Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAl nostro circolo gabinettistico di lettura è successo un fatto inusuale. Più precisamente a tutti noi appartenenti al suddetto circolo. Partendo dal sor Pampurio dall’occhio porcino che un giorno si è sentito come chiuso e impotente ad esternare il lato corporale durante la riunione, fattore decisivo di crescita culturale secondo l’obiettivo comune. Nemmeno con il nostro aiuto, i nostri “Forza, dai che ce la fai!”, “Non demordere!”, “Siamo tutti con te!” ed altri similari incoraggiamenti. Lui ce l’ha messa tutta, è diventato paonazzo che sembrava scoppiare da un momento all’altro ma nisba, niente, nemmeno un refolo di vento. Si pensava che l’incidente rimanesse nell’alveo di un singolo episodio quando il disturbo si è allargato piano piano, dicevo, a tutti noi. Colpa sicura di qualche lettura pesante, di qualche malloppone indigesto che avevamo letto e commentato ultimamene. Occorreva fare qualcosa, trovare un rimedio per ritornare al felice connubio mente-corpo allietato dall’allegro scampanio degli sciacquoni. Qualcosa che allentasse le viscere, che provocasse una specie di terremoto liberatorio. “La confessione di Pupo!” ha esclamato la sora Corinna, fan sfegatata del cantante. E così è iniziata la lettura di questa “cosa”, aspettando frementi l’esito sperato. Credetemi, è bastata mezza pagina perché certi argini oscuri venissero rotti provocando una tracimazione mai vista con mugolii di soddisfazione e urla di gioia. Il problema era risolto. Tirata di sciacquone e via a casa, finalmente svuotati e con il sorriso sulle labbra. Conclusione: tutti i libri sono utili.

sherlock gm1Non ho mai avuto una grande passione per gli apocrifi (lasciamoli in pace i grandi morti) ma se si tratta dei miei inseparabili G.M. allora la cosa prende un’altra piega. Così segnalo Sherlock Holmes e il diario segreto del dottor Watson di Phil Growick. Un’avventura incredibile di Sherlock e Watson nella Russia della guerra civile del 1918. Ed una missione impossibile (si direbbe oggi): salvare la famiglia imperiale dei Romanov prima che lo zar Nicola II venga giustiziato insieme alla Zarina Alessandra e ai cinque figli dai rivoluzionari bolscevichi!

Segnalo pure I morti non riposeranno di Tessa Harris che ci porta nella Londra fine Settecento dove certi dottori anatomisti si contendono i corpi dei morti per le loro ricerche (brrr!).

assassino tra noiAggiungo L’assassino è tra noi di Ellery Queen, una folla micidiale di deduzioni e controdeduzioni, unita ad una atmosfera tesa e ossessiva con squarci di sorriso. Un libro sorprendente. Un classico.

Per finire beccatevi La scatola d’argento di Margaret Millar. Bella storia ricca di tensione, inquietudine e suspense con tranello finale in cui ricompare la scatola d’argento del titolo perduta in precedenza. Margaret Millar è stata la moglie del più noto Kenneth Millar, ovvero Ross Macdonald. Magari non alla sua altezza ma mica male.

Uno sguardo alla Polillo fa sempre bene. Tra gli ultimi arrivati dei Bassotti Invito con delitto di R. Philmore che dimostra in modo inequivocabile come il sesso non sia faccenda riservata ai gialli di oggi. Qui abbiamo rapporto prete e prostituta, moglie assatanata, politicone invischiato in bordelli e allegri scambisti. Tutto il tempo è paese.
Così come in La stessa sera alla stessa ora di Herbert Adams dove allegrotte fanciulle se la spassano mica male. Naturalmente ci sono i morti ammazzati e il solito dilettante di talento.
Per i Mastini andiamo sul sicuro con La bella addormentata e Il brivido blu di Ross Macdonald che non ha bisogno di presentazione.

cacciatore del buioScrittore da brivido nostrano Donato Carrisi che ebbe il suo battesimo di fuoco con Il suggeritore, Longanesi 2009, praticamente un successo strepitoso ed incetta di vari premi prestigiosi. Due anni dopo si fa vivo con Il tribunale delle anime ambientato in una Roma misteriosa, segue L’ipotesi del male (premio Scerbanenco 2013) e, ultimo arrivato, Il cacciatore del buio, tutti pubblicati dalla Longanesi. Qui abbiamo un personaggio particolare, Marcus, l’ultimo dei penitenzieri, un prete che ha il dono di “scovare le anomalie e di intravedere i fili che intessono la trama di ogni omicidio”.

Mica male, in fatto di brividi, anche Massimo Lugli di cui consiglio Crimini imperfetti – Tutte le indagini di Marco Corvino, Newton Compton 2013. Ci si trova Il carezzevole, L’adepto, Il guardiano e Gioco perverso ad un prezzo eccellente strada dei delitticon una miscela esplosiva: riti satanici, esorcisti, maghi, sensitivi, corpi mutilati e sezionati, animali sacrificati, con il nostro cronista Marco Corvino a districare le orribili trame e a fare un po’ i conti con se stesso. Ora, mentre scrivo, ho tra le mani l’ultimo nato La strada dei delitti, Newton Compton 2014, che non è da meno nel portare alla luce fatti orrendi relativi a bambini e adolescenti sfruttati da bande di criminali senza scrupoli. Sono arrivato al decimo capitolo (circa un quarto del libro) in un batter d’occhio seduto su una panchina del “giardino” del paese in cui vivo e già sono in pena per la vita di Sveglio, uno dei tanti ragazzi (ha tredici anni) maciullati dalla sorte… Arieccomi! Terminato con soddisfazione anche per la parte finale che, insomma, mica si può stare sempre a prenderle. Due linee che si intersecano, quella di Corvino e di Sveglio (poi Gigi quando viene in Italia), e che danno vita ad un bel racconto con scrittura energica di forte impatto emotivo e qualche luccichio di umanità in un mondo di merda. Vince la parte di Sveglio su quella canonica e più prevedibile di Marco. Qui la recensione.

petrosjanPer i grandi campioni di scacchi Petrosjan oltre i confini della teoria di Tigran Petrosjan, Prisma 1998.
Sono stato sempre colpito dalle corporature tozze e massicce. Nei miei ricordi di ragazzino esile i compagni più robusti e cicciottelli mi suscitavano simpatia e sicurezza insieme, anche perché potevano venirmi meravigliosamente in soccorso quando c’era da menar le mani fra le bande rivali. Dunque la “stazza” di Tigran Petrossiàn (così ho trovato scritto in altri libri) si presentò per la prima volta ai miei occhi in tutta la sua gradevole possanza.
Tigran Vartanovic Petrossiàn nasce il 17 giugno 1929 a Tblisi, capitale della Georgia, ma i suoi genitori sono armeni ed egli per tutta la vita si sentirà orgoglioso di essere cresciuto in una famiglia operaia. Conosce il gioco degli scacchi a undici anni in maniera del tutto occasionale, comune a molti campioni, in una colonia estiva da un amico che gli spiega il movimento dei pezzi. La cosa gli piace ma la spinta decisiva arriva, come attesta lui stesso nel primo capitolo del suo gioiello Lezioni di strategia, pubblicato lodevolmente dalla Prisma, nel vedere al Palazzo dei pionieri a Tblisi una simultanea di un adulto contro tanti bambini. Il fatto lo colpisce e da quel momento non si stacca più dagli scacchi.
Il Nostro è stato spesso criticato per il gioco pattoso, troppo difensivista, poco portato all’attacco. La profonda capacità di penetrare e capire ogni tipo di posizione gli impediva di forzare gli eventi, di azzardare. Egli ricercava la pura e semplice “verità”, rispettava quello che di concreto maturava sulla scacchiera. Sarebbe stato un peccato sciupare con una mossa inopportuna, e bella solo in apparenza, tutto il lavoro portato avanti fino a quel momento con tanto sudore. Tigran Vartanovic Petrossiàn è stato un grande stratega, un grande giocatore di scacchi, un grande campione. È scomparso prematuramente il 13 agosto 1984 minato da un male incurabile.

Secondo Bruno Arpaia lo scrittore medio è morto. E io mi sento poco bene (è una vita che volevo scimmiottare questa battuta).

ira domini forteIra Domini di Franco Forte, Mondadori 2014.
Milano, agosto 1576. Caldo, peste, monatti, morti, fopponi (fosse comuni), patiboli, grida e dolore. Carlo Borromeo a visitare il Lazzaretto Maggiore per qualche conforto ai disperati. Nello stesso tempo un assassino armato di balestra sembra colpire chi gli capita a tiro. Ultima vittima una ragazza in piazza Carobio. Urge l’intervento del nostro Niccolò Taverna, notaio criminale, con i due assistenti: il gigante Rinaldo e il fiero portoghese Tadino che lo aiuteranno nelle indagini. Secondo problema: sequestrati i figli di don Carlos de Alcante, ricchissimo nobile spagnolo in rapporti con il governatore Guzman e la Corona. Tutti asserragliati in un magazzino di pietre e sabbia che serve per la Fabbrica del Duomo voluta dallo stesso Carlo Borromeo. I sequestratori (incisiva la figura tracotante e spietata del loro capo Lasser de Bourgignac) chiedono soldi, cavalli e una lettera di immunità per fuggire in Francia. Niccolò è chiamato a fare da mediatore, stretto tra i poteri forti di allora.
Due impegni che lo tengono costantemente occupato, mentre il suo cuore vibra per Isabella Landolfi, intelligente, ironica, un po’ monello che lo tiene anch’essa sul chi vive. La classica ragazza con piglio moderno, simbolo di quella donna che, secondo uno dei personaggi (il maestro Cordelli), conquisterà il mondo. Niccolò Taverna, dicevo, uomo forte, risoluto, acume sherlockiano (vedi le sue “scoperte” sul nonno di Isabella) e deduzioni tecniche sulle armi del tempo, aggrappato alla terra e nello stesso tempo disilluso, come dimostra il colloquio con il cardinale Borromeo, il quale invece “credeva in ciò che non poteva vedere”.
Dunque due linee di sviluppo che alla fine si intersecano, con momenti di viva tensione (perfino Rinaldo viene colpito dal balestriere assassino) e altri di lucida analisi delle vicende infiorettati da qualche sorriso, in una ricostruzione storica accuratissima della Milano cinquecentesca, di una città che soffre e nello stesso tempo cerca di non abbandonarsi alla disperazione.
Alla prossima.

il tempo non cancellaIl tempo non cancella di Roberta De Falco, Sperling & Kupfer 2014.
Trieste. Stelio Kunz, “critico letterario per necessità” e “scrittore incompreso”, deve scrivere un pezzo su Ivo Radek, scrittore famosissimo, che si appresta a ricevere la laurea honoris causa dall’Università.
A Trieste anche Rhoda Wallace, importante agente letterario dello stesso Ivo Radek, che viene a fagiolo per il commissario Ettore Benussi, uscito indenne da un incidente di otto mesi prima (moglie Carla, figlia Livia) per il suo gialletto (anche lui scrive, mannaggia) e chissà che la bella Rhoda non lo aiuti a realizzare il suo sogno. In corsivo e in prima persona, raccontata da un vecchio che sta per morire, la vicenda dell’esodo istriano sotto i talloni di Tito e nello stesso tempo la storia sofferta d’amore di due giovani per la stessa ragazza.
La linea di indagine del commissario Benussi (goliardichetto il giusto) si sviluppa dal fatto che Ivo Radek viene colpito pesantemente alla testa nella biblioteca della facoltà universitaria dove si è svolta la premiazione ed è portato in fin di vita all’ospedale. Ma il libro è, soprattutto, un condensato di varie problematiche legate alla società tra cui: storie di clandestini, storie individuali e sentimentali che si intrecciano fra loro, storie familiari, rapporti duri e difficili moglie-marito o genitori-figli, il ritrovamento di una madre da parte della figlia abbandonata alla nascita in un orfanotrofio, la forza di una donna abbandonata dal marito che ce la fa a rompere con il nuovo compagno. Dolore, solitudine, rabbia, malinconia ma anche lo slancio di aiutare gli altri con Violeta e padre Florence attraverso la loro struttura d’accoglienza.
Il libro è, pure, una specie di sarcastico pamphlet sulla mania di scrittura che prende tutti i bipedi pensanti (compresa l’autrice e il sottoscritto, dico io), sui brutti manoscritti infarciti di sesso e violenza, sui gialli che arrivano da ogni parte con “serial killer psicopatici e asociali” e sulla lotta all’ultimo sangue fra le case editrici.
Un romanzo, un romanzetto a tratti toccante (soprattutto il corsivo) ma nel complesso stereotipato e scontato con una scrittura che non lascia il segno. Però mi pare giusto sottolineare il giudizio estremamente positivo in copertina di Maurizio De Giovanni sulla scrittrice “Una voce che promette di diventare sempre più importante nel polifonico coro del romanzo nero italiano contemporaneo”. Per correttezza nei confronti del lettore.

mistero Oliver RyanIl mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent, Neri Pozza 2014.
Oliver Ryan, irlandese, è un uomo bello e sicuro di sé. Uno scrittore famoso sotto lo pseudonimo di Vincent Dax. Sua moglie Alice, dolce e carina, è l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Una sera di novembre 2011 la “picchia così selvaggiamente da ridurla in coma”. La notizia si sparge subito attraverso i mezzi di comunicazione e tutti ne rimangono sbigottiti. Ma allora chi è veramente Oliver Ryan? La risposta l’avremo leggendo i racconti e le confessioni dei suoi amici e conoscenti. E, soprattutto, di lui stesso.
Dunque vediamoli questi amici e conoscenti. C’è Barney a cui ha “fregato” Alice proprio quando le aveva comprato l’anello di fidanzamento; c’è l’amico Michael ossessionato dall’idea di essere gay; c’è Moya, l’attrice vicina di casa con la quale ha un lungo rapporto; c’è Madame Veronique che gestisce un castello con tenuta (vigneto) a Bordeaux; c’è  Stanley che lega con Oliver al ST. Finian’s; c’è suo fratello più piccolo Philip ed Eugene, fratello di Alice, con quoziente intellettivo inferiore alla norma.
Tutto gira intorno al Personaggio. Bello e fascinoso, dicevo. Ragazze ai suoi piedi, sempre al centro della scena ma un tarlo lo rode, la mancanza della madre, la mancanza di amore del padre che lo “elimina” praticamente dalla sua esistenza. Ed il Male che lo abbraccia.
Dai racconti e dalle confessioni degli altri ecco tanti piccoli tasselli che contribuiscono a comporre la sua inquietante figura con prospettive diverse e ad offrirci il destro per la conoscenza di altre storie. C’è tutta la vita, c’è tutto l’uomo in questa vicenda: la nascita e lo sviluppo dei sentimenti, il sesso, l’amore cercato e l’amore mancato, il figlio non desiderato e quello voluto, la vergogna del peccato, la lotta e la sofferenza di esprimere la propria sessualità, gli sfruttati, le sorprese, il dolore, la voglia di farla finita, il suicidio, la morte. E poi i ricordi, i sogni, qualcosa di buono che all’improvviso si accende nell’animo di Oliver.
A fine lettura un senso di rabbia misto ad un sentimento di tristezza infinita per la debolezza del nostro essere, di noi tutti, di fronte agli agguati del male.

Spiluzzicature
Alla solita Feltrinelli di Siena ho girato e rigirato fra le mani Tre stanze per un delitto di Sophie Hannah, Mondadori 2014, dove viene resuscitato il testa d’uovo Poirot. Così a naso (lette, comunque, una cinquantina di pagine) niente a che vedere con l’eleganza e l’ironia della Christie. Però i tempi cambiano. Spiluzzicato pure Il telefono senza fili di Marco Malvaldi, Sellerio 2014, che mi ha convinto all’acquisto. Ne riparleremo alla prossima. Altre occhiatine in qua e là senza sugo di nulla.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Il successo ottenuto con i miti greci, più precisamente con Storie illustrate dai miti greci, edizioni Usborne 2013, nei confronti del mio nipotino Jonathan (vedi il suo interesse ai tanti mostri che li popolano) mi ha spinto a ripassare in qua e là i miti in generale che mi hanno sempre affascinato sin da ragazzo. Ho ripreso in mano i due volumi di Anna Ferrari Dizionario di mitologia, Istituto geografico De Agostini 2006, e mi sono lasciato trasportare dalle storie più belle e dai personaggi più famosi che popolano questo mondo magico e misterioso.

Un giretto tra i miei libri.
delitto a teatroNgaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Dunque un caldo benvenuto a Delitto a teatro di Ngaio Marsh, Elliot 2010.
Siamo di fronte ad un omicidio sul palcoscenico (il revolver era caricato con proiettili veri) dell’ultimo atto di “Il Topo e il Castoro”, un tema caro agli autori del giallo classico. Indaga l’ispettore capo di Scotland Yard, Roderick Alleyn, chiamato a risolvere l’enigma e presente alla scena. Tranquillo, sicuro di sé “Io, signori, rappresento la Legge” e “Tutti siete sospettati. E tutti mentite e recitate”. A fargli da spalla l’amico Nigel Bathgate che in qualche modo si dà da fare per risolvere il mistero.
L’indagine porta a scoprire diverse cosette sul morto: un passato da drogato e molestatore di fanciulle, buttato fuori perfino dalla scuola. Infuriato contro Gardener che gli ha rubato la parte principale e contro Stephanie Vaugham, la primadonna della compagnia. Qualche particolare: sparite e poi ritrovate le cartucce fasulle macchiate con biacca fresca, lettera minatoria, un po’ di movimento, pedinamenti, spezzoni di colloquio compromettenti, ricatto, altre vittime, la ricostruzione della scena con delitto, un trucchetto per incastrare l’assassino, lo scioglimento di tutto l’ambaradan.
Lettura veloce, scorrevole intessuta di molti dialoghi. Un prodotto dignitoso senza eccedere.

Delitto in manicomio di Jonathan Latimer, Mondadori 2009.
Si inizia bene con il poliziotto privato William Crane libero da vincoli matrimoniali che se ne va in manicomio (su una autoambulanza) per proteggere la signorina attempatella Van Kamp a cui hanno rubato una cassaforte blindata con quattrocentomila dollari in titoli e la chiave di una cassetta di sicurezza (ergo è ricca). Qui troviamo il dottor Livermore con una barbetta alla Italo Balbo, il dottor Eastman, la signorina Clayton e… strani mugolii che provengono da fuori. Appartenenti ad un uomo che corre carponi e si magia una falena con un ben assestato colpo di denti. Come inizio, ripeto, non c’è male. Si continua con la signorina Evans, un gran pezzo di gnocca che mette scompiglio fra i dottori (ma non solo) e una serie di deduzioni alla Sherlock Holmes tirate fuori dal cappello a cilindro di Crane. Arrivano poi in fila tutti gli altri personaggi della storia.
Che è la storia di morti strozzati o infilzati per la gola con un discreto coltello a lama lunga. La storia di questa benedetta cassetta che passa da una mano all’altra per poi scomparire. La storia del nostro Crane che corre di qua e di là per tutta la clinica (è pure sospettato degli omicidi) in una atmosfera da paura resa più lieve da un substrato ironico e dissacrante.
È anche la storia della barbetta del dottor Livermore che sembra vivere per conto suo come quella di Rubin del club dei famosi Vedovi Neri di Asimov, a rimarcare il senso divertito di tutto il contesto, confortato pure dalla scena della signora Brady che, tutta nuda e impaurita, sembra volersi gettare dalla finestra.
Finale da giallo classico con doppio colpo di scena ad accontentare gli amanti di questo genere.
Leggetelo e moltiplicatevi. [Questo romanzo sembra essere disponibile solo nelle librerie dell’usato, n.d.A.]

delitto imperfetto solanaDelitto imperfetto di Teresa Solana, Sellerio 2008.
Eduardo e Borja dirigono una specie di agenzia che si occupa di sbrigare faccende poco limpide dei ricconi. Si presenta un giorno un importante politico destinato a una carriera di governo, che chiede di occuparsi del mistero del quadro di un noto pittore che ritrae sua moglie. Un caso di adulterio? I due dilettanti cominciano a battere pista, tra salotti e club esclusivi, quando la signora viene trovata morta per avvelenamento.
Sono fratelli gemelli ma non lo fanno sapere. Di carattere opposto: quanto il primo è serio e posato (pure sposato), quanto il secondo è single e spostato. Un tipetto particolare che non va tanto per il sottile. Un viaggio a Parigi per conoscere il pittore del quadro con annessi ricordi. Troppo tardi. Gli è venuto un colpo…
Storia movimentata, ora passabile, ora ingenua, ora con diverse lungaggini di troppo e il solito Armani che nel giallo c’è di casa e di bottega (L’ho ritrovato ultimamente anche in A rischio di Patricia Cornwell).
Insomma un giallo così e così con un finale tirato per i capelli. C’è ancora tanto da lavorare per avvicinarsi ai più bravi giallisti spagnoli…

di tutti e di nessunoDi tutti e di nessuno di Grazia Verasani, Kowalski 2009.
Giorgia Cantini, single poco più che quarantenne, ha un’agenzia di investigazioni a Bologna. Deve seguire, su richiesta della madre Edda Fraschi, una giovane, Barbara, che ha smesso di frequentare la scuola senza un motivo apparente. Nello stesso tempo Franca Palmieri, una specie di indovina di tarocchi e di fondi di caffè, viene trovata uccisa in un giardino con fendenti alla schiena ed al volto. Giorgia se la ricorda come la Ragazza dei Rospi che si offriva ai giovani e che abitava nel suo quartiere di quando era ragazza. E dunque si interessa anche di questo caso con l’aiuto di Luca Bruni, funzionario capo della Sezione Omicidi.
Andando avanti si compone la figura della nostra detective: sorella impiccata, padre divorziato con nuova moglie, si sposta su una Citroën, fuma Camel, in preda ai ricordi del passato, della madre che amava la cultura francese, dei suoi amori più o meno fortunati, della sua musica, delle sue letture con i grandi scrittori e filosofi a farle compagnia. Riflessioni sul presente, sulla vita, sull’amore, sul dolore dei luoghi che non si riconoscono più perché cambiati. Un’atmosfera un po’ uggiosa, sfumata, in una Bologna però sempre bella, bellissima “con le sue penombre, i suoi cieli chiusi, i nascondigli, gli orti”.
Ad aiutarla nel suo piccolo ufficio Genzianella, la cui madre piange tutto il giorno perché “il marito è scappato con la badante russa di un vicino” (piccolo squarcio di ironica realtà), pizzicotti alle sottane che cinguettano intorno allo scrittore famoso di turno.
E poi il tema sulla violenza alle donne e il problema della loro tutela, il senso dello sforzo vano, che non va bene niente ma bisogna resistere e insistere, stacchi tra il bar Felicita e le varie trattorie dove si parla, si osserva, si riflette. Sesso e amore, sesso e amore e Franca Palmieri che si erge su tutti.
Un primo finale bello e toccante. Un secondo finale per sorprendere il lettore che sciupa un po’ l’atmosfera  di intima commozione che si era venuta a creare. Come inserire una nota più alta dove non è più possibile. Peccato.

Termino con la nostra incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche)
risaia crudele realiRisaia crudele – Quei giorni dell’inverno ’45, Frilli 2014, di Alessandro Reali.
Protagonista del suo nuovo romanzo è Lisandro, uomo ricco, arrivato che, richiamato dalla lettera di Carlin, un caro amico in fin di vita, torna dopo più di cinquant’anni dai vigneti della California alle risaie di Casoni Borroni, una frazioncina di Mezzana Bigli, vicino al Po, al confine tra Pavia e Alessandria, che oggi ormai conta meno di cento abitanti.
Perso nei ricordi, in un continuo, drammatico flashback, il vecchio Lisandro rivive un episodio di guerra di odi, di passioni, con l’amore, la gelosia, la vendetta e la morte che invadono le pagine e le macchiano di sangue. E, in un torrido pomeriggio d’agosto, ritrova il suo passato di umile paesano, tra le tombe del piccolo cimitero di Casoni Borroni. Un passato che lo fa soffrire dipanando i fili della memoria, un passato che gli parla in particolare di Cristina, di don Dalmazio, di Leone, di Santino, tutte persone che la morte si è portata via nei terribili giorni dell’inverno tra il 1944 e il 1945. Giorni di ghiaccio e di neve, che allora lui, Lisandro, poco più che ventenne, testa calda e sanguigno, sopraffatto dai fatti e dalle situazioni, ha affrontato a suo modo, da cane sciolto, da vendicatore ma anche con profonda ingiustizia fino alla tragedia che ha segnato il suo destino.
L’incontro con l’amico morente si trasformerà quasi in una catarsi liberatoria e porterà Lisandro – figlio di un tempo pieno di lotte e contraddizioni più dell’oggi – a parlare, a confessare, a sfogarsi, a rivivere quel gelido inverno della sua pazza giovinezza e della crudele resa dei conti, sua personale e dell’Italia intera, sconvolta dalla spaventosa e fratricida guerra civile tra fascisti e partigiani.
Non potrà mai sapere che quanto resta del suo irrimediabile passato, è ancora là, poco lontano.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

“Ricordi giallastri” di Fabio Lotti

perry masonPer gli amici del blog scrivo cose nuove e riprendo pezzi già scritti in qua e là. I ricordi giallastri si perdono nella notte dei tempi. In una soffitta di una modesta casa di un piccolo paese della Toscana. Un migliaio di anime divise tra il bar Sport e il bar del prete (praticamente i tempi di Peppone e Don Camillo). Moccoli che volavano in aria insieme agli ora pro nobis. Una vita da sbrindellato ragazzaccio di strada. Ma al momento opportuno il cambiamento. Indossati “panni reali e curiali” (una citazione passatemela) su in soffitta con i miei libri. Tra cui signoreggiavano i romanzi polizieschi.
“La passione per il giallo l’ho avuta sin da piccolo quando, frugando per caso in una cantina di un mio cugino, mi ritrovai fra le mani una avventura di Perry Mason pubblicata dalla Mondadori sulla cui copertina campeggiava il volto del noto attore americano Raymond Burr (molti lo ricorderanno come uno dei protagonisti de “La finestra sul cortile” di Hitchcock, quello che ha fatto la felicità di tanti depressi mariti tagliando a pezzi la moglie) che è stato uno degli interpreti principali, se non l’unico, di questo popolare avvocato creato dalla penna di Erle Stanley Gardner”. L’ho scritto talmente tante volte che non mi pare nemmeno vero (ora ho addirittura qualche dubbio). Comunque più che dal personaggio libresco sono stato colpito da quello televisivo, interpretato proprio dall’attore sopraccitato. E anche dall’ambiente. Per un ragazzotto ignorantotto abituato ai vicoli di paese e alle case modeste (magari senza il water) le aule dei tribunali e gli uffici degli avvocati esercitavano un fascino irresistibile, quasi una morbosa curiosità unita ad una sorta di timida soggezione. A bocca spalancata insieme ad altri delinquentelli al bar “Italia” (citato) per seguire i dibattiti accesi fra l’accusa e la difesa e gli scontri con il procuratore distrettuale Hamilton Buerger, tra il fumo denso e qualche rutto improvviso che si spandeva fragrante nell’aria. Presi pure, diciamolo, dalle grazie rotonde di Della Street verso cui non mancavano risatine varie, fischi di apprezzamento e perfino proposte da futuro bunga bunga (senza sborsamento di sghei, però). Diversi anni più tardi gli attori, tutti imbolsiti sciuparono un po’ il mito… (peccato).
delitti della rue morguePoi arrivò il Verbo, ovvero Edgar Allan Poe, cioè Auguste Dupin. Verso gli anni sessanta veniva ogni tanto a fare visita nel mio paese il cosiddetto pulmino della cultura popolare, provvisto di libri di vario genere da dare in prestito, per cercare di interessarci in qualche modo alla lettura. Io diverse puntatine ce le facevo (di nascosto per non essere considerato un secchione), anche perché trovavo sempre qualcosa che stuzzicava la mia curiosità. Ed è proprio su questo pulmino polveroso che ho fatto il mio primo incontro con Edgar Allan Poe e Gli assassinii della Rue Morgue, pubblicati dalla BUR con una copertina grigiognola che metteva tristezza solo a guardarla. E il primo impatto con Dupin è stato ambivalente. Troppo sofistico, troppo arzigogolato, troppo matematico! E nello stesso tempo così intrigante, così complesso, così inquietante! Mamma mia bella, me lo divorai in quattro e quattr’otto  senza capirci un granché. In seguito lo avrei adorato e nello stesso tempo strozzato. E c’erano anche, sul suddetto pulmino, i drammoni dell’onesta gallina popolare Carolina Invernizio che mi solleticavano non poco e mi mettevano in ambascia (soprattutto per la scrittura), per esempio con La sepolta viva, che appare oggi straordinariamente attuale vista la donna detective e  l’assassinio generato da un amore lesbico (addirittura!). Su questa scrittrice beccatevi questo.
sherlock-holmes-oldPer terzo si piazzò Sherlock, il divino Sherlock che appena si presentava da lui un essere umano, ti sapeva dire quando aveva fatto il ruttino la prima volta e se la sorella del fratello era rimasta incinta. Bocca stretta e occhi sgranati. O come mi sarebbe piaciuto possedere le sue capacità divinatorie! Anche se il tipo, quando si “faceva”, mica mi garbava tanto, che in casa mia tutti ligi alla rettitudine sotto lo sguardo truce del babbo. Comunque Sherlock era Sherlock e gli si poteva perdonare tutto. Perfino qualche strombazzata di violino. La spalla, ovvero il dottor Watson, mi sembrava il classico bischero senza sugo di nulla, messo lì a giganteggiare il nume. Ed era proprio questo (lo capii in seguito) l’obiettivo dello scrittore! E vedete un po’ in che condizioni mentali si trovava il giovane Lotti…
poirotPoi giunsero gli altri. Niente di particolare, solo ricordi e prime emozioni. Poirot all’inizio mi pareva vanesio e altezzoso. No, non che non lo sia, ma questi difetti che ora mi tirano al sorriso, allora negli anni bui mi facevano pure incazzicchiare. Quella testa a forma di uovo con esaltate celluline grigie incorporate, i baffi ben curati, le scarpe di vernice, le ghette, il bastone e i guanti che si portava dietro perfino al gabinetto d’estate (immaginavo), quell’intercalare francese mon ami o parbleu solleticavano la mia balorda ironia paesana. Poirot un fighetto che avrei preso volentieri in giro. E poi quell’Ordine e simmetria! che facevano a pugni con il mio caotico disordine. Tutto preciso, tutto razionale. Casa squadrata, dalle stanze alle poltrone  dai mobili alle sculture di cubi ad una composizione geometrica a forma di rame. Mamma mia! Però, però, in fondo alla storia, quando radunava il gregge ammutolito ad ascoltare gli incastri degli eventi sanguinosi, tutto spariva dell’omuncolo freddoloso e veniva fuori il titano della logica.
Pausa. Letture nella classica soffitta e letture in treno. Quello dei pendolari divisi in classi. Da Staggia a Siena per le scuole superiori, da Staggia a Firenze per l’Università. Leggere in treno un’atmosfera incredibile tra il lusco e il brusco della mattinata incipiente (siamo alle sei e mezzo) con l’occhio assonnato e lo sferragliare ritmico della locomotiva che induceva, appunto, al sonno. Risultato: crollo in avanti della testa e giallo che scivola giù. Quando, però, seppi che sul treno avvenivano stragi senza fine (specialmente in galleria), allora l’occhio si fece più vispo e l’arrivo inaspettato di qualche passeggero o del controllore mi provocavano una specie di istintivo sussulto.
miss marpleMiss Marple amore a prima vista dato che incarnava perfettamente alcune signorine del mio paese dedite a scuriosare e spettegolare dappertutto. In particolare Gisella a cui noi ragazzacci ne combinavamo di tutti i colori (per esempio infilando uno spillo nel suo campanello di casa per farlo trillare in continuazione). E insomma una donnina curiosa. Dal suo giardino, vede, osserva, ascolta, cataloga le persone secondo il loro comportamento. È alta, snella, occhi azzurri, capelli bianchi, il viso arrossato segnato da molte rughe ed un dolce sorriso con il quale riesce a carpire molti segreti dell’animo umano. Mi ricordo una splendida interpretazione della Rutherford alla televisione che però non era snella, né aveva gli occhi azzurri ed i capelli bianchi. Ma ebbe lo stesso un successo strepitoso (anche per gli accompagnamenti musicali). Fascino del bianco e nero o fascino della passata gioventù? In seguito mi è piaciuta anche l’interpretazione della Geraldine McEwan più attinente al testo ma certo meno, come dire, prorompente e dinamica della Rutherford. Sull’attrazione esercitata da Miss Marple agiva anche il ricordo di vecchie zie che sapevano preparare dolci e torte come lei, e appena entrava in scena mi sembrava di riannusare (mio conio) quegli splendidi profumini. Una goduria.
maigret cerviUn altro “mostro” è Maigret, conosciuto più tardi. Che mi fa venire in mente ancora una volta la televisione. Avevo visto la bella interpretazione che il nostro Gino Cervi aveva fatto del commissario transalpino e così cominciai a fare incetta di gialli del suo autore George Simenon. Di Maigret mi piaceva quella sua aria solida, quel suo fare da buon padre di famiglia, quella sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone inerenti al delitto. Quel suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra. Comunque il nostro Simenon non avrebbe potuto creare il nostro Maigret se non lo avesse conosciuto di persona. Dico che nella realtà di quei tempi in cui Simenon scriveva le storie di Maigret c’era già nella polizia francese il commissario Marcel Guillame che per la sua bravura era stato soprannominato lo “Sherlock Holmes” francese. Simenon si mette sulle sue tracce, riesce a conoscerlo e fra i due nasce una lunga amicizia. Questo Guillame era alto, forte, dai lunghi baffi arricciati, con il caratteristico cappello a bombetta sempre sulla testa, testardo e profondamente onesto nei confronti degli indagati. E’ quello, tanto per capirci, che riesce a smascherare Henri Landru che ammazzava donne come fossero moscerini e poi le bruciava nel caminetto della sua villa risparmiando un bel po’ di legna. Insomma lo Sherlock Holmes francese insegna a Simenon molti trucchi del mestiere, soprattutto dal punto di vista psicologico, che poi lui riversa sul commissario Maigret. E poi c’è il ritmo. Ma sì, il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che lo scrittore belga riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto a quelli massacranti di certi giallastri moderni.

nero wolfeTra il 1969 e il 1971 comparvero alla televisione una serie di sceneggiati su Nero Wolfe interpretati magistralmente da Tino Buazzelli. Fu un trionfo. Me lo ricordo bene perché erano gli anni della contestazione studentesca per cui di giorno mi ritrovavo a blaterare con i “compagni” sciocchi slogan del tipo “Tutto e subito” (a me sarebbe bastato anche un pochino per volta) e la sera, invece di studiare come combattere l’Autorità con la A maiuscola, me ne stavo ignominiosamente rincantucciato sulla poltrona a godermi le esilaranti avventure nate dalla penna di Rex Stout. Una delle tante contraddizioni della non beata gioventù (mai una lira in tasca). Già l’autore mi restava simpatico. Nella vita, prima di giungere al successo, si era dato da fare. Aveva fatto mille mestieri per tirare avanti: da contabile a venditore di souvenir indiani, da guida turistica a stalliere, da venditore di libri a direttore (perfino!) di albergo. Lo avevo anche visto in una fotografia (dove?) e mi era parso alto, dall’aspetto agile e con la barba lunga. Tutto l’opposto della sua creatura. In quegli sceneggiati che davvero fecero epoca c’erano altri attori di gran pregio: Paolo Ferrari ad impersonare Archie Goodwin, Pupo de Luca che rappresentava il cuoco e maggiordomo belga Fritz Brenner e Renzo Palmer nelle vesti dell’ispettore Fergus Cramer. Un bel quartetto! Stout era stato astuto. Perfidamente astuto nella costruzione dei suoi personaggi principali. Nero Wolfe mostruosamente grasso e pigro (a proposito lo si ritrova giovincello in Il trio dell’arciduca di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2014), Archie Goodwin agile e scattante. L’uno fermo, inchiodato alla poltrona, l’altro in eterno movimento. Due piccioni con una fava: il giallo classico all’inglese coniugato con “l’hard boiled” americana. Il tutto servito su un piatto d’argento dove erano bene amalgamate la passione per le orchidee, per la buona cucina, per le raffinate conversazioni e la diffidenza verso il gentil sesso. Un vero e proprio capolavoro di alchimia “giallistica”.
Già, la buona cucina. E la buona tavola. Un elemento di successo di molti romanzi polizieschi a incominciare da Nero Wolfe e mi ricordo che proprio nel periodo in cui andava in onda lo sceneggiato uscirono alcuni libri  sulle sue (e quelle di Fritz) famose ricette che fecero il giro anche di noti ristoranti. Rex Stout dimostrò, tra l’altro, di avere una sorprendente conoscenza di alcune abitudini alimentari del nostro paese.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.