Estate 2014/1: Il cardellino di Donna Tartt

Il cardellino (2)Ci sono. Anche se non sono qua, ci sono. Un po’ come questa estate, presente solo sul calendario e non anche meteorologicamente.
Abbandonati (momentaneamente) i libri di diritto, ho letto molto volentieri alcune cose belle e altre spero di leggerne. E ho visto cose molto interessanti.

Il cardellino di Donna Tartt (Rizzoli, 2014, traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyuryokai).
Non potevo assolutamente perdermi le 800 e passa pagine della Tartt, non tanto perché abbia vinto il Pulitzer per la narrativa, ma soprattutto perché il primo Dio di illusioni rimane tuttora, nel mio immaginario, uno dei romanzi più belli che io abbia mai letto. Anche Il cardellino è bellissimo, sebbene a mio avviso abbia una cinquantina di pagine di troppo verso il finale. Ma a una che scrive un libro ogni dieci anni si perdona anche questo.
È un romanzo di formazione, la storia di Theo Decker, un ragazzino newyorkese che rimane coinvolto in un attentato dinamitardo nel quale perde la madre (il padre se ne è già andato di casa a smaltire altrove la crisi di mezza età). Theo viene temporaneamente ospitato dalla famiglia di un compagno di classe, Andrew, che vive a Park Avenue. Ma le crepe, le voragini della psiche di Theo lo portano a cercare un antiquario, Hobie, legato a un uomo conosciuto in occasione dell’attentato. È qui che vive Pippa, coetanea di Theo rimasta gravemente ferita nell’attentato ed è qui che Theo ritrova se stesso prima di perdersi nuovamente a Las Vegas al seguito del padre e della nuova compagna. L’incontro con Boris, adolescente sradicato e problematico come lui, è l’inizio di un’amicizia che durerà fino alla maturità. Il filo conduttore del romanzo è un piccolo, prezioso quadro (quello che dà il nome al romanzo) del pittore Carel Fabritius che per Theo è l’unico prezioso ricordo della madre ma che costituirà anche la fonte di una serie indicibile di guai.
È un romanzo amaro, una storia in cui non c’è riscatto (se non a sprazzi). Dalle crepe dell’anima non si guarisce, al massimo si può aspirare a sopravvivere, ricordando che Qualunque cosa ci insegni a parlare con noi stessi è importante: qualunque cosa ci insegni a cullarci fino a uscire dalla disperazione. […] Che la vita – qualunque cosa sia – è breve. Che il destino è crudele ma forse non casuale. Che la Natura (intesa come Morte) vince sempre, ma questo non significa che dobbiamo inchianrci e prostrarci al suo cospetto. Che forse anche se non siamo sempre contenti di essere qui, è nostro compito immergerci comunque: entrarci, attraversare questa fogna con gli occhi e il cuore ben aperti. […]