Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2019

Ogni tanto mi butto sull’arte. Soprattutto sulla pittura. Chissà perché. Forse per dimenticare un po’, tra lo sfavillio dei colori, qualche ombra del reale. Prendo i miei librettini di Art Book, Leonardo Arte, pubblicati dal 1998 al 2000, e mi metto a sfogliarli. In primis l’Impressionismo con i suoi artisti e la luce che pervade le loro tele. La luce, segno di vita, di gioia: Manet, Monet, Renoir, Pissarro… Che fico rivedere campi di grano, feste di ballo all’aperto, tramonti arrossati, il golfo di Napoli, colazione di canottieri, belle bagnanti e, insomma, il pulsare del mondo!
Poi prendo i gialletti e mi crogiolo tra ombre, mistero, sangue e morti ammazzati. Vedete un po’ voi…

Doppia verità di Michael Connelly, Piemme 2019, traduzione di Alfredo Colitto.
Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch. Quante volte abbiamo letto le sue avventure! Quante volte ne abbiamo sentito parlare! (con questa credo che si tratti della ventesima). Ma il tempo passa per tutti. Ormai il nostro eroe è invecchiato. Un detective in pensione a studiare casi non risolti, i cold case, in una cella a San Fernando nell’area di Los Angeles.
Ed ora gliene arrivano due insieme: uno del passato e uno del presente. Il primo riguarda un certo Preston Borders, accusato trent’anni prima, da lui e dal suo collega Frankie Sheenan, di avere ucciso Danielle Skyler. Una nuova prova, costituita dal dna di un altro assassino sui vestiti della donna, mette in dubbio tutto il suo lavoro. Anche perché quella inconfutabile (ciondolo di cavalluccio marino) sembra sia scomparsa dalla scatola delle prove del Dipartimento di Los Angeles. Il secondo riguarda un doppio omicidio nella Farmacia La Familia dove sono stati uccisi a colpi di pistola sia il padre che il figlio.
E, dunque, doppio lavoro per il Nostro, da svolgere nell’arco di pochi giorni, perché Preston non venga scarcerato. Ma lui, lo sappiamo, è forte, duro e testardo come una roccia. Sa di avere svolto il suo compito con estrema diligenza. Ad aiutarlo il fratellastro avvocato Mickey Haller e, solo in parte, i Qui, Quo, Qua, ovvero i tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon e Bella Lourdes (capo Trevino).
Doppio lavoro, dicevo, estremamente pericoloso perché il caso della farmacia nasconde uno spaccio di pillole, conniventi medici e farmacisti senza scrupoli, in mano a una organizzazione criminale di origine russo-armena. Con la quale Bosch se la deve vedere, in missione sotto copertura nei panni di un tossicodipendente, che gli spalancherà le porte su un mondo di soprusi e violenze.
Allo stesso tempo la vecchia storia di Preston riemerge pian piano nei minimi particolari con tutti i dubbi e gli assilli del caso: chi ha manomesso le prove? Perché? Qual è il suo obiettivo? Un lavoro incredibile (dovrà pure difendersi in tribunale) mentre il rapporto con la figlia Maddie diventa sempre più difficile, arrivano ondate di malinconia per il tempo che scorre, brevi flash sul passato, il ricordo della moglie, del padre e della madre, un po’ di musica a fargli compagnia (magari con Lullaby di Frank Morgan, il preferito). Come se questo non bastasse c’è pure da far luce sul caso di Esmeralda Tavares, scomparsa dopo aver lasciato la figlia nella culla (classico finale a sorpresa).
Tutto sembra opporsi ai suoi sforzi. “Il mondo era oscuro e spaventoso” senza un pur minimo senso logico, ma lui non demorde, capace di infrangere i regolamenti pur di raggiungere la verità. E quando Lucia Soto gli parla di una sua nuova scoperta “Voglio entrare nell’indagine. Andiamo a prendere quell’uomo.” E chi lo ferma! Il solito Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch.
Alla prossima.

L’ombra del Corvo di Tessa Harris, Mondadori 2019.
Siamo nell’Inghilterra (più precisamente nell’Oxfordshire) del 1784. Lydia Farrell, fidanzata dell’anatomista dottor Thomas Silkstone, è stata rinchiusa nel manicomio di Bedlam con un raggiro perpetrato da chi vuole prendersi la sua tenuta (addirittura attraverso la firma falsa dello stesso Thomas). Ovvero da sir Montagu Malthus, custode giudiziario della suddetta proprietà di Boughton, per conto di lord Richard Crick, il vero padrone di appena sei anni.
Tutto ha inizio quando viene ucciso l’agrimensore Jeffrey Turgoose, del cui omicidio è accusato un boscaiolo (orologio e pistola del morto trovati nella sua abitazione). L’anatomista cercherà in tutti i modi di scagionarlo perché sicuro che dietro esista un complotto che riguarda il problema delle Recinzioni. “La terra demaniale e i boschi, che i residenti hanno il permesso di usare a loro piacimento, saranno recintati e diventeranno parte esclusiva di Buoghton. I contadini perderanno il loro diritto di far pascolare le greggi, di raccogliere legna per i camini, di cacciare conigli…” come spiega il coroner Theodisius Pettigrew, amico di Thomas. Un momento difficile che porterà a ribellioni e scontri con i soldati, mentre “regna la paura del Corvo, un fantomatico brigante che imperversa nelle foreste della zona.”
A questa parte generale della storia si aggiunge quella particolare che riguarda Lydia incatenata, sottoposta a salassi e chiusa a chiave nella sua cella, tra l’altro convinta che sia stato lo stesso Thomas a farla rinchiudere per gelosia (le hanno detto che ha firmato il documento per essere internata). La situazione diventa ancor più difficile e angosciosa quando sparisce e viene data per morta. E allora sorgono i dubbi: morta o ancora viva e al suo posto un cadavere disfatto? E, se viva, dove è stata nascosta?…
Il nostro anatomista si piazza al centro della scena con la sua scienza che giganteggia fra dicerie, irrazionalità, superstizioni, cure radicali (torture) contro i malati di mente. Pronto a difendere i più deboli e gli sfruttati, rischiando la propria vita, in continuo movimento da un posto all’altro per ricercare la verità all’interno di un sistema dove i più forti cospirano, anche fra di loro, per avere sempre più potere. Ce la farà?…
Per La storia del Giallo Mondadori abbiamo La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni. Non perdetela!
Un giretto tra i miei libri

L’enigma dello spillo di Edgar Wallace, Mondadori 2009.
“Luke Trasmere, misterioso uomo d’affari, viene assassinato nella sua casa londinese. Un caso che è la quintessenza del crimine insolubile: camera blindata chiusa dall’interno, l’unica chiave ritrovata sulla scrivania della vittima. Ad affrontare l’enigma il melanconico ispettore Carver, di Scotland Yard, e Frank Molland, cronista intraprendente…”
Ma non basta. La camera è stata chiusa anche dall’esterno, la chiave è macchiata di sangue, sangue anche sulla porta sia all’interno che all’esterno, il povero Tasmere ucciso con un colpo di pistola alle spalle, la pistola non si trova, nella stanza sotterranea si trovano invece i gioielli di un’attrice famosa, Ursula Adfern, alla quale sono stati rubati il giorno stesso del delitto. Non manca uno spillo leggermente incurvato, che dà il titolo al libro, rinvenuto nel corridoio (ad essere pignoli gli spilli incurvati sono due e in seguito altro morto con altro spillo per terra) e un cappelletto di celluloide di un tasto di una macchina da scrivere (e forse mi sfugge qualcos’altro).
Subito indiziati il cameriere tuttofare Walter, che altri non è che un ladro matricolato, e un ex socio di Trasmere venuto dalla Cina a minacciarlo pure di morte. Come in ogni giallo di Wallace che si rispetti, tipi misteriosi (fra cui una donna velata) si aggirano furtivi intorno alla casa del delitto e l’innamorato di turno (qui sono due) perde la testa dietro a una adorabile e intrigante signorina.
Con qualche nota umoristica sparsa qua e là (vedi la figura spassosa dell’architetto Stott) e qualche spunto di sana sociologia spicciola “Un delitto è da sempre, nel luogo in cui viene commesso, un evento del quale anche gli abitanti del quartiere che ne sembrano più seccati si compiacciono in segreto. Siccome, per quanto si faccia, è impossibile cambiare la natura degli uomini, succede che i giornali vendano un numero maggiore di copie quando riferiscono disgrazie ed episodi di cronaca nera che quando danno belle notizie o trattano di cose che vanno bene, e nulla induce il lettore ad affermare che sul giornale non c’è proprio niente di interessante quanto il leggere che il vicino ha ricevuto una eredità improvvisa”.
E non ditemi che i tempi sono cambiati…

Fino a metà del libro mi sono messo un po’ a sonnecchiare, dico la verità, cullato da uno stile volutamente ottocentesco in onore della Austen e del suo capolavoro Orgoglio e pregiudizio, da cui sono tratti i personaggi del libro in questione. Ovvero…
L’enigma di Mansfield Park di Carrie Bebris, Tea 2010.
Più precisamente Elizabeth Darcy, moglie di Fitzwilliam Darcy, ospiti del conte di Southwill, la zia Lady Catherine de Borgh che tiranneggia la figlia Anne, timida, impacciata e sottomessa. Per di più promessa sposa, senza essere stata consultata (un’abitudine dei tempi), a Neville Senex dal carattere collerico e francamente disgustoso. Chiaro che Anne non ne possa più e se ne fugga con Mr. Crawford, già in precedente relazione con una donna sposata, lasciando un biglietto a Elizabeth. Apriti cielo e tutti a rincorrere i novelli fuggiaschi. Non la faccio lunga. Mi sono risvegliato appieno solo dopo la scomparsa di Mr. Crawford e… e non aggiungo altro. La storia allora ha incominciato a prendere una piega che si rispetti con i dovuti morti ammazzati (c’è addirittura un morto che sembra resuscitato), i dubbi, la sarabanda degli interrogativi da parte degli sposi, dotte digressioni su pistole e balistica del tempo, insomma un po’ di movimento che era l’ora. Insieme alle vicende personali viene fuori il problema della condizione di inferiorità delle donne anche dal punto di vista testamentario. Scialbe le figure dei coniugi Darcy (non mi è rimasto impresso niente di particolare) mentre Lady Catherine, invece, impazza un po’ dappertutto. Colpo di scena con rapimento incorporato, spiegazione finale complicata il giusto e l’amore che vince sul vile (si fa per dire) denaro.

I Maigret di Marco Bettalli

Il pazzo di Bergerac del 1932
Se il “messaggio” è sempre lo stesso (il male non proviene dagli elementi poveri e marginali della società, o addirittura dai “pazzi” che ne stanno decisamente fuori, ma è insito profondamente proprio in chi della società occupa i posti più alti, e che Maigret scopre grattando la patina di rispettabilità, eleganza e buone maniere che li caratterizza), il plot è ravvivato dal ferimento, proprio all’inizio, di Maigret, con la conseguenza che il commissario svolge tutta l’inchiesta (supportato dalla signora Maigret, alla sua prima “parte” importante) steso su un letto di una camera d’albergo, dalla quale, lentamente, si “imbeve” di tutte le abitudini, i personaggi e i segreti piccoli e grandi della cittadina di Bergerac (il richiamo è, irresistibile, alla Finestra sul cortile di Hitchcock). Forse per questa sua condizione particolare, Maigret appare (soprattutto nella prima parte del romanzo) curiosamente sopra le righe, tanto da far credere al suo vecchio amico e ad altri di essere vicino ad aver perso la ragione. Ma non è così, anzi: con eccezionale e quasi visionaria intelligenza, il commissario come sempre sbroglierà la matassa, rivelando le tradizionali depravazioni della borghesia della provincia francese, non senza una sottile vena antisemita (il colpevole, pur brillantissimo e intelligentissimo, è ebreo e suo padre era un sordido elemento, sulle cui caratteristiche “razziali” Simenon non manca di indugiare).

Una testa in gioco del 1931
Trama originale, quanto tirata per i capelli: in pratica, Maigret, dopo aver svolto un’inchiesta per un duplice omicidio efferatissimo e aver portato a un passo dal patibolo un povero disgraziato, “sente” che c’è qualcosa che non va e convince, diosolosacome, il ministro, il procuratore e quant’altri a far fuggire il condannato a morte in modo da seguirlo e riaprire in qualche modo l’inchiesta. Nel fare questo, mette in gioco la sua carriera e corre enormi rischi. Naturalmente, tutto andrà a finire nel migliore dei modi: nell’atmosfera della Parigi “bene”, tra bar e alberghi di lusso, si farà strada la figura, del tutto inverosimile, del colpevole, un genio anarcoide esule dalla Cecoslovacchia, dotato di incredibile intelligenza e… di poco altro. Oggettivamente, pur piacevole (non esistono Maigret non piacevoli!) per le descrizioni degli ambienti (finalmente siamo, in pianta stabile, a Parigi), per piccoli particolari di grande finezza, per la presenza di molti collaboratori fedeli di Maigret (Dufour, poi non più utilizzato, e i soliti Janvier e Lucas), non uno dei migliori Maigret: d’accordo che la verisimiglianza non è caratteristica fondamentale, ma in questo caso Simenon esagera un po’, e il finale è francamente ai limiti del ridicolo.

La balera da due soldi del 1931
Una storia complicata e ai limiti dell’inverosimile (e dai risvolti gialli in realtà quasi inesistenti), che parte da un mezzo sfogo di un condannato a morte pronto a salire sul patibolo, in cui Maigret si caccia a forza invece di raggiungere la signora Maigret in vacanza dalla sorella (siamo a fine giugno). I protagonisti, sostanzialmente riferibili a “tipi” fissi (ebrei usurai, mogli molto allegre, mariti che pensano solo a far quadrare i conti di imprese commerciali zoppicanti, commercianti bellocci e ben forniti di soldi ecc.) tendono a essere inconsistenti, in primis il colpevole, inglese, nichilista, intelligentissimo, francamente poco interessante. Indubbiamente, si salvano alcune descrizioni, alcune pagine (le vacanze sulla Senna, subito fuori Parigi, della piccola borghesia, in luoghi che oggi saranno senza dubbio inglobati nell’enorme metropoli, lo stupore che suscitavano ancora le auto, veri e propri status symbol …): ma il tutto suona molto falso, tanto che è possibile senza dubbio giudicare il romanzo tra i meno riusciti dei Maigret.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Joe Petrosino, il mistero del cadavere nel barile di Salvo Toscano, Newton Compton 2019.
La vera storia del terrore della Mano nera e di Joe Petrosino, il famosissimo poliziotto in bombetta, di origine italiana, che osò sfidare e combattere la mafia di Little Italy.
New York, 1903. Erano appena le cinque e mezza del mattino ma la vita, in quel pezzo dell’East Side irlandese al confine con Little Italy, era già in fermento. Piovigginava triste e Frances Connors, un donnone irlandese impiegata come donna delle pulizie che trotterellava verso il forno per comprare del pane, si trovò all’improvviso davanti a un barile abbandonato sul marciapiede di fronte all’edificio al numero 743 tra l’Undicesima Strada Est e la Avenue D. Era ingombrante, panciuto, abbastanza nuovo. Solo le doghe erano un po’ arrugginite. E qualcuno doveva averlo lasciato là da poco perché non era fradicio d’acqua, notò subito Frances. Si fermò incuriosita e si avvicinò con la speranza che contenesse qualcosa di commestibile o di utile. Posò l’ombrello aperto a terra e guardò in giro. Non voleva essere vista mentre frugava tra i rifiuti. Ma… nulla e nessuno. Allora alzò il cappotto zuppo che copriva il barile, lo lasciò cadere, si sporse a guardare dentro e scorse l’orrore di un cadavere orribilmente mutilato. Il suo grido di terrore squarciò il silenzio, svegliando i dormienti della case vicine, e richiamò l’attenzione del poliziotto di pattuglia nella vasta zona subito al di fuori di Little Italy. L’agente soffiò nel fischietto per far accorrere i colleghi della centrale. Il morto, prima di essere ripiegato in due e cacciato a forza dentro la botte, era stato sadicamente torturato e gli avevano tappato la bocca con i genitali. L’uomo, un perfetto sconosciuto nel quartiere e che non figurava negli schedari della polizia, dimostrava circa trentacinque anni ed era vestito decorosamente. Alcuni precisi segni indirizzano subito la squadra al comando dell’ispettore Max Schimitberger verso la criminalità italiana. Si tratta, è chiaro, di una bella patata bollente che mette in tilt l’intero dipartimento di polizia di New York e ben presto l’ispettore Schimitberger, posto sotto pressione dai superiori che pretendono una rapida soluzione del caso, dovrà invece vedersela anche con i servizi segreti (dietro quel delitto girano interessi molto pericolosi; potrebbe anche celarsi un traffico di banconote false). Insomma un’operazione perfetta per il “Dago”, il sergente investigativo Giuseppe “Joe” Petrosino che deve il suo grado addirittura al presidente Theodore Roosevelt. Solo il Dago, il più famoso detective della città, italiano naturalizzato americano, può metterci le mani. Lui, il piccoletto nerboruto (1,60 circa più rialzi nelle scarpe e qualche centimetro guadagnato con la bombetta), è capace di muoversi come si deve per i vicoli di Little Italy, capire tutti i dialetti della penisola, comprendere i contrassegni e le regole imposte e seguite dalle prime organizzazioni criminali americane, quali la Mano Nera…
Salvo Toscano ha deciso di ridare vita a un personaggio realmente esistito, Joe Petrosino, poliziotto nato a Padula in provincia di Salerno nel 1860. Di famiglia piccolo borghese, ebbe la fortuna di studiare abbastanza. Ma l’Unità d’Italia portò povertà e fame al Sud. Emigrato, come molti italiani, negli USA alla fine del 1800, fu strillone venditore di giornali, poi lustrascarpe, netturbino e infine a diciassette anni finalmente arruolato come poliziotto. Ma nessun italiano era al sicuro in quella New York del passato dove dominavano paura, omertà, minacce e sgarri che si lavavano con la morte. Un romanzo con una precisa componente biografica e anche per questo molto intrigante, affollato di personaggi realmente esistiti e molto ben rappresentati nella narrazione e in cui ritroviamo purtroppo ancora troppi punti in comune con l’oggi. Un thriller intrigante, un perfetto spaccato di quel mondo di emigrazione di allora. Un tuffo nel passato che dovrebbe far riflettere su quando ad emigrare erano gli italiani. Un giallo coinvolgente, in cui ritroviamo una New York dei primi ‘900 ai primordi del suo splendore, un città invasa da svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, gente dell’Europa dell’Est, del medio oriente, cinesi… Ognuno a suo modo ghettizzato nei propri quartieri, barricato nei loro caseggiati, afflitto da pregiudizi e timore verso gli estranei. Una bella storia che deve continuare. Alla prossima?…

Sporchi delitti di Luigi Guicciardi, Fratelli Frilli 2019.
28 marzo: a Sestola, famosa stazione di vacanze dell’Appennino modenese, Michela Fornè, una ricca e ancora giovane signora della borghesia, viene ritrovata nel bosco, orribilmente sgozzata, da una veterinaria che stava facendo jogging. Il cadavere della vittima era parzialmente nascosto da un grosso ramo caduto durante un torrenziale temporale notturno. Le indagine vengono affidate al Maresciallo Elio Biolchini, alla testa della locale stazione dei carabinieri che, approfittando della presenza in zona del nipote, l’agente di stanza a Modena Bonucchi, gli chiederà di raggiungerlo sul luogo del delitto e dare un’occhiata. Ma nome e potenti amicizie familiari il 1 aprile fanno arrivare a Sestola anche il commissario Giovanni Cataldo, detto Vanni. Ricorderete tutti lo storico personaggio di Luigi Guicciardi, il commissario Cataldo, al top della maturità professionale, ormai vicino alla sessantina, divorziato e con ohimè i figli lontano, che è rimasto alla testa della squadra coadiuvato solo (se si parla della vecchia guardia) dal sovrintendente De Pasquale. Il grande Muliere non c’è più e anche la sua spalla destra di precedenti indagini, l’ispettore (amica e forse qualcosa di più) Lea Ghedini, ha avuto il trasferimento a Pavia. Arrivato a Sestola Cataldo, su suggerimento del Maresciallo, arruolerà come guida e aiutante proprio l’agente di polizia Bonucchi. Gli approfondimenti e i primi interrogatori rivelano che Michela Fornè aveva chiesto il divorzio dopo svariati anni di matrimonio per incompatibilità (aveva una relazione) e aveva piantato figlio quindicenne e marito. L’uomo ancora innamorato di lei era un possibile indiziato, ma aveva un buon alibi. Nelle ore in cui la moglie era stata uccisa stava giocando a bridge al circolo. L’indagine passa sulle spalle del commissario Cataldo e quando poi, pochi giorni dopo, un’altra giovane donna, sposata ma con una vita sentimentale movimentata, viene uccisa con modalità molto simili a quelle della Fornè nel suo appartamento cittadino, il nostro è costretto a darsi da fare pungolato dai superiori. Coadiuvato dal sovrintendente De Pasquale e dal giovane Bonucchi, che ha preso sotto la sua ala, Cataldo sarà costretto a portare avanti per dieci giorni una difficile inchiesta. Le due donne non si conoscevano, non avevano rapporti tra loro, unico punto in comune: erano tutte e due separate. Cerca, briga, forca e scava e finalmente salta fuori un labile possibile legame ma le indagini devono confrontarsi con ostacoli, lacci e lacciuoli che rallentano o accelerano, rincorrendo gli sviluppi dell’inchiesta…
Sporchi delitti è un thriller ben concepito, con una narrazione che sa immergerci di continuo nelle sensazioni, nelle reazioni emotive e nel punto di vista del killer mentre contemporaneamente riesce a renderci partecipi delle emozioni, della professionalità e dei personali convincimenti di Cataldo. Uno scenario appenninico e campestre magicamente ricostruito e una città, Modena, che vive una sua compiaciuta modernità divisa tra i fasti di provincia e i guai sociali copiati dalla vicina realtà metropolitana. Una Modena con le sue piogge, le sue nebbie, le sue diversità tutte emiliane, perdonata in partenza dell’autore, modenese doc, e invece ancora in un certo senso subita ma accettata da chi forse rimpiange il caldo sole e il mare della Calabria.

Un doppio binario nel tempo per il thriller storico di Francesca Ramacciotti I custodi della pergamena del diavolo, Newton Compton 2019, che si svolge a Pisa tra il 1100 e i giorni nostri. Un tesoro scomparso all’ombra di un monastero, mentre un feroce assassino semina morte tra povere donne costrette a vendersi per fame, ma anche un inquietante mistero destinato a valicare i secoli che torna a vedere la luce da una approfondita ricerca in antichi diari.

 

 

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi niente Geronimo Stilton ma I più grandi eroi dei miti greci di Luisa Mattia, Gribaudo 2019.
Trattasi di ben ventuno racconti, perciò è impossibile farne un sunto di tutti. A dir la verità non so come iniziare. Il mio nonno pensa che io sia già uno studente delle superiori mentre frequento solo la quarta elementare. Ora lo chiamo perché non mi può lasciare solo “Nonno, vieni qua a darmi una mano!”. “Arrivo!”
Siamo in un mondo di uomini, dei e semidei, di guerra, duelli, lotta, tradimenti e rapimenti, vendette, amori, sacrifici, prodigi, trasformazioni e prove incredibili da superare, re, regine, indovini, animali magici. Un mondo veramente fantastico. Ora la parola al nipotino…
Il racconto che mi ha colpito di più è stato L’ariete dal vello d’oro perché ci fa conoscere un animale magico dal vello d’oro, appunto, che gli permette di volare e guarire tutte le malattie. Salverà due ragazzi, Elle e Frisso, da una matrigna cattiva e lui stesso si sacrificherà, ovvero si farà addirittura uccidere per far sposare Frisso con la figlia di un re. Accidenti, che sacrificio!
Ma ci sono anche tanti altri racconti che mi hanno colpito con dei, eroi, uomini: Zeus, Teseo, Elena, Achille, Persefone, Ettore, Menelao, Giasone, Odisseo, Apollo… Vi invito a leggerlo!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2019

Altri arrivi sulla tazza!…
Bene, bene, bene, oltre alla nostra leggendaria Debicche (Patrizia Debicke) e al mio nipotino Jonny (Jonathan), su una delle varie, inossidabili tazze del mio gabinetto, sono arrivati l’amica lettrice Barbara Daviddi e anche, sempre amico e nello stesso tempo professore di storia antica all’Università di Siena, Marco Bettalli. Il quale Marco è stato, ed è tutt’ora, un lettore accanito di tutte le opere del grande Simenon dove campeggi Maigret. Ergo mi ha lasciato ben 75 (settantacinque) brevi, brevissime recensioni del grande scrittore francese che ho il piacere di farvi conoscere. Lo troveremo più avanti. Intanto ricordo di lui soprattutto Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico. Età arcaica e classica, Carocci 2013.
Aggiungo un mio vecchio gialletto scherzoso qui.

Il rovescio della medaglia di Ellery Queen, Mondadori 2019.
“Ellery credeva ormai di averla finita con Wrightsville.” Con “il verde perenne delle foreste”, “l’aria profumata” e le “ridenti colline.” Fino a quando arriva una busta proprio da questa località. Una busta senza mittente che contiene alcuni ritagli di giornale, più precisamente del “Wrightsville Record” a firma di Malvina Prentiss. Tre sere dopo per espresso la seconda busta con un altro ritaglio dello stesso giornale. In sintesi i fatti riportati: la morte per malattia di cuore di Luke MacCaby un “eccentrico vecchio miserabile” che non è “povero affatto” e ha lasciato il suo intero patrimonio (quattro milioni di dollari!) al dottor Sebastian Dodd, conosciuto da tutti per il suo animo generoso; il suicidio del socio segreto in affari del morto John Hart per speculazioni sbagliate; infine la scomparsa dell’“ubriacone” Tom Anderson, forse buttato nelle sabbie mobili sottostanti a una rupe dopo una rissa. Tutti, per qualche motivo, in relazione fra loro.
“Ellery se lo sente nel sangue che c’è “qualcosa di sinistro sotto tutto questo.” Ed ecco arrivare da lui una bambina. Proprio Rima Anderson, la figlia di Tom. Suo padre le ha parlato di lui, della sua bravura di detective, e chiede il suo aiuto per scoprire la verità. Vuole sapere cosa è accaduto, come gli è accaduto, chi è stato. Caso interessante, proprio adatto per Ellery. E allora via a Wrightsville con Rima. E via dal capitano della polizia Dakin, oltremodo perplesso. Secondo Ellery quello che è accaduto al padre di Rima sembra essere connesso alla morte di Luke MacCaby, alla sua segreta società con John Hart e al lascito del primo al dottor Doll. Inizia l’indagine attraverso l’incontro con i vari personaggi che girano attorno alla vicenda: il dottore (spariti i cinquemila dollari che aveva dato a Tom per aiutarlo), l’avvocato del morto, la giornalista che segue il caso e altri. Da tutti vuole sapere chi è stato a spedirgli le buste (già, chi è stato?) e ancora una volta è sempre più convinto “che la morte di Anderson sia in qualche modo collegata con gli avvenimenti che l’hanno preceduta.”
Qualche spunto sui gialli, sulla interpretazione dei fatti, una cosa che non è sempre ciò che sembra, ovvero il rovescio e il dritto della medaglia, qualche simpatico battibecco con Rima a cui trova anche lavoro come segretaria presso il dottore dove si innamora del giovane assistente Kenneth Winship (Ken). Tutto gira intorno a una filastrocca (ci ricorda qualcosa…), al ricco, al povero, al mendicante, al ladro che fanno una brutta fine e la serie non termina qui.
Aggiungo il mistero della soffitta di Dodd (Ellery si ritroverà, addirittura, sul tetto della sua casa), il cane che urla nella notte, paura, brivido, pericolo anche per il Nostro, incidente stradale, un salto mortale dalla finestra, un incendio, gli “atti divinatori”, il testamento redatto due volte, l’Amore e le pene dell’Amore, il classico trucchetto per scoprire l’assassino, la rivelazione finale di Ellery sbalorditiva in tutti i sensi. Il tutto amalgamato da una scrittura pulita, liscia e fluida. Pure una citazione degli scacchi: “Ecco quello che accadeva, pensò tristemente, a considerare le persone non come esseri umani ma come pezzi degli scacchi” che interessa solo al sottoscritto.
Insomma, lo ripeto, un caso interessante da capire e risolvere attraverso il rovescio della medaglia. Come suggerisce Ellery al capitano “Adottate questo metodo di vedere le cose, Dakin. Tenete sempre la medaglia in modo da poter dare un rapido sguardo all’una e all’altra faccia.” Cercate di farlo anche voi lettori.
Per I racconti del giallo ecco Un nome da ninja di Andrea D’Amico.
Il “trillo sguaiato del campanello”, l’apertura della porta e la signora Caivani si ritrova a terra colpita da tre pugni micidiali al volto. Per una sua colpa, secondo il bisbiglio dell’assalitore. Caso per il commissario vedovo Arcidiacono che sembra il fratello minore di Bud Spencer. La morta, secondo indagine, “non era una brava persona.” Altro indizio i tre colpi: orecchio, mascella, occhio, ovvero non vedo, non sento, non parlo. Facile per il nostro Arcidiacono. Che ha pure un buon cuore.
E per La storia del Giallo Mondadori la prima interessante puntata di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

Sherlock Holmes Orrore nel West End di Nicholas Meyer, Mondadori 2019.
Londra, inverno gelido e nevoso del 1895. Il “corpo di Jonathan McCarthy giaceva riverso ai piedi di uno scaffale, gli occhi aperti e fissi nel vuoto, la mascella ornata della barba nera abbassata e la bocca spalancata in un agghiacciante grido silenzioso.” Un caso davvero particolare per il nostro Sherlock invitato ad occuparsene dall’amico commediografo irlandese George Bernard Shaw (non sta molto simpatico a Watson che lo giudica insopportabile presuntuoso). La vittima è un noto, velenoso critico teatrale pugnalato al fianco sinistro poco sotto al cuore. La sera precedente si è trattenuto con un ospite che deve averlo colpito, dopo un alterco, con un tagliacarte d’avorio giavanese, secondo Holmes. Da tenere presenti un sigaro strano ancora fumante e un volume di Romeo e Giulietta aperto a pagina quarantadue sul duello tra Tebaldo e Mercuzio che il morituro aveva preso dalla scaffale. Voleva forse offrire un indizio sull’uccisore? Intanto Holmes ispeziona la stanza del delitto con una serie di “fischi, esclamazioni e grugniti.” Dopodiché offre delle sicure informazioni sulle caratteristiche dell’assassino.
Un personaggio particolare, molto particolare che si è incontrato con il morituro è Oscar Wilde (tratteggiato a dovere nelle sue pose da dandy), autore famoso di commedie come L’importanza di essere Ernesto. Via da lui per un colloquio dove si apprende che il suddetto veniva ricattato proprio da McCarthy, il quale aveva un’amante, l’attrice Jesse Rutland. Via anche da lei al teatro Savoy. Ma qui la sorpresa, un “urlo inumano” della stessa trovata uccisa con un taglio alla gola. E, secondo il nostro Segugio di Baker Street, i due delitti, compiuti nello stesso giorno, sono collegati fra loro.
Indagine complessa, soprattutto perché si muove nel mondo del teatro, “dove le passioni, vere o finte, abbondano”, dove circolano droga e donnine di dubbia reputazione. “Nobile come arte, ma bieca come professione, che soprattutto venera ciò che il resto della società condanna” è il commento sprezzante di Watson. Inoltre troppi moventi e almeno una dozzina di persone hanno avuto interesse a eliminare il critico. Naturalmente, invece, per l’ispettore Lestrade, l’“ometto” Lestrade, è facile beccare subito l’assassino nella persona di un indiano parsi che frequentava l’uccisa, creando solo un caso “in cui l’odioso spettro dell’intolleranza razziale svolge un ruolo pesante quanto rozzo”, sempre secondo il vigile Watson.
Aggiungo un biglietto minaccioso che intima ai nostri di stare lontani dallo Strand, un pezzo di carta dell’agenda di McCarthy con la scritta venuto Jack Point, (trattasi di un personaggio di un’opera, un buffone che perde l’amore della sua donna), addirittura un’aggressione in cui sono costretti a bere uno strano liquido, classici travestimenti e classiche deduzioni tipiche di Holmes, cellule grigie e movimento (ritroviamo il famoso duo anche sul tetto di una casa), la scomparsa dei cadaveri, una malattia pericolosa dalla quale difendersi e l’Amore che muove i più forti, contrastanti sentimenti. Insomma un bel plot da rimettere a posto tanto che, a un certo punto, “Le cose sono meno semplici di quanto immaginassi agli inizi”, commenta dubbioso lo stesso Holmes. Come commenta Luigi Pachì in George Bernard Show e gli strani omicidi nel distretto teatrale di Londra in Sotto la lente di Sherlock Holmes, qui “ci troviamo davanti a un lavoro ben strutturato, intelligente e molto curato. Il romanzo è piacevole e si fa leggere con vero trasporto, anche grazie a uno stile fluido e appassionante.”

Il cadavere del lago di Danilo Pennone, Newton Compton 2019.
Ha sessant’anni. Ha perso la moglie e perde la figlia. Il commissario Ventura è solo. Fumo (sigari), alcol, un cane, la Volvo per spostarsi e un pianoforte a fargli compagnia. Davanti allo specchio vede “un uomo con un paio di occhi piccoli e tristi incorniciati dal metallo dei suoi occhiali”. Pantaloni “sgualciti”, giacca “rattrappita”, scarpe “slabbrate” e il personaggio è compiuto. Non ha tempo da perdere. C’è un morto strozzato sepolto sotto la sabbia del lago di Albano che lo attende. Segni di rossetto addosso e un rosario particolare, molto particolare. Più precisamente Eamon McCormac, originario di Belfast. Un seminario si trova proprio a Castel Gandolfo, sul lato delle Ville Pontificie, ovvero il Seminario Apostolico d’Irlanda. Da dove il tizio era sparito da due giorni.
Ci sono tutti in questa storia. Non manca nessuno. Voglio dire come personaggi caratteristici di un thriller: il medico legale, i sottoposti, i superiori, quelli superiori ai superiori, il cronista della nera, la giornalista del Tg regionale, perfino la bella di fronte che si spoglia (ormai un classico anche questo). E lui il duro, il testardo, lo “sceriffo” che deve vedersela con gli altri e con se stesso.
La storia spalanca davanti al lettore il mondo della prostituzione maschile tra “fruste, morsetti, apribocca, anelli fallici, collari e vibratori.” Un altro giovane morto strozzato e il caso si fa più complesso. ll nostro Ventura è preso da inevitabili dubbi ed assilli perché, al di là del mondo della prostituzione maschile, c’è forse qualche collegamento, addirittura, con il terrorismo in Irlanda…
Caso complesso e pericoloso, molto pericoloso soprattutto quando c’è di mezzo la Chiesa e il suo potere, quando sembra che il caso sia risolto con l’arresto del presunto assassino che lo accusa, addirittura, di violenza. Tutti contro di lui, costretto ad abbandonare le indagini, consegnare la pistola e il tesserino. È solo. Solo. A fargli ogni tanto compagnia una bella ragazza che lavorava nel Convitto, i ricordi dolorosi della figlia e della moglie, qualche dialogo con don Pablo, la musica classica, i notturni di Chopin e il cane Crimbo. Sa di avere poco tempo per una indagine personale “e di poter confidare solamente in se stesso e nella propria forza interiore.”
Spunti sulla città, scontri polizia-manifestanti, la fine della politica, il potere nelle mani della rete (si dice), alla Cantina Paradiso per qualche bella mangiata (squisita la Pasta alla Norma), fremiti stuzzicarelli che riemergono improvvisi per scuotere istinti sopiti. Complica l’ambaradan una Natura micidiale: il freddo boia, il cielo livido, il vento, l’acqua, il fulmine che cade sul lago, perfino il Vulcano Laziale che sembra preparare “un’aria d’apocalisse, di tragedia”.
C’è proprio tutto in questa storia, tutto quello che si trova abitualmente in altri millanta racconti similari. Compresa la qualità discreta della scrittura e l’andamento fluido della narrazione. Quasi un copia e incolla. Niente di nuovo sotto il sole.

I Maigret di Marco Bettalli

Pietr il Lettone del 1931.
Gli elementi ci sono già tutti. La signora Maigret che aspetta a casa, Maigret massiccio e apparentemente inerte che scola birre nel suo ufficio affacciato sulla Senna, i collaboratori (Torrence che muore addirittura, per poi risorgere in uno dei prossimi romanzi!), la Parigi sordida e quella dei grandi alberghi. Ma è tutto molto “sopra le righe”: Maigret, la cui pesantezza fisica è sottolineata ad ogni pagina, compie un’inchiesta spaventosamente faticosa, stando esposto a temporali per dozzine di ore, non dormendo quasi mai, per finire con una sorta di “cattura” di Pietr in una “notte buia e tempestosa” con l’acqua alle ginocchia. A un certo punto viene anche ferito abbastanza gravemente con un colpo di pistola. E poi, ebree (chiamate proprio così… e “hanno l’odore tipico della loro razza”) discinte e pazzamente innamorate, ricchi che più ricchi non si può, gemelli che si contendono donne e si ammazzano tra di loro, in una trama anche divertente ma decisamente inverosimile. Rispetto ai Maigret di vent’anni dopo, sembra un po’ un film pornografico rispetto a un film erotico di un maestro della cinematografia mondiale… Simenon deve prenderci la mano e diventare più sicuro (dopo tutto, scrisse il libro a soli 26 anni – fu pubblicato due anni dopo): potrà così iniziare la sua opera straordinaria di “sottrazione” che farà dei Maigret dei capolavori indiscussi.

L’impiccato di Saint-Pholien del 1931
La storia è da una parte poco originale (errori di gioventù che minacciano la vita di buoni borghesi ben sistemati, la cui descrizione è tra le parti migliori del libro), dall’altra non priva di qualche venatura di insensatezza (la partecipazione a un delitto da parte di queste persone non era tale da minacciarli di una condanna grave: e allora perché spingersi a cercare addirittura di uccidere il buon Maigret, ben due volte? Un eccesso, questo, difficilmente giustificabile sul piano narrativo). Nonostante questo, lo sguardo su alcune atmosfere è già a livello molto alto, e alcune pagine sono splendide. Ambientazione tra Brema e, soprattutto, Liegi, con chiari riferimenti alla giovinezza dello stesso Simenon, che visse nella città belga fino ai 19 anni; quasi nulla Parigi, signora Maigret e apparato poliziesco (fa la sua comparsa brevissimamente solo Lucas): Maigret fa tutto da solo in modo straordinariamente (forse eccessivamente) ostinato, per poi concludere la sua inchiesta lasciando liberi i colpevoli in nome di una superiore e personale idea di giustizia: uno schema che non mancherà di ripetersi altre volte. Tutto sommato, un romanzo con luci e ombre, non un prodotto perfetto, certamente, ma comunque notevole.

Un giretto tra i miei libri

Di nuovo tre piccioni con una fava con il Giallo Mondadori (il precedente esempio risale a L’isola dei delitti). Questa volta attraverso Le signorine omicidi colpiscono ancora di Patricia Wentworth, Mildred Davis e Stuart Palmer, Mondadori 2009.
Anzi, a ben guardare, sono quattro i piccioni che l’“Introduzione” di Mauro Boncompagni vale da sola il prezzo del libro.
Due romanzi Miss Silver e il caso Pilgrim, Appuntamento col destino e un racconto L’impronta azzurra. E tre detective: Miss Silver (appunto), Norma Boyd e Hildegarde Withers.
Idea azzeccata, azzeccatissima quella di mettere insieme due romanzi di contenuto e taglio diversi. E di personaggi diversi. La piccola, minuta, delicata, ma anche inflessibile ex insegnante Miss Silver, che tossicchia e sferruzza e mentre tossicchia e sferruzza tiene sempre all’erta le sue ben vispe celluline grigie (provviste di massime più o meno personali) e il personaggio di Norma Boyd presa dai suoi tormenti e dai suoi incubi per l’uccisione del figlio in una atmosfera piuttosto allucinata. Non manca il classico tombino claustrofobico chiuso dalla mano assassina che ritrovo ogni tanto nelle mie letture quotidiane e che mi strappa sempre un sorriso con somma incazzatura (mi immagino) del povero malcapitato costretto a infiniti patimenti prima di uscire alla luce del sole.
Sulla Whiters poche note data la brevità del racconto. Qualche spunto da altri lavori. Intanto è americana e non inglese. Insegnante di scuola elementare, alta, tosta, acidetta, e un particolare che mi è rimasto impresso: il volto come quello di un cavallo (sembra di sentirla nitrire quando parla). Di natura pettegola, proprio non ce la fa a stare zitta e vuole mettere bocca dappertutto dando lezione anche al capo della polizia di un’isola vicino a Manhattan. Ha un amico fidato (suo corteggiatore) nell’ispettore Oscar Piper della polizia di New York che la tiene in alta considerazione (considerazione non del tutto ricambiata, se lei pensa che lui non abbia una particolare intelligenza). Con il suo modo di fare aperto e sfrontato (sempre nei limiti) riesce a carpire i segreti altrui. Insomma una “vecchia gallina spennacchiata” che mette il naso dappertutto e che risolve i misteri criminosi del suo tempo.
Passiamo alle storie. La prima: Roger Pilgrim è venuto a raccontare a Miss Silver di certi sospetti, di certe brutte avventure che gli sono accadute: il tetto della sua camera crollato, la stanza bruciata, la morte sospetta di suo padre caduto da cavallo. Insomma qualcuno ce l’ha con lui. In parallelo la storia di Judy Elliot e della nipote Penny che si ritrova a lavorare come domestica nella casa di Roger. Poi il mistero della sparizione di un uomo e il rinvenimento del cadavere nella cantina (in un baule di zinco per essere più precisi), un paio di disgraziati che cadono dalla finestra, un bel mucchietto di intrecci familiari, un finale inaspettato (veramente) e Miss Silver che fa la maglia, sferruzza, tossisce e risolve il mistero. Tutto questo accade perché Roger vuole vendere la casa…Prosa agile e sicura venata di un sottile umorismo.
La seconda: praticamente il tentativo di Norma Boyd di scoprire il colpevole dell’uccisione di suo figlio avvenuta quattro anni prima. Una indagine soprattutto dentro se stessa con sogni e incubi ricorrenti del passato in una atmosfera tesa e angosciante.
La terza: qui si tratta di un delitto particolare. Un noto collezionista viene ritrovato in un armadio di una casa d’aste insieme alla fotografia di una misteriosa impronta digitale. Hildegarde risolve il mistero con uno di quei trucchi tipici del giallo classico.
Alla fine della sua introduzione Boncompagni ci avverte, sotto forma di presentimento, che l’incontro con le signorine omicidi non sarà l’ultimo. Sono già in fremente attesa.

Per un bel po’ sono stato indeciso tra la solita copertina gialla ed una nera. Ho anche sbuffato per l’ improvvisa incertezza. Perché sapevo che la scelta avrebbe avuto un certo riflesso sulla mia vita emotiva. Trame troppo forti mi creano affanno e batticuore. Poi mi sono buttato. Ho chiuso gli occhi e ho scelto quella nera. Legion, una antologia di racconti di Supersegretissimo 2008 curati amorevolmente da Franco Forte (bella presentazione e notevoli i profili degli autori). Per la precisione dieci. E altrettante penne coi fiocchi. O la va o la spacca. Se ci lascio la buccia meglio su un libro che sul letto di un ospedale (mi sono detto).
Contratto veneziano di Stefano Di Marino ha aperto le danze. Con quel suo Chance Renard, il Professionista, sempre all’erta, pronto a menar fendenti e a scaricare piombo da tutte le parti. Questa volta è stato chiamato a Venezia per proteggere un certo dottor Loredan dalle mire (non propriamente amorose) di Atonia Lake, una “assassina di pietra” dai capelli rossi. Una lotta mica facile…
A ruota Rifiutato dal mare di Claudia Salvatori, praticamente il tentativo di Walkiria Nera di far restare nella Germania di Hitler il fisico italiano Ettore Majorana per i suoi studi sull’energia nucleare. Un lavoro di approfondimento su questo particolare personaggio della storia, sparito improvvisamente il 25 marzo 1938. Ho tirato un po’ il fiato.
Per poco. Che è arrivata la sferzata di Mattatoio di Tito Faraci con la descrizione minuziosa di una tortura. A danno di Wade. Botte, tagli, squarci, chiodi sparati nelle gambe e nei bracci, ossa rotte, sangue. E Wade che si ostina a non parlare. E quando parla… ma ha un piano che richiede ancora sofferenza.
E poi via via tutti gli altri: Private Rendition di Massimo Mazzoni, Dili Overnight di Giancarlo Narciso, Acciaio di Franco Forte, Domino di Dario Costa, Il gioco degli specchi di Andrea Carlo Cappi, Sopravvivere alla paura di Gianfranco Nerozzi, Joshua Tree di Alan D. Altieri. Con i loro eroi che cito alla rinfusa come Banshee, Stal, Dario Costa, Margot de Weers, Kane, Carlo Medina, Marc Ange. Un groviglio di situazioni pazzesche, di lotta all’ultimo colpo, arti marziali, cazzotti, fendenti, ginocchiate da tutte le parti (occhio ai “gioielli” se siete vicini a Margot), di inseguimenti, sparatorie, adescamenti, tradimenti (mai fidarsi delle belle gnocche…), corse di qui, corse di qua. E in tutti i luoghi del mondo: a Milano come a Timor Est, a Venezia come nella inventata Transnistria, a Budapest come a Beirut e non sto a farla lunga che avete capito. E sangue e orrore. E morte e morte e morte in un mondo malato fradicio dove l’aspetto più gentile è il commercio delle armi. Al termine della lettura sono ancora vivo. Con un inquietante tremore alle mani.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

I Borgia. Il delitto. La vendetta. L’inganno di Elena e Michela Martignoni, Corbaccio 2018.
Tornano per il piacere di chi ama il giallo storico i tre romanzi sulla saga dei Borgia ad opera di Elena e Michela Martignoni. L’editore ha scelto di ripresentarli utilizzando dei nuovi titoli: Il delitto, La vendetta e L’inganno che facilitano al lettore la comprensione con il corretto susseguirsi temporale dei fatti della trama. E le autrici di buon grado si sono prestate. Quindi bentornati i Borgia, focosi spagnoli venuti da Xativa al seguito del primo papa della famiglia Calisto III, diventato cardinale rappresentante a Roma di Alfonso V d’Aragona. Fieri valenzani che vennero a dominare la Chiesa. Assetati di potere, spietati e superbi furono intriganti, intelligenti e magnifici, benché schiavi delle umane passioni e invisi a tanti rivali e nemici. Le vicende di questa saga vanno dal 1497 al 1502, dal barbaro omicidio del bello e sfrenato Juan secondogenito di Alessandro VI (al secolo Rodrigo Borgia) alla vendicativa trappola di Senigallia che portò al sanguinario eccidio dei congiurati ex grandi alleati, commesso da Cesare Borgia. A cinque anni dall’ascesa al soglio pontificio, Alessandro VI, prima con il figlio Juan, da lui immeritatamente fatto Capitano della Chiesa e sostituito dopo la morte con il primogenito Cesare (ex cardinale), mira al dominio della Penisola e alla creazione di un regno familiare, depredando senza pietà le Signorie italiane, da secoli feudatarie di Roma…

La ragazza nell’acqua di Robert Bryndza, Newton Compton 2019.
Un incipit angosciante che spiana la strada al terzo thriller targato Bryndza: «Sotto la superficie dell’acqua nella cava dismessa era tutto immobile, freddo e buio. Il corpo affondava rapidamente trascinato dai pesi. Giù, giù e sempre più giù, fino a posarsi con un lieve scossone sul gelido fondale fangoso. Avrebbe riposato lì, immobile e indisturbata, per molti anni, quasi in pace. Ma sopra di lei, sulla terra asciutta, l’incubo era solo agli inizi». Carta vincente non si cambia tanto che Robert Bryndza, dopo il grande successo del suo La donna di ghiaccio seguito da La vittima perfetta, riporta in scena la sua protagonista seriale, l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, sola benché ancora giovane. Erika è vedova, suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con altri quattro ufficiali durante una tragica retata antidroga guidata proprio da lei…
La ragazza nell’acqua è un romanzo poliziesco, caratterizzato da un diverso ritmo rispetto ai due precedenti thriller di Bryndza. Non è una storia veloce, siamo davanti a un cold case che, manipolando le emozioni dei personaggi e lasciando spazio all’indagine e alle valutazioni delle azioni e degli errori commessi in passato, diventa necessariamente più lento, ma non per questo privo di colpi di scena o meno intrigante.

Nel peggiore dei modi di Flavio Villani, Neri Pozza 2019.
Dopo l’indovinato esordio del commissario Rocco Cavallo in Il nome del padre, ancora un giallo dai toni vintage per Flavio Villani che Nel peggiore dei modi ci riporta alla Milano degli anni ’90. Un’ambientazione datata quindi, dove ancora la tecnologia non faceva da padrona, i computer erano rari e i cellulari ancora costosissimi optional riservati solo ai questori o ai grandi manager. Ci si perdeva in spossanti ricerche frugando nelle carte, respirando la polvere degli archivi e, per ottenere i tabulati telefonici, bisognava risalire alle telefonate attraverso le formali richieste di un giudice istruttore… Novembre: la città è nascosta dalla nebbia, un freddo invernale gela le ossa e sono appena le otto e mezzo quando l’ispettore Beppe Montano risponde alla telefonata: «Sparatoria con morto» spiega subito al commissario Rocco Cavallo…
Saranno Cavallo e la sua squadra a riannodare i fili di questa intricata storia in una Milano dell’apparire più che dell’essere, ma anche la città più ricca d’Italia, insomma quella dello sfolgorio della prima alla Scala, dei salotti alla moda, “da bere”, e contemporaneamente quella che spazia nelle strade e negli anfratti dei quartieri meno conosciuti, nei bar e nelle officine di periferia dove si alternano luci e ombre, dove diventa la Milano del vizio e dove si intrecciano anche le trame dei trafficanti di droga palermitani e calabresi in guerra fra loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento La mummia senza nome di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Pomeriggio d’ottobre. Geronimo Stilton sta leggendo un libro quando riceve un SMS dal prof. Ger O’ Gliph, il direttore del museo egizio. Lo invita al museo per risolvere un inquietante mistero. Con lui vanno anche i nipotini Benjamin e Pandora. Arrivati sul luogo si sentono degli strani rumori e cigolii.
Il professore spiega che nei sotterranei ha trovato il sarcofago della Mummia Senza Nome e un importante papiro che viene rubato. Geronimo e i suoi cercano per tutto il museo: nella sala degli scarabei, dei papiri e dei sarcofagi. Una ricerca lunga, paurosa, pericolosa. Chi sarà la Mummia Senza Nome?… Leggete il libro e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La camera azzurra di Georges Simenon

E doveva succedere anche questo: che l’autore classico (da me) più ignorato negli ultimi 40 anni si guadagnasse il diritto alla lettura. Iniziando però da uno stand-alone. Sto parlando di Georges Simenon, sul quale non mi dilungherò per non offendere la vostra competenza (sono sicura che lo conoscete meglio di me e in ogni caso consiglio il blog di Maurizio Testa Simenon-Simenon), soffermandomi invece su La camera azzurra (Adelphi, 2008), romanzo del 1963 in cui una relazione extraconiugale sfocia in una tragedia familiare.

Il ritmo è ossessivo, incalzante. Gli interrogatori di Tony Falcone, onesto lavoratore di origini italiane, davanti al giudice istruttore Diem sono intervallati dai ricordi dell’ultimo giorno trascorso nella camera azzurra, una camera d’albergo nella quale i due amanti – Tony e Andrée – si incontravano. La relazione subisce una battuta d’arresto nel mese di agosto, quando Nicolas Despierre, marito di Andrée, sembra aver scoperto la tresca. Tony si spaventa e si defila, dedicandosi a tempo pieno al lavoro e alla famiglia (la moglie Gisèle, rassegnata e remissiva, e la piccola Marianne). Andrée invece non si arrende e dà il via a una sciagurata sequenza di gesti, all’insegna di un folle “muoia Sansone con tutti i filistei”. Tony rimane spettatore passivo degli eventi e la conclusione non può che essere la peggiore – per tutti. Intorno ai protagonisti, un paese in cui tutti sanno e nessuno parla.

Non c’è giudizio nel racconto di Simenon (e come potrebbe esserci: lui d’altronde era notoriamente uno sciupafemmine), non c’è presa di posizione. C’è solo la descrizione del dramma, dell’ineluttabile, della sorte che si accanisce, di coincidenze implausibili che diventano indizi (e forse lo sono). La storia piccola di un amore folle, nato sui banchi di scuola e tetragono di fronte al tempo, agli eventi, alla vita. Rinunciabile per Tony, irrinunciabile per Andrée.

La lettura di La camera azzurra è vivamente sconsigliata a tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno avuto una relazione extraconiugale.

Disponibile anche in ebook: