La Debicke e… La scrittrice del mistero

La scrittrice del mistero
di Alice Basso
Garzanti, 2018

Come descrivereste, voi, Alice Basso, esperta mamma di Vani Sarca? Se diceste intelligente, intuitiva, eccentrica, incorreggibile dissacrante fonte di battute a fuoco d’artificio e pozzo infinito dell’humour, mi trovereste completamente d’accordo. Anzi con questo suo ultimo libro direi che Alice Basso si è anche divertita ad alzare il tiro e, con l’abilità di una giocoliera da circo, ha regalato a tutti i personaggi una marcia in più sulla strada della vis comica. Non sbaglia affatto il commissario Berganza, ormai smascherato come ufficiale e ben accetto corteggiatore della “nostra eroina”, quando dichiara: «È così che funziona con te, Vani? Uno crede di stare con una defilata, solitaria ghostwriter che passa la sua esistenza a scribacchiare davanti a un computer, e invece si ritrova bombardato da colpi di scena come in un incrocio fra Goldfinger e Peyton Place? Perché a me va benissimo, eh. Basta saperlo. Ho una certa età, devo arrivarci preparato, agli shock.» Si ride, si ride di nuovo e si apprezzano con piacere le battute e, stavolta, quasi a ogni pagina persino colpi di scena. Come Alice Basso sia arrivata a concepire il profilo isterico/trumpiano di Henry Dark mi ricolma di rispettosa ammirazione, con il capo e datore di lavoro di Vani Sarca, Enrico Fuschi boss delle Edizioni Erica, che si esalta nella sua scia americaneggiante. La squadra poi dei poliziotti “pulcini” di Berganza è sicuramente dotata di una grossa marcia in più. Ma stavolta la nostra Vani non sembra più troppo asociale e un tocchetto di rosa noir migliora, ancora se possibile, la pietanza già raffinata che ci viene proposta. L’ingresso dell’insopportabile sorella Lara, costellata di flash back da sbellicarsi, si trasforma in un nuovo atout. La cuoca ereditiera Irma fa sempre la sua bella figura e persino la quindicenne Morgana si fa in quattro sbattendo gli occhioni bistrati. Insomma una bella rimpatriata con qualche punto in più, tra cui bisogna citare, non ultimo, il fascino e l’affettuoso e sano pragmatismo del saggio commissario Romeo Berganza.
E comunque ecco di nuovo a beneficio dei lettori Vani Sarca in La scrittrice del mistero e la sua nuova avventura, quarto romanzo di un’indovinata serie di genere… imprecisato. Direi “genere cocktail” con tocchi cromatici che virano al giallo, ma se si va a guardare le regole degli anni Trenta, senza le stigmate del giallo classico, facevamo già cenno almeno in questa puntata (pardon romanzo) a qualche tocchetto rosa, ma con la minacciosa ombra del nero che tenta di farsi strada con aggiunta, che non guasta a mo’ di angostura, di sfumatura psicologica. Et voila il mixer, il tutto poi sublimato dagli irrinunciabili toni e battute di un irriverente spirito, spesso iperbolico, che funziona alla grande. Il lettore in realtà io credo sia sedotto, più che dalla trama, dalla frizzante atmosfera della storia e va avanti, crogiolandosi nei suasivi ed esilaranti lacci della prosa dell’autrice. Un mondo tuttavia che trascende dal divertimento puro e semplice perché il mondo di Alice Basso è sempre pieno di idee e denso di input intellettivi e suggestivi con riferimenti letterari che fanno presa. In La scrittrice del mistero Vani Sarca, la sua e nostra eroina, si troverà tra capo e collo tante, troppe complicazioni: la stesura di un nuovo libro, un best thriller su commissione, la soluzione di un minaccioso pasticcio che coinvolge l’ex fidanzato Riccardo Santi, alcuni problemi più o meno seri collegati a suoi cari, famiglia e amici e una finestra che si sta aprendo sul suo futuro… Ma ora basta spoilerare, ho già detto troppo. Se ne volete sapere di più andatevelo a leggere. Io mi tappo la bocca, la palla passa a voi. Che ho detto? Avanti, marsh!

La clinica Riposo & Pace (Le gialle di Valerio 158)

Francesco Recami
La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2
Sellerio, 2018
Noir

Il borghetto. Ieri. C’era una volta l’elegante seicentesca Villa Riposo & Pace sulle amene colline preappenniniche, in mezzo a cipressi e olivi, dove si portavano parenti a morire in fretta. Fungeva da costosissima casa di riposo per anziani non autosufficienti, consistente di tre bei corpi separati per tutte le esigenze. Onerosa inopinabile caparra; costi altissimi pur con permanenze tendenzialmente brevi; sperimentata garanzia di efficienza e riservatezza sotto la guida del Professore; ristorante stellato a chilometro zero e resort di lusso con piscina per parenti e conoscenti dei ricoverati. Poi venne il momento di un grave guaio: vi fu condotto dalla nipote cinquantenne Mikaela accompagnata dall’elegante marito Roberto l’85enne Alfio Pallini, grande e grosso, un metro e novanta per 120 chili, braccia e dita da fabbro, in permanente contatto con l’amico e alter ego Ulrich. Soffriva di sindrome degenerativa su base circolatoria, demenza senile in stato avanzato (delirio, mania di persecuzione, marcata aggressività), era già in terapia con farmaci antipsicotici atipici come la quetiapina. Venne messo nella stanza numero 9 al secondo piano, quella dei “moribundi in pocha semana” (secondo l’inserviente di colore), due letti, il vicino era appena morto, subito sostituito da un altro, Valerio. Alfio faceva sempre attenzione a fingere di dormire, ascoltando tutto; a farsi imboccare le pasticche, gettandole invece di nascosto appena rimasto solo (o conservandole alla bisogna); a gestire con furbizia quiz cognitivi, pet therapy, musicoterapia e pure suor Andrea. Forse cercheranno di ucciderlo in vari (scientifici) modi. E il rompicoglioni dovrà adottare vari (fantasiosi) piani d’azione e di fuga.

Il meticoloso divertente scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956), noto soprattutto per romanzi e racconti dedicati ai condomini di una casa di ringhiera a Milano, continua la nuova serie toscana (per ora) di favole (incubi) noir, in terza quasi fissa sul resistente maschio. Pare proprio di esserci già stati in un posto così, nella clinica del titolo, di aver ascoltato anche noi quelle conversazioni fra geriatri e medici, fra colleghe infermiere o colleghi guardiani, fra chi vi lavora e i parenti di chi ne usufruisce. Il dolore, la fatica, il residuo pensiero nelle malattie dei vecchi; il mercato applicato alla salute e ai farmaci; la cinica (inevitabile?) commedia nell’evoluzione delle relazioni affettive; i confini della legalità nel trattamento dei corpi e della medicina. La formula è ancora di ironica drammaturgia: la stanza fatidica è al centro praticamente di tutte le 26 scene, distinte in quattro atti: esposizione, complicazione, peripezie e climax, catastrofe. I dialoghi sono tanti, gergali, tipici di ospedali italiani, non solo quel gergo ma anche i cento cocktail di medicine, più o meno “utili” a seconda degli obiettivi. Non solo umani: i gatti sono tantissimi, Aristide soffre proprio di diabete, costano enormemente i croccantini senza carboidrati e l’insulina non la passano per gli animali. Niente alcol in corsia. Uno dei vicini di letto canta di continuo “Un ragazzo di strada” dei Corvi, un tic: “Io sono quel che sono… la gente ride di me… Vivo ai margini della città… una ragazza come te… Sono un poco di buono… lasciami in pace perché…”. Ottima ossessiva terapia musicale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… L’angelo del mare fangoso

L’angelo del mare fangoso
di Riccardo Tiraboschi
E/O, 2018

L’angelo del mare fangoso, ambientato a Venetia nel 1119 d.c. – terzo volume del ciclo noir di Tiraboschi (dopo La pietra per gli occhi. Venetia 1106 d.C. e La bottega dello speziale. Venetia 1118 d.C.) – conclude il primo atto della saga in tre volumi sulle origini medievali di Venezia. Tornano i personaggi che abbiamo già conosciuto nei precedenti romanzi: lo scriba Edgardo, la schiava Kallis, il medico magister Abella, il mercante Magdalena Grimani, lo speziale Sabbatai e il fiolario Tataro. Ma in L’angelo del mare fangoso le principali protagoniste sono Kallis, Magdalena e Abella, tre donne molto diverse fra loro, ma che fanno parte della borghesia emergente e che, grazie al loro grado, sono alla ricerca di spazio in un mondo dominato dal potere maschile. Con loro tornano le stupende immagini parlanti della città e le maestose e struggenti descrizioni lagunari che Tiraboschi ruba al medioevo per rendercele vicine, quasi palpabili. Un città, una Venezia ancora a divenire, una Venezia inedita, fatta di fango e di paludi, ben lontana dalla iconografia classica della Serenissima a cui siamo più abituati; una città desiderosa “di rubare terra alle acque e di edificare sul nulla”. Un ricettacolo di miasmi e miseria, in certe zone, sestieri o calli ma che può riscattarsi nei giardini e nelle dimore signorile, in un’antica cornice fatta di colori, profumi e incanto. Ma lasciamo lo scenario e torniamo alla trama. Dicevamo che siamo a Venezia nell’anno 1119 d.C. e abbiamo tre personaggi femminili con tre storie importanti. Cominciamo da Kallis, che nel timore della giustizia nasconde il suo volto dietro una maschera di serpente fingendosi l’egiziano Ibrahim al-Fazari. Di origine mongola, è un’ex schiava sposata con lo scriba Edgardo, che dirige la vetreria di Sagrado dopo averlo eliminato, ed è l’unica depositaria del segreto dei fiolari per fare il vetro trasparente; poi c’è Magdalena Grimani, padrona di una flotta, che rischia di portarla alla rovina, dopo che suo marito Tommaso è stato esiliato a vita per gravissime colpe, e infine Abella, il magister medicarum, formatasi alla famosa scuola di Salerno, l’unica medico donna che esercita nella città lagunare, amica e consigliera delle altre due. Le tre donne, Kallis, Magdalena, Abella, si troveranno direttamente coinvolte in una vicenda delittuosa che sta sconvolgendo la città. Infatti l’omicidio del fiolaro Tataro, un potente vetraio in perenne concorrenza con Kallis, apre le porte a una complessa trama gialla. Kallis, sospettata dell’orribile delitto e oppressa dai sensi colpa, dovrà difendersi da un’accusa infamante. Nel frattempo Magdalena Grimani è costretta a una continua disperata lotta con il suo passato, del quale si teme vittima con la figlioletta Costanza e Abella, forse ammaliata, è caduta preda di un’insana passione. In sovrapposizione alla trama criminosa c’è la delicata vicenda del giovane cantore Marco Anuar, figlio di Edgardo e Kallis, che si intreccia con quella del musicus Pietro Abelardo, maestro dei cantori di San Marco, e di sua figlia Angelica, quarta vivacissima figura femminile che si veste e si comporta come maschio, sempre in lotta per uscire dagli schemi della sua condizione. Intorno a tutti loro si muove un’enigmatica figura: Turchillus, detto il monaco bianco, arrivato misteriosamente su una galea che viene da Alessandria d’Egitto. Santo, visionario, mistico? O uomo dalle molte facce che nessuno riesce a comprendere? O peggio negromante, imbroglione? Abella si farà carico di scoprire la verità per salvare Kallis da un’ingiusta accusa.
Seguendo i frammenti di una coppa, Tiraboschi muove le fila di questo racconto e dei personaggi: insostituibile e indimenticabile il nano speziale Sabbatai. La saga si mischia così al mistero dando luogo a una narrazione intensa, avvincente, che alterna crudeli sorprese a straordinari colpi di scena, sullo sfondo di una Venezia, una città nova medievale che alberga credenze, magia e negromanzia. Dietro ai personaggi di fantasia, la Storia funge da colto scenario con il dissidio tra il potere dogale e Roma, i tanti traffici delle navi, i loschi affari che vi si conducevano, quali il commercio degli schiavi e delle reliquie ma soprattutto si intuiscono gli albori del futuro di una grande città destinata a diventare una potenza marinara. La Venetia che Roberto Tiraboschi ci consegna è il risultato di accurate ricerche da studioso attento alle scienze, alla filologia, alla meteorologia e alla chimica. E alla società dell’epoca: la schiavitù, la miseria, la sopraffazione, il degrado dei costumi ci raccontano un mondo profondamente ingiusto anche se governato da un potere forte, la magistratura dogale, e da una chiesa cattolica romana troppo accecata dai poteri mondani. La benevola natura veneziana è descritta stavolta come in preda a una calura mai vista di una torrida estate, assediata dalla siccità, dalla putredine, dal caldo insopportabile dopo ben cinquantatré giorni di siccità. Lo scroscio di pioggia violenta e ristoratrice, un muro d’acqua che finalmente si abbatterà per tre giorni sui fedeli riuniti in preghiera, li inonderà facendo la città “Luccicante e splendente come un angelo sorto dal mare fangoso”. Lo stile di Tiraboschi, sceneggiatore cinematografico di gran livello, permea lo stile di Tiraboschi scrittore che, oltre a intrigare il lettore con le sue storie, sa regalare quadri storici e geografici di grande impatto visivo e mentale. Descrizioni, le sue, degne di un esperto documentarista, che riesce a cogliere l’intima testimonianza di ogni particolare, anche il più crudo.

Le case del malcontento (Le brevi di Valerio 212)

Sacha Naspini
Le case del malcontento
Edizioni E/O, 2018

Entroterra maremmano, Le Case. Lenti decenni contemporanei. È un borgo millenario, piccolo, scavato nella roccia, una ventina di case a destra e sinistra della via di mezzo, tra la Piazza del mercato e la Torre dell’Orologio, una chiesa, un paio di bar, una bottega, la tabaccheria, l’albergo. Una 25ina degli uomini e donne che vi vivono si trovano a raccontare (ciascuno in prima persona) parte di sé e degli altri, solo Adele Centini più volte, nata nel 1941, padre sparito nella campagna di Grecia, radiosa e bellissima, prima illibata fidanzata del vecchio vedovo possidente colonnello Isastia (il sesso si scopre con l’autista), dopo “vedova”. Ma è terra di scosse terremoti, geomorfologici ed emotivi. Una svolta per tutti avviene con il ritorno del bel Samuele Radi, che vi era nato e cresciuto, per poi fuggire. Trame, segreti, disgrazie, disastri, amori, crimini si accavallano e intrecciano in tutte Le case del malcontento, nuovo bel romanzo corale di Sacha Naspini (Grosseto, 1976).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Donne che odiano i fiori (Le gialle di Valerio 157)

Paola Sironi
Donne che odiano i fiori
Todaro, 2018
Giallo

Milano. Ottobre-novembre. Alla Mobile della Questura di Milano funziona bene la squadra del reparto Problem solving (o “Desbrujà rugne” che dir si voglia), ideato per dirimere inchieste con problemi di organizzazione “tra” le forze dell’ordine. Il coordinatore è un veterano, l’imponente commissario Elia Mastrosimone, calvo coi baffi neri, centrocampista e cannoniere. La bionda ossigenata sensuale valtellinese Caterina Cederna è la fantasista. Il buon toscano Vilnev Villeneuve Rosaspina con giovani ciuffi castani, da spericolato pilota, è l’ala sinistra. Infine c’è l’ultima arrivata, lei, ispettore Annalisa Lisetta Consolati, milanese purosangue, capelli chiari e fini, terzino destro e protagonista. Ha chiesto il trasferimento quando Patrizio, il padre vedovo, si è ammalato di parafrenia senile, per avere orari regolari e giovedì mattina libero. Lo accompagna dallo psichiatra e lo accudisce sempre, insieme all’amata saggia partner Minerva (nonostante le antipatiche sorelle gemelle), restauratrice, lineamenti perfetti e capelli corvini. Annalisa non cucina, fa ovunque il lavoro sporco ma è soddisfatta. Ora hanno il caso di una 49enne solitaria, Loretta Manarrelli, titolare di un vivaio di piante, probabile suicida sotto un treno proprio quando stava per essere interrogata circa la strana morte del suo amico Damiano Brancher sul Mottarone (Verbania), stritolato da un anaconda. Procure distanti, scarso coordinamento, devono intervenire loro. Ed è l’occasione, al funerale, per reincontrare una brava professoressa delle superiori, Nice Carnera, ora in pensione.

L’analista funzionale (informatica) Paola Sironi (Milano, 1966) inizia una nuova serie nella bella collana (impostata e a lungo diretta dalla grande Tecla Dozio) ove ci aveva già ben raccontato dei vari Malesani. Narrazione in terza persona fissa sulle peripezie pubbliche e private di Annalisa, con brevissimi intermezzi in corsivo (ancora in terza) per Damiano, Loretta, Nice, e soprattutto per papà Patrizio. Lui ormai vive quasi solo il proprio mondo di “continuatore di film”: attinge alla memoria di dettagliate precise storie da grande o piccolo schermo, per aggiungervi avvenimenti inventati, con bizzarra creatività e protagonismo demiurgico. Ci riesce alla grande con Una giornata particolare di Scola. Essendo molte le inconsuete incognite del caso anche l’inconscio paterno potrà essere utile: da dove arriva l’anaconda verde, visto che è una specie di cui è vietata la detenzione e la vendita? E perché si è suicidata la donna che considerava l’assassinato come il miglior unico amico e aveva sul tavolo della cucina un foglietto scarabocchiato con “quelle che odiano i fiori” (che è pure il titolo del romanzo)? Scavando appena un poco ci si imbatte in donne sfruttate, nella tratta e nella schiavitù delle prostitute nigeriane, un tunnel (quasi sempre) senza via d’uscita, né in Europa né in patria. Anche in questo intreccio noir (e giallo insieme) ci sono dunque perlopiù donne, tutte a loro modo interessanti e vivaci. Invece, i due maschi coinvolti sono pessimi, uno fottitore e schiattato, uno vecchio e cattivo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La lunga notte del detective Waits (Le brevi di Valerio 211)

Joseph Knox
La lunga notte del detective Waits
Einaudi, 2018 (orig. 2017, Sirens)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Manchester. Novembre, ora, un anno e dieci anni prima. Il segretario di Stato per la giustizia David Rossiter, alto e affascinante, sui 45, già avvocato e marito di ereditiera, parlamentare tory, convoca Aidan Waits alla Beetham Tower, deve recuperare la più giovane delle sue due belle figlie, la 17enne Isabelle, capelli biondi (spenti) e occhi azzurri (intelligenti), rimasta invischiata prima con un tentato suicidio poi con il trafficante Zain Carver, nella cui residenza ormai vive da un mese. Waits va subito in uno dei locali cavernosi di Zain e incontra la 22enne “fattorino” Catherine, c’erano state altre scomparse di donne. Waits è un poliziotto (quasi) finito e si è appena infiltrato nell’organizzazione dello spaccio, era stato sorpreso a rubare droga, continua a farsi di anfetamina alla grande.
Il libraio Joseph Knobb ha scelto lo pseudonimo Knox per esordire nelle contorsioni notturne delle “sirene” noir con atmosfere hard-boiled (alla Chandler). Inizio faticoso, poi decolla.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Atlante delle frontiere (Le varie di Valerio 83)

Bruno Tertrais e Delphine Papin
Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni
Add, 2018 (ed. orig. 2016)
Traduzione e postfazione Marco Aime
Geopolitica

Al confine di ogni luogo. Oggi e domani. Da sempre un limite geografico – linea o spazio – riflette le relazioni tra due gruppi umani, uno di qua, uno (almeno uno) di là, noi e gli altri, divisi e vicini. Nel corso della loro storia i gruppi umani geograficamente distribuiti sono divenuti popoli e civiltà, infine (finora) Stati, separati da frontiere. Oggi tutto il mondo umano è diviso per Stati (193). A creare le frontiere terrestri sono state guerre (in più di cento casi), annessioni e secessioni. Soltanto una cinquantina sono gli Stati nati da una secessione (indipendenza) pacifica, divisioni consensuali o relazioni di buon vicinato o arbitrati internazionali. Circa nel 55% dei casi sono state scelte frontiere un poco anche “naturali” (montagne, supporti idrografici o orografici), le altre sono tutte “artificiali”, il 25% come linee dritte, mentre talvolta seguono meridiani o parallele. Più “fluido” è il discorso sulle frontiere marittime. Fra naturali e artificiali non c’è significativa differenza di complessità, arbitrarietà, ingiustizia, contestazioni; comunque all’interno non rimane praticamente mai solo un’etnia e solo un gruppo linguistico (esistono inevitabilmente sempre meticciati genetici e culturali). Nel complesso, le frontiere terrestri esistenti sono 323 su circa 250.000 km, cento in Europa per 37.000 km. Il passaggio non è proibito (anzi, l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dice che andrebbe considerato “libero” per ogni individuo), passare il confine è e deve essere regolamentato da entrambi gli Stati, pure in modo differente, senza obbligatoria reciprocità. I muri servono a impedirlo, trasformano la frontiera in dogana nei pochi interstizi; a seconda delle definizioni e dei metodi di calcolo rappresentano fra il 3% e il 18% delle frontiere; molti altri se ne stanno costruendo. Resta in sospeso il rapporto fra frontiere umane ed ecosistemi (anche) umani: lo stesso inevitabile antropocentrismo ha qualche limite!

Attenzione, ecco un libro “documentario” da sfogliare, leggere, consultare, garantendone una copia alle biblioteche pubbliche! Solo gli ecosistemi umani hanno confini o frontiere (quasi sinonimi). Da un certo momento in poi la nostra specie ha delimitato i luoghi, ha concepito (tracciato) una convenzione mentale, con molte funzioni pratiche e sociali: difesa del territorio, riscossione delle imposte, amministrazione, condizionamento per uscite e entrate, anti-immigrazione. In un bellissimo libro due bravi studiosi francesi, i geopolitologi Bruno Tertrais e Delphine Papin, fanno un meticoloso punto sulle frontiere. Traduzione e prefazione (colta) sono dell’antropologo Marco Aime (Torino, 1956) che ben sottolinea altre efficaci frontiere meno visibili: culturali, religiose, etniche, linguistiche, quasi mai coincidenti con quelle internazionali; e offre spunti e riferimenti per affrontare la domanda cruciale: è il confine a creare la diversità o, al contrario, è quest’ultima a far nascere un confine? Comunque sia (nel tempo e nello spazio), le frontiere sono fatte per essere superate, la storia dell’umanità è una storia di contrabbando. L’atlante è distinto in sei capitoli di argomenti: parte dalle frontiere ereditate (storiche) e invisibili (non fisiche, a esempio quelle culturali e marittime), ragiona su muri e migrazioni, indica casi specifici di sorprendente curiosità (Guantanamo, Cooch Behar, Baerle, Nagorno Karabakh) e di brucianti controversie (Gerusalemme e molto altro), conclude indicando “il roseo futuro delle frontiere”, non un auspicio, piuttosto un dato di fatto. Il bello è la splendida cartografia tematizzata che impreziosisce i sei concisi testi giornalistici, in modo di visualizzare la lettura: 41 tavole o mappe, precise e dettagliate, ciascuna con ulteriori disegni, dati, comparazioni, tabelle, definizioni, per una comprensione aiutata dal grande formato e da un eccelso lavoro grafico. Adeguata selezionata bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Una ragazza affidabile

Una ragazza affidabile
di Silena Santoni
Giunti, 2018

L’eredità di una zia e, quindi una firma da mettere dal notaio, costringono Agnese a tornare a Firenze, la città in cui è nata e cresciuta e da cui si è allontanata, praticamente una fuga, ben trentacinque anni prima. Non le piace farlo, non vuole rivivere il passato e, per fortuna, ha previsto di fermarsi solo un paio di giorni. Alla stazione di Firenze l’aspetta Micaela, la sessantenne sorella maggiore di tre anni, sorella con la quale ha pochi e sporadici rapporti e che non vede da un secolo. Micaela conosce a fatica la famiglia di Agnese fatta di un bravo marito, medico benestante e due figlie in vacanza insieme, maggiorenni e allevate nel benessere. Agnese vive ad Ancona, ha un lavoro legale di buon livello per la Regione e ha seguito un percorso di vita tranquillo e sicuro, completamente diverso da quello sciatto e disordinato fatto da Micaela, sola, una tempo anima ribelle delle lotte studentesche con poca voglia di studiare, oggi senza un’occupazione fissa e sempre contestataria per vocazione. Agnese ritrova Micaela come la ricordava, forse più patetica: una vecchia hippie, grigia e un po’ sciatta, che si arrangia a sbarcare il lunario vendendo pseudo anticaglie ai mercatini. Tra loro è subito attrito. Ognuna delle due rimprovera all’altra le diverse scelte fatte e il diverso modo di vivere. Ma attraverso il rinnovato confronto/scontro tra loro, Agnese, ansiosa e fondamentalmente insicura, si troverà riproiettata in un penoso viaggio nei ricordi buoni e cattivi del comune passato sullo sfondo dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta. La sua mente è costretta a ripercorrere l’infanzia, la giovinezza, il suo indefesso studiare, l’insopprimibile angoscia dell’obesità, la cottarella da bambina per il cugino Sergio che si trasforma in amore e soprattutto il difficile rapporto di amore e odio con la sorella, che si è nutrito di quell’invidia, mai ammessa del tutto, per lei, Micaela, esuberante, sfrontata, sempre pronta a cavalcare con incoscienza la contestazione e immedesimarsi nelle lotte e nell’impegno politico del suo tempo. Attraverso la voce narrante di Agnese, in un crescendo di rivelazioni, viviamo i suoi pensieri, i suoi desideri traditi e l’incosciente crudeltà celata nel suo io.
Una ragazza affidabile si nasconde dietro le artefatte sembianze di un romanzo familiare su un tema narrativo molto classico che tratta del frequente contrasto tra sorelle di carattere opposto – una tranquilla e rispettosa, l’altra esibizionista e indisciplinata – e si conclude con la resa dei conti dopo anni di incomprensioni e di silenzi. E invece, pian piano ma ineluttabilmente, la storia gira, si trasforma in qualcosa di diverso, più complesso e inquietante, in un’indagine che va oltre gli schemi, scavando in quei solchi che l’incertezza e il rancore riescono a creare nella coscienza. E mentre quel qualcosa finirà con riportare Agnese al momento più doloroso che ha segnato la sua vita, una nuova preoccupazione la riempie d’ansia: non ricevere notizie della figlie in vacanza lontane.
Parallelamente agli avvenimenti faticosamente ripercorsi dall’io narrante della protagonista, l’autrice introduce improvvisi sprazzi colmi di suspense che ritraggono due ragazze immerse e costrette nel preciso flash back di in un terzo piano temporale. In una stazione di polizia, sotto il lattiginoso cielo di Bolzano foriero di neve, un commissario interroga due sorelle su un incidente sciistico: una drammatica vicenda dai contorni ancora da chiarire… Una ragazza affidabile è un romanzo fatto di conflitti, di memorie, in cui la verità si fa largo quasi inattesa, soave ma implacabile, concretizzandosi nelle ultime pagine. Un dura e crudele verità che in qualche modo riesce consolarsi solo con l’assurda incoscienza dell’assoluzione.
Silena Santoni è nata e vive a Firenze. Per molti anni ha insegnato Lettere nelle scuole medie e superiori. Ha frequentato una scuola triennale di recitazione e un corso annuale di sceneggiatura teatrale e scrive brani e adattamenti teatrali per la compagnia Katapult nella quale recita. Una ragazza affidabile è il suo primo romanzo.

Un covo di bastardi (Le gialle di Valerio 156)

Mick Herron
Un covo di bastardi
Feltrinelli
2018 (orig. Slow Horses, 2010)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir

Londra. 2010. La Casa nella palude non è in una palude, e non è nemmeno una casa. Non ha un campanello, né buca per (impossibili) lettere. Solo una porta, tre piani, quartiere Finsbury, vicino alla stazione Barbican della metropolitana. Forse non era allora ancora abbastanza noto, sono uffici dove distaccano i Brocchi, agenti dell’ente inglese per la sicurezza e il controspionaggio (il noto MI5, colloquialmente “Cinque”) che si siano dotati di una grave macchia nel lavoro (crimini o danni di droga, ubriachezza, lussuria, tradimento, incapacità), falliti o fregati, riuniti a non fare praticamente niente, in attesa di inevitabili definitive dimissioni. Risultando pur sempre un ramo dei Servizi di King’s Cross, sembra un sistema efficiente per liberarsi delle persone senza doverle licenziare, aggirando problemi e minacce di cause in tribunale, lontano dai purosangue sul campo. Non costituiscono una squadra e da lì non si torna indietro. In quel periodo erano una decina, l’esperto Jackson Lamb in cima alla gerarchia, non più giovane, guance cascanti e stomaco debordante, unti capelli biondicci pettinati all’indietro sulla fronte alta, un bastardo rude, grasso e pigro, ma insospettabilmente agile. Incarica di controllare la spazzatura di un ex giornalista famoso il fresco River Cartwright, biondo e prestante, inguaiato otto mesi prima da un’esercitazione falsata. Dovrebbe trattarsi solo di una commissione banale ed episodica, si rivela un guazzabuglio di piani e di manovre, doppi e tripli giochi; c’è di mezzo anche il rapimento di un 19enne pakistano, terroristi veri e presunti (con la destra in primo piano) minacciano di decapitarlo. Morti a gogò, tutti mettono in gioco la vita.

Mick Herron (Newcastle upon Tyne) ha pubblicato quattro polizieschi fra il 2003 e il 2009 prima di iniziare l’ottima apprezzata serie Jackson Lamb, giunta nel 2018 al sesto romanzo. Il celebrato Slow Horses è il primo e la conoscenza italiana dell’autore inglese comincia alla grande. I “bastardi” del nostro titolo riprendono nella forma e nella sostanza un protagonista collettivo relegato in un “covo”, poliziotti reietti, parigini o napoletani o londinesi che siano (chiunque abbia avuto l’idea iniziale, probabilmente indipendente). Si parte da qui, forse da una seconda chance per alcuni di loro. E il tema non è datato: al centro ci sono vari imprenditori della paura, chi (avendone mezzi e poteri) investe sulla xenofobia e sulle emozioni contingenti di individui e gruppi sociali per determinare esiti politici, in un senso e nell’altro. Accurati i quadri offerti sul funzionamento (pure pratico e gergale) sia dei servizi segreti che delle multiformi destre inglesi (PJ forse si muove un po’ come Salvini). Già nel 2010 per essere credibili nel mondo del web occorreva dimenticare grammatica, sintassi, umorismo, buone maniere e critica letteraria. Una protagonista è la grande Londra, compresa la città sotterranea, estesa quasi quanto quella in superficie, senza comparire su nessuna mappa turistica: passaggi e tunnel progettati per proteggere il complesso sistema di governo nelle crisi. E poi i singoli agenti si procurano sempre un fondo fuga: qualche centinaio di sterline, un passaporto, la chiave di una cassetta di sicurezza. L’informatico manda death metal a tutto volume.

(Recensione di Valerio Calzolaio)