al seguito del padre militare di carriera, si era dedicato molto e bene al poliziesco fra 1936 e 1941, vivendo a Torino e (poco) a Parigi prima di trasferirsi nella capitale a fine 1942. Nel 1945 era nata la rivista “Crimen”, d’Errico ne assunse la direzione da ottobre 1946 a marzo 1952 come “settimanale di criminologia e polizia scientifica”: servizi sull’attualità della cronaca nera, ricostruzioni storiche (come il delitto Matteotti), casi giudiziari clamorosi, inchieste sulle condizioni dei carcerati o la prostituzione, numeri speciali tematici.
In Giallo italiano l’esperto studioso Loris Rambelli (San Bernardino di Lugo, 1948) racconta la vicenda politica e umana di D’Errico nel primo dopoguerra romano con garbo e precisione. E ricchissima documentazione.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chi siamo e come siamo arrivati fin qui (Le varie di Valerio 104)

David Reich
Chi siamo e come siamo arrivati fin qui. Il DNA antico e la nuova scienza del passato dell’umanità
Raffaello Cortina, 2019 (orig. 2018)
Traduzione di Giancarlo Carlotti
Scienza, genetica

Vita umana. Dal principio. Grazie alla possibilità di estrarre il DNA dalle ossa antiche ormai sappiamo che le persone che vivono oggi in un qualsiasi dato posto non discendono esclusivamente da coloro che vivevano nello stesso posto nel lontano passato. Le popolazioni hanno avuto un ricambio continuo, la mescolanza di gruppi estremamente differenziati è stata un fenomeno ricorrente, le popolazioni a noi contemporanee sono una miscela di quelle passate, che erano miscele a loro volta. Oggi tutti i circa 7,7 miliardi di sapiens siamo figli di mescolanze e migrazioni, io direi meticci. Fatta salva una più remota comune origine africana (comunque non pura), certo la formazione dell’attuale popolazione dell’Eurasia è stata favorita dalla diffusione dei produttori di cibo. Sia in Asia che in Europa una massiva migrazione di agricoltori dall’Oriente di 9000 anni fa si mescolò ai cacciatori-raccoglitori, dopodiché una seconda migrazione dalle steppe euroasiatiche di 5000 anni fa portò un diverso tipo di DNA e probabilmente anche le lingue indoeuropee. Le stesse popolazioni nativo-americane precedenti all’arrivo degli europei avevano un corredo genetico proveniente da plurime importanti ondate migratorie dall’Asia. L’ascendenza est-asiatica deriva dalle grandi diaspore delle popolazioni provenienti dal cuore agricolo della Cina. Ovunque e sempre hanno avuto luogo immense mescolanze di gruppi diversi, travolgenti sostituzioni ed espansioni demografiche, e anche scissioni e spaccature che non seguono la falsariga delle odierne differenze. La spiegazione su come siamo diventati ciò che siamo oggi va basata sulle migrazioni e sulle mescolanze del passato, possibilmente iniziando a studiare il genoma dei sapiens vissuti oltre 160.000 anni fa e ricordando sempre che le datazioni genetiche sono approssimative a causa dell’incertezza sul reale ritmo delle mutazioni umane.

Un grande scienziato italiano, Luigi Luca Cavalli-Sforza (1922-2018) ha fondato gli studi genetici sul nostro passato. Fra i suoi studenti e allievi vi fu David Reich (Washington, 1974), nato e cresciuto in una colta famiglia americana ebrea, oggi docente di genetica a Harvard. Reich ritiene che molte delle asserzioni del suo maestro si siano successivamente rivelate imprecise o errate, ma essenziale e imprescindibile fu e resta l’idea di integrare gli studi di archeologia, linguistica e storia, per ricostruire le grandi migrazioni del passato basandosi sulle differenze genetiche delle popolazioni odierne. Il laboratorio di Reich è ora uno dei più rinomati al mondo per le ricerche sul DNA antico, avendo innovato molto per tecnologia, metodiche, modelli, costi; dopo decine di saggi scientifici pubblicati soprattutto durante l’ultimo decennio, nel 2018 l’autore ha riassunto i più significativi risultati delle ricerche proprie e di altri rispetto all’origine delle specie umane e soprattutto di noi sapiens. Interessantissimo. Il libro è diviso in tre parti, nella prima (“la storia profonda della nostra specie”) spiega che il genoma umano non fornisce solo tutte le informazioni necessarie all’ovulo fecondato per svilupparsi, ma contiene anche dati abbastanza certi su dove e con chi evolvemmo nella notte dei tempi. La seconda parte (“come siamo arrivati dove ci troviamo oggi”) fa il giro di tutti i continenti del Pianeta mostrando con date e percorsi come sempre e comunque le popolazioni umane sono state connesse, in Africa come in Eurasia, in Australia come nelle Americhe, mai isolatesi del tutto, nessuna esistente in forma non mista, talora alcune in contatto con altre che non esistono più ma che hanno lasciato tracce. La terza parte (“il genoma rivoluzionario”) spiega che gli studi del DNA antico hanno svelato anche la storia millenaria della disparità di potere sociale tra le varie popolazioni, tra i sessi e tra gli individui. Molte chiare figure e illustrazioni, ricche note bibliografiche, ottimo indice analitico. Ribadito giustamente che la mescolanza è nella natura umana e che nessuna popolazione è, né può essere, pura, non sempre risultano convincenti quelle riflessioni finali sul fatto che nessuno conosca ancora la verità sulle vere differenze tra popolazioni codificate nei geni (e sembrano quasi alludere a una terza via tra razzismo e antirazzismo); l’esigenza di lasciare libera la ricerca è del tutto condivisibile, ma le argomentazioni appaiono meno approfondite, talvolta superficiali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito (Le brevi di Valerio 312)

Marco Follini
Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito
Sellerio Palermo, 2019
Storia

Italia. 900. Giuseppe Marco Follini (Roma, 1954) inizia il garbato racconto del suo partito sottolineando che fu poco capace di raccontarsi. “Non ci siamo mai saputi raccontare… La storia politica più lunga della Repubblica non aveva l’ambizione di essere avvincente… Per quasi cinquant’anni – per la precisione dall’aprile 1945 al gennaio 1994 – la Democrazia Cristiana era stato il partito-guida della politica italiana… Ai tempi del nostro primato noi democristiani scrivevamo poco, e non troppo volentieri… I nostri padri avevano scelto un simbolo evocativo. Lo scudo crociato. Richiamava la battaglia dei comuni italiani contro Federico Barbarossa, combattuta a Legnano nel lontanissimo 1176… Eravamo dei tipi poco fantasiosi e per niente avventurosi… Il potere, finché è durato, ha contato per noi molto più delle parole.”
Così lo descrive: cristiano, bacchettone, impersonale, quotidiano, di potere, mamma, diga, eterno (e precario), “impolitico”, incompiuto, misterioso. Utile indice dei nomi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Sotto un cielo cremisi (Le brevi di Valerio 311)

Joe R. Lansdale
Sotto un cielo cremisi
Einaudi Torino, 2019
(Originale Vanilla Ride, 2009; prima ed. it. Fanucci, 2009)
Traduzione di Andrea Mattacheo
Noir

LaBorde e Camp Rapture. Una decina d’anni fa. Hap è guduriosamente a letto con Brett ma alle 11 di sera Leonard bussa alla loro porta, accompagnato dal caro ex poliziotto Marvin Hanson. Dopo aver degustato i soliti latte e biscotti viene fuori la storia; la 18enne figlia della figlia di Marvin fa la troietta, sta con un 25enne che la mena, spaccia insieme a lui. Dovrebbero convincerla a tornare a casa, ma il giro è più brutto del previsto; grandi gang e Dixie Mafia; alligatore gigante e magnifica killer a pagamento, Vanilla appunto; sparatorie pericolose e botte da orbi; ci sono pure i federali a tirar trappole, sarà dura.
Sotto un cielo cremisi è il settimo romanzo dell’eccelsa divertente serie noir hard-boiled Hap&Leonard di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951); l’editore torinese la presenta in prima battuta solo dal 2015 e sta ottimamente ripubblicando i precedenti. Il titolo italiano consente di ricordare sia il rosso vivo sia il 50enario di In the Court of the Crimson King!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La lista nera

Harald Gilbers
La lista nera. L’ex commissario Oppenheimer e la resa dei conti
Emons, 2019

Torna in libreria Harald Gilbers, autore tedesco poco noto in Italia, forse perché scrive di argomenti ostici a chi non ha ricordi diretti e magari pensa che quei ricordi sarebbero da scordare.
I suoi romanzi, che inquadrano fedelmente l’agghiacciante periodo dell’Era Nazista tedesca, della sua fine e dell’immediato dopo, come questo, sono accurati gialli storici che dovrebbero far riflettere e magari servire da indispensabile ripasso a chi volesse informarsi davvero. Sissignori, perché Harald Gilbers, senza dare lezioni o spendere giudizi, narra senza fronzoli ciò che accadde allora e lascia al lettore il compito di valutare. Lui non esprime condanne, si limita a ritrarre quello che fu lo scenario in Germania, la supina accettazione e l’ottuso servilismo di un popolo che per anni, dopo essersi lasciato affascinare dalle grida, dai proclami di una mostruosa dittatura, con inaudite complicità politiche anche internazionali, ha calpestato tutti i diritti umani. Una dittatura che, indorata dal potere, aveva avviluppato i cervelli e le coscienze di troppi tedeschi, plagiandoli e costringendoli a chiudere bocca, occhi e orecchie. Fino a doversi risvegliare, quelli che sopravvissero, in un mondo in preda alla fame e alle rovine.
Dicembre 1946. L’inverno, che ha aggredito le strade con neve e ghiaccio, si annuncia già come il più freddo del secolo. Ciò nonostante a Berlino, pur divisa in ben quattro settori (americano, inglese, francese e russo), comincia lentamente la ricostruzione. Stanno riaprendo in sedi improvvisate teatri e cinema, ma purtroppo le tessere distribuite tra la popolazione non garantiscono la sopravvivenza quotidiana. Viveri e soprattutto combustibile scarseggiano, costringendo la gente ad ammassarsi nei pochi locali che si riescono a scaldare, ma non basta: con le tubature gelate anche l’acqua manca. Bisogna andarla a prendere alle poche pompe in funzione. Tra ammassi di macerie, che servono da magro rifugio a pochi disgraziati, e muri pericolanti, l’unica cosa che prospera nella città martoriata è il mercato nero. Si vende e si compra di tutto, tutto ha un possibile mercato.
Per tenersi lontano dalle quotidiane scaramucce ideologiche (o peggio) tra Alleati, l’ex commissario Richard Oppenheimer, ebreo scampato al campo di concentramento solo per aver sposato una donna di razza ariana, ma che aveva dovuto rinunciare al suo incarico di poliziotto, non è ancora tornato in servizio attivo e, seduto a una scrivania dell’Ufficio Ricerche, smista tranquillamente le schede delle persone scomparse.
A costringerlo a rimettersi in pista sarà il colonnello sovietico Aksakov, ufficiale del N.K.V.D. per il quale mesi prima ha risolto un difficile caso, che lo arruola per indagare su un brutale omicidio e scagionare un funzionario comunista arrestato dalla polizia vicino al cadavere. Il corpo nudo di un uomo anziano infatti, con gambe e braccia coperte di scritte con nomi, è stato ritrovato dietro ai bidoni della spazzatura di un edificio tra la Hermannstrasse e Neukolln fuori dalla zona sovietica. In bocca al morto i resti carbonizzati di un foglio. Un lista nera?
Il morto si chiama Orminski. Ma il ritrovamento del cadavere fa parte di un diabolico piano accuratamente premeditato, iniziato mesi prima, che ha già ucciso. Orminski non è la prima vittima e l’ex commissario Oppenheimer, in veste di specialista, dovrà rintracciare il vendicativo fil rouge che collega una serie di delitti con identiche stimmate (tutti i corpi avevano gli stessi nomi scritti con inchiostro nero) strettamente collegati agli orrori di un campo di concentramento.
Muoversi e avere i documenti necessari per circolare o addirittura uscire di casa non è facile. Tuttavia questo problema non ha bloccato un uomo furbo, intriso di sete di vendetta, che intende andare avanti fino a quando non l’avrà completata. Toccherà all’ex commissario Oppenheimer, con l’aiuto del’ispettore Billhardt e dei suoi assistenti Wenzel e Reinmann, il difficile compito di provare a fermarlo.
Romanzo bello e coinvolgente, che ci rimanda indietro nel tempo, tra le rovine di una Berlino semi paralizzata dal freddo, a seguire Oppenheimer che macina chilometri in sella alla sua preziosa bicicletta, nei suoi rischiosi appuntamenti e nei pochi e intensi momenti di vita domestica vissuti nella difficile quotidianità di allora. Un dopoguerra berlinese diverso, peggiore che in ogni altro paese occidentale. La guerra fredda è alle porte e negli anni successivi Berlino diventerà sempre più zona bollente, culla di loschi affari e astrusi complotti internazionali.
Confidiamo nel ritorno di Oppenheimer in un prossimo libro di Gilbers. Lui ormai, nonostante la pesante influenza sovietica, pensa di tornare in polizia a fare il suo lavoro, quello che, come dice sua moglie: «Tanto ti sei già rimesso a fare l’ispettore…» Perché il suo destino è quello di ripartire da capo, avvalendosi del suo straordinario talento e del suo famoso intuito, per sbrogliare altri delitti.
L’ex commissario Oppenheimer è protagonista di altri tre precedenti romanzi di Harald Gilbers, Berlino 1944, I figli di Odino e Atto finale, sempre editi da Emons Edizioni.

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.