Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn po’ di spensieratezza…
Oggi voglio presentare ai miei lettori qualche personaggio tipico delle nostre riunioni gabinettistiche. Parto dal sor Eugenio, omone gigantesco dal relativo ciondolo in perfetto rapporto, che se ne sta sempre tranquillo anche nei momenti più frenetici delle sedute, occhieggiato spesso dalle signore, soprattutto quando si alza dalla tazza. Ha un vocione da orco che rimbomba per tutta la sede, ama i libri di caccia e pesca.
Continuo con la sora Cecilia, zitella stagionata dagli occhi a lemure che vagano di continuo smarriti per l’aria, sempre agitata e alla indefessa caccia di un marito. Le piacciono i romanzi d’amore, comprese le sfumature che le procurano lievi mancamenti e gridolini tremolanti.
Segue la sora Maria, un donnone spropositato che riesce a tappare tutta la tazza. Aperta, gioviale, simpatica, disponibile con tutti. Preferisce i romanzi d’avventura e quelli dove si termina con una bella abbuffata. Adora i libri di ricette che sfrutta per le nostre saporite serate culinarie. Una forza della natura (ha cinque figli), una pietra miliare.
Il sor Eugenio, invece, se non si attacca saldamente ai lati della tazza, finisce per affogarci. Secco come un chiodo, dalla voce stridula che ti entra nel cervello. Curioso di tutto chiede spiegazioni a raffica che ti lasciano senza fiato. Ama le storie truculente di sangue sparso anche sulle copertine. Allora strabuzza gli occhi e serra le mascelle come se fosse in fase ponzatoria. Allarme continuo.
Obbrobrioso il sor Antonio dalle palle vizze pericolosamente ciondolanti (qualche volta spero che se le pesti), quello che attacca sempre i miei gialletti, in perenne contrasto con l’intera società. Non sta fermo un attimo, gesticola, blatera sputacchiando, si alza di continuo, tira lo sciacquone come fosse la corda di una campana a festa. Una spina nel fianco. Dovrò sfruttare la trama ben congegnata di qualche romanzo poliziesco per farlo fuori.
Se il sor Eugenio attira gli sguardi concupiscenti delle signore, la sora Carmela, di origine siciliana, suscita quelli dei signori. Pelle bianca d’avorio, capelli e occhi neri che bucano chi la guarda, labbra carnose, sensuali. Movimenti lenti e sinuosi. Non ama leggere ma ascoltare ciò che si legge. Quando parla, seppure raramente, silenzio assoluto coi pensieri mascolini che vanno a posarsi proprio lì.
Il sor Peppino e la sora Ginevra dalle zinne prorompenti culo e camicia. Non fanno altro che miagolare fra loro, cacandosene allegramente degli altri (notare come le espressioni siano in perfetta sintonia con l’ambiente). Portano spesso giornaletti di parole crociate dalle quali è difficile strapparli se non con urli disumani.
C’è, anzi c’era, il sor Pasquale detto “Puzzola” e avete capito perché lo abbiamo buttato fuori.

Un giretto fra i miei libri
Vediamo, vediamo un po’, cercando di non scegliere quelli già scelti nelle precedenti letture (può capitare). Allora ecco Il bambino nel bosco di Karin Fossum. Tema della pedofilia trattato con grande rispetto. Linea dolorosa che scorre lungo tutta la storia coinvolgendo soprattutto i personaggi femminili come fossero i depositari di questo sentimento.
Il giallo non è un’opinione. Come la matematica. Ce lo spiega Carlo Toffalori in Il matematico in giallo. Con l’appetitoso sottotitolo Una lettura scientifica del romanzo poliziesco. Che la matematica, ovvero il ragionamento logico e scientifico, stia alla base di questo genere letterario lo sappiamo fin dalla sua nascita, quando il “padre” Edgar Allan Poe tirò fuori dal cilindro delle invenzioni quell’Auguste Dupin che del ragionamento matematico, appunto, fece l’arma principale dei suoi successi investigativi. Dopo di lui una serie impressionante di detective che hanno seguito le sue orme… (qui mi fermo). Una prosa chiara, lucida, a volte ironica, mai pesante. Chi l’ha detto che uno scrittore matematico, anzi un logico-matematico come il professo Carlo Toffalori, deve essere per forza noioso?

storie di politica sospettaStorie di politica sospetta di Manuel Vazquez Montalbán.
Tre racconti. Personaggio indimenticabile Pepe Carvalho. Lo vediamo intento a gustarsi la “nouvelle cousine” in compagnia dell’amministratore Fuster e del prostituto Charo ”lumache con besciamella alla menta e chicchi di melagrana, il tutto passato al gratin, e come secondo, una spallina di capretto con acquavite alle erbe”. Quello della cucina è un aspetto peculiare e risaputo del noto investigatore spagnolo. Lo ritroviamo anche in seguito con l’aiuto del tuttofare-cuoco Biscuter. Mangia bene, beve bene e fuma sigari Cerdàn. Tipo tranquillo (apolitico dice lui) ma quando c’è da correre e darsi da fare, anche con l’astuzia e l’imbroglio,  non si tira indietro.
Stile asciutto, concreto, venato di una sottile ironia e autoironia, brevi macchiette che restano impresse, storia, politica e aspetti individuali che si mescolano senza alcuno sforzo apparente, in maniera semplice e naturale. Da Scrittore, insomma.

uno sbirro femminaUno sbirro femmina di Silvana La Spina.
Di questo libro mi è rimasto impresso il personaggio di Maria Laura Gangemi, commissario di polizia di Catania che non le manda a dire. Critica la società dei mariti violenti, della Mafia, della Chiesa come apparato in contrasto con la chiesa militante, di Catania, dei siciliani tutti “che vedono nel caffè la panacea di tutti i mali”, della Sicilia dei soprusi e del voto dato dietro compenso, dell’Italia “delle vallette, delle sceneggiate politiche, degli inciuci, delle arroganze, delle prepotenze, delle minacce e dei ricatti, delle feste napoleoniche sui panfili dei finanzieri che si mangiavano le nostre finanze a morsi”, critica anche stessa come madre lontana dalle esperienze del figlio. Vita sfortunata con il marito Attilio. Solo insulti e botte. Grande personaggio, dicevo.
Lo stile di Silvana La Spina è asciutto, essenziale, non una parola di troppo. Gli appunti forti alla città e alla società in generale non danneggiano il racconto ma nascono spontanei e veri dalla sofferenza stessa della protagonista.

a un passo dalla tombaA un passo dalla tomba di Ed McBain.
La storia è nota. C’è un ex investigatore ubriaco maledetto nella Bowery a New York, tradito dalla moglie, indagato dalla polizia e dunque ha perso la licenza. Suo rifugio la bottiglia. Quel rompicoglioni di Johnny Bridges viene a chiedergli aiuto. Proprio a lui. A Matt Cordell. Dalla cassa della sua sartoria spariscono soldi. Pochi ma continui. Non sarà mica il socio Dom Archese che glieli frega? Matt lo deve aiutare, magari dopo avere bevuto un bicchierino… No, via, non posso… va bene vengo a vedere… E la sorpresa non manca. E che sorpresa!
Da qui parte tutto l’incasinamento che vede il nostro eroe alle prese con mascalzoni, detective più o meno privati, polizia e qualche bel tocco di figliola che il fascino non lo ha perso neppure da barbone. Matt Cordell, irlandese, “tipo da bassifondi” nella zona nord-orientale di Manhattan, spalle larghe, alto un metro e ottantatré. Legato ai ricordi della moglie che ogni tanto attraversano i suoi pensieri. Bugie, bugie e bugie da tutte le parti. Racconto in prima con tono naturale venato di un certo rimpianto e di ironia. Lunghi e veloci dialoghi  inframmezzati da azione, botte, ganci e colpi vari. Dati e ricevuti. Un occhio particolare alla musica, alla band di neri e bianchi che suonano insieme alla faccia del razzismo di qualsiasi genere. Finale un po’ scontato per gli esperti. E Matt che si ritrova abbracciato con la sua inseparabile bottiglia.

Per gli scacchi scelgo Alekhine di Alexander Kotov.
Aleksandr Aleksandrovic Alekhine nato a Mosca l’11 settembre 1892 da una famiglia agiata, essendo il padre un maresciallo della nobiltà e la madre una ricca commerciante, non fa parte di quella tremenda schiera di bambini prodigio che assilla noi comuni mortali, di quelli, insomma, che sin dalla culla riescono a darti il matto del corridoio e strillano tutta la notte se non hanno vinto tutte le partite. Impara presto, è vero, a sette anni, ma poi impiega un po’ di tempo per rodare il motore. Fa parte, invece, di quella banda di piccoli sciagurati che mandano in bestia i fratelli più grandi. Imparano a giocare con loro, perdono i primi incontri, poi regolarmente li umiliano e li ridicolizzano. Quarto campione del mondo, un concentrato di forza e debolezza umana (perde uno scontro importante per ubriachezza), ha  lasciato un segno indelebile nella storia degli scacchi.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Continuo con quelle casalinghe che mi riportano indietro nel tempo. Su Il Decamerone di Boccaccio, per esempio. Naturalmente parlo solo delle prime sensazioni, delle prime letture. Un fremito, uno sfrigolio di sensi al solo contatto del libro, subito a ricercare le novelle più spinte, più boccaccesche (quelle di Dioneo, insomma, e mi piaceva da morire il fatto del diavolo nell’inferno), ma poi preso anche dalle storie di burle, di battute tipiche della tradizione toscana e una pietra a Calandrino l’avrei tirata anch’io. Da ignorantello paesano saper leggere e capire lo scritto trecentesco mi dava un senso di conquista, di “elevazione” culturale.
I Promessi Sposi una tragedia. Essendo un bravo alunno alle elementari con medaglie di cartone da tutte le parti, arrivato in quinta la maestra Elvira (a cui mando lo stesso un saluto in cielo) pensò bene di appiopparmi il suddetto libro di Manzoni per le vacanze (sì, avete capito bene). Rimasi impantanato nelle acque del lago di Como e non ne uscii vivo. Alessandro maledetto per diversi annetti insieme a tutta la famiglia e a li mortacci loro.

Giallo NataleGiallo Natale di AA.VV, Newton Compton 2013 (anche in ebook).
Gli autori: Marcello Simoni, Massimo Lugli, Lorenza Ghinelli, Davide Mosca, Massimo Pietroselli, Fabio Delizzos, Silvia Montemurro, Gianmichele Lisai, quasi tutti già conosciuti dal sottoscritto.
Veloce. C’è un po’ di tutto in questa piccola, graziosa antologia che ha come sfondo il Natale o i giorni vicini alla Festa: il magico, il soprannaturale e insomma l’incredibile con il brivido incorporato, la paura interna sottile e la paura vera e concreta, la lotta per la vita e la morte, la violenza sessuale, la critica a certe panzane della società, l’amore e la vendetta e altro ancora. Scritture diverse, stili diversi, angolazioni diverse, tempi diversi. Come da antologia, appunto.

sei delitti senza assassinoSei delitti senza assassino di Pierre Boileau, Giallo Mondadori 2013.
All’inizio un po’ di perplessità, via. Il solito delitto della camera chiusa con i soliti marchingegni letti e riletti. Poi, però, con lo sfogliare delle pagine e il trascorrere della storia, aumenta il desiderio di scoprire tutto l’ambaradan. Non ci si può fermare. E le domande fioccano. Come ha fatto l’assassino ad uccidere nell’appartamento di Rue Greuze Simone Vigneray e a ferire mortalmente la moglie, sparendo come un fantasma in un ambiente perfettamente chiuso? E come ha fatto la domestica Adèle Blanchot ad apparire sotto forma di cadavere in una delle stanze prima perfettamente vuote?
Un problema che assilla pure l’investigatore privato André Brunel chiamato ad aiutare la polizia per risolvere il caso pazzesco e impossibile (“impossibile!” è la parola che risuona più volte). A Parigi, in un pomeriggio di maggio. E noi siamo lì con lui a seguirlo nelle sue ricerche.
Che non finiscono mai, perché cresce il numero dei morti ammazzati (titolo docet) che preferiscono esalare l’ultimo respiro in ambienti terribilmente chiusi nei quali, come al solito, l’autore sembra essersi volatilizzato. Furbo una cifra e pure strafottente se minaccia alla fine con biglietto l’ultimo delle sue possibili vittime.
E allora? Allora il nostro André Brunel si rinchiude nello studio e passeggia per la stanza fino a quando il mistero non è risolto (sembra Holmes).
Dubbio, assillo, elucubrazioni ma anche azione. Il tutto raccontato con paurosa meraviglia dall’amico dell’investigatore.

cantuccio della stregaIl Cantuccio della Strega di John Dickson Carr, Mondadori 2013.
Il primo giallo in cui compare Gideon Fell, una specie di orco gigantesco che cammina appoggiandosi a due bastoni, un gran ciuffo di capelli neri striati di bianco, baffoni da bandito, un faccione rosso e rotondo, occhietti arguti sotto occhiali tenuti da un largo nastro nero. Fuma la pipa e il sigaro, ama la musica per banda, il melodramma, le commedie strappalacrime e la birra che butta giù a barili. Ora ferocemente aggressivo (batte con forza il bastone ferrato), ora ammantato di risolini e ghigni furbeschi, tuona, grugnisce, soffia come Eolo in persona.
È lui che deve sbrogliare una intricata matassa che vede coinvolta la famiglia Starberth (siamo a Chatteram, sereno villaggio della provincia inglese) sulla quale sembra pesare una antica maledizione. “Al compimento del venticinquesimo anno di età, i figli primogeniti devono per tradizione trascorrere un’ora, di notte, in una sala dell’antica prigione di cui sono governatori da generazioni. E puntualmente vengono ritrovati cadaveri, con il collo spezzato”. Ora tocca a Martin Starberth che, ancora puntualmente, fa la stessa fine dei predecessori. Lì, vicino al Cantuccio della Strega, il punto in cui si usava impiccare le streghe.
Qualche spunto senza scoprire troppo la trama. Scontri tra Fell e il capo della polizia sir Benjamin Arnold, innamoramento del giovane americano Tad Rampole (venuto a trovare Gideon Fell) per la bella occhi-celesti viso-ovale bocca-rossa Dorothy, sorella di Martin (fratello Herbert sparito e dunque possibile indiziato), una specie di crittogramma da decifrare, un orologio che va avanti, mistero, paura, spruzzate di gotico (tuono che esplode al momento giusto, gufo che si lamenta…), umorismo e sottile ironia (irresistibile il breve duetto Fell-signora). Aggiungo citazioni di classici (“la cultura classica trionfa sempre” dice Fell) con riferimenti a Plutarco, Gellio, Cesare  e finale dove tutto viene ricollocato al punto giusto. Un personaggio gigantesco e un gigantesco capolavoro.

Il richiamo del cuculo copertinaIl richiamo del cuculo di Robert Galbraith, Salani 2013 (anche in ebook).
Diciamo subito che l’autore al suo primo libro è soltanto lo pseudonimo di J.K. Rowling, madre di Harry Potter, “scoperta” al momento giusto per vendere di più (mica scemi).
Lula, top model giù dal balcone. Una donna “disturbata” venuta “in contatto con la società immorale dei ricchi e famosi che l’avevano corrotta”. Suicidio. Tre mesi dopo il fratello John Bristow si affida all’investigatore Cormoran Strike, reduce dalla guerra in Afghanistan (bruttino il giusto, mezza gamba persa, creditore non pagato, debitore che non paga e fidanzata scappata), per ulteriori accertamenti. Impossibile che si sia suicidata, qualcuno l’ha uccisa. Aiutato da Robin Ellacott delle “Soluzioni Temporanee”, un concentrato di intelligenza e gentilezza.
Indagini a tutto campo su amici, amiche, fidanzato (il primo su cui cadono i sospetti), la mamma fuori di testa, l’autista, lo zio, e tutto l’entourage sciccoso che la circondava. Lettura minuziosa del fascicolo della polizia, mazzo di fotografie sparite dal computer di Lula.
Luoghi diversi, ambienti ricchi e poveri, personaggi sbalzati con pochi tocchi, dialoghi su dialoghi, dialoghi e dialoghi (ma non saranno troppi?), incasinamenti familiari e intermezzi da sorriso come quello della signora Hook tradita dal marito, con Strike scatafascio (dorme in ufficio dentro ad sacco a pelo e si lava all’università) che gira dappertutto insieme alla gamba mortuaria dolorante, ai ricordi dell’infanzia tribolata, assillato da una sorella minore che lo tratta come un bambino. Sbornia al momento giusto e Robin pronta a tirarlo su come l’angelo custode. Sesso solo accennato con garbo.
Niente di nuovo sotto il sole, niente di originale se non una bella tecnica di scrittura maturata col tempo. Alla fine il colpevole è proprio lui, quello inverosimile già sfruttato millanta volte nella tradizione del romanzo poliziesco, e dunque verosimilissimo, beccato subito (o quasi, via) dal lettore vispino.
Un ottimo al principiante Galbraith e un buono alla stagionata Rowling.

chiese pievi e segretiChiese, Pievi e Segreti sulle colline di Siena, di Annalisa Coppolaro, il Leccio 2013.
Paesaggio stupendo quello toscano, paesaggio ancor più mirabile quello delle colline senesi. E allora possiamo compierlo attraverso la guida esperta dell’autrice ricercando chiese e pievi antiche  che racchiudono tesori di arte e di storia. E di leggende. Andando verso San Quirico si incontra la villa “Rondinella”. Due amanti, un amore antico sfortunato, una presenza che si manifesta ancora oggi con “voci, chiarori, cigolii”. E, addirittura, con banchetti fantasma.
Per la chiesa di Giovanni Battista a Corsano si parla della “Sposa Bambina”. Una ragazzina di dieci anni data in matrimonio ad un signore (siamo nel ‘600) che al momento fatidico del “sì” fugge dalla chiesa e svanisce nel bosco dove si perde ogni traccia. Anche adesso nelle domeniche di primavera si trovano piccole impronte come se lei tornasse a visitare quel luogo.
La chiesa di Santa Cecilia a Crevole racchiude numerose fatti da brivido fra cui quello del vescovo Domusdeo Malavolti che urla alla luna piena. Sarebbe apparso anche alle truppe spagnole nel 1554 durante la guerra che portò alla caduta della Repubblica di Siena, minacciando i soldati con un crocifisso.
A Pievescola c’è la contessa Ava dei Lombardi che vaga per i boschi e con uno sguardo risolve i problemi di chi la incontra (andateci!). E ancora misteri e misteri che rendono intrigante il cammino. Insomma una guida di storia, amore, passione, ricca di paesaggi incantati, di arte, di cultura tra il fremito di racconti leggendari. Anche in inglese, cioè edizione bilingue nello stesso testo, e con belle foto di Göran Södeberg.

pietra è il mio nomeEd ecco il contributo della nostra Patrizia Debicke: Pietra è il mio nome di Lorenzo Beccati, Editrice Nord 2014 (anche in ebook).
Romanzo giallo noir di Lorenzo Beccati, ben noto al pubblico per prestare la sua voce al Gabibbo in diverse trasmissioni televisive, Pietra è il mio nome è un thriller, a tratti granguignolesco, a fondo storico, ambientato nella Genova del 1601. Ben delineato, vivo e quasi palpabile il quadro della città con la ricchezza e lo splendore dei suoi palazzi, la protervia dei nobili, degli sbirri e del clero e come debole contraltare i carruggi, i vicoli che trasudano povertà da ogni pietra e condizionano un popolo miserabile e superstizioso. La protagonista della vicenda è Petra, o Pietra come lei preferisce farsi chiamare, una strana ragazza che sa celare dietro una bacchetta da rabdomante un eccezionale acume quasi da super poliziotto e una straordinaria abilità in letali arti di combattimento degna di una cintura nera e che, ogni volta, sigla le sue vittorie con il suo grido di battaglia: Pietra è il mio nome. Vita grama per questa giovane donna che, con la tiepida benevolenza dogale, vive vendendo a ricchi e poveri la sua capacità di rabdomante per trovare oggetti smarriti o rintracciare persone scomparse e che porta un difficile e pesantissimo nome: Petra o Pietra, denso di significato per la storia. La pietra infatti è l’orribile strumento per la lapidazione (praticata ancor oggi con troppo disinvoltura da molti fanatici paesi mediorientali). E proprio la lapidazione si rivelerà la causa incidentale del fattaccio. Ce lo chiarisce un flash back riportandoci all’infanzia da orfanella della nostra eroina che, nascosta dietro una siepe, aveva assistito alla morte della piccola Nora, uccisa per vendetta a colpi di pietra da altre bambine sue compagne di sofferenza nell’orfanotrofio.
Siamo nel Seicento genovese, il secolo che vide i grandi ritratti (allora il pittore di moda tra i genovesi era Antoon van Dyck), tanta storia, tanta guerra e l’incolmabile abisso sociale che divideva i nobili dalla plebe.
Dicevamo il fattaccio, che poi è un terribile delitto e che coinvolgerà personalmente Petra/Pietra la rabdomante-detective. Stavolta il compito che deve affrontare è diverso da tutti gli altri. Mentre Genova è in preda alla frenesia orgiastica del carnevale, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna, massacrata a morte e, accanto a lei, una bacchetta da rabdomante che potrebbe incriminarla. Petra/Pietra deve difendersi, cercare, indagare e la sua indagine la porterà a scoprire che la maledizione di quei delitti viene dal passato. Ma chi e cosa li lega alla lontana follia di un gruppo di bambine? Pietra scoprirà che anche la sua vita è in gioco. Bisogna fermare l’assassino a ogni costo.

Un saluto da…
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa riunione gabinettistica condominiale è andata a puttana (pardon) per una di quelle cause insite nelle cose stesse. Eravamo tutti abbioccati sotto l’influsso ipnotico delle poesie d’amore declamate dalla sora Cecilia, una stagionata zitella dagli occhi a lemure che lo farebbe di pasta se potesse (si mormora che ci abbia provato anche con il prete), quando è arrivato il sor Quintilio, soprannominato “Puzzola” con quel che segue. Appena appoggiato il deretano elefantiaco sulla tazza l’esplosione è venuta al primo contatto suscitando terrore e scompiglio fra la compagnia dello sciacquone. Un fuggi fuggi generale peggio che se fosse scoppiato il terremoto con calzoni, gonne e mutande tenuti su alla bell’e e meglio, culi pallidi e flosci rigati di rosso, piselli raggrinziti (ad eccezione del ciondolante lombricone del sor Pasquino) e passere spennacchiate a filare via spediti come una tribù di anatre starnazzanti. Io sono rimasto fermo e tetragono al mio posto che il comandante non lascia mai la nave che affonda (Schettino conferma la regola). Ho avuto un attimo di sbandamento senza respiro, ho barcollato, sono caduto sbattendo la fronte sul bordo di una tazza e lì sono rimasto per un tempo indecifrabile. Ho ripreso conoscenza nel letto della mia casa con la figliola che sbraitava non so quali terribili minacce e la mogliera che scuoteva il capo come un albero sotto la tempesta. Ho capito, però, che non devo più andare a quelle stupide e zozze riunioni. Vedremo. Sono ancora un osso duro e la cultura va dispiegata dovunque.

Come sfruttare la realtà? Se in giro ci sono sempre più spesso donne picchiate e violentate dal maschio di turno ecco l’idea della vendetta. Più precisamente Le vendicatrici, un ciclo di quattro libri (addirittura) a firma di Massimo Carlotto e Marco Videtta per Einaudi Stile Libero. Da qui a novembre. Magari l’intenzione è buona (per carità), i libri saranno ottimi (di sicuro) ma tutta l’operazione mi lascia perplesso (colpa della vecchiaia).
Se a ciò si aggiunge, sullo stesso tema, Le Vendicatrici di autori vari (Cut-Up edizioni) la perplessità aumenta.

Ho visto Inferno di Dan Brown in libreria. L’ho lasciato lì.

Invece penso che prenderò (quando il borsellino tirerà un po’ il fiato) Il seguito dell’Iliade di Quinto di Smirne che l’epica mi è sempre piaciuta e pare prometta bene anche se l’autore è un tantinello invecchiato (ma forse promettente proprio per questo).

Dopo le sfumature ecco Vagina di Naomi Wolf. Aspetto con ansia il seguito Pene e Deretano.

Spiluzzicature:
Questa volta le ho fatte a casa. Ho preso dallo scaffale con somma cautela (i libri sono stracolmi degli stramaledetti acari che mi creano problemi) Romanzi e Racconti di Raymond Chandler a cura di Stefano Tani, Mondadori 2005 (famoso Meridiano!) e mi sono messo a scartabellare in qua e là su pezzi letti e riletti, con somma, ineguagliabile goduria. Non contento ho tirato giù con il fazzoletto sulla bocca a mo’ di bandito anche il Maupassant dei racconti e ho passant (una cazzata passantatemela) un paio di serate sulla tazza saltibeccando felice come un passero. Tra l’altro senza figlia e moglie tra i piedi!

Cinque strade per il delitto di John Bingham, Mondadori 2013.
“Io sono, credo, l’unica persona in grado di registrare tutti i fatti che concernono Philip Bartels. Ogni altra persona crede di conoscerlo, ma non è vero. Per cominciare, non sa che io sono, immagino, un assassino; più esattamente uno che ha compiuto il suo delitto sotto gli occhi di un funzionario di polizia il quale, sino ad oggi, è assolutamente all’oscuro di questa circostanza”.
Siamo a pagina diciannove e la cosa comincia a solleticarci. Già abbiamo alcune informazioni attraverso i ricordi di questo narrante così “particolare”. Intanto Bartles era il suo migliore amico, non bello, un po’ buffo, bocca larga, capelli ritti sul cocuzzolo, aborriva la pena per ogni essere vivente. In seguito arriveranno altri particolari.
Lo incontra a dieci anni, perseguitato a scuola dai compagni e da lui stesso, perde i genitori a tredici anni, vive con gli zii, si sposa con Beatrice Wilson. C’è, però, di mezzo Lorna Dickson di cui si innamora e da qui cominciano i guai perché Lorna piace anche al nostro “assassino”.
Non posso dire di più. Un viaggio lucido e allucinante nella mente e nel cuore dei due personaggi, un continuo riflettere, esplorare in profondità in stretta connessione con gli eventi narrati e con i ricordi che affiorano corposi. Storia interna-esterna che ti invita a pensare sull’imperscrutabile e diabolico mondo dell’animo umano.

Taglio netto di Leigh Russell, Mondadori 2013.
Cittadina di Woolsmarsch piena di contrasti: ad est prostituzione e droga, ad ovest benessere e ricchezza.
Un serial killer problematico (altrimenti non sarebbe un serial killer) che uccide, strangolandole, ragazze bionde, la polizia a dargli la caccia attraverso soprattutto l’ispettore Geraldine Steel (il collega che fa coppia con lei, il sergente Peter, rimane ai margini), un giornalista ambizioso in cerca di notorietà e promozioni, una folla impaurita e inferocita. Questi gli ingredienti principali.
Vediamo un po’ di aggiungere qualche altro elemento partendo da Geraldine. Lasciata da Mark dopo sei anni perché troppo presa dal lavoro alla squadra omicidi del South East, genitori separati, sorella e nipotina, una figura piuttosto isolata e chiusa in se stessa, rimugina di continuo sui delitti, non riesce a rilassarsi e a dormire, si lascia guidare troppo dall’intuizione (lavata di capo dal superiore). Inizio di una storia sentimentale con il collega sergente Carter.
Subito sospettato il fidanzato della prima ragazza uccisa, un tipo manesco e violento. Poi, finalmente, arriva un particolare importante che emerge dalla deposizione di una insegnante. Il racconto si muove lungo direzioni già ampiamente codificate: le riunioni della polizia per fare il punto della situazione, le azioni del giornalista arrampicatore, la vicenda dell’assassino di cui si ripercorre la vita e i traumi, i “momenti” delle vittime prima di essere uccise, le minacce a Geraldine, l’epilogo finale movimentato e pericoloso.
Tutti elementi necessari alla confezione di un buon thriller.

L’ultima tappa di Anthony Berkeley, Mondadori 2013.
Siamo a Londra. Più precisamente in una villa di campagna nei dintorni della città. Grande festa in costume dedicata al delitto, gente vestita da assassino e da vittima. Per completare il quadro sul tetto una forca da cui pendono tre manichini.
La villa appartiene a Ronald Stratton, scrittore di romanzi polizieschi, divorziato e fidanzato con la signorina Lefroy, separata dal marito. Qui c’è anche, come ospite, il nostro Roger Sheringham, criminologo di fama che ogni tanto aiuta la polizia nei casi più spinosi. Fratello di Ronald è David sposato a Ena, personaggio “matto” che si pone al centro dell’attenzione del lettore e di tutti gli invitati: ventisette anni, esibizionista (“Ero un’attrice”, sospira) con la mania del suicidio, non vuole assolutamente che Ronald si risposi, si mette in mostra, si annoia, vuole andarsene dalla festa, non se ne va, se ne va, attacca bottone con lo stesso Roger, “attacca” con il dottor Chalmers. E a lui “Vuoi che mi impicchi?”, “Sì”, le risponde.
E impiccata viene trovata. Sulla forca al posto di un pupazzo. Suicidio o omicidio? Ma la sedia che doveva essere per forza sotto la forca perché non c’è? Ad indagare Roger tra una bevuta e l’altra di birra e l’ispettore Cramer “simpatico, gentile, conciliante” (due figure un pochettino scialbe).
Non posso aggiungere altro. Rilevo solo una iniziativa “particolare” di Sheringham. Congetture, ipotesi, supposizioni, certezze che svaniscono fino allo stupendo finale che scombina tutto.
Da artista.

La tabacchiera avvelenata di Richard Hull, Polillo 2013.
Villaggio di Scotney End. Henry Cargate, odiato da tutti, trovato morto in una carrozza ferroviaria dopo avere fiutato dalla sua tabacchiera il tabacco, in cui era mischiata anche polvere di cianuro di potassio, da lui stesso fatta acquistare per distruggere un nido di vespe. Si sospetta l’assassinio e una persona, di cui non si fa il nome (lo sapremo alla fine), è già sul banco degli imputati. Pubblico accusatore Blayton, avvocati difensori Vernon e Oliver, il giudice Smith che presiede il processo.
La vicenda si svolge su due piani temporali: l’andamento del processo in diretta con gli interventi dell’accusa e della difesa e il resoconto delle passate indagini condotte dall’ispettore Fenby di Scotland Yard “un uomo tanto coscienzioso quanto metodico, e trovava spesso che mettere le cose nero su bianco gli era di grande aiuto nel consentire di chiarire le sue idee”. Indagine difficile perché il morto, come già detto, suscitava antipatie dappertutto e, secondo il suo fornitore Macpherson, aveva pure contraffatto alcuni francobolli di valore.
Si tratta della classica ricostruzione minuziosa di orari e spostamenti con continui interrogatori, ipotesi, dubbi, ripensamenti e un occhio buttato anche sul giudice e sul dibattito nella giuria. Conclusione sorprendente con la domanda se si possa in qualche modo condizionare un processo.
Un bel malloppo di dati da masticare e digerire. Ci vuole pazienza e una certa propensione a questo genere di racconti. Allora si può rimanere veramente soddisfatti. Altrimenti, come diceva la Mondaini, che barba che noia che barba che noia…

Uomini e cani di Omar Di Monopoli, ISBN edizioni 2013.
Quando trovo un libro che mi prende non ho troppa voglia di farne il riassunto per i lettori. Insomma una recensione vera e propria con tutti i crismi. Mi viene, invece, l’istinto di buttare giù quello che sento senza pormi troppi problemi. Sbagliato, forse, ma è così.
Dunque siamo nel Salento, più precisamente nel comune di Languore dove si cerca di trasformare una salina in un parco naturale. Arrivano i divieti, le espropriazioni, la legge, insomma, a mettere a nudo una società fatta di violenza, abusivismi e situazioni ataviche incrostate nel tempo. Ognuno cerca di difendere quello che ha, magari sparando a chi cerca di cambiare le cose e imprigionando chi rimane vivo.
I personaggi sono colti nella loro concreta brutalità, nelle loro pose disgustose, negli istinti viscidi: il guardone di froci e coppiette che si tira una sega, l’omaccione che costringe il giovane ad esaudire le sue voglie malate, il maschilista violento, l’aizzatore di cani feroci e così via. Uomini e cani e non si sa chi sia l’animale.
Pure il paesaggio contribuisce a creare un’atmosfera dura e schifosa con la spazzatura, le erbacce, il letame, le zanzare, i moscerini, lo scirocco che mulina, gli scarichi che puzzano, l’arrivo della tempesta. Pochi momenti di stasi, di riposo, di calore umano con qualche lacrima che scorre per un abbraccio, per un ricordo, per un affetto che se ne va. La prosa ricca, quasi lenta, sorniona e avvolgente ma nello stesso tempo secca e precisa al bisogno, che lascia il segno sugli uomini e le cose. Con la nemesi pronta a prendersi, bastarda pure lei, la sua sanguinosa rivincita.
Qui è terra maledetta impermeabile al progresso dove i poveri sono veramente poveri, dove la politica famelica ha spolpato tutto, ha arraffato quello che poteva e ora non ci si può preoccupare per un paio di uccelli e per qualche papera spennacchiata a danno degli esseri umani. E Sputazza, unico che mi viene di citare, non si muove dalla sua casa “il fucile levato, lucente, pronto a far fuoco”. Che vengano a prenderlo.
Ma non siamo nel West. Siamo nel Salento. La nostra terra. La nostra magnifica terra.

«L’ho uccisa perché l’amavo». Falso! di Loredana Lipperini e Michela Murgia, Idòla-Laterza 2013.
Non è un giallo, non è un thriller, non è un noir. È una storia vera di omicidi. Assassino l’uomo, vittima la donna. Un numero sempre crescente in aumento. Centinaia all’anno. Una strage, un femminicidio. Donne abbandonanti, uomini abbandonati.
Da qui un momento di pausa, di riflessione. Anche di accusa da parte delle due autrici. Intanto non è la natura che fa gli uni diversi dalle altre. È la cultura che conta. Stereotipi da tutte le parti come i maschi predatori e le femmine predate. Fin dalla nascita. La morte della donna è sempre bella e avvincente. Basta solo qualche esempio, tra gli innumerevoli, nella letteratura, nella poesia, nel teatro, perfino nella musica. Voluttà e strazio nella morte femminile se ne trovano a iosa e la carezza nel pugno di Celentano è lì a ricordarci il problema.
Di converso si dice che gli uomini ammazzano perché fragili e ad aprire il conflitto sono state le femministe che negano l’ordine naturale dei sessi. C’è pure tra le donne chi sostiene questa tesi. E poi, via, la statistica non è così diversa da quella delle altre nazioni. Anzi il numero delle donne uccise in Italia sembra addirittura minore. Il femminicidio non esiste.
Io non voglio bloccarmi sulla terminologia, sulle definizioni. So per certo, tuttavia, che una caterva di donne vengono picchiate, violentate e uccise dagli uomini. Questo è un dato di fatto che pone un problema inquietante di cultura e di rapporto civile nella nostra società e ben vengano libri come questo a farci pensare, a farci riflettere su un fenomeno che non può essere trascurato se non, addirittura, messo da parte. Purtroppo è cronaca di tutti i giorni.

Bloodman di Robert Pobi, Mondadori 2013.
Jake Cole, agente speciale dell’FBI, ritorna a Montauk, Long Island, dopo trent’anni per seguire il padre Jacob, famoso pittore colpito dall’Alzheimer che si trova in ospedale (si è dato fuoco e gettato da una vetrata). In arrivo un terribile uragano e nello stesso tempo una donna e il suo bambino vengono scuoiati vivi. Urge il suo aiuto alla polizia locale.
Jake, tratti marcati, occhi neri inespressivi, vistoso tatuaggio, vita passata tra coca ed eroina, apparecchio sotto la clavicola contro gli attacchi cardiaci, lettore di Dante e della Divina Commedia (pure uno spunto su Sherlock Holmes). Ha la capacità di immedesimarsi nel colpevole (“Il suo vero, grande dono, perfino più grande del talento del padre, consisteva nel saper dare forma e colore ai momenti finali delle vite altrui”) e capisce subito che si tratta della stessa mano dell’assassino che aveva colpito sua madre tanti anni fa (delitto insoluto).
Moglie Kay e figlio Jeremy, sesso ai limiti. Altri personaggi: sceriffo Mike Hauser, agente William Spencer vecchio amico di scuola, dottoressa Nancy Reagan, David Finch il “primo gallerista a scommettere su Jacob”, lo zio Frank.
La vicenda si “arricchisce” di altri morti ammazzati e scuoiati vivi, numerosi flash back, ricordi inquietanti come quello del cane Lewis trovato sgozzato quando era ragazzino.
Ritmo serrato e avvolgente in stretto rapporto con l’uragano che si fa sempre più forte. Misteriosi dipinti del padre con orribili figure senza volto (quello dell’assassino?) che assillano la mente di Jake la cui famiglia si trova in pericolo.
Una storia costruita su piloni ormai consolidati da tempo, ricca di mistero, suspense e azione con il nostro eroe tormentato tra passato e presente. Finale frenetico e piuttosto prevedibile.

Presento con piacere un contributo del nuovo gabinettaro scacchista Alessandro Colosimo, ovvero Zenone, che scrive su http://soloscacchi.altervista.org/
Vi sono libri che rischiano di passare inosservati perché fuori dalla grande distribuzione organizzata o non supportati da particolari flussi culturali. Questo va a nocumento sia dell’autore, consapevole della difficoltà ad essere conosciuto, sia del lettore, inconsapevole di non avere potuto leggere qualcosa di buono. Nel caso del libro che vi voglio proporre per questo mese di giugno, Cactus di Massimo Mannucci (Casa Editrice Fiorentina, anno 2006, pagg. 128 e in ebook anno 2010), a guadagnarci è anche una nobile causa, dato che i proventi della vendita sono devoluti alla Lega Italiana Fibrosi Cistica.
Cactus è una raccolta di otto racconti noir, alcuni molto brevi, con protagonisti uomini che, per cause diverse, diventano criminali. Il filo conduttore, infatti, non è tanto il crimine tout court ma l’uomo che c’è dietro e l’ambiente che induce i protagonisti negativi di ogni racconto a quei comportamenti antisociali. Vi sono evidentemente vittime dirette dei crimini commessi ma anche quelle indirette, in questo caso anche gli stessi autori. Lungi però dall’indulgere pro reo, l’autore, che è anche un magistrato in attività, ci propone tipi criminali che vengono spesso travolti dalle piccole o grandi macchinazioni da loro stessi messe in atto o dalle loro inadeguatezze, ma non c’è giudizio né morale né giudiziario in questi racconti, solo la volontà di scavare nella psicologia dei personaggi. Queste otto pugnalate nell’anima del lettore vengono inferte dall’autore con maestria, sia con la narrazione in prima persona  (e questi sono i racconti più riusciti) sia con l’onniscienza dello scrittore.
Cosa rimane alla fine della lettura? Amarezza per vicende criminali che sembrano incredibili ma che, purtroppo, sappiamo essere reali. Delitti che vengono puniti e “definiti” dalla Società nell’ambito asciutto delle regole giudiziarie e che nascono, crescono e sono la conseguenza, dell’aridità dei sentimenti, proprio come un Cactus nel deserto.

Un breve spunto anche da parte di Stefano Bellincampi, responsabile del blog Scacchierando (si capisce che sono un appassionato di questo gioco?).
Tra i libri che ho letto nell’ultimo anno mi ha colpito particolarmente 22/11/63 di Stephen King, Sperling & Kupfer 2011, nel quale il protagonista torna al 1958 (stesso anno del film Ritorno al futuro!) e trascorre 5 anni nel passato allo scopo di tentare d’impedire l’omicidio di John Kennedy. Il filone dei viaggi nel tempo mi ha sempre affascinato e questo libro non ha tradito le attese: l’ho letto in pochi giorni nonostante la lunghezza, è appassionante, con parecchi colpi di scena e un bel finale, descrive molto bene la provincia americana dell’epoca. Penso che quest’opera abbia segnato il ritorno di King ai livelli che gli competono.

Termino con la nostra affezionatissima Patrizia Debicke (la Debicche)

Sangue giudeo di Luca Filippi, Leone Editore 2012.
Mi piace definire questo romanzo di Luca Filippi (il dottore che scrive) un accurato giallo storico, arricchito da un’interessante versione medico legale, thriller. Con il suo Sangue giudeo l’autore (un esperto del ramo) ci ripropone il suo collega rinascimentale, Tiberio da Castro, coinvolto in un’indagine sulla spaventosa uccisione di una ragazza ebrea sul cui corpo l’assassino ha inciso una misteriosa XP, che sta per Christos in greco. Ma gli ebrei di Roma, in quanto fonte tributaria della ventesima, stanno  molto a cuore al papa Borgia e a suo figlio Cesare, il Valentino, che deve finanziarsi le guerre di conquista italiane. E proprio dal Valentino Tiberio da Castro ha avuto l’ingiunzione di scoprire il colpevole e risolvere il caso. Boccone amaro da ingoiare, ma Filippi gratifica il suo protagonista con una spalla per le indagini, e che spalla: la Leonessa, ovverosia la bella e famosa contessa Caterina Sforza (vedova Riario, vedova Feo e vedova Medici), condotta prigioniera a Roma. Caterina Sforza, figlia di Galeazzo e nipote del grande Lodovico il Moro, la maestra di ricette di cosmetica, di incanti e di alchimia, gli rivelerà che l’arma del delitto è l’arsenico ma, meditando la fuga, lo trascinerà con la magia della sua persona nella mortalmente pericolosa spirale di un complotto, mentre l’assassino di ebrei continua a uccidere.

Un caro saluto da…
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile

fabioenipoteSiamo giunti al decimo appuntamento. Non male per uno che ha ormai un piede e tre quarti nella tomba (mia fissazione e alla fine ci azzecco). Tanti libri, qualche riflessione ponzatoria, alcuni contributi dalle tazze esterne. Che volete di più? (un lucano…).

Soprattutto un aumentare consistente di lettori da gabinetto che mi riempie di orgoglio. Nel mio condominio ormai tutti hanno incorporato questa esaltante abitudine. Ho fatto mettere nella sala sociale una serie di tazze in circolo dotate del relativo sciacquone. Praticamente il primo gabinetto di lettura vero e proprio della storia.

Sono arrivati tutti e tutti lì seduti come natura comanda dopo avere tirato a sorte i relativi posti che ognuno aveva il suo preferito. Io mi sono ritrovato accanto, da una parte la sora Maria, un donnone spropositato che ha tappato tutta la tazza e, dall’altra, il sor Eugenio che, invece, se non si attacca saldamente ai lati finisce per affogarci dentro. La parola al “professore”, cioè al sottoscritto, che ha delineato in breve il succo dell’incontro. Ognuno a ruota libera tenendo sempre presente la lettura in primo piano. E ruota libera è stata con una serie di proposte davvero stimolanti: fumetti, ricette, giornali, riviste, poesie, romanzi rosa, pure le sfumature che vanno di moda con il serpente mostruoso del sor Pasquino che, affacciandosi inopinatamente come pitone acquatico fuori del water, attirava occhiate interessate di qualche vispa condomina coinvolta dalle succitate sfumature. Alla fine ho distribuito diversi gialli classici e ho rifilato pure, con studiata nonchalance, i miei tre gialletti che saranno oggetto del prossimo incontro. Poi tirata di sciacquone finale e tutti a casa felici e contenti anche se un po’ paonazzi per lo sforzo profuso.

Durante questo mese ho ripreso in mano l’Iliade che non posso stare troppo tempo senza leggere di morti e di battaglie (da visita psichiatrica). Avete visto quanti scontri per non far cadere il corpo di un soldato ucciso in mano al nemico? Per quello di Patroclo si fa un casino del diavolo e ci si mettono pure gli dei. Allora sì che ci tenevano ai propri compagni di viaggio! (pure in terra stecchiti). Oggi se ti potessero accoltellare da vivo…

È uscita la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce, Einaudi 2013, per opera di Gianni Celati. Una volta mi sono messo di buzzo buono sulla tazza con il malloppone artistico ma dopo un po’ sono scivolato, ho battuto il capo sul lavandino di fronte e sono quasi svenuto. (mi dicono però che questa traduzione sia molto più scorrevole della precedente, nota della Buccheri)

Il declino della violenza nella società secondo Steven Pinker. Insomma siamo tutti più buoni. Vallo a dire alle centinaia di donne che ogni anno vengono picchiate, violentate, stuprate e uccise nel nostro paese!

I casini dello Strega, uno dei premi più ambiti degli instancabili facitor di parole (qua l’elenco dei 26 libri presentati, n.d.b.). Quello esce, quell’altro vuole entrare, critiche, sotterfugi, sgambetti, coltellate nella schiena. Io sono sempre per la soluzione dell’altra volta che non sto a ripetere. Sui premi tempo fa scrissi questa goliardata che poi tanto goliardata non è.

Test sui cinque milioni di libri di letteratura pubblicati dal 1900 al 2000. Sempre più rare le parole come felicità, rabbia, disgusto. Resiste la paura”. Da parte mia resiste orgoglioso anche un “vaffa” a chi ha tempo da perdere con queste cazzate.

Sono usciti i libri a 0,99 centesimi e tutti giù a comprarli (400.000 in una settimana). Non è che manchi la voglia di leggere. Mancano proprio gli sghei.

Siamo tutti più ignoranti, più analfabeti. Ce lo ricorda una ricerca, ce lo ripete Tullio De Mauro. Io no ci creddo pe gnente.

Se non sapete cosa sono i Vedovi Neri (fate finta di non saperlo per farmi contento) vi consiglio caldamente di conoscerli. Qualche titolo: I racconti dei Vedovi Neri, Dodici casi per i Vedovi Neri, I banchetti dei Vedovi Neri e Gli enigmi dei Vedovi Neri pubblicati dalla Minimun Fax negli anni 2006, 2007, 2008, 2009 (beccati tutti e quattro).

Ed ecco una spiegazione dell’autore, il grande Isaac Asimov “Thomas Trumbull, Mario Gonzalo, Emmanuel Rubin, Roger Halsted, James Drake, Geoffrey Avalon: sono i nomi cui corrispondono gli stimati membri del club dei Vedovi Neri. Sei gentiluomini, forse un po’ troppo litigiosi, che ogni mese si riuniscono in un ristorante per mangiare cibi raffinati, bere del buon brandy e conversare amabilmente. Hanno con sé Henry, il fidato cameriere che democraticamente hanno eletto a membro onorario del club, e a ogni riunione invitano un ospite, che meno democraticamente tormentano, in sei contro uno, con il loro “interrogatorio”, “Come giustifica la sua esistenza?”, chiedono i Vedovi Neri al malcapitato di turno. Si sviluppa così un vivace contraddittorio, fatto di arguzie e provocazioni, riflessioni filosofiche ed erudizione storica, che non tarda a colorarsi delle tinte del mistero quando l’ospite, rivelando un dettaglio della sua vita, innesca involontariamente un piccolo o grande enigma alla cui soluzione si dedicheranno i sei… i sette Vedovi Neri”.

Aggiungo qualcosa anch’io. Ogni personaggio svolge un proprio lavoro e ha una sua caratteristica che lo distingue dagli altri: Rubin è uno scrittore di gialli alto un metro e sessantacinque, porta occhiali con due lenti spesse ed ha una barbetta rada che sembra vivere per conto suo; Halsted insegna matematica, è timido, interviene spesso in modo esitante ed è attirato dalle torte; Drake fa il chimico, fuma come una ciminiera, ha la voce bassa e roca; Avalon è avvocato, alto un metro e ottantotto, il criticone dalle sopracciglia scure (anch’esse sembrano avere una vita propria come la barbetta di Rubin) che fuma la pipa; Gonzalo dipinge, sembra un “d’Artagnan tirato a lucido” con “la lunga chioma”, gli occhi grandi e un po’ sporgenti e disegna la caricatura degli ospiti, mentre Trumbull lavora per il governo come esperto di codici cifrati, arriva sempre in ritardo, è aggressivo con tutti. Per renderli vivi e veri ad Asimov basta un accenno, una lieve pennellata, un aggettivo o un verbo al posto giusto. Non c’è bisogno di tanti ghirigori come succede agli scrittori modesti.

Chi risolve i problemi dopo lunghe e spesso divertenti discussioni è però Henry, il cameriere dal “viso liscio malgrado i suoi sessant’anni”. Gli argomenti che vengono affrontati sono di varia natura e vanno da quelli più modesti e frivoli ad altri più corposi che riguardano la scienza, il cosmo, i problemi dell’editoria, del fumo, ecc…

Nelle note in fondo ad ogni racconto l’autore spiega l’occasione in cui è nato e rivela aneddoti e curiosità della sua vita (ha letto tre volte Il signore degli anelli di Tolkien, non sopporta il fumo, suo idolo è Agatha Christie ecc…) con il solito stile lieve, elegante, garbatamente ironico e talvolta anche autoironico, rara avis negli scrittori di qualunque tipo e caratura.

Un vero godimento della parola.

Oggi non la faccio lunga e consiglio solo un altro libro per lasciare il posto ai contributi esterni che sono polposi. Hanno ammazzato Montalbano di Mario Quattrucci, Robin edizioni 2013.

Questo beccatevelo. Un libretto tascabile. Piccolo, piccolo, da mettere in tasca (appunto), portarselo dietro e tirarlo fuori al bisogno (il libretto). In qualsiasi luogo e qualsiasi momento. Leggerezza. Ecco, se dovessi esprimere la mia prima sensazione dopo lettura, direi leggerezza. Di stile e contenuto. Cinque racconti leggeri, gradevoli, spiritosi. Ironici e autoironici. Con il commissario Marè (Marelli) che si intrufola nelle storie come fosse a casa sua. Il racconto centrale è quello che dà il titolo al gioiellino (oggi sono sotto l’influsso benefico dei nipotini). Un convegno all’Università della Sapienza per un dibattito letterario su “un possibile paesaggio del giallo all’italiana”. Riuniti tutti protagonisti delle storie (sì, avete capito bene): “i commissari, gli ispettori, i sergenti, gli avvocati, i magistrati, i giornalisti…” e insomma tutta quella banda di indagatori di professione e non che strapiombano le librerie dell’italico suolo. Ucciso il più noto, il più famoso, il commissario Salvo Montalbano in pieno centro di Roma. La Mafia, naturalmente, ma Marè storce la bocca. Troppo facile. Si siede ad un tavolino del bar “Boschetto”, apre il suo bel quadernetto che si porta sempre appresso e incomincia e segnare i possibili indiziati…

Non aggiungo altro. Tutti i trucchi e tutta la tecnica del giallo (sospetti, sparizioni, il passato che ritorna ecc…). Qualche pizzicotto in qua e là (vedi certi “filmetti di CSI”) e, se la verità uscita dalle “cose” lascia un po’ perplesso il lettore e lo stesso autore, è “cosa” di poco conto nel computo generale. Scrittura veloce, sapiente, incorniciata con un linguaggio spiritosamente aulico intriso di modi di dire, battute, dialetto popolare e insomma un impasto delizioso che apre la bocca al sorriso. Personaggi sbloccati con pochi tocchi e c’è pure un profumo di buona cucina e di vinello garzoncello che ti solletica l’appetito.

Bellino. Ma parecchio, parecchio (alla toscana è un complimentone).

E ora spazio alle tazze esterne! Iniziamo con quella di Livio Romano. Però prima ricordiamo alcuni suoi lavori: Diario elementare, Fernandel 2012; Il mare perché corre, Fernandel 2011; Calypso mon amour, Manni 2009; Niente da ridere, Marsilio 2007 e Mistandivò, Einaudi 2001.

“Il giorno di una vigilia di Natale dal barbiere lessi un racconto di tal Pier Vittorio Tondelli. Mi parve roba scottante, estremamente scoppiettante, piena di ritmo e verve e vitalità, totalmente intrisa della tradizione avanguardistica eppure così fresca, comunicativa, festosa. Dopo le vacanze portai il giornale alla mia prof. Mi guardò male. Non aveva mai sentito parlare di Tondelli. Lei. Come osi propormi un autore che io non conosco? Prese nota. Dopo una settimana tornò con quella che fino a quel giorno era l’opera completa dello scrittore emiliano. Mi chiamò alla cattedra, mi bisbigliò: “È un assoluto genio, ma non mostrare questi libri al professore di religione sennò ti scomunica”, e ridacchiò. Altri libertini. Uscito per la prima volta con Feltrinelli. Subito sequestrato su tutto il territorio nazionale dall’allora celeberrimo Questore di L’Aquila il quale censurava tutto ciò che secondo lui offendesse la pubblica morale e la religione nazionale. Un caso. Uno spartiacque. Un libro-confine. Tutto quel che c’è prima e tutto quel che c’è dopo. Sì ok. Tondelli è solo uno degli scrittori delle pianure, per parafrasare il pur immenso Celati del quale Lunario del paradiso è uno degli altri miei libri-imprinting. Ma nei racconti di Altri libertini c’era una forza in più, un’energia, un’esuberanza, un amore per la vita e per lo stare al mondo che fu capace di resettare qualsiasi cosa fosse stata fatta fino a quel momento. Il neorealismo e la propensione anti sperimentalista di Pasolini in primis. Amore per l’esserci che aveva addirittura – lo sentivo bene, io, allora ancora inquieto frequentatore di parrocchie – un che di religioso. E quando poi ho approfondito l’opera di Tondelli, e letto quel che se ne scriveva all’epoca e – dopo la morte a 36 anni per AIDS, nel 1991– quel che si è scritto dopo: ho constatato che lo scrittore, come spesso accade ai narratori omosessuali italiani, era profondamente cattolico, e che il maggior studioso italiano è il gesuita Antonio Spadaro. Corse in automobile e nichilismi da eroina, farsi belli per girare per party (iniziavano appena i rutilanti Ottanta) e rimorchiare per la serata. Grandissime sofferenze d’amore (gli “scoramenti”) e grandissime resurrezioni. Una folgorazione. Non avrei mai scritto un rigo se non avessi letto quel libro…”.

Continuo con il contributo di Romano De Marco autore, tra gli altri, di A casa del diavolo, Time Crime 2013; Ferro e fuoco, Pendragon 2012 e Milano a mano armata, Foschi 2011.

La caduta di Giovanni Cocco – Nutrimenti edizioni 2013.

L’autore è uno bravo, questo me lo avevano assicurato in tanti, compreso Raul Montanari che lo ha avuto come allievo al suo corso di scrittura creativa (caso più unico che raro, in Italia, di vera e propria fucina di talenti destinati a pubblicare con editori importanti).  A rincarare la dose è arrivato il giudizio di Giulio Mozzi (scrittore apprezzato nonché uno dei migliori editor italiani contemporanei) che di certo non dispensa complimenti a vanvera. Insomma, mi sono avvicinato alla lettura di La caduta di Giovanni Cocco con la strana sensazione di non potermi aspettare alcuna sorpresa, viste le aspettative già così alte in partenza. Sono bastate dieci pagine per fare tabula rasa di ogni preconcetto e lasciarmi rapire dalla lettura di quello che non esito a definire come un vero e proprio capolavoro. Fa bene Mozzi a paragonarlo ai grandi romanzi americani del novecento. Nell’intreccio di trame e personaggi abilmente ordito dall’autore, si respira l’aria della grande letteratura contemporanea, la consapevolezza di trovarsi al cospetto di qualcosa di nuovo e, allo stesso tempo, rigorosamente classico. La caduta dell’occidente, raccontata attraverso un complesso gioco di incastri narrativi ambientati nell’ultimo decennio, viene fotografata senza compiacimenti, senza clamore, con una lucida tragicità a tratti raggelante ma sempre e comunque vera, convincente, drammaticamente viva. Stilisticamente l’autore ha operato un gioco di “sottrazione” che ha reso la prosa asciutta e tagliente, implacabile nel racconto di una realtà “fotografata” da punti di vista originali e illuminanti.

Un romanzo magistrale, primo tassello di un progetto narrativo più ampio da parte di un autore del quale sicuramente dovremo abituarci a sentir parlare bene e spesso.

Per terminare due interventi della nostra inossidabile Patrizia Debicke (sempre la Debicche). Bianco come la notte di Stefano Mazzesi, Foschi 2012.

Nella notte di giovedì 16 mese? Maah??? Comunque tardo autunno/inverno, Michele Rio, Dj di Radio Lilla, mentre va a un appuntamento in un locale di Marina di Ravenna, apprende dalla polizia che il cadavere irriconoscibile e barbaramente scempiato di una giovane donna è stato ritrovato sulla spiaggia Lido Adriano. Michele Rio sta sulle spine e frigge. Teme di conoscere l’identità della morta. Da giorni infatti una ragazza gli telefona ogni mattina alla radio: alla ricerca  della sorella scomparsa…

Giallo farraginoso con tanta carne al fuoco, truculento (feriti, morti, orride carneficine e per unico indizio comune un clown tatuato) ambientato in inverno nella riviera Ravennate con la nebbia che acceca, la corruzione malavitosa che impera mentre la prostituzione e il contrabbando, in mano a un clan locale diretto da una paralitica, hanno stretto alleanza con la mafia albanese.

Boh! Per chi ama il genere…

L’invisibile di Pontus Ljunghill, Guanda 2012.

Definirlo solo thriller come fa la casa editrice mi pare riduttivo. Mi pare piuttosto un solido e ben costruito giallo classico (e persino storico, visto che è ambientato nell’altro secolo) che rispetta una procedura d’indagine da manuale pur introducendo fin dall’inizio la terribile ossessione dell’assassino.

Stoccolma 1953: il bicchiere di saluto ai colleghi fa del commissario Stierna un uomo stanco, zoppicante e avviato alla pensione, a soli cinquantanove anni.

Chiude le valigie, lascia la capitale e la sua meta è un albergo di Visby nell’isola di Gotland, bella e interessante con la sua cinta medievale: un incrocio tra la vecchia Stoccolma e una città mediterranea. Ma Stierna è un uomo solo, inquieto con troppi ricordi e soprattutto lo rode l’angoscia di uno orrendo omicidio che non ha saputo risolvere tanti anni prima, quando era ancora molto giovane.

La telefonata e l’arrivo di un giornalista, che intende scrivere una serie di articoli sui crimini svedesi e vorrebbe cominciare proprio da quello, lo costringe a tornare indietro nel  passato e poi scoprire quanto gli era vicina la soluzione.

Un grazie sentito soprattutto ai nuovi intervenuti.

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

(e per fortuna che c’è il Lotti, aggiungo io, che se aspettate i miei tempi di lettura e scrittura… evviva il gabinetto di Lotti e dei suoi compagni di ponzamento 🙂 )

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio

fabioenipoteOgni tanto qui sulla tazza mi vengono le paturnie, una specie di magone che mi assale all’improvviso. Al centro il mio paese natio ove del viver mio… insomma dove ho lasciato la mia giovinezza. Arrivano i ricordi. A ondate. Spesso all’improvviso, senza accorgermene. Non so se capita anche a qualcuno di voi. Ora belli, ora brutti. Mi ci sono abituato e mi fanno compagnia.
In primo piano quelli dei miei amici. Mi sorprendono a gruppi, a frotte, come uno stormo di uccelli. Visi, voci, gesti, espressioni tipiche particolari con i loro nomi e soprannomi. Ricordo con un pizzico di nostalgia le battaglie di mattaione, quella specie di poltiglia azzurrognola che si trovava e si trova tutt’ora nel torrente Staggia, e che diventava l’arma principale con la quale si affrontavano le varie bande di noi ragazzi. Tutti nudi, anche a marzo, quando l’acqua tagliava le gambe, la pelle diventava bluastra e le palle raggrinzite come prugne secche gridavano al cielo il loro dolore. E poi le partite di calcio dalla mattina alla sera sudati fradici, pieni di lividi e con le scarpe rotte, quelle di tutti i giorni perché non ci si poteva permettere di avere scarpe da giocatore. E a casa erano sgridate e ceffoni perché le scarpe costavano e un paio dovevano durare una caterva di anni solate e risuolate dal calzolaio. E le spedizioni a caccia di susine, pesche, ciliegie e cocomeri con i contadini che ci saltavano dietro inviperiti e se tanto tanto riuscivano a prenderci ci “risuolavano” ben bene come le scarpe. E le scazzottate che nascevano per un nonnulla, per il semplice pretesto di far vedere chi era il più forte. E le risate di quando si raccontavano le barzellette fino a tarda notte, specialmente d’estate lungo la “spianata” che portava fuori dal paese. E che risate! Ridevamo di niente, di una battuta, di un gesto, di uno spernacchio. Altro che droga… E i primi brividi, i primi sguardi sfuggenti, i primi tremori alle gambe nell’incrociare le giovin fanciulle della nostra età che, sculettando, venivano su impettite e fornite di tutto come Dio comanda. Allora in questi momenti mi becco qualche poeta sentimentalone e malinconicone (Leopardone e Pascolone sono lì che mi aspettano a braccia aperte) e giù a sospirar con loro avviluppati come fratelli siamesi.
Ma la cosa non dura molto. Due o tre frignate mentali, tirata di sciacquone e poi via verso i grandi della storia da incrollabile appassionato (leggete pure fissato). Il primo amore sono state le biografie. Le vite dei grandi uomini. Insomma Le vite parallele di Plutarcone (oggi sono fissato con “one”). E tra le vite parallele quelle drammatiche. Quelle eroiche. Quelle sul filo della morte. Vita e morte il binomio che mi ha sempre colpito, fin da quando spalancavo gli occhi di ammirazione al gesto di Pietro Micca o a quello di Enrico Toti che scaglia la gruccia contro il nemico, non avendo altro da tirargli addosso, o alla risposta fulminea di quel generale francese napoleonico che, alla richiesta di resa da parte degli inglesi, gli urlò in faccia la parola ignobile (oggi farebbe ridere) diventata nobile almeno in quel caso. E soprattutto la storia antica. Quella dei greci e dei romani, tanto per intenderci. E dei loro storici mischiati, così, a caso: Erodoto, Senofonte, Polibio, Livio, Tacito, Sallustio ecc… E in particolar modo gli intrighi, i tradimenti, le astuzie, i tranelli, le passioni, l’attimo prima della battaglia, gli schieramenti degli eserciti, i 300 delle Termopili, la marcia dei diecimila, quando incombe la paura e il terrore. Annibale, Scipione, Cesare, Alessandro Magno ma anche i capitani di ventura che scorrazzarono e devastarono il nostro paese nei secoli del Medioevo e Rinascimento come Braccio da Montone, lo Sforza, Giovanni delle Bande Nere, Cesare Borgia e altri ancora con le loro scie di sangue e di morte…

Ma ho già sbrodolato anche troppo di me stesso (un viziaccio dei vecchietti quello del bla bla bla) e dunque veniamo alle letture. Sempre in primo piano i fantomatici G.M.: Giallo 24 Il mistero è in onda di AA.VV, Un bidone di guai di Donald E. Westlake, Una data per morire di Mignon G. Eberhart, La scelta di Murdoch di Maureen Jennings.

Giallo 24 – Il mistero è in onda di AA.VV., Mondadori 2013.
Questo libro è il frutto che il Giallo Mondadori ha realizzato insieme a Radio 24. Agli ascoltatori è stato chiesto un racconto con allegata una brevissima versione. Un po’ per dimostrare, ancora una volta se ce ne fosse bisogno, che lo scrittore italico non ha niente da invidiare a quello straniero. Ed eccoci qua.
Varietà ricca e polposa di situazioni, di spazio e tempo, stili più brillanti, stili più “posati”, personaggi credibili con pochi tocchi, il groviglio che sta dentro di noi, il passato che ritorna, l’apparenza che inganna, il cambio improvviso di prospettiva, ironia che scivola in qua e là, atmosfere di suspense, momenti di pathos, qualche inevitabile ripetizione di schema che in una antologia è del tutto naturale. Ma anche spunti nuovi e interessanti. Un bel lavoro.
Un bidone di guai di Donald E. Westlake, Mondadori 2013.
Quando uno nasce broccolo, insomma fesso, non c’è niente da fare. Diverrà l’oggetto preferito di tutti gli imbroglioni di questo mondo. Bidonate su bidonate. D’altra parte anche il suo aspetto fisico tende un po’ al bischero. Lo dice lui stesso: “E così a trentun anni, ma dimostrandone cinquanta, sono un semirecluso e uno scapolo incallito, afflitto da tutti i disturbi dovuti alla mia professione sedentaria. Spalle rotonde, occhiali rotondi, stomaco rotondo e fronte rotonda”. Però questo Fred Fitcht è pure un tantinello fortunato se si becca una eredità di 370.000 (trecentosettantamila) dollari da uno zio, Matt, mai conosciuto. Che, poi, lo zio Matt “Ricevuta” sia stato ucciso e che lui stesso sia in grave pericolo fa parte del gioco della vita. Non si può avere tutto (bidonate comprese).
Il libro è un variopinto scenario di risate, partendo dall’imbranato personaggio e continuando con altri strambi come Wilkins, l’inquilino del secondo piano che ha scritto un resoconto delle campagne di Giulio Cesare con l’aggiunta dell’aviazione. Titolo “Veni, Vidi, Vici grazie alla potenza aerea” da pubblicare, è ovvio, con il finanziamento del nostro Fred. A seguire situazioni e battute da gag irresistibili (qualcuna un po’ fiacca ci sta). Donald E. Westlake è un Maestro del genere e questo libro non va perso. Come? No, non è una bidonata…
Su Una data per morire di Mignon G. Eberhart non la faccio lunga per problemi di spazio. Nove racconti incredibili, piccoli capolavori di suspense delineati con una scrittura magistrale. Al centro la tensione, il buio, la paura, il dubbio illuminato da un particolare importante che riaffiora alla mente.
Stesso dicasi per La scelta di Murdoch di Maureen Jennings. Siamo a Toronto nel 1895. La tecnica del tempo è approssimativa (ancora non sono sfruttate nemmeno le impronte digitali) ma la mente dell’investigatore William Murdoch lucida al punto giusto. Una ragazza morta congelata, tra l’altro pure incinta e satura d’oppio. Legato a lei un bel mucchietto di persone di ogni grado sociale che hanno qualcosa da nascondere. Ma Murdoch alza il velo…

Passo, quindi, a La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012…
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui il procuratore della contea di Los Angeles chiede di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup, che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per l’omicidio di una ragazzina, Melissa Landy. Melissa era stata strangolata (senza segni di aggressione e violenza) e il corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora Jessup è in procinto di essere liberato, causa il recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito indossato dalla morta e poi dalla di lei sorella, Sarah.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga, sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza scampo fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Continuo con Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen, Marsilio 2012…
Un caso ormai sepolto del 1987 arriva inaspettato sulla scrivania di Carl Mørk della polizia, sezione Q, di Copenaghen. Le vittime sono due fratelli, maschio e femmina, picchiati selvaggiamente. Possibili indiziati un gruppo di allievi che frequentavano il loro collegio, tutti figli di papà colpiti dal film “Arancia meccanica” e dalle imprese disgraziate dei loro personaggi. Dopo nove anni confessa l’omicidio il più povero della banda che in seguito si ritrova pieno di quattrini (perché?).
La banda dei ricconi, gente malata e perversa che gode delle sofferenze altrui, è pure fissata con la caccia. Una caccia particolare che denota un allucinato status mentale, se il primo animale ad essere ucciso è uno struzzo (nelle loro gabbie altri animali esotici pronti al sacrificio). Indaga Carl, trentacinque anni, lasciato dalla moglie e in analisi dalla psicologa Mona Ibsen di cui è innamorato (scontato). Sia la polizia che i delinquenti paperoni sono alla ricerca di Kimmie, la donna del gruppo, che vive ormai da barbona (potrebbe custodire un segreto scottante), quasi sempre ubriaca e a sua volta alla ricerca dei cacciatori per ucciderli. Ostacolato nelle indagini da ordini superiori (i disgraziati maledetti hanno agganci anche in alto) Carl continua imperterrito a seguire l’inchiesta fino alla risoluzione del caso.
La storia è un continuo variare da un personaggio all’altro e di passaggi temporali dal presente al passato e viceversa. Mentre quello di Carl rimane abbastanza vago e poco impresso nella (mia) memoria, colpisce, invece, Kimmie per la sua brutale concretezza (problemi familiari, violenza, bambino perduto), un miscuglio di animalesco e di tenera commozione che vaga in un mondo di poveri emarginati. Ben delineata la banda delinquenziale dei cacciatori presa in blocco e fotografata uno per uno, il lavoro di squadra della polizia con una indagine davvero minuziosa che passa al setaccio ogni più piccolo dettaglio. Finale movimentato in cui si ritrovano faccia a faccia i vari protagonisti della storia. Sarò pure fissato ma cinquanta pagine in meno avrebbero reso più convincente un lavoro che rimane, comunque, nel complesso piuttosto buono.

C’è pure Paolo Roversi e L’ira funesta, Rizzoli 2013.
Avevo lasciato Paolo Roversi a Milano alle prese con il giornalista free lance Radeschi con il suo vespone giallo e il Buk Labrador “dagli occhi liquidi” e me lo ritrovo ora in un paesino della Bassa a tirar su un nuovo personaggio, anzi, nuovi personaggi. Intanto il paesino è Piccola Russia governato da incalliti comunisti e composto da una Polisportiva (la Poli), la caserma dei carabinieri, l’ex cooperativa ora in disuso, la farmacia, il negozio di alimentari, un’osteria. Intorno “le fattorie, le porcilaie e i luoghini dell’aperta campagna”. A vigilare su tutto il maestoso Po.
Qui abitano le classiche figure di paese che non si sono mosse di un passo insieme a quelle che ritornano dopo tanti anni dall’America o dalla Germania con le loro straordinarie esperienze e i loro mitici ricordi. Qui abitano soggetti strampalati come il Gaggina, “un ragazzone di centotrenta chili, alto come un trattore” che va fuori di testa e mette in subbuglio il paese. E qui abita pure Omar Valdes, il comandante della stazione dei carabinieri (quattro in tutto) “carattere ruvido e di poche parole” con la passione spudorata per la pesca, specie del pesce siluro (vedi Il male quotidiano di Massimo Gardella, Guanda 2012), un mostro baffuto pesante anche più di cento chili. Finito lì, il Valdes, “per colpa di faccende vecchie e sepolte”, lui di Cagliari dove vivono l’anziana madre e la sorella. A questi si aggiunga una giornalista che fa le cose sul serio riguardo agli sbarchi e alla vita degli emigranti che arrivano su Lampedusa e come ricompensa viene spedita anche lei nella Bassa (mai dire la verità). Chiaro che nasce qualcosa di friccicarello con il nostro maresciallo che un po’ di situazioni ormoniche fanno sempre bene.
Quando il giallo arriva con l’assassinio di Giuanìn Penna (quello ritornato dall’America), sbudellato da una spada, l’imputato principale sarà il Gaggina che minaccia tutti con una katana da samurai e si è asserragliato in casa con due ostaggi (il giornalista e il regista di paese) e la nonna pluriottantenne prodiga dispensatrice, a suo tempo, di delizie amorose. Ma c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda e allora si deve ricercare nel passato. È lì la chiave di volta per scoprire il movente di un delitto inatteso.
Questo noir un po’ serio, un po’ leggero, un po’ ironico, un po’ grottesco, un po’ pulp, un po’ sociale, si inserisce tra i prodotti genuini di quella banda di mascalzoni (vedi anche “Sugarpulp”) che hanno preso di mira la Bassa con le loro storie strampalate che divertono e a volte (non sempre) fanno riflettere più dei mallopponi seriosamente impegnati. La trama giallistica è fragiletta e risaputa (pure certi personaggi sono gli stessi da una vita) ma quello che conta è il tratteggiare un universo di paese fatto di rapporti consolidati dal tempo, di frizzi, lazzi, battute, prese per il culo, storie eclatanti rimaste nella memoria comune e che riemergono con l’evolversi della vicenda. E insomma il libro va letto con quello spirito goliardico con il quale è stato scritto. Altrimenti cambiate canale.

Ed ecco ancora un superlativo apporto ponzatorio della nostra poliedrica Debicche (Patrizia Debicke) che abbiamo presentato nell’incontro precedente.
“Mi sono letta, sempre al gabinetto, il crudele Alphabetum, la confraternita del saio nero, di Massimo Pietroselli, ambientato a Roma nel XVI secolo, romanzo storico con tinte variegate da fantascienza.
Anno Domini 1599. L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, scienziato, alchimista, cultore e mecenate delle arti (cito Arcimboldo), era un indefesso collezionista di bizzarrie ma anche matto da legare, afflitto da sangue bacato, prima plagiato e poi schifato dalla fanatica religiosità di Filippo II che l’aveva allevato in Spagna.
Rodolfo II dicevo, collezionava bizzarrie e a Leonia, una sensitiva tattile (confesso che con quello che leggo in merito crepo d’invidia perché non ho illuminanti contatti con le menti altrui) sua emissaria ed esperta d’arte, spalleggiata da un vigoroso eunuco turco tuttofare, viene proposta una primizia trafugata dal palazzo di Francesco Cenci, dopo la vergognosa strage della sua famiglia a opera del pontificato. La primizia è un teschio umano mostruoso. Leonia lo tocca e percepisce (Dio che rabbia, mi fa sentire sordomuta e complessata) che apparteneva al misterioso, ma geniale Maestro del Monogramma, il pittore deforme che aveva eseguito per il famoso Gilles de Rais, meglio ricordato come Barbablù che non come valoroso combattente a fianco di Giovanna d’Arco, un libro perverso, l’Alphabetum di Erode con 23 incisione di torture e orrende morti di bambini. Contemporaneamente le estasi di una monaca romana rivelano la prossima terribile venuta di un Nuovo Giubileo blasfemo. L’Anno Santo è alla porte e l’Inquisizione, guidata dagli abissi demenziali della peggiore controriforma è dietro l’angolo, pronta a colpire e condannare gli eretici. Sulla scia delle aberrazioni del Maestro, una cieca vendetta farà strage d’innocenti, grandi e piccini.”

Ricevo pure un contributo, seppure breve, di Nino D’Attis che ricordo autore di Montezuma airbag your pardon, Marsilio 2006 e Mostri per le masse, Marsilio 2008. “In bagno leggo solitamente riviste di musica, oppure filosofia. L’ultima volta mi sono chiuso con Patafisica e arte del vedere di Jean Baudrillard (edito in Italia da Giunti), che a pagina 89 contiene una riflessione a mio avviso consona all’uomo seduto sul water: “Gli oggetti sono tali che, al loro interno, vengono cambiati dalla loro propria scomparsa. È in questo senso che ci ingannano e che determinano illusione”. Potrei aggiungere che l’idea di trovarmi in bagno senza niente da leggere mi terrorizza. Sono capace di attaccarmi alle etichette di cosmetici e detersivi, ai bugiardini di qualche medicinale… qualsiasi cosa!”.

Grazie a tutti.
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti
P.S. Il 27 gennaio è nata Jessica!

(P.S. della blogger: Augurissimi Fabio!!)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre

fabioenipoteQuesta volta inizio dai classici. Lo so, portare i classici al gabinetto non è un bel gesto nei loro confronti, ma lì sulla tazza la concentrazione è fenomenale. E poi i classici non hanno quella puzza sotto il naso (viene a fagiolo) che molti ci vogliono far credere. Sono persone superiori che si adattano in qualunque luogo. E insomma io mi sono portato sotto braccio il Cesare della guerra gallica e il Marziale degli epigrammi, per ridestare i miei spiriti bellicosi e buttar giù due risate. Come immaginavo non hanno fatto storie (È sempre Erodoto che le fa, mi ha suggerito Marziale e passatemela, via). Arrivato al punto in cui i Germani, bestie feroci alte due metri e mezzo che mangiano pure i bambini e di cui non si può sostenere nemmeno la vista, stanno per attaccare l’esercito romano piagnucolante come un neonato in fasce, ecco che Cesare tira fuori un discorso da accapponare la pelle. Che lui, se nessuno l’avesse seguito, avrebbe combattuto con la sola decima legione e gli altri a giocare a briscola (mi permetto qualche libertà nella interpretazione). “Maremma maiala, che coraggio!” ho esclamato istintivamente saltando sulla tazza, e certo lo avrei seguito nell’immaginario se la mogliera, transitante nei pressi, non mi avesse riportato alla realtà con un “Smettila di dire parolacce!” (ne passassi una liscia).

Riportato, dunque, alla realtà ho aperto Marziale e ho cominciato a sghignazzare con lui su una serie di personaggi che avevano tutte le caratteristiche per essere presi in giro: il beone Satiliano che sguazza nel vino, Basso che caca in un vaso d’oro, Fescennia che puzza come una fogna, Cinna pettegolo da tagliarli la lingua, Nevolo un pochettino diverso, Catulla che te la tira pure in faccia mentre quella stronza di Gallia se la tiene stretta e manco gliela fa vedere al nostro Marziale. Stavo ridacchiando di queste ed altre battutacce quando è passata nei paraggi la mia figliola “O babbo che hai da ridere da solo, mi sembri matto!”  (ne passassi una liscia).

Allora mi sono buttato sui miei cari G.M., poco prezzo e alta qualità e vai a trovare una roba così al giorno d’oggi. Intanto beccatevi La fiamma e la morte di John Dickson Carr. Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). Non la faccio lunga. Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

Aggiungo I cospiratori di Bill Pronzini. Febbraio 2009. Qualcuno ce l’ha con gli Henderson. Fatta a pezzi con martello e con l’acido la tomba di Lloyd Henderson, morto cinque anni prima, alla periferia di Los Alegres, il figlio aggredito nel garage, devastato uno dei suoi cantieri. Viene chiesto aiuto alla agenzia investigativa di Bill, collega Jake Runyon e Tamara segretaria tuttofare disinibita con storia sessuale con Lucas. Parallelamente si sviluppa l’indagine su alcuni libri pregiati (gialli e hardboyled) di un collezionista (Gregory Pollexfen) spariti dalla sua biblioteca, praticamente inaccessibile, coperti da assicurazione (valgono mezzo milione di dollari). Compito di risolvere il mistero affidato sempre all’agenzia di Bill dall’assicurazione di Barney Rivera, il Pungiglione, un “bastardo grassottello con il viso di un cherubino, il cuore di un pitbull e un senso dell’umorismo che confinava nel sadico”, biascicatore imperterrito di mentine. Un bel miscuglio di pensiero e  azione (per dirla alla Mazzini), di sentimenti contrastanti, di umanità, espressi con una sicurezza professionale impeccabile.

Termino con Charlie Chan e la donna inesistente di Earl Derr Biggers. Difficile risolvere un caso al presente. Impossibile risolverne tre di cui due al passato. Per tutti, ma non per il sergente cinese Charlie Chan della polizia di Honolulu che si trova a San Francisco e sta per avere un figlio. Il primo? No, l’undicesimo e credetemi sulla parola.

Bill Rankin, giornalista del “Globe”, fa incontrare Frederic Bruce, già capo del Dipartimento Criminale di Scotland Yard, con Charlie Chan avendo scoperto che essi hanno in comune la stessa idea sulla fortuna nelle indagini (praticamente l’elemento più importante). Durante l’incontro Frederic racconta con un certo dispiacere il caso di omicidio non risolto e quello di una ragazza svanita nel nulla. Poco dopo viene ucciso con un colpo di pistola. Ai piedi un paio di pantofole di velluto come quelle indossate dalla prima vittima.

Un puzzle complicato con il passato ed il presente che si intersecano fra loro e un rapporto sentimentale che nasce tra dubbi, depistaggi e deduzioni. Scrittura gradevole, ironica, intessuta di aforismi vari del Nostro tra cui “La tigre si mostra condiscendente verso la mosca”, “Può l’elefante criticare la farfalla?” che colpirono favorevolmente il lettore americano dell’epoca e ci scapparono pure diversi film di successo. Alla fine lo troviamo sul parapetto della nave con il “suo viso grassoccio” che “splendeva di gioia”. Buon viaggio e arrivederci a presto, Charlie Chan!

È uscito, e sto per svenire, La strana morte dell’ammiraglio dei famosi membri del Detection Club (Christie, Sayers, Chesterton ecc… – Anche in ebook), Giunti 2012. Dodici scrittori e ventiquattro mani a tirar fuori una storia l’uno dietro l’altro, senza che nessuno sappia che cosa ha in testa colui che lo precede. Il finale tocca ad Anthony Berkeley (quello dei cioccolatini avvelenati, per intenderci) che cerca di far quadrare il tutto. E che il compito non fosse per niente facile lo dimostra la dichiarazione di David Hume, “finalista” di un altro parto sfornato dagli stessi membri (in realtà questa volta dimezzati) “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza”. Nel prossimo incontro vi dirò pure la trama. Ora beccatelo a scatola chiusa.

Don Winslow, Don Winslow, Don Winslow. È tutto un parlare di questo formidabile autore. Ho letto Le belve e I re del mondo. Non dico che siano brutti per fare il ganzino controcorrente ma nemmeno una cosa stratosferica. Buoni libri con il difettuccio di un virtuosismo petulante che diventa, nella sua ripetitività, quasi un manierismo da far sbiadire l’evoluzione storica e quella individuale, i desideri, i sentimenti e le passioni fluttuanti nel tessuto narrativo corposamente sfilacciato. Ma poi ci fanno un film sopra, viene fuori una barca di quattrini e allora sprecato è solo il mio petulante giudizio.

Dopo Corona e Pupo ecco anche Enrico Ruggeri con Non si può morire la notte di Natale, Baldini Castoldi Dalai 2012 (anche in ebook). Non si può morire se non si legge. Altrimenti…Va bene, era una battuta. L’ho letto sdraiato (non si sa mai) e mi sono ricreso, come si dice storpiando volutamente il verbo. Una indagine particolare di un morto non ancora morto (è paralizzato e non può parlare) che cerca di capire chi ha tentato di ucciderlo, mentre gli altri pensano ad un tentato suicidio. Scrittura semplice ma non banale. L’”indagine” resta ai margini (anche perché la soluzione è leggerina), in primo piano uno spaccato di vita, la storia di una vita con i suoi “terribili” rapporti con gli altri, vista dal di dentro. Una malinconica tristezza che scivola lungo tutto il libro. Niente di eccezionale ma potevo leggerlo anche in piedi.

E a proposito di morti insoddisfatti celebre Il morto che non riposa di Guy Cullingford (pseudonimo di Constance Lindsay Taylor), Polillo 2003, nel quale chi indaga sull’omicidio di turno è infatti il morto stesso! Trattasi dello scrittore Gilbert Worth ritenuto suicida e dunque caso archiviato. Archiviato per gli altri ma non certo per lui. Egli sa bene che non si è sparato alla testa ed inizia così un’indagine del tutto particolare che lo vede spiare attentamente i parenti in cerca della verità (mai fidarsi dei parenti…). Trovato pure in Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010, nella persona stecchita di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento e che ora penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). E ancora, seppure con le fattezze femminili ecco la giovane Wilma, in Finché sarà passata la tua ira di Asa Larsson, Marsilio 2010. È morta ammazzata ma non si dà pace e volteggia di qua e di là come uno spirito inquieto, raccontando la sua fine e quella del compagno Simon.

Non perdetevi Sherlock Holmes in Italia di A.A.V.V., a cura di Luigi Pachì, Odissea Mystery 2012, perché vi strozzo. C’è di tutto e di più in questa pregevole antologia. In primis i personaggi visti attraverso i caratteri fisici e la loro personalità: Holmes che fuma la pipa, suona il violino, è preso dai suoi esperimenti chimici, si fa fare iniezioni di morfina e cocaina, ha le sue paturnie, ora sicuro e presuntuoso, ora “ferito, stanco e preoccupato” tanto da far esclamare al meravigliato dottor Watson “Di fronte avevo un uomo, semplicemente un uomo!” e ci si immagina la stima che ha per lui. Disordinato da morire per cui per cui nessuna donna accetterebbe di vivere in quelle condizioni, il solito contrasto che suscita simpatia con Watson, troppo superficiale, tutto preso su ciò che si mostra più evidente mentre “trascura i dettagli apparentemente nascosti” (ma il pacifico dottore sta proprio bene con il suo whisky, il suo cognac e il pasticcio di manzo della signora Hudson), e pure il contrasto con l’ispettore Lestrade per il quale il caso è spesso risolto quando non è risolto per niente. Qualche volta lo troviamo perfino pacifico apicultore nel Sussex meridionale.

Poi c’è l’inesauribile varietà delle situazioni ma non sto certo a farvela lunga. E insomma storie avvincenti, deduzione, trucchi, ironia ma anche azione, sveltezza di corpo e di mano (non si sta sempre in poltrona). Una lettura gradevole, di cellule grigie ed energia, un puro intrattenimento dell’intelligenza. E, a fine lettura, viene pure la voglia, ogni tanto, di ritornare a spiluccare in qua e là.

Sugli apocrifi non siamo dietro a nessuno.

Per finire un ringraziamento a tutti i lettori che hanno contribuito al successo dei miei due libri sulla falsariga delle sfumature (siamo a centomila copie): Il batacchio infernale, Edizioni Sottoachitocca 2012, e Il randello dell’avvocato, Edizioni Checidòchecidòchecidò 2012. Sto anche approntando Il nespolo assassino per le Edizioni Mammamiaquant’ègrosso! che dovrebbe uscire il prossimo anno.
Grazie, grazie di cuore!

Fabio e Jonathan Lotti