La Debicke e… Polvere

Polvere
di Enrico Pandiani
Dea Pianeta, 2018

Per i nuovi tipi della Dea Pianeta, casa editrice nata dal connubio letterario del Gruppo Pianeta con il Gruppo De Agostini, esce questo nuovo libro di Enrico Pandiani. Si cambia nazione (via la Francia), città (via Parigi & company) perché stavolta lo scenario è Torino. Lasciata per questo giro la chiassosa e ormai familiare troupe des Italiens, Pandiani ci presenta un nuovo e interessante personaggio che riesce a conglomerare in un indovinato cocktail tra l’hard boiled americano, il noir francese alla Izzo e qualche intelligente intuizione che ci rimanda a Scerbanenco. Il tutto sempre condito dalla musica a lui cara mentre, come il suo protagonista, fuma la pipa (sì certo, sappiamo che Pandiani la fuma e Closterman gli ha rubato senz’altro qualcosa della sua intelligente ironia, ma noi lettori non ci dimentichiamo di Maigret…)
Un personaggio che si muove in una Torino poco da cartolina, molto allargata se si guarda l’etnia della popolazione che vive nelle periferie e con diverse anime, tutte da scoprire. Comunque, cominciamo dal titolo: perché Polvere? Perché la polvere è disumana e in grado di obnubilare ogni facoltà positiva, quando si posa sulla vita, sulla tua vita. Eh già, perché se alcuni poliziotti senza scrupoli hanno deciso di incastrarti, e sei stato a un passo dalla galera, finisce che ne esci completamente sputtanato, demoralizzato, con le ossa rotte e ti sembra di aver solo voglia di vegetare.
È quello che capita a Pietro Clostermann, nipote dell’asso dell’aviazione francese nella seconda guerra mondiale, di cui porta il nome: da quando ha ingiustamente perso il lavoro, la sua vita è andata in frantumi. Era il responsabile della sicurezza di una grossa azienda ma, nel tentativo di scoprire certi sporchi giochi che si nascondevano dietro la facciata, adesso è, e si sente, solo un inutile disoccupato – impossibile trovare un altro impiego con quel macigno sulle spalle – che si concede qualche Wallbanger drink (Vodka, galliano e succo d’arancio) di troppo e come unico vero amico ormai ha solo un simpatico gatto al quale non ha ancora dato un nome. Ma a lui, Clostermann, ormai pare che vada bene così: ok se non hai legami, nessuno può deluderti. Abita in un quartiere periferico, come mezzi di trasporto usa solo quelli pubblici e vivacchia sonnolento. Però una mattina bussa alla sua porta un’anziana vicina di casa dall’aria stanca e dimessa. Al caffè dell’angolo della strada le hanno fatto il suo nome come investigatore e lei chiede il suo aiuto perché anche la sua vita è stata distrutta. Spiega infatti che pochi mesi prima sua figlia Silvia Massafra è stata sequestrata e uccisa in circostanze che la polizia non ha mai saputo o voluto chiarire.
Un caso che spaventa Pietro, che vorrebbe rifiutare. O forse è l’ultima occasione per dimostrare agli altri e a se stesso che può farcela? Per rimettersi in circolazione? Pietro non avrebbe alcun titolo per andare a ficcare il naso in quella storia, fare domande in giro, indagare. Dovrebbe fingersi qualcun altro e sa bene di essere sotto tiro della polizia – in questura c’è almeno una persona, un tempo affettivamente importante, ma che ora non vorrebbe certo ritrovarselo davanti. Tuttavia, commosso dal dolore di una madre e intrigato quasi suo malgrado, decide di provare ad accollarsi l’incarico e accettare la sfida. Come prova a muoversi, si scontra con ostacoli che parrebbero insormontabili, ma Clostermann non demorde, come lo zio eroe della Raf, torna all’attacco, rilancia, cerca aiuto e alleati in chi gli deve favori. Cosa c’è dietro quella morte all’apparenza inesplicabile di una brillante impiegata della Boἳte à Merveilles, una società di Export Import di mobili e manufatti dal Marocco? Unica possibile traccia: una stupenda africana che Silva aveva ospitato in casa sua. Perché? Chi era? Grossi guai in vista…
Poi, uando sulla tomba di Silvia Massafra incontrerà Tundra, la bellissima sorella della vittima, i suoi guai diventeranno maggiori, ma Pietro Clostermann può farcela, deve reagire, ricominciare a vivere e scrollarsi di dosso la polvere che per troppi anni ha lasciato accumulare sulla sua vita fino quasi a soffocarlo. E se il destino ha deciso di offrirti in qualche modo un’occasione di riscatto, devi darti da fare a rischio della vita e coglierla.

Enrico Pandiani non smentisce la sua bravura e ci regala una disincantata carrellata noir nelle pieghe di una spaventosa realtà sociale. Ma anche una benevola occhiata che sa cogliere l’infinita serie delle sfumature psicologiche nei tanti risvolti dei rapporti umani. Di un pugno di esistenze che si ribellano e cercano di combattere il male, sullo sfondo di una Torino multiforme e postindustriale. Una metropoli sulla quale si allargano implacabili i tanti tentacoli da tagliare di una astuta piovra che controlla un racket malavitoso nazionale.

L’uomo che dorme (Le gialle di Valerio 155)

Corrado De Rosa
L’uomo che dorme
Rizzoli, 2018
Giallo

Salerno. Febbraio-marzo 2012. Antonio Tonino Costanza, lineamenti irregolari e gambe tozze, vorrebbe affrontare in solitudine anche la notte di San Valentino (come gli ultimi sei mesi), al riparo da tutti. La sua vita di quarantenne è un rimbalzo (in Vespa PX 200) tra l’ospedale e il carcere. Fa lo psichiatra, consulente del Tribunale per i crimini violenti, e ormai si sente comodo nella ragnatela dell’indolenza, niente (altre) storie da sentire, niente (altra) gente da vedere. Sara lo aveva lasciato tre anni prima, non erano sposati, avevano un figlio, Luca, giunto ormai ai dieci anni. Quella sera l’amico Elvezio lo chiama e lo convince a vedersi nel Caffè Scorretto, Antonio incrocia la giornalista Laura Santamaria, vispa e formosa. Comunque si stufa presto e, facendo finta di ricevere una chiamata, se ne torna a casa. Nei giorni successivi legge sul giornale della morte (la stessa notte) di una prostituta 66enne, Milena Franco, in arte Sonia, strangolata con il laccio della vestaglia, una forbice nella vagina e un’altra infilata in bocca. Non se ne interesserebbe proprio se, dopo una settimana, non lo chiamasse Laura, alla ricerca di qualche significativa frase sulla personalità dell’assassino, certamente un folle. Dal colloquio un pezzo da quotidiano viene fuori; cominciano pure a frequentarsi, chiacchierando allegramente di tutto un po’, il 28 finiscono a letto, senza impegno. Sara comunica ad Antonio che ha un nuovo compagno stabile, vegetariano laico; il rapporto con Laura si complica. Però è sempre più coinvolto nell’indagine, il primo marzo viene uccisa un’altra prostituta, serve la sua acuta esperienza per individuare il colpevole.

Lo psichiatra forense Corrado De Rosa (Napoli, 1975) vive da tempo (per stabili ragioni professionali) sulla A3 Salerno-Reggio Calabria e ha pubblicato vari saggi di ricerca psicosociale, con particolare attenzione a mafia e camorra. L’esordio letterario nella fiction non riguarda la criminalità organizzata, piuttosto disturbi maschili individuali violenti. Il titolo fa riferimento a quelle ricerche scientifiche che li collocano più frequentemente durante il sonno, i rei potrebbero essere uomini che dormono. La narrazione è in terza varia, ricorrente sul buon protagonista (tendenzialmente seriale), sfaccettata su vari comprimari (quasi mai interessanti) della storia. L’autore coglie l’occasione per raccontare episodi e casi evidentemente tratti da esperienze personali, in particolare la vicenda di Federico, in trattamento sanitario obbligatorio, e della sua famiglia; oppure le biografie arrotolate di Vincenzo Amerigo Troisi (“uno dei motivi per cui valeva la pena fare lo psichiatra”) e del pessimo imputabile Vito Senatore (“l’hai mai visto un esordio psicotico a cinquantasei anni?”). Il fatto è che alla storia gialla o nera non ci si appassiona mai; l’esistenza dei crimini in controluce vale solo come pretesto per un racconto di genere quasi autoreferenziale, a tratti simpatico e divertente, amaro e scanzonato. I vini sono quelli giusti, a denominazione di origine controllata (a chilometro zero, più o meno), Aglianico e Fiano. In giro si ascolta di tutto, in Vespa i Velvet Underground, Radiohead, Eno, Dylan. Alberto, front-man dei Rag Doll, appare un tipo improbabile: chiodo borchiato, guanti neri a mezzo dito, orecchini appariscenti, chioma bionda, se possibile maglietta dei Metallica, armeggi con boa e pitoni. Il pubblico s’infiamma, pure Laura (in apparenza).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Tokyo Soundtrack (Le brevi di Valerio 210)

Furukawa Hideo
Tokyo Soundtrack
Sellerio, 2018 (orig. 2003)
Traduzione di Gianluca Coci
Speculative fiction

Giappone. Tra qualche (non troppo) tempo. A Touta (i caratteri di dieci e canzone) e Hitsujiko (pecora e bambino) sta accadendo di tutto. Sono a stento sopravvissuti dal mare in burrasca. Il ragazzino introverso di sei anni era in motoscafo, rimasto solo dopo che il padre fu scaraventato via. La ragazzina ribelle di quattro e mezzo era sul traghetto con la madre obesa aspirante suicida, finì su una scialuppa. Naufragano separatamente su un’isola, grande e variegata, nell’arcipelago giapponese di Ogasawara. Vi sopravvivono insieme due anni, cambiando spesso rifugio d’emergenza, in mezzo a tanti pesci e capre. Quando tornano nella capitale la trovano sconvolta dai cambiamenti climatici e dalle conseguenti migrazioni forzate: continuano a imparare a convivere con terremoti e tsunami, temperature torride ed eventi meteorologici estremi, conflitti sociali. Grande sensibilità letteraria di Furukawa Hideo (1966) nel bel Tokyo Soundtrack, scritto a inizio millennio per un futuro probabile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’agente del caos (Le gialle di Valerio 154)

Giancarlo De Cataldo
L’agente del caos
Einaudi, 2018
Noir

Roma, Londra e Usa, prevalentemente. Oggi e prima. Un affermato scrittore italiano è alla ricerca di motivazioni e trama per il nuovo libro, pressato dall’editore, incerto su tutto. Viene contattato dall’avvocato americano Alwyn Flint, che ha sfogliato l’edizione inglese del precedente romanzo Blue Moon, una buona combinazione di finzione letteraria ed elementi veritieri. Il protagonista era realmente esistito, Jay Dark, un’avventurosa vita di spia, considerato un trafficante dalla DEA, almeno undici lingue parlate in modo fluente, oltre venti identità assunte in svariati contesti geopolitici, arrestato in Italia e detenuto per 4 anni, poi scomparso, forse morto, potendo lasciare così libero sfogo al fertile contributo di personaggi immaginari (un poliziotto e un giudice, soprattutto) e a intrecci storici (come il caso Moro). L’avvocato spiega di curare gli interessi della Fondazione Fire of Chaos, istituita anni prima da Dark. Dopo qualche preliminare, lo invita a scrivere una nuova biografia, con meno invenzioni possibile e ispirata alla più grande carenza del romanzo: “il caos. Manca il caos”. Si vedono e ne discutono in italiano, Flint spiega che lui c’era e gli fornisce via via notizie e interpretazioni, superando ricorrenti incertezze e abbandoni dello scrittore, inviando pure video e altri materiali. Il nome di Dark sarebbe stato Jaroslav Jaro Darenski, nato verso il 1940, cresciuto a Williamsburg e Manhattan, padre straniero sconosciuto, madre sempre ubriaca, secco e pallido, poco socievole, ben presto ladro per mestiere e lettore di dizionari e volumi in altre lingue per passione, arrestato e internato, fino all’incontro col dottor Kirk, il teorico del caos, che ne intuisce e verifica i funzionali “doni” (enormi capacità d’apprendimento, insensibilità alle droghe) e lo “manovra” per almeno un decennio. Poi si gestisce da solo.

Nuovo bel romanzo per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), molto ben influenzato dalle recenti attività di sceneggiatura e regia. Visionari e visioni travolgono tanto la realtà quanto la finzione, attraverso una narrazione che corre su più binari dello stesso binomio. Il principale è la prima persona, lui anonimo famoso scrittore contemporaneo, con frequenti acuminate dubbiose riflessioni di fronte alla scrittura civile e al mercato editoriale. Poi ci sono i dialoganti incontri (innaffiati da whisky e rhum) con quello strano avvocato che fa impertinenti domande personali (e una certa autobiografia irrompe nelle risposte narrate) e sembra essere stato in qualche modo accorto testimone di ogni episodio, conoscendo pure i migliori ristoranti e vini italiani. La ricostruzione dei passaggi cruciali nell’esistenza di Dark diventa così (per la maggior parte dei capitoli, evidentemente suggeriti dall’avvocato e rielaborati dallo scrittore) biografia in terza persona al passato, i fatti dall’esterno, il romanzo della sua (vera) vita, alternando movimenti ed eventi storici (il progetto clandestino CIA Mk-ultra, la rivolta di Watts contro il potere bianco, la Wholly Communion di poeti e artisti beat), foto versi video rintracciabili sul web o inventati di sana pianta (plausibile comunque che altri tirassero le fila), personaggi reali in situazioni verosimili (a esempio Timothy Leary, Andy Warhol, Ronald Laing). Jaro diventa Jay, principale agente del caos nel mondo anglosassone degli anni sessanta, settanta e ottanta, imperniando attività e complotti intorno alle droghe psichedeliche, Lsd in primis (oltre all’autoprodotta pillola Kaos). In mezzo il 1968, l’anno del caos, ça va sans dire. Come previsto lo scrittore è invaghito di Leonard Cohen, il già nazista Kirk di Carmina Burana, Händel, Mozart, Flint dell’opera lirica. Buona musica non manca mai.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Detective Lady (X) – Le lunghine di Fabio Lotti

Sono stato colpito da una copertina blu che presenta aperta una orchidea. È la copertina del libro di Michelle Wan La maledizione dell’orchidea, Garzanti 2007, il cui contenuto è così esplicitato: “Dordogna nel Sudovest della Francia. Mara Dunn sta coordinando i lavori di ristrutturazione nell’antica magione di Christophe de Bonford, discendente di una prestigiosa famiglia francese, quando si imbatte in una scoperta agghiacciante. In una cavità segreta, dietro un muro secolare giace il cadavere mummificato di un bambino di poche settimane. È avvolto in uno scialle blu su cui è ricamata l’immagine di una specie rarissima di orchidea selvatica. I risultati dell’autopsia confermano i sospetti degli inquirenti: l’orrendo delitto risale a più di un secolo prima. Scoprire il colpevole pare impossibile, soprattutto di fronte alla mancanza di collaborazione di Christophe che cerca in tutti i modi di dissipare i sospetti sulla sua nobile casata.
C’è tuttavia un particolare che la polizia ritiene insignificante e che invece Mara e l’amico Julian Wood, esperto di orchidee, non possono ignorare: il fiore sconosciuto, ricamato sullo scialle che avvolge il cadavere di cui restano rare segnalazioni che forse possono offrire un indizio. Quando la violenza erompe di nuovo, Mara e Julian capiscono che proprio l’orchidea è la chiave di un mistero che lega il passato e il presente della Dordogna in una rete di bugie e ricatti, manipolazioni e tradimenti, odio e brutalità”.
Abbiamo anche diversi omicidi da parte di una Bestia, non si sa bene se un lupo, o un cane, un lupo mannaro o un licantropo e due vicende parallele in tempi diversi sottolineate dai capitoli costituiti da date: la vicenda del passato inizia dall’ottobre 1870 e finisce al 23 febbraio 1872; quella attuale dal 28 aprile 2004 al 2 giugno dello stesso anno.
Veniamo a Mara Dunn: minuta, esile, sulla quarantina, capelli corti, sopracciglia dritte e mento volitivo, mancina, un paio di jeans e una T-shirt con una frase di Groucho Marx ”Dopo il cane, il migliore amico dell’uomo è un libro. Ma dentro un cane è troppo buio per leggere”. È una ristrutturatrice di costruzioni (interior design) “sveglia e impaziente per natura”. Originaria del Canada francese, più precisamente di Montreal, ha aperto uno studio in Dordogna da otto anni. Padre scozzese, madre di Quebec, ha perso una sorella e si sente in colpa. Separata dall’ex marito Hal (ormai una costante fissa) “un architetto di talento con il vizio dell’alcool ed un ego smisurato”. Ha una relazione da quattordici mesi con Julian Wood “un uomo alto, magro che andava sui cinquanta, con una faccia lunga, baffi e barba tagliati malamente, e capelli brizzolati sempre spettinati”. In seguito verremo a sapere che ha le braccia lunghe e muscolose, le mani come due forconi, profilo leggermente a pera della pancia, gambe nude, pallide, scarne e pelose. Come a dire che c’è gloria per tutti. Già sin dall’inizio sottolineate le loro diversità: lei entusiasta e piena di energia, lui segue la corrente. Ma, soprattutto, lei non condivide il suo entusiasmo per i fiori. In modo particolare la sua ossessione per le orchidee sulle quali il compagno sta scrivendo un libro. Sente che il loro rapporto sta diventando solo routine. Risponde in modo poco gentile, si sente colpevole e irritata allo stesso tempo. Gelosa di Denise che ha un incontro sessuale con Julian al quale sembra di avere fatto l’amore con un pitone. Ha un cane, Jazz, che le dà conforto “I cani, pensò lei mentre gli dava da mangiare, sono semplici rispetto alle persone. Sono felici di mangiare le stesse cose ogni giorno. Sono leali, ti accettano per quel che sei, e non si infuriano mai”. Per lei è vero il detto che più si conoscono le persone più si amano i cani. Viene corteggiata e poi aggredita da Jean-Claude Fournier, lo storico della famiglia Bonford ma sa difendersi bene. Ginocchiata all’inguine, schiaffo e borsettata in testa. Non male. Peccato che venga ritrovato morto dopo essere volato dalla finestra. Scoppia in lacrime quando si accorge che anche Julian crede che sia stata lei a buttarlo di sotto. Non riesce a dormire nemmeno con il sonnifero. Poi rappacificamento fra i due con notte d’amore e bevute di Domaine de la Source. Guida veloce. Se c’è bisogno di spingere sull’acceleratore lo fa tranquillamente mettendo un po’ in crisi il suo compagno di viaggio “Di tanto in tanto una buca li faceva sobbalzare con violenza. Per evitare di sbattere la testa, Julian si reggeva al tettuccio dell’auto con entrambe le mani”. Un ritratto di Mara viene fornito da Julian proprio in fondo al libro “Sei testarda e cocciuta e sempre pronta a giudicare. E peggio ancora, non riesci a lasciare che le cose vadano come devono andare. Vuoi sempre sistemarle. Dici che non voglio affrontare la realtà. Forse è solo che a te la mia realtà non piace. Hai le tue regole ferree e vuoi che tutti gli altri le rispettino, finché ti conviene. Ti aspetti una lealtà condizionata dagli amici, ma se la si chiede a te non ne sei capace”. Staranno ancora insieme?

Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010.
Malin Fors, detective della polizia di Linköping (Svezia), trentatré anni, “figura snella, atletica e vigorosa”, “capelli biondi tagliati a paggetto”, sopracciglia dritte, occhi color fiordaliso, naso corto e un po’ all’insù. Divorziata vive con la figlia Tove tredicenne, bravissima a scuola (legge pure Austen e Ibsen), l’ex marito Jame trasferito in Bosnia. Indossati jeans, camicetta bianca, maglia nera, stivali caterpillar, giaccone nero in finta piuma, preso il cellulare e la pistola è pronta per entrare in servizio. Suo compagno di lavoro Zacharias “Zeke” Martinsson, quarantacinque anni, testa rasata, corpo piccolo e asciutto, collo lungo, attivo e sicuro di sé. Solito gruppo di poliziotti a fare da contorno per il caso da seguire.
Ed il caso è rappresentato da un uomo obeso che penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). Trattasi di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento. Alcuni indiziati: i ragazzi che lo tormentavano, una famiglia terribile e di mezzo c’è pure la possibilità di un sacrificio pagano, una specie di stregoneria norrena per cui le vittime venivano appese agli alberi.
Non manca il solito giornalista in contrasto con Malin (e dunque salterà sul letto insieme a lei), l’analista anamopatologa (corpo elegante con movimenti ineleganti) e perfino il morto che segue e commenta la vicenda (ma non è certo una novità).
Al centro la Nostra con i suoi ricordi (avrebbe voluto rimanere a Stoccolma ma da sola non se la sentiva), la malinconia dell’amore finito a cui sembra in qualche modo aggrapparsi ancora, il rapporto con la figlia e i suoi primi slanci sentimentali, le riflessioni su una società apatica e disinteressata. L’ alcol, la solitudine.
Scrittura veloce, incisiva, capitoletti brevi, frasette in corsivo (una marea), amalgama di pensieri, ricordi, descrizioni, notazioni, dolore, violenza, brutalità, stupri. Solito freddo bestia che taglia le gambe.
La mia cocciuta idea è che con cento pagine in meno si può ottenere un risultato migliore. Ma va bene così.

Marpalò e l’assassinio nella città murata di Luisa Conz, Robin 2007.
“Aminta Marpalò, ritrovandosi gli operai in casa per alcuni lavori idraulici, decide di passare una breve vacanza presso un agriturismo nella suggestiva cittadina murata di Casteldese. Qui vivono due suoi cari amici, i coniugi Vernani. Una volta arrivata, Aminta viene a sapere che il figlio della coppia, uno stimato cardiologo, è appena morto. La versione ufficiale parla di polmonite, ma il padre insiste in una tesi apparentemente folle, l’omicidio. Nel frattempo un’altra morte agita la piccola comunità: una hostess, che da poco aveva acquistato un’antica residenza nella cittadina, viene rinvenuta cadavere nella sua abitazione per un’overdose di cocaina. Dal ritrovamento della sua agendina emerge la figura di uno steward brasiliano su cui pendono infamanti accuse di pedofilia, ma anche un presunto legame tra la ragazza e il medico deceduto. Aminta, incuriosita, decide di vederci chiaro e ben presto per lei non sarà più possibile rimandare la scoperta di una verità sconvolgente e insospettabile”.
Ha cinquanta anni. Subito alle prese con l’esistenza “Le pareva che l’altalena di positivo e negativo, di favorevole e contrario, che rappresenta la norma del vivere quotidiano, fosse una condanna ostinata al punto da non farle trovare, in quel momento, motivo per alzarsi e mettere fine all’incipiente congelamento del suo corpo”. E sul passare del tempo “Perché non lasciarsi morire nello stato e nella forma di quando si è raggiunta la maturità?”. Non si vedrebbe il decadimento di tutto il corpo. Frecciate sui politici ignoranti e maleducati, bravi solo nell’insulto e sul “premier goliardico e giocherellone che si divertiva a tirare il sasso per poi nascondere la mano, o fare le corna in una riunione internazionale di capi di stato”. Indovinate chi è. Pudica nel parlare di sesso. Si lascia prendere dall’ottimismo della giovane Carola accolta con il figlio Bibì sotto la sua protezione “Le aveva trasmesso ottimismo, l’immagine di un mondo che, pur trasformandosi in modo caotico e vorticoso, apriva spazi d’indipendenza, d’emancipazione e di libertà dalla paura del diverso”. Ostinata anche verso se stessa nel voler risolvere il caso e piena di speranza e di orgoglio “Passeresti per monsieur Poirot agli occhi di tutti”. Citato anche il solito, scontato dottor Watson. Che sia testarda lo conferma anche la domestica Attilia “Perché tu sei peggiore dei muli degli alpini che quando decidono di fermarsi o di andare avanti per conto loro neanche le botte gli fanno cambiare idea”. Onesta ma se c’è bisogno di scoprire qualcosa usa anche le frottole. E se c’è bisogno di farsi bella per “sedurre” lo fa “Adesso, infatti, con la redingote di panno nero, gli stivali a tacco alto e la pelliccia che le ornava le spalle, dava davvero l’impressione di una dama un po’ fanèe ma di sicura eleganza”. Brevi flash-back della sua vita quando si becca sulle spalle la bacchetta della maestra. Ricordo di suo padre ingegnere. Tra loro amore e contrasto, ma soprattutto stima. Ne sente la mancanza. Alla fine avverte il bisogno del capitano dei carabinieri Andrea Felsini verso il quale nutre una discreta simpatia. Una donna ritornata alla vita. Ricordo ai lettori che ne “L’impiccato” era lei che doveva impiccarsi e si imbatte in uno che l’ha già fatto!
In questo libro abbiamo le solite descrizioni del luogo, i soliti riferimenti storici, i soliti accenni ai cambiamenti della società. La solita solfa, insomma. Il tutto condito con una scrittura modesta. Uno dei tanti, troppi gialli dozzinali in circolazione.

La Debicke e… Sara al tramonto

Sara al tramonto
di Maurizio de Giovanni
Rizzoli, 2018

Non mi piace definire Sara al tramonto un thriller o un romanzo poliziesco, magari patinato di noir. Stop con i generi. Non se ne può più.
Ripartiamo da zero.
Questo è un bel romanzo e basta. Un romanzo in cui, d’accordo, succede anche che ci sia un delitto, un gran brutto delitto che in realtà diventa la causa incidentale per raccontare una vera storia, introdurne un’altra commovente ma contemporaneamente intrigante, di quella che è stata una vita, scelta, voluta e della quale si sono patite le conseguenze, farne intravedere una terza importante, a divenire e, per finire, riuscire persino a salvarne una.
Fatto straordinario, encomiabile certo, ma il succo non sta là, e la parola che invece meglio descrive questo nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni è “responsabilità”. E cioè: cognizione, acquisizione, accettazione e sorprendente assunzione di questa indispensabile condizione che congloba e unisce all’interno della storia un eterogeneo gruppetto di personaggi.
Un libro vero, con una trama articolata che concede ampio respiro a due diverse interpretazioni, una profondamente coinvolgente, emozionale e un’altra comica, che l’avvicina alla commedia. Un libro che sceglie come protagonista e interprete – e il titolo lo svela – una donna, una figura femminile forte e importante, Sara Morozzi. Nessuno la conosce, perché Sara Morozzi, con il suo aspetto volutamente dimesso, piccola, con i capelli grigi, abiti semplici, scarpe comode, con la sua capacità di celarsi, di vivere nell’ombra, riesce a diventare anonima, quasi invisibile. Sara invece, conosce bene coloro di cui ha spiato la vita, Sara detta “Mora” che per decenni ha lavorato in una speciale unità investigativa “coperta”, legata ai Servizi, impegnata in attività d’intercettazione non autorizzate o meglio “confidenziali”.
Una ex poliziotta con i suoi inquietanti trascorsi operativi negli ingranaggi più oscuri degli apparati di Stato, una specie di implacabile giustiziere in grado di far piazza pulita e liquidare sporchi conti rimasti in sospeso. Sara che doveva il suo incarico alla sua eccezionale dote. Dote che le permette, incontrando una persona, di “indovinare ciò che era e pensava”, non solo con la lettura delle parole sulle labbra, ma di decifrarne l’insieme degli intenti, dai movimenti inconsci del volto, dalla postura delle mani, dai gesti involontari, dallo sguardo, da quelle piccole cose che agli altri sfuggono o non dicono niente, mentre per lei meticolosa e analitica ai limiti dell’ossessività, erano rivelatrici. Con gli anni aveva affinato quella innata capacità che l’aveva resa un indispensabile atout per la sua sezione.
Il tempo era passato così, scivolandole tra le dita, mentre nelle orecchie echeggiavano i segreti degli altri. Oggi, superati i cinquanta, è sola. Da poco ha perso il suo compagno, il suo pilastro, il suo unico vero amore, l’uomo ai vertici della sezione investigativa e non può o riesce a rimproverarsi le sue scelte fatte, quel suo grande e insopprimibile impulso che la costrinse ad abbandonare una famiglia, un marito, un figlio piccolo. Oggi è una donna che crede di aver toccato il limite della disperazione, che si annulla, si confonde con l’ambiente. inespressiva, persino invisibile, sullo sfondo di una strana Napoli: periferica e marginale, quasi inesistente e dimenticata dalle cronache, una Napoli che si esalta solo per un attimo con l’azzurro carico del mare ammirato dalle finestre di un villa.
Una protagonista d’eccezione, con la sua meravigliosa dote sempre là ma praticamente in stand by, viene richiamata in servizio in maniera non regolare, da una collega dei servizi segreti, per svolgere un compito particolare, con una copertura semiufficiale e l’appoggio e il suggerimento di un bravo ispettore, annegato da troppo tempo nell’inazione dai meandri della burocrazia.
Questa strana coppia al limite dell’incompatibilità dovrebbe cercare un’altra verità e un altro finale per una storia che pare già tracciata indelebilmente: l’uccisione del ricco finanziere Molfino, per la quale è accusata e in carcere la figlia Dalinda, tossicodipendente e madre single. Uccisione compiuta in un momento di follia sotto la spinta della droga. Senza contare che l’autopsia aveva evidenziato che il morto era affetto da una gravissima malattia al fegato che l’avrebbe portato alla tomba in poco tempo. L’indagine supplementare, uno scrupolo più che altro, è dovuta al grido di aiuto lanciato da Dalinda Molfino che teme per la vita di sua figlia Bea.
E qui subentra la responsabilità accettata, e condivisa da tutti coloro che in qualche modo si trovano o si troveranno coinvolti nelle storia, nei confronti di una bambina di sei anni. Responsabilità che li convincerà a mettersi in gioco perché Sara ai giardinetti, seduta sulla penultima panchina, stava aspettando una giovane donna che conosceva e che diventerà a pieno titolo la terza componente del loro gruppo investigativo. E regalerà loro quel quid in più, in virtù della telematica, destinato a sbrogliare la matassa. Perché seguendo un filo sottilissimo ma che man mano si dipana e si rafforza, Sara riuscirà a intuire quanto le sopraffazioni e le prepotenze legate al quotidiano possano far crescere l’odio fino a un’incontrollata esplosione. E non serve nascondersi dietro una porta, o magari abbassare la voce, perché Sara, che ora può vedere anche sullo schermo, è in grado leggere e “ascoltare” ciò che si trama. Il loro trio insieme può risolvere il caso e magari regalarsi nuove e importanti responsabilità. Una nuova serie? Forse, non so, probabile, ma sicuramente un bel libro da leggere.

Elogio delle frontiere (Le brevi di Valerio 209)

Régis Debray
Elogio delle frontiere
Add, 2012 (orig. 2010)
Traduzione e postfazione di Gian Luca Favetto
Geopolitica

1991-2010. 27.000 km di nuove frontiere. Il futuro resterà loro, disse controcorrente il noto intellettuale francese Régis Debray (Parigi, 1940) in una conferenza del 2010 a Tokio. La frontiera è “un’assurdità necessaria e inevitabile”, inutile illudersi di poterne fare a meno. Il testo erudito e stimolante (per quanto provocatorio e talora discutibile) fu pubblicato in volume come Elogio delle frontiere: visto che non si poteva (almeno dal neolitico), può e potrà eliminare “frontiere” tanto vale approfondire perché ed evitarne significati e funzioni di definitiva separazione fra umani sapienti.
Opportunamente l’autore segnala che le barriere naturali diventano “frontiera” attraverso un atto di registrazione solenne, serve il diritto, sia interno che internazionale. E riconoscerla significa conoscere pure chi sta di fronte. Anche per chi difende diritti universali e intende la priorità degli equilibri ecologici non può prescindere dall’affrontare gli argomenti illustrati.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un crime comico su Netflix: Fallet (Il caso)

Orfana di La casa di carta (ho terminato la seconda stagione all’indomani dell’uscita, senza troppa soddisfazione, ma insomma, ormai c’ero e volevo sapere come andasse a finire) ho fatto un po’ di zapping tra le nuove offerte di Netflix e ho scovato Il caso (Fallet, in lingua originale). Premetto che la serie non è doppiata ma sottotitolata in italiano e che la lingua originale è metà svedese e metà inglese. Ciò detto, l’ho trovata esilarante. Si tratta infatti di un vero crime, ma comico. Inizia con un omicidio cruento – nella sperduta regione di Norrbacka un cadavere viene ritrovato appeso a un albero, seviziato e cosparso di simboli religiosi – sul quale devono investigare Tom Brown (Adam Godley), detective inglese, e Sophie Borg (Lisa Henni), poliziotta svedese. Entrambi sono degli stereotipi: lui è timidissimo, educatissimo, viaggia con una pianta di rose al seguito, indossa un Barbour e beve tè; lei è aggressiva, rude, impaziente e dal grilletto facile. Entrambi single, entrambi hanno avuto problemi con le rispettive gerarchie e questo caso – a cui sono stati assegnati per punizione – è la loro occasione per riscattarsi. Non possono mancare l’anatomopatologa stramba, i giornalisti d’assalto, altri omicidi, un mucchio di sospettati…
Riusciranno i nostri eroi a risolvere il caso e rimettere in sesto le loro vite? Bastano 8 puntate da meno di mezz’ora l’una per scoprirlo. Tra citazioni e humour, l’intrattenimento è assicurato.

La Debicke e… Il ragazzo sul ponte

Il ragazzo sul ponte
di M.R. Carey
Newton Compton, 2018

Sono passati dieci anni da quando una misteriosa e incontrollabile epidemia, provocata da un fungo che invade e modifica le cellule cerebrali, ha cominciato a contagiare la maggior parte degli abitanti del pianeta trasformandoli in hungries, mostri carnivori privi di raziocinio, assetati di sangue e che si nutrono indifferentemente di animali e di esseri umani. Gli hungries non hanno coscienza, né attività cerebrale. L’ipotesi alternativa sarebbe anche più inquietante: “sarebbero cerebralmente attivi ma incapaci di comandare i propri arti a causa del patogeno che infetta il loro sistema nervoso centrale. E chissà cosa provano, se qualcosa provano, in tale condizione. Un solo loro morso è sufficiente a trasmettere il contagio trasformando gli uomini in zombies. Ciò che resta dell’umanità è suddivisa tra alcune fortezze inespugnabili protette da giganteschi carri armati, gestite da una cosiddetta dittatura illuminata alla testa dell’esercito superstite e gli junker, gruppi di predatori senza pietà che a bordo di mezzi blindati protetti da armi pesanti, assaltano, depredano e uccidono, praticando persino l’antropofagia, tutto quanto trovano sul loro cammino. Il potere per così dire ufficiale tenta da anni di organizzare delle squadre di ricerca formate da scienziati che avrebbero per scopo di individuare una qualsivoglia cura o vaccino per contrastare il morbo.
Queste sono le premesse di Il ragazzo sul ponte, un thriller sovrannaturale frutto della fertile penna di M.R. Carey, che poi si rivela il prequel del celebre La ragazza che sapeva troppo, che ha ottenuto gran successo internazionale anche per un’indovinata e coinvolgente rilettura cinematografica. Ma torniamo a Il ragazzo sul ponte. Questo ragazzo, che dà il titolo alla storia, sarebbe Stephen Greaves, un quindicenne geniale ma autistico (stenta a relazionarsi con le altre persone, evita il contatto umano, tipico della sindrome di Asperger) che affronta ogni genere di sfida con interesse sia per la meccanica che per la conoscenza. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, la scienziata Samrina Khan, che l’ha salvato da piccolo e conosce il suo altissimo potenziale intellettivo – Greaves infatti ha inventato un gel in grado di neutralizzare gli odori e permettere di sfuggire all’olfatto degli hungries – gli è affezionata e riesce a mantenere un fattivo rapporto con lui. E proprio lei, che lavora per la squadra scientifica della fortezza, ha deciso di includerlo nel programma che prevede un viaggio pericolosissimo verso in nord dell’Inghilterra, per ricuperare campioni del fungo piazzati in posti diversi per clima e tipologia territoriale, nell’intento di garantire al genere umano una speranza. Altro scopo di questa pericolosa missione è prelevare campioni dagli hungries per tentare di sintetizzare una cura per gli umani infetti e far fronte all’epidemia. La loro spedizione, che durerà mesi, li costringerà a vivere pigiati uno sull’altro, come sardine, a bordo del Rosalind Franklin, un laboratorio mobile, un immenso carro armato blindato da trasporto. L’equipaggio della Rosalind è composto da sei membri dell’esercito incaricati delle sicurezza e della protezione e dall’equipe di ricercatori. Tra i due gruppi nasceranno inevitabilmente, con il tempo e le difficoltà, attriti e frizioni, anche normali, data la forzata convivenza ma che finiranno per scontrarsi anche con importanti scelte di natura etica che in alcuni casi si riveleranno pericolosamente fatali. Visto che, se abbiamo letto La ragazza che sapeva troppo, ricordiamo che la Rosalind Franklin è stata trovata abbandonata, nutriamo poche illusioni sull’infelice destino del suo equipaggio. O forse qualcuno potrebbe essere sopravvissuto abbastanza a lungo da riuscire a conoscere Melanie, l’eroina della La ragazza che sapeva troppo, e la sua coraggiosa insegnante? Fantascienza, fantasy o un plausibile angosciante futuro da non augurarsi?

Mike Carey (nato nel 1959), conosciuto anche con lo pseudonimo M. R. Carey, è uno scrittore britannico di fumetti, romanzi e film. È internazionalmente famoso soprattutto per aver scritto il romanzo La ragazza che sapeva troppo.

Mio caro serial killer (Le gialle di Valerio 153)

Alicia Giménez-Bartlett
Mio caro serial killer
Sellerio, 2018
Traduzione di Maria Nicola
Giallo

Barcellona. Ai giorni nostri. Proprio quella mattina che la cinquantenne Petra Delicado decide di ritardare un poco e concedersi i servizi di un centro estetico, il commissario Coronas in persona la chiama dall’ufficio e la redarguisce severamente: è stata trovata una donna assassinata in casa. Non basta: devono andarci subito col fido inseparabile vice Fermín Garzón ma è la polizia autonoma ad aver chiesto collaborazione, a coordinare le indagini sarà un giovane massiccio disciplinato ispettore dei Mossos d’Esquadra, Roberto Fraile, occhi verdi e capelli a spazzola, sulla trentina. Ne vedremo inevitabilmente delle belle. E delle brutte: qualcuno ha pugnalato 22 volte l’impiegata 55enne Paulina Armengol, poi le ha tagliato la faccia fino a renderla irriconoscibile, lasciando un biglietto di disinganno d’amore. Dopo appena un giorno accade di nuovo, una 35 ecuadoriana con regolare permesso di soggiorno, accoltellata all’addome, con il volto devastato e un messaggio amoroso, stessa mano omicida e identiche modalità. Non è finita lì e non vi sono tracce o piste. Erano tutte donne sole, pochi o niente amici o parenti, fra loro non si frequentavano né si conoscevano, l’unico labile legame sembrano forse le agenzie matrimoniali con cui erano entrate in contatto, una in particolare, molto riservata. Petra e Fermín sono tranquilli a casa, i rapporti (rispettivamente) con Marcos e Beatriz sono stabili da tempo, i partner affiatati e collaborativi. Certo cresce la curiosità dei figli del terzo marito (conviventi) e della loro nonna (appena arrivata), però l’armonia non è rovinata ed emerge anzi qualche spunto investigativo. Il fatto è che il lavoro è un inferno: giorno e notte, senza costrutto, con un collega gentile ma turbato, impreparato ai comportamenti strani e ai dialoghi stranianti dei due della Policía Nacional. In qualche modo, impareranno a sonnecchiare insieme, a vedersi alla Jarra de Oro e a stimarsi.

La bravissima Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) si cimenta con morti seriali, non poteva più farne a meno. Si tratta di un argomento tipico di gialli e noir, di un topos letterario, quasi un luogo comune. Nella sua serie (iniziata nel 1996 e giunta al decimo romanzo) ci sono tante parodie fisse sul genere: il duo protagonista, le tecniche investigative, i tic dei personaggi. Non poteva mancare ora l’indagine su un presunto serial killer di donne indifese, qualcosa per cui la Petra che conosciamo (attaccabrighe e scettica) forse non sarebbe potuta essere all’altezza, lei che comunque narra in prima persona, al passato, senza compassione per nessuno (come Fermín, con il cuore di fredda ironica pietra). Ci immergiamo così nel mondo delle Agenzie di Relazioni Matrimoniali e dei siti d’incontri, nell’infinita solitudine di alcune donne, foto scelte per trasmettere un atteggiamento, una propensione, un personaggio, nella speranza di trovare un compagno. Emergono con umorismo e indulgenza i tanti possibili rifugi per cuori solitari (anche maschili): associazioni di escursionisti, centri culturali, agenzie di contatti, circoli di poker, scuole di tango. Mentre stenta a venir fuori l’intreccio sordido di interessi e crudeltà, bugie e opportunismi, destinato a tradursi poi, non tanto casualmente, in crimini sanguinosi. La lenta verifica confermerà che nessun assassino è perfetto, pare che presto se ne farà un film. Concilianti i rapporti fra le due polizie operanti in Catalogna, anche perché il terzo incomodo (vera novità del romanzo) finirà per capire e far capire l’utile piacere della condivisione. Segnalo la velenosa convivenza di verità ed equilibrio mentale, a pagina 80. Il sospettato ha lo studio in calle de la Sal a Barceloneta, proprio sopra la libreria “Il Giallo e il Nero” (“Negra y Criminal”, dove tornare presto), il gestore Paco conosce bene Beatriz e Fermín, con sorpresa di Petra: il romanzo poliziesco unisce molta gente. Passito, cariñena, cava, barricato, e via vineggiando.

(Recensione di Valerio Calzolaio)