Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2017

Una mia fissazione…
Le frasette in corsivo
Ormai si trovano dappertutto. Non c’è giallo che si rispetti (inteso in senso generale) che non abbia le sue brave frasette in corsivo. E non in una pagina o due soltanto ma spiattellate lungo tutto il romanzo. Tanto da formare esse stesse una specie di sotto romanzo. Frasette in corsivo che tendono a evidenziare il pensiero vero del personaggio a cui si riferiscono. Perché i personaggi, si sa, sono come gli esseri umani in carne ed ossa. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Brutti bastardi. Se ne trovasse uno coerente con se stesso dalla fine al principio. Nemmeno a cercarlo con il lanternino. E allora giù frasette in corsivo… Oppure servono per dare informazioni criptiche su chi sia l’assassino o per mettere in evidenza lo sbocciare di un sentimento, di un desiderio, di una attrazione fisica che si tende, almeno in quell’attimo, a reprimere. Anche se si ha una voglia matta di saltarle/gli addosso. E così si assiste talvolta a degli sdilinquimenti da far venire il famoso latte ai ginocchi. Con inevitabile caduta nel ridicolo. Ma guarda un po’ sembrava tutto/a d’un pezzo e vedi come miagola.
Le frasette in corsivo sono uggiose. Rompono le palle.
Levatele!

La torre degli Scarlatti di Stefano Di Marino, Mondadori 2017.
Ad Amsterdam, il nostro (ormai dobbiamo chiamarlo così dopo il primo incontro con Il palazzo dalle cinque porte) Sebastiano (Bas) Salieri, noto illusionista e profondo conoscitore delle tradizioni occulte, si trova di fronte ad una richiesta piuttosto bizzarra, ovvero riordinare e catalogare la biblioteca degli Scarlatti (ricca, soprattutto, di testi di magia, demonologia, di volumi sull’inquisizione…). Qualche suo tratto “Un giovane alto, con i lineamenti affilati, i capelli scuri, lunghi sul collo e una barba a mosca che gli conferiva un aspetto vagamente luciferino”. Illusionista, ma anche “cacciatore di ciarlatani, di finti maghi, nemico di quelli che approfittavano della superstizione della gente…”
La richiesta viene da Federico Cocci, maggiordomo e amministratore dei beni della casata Scarlatti, in San Girolamo in Colle vicino a Volterra, il cui capostipite Cosimo era stato uno studioso e negromante vissuto in Toscana tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Si dice, perfino, che avesse scoperto le tracce di un’antica metropoli ricca di tesori dedicata al culto del Demone Blu. Dietro di sé la leggenda della Torre degli Scarlatti, forse una strada per arrivare a questa famosa necropoli.
Oggi la suddetta casata è diretta da Giacomo Scarlatti che l’ha riportata all’antico splendore. Sposato con Cecilia Augenti, sono stati divisi da un tradimento del primo da cui è nata Priscilla, la figlia maggiore. Cecilia, tuttavia, prima di morire “in circostanze misteriose”, trovò un notaio, che nessuno conosce, a cui dette mandato di consegnare l’eredità solo ai figli legittimi Luca e Mirella. E ora Luca sembra ritornato, scampato alla morte di un terribile incidente automobilistico, dopo un esilio volontario.
Riordinare la biblioteca è solo un pretesto, l’obiettivo principale è quello di scoprire i misteri della famiglia “in attesa che la famosa Torre e l’eredità ricompaiano” e decifrare i segni, ovvero i simboli di una scrittura etrusca apparsi in giro che alludono al citato Demone Blu. Sarà generosamente ricompensato, assicura il Cocci. Le carte di Zaira, la sua collaboratrice, però, dicono solo disgrazia…
Inutile intestardirsi nell’esemplificare una trama assai complessa per una semplice recensione (chi vuole sviscerarla qui da Piero). Vediamo il quadro generale cercando di riunirne gli aspetti principali. Intanto l’aura brividosa e inquietante che si crea sin dall’inizio attraverso una storia che affonda le radici nella negromanzia, in leggende di demoni, di qualcosa che sfugge alla razionalità umana; una famiglia depositaria di oscuri segreti, morti poco chiare, dubbi di identità (Luca sarà proprio lui?), una eredità contesa; personaggi che si muovono, soprattutto di notte, con diverse intenzioni, ovvero ricatto, contrabbando di reperti (i tombaroli); la natura stessa che ci mette lo zampino, cielo improvvisamente oscuro, nuvole nere, tuono in lontananza, pioggia scrosciante, insieme a luoghi spettrali come tombe e cimiteri; i momenti critici dello stesso Bas, a creare ancora fremito e mistero.
Una parte importante della vicenda è dedicata alla figura femminile. Attrazione, fascino intrigante, sensualità, senza scadere (merito dell’autore) nel gialletto porno che ogni tanto riprende quota e nemmeno in uno sdilinquente sentimentalismo. A Bas piacciono le donne, “un fatto assodato”, e lui piace a loro, vedi la bella e seduttiva Priscilla con la quale qualche bacio vorace ci scappa; piace a Patrizia, carabiniere e nipote del vicequestore Panitta (vecchio amico), “una elusiva bellezza che si rivelava nei modi anche dietro un aspetto dimesso e la mancanza di trucco” e affascina pure la moglie dello stesso Panitta. Mirella, poi, è attraente, occhi azzurri e limpidi, capelli biondi, non male neppure la cameriera Gisella che attira il suo sguardo per l’incedere “volutamente stuzzicante” “su per la scala.” (alla memoria lottiana certi filmetti di serie B con le attrici dotate di un discreto lato B). Insomma la bellezza femminile ritratta secondo diverse sfaccettature, tra cui il sentimento ma anche come attrazione, seduzione e pericolo.
Stefano Di Marino si serve di qualsiasi mezzo, di tutti i trucchi del mestiere che conosce a fondo, per costruire un percorso interessante e proteso lungo diverse direzioni: spunti tratti da letture e film, capitoletti brevi, brevissimi ad incalzare il lettore, a tenerlo in tensione passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro (ognuno con i suoi maneggi), come all’aprirsi di un sipario. Dubbi (Cocci stesso nasconde qualcosa?), pericolo, presenze malvage, classico passaggio segreto, scontri, caterve di morti violente. E tralascio altri particolari.
Come già scritto nel blog del giallo Mondadori a mio avviso un lavoro ottimo, se non eccellente, per chi ama continuo movimento, colpi ripetuti a sorpresa (incorniciati in una atmosfera di vibrante tensione) dentro un plot molto frastagliato. Un po’ meno, ma pur sempre ad un livello di alta professionalità, per chi, come il sottoscritto, preferisce andamenti più lineari. Senz’altro da leggere. E aspettiamo il seguito.

La notte ha mille occhi di Cornell Woolrich, Mondadori 2017.
Prologo. Il poliziotto Shawn sta tornando a casa lungo il fiume. Fischietta una canzone allegra, trova tre banconote sulla strada, un anello e, più avanti, una borsetta nera e un orologio sull’orlo del parapetto. Ma vede, soprattutto, una donna che sta per gettarsi nel fiume. La salva. È giovane e bella, non più di venti anni. Ce l’ha con le stelle, con il loro luccichio “Non voglio più vederle! Perché devono sempre risplendere? Non la smettono mai?”
Trattasi di Jean Reid. Racconta la sua storia. Figlia di Harlan, ha perso la madre a due anni, vissuta con il padre che, ad un certo punto, deve partire per San Francisco. Meglio che non parta, secondo suggerimento della cameriera Eileen in un ristorante aperto tutta la notte. Meglio che non parta. Qualcosa di brutto accadrà. L’ha sentito da una persona che conosce.
Per Jean momenti di crisi, di panico. Sarà una bufala, ma se poi fosse vero? In effetti l’aereo cade, tutti morti, eccetto il padre che parte in ritardo. Allora c’è veramente un uomo in città capace di predire il futuro. Bisogna incontrarlo. Niente di eccezionale in lui, una figura quasi dimessa, con una “voce profonda e lenta”, “una specie di patriarca di notevole statura dalla barba folta.” È Tompkins, che rilascia altre piccole previsioni, tutte realizzate. Agitazione, scompiglio, paura, soprattutto per l’ultima: la morte di Harlan, fra tre settimane “tra il quattordici e il quindici di giugno. A mezzanotte in punto”. Come? “Morirà tra le fauci di un leone”.
Interviene la polizia guidata da McManus per indagare e scongiurare la fatale profezia. Bisogna assolutamente scoprire cosa c’è “dietro la messinscena, chi è il responsabile, come è stato messo in atto il trucco e così via”. Dunque, tra le altre, soprattutto non perdere di vista Hopkins e cercare dei leoni dovunque si trovino. Basteranno a scongiurare l’evento fatale?…
Una narrazione lenta, di una esasperata lentezza, tesa a penetrare nei meandri dei personaggi per metterne in rilievo, i dubbi, le paure, gli incubi, le angosce, il panico. Soprattutto di Harlan che sente arrivare la sua fine mentre le ore scandiscono, con il suono della pendola, il tempo rimasto.
Ma in conclusione, dopo sviluppi incredibili e inquietanti, quando tutto sembra a posto (di mezzo l’eredità e il solito vile denaro) qualcosa non quadra “C’è qualcosa in tutta questa storia, ne sono certo. Qualcosa che non posso inserire nel rapporto e che resterà per sempre un’ossessione” afferma McManus.
Forse anche per noi lettori intrappolati dentro una storia agghiacciante dove sembra agire un destino maligno (non solo indifferente) secondo una sua precisa volontà. Gli si può sfuggire? Si può cambiare? Oppure tutto è segnato nella volta del cielo dalle stelle, da “quei puntini scintillanti, così remoti e impenetrabili”?
Chissà…

Il Sorcio di George Simenon, Adelphi 2017.
Parigi, anni Trenta. Vediamolo subito questo personaggio, Ugo Mosselbach, detto il Sorcio, vecchietto barbone di origine alsaziana, ovvero ”un ometto magro con due occhi eccezionalmente vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza”. Andatura zoppicante con la gamba sinistra, sempre in giro a chiedere l’elemosina e a bere tutto quello che gli capita. Sarà lui al centro della vicenda, dal momento in cui trova un portafogli rigonfio di banconote americane e francesi dentro ad una macchina. Piccolo particolare, il guidatore è stato ucciso.
Prendere i soldi nemmeno per sogno, lo scoprirebbero subito. Meglio cercare una busta, infilarceli dentro e far finta, con la polizia, di averla ritrovata per strada. Così, se dopo un anno e un giorno nessuno viene a reclamarla, il malloppo sarà suo per legge e potrà comprarci una vecchia canonica, in cui trascorrere la vita che gli resta. Intanto il portafogli lo si fa sparire da qualche parte.
Piano perfetto se non ci fosse di mezzo lo Scorbutico, ovvero l’ispettore Lognon che non è mai riuscito a conquistare il grado di ispettore. “Aveva un volto ossuto, dai lineamenti grossolani, i capelli corvini e folte sopracciglia nere che gli tagliavano in due il viso. Lo sguardo ostinato lo faceva sembrare sempre impegnato nella soluzione di un problema difficile”. Non crede a un’acca del suo racconto e lo seguirà per tutta la vicenda, dando vita a una specie di balletto di mosse e contromosse, come è già stato definito. Piano perfetto se non ci fossero di mezzo anche gli assassini che vogliono riprendersi il malloppo…
Comunque la macchina con il cadavere sparisce, così come sparisce l’ambasciatore inglese a Parigi (che sia lui il morto?). La faccenda si complica, ed ecco che inizia una specie di gara fra i due per scoprire la verità, con momenti di pericolo espressi anche in tono esilarante “A seguito della botta in testa, a Lognon era venuto un tic nervoso: batteva spasmodicamente la palpebra sinistra, cosicché sembrava sempre che facesse l’occhiolino”. Personaggio scalognato, ripreso pure dalla moglie che lo accusa di farsi sempre avanti e di non essere presente “quando arriva il momento di togliere le castagne dal fuoco e spartirsele…” Il merito di questa operazione potrebbe andare, immancabilmente, al commissario Lucas della polizia giudiziaria. Questa volta, però, sarà lo stesso Lucas a gratificarlo per quello che ha fatto.
Una specie di commedia leggera, una farsa, giocata su un’ironia che serpeggia per ogni dove a creare un clima divertente e divertito attraverso un ritmo pazzesco. Di mezzo soldi, doppia vita, amanti, alta finanza, gangster, ricatto, colpi di scena, addirittura rapimento con il Sorcio che si ritroverà nudo come mamma l’ha fatto. Il tutto espresso in forma bizzarra e sorridente fra gli eleganti caffè degli Champs-Elysées e gli albergoni di lusso dell’Opera di Parigi.
Anche senza Maigret i due personaggi principali resteranno, di sicuro, impressi nella memoria.

Veleno di D. L. Sayers, F. W. Crofts, V. Williams, F. Tennyson Jesse, A. Armstrong, D. Hume, Polillo 2017.
“Mrs Farland metteva a dura prova la pazienza di tutti con la sua convinzione che qualcuno la stesse avvelenando”. I primi sospetti cadono “sulla povera Millie Pink”, dama di compagnia a cui ha promesso di ricordarla nel testamento; poi su John Farland, nipote del defunto Mr Farland; ancora sulla cuoca che viene licenziata, e infine sul dottor Cheedle che la cura, ognuno, secondo lei, con un bel tornaconto dalla sua dipartita.
Intanto le sue condizioni peggiorano e allora occorre una brava infermiera, “esperta di malattie mentali” (non si capisce bene cosa abbia) che la segua. Su suggerimento dell’avvocato di famiglia Walton, una telefonata al figlio medico per trovarne una. Ed ecco Miss Ponting da Londra che, però, dopo aver parlato con il dottor Cheedle, sparisce. Viene rinvenuta nei bagni della stazione, in coma con il viso gonfio. Morta, morta per avvelenamento da Dormitol, un letale barbiturico.
E la nostra Mrs Farland? Cosa ne sarà dei suoi sospetti? Basta proseguire nella lettura che la beccheremo irrigidita per avvelenamento da arsenico. E allora non sbagliava, qualcuno ce l’aveva davvero con lei. Risolvere i due casi sarà compito dell’ispettore James Billingham “un tipo in gamba nel lavoro, di modi semplici con tutti, cordiale con i propri subordinati”. Coadiuvato dal sergente Craven “con un allegro faccione da luna piena”, sempre in vena di fare scherzi come da contrappunto. Intanto si scopre che l’infermiera Miss Ponting è stata già coinvolta in un processo per avvelenamento in seguito al quale si è fatta molti nemici.
Inizia l’indagine sui possibili sospettati con momenti di panico di Emma che vede la morte dappertutto (un tonfo contro la finestra è, per lei, l’arrivo dell’Angelo della morte), e qualche sparuto sorriso nei confronti dell’ispettore ormai preso da mille pensieri, tanto da fargli girare la testa, dimenticare di pagare il conto al ristorante e rischiare di essere investito nella strada. Non manca un piccolo tocco di politica con la Williams, quando un personaggio esclama “che un pochino di Stalin non avrebbe fatto male a molte persone, in questo paese”, un assaggino d’amore con un paio di baci che fanno sempre bene, e un testamento tormentato che non ne vuole sapere di starsene tranquillo con le stesse clausole.
Storia particolare questo “Veleno” (originale “Double Death”) in quanto gli autori si passano il testimone, partendo dalla Sayers che lascia degli appunti al successivo, ovvero a Crofts, su come, eventualmente, proseguire e su chi possa essere l’assassino. Gli altri continuano secondo le sue indicazioni ma anche con le proprie idee, costruendo un lungo piano, più o meno contrastato, di lavoro. Già Armstrong aveva scritto nelle note “Francamente, questo è il lavoro più terribile che mi sia capitato”, e lo stesso David Hume, l’ultimo a chiudere la storia con una lettera al suo agente letterario, fa presente le “diverse piste” che “implicano una certa quantità d’inspiegabili contraddizioni”. Ed è sempre lui a chiedere di pubblicare le note per consentire al lettore “di dare un’occhiata dietro la scena”. Fu un’esperienza dura per tutti, tanto che il già citato conclude la lettera con un “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza!”
Che dire? La vicenda risente indubbiamente della difficoltà a “integrare” i sei autori, ognuno con il proprio stile (la differenza di scrittura si nota) e una propria prospettiva di sviluppo. Capisco benissimo anche la difficoltà di Hume nello stendere un finale che abbia una sua qualche logica. Interessantissimi, invece, gli appunti scambiati fra gli autori che ci permettono di “vedere” cosa c’è dietro a ogni parto giallistico. E solo questi, da soli, valgono la lettura.

Un giretto tra i miei libri

La porta sulle tenebre di Massimo Pietroselli, Mondadori 2009.
La vicenda si svolge a Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, dal 6 febbraio al 7 novembre 1875. Subito l’assassinio di Raffaele Sonzogno editore (13 coltellate) per un portasigarette d’argento che rispunterà in seguito. Poi si passa di colpo al 3 novembre e qui non la faccio tanto lunga che accadono due fatti importanti: l’uccisione di un ragazzo che sembra avere un marchio sul petto a forma di doppia w (come successo anni prima in Inghilterra) e quello di una barbona trovata annegata nel Tevere. Nello stesso tempo (o giù di lì) la sparizione dello scrittore Guido Tremolaterra autore di “Il mistero del dottor Bellacuccia” dove succedono fatti che sembrano rivelarsi anche nella realtà.
Ad indagare l’ispettore Corrado Archibugi del regio esercito piemontese (visto all’inizio alle prese con una mosca fastidiosa) e l’ispettore Onorato Quadraccia ex sbirro papalino. Il primo, ferito a una gamba per un colpo sparato accidentalmente da un suo soldato, si serve spesso di un bastone da passeggio. Fuma il sigaro e non bada troppo all’apparenza (pantofole e veste da camera logori). Mente acuta, analitica, precisa. Il secondo, ex sbirro papalino diventato il questurino più odiato di Roma, cinico, violento, senza amici, porta sempre un coltello con sé. Per arrivare al dunque non va tanto per il sottile (“metodo della chiave”). Abbandonata la moglie con un figlio che crede non suo.
Attraverso le indagini, oltre allo spessore individuale dei protagonisti, viene fuori il mondo della Roma di quel tempo con i suoi bulli, i duelli d’onore, il meretricio, lo sfruttamento dei ragazzi. E poi truffa, tradimento, vendetta, il potere politico ed economico intrecciati perversamente fra di loro.
L’autore tesse i fili di una trama superbamente congegnata e ce la propone con una prosa tranquilla, senza sobbalzi, quasi un parlato colloquiale venato di una sottile ironia. Come se tutto fosse semplice. Già pronto per essere servito.

Questa volta permettetemi di presentarvi un romanzo. Un romanzo che ha come fulcro fondamentale gli scacchi. E dunque potete perdonarmi…
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina “Hai il naso brutto e la faccia che fa schifo e la pelle che sembra scartavetrata” le viene gridato senza tante storie dall’amica Jolene. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Impara a giocare, diventa brava. Si cimenta con avversari sempre più forti. Incomincia a leggere libri di scacchi, a studiare, a concentrarsi. A vincere i tornei. E incomincia una nuova valutazione di se stessa: “Si guardò allo specchio sotto la luce forte, e vide ciò che aveva sempre visto: la sua insignificante faccia tonda e i capelli scialbi. Ma c’era qualcosa di diverso. Le guance ora erano colorite e i suoi occhi sembravano molto più vivaci di quanto non fossero mai stati. Per una volta nella vita le piacque quello che stava vedendo nello specchio”. Ora non è più all’orfanotrofio. È stata adottata dai signori Wheatly. Ha una camera tutta sua e l’affetto di queste persone. Va a scuola, studia. Fa le sue scoperte sessuali. E continua ad impegnarsi con gli scacchi fino a raggiungere livelli impensabili. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini. La si trova in La regina degli scacchi di Walter Tevis, minimum fax 2007. L’autore è riuscito ad entrare nell’animo e nei pensieri di Beth con delicatezza ma senza tacere nulla. Come un documentarista ha osservato e analizzato ciò che gli si presentava di fronte con tutte le sfumature, attraverso un linguaggio semplice e diretto senza tanti fronzoli e ghirigori.
Un bel libro. Bello davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Un commando armato, a bordo di due motociclette, falcia con il mitra Rosario Greco, il giovane carabiniere di scorta e rapisce, caricandolo su un furgone, il professor Claudio Marcelli, autore della proposta di riforma della legge penale, ministro dell’Interno in pectore. Sul posto dell’agguato, mentre la scientifica fa i primi rilievi e i colleghi cercano dei testimoni della sparatoria, arriva il colonnello dell’Arma responsabile dell’antiterrorismo in Italia, Leone Ascoli. L’azione viene presto rivendicata da un volantino della Sap (Squadre Azione Proletaria), lasciato sotto una panchina di via Nazionale e preannunciato da una chiamata all’Ansa, fatta da una cabina telefonica. Il volantino blatera minaccioso: «Abbiamo catturato l’uomo del regime… Il prigioniero sarà processato ecc, ecc… e in cambio della sua vita chiediamo la liberazione del comandante Massimo Arduini e di altri dieci compagni prigionieri nelle carceri italiane e il ritiro del progetto di legge penale…» Concludendo, enfaticamente «L’ora è scoccata, il potere è nostro, la fine della tirannia borghese e antirivoluzionaria è segnata. Il Popolo è con noi. Il Popolo siamo noi.»
Proprio il colonnello Leone Ascoli, due anni prima, aveva arrestato il capo delle SAP, operazione che gli era valsa la promozione e l’incarico che occupa attualmente. Ora gli uomini di Massimo Arduini ne chiedono l’immediata liberazione. Le indagini che Ascoli avvia senza perdere un secondo, con l’avallo dell’amico giudice Antonio Tramontano e con al fianco il fedelissimo autista Alfredo Berardi, si presentano subito molto difficili. La situazione sembra in stallo. L’unico appiglio è la presenza di una testimone dell’agguato, la brava e interessante scrittrice Luisa Rivelli, che bisogna mettere in sicurezza. E, come se non bastasse, alla porta del colonnello si presenta Bepi, il gigantesco ex partigiano che gli ha salvato la vita quando entrambi erano internati ad Auschwitz, per comunicargli che Helmut Brandauer, il tenente delle SS che è stato il loro crudele aguzzino, è stato visto a Roma e gira sotto falso nome. Per ripagare il debito nei suoi confronti, Ascoli dovrà rintracciarlo e lasciargli portare a termine la loro vendetta. Ma certe informazione non sono facili da ottenere perché Brandauer è diventato un agente doppio, in bilico fra le due Germanie separate dalla conferenza di Jalta.
Le lancette girano, le ore passano e le Sap lanciano l’ultimatum: se l’Italia non libera Massimo Arduini, il professor Marcelli verrà giustiziato. Sono ore frenetiche e drammatiche per il colonnello Ascoli mentre nella sua testa si sovrappongono presente e passato. Dovrà fare i conti con tante cose, prima fra tutte la sua coscienza. Tuttavia, caparbiamente rispettoso della legalità, va avanti, rischiando il tutto per tutto, nonostante le manovre e gli ostacoli posti dai servizi non solo italiani e non solo occidentali, e i tanti bastoni fra le ruote interni e istituzionali. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, ne La notte della rabbia Roberto Ricciardi ci racconta una bella storia e, con la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.

Altri suggerimenti della nostra Patrizia
Dopo tanta nebbia di Gabriella Genisi, Sonzogno 2017.
Doppia indagine e doppio scenario per Lolita Lobosco che la vede di nuovo protagonista e pronta a mettersi in gioco tra indagini e affari di cuore. Dopo tanta nebbia è un giallo vero, che non fa sconti. Il male esiste e troppo spesso l’omertà regna sovrana. E la follia umana domina, incontrollabile pare, nei notiziari televisivi, quasi ogni santo giorno. Più indagini e meno divagazioni del solito, Lolita Lobosco sta cambiando? Pur mantenendo lievità e freschezza mentale, sta crescendo psicologicamente e sul piano umano?  Per forza, ma per fortuna ama mangiare e le sue ricette aggiunte in appendice, e quali ricette, sono un regalo in più fatto al lettore da Gabriella Genisi.

Il maresciallo Bonanno di Roberto Mistretta, Frilli 2017,
Ci mancava da tempo e, questo del maresciallo Saverio Bonanno e del suo creatore Roberto Mistretta, è un gradito ritorno in libreria per i tipi dei Fratelli Frilli con un vivace aggiornamento e una nuova veste grafica (il libro era già stato edito molti anni fa). Roberto Mistretta, che come sempre riesce a scavare nell’animo, nella parte più oscura di ognuno di noi, ci catapulta con rara bravura in una Sicilia dai mille volti, dalle mille contraddizioni e dalle mille anime. Scorrendo le pagine sembra di godere dell’odore dei campi, di poter sentire la brezza del mare, o, meglio ancora (Bonanno docet), di inzuppare la brioche nella granita.

Le letture di Jonathan
Oggi vi presento Il segreto della famiglia Tenebrax di Geronimo Stilton, Piemme 2002.
Geronimo Stilton viene rapito dalla topina innamorata Tenebrosa Tenebrax che vuole fargli conoscere la sua famiglia che vive in un castello. Qui tutto è strano e incredibile. Intanto di guardia c’è una pianta carnivora, poi uno zerbino che parla così come il telefono. Geronimo tenta di fuggire calandosi dalla finestra ma le lenzuola ballano, tenta di fare i suoi bisogni sulla tazza ma questa lo minaccia. Anche i personaggi sono strani e incredibili. E poi c’è la “Cosa” (?) che, addirittura, fa tremare il pavimento perché ha una digestione difficile. E Geronimo? Riuscirà a fuggire da questa incredibile famiglia?…
Un libro che vi farà sorridere e ridere.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2017

Scontri super generazionali…
Canzoni al computer. “Nonno, per favore mettimi Occidentali’s Karma di Gabbani.” Gliela metto e Jonathan, il mio nipotino di otto anni, incomincia a cantarla e dimenarsi come il noto vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo. Segue Estate, sempre del medesimo, tutta a mente e Andiamo a comandare di Rovazzi, che lo fa scatenare come un piccolo indemoniato. “Ma dove le hai imparate?” , domando. “A scuola”, risponde. Non ho tempo di approfondire (a scuola?…), perché non voglio dargliela vinta. C’è sempre un po’ di competizione fra noi. “Belle, per carità, ma ai miei tempi…” e gli scarico nei timpani Cuore matto di Little Tony, Fatti mandare dalla mamma di Gianni Morandi e, ultimo colpo in canna da stendere un toro, Ventiquattromila baci di Adriano Celentano. Lui non demorde, mi fa inserire Fedez e altri moderni tatuati fuori di testa. La lotta è dura, sfiancante. Alla fine ognuno resta del suo parere. Sono meglio i suoi, sono meglio i miei. Per il futuro preparerò una controffensiva con Caterina Caselli e…Ora ci penso al gabinetto.

Hollywood in subbuglio di Ellery Queen, Mondadori 2017.
Scena del crimine la zona residenziale di San Souci a Hollywood. Quattro villette tra cui quella di Solomon (Solly) Spaeth, uno speculatore che ha mandato in rovina anche il suo socio Rhys Jardin ed è in perenne scontro con il figlio Walter che vuole sposare Valerie, a sua volta figlia del già citato. Per riparare in parte al danno vengono messi all’asta i beni della casa di Rhys acquistati da un “giovanotto alto e magro con una barbetta nera che gli copriva le guance e il mento, e portava occhiali a pince nez.” Trattasi addirittura di Ellery Queen, appena arrivato ad Hollywood per scrivere soggetti. Ma perché questo travestimento e il suo intervento nell’asta?…
Walter aveva un appuntamento con il padre che viene trovato ucciso nel suo studio con “una ferita da coltello slabbrata” di un’arma del tredicesimo secolo sparita e poi ritrovata, sulla cui punta c’è melassa con cianuro di potassio. E, dunque, altra domanda che sorge spontanea, “Perché avvelenarla?…
Ad indagare l’ispettore Glǖke dal naso aguzzo messo spesso in crisi da Ellery, presenza davvero fastidiosa per lui “Non ho nessuna intenzione di vedere le mie indagini buttate all’aria da un tizio che scrive storie poliziesche!” Di mezzo il testamento del morto e la sua modifica con la quale disereda il figlio. Tutto il patrimonio va, invece, all’amante Winni Moon dalla erre moscia, con i suoi “fianchi che ondeggiavano come un orizzonte acquoso durante un monsone.” (sorriso). L’avvocato Anatole Ruhig vuole sposarla (mica scemo).
Arriva pure la stampa nella persona di Fitzgerald dell’“Independent” che assume Ellery (mille dollari ad articolo) sotto il nome di King, per trovare la verità insieme a Val.
Aggiungo, tanto per dare un’idea della complessità del plot: un soprabito preso per sbaglio che sparisce, un libretto bancario con cinque milioni di dollari, un binocolo ammaccato, una clava indiana, un uomo con due dita (forse), un codice delle carte da gioco, un dittografo, un guardiano che mente e Rhys, messo agli arresti come sospettato, che accetta la prigione e non vuole difendersi. Perché?…
Tanti dubbi, tante domande come abbiamo visto, e altre che sorgono soprattutto rispetto alla meccanica del delitto. Polizia piuttosto miope su certi indizi rilevanti (però c’è, apposta, Ellery, anche se abbastanza defilato rispetto ad altre storie). Scrittura felice dell’autore, intrisa di humour, che fila via spedita come un treno in orario.

Il banchiere assassinato di Augusto De Angelis, Sellerio 2009.
Legge Freud, Lawrence, Platone, Le epistole di San Paolo. Perché mai, allora, fa il commissario di Pubblica Sicurezza, si domanda Carlo De Vincenzi nella Milano degli anni Trenta nebbiosa, cupa e infreddolita. Per l’enigma da sciogliere, il colpevole da individuare?… No, no per il mistero dell’animo umano. “Io sento la poesia di questo mestiere” dichiara e il personaggio è già lì bell’e fatto. Colto, sensibile e nello stesso tempo deciso e pronto, se necessario, a saltare qualche regola che intralcia “Io debbo ricorrere agli altri mezzi, se voglio arrivare sino alla verità, a tutti gli altri mezzi, qualunque essi siano. La mia coscienza me lo permette, anzi mi ci obbliga, anche se il regolamento o il codice me lo vietano.”
Al dunque. Siamo nell’ufficio del commissario. Di notte (addirittura). Ecco irrompere l’amico Giannetto Aurigi che ha un grosso debito con il banchiere Mario Garlini. Due chiacchiere e una telefonata improvvisa. Notizia: il suddetto Garlini è morto proprio nell’appartamento dell’Aurigi.
Causa della dipartita un foro di pallottola alla tempia, per terra una fialetta di profumo d’oro con odore di mandorle amare. Ovvero acido prussico. E che c’incastra? Prime impressioni e rimuginamenti che seguiranno per tutta la vicenda imperniata sugli sghei e sull’amore, sul classico triangolo, la fidanzata dell’Aurigi, l’inquilino del terzo piano, il cameriere che sparisce e riappare, la pendola che segna un’ora avanti (perché?) e addirittura qualcuno pronto ad autoaccusarsi del delitto! Personaggi che entrano ed escono da una porta come all’aprirsi di un sipario, qualche stilettata al detective privato Harrington, tipico rappresentante del modello poliziesco anglosassone.
Il primo giallo di De Angelis teso a creare un clima particolare in cui immergere il lettore: “C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che pesava come qualcosa di mostruoso, d’inumano”, “De Vincenzi sentiva che la verità non era quella, che c’era qualche altra cosa di più oscuro e di più complesso.” Un personaggio soprattutto d’istinto e immaginazione forgiate dallo studio della psicologia, della psiche umana, combattuto fra solitudine, disagio e stanchezza.
La storia è finita (non una parola di troppo, non una parola fuori posto dentro uno stile che profuma di passato), e il nostro commissario ha gli occhi umidi. Nella sua stanza squallida con la scrivania “macchiata e bruciacchiata” e la poltrona consunta. Mica male.
Augusto De Angelis è stato il difensore della narrativa poliziesca, accusata dai fascisti addirittura di immoralità, e propugnatore, come prima di lui Alessandro Varallo, del giallo all’italiana. Morì per le conseguenze di una brutale aggressione fascista. E anche per questo lo ricordiamo.

Ombre di Stephen King, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale, Lee Child, Joyce C. Oates, Lawrence Block e altri, Einaudi 2017.
Ogni tanto bisogna buttarsi sul sicuro, su certi scrittori affermati di indubbio talento, per volteggiare in un’aria più tersa. Come in questo caso, su racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper. I suoi “quadri non raccontano storie. Ma hanno la capacità di evocare in modo potente e irresistibile quelle racchiuse al loro interno in attesa di essere raccontate” scrive Lawrence Block nella sua introduzione.
La vicenda può nascere da un semplice personaggio che fa il proiezionista. Da Cart Wright, per esempio, trent’anni, curvo, timido, timidissimo. Solo. Tutto preso dalla nuova “maschera” Sally di una “bellezza strepitosa”. Ogni giorno la guarda dalla cabina di proiezione. Ma ecco due tizi a pretendere il pizzo dal padrone del locale in cui lavora. Ed ecco nascere una nuova storia, insieme all’amico Bert, il passato terribile che ritorna, il padre che ha abusato di lui. Violenza che chiama violenza. Ieri e oggi. Sally deve essere protetta e, forse, accetterà il suo invito. O, più probabilmente, no. Prosa secca e brutale come l’esistenza umana. Che il dolore se ne stia rintanato in fondo all’animo.
Oppure da una ragazza nuda (indossa solo le scarpe) seduta su una poltrona azzurra che guarda alla finestra. Sembra aspettare qualcuno “Nella luce esangue di una mattina autunnale a New York.” Aspetta il suo amante, ormai “intrappolata” in quella stanza. Fa sempre tardi, ma lui ha la moglie e mille problemi. Le loro storie, le loro vite, il rapporto che si sgretola. L’odio, la violenza. Lui pronto ad uccidere, lei pronta ad uccidere. Sta per salire…
Donne, sempre donne, fortissimamente donne. Al centro della scena. Anche quando sembrano stare di lato. Donne furbe, ingegnose, vedi la moglie di Alfred, ormai morto ma con il quale continua a parlare durante un pasto ad una tavola calda. Sta fissando di proposito il padrone del locale. Così per attirare la sua attenzione. È in ritardo con il pagamento dell’affitto. Bisogna studiare qualcosa per rimediare. Ed ecco pronto il tranello, il trucco delle posate rubate.
Donne per una giusta vendetta. Come quella che appare alla finestra con reggiseno e mutandine rosa all’occhio del guardone assassino (pronte manette e coltello) che pregusta la sua nuova vittima come ha già fatto con la precedente. Ma ora la musica cambia…
Donne tradite che si ribellano, pronte a difendersi, a rendere pan per focaccia al maschilista imperante, donne dal passato doloroso che riversa il rimorso e l’odio verso se stesse. Il passato, il terribile passato ancora vivo nel presente, ragazze abbandonate, padri alcolisti, madri uccise.
E gli uomini? Egoisti, possessivi, violenti, sfruttatori o anche deboli, imbranati fradici, qualche volta buoni. Vedi Bosch, il mitico Bosch. Da poco investigatore privato deve sorvegliare una ragazza che scrive storie e che, per ispirarsi guarda al museo il dipinto Nighthawks di Hopper. Un bar di notte, illuminato solo dall’interno, il barista, una coppia da una parte, un uomo solo di spalle. Bosch deve riferire a chi lo paga se è sua figlia. Lo è ma mente, per salvarla. L’uomo solo al bancone è lui.
Racconti particolari, “strani”, “insospettabili”: una casa che “senza l’intervento di nessuno” ogni anno guadagna una stanza. Fenomeno inarrestabile. Ci vivono Fabius e Carmen. Ottimo rapporto con la suocera Callera (giocavano anche a scacchi) morta per infarto; gli Enderby, marito e moglie, siedono tranquilli e sereni nella sala della musica. Dall’armadio alle loro spalle colpi ripetuti, forti, insistenti. Di un tizio che aveva un bel conto alla Albany National.
Inquietudine, brivido, attesa, sospensione. Storie di amori finiti, di ricordi dolorosi, di qualcosa che si voleva e non c’è stata. Storie di “mancanza”, cambi lenti di prospettiva o il colpo improvviso che non ti aspetti. In prima o in terza persona, al presente o al passato attraverso una tecnica sopraffina.
C’è tutta la vita in questi racconti, c’è tutta la maledetta vita in queste vicende inquiete e inquietanti come i quadri di Edward Hopper.
Guardate i quadri, immaginatevi una storia e poi leggete.

Delitti a luci rosse di AA. VV., Einaudi 2017.
Una scorpacciata di racconti racchiusi in un vasto arco temporale. Qualche spunto.
Francisca “la più bella mulatta di Trinidad” che balla da sola al centro nel salone di don Armando. Ma nessuno la guarda. Hanno tutti paura, eccetto il nuovo maestro Sebastiano Luna. Ora è in pericolo di vita, soprattutto se ci parla. Francisca è la donna del bandito Corrado, guai a starle troppo vicino. Ma c’è qualcosa che non va, secondo lei, in questo ragazzo pallido, sottile “troppo magro per i suoi gusti”. Proprio qualcosa che non va…
In prima persona da un editor. Coppia Jim e Susan a cui piace il sesso violento. Sculacciate e frustate. Continuo tormento. Susan lo uccide ma il processo per la sua condanna è difficile. L’editor vuole andare dalla polizia per raccontare quello che sa, quello che Jim gli ha raccontato. Bussano alla porta. È Susan. O stai a vedere che…
Erin e la cassaforte. La sta scassinando. Ma non è sola, all’improvviso anche Daniels, l’uomo enorme che disprezza. Bisogna distrarlo, farlo parlare, cercando in qualche modo di raggiungere la pistola fra gli asciugamani. E se c’è bisogno del sesso anche violento, pur di agguantarla…
Rollie, giovane già noto come autore di gialli psicologici, a sessanta anni è presidente dell’American Mystery Writers. Nuovo racconto per l’occasione. In prima persona, lui innamorato liceale non corrisposto della bionda Babs. Sempre disponibile, come un soldatino ai suoi desideri. Occhio a chi potrebbe darle noia, si sa che qualcuno può approfittarne. Occorre aiutarla perché non le succeda niente. Forse un barbiturico…
Una ragazza trovata morta su un marciapiede, colpita con uno strumento appuntito sotto la mammella sinistra, violentata più volte. Una ragazza che faceva foto pornografiche. Già, le foto. Basta ingrandirne una per vedere qualcosa di interessante all’esterno dell’ambiente…(un classico).
In prima persona da un uomo geloso. Parla del suo amore verso la propria donna, “la donna della perdizione.” Assillato dai dubbi sul suo tradimento. Esce sempre a cavallo e ritorna felice. Basta! Una corda, una pistola…
Al Café Imperial. Pensa all’amante, pensa al marito tradito a cui vuole quasi bene. Eccolo in arrivo. Con le sue lettere alla moglie. Ora è morta. Obbligo un duello…
La contessa Gamiani, lesbica, e la giovane Fanny. Loro incontro sessuale. Ci si butta anche l’uomo che narra la storia. Sesso sfrenato e racconti di vita dei tre personaggi, imperniati sulle violenze in quel senso, tra suore, monaci, falli enormi e pure un asino. Gamiani e Fanny. Come si chiuderà la loro storia?…
Bette Mason ha solo le mani belle. Uccisa, le belle mani tagliate e poi sparite. Tracce di sangue sul tappeto. Come si potrà scoprire l’assassino? Forse da certe sigarette…
Parla la mamma di Antonio brava a fare il ragù “denso e vischioso”, mica come quella “sgualdrinella” di Marisa sposata a suo figlio. Un omicidio al sesto piano della sua casa, ovvero un pensionato ucciso con un taglio alla gola. Sparisce la madre, in casa tutto in ordine, solo un cassetto aperto, quello dei coltelli di cucina. Finale drammatico con confessione.
Dave e Merle allo Starlite Drive-in. Quarant’anni. Parlano di film, della ragazza che si è fatta uno dei due. Sembra una cosa passata. E, invece, la ragazza è nel bagagliaio. Meglio farsele morte che vive. Ma a Merle manca qualcosa.
Selezione dei racconti un po’ a caso, senza una linea sicura e di alterno livello. Gli autori, comunque, non sono mica male. Eccoli: Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale.
Sesso e morte. Occhio, ragazzi!

Per chi vuole buttarsi sulla fantascienza ci sono Robot 80 e Robot 81 di AA. VV., Delos Books 2017. Racconti, interviste, critiche da leccarsi i baffi. Racconti sul nostro futuro incredibili, inquietanti, che lasciano il brivido e fanno riflettere. Oggetti misteriosi, case parlanti, robot di tutte le specie, invasioni aliene… Racconti, dicevo, impossibili o, addirittura, profetici. Le nuove, straordinarie tecniche e l’uomo con le sue aspirazioni e i suoi sentimenti. Ci sarà uno scontro o un compromesso? Che fine farà? E la terra? Sarà ancora un luogo utile? Chi ci sarà al nostro posto? Dove andremo a vivere? Sicuro che drastici cambiamenti migliorino la nostra vita? Sicuro che allungarla troppo ci renda felici?… Domande e domande. Dubbi e rovelli tra i quali, forse, qualche speranza che l’uomo non voglia perdere la sua umanità. Speriamo.

Un giretto tra i miei libri
Per un certo periodo di tempo ho pensato che Ben Pastor fosse un uomo. Anche se talvolta in terza di copertina la fotografia, seguita dalla opportuna didascalia, mi rendevano edotto del contrario. Ben, che io associavo alle fattezze di un maschio, era invece una gentil signora dal volto interessante. Ma io mi piccavo nel mio intimo che fosse un uomo e non c’era verso di togliermelo dalla testa. Solo con La morte, il diavolo e Martin Bora, pubblicato dalla Hobby & Work 2008, mi sono finalmente convinto del sesso dell’autrice. Misteri del cervello umano…
Ma bando alle ciance e vediamo un po’ di cosa si tratta: praticamente una antologia di racconti più o meno brevi incentrati quasi tutti sulla guerra. Che sia la seconda guerra mondiale o la prima, oppure il conflitto civile spagnolo sempre di guerra si tratta. Con al centro il giovane capitano dell’esercito tedesco Martin Bora, o più precisamente Martin Heinz Douglas Bora l’“uomo giusto nella divisa sbagliata”. E uomo colto se è laureato in filosofia, sa suonare il pianoforte, cita Dante e Virgilio, legge “Gli esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola e le poesie di Garcia Lorca, le massime di Rochefoucauld, le poesie di Hoelderlin, l’Odissea, la Bibbia, i Promessi Sposi e via discorrendo.
Colto e pure bello. Alto, slanciato, occhi con iridi verdi cerchiate di azzurro, impeccabile nel vestire, “nato ricco e aristocratico” e dunque non gli manca niente se non fosse per la mano sinistra artificiale, persa quella vera durante un incidente. Sposato con Benedikta, che chiama affettuosamente Dikta, invano in attesa di un figlio che non riesce a portare avanti (tre aborti). Sicuro di sé, fermo autocontrollo ma a volte “una lama di malinconia” sembra che venga a turbare la solidità della sua sicurezza. Forte senso del dovere e nello stesso tempo la quasi certezza che qualcosa non quadri “Eppure spesso gli sembrava che soldati come lui fossero carta straccia, appallottolata in mano a qualcuno e in procinto di essere buttata via”.
Brevi spunti: una Balka, cioè una prostituta uccisa con le mani mozzate durante l’“Operazione Barbarossa” con tre possibili indiziati: il vecchio beone, il mercante ebreo e il giovane fannullone innamorato. Chi dei tre o forse altri?; un uomo ucciso, un cane morto, un microfilm, un attentato mortale nella Praga del 1942; un rapimento nell’Appennino nord-occidentale del 1944, una povera donna vedova con tre figli, tre persone uccise, partigiani fatti prigionieri, una ausiliaria fascista dispersa, fatti che si intrecciano, si seguono, si incontrano e ricompongono in modo quasi naturale.
E poi non c’è solo Martin Bora. C’è il signor luogotenente di giustizia Don Diego Antonio e siamo nel 1630 a Milano ai tempi, dunque, dei “Promessi Sposi” ad indagare su una monaca assassinata; c’è l’episodio delle vettovaglie sparite e un colonnello italiano ammazzato nella guerra del 1918; c’è un soldato dell’ONU con il cranio sbriciolato da un grosso calibro nella Sarajevo della ex Jugoslavia nel 1994; c’è un incontro tra due nemici nella battaglia di Gallipoli del 1915 con l’evocazione del passato e dei propri cari morti come nell’Odissea; c’è Nino Bixio e i fantasmi; c’è la Kiria Andreou seguita da un giovane spasimante e c’è infine Remedios amata da quattro uomini. Quattro amanti e quattro ricordi diversi.
Dunque la realtà più cruda, il sogno, la fantasia, l’aspetto psicologico che incalza, “streghe, fantasmi, eroi mitologici dell’antica Grecia” che irrompono sulla scena. Prosa agile, sicura. Ora realistica con ampi squarci di paesaggio a suscitare stati emozionali, ora nuda e schietta, ora evocativa e suggestiva a lasciare uno strazio o un dubbio o una scia di amarezza nel cuore. O un mistero.
Finalmente una scrittrice vera.

I morti ammazzati sono un ingrediente necessario del romanzo poliziesco. A volte ne basta uno per decretarne il successo, talaltra se ne aggiungono ancora (di solito due o tre), per rendere la vicenda più movimentata. Colleen McCullough, autrice famosa per Uccelli di rovo, non ha badato a spese e in La morte in più, Rizzoli 2010, te ne ha infiocchettati dodici nello stesso giorno, 3 aprile 1967, a Holloman, piccolo paese del Connecticut: quattro avvelenamenti, un crimine sessuale (praticamente uno stupro), tre morti per arma da fuoco (con silenziatore), la fine violenta di una prostituta (gola tagliata), due soffocamenti con cuscino, una tagliola per orsi (sì, avete capito bene).
Si parte proprio dal caso dello studente ricattatore Evan Pugh ucciso dalla tagliola per orsi nella sua camera (un marchingegno infernale), per continuare con gli altri, tra cui quello di Desmond Skeps, il responsabile del colosso degli armamenti Cornucopia.
Ad indagare il capo della polizia Carmine Demonico, occhi color ambra e capelli neri tagliati corti, laureato nel ’48, arruolato dopo Pearl Harbour, divorziato da Sandra cocainomane da cui ha avuto figlia Sophie (sedici anni) e risposato con la spilungona Desdemona che gli ha dato un bel maschietto. Suo capo il tenente Mickey McCosker, suoi sottoposti che lo aiutano nelle indagini Abe Goldberg e Corey Marshall, sua segretaria l’attiva e intraprendente Delia Carstairs (veste in maniera orribile), medico legale il cugino Patrick che è per lui come un fratello. Non manca l’amico fidato sul quale scaricare qualche sospetto.
Sembra che tutti gli omicidi siano stati organizzati da una sola persona, il Genio, che li ha eseguiti personalmente o fatti eseguire da professionisti (arrivano anche le sorprese). Siamo al tempo della guerra fredda e dunque ci si aggiunge lo spionaggio sovietico, l’intervento dell’FBI (Ted Kelly), gli agguati alla famiglia e a lui stesso per farlo desistere dall’indagine.
Un giallo che non si fa mancare niente: il personaggio principale (un po’ grigio) con famiglia da salvare, i due aiutanti in lotta promozionale fra loro, l’ecatombe di corpi ammazzati con relativo trucido contorno, lo spionaggio, gli agguati, il Genio, o Ulisse che dir si voglia, che uccide e fa uccidere, il movimento delle femministe, qualche problemuccio di cuore, il dubbio, il rovello, il piccolo depistaggio, le lettere con la spiegazione finale. Scritto pure benino da un’autrice di successo. Solo che il tutto va via liscio e sonnacchioso come qualcosa di risaputo e rivisto (perfino nei film), come una vecchia cantilena che ripete brani di vecchie cantilene.
L’ecatombe non paga.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Rondini d’inverno di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2017.
A Torino “Degio” aveva letto il primo capitolo e ormai tutti aspettavamo a gloria il nuovo Ricciardi e lui, puntuale come un orologio, ce l’ha servito su un piatto d’argento. Et voilà, il barone di Malomonte, il suo primo commissario (forse il più amato?) l’inossidabile bel tenebroso dagli occhi verdi, bramato da molte donne, ma con il macigno, insomma con il “Fatto”, quel peso morto, quella condanna che lo perseguita da quando era bambino di poter percepire le ultime parole e le ultime sensazioni delle vittime di morte violenta… E, come logico, con lui risalgono sulla scena il suo pilastro, il brigadiere Maione, l’intelligente e antifascista medico legale dottor Modo, e Bambinella il femminiello, che poi è il loro orecchio aperto ad ascoltare le voci della città. Ma torniamo a noi e a Rondini d’inverno in cui la celebre canzone napoletana Rundinella funge contemporaneamente da fil rouge e da colonna sonora. Apertura del romanzo con un vecchio musicista che accarezza il mandolino mentre parla con il suo allievo e poi via con la storia, praticamente tutta narrata in flash back e stampata in corsivo: Natale è passato da poco e, benché il clima sia stranamente primaverile per la stagione, la città ha digerito il pranzo del 25 e pensa già al cenone di Capodanno; sul palcoscenico dello Splendor, celebre teatro di varietà, il grande attore e cantante Michelangelo Gelmi, come ogni sera, si prepara a “sparare a sua moglie” Fedora Marra. Niente di strano, la scena fa parte del copione e si ripete tutte le volte che recitano nella canzone sceneggiata. Solo che quella sera, il 28 dicembre, dentro il caricatore della pistola, una calibro nove, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. E quando Gelmi spara “l’attrice viene proiettata all’indietro, scomposta, i piedi sollevati da terra, le braccia larghe” e… “sul corpetto bianco del costume si allarga un’ampia macchia scura”. Ha ucciso Fedora, la sua compagna di vita e di palcoscenico. Poi, disperato, proclama a gran voce la sua innocenza ma ben pochi gli credono: tutti i fatti indicherebbero la sua colpevolezza. Gelmi, già in là con gli anni, stava perdendo la voce, beveva troppo e la sua carriera era in declino. La sua permanenza sul palco dipendeva ormai solo dal sodalizio con la moglie, Fedora, una stella dello spettacolo giunta al culmine del successo. Lei era molto legata al marito però, così mormoravano certe voci, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Dalla prima ricostruzione dei fatti si direbbe che il caso sia già risolto, ma il nostro commissario non è convinto. Qualcosa non quadra, vuole approfondire. Tuttavia, mentre il fedele brigadiere Maione scorrazza perigliosamente per la città al volante della vettura di servizio per aiutare il dottor Modo, proprio lui Ricciardi, che nel frattempo pare sia arrivato a dare una svolta alla sua vita sentimentale (traduco: ha finalmente baciato Enrica, la giovane e timida vicina di casa), è tenuto sotto costante pressione dal vice questore Garzo, che non si vuol guastare le feste. Insomma deve muoversi e sbrogliare in fretta la forse misteriosa vicenda, senza lasciarsi distrarre dalle faccende personali, da certe velate minacce riportate e dall’inconsueta cortina di nebbia che, calata improvvisamente su Napoli, l’avviluppa come un sudario, pronta a nascondere qualche colpo di coda. Anche stavolta, come per le precedenti avventure di Ricciardi, una altera, fastosa e festosa città partenopea degli anni Trenta (ventesimo secolo) funge da splendida cornice alla fascinosa prosa “degiovanniana”. Indimenticabili le melodiose canzoni che punteggiano la narrazione. Al prossimo Maurizio. Purchessia!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta si cambia! Vi presento Omicidio sulla Tour Eiffel di Sir Steve Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015 (e il mio nonno si frega le mani).
Parto dai personaggi: Samuel, Agatha, Larry e Gaspard Mistery. Agatha e Larry di dodici anni! Ah, dimenticavo… c’è anche il gatto Watson che porta un nome famoso (me lo ha detto il solito). Vivono tutti a Londra ma dovranno partire per Parigi. Perché?, vi domanderete. Perché lì è avvenuto un omicidio per avvelenamento da stricnina. Più precisamente di un diplomatico russo e i nostri detective dovranno risolvere il mistero.
Tutto gira intorno a una rosa rossa, cioè alle ultime parole del morto. Ci sono tre indiziati: il primo ha una rosa rossa tatuata sul collo, il secondo ne ha una proprio sul suo comodino, la terza, una donna, indossa un vestito di rose rosse.
Chi sarà il colpevole? Basta continuare la lettura che ha anche diversi spunti divertenti, soprattutto nella persona di Larry. Così voi vi divertirete a cercare di scoprire l’assassino e io finisco prima la presentazione.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2017

Il postino
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta. Un ometto basso e secco dalla bocca storta che viaggiava su una Guzzi rossa come il fuoco con una cartellona a tracolla. Carattere fumino soprattutto quando giocava a biliardo al bar Italia. Saputa la cosa una folla di frequentatori si assiepava lungo i bordi, per assistere alle sue scenate che, prima o poi, sarebbero venute fuori. Ad aspettare quando si sarebbe incazzato per un tiro andato a male o un commento non gradito (occhio che ti poteva tirare addosso la boccia), con il rossore che si spargeva a ondate sul viso, le vene gonfie, la vocetta stridula che ne diceva di tutti i colori e il ghigno grottesco della bocca storta.
Appassionato di pesca se ne andava spesso con le sue canne lungo il torrente del paese. E noi, ragazzacci di strada, a tirare i sassi nell’acqua per farlo arrabbiare. “Una mela, due mele, ma tutto il melo no!” gridava esasperato. E via a gambe levate per non farci prendere. Filava veloce sulla Guzzi come un pilota di formula uno facendo sobbalzare i poveri passanti, ma non si vedeva tanto era piccolo e sembrava che la moto se ne andasse da sola guidata da un fantasma.
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta.

Assassinio a Brunswick Gardens di Anne Perry, Mondadori 2017.
Brunswick Gardens. La signorina Unity Bellwood è caduta dalle scale nella lussuosa casa del reverendo Ramsey Parmenter spezzandosi il collo, dopo un acceso diverbio con il medesimo. Le sue ultime parole, udite da alcuni personaggi “No… No, reverendo!”, lo mettono in grave sospetto di omicidio. La vittima, “un’antichista di grande talento”, assisteva Parmenter nella stesura di un testo teologico e seguiva le moderne idee evoluzionistiche di Charles Darwin che stavano suscitando grande clamore nella società vittoriana del tempo. Inoltre era molto bella, attraente, femminista ed estremamente libera in fatto di sessualità.
Una specie di bomba a orologeria nella casa del reverendo. Nella quale vivono la moglie Vita, le figlie Clarice e Tryphena (difende a spada tratta la morta e il femminismo), il figlio Mallory, sacerdote cattolico, e il vicario protestante vedovo Dominic Corde, dotato di un fascino naturale sul gentil sesso, cognato di Thomas Pitt e Charlotte (innamorata di lui da ragazza), di cui aveva sposato la sorella maggiore Sarah, assassinata in Cater Street.
Secondo il vicecomandante Cornwallis c’è bisogno proprio del sovrintendente Thomas Pitt per risolvere il caso. Primo indizio la suola di una delle scarpe della morta ha una strana macchia scura con un certo odore chimico, praticamente di una sostanza versata nella serra dell’abitazione. Potrebbe servire in seguito… La situazione si complica con la scoperta che Unity era incinta di tre mesi. Di chi? Di qualcuno della casa? Di Ramsey stesso? dell’affascinante Dominic diventato “preda” della vittima? di Mallory? O di chi altro?…
Thomas vuole vederci chiaro. Si scava nella vita di alcuni personaggi principali e se ne scopriranno delle belle, si assiste a una sequela di scontri quotidiani tra i vari membri della famiglia, ognuno con le proprie convinzioni, con la propria “verità”. In crisi anche il vescovo Reginald Underwill (crede nella colpevolezza del reverendo) contrastato dalla moglie Vita “Come potremo impedire che la grande opera costruita dagli uomini e dalle donne cristiane venga ostacolata dallo scandalo che ne potrebbe nascere? Non ti sembra di vedere già i titoli dei giornali: “In odore di vescovato, uccide l’amante?””. Un mezzo, per lui, ci sarebbe. Convincere Ramsey a chiedere l’infermità mentale (vedete un po’).
Il nostro Pitt riuscirà a risolvere il mistero (anche la moglie Charlotte si dà da fare) con tatto e tenacia tra un excursus sulle idee di Darwin e sul femminismo, sul loro impatto nei rapporti con la Chiesa, sull’ordine patriarcale e il maschilismo imperante in una società vittoriana votata alla subalternità della donna, tra passioni, amori (anche quello saffico), gelosie, sospetti e odio al centro della scena. Finale concitato con punte di umorismo, vedi il vicario che vacilla e geme.

Il giardino delle rose di Christianna Brand, Mondadori 2017.
“Estella Devigne è una diva del palcoscenico. La sua grande popolarità non le deriva tuttavia dal talento, ma dalla figlia Sweetheart, nata da una relazione turbolenta con un gangster che sta scontando una condanna in un carcere americano. La bambina, rimasta sciancata in seguito ai maltrattamenti da lui inflitti alla madre durante la gravidanza, vive nascosta in un angolo segreto del Galles, in una villetta con un giardino di rose.”
Grande successo ha il Diario, pubblicato a puntate sul “The Voice” dell’amico giornalista Johnny Smith, dove Estella riporta i pensieri e le poesie della figlia, scritte in realtà dalla segretaria Bunny Paul. Diario letto addirittura dal padre Al (figlioccio di Al Capone) che ora sta per arrivare con l’amico Elk Moose. “Lo hanno rilasciato prima del tempo a causa del cuore. E prima di morire vuole vedere Sweetheart.” Se ne prospettano delle belle, insieme al viaggio esilarante dei due tra strade affollate di animali (mucche, greggi, coppie di agnellini). Comunque il fatto grave è che Sweetheart non c’è più. È scomparsa.
Caso complesso per l’ispettore Chucky “bel fisico, asciutto, dritto come un fuso, lo sguardo altero di un pastore dell’epoca vittoriana, intelligenza e spirito in parti uguali…” Anche perché di lì a poco Al defunge per un attacco di cuore e la sua guardia del corpo è colpita a morte. Chi l’ha uccisa?
Caso complesso, dicevo, e storia complessa con Sweetheart che sparisce, sembra ricomparire (qualcuno l’ha vista da lontano con il suo vestito rosso), forse è stata nascosta, esiste o non esiste?, tutto inventato? Mille domande e ripensamenti per l’ispettore. E un giardino di rose che crea disagio “Passando accanto all’aiuola di rose Sweetheart in fiore, sentì qualcosa di strano in fondo all’animo, qualcosa che non riuscì a captare.” Già le rose…
Un plot di avvenimenti concitati, di situazioni con “colori” diversi, dall’ironico al farsesco, dall’orrifico all’intrigo, ai colpi d’effetto. Che può entusiasmare o abbattere.

Sherlock Holmes – La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer, Mondadori 2017.
Una nuova storia inedita di John H. Watson arrivata all’autore dallo zio Henry in circostanze fortunate. Una storia scritta, anzi dettata dallo stesso a una dattilografa, all’età di ottantasette anni. Dunque scusate qualche manchevolezza nello stile (dichiara Watson-Meyer…).
Dopo una lunga assenza ecco Sherlock Holmes comparire all’improvviso nella casa del dottore. In condizioni pietose “La pelle aveva un colore malsano, e gli occhi erano privi del consueto scintillio…”. Insomma è ridotto male. Farnetica di fucili ad aria compressa, di un certo professor Moriarty “un individuo rotto a depravazioni e orrori di ogni sorta”, il capo di ogni crimine. Chiaro che sia sotto l’effetto della cocaina di cui fa uso. Occorre guarirlo, tanto più dopo che lo stesso Moriarty si è presentato da Watson per informarlo che è da lui perseguitato: lo pedina, passa le notti davanti a casa sua, gli scrive lettere minatorie.
Ci vuole una cura energica. C’è un giovane medico a Vienna, un certo Freud che potrebbe fare al caso suo. Come convincere Holmes a spostarsi in Europa? Basta farci andare anche Moriarty, secondo il suggerimento del fratello Mycroft, e, sicuro, Sherlock lo seguirà.
Fatto. Anche per mezzo del cane Toby, un po’ malandato ma efficace. In casa di Freud subito il Nostro sottoposto a ipnosi per ricercare la cocaina nascosta da qualche parte. Ci vorrà un po’ di pazienza per farlo guarire.
Ma ecco arrivare il caso di una ragazza rapita che tenta di gettarsi in un canale. Sotto ipnosi dice di chiamarsi Nancy e di essersi sposata in un “bordello” con l’ormai defunto barone Karl von Reinsdorf. Non è la sola, perché anche la compagna di un giovane ribaldo sfregiato (ce l’ha con gli ebrei ed è battuto a tennis da Freud) afferma di essere lei la moglie del barone. Allora chi è veramente Nancy? Dice la verità, mente, o è stata ingannata? Ora si trova all’ospedale e per Holmes sta rischiando la vita. Bisogna salvarla anche perché dietro si macchina una diabolica cospirazione che può provocare implicazioni internazionali. Finale pirotecnico con inseguimento lungo i binari della ferrovia e duello come in certi film western. Non è finita, c’è ancora qualcosa da scoprire nell’inconscio di Holmes…
Ottima lettura, ottimo incontro-scontro-collaborazione tra il Detective e lo Psicanalista. Spunti sulla Londra nebbiosa, sulla Vienna del 1891 con una variegata popolazione dell’impero, “soleggiata e decadente”, con i suoi caffè, il “cuore della vita intellettuale e culturale, posti dove si poteva trascorrere piacevolmente una giornata senza assaggiare nemmeno una goccia di caffè” e ci si poteva pure giocare a scacchi…(mia fissazione).
Qui troviamo un Holmes diverso (non mancano, però, le sue micidiali deduzioni e travestimenti), preso dalla droga, che lotta, recalcitra, si infuria, delira, incuriosito, poi, dalla nuova disciplina di Freud per mezzo della quale scopriremo anche perché “si droghi, perché veda nel professor Moriarty il suo arcinemico, e come mai provi una diffidenza istintiva verso le donne” (Pachì).
Per maggiori informazioni sull’autore, sul Canone e la fortuna del libro il bell’articolo Un sette per cento… legale del nostro Luigi Pachì, proprio in fondo nella rubrica Sotto la lente di Sherlock.

Viaggiare in giallo di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri, Sellerio 2017.
In breve, anzi brevissimo…
Senza fermate intermedie di Antonio Manzini
Una riunione di condominio è sempre meglio della festa del 161° anno dalla fondazione della polizia di stato: questo pensa Rocco Schiavone quando sale sulla Frecciarossa con l’anatomopatologo zoppicante Alberto Fumagalli. Qui personaggi di varia umanità, tra cui uno che rompe con il cellulare. A un tratto urlo di una donna che chiede aiuto e muore d’infarto. Per il figlio scomparsi gioielli di antico valore. Terzo furto nel giro di un mese. Bella gatta da pelare per il nostro. E poi c’è la riunione condominiale. Che giornata!
Il testimone di Francesco Recami
Sul treno Frecciarossa Enrico, detto Cipolla, anni 5, seconda materna. Meta finale la Sardegna. Tutto preso dalla velocità (treno, traghetto, elicottero, motoscafo). Al gabinetto vede qualcosa di particolare. Incontro con il nonno Amedeo Consonni, dato per ucciso, ma vivo e vegeto sotto protezione della polizia. Nel WC del treno nigeriana uccisa impalata. Enrico aveva visto giusto..
In crociera col Cinghiale di Marco Malvaldi
Sei famiglie in crociera di cui quattro subiscono un furto nella propria abitazione durante la vacanza. Discussione sull’episodio al BarLume tra i soliti, conosciutissimi personaggi del nostro Malvaldone. Per scoprire il mistero occorre salire e indagare sulla nave maledetta. Ed ecco lì Massimo Viviani, barista, con ventinove volenterosi, adepti della Loggia del Cinghiale. Anche per gesto d’amore verso il vicequestore Alice Martelli.
La segreta alchimia di Gaetano Savatteri
Un viaggio a Praga per due (lo ha vinto Beppe, milionesimo cliente del centro commerciale). Anzi, per tre che, oltre a Beppe e all’amico Saverio si aggiunge Suleima, la ragazza di quest’ultimo. Uno scambio di valigie e camera devastata. Perché? Cosa cercano? E cosa vuole l’intrigante Larisa incontrata in precedenza? Sono finiti dentro una spy story?. Scontri, botte e pure le reliquie di San Vito (scoprirete cosa c’entrano).
Killer (La gita in Brianza) di Alessandro Robecchi
Il dottor Falcone, insieme all’amico Oscar, alla ricerca di un ladro. È stato rubato il cane Killer, una specie di Chihuahua, alla bellissima Francesca Monterossi. Il dottor Marsini Bisi, suo amico, vuole sapere cosa c’è dietro al furto. Anche perché il collare del detto Killer è composto da quattordici diamanti di notevole valore. Qualcosa puzza…
Un vero e proprio viaggio di Alicia Giménez Bartlett
Su un autobus di linea la studentessa Marta Marzi apre quella che dovrebbe essere la sua valigia e vi trova dei resti umani dentro sacchetti di plastica. C’è stato, evidentemente, uno scambio. Indagano i famosi Petra Delicado e Fermin Garzón che si “pizzicano” a vicenda (divergenze anche sui viaggi). Sul corpo niente tracce di droga ma una mano spalmata di cocaina. Sospetto: Marta esce con un ucraino malvisto dal padre…
Sei storie, sei scrittori ognuno con il proprio stile, ma qui c’è un’affinità di fondo tale da creare un impasto omogeneo, un’atmosfera costruita di schemi ingegnosi, brividi sorridenti, di citazioni a go-go (improrogabili quelle su Sherlock Holmes), ammiccamenti, sorprese, piccoli colpi di scena, personaggi conosciuti e nuovi che rimangono impressi nella memoria. A tratti spunti sulla vita di ogni giorno, sulla società, sui banchieri affaristi, sui tempi cambiati “Troppe ansie di ricchezza, troppi film, troppi viaggi in internet”. Lettura veloce, leggera, gradevole. Con la Sellerio si va sul sicuro. Sarà un caso ma fino ad ora tutti i libri letti di questa casa editrice mi hanno soddisfatto. E, sottinteso, senza averli ricevuti in omaggio.

Velocissime
Uno sparo nel bosco di Victor L. Whitechurch, Polillo 2017. Un uomo morto nel bosco. Ucciso, naturalmente. Ricco, bello, elegante, “dal sorriso incantevole”. Una persona a modo. Ma sarà proprio così?
Chi desidera una riconsiderazione degli studi classici su butti su La discendenza di Angela Capobianchi, Novecento editore 2017. E ho detto tutto.
Il caso della zitella acida di Milward Kennedy, Polillo 2017. Tipico villaggio inglese con la zitella acida che muore avvelenata dall’arsenico. E si scoprirà, poi, che anche la sorella ha fatto la stessa fine…
La ragazza di Venezia di Martin Cruz Smith, Mondadori 2017.
Una ragazza ebrea che cerca di sfuggire ai nazisti e alle SS. Amore e morte al tempo dell’odio. Pagina da ricordare della storia italiana.
Un altro commissario. In Mongolia (si trovano dappertutto). Con Tempi selvaggi di Ian Manook, Fazi 2017. Sfortunato, secondo abituale cliché. Figlia rapita e uccisa, compagna impazzita. In lotta anche con i tempi moderni che portano solo povertà. Ottimo giudizio di Giancarlo De Cataldo.

Un giretto fra i miei libri
La mattina del 25 dicembre di C.H.B. Kitchin, Polillo 2011.
Raccontato in prima persona dal giovane agente di cambio Malcom Warren che alla vigilia di Natale si trova a Beresford Lodge, nella magnifica residenza di Axel Quisberg, uno dei suoi migliori clienti. Bella accoglienza tra moglie, figli, un dottore e… e uno strano gioco con le sedie. Malcom cade, si sloga un polso, subito a letto e la mattina successiva si ritrova con un cadavere in terrazza! Più precisamente quello della moglie ansiosa del segretario Harley “occhialuto e lentigginoso” che, come sonnambula, si dice, deve essere caduta dalla finestra superiore. Ma c’è uno strano odore di cloroformio nella sua camera… Axel e Harley, intanto, sono via per affari,
Iniziano i dubbi di Malcom su tutti i personaggi che girano per la casa, tutti gli sembrano strani (se ne salvano solo un paio), anche lo stesso signor Quisberg con quella sua aria ansiosa e furtiva. Ad aumentare la “stranezza” c’è pure una infermiera prosperosa che sa di essere desiderata con “il suo fascino insidioso”, un vagabondo che gira intorno alla casa e una sua frase enigmatica udita di soppiatto “Ecco con quella luce ho visto tutto chiaramente come lei adesso” che fa pensare.
Malcom è nervoso, agitato, non vede l’ora di ritornare al suo cottage, al suo prato, ai suoi fiori ma arriva un altro morto assassinato e una storia passata che si riversa nel presente. Al nostro agente di cambio si è aggiunto, nel frattempo, l’ispettore Parris, un bell’uomo, alto e simpatico sulla quarantina, occhi azzurri, capelli spruzzati d’argento, naso forte, mascella larga ed energica, e dunque dalle indagini si accerta che la caduta della signora Harley non è stata proprio accidentale (ma chi è veramente costei?).
Chiude la storia un colloquio finale lettore-Malcom su alcuni interrogativi posti dalla vicenda da cui si evince l’“incasinamento” esagerato della stessa e una nota sul romanzo poliziesco, visto come un cruciverba o un acrostico e come una “immagine angusta, ma intensa della nostra vita”.
Costruzione poco credibile, personaggi sbiaditi e un andamento lento e noioso come una giornata piovosa.

La medaglia del Cellini di Ngaio Marsh, Mondadori 2011.
Ngaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Già scritto per il precedente Delitto a teatro, elliot 2010, ma fa sempre bene ripeterlo per una scrittrice di indubbio talento.
Qui siamo di fronte a lettere ricattatorie nell’alta società di Londra e, come in tanti libri della Marsch, chi indaga è l’ispettore Roderick Alleyn di quarantatré anni, “un uomo tanto simpatico e con l’aria distratta” (visto da un personaggio), aiutato, questa volta, dall’amico Robert Gospell (Bunchy). Il cui nipote, tra l’altro, impelagato con un brutto tizio, gli chiede invano del denaro. Le indagini di Robert sembrano essere sulla buona strada, quando viene ucciso in un taxi da un individuo, uomo o donna che sia, coperto da un mantello e un cappello a larga tesa. Colpito alla tempia con un oggetto duro e poi strangolato.
E allora entra in scena il nostro Roderick coadiuvato dall’ispettore Fox. E subito sorgono delle domande. Con chi ha parlato e che cosa ha detto l’ucciso nell’ultima telefonata fatta in casa Marsdon prima di prendere il taxi? E che cosa c’entra una celebre medaglia di Cellini “incastonata in un cerchio di brillantini, su un astuccio d’oro fatto a macchina con un grosso brillante per chiusura?” A ciò si aggiunga una lettera compromettente di tanti anni fa, un libro particolare, cioè la “Medicina legale” di Taylor che ha un capitolo proprio sull’asfissia e altri elementi (depistaggi) sparsi ad arte in qua e là.
Grande sapienza nella costruzione dei dialoghi e di tutto il plot della narrazione, perfetta sintonia fra Alleyn, acuto osservatore (talvolta vengono rivelati i suoi pensieri sull’interlocutore di turno), e l’ispettore Fox “Entrambi accesero la pipa, e fra loro si stabilì quella piacevole sensazione di intimità che si forma tra due persone che lavorano silenziosamente allo stesso compito”.
“Piano di battaglia finale” che non prevede il solito circolo dei sospettati con il taumaturgo nel mezzo a concionare ma una loro entrata un poco per volta.
Un bel libro.

Alcuni spunti di lettura della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)
Carta vincente si rigioca e Paula Hawkins, dopo aver venduto oltre diciotto milioni di copie con La ragazza del treno, lo fa con il nuovo libro, ritracciando lo stesso schema narrativo, in un romanzo pieno di voci e di colpi di scena e che adotta le stesse ricette: capitoli brevi, l’alternarsi di voci narranti e il dipanarsi di altre storie parallele dentro una trama caratterizzata da diversi salti temporali.
Dentro l’acqua (Piemme, 2017) non è al livello del precedente ma si legge bene, con piacere e gran facilità. Questa facilità e l’interesse che i suoi personaggi femminili, complessi ma non scevri di umanità, suscitano nel lettore, pareggiano in parte i punti più deboli del romanzo che poi sono i troppi punti di vista, le troppe voci narranti che si susseguono, con le loro inquietudini e i loro problemi. Undici personaggi che si scambiano sulla scena sono tanti da metabolizzare. Ho fatto fatica a orientarmi e ritrovare la bussola. Una ricetta con troppi ingredienti? Forse. Poi però, finalmente, avviata su retto cammino, mi sono lasciata trascinare fino in fondo, fino all’astuta verità della Hawkins.
Entrambi i romanzi di Paula Hawkins, Dentro l’acqua come La ragazza del treno, riescono a ricreare passo passo l’atmosfera dell’ambiente. Qui l’insidiosa e sonnolenta Beckford, idealmente piazzata dall’autrice nel nord dell’Inghilterra, è perfettamente ricostruita, con le sue variegate pecche cittadine che riescono a mischiare la tragedia con il gossip. Dentro l’acqua incuriosisce e spiazza, strizzando l’occhio al soprannaturale. Non insegna niente di particolare, non è un capolavoro ma un romanzo ben congegnato e decisamente coinvolgente. Non importa che io vi dica da leggerlo perché tanto i fan hanno già decretato il suo successo.

Il Museo di Villa Borghese, una superba raccolta di capolavori, ha dovuto accogliere e ora mette in mostra un’agghiacciante nuova opera. Un gruppo che vorrebbe rappresentare la scultura di un mito, di Lacoonte, esibisce l’orrore dei cadaveri, di un uomo e due ragazzi, assassinati con inaudita crudeltà e messi insieme plasticamente in posa con corde e chiodi.  Steso a  terra, colpito alla testa con ferocia ma ancora vivo a mo’ di muto testimone, il custode della Villa. Dopo il successo di È così che si uccide, Mirko Zilahy torna in libreria con La forma del buio (Longanesi, 2017), una seconda, intrigante ed esplosiva sfida al lettore che, con scrittura potente e incisiva, va oltre le barriere codificate del thriller. La sua Roma diventa peggio di una jungla, tenebrosa  e angosciante dove il pericolo striscia nelle tenebre.

Bellissimo di Massimo Cuomo, E/O 2017. Un magico romanzo fatto di sensazioni, sfumature, reazioni umane che vanno dall’adorazione, la contemplazione, lo sbalordimento, all’accettazione di un qualcosa di diverso, di inspiegabile ma magnificamente e immediatamente tangibile.

Un pacifico ma pettegolo e ombrosamente omertoso paesino di montagna che cela una misteriosa galleria. Un inesplicabile vento chiamato il Buriano. Per un perfetto thriller giallo a sfumature noir, che poi è la nuova singolare indagine dell’ispettore Marzio Santoni, uno tra i più amati dai lettori italiani. Questa volta Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, dovrà vedersela con un Delitto con inganno, Newton Compton 2017. È questo il titolo del nuovo romanzo di Franco Matteucci, già finalista al Premio Strega.

L’apprendista di Michelangelo di Carlo A. Martigli, Mondadori 2017.
Un plausibile allievo e un’avventura da brividi per Jacopo da Pistoia, adolescente fuggito da casa in una notte del 1534 perché, innamorato della pittura, rifiuta di seguire le orme paterne e piegarsi a fare il lanaiolo e lavorare nella sua bottega. Un viaggio da incubo verso sud, costellato di affanni, fame, malattie e finalmente l’agognato arrivo a Roma, nella città eterna, culla dell’arte, dove operavano i massimi artisti del secolo. Ufficialmente scritto per ragazzi dai dieci anni in su, L’apprendista di Michelangelo di Martigli è vivace, ben costruito, credibile, intrigante e si fa leggere bene anche da coloro che tanto ragazzi non sono più ma portano la fantasia nel cuore.

Sete di Jo Nesbø, Einaudi 2017.
Sete narra, in 640 pagine “a tutta birra” (e non sono poche), del forzoso ritorno alle indagini di Harry Hole proprio quando, a quasi cinquant’anni, dopo aver mollato il lavoro sul campo accettando un incarico come insegnante alla scuola di polizia, si è tirato fuori dal gioco. Una dopo l’altra, due donne sono state trovate barbaramente uccise nella propria abitazione, e una terza ferita quasi a morte è in coma in ospedale. Uccise con morsi bestiali e dissanguate. Come se qualcuno avesse bevuto il loro sangue. Atmosfere, mentalità e abitudini nordiche abbastanza lontane dalla nostra realtà. Suspense garantita e clima incandescente per un thriller decisamente azzeccato.

Un attacco da incubo per Gli eredi di Wulf Dorn (Corbaccio, 2017), con la telefonata di un testimone che denuncia un grave incidente della strada nella notte mentre nella zona infuria un uragano… Purtroppo l’elicottero dei soccorsi non può levarsi in volo e, quando finalmente i pompieri e l’ambulanza raggiungono il posto, trovano una giovane donna ferita, ma miracolosamente ancora viva. E adagiato nel bagagliaio della sua auto il cadavere di una bambina a cui è stato sparato un colpo in testa. Stavolta l’autore lascia un po’ dietro l’angolo i suoi canoni più classici che abbiamo letto in La psichiatra, Phobia Incubo e costruisce una funambolica favola amara su base horror e quasi a binario unico, perché affidata per la maggior parte alla voce narrante di Laura Schrader. Una favola amara in cui si mischiano temi di spaventosa attualità, come l’inquinamento e l’imbarbarimento del pianeta, la cattiveria insita nell’uomo (che forse nasce con lui) e un fantascientifico soprannaturale che dovrebbe regalare al futuro una pseudo vita da zombie con per unico scopo la sopravvivenza. Quale invece potrebbe mai essere?

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
questa volta vi presento Le avventure di Robinson Crusoe di Daniel Defoe, PIEMME 2017, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Il mio nome è Robinson Crusoe e sono nato a York, in Inghilterra, nel 1632 da una buona famiglia. Ho sempre avuto fame di avventure…
E di avventure ne avrà parecchie, sempre in giro sulle navi. Subirà una tempesta dalla quale si salva miracolosamente, verrà attaccato e fatto prigioniero dai pirati, ci sarà un altro viaggio e un’altra tempesta che lo sbatte su un’isola. Qui è solo, solo con le sue forze e le sue capacità per sopravvivere. Questa vita solitaria comincia a piacergli (a me no di certo), ma arriva un nuovo fatto a sconvolgergli la vita. Non è solo in quell’isola! Forse, ci vivono addirittura dei cannibali… Brrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2017

Questa volta ho portato sulla tazza una brancata di poeti. Non fate quella faccia. Non storcete la bocca. Poesia e cruda realtà stanno bene insieme. E così, ponzando, mi sono lasciato trascinare con un groppetto in gola tra ermi colli, cipressi alti e schietti, donzellette che vengono dalla campagna, piogge torrenziali e piangenti, graziose lune e garzoncelli scherzosi che non sanno ancora cosa li attende nella vita futura (beati loro). Ho fatto una visitina alle Alpi e alle Piramidi, e già che c’ero anche al Manzanarre e al Reno, chiacchierato con vecchierelli canuti e bianchi, meriggiato pallido e assorto tra chiare, fresche e dolci acque, sono stato accarezzato dalla sera sulle sacre sponde di Zacinto, ritrovandomi di schianto, dopo altro poetico girovagare, tra le calde braccia di Teta.
Per finire in bellezza mi sono illuminato d’immenso e ho tirato lo sciacquone. Ah, la poesia!

Indagine a ritroso di D.M. Devine, Mondadori 2017.
“Scacco matto!”. Inizio col botto per il sottoscritto ammalato di Re e Regine. Ovvero fine partita tra Edward Haxton e Peter Bream, due tra i personaggi principali del libro. Il primo, insegnante universitario, “è nel mirino dei colleghi per la gestione disinvolta di certi libri contabili”. Insomma cercano di buttarlo fuori, ma lui reagisce minacciando di svelare certi segreti di uno scandalo di alcuni anni prima, quando una studentessa era morta per un aborto. Minaccia evidentemente concreta se Edward tira il calzino in circostanze poco chiare, causa monossido di carbonio uscito da una stufa allentata (chi ha girato la chiavetta del gas ha cancellato le impronte).
Peter è, invece, il figlio di un noto professore della stessa università, che era stato, forse, amante (si dice) della studentessa. Il classico passato funesto che ritorna. Ad indagare l’ispettore Finney e il sovrintendente Hulbert (Finney proprio non lo sopporta). Aggiungo in breve: aggressione ad una ragazza, un altro assassinio, una rivelazione, soldi per tenere la bocca chiusa a chi aveva praticato l’aborto, la cerchia delle persone sospette, certe lettere del professore che potrebbero rivelare fatti interessanti.
Per non aggiungere cose banali riprendo il giudizio di Francis Iles (Anthony Berkeley) del 1966, fatto conoscere dal nostro Mauro Boncompagni: “D.M. Devine è ormai diventato un maestro della moderna detective story ai suoi più alti livelli; e in ‘Indagine a ritroso’ gli indizi sono davvero succulenti. Questa storia dalla trama accattivante e dall’ambientazione universitaria, con personaggi vivaci e un mucchio di credibili complicazioni, sembra scritta apposta per coloro che amano un puzzle veramente buono. E la soluzione li lascerà ampiamente soddisfatti”.

Delitti quasi perfetti di AA. VV., Polillo 2016.
Dopo un momento di impasse, diciamo pure di crisi, la Polillo editrice si è ributtata a capofitto soprattutto sul giallo classico per la gioia di tutti i suoi aficionados e di coloro che amano la bella e buona scrittura. Per darvi un’idea della qualità dei racconti (anche un semplice sunto toglierebbe troppo spazio) basta fare l’elenco degli scrittori: Joseph Commings, Arthur Conan Doyle, Jacques Futrelle, Thomas W. Hanshew, Richard Keverne, Helen McCloy, Douglas Newton, Quentin Reynolds, Seamark, Edgar Wallace.
Delitti quasi perfetti, dunque. Delitti nel senso di morti ammazzati o di semplici furti. Sarebbero senz’altro perfetti se gli sfortunati autori non si trovassero fra i piedi gente con la testa grossa così (ho allargato le braccia). Tipetti come Sherlock Holmes e gli altri che troverete, certo non da meno. E se, talvolta, non facessero addirittura i furbi andando loro stessi, poveri innocenti, a chiedere di persona consiglio su qualche strano avvenimento. Quelli mica ci cascano. Chi tenta qualcosa di grosso, poi, deve anche tener conto della propria natura che potrebbe smascherarlo.
Racconti sul filo dell’impossibile, incipit memorabili “Quel pomeriggio Linda Carewe avvelenò suo marito. Lo avvelenò con l’arsenico”, oppure “Mr Jerold Pogarty realizzò la sua metamorfosi e commise il Crimine Perfetto”. Cultura (a volte si naviga tra Freud, Adler e Jung), varietà di stili, varietà di personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, varietà di soluzioni più o meno ingegnose (fra cui il travestimento) e di atmosfere. A volte da brivido con paesaggi tetri che sembrano percorsi dal Diavolo (lo urla perfino un prete), morti che dovrebbero essere morti e che riappaiono all’improvviso. Insomma tutti gli ingredienti per tenerci inchiodati alla poltrona (ma va bene anche una sedia). All’inizio di ogni racconto brevi notizie sugli autori citati.
Da leccarsi i baffi.

Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, Polillo 2017.
“Il cliente che si presenta nell’ufficio londinese dell’investigatore privato Philip Tolefree in una mattina di luglio è un personaggio famoso; Ronald Hudson, scrittore, avventuriero, esploratore. Il suo problema è una misteriosa lettera che contiene un messaggio in codice che non è in grado di decifrare. Potrebbe farlo Tolefree?”. Risposta positiva dato che la barba finta del suddetto ha colpito la sua curiosità. Ancor più dopo avere scoperto, sul suo biglietto da visita, diverse coppie di lettere fra le quali una corrisponde al nome di un suo amico avvocato. Curiosità spinta all’inverosimile se tale amico Feldelman lo informa di essere stato testimone di un suicidio nella casa di campagna stile Tudor del ricco industriale Sir Thomas Grymer, dove attualmente si trova, che ha organizzato una festa. Lewisson, un esperto chimico alle dipendenze del suddetto Grymer, si è ucciso sparandosi alla testa nella sua camera da letto, essendo stato trovato disteso sul pavimento con una rivoltella in mano. Così sembra, anche se Feldman nutre qualche dubbio. A scoprire il cadavere per primo un tale antiquario Borthwick che poi è partito. Sarà proprio Tolefree a presentarsi lì come critico d’arte Tudor per vederci più chiaro.
Comunque l’atmosfera, all’inizio, non è troppo pesante e c’è pure il tempo, per la figlia del canonico Marefield, di civettare con un paio di personaggi. Nove a tavola, fra cui il probabile assassino, dopo che il ritrovamento di un altro bossolo sotto la finestra della camera di Lewisson spinge Tolefree per questa soluzione.
Le indagini sono lunghe, circostanziate, sorrette, solo in parte, dai ricordi lacunosi dei possibili sospettati, tra una tirata di pipa e l’altra del nostro investigatore privato. E c’è una domanda che lo assilla “Che cosa aveva a che fare questa oscura tragedia con la visita di Hudson in Watling Street e lo strano compito che gli aveva assegnato?”. E poi il biglietto che gli era stato lasciato, guarda un po’, “Conteneva la lista di tutti i nomi presenti a quella festa…”. Incredibile coincidenza… Così come incredibile il fatto che l’assassino sia scomparso e abbia trasferito la pistola in mano al morto “nei pochi secondi prima che Borthwick arrivasse alla porta”. Un bel mistero che costringe la mente di Tolefree a “macinare” inarrestabile anche mentre guarda le stelle, attraversata dal dubbio “Questa volta sarebbe stato battuto?”.
Aggiungo solo un ladro che si aggira per la villa, un disegno a matita tra i fogli di calcoli del morto, e… le sue pantofole rosse. Che cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano… E saranno proprio queste a dare una bella mano al nostro tenace investigatore.
Lettura interessante con momenti di assoluta preponderanza di cellule grigie insieme ad altri di inquietante movimento. Sorprese a go-go con qualche lungaggine di troppo.

Robot 78, di AA. VV., Delosbooks 2016.
Non sono un esperto di fantascienza (a dir la verità non sono esperto di niente) per cui prendete queste righe come quelle di un neofita (ergo banali). Bella impressione. Belle letture in un territorio quasi del tutto sconosciuto. Intanto perfettamente d’accordo sull’editoriale Siamo stufi di esperti di Silvio Sosio. In giro c’è un’ignoranza, nel significato più preciso del termine, che fa paura. Si crede a qualsiasi “panzana” buttata nella rete e si snobbano tutti quelli che hanno certe credenziali di professionalità. Non c’è niente da fare. Per ora è così. Preghiamo o tocchiamoci.
I racconti. Di Mike Resnik, Sarah Pinsker, Domenico Gallo, Susanna Raule, Lorenzo Crescentini e Luigi Calisi.
Belli. Interessanti. Sia che si viaggi instancabilmente nel midwest americano alla ricerca di posti in cui cantare dal vivo in un mondo ormai morto su internet. Sempre insieme alla gente, sempre avanti. Musica e musica (viva la vita!). Sia che ci si ritrovi nella Russia di un prossimo futuro a vedersela con i Corridori, mostriciattoli di metallo e con una “falla” aperta dove essi stessi ritornano. Cosa può essere? Forse il loro nido?. Entriamo a vedere che la cosa ci incuriosisce… Così come ci incuriosisce, a Genova, la storia di Nico, un ragazzo del dopoguerra che ha il dono di leggere i pensieri degli altri. I morti ammazzati su un prato. Un tedesco che ha ucciso, l’attentato a Togliatti… Oppure, oppure siamo scaraventati in un’Africa del futuro dove arrivano indiani e cinesi a sfruttare le piantagioni con mezzi sempre più efficaci. Parola d’ordine aumentare la produzione. Produrre, produrre, produrre. Ma qualcuno cercherà di sottrarsi a questa nuova schiavitù?.
E poi ecco un essere di un altro mondo spedito nell’Inghilterra del 1872 d.C. (epoca Vittoriana) ad incontrare un personaggio particolare che vive al numero 221B di Baker Street (avete già capito). C’è da ritrovare un bambino scomparso, figlio di un membro del governo. Qualche meraviglia sugli umani (crede che si riproducano per partenogenesi) ma il suo vero problema è cosa tenerci dentro i pantaloni… Altra Africa del futuro con la piccola Kamari che vuole imparare a leggere. Ma questo è contro la legge per certe tribù africane. Kamari, bambina innocente in un mondo scelleratamente maschilista. E già sappiamo come andrà a finire. Un abbraccio, piccola.
Racconti belli che fanno riflettere, con il sorriso, con il pathos o il groppo in gola, sulla nostra variegata umanità e su noi stessi. Come sarà il mondo? Come saranno gli uomini? Che cosa inventeranno? Una società più giusta, migliore o peggiore? Come potremo essere visti da eventuali altri popoli del mondo? E così via non dimenticando, gli autori, la costruzione dei loro personaggi e squarci di suggestivo ambiente.
Non solo racconti ma anche interviste. Con lo scrittore George R.R. Martin e l’illustratore Franco Brambilla. Dai quali, dalle loro storie, dal loro metodo di lavoro c’è solo da imparare. I primi passi, le difficoltà, i rifiuti, la testardaggine di una passione che alla fine trionfa. Una bella carica di energia per i giovani che vogliono seguire il loro esempio.
E sorprese personali come quando, nell’articolo di Donato Rovelli Family Opera, scopro, tra le altre novità, io fissato di Re e Regine, che ne L’impero di Azard (The Player of Games) è descritto un impero fortemente gerarchizzato, in cui una partita su un’enorme scacchiera, decide i ruoli che si giocheranno nella società…(i miei scacchi dappertutto. Chi vuole saperne di più qui).
Insomma questo Robot, rivitalizzato da Vittorio Curtoni (leggere Una rivista vi seppellirà! di Giuseppe Lippi) mi ha tenuto bella e gradevole compagnia al posto della solita letteratura gialla con la quale in parte amo dilettarmi.

L’uomo di casa di Romano De Marco, Piemme 2017.
Dopo A casa del diavolo e Città di polvere, che mi colpirono positivamente, mi butto anche su questo ultimo dell’autore. Un bel salto geografico. Dalla provincia dell’Aquila e da Milano a Vienna, cittadina della Virginia.
Al centro della storia Sandra Morrison, logopedista, che vede la sua vita distrutta dalla morte del marito Alan trovato con la gola tagliata e i pantaloni abbassati in un quartiere “puttanesco” della città. Altro filone importante il caso della “Lilith di Richmond” che aveva rapito e ucciso, diversi anni prima, sei neonati (uno si salva e chissà se lo ritroveremo), seguito dalla detective afroamericana Gina Gardena e finito nel nulla, unica a rimetterci rispetto ai maschietti leccaculo che pensano solo alla carriera (suo pensiero). Terzo sviluppo della trama in corsivo (un giorno scriverò un thriller dove un tizio che mi assomiglia fa fuori una brancata di scrittori che usano le frasette in corsivo) di qualcuno che la sa lunga su questi fatti.
Primo elemento: l’angoscia. Soprattutto di Sandra tormentata dalla scoperta del “nuovo” marito, quello che non conosceva e che l’ha tradita in tutti questi anni. In prima persona “Ora lo sento in pieno il dolore. Mi penetra e mi consuma. Mi toglie il respiro…”. Tormenti anche per il difficile rapporto con la figlia Devon, a sua volta in preda ad una forte crisi. Assillo ancora più penetrante quando scopre che Alan era interessato proprio al caso della Lilith di Richmond (perché?).
Secondo elemento: il dubbio. Sempre di Sandra nei confronti delle persone che le stanno intorno. Soprattutto del nuovo vicino di casa, il giornalista John Kelly, fin troppo premuroso, da cui si sente anche attratta (approfondito esame psicologico).
Terzo elemento: la violenza. Violenza sulle donne, degli stessi padri schifosi sulle figlie, la prostituzione come ultimo mezzo per sopravvivere.
Storia dentro i personaggi e fuori nella realtà, negli ambienti descritti con tocchi felici, sia ricchi di “case singole e ville di pregevoli fatture”, oppure degradati, territorio di bande giovanili e spaccio di droga. Introspezione e movimento, la classica foto che sfugge all’inizio (lascia un messaggio subliminale) e che si rivelerà decisiva, intreccio di piani temporali diversi legati da un presente secco che incide, improrogabile citazione di Sherlock Holmes (un giorno scriverò un thriller…). Trama complessa come in ogni thriller che si rispetti con estesa spiegazione finale (qualche dubbio ma, non essendo uno psichiatra, mi guardo bene dal contestarla). Citati anche gli scacchi. E questo è un altro pregio del libro. D’accordo, solo per me, ma ognuno ha le sue fissazioni.

Segnalazioni
La casa dei Krull di Georges Simenon, Mondadori 2017. Romanzo attualissimo, pur essendo uscito nel 1938. Praticamente il problema dell’integrazione di una famiglia straniera, in questo caso tedesca in terra di Francia, sulla quale si addossa la colpa di un omicidio. Perfetto capro espiatorio. Meditate gente, meditate…
Delitto in mare di Richard Connell, Polillo 2017. Viaggio alle Bermude per l’ottimo chimico Matthew Kenton. Ottima idea per godersi un po’ di riposo se non ci fosse di mezzo il morto ammazzato nella cabina proprio di fronte alla sua.
Torto marcio di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2017. Considerato da Augias un noir ricco di suspense e ironia. Controlleremo.
Il libro degli specchi di E.O. Chirovici, Longanesi 2017. Un thriller a tre voci, ambientato in America, che è arrivato al successo dopo una serie incredibile di bocciature. Di un romeno trapiantato in Inghilterra. Arimeditate gente, arimeditate…

Un giretto tra i miei libri
La gabbia delle scimmie di Victor Gischler, Meridiano Zero 2008.
Si parte con un cadavere nel bagagliaio nella macchina di Charlie Swift, gangster di Orlando (Florida), insieme al collega (svitato) Blade Sanchez e si continua il viaggio per tutto il libro. Viaggio inteso nel senso vero e proprio della parola (c’è di mezzo pure il National Geographic) e viaggio inteso nel senso che non si sta, comunque, mai fermi. Non c’è un attimo di respiro, di riposo (a meno che non si sia in ospedale). Tutto veloce, tutto frenetico. “La gabbia delle scimmie” è il luogo di ritrovo di una banda (ma anche il nome di un blog per discussioni scientifiche e riecheggia in parte il titolo di un libro di Kurt Vonnegut, famoso autore di “Mattatoio n.5”) capeggiata da un certo Stan. Ma c’è chi ce l’ha con lui perché poco attivo, poco dinamico. E allora giù botte da orbi, scontri, sparatorie, morti a go-go, droga, tradimenti, l’FBI, mele marce nella polizia, libri contabili che fanno girare il tutto. Manca il sesso ed è pura meraviglia.
E poi c’è lui, Charlie detto il “Sarto” (perché ha ucciso un uomo con un paio di forbici) che fa parte della combriccola, fratello più piccolo da proteggere e la mamma che è sempre la mamma. Freddo, duro, impassibile. Fisico di ferro. Con le sue regole “Quando hai un capo rimani con lui”, “Sono sempre stato buono con chi è stato buono con me”, che si innamora (di Marcie) e ha il suo attimo di umana debolezza “Mi raggomitolai dentro la giacca e le lacrime cominciarono a scendere rapide e calde lungo il viso”. Un attimo, dicevo, perché poi è tutto un tup tup tup. E se manca la pistola c’è il coltello a farne le veci.
Uomini e un paio di donne, oltre la mamma e Marcie, a completare il quadro. La buona, Amber, e la cattiva Tina che in fondo al libro hanno la loro parte. Stile ironico (gangster che giocano a monopoli), humour nero, qualche metafora degna di Ross MacDonald insieme a battute scontate. Ma, soprattutto, un continuo, incessante, frenetico movimento.
Mi è venuto il fiatone.

La legge dei figli, antologia di racconti curata da Sabina Marchesi e Lorenzo Trenti, Meridiano Zero 2007.
Copertina nera con pistola a tamburo che esce fuori dall’interno di un libro. Probabilmente un libro sulla Costituzione, essendo i racconti legati ai principi più importanti della nostra carta costituzionale. Sì, avete capito bene. Non sto a ripeterlo. Una idea originale ed una iniziativa meritoria che ci induce a riflette su alcuni aspetti importanti della vita sociale italiana.
Questi sono racconti noir, duri, diretti, concreti. Li raccolgo velocemente insieme tanto per darvi un’idea: pronunciamento militare con dittatura; vita dura degli extracomunitari; giustizia personale; poliziotto senza regole con vittima del G8 di Genova; ancora coppia di poliziotti fuori dalla legge; il problema delle intercettazioni telefoniche; la bestialità della folla allo stadio; carriere truffaldine e meschine con tradimento e vendetta; sfruttamento del lavoro nero; il problema sociale degli handicappati; il sistema dei voti truccati alle elezioni e quello per non pagare le tasse; seguire una indagine piuttosto che un’altra da parte della magistratura; ancora sulla giustizia personale; sfruttamento della “mala” per sconfiggere una organizzazione terroristica.
Tutti temi attuali, veri, scottanti. Un po’ di artificio, alcune forzature su una iniziativa nata a tavolino ma poi passione, sentimento, coraggio e denuncia. Linguaggio incisivo che va al nocciolo della questione, dove non manca il grottesco e il paradosso. Contenuto ora doloroso, ora drammatico con qualche schiarita di luminosa speranza. In un mondo che va a catafascio una riflessione sui nostri principi costituzionali fa sempre bene.

La legge dei nove di Terry Goodkind, Fanucci 2010.
Alex, o meglio Alexander Rahl, è un pittore senza troppa fortuna che salva se stesso ed una bella ragazza enigmatica dall’assalto di un camioncino che porta la bandiera dei pirati (e già questo ci fa capire di essere in una situazione particolare). La bella ragazza è Jax che proviene da un altro mondo dove impera la magia (mentre nel nostro la tecnologia) e un dittatore, Radell Cain, che vuole il potere tutto per sé, dopo avere sfruttato gli istinti peggiori del popolo (prima c’era l’onestà ed ora tutti ad arricchirsi senza sforzo).
Alex si trova al centro di una profezia tratta da un antichissimo libro per la legge dei nove (vedrete poi di che cosa si tratta) e per il cognome che si porta appresso. In pratica dovrebbe essere colui che deve salvare uno dei due mondi. Intanto ha ricevuto in eredità una vastissima tenuta nel Maine di una certa importanza nel proseguimento della storia.
Che qualche pericolo incombesse su di lui era strato annunciato da certi avvertimenti della madre impazzita “Vattene e nasconditi” e dal nonno Ben “I problemi ti troveranno”, da strani rumori durante le telefonate e… e dagli specchi. Sì, perché attraverso gli specchi si possono materializzare le persone dell’altro mondo alla ricerca di un “passaggio” segreto di cui dovrebbe essere a conoscenza il nostro eroe. Da qui lotte, assalti, sparatorie.
Per difendersi dagli attacchi degli infiltrati unisce le proprie forze con Jax (non va d’accordo con la fidanzata Bethany) e ne viene fuori un bel sentimento condito da qualche bacio appassionato.
Buona la resa del mistero, dell’inquietudine, dell’attesa relativa alla prima parte ( cosa succederà?), con qualche critica scontata di riflesso sulla nostra società. Meno riuscita quando si entra nella spiegazione dei particolari (cosa succede) che mettono in risalto pure alcune incongruenze. Un libro che convince a metà.

Patrizia Debicke (la Debicche)

Musica nera di Leonardo Gori, TEA 2017.
Versilia, agosto 1967. Nonostante la Guerra Fredda in atto e l’escalation americana in Vietnam, l’Italia si crogiola in pieno boom economico. Il benessere è diffuso, la 500 e le vacanze al mare sembrano quasi alla portata tutti e nei bar dei lungomare impazza il suono nei juke-box con le voci di Gianni Morandi e Caterina Caselli. Però il primo capitolo ci fornisce una nota macabra e stonata: il ritrovamento di un morto annegato, tale Fedele Argenti, ammiraglio in pensione. Una banda di ragazzini, impegnati in una specie di maratona ciclistica, ha trovato il suo cadavere ricoperto di schiuma, liquami e semisommerso nel fossato che costeggia l’aeroporto del Cinquale, quasi una fogna a cielo aperto. Bruno Arcieri, ex colonnello del Sifar, Servizio Informazioni Forze Armate, in pensione da dicembre dopo i caotici fatti dell’alluvione di Firenze e vecchio amico di Argenti, riesce ad arrivare da Roma al Forte dei Marmi in treno, appena in tempo per il funerale. cantante. Qualcosa che cova sotto le ceneri s’infiamma. Arcieri scoprirà precise indicazioni di mostruosi delitti in lettere con spaventose accuse. Chi sono le misteriose donne vestite in nero, che ogni sera scrutano in silenzio il mare dal pontile del Cinquale? C’è qualcosa di torbido dietro la morte accidentale del vecchio ammiraglio? Arcieri non può restare fermo a guardare, quando ci sono tracce di vecchi delitti: l’eccidio di una ricca famiglia ebrea, un padre e tre bambini, massacrati dai nazifascisti nel 1944, la scomparsa di un inafferrabile faccendiere italiano, legato ad ambienti poco chiari dei servizi segreti e quella di un intero equipaggio di un mini sommergibile, lasciato colare negli abissi al largo del Cinquale. Praticamente da solo porterà avanti un’indagine destinata a scoperchiare un intrico di trame eversive e di interessi privati di assoluto cinismo, che macchiarono indelebilmente l’Italia del 1945 e che ancora non si fermano, benché siano passati più di venti anni. Tanti sanguinosi misteri e tutti collegati alla guerra, all’armistizio dell’otto settembre del 1943, al cambio di alleanze e agli opportuni voltafaccia di ex fascisti. Un torbido intreccio, con doppi e tripli giochi che coinvolgono anche i servizi segreti esteri e italiani. Giochi in cui, per un imperscrutabile disegno, dovrà lui stesso trasformarsi in una pedina. Romanzo poliziesco, caratterizzato, come la musica che lo esalta, da continui cambi di ritmo e basato su improvvisazioni e virtuosismi, Musica nera è quasi un’ode alla memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia.
Altri libri segnalati dalla nostra Patriziona:
Operazione Portofino di Roberto Centazzo, TEA 2017, dove tre baldi ex poliziotti, arrivati all’agognata pensione, per non morire di noia si sono inventati la Squadra speciale Minestrina in brodo che risolve delitti e sgomina bande di criminali.
Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi, Frassinelli 2017. In una Parma invernale, fasciata dalla nebbia, trasfigurata dalle nuove costruzioni e quasi indecifrabile per incomprensioni, scoppiano delitti e scontri razziali.
Il morso del ramarro di Valeria Corciolani, Emma Books 2017. Un palcoscenico affollato da personaggi molto diversi, ma con una cosa, anzi un luogo, in comune: una palazzina liberty in una bella cittadina di mare. Di là prende il via Il morso del ramarro con le diverse storie, con il mixer di azioni, persone, sentimenti e arcane suggestioni che ci accompagneranno con gustosa ironia fino alla soluzione dell’enigma. Che poi era legato a un semplice ciondolo. A forma di ramarro. E visto che ci sono molteplici letture allegoriche collegate al ramarro e al suo morso, Valeria Corciolani, che le conosce bene, ci gioca alla grande.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
eccomi a voi. Sono il nipotino di nonno Fabio che scrive, scrive, scrive e vuole far scrivere anche me (accidenti!). Qui vi parlerò dei libri che leggo. In maniera semplice (ho solo otto anni).
Partiamo da Sandokan di Emilio Salgari nella versione di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Siamo in Malesia. Il pirata Sandokan lotta contro gli inglesi per la libertà del suo popolo. È conosciuto anche come la “Tigre della Malesia”. Però, attenti, non è un uomo in questo romanzo, ma un topo! Così come tutti gli altri personaggi.
Ad un certo punto sembra morto dopo uno scontro navale, viene salvato addirittura da un inglese, lord James Guillonk. Fa finta di essere un principe e si innamora della nipote Marianna, la “Perla di Labuan”! Insomma un romanzo di avventura e di amore con tanti brividi, travestimenti e colpi di scena. Spesso le parole sono colorate e in forma buffa (ci ho fatto anche qualche risata) per tenere desta la nostra attenzione. E ci sono bellissimi disegni.
Leggetelo!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2017

Sulla tazza del gabinetto ho portato Procopio di Cesarea. I nomi strani e roboanti mi hanno sempre colpito. Soprattutto degli storici antichi. Quando seppi di questo Procopio non stetti più in me e andai a beccarmi la sua Storia inedita (o arcana, o segreta). Tra l’altro anche il titolo mi affascinava. Se la storia era inedita, o arcana, o segreta, chissà perché e quali fatti da sollucchero avrebbe contenuto. Gli appassionati di storia lo sanno. Praticamente un libello, un’accusa contro l’imperatore Giustiniano e consorte di avere portato alla rovina l’impero romano con la sua devastante politica interna ed estera. E di avere causato la peste, i terremoti e le inondazioni che colpirono in modo tragico quelle terre. Quando s’incazza Procopio di Cesarea diventa una belva. Meglio tenerselo buono al gabinetto.
Altro nome strano e accattivante fu, per me al primo impatto, quello di Senofonte (una fonte uscita dal seno?) con la sua, altrettanto particolare e strana, Anabasi. Ma che cavolo era? Mi ci buttai sopra a babbo morto, come si dice dalle mie parti. Praticamente la storia dei Diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il giovane per togliere il trono di Persia al fratello Artaserse (quando si dice l’amore fraterno). Tutto bene finché Ciro muore nella battaglia di Cunassa, e allora sono cavoli amari per i Diecimila costretti ad un lungo viaggio di ritorno (dura più di un anno) pieno di insidie e trabocchetti come quello di Tissaferne (altro nome da sollucchero). E, insomma, gioventù lottiana tra nomi strani, eserciti, battaglie, tradimenti e sangue e morte. Un bel casino.

La morte e l’oblio di Annamaria Fassio, Mondadori 2016.
Quando c’è una quarta di copertina perfetta meglio sfruttarla: “Una mattanza di stampo mafioso in Calabria è stata l’inizio di tutto. Lui ucciso in un agguato a un falso posto di blocco, lei stuprata e freddata con una pallottola in testa nella sua stanza d’albergo. Danni collaterali, un autista e una guardia del corpo. Poi un incendio doloso in un laboratorio farmaceutico, in Spagna. L’esplosione, le vittime, i capannoni divorati dal fuoco come scheletri neri contro il cielo. E poi c’è Zelda la russa, la protetta di un boss. Finita in clinica dopo un incidente, ora vive perduta nelle tenebre dell’oblio, nemmeno ricorda il proprio nome. Vicende diverse, lontane, ognuna delle quali sembra apparentemente fare storia a sé…”
Ed ecco entra in scena Erica Franzoni della Mobile di Genova, già incontrata per la prima volta in Una vita in prestito, Mondadori 2007. “Viso abbronzato, occhi grigi, mascella volitiva nonostante quel sorriso da bambina che ogni tanto affiorava sulle sue labbra”. Capelli a caschetto. A Maffina (vedremo più avanti chi è) fa venire in mente la Valentina di Crepax. Trenta e lode al suo primo esame di Filosofia del diritto. Camminata svelta e sicura, sempre perfetta e a posto anche nelle emergenze. Sua amica Gatta, la micia. Musica, musica e musica ma anche teatro, pizza e coca Light al bisogno. Antonio Maffina è il suo superiore con il quale ha stabilito un rapporto sentimentale dopo che si è lasciato con la moglie Aurora. Ora morente a San Sebastian nei Paesi Baschi dove l’ex marito andrà a trovarla.
La vicenda è complessa e, dunque, non è il caso di infilarcisi dentro (non saprei come uscirne). Vorrei, invece, sottolineare l’atmosfera che la pervade e che dà un senso a tutto quanto il racconto. Un senso di stanchezza, di frustrazione, di difficoltà (Erica pure in analisi, si sente sfruttata, ricordi, sogni, genitori che si tradivano) di malattia, di disfacimento delle menti a Villa Rosa dove si cura l’Alzheimer, di violenza bestiale, dolore e morte. Amori e tradimenti, spunti sulla città, i rapporti più o meno complessi con i colleghi di lavoro, movimento, storie che si intrecciano fra loro, la paura di smarrirsi lungo il percorso dell’indagine, qualcosa che sfugge e la luce che si accende rivedendo il classico filmato. E ora c’è un esame da superare.

Il grande errore di Mary Roberts Rinehart, Mondadori 2016.
“Parlai per la prima volta con Maud Wainwright nel suo salotto privato al Chiostro (questo era il nome della sua splendida villa). Stava disponendo i posti per gli invitati alla cena che intendeva dare.” Chi narra è la signorina Patricia, per tutti Pat, sola al mondo per aver perso entrambi i genitori e in cerca di un impiego. Ecco come si presenta “Io mi chiamo Patricia Abbot, ho venticinque anni, peso sessantadue chili, parlo benino il francese, maluccio il tedesco, gioco male a golf, benino a tennis, vado splendidamente a cavallo.” Diventerà la segretaria di Maud, vedova del povero John, che cerca di mettere assieme i vecchi e i nuovi abitanti di Beverly e della Collina. Figlio Tony avuto da un rapporto precedente a quello con il marito, sposato con Bessie che si è allontanata e che, ad un certo punto ritorna…
Tutto bene finché arriva una lettera a Maud che si fa pallidissima, qualcuno gironzola intorno alla villa, il guardiano notturno viene colpito alla nuca e steso bocconi vicino alla piscina. “Cominciava quel nostro angoscioso mistero che poi sarebbe sfociato in una terribile tragedia”, annota Pat alla fine del quarto capitolo. Tragedia che consiste nella caduta della suddetta nella tromba di un ascensore, finendo su qualcuno che è steso là sotto. Morto, naturalmente. E non certo di morte naturale…
Dunque omicidi (anche del cane Roger avvelenato con stricnina), colpi in testa, spari e sparizioni di oggetti e di uomini, ricatto, persone che ritornano dal passato con falsa identità, intrighi amorosi (ce ne sono diversi) con la nostra Pat che si innamora di Tony, l’arresto del colpevole (ma sarà davvero colpevole?).
Insomma tutto l’armamentario possibile per una trama complessa, ricca di innumerevoli dubbi, inquietudine, costruzioni e ricostruzioni degli eventi e piccoli colpi di scena, soprattutto alla fine di ogni capitolo, per disorientare il lettore, con i morti che continuano ad aumentare e Pat che dà una mano alle indagini della polizia. Ma come finirà la sua storia d’amore?…

Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017.
“Quel che restava di Dan Seaton-Carey era raggomitolato sulla sedia accanto al tavolo del telefono, nell’angolo tra la porta e la prima delle due lunghe finestre schermate dalle tende. L’uomo aveva il viso orribilmente distorto, e due pezzi di filo metallico gli spuntavano dietro il collo…” Strangolato durante un bridge party nella dimora dell’ambiziosa Lilias Hadington dove c’è pure l’avvocato Timothy Harte, detto il Terribile (ha fatto la guerra nei corpi speciali), invaghito della bella segretaria Beulah Birtley che non piace per niente a sua madre (e, infatti, vi ha spedito il fratello maggiore James a sorvegliare e indagare). Cinquantacinque persone, compresa la servitù, in casa al momento dell’omicidio, ma solo sette sospettate. Una bella gatta da pelare per l’ispettore capo Hemingway di Scotland Yard (teatro, psicologia e appunti sul suo interminabile taccuino) in continuo scontro con il sottoposto Pershore di cui non ha nessuna fiducia, e piuttosto burbero anche con l’ispettore Grant che lo affiancherà nelle indagini.
Naturalmente tutti i sospettati hanno almeno un motivo per voler mettere a silenzio perpetuo il nostro Dan di cui non si capisce bene quale sia stato il suo mezzo di sostentamento ufficiale, dato che abitava in una zona residenziale e conduceva una vita brillante (donne ai suoi piedi e pure qualche “amichetto”). Tra questi sospettati un rappresentante della scuola comunista per cui “il più piccolo riferimento alla Russia sovietica agiva sul suo cervello come una droga potente, uccidendo in un attimo le sue facoltà critiche…”. La faccenda si complica quando, come da titolo, il delitto si ripete con le stesse, identiche modalità nei confronti di un’altra persona.
Eleganza di scrittura, personaggi ben curati e delineati così come gli ambienti in cui si svolgono le azioni (forse qualche lungaggine di troppo), il mondo dell’aristocrazia e della “servitù”, i “buoni partiti” da sposare per le ragazze e i giovanotti con l’intromissione delle madri (quello-quella è più adatto per te, o non è per niente adatto/a). Una ricostruzione accurata dei movimenti dei sospettati, intreccio di situazioni amorose, qualcuno che è già stato in prigione per furto e per falso, droga, ricatto, un portacipria sparito, piccoli scorci sorridenti sui domestici niente affatto addolorati ma piacevolmente eccitati per l’accaduto, (più interessanti agli occhi di parenti e amici), lamentele sulle tasse (tipico di tutti i tempi), scontri, dicevo, tra madri e figli per questioni di cuore. Ma chi sarà l’assassino? E, anche qui, come nel giallo precedente, viene spontanea la domanda: ma l’amore, quello vero, vincerà?… Traduzione superba di Mauro Boncompagni

Intrigo italiano di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big, 2017.
Si parte nel mezzo, tra un prima e un dopo. Più precisamente il 2 gennaio 1954, di sabato. A Bologna. Il commissario De Luca e Giannino (toscanaccio) in macchina…
Prima. Giannino alla mano, pieno di vita, che vuole sembrare più grande di quello che è, vestito alla moda, ama il calcio, le canzonette di Sanremo (siamo ai tempi di Nilla Pizzi, Teddy Reno, Claudio Villa, della brillantina Linetti, della Tricofilina, del famoso caso Montesi), in netto contrasto con il commissario quarantenne, barba e occhiaie, chiuso in se stesso, pensieroso e preoccupato. Il caso da risolvere l’omicidio di Stefania Mantovani in Cresca, trent’anni, vedova, colpita con la cornetta del telefono rimasta insanguinata, poi il tentativo di strangolarla con il filo del telefono e infine la testa infilata nella vasca da bagno (mi ricorda, in parte, Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017, letto proprio prima di questo).
De Luca è stato richiamato in servizio dopo cinque anni vista la sua chiara fama di poliziotto durante il fascismo, per risolvere, in incognito, il suddetto mistero. Indizio importante il disegno di un bambino di un certo “Faccia di Mostro” che lui aveva visto uscire dalla casa dell’uccisa, e che ritroveremo anche nell’incidente automobilistico in cui era morto precedentemente il marito professor Cresca, “dongiovanni, esistenzialista e appassionato di jazz”.
Siamo in un clima di “guerra fredda” con i russi, dove impera una lotta spietata all’interno degli stessi Servizi (chi è appoggiato da Piccioni e chi da Fanfani) in una società nettamente cambiata verso il consumismo (ne fanno fede i giornali e le riviste del tempo citate dall’autore). Dunque un caso spinoso da risolvere e poi, incredibile, da dimenticare. Ma De Luca vuole andare in fondo lo stesso, preso anche dall’attrazione per la bella Claudia meticcia che canta nell’“Alma Mater Dixie Jazz Band” (qualche salto sul letto è di prammatica). Altri morti ammazzati, dubbi (perfino su Giannino), pensieri, assilli, depistaggi, c’è sempre qualcosa che non torna, ricette di stupefacenti (di mezzo la droga?), un dottore che procura aborti, ancora sul luogo del primo delitto e siamo in macchina…
Dopo. Dopo… basta ricordare una fotografia della pianta di un piede e una Bologna bellissima sotto la neve. Con il solito colpo di scena (a dir la verità usurato) e la solita domanda se ci sarà un seguito nella storia d’amore.
Scrittura fresca, precisa, puntuale, senza tante inutili infiorettature, con quei piccoli particolari e dettagli tipici di Lucarelli che rendono vivo e credibile un personaggio anche minore (mi viene in mente l’ex prostituta Wanda mentre parla in macchina con il commissario e i bomboloni del commendator Umberto). De Luca, naturalmente, al centro della scena, lui serio e responsabile, costretto a fare il cane bastardo insieme al pimpante Giannino (ha i suoi guai) e alla sinuosa Claudia (mondina e partigiana). Un racconto complesso, praticamente un caso di “imperfezione gestibile”, ovvero se si gestiscono bene tutti i dettagli che non tornano essi “trasformano un delitto imperfetto in una indagine perfetta.” Come questa.

Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016.
“Quando lo vide camminare lungo il margine della strada quel venerdì di ottobre, Lauren non poteva sapere che da lì a poco sarebbe scomparso, o che subito dopo la sua scomparsa, decine di persone avrebbero sentito l’obbligo di cercarlo.” Siamo nella piccola città di Hardy Walk, Lauren Wilder è una signora sposata che due anni prima è caduta dal campanile di una vecchia chiesa procurandosi indicibili sofferenze, e quel “lo” trattasi di Bo Laughlin, un giovanotto assai conosciuto che le pare di avere investito. Infatti non ne è sicura, dato che l’uso e l’abuso di Oxy Contin, per rimettersi in sesto, le provoca una maledetta confusione tra il certo e l’incerto, tra la realtà e l’illusione (il panico perenne compagno). In questo stato di cose inizia la sua personale ricerca per scoprire la misteriosa sparizione di Bo, un tipo un po’ fuori di testa, un po’ strano, un po’ particolare. Da ragazzo cammina per chilometri, sembra posseduto, non mantiene l’attenzione, porta sempre dei paraorecchie.
Anche la polizia lo cerca, indaga, pensa che la sua sparizione possa essere in qualche modo collegata alla stessa Lauren. Non si fidano di lei, del suo stato mentale, con il pensiero fisso su quell’incontro a cui si aggiungono lentamente altri tasselli di memoria: Bo che tira fuori un rotolo di soldi, insieme a lui una donna con i capelli bianchi e un cane…
La sua vita familiare diventa sempre più pesante, scontri con il marito (si sente continuamente giudicata) afflitto da problemi economici e con i figli, bugie e menzogne, stranezze come le compresse che appaiono e scompaiono, dubbi e assilli infiniti. Attorno alla vicenda altri personaggi ben strutturati: la sorella Tara sposata ad un tossicodipendente (sua storia da brivido); Annie Beuchamp cameriera in un bar dove aveva lavorato anche Bob della quale è fratellastro. E altri ancora.
Una vicenda dentro (soprattutto) e fuori i personaggi con la loro complessa umanità, i loro animi, i loro pensieri, le difficoltà, i disagi, le sofferenze, la tossicodipendenza, l’emarginazione, la malattia mentale, ma anche l’amore, in questo caso soprattutto fraterno, e l’aiuto verso i più deboli. Intrecci fra storie diverse con continui “aggiornamenti” delle storie stesse quasi in perpetua crescita. Al centro la lotta di Lauren per uscire da uno stato di dubbio perenne, con se stessa e con la famiglia. Classico colpo di scena finale, piuttosto intuibile (almeno in parte) per i lettori navigati, nel solco di una consolidata tradizione.

Segnalazioni
Già letti tempo fa A casa del diavolo e Città di polvere con discreto piacere e, dunque, di Romano De Marco segnalo L’uomo di casa, Piemme 2017. Due fasi: nella città di Richmond nel 1979 e oggi a Vienna in Virginia. Il classico caso del serial killer al femminile con un buon numero di neonati spariti. Penso di ritornarci sopra.
Furoreggia Torto marcio di Alessandro Robecchi, Sellerio 2017. A Milano un assassino che lascia come firma un sasso. Come idea niente male.
Gli amanti di Harry Bosch potranno ritrovare il loro beniamino con Il passaggio di Michael Connelly, Piemme 2017. Questa volta non in piena attività ma, addirittura, in pensione! No, no, non vi allarmate. Anche da pensionato avrà il suo bel da fare…
E quelli dell’ispettore fiammingo Van In lo saluteranno di nuovo leggendo L’orecchio di Malco di Pieter Aspe, Fazi 2017, dove una setta di irredentisti cattolici ne combina di cotte e di crude pur di togliere definitivamente dalla società ogni tipo di corruzione e degrado. Su Caos a Bruges dello stesso autore a fine lettura scrissi Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.

Un giretto fra i miei libri
La doppia vita di M. Laurent di Santo Piazzese, Sellerio 2013.
Se volete un libro colto, elegante, ricco di citazioni questo fa per voi. Personaggio principale che racconta in prima persona, Lorenzo La Marca, amico del commissario Vittorio Spotorno. Lavora al Dipartimento di chimica applicata, ex sessantottino, abita al quarto piano di una palazzina tutta sua che affitta (mica male l’amico), si sposta con una Golf, fuma Camel, beve liquori (anche un Campari va bene), lettore accanito, sorella Maruzza con due figli, “fidanzato” con Michelle, belloccio medico della polizia.
Siamo a Palermo negli anni… insomma quando c’è Bertinotti. Un morto su un marciapiede bagnato dalla pioggia colpito al cuore da un colpo di pistola. Trattasi di Umberto Ghini, antiquario, con bottega a Palermo e a Vienna. Ed ecco che il nostro si trova invischiato in questa storia. Una storia con al centro il negozio di antiquariato Kamulùt e il commercio di contrabbando di opere d’arte. Qui comincia l’avventura che si porta dietro un bel po’ di osservazioni: Palermo con le sue strade, le sue piazze, i suoi orrori e le sue bellezze, battute sulla Mafia, (se estirpata andrebbe ricreata per i turisti), sullo scrittore seriale del giallo, pizzicate agli idealisti rivoluzionari del passato, alla giustizia di oggi, personaggi vivi e concreti con pizzico di umorismo (la Decana, l’ubriaco, l’affittuaria).
La doppia vita di M. Laurent, di Santo Piazzese fa parte dei gialli “citazionisti”. Di quei gialli, insomma, dove non conta solo la storia giallistica in sé, ma anche la raffica di citazioni culturali (libri, film, canzoni, opere ecc…) che l’autore ti scarica addosso ad ogni piè sospinto. Dove anche i gatti casalinghi si chiamano Kay e Scarpetta e uno di passaggio è spiccicato a quello di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (guarda la combinazione). Finale da mystery con ricostruzione minuziosa degli avvenimenti alla Golden Age dove tutti i tasselli del puzzle si incastrano perfettamente (solo un punto mi pare deboluccio) e una lettura, via, che risulta piacevole anche con la caterva delle citazioni, espresse in forma spigliatamente ironica. Senza scene di sesso ed è pura meraviglia.

La faccia nascosta della luna di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero 2009.
Trentanove racconti brevi (eccetto un paio più lunghi), o meglio squarci di vite maledette: alcol, droga, omicidi, suicidi, casi misteriosi, fama, successo, depressione, genio e sregolatezza, sette sataniche.
Morti ammazzati da tutte le parti (piscina, camera, sopra e sotto il palco della musica, nel giardino, nel fiume…). Storie che corrono veloci pregnanti, intriganti, allucinanti. Documentazione e ricostruzione precise e puntuali, ricche di citazioni di libri, dischi, film. Il tutto espresso in tono quasi affabulatorio che invita a proseguire la lettura. E poi estetica dark, il gotico, l’esoterismo medievale, la ricerca del Graal, i Templari. Surrealismo, dadaismo, futurismo, gruppi musicali psicopatici, pedofilia, ragazzini che scompaiono e si ritrovano morti e sepolti. Dubbi, assilli, tormenti. I Queens, Lennon, Kennedy, Monroe, Dean, Tenco, Belushi e altri ancora presi in un vortice invisibile. Lo zampino del Diavolo, ovvero la faccia nascosta della luna. Brrrrrr….

La felicità è un muscolo volontario di Rosa Mogliasso, Salani 2012.
Torino, vigilia di Natale. C’è il commissario Barbara Gillo, cantonata sentimentale (litigata) con il commissario palermitano Massimo Zuccalà che le piace una cifra, anni di judo e nuoto con sciatica birbetta, ora su tacchi alti, ora in tuta con Nike ai piedi, ora in macchina, ora in vespa a sfidare il gelo della città. Invito dalla sorella Meri (tradita dal marito e fidanzata con senegalese) per una riunione con le sue amiche, tra un frizzo e l’altro sugli uomini si gioca a tombola, alla vincitrice un vibratore che fa sempre comodo. Intanto sono sparite borse e pellicce ma per la nostra Gillo risolvere il caso è un gioco da ragazzi. Poi c’è la storia di Ruggero e Serena, figli della contessa Elisa Prunotti che ha sposato un Mapei. Ruggero in Ferrari tra alcol e droga, Serena dal collegio alla rivoluzione proletaria e si ritrova a Parigi sotto falso nome. Poi c’è Domenico Spadafora a cui viene ucciso il padre a tredici anni. Niente pompiere ma poliziotto. È bene saper sparare. Poi c’è Valentina che lascia il marito bambinone, due ragazze che fanno un po’ di sesso scherzoso e infine i morti ammazzati: la contessa accoltellata e martellata e un emarginato sociale al Valentino, dietro un cespuglio. Barbara può andare finalmente a Palermo a riabbracciare il suo Zuccalà, pace fatta, anellone di fidanzamento e via a cercare l’assassino (ci scapperà anche un altro cadavere). Di mezzo addirittura i servizi segreti, passaggio di sghei da un conto all’altro, un possibile ricatto, pure una possibile vendetta, il vicequestore De Michelis a fare la parte del burbero, il vicecommissario Peruzzi quella del colto piuttosto fastidioso (soprattutto per De Michelis).
Capitoletti brevi, i fili della storia che passano veloci da un personaggio all’altro e si intrecciano fra loro, qualche spunto sulla società, sui barboni, sui senza tetto, sulla difficoltà a trovare lavoro anche da laureati (via dall’Europa!), sulle differenze tra culture diverse, qualche lieve condizionamento delle sfumature con il vibratore come trofeo di vittoria, un po’ di presa in giro di certi “rivoluzionari”, ironia spruzzata per ogni dove, citazioni a go-go su libri, personaggi, cinema (soprattutto attraverso Peruzzi) e pure un accenno agli scacchi che fanno sempre piacere ad un fissato come il sottoscritto.

La fiamma e la morte di John Dickson Carr, Mondadori 2012.
Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). A questo si aggiungono gli scontri con il capitano Hogben (Cheviot se la cava egregiamente) per una supposta superiorità dell’esercito sugli altri appartenenti al corpo della polizia, i primi mezzi tecnici di indagine, il disegno in terra del corpo, l’angolazione dello sparo e tutte le deduzioni possibili incorporate dal sagace poliziotto.
Dal rimuginio deduttivo si passa all’azione nella casa da gioco di Vulcano (qui è finito un gioiello di lady Kork) con lotta e botte da orbi. Ad un certo punto il lampo, la luce (illuminazione dalla figlioletta), la spiegazione finale ed un dubbio per i lettori: ma il nostro sovrintendente riuscirà a ritornare nel suo tempo?
Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello a rompere l’incantesimo), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

La nostra infaticabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci porta in dono…
Fabrizio Borgio, Il settimino, Acheron 2016.
Nella cultura popolare piemontese, un bambino prematuro nato al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. La locale superstizione attribuisce ai settimini oscuri e paurosi poteri sovrannaturali (scopro dalla dettagliata biografia che anche l’autore è un settimino).
Dopo Masche e La morte mormora, Fabrizio Borgio fa tornare alla ribalta il suo protagonista Stefano Drago, agente speciale del DIP (Dipartimento Indagini Paranormali), e per un’altra volta mischia nel suo romanzo il soprannaturale a un’indagine poliziesca. Stavolta il funereo (i suoi abiti, quasi una divisa, sono sempre dei completi neri) Stefano Drago, deve difendere un “Settimino”, Davide Bo, poco più che un ragazzo ma dotato di straordinari poteri paranormali, braccato da una pericolosa branca deviata dei servizi segreti che lo segue e vuole catturarlo per sfruttare le sue capacità come un’arma letale…
Questo perché lui è particolare, un diverso, ma non ancora del tutto conscio della sue grandi potenzialità, tanto che quando ha paura e lascia andare la sua mente, attorno a lui succede di tutto. Gli oggetti volano, le trasmissioni televisive si interrompono, i suoi nemici muoiono violentemente… Anni prima, Davide Bo ha superato incolume una spaventosa tragedia familiare. L’unico suo appiglio, la sua ancora di salvezza, potrebbe essere Stefano Drago, che allora gli era stato vicino, sapeva molto di lui, l’unico di cui potersi fidare e dal quale accettare protezione. Ma bastera?…
Trama stuzzicante, senz’altro fa più l’occhiolino alla fantascienza che non a un thriller giallo noir e ci presenta una nazione governata da misteri di Stato, in cui dominano mafie, logge massoniche, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere.
Christian Jacq, Nefertiti, la regina del sole, Tre60, 2017.
Un romanzo che rappresenta un’appassionata e mistica immagine di Akhenaton, il faraone illuminato, o eretico e invasato per molti dei suoi sudditi, colui che ha rivoluzionato l’Egitto promuovendo il culto di un unico dio, Aton, e ha trasferito la capitale dell’Egitto da Tebe ad Amarna. Un bel viaggio nel tempo e nello spazio, che piacerà agli amanti o a chiunque sia affascinato o incuriosito dall’antico Egitto.
Ti guardo di Sibyl der Schulemberg, Il Prato 2017.
Sibyl von der Schuleburg affronta svariate tematiche psichiatriche, quali il transfert/controtransfert tra paziente e terapeuta, la violazione del codice deontologico da parte del terapeuta e va a fondo su un argomento pericolosamente attuale, quello dello stalking, molto spesso collegato all’erotomania, ovvero persona, uomo o donna, affetta da un illusorio delirio psicotico, in cui è convinta di essere amata da qualcuno che conosce appena.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2016

book-toiletE cinquanta. Voglio dire cinquanta pezzi pubblicati in questa rubrica. Il mio obiettivo è di arrivare a cento (qualche lettore si strapperà i capelli) e poi tirare il calzino. Sempre che ce la faccia.
Non ce l’ha fatta, invece, Giorgio Albertazzi che ci ha lasciati, dopo lunga vita dedicata al teatro (anche alle donne, a dir la verità). Favoloso interprete di Shakespeare, mi è venuta voglia di zampettare su qualche opera dell’Autore. Così ho tirato fuori un librone sui suoi drammi e le sue commedie (1030 pagine, li mortacci…) e sono andato in quel di Ampugnano a crogiolarmi al sole. E qui, tra lo sbraitare dello scamiciato che parla da solo a voce alta (ormai lo conoscete) e lo sfrigolare di qualche aereo che prendeva il volo, mi sono buttato, fremente di ardore giovanile, a declamare tra le spire dell’essere e del non essere impersonando l’aria del grande attore. Sono tornato a casa onusto di gloria e con l’occhio in trasferta. “O che ha’ fatto, Fabio?”, “Ho letto Scepire”.
Non ce l’ha fatta nemmeno Cassius Clay e mi si stringe il cuore, lui ballerino sul ring, ridotto a vecchio tremolante di parkinson. La vita sarà pure bella (d’accordo è bella) ma a volte è anche pure stronza.
Moresco si è incazzato di brutto per essere stato buttato fuori dalla cinquina dello Strega. Un “premio truccato” ha sibilato fra i denti e poi urlato all’umanità. Du’ palle!

Partiamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
Il mistero della cassa scomparsaIl mistero della cassa scomparsa di R. Austin Freeman, Mondadori 2016.
Un inedito. Diciamo subito che non è cosa da poco. Tra l’altro di un grande autore (applauso a chi lo ha voluto e a chi lo ha tradotto).
Alla stazione di Fenchurch Street. Una cassa di legno cerchiata di ferro, sull’etichetta Dobson, proprio il nome del di chi la sta richiedendo ma con il numero sbagliato. Non è la stessa cassa contenente, tra l’altro, dei beni per un valore di migliaia di sterline. Qui, invece, c’è… viene sollevato il coperchio e Dobson quasi senza fiato “Dove posso trovare un poliziotto?”, dopodiché fugge via senza farsi rivedere. Nella cassa c’è la testa, e solo quella, di un uomo (in seguito si verrà a sapere che è pure imbalsamata).
Nel frattempo sono arrivate due persone, un americano ed un inglese che corre a chiamare la polizia. Da qui ha inizio il “caso” sorprendente. Basato, sia sul mistero della cassa scomparsa, sia sulla rivendicazione di Christopher Pippet (l’americano con giovane figlia e sorella) pronto a rivendicare il titolo nobiliare di conte di Winsborough. In pratica sembra che suo nonno Josiah Pippet, gestore di un pub nella City di Londra, sarebbe stato solo un nome fittizio per nascondere l’identità del suddetto conte che appariva quando spariva l’altro e viceversa.
Poi si passa nella casa del nostro dottor Thorndyke (non c’è bisogno di presentazione) dove troviamo l’amico Brodribb, il sovrintendente Miller, l’assistente di laboratorio Polton e il dottor Jervis che racconta questa parte della vicenda. Brodribb  è il procuratore legale del conte di Winsborough ed esecutore testamentario il cui erede sarebbe il giovane Giles Engleheart. Dunque si prospetta una lotta dura in tribunale tra il poco raccomandabile avvocato Horatio Gimbler, che difende Pippet, e lo stesso Thorndyke che accetta di rappresentare gli interessi di Giles. La cosa più semplice è quella riesumare la tomba del fu Josiah Pippet per vedere se la sua è stata una morte fittizia o meno…
E qui mi fermo. Praticamente uno scandaglio nella complessa legislazione inglese, un susseguirsi di eventi che si intrecciano con una partita di piombo e di platino sparita da una nave, una serie incredibile di falsi indizi sparsi ad arte nei momenti cruciali, insieme a qualche battuta sull’americano e sui moderni mezzi di comunicazione del tempo.
Raccontato dall’autore e, in parte, dal dottor Jervis che tratteggia, ammirato, la figura del dott. Thorndyke. Anche in questo libro, come negli altri di Freeman, sempre grande attenzione è riservata al metodo scientifico che si avvale dei moderni mezzi di ricerca del tempo, vedi il microscopio differenziale o comparatore, per scoprire trucchi e inganni attraverso dei veri e propri piccoli trattati (relativi alla chimica, alle qualità della polvere, dell’inchiostro, del piombo, del platino, del corpo pittuitario e così via) dentro una storia incredibile, complessa e affascinante delineata lungo una scrittura meticolosa (un po’ di pazienza ci vuole) che si chiude in nome dell’amore. Altrimenti i giovani che ci stanno a fare.

La morte in vacanzaLa morte in vacanza di Janice Hamrick, Mondadori 2016.
“Il cadavere giaceva bocconi nella sabbia accanto ai giganteschi blocchi di pietra della grande piramide di Chefren.” Trattasi di Millie Owens “inguaribile ficcanaso” e “capace di far saltare i nervi anche ai santi del paradiso”, secondo chi racconta gli eventi in prima persona, ergo Jocelyn Shore (divorziata) insegnante di storia al liceo in quel del Texas, e parte di un gruppo di venti persona in vacanza per i tesori dell’Egitto. Millie Owens sfracellata al suolo durante un’ascesa alla piramide. Si rivelerà un omicidio.
Gruppo di turisti eterogeneo con la cugina Kyla (sembra sua sorella) “un pitbull senza pelo”, un paio di svampite, qualche coppia, due ragazzini turbolenti, la guida, il suo capo e il Bello. Sì, Alan, il bello e fascinoso che farà guerreggiare le due cuginette. La cosa si complica con la scoperta da parte di Jocelyn della borsa di Millie piena di roba rubata e di una agendina dove si fa riferimento a certi diamanti e alla possibilità del loro contrabbando. All’albergo dove era stata anche Agatha Christie che un omaggio alla regina ci vuole.
Dunque Alan, già detto, un Aladino che ne vuole sapere troppe, una nipote che non è la stessa di prima, qualcosa di strano e poco chiaro tra i componenti del gruppo, mentre si ammirano le bellezze naturali e quelle dell’uomo (Giza, Assuan, Abu Simbel, Edfu, le piramidi, la Sfinge, la Valle die Re, il tempio di Karnak ecc…) e tutta la gente pittoresca che si muove intorno a loro: venditori, mercatini, contrattazioni (perché chiedono alle due cugine se vengono dallo Utah?), una bella collana per pochi soldi, un altro omicidio con le modalità del primo.
La stessa Jocelyn si troverà in pericolo, un party, un colpo in testa, la collana che sparisce, non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di Alan e anche Kyla potrebbe essere invischiata in qualcosa di losco. Intanto il Bello e Jocelyn… chissà che non ci scappi qualcosa.
Un giallo misterioso intriso di sospetti infiorettato rosa, ricco di movimento, e un’utile guida turistica dell’Egitto scritti con brio e leggerezza.

La congiura di San DomenicoLa congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein lo abbiamo già trovato ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio (mi ricorda, in questo caso, don Attilio Verzi di Andrea Franco). Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità.
E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto. Ucciso il giovane padre inquisitore fra’ Consalvo nella Basilica di San Domenico, pugnalato alla schiena con un prezioso Cristo d’argento dorato staccato dalla croce e accanto un gatto nero strangolato con il cordone del saio. Altro fatto inquietante quello dell’Erbolaia, ovvero Maria di Bezzo, ritenuta una strega, accusata di avere rapito un bambino, torturata e infine fuggita dalla prigione insieme alla sentinella. E sembra che il morto ammazzato abbia avuto un colloquio con la suddetta. Che ci sia un legame tra i due fatti?
Ancora un omicidio (e non sarà l’ultimo) quello di padre Mattia Rozzi della canonica di Santa Maria Celeste imbavagliato e sgozzato. Uomo ricco invischiato in affari poco puliti. Le indagini della “Sentinella” saranno, dunque, lunghe e difficili, in stretto rapporto con il pontefice Giulio II “temerario, impulsivo, orgoglioso, irascibile e prepotente, ma anche un diplomatico e un uomo d’armi”. E pure un’ottima forchetta, aggiunge il sottoscritto, se si butta su cibi saporiti (quali ravioli bianchi senza sfoglia, maltagliati al sugo, pasticcio di lepre, coscio di capriolo arrosto, cappone marinato alla griglia etc…) innaffiati di Sangiovese, Trebbiano o Pignoletto (mica male e mica scemo). E accanto a lui una caterva di personaggi storici illustri e meno noti come Michelangelo Buonarroti, Ippolito e Alfonso d’Este, Angela e Lucrezia Borgia, Marcantonio Colonna, Ercole Bentivoglio, Ginevra Sforza e tanti altri (una loro lista all’inizio ci sarebbe stata bene) a ricreare l’atmosfera dei primi anni del ‘500 fatta di alleanze, lotte di potere, intrighi, tradimenti, attentati (ne sarà vittima anche il Papa), feste e festini, banchetti, caccie, amori e sesso, lussuria, lascivia, pedofilia, matrimoni combinati spesso infelici.
E in questo mondo di splendori e di miserie il nostro Julius conduce la ricerca della verità con tutte le armi possibili, dalla memoria eccezionale al travestimento fino al servizio di una banda di ragazzi muniti di fionde e occhi acuti per sorvegliare certi infidi stranieri. Se c’è da rischiare in prima persona si rischia senza tema del pericolo,  e se c’è da fare un po’ di sesso lo si fa che la Sentinella attrae prepotentemente le grazie femminili.
Una ricerca storica accurata, precisa e bene amalgamata con la fantasia dell’autrice che si affida a capitoletti brevi, per non creare fastidiosi appesantimenti, e ad un movimento via via sempre più veloce fino allo scontro conclusivo. Una vicenda ricca di fatti, dubbi, assilli, tensione, svolta con una scrittura attenta e priva di svolazzi retorici.
Alla prossima.

Rebus indecifrabiliRebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.
Per non occupare troppo spazio restringo al minimissimo (se si potesse dire). Ventinove racconti. Personaggio principale John Rebus, ispettore di Edimburgo del 1947 (se non sbaglio), arruolato nell’esercito, finito nei paracadutisti della SAS, esaurimento nervoso e convalescenza, poi nella polizia, ex moglie Rhona che vive a Londra con la figlia Samantha, fratello minore a Kirkcaldy. Manifesta senza problemi le sue simpatie e antipatie di lettura (un libro di Hammet lo definisce “Decisamente campato in aria”), ama il cruciverba, il jazz ma non la musica country, grugnisce, si incavola di brutto, sbatte le porte, whisky e birra a go-go,  ricordi, ricordi, e ricordi, della ex famiglia, dei genitori, degli amici, di criminali, di una ragazza con cui, forse… il ballo, il destino, scelte diverse… alla fine in qualche bar o pub con il bicchiere in mano mentre là fuori la notte è “piena di possibilità e incidenti, di casualità e destino, di pietà e paura.”
C’è John Rebus, dicevo, soprattutto come uomo con la sua complessa personalità; ci sono gli altri personaggi, poliziotti e criminali sbalzati magnificamente; c’è la città di Edimburgo vista nei suoi molteplici aspetti e nella sua evoluzione (spesso con i tifosi del calcio per strada); c’è il morto ammazzato e l’assassino, ci sono tutti i trucchi del mestiere sedimentati da secoli di letteratura poliziesca per coinvolgere il lettore e depistarlo. Ci sono cinquecento settantuno pagine in genere di buono e ottimo livello. Scrittura pulita, semplice, senza inutili sbavature e ampollosità con momenti di vario sentimento, dalla rabbia, all’angoscia, alla malinconia, al simpatico sorriso. Essenziale. Ecco, “essenziale” è proprio l’aggettivo giusto. E non aggiungo altro per rispetto all’aggettivo.

Uno strano caso per il commissario CalligarisUno strano caso per il commissario Calligaris di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2016.
La linea che pervade la storia è quella dell’ironia e del sorriso. A partire dalla nostra Adalgisa Calligaris nella III C della scuola media “Pinturicchio” di Rivorosso Umbro, vista con la sua “manozza quadrata da carpentiere nano” e con la sua figura da “parallelepipedo basso”, pronta a rivalersi durante l’interrogazione (insomma la bruttacchiona intelligente). La ritroveremo, adulta, dopo un po’ di peripezie, proprio in questo paese come commissario, per seguire la sua mamma, mettere in ordine l’ufficio e inquadrare con piglio sicuro i suoi sottoposti, evidenziati nelle loro caratteristiche peculiari (tra cui il solito corteggiatore inflessibile) e nelle loro vicende personali a dare concretezza di vita.
Paese tranquillo questo Rivorosso Umbro. Un solo delitto, furti di bestiame, piccoli atti vandalici, cose di scarsissimo conto. Praticamente un mortorio. Fino a quando il morto ammazzato arriva per davvero. Una cittadina americana con un colpo di pistola alla tempia. Per mano sua o di altri si saprà in seguito. Trovata da una coppia di amanti. Allora ecco in azione il magistrato incaricato e il medico legale, quel Carlo Petri “l’amore impossibile della sua travagliata esistenza” che l’aveva tormentata fin dai banchi della scuola (e lì tutti, curiosi, a vedere come andrà a finire).
Le indagini si indirizzano su chi ha trovato il cadavere e verso il centro di benessere psicofisico “La Rosa e l’Ortica”, meta di clienti da tutto il mondo dove la stessa defunta, fotografa, aveva preso alloggio. Indagini che portano allo scoperto i misteri di un paese resi più concreti (e in parte buffi) dal dialetto del luogo e i misteri dei villeggianti presso il suddetto centro. La costruzione della storia segue itinerari già ben conosciuti: un quadro di valore sparito, altri due morti ammazzati, la pistola omicida che non si trova, uno scrittore che lavora su qualcosa di pericoloso e una frase minacciosa “Io sono il passato che ritorna” a rendere più complicato il busillis. Ultimo atto alla Poirot, dopo che si è accesa la lampadina con una botta di culo (letteralmente una caduta per terra), che la nostra Adalgisa è fan sfegatata dell’Agatha internazionale e ne vuole seguire i dettami. Ergo riunione generale dei sospettati dove si piazza il colpo finale, in una storia pervasa, come già detto all’inizio, dall’ironia e dal sorriso con qualche pericolo di cadere nel macchiettistico (a volte ci si cade).
E Carlo? Voglio dire il bel Carlo Petri e la non bella Adalgisa che fanno? Perché c’è un discreto fascio di fiori colorati per lei…
Buona lettura

Fragili veritàFragili verità di Bruno Morchio, Garzanti 2016.
Genova, estate 2015. Caronte, anticiclone tropicale e caldo boia. Morto per un incidente d’auto Cesare Almansi, amico dell’investigatore Bacci Pagano legati, un tempo, da “certezze granitiche” e “asserzioni definitive” che non esistono più. Ora “la verità è un’essenza fragile, da maneggiare con cura”. Un colpo di sonno o altro? (niente segni di frenata).
Bacci Pagano, dunque, investigatore privato, cinque anni di carcere per terrorismo e sei mesi “imbragato in una gabbia ortopedica a giocare a scacchi con la morte” (gli scacchi, mia passione, dappertutto), invischiato in una brutta storia con il suo amico. Gira su una vespa amaranto (mi ricorda il freelance Radeski di Paolo Roversi, la cui vespa, però, è gialla), separato dalla moglie con figlia Aglaja in vacanza insieme al fidanzato Essam. È chiamato dai signori Selman per ritrovare il loro figlio adottivo sedicenne Giovanni preso dalla Bolivia, il cui vero nome era Bernardo (perché è stato cambiato?), la madre morta giovanissima, il padre ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito (più avanti la sua storia vera e complicata). Per ritrovarlo occorre l’aiuto dell’amico Pertusiello, ex poliziotto in pensione, comunista di ferro.
Giovanni è ritrovato, vive insieme ad un pusher e spaccia droga di ottima qualità, “forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane”, con il pericolo di scontrarsi con la mafia, mentre aumentano le liti tra i genitori adottivi che si lanciano accuse reciproche, per non essere riusciti a capire le problematiche del figlio. Bacci Pagano ad indagare in giro per Genova (ma anche in Versilia), con i suoi quartieri diversi, le sue strade, la sua popolazione tra un bicchiere di Chianti e la tagliata.
Ricordi e ricordi della sua vita, della “Rivoluzione mancata infarcita di sogni e illusioni” e ora la sua opera di psicologo (materia, questa, dell’autore) per ricompattare la famiglia Selman avviluppata nelle paure e nei nascosti sentimenti.
In concreto un libro sugli ideali rivoluzionari ormai morti “senza l’assillo di inseguire il fantasma della felicità”, sulle difficoltà dell’adozione, sia da parte degli adottanti che dell’adottato (il suo mondo passato che sempre incombe), sulla forza che danno i figli a tirare avanti, in particolare Aglaja allo stesso Bacci Pagano. Sulle fragili verità dell’esistenza che offrono il titolo al libro. Un senso di malinconica spossatezza e disillusione pervade tutta la storia. Con lieve sorriso finale che la vita continua.

Spiluzzicature
Il cadavere in pantofole rosseContinua la rinascita della Polillo attraverso Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, pubblicato nel 1936 con il detective dilettante Philip Tolefree alle prese di un dubbio suicidio. Lo avevano già trovato ne I fatali cinque minuti, sempre della stessa casa editrice del 2007: “Tolefree era un uomo di media altezza, dai capelli scuri, sempre ben rasato, con un viso piuttosto simpatico e – quando era divertito – un sorriso davvero piacevole. Con il suo abbigliamento curato e discreto, e i suoi modi pacati, lo si sarebbe potuto prendere per qualunque cosa, un avvocato, un funzionario statale di alto grado, un insegnante. Non aveva nulla dell’investigatore, reale o romanzesco. Il che non significa che avesse una personalità incolore, ma semplicemente che non portava addosso nessuno dei segni tipici di una specifica professione.” Da leggere entrambi i libri con calma, con molta calma…

La strategia di BoschUn classico di Bosch non si può perdere. Vedi La strategia di Bosch di Michael Connelly, Piemme 2016, tradotto magnificamente da Alfredo Colitto. È un Henry Bosch con i suoi annetti sulle spalle alle prese con la moderna tecnologia digitalizzante che accetta come inevitabile parto del progresso. Un po’ malinconico, un po’ stanco ma sempre pronto a scattare per la giustizia. Questa volta se la deve vedere con il mondo dei latinos che spadroneggiano a Los Angeles con tutti i casini di questa città tra bande assatanate, corruzioni e intrallazzi politici (sembra di essere a Roma). Ma lui è duro. Ce la farà?…

Altra bella traduzione di Colitto (sempre per le pagine lette nella solita libreria di Siena) si trova in Ai morti non dire addio di Brian Freeman, Piemme 2016. Con il detective Jonathan Stride scosso ancora, pur dopo nove anni, dalla perdita della moglie Cindy (confortato, solo in parte, dal nuovo amore di Serena). Il presente, rapimenti di donne, e il passato, una vecchia indagine forse trattata un po’ superficialmente, a confronto. Ma lui è tosto…

Un giretto tra i miei libri
Questa notte da qualche parte a New YorkUna sigaretta fra le dita, una figura ossea che sembra stare in piedi per miracolo, uno sguardo allucinato. Ecco Cornell Woolrich. Anzi, per essere più precisi, Cornell George Hopley Woolrich. Che ogni tanto ritorna alla ribalta (mai dimenticato) con tutto il suo mondo diabolicamente nero. Per esempio in Questa notte, da qualche parte a New York, Kowalski 2009.
Una antologia di racconti, una parte di un romanzo e due capitoli di una autobiografia mai pubblicata. Il tutto curato amorevolmente da Francis M. Nevis con note succose alla fine del libro.
Il mondo nero, dicevo, che avvolge i protagonisti di queste storie, li prende, li afferra, li sballotta a suo piacimento. Gli strani casi del Destino: essere nel punto sbagliato al momento sbagliato, il ribaltamento delle situazioni iniziali, l’amore, l’odio, l’accendersi di una speranza, la delusione, e ancora l’amore sbocciato quasi per caso, la forza d’amore, l’amore esaurito, terminato, finito, il distacco, la solitudine che è “uguale in tutto il mondo”, la tensione che cresce, l’assillo, la paura, l’assassinio, la gioia che si trasforma in orrore, la disperazione di sentirsi in trappola, la rabbia, la lotta, gli sforzi disperati di uno scrittore. E altre cose ancora.
La prosa scivola via come nata da se stessa, entra veloce nella mente e nell’animo e ti porge tutte intere le domande su questa vita così strana e misteriosa, un intrecciarsi di eventi casuali dove una piccola luce si accende a intermittenza per poi spengersi e far cadere tutto nel buio della disperazione.
Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato, lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito. E si scopre, come ha ben scritto Ellroy “ quale è la forma dell’agonia”. Lenta e mostruosa. Straziante.

Sangue in sala da pranzoSono un istintivo. Appena adocchiato Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein, Sellerio 2011, un piccoletto marroncino chiaro in bella mostra alla Feltrinelli di Siena, visto e preso. Leggero, tascabile, poche pagine, l’ideale per portarmelo al solito posto e leggerlo mentre cammino. I mallopponi che stiano lì impalati sugli scaffali come stoccafissi!
L’istinto spesso mi premia ma qualche volta mi buggera. Leggero, tascabile, l’ideale ecc… ma almeno leggibile. No, mi spiego, non è che la nostra Stein non sappia scrivere. Tutt’altro. È che vuole scrivere in un certo modo influenzata dalla esperienza cubista (amica di Picasso) e dadaista. Un modo ripetitivo, frammentario, come se tentasse di raccontare gli avvenimenti ogni volta senza riuscirci.
Ho capito qualcosa dalla “Prefazione”. Di solito la ritengo inutile e noiosa, ma in questo caso l’ho abbracciata come si abbraccia, piangendo di gioia,  uno che ci salva dalle sabbie mobili. Siamo nella casa di campagna della Stein, a Bilignin (valle del Reno), una confusa estate del 1933 durante la quale si alternano gli ospiti e avvengono strani incidenti: vedi il sabotaggio di due automobili, la morte improvvisa della moglie di un albergatore lì vicino sfracellatasi nel cortile dell’albergo, cadendo dal quinto piano e quella di una vicina uccisa con due proiettili nella testa.
Dicevo un ripetere continuo e assillante delle stesse frasi, ricordi affastellati rivolti ad una certa Lizzie, la storia vera fatta a brandelli che rimane sotto traccia, piccoli tocchi, domande, dubbi, visioni, una sfida continua con la scrittura che può andar bene in certi momenti della vita, quando si ha voglia di elucubrazioni (ho scartato l’altra parola) mentali. Poco adatta, invece, come nel mio caso, quando si preferisce una lettura semplice e comprensibile. Questa volta l’istinto mi ha fregato.

Passiamo, ora, alla nostra inarrestabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Lo strano caso dell'orso ucciso nel boscoLo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, Newton Compton, 2016.
«Bruna sapeva che quell’uomo prima o poi avrebbe cercato di assassinarla. Faceva parte del gioco, era scritto nel destino di chi, come lei, conduceva un’esistenza addomesticata. Da giorni nel ventre le pulsava un male feroce, un fagotto scoppiato all’improvviso, come se avesse ingoiato un nido di calabroni. Vacillò. Bruna che era sempre stata agile, leggera, cadde pesante sulla neve. Il motore della sua vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Arrivata all’improvviso. Voluta da lui». Un orrendo rompicapo e una nuova difficile indagine per il commissario Marzio Santoni, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, corpo atletico, l’affascinante commissario di Polizia, amato dalle donne e protagonista cult della serie di gialli di Franco Matteucci, due volte finalista al Premio Strega.
Un caso poliziesco da squadra omicidi e, contemporaneamente, un giallo ambientalista per il bio-detective di Valdiluce, dotato di un olfatto straordinario e soprannominato Lupo Bianco per la sua rusticità e fiera indipendenza. Quello che, neve, ghiaccio o tempaccio che sia, si sposta sempre con la sua vecchia Vespa ereditata dal suo padre Alfredo, il boscaiolo e che divide la sua abitazione con una colonia di formiche, esperte sentinelle meteo, il topo Mignolino e il riccio Arturo con, sempre al fianco, a far da spalla, il pacioso ma sveglio e irrinunciabile vice Kristal Beretta, drogato dai cioccolatini Mon Cherì Ferrero.
Nell’ondulato vallone a nord di Valdiluce, si è scoperto uno spaventoso animalicidio. L’orsa Bruna è stata barbaramente avvelenata assieme ai suoi tre cuccioli di pochi giorni. Il suo corpaccione e stato ritrovato abbrancato, con le unghie conficcate nel tronco di un albero e, accanto al cadavere, è stato abilmente inciso, servendosi di un coltellino svizzero, un cuore con all’interno il nome della vittima e un segno… La lettera greca Omega, oppure? Comunque l’assassino ha lasciato la sua firma, perché quel segno sarà destinato molto presto a tornare in scena e a istillare l’angoscia negli scoscesi sentieri del paesino di montagna.
Ma Marzio Santoni, Lupo Bianco, scarta immediatamente il termine animalicidio e valuta l’uccisione di Bruna solo come un crudele e disumano omicidio. E, in seguito, quando sempre la stessa lettera, a mo’ di minacciosa firma incisa sulla corteccia staccata dagli alberi, verrà puntualmente ritrovata anche sulla scena di altri crimini, si presenta l’orrenda ipotesi di un serial killer in preda a una sanguinaria follia che vaga e colpisce impunito e invisibile perché coperto da una sciocca e omertosa coltre valligiana. Un killer che continua a sfidare la polizia, che usa la montagna e i suoi segreti come proprio terreno di caccia, uccidendo senza pietà e che, pur di esibirsi a ogni costo, è pronto anche a rischiare. Cosa si nasconde sotto la neve della Valdiluce? E poi la sua firma o segno che pare l’Omega greca, farebbe invece parte delle millenarie tradizioni elfiche locali…?
Ambientazione straordinaria, ritmo incalzante e ben calibrato, storia molto coinvolgente, arricchita da un complesso intreccio che sa fondere molto bene realtà e mitologiche fantasie. E noi, ormai formiche, Mignolino e Arturo dipendenti, aspettiamo il seguito.
La Nostra ci consiglia anche Libertà di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Einaudi 2016, e Insospettabili di Riccardo Perissich, Longanesi 2016.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2016

Buon compleanno, Fabio!

buon compleanno FabioQuesto mese inizio con gli auguri a Fabio Lotti, che il 1° maggio ha compiuto “cifra tonda” (non dirò quale). Ti auguro mille di questi giorni e diecimila libri ancora da leggere e recensire!
E adesso, via con il pezzo di Fabio.

Quattro anni insieme. Un ringraziamento ad Alessandra che mi ha dato l’opportunità di scrivere su questo blog e ai lettori che mi hanno seguito. Affidare una rubrica ad un vecchietto è sempre pericoloso. Ricordi nostalgici e patetici del vissuto, battutine ridanciane da barretto dello sport, pseudo filosofia mortuaria da quadrupede omologato per la bara. E via, e via, e via. Tanto di cappello per quelli rimasti. Un ringraziamento anche a coloro che non mi hanno letto. Ma sì, crepi l’avarizia.

Il dibattito sul noir italiano sta diventando sempre più articolato. Sulla sua voglia di affondare il coltello nella società sozza e nella ormai cancrenizzazione del male (inteso in senso lato) dove tutti si buttano alla ricerca spasmodica del dio denaro con ogni mezzo possibile, corruzione compresa, quando va di lusso e non ci scappa il cadavere controvoglia. Vedi i libri di Massimo Carlotto sulla cosiddetta “zona grigia” (malaffare e criminalità in contatto con i vari poteri) che vi ha dedicato passione e competenza, senza però allontanare la critica di una certa stanchezza ripetitiva che sembra assumere sempre di più le sembianze di uno stramaledetto reality. E allora occorre andare oltre, il romanzo non solo come denuncia della crisi ma, soprattutto, strumento di lotta, arma del “conflitto” in grado, sia di raccontare questa benedetta realtà gabinettara, sia di modificarla attraverso il cambiamento, la dinamicità e la speranza, parole chiave del nuovo corso noir (miezzeca!).

Colpo di genioNoi voliamo un po’ più bassi partendo dagli imprescindibili G.M. Il curatore, o i curatori della collana, fanno davvero delle scelte oculate. Dopo Il respiro del diavolo di Tessa Harris, dalle tinte forti e cupe, ecco Nero Wolfe colpo di genio di Rex Stout, Mondadori 2016, di una eleganza perfetta (anche se mortuaria). Ed il sottoscritto è favorevole alla varietà di letture.
Colpo di genio
Cena annuale per i Dieci dell’Aristologia, insomma degli appassionati della buona tavola. Cuoco Fritz Brenner e dunque tra gli invitati Nero Wolfe e Archie Goodwin che racconta la storia. Dodici fanciulle come coppiere fatte apposta per l’ultimo citato. Prima portata “cannoli spolverati di cipolline tritate, coperti di caviale e sormontati di panna agrodolce.” Ottimo e abbondante per tutti ma non per Vincent Pyle che ci tira il calzino. Qualcuno ha messo l’arsenico nella sua porzione. Sembra facile scoprirlo, basta sapere chi l’ha servito ma non è così. L’affare è complicato e Wolfe si sente perfino in colpa. Tra un ruggito e l’abbaiare dell’ispettore Kramer ecco che il Corpulento prepara un bel tranello all’assassino…
Nero Wolfe preso al lazo oppure Come volevasi dimostrare
Ancora una volta Nero Wolfe fuori casa. Per un pranzo, naturalmente, ovvero per due dozzine di fagiani del Montana, altrimenti non ci si smuove dalla sua poltrona. Qui pure Archie Goodwin che sta ascoltando una rivelazione di Cal Barrow. Questi ce l’ha a morte con un certo Wade Eisler, partecipante alla festa (una specie di gara col lazo) che ha “tentato”, come al solito, con una signora. Si troverà in un brutto guaio quando sarà lui stesso a scoprirlo cadavere strozzato in un ripostiglio proprio dal lazo che aveva perduto. L’organizzatrice della festa ingaggia Wolfe per risolvere il caso prima della polizia. Scontri con Kramer, baruffa fra donne, un’autoaccusa poco credibile, quattordici ore in cella per il nostro Goodwin. Classica riunione finale con smascheramento dell’assassino.
Assassinio indiretto oppure Archie Goodwin e il metodo numero tre
Qui troviamo Archie Goodwin dimissionario perché Nero Wolfe non vuole esaudire una sua richiesta. Mentre esce dalla famosa casa di arenaria della trentacinquesima strada, ecco l’incontro con una certa Mira Holt. Dal suo racconto astruso viene fuori che nel taxi da lei guidato c’è un cadavere di una donna, Phobe Arden, pugnalata con un coltello da cucina e avvolta in un telone da canapa. Ce l’ha trovato, dice lei, durante una sua assenza, ma l’ispettore Cramer non le crede. Le crede, invece, Nero Wolfe. Questione di soldi o di cuore?
Tre racconti di Rex Stout svolti con la solita arguzia, finezza e ironia che ben conosciamo nei confronti soprattutto del “ciccione” (viene apostrofato anche così) interessato solo alle delizie della cucina (altrimenti non si sposta di un millimetro), dell’irascibile ispettore Kramer con i suoi grugniti e ruggiti, dello stesso Goodwin narratore scodinzolante dietro le belle ragazze, caffè al mattino, copia del Times, pane tostato con miele. Il tutto basato su dialoghi scoppiettanti. Nero Wolfe impoltronato (mio conio) con il suo bicchierone di birra e la mente vigile a ricostruire la storia nei minimi particolari e a scoprire i punti deboli degli indiziati in cerchio intorno a lui. Al bisogno Fritz, pagato profumatamente, che scodella le sue virtù culinarie.
Lettura fresca e pulita come un lenzuolo steso al sole (mi è venuta così).

I dodici delitti di Natale di Rhys Bowen, Mondadori 2016.
I dodici delitti di NataleDal 14 dicembre 1933 al 1 gennaio 1934. A Castle Rannoch tra le cupe brughiere scozzesi si trova intrappolata, lo dice lei stessa, Lady Georgiana Rannoch (Georgie), aristocratica senza il becco di un quattrino accudita, si fa per dire, dalla signorina Queenie sua domestica svampita che ne combina di tutti i colori. Tra parenti serpenti (la vogliono maritare per forza) non si trova certo a suo agio, allora via come donna di intrattenimenti in una casa di campagna a Tiddleton-under-Lovey, villaggio del Devon appollaiato “ai piedi di una vetta rocciosa coperta di neve”. Un paesaggio da cartolina, secondo la “particolare” domestica, che si tingerà presto di rosso: un vicino ucciso dal suo fucile dopo essere scivolato giù da un pero; un altro caduto da un ponte e affogato; la vecchia signorina Effie (una di tre anziane sorelle) morta soffocata dal gas. Incidenti o delitti?
Per completare il quadro abbiamo tre prigionieri evasi dal carcere del Dartmoore (che c’entrino in qualche modo nella vicenda?), la maledizione di una strega bruciata sulla pira che ad ogni Natale sarebbe tornata a vendicarsi, lo scemo del villaggio Willum e la selvaggia Sally che danza al chiaro di luna ritenuta in possesso di poteri magici.
Arrivati anche il nonno e la mamma con diversi matrimoni alle spalle, gli americani Wexler insopportabili (ironia su di loro) e poi via via tutti gli altri tra cui Darcy O’Mara, il fidanzato che Georgiana che non può sposare perché di religione cattolica. Però, intanto, un bacio si dà lo stesso e, se non fosse per l’arrivo inopportuno di Queenie, ci scapperebbe pure qualcosa di più sostanzioso.
Nel frattempo continuano ad aggiungersi altre morti sospette (tra le quali una centralinista fulminata dalle cuffie, pensate un po’) insieme a certi strani incidenti che danno del filo da torcere all’ispettore Newcombe, coadiuvato dal nonno di Georgie della polizia metropolitana in pensione. A questi si aggiunge la nostra spiantata aristocratica che vuole vederci chiaro e già qualcosa di “fugace, troppo fugace” le passa per la testa fino a quando la lampadina si accende e… di mezzo una filastrocca, un vecchio processo, qualche personaggio che non sembra essere quello che dice (occhio a certi particolari).
Paura, movimento, pericolo anche per Georgiana con finale spasmodico nella palude. Il tutto tra colazioni, pranzi, cene, canti, bevute, il ballo in maschera, l’amore e, direi, anche l’istinto sessuale fra i due spiantati che, per un verso o l’altro, non può avere libero sfogo. Improrogabile citazione di Sherlock Holmes.
Prosa garbata, ironica, gradevole.

Sherlock Holmes e il mistero del Sussex di Amy Thomas, Mondadori 2016.
Sherlock Holmes e il mistero del Sussex“Cari Holmes e Watson…”, una lettera di Irene Adler, la Donna (un tempo nemica di Sherlock e ora sua amica, apicultrice nel Sussex) ai nostri beniamini insieme ad una lattina di colofonia per il primo e il miele per il secondo. Praticamente la richiesta di aiuto per risolvere il caso della scomparsa di James Phillimore, proprietario di una fattoria, sposato con Edith e padre di Elizabeth (Eliza). Come afferma la moglie, durante la cerimonia nuziale tra Edward Cox Rayburn e Julia Ellworth Stevenson in quel di Fulworth, “È giusto entrato a prendere il suo ombrello, e poi… poi è sparito”.
Subito in azione Holmes mentre Watson rimane, per il momento, a corteggiare la signora Willow (che poi scapperà con un prete allargandoci la bocca al sorriso). Lo ritroveremo più avanti accanto al Nostro con la sua “faccia rubizza impreziosita da un paio di baffi”, per insinuarsi nel cuore della burbera cuoca dei Phillimore e strapparle qualche segreto (si insinuerà anche in quello della signora Turner, governante di Irene, con scopi più personali).
Il cadavere di James viene trovato in seguito nella rimessa della fattoria, seduto sul calesse, avvolto in una coperta con un foro di pallottola in fronte. Ad indagare il “tronfio come sempre” ispettore Greaves irritato dalla presenza di Holmes (ha avuto uno scontro precedente con lui) e il duo Irene-Sherlock (a cui si aggiungerà Watson) attraverso le loro voci narranti, in prima e in terza persona. Su quest’ultimo il solito repertorio del violino che suona divinamente (conosce bene Niccolò Paganini), il travestimento insieme al dottore, i momenti di riflessione, qualche ricordo tenero d’infanzia, il  fascino sulla Donna che ne resta completamente rapita: “Holmes, lei è un eroe, che lo voglia no.”  Proprio il rapporto fra i due qui viene approfondito, essa è cambiata, seppure sempre “indipendente e volitiva” (Pachì) e se ne accorge proprio l’Investigatore quando vede in lei tenerezza, libertà “una pace interiore che in precedenza le erano assolutamente estranei.” (e noi lì pronti a vedere se ci scappa qualcosa di più concreto fra i due).
Ma chi ha ucciso James? Chi lo voleva morto e perché? Sospetti (ce ne sono diversi), dubbi (addirittura che la moglie sappia qualcosa), intrighi, scandali, un ricatto, la scomparsa della stessa Eliza (consolata da Holmes “eccellente narratore di favole”), il concitato finale. Tutto il romanzo, scritto in maniera “semplice” ed efficace, si basa sul tema dell’Amore, l’Amore che sbaglia, l’Amore che perdona e vince. Almeno per una volta.
Come scrive Luigi Pachì in “Sherlock Holmes e Irene Adler ancora una volta insieme”  la cosa non finisce qui perché “È nostro obiettivo concludere la trilogia nel corso dei prossimi mesi pubblicando anche il terzo titolo, The Detective, the Woman and the Silent Hive, uscito all’estero nel corso del 2014.”
Alla prossima.

Arsenico di Richard Austin Freeman, Polillo 2016.
ArsenicoGià letto secoli fa ma riletto volentieri, anche per dare una mano alla Polillo che si sta riprendendo dopo un momento di crisi. Chi racconta la storia in prima persona, un po’ come il dottor Watson, è l’avvocato Rupert Mayfield. La storia di un morto avvelenato con l’arsenico, più precisamente il malato cronico benestante Harold Monkhouse, mentre la giovane moglie Barbara è lontana. Tutto sta in una boccetta di medicinale che alle sei del pomeriggio di martedì 12 settembre conteneva pochissime gocce di Liquor Arsenicalis ma alle dieci e mezzo, durante l’ultima dose data, ne conteneva in grande quantità. Letali, come testimoniato dalla autopsia voluta dal fratello di Harold, il reverendo Amos Monkhouse, per nulla convinto della sua dipartita.
Dunque il verdetto del processo (esposto nei minimi particolari con lunga sfilata di testimoni e con puntuale tecnicismo) è morte per avvelenamento di arsenico somministrato da una o più persone sconosciute. Insomma la medicina è risultato il mezzo principale di somministrazione del veleno. Ma come è stato introdotto il veleno in quella medicina e chi è l’assassino?
Bella gatta da pelare per il dottor Thorndyke chiamato in aiuto da Rupert. Comunque i sospetti si riversano sulla moglie, sulla bella fanciulla adottata Magdalene, sul segretario Wallingford infatuato di Barbara. Soprattutto su quest’ultimo che fa uso di droghe e si trova sempre a seguire qualcuno. A ciò si aggiunge la storia dello stesso Mayfield e la perdita di Stella morta per tubercolosi, un’orfana adottata da Rupert, amica stretta di Barbara, che getterà una luce chiarificatrice sul presente caso.
Racconto preciso, puntuale, scientifico, con l’avvocato che a volte si trova in imbarazzo di fronte alle idee e alle iniziative di Thorndyke tali da sembrare “più del ciarlatano che dell’investigatore.” (si dovrà ricredere). Un vero e proprio trattato sull’avvelenamento da arsenico esplorato nei minimi dettagli attraverso una scrittura che scivola via felice anche quando trattasi di un momenti carichi di tensione: la nebbia, la figura nell’ombra, i pedinamenti, spunti su certi quartieri oscuri di Londra brulicanti di vicoli e passaggi, un pacco che potrebbe nascondere una trappola mortale. Non manca lo spunto sulla mentalità maschilista del tempo (anche oggi non si scherza) nei confronti delle donne che vogliono fare i lavori come gli uomini con elogio di Madeline così dolce e gentile “un mirabile esempio di donna tradizionale… occupata nelle tradizionali attività che per millenni sono state associate al suo sesso.” Qualche tratto amoroso (c’è pure un bacio) e… occhio a certe candele!
Colpo finale che un po’ ce lo eravamo immaginato, senza nulla togliere alla bontà del lavoro. Un classico che rimarrà nella storia come L’impronta scarlatta e L’occhio di Osiride.

Il bazar dei brutti sogni di Stephen King, Sperling & Kupfer 2016.
Il bazar dei brutti sogniButto giù all’impronta. Venti succosi racconti. Il primo bello sì, ma senza grande entusiasmo (invece il preferito di King e, mi immagino, dei lettori). D’altra parte de gustibus con quel che segue. Il fantastico, o l’horror fantastico, chiamatelo come vi pare, va bene (per me) se non è troppo ripetuto. Altrimenti un po’ mi ammoscia. Vedi, appunto, le macchine che ingoiano un tizio dopo l’altro (ne bastava una).
Fra i tanti ricordo soprattutto La morte, scritta pensando a Elmore Leonard dallo stile asciutto e secco come un colpo di pistola. Personaggio Jim Trusdale accusato di avere ucciso una ragazzina e rubato il suo dollaro. A tradirlo il cappello trovato accanto a lei, ma Jim giura e spergiura di averlo perso. E lo sceriffo Barclay incomincia a credergli. Si salverà?
Aggiungo Morale con la proposta del semiparalizzato Winnie alla sua assistente Nora “Ti piacerebbe guadagnare duecentomila dollari?” Niente di indecente in quel senso, però, insomma… Turbamento, dubbi della coppia Chad e Nora. I soldi sono soldi. E Winnie, ex della Seconda Chiesa Presbiteriana, vorrebbe buttarsi, almeno una volta, nelle braccia del peccato per vedere l’effetto che fa (un salutone a Jannacci). E noi lettori siamo lì, curiosissimi, a vedere proprio l’effetto che farà sui vari personaggi.
Con Aldilà veniamo proiettati in un dilemma che ci riguarda tutti. Cosa ci aspetta dopo la morte? Per William Andrews una duplice scelta. Ricominciare tutto daccapo o farla finita.
La duna superba con il Giudice novantenne a ricordare  la magia dell’isolotto, ovvero della duna che predice le morti. Brividozzo incorporato e un sorriso finale che si trasforma in ghigno.
Il bambino cattivo, “la quintessenza di tutti i ragazzi cattivi di sempre”, è un tormento che assilla.  Anche quando sembra che sia morto ammazzato da uno che non ne poteva più, eccolo che riappare con un biglietto per ricordarci che è sempre vivo e vegeto (i rompicoglioni non mancano mai).
Poi c’è, anzi, prima di ogni racconto c’è il nostro Stephen a spiegare le ragioni che lo hanno spinto a scriverlo, le influenze ricevute da certi scrittori preferiti e amati, insomma la voglia di dividere un po’ con il pubblico le sue ansie senili (come lo capisco). In maniera franca, a volte spiccia perché lui scrive per amore, sì, “ma l’amore non paga le bollette.” E se c’è da “vendersi” per Amazon lo si fa con un bel racconto, Ur, per esempio, in cui ci si infila il kindle di seconda generazione. Kesley Smith, assistente presso la Facoltà di Letteratura inglese di Moore, è fissato con i libri (in buona compagnia). Figuriamoci se vuole un kindle. Manco per idea, penserete voi…
Vite dure, frustrate, mamme giovani con una barcata di figlioli sulle spalle, l’amore vero che continua imperterrito anche durante la vecchiaia, l’amore che muore subito, il destino fatale, gli anni Sessanta quando si credeva di cambiare il mondo (e dillo a me), lotta tremenda per i migliori fuochi d’artificio, il bizzarro, il fantastico, il sovrannaturale, il ribaltamento delle aspettative, dubbi, dilemmi di fronte al bene o al male, l’incubo che è dentro di noi.
Occhio alla lama, lettori, anzi Fedele Lettore perché, si parli pure di baseball, ma è sempre una storia alla Stephen King, con lui dentro, addirittura, ovvero Blocco Billey. Per l’impatto vitale che ha il sesso nella esistenza umana c’è Mister Yummy. In questo caso si può trattare un argomento senza averne avuta una esperienza diretta? (essere gay). Si può trattare, si può trattare. Con pochi personaggi, un ricordo, il sesso giovanile, la passione, la vita, la morte e un misto di tristezza e gioia insieme.
Sul dolore Il piccolo dio verde del dolore e ne viene fuori una storia demoniaca lungo la scia de L’esorcista fra il vento che ulula, la pioggia che scroscia e tutto il casino che ne consegue.
Basta un incontro di sguardi avvenuto nella realtà per buttar giù Quell’autobus è un altro mondo. Due sguardi che si incrociano fra il protagonista e l’assassino che uccide una ragazza in autobus, e subito affiora il ricordo di Miss Marple e di quella stupenda interprete che ne fu Margaret Rutherford nel film Assassinio sul treno. Breve, secco, preciso, perfetto.
Da un film horror visto da Stephen ragazzino spunta Io seppellisco i vivi. In brevissimo. Un giornalista che ha il compito di sparlare dei morti, ancora vivi, per la rivista web Neon Circus. Che muoiono davvero (ecco l’idea!). Carino, gustoso, sorriso, ironia, salti sul letto il giusto senza strafare. Un po’ di malinconia per l’uomo e il cane che stanno morendo in Tuono estivo e tutto è finito.
Spaparanzato sulla sedia a sdraio in quel di Ampugnano mi sono crogiolato nella lettura dei venti raccontoni. Con un  brivido sussultorio quando è passato un lupo nero. Si è fermato proprio davanti a me, fissandomi con gli occhi rosso fuoco, e ha ululato “O Ciccio, svegliati!”

La gioia di uccidere di Harry Maclean, Fazi 2016.
La gioia di uccidereUno scrittore che butta giù la sua storia con la Underwood in una casa isolata tra i boschi del Minnesota. Quaranta anni dopo un episodio avvenuto nell’ultima carrozza di un treno del Midwest. L’amore, il sesso con una bella ragazza incontrata lì per caso. I tremori e la passione rivissuti nei minimi particolari a cui si intrecciano immagini di altri episodi: una ragazza a pagamento offerta da un anziano pedofilo a lui e al suo amico David; l’annegamento misterioso dell’altro amico Joseph; il tradimento dello stesso David con sua moglie; l’uccisione di Shelley Duval dal “collo lungo e bianco come quello di un cigno”.
Mentre batte a macchina là fuori le stelle si stanno facendo più intense, il vento sbatte un ramo sottile contro la finestra, i rumori grattano intorno alla casa. Una notte come un concerto, come un’opera teatrale di spirito e di bellezza.
Ricordi e ricordi, lo sforzo continuo della memoria (ma sarà tutto vero?), i poliziotti che bussano alla porta, l’urlo rivolto a Joseph, e poi silenzio. Silenzio assoluto.
E via si ricomincia, il presente e il passato che si intrecciano e divincolano fra loro, il lago, la scogliera, frammenti, “scene sbilenche”, attimi di pausa, riprese, lui insegnante al College di Booneville, il suo romanzo “Il professore” con la teoria che “gli esseri umani, come gli altri animali, sono essenzialmente amorali”, e poi l’altro parto “La gioia di uccidere” che provoca contrasti e discussioni. Nichilista, nega la presenza del bene e del male, unica possibilità un momento di armonia casuale come l’incontro con la ragazza sul treno e l’ipotesi che un uomo possa sentirsi bene dopo avere ucciso.
Cinquantadue anni, niente figli, diversi amanti, il non amore con la prima moglie, il gatto Thesis, spicchi di vita, il padre alla guerra di Iwo Jima,  un tourbillon di sensazioni e ancora la ragazza del treno che lo ha ammaliato, il coltello nella sua borsa (perché?), sesso e sangue dappertutto, una disperata ricerca della verità.
Alla fine la ragazza “Voglio raccontarti una storia”. E la storia è quella del suicidio del fratello e il suo inestinguibile senso di colpa. Qui la casa trema, le finestre sbattono, cade per terra, urta la testa contro il lato della sedia. Ancora altre scene si affacciano alla mente: l’uccisione dell’amico David e dell’anziano pedofilo Willie, lo zippo, il coltello, il sangue. Ma tutto è confuso, incerto. Realtà o illusione? Verità o finzione? Uccisore o, addirittura, ucciso?
Scrittura che si allunga, si accorcia, si avvolge su se stessa come i fatti raccontati in una sorta di continuo delirio di una mente allucinante e allucinata. E la recensione un po’ si adegua.

Per motivi di spazio oggi niente giretto tra i miei libri ma vediamo cosa ci ha preparato la nostra cara Patrizia Debicke.
I racconti neri del commissario Bertè di Emilio Martini, Corbaccio 2016.
I racconti neri del commissario BertèRecita a un certo punto la prefazione della piccola antologia che contiene i dodici racconti neri del Commissario Berté raccolti da Emilio Martini (alias Martignoni sister): «La metropoli lombarda è un luogo noir per eccellenza. Non perdona la goffaggine dell’ingenuo, perché per sopravvivere nelle giungle verticali e nebbiose non è ammesso essere ingenui.  Bisogna imparare a difendersi, avere il pelo sullo stomaco e sapersi adattare, evolversi.
Berté conosce ogni palazzo, strada, vicolo, anfratto della sua città. E conosce ancora meglio il Nero che si annida nei cuori umani. Anche nel suo.
Per esorcizzare la paura di coltivare in sé il germe della pazzia, Berté scrive racconti.
Crudi, quasi surreali… eppure possibili.
Ma, in tutto questo, dove sono finite l’autocritica costante e la vena ironica, a tratti quasi comica, interpretate dalla caustica “coscienza aguzzina?”
Chi legge con attenzione coglierà, tra le infernali mostruosità e le follie, anche il sorriso spregiudicato di Berté, quel suo parodiare la vita per allentarne la tensione.
E troverà anche molto spesso la sua presenza sotto le mentite spoglie di un personaggio dalla lunga coda brizzolata: un vezzo, una firma e un doveroso tributo a Hitchcock.»
E quindi ordino a voi lettori: si apre la caccia al codino. Si comincia a scoprirlo nel primo racconto “Il poeta”, nelle vesti del Lordo, un vero poeta che bazzica la Stazione Centrale, come il barbone che vede stormi di uccelli neri forieri di morte. Lo ritroviamo come il “Commissario”, che cerca di tranquillizzare una signora alla quale hanno vuotato la casa, in “Mannaia”, sarà poi il poliziotto strano «con una coda di capelli brizzolati lunga fino al culo» che va a chiedere in “Il vedovo inconsolabile” al marito della donna, uccisa da un pirata della strada, di andare alla centrale a riconoscere un sospetto. Però è impossibile  individuarlo in “Qualcosa di storto”, a meno che non sia l’invisibile padrone del cane guardone. Lo ritrovo invece sotto le mentite spoglie di panettiere nel delicato “Picnic urbano”. Ma scompare del tutto nell’angoscioso “Il tram” e invece  ricompare nei panni di un dottore che sembra un batterista rock in “Com’è difficile la mia vita”. Diventa un giornalista della TV, che fa “il figo con la coda” per l’incazzato protagonista di “La Rossa”. E si trasforma in Enrico, il tardivo amore della serial killer che impazza e uccide in “Il coltello”. In “Sangue milanista” sarà il gestore del Mulligun, il pub di via Govone. In “Zumba inutile” è l’istruttore di ginnastica simpatico e che parla volentieri con Gabriella, l’arrampicatrice. Ma lo cerco invano nella platea della Scala per la rappresentazione della Manon in “Ma non… lo dirò”. Però guardate bene  anche voi. Magari mi sono persa qualcosa.
Da leggere pure Trama imperfetta di Rocco Ballacchino, Frilli 2015, dove l’autore ripropone l’accoppiata del corposo commissario Sergio Crema con moglie e due bambini e dello stagionato critico cinematografico, che non demorde dalle velleità amorose, Mario Bernardini, già incontrati in Scena del crimine. Torino, piazza Vittorio.
Fabio Jonatan Jessica

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti