Cattivi maestri (Le brevi di Valerio 165)

Giacomo Panizza
Cattivi maestri
EDB, 2017

Lamezia Terme. 1976-2002. Una parte della Calabria era ed è zona “mafiosa”. Don Giacomo Panizza (Pontoglio, Brescia, 1947) vi arrivò dal Nord nemmeno 30enne prete di frontiera, diede vita a una comunità autogestita con disabili, Progetto Sud. Insieme decisero di gestire un palazzo confiscato e don Giacomo fu testimone di giustizia contro un clan. La ‘ndrangheta, per bocca di capo clan locali, lo condannò a morte; dal 2002 vive sotto protezione. Ha raccontato esperienze e storia in vari volumi. Ora per Centro Editoriale Dehoniano spiega quale è “la sfida educativa alla pedagogia mafiosa”: fare i Cattivi maestri. Le organizzazioni criminali conoscono il territorio, svolgono opera di mediazione sociale mentre accumulano e redistribuiscono ricchezze, esercitano un dominio anche con le armi usando profittevoli cultura e strumenti della società capitalistica. Il bel volume inizia con un “elenco delle cose che mi piacciono del Sud” e ha una toccante prefazione di Fofi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Cinemascope (Le gialle di Valerio 131)

Erica Arosio e Giorgio Maimone
Cinemascope. Un delitto alla moviola per Greta e Marlon
TEA, 2017
Giallo

Milano. Autunno 1963. Lo stesso giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, di notte muore il ricchissimo industriale 50enne Edilio Borghini, lo conoscevano tutti: proprietario della Frost (elettrodomestici), di squadre di pallacanestro e ciclismo; cineasta dilettante attivo nella produzione di film e protagonista di attività benefiche e culturali; sposato con una nobile e molto attivo sessualmente altrove. Lo trova una sua pupilla di successo, la splendida affascinante carismatica Francesca Pagliani, alta 24enne, nata a Sion e scappata a Milano per frequentare l’Accademia dei Filodrammatici con Calindri, capelli mossi castano chiari (quasi bionda). Il cadavere penzolava nudo da una fune attaccata al soffitto della camera da letto, i polsi con leggeri segni rossi di legacci da gioco erotico, uno sgabello gettato lontano nel disordine generale (foto, libri, avanzi di cibo e alcol, stecca di sigarette, cinepresa accesa senza pellicola, pizze di altre registrazioni), tutto per aria e nessuna lettera d’addio. Il fatto è che Francesca era la fidanzata pubblica di Edilio ed è da qualche mese in amore privato con il 43enne Mario Marlon Longoni, ex partigiano, ex pugile, comunista e ateo, possente e invaghito, con il quale ha trascorso la notte, prima di correre all’appuntamento con l’uomo ora morto. Marlon è il braccio destro (colto investigatore di strada) dell’avvocata penalista 38enne Greta Morandi, si conoscono da sempre (con stima e affetto) e collaborano da almeno tredici anni, avendo già brillantemente risolto i due famosi casi Visconti e Giuditta. Francesca telefona subito a Marlon che corre sulla scena del crimine con il sodale Alberto e avvisa Greta, mentre ormai sta arrivando la polizia. La Triade non c’entra con il nido di vipere della famiglia Borghini, morranno vari altri prima che si riesca a trovare un filo di senso nel giallo di Francesca.

Terzo bel romanzo di genere per il duo di collaudati giornalisti milanesi Erica Arosio (pariniana filosofa estetica, da “Gioia”) e Giorgio Maimone (berchettiano musicologo poetico, dal “Sole 24 ore”), in terza varia al presente su chi investiga, anche se nella seconda parte irrompono un paio di prime persone, in corsivo la donna a sorpresa. Il titolo è connesso al permanente desiderio dell’industriale morto di fare il regista e alle sue piccanti esperienze dietro la macchina da presa (le pizze prelevate da Marlon accanto al cadavere, senza dire niente alla polizia). Le solite appendici a Varenna e in Svizzera non inficiano il ruolo di protagonista assoluta per Milano (gli anni di Scerbanenco), descritta nei minuziosi particolari di quel fertile periodo: strade, palazzi, ritrovi, spettacoli e personalità dei vari mondi (musica, cinema, televisione), tanto che in appendice c’è la mappa della città per una passeggiata attraverso i luoghi della narrazione. Per certi versi si tratta di un vero e proprio romanzo storico: non a caso ognuno dei 48 capitoli (dentro sette parti che corrono lungo trenta giorni, con qualche intervallo nel passato) ha il titoletto tratto dai più bei film del cinema noir, quel genere inventato, sviluppato e tematizzato proprio negli anni quaranta e cinquanta. L’indagine nera corre parallela alle cronache rosa e viola dell’intero equipaggio dello studio Morandi (con qualche dialogo a rischio di fumetti o macchiette): ben presto Marlon scopre che potrebbe essere padre del piccolo Vladimiro, Greta possiede qualche mese per mantenere fisica la torbida relazione con l’avventuriero Tom (ai domiciliari ancora per poco), la vecchia segretaria è sempre più inacidita, la nipote di Greta ha iniziato Legge e aiuta in ufficio oltre che manifestare con gruppi e movimenti comunisti, il baffuto collaboratore fornaio Alberto conquista tutte le donne che gli capitano a tiro. Vari vini rossi e bianchi, molto rum. Parole e musica dei grandi cantanti italiani dell’epoca, jazz e Chet Baker per Marlon.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il presagio (Le brevi di Valerio 164)

Anne Holt
Il presagio
Einaudi, 2017
Traduzione di Margherita Podestà Heir

22 luglio 2011. Oslo. Mentre polizie e ambulanze si dirigono a Utøya dove Breivik ha appena ucciso 69 giovani laburisti tra i 14 e i 20 anni, sta per svolgersi una festa di ragazzi e ragazze e la 43enne Johanne arriva per aiutare i preparativi, la padrona di casa era sua compagna di liceo e da un po’ l’aveva persa di vista. La trova in soggiorno col marito, ha in grembo il cadavere del figlio Sander, caduto dalla scala. C’è qualcosa che non torna, si indaga. La narrazione (in terza) tratta con acume e tragedia varie storie di violenza, concentrandosi sulle troppe domestiche subite dai minori, contro alcune delle quali non facciamo abbastanza. L’ottima norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato quasi una ventina di gialli, cinque per la serie Johanne Vik, il primo nel 2001. Il presagio è l’ultimo, bellissimo (originale del 2012, anche se in varie sedi si cita il 2010).

Recensione di Valerio Calzolaio

Negli occhi di chi guarda (Le gialle di Valerio 130)

Marco Malvaldi
Negli occhi di chi guarda
Sellerio, 2017
Giallo

Poggio alle Ghiande, Maremma. Maggio 2017. L’umanista filologa archivista vegetariana fumatrice Margherita Castelli telefona allo scienziato medico genetista triatleta salutista Piergiorgio Pazzi. Avevano avuto una bella storia quando erano entrambi ricercatori a Pisa; poi, cinque anni prima, lei lo aveva lasciato per una relazione con un uomo sposato. Da allora non si erano più sentiti, finché non lo aveva chiamato per una prestazione (professionale). Margherita, capelli fucsia, occhi verdi, culo michelangiolesco, lo aspetta alla stazione di Campiglia Marittima per condurlo in Honda CBE 600 RR a dieci chilometri di distanza, nella tenuta del marchese di Poggioponente dove lui dovrebbe vedere due fratelli omozigoti sessantenni, vissuti per quasi quarant’anni nello stesso posto facendo lavori completamente diversi. Sono Alfredo e Zeno Cavalcanti, comproprietari al cinquanta per cento della tenuta e forse intenzionati a venderla a una holding cinese, se si metteranno in qualche modo (tecnico) finalmente d’accordo. Nati a Casteldelpiano il 20 marzo 1958, eterosessuali dagli occhi neri e dall’aspetto simile (occultato da scelte divergenti), appaiono decisi e determinati in termini opposti: Alfredo vorrebbe proprio disfarsene, Zeno no. Alfredo è uscito alla luce della vita propria 15 minuti dopo Zeno, stava più in alto nel ventre della madre, è considerato dunque il primogenito, affascinante concreto educato, barba corta curata, fa il broker nel campo della finanza, squalo in doppiopetto quasi sempre a Milano coi fast food. Zeno è un critico e collezionista d’arte, magnetico esoterico stravagante, barba fluente e treccia da druido, placido in fattoria col cibo buono; Margherita lavora per lui e ora ha di nuovo il cuore libero per Piergiorgio, chiamato per contare i telomeri. Il fatto è che il custode ottantenne (uscito dal manicomio nel 1978 con un regalo di Antonio Ligabue) viene ucciso.

Ancora un delizioso noir di gustoso intrattenimento per il chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974), Sellerio per i romanzi di genere (per la serie del Barlume finora sei 2007-2016 con dieci racconti, non seriali altri quattro 2011-2015), multimediale per i saggi scientifici. Il titolo fa riferimento a una convinzione di Zeno mentre illustra una riservata collezione di opere che non tutte piacciono a Piergiorgio: riconoscere “la bellezza” è un punto di vista personale, la deve trovare chi guarda. Questo è anche il senso delle scelte stilistico sensoriali della convincente narrazione: l’autore usa la terza persona varia al passato e intervalla di continuo argute riflessioni scientifiche ed emotive su molecole, geni, vista, olfatto, udito (più che su gusto e tatto). Molto ruota intorno al tranquillo e remissivo, insieme ironico e smagliante professore 33enne, figlio di ferroviere, appena divenuto associato, maniaco dell’ordine e della pulizia, magro, col cranio rasato e la barba, tifoso della Fiorentina e delle vacanze all’Elba, ancora invaghito dell’indimenticabile Margherita. Ma c’è ampio divertente spazio per tutti i personaggi: il devoto uomo delle pulizie polacco Piotr, gli investigatori ufficiali, il furbo ingegnere immobiliarista e il simpatico architetto che devono gestire l’affare della vendita, i vari affittuari degli appartamenti annessi alla tenuta: la Verde chimica in pensione Giancarla, il Rosso meccanico di box di Formula 1 Riccardo Maria, la Blu casalinga 50enne neo-abbandonata dal marito Anna Maria, l’anziana coppia Gialla flautista-direttore d’orchestra ed ex modella violinista. E non manca un riferimento sia a Nero Wolfe sia allo strano vicequestore romano che, nonostante il nome, non sa stare agli ordini. In copertina c’è un manifesto pubblicitario del Tocaji, all’interno i due innamorati si godono un Franciacorta da sessanta euro. Qui, senz’altra musica!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Scimmie (Le brevi di Valerio 163)

Alessandro Gallo
Scimmie
Navarra Editore
2011 e 2016

Napoli. 1985. Gennaro Pummarò è un quindicenne egocentrico, magro bianco deperito, figlio e fan della camorra, insieme ai due sodali amici che porta sempre con la vespa arrugginita, Franco Panzarotto, perché basso e cicciottello, e Tore Bacchettone, perché alto. Dopo un insoddisfacente primo tentativo sessuale dalla professionista Annarella decidono di puntare una zona del Vomero e farla propria. La vita avrà una svolta per tutti e tre i ragazzi a fine estate, più o meno quando i loro mitici riferimenti sociali ammazzeranno Giancarlo Siani. È al giornalista ucciso il 23 settembre 1985 che Alessandro Gallo (Napoli, 1986) dedica il romanzo breve Scimmie, lui un giovane scrittore e promotore teatrale nato “dopo” e “figlio di Gomorra”, cresciuto scimmiottando il potere della camorra, per poi fuggirne a vent’anni lasciandosi alle spalle famiglia, casa, amici, quartiere e divenendo a Bologna un bravo impegnato operatore culturale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Breve storia di chiunque sia mai vissuto (Le varie di Valerio 40)

Adam Rutherford
Breve storia di chiunque sia mai vissuto. Il racconto dei nostri geni
Traduzione di Sabrina Placidi
Bollati Boringhieri, 2017 (orig. 2016)
Scienza

Il genoma degli umani. Ieri e oggi. La luce ancora non è viva su origine e storia dell’uomo. Non conosciamo il percorso che ha condotto dalle scimmie al genere Homo (dal fiume Omo in Etiopia) e noi ovunque, tempi e luoghi non hanno successione lineare, il collegamento fra i siti di ritrovamento dei reperti traccia linee ipotetiche. Pare proprio che i 107 miliardi 602.707.791 (uno più, uno meno) esemplari di uomo moderno vissuti da circa 50.000 anni fa al 2011 abbiamo tutti la medesima origine africana. Pare che ognuno sia allo stesso tempo ordinario ed eccezionale, tutti una combinazione di uno spermatozoo e di un ovulo con unica impronta digitale genetica. Pare che genomi, geni e molecole del DNA (con struttura a doppia elica) contengano la registrazione del viaggio compiuto dalla vita umana sulla Terra, abbiamo imparato a leggerli e capito che possono dirci molto e qualcosa, almeno altrettanto, non possono. Non è chiara quale sia la relazione tra sequenza dei nostri geni nel genoma (genotipo) e modo in cui si manifestano sotto forma di proteina e nei caratteri esteriori (fenotipo). Le nostre origine ed evoluzione di bipedi mobili, sapienti, e civilizzati non hanno mai seguito una direzione ineluttabile. Il nebuloso arbusto di ominidi e umani appare come un cespuglio senza radici, con rami discontinui, rotti, intersecati, paralleli. Homo sapiens è un eucariote animale cordato mammifero primate aplorrino ominide homo, unica specie rimasta del genere. L’ultimo antenato comune con i Neanderthal dovrebbe essere esistito 500.000 anni fa (giorno più, giorno meno). Il più recente antenato dell’umanità attuale sarebbe vissuto 3.400 anni fa, 800 dei soli europei (perlopiù di incarnato scuro almeno fino a 8000 anni fa). Siamo tutti cugini, di vari gradi.
Il genetista e divulgatore scientifico inglese Adam Rutherford (Ipswich, Suffolk, 1974/75) ha scritto decisamente un bel libro (con bibliografia composta soprattutto di articoli recenti). Ecco i termini del glossario finale, ne apprenderemo significato e connessioni: allele, aminoacidi, basi, codone, cromosoma, DNA, eterozigote, fenotipo, gene, genetica, genoma, genomica, genotipo, leggi di Mendel, mitocondri, polimorfismo, proteina. Si tratta di una certa rilevante parte delle “scoperte” successive all’invenzione della biologia evoluzionistica da parte di Charles Darwin, ritenuto “il più grande scienziato in assoluto” (nel mio piccolo, sono d’accordo). L’autore illustra anche come (dall’inizio del XX secolo) la biologia si sia via via spostata dalla forma delle ossa e dei caratteri fisici all’ambito prima molecolare (i gruppi sanguigni) poi genetico (appunto il DNA), unendo statistiche e teorie darwiniane, formalizzando i meccanismi dell’evoluzione in base alla selezione naturale, individuando nell’agricoltura e nell’allevamento la svolta cruciale per quel che siamo oggi. E parla di capelli rossi e statura, di peste nera e sport, di latte e intelligenza, di eugenetica e medicina, di Riccardo III e Jack lo squartatore, di stereotipi razziali e pregiudizi antizigani. Non esiste alcuna componente genetica fondamentale che permetta di definire “razza” un particolare gruppo umano. L’evoluzione è cieca: siamo caratterizzati da una variabilità davvero infinita. Non è possibile prevedere i comportamenti complessi di una persona: il conflitto è nelle persone, non nella biologia. Per di più, dobbiamo riconoscere importanza all’esoincrocio e alle popolazioni endogamiche: se nel genoma di un bimbo non confluiscono geni nuovi aumenta il rischio che emergano malattie genetiche recessive. Così, è bene essere tutti meticci. L’autore cita di continuo il ruolo delle migrazioni, tanto che in un paio di occasioni segnala che il termine qualche volta potrebbe essere “fuorviante”, solo che non spiega come o perché e lo usa talora in modo impreciso; anche in questo testo manca una teoria critica del migrare. Rutherford ha studiato genetica e lavorato a “Nature”, ha dimestichezza con la ricerca di laboratorio e l’interdisciplinarità scientifica, risulta un ottimo scrittore. Studia, descrive, divulga con profondità e leggerezza, che utile e piacevole leggerlo!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La bambina che guardava i treni partire

La bambina che guardava i treni partire
di Ruperto Long
Newton Compton, 2017

Charlotte, la protagonista-simbolo della storia, è la figlia minore di Blima e Léon, facoltosa coppia di ebrei belgi di origine polacca, con parenti sparsi in America del Sud e in Europa, che vivono a  Liegi. Ma il clima mondiale sta cambiando, Hitler, il nazionalsocialismo e il pugno di ferro tedesco dilagano paurosamente. Le brutte notizie che giungono  dalla Polonia spingeranno lo zio Alter, fratello della madre e studente di ingegneria, a tornare a casa, dove sono rimasti i genitori, religiosi praticanti, per difendere la patria. E, dopo l’invasione tedesca, verrà  preso e rinchiuso nel ghetto di Konskie. In poco più di un anno, con la progressiva occupazione nazista, la situazione Europea non fa che deteriorarsi: gli inglesi sono stati ricacciati in mare a Dunkerque, in Francia Pètain ha creato un governo collaborazionista, il Belgio benché dichiaratosi neutrale è stato invaso, le SS spadroneggiano e l’atmosfera si fa sempre più irrespirabile per gli ebrei, anche non osservanti. Il fratello di Blima, Paul, ricco tagliatore di diamanti ad Anversa, sta cominciando a pensare di dover abbandonare l’Olanda e i suoi affari. I genitori di Charlotte resistono increduli di fronte alle crescenti angherie ma si preparano a ogni evenienza e, quando il capo famiglia Léon riceve l’intimazione a presentarsi  per essere deportato in un campo di lavoro, lui, la moglie, Raymond e Charlotte, decidono di lasciare il Belgio. Léon, aiutato dall’aspetto fisico suo e dei familiari, alti biondi e con gli occhi chiari, si è premunito andando a Parigi per ottenere dei passaporti falsi che li identificano come la coppia Wins, marito moglie e due figli, una famiglia belga ariana. Dopo aver cucito  i diamanti, ottenuti realizzando tutti i loro beni, nelle spalline imbottite dei cappotti, affrontano un lungo e pericoloso viaggio in treno che li condurrà a Parigi. Credono di essere in salvo e invece per loro sta per cominciare un calvario che li costringerà a nascondersi come topi, terrorizzati di essere denunciati e scoperti. La resistenza è all’opera e la follia persecutoria nazista si esibisce in continue retate che rastrellano una dopo l’altra le superstiti  famiglie di ebrei  per caricarle in carri bestiami diretti a est verso i campi di sterminio. E proprio durante le sue solitarie e brevi passeggiate la piccola Charlotte, di appena nove anni, vedrà questi treni e sentirà levarsi strazianti richieste di aiuto. Le storie raccontate in La bambina che guardava i treni partire sono coralmente affidate alla testimonianza di tanti e disparati personaggi che hanno vissuto sulla loro pelle la tragedia della seconda guerra mondiale. Tra loro, carnefici, vittime, soldati, eroi, semplici cittadini, baristi e combattenti arrivati da un altro mondo: giovani e coraggiosi volontari dell’Uruguay venuti a liberare un’Europa soggiogata dalle truppe hitleriane. E quindi Domingo Lopez Delgado, Anton Salaverri, Facundo Pelaez e altri che, dopo aver attraversato l’oceano, furono arruolati nella Legione Straniera al servizio della Francia libera del generale Da Gaulle e nel deserto, torturati dal calore e dalla sete, combatterono valorosamente in Africa, fino alla vittoriosa battaglia di El Alamein destinata a cambiare le sorti del conflitto. Ma, nel grande scacchiere europeo, tante altre voci parlano, alcune di scomparsi per sempre, altre di sopravvissuti più fortunati, francesi, spagnoli, inglesi, russi, georgiani, ucraini, polacchi, belgi, uruguayani, argentini, palestinesi, libanesi, italiani, persiani, e tutti ci spiegano con esempi e documenti cartacei, lettere, fotografie, come quella terribile guerra sia stata davvero mondiale. Deposizioni raccolte dall’autore di persone coinvolte in combattimenti feroci, in stermini di massa, in assedi cruenti, in battaglie all’ultimo sangue. Ascoltiamo le voci delle vittime e degli artefici di questa spaventosa strage di popoli, che si alternano per ricordare la loro esperienze. Abbiamo quelle infantili, come  Charlotte e le sue poche amiche perdute, quelle di soldati affranti, sul punto di capitolare ma coraggiosi malgrado tutto, quella di Miss Susan, unica donna in Africa sul campo di battaglia, quella dei comandanti, costretti a scelte drammatiche sulla pelle dei loro uomini, quella dei deportati avviati ai treni senza ritorno, quella di Michelle, una cantante francese che attende angosciata il suo compagno Maquisard, quella disperata  dei tanti ebrei braccati ovunque in Europa, le decine di migliaia sterminati a Varsavia, dove perderà la vita anche Alter, zio di Charlotte e grande figura di patriota ebreo. E non mancheranno le descrizioni delle atrocità naziste perché quando la famiglia Wins cerca rifugio  a Lione, nel sud della Francia, arriva in città uno dei peggiori aguzzini della ideologia hitleriana, Klaus Barbie, appena ventinovenne, sadico assassino intenzionato ad uccidere tutti gli ebrei ancora annidati nei territori occupati, che paragona a un cancro da estirpare. La narrazione che intreccia uno straordinario ricamo fatto di dirette testimonianze che si dipanano seguendo il sottile fil rouge che riesce a collegare tanti episodi, fatti e  destini apparentemente diversi e lontani tra loro.  Il  romanzo liberamente ispirato a storie vere e con sprazzi consolatori – Charlotte e la sua famiglia riusciranno a scampare alla cattura – si snoda in una serie di capitoli illustrati da piccole fotografie di allora che raffigurano i protagonisti e gli avvenimenti  del libro, minuziosi dettagli che confermano particolari e ricordi. L’autore tratta con umana delicatezza il  difficile argomento e, senza mai scadere nel pietismo, ci narra invece una splendida storia familiare. Senza cedere a facili emozioni o indugiare nel superfluo, arricchisce  la  trama  con una importante testimonianza corale – e purtroppo visto che il tempo è tiranno e ormai rimangono sempre meno fonti viventi di quel momento di delirio storico – ne approfitta per consegnare alla memoria dei posteri un documento scritto per aiutarci a non dimenticare mai quella aberrante follia collettiva di un popolo.

La bambina che guardava i treni partire di Ruperto Long mette a fuoco la tragedia della Seconda guerra mondiale e della Shoah considerata dal  punto di vista di uno storico sudamericano, lontano nel tempo e forse per questo molto lucido e oggettivo.  Un libro importante, che ha commosso i lettori, che ha meritato il Libro d’Oro e che, con la sua drammatica ma incisiva testimonianza, ha eretto un baluardo contro ogni tentativo di negazionismo.

L’errore di Platini (Le brevi di Valerio 162)

Francesco Recami
L’errore di Platini
Sellerio, 2017 (2006)

Viareggio. Anni Ottanta. Platini si fa intercettare una palla e la Juve perde in casa. Gianni Secci, rappresentante di maglierie, fa tredici alla schedina, vincita di 600.000 lire. Lo annuncia subito con entusiasmo alla moglie Sabrina (già Miss Simpatia Domani in una grande discoteca), appena tornata dal Carnevale, coi carri che facevano pure schifo, quella piovosa domenica pomeriggio. Forse non basta a cambiare del tutto vita, forse però sposta più di qualcosa, non si tratta solo di festeggiare. Per capirci l’affitto mensile che pagano ammonta a 350.000 lire. Il fatto è che hanno Marina, una deliziosa brava bella bambina cerebrolesa, immota e silenziosa. La loro vita viene sconvolta dall’evento, ovvero da: L’errore di Platini.
Appare freddo come un bisturi il racconto lungo sul “vuoto” indotto, scritto decenni fa dall’ottimo curato “cattivo” Francesco Recami (Firenze, 1956), pubblicato nel 2006 e ora riedito.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le tre del mattino (Le varie di Valerio 39)

Gianrico Carofiglio
Le tre del mattino
Einaudi, 2017
Avventura Storico Sentimentale

Marsiglia. Due giorni. Da tre anni Antonio ha avuto la diagnosi di epilessia idiopatica. Si era accorto che gli accadeva qualcosa di strano già a 7-8 anni, circa una volta al mese il cervello smetteva di operare e lasciava passare tutto, improvvisamente non filtrava suoni, stimoli, movimenti. Poi un pomeriggio era svenuto da un amico e il medico di famiglia parlò di super attività elettrica e di sovraccarichi sensoriali. Finché nel 1980 durante la quarta ginnasio, dopo la scuola viene trovato a terra dalla madre, con la quale vive (figlio unico, il padre è andato via di casa quando aveva 9 anni), scosso dalle convulsioni, con gli occhi rovesciati e privo di conoscenza. Si risveglia all’ospedale in una stanza con accanto i genitori, piena di medici e infermieri. Vi rimane più di una settimana e infine lo dimettono da Neurologia e gli danno vari fogli di prescrizioni: quattro pasticche al giorno, niente sport e strapazzi, no a bevande gassate ed eccitanti, rumori alti da evitare e orari fissi da rispettare con molto sonno. Comincia a sentirsi un reietto, un invalido; cresce in lui una totale apatia; mesi dopo i genitori (sempre separati) suggerirono la visita da un luminare in Francia, hanno già preso appuntamento e partono. Al Centre Saint-Paul per la cura dell’epilessia il simpatico Henri Gastaut (realmente esistito), svolti tutti gli esami, esprime una prognosi favorevole, li rassicura sulla (non) gravità del caso e semplifica la terapia, dando appuntamento a tre anni dopo per una verifica. Antonio si sente meglio, ricomincia a leggere, va benino a scuola e quasi si scorda, non vorrebbe andare. Questa volta la madre non può accompagnarli, parte per Marsiglia solo con il padre, a fine primavera 1983. Arrivano e il soddisfatto medico propone un’ultima prova da stress. Antonio racconta quanto di fondamentale accadde quei due giorni e quelle due notti, ora, nel 2016, quando ha ormai 51 anni, l’età che aveva il padre allora.

L’ex magistrato ed ex senatore Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), esperto di marziale karate e creativa scrittura, è divenuto uno dei migliori autori italiani, alternando romanzi racconti saggi, narrazioni di vari generi. Qui si parte dalla traccia di una vicenda vera di cui è venuto a conoscenza e siamo nel campo della fiction, tutti i personaggi sono frutto d’invenzione tranne uno; l’ambientazione allude sommessamente al noir e incombe quella Marsiglia dove Izzo stava facendo il giornalista, le sere paurose con pericoli apparentemente in agguato (di malattia e violenza), il fascino dell’isola con il terribile carcere del Dantès di Dumas; il senso del romanzo è nel rapporto figlio (Antonio) padre (senza nome) e non si tratta propriamente di un romanzo di formazione, anche se contano i primi rapporti sessuali e amorosi affinché i due uomini si ri-conoscano; le delucidazioni (citazioni e storie) sull’epilessia, sulla matematica (pure connessa al diritto) e sul jazz (soprattutto al pianoforte) risultano ampie e organiche con l’obiettivo di tornare su un rapporto (non finto) fra verità e realtà, fra spartito e improvvisazione; i dialoghi sviluppano una precipua funzione di trasmettere aporie e imperfezioni della comunicazione affettiva o sentimentale, le dissonanze cognitive come specifica dimensione delle relazioni reali e vere, personali e sociali. Ogni pagina mostra cura eccelsa, forse anche per quanto vi è stato tolto. Antonio narra in prima persona e il padre diventa sempre più l’argomento dei suoi pensieri e delle sue azioni: nato nel 1932, magro e occhialuto, alto ed elegante, naso pronunciato e occhi scuri, capelli folti ormai spruzzati di grigio, cicatrice (sul sopracciglio sinistro), gran fumatore (unghie ingiallite dalla nicotina), musicista in gioventù e pianista dilettante, assistente a 24 anni e poi presto ordinario di matematica. Il titolo richiama una frase del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald, ottimo scrittore e uomo infelice, implicito incipit di un evento rilevante dell’ultima notte del test. Innumerevoli i libri e i film citati cui si accenna con acume. Cucina marsigliese e maghrebina, rosato sfuso della Provenza e due azzeccate bottiglie di Châteauneuf-du-Pape.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Ogni piccola bugia

Ogni piccola bugia
di Alice Feeney
Nord, 2017

«Mi chiamo Amber Reynolds. Ci sono tre cose che dovreste sapere di me
1. Sono in coma.
2. Mio marito non mi ama più.
3. A volte dico bugie.»
Una presentazione/introduzione sintetica e freddamente esplicativa. Nel primo capitolo, in data il 26 dicembre 2016, troviamo Amber Reynolds in coma, prigioniera di un nulla ovattato, fatto solo di suoni, rumori e voci. È solo in virtù di poche frasi, frammentarie e confuse, che sente accanto a lei, che è riuscita a capire di essere scampata a un terribile incidente d’auto e di essere ricoverata in rianimazione in una stanza di ospedale con una grave lesione cerebrale. Sa di chiamarsi Amber Reynolds, di avere trentacinque anni e di essere sposata con Paul. Sa anche di essere una speaker radiofonica, ma non parla, non può parlare e combatte con una confusa sequela di ricordi lontani che cominciano ad affiorare. Ma non ricorda l’incidente… e una domanda la perseguita: come? Amber ha paura. È impotente, indifesa, in balia di chi la cura e le gira intorno. Poi, tra quell’indistinto carosello di voci, ne riconosce due, quelle di suo marito Paul e di sua sorella Claire, che diventeranno il suo salvifico filo di trasmissione con il mondo reale. I due non sanno che lei può sentirli, parlano, discutono, le riportano frammenti di vita. Ma Amber ha paura di non potersi fidare di loro. Nascondono forse qualcosa? Deve sforzarsi, per scoprire cosa è successo, deve ricordare, scavare nella sua mente e, passo dopo passo, ricostruire cosa è accaduto durante l’ultima settimana, fino al momento dell’incidente. E poi compare una terza voce, chi è? Ḕ un uomo che passa la sera quando gli altri sono andati via. Sussurra parole minacciose… Amber deve assolutamente riuscire a svegliarsi.
Il romanzo si svolge su tre piani temporali, “Allora”, “Prima” e “Adesso” in grado di far girare la testa al lettore. L’autrice salta, inganna, parla di fatti veri e immaginari centellinando informazioni, regala qualche indizio, ma con rara parsimonia. Il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è, e talmente inafferrabile che finisce per imprigionare la trama, confondendo i contorni. Perché Amber deve tacere?
Nei capitoli dedicati al passato più remoto, alcune pagine di un diario ci immergono nell’infanzia delle due sorelle, Amber e Claire, e volendo guardare bene nascondono diversi indizi rivelatori. Insomma Ogni piccola bugia è un thriller che sa come coinvolgere e far rabbrividire chi legge. A fare da cornice a tutta la storia, intriganti ambientazioni che rallentano e annebbiano la verità.
Ogni piccola bugia è un libro che ha volutamente adottato una marcia ridotta per stuzzicare la curiosità del lettore. Non è un thriller d’azione, però vi prenderà costringendovi a brancolare nel buio quasi fino alla fine e, proprio quando tutti i punti di riferimento si sono cancellati e sembra impossibile riconoscere la verità, ecco che il labirinto crolla e ogni tassello si incastra come per miracolo, lasciandovi senza fiato. Insomma un thriller da assaporare, un terribile e imprevedibile gioco a rimpiattino silenzioso tra autore e lettore che pone l’accento su ogni dettaglio, ma permette di guardare solo dal buco della serratura per arrivare finalmente allo sconvolgente the end e consegnarci, forse?, la verità. Sì, perché quando vi sembrerà che tutto sia finito ecco che l’autrice tira l’ultima fulminea stoccata e ci saluta strizzando l’occhio. Insomma niente è come sembra e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo…