L’ultima caccia (Le brevi di Valerio 220)

Joe R. Lansdale
L’ultima caccia
Einaudi, 2018 (orig. 2005, The Boar)
Traduzione di Seba Pezzani
Noir

Texas orientale. Estate 1933, i tempi duri della Depressione. Richard Ricky Harold Dale ha 15 anni, prova a battere i tasti di una macchina da scrivere, legge tutto quello che gli capita a tiro di sguardo, va ancora poco a scuola, condivide affanni e avventure di una famiglia povera: il papà precario disponibile a raggranellare qualche dollaro con scazzottate di lotta nelle fiere itineranti, la mamma gentile di nuovo incinta (dopo che l’anno prima non era riuscita a portare in fondo la terza gravidanza), il furbo amato fratellino Ike. Li avvisano che si è rivisto in giro il Vecchio Satana, un pericoloso cinghialone di oltre duecento chili, con zanne grandi e affilate come pugnali, già causa della morte di molte creature nella zona rurale. Con l’amico di colore Abraham Wilson si trova coinvolto ne L’ultima caccia, una gran bella storia di formazione del mitico Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951), rievocata in prima molto tempo dopo, ottima per ragazzi e per adulti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Considerazioni sui fatti di maggio (Le varie di Valerio 86)

Lucio Magri
Considerazioni sui fatti di maggio
Manifestolibri, 2018 (prima ed. De Donato, ottobre 1968) Prefazione di Filippo Maone
Politica

Parigi, Francia, mondo. Maggio 1968. Soprattutto nel 2018 molti stanno riflettondo sul significato del ’68, quando accadde alcuni partirono e si rimisero subito in discussione. All’inizio di maggio la deputata comunista Rossana Rossanda (Pola, 1924) e il funzionario Pci Lucio Magri (Ferrara, 1932 – Bellinzona, 2011) decisero di andare a vedere di persona il movimento nelle città francesi, coinvolgendo l’amico “libraio” precario Filippo Maone (Napoli, 1939). Erano tre “ingraiani”, pur con autonoma esperienza e identità politica (fra l’altro in linea di principio nel Pci le correnti non esistevano). Ingrao era uscito sconfitto all’XI° Congresso del 1966, molti di quelli che avevano condiviso i suoi indirizzi culturali stavano covando idee e progetti comuni. Nessuno dei tre possedeva un’auto, l’editore barese Diego De Donato mise a disposizione una scattante pulita (solo all’inizio) Giulia Alfa Romeo. A Parigi si separarono per l’alloggio, Rossanda dal suo compagno Karol (Lodz, 1924 – Parigi 2014), giornalista di “Le Nouvel Observateur”, Maone dai coniugi Singer nel Quartiere Latino, anche loro di origine polacca, economisti. Magri prima si arrangiò, poi si organizzò con Maone in una casa vicino Gare Montparnasse prestata da un deputato Pcf. Per quasi venti giorni girarono da un quartiere all’altro, senza sosta. Seguirono le numerose occupazioni in corso, di scuole e cinema, del teatro Odéon e di altri spazi pubblici. Visitarono la fabbrica della Renault a Boulogne-Billancourt. Discussero fra loro e con tanti altri, ascoltarono e lessero, studiarono giornali libri muri cortei, facendosi domande e arrovellandosi su mille cose possibili da fare, lì e in Italia. Tornarono. In macchina presero miglior forma i libri dei “fratelli maggiori”, quello che Rossanda stava già scrivendo (sulle lotte degli universitari italiani) e quello ora riedito con le “considerazioni” di Magri, e un progetto di una nuova rivista, con un nome e cognome oggi ancora in edicola, “Il manifesto” (dal giugno 1969).

Lucio Magri, intellettuale del Pci, fu uno dei fondatori del progetto del Manifesto; successivamente venne eletto deputato e segretario di un piccolo partito della sinistra italiana, il Pdup dal 1976 al 1984; ancora nel gruppo dirigente e in parlamento con il Pci, poi con Rifondazione; sempre spirito critico e libero, comunista e unitario, bello e carismatico. Il suo pensiero politico (i soggetti che diresse, gli interventi che svolse alla Camera, i libri che scrisse) è ancor oggi oggetto di ricerca e di studio, non solo in Italia e anche fra generazioni più giovani. Cinquanta anni fa capì subito che doveva contribuire a una lettura della dinamica degli avvenimenti attraversati in quel 1968 e del loro significato profondo, “eccezionale” e forse rivoluzionario. Assistere in diretta alla cronaca per ragionarsi su, subito e in prospettiva, queste sono le sue “considerazioni sui fatti di maggio”. Così conclude l’introduzione: “… gli sconvolgimenti … impongono a ciascuno di riconsiderare le proprie posizioni e di attirare l’attenzione su ciò che in concreto va corretto. La forma di dogmatismo oggi più diffusa è quella che usa una grande apertura metodologica e squillanti riconoscimenti della novità della situazione solo per conservare l’essenziale delle proprie idee o delle proprie abitudini, e dire agli altri come e perché sia ormai chiaro che hanno sbagliato. È il dogmatismo più corruttore; che per di più si possono permettere solo coloro che sempre hanno agito con sufficiente empirismo e scetticismo da poter rinunciare a molte cose. Forse anche a tutte, meno una: il potere, il proprio sicuro, particolare, rassicurante potere su alcuni uomini e su alcune cose”. Di quel nostro potere (di sopraffazione “diseguale”) negli ecosistemi e nelle relazioni spesso non sappiamo fare a meno ancor oggi. Da leggere, per chi c’era e per chi è venuto dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La vittima perfetta

Robert Bryndza
La vittima perfetta
Newton Compton, 2018

Londra, in una torrida estate rotta a fatica dalle pale dei ventilatori della sala operativa (i condizionatori sono riservati ai piani alti). E un nuovo caso per Erika Foster. Perché giustamente carta che vince non si cambia e Robert Bryndza, autore inglese che vive in Slovacchia con suo marito Jan, dopo il grande successo di La donna di ghiaccio, mira al bis con La vittima perfetta e riporta in scena la sua ispettore capo Foster, slovacca di origine (la nuova patria giustamente va tenuta in palmo di mano), bionda, alta, una donna sola seppur giovane. Erika è vedova, avendo perso il marito Mark, anch’egli poliziotto e in servizio con lei, in una tragica retata antidroga due anni prima. E le fa piombare tra capo e collo, nel bel mezzo di una cena tra amici in un’afosa e soffocante notte estiva, un nuovo difficile caso: un brutto omicidio. La vittima è un dottore di mezz’età, padre di un figlio, in procinto di divorziare dalla moglie. La madre, che lo credeva in vacanza, l’ha ritrovato nudo, con i polsi legati, gli occhi fuori dalle orbite e un sacchetto di plastica trasparente stretto con un cordino intorno al collo. Pochi giorni dopo, sempre di notte, un altro uomo, giovane contestato e chiacchierato, un volto noto della televisione, viene trovato morto nello stesso modo. Erika e la sua vecchia squadra si trovano al cospetto di una serie di omicidi compiuti dalla stessa mano. Insomma, una mano assassina che sembra appartenere un serial killer freddo e molto abile. E le vittime, uno stimato dottore e un conduttore televisivo, erano single, con tendenze gay, però apparentemente non legati tra loro e che custodivano gelosamente i segreti della loro vita privata. Ma perché ucciderli? E in quel modo?
Erika farà di tutto per bloccare “l’Ombra della notte”, soprannome subito affibbiato al killer dai media, prima che la conta degli omicidi cresca ancora. E invece l’escalation non si ferma, anzi con la terza vittima, uno scrittore, arriva a toccarla più da vicino. Un errore, un imprevisto e un calcolo sbagliato finiranno per incastrare uno dei suoi. Ora risolvere il caso diventerà per lei una vera missione e una necessaria occasione di riscatto anche a costo di mettere a rischio il suo lavoro e la sua vita.
Tuttavia, mentre è sulle tracce del killer, deve coprirsi le spalle, non abbassare mai la guardia e affrontare l’ombra minacciosa che la segue. La soluzione potrebbe essere a portata di mano? Un thriller che mischia equamente momenti di suspense a minuziose descrizioni, e che concede spazio e punto di vista a un serial killer pericolosamente instabile che agisce in modo brutale ma che preordina minuziosamente i suoi attacchi, sa rendersi trasparente, sceglie con cura le sue vittime – è chiaro che segue le sue prede in attesa del momento migliore per colpire e uccidere, muovendosi etereo come un fantasma.
Erika Foster è una donna forte, con una personalità decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi. Ha perso molto, riesce a nascondere la sua fragilità emotiva, deve ancora riuscire a metabolizzare il dolore, ma le piace il suo lavoro e sa di essere brava, di avere un istinto innato e di poter fare carriera.
L’autore si è divertito a scrivere un doppio romanzo: giallo-noir fino almeno a metà, smaccatamente thriller dal momento in cui ci rivela il volto e il nome dell’assassino e le oscure motivazioni di questo Gufo, così lui si firma in deliranti messaggi chat irrintracciabili perché supportati dal browser Tor, e che come un gufo predatore osserva di notte e di nascosto le sue vittime.
Tanto che Bryndiza fa dire a Lee Graham, vecchio ex collega di Erika Foster della Metropolitan Police: “Tante volte vorrei che internet non fosse mai stato inventato. Ci sono troppe persone con troppo tempo a disposizione per le loro fantasie malate.”
Una frase e un’idea che sposo appieno. Certo è che negli ultimi anni ormai internet e tutto l’web, sia palese che perfidamente deep, stanno diventando privilegiati e quasi indispensabili protagonisti della letteratura thriller giallo/noir.

Naviganti delle tenebre (Le brevi di Valerio 219)

Carlo Mazza
Naviganti delle tenebre
Edizioni e/o, 2018
Noir

Bari. Un maggio recente, festa di San Nicola. L’ombroso capitano Antonio Bosdaves, dopo un anno di virtuale separazione, è stato riaccolto in casa dalla moglie Irene (con i due figli, Gabriele e Valentina), ma manca l’acqua e si devono spostare, lui presso la foresteria della Legione Carabinieri, a rileggere Tabucchi per addormentarsi. Proprio quando sta per tornare a casa (è il compleanno di Irene) gli assegnano il delicato complesso caso di una quarantenne etiope, Samira Estifanos, che gestisce un banco del pesce al mercato, scomparsa dalla casa dove vive sola. Il rapitore la violenta, la considera un’esca per il criminale che fece una strage anni prima, lasciandola unica superstite.
La collana Sabot/age conferma l’ottimo autore pugliese Carlo Mazza (Bari, 1956), al terzo romanzo della serie, Naviganti delle tenebre, lo stile essenziale e agro di scuola Carlotto, parte in prima, parte in terza varia, molto sul cinico faccendiere Costantino Lissandro e sulla bella sportiva Zelda, amante del capoclan Nazario.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il metodo Catalanotti (Le gialle di Valerio 163)

Andrea Camilleri
Il metodo Catalanotti
Sellerio, 2018
Giallo

Vigàta. Autunno – inverno 2015-2016. Novità in casa Montalbano. Fra i gustosi tranquilli pranzi marinari alla trattoria di Enzo (con successiva passeggiata sul molo) e le solitarie succulente cene pronte di Adelina, dopo una mattina di inutili indagini, improvvisamente a Salvo prende lo sghiribizzo di andare in un altro ristorante di cui ha sentito parlare bene, “Catarinetta”, in aperta campagna a metà strada tra Vigàta e Montaperto. Per caso sta mangiando lì Antonia Nicoletti, la giovane nuova responsabile della scientifica. Si mette al suo stesso tavolo, gli piace proprio, scambiano qualche frase, paga lui. L’aveva incontrata di recente sulla scena di un crimine, quando era stato rinvenuto cadavere il 50enne vigatese Carmelo Catalanotti, benvestito sul proprio letto, con un manico di tagliacarte che spuntava all’altezza del cuore. Non era quello il morto che Salvo e Domenico Mimì Augello cercavano, in realtà. Quell’impenitente “fimminaro” del suo vice si era imbattuto la sera prima, fuggendo per balconi a causa di un incontro erotico con Genoveffa interrotto dall’arrivo del marito, in un altro uomo insanguinato e senza respiro, steso su un letto al buio, scomparso quando erano tornati di giorno. D’altra parte Carmelo è pieno di misteri, sospeso fra due differenti identità e attività: l’usuraio gentile, con tanti debitori meticolosamente appuntati cui riservava tassi bassi e congruo tempo; il teatrante fissato, con tanti attori, aspiranti o meno, cui imponeva gravose prove psicologiche. Il fatto è che Antonia distrae Salvo, almeno un poco, lui sente Livia ormai come un’amica, si rifà barba e guardaroba, ci mette parecchio tempo a capirci qualcosa. Lei è una trentenne alta, capelli ricci corti, occhi lunghi verdi, naso perfetto, arrivata da appena una settimana, sola per scelta e in procinto di essere trasferita di nuovo, ad Ancona. Non è che ci troviamo Montalbano nelle Marche la prossima volta?

Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) torna subito in testa alle classifiche di vendita! Come sempre, narra in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate, questa volta con intermezzi in corsivo di racconti e trame. Per i gravi problemi agli occhi, come ormai da quattro anni, ha dettato il romanzo a Valentina Alferj (vista, udito e contrappunto immediato del metodico grandissimo autore). La struttura è analoga alle precedenti: capitoli della medesima lunghezza ritmati dall’argot vigatese-camillerese stretto, una partitura musicale questa volta dedicata al grande amore per la drammaturgia, il ritorno al teatro è il vero tema del romanzo. L’ucciso è un artista dalla personalità complessa, gran lettore e conoscitore di opere, autore originale, applicava un metodo severo (da cui il titolo) per mettere un attore in condizione di recitare, ne faceva venir fuori emozioni forti e pulsioni recondite. Vengono così citati figure e teorie del teatro “povero”, del verosimile e del similvero, delle opere para-poliziesche (genere “giallo” usato per indagini profonde nell’animo dell’uomo contemporaneo). Salvo non è lontano dalla pensione, ha la pancetta e altre sue abitudini, fra l’ennesima sigaretta e il buon whisky, fra le troppe firme burocratiche e il sentirsi in colpa per chi resta senza lavoro, capisce di dover prendere di petto l’antica scontata relazione con Livia (che vive a Boccadasse, si è presa un cagnetto e l’ultima volta gli ha lasciato un foglietto di prescrizioni alimentari), la passione si è trasformata in amore fraterno, e questo è l’altro filo conduttore del romanzo. Vino in fiasco o bottiglia accompagna ogni mangiata. Montalbano si felicita con i versi di Neruda (e non solo) oppure canticchia il valzer della Vedova allegra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Detective Lady (XII) – Le lunghine di Fabio Lotti

La detective. Un caso troppo facile di Y.S. Lee, Mondadori 2010.
Si parte dall’agosto 1853 a Londra. Mary Lang, dodici anni, condannata all’impiccagione per furto con scasso, viene liberata da una fantomatica “Accademia per Ragazze di Miss Scrimshaw” con lo scopo di “offrire alle giovani una vita indipendente”. Direttrice Anne Treleaven e collaboratrice Felicity Frame.
Si passa di botto al 1858, quando Mary è già diventata una esperta insegnante. Arrivano i primi dati sulla sua vita sfortunata: il padre naufragato con la nave su cui viaggiava, la madre costretta a fare mille lavori, poi a prostituirsi e lei a rubare. Le viene chiesto se vuole far parte di una Agenzia di investigazioni e di svolgere alcune indagini su un mercante che sembra fare commerci di contrabbando. Affare fatto e da qui inizia l’avventura della nostra nuova eroina che entra come damigella di compagnia nella casa del mercante in questione Henry Thorold, sposato con moglie invalida ed una figlia capricciosa. Altri personaggi il giovane Michael Gray, segretario del sig. Thorold, George Easton, promesso sposo di Angelica, suo fratello James, la sguattera Cass (Cassandra Day) e… e tanto basta. Aggiungo il licenziamento della precedente damigella di compagnia che era rimasta accidentalmente incinta (da chi?).
Ora Mary ha diciassette anni, capelli corvini, bella, coraggiosa, risoluta, con la battuta pronta tanto da suscitare l’interesse di qualche maschietto come Michael e James. Iniziano le indagini, le esplorazioni al buio, un incontro particolare dentro un armadio, travestimenti, appuntamenti furtivi, movimento, pedinamenti, rivelazioni inaspettate, un ricovero per marinai asiatici che riceve una particolare sovvenzione dal sig. Thorold, certi conti che non tornano, le uscite in carrozza della sua signora, simpatie e battibecchi, il morto ammazzato e lo scontro finale. Con qualche spruzzatina di critica al maschilismo del tempo, alla condizione inferiore della donna e al razzismo degli inglesi per le persone di colore, mentre c’è un caldo bestiale ed una puzza orribile che viene su dal Tamigi.
Dubbiosa tutta quanta la struttura con diversi punti da chiarire e pure la psicologia dei personaggi un po’ traballante (sembra che manchi sempre qualcosa). L’impressione è quella di un lavoro che va via spensierato e giulivo con l’entusiasmo e l’ingenuità del neofita.

Da una delle mie numerose scorribande nelle librerie di Siena (per chi ancora non lo sapesse vivo in un piccolo paese vicino a questa splendida città) ho scoperto una nuova detective che voglio far conoscere ai miei lettori: Nastja Kamenskaja della polizia criminale di Mosca. Personaggio creato dalla scrittrice Alexandra Marinina nel libro (e in altri) La donna che uccide, pubblicato dalla Piemme editore 2006.
Il libro si apre con uno “scorcio” su Jurij Efimovich Tarasov, vicedirettore dell’ufficio protocollo del Sovincentr, fissato con l’ordine e la pulizia. Trovato morto asfissiato da una collega di lavoro. Nel frattempo un killer si diverte a far fuori giovani tra i diciannove e i venticinque anni di età con un colpo di arma fa fuoco alla testa “che non figurava tra quelle note alla polizia”. Poi c’è un altro morto ammazzato. Un certo Agaev che, insieme a Platonov, indaga sui misteriosi (e poco chiari) affari di una ditta. Chi l’ha ucciso? Viene sospettato proprio Platonov che l’ha incontrato per ultimo (e sul suo conto corrente vengono trovati un bel po’ di soldi provenienti dalla ditta sospetta) che fugge per difendersi meglio e scoprire il “complotto” ordito contro di lui. Riesce a farsi aiutare da una bella ragazza, Kira, che lo ospita nel suo appartamento e lo aiuta a spedire messaggi telefonici ad alcuni personaggi della storia, fra cui la nostra Nastja (Anastasija) Pavlovna Kamenskaja. Ma chi è veramente questa Kira?…
Passiamo a Nastja Kamenskaja. Devo dire che la ricerca è stata abbastanza fruttuosa. Sparsi qua e là ci sono diversi indizi che ci aiutano a farci un’idea abbastanza precisa di questo personaggio. “Nastja Kamenskaja sentì un ginocchio duro in mezzo alla schiena”. Ecco come inizia la sua presentazione. Con un mal di schiena “trattato” dal fisioterapista che le consiglia di fare ginnastica. Parole al vento “In tutta la sua vita non solo non aveva praticato nessuno sport, ma non aveva fatto neppure un po’ di ginnastica casalinga. Era troppo pigra anche per quello”. Primo spunto, dunque, pigra. In seguito verremo a sapere che ha anche qualche problema circolatorio per cui le mani ed i piedi le si gelano facilmente. Secondo spunto rivelato dal fisioterapista quando capisce chi è la sua paziente “Quella di cui dicono che abbia un computer nella testa”. Bene, un cervellone. Continuiamo. Precisa, puntuale, non vuole mai saltare per nessun motivo le riunioni del mattino. Pigra nel fisico ma non nella mente. Per arrotondare lo stipendio statale si dà alla traduzione di un romanzo francese. Giallo, e ti pareva. Esperta, espertissima nel suo lavoro “Aveva una mentalità capace di superare l’ambito delimitato dalle magiche parole “di norma”, il che le consentiva di immaginare anche le versioni apparentemente più improbabili”. Lavora nel suo ufficio al numero 38 di via Petrovka. Si deve sposare con Aleksej Chistjakov “ allampanato, rosso, arruffato e bonario… un brillante accademico, docente universitario e autore di alcuni manuali pubblicati all’estero, oltre che vincitore di numerosi premi internazionali per le sue ricerche in ambito matematico”. Bravo anche a metterle le corna. In seguito sapremo che inforca un bel paio di scarpe numero quarantacinque. Non male.
Ritornando alla Nostra. Si dimostra onesta nel suo lavoro anche quando deve interrogare una vecchia amica “Un’altra cosa è se pensi che, io, conoscendoti dall’università, dovrei essere sicura della tua innocenza e ti sei offesa perché, sulla base di questo unico motivo, non ti ho cancellato dalla lista dei sospetti. Mi dispiace se questo ti offende. Ma è qualcosa a cui ci dobbiamo rassegnare. La situazione è questa e io non la posso cambiare”. E diretta. Vedi l’incontro con Igor Sergeevich “E a proposito, siccome non voglio tirarle un colpo alle spalle, la avviso subito che domani il mio superiore colonnello Gordeev le chiederà certamente per prima cosa come mai la sua deposizione non è stata messa a verbale. E lei cosa risponderà?”. Vuole vedere in faccia le cose, parlare con i sospetti e poi farsene un’idea.
Qualche spunto anche sui genitori. La madre praticamente viveva davanti al computer e suo padre, nella polizia criminale, “se riusciva a dormire cinque ore in una settimana per lui era già il massimo”. Ovviamente divorziati se no non c’è gusto (ormai una tradizione nei romanzi polizieschi). Con sacrosanta sofferenza per la figlia. Rivolgendosi al futuro marito “Ti ricordi quanto ho sofferto quando ho saputo che mia madre aveva un amico, e mio padre un’amica? Non sapevo darmi pace e non riuscivo nemmeno più a dormire la notte”. Ha un fratello di nome Aleksandr che non è proprio di grande avvenenza “Il bambino bruttino e poco amato che era stato Sasha era diventato un uomo bruttino e poco amato, e aveva sposato una donna che mirava solo ai suoi soldi. Poi aveva avuto la fortuna di incontrare una ragazza straordinaria che lo amava teneramente e disinteressatamente”. Anche lui sta per divorziare dalla moglie per sposare Dasha che aspetta un bambino. Dall’incontro di Dasha con Nastja si ottengono altre informazioni sulla protagonista. Che ha una faccia inespressiva, gli occhi scialbi, le sopracciglia sbiadite, la pelle pallida (secondo lei stessa), dita lunghe e sottili e un bel paio di gambe “favolose” (secondo Dasha). Particolare messo in evidenza anche nel libro L’amica di famiglia “Il vestito nero le fasciava perfettamente la figura snella, e metteva in risalto il suo bel seno e la vita sottile.
“E allora?” Nastja improvvisò una complicata piroetta, e nello spacco profondo fino all’anca s’intravide una gamba seducente, velata da una calza chiara”.
Comunque sia non le interessa il suo aspetto e nemmeno di piacere agli uomini. Lei pensa continuamente ai “suoi” omicidi. Vero solo in parte. Quando si trova di fronte al “capo” Zatochnyi “si accorse all’improvviso, quasi con terrore, che quell’uomo le piaceva”. E quando questo Zatochnyi le dichiara apertamente la sua “simpatia” sente “di nuovo un brivido percorrerla tutta, e arrossì violentemente”. Questa attrazione la prova anche in seguito. In modo viscerale e prepotente “Adesso, invece, sbirciando di sottecchi il generale cinquantenne, pensò che le piaceva da morire. Nonostante l’incipiente calvizie. Nonostante che fosse un pochino più basso di lei. E, soprattutto, nonostante che tra poco più di un mese si celebrasse il suo matrimonio. Nonostante tutto… Il generale Zatochnyi le piaceva e basta. Sia come investigatore. Sia come capo. Sia come uomo”. Non ama le “beghe” economiche perché le trova terribilmente noiose. E poi “I soldi non sono mai la causa principale di un delitto. Possono essere un’occasione, una causa secondaria. Mai la causa principale”. A lei interessa capire il perché delle cose. Quando prevede che deve succedere qualcosa di brutto è combattuta “In quei minuti le capitava di desiderare con la stessa forza che i fatti le dessero ragione e che invece smentissero le sue previsioni”. Le dà fastidio scegliere il vestito da sposa. Troppa fatica. Dasha “A te piacerebbe anche andare in giro nuda, pur di non doverti preoccupare del tuo look. Sei di una pigrizia tremenda!”. Uso abbondante di caffè “Non riusciva assolutamente a lavorare in modo decente senza una tazza di caffè forte”. Adegua, più o meno consapevolmente il suo metodo di lavoro all’umore. Se è in preda alla rabbia “Avanzava a testa bassa, senza più guardare l’orologio né considerare le convenienze, come se la fame e la stanchezza per lei non esistessero più”. Veste sportiva in jeans e maglione. Durante la normale esistenza quotidiana, lo ripeto, non può fare a meno di pensare al suo lavoro. Cellule grigie in continuo fermento. Soprattutto sulla figura di Tarasov. Il tema della pigrizia, già accennato, ritorna spesso “Nastja Kamenskaja gironzolava malinconicamente per il suo appartamento, cercando inutilmente di vincere la pigrizia”. E dorme parecchio. Come una marmotta. Da un giro al supermercato veniamo a sapere che è golosa delle palline al formaggio “Ma cosa ci posso fare se posso mangiarmi un’intera scatola di palline al formaggio senza muovermi dal computer e poi non mangiare più nient’altro per tutto il resto della giornata? Non è colpa mia se non mi piace cucinare”.
Personaggio interessante.

Libri e lettori nell’Italia repubblicana (Le brevi di Valerio 218)

Gabriele Turi
Libri e lettori nell’Italia repubblicana
Carocci, 2018
Editoria

Italia. Dal dopoguerra. Il processo che porta a “produrre” un libro ha bisogno di apporti differenti: autori, editori, tipografi, librai, accanto a tutta un’altra serie di figure intermedie, come agenti, editor, magazzinieri, giornalisti e promotori. La storia di “intellettuali” s’incrocia con storie e tipologie di imprenditori e professionisti, artigiani e lettori, con gli apparati formativi e il mercato editoriale. In Italia manca una storia “industriale” del prodotto libro e ciò rende difficile anche la comparazione con altre realtà nazionali. L’esperto storico fiorentino Gabriele Turi da tempo riflette sul tema e ora vi ritorna con un agile testo dedicato a Libri e lettori nell’Italia repubblicana, sottolineando le dinamiche di concentrazione, la persistenza di specificità regionali e di piccoli editori e, soprattutto, la difficoltà di creare nuovi italiani “lettori”. Si accenna in breve alle trasformazioni degli ultimi anni, cercando piuttosto i fenomeni di lunga durata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

BANDO DI CONCORSO “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”

I Sapori del Giallo, con il patrocinio del Comune di Langhirano e in collaborazione con Il Giallo Mondadori, bandisce un concorso nazionale per il miglior racconto giallo inedito, secondo il seguente regolamento:
1. Il concorso è aperto a tutti.
2. Possono partecipare solo racconti inediti, che non siano mai stati pubblicati, neppure sul web.
3. La lunghezza massima dei racconti deve essere di 15 cartelle (30.000 battute spazi vuoti compresi)
4. Ogni autore può partecipare con quante opere desidera.
5. I racconti dovranno pervenire entro e non oltre domenica 15 luglio 2018 (non farà fede il timbro postale) via mail e anche in formato cartaceo nelle seguenti modalità:
a) via mail in formato .doc o .rtf all’indirizzo:
ufficiostampa.isaporidelgiallo@gmail.com
inserendo nel file del racconto titolo, nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia.
b) in forma cartacea 1 (una) copia del racconto con titolo, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia e una copia del Certificato di Partecipazione (CdP)*, ritagliato in originale (niente fotocopie), pubblicato nelle ultime pagine di tutti i volumi pubblicati nel 2018 de Il Giallo Mondadori

ATTENZIONE: inserire un CdP in originale per ogni racconto partecipante. Non sono ritenuti validi i tagliandi ritagliati da volumi del Giallo Mondadori antecedenti il 2018. Di seguito l’indirizzo a cui far recapitare i racconti nel formato cartaceo:
Premio “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”
Comune di Langhirano – Assessorato alla Cultura
Piazza G. Ferrari,1 43013 Langhirano (PR)
6. Gli elaborati saranno selezionati da una pre-giuria di autori e collaboratori de I Sapori del Giallo e de Il Giallo Mondadori. Ai racconti contenenti riferimenti al gusto e al cibo, verrà attribuito dalla giuria un punteggio aggiuntivo.
7. Il racconto vincitore sarà scelto dalla giuria finale composta da:
Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori),
Luigi Notari (Curatore della rassegna “I Sapori del Giallo”)
e verrà pubblicato nella collana Il Giallo Mondadori in data che sarà comunicata il giorno della premiazione.
8. I giudizi delle giurie sono insindacabili. I racconti pervenuti non saranno restituiti e non sarà possibile richiedere valutazioni della propria opera. Gli autori concedono gratuitamente i diritti di pubblicazione anche in via non esclusiva, fatta eccezione per la prima uscita, su Il Giallo Mondadori.
9. Tutti i partecipanti riceveranno comunicazione sulla scelta dei finalisti.
10. La partecipazione al Premio implica l’accettazione integrale di tutti i punti del bando di concorso, pena l’esclusione.
11. Il racconto vincitore sarà premiato, alla presenza delle autorità del Comune di Langhirano, durante la cerimonia ufficiale aperta al pubblico nell’ambito del “Festival del Prosciutto di Parma” che si terrà nella serata di sabato 8 settembre 2018 presso il Municipio di Langhirano.

Per informazioni contattare l’Assessorato alla Cultura del Comune di Langhirano
tel. 0521-864132
e Luigi Notari curatore della rassegna “I sapori del Giallo” tel. 348 4226784

Amori comunisti (Le varie di Valerio 85)

Luciana Castellina
Amori comunisti
Nottetempo, 2018
Biografie storiche

Turchia, Grecia, Usa. Novecento. La traduttrice Münevver Andaç (1917-1998) e il poeta comunista Nâzım Hikmet Ran (1902-1963) si amarono, brevemente a Istanbul e qualche anno a distanza, vissero insieme poco ed ebbero un figlio. I comunisti greci Nikos Kokovlìs (1920-2013) e Arghirò Polichronaki (1926) si amarono, in decennale eroica clandestinità a Creta (alla cui fine ebbero un figlio) e poi per il restante tempo esuli (e genitori) in Uzbekistan (attraverso l’Italia), fino alla fine. I comunisti americani Sylvia Berman (1924-2014) e Robert George Thompson (1915-1965) si amarono, quando lui uscì dalla prigione del maccartismo per alcuni anni, lui divorziato (e sempre in viaggio) lei vedova, fino alla fine (sono seppelliti accanto nel militare Arlington National Cemetery di Washington, grazie all’onorificenza avuta in guerra). La comunista italiana Luciana Castellina (Roma, 1929) ha incontrato personalmente i primi cinque dei sei (e solo la seconda delle tre coppie) nella sua intensa attività di dirigente politica e parlamentare europea. Ha covato memoria diretta delle loro storie d’amore per almeno un decennio, conservando appunti e materiali, raccogliendo testi e lettere, svolgendo ricerche e approfondimenti. Esce ora con un toccante affresco di passioni e affetti, un volume con le straordinarie biografie di sei uomini e donne, che si votarono a un comunismo militante (mai dogmatico nei rari momenti democratici, quando poterono discutere), tre coppie attratte da politica e amore, capaci di incrociare con emozione comune i drammi del secolo. Narra alla grande l’amorevole geopolitica del Novecento. Leggendola si capisce più della Turchia e della poesia universale (denuncia politica e accenti sensuali), delle Resistenze e delle dittature a Creta e negli arcipelaghi greci, della conquista dei diritti, della clandestinità non criminale e del filosovietismo statunitensi leggendo le storie personali dei protagonisti, che attraverso cento saggi di aridi dati o fatti, date o cronologie. Mitico.

Oltre la metà del godibilissimo testo è ovviamente dedicato alle due personalità più note in Italia e nel mondo, al prolifico fondamentale amore fra il leggendario Nâzım, morto in esilio per infarto 55 anni fa, uno dei più grandi poeti del Novecento, e la cugina Münevver, l’ottima traduttrice in francese (e altrove, per quel tramite) dei grandi autori turchi (Hikmet stesso, pure Pamuk e Kemal). Lui figlio e nipote di pascià, 17enne pubblicò i primi versi, bello e affascinante, occhi azzurri e capelli biondi, 20enne si impegnò volontario per l’indipendenza con Atatürk (1881-1938), diventò insegnante e comunista, transitò in Russia; poi in patria venne più volte arrestato e trascorse ben 17 anni in carcere; nel 1950 fu rilasciato e riparò presto in Unione Sovietica. Lei, figlia di una francese e del fratello ambasciatore di Celile (la mamma di Nâzım), occhi verdi e sguardo intenso, bella e colta; aveva già un marito e una figlia (Renan) quando lo andò a trovare con altri nell’ospedale del carcere, si scrissero, partecipò alla campagna per la liberazione, decise di farsi trovare là fuori quando finalmente uscì; nel momento in cui lo aiutò a scappare e rimase sola visse da reclusa con i due figli, traducendo gialli, infine in esilio insegnò Lingue orientali a Varsavia. Castellina spiega chiaramente perché sceglie Münevver fra i tanti tormentati amori (anche lunghi) del romantico orgoglioso Nâzım. Si conobbero nell’autunno 1948, poterono frequentarsi (e convivere) solo dal luglio 1950 alla forzata fuga di lui da Istanbul (e da complotti dei militari) nel giugno 1950 (nemmeno tre mesi dopo la nascita di Mehmet), rimasero lontani quasi senza notizie per oltre dieci anni (e lui si sposò in Urss con Vera), si reincontrarono poi una solo volta a Varsavia il 3 agosto 1961 (nemmeno due anni prima della morte di Hikmet per infarto). Castellina li conobbe entrambi, lei a Istanbul grazie a Joyce Lussu (che aveva tradotto le poesie in italiano dal francese), lui a Roma: “il comunismo è colmo di errori e di orrori, ma anche di dolorosissimi amori”. Sono biografie di persone nel loro contesto geopolitico (sempre premesso e parallelo). I contatti personali risultano funzionali a collegare gli eventi internazionali al comunismo italiano e a sentire la “molla” umana, non altro. Non cercate pettegolezzi o consigli amorosi, anche i rari accenni a tipici atteggiamenti dei “maschi” sono utili solo a farci capire meglio l’amore per la poesia e per l’impegno politico, le donne e i popoli, l’innamoramento come una forma di non assuefazione. E per nessuna delle tre coppie ci poté mai essere vita civile, pubblica, ordinata in democrazie parlamentari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una mente sociale (Le brevi di Valerio 217)

Aa. Vv.
Una mente sociale. Contributi in ricordo di Barbara Pojaghi
FrancoAngeli, 2018 (orig. 1964, prima edizione Giallo Mondadori)
A cura di Paola Nicolini e Sebastiano Porcu
Biografico

Macerata. 1949-2016. Barbara Pojaghi ha insegnato psicologia sociale a Macerata, assistente nel 1972, contrattista dal 1974, ricercatrice dal 1981, associata dal 2001, ordinaria dal 2009. Studenti e colleghi ne hanno vivida memoria, per le notevoli qualità comunicative e didattiche, per la miriade di iniziative di ricerca e per l’intensa attività sociale e territoriale dei quali sono stati testimoni, in rete con tutto quanto di civile, curioso e culturale si svolgeva nelle Marche. Fu assessore e consigliere comunale, presidente (o presidentessa) del consiglio comunale, protagonista in commissioni pari opportunità. Un primo (ricco, variegato, costoso) volume consegna a lettori, amici e conoscenti, con note e testimonianze dei due figli e di oltre cinquanta donne e uomini, una traccia del suo multidisciplinare impegno, riassunto nel titolo: “Una mente sociale”. Troverete profili universitari e collaborazioni, l’attenzione alla comunità e alla scuola, resoconti culturali, quattro scritti inediti, accanto all’ampio elenco bibliografico di sue pubblicazioni scientifiche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)