Fate il vostro gioco (Le gialle di Valerio 174)

Antonio Manzini
Fate il vostro gioco
Sellerio, 2018
Noir

Aosta. Dicembre 2013. Il quasi 50enne vicequestore Rocco Schiavone, laureato in giurisprudenza con il minimo dei voti, fa un salto nella sua Trastevere, ma Seba è ai domiciliari e continua a non volerlo vedere, Furio e Brizio accampano scuse, è proprio in crisi la storica amicizia (siglata con goccia di sangue a dieci anni). In montagna l’attendono il freddo, la neve e un paio di brutte storie. C’è qualcuno che ruba negli uffici, alcuni oggetti costosi sono scomparsi (un laptop, un drone), almeno tre spini pronti e mezzo sacchetto di marijuana risultano pure spariti (dal suo cassetto), bisogna assolutamente individuare Manolunga. E poi li chiamano in un condominio di Saint-Vincent, in un appartamento trovano il cadavere del vedovo ragioniere Romano Favre, 65 anni, in pensione da 7, prima lavorava al casinò, controllore di sala, da qualche tempo aveva ricominciato a frequentarlo. Lo hanno squarciato con due coltellate, una al fegato, l’altra alla giugulare, tanto sangue in giro. Trovano le chiavi sulla toppa interna della porta blindata, dentro un accendino bianco sul comodino e una fiche (di Sanremo) serrata fra le dita della mano destra del morto, spalancata la porta-finestra sul giardino. Le indagini piacciono a Rocco, però continua a non sentirsi in forma: gli amici sono distanti anche col cuore, Caterina lo ha tradito sul lavoro e negli affetti e ormai è a Roma, il giovane amico agente Italo Pierron è turbato (non solo per l’amata collega), la sua squadra ha molti altri punti deboli; inoltre, il famigerato Enzo Baiocchi è divenuto collaboratore di giustizia, sempre più protetto dalla magistratura alla quale consente arresti eccellenti nel mondo della droga, pur non avendo rinunciato all’idea di uccidere Rocco; e il casinò appare una fogna sotto tutti i punti di vista. Quello valdostano è pure stranamente in perdita, mentre raccoglie (come tutti gli altri) troppi ludopatici e qualche affare sporco. Non potrà finire lì.

Settimo romanzo della bella sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, seconda serie ora nell’autunno 2018). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa, al passato. I consueti personaggi pubblici fanno la loro funzionale figura: il questore Costa, il magistrato Baldi, i subalterni più o meno efficienti, i collaboratori come Gambino e Fumagalli. Il protagonista, invece, fa i conti con un dolore strutturale e con il ruolo formale, si è creato un proprio mondo nella testa, sofferente per la moglie morta oltre 7 anni prima a causa sua (con lei spesso dialoga) e per i sodali romani, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Comunque il ladro Brizio molto lo aiuta. E anche lui s’acconcia bene a furti contro i cattivi (il decalogo dei principi etici si trova a pagina 182), poi prende i casi sul personale, come sfide private, alla fine ricomincia da capo se non è soddisfatto. L’attenzione si concentra sulle varie forme della malattia del gioco (da cui il titolo): Italo perde a poker, tanti altri ai tavoli del casinò, è scientifico. Manzini, attraverso Rocco (che odia carte e cavalli), scandaglia: i tic del personale e dei giocatori incalliti, la mesta umanità perduta destinata a perdere ancora, l’imprescindibile necessità di curarsi. Rocco invecchia, soffre dolori alla colonna vertebrale, acquista continuamente Clarks nuove, fuma Camel, vive solo con la cagna Lupa (se non fosse per l’imberbe Gabriele!) ma ha come al solito molto successo con le donne (pare valga anche per Giallini, l’autore che lo interpreta, da prima) e, talora, per evitare problemi e sfogare rabbia, si limita a frequentare puttane. Rum e genepy, ovviamente, ma anche nebbiolo e Blanc de Morgex. Pink Floyd e David Bowie fanno gioire più generazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Detective Lady (XV) – Le lunghine di Fabio Lotti

Ecco due gialli che hanno per protagonista una levatrice molto, ma molto in gamba. Si tratta di Omicidio a Gramercy Park e L’albero degli impiccati di Victoria Thompson, Classici Mondadori 2007. Partiamo dal primo.
“Edmund Blackwell, noto guaritore che si serve del magnetismo, viene ritrovato morto, apparentemente suicida. Come se questo non bastasse, sua moglie Letizia entra improvvisamente in travaglio. Sarah Brandt, levatrice, è convocata dal detective Frank Malloy proprio sulla scena del crimine: l’elegante casa del famoso guaritore. Il suicidio è in realtà omicidio e il neonato cade preda di un morbo misterioso. Affidandosi all’esperienza medica e all’intuito femminile, Sarah scopre la causa della malattia del piccolo Blackwell e svela uno scandalo che portano le ricerche di Malloy su una strada lastricata di avidità, frode e passione…”. Possibili indiziati la moglie Letizia, il figlio della prima moglie Edmund Blackwell, il padre di Letitia Maurice Symington, l’assistente del guaritore Amos Potter, il maestro di scuola (che si scoprirà amante di Letitia) Peter Dudley e l’immancabile maggiordomo Granger.
Veniamo al secondo “Si erge un albero infame nel bel mezzo di Washington Square, una tra le più antiche e celebri piazze di Manhattan. Il nome dice tutto: “l’albero degli impiccati”. Ed è proprio in quell’ombra sinistra che Sarah Brandt, levatrice per vocazione, investigatrice per necessità, si reca dopo avere ricevuto una lettera tanto formale quanto ingannevole. Nelson Ellsworth, austero scapolo, chiede il suo aiuto per quella che sembra una questione di cuore. Ma la vicenda si tramuta in delitto proprio sotto l’albero degli impiccati. E con l’aiuto del sergente Malloy, Sarah verrà a conoscenza di una verità allucinante e terribile”. Siamo alla fine dell’Ottocento.
Ed ora cerchiamo di tirare fuori qualche particolare interessante sulla nostra infermiera-detective Sarah Brandt: figlia di Felix Decker appartenente ad una famiglia di alta classe e discendente dai primi coloni olandesi, abita in Bank Street. Primo spunto “Era forte e resistente alla fatica, dopo i lunghi anni in cui aveva marciato a tutte le ore per le strade della città, affrettandosi per arrivare dov’era stata chiamata prima che un bambino vedesse la luce”. Avverte una “curiosa sensazione di piacere” nei confronti di Frank Malloy detective (vedovo) della polizia metropolitana di New York. Con lui molti battibecchi divertenti. Riguardosa e gentile. Tace e ascolta prima di parlare. Ma anche decisa, energica e furibonda all’occasione. Sa perfino urlare, dare schiaffi e maneggiare bene la scopa come arma di difesa. Un bel caratterino. Però anche tenera “Sarah le prese una mano stringendola fra le proprie”. Sempre pronta ad aguzzare le orecchie per ascoltare i discorsi degli altri. Attenta ai minimi particolari “A Sarah non sfuggì il fatto che la signora Fitzgerald avesse chiamato Blackwell con il nome di battesimo”. Ha occhi grandi e bellissimi. Vedova del medico Tom ironizza sui pettegolezzi “I vicini spettegoleranno comunque. Ma non preoccupatevi, la mia reputazione non corre nessun pericolo. Si domanderanno semplicemente se ci sposeremo presto”.
Ricordi teneri del marito Tom che scompaiono all’improvviso quando si trova sola con Frank Malloy vedovo (già detto) e con il figlio Brian che ha una grave malformazione a un piede. Citati vecchi che giocano a scacchi nel secondo libro pagina dieci (questo non importa niente a voi, ma a me sì. Una specie di promemoria dei gialli in cui compaiono gli scacchi).
Sa liberarsi degli importuni “Signor Prescott, se non uscite di qui nel giro di dieci secondi, esco sulla veranda di casa e comincio a strillare che siete venuto ad aggredirmi”. Con i giornalisti “Le bastò un minuto per liberarsi di loro e raggiungere la porta della signora Ellsworth, ancora un attimo ed era già dentro”. Spesso si chiude la porta alle spalle con un “tonfo” ed entra spavalda dappertutto. Se c’è bisogno si fa largo anche a gomitate. Talvolta furiosa anche con se stessa. Le piace la parte della città viva e pulsante “non quella dell’ordine e della tranquillità dei quartieri residenziali dove abitavano i suoi ricchissimi genitori”. Riesce a trattenersi per non rispondere male. Aveva desiderato figli con suo marito Tom ma non erano venuti e un nuovo matrimonio non rientra nei suoi piani. Nessuno può prendere il suo posto.
Ecco come la vede Frank “Gli piaceva il modo in cui la lampada traeva riflessi dorati dai suoi capelli biondi, e come si muoveva così sicura di sé e nello stesso tempo così piena di femminilità. Perché non c’era dubbio che fosse una gran bella figura di donna, che avrebbe riempito molto piacevolmente le braccia di un uomo. Oppure il suo letto”.
Giudizio drastico della signorina Stone “Una giovane donna non dovrebbe mai rimanere sola in compagnia di un giovanotto fino a quando non si sono fidanzati, e anche in questo caso… Ma le ragazze di oggi lo sa Dio cosa fanno!”.
I genitori non hanno approvato il suo matrimonio con il dottore Tom e non approvano l’amicizia con Malloy. La madre “Una donna non sposata, agli occhi del mondo, non potrà mai essere soltanto amica di un uomo sposato”.
Per Sarah nessuno merita la morte “A me non importa quello che Anna Blake ha fatto, ma non meritava di morire”. Ostinata. Lo dice la madre “Ormai non spero più di vederti sposata di nuovo. Il dottor Brandt dev’essere stato un uomo molto tollerante per essere riuscito a sopportare un carattere ostinato come il tuo”.
Mangia panino imbottito di formaggio e anche con la salsiccia. Soffre di emicrania. Ogni tanto momenti di trasporto verso Malloy e viceversa: “per un momento rimasero a fissarsi negli occhi, e Sarah credette di scorgere in quelli scuri di lui qualcosa che non aveva visto mai prima. Un desiderio struggente…”. Talvolta diventa rossa. Ma è anche intraprendente. Alla fine ci scappa un bacio (ho fatto un tifo pazzesco per questo) ma Malloy decide di fermarsi qui.
Gialli classici con storie ben costruite, soprattutto dialoghi dal ritmo serrato, prosa essenziale. Da leggere.

Molto tempo fa avevo scritto su “Sherlock Magazine” che il libro Carne fresca di Stella Duffy, Marsilio 2006, non mi era piaciuto. Per niente. Avevo deciso, quindi (saggezza dei meno giovani), di non parlarne. Lo avrei ripreso in mano con più calma in una occasione successiva. Mi sono ricreduto. Non c’è dubbio. Almeno in parte.
Contenuto (sintesi estrema): si tratta di un parto particolare per cui Molly deve partorire un bambino di Saz nel senso che questa dona il suo ovulo a Molly fecondato dallo sperma di Chris (un amico di colore, gay). Poi ci sono due ricerche condotte da Saz sui genitori naturali di Chris e su quelli (sempre naturali) di Patrick Sweeney, figlio adottivo di Gerald Freeman che, guarda caso, si trova in una fotografia relativa al battesimo di Chris. Saz, attraverso questa indagine, scopre che alla fine degli anni Sessanta esisteva un mercato di neonati venduti o regalati dopo avere fatto sapere alle madri che i loro figli erano morti. Non chiedetemi altro, per favore.
Protagonista Saz Martin: sempre in movimento, la vediamo all’inizio correre sotto la pioggia (in seguito verremo a sapere anche la lunghezza del percorso: cinque chilometri), far cadere le chiavi di casa e dire “Merda, cazzo, merda, vaffanculo, cazzo” che mi hanno fatto venire in mente le citate “variazioni”. Poi le cade anche il walkman con il quale sta ascoltando “i lamenti di Neil Young”. Poco più sotto e nella pagina successiva e in quella successiva ancora il solito ritornello sull’“arnese” di riproduzione maschile. Ormai un dato sicuro. Linguaggio diretto. Esplicito. Senza tante manfrine. Sul fisico si viene a sapere che ha gli addominali scolpiti “contro le vecchie cicatrici delle ustioni che coprivano i muscoli ben delineati, il corpo pronto a reagire, preparato a qualunque mazzata stesse per piombarle addosso”. Di più niente da fare per dichiarazione della stessa autrice che l’ha voluto lasciare di proposito nel vago. Un po’ nervosetta “Con una sberla spense la segreteria, furiosa con Molly che non le aveva lasciato un messaggio completo…”. Anche in seguito “Saz fece una smorfia e con un calcio mandò all’aria alcune pagine”. Mentre l’aspetta va su e giù per le stanze della sua casa, lava i piatti, mette a posto i vestiti sparpagliati sul pavimento, dà un morso ad una brioche, controlla l’orologio al muro e quello al polso, telefona. Vuole un bambino a tutti i costi. Si rende conto della importanza e “bizzarria” di questo evento. Per essere meglio preparata a svolgere il proprio ruolo di “componente non gravido della coppia” annota mentalmente di cercare un po’ di padri con cui parlare. Accetta il mondo com’è. Bevicchia (ironico). In un incontro tra lei, Marc e Chris arriva alla terza bottiglia di vino. E sputacchia (non ironico) nel bicchiere di vino. Molto rispettosa e sensibile verso la sua compagna “Stava sdraiata nel buio e nel silenzio, cercando in tutti i modi di non agitarsi e disturbare Molly, mentre aspettava che l’alcool bevuto quella sera facesse il suo effetto e le calmasse la mente irrequieta abbastanza da concederle un sonno ristoratore”. Oppure “Quando Saz entrò nel letto ormai dopo le due di notte si domandò se fosse giusto svegliare la sua compagna incinta per fare sesso nel bel mezzo della notte” ma desiste. Il suo amore per questa donna la porta ad un comportamento più maturo rispetto al passato “Quattro anni passati felicemente in coppia con Molly le avevano tolto qualsiasi desiderio di sperimentare le gioie di tirare l’alba girando per locali. L’idea di rivisitare la landa delle angosce esistenziali dei vent’anni popolata da una gioventù affamata di sesso, e di terminare la serata cercando di decifrare l’incoerenza delle proprie ciance da ubriaca, la riempiva di orrore che puzzava di vomito, con la colonna sonora di un tedio pericolosamente nostalgico”. Ciò che le piace è “Crollare sul pavimento accanto alla sua innamorata e guardare tv spazzatura, mangiare groviera caldo e squagliato sul pane nero di segale, con senape extraforte, e mezza barretta di appiccicosa cioccolata di caramello, bere una o due bottiglie di vino ghiacciato scelto con cura e poi farsi una bella dormita di otto ore”. Va beh, de gustibus con quel che segue. Però quando ci dà sotto ci dà sotto davvero di brutto tanto “da far arrabbiare sul serio il loro vicino di sopra”. Ha una visione “personale” degli avvocati: “paranoici ultrapedanti” , “dei poveri fissati” felici di incontrare “un viso giovane e vivace” che avrebbe portato un po’ di aria fresca “nelle loro vite altrimenti polverose”. Ecco come viene giudicata dai “normali”. L’impiegato “Dopo avere parlato sottovoce al telefono, guardò verso Saz e inarcò le sopracciglia per esprimere quanto trovasse sorprendente che l’avessero anche solo fatta entrare nell’edificio, e ancora di più il fatto che la sua titolare l’avrebbe ricevuta”. Diretta, impulsiva. Spiccia, veloce nel fare le cose “In mezz’ora Saz si lavò, si vestì, lasciò un biglietto a Molly e prese un taxi per andare in città”. Poco portata per il mondo degli affari ma piuttosto informata su quelli scandalistici. Accenno alla sua infanzia disastrata “Non sapevo nulla quando avevo sedici anni, solo che odiavo i miei, odiavo mia sorella, e che sarei morta se non fossi andata a Londra nel giro di una settimana. E che nessuno mi avrebbe mai capita. O amata”. Quando si accorge di sbagliare cerca di porvi rimedio. Soprattutto nel rapporto con gli altri. Comunque sia riesce a risolvere alla svelta il problema dei rimorsi. Caffè forte e cioccolata amara Hobnobs (?). All’occorrenza una sniffata di coca innaffiata con una bottiglia di vino. Per quanto riguarda la religione qualche concetto le è rimasto per via di una sorella maggiore che “aveva attraversato una fase di conversione” piuttosto breve dopodiché se ne era andata via di casa. Resistente. Dopo essere stata picchiata selvaggiamente “In quei momenti sapeva che doveva cercare di restare sveglia, che non doveva permettere a quella che, senza dubbio, era una commozione cerebrale fortissima di trasformarsi in qualcosa di peggio, cazzo, capiva le motivazioni mediche per restare coscienti nonostante il dolore”.
Conclusione: una riflessione sul personaggio ed una sul libro. Saz è un personaggio interessante, un miscuglio di volontà, di tenacia, di spregiudicatezza, di amore, ricca di sentimenti delicati, di passione. Una “creatura” vera, viva. La sua forza sta probabilmente “nei suoi limiti come investigatrice”. Non ha lampi di genio, né le si accende la lampadina al momento giusto. Non anticipa gli eventi e talvolta li subisce. Per il resto, tenendo a bada il mio maledetto inconscio, ho ancora qualche dubbio. È vero, come ha scritto Carlo Oliva, che la nostra Stella Duffy ha uno spiccato interesse per le “situazioni familiari anomale, che è da sempre uno dei pilastri del giallo classico”, ma quando si esagera si esagera. Insomma, per dirla con un proverbio “Il troppo stroppia”. E qui si è stroppiato.

La Debicke e… La doppia madre

Michel Bussi
La doppia madre
Edizioni e/o, 2018

Niente è più labile della memoria di un bambino… Quando Malone, un tranquillo ometto di tre anni e mezzo, dichiara che sua mamma non è la sua vera mamma, anche se a logica la faccenda pare impossibile, Vasil Dragonman, un bravo e scrupoloso psicologo infantile, gli crede. Deve confrontarsi con le informazioni sulla famiglia, con le derisorie negazioni dei genitori, persone normalissime, e della direttrice della scuola, ma lui non riesce a togliersi dalla testa la convinzione che il bambino stia dicendo la verità. A dimostrazione delle sue affermazioni, il piccolo Malone dice che la sua vera mamma aveva i capelli lunghi e che lui viveva con lei in una casa sulla quale si ergeva un castello con 4 torri, con vista sulla nave dei pirati e sulla foresta degli orchi, ma si doveva diffidare dell’orco con un teschio tatuato nel collo e che portava un orecchino. Per saperne di più, Dragonman ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Per esempio Marianne Augresse, comandante della locale stazione di polizia. E deve agire in fretta, perché teme che i ricordi di Malone, come accade a qualunque bambino della sua età, presto si dissolveranno lungo il cammino della crescita. Ma chi è veramente Malone?
Bussi, geniale maestro del romanzo trompe l’oeil, moltiplica le piste, confonde i fili della sua trama, gioca con l’illusione e le false apparenze. Può un bambino avere più madri? E poi che cosa potrebbe mai succedere se quel povero bambino fosse il testimone chiave di una rapina milionaria sfociata in una tragedia?
Questo strano ma coinvolgente thriller si svolge a Le Havre, importante porto commerciale francese sulla costa della Manica: moli immensi, piramidi di container, dighe, bacini di compensazione, piroscafi e gru, compagni e nemici dei lavoratori portuali che, man mano che passano gli anni, vengono sostituiti dalle macchine e si trovano costretti ad affrontare la disoccupazione e lo spettro della fame. È in questo contesto che, spinti dalla speranza di una vita migliore, quattro amici d’infanzia si mettono nelle mani di un balordo di professione per il colpo del secolo.
Bussi si conferma uno che ci sa fare, che riesce a creare il poliziesco perfetto, senza imbrogli e, giocando a carte scoperte, riesce a farci credere quello che vuole.
In questo caso al centro della trama e del dramma ha messo un bambino di tre anni, Malone, chiacchierino e intelligente per la sua età, che vive quasi in simbiosi con Guti, il suo peluche, una specie di topo. Con Guti, Malone parla di notte. E sarebbe il suo giocattolo che gli racconta storie di pirati, di orchi, di case sperdute sulla costa. O Guti rappresenta la sua memoria? Mercé lo psicologo delle scuola, la strada di Malone incrocia quella del commissario Marianne Augresse. La polizia però non ha abbastanza tempo per star dietro alla fantastica immaginazione di un bambino, visto che finalmente è sulle tracce di una pericolosa banda di rapinatori che per tanto tempo è riuscita a sfuggire. Ma dove si nascondono i rapinatori con il malloppo? Cosa nasconde il peluche da cui Malone non si divide mai? Che legame ha Malone con tutto il resto? Malone ha avuto veramente un’altra mamma? Potrebbe darsi che quello che dice Malone…? Chi conosce Bussi e il suo modo di costruire le storie avrà già capito che le due vicende devono avere qualcosa in comune. Ma la vera domanda non è se ci sia un collegamento, ma quale possa mai essere. Con una narrazione che dal presente torna a raccontarci i giorni precedenti, l’autore ci coinvolge nelle vite e nei rapporti umani dei protagonisti, ce ne rivela le emozioni e i segreti. Non solo un giallo, dunque, ma un romanzo solcato da una trama giallo noir che si conclude con una cascata finale di colpi di scena non scevra da un tocco rosato di “melo”. E come sempre un’ambientazione vividamente accurata. Michel Bussi ci porta ancora in Normandia, questa volta in una città portuale che affaccia sulla Manica, in cui ai quartieri di villette, che creano dei veri e propri villaggi a sé, si contrappone l’altra vita, quella portuale, con il suo fardello di disoccupazione e povertà.

Michel Bussi è l’autore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato Tempo assassino, nel 2017 Non lasciare la mia mano e Mai dimenticare, nel 2018 Il quaderno rosso.

Khalil (Le brevi di Valerio 236)

Yasmina Khadra
Khalil
Sellerio, 2018 (orig. 2018)
Traduzione di Marina Di Leo (dal francese)
Romanzo di storia (recente)

Parigi. 13 novembre 2015. Accompagnati dall’autista a pagamento Ali, tre giovani terroristi, Lyes Driss e Khalil, hanno indosso una cintura esplosiva da azionare, i primi due tra la folla dello stadio di Saint-Denis, il terzo su un vagone della RER: servire Dio e vendicarsi. Khalil è il protagonista dell’ultimo ottimo romanzo di Yasmina Khadra (pseudonimo femminile dell’algerino francese Mohammed Moulessehoul, 1955): quando preme il detonatore, recitando un’ultima preghiera, il suo non funziona, resta vivo, non era mai stato in Francia, vuole tornare in Belgio, chiama Rayan, l’altro amico d’infanzia oltre a Driss, tutti e tre di origini marocchine, nati nel 1992 e cresciuti nei sobborghi di Bruxelles. Entriamo nella dinamica cieca e lucida del terrorismo, nella mente di chi tira le fila, di chi muore, di chi si rifiuta, di chi dubita, nelle reciproche relazioni religiose familiari affettive culturali e nel contesto dei grandi veri massacri che hanno insanguinato l’Europa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Chi ha ucciso mia sorella

Julia Heaberlin
Chi ha ucciso mia sorella
Newton Compton, 2018

Chi ha ucciso mia sorella è un thriller uscito dalla penna di Julia Heaberlin, l’autrice di Gli occhi neri di Susan. Un thriller in cui realtà e fantasia s’incontrano, s’incrociano e si scambiano di continuo, partendo da una drammatica scelta personale. La scelta di Grace, una giovane donna che, a prezzo delle sua felicità, ha deciso di avere un unico scopo della vita: trovare chi ha ucciso la sorella Rachel, maggiore di sette anni. Grace non ha mai accettato la scomparsa di Rachel, una mostruosa perdita che ha sfasciato e distrutto moralmente la loro famiglia. La sua ferrea convinzione è che Rachel sia stata vittima di un assassino seriale, che sia stata sequestrata e uccisa. E la sua morte sia stata orchestrata gelidamente da qualcuno che poi ha fatto sparire il cadavere. Un serial killer al quale forse ora lei può dare un nome, un assassino che forse può farle ritrovare una tomba sulla quale piangere ma… Negli anni, Grace ha progettato una “caccia alla verità”, pianificata a tavolino in modo talmente accurato da diventare maniacale. Grace ha pensato a questo momento da quando aveva solo dieci anni quando Rachel è scomparsa. Ossessivamente, metodicamente, ha immaginato ogni dettaglio, ogni via di fuga e ogni possibile scenario. Ha previsto documenti falsi, contanti per pagare senza lasciare tracce ed esatte mete da raggiungere. E ora è quasi certa che l’uomo che ha rapito e ucciso sua sorella sia seduto in macchina, sul sedile del passeggero, proprio accanto a lei. Per averlo con lei, si è spacciata per la figlia di un uomo ammalato, il vecchio Carl Louis Feldman, che un tempo era un famoso fotografo, prima di essere accusato, processato e poi assolto per l’omicidio di una giovane donna. Poi, colpito da demenza senile, era stato ricoverato in una casa protetta fino a quando Grace, fingendosi una figlia mai riconosciuta, si è presentata e ha convinto i responsabili a lasciarlo partire con lei per una vacanza di dieci giorni. Un giro in macchina per il Texas, nei luoghi dei presunti crimini, usando le tante straordinarie foto che lui aveva scattato, nella speranza di far riaffiorare i suoi ricordi.

Ma la storia, che comincia come un rischioso gioco con la morte, pagina dopo pagina si trasforma in qualcosa di diverso. Non prevedibile, forse. Carl è davvero afflitto da demenza senile? Grace, standogli accanto, deve affrontare giorno dopo giorno nuovi dubbi, insicurezze e paure, e anche strane novità che le suscitano una serie di interrogativi. In Carl scopre un uomo intelligente, intrigante e spesso molto divertente. Quando la testa funziona, le sue azioni e i suoi ragionamenti ne fanno un compagno piacevole e dunque Grace deve stare in guardia, perché probabilmente l’uomo possiede doti che possono trasformarlo in un nemico molto pericoloso. Ma Grace è molto determinata. Vuole che chi ha ucciso Rachel paghi e pensa che quel qualcuno sia Carl. E allora, nonostante i rischi, deve riuscire a ricostruire i presunti crimini da lui commessi, rifacendosi agli indizi reperibili sulle sue fotografie. Sperando che ne ricordi qualcuno e che confessi. Perché quello è l’unico modo per scoprire cosa è successo veramente a sua sorella Rachel. Ma chi è davvero Carl Louis Feldman? Ha veramente ucciso Rachel? E le altre donne per le quali è stato sospettato? È un impostore o solo un uomo senza più un passato? Un grandissimo artista o un pazzo? O, magari, a essere pazza è lei, Grace, seduta al posto di guida mentre racconta, in prima persona, la loro storia…

Una trama avvincente per un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Mi spiace solo che lo splendido titolo originale Paper Ghost (Fantasma di carta) sia diventato nella traduzione italiana Chi ha ucciso mia sorella, ma capisco le ragioni del marketing.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa è già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Un uomo in fuga

David M. Guss
Un uomo in fuga
Newton Compton, 2018

La vera storia del tenente Alastair Cram, l’ufficiale scozzese che durante la Seconda guerra mondiale, fatto prigioniero dai nazisti, evase ben 21 volte dai vari campi di concentramento in Africa, Italia e in Germania.
È il novembre del 1941 quando il tenente Alastair Cram, dopo che il suo carro è stato distrutto durante la scontro con i tedeschi e lui dato per morto, viene fatto prigioniero da un soldato della neonata Afrika Korps a Sidi Razegh, in Nord Africa, durante l’operazione Crusader, piano concepito dall’Ottava armata per sbloccare l’assedio di Tobruck. La sua guerra sui campi di battaglia era finita, ma stava per cominciare la lunga odissea dell’uomo che riuscirà a sopravvivere a dodici duri campi di concentramento, a tre spaventose prigioni della Gestapo, affrontando anche la tortura, e a un manicomio criminale.
Ma, tirate le somme, Un uomo in fuga, riscrittura e condanna delle sofferenze subite dai prigionieri e delle atrocità commesse dai loro carcerieri durante la Seconda Guerra Mondiale, si trasforma anche, per l’indomito spirito degli uomini che le vissero, nell’avvincente racconto delle imprese compiute da Alastair Cram, laboriosamente raccolte dallo scrittore americano David Guss attraverso ricordi, diari e testimonianze dirette.
Al momento della sua cattura, il tenente della Royal Artillery Alistair Cram aveva trentadue anni. Parlava correntemente tedesco, italiano e francese, prima di diventare ufficiale era stato un brillante avvocato e fin da giovanissimo un eccezionale scalatore. Ognuna di queste capacità gli fu utile, ma fu soprattutto l’allenamento sportivo, che aveva forgiato il suo fisico e il suo spirito di resistenza, a consentirgli di perseverare nel cercare la fuga e di trovare la forza per sopravvivere a gravissime ferite.
Il più drammatico dei tentativi di fuga fu forse quello da Gavi, il “Colditz italiano”. Gavi era un castello millenario, inserito in un forte del XVII secolo, una prigione di massima sicurezza vicino a Genova, nella quale venivano inviati “I pericolosi”, soprannominati così perché tutti avevano tentato la fuga almeno una volta. Quando Cram fu mandato a Gavi era reduce da ben sette falliti tentativi di fuga a Derna in Africa, in navigazione verso l’Italia, in Sicilia a Castelvetrano, a Capua dove cominciarono a chiamarlo il Barone, all’Aquila, a Padula e in treno verso la Liguria prima di arrivare a Gavi dove scontò 40 giorni di prigione dura. Fu qui, in un’atmosfera particolare che aveva creato tra i prigionieri un profondo legame di amicizia e collaborazione, che Alastair Cram inserì David Stirling, il leggendario fondatore della SAS, le forze speciali inglesi, tra gli undici prescelti per quella che doveva diventare l’evasione “per mezzo del tunnel della Cisterna”, uno dei progetti più avventurosi e fino ad oggi meno conosciuti di fuga di massa durante tutta la guerra.
Cram fu ripreso, ma ormai per i suoi carcerieri era conosciuto come “evasore seriale”. Una specie di sindrome di Houdini gli impediva di restare prigioniero. Attraverso le testimonianze degli ufficiali britannici che furono suoi complici nei tanti tentativi di fuga, sappiamo che Cram provò e riprovò fino all’ultimo quando, con l’avvicinarsi delle truppe alleate, la detenzione si faceva sempre più pericolosa per l’ordine dato da Hitler di eliminare tutti i facinorosi. Ma finalmente, ad aprile del 1945, riuscì ad allontanarsi definitivamente da una colonna di prigionieri in trasferimento, garantendosi la salvezza. Una ricostruzione dettagliata, accurata testimonianza di una storia di coraggio e di resistenza alle avversità.
Un libro intrigante, vero ma dai toni romanzeschi e profondamente commovente, che fa luce sulle straordinarie imprese e sulla inedita vita di una persona che ha saputo confrontarsi con ogni improbabile probabilità, e un grandioso epitaffio alla ostinata determinazione dello spirito umano che impone di non mollare mai.

La luce che resta (Le brevi di Valerio 235)

Evita Greco
La luce che resta
Garzanti, 2018
Romanzo

Oggi in provincia. Sul treno 12047 viaggiano spesso Filomena e Carlo, madre scossa e figlio adulto, lui avvocato in uno studio legale la segue sempre per proteggerla; se ne prende cura visto che il padre Marco non si vuole più far carico della situazione, sta a Londra e suggerisce il trasferimento in una casa protetta per persone con problemi, mentali e non. Lei rimpiange quell’amore, si erano sposati il 29 giugno 1980. Sullo stesso treno, fra turisti e studenti, viaggia una ragazza sempre trafelata, Cara, impiegata, che prima deve lasciare la piccola figlia Vita all’asilo nido e poi pensa molto a quanto sta scrivendo. Marco e Cara s’incontrano. Dopo il successo del primo, ecco La luce che resta, secondo bel romanzo di Evita Greco (Ancona. 1985), che, dopo aver avuto diagnosi di dislessia e provato vari lavori, si dedica intensamente a una scrittura delicata, piena di piccole cose, segnata dalla recente doppia maternità, un evento irreversibile sia per le donne che per i bimbi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il taglio di Dio (Le gialle di Valerio 173)

Jeffery Deaver
Il taglio di Dio
Rizzoli, 2018 (orig. The Cutting Edge, 2018)
Traduzione di Rosa Prencipe
Noir Hard-Boiled

New York. Un marzo dei giorni nostri. Il Diamond District si trova a Midtown Manhattan. I giovani innamorati Anna e William stanno andando dal bravissimo famoso diamantaire 55enne Jatin Patel sulla 47° Street, lei deve provare l’anello di fidanzamento, oro bianco con pietra IF quasi pura tagliata princess da un carato e mezzo, valore sedicimila dollari. Un uomo li segue in ascensore, quando si fanno aprire li spinge dentro l’appartamento e fa una strage. In quel momento arriva anche l’apprendista tagliatore Vimal Lahori, esile 22enne, l’uomo spara anche a lui, ma in qualche modo riesce a scappare. L’assassino si mette sulle sue tracce, deve assolutamente ritrovarlo, non ha finito di cercare qualcosa e di uccidere vari. Il detective di primo livello del New York Police Department Lon Sellitto, tarchiato e sgualcito, chiede consulenza all’amico esperto Lincoln Rhyme, criminologo tetraplegico, già capitano al NYPD e capo della Scientifica, assistito da Thom e dalla moglie Amelia Sachs nella palazzina di Central Park West. I coniugi sono appena tornati da Washington, parecchio interessati al processo in corso contro il potente trafficante di droga messicano Eduardo El Halcón Capilla, di cui non è stato ancora scoperto il socio americano. Lon coinvolge nel caso della rapina e omicidio plurimo della sezione Major Cases anche Ron Recluta Pulaski, agente atletico e biondo. Come al solito, è Amelia a visionare di persona la prima e le successive scene dei crimini, arrivandovi a bordo della Torino Cobra da 410 cavalli. Sono vari gli interrogativi aperti: quasi tutti i diamanti non sono stati rubati, la tortura del proprietario sembra inspiegabile, qualcuno ha fatto una telefonata anonima di denuncia. Paura e dubbi crescono, altri fidanzati vengono aggrediti, cominciano a scoppiare conduttore del gas causa terremoto o simili, che sta succedendo?

Il grande scrittore americano Jeffery Deaver (Glen Ellyn, 1950) è giunto (in venti anni) al quattordicesimo bel romanzo della sua serie di maggior successo, portata più volte sul grande schermo. Come talora accade per i maestri del genere, attraverso il nuovo caso si apprende tutto su un fenomeno della vicenda (e commedia) umana contemporanea, questa volta la vita dei diamanti dopo il rinvenimento delle preziose pietre. Tutte le miniere del mondo hanno storie e mercati interconnessi, in cui investono finanzieri e governi, spie e sfruttatori di ogni risma. Gli acquirenti al dettaglio producono un giro di affari di circa quaranta miliardi di dollari l’anno solo negli Stati Uniti. Sono cinque i passaggi che servono per arrivare al pezzo finito, come cinque sono le parti del volume (una per ogni adrenalinico giorno della trama): marcatura, clivaggio, segaggio, sbozzatura, sfaccettatura o pulitura. La narrazione è in terza persona molto varia: i testimoni involontari (e alcuni assurgono a protagonisti), i differenti cattivi e buoni, pur se uno solo riesce a prevedere le dinamiche, dal letto dove mantiene buoni sensi e può muovere solo un dito e le palpebre. Noi, comunque, stravediamo per l’indomita e magnifica ex modella Amelia, alta snella rossa, autista spericolata, tiratrice provetta, sofferente di artrite e claustrofobia. C’è come sempre un cavallo di Troia e appare davvero troppo facile intrufolarsi nelle stanze-laboratorio di Rhyme, anche se poi, alla fin fine, gli fanno un baffo! Vini sudafricani, ma non per i due: cabernet rosso e robusto per lui, bianco chardonnay di Borgogna per lei. Alla salute!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

SS-GB. I nazisti occupano Londra (Le brevi di Valerio 234)

Len Deighton
SS-GB. I nazisti occupano Londra
Sellerio, 2018 (orig. 2009)
Traduzione di Simona Fefè
Giallo Noir Spy-story

(Berlino e) Londra. Febbraio 1931. Len Deighton (Marylebone, 1929) esordì come grande scrittore con The IPCRESS File (1962) e fu subito bestseller, ha pubblicato di tutto di più, romanzi sceneggiature saggi, spy-storie in serie, libri di cucina, guide di viaggio, storia militare, grafiche e illustrazioni. SS-GB. I nazisti occupano Londra è l’ultima inarrivabile fiction.
Sembrava impossibile immaginare cosa sarebbe successo se gli inglesi avessero perso all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e fossero caduti sotto il dominio tedesco. Prova, ci riesce. Prende un investigatore di Scotland Yard, Douglas Archer; pensa a una trama convenzionale, cadavere all’inizio e soluzione del caso alla fine; si trasferisce in Toscana con moglie e figli piccoli, vicino Lucca, dalle parti di Barga (cognome di Barbara, la giornalista americana che si lega al protagonista nella finzione letteraria); scrive di conflitti armati, occupazione e doppio gioco, programmi di ricerca atomica, affetti. Bene.

(Recensione di Valerio Calzolaio)