La canzone del bambino scomparso di Giovanni Pannacci

la canzone del bambino scomparsoLetto l’anno scorso in poche ore, La canzone del bambino scomparso (Giulio Perrrone Editore) di Giovanni Pannacci si colloca a metà tra un romanzo di formazione e un noir. La corposa parte iniziale si svolge in estate, l’estate del 1974, nel borgo laziale di Olivella. Qua vivono Vincenzo e Boris, undicenne con spiccate tendenze omosessuali il primo, giovane bullo di paese il secondo. Diversissimi tra loro, i due stringono un legame particolare cementato dall’arrivo di Susanna, figlia di una ragazza madre che ha lasciato Olivella anni prima per trasferirsi a Milano. Susanna ha tredici anni e una marcia in più, è indipendente, ha le idee chiare. Vincenzo la prende a modello, Boris ne è attratto, ricambiato. Ma alla fine dell’estate, subito prima della partenza di Susanna, succede qualcosa che cambierà per sempre le loro vite. Prima la morte del maestro di Vincenzo, con modalità che ricordano l’omicidio Pasolini; poi qualcosa che li tocca molto più da vicino.
Dieci anni dopo Susanna torna in paese e svela a Boris una parte della verità, ma non tutta. Boris dovrà attendere un altro decennio per rimettere a posto il mosaico e chiudere i conti col passato.

Dietro la micro-storia di Vincenzo, Boris e Susanna c’è l’evoluzione della società nei vent’anni che hanno portato al dominio incontrastato di Berlusconi nei media e in politica. Susanna è pienamente integrata nel sistema, Boris assiste da una posizione periferica. Tra TV Sorrisi e Canzoni d’antan e dischi di Suzi Quatro, normalità e glamour, Susanna diventa il prototipo della velina di oggi e Boris del medio-man nazionale. E Vincenzo? Emarginato già dalla famiglia, che ne osteggia la “diversità”, ha un destino segnato. O forse no: alla fine è proprio Vincenzo il personaggio che in qualche modo riesce a sottrarsi al meccanismo perverso che invece stritola gli altri due condannandoli all’infelicità.

La canzone del bambino scomparso è una lettura gradevole e veloce. È facile che molti della mia generazione si ritrovino nelle atmosfere e persino nelle emozioni (quante aspettative disattese, da quella “Milano da bere” che sembrava così affascinante…). L’amarezza è stemperata dal finale (tutto sommato) positivo.

Giulietta prega senza nome di Elena Torresani

È stata una sorpresa leggere Giulietta prega senza nome, romanzo di Elena Torresani non nuovo (è stato prima autopubblicato nel 2010, poi selezionato per ilmioesordio nel 2011 e infine appena portato su cartaceo dall’editore Voltalacarta) ma per me sconosciuto. Perché Giulietta c’est moi, almeno un po’, e credo di non essere l’unica che si riconosce nel ritratto.

Giulietta è figlia di un tempo in cui tutto sembrava possibile ma a noi mancava qualcosa (l’età, o i mezzi, o la libertà), sempre un piccolo-grande qualcosa per raggiungere quella pienezza che per gli altri sembrava scontata e garantita. Adesso che avremmo l’età, i mezzi e la libertà, nonché l’autoconsapevolezza, non ci sono più le possibilità.

A Giulietta manca il tempo (sta per morire, ce lo comunica immediatamente), a noi manca la serenità perché viviamo in un clima che è anni luce lontano dalle promesse edonistiche degli anni Ottanta.
Mentre ci arrabbattiamo, morendo giorno dopo giorno, Giulietta ci ricorda che la vita è adesso e che tutto il tempo speso a “cercare di” raggiungire non-si-sa-che è stato tempo sprecato.

Disarmante nella sua semplicità, Giulietta prega senza nome è un ritratto efficace della mia generazione. Giulietta e la sua Smemoranda, Giulietta e le sue sorelle, i suoi viaggi, le sue canzoni, le sue passioni e le sue riflessioni amare:

Ora sapevo che il mio rammarico non era quello di non essermi sposata o di non avere avuto figli, ma quello di avere sprecato un mucchio di tempo.
È come abbiamo vissuto il tempo a nostra disposizione che fa la differenza tra il morire bene o il morir male, e il numero di sogni che abbiamo lasciato marcire nel cassetto restando fermi a fissare il soffitto, impegnati a pagar bollette o a ricordare il motivo per cui abbiamo litigato con qualcuno.
Le piaghe da decubito che fanno più male non sono quelle della carne, ma quelle di cui abbiamo lasciato ammalare i nostri sogni.

Molto consigliato.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂