Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA. VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA. VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?
Ecco, lettori miei, in che mani siete cascati…

Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, letto con molta soddisfazione, è arrivato, un po’ in ritardo, Cardosa e il codice Modigliani di Carlo Parri, Mondadori 2018.
“Professore di storia dell’arte. Ricco e collezionista. Lo ammazzano con una busta di plastica, lo perquisiscono senza rubare nulla. Cercano qualcosa che può anche stare nel portafoglio. Una cosa piccola. Piccola e sottile.” È quello che sta pensando il vicequestore aggiunto della Omicidi a Roma Leonardo Cardosa, dopo che si è ritrovato fra i piedi un omicidio al Verano. Una cosa piccola e sottile che è servita per entrare nella galleria privata del defunto e rubare una testa in pietra di Modigliani, ovvero la Testa di Nené. Forse si tratta, addirittura, di un codice segreto. La faccenda diventa più complicata dopo altri due omicidi collegati al primo. Comunque in casa del morto non si riesce a trovarla ma c’è una sua frase, ricordata da un testimone, riferita al fatto che per lui esisteva un solo modo per non far trovare qualcosa “Nascondere in un posto che non possa nascondere niente.” Interessante…
Al centro della storia il Nostro con la sua squadra (Gianni Ferrante, Vigna, Baragli, Francesca Vanni, Gemma Costantini, Rizzo, un ragazzino nuovo, l’”indio”) e la sua variegata personalità. Su di lui nel primo libro avevo scritto “Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.” Aggiungo ironico, gaudente (due fidanzate), duro e spietato all’occorrenza, in giro con la Toyota, appassionato di Maigret, “I tre moschettieri” in tutte le salse e in tutte le lingue, canzone preferita Alma Llanera, mangiate e bevute per ogni dove (fettuccine dalla sora Milla o da Marcello ) anche a casa, naturalmente, dopo il mercato (pomodori, aglio, cipolle di Tropea, pesche, albicocche, ciliegie, orata, pecorino di Pienza, peperoncini), Campari soda corretto con il prosecco, ma va bene anche il Calvados.
L’indagine è difficile, lunga, pericolosa, bisogna andare a Parigi per incontrare l’Intoccabile e vedersela con una associazione di nazionalsocialisti e fascisti che intendono riaffermare i valori (disvalori) hitleriani. Alla prima storia si aggiunge la scomparsa, in Sicilia, della fidanzata della sorella Maria, “architetto e lesbica”, che lo porterà ad indagare nell’isola su un traffico di neonati. E quindi momenti di breve relax, spunti di paesaggio, ricordi, pensieri, dubbi, riflessione e deduzione ma anche frenetico e duro movimento.
Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, con qualche spunto in dialetto a renderla più viva, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. È importante la storia ma anche “come” si scrive.

I ragni di ferro di Baynard H. Kendrick, Mondadori 2018.
Questa volta niente Duncan Maclain, il famoso investigatore cieco creato dall’autore, ma Stan Rice, ovvero l’investigatore Miles Standish Rice che arriva a pag. 46 alto e secco come uno scheletro, abbronzato, biondo e con gli occhi azzurri. Naturalmente per risolvere il caso di una morte…
Ma partiamo dall’inizio. Dall’ingegnere squattrinato Donald Buchanan che accetta come lavoro di sorvegliare la centrale elettrica di Broken Heart Key del milionario Arthur Tuckerton. Ergo vivere su un’isola deserta a contatto con la detta famiglia ritenuta un vero e proprio covo di vipere. La prima a morire è la cameriera nera Julie dilaniata dai barracuda nella Grieta, un tratto di mare estremamente pericoloso. Si era tuffata, forse inseguita da qualcuno. Le sue ultime parole, anzi la sua ultima parola prima di spirare, “Micanopy”. Il secondo cadavere è proprio quello di Arthur Tuckerton morso da un ragno velenosissimo, una vedova nera, nella sua camera da letto provvista di un sistema d’allarme che, evidentemente, non ha funzionato.
Per risolvere il mistero Stan Rice (mente geniale, ottima forchetta e buon bevitore) e Donald Buchanan decidono di unire le loro forze. Insieme a Doris, la segretaria di Arthur, che scatena palpiti sentimentali.
Tutto è stato organizzato dallo scrittore per creare un’atmosfera cupa, di paura e suspense: l’isolamento del gruppo, l’arrivo di una terribile tempesta, la luce che si spenge, passi nel buio e nella foresta, urli ancora nel buio, lo sparo, altre due morti violente (uno addirittura scalpato e potrebbe esserci di mezzo un indiano). Oltre al classico testamento che suscita sospetti, un biglietto enigmatico, addirittura un paio di libri che possono venire utili, se non alla soluzione, almeno per capire meglio certi aspetti di qualche caso e un riferimento al Dupin di Poe a proposito della famosa lettera rubata.
Andamento lento per buona parte del libro, poi una improvvisa accelerazione con classica riunione finale voluta da Stan di tutti gli abitanti dell’isola nel soggiorno, al pianterreno, e un ultimo, improvviso colpo di scena.
Ma i ragni di ferro del titolo che hanno, tra l’altro, la loro bella importanza e che escono fuori ad ogni apparir di cadavere? Già, che sciocco, me ne sono dimenticato (sto invecchiando). Chiedo venia. Ma forse è meglio così. Li scoprirete da voi.

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Francia, regione de La Rochelle. Qui abita un personaggio davvero curioso e singolare “Jean Dollent aveva trent’anni. Esercitava nel circondario soltanto da due anni, e forse perché era mingherlino, forse per i suoi modi gentili e alla mano, forse anche per la sua minuscola 5 CV il cui rombo echeggiava per le strade a ogni ora del giorno, tutti lo chiamavano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino.” Non gli piacciono i romanzi polizieschi e non legge articoli di cronaca nera sui giornali. Eppure, attraverso determinati eventi, scoprirà una nuova passione, “un talento singolare” che lo farà diventare famoso in un campo assai diverso dalla medicina: un investigatore di misteri, un eccellente detective, diciamo pure suo malgrado, che le intuizioni gli vengono così spontanee, di getto in modo da “far emergere dalle storie in apparenza più complicate la pura e semplice verità.”
La scoperta del suo impensabile “dono” nel primo racconto quando riceve una telefonata del giovane Drouin dalla Maison Basse, dove vive insieme alla sua bella compagna “…Deve venire subito…” Ma lì non trova nessuno, ovvero nel giardino sul retro una brutta sorpresa: il cadavere di un uomo…
È trascorso solo un mese dal delitto della Maison-Basse che eccolo a Royan dove si innamora! (è ancora scapolo e vive con la domestica Anna). Di “una ragazza in azzurro pallido”, tra la folla assiepata davanti al tavolo verde di un casinò. Un tuono, il temporale che finisce quasi subito. Adesso la ragazza si è piazzata dietro una signora grassa che ha tirato fuori un bel fascio di banconote. E lei cerca di rubarle… Una ragazza strana, seguita come un’ombra da una altrettanto strana governante inglese. E qualcuno, la stessa notte, vola giù da una finestra dell’albergo dove alloggiano…
Sono passate tre settimane da quando ha letto la deposizione di un meccanico nei pressi di Nevers. Un uomo corpulento ha chiesto trenta litri di benzina, nel sedile posteriore della macchina siede un altro uomo e una donna che, alla partenza, ha abbassato il finestrino e gridato aiuto. “Una donna che grida… Un uomo corpulento…”, caso perfetto per il nostro Jean che si fionda lì (si fa per dire) con la sua scassata 5 CV. Un morto, anzi due morti ammazzati e due sorelle particolari. Ce la farà a risolvere pienamente una situazione assai ingarbugliata?…
È arrivata una lettera, o meglio un assegno di ben cinquemila franchi da parte di un certo Evariste Marbe tornato in Francia dopo una vita trascorsa nelle colonie. “Due volte a settimana qualcuno, che non sono mai riuscito a vedere in faccia, s’introduce in casa mia e la mette a soqquadro.” Tra l’altro senza rubare un bel niente. Siccome la polizia ha fallito, il nostro Jean dovrebbe risolvere il mistero. Evariste pensa che possa trattarsi di una vendetta dei Tupapau, i demoni degli indigeni di Tahiti dove ha vissuto per un certo periodo, avendo fatto costruire una casa su un terreno considerato sacro. Sarà così, oppure c’è qualcuno che vuole trovare qualcosa di importante, per lui, in quella casa? E perché il fatto avviene solo di mercoledì e di sabato?…
Un personaggio davvero singolare Jean Dollent. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean.

La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2 di Francesco Recami, Sellerio 2018.
“Qui mi vogliono ammazzare! Qui mi vogliono fare l’eutanasia!”, grida disperato Alfio Pallini, ottantacinquenne con una stazza di centoventi chili, portato dai nipoti nella clinica Riposo & Pace per demenza senile e altre amenità degenerative. Stanza numero 9 al secondo piano fornita di due letti.
Fissato che lo vogliono far morire, in continuo contatto con l’alter ego Ulrich, farà di tutto per evitare l’esito funesto: non prendere con ogni mezzo le medicine, vomitare quelle prese, cercare disperatamente qualcuno, pagandolo, che lo porti fuori da quella specie di anticamere per l’aldilà (arriva pure la visita di un prete). D’altra parte i disgraziati compagni di stanza se ne vanno via uno dopo l’altro con sospirone liberatorio dei familiari e il finto cordoglio del Professore che vede rimpinguate le sue casse. Ce la farà il nostro Alfio a sottrarsi a quella che reputa la sua segnata sorte? Ci sarà qualcuno che crederà alle sue certezze?…
Scrittura veloce, ironica, grottesca fino all’esagerazione e al paradosso, capace di caratterizzare tutto un ambiente sanitario, partendo dai malati (ce n’è pure uno fissato su una nota canzone dei Corvi che non smette di cantare), continuando con il personale infermieristico, i dottori e il Professore, per terminare con il cinismo dei parenti. E viceversa. Uno sguardo drammaticamente goliardico, si ride per non piangere, sul tragico rapporto tra malato, famiglia e istituzione ospedaliera dove il primo viene spesso spogliato della sua umanità.
Insomma, occhio a certe cliniche. Specialmente se finiscono con la parola “Pace”. Che potrebbe essere perpetua.

Un giretto tra i miei libri
La vittima è in incognito di Mary McMullen, Mondadori 2011.
Agenzia pubblicitaria Wade & Wallingford a New York, qui entra al lavoro la giovane Eve Fitzsimmons, “dai capelli color nocciola e un visetto sottile, pallido e delicato” (appartamentino nella Cinquantesima Strada), per coadiuvare il bravo e difficile Luke Barden, disegnatore coi fiocchi. Suo capo Frieda Lee “piccola e sottile” dai modi disinvolti e autoritari, energici ed efficienti”, agenzia pubblicitaria di media grandezza molto rispettata, direttore Cummings, presidente Sergius Wade, suo braccio destro Tom Marriott e altri dipendenti.
Il maggiore cliente dell’agenzia è la United Farms e allora giù a lavorare sulla pubblicità dei piselli in scatola e sulla gelatina di lamponi. Tutto fila abbastanza bene fino al ritrovamento in sala riunioni di una perfetta sconosciuta completamente nuda, strozzata da una cravatta.
Arriva il tenente Grace della squadra Omicidi “un uomo magro dal viso nordico”, occhi azzurri, capelli grigi su fronte alta e uno sguardo piuttosto sardonico e allora il racconto si alterna tra lui ed Eve. Interrogatori, elucubrazioni, sospetti tra i dipendenti, un matrimonio nascosto, una donna delle pulizie che sa qualcosa, la scoperta della identità della morta, i dubbi, la paura che si insinua in Eve, la sensazione di sentirsi in trappola, i passi alla porta, il messaggio di avvertimento. E ancora i complicati rapporti amorosi tra i dipendenti. l’attrazione verso Barden, un ricatto, gli sforzi di Grace, la “gelida oscurità”, il “senso di vuoto”, il “grido soffocato e strozzato”, i passi, le corse nel buio, la pioggia gelata, il ghiaccio, la neve.
Buono il crescendo della tensione narrativa attraverso una scrittura nitida, composta, senza troppo eccedere, giallo classico con spruzzatina di gotico.

L’alibi di Scotland Yard di Don Betteridge, Polillo 2011.
Se il buon dì si vede dal mattino, un buon romanzo si vede (anche) dall’incipit. E se l’incipit è “Subito dopo aver ucciso Monckam, andai direttamente a Scotland Yard. Mi sembrava il posto migliore per crearmi un alibi”, allora si prospetta davvero un buon romanzo. Da fregarsi le mani. Però, oddio, basta vedere chi entra a Scotland Yard, per sapere chi è l’assassino. Solo che a Scotland Yard ci entrano in parecchi…
Siamo nella Londra del 1936, la vittima è Francis Moncham, un ricattatore di professione ucciso nella sua stanza con una pallottola nel cuore. Il cadavere è stato scoperto dalla moglie del portiere del palazzo, impronte femminili sulla maniglia della porta, impronta sulla finestra dalla parte esterna del ladro Podger Smith (dunque possibile indiziato). Subito sospettati i ricattati come Lumley, ex carcerato che lavora nella polizia (ingaggia a difenderlo il capitano Peter Darrell, investigatore dilettante), Peter Moffatson, Peter ed Elaine Rutland. Svolgono le indagini il sovrintendente Aliston e l’ispettore Duncan “una persona amabile, piena di tatto, arguta e dalla pazienza illimitata”, studioso di psicologia e amante della letteratura poliziesca. Tra l’altro cita un sacco di detective: Sherlock Holmes, Sexton Blake, Lord Peter Wimsey, dottor Thorndyke, Hercule Poirot, ispettore French, il sovrintendente Wilson (l’autore ci tiene a farci sapere che non è un novellino). Sotto di lui il sergente Newcombe.
Una storia basata molto sulla ricostruzione meticolosa dell’alibi ma anche movimentata con Duncan costretto ad andare a Parigi, poi ad Andorra dove scampa ad un pericolo (con ferita) lungo i monti, flash back ripetuti, un colpo, colpissimo, di scena finale.
In prima persona le vicende dell’assassino e in terza gli altri eventi, un po’ di lungagnate, ritmo talora affaticato, spunti di critica ai “soliti” romanzi polizieschi piuttosto inverosimili. Insomma qualche pagina di troppo, ma un grazie alla Polillo glielo mandiamo lo stesso.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Il grande giorno di Jack Ritchie, Marcos y Marcos 2018.
Dal maestro del noir amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story, la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto: gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.
Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?
Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare, eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato, o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour la fa sempre da padrone.

Altri spunti della nostra Debicke
Torna Luigi Guicciardi con il nuovo romanzo Nessun posto per nascondersi (2018), per i I Tascabili Noir dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori. Romanzo, il diciassettesimo per la precisione che vede il protagonista cult di Guicciardi, il commissario Giovanni (nome proprio sempre artatamente occultato, l’autore ama i cognomi) detto Vanni, Cataldo alle prese con la sua diciassettesima indagine.
Stavolta, nel prematuro caldo di una fine primavera in val Padana, il nostro dovrà confrontarsi con una strana serie di omicidi che sembrano orbitare intorno al mondo del calcio… Inquieto, tormentato, gira in tondo, brancolando nel buio, ma la soluzione c’è, è là, a portata di mano, basta insistere, scavare tra i segreti del passato per intuirla e coglierla al volo. Ma alla fine, anche dopo la soluzione del caso restano lo stesso quel senso di inquietudine, d’impotenza, di solitudine, di incertezza. Rimpianti? Forse Cataldo sente la mancanza dei figli, della rassicurante presenza di Muliere e, per rasserenarlo, non gli basta l’occasionale condivisione di qualche brano di musica classica.
A regola d’arte di Stefano Tura, Piemme 2018.
Torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti sfavillante ma allo stesso tempo dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine
A noi donne basta uno sguardo di Christine von Borries, Giunti 2018.
Primo capitolo di una nuova serie giallo noir per la penna di Christine von Borries, sostituto procuratore, ambientata a Firenze città, dove vive e occupa il suo attuale incarico. Una serie che, diversamente dalla precedente con  l’unica protagonista Irene Bettini, agente operativo del Sisde, è corale e interpretata da ben quattro donne, amiche e alleate tra loro: Valeria Parri pubblico ministero presso la procura, Erika Martini ispettore di polizia presso la questura, Giulia Gori giornalista e Monica Giusti commercialista. Tutte e quattro le amiche, muovendosi ciascuna secondo le proprie competenze professionali, si troveranno a indagare sul caso dell’omicidio di Rosaline e del rapimento di suo figlio. Quattro donne con le loro vite serene o incasinate, come quelle di tutti, talvolta realizzate, o magari insoddisfatte, con le loro esperienze sentimentali più facili o più difficili, ma soprattutto con la loro grande, indistruttibile amicizia, si mettono in gioco per scoprire, affrontare i colpevoli e smontare i disumani ingranaggi di una rodata macchina crudele che governa un  sistema che si appoggia su insospettabili complicità… Testo piacevole che mentre si legge intriga, coinvolge e può offrire diverse chiavi di interpretazione. E visto che l’autrice ci ha lasciato un po’ in affanno e con una storia a metà, appuntamento al prossimo della serie. Vogliamo sapere come andrà a finire.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Oggi vi presento Le avventure di Ulisse di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
“Ricordati di me che non sono Nessuno, ma l’astuto Ulisse!” grida l’eroe greco a Polifemo, il gigante con un occhio solo figlio di Poseidone, che ha accecato nella sua grotta. Per ritornare nella propria patria, ad Itaca e dalla moglie Penelope, dopo avere distrutto la città di Troia (sua l’idea del famoso Cavallo di legno), deve affrontare una marea di avventure pericolose: la maga Circe che trasforma gli uomini in maiali, le Sirene dal canto pericoloso, Scilla e Cariddi due mostri marini e i Proci che hanno invaso la sua casa.
A me questo libro è piaciuto perché l’atmosfera è paurosa e ricca di brividi. Ulisse è furbissimo e si libera da tutti i guai che affronta. Io sto sempre dalla sua parte, mi immagino di essere lui stesso, oppure di aiutarlo nelle sue avventure.
Leggete questo libro, è bellissimo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2017

Una mia fissazione…
Le frasette in corsivo
Ormai si trovano dappertutto. Non c’è giallo che si rispetti (inteso in senso generale) che non abbia le sue brave frasette in corsivo. E non in una pagina o due soltanto ma spiattellate lungo tutto il romanzo. Tanto da formare esse stesse una specie di sotto romanzo. Frasette in corsivo che tendono a evidenziare il pensiero vero del personaggio a cui si riferiscono. Perché i personaggi, si sa, sono come gli esseri umani in carne ed ossa. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Brutti bastardi. Se ne trovasse uno coerente con se stesso dalla fine al principio. Nemmeno a cercarlo con il lanternino. E allora giù frasette in corsivo… Oppure servono per dare informazioni criptiche su chi sia l’assassino o per mettere in evidenza lo sbocciare di un sentimento, di un desiderio, di una attrazione fisica che si tende, almeno in quell’attimo, a reprimere. Anche se si ha una voglia matta di saltarle/gli addosso. E così si assiste talvolta a degli sdilinquimenti da far venire il famoso latte ai ginocchi. Con inevitabile caduta nel ridicolo. Ma guarda un po’ sembrava tutto/a d’un pezzo e vedi come miagola.
Le frasette in corsivo sono uggiose. Rompono le palle.
Levatele!

La torre degli Scarlatti di Stefano Di Marino, Mondadori 2017.
Ad Amsterdam, il nostro (ormai dobbiamo chiamarlo così dopo il primo incontro con Il palazzo dalle cinque porte) Sebastiano (Bas) Salieri, noto illusionista e profondo conoscitore delle tradizioni occulte, si trova di fronte ad una richiesta piuttosto bizzarra, ovvero riordinare e catalogare la biblioteca degli Scarlatti (ricca, soprattutto, di testi di magia, demonologia, di volumi sull’inquisizione…). Qualche suo tratto “Un giovane alto, con i lineamenti affilati, i capelli scuri, lunghi sul collo e una barba a mosca che gli conferiva un aspetto vagamente luciferino”. Illusionista, ma anche “cacciatore di ciarlatani, di finti maghi, nemico di quelli che approfittavano della superstizione della gente…”
La richiesta viene da Federico Cocci, maggiordomo e amministratore dei beni della casata Scarlatti, in San Girolamo in Colle vicino a Volterra, il cui capostipite Cosimo era stato uno studioso e negromante vissuto in Toscana tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Si dice, perfino, che avesse scoperto le tracce di un’antica metropoli ricca di tesori dedicata al culto del Demone Blu. Dietro di sé la leggenda della Torre degli Scarlatti, forse una strada per arrivare a questa famosa necropoli.
Oggi la suddetta casata è diretta da Giacomo Scarlatti che l’ha riportata all’antico splendore. Sposato con Cecilia Augenti, sono stati divisi da un tradimento del primo da cui è nata Priscilla, la figlia maggiore. Cecilia, tuttavia, prima di morire “in circostanze misteriose”, trovò un notaio, che nessuno conosce, a cui dette mandato di consegnare l’eredità solo ai figli legittimi Luca e Mirella. E ora Luca sembra ritornato, scampato alla morte di un terribile incidente automobilistico, dopo un esilio volontario.
Riordinare la biblioteca è solo un pretesto, l’obiettivo principale è quello di scoprire i misteri della famiglia “in attesa che la famosa Torre e l’eredità ricompaiano” e decifrare i segni, ovvero i simboli di una scrittura etrusca apparsi in giro che alludono al citato Demone Blu. Sarà generosamente ricompensato, assicura il Cocci. Le carte di Zaira, la sua collaboratrice, però, dicono solo disgrazia…
Inutile intestardirsi nell’esemplificare una trama assai complessa per una semplice recensione (chi vuole sviscerarla qui da Piero). Vediamo il quadro generale cercando di riunirne gli aspetti principali. Intanto l’aura brividosa e inquietante che si crea sin dall’inizio attraverso una storia che affonda le radici nella negromanzia, in leggende di demoni, di qualcosa che sfugge alla razionalità umana; una famiglia depositaria di oscuri segreti, morti poco chiare, dubbi di identità (Luca sarà proprio lui?), una eredità contesa; personaggi che si muovono, soprattutto di notte, con diverse intenzioni, ovvero ricatto, contrabbando di reperti (i tombaroli); la natura stessa che ci mette lo zampino, cielo improvvisamente oscuro, nuvole nere, tuono in lontananza, pioggia scrosciante, insieme a luoghi spettrali come tombe e cimiteri; i momenti critici dello stesso Bas, a creare ancora fremito e mistero.
Una parte importante della vicenda è dedicata alla figura femminile. Attrazione, fascino intrigante, sensualità, senza scadere (merito dell’autore) nel gialletto porno che ogni tanto riprende quota e nemmeno in uno sdilinquente sentimentalismo. A Bas piacciono le donne, “un fatto assodato”, e lui piace a loro, vedi la bella e seduttiva Priscilla con la quale qualche bacio vorace ci scappa; piace a Patrizia, carabiniere e nipote del vicequestore Panitta (vecchio amico), “una elusiva bellezza che si rivelava nei modi anche dietro un aspetto dimesso e la mancanza di trucco” e affascina pure la moglie dello stesso Panitta. Mirella, poi, è attraente, occhi azzurri e limpidi, capelli biondi, non male neppure la cameriera Gisella che attira il suo sguardo per l’incedere “volutamente stuzzicante” “su per la scala.” (alla memoria lottiana certi filmetti di serie B con le attrici dotate di un discreto lato B). Insomma la bellezza femminile ritratta secondo diverse sfaccettature, tra cui il sentimento ma anche come attrazione, seduzione e pericolo.
Stefano Di Marino si serve di qualsiasi mezzo, di tutti i trucchi del mestiere che conosce a fondo, per costruire un percorso interessante e proteso lungo diverse direzioni: spunti tratti da letture e film, capitoletti brevi, brevissimi ad incalzare il lettore, a tenerlo in tensione passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro (ognuno con i suoi maneggi), come all’aprirsi di un sipario. Dubbi (Cocci stesso nasconde qualcosa?), pericolo, presenze malvage, classico passaggio segreto, scontri, caterve di morti violente. E tralascio altri particolari.
Come già scritto nel blog del giallo Mondadori a mio avviso un lavoro ottimo, se non eccellente, per chi ama continuo movimento, colpi ripetuti a sorpresa (incorniciati in una atmosfera di vibrante tensione) dentro un plot molto frastagliato. Un po’ meno, ma pur sempre ad un livello di alta professionalità, per chi, come il sottoscritto, preferisce andamenti più lineari. Senz’altro da leggere. E aspettiamo il seguito.

La notte ha mille occhi di Cornell Woolrich, Mondadori 2017.
Prologo. Il poliziotto Shawn sta tornando a casa lungo il fiume. Fischietta una canzone allegra, trova tre banconote sulla strada, un anello e, più avanti, una borsetta nera e un orologio sull’orlo del parapetto. Ma vede, soprattutto, una donna che sta per gettarsi nel fiume. La salva. È giovane e bella, non più di venti anni. Ce l’ha con le stelle, con il loro luccichio “Non voglio più vederle! Perché devono sempre risplendere? Non la smettono mai?”
Trattasi di Jean Reid. Racconta la sua storia. Figlia di Harlan, ha perso la madre a due anni, vissuta con il padre che, ad un certo punto, deve partire per San Francisco. Meglio che non parta, secondo suggerimento della cameriera Eileen in un ristorante aperto tutta la notte. Meglio che non parta. Qualcosa di brutto accadrà. L’ha sentito da una persona che conosce.
Per Jean momenti di crisi, di panico. Sarà una bufala, ma se poi fosse vero? In effetti l’aereo cade, tutti morti, eccetto il padre che parte in ritardo. Allora c’è veramente un uomo in città capace di predire il futuro. Bisogna incontrarlo. Niente di eccezionale in lui, una figura quasi dimessa, con una “voce profonda e lenta”, “una specie di patriarca di notevole statura dalla barba folta.” È Tompkins, che rilascia altre piccole previsioni, tutte realizzate. Agitazione, scompiglio, paura, soprattutto per l’ultima: la morte di Harlan, fra tre settimane “tra il quattordici e il quindici di giugno. A mezzanotte in punto”. Come? “Morirà tra le fauci di un leone”.
Interviene la polizia guidata da McManus per indagare e scongiurare la fatale profezia. Bisogna assolutamente scoprire cosa c’è “dietro la messinscena, chi è il responsabile, come è stato messo in atto il trucco e così via”. Dunque, tra le altre, soprattutto non perdere di vista Hopkins e cercare dei leoni dovunque si trovino. Basteranno a scongiurare l’evento fatale?…
Una narrazione lenta, di una esasperata lentezza, tesa a penetrare nei meandri dei personaggi per metterne in rilievo, i dubbi, le paure, gli incubi, le angosce, il panico. Soprattutto di Harlan che sente arrivare la sua fine mentre le ore scandiscono, con il suono della pendola, il tempo rimasto.
Ma in conclusione, dopo sviluppi incredibili e inquietanti, quando tutto sembra a posto (di mezzo l’eredità e il solito vile denaro) qualcosa non quadra “C’è qualcosa in tutta questa storia, ne sono certo. Qualcosa che non posso inserire nel rapporto e che resterà per sempre un’ossessione” afferma McManus.
Forse anche per noi lettori intrappolati dentro una storia agghiacciante dove sembra agire un destino maligno (non solo indifferente) secondo una sua precisa volontà. Gli si può sfuggire? Si può cambiare? Oppure tutto è segnato nella volta del cielo dalle stelle, da “quei puntini scintillanti, così remoti e impenetrabili”?
Chissà…

Il Sorcio di George Simenon, Adelphi 2017.
Parigi, anni Trenta. Vediamolo subito questo personaggio, Ugo Mosselbach, detto il Sorcio, vecchietto barbone di origine alsaziana, ovvero ”un ometto magro con due occhi eccezionalmente vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza”. Andatura zoppicante con la gamba sinistra, sempre in giro a chiedere l’elemosina e a bere tutto quello che gli capita. Sarà lui al centro della vicenda, dal momento in cui trova un portafogli rigonfio di banconote americane e francesi dentro ad una macchina. Piccolo particolare, il guidatore è stato ucciso.
Prendere i soldi nemmeno per sogno, lo scoprirebbero subito. Meglio cercare una busta, infilarceli dentro e far finta, con la polizia, di averla ritrovata per strada. Così, se dopo un anno e un giorno nessuno viene a reclamarla, il malloppo sarà suo per legge e potrà comprarci una vecchia canonica, in cui trascorrere la vita che gli resta. Intanto il portafogli lo si fa sparire da qualche parte.
Piano perfetto se non ci fosse di mezzo lo Scorbutico, ovvero l’ispettore Lognon che non è mai riuscito a conquistare il grado di ispettore. “Aveva un volto ossuto, dai lineamenti grossolani, i capelli corvini e folte sopracciglia nere che gli tagliavano in due il viso. Lo sguardo ostinato lo faceva sembrare sempre impegnato nella soluzione di un problema difficile”. Non crede a un’acca del suo racconto e lo seguirà per tutta la vicenda, dando vita a una specie di balletto di mosse e contromosse, come è già stato definito. Piano perfetto se non ci fossero di mezzo anche gli assassini che vogliono riprendersi il malloppo…
Comunque la macchina con il cadavere sparisce, così come sparisce l’ambasciatore inglese a Parigi (che sia lui il morto?). La faccenda si complica, ed ecco che inizia una specie di gara fra i due per scoprire la verità, con momenti di pericolo espressi anche in tono esilarante “A seguito della botta in testa, a Lognon era venuto un tic nervoso: batteva spasmodicamente la palpebra sinistra, cosicché sembrava sempre che facesse l’occhiolino”. Personaggio scalognato, ripreso pure dalla moglie che lo accusa di farsi sempre avanti e di non essere presente “quando arriva il momento di togliere le castagne dal fuoco e spartirsele…” Il merito di questa operazione potrebbe andare, immancabilmente, al commissario Lucas della polizia giudiziaria. Questa volta, però, sarà lo stesso Lucas a gratificarlo per quello che ha fatto.
Una specie di commedia leggera, una farsa, giocata su un’ironia che serpeggia per ogni dove a creare un clima divertente e divertito attraverso un ritmo pazzesco. Di mezzo soldi, doppia vita, amanti, alta finanza, gangster, ricatto, colpi di scena, addirittura rapimento con il Sorcio che si ritroverà nudo come mamma l’ha fatto. Il tutto espresso in forma bizzarra e sorridente fra gli eleganti caffè degli Champs-Elysées e gli albergoni di lusso dell’Opera di Parigi.
Anche senza Maigret i due personaggi principali resteranno, di sicuro, impressi nella memoria.

Veleno di D. L. Sayers, F. W. Crofts, V. Williams, F. Tennyson Jesse, A. Armstrong, D. Hume, Polillo 2017.
“Mrs Farland metteva a dura prova la pazienza di tutti con la sua convinzione che qualcuno la stesse avvelenando”. I primi sospetti cadono “sulla povera Millie Pink”, dama di compagnia a cui ha promesso di ricordarla nel testamento; poi su John Farland, nipote del defunto Mr Farland; ancora sulla cuoca che viene licenziata, e infine sul dottor Cheedle che la cura, ognuno, secondo lei, con un bel tornaconto dalla sua dipartita.
Intanto le sue condizioni peggiorano e allora occorre una brava infermiera, “esperta di malattie mentali” (non si capisce bene cosa abbia) che la segua. Su suggerimento dell’avvocato di famiglia Walton, una telefonata al figlio medico per trovarne una. Ed ecco Miss Ponting da Londra che, però, dopo aver parlato con il dottor Cheedle, sparisce. Viene rinvenuta nei bagni della stazione, in coma con il viso gonfio. Morta, morta per avvelenamento da Dormitol, un letale barbiturico.
E la nostra Mrs Farland? Cosa ne sarà dei suoi sospetti? Basta proseguire nella lettura che la beccheremo irrigidita per avvelenamento da arsenico. E allora non sbagliava, qualcuno ce l’aveva davvero con lei. Risolvere i due casi sarà compito dell’ispettore James Billingham “un tipo in gamba nel lavoro, di modi semplici con tutti, cordiale con i propri subordinati”. Coadiuvato dal sergente Craven “con un allegro faccione da luna piena”, sempre in vena di fare scherzi come da contrappunto. Intanto si scopre che l’infermiera Miss Ponting è stata già coinvolta in un processo per avvelenamento in seguito al quale si è fatta molti nemici.
Inizia l’indagine sui possibili sospettati con momenti di panico di Emma che vede la morte dappertutto (un tonfo contro la finestra è, per lei, l’arrivo dell’Angelo della morte), e qualche sparuto sorriso nei confronti dell’ispettore ormai preso da mille pensieri, tanto da fargli girare la testa, dimenticare di pagare il conto al ristorante e rischiare di essere investito nella strada. Non manca un piccolo tocco di politica con la Williams, quando un personaggio esclama “che un pochino di Stalin non avrebbe fatto male a molte persone, in questo paese”, un assaggino d’amore con un paio di baci che fanno sempre bene, e un testamento tormentato che non ne vuole sapere di starsene tranquillo con le stesse clausole.
Storia particolare questo “Veleno” (originale “Double Death”) in quanto gli autori si passano il testimone, partendo dalla Sayers che lascia degli appunti al successivo, ovvero a Crofts, su come, eventualmente, proseguire e su chi possa essere l’assassino. Gli altri continuano secondo le sue indicazioni ma anche con le proprie idee, costruendo un lungo piano, più o meno contrastato, di lavoro. Già Armstrong aveva scritto nelle note “Francamente, questo è il lavoro più terribile che mi sia capitato”, e lo stesso David Hume, l’ultimo a chiudere la storia con una lettera al suo agente letterario, fa presente le “diverse piste” che “implicano una certa quantità d’inspiegabili contraddizioni”. Ed è sempre lui a chiedere di pubblicare le note per consentire al lettore “di dare un’occhiata dietro la scena”. Fu un’esperienza dura per tutti, tanto che il già citato conclude la lettera con un “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza!”
Che dire? La vicenda risente indubbiamente della difficoltà a “integrare” i sei autori, ognuno con il proprio stile (la differenza di scrittura si nota) e una propria prospettiva di sviluppo. Capisco benissimo anche la difficoltà di Hume nello stendere un finale che abbia una sua qualche logica. Interessantissimi, invece, gli appunti scambiati fra gli autori che ci permettono di “vedere” cosa c’è dietro a ogni parto giallistico. E solo questi, da soli, valgono la lettura.

Un giretto tra i miei libri

La porta sulle tenebre di Massimo Pietroselli, Mondadori 2009.
La vicenda si svolge a Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, dal 6 febbraio al 7 novembre 1875. Subito l’assassinio di Raffaele Sonzogno editore (13 coltellate) per un portasigarette d’argento che rispunterà in seguito. Poi si passa di colpo al 3 novembre e qui non la faccio tanto lunga che accadono due fatti importanti: l’uccisione di un ragazzo che sembra avere un marchio sul petto a forma di doppia w (come successo anni prima in Inghilterra) e quello di una barbona trovata annegata nel Tevere. Nello stesso tempo (o giù di lì) la sparizione dello scrittore Guido Tremolaterra autore di “Il mistero del dottor Bellacuccia” dove succedono fatti che sembrano rivelarsi anche nella realtà.
Ad indagare l’ispettore Corrado Archibugi del regio esercito piemontese (visto all’inizio alle prese con una mosca fastidiosa) e l’ispettore Onorato Quadraccia ex sbirro papalino. Il primo, ferito a una gamba per un colpo sparato accidentalmente da un suo soldato, si serve spesso di un bastone da passeggio. Fuma il sigaro e non bada troppo all’apparenza (pantofole e veste da camera logori). Mente acuta, analitica, precisa. Il secondo, ex sbirro papalino diventato il questurino più odiato di Roma, cinico, violento, senza amici, porta sempre un coltello con sé. Per arrivare al dunque non va tanto per il sottile (“metodo della chiave”). Abbandonata la moglie con un figlio che crede non suo.
Attraverso le indagini, oltre allo spessore individuale dei protagonisti, viene fuori il mondo della Roma di quel tempo con i suoi bulli, i duelli d’onore, il meretricio, lo sfruttamento dei ragazzi. E poi truffa, tradimento, vendetta, il potere politico ed economico intrecciati perversamente fra di loro.
L’autore tesse i fili di una trama superbamente congegnata e ce la propone con una prosa tranquilla, senza sobbalzi, quasi un parlato colloquiale venato di una sottile ironia. Come se tutto fosse semplice. Già pronto per essere servito.

Questa volta permettetemi di presentarvi un romanzo. Un romanzo che ha come fulcro fondamentale gli scacchi. E dunque potete perdonarmi…
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina “Hai il naso brutto e la faccia che fa schifo e la pelle che sembra scartavetrata” le viene gridato senza tante storie dall’amica Jolene. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Impara a giocare, diventa brava. Si cimenta con avversari sempre più forti. Incomincia a leggere libri di scacchi, a studiare, a concentrarsi. A vincere i tornei. E incomincia una nuova valutazione di se stessa: “Si guardò allo specchio sotto la luce forte, e vide ciò che aveva sempre visto: la sua insignificante faccia tonda e i capelli scialbi. Ma c’era qualcosa di diverso. Le guance ora erano colorite e i suoi occhi sembravano molto più vivaci di quanto non fossero mai stati. Per una volta nella vita le piacque quello che stava vedendo nello specchio”. Ora non è più all’orfanotrofio. È stata adottata dai signori Wheatly. Ha una camera tutta sua e l’affetto di queste persone. Va a scuola, studia. Fa le sue scoperte sessuali. E continua ad impegnarsi con gli scacchi fino a raggiungere livelli impensabili. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini. La si trova in La regina degli scacchi di Walter Tevis, minimum fax 2007. L’autore è riuscito ad entrare nell’animo e nei pensieri di Beth con delicatezza ma senza tacere nulla. Come un documentarista ha osservato e analizzato ciò che gli si presentava di fronte con tutte le sfumature, attraverso un linguaggio semplice e diretto senza tanti fronzoli e ghirigori.
Un bel libro. Bello davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Un commando armato, a bordo di due motociclette, falcia con il mitra Rosario Greco, il giovane carabiniere di scorta e rapisce, caricandolo su un furgone, il professor Claudio Marcelli, autore della proposta di riforma della legge penale, ministro dell’Interno in pectore. Sul posto dell’agguato, mentre la scientifica fa i primi rilievi e i colleghi cercano dei testimoni della sparatoria, arriva il colonnello dell’Arma responsabile dell’antiterrorismo in Italia, Leone Ascoli. L’azione viene presto rivendicata da un volantino della Sap (Squadre Azione Proletaria), lasciato sotto una panchina di via Nazionale e preannunciato da una chiamata all’Ansa, fatta da una cabina telefonica. Il volantino blatera minaccioso: «Abbiamo catturato l’uomo del regime… Il prigioniero sarà processato ecc, ecc… e in cambio della sua vita chiediamo la liberazione del comandante Massimo Arduini e di altri dieci compagni prigionieri nelle carceri italiane e il ritiro del progetto di legge penale…» Concludendo, enfaticamente «L’ora è scoccata, il potere è nostro, la fine della tirannia borghese e antirivoluzionaria è segnata. Il Popolo è con noi. Il Popolo siamo noi.»
Proprio il colonnello Leone Ascoli, due anni prima, aveva arrestato il capo delle SAP, operazione che gli era valsa la promozione e l’incarico che occupa attualmente. Ora gli uomini di Massimo Arduini ne chiedono l’immediata liberazione. Le indagini che Ascoli avvia senza perdere un secondo, con l’avallo dell’amico giudice Antonio Tramontano e con al fianco il fedelissimo autista Alfredo Berardi, si presentano subito molto difficili. La situazione sembra in stallo. L’unico appiglio è la presenza di una testimone dell’agguato, la brava e interessante scrittrice Luisa Rivelli, che bisogna mettere in sicurezza. E, come se non bastasse, alla porta del colonnello si presenta Bepi, il gigantesco ex partigiano che gli ha salvato la vita quando entrambi erano internati ad Auschwitz, per comunicargli che Helmut Brandauer, il tenente delle SS che è stato il loro crudele aguzzino, è stato visto a Roma e gira sotto falso nome. Per ripagare il debito nei suoi confronti, Ascoli dovrà rintracciarlo e lasciargli portare a termine la loro vendetta. Ma certe informazione non sono facili da ottenere perché Brandauer è diventato un agente doppio, in bilico fra le due Germanie separate dalla conferenza di Jalta.
Le lancette girano, le ore passano e le Sap lanciano l’ultimatum: se l’Italia non libera Massimo Arduini, il professor Marcelli verrà giustiziato. Sono ore frenetiche e drammatiche per il colonnello Ascoli mentre nella sua testa si sovrappongono presente e passato. Dovrà fare i conti con tante cose, prima fra tutte la sua coscienza. Tuttavia, caparbiamente rispettoso della legalità, va avanti, rischiando il tutto per tutto, nonostante le manovre e gli ostacoli posti dai servizi non solo italiani e non solo occidentali, e i tanti bastoni fra le ruote interni e istituzionali. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, ne La notte della rabbia Roberto Ricciardi ci racconta una bella storia e, con la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.

Altri suggerimenti della nostra Patrizia
Dopo tanta nebbia di Gabriella Genisi, Sonzogno 2017.
Doppia indagine e doppio scenario per Lolita Lobosco che la vede di nuovo protagonista e pronta a mettersi in gioco tra indagini e affari di cuore. Dopo tanta nebbia è un giallo vero, che non fa sconti. Il male esiste e troppo spesso l’omertà regna sovrana. E la follia umana domina, incontrollabile pare, nei notiziari televisivi, quasi ogni santo giorno. Più indagini e meno divagazioni del solito, Lolita Lobosco sta cambiando? Pur mantenendo lievità e freschezza mentale, sta crescendo psicologicamente e sul piano umano?  Per forza, ma per fortuna ama mangiare e le sue ricette aggiunte in appendice, e quali ricette, sono un regalo in più fatto al lettore da Gabriella Genisi.

Il maresciallo Bonanno di Roberto Mistretta, Frilli 2017,
Ci mancava da tempo e, questo del maresciallo Saverio Bonanno e del suo creatore Roberto Mistretta, è un gradito ritorno in libreria per i tipi dei Fratelli Frilli con un vivace aggiornamento e una nuova veste grafica (il libro era già stato edito molti anni fa). Roberto Mistretta, che come sempre riesce a scavare nell’animo, nella parte più oscura di ognuno di noi, ci catapulta con rara bravura in una Sicilia dai mille volti, dalle mille contraddizioni e dalle mille anime. Scorrendo le pagine sembra di godere dell’odore dei campi, di poter sentire la brezza del mare, o, meglio ancora (Bonanno docet), di inzuppare la brioche nella granita.

Le letture di Jonathan
Oggi vi presento Il segreto della famiglia Tenebrax di Geronimo Stilton, Piemme 2002.
Geronimo Stilton viene rapito dalla topina innamorata Tenebrosa Tenebrax che vuole fargli conoscere la sua famiglia che vive in un castello. Qui tutto è strano e incredibile. Intanto di guardia c’è una pianta carnivora, poi uno zerbino che parla così come il telefono. Geronimo tenta di fuggire calandosi dalla finestra ma le lenzuola ballano, tenta di fare i suoi bisogni sulla tazza ma questa lo minaccia. Anche i personaggi sono strani e incredibili. E poi c’è la “Cosa” (?) che, addirittura, fa tremare il pavimento perché ha una digestione difficile. E Geronimo? Riuscirà a fuggire da questa incredibile famiglia?…
Un libro che vi farà sorridere e ridere.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2017

Scontri super generazionali…
Canzoni al computer. “Nonno, per favore mettimi Occidentali’s Karma di Gabbani.” Gliela metto e Jonathan, il mio nipotino di otto anni, incomincia a cantarla e dimenarsi come il noto vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo. Segue Estate, sempre del medesimo, tutta a mente e Andiamo a comandare di Rovazzi, che lo fa scatenare come un piccolo indemoniato. “Ma dove le hai imparate?” , domando. “A scuola”, risponde. Non ho tempo di approfondire (a scuola?…), perché non voglio dargliela vinta. C’è sempre un po’ di competizione fra noi. “Belle, per carità, ma ai miei tempi…” e gli scarico nei timpani Cuore matto di Little Tony, Fatti mandare dalla mamma di Gianni Morandi e, ultimo colpo in canna da stendere un toro, Ventiquattromila baci di Adriano Celentano. Lui non demorde, mi fa inserire Fedez e altri moderni tatuati fuori di testa. La lotta è dura, sfiancante. Alla fine ognuno resta del suo parere. Sono meglio i suoi, sono meglio i miei. Per il futuro preparerò una controffensiva con Caterina Caselli e…Ora ci penso al gabinetto.

Hollywood in subbuglio di Ellery Queen, Mondadori 2017.
Scena del crimine la zona residenziale di San Souci a Hollywood. Quattro villette tra cui quella di Solomon (Solly) Spaeth, uno speculatore che ha mandato in rovina anche il suo socio Rhys Jardin ed è in perenne scontro con il figlio Walter che vuole sposare Valerie, a sua volta figlia del già citato. Per riparare in parte al danno vengono messi all’asta i beni della casa di Rhys acquistati da un “giovanotto alto e magro con una barbetta nera che gli copriva le guance e il mento, e portava occhiali a pince nez.” Trattasi addirittura di Ellery Queen, appena arrivato ad Hollywood per scrivere soggetti. Ma perché questo travestimento e il suo intervento nell’asta?…
Walter aveva un appuntamento con il padre che viene trovato ucciso nel suo studio con “una ferita da coltello slabbrata” di un’arma del tredicesimo secolo sparita e poi ritrovata, sulla cui punta c’è melassa con cianuro di potassio. E, dunque, altra domanda che sorge spontanea, “Perché avvelenarla?…
Ad indagare l’ispettore Glǖke dal naso aguzzo messo spesso in crisi da Ellery, presenza davvero fastidiosa per lui “Non ho nessuna intenzione di vedere le mie indagini buttate all’aria da un tizio che scrive storie poliziesche!” Di mezzo il testamento del morto e la sua modifica con la quale disereda il figlio. Tutto il patrimonio va, invece, all’amante Winni Moon dalla erre moscia, con i suoi “fianchi che ondeggiavano come un orizzonte acquoso durante un monsone.” (sorriso). L’avvocato Anatole Ruhig vuole sposarla (mica scemo).
Arriva pure la stampa nella persona di Fitzgerald dell’“Independent” che assume Ellery (mille dollari ad articolo) sotto il nome di King, per trovare la verità insieme a Val.
Aggiungo, tanto per dare un’idea della complessità del plot: un soprabito preso per sbaglio che sparisce, un libretto bancario con cinque milioni di dollari, un binocolo ammaccato, una clava indiana, un uomo con due dita (forse), un codice delle carte da gioco, un dittografo, un guardiano che mente e Rhys, messo agli arresti come sospettato, che accetta la prigione e non vuole difendersi. Perché?…
Tanti dubbi, tante domande come abbiamo visto, e altre che sorgono soprattutto rispetto alla meccanica del delitto. Polizia piuttosto miope su certi indizi rilevanti (però c’è, apposta, Ellery, anche se abbastanza defilato rispetto ad altre storie). Scrittura felice dell’autore, intrisa di humour, che fila via spedita come un treno in orario.

Il banchiere assassinato di Augusto De Angelis, Sellerio 2009.
Legge Freud, Lawrence, Platone, Le epistole di San Paolo. Perché mai, allora, fa il commissario di Pubblica Sicurezza, si domanda Carlo De Vincenzi nella Milano degli anni Trenta nebbiosa, cupa e infreddolita. Per l’enigma da sciogliere, il colpevole da individuare?… No, no per il mistero dell’animo umano. “Io sento la poesia di questo mestiere” dichiara e il personaggio è già lì bell’e fatto. Colto, sensibile e nello stesso tempo deciso e pronto, se necessario, a saltare qualche regola che intralcia “Io debbo ricorrere agli altri mezzi, se voglio arrivare sino alla verità, a tutti gli altri mezzi, qualunque essi siano. La mia coscienza me lo permette, anzi mi ci obbliga, anche se il regolamento o il codice me lo vietano.”
Al dunque. Siamo nell’ufficio del commissario. Di notte (addirittura). Ecco irrompere l’amico Giannetto Aurigi che ha un grosso debito con il banchiere Mario Garlini. Due chiacchiere e una telefonata improvvisa. Notizia: il suddetto Garlini è morto proprio nell’appartamento dell’Aurigi.
Causa della dipartita un foro di pallottola alla tempia, per terra una fialetta di profumo d’oro con odore di mandorle amare. Ovvero acido prussico. E che c’incastra? Prime impressioni e rimuginamenti che seguiranno per tutta la vicenda imperniata sugli sghei e sull’amore, sul classico triangolo, la fidanzata dell’Aurigi, l’inquilino del terzo piano, il cameriere che sparisce e riappare, la pendola che segna un’ora avanti (perché?) e addirittura qualcuno pronto ad autoaccusarsi del delitto! Personaggi che entrano ed escono da una porta come all’aprirsi di un sipario, qualche stilettata al detective privato Harrington, tipico rappresentante del modello poliziesco anglosassone.
Il primo giallo di De Angelis teso a creare un clima particolare in cui immergere il lettore: “C’era in quella camera, in quell’appartamento, un’atmosfera pesante, viscida, che pesava come qualcosa di mostruoso, d’inumano”, “De Vincenzi sentiva che la verità non era quella, che c’era qualche altra cosa di più oscuro e di più complesso.” Un personaggio soprattutto d’istinto e immaginazione forgiate dallo studio della psicologia, della psiche umana, combattuto fra solitudine, disagio e stanchezza.
La storia è finita (non una parola di troppo, non una parola fuori posto dentro uno stile che profuma di passato), e il nostro commissario ha gli occhi umidi. Nella sua stanza squallida con la scrivania “macchiata e bruciacchiata” e la poltrona consunta. Mica male.
Augusto De Angelis è stato il difensore della narrativa poliziesca, accusata dai fascisti addirittura di immoralità, e propugnatore, come prima di lui Alessandro Varallo, del giallo all’italiana. Morì per le conseguenze di una brutale aggressione fascista. E anche per questo lo ricordiamo.

Ombre di Stephen King, Michael Connelly, Jeffery Deaver, Joe R. Lansdale, Lee Child, Joyce C. Oates, Lawrence Block e altri, Einaudi 2017.
Ogni tanto bisogna buttarsi sul sicuro, su certi scrittori affermati di indubbio talento, per volteggiare in un’aria più tersa. Come in questo caso, su racconti ispirati ai dipinti di Edward Hopper. I suoi “quadri non raccontano storie. Ma hanno la capacità di evocare in modo potente e irresistibile quelle racchiuse al loro interno in attesa di essere raccontate” scrive Lawrence Block nella sua introduzione.
La vicenda può nascere da un semplice personaggio che fa il proiezionista. Da Cart Wright, per esempio, trent’anni, curvo, timido, timidissimo. Solo. Tutto preso dalla nuova “maschera” Sally di una “bellezza strepitosa”. Ogni giorno la guarda dalla cabina di proiezione. Ma ecco due tizi a pretendere il pizzo dal padrone del locale in cui lavora. Ed ecco nascere una nuova storia, insieme all’amico Bert, il passato terribile che ritorna, il padre che ha abusato di lui. Violenza che chiama violenza. Ieri e oggi. Sally deve essere protetta e, forse, accetterà il suo invito. O, più probabilmente, no. Prosa secca e brutale come l’esistenza umana. Che il dolore se ne stia rintanato in fondo all’animo.
Oppure da una ragazza nuda (indossa solo le scarpe) seduta su una poltrona azzurra che guarda alla finestra. Sembra aspettare qualcuno “Nella luce esangue di una mattina autunnale a New York.” Aspetta il suo amante, ormai “intrappolata” in quella stanza. Fa sempre tardi, ma lui ha la moglie e mille problemi. Le loro storie, le loro vite, il rapporto che si sgretola. L’odio, la violenza. Lui pronto ad uccidere, lei pronta ad uccidere. Sta per salire…
Donne, sempre donne, fortissimamente donne. Al centro della scena. Anche quando sembrano stare di lato. Donne furbe, ingegnose, vedi la moglie di Alfred, ormai morto ma con il quale continua a parlare durante un pasto ad una tavola calda. Sta fissando di proposito il padrone del locale. Così per attirare la sua attenzione. È in ritardo con il pagamento dell’affitto. Bisogna studiare qualcosa per rimediare. Ed ecco pronto il tranello, il trucco delle posate rubate.
Donne per una giusta vendetta. Come quella che appare alla finestra con reggiseno e mutandine rosa all’occhio del guardone assassino (pronte manette e coltello) che pregusta la sua nuova vittima come ha già fatto con la precedente. Ma ora la musica cambia…
Donne tradite che si ribellano, pronte a difendersi, a rendere pan per focaccia al maschilista imperante, donne dal passato doloroso che riversa il rimorso e l’odio verso se stesse. Il passato, il terribile passato ancora vivo nel presente, ragazze abbandonate, padri alcolisti, madri uccise.
E gli uomini? Egoisti, possessivi, violenti, sfruttatori o anche deboli, imbranati fradici, qualche volta buoni. Vedi Bosch, il mitico Bosch. Da poco investigatore privato deve sorvegliare una ragazza che scrive storie e che, per ispirarsi guarda al museo il dipinto Nighthawks di Hopper. Un bar di notte, illuminato solo dall’interno, il barista, una coppia da una parte, un uomo solo di spalle. Bosch deve riferire a chi lo paga se è sua figlia. Lo è ma mente, per salvarla. L’uomo solo al bancone è lui.
Racconti particolari, “strani”, “insospettabili”: una casa che “senza l’intervento di nessuno” ogni anno guadagna una stanza. Fenomeno inarrestabile. Ci vivono Fabius e Carmen. Ottimo rapporto con la suocera Callera (giocavano anche a scacchi) morta per infarto; gli Enderby, marito e moglie, siedono tranquilli e sereni nella sala della musica. Dall’armadio alle loro spalle colpi ripetuti, forti, insistenti. Di un tizio che aveva un bel conto alla Albany National.
Inquietudine, brivido, attesa, sospensione. Storie di amori finiti, di ricordi dolorosi, di qualcosa che si voleva e non c’è stata. Storie di “mancanza”, cambi lenti di prospettiva o il colpo improvviso che non ti aspetti. In prima o in terza persona, al presente o al passato attraverso una tecnica sopraffina.
C’è tutta la vita in questi racconti, c’è tutta la maledetta vita in queste vicende inquiete e inquietanti come i quadri di Edward Hopper.
Guardate i quadri, immaginatevi una storia e poi leggete.

Delitti a luci rosse di AA. VV., Einaudi 2017.
Una scorpacciata di racconti racchiusi in un vasto arco temporale. Qualche spunto.
Francisca “la più bella mulatta di Trinidad” che balla da sola al centro nel salone di don Armando. Ma nessuno la guarda. Hanno tutti paura, eccetto il nuovo maestro Sebastiano Luna. Ora è in pericolo di vita, soprattutto se ci parla. Francisca è la donna del bandito Corrado, guai a starle troppo vicino. Ma c’è qualcosa che non va, secondo lei, in questo ragazzo pallido, sottile “troppo magro per i suoi gusti”. Proprio qualcosa che non va…
In prima persona da un editor. Coppia Jim e Susan a cui piace il sesso violento. Sculacciate e frustate. Continuo tormento. Susan lo uccide ma il processo per la sua condanna è difficile. L’editor vuole andare dalla polizia per raccontare quello che sa, quello che Jim gli ha raccontato. Bussano alla porta. È Susan. O stai a vedere che…
Erin e la cassaforte. La sta scassinando. Ma non è sola, all’improvviso anche Daniels, l’uomo enorme che disprezza. Bisogna distrarlo, farlo parlare, cercando in qualche modo di raggiungere la pistola fra gli asciugamani. E se c’è bisogno del sesso anche violento, pur di agguantarla…
Rollie, giovane già noto come autore di gialli psicologici, a sessanta anni è presidente dell’American Mystery Writers. Nuovo racconto per l’occasione. In prima persona, lui innamorato liceale non corrisposto della bionda Babs. Sempre disponibile, come un soldatino ai suoi desideri. Occhio a chi potrebbe darle noia, si sa che qualcuno può approfittarne. Occorre aiutarla perché non le succeda niente. Forse un barbiturico…
Una ragazza trovata morta su un marciapiede, colpita con uno strumento appuntito sotto la mammella sinistra, violentata più volte. Una ragazza che faceva foto pornografiche. Già, le foto. Basta ingrandirne una per vedere qualcosa di interessante all’esterno dell’ambiente…(un classico).
In prima persona da un uomo geloso. Parla del suo amore verso la propria donna, “la donna della perdizione.” Assillato dai dubbi sul suo tradimento. Esce sempre a cavallo e ritorna felice. Basta! Una corda, una pistola…
Al Café Imperial. Pensa all’amante, pensa al marito tradito a cui vuole quasi bene. Eccolo in arrivo. Con le sue lettere alla moglie. Ora è morta. Obbligo un duello…
La contessa Gamiani, lesbica, e la giovane Fanny. Loro incontro sessuale. Ci si butta anche l’uomo che narra la storia. Sesso sfrenato e racconti di vita dei tre personaggi, imperniati sulle violenze in quel senso, tra suore, monaci, falli enormi e pure un asino. Gamiani e Fanny. Come si chiuderà la loro storia?…
Bette Mason ha solo le mani belle. Uccisa, le belle mani tagliate e poi sparite. Tracce di sangue sul tappeto. Come si potrà scoprire l’assassino? Forse da certe sigarette…
Parla la mamma di Antonio brava a fare il ragù “denso e vischioso”, mica come quella “sgualdrinella” di Marisa sposata a suo figlio. Un omicidio al sesto piano della sua casa, ovvero un pensionato ucciso con un taglio alla gola. Sparisce la madre, in casa tutto in ordine, solo un cassetto aperto, quello dei coltelli di cucina. Finale drammatico con confessione.
Dave e Merle allo Starlite Drive-in. Quarant’anni. Parlano di film, della ragazza che si è fatta uno dei due. Sembra una cosa passata. E, invece, la ragazza è nel bagagliaio. Meglio farsele morte che vive. Ma a Merle manca qualcosa.
Selezione dei racconti un po’ a caso, senza una linea sicura e di alterno livello. Gli autori, comunque, non sono mica male. Eccoli: Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale.
Sesso e morte. Occhio, ragazzi!

Per chi vuole buttarsi sulla fantascienza ci sono Robot 80 e Robot 81 di AA. VV., Delos Books 2017. Racconti, interviste, critiche da leccarsi i baffi. Racconti sul nostro futuro incredibili, inquietanti, che lasciano il brivido e fanno riflettere. Oggetti misteriosi, case parlanti, robot di tutte le specie, invasioni aliene… Racconti, dicevo, impossibili o, addirittura, profetici. Le nuove, straordinarie tecniche e l’uomo con le sue aspirazioni e i suoi sentimenti. Ci sarà uno scontro o un compromesso? Che fine farà? E la terra? Sarà ancora un luogo utile? Chi ci sarà al nostro posto? Dove andremo a vivere? Sicuro che drastici cambiamenti migliorino la nostra vita? Sicuro che allungarla troppo ci renda felici?… Domande e domande. Dubbi e rovelli tra i quali, forse, qualche speranza che l’uomo non voglia perdere la sua umanità. Speriamo.

Un giretto tra i miei libri
Per un certo periodo di tempo ho pensato che Ben Pastor fosse un uomo. Anche se talvolta in terza di copertina la fotografia, seguita dalla opportuna didascalia, mi rendevano edotto del contrario. Ben, che io associavo alle fattezze di un maschio, era invece una gentil signora dal volto interessante. Ma io mi piccavo nel mio intimo che fosse un uomo e non c’era verso di togliermelo dalla testa. Solo con La morte, il diavolo e Martin Bora, pubblicato dalla Hobby & Work 2008, mi sono finalmente convinto del sesso dell’autrice. Misteri del cervello umano…
Ma bando alle ciance e vediamo un po’ di cosa si tratta: praticamente una antologia di racconti più o meno brevi incentrati quasi tutti sulla guerra. Che sia la seconda guerra mondiale o la prima, oppure il conflitto civile spagnolo sempre di guerra si tratta. Con al centro il giovane capitano dell’esercito tedesco Martin Bora, o più precisamente Martin Heinz Douglas Bora l’“uomo giusto nella divisa sbagliata”. E uomo colto se è laureato in filosofia, sa suonare il pianoforte, cita Dante e Virgilio, legge “Gli esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola e le poesie di Garcia Lorca, le massime di Rochefoucauld, le poesie di Hoelderlin, l’Odissea, la Bibbia, i Promessi Sposi e via discorrendo.
Colto e pure bello. Alto, slanciato, occhi con iridi verdi cerchiate di azzurro, impeccabile nel vestire, “nato ricco e aristocratico” e dunque non gli manca niente se non fosse per la mano sinistra artificiale, persa quella vera durante un incidente. Sposato con Benedikta, che chiama affettuosamente Dikta, invano in attesa di un figlio che non riesce a portare avanti (tre aborti). Sicuro di sé, fermo autocontrollo ma a volte “una lama di malinconia” sembra che venga a turbare la solidità della sua sicurezza. Forte senso del dovere e nello stesso tempo la quasi certezza che qualcosa non quadri “Eppure spesso gli sembrava che soldati come lui fossero carta straccia, appallottolata in mano a qualcuno e in procinto di essere buttata via”.
Brevi spunti: una Balka, cioè una prostituta uccisa con le mani mozzate durante l’“Operazione Barbarossa” con tre possibili indiziati: il vecchio beone, il mercante ebreo e il giovane fannullone innamorato. Chi dei tre o forse altri?; un uomo ucciso, un cane morto, un microfilm, un attentato mortale nella Praga del 1942; un rapimento nell’Appennino nord-occidentale del 1944, una povera donna vedova con tre figli, tre persone uccise, partigiani fatti prigionieri, una ausiliaria fascista dispersa, fatti che si intrecciano, si seguono, si incontrano e ricompongono in modo quasi naturale.
E poi non c’è solo Martin Bora. C’è il signor luogotenente di giustizia Don Diego Antonio e siamo nel 1630 a Milano ai tempi, dunque, dei “Promessi Sposi” ad indagare su una monaca assassinata; c’è l’episodio delle vettovaglie sparite e un colonnello italiano ammazzato nella guerra del 1918; c’è un soldato dell’ONU con il cranio sbriciolato da un grosso calibro nella Sarajevo della ex Jugoslavia nel 1994; c’è un incontro tra due nemici nella battaglia di Gallipoli del 1915 con l’evocazione del passato e dei propri cari morti come nell’Odissea; c’è Nino Bixio e i fantasmi; c’è la Kiria Andreou seguita da un giovane spasimante e c’è infine Remedios amata da quattro uomini. Quattro amanti e quattro ricordi diversi.
Dunque la realtà più cruda, il sogno, la fantasia, l’aspetto psicologico che incalza, “streghe, fantasmi, eroi mitologici dell’antica Grecia” che irrompono sulla scena. Prosa agile, sicura. Ora realistica con ampi squarci di paesaggio a suscitare stati emozionali, ora nuda e schietta, ora evocativa e suggestiva a lasciare uno strazio o un dubbio o una scia di amarezza nel cuore. O un mistero.
Finalmente una scrittrice vera.

I morti ammazzati sono un ingrediente necessario del romanzo poliziesco. A volte ne basta uno per decretarne il successo, talaltra se ne aggiungono ancora (di solito due o tre), per rendere la vicenda più movimentata. Colleen McCullough, autrice famosa per Uccelli di rovo, non ha badato a spese e in La morte in più, Rizzoli 2010, te ne ha infiocchettati dodici nello stesso giorno, 3 aprile 1967, a Holloman, piccolo paese del Connecticut: quattro avvelenamenti, un crimine sessuale (praticamente uno stupro), tre morti per arma da fuoco (con silenziatore), la fine violenta di una prostituta (gola tagliata), due soffocamenti con cuscino, una tagliola per orsi (sì, avete capito bene).
Si parte proprio dal caso dello studente ricattatore Evan Pugh ucciso dalla tagliola per orsi nella sua camera (un marchingegno infernale), per continuare con gli altri, tra cui quello di Desmond Skeps, il responsabile del colosso degli armamenti Cornucopia.
Ad indagare il capo della polizia Carmine Demonico, occhi color ambra e capelli neri tagliati corti, laureato nel ’48, arruolato dopo Pearl Harbour, divorziato da Sandra cocainomane da cui ha avuto figlia Sophie (sedici anni) e risposato con la spilungona Desdemona che gli ha dato un bel maschietto. Suo capo il tenente Mickey McCosker, suoi sottoposti che lo aiutano nelle indagini Abe Goldberg e Corey Marshall, sua segretaria l’attiva e intraprendente Delia Carstairs (veste in maniera orribile), medico legale il cugino Patrick che è per lui come un fratello. Non manca l’amico fidato sul quale scaricare qualche sospetto.
Sembra che tutti gli omicidi siano stati organizzati da una sola persona, il Genio, che li ha eseguiti personalmente o fatti eseguire da professionisti (arrivano anche le sorprese). Siamo al tempo della guerra fredda e dunque ci si aggiunge lo spionaggio sovietico, l’intervento dell’FBI (Ted Kelly), gli agguati alla famiglia e a lui stesso per farlo desistere dall’indagine.
Un giallo che non si fa mancare niente: il personaggio principale (un po’ grigio) con famiglia da salvare, i due aiutanti in lotta promozionale fra loro, l’ecatombe di corpi ammazzati con relativo trucido contorno, lo spionaggio, gli agguati, il Genio, o Ulisse che dir si voglia, che uccide e fa uccidere, il movimento delle femministe, qualche problemuccio di cuore, il dubbio, il rovello, il piccolo depistaggio, le lettere con la spiegazione finale. Scritto pure benino da un’autrice di successo. Solo che il tutto va via liscio e sonnacchioso come qualcosa di risaputo e rivisto (perfino nei film), come una vecchia cantilena che ripete brani di vecchie cantilene.
L’ecatombe non paga.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Rondini d’inverno di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2017.
A Torino “Degio” aveva letto il primo capitolo e ormai tutti aspettavamo a gloria il nuovo Ricciardi e lui, puntuale come un orologio, ce l’ha servito su un piatto d’argento. Et voilà, il barone di Malomonte, il suo primo commissario (forse il più amato?) l’inossidabile bel tenebroso dagli occhi verdi, bramato da molte donne, ma con il macigno, insomma con il “Fatto”, quel peso morto, quella condanna che lo perseguita da quando era bambino di poter percepire le ultime parole e le ultime sensazioni delle vittime di morte violenta… E, come logico, con lui risalgono sulla scena il suo pilastro, il brigadiere Maione, l’intelligente e antifascista medico legale dottor Modo, e Bambinella il femminiello, che poi è il loro orecchio aperto ad ascoltare le voci della città. Ma torniamo a noi e a Rondini d’inverno in cui la celebre canzone napoletana Rundinella funge contemporaneamente da fil rouge e da colonna sonora. Apertura del romanzo con un vecchio musicista che accarezza il mandolino mentre parla con il suo allievo e poi via con la storia, praticamente tutta narrata in flash back e stampata in corsivo: Natale è passato da poco e, benché il clima sia stranamente primaverile per la stagione, la città ha digerito il pranzo del 25 e pensa già al cenone di Capodanno; sul palcoscenico dello Splendor, celebre teatro di varietà, il grande attore e cantante Michelangelo Gelmi, come ogni sera, si prepara a “sparare a sua moglie” Fedora Marra. Niente di strano, la scena fa parte del copione e si ripete tutte le volte che recitano nella canzone sceneggiata. Solo che quella sera, il 28 dicembre, dentro il caricatore della pistola, una calibro nove, tra i proiettili a salve ce n’è uno vero. E quando Gelmi spara “l’attrice viene proiettata all’indietro, scomposta, i piedi sollevati da terra, le braccia larghe” e… “sul corpetto bianco del costume si allarga un’ampia macchia scura”. Ha ucciso Fedora, la sua compagna di vita e di palcoscenico. Poi, disperato, proclama a gran voce la sua innocenza ma ben pochi gli credono: tutti i fatti indicherebbero la sua colpevolezza. Gelmi, già in là con gli anni, stava perdendo la voce, beveva troppo e la sua carriera era in declino. La sua permanenza sul palco dipendeva ormai solo dal sodalizio con la moglie, Fedora, una stella dello spettacolo giunta al culmine del successo. Lei era molto legata al marito però, così mormoravano certe voci, si era innamorata di un altro e forse stava per lasciarlo. Dalla prima ricostruzione dei fatti si direbbe che il caso sia già risolto, ma il nostro commissario non è convinto. Qualcosa non quadra, vuole approfondire. Tuttavia, mentre il fedele brigadiere Maione scorrazza perigliosamente per la città al volante della vettura di servizio per aiutare il dottor Modo, proprio lui Ricciardi, che nel frattempo pare sia arrivato a dare una svolta alla sua vita sentimentale (traduco: ha finalmente baciato Enrica, la giovane e timida vicina di casa), è tenuto sotto costante pressione dal vice questore Garzo, che non si vuol guastare le feste. Insomma deve muoversi e sbrogliare in fretta la forse misteriosa vicenda, senza lasciarsi distrarre dalle faccende personali, da certe velate minacce riportate e dall’inconsueta cortina di nebbia che, calata improvvisamente su Napoli, l’avviluppa come un sudario, pronta a nascondere qualche colpo di coda. Anche stavolta, come per le precedenti avventure di Ricciardi, una altera, fastosa e festosa città partenopea degli anni Trenta (ventesimo secolo) funge da splendida cornice alla fascinosa prosa “degiovanniana”. Indimenticabili le melodiose canzoni che punteggiano la narrazione. Al prossimo Maurizio. Purchessia!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta si cambia! Vi presento Omicidio sulla Tour Eiffel di Sir Steve Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015 (e il mio nonno si frega le mani).
Parto dai personaggi: Samuel, Agatha, Larry e Gaspard Mistery. Agatha e Larry di dodici anni! Ah, dimenticavo… c’è anche il gatto Watson che porta un nome famoso (me lo ha detto il solito). Vivono tutti a Londra ma dovranno partire per Parigi. Perché?, vi domanderete. Perché lì è avvenuto un omicidio per avvelenamento da stricnina. Più precisamente di un diplomatico russo e i nostri detective dovranno risolvere il mistero.
Tutto gira intorno a una rosa rossa, cioè alle ultime parole del morto. Ci sono tre indiziati: il primo ha una rosa rossa tatuata sul collo, il secondo ne ha una proprio sul suo comodino, la terza, una donna, indossa un vestito di rose rosse.
Chi sarà il colpevole? Basta continuare la lettura che ha anche diversi spunti divertenti, soprattutto nella persona di Larry. Così voi vi divertirete a cercare di scoprire l’assassino e io finisco prima la presentazione.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2017

Il postino
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta. Un ometto basso e secco dalla bocca storta che viaggiava su una Guzzi rossa come il fuoco con una cartellona a tracolla. Carattere fumino soprattutto quando giocava a biliardo al bar Italia. Saputa la cosa una folla di frequentatori si assiepava lungo i bordi, per assistere alle sue scenate che, prima o poi, sarebbero venute fuori. Ad aspettare quando si sarebbe incazzato per un tiro andato a male o un commento non gradito (occhio che ti poteva tirare addosso la boccia), con il rossore che si spargeva a ondate sul viso, le vene gonfie, la vocetta stridula che ne diceva di tutti i colori e il ghigno grottesco della bocca storta.
Appassionato di pesca se ne andava spesso con le sue canne lungo il torrente del paese. E noi, ragazzacci di strada, a tirare i sassi nell’acqua per farlo arrabbiare. “Una mela, due mele, ma tutto il melo no!” gridava esasperato. E via a gambe levate per non farci prendere. Filava veloce sulla Guzzi come un pilota di formula uno facendo sobbalzare i poveri passanti, ma non si vedeva tanto era piccolo e sembrava che la moto se ne andasse da sola guidata da un fantasma.
Non ricordo il suo nome. Tutti, al paese, lo chiamavamo il postino perché portava la posta.

Assassinio a Brunswick Gardens di Anne Perry, Mondadori 2017.
Brunswick Gardens. La signorina Unity Bellwood è caduta dalle scale nella lussuosa casa del reverendo Ramsey Parmenter spezzandosi il collo, dopo un acceso diverbio con il medesimo. Le sue ultime parole, udite da alcuni personaggi “No… No, reverendo!”, lo mettono in grave sospetto di omicidio. La vittima, “un’antichista di grande talento”, assisteva Parmenter nella stesura di un testo teologico e seguiva le moderne idee evoluzionistiche di Charles Darwin che stavano suscitando grande clamore nella società vittoriana del tempo. Inoltre era molto bella, attraente, femminista ed estremamente libera in fatto di sessualità.
Una specie di bomba a orologeria nella casa del reverendo. Nella quale vivono la moglie Vita, le figlie Clarice e Tryphena (difende a spada tratta la morta e il femminismo), il figlio Mallory, sacerdote cattolico, e il vicario protestante vedovo Dominic Corde, dotato di un fascino naturale sul gentil sesso, cognato di Thomas Pitt e Charlotte (innamorata di lui da ragazza), di cui aveva sposato la sorella maggiore Sarah, assassinata in Cater Street.
Secondo il vicecomandante Cornwallis c’è bisogno proprio del sovrintendente Thomas Pitt per risolvere il caso. Primo indizio la suola di una delle scarpe della morta ha una strana macchia scura con un certo odore chimico, praticamente di una sostanza versata nella serra dell’abitazione. Potrebbe servire in seguito… La situazione si complica con la scoperta che Unity era incinta di tre mesi. Di chi? Di qualcuno della casa? Di Ramsey stesso? dell’affascinante Dominic diventato “preda” della vittima? di Mallory? O di chi altro?…
Thomas vuole vederci chiaro. Si scava nella vita di alcuni personaggi principali e se ne scopriranno delle belle, si assiste a una sequela di scontri quotidiani tra i vari membri della famiglia, ognuno con le proprie convinzioni, con la propria “verità”. In crisi anche il vescovo Reginald Underwill (crede nella colpevolezza del reverendo) contrastato dalla moglie Vita “Come potremo impedire che la grande opera costruita dagli uomini e dalle donne cristiane venga ostacolata dallo scandalo che ne potrebbe nascere? Non ti sembra di vedere già i titoli dei giornali: “In odore di vescovato, uccide l’amante?””. Un mezzo, per lui, ci sarebbe. Convincere Ramsey a chiedere l’infermità mentale (vedete un po’).
Il nostro Pitt riuscirà a risolvere il mistero (anche la moglie Charlotte si dà da fare) con tatto e tenacia tra un excursus sulle idee di Darwin e sul femminismo, sul loro impatto nei rapporti con la Chiesa, sull’ordine patriarcale e il maschilismo imperante in una società vittoriana votata alla subalternità della donna, tra passioni, amori (anche quello saffico), gelosie, sospetti e odio al centro della scena. Finale concitato con punte di umorismo, vedi il vicario che vacilla e geme.

Il giardino delle rose di Christianna Brand, Mondadori 2017.
“Estella Devigne è una diva del palcoscenico. La sua grande popolarità non le deriva tuttavia dal talento, ma dalla figlia Sweetheart, nata da una relazione turbolenta con un gangster che sta scontando una condanna in un carcere americano. La bambina, rimasta sciancata in seguito ai maltrattamenti da lui inflitti alla madre durante la gravidanza, vive nascosta in un angolo segreto del Galles, in una villetta con un giardino di rose.”
Grande successo ha il Diario, pubblicato a puntate sul “The Voice” dell’amico giornalista Johnny Smith, dove Estella riporta i pensieri e le poesie della figlia, scritte in realtà dalla segretaria Bunny Paul. Diario letto addirittura dal padre Al (figlioccio di Al Capone) che ora sta per arrivare con l’amico Elk Moose. “Lo hanno rilasciato prima del tempo a causa del cuore. E prima di morire vuole vedere Sweetheart.” Se ne prospettano delle belle, insieme al viaggio esilarante dei due tra strade affollate di animali (mucche, greggi, coppie di agnellini). Comunque il fatto grave è che Sweetheart non c’è più. È scomparsa.
Caso complesso per l’ispettore Chucky “bel fisico, asciutto, dritto come un fuso, lo sguardo altero di un pastore dell’epoca vittoriana, intelligenza e spirito in parti uguali…” Anche perché di lì a poco Al defunge per un attacco di cuore e la sua guardia del corpo è colpita a morte. Chi l’ha uccisa?
Caso complesso, dicevo, e storia complessa con Sweetheart che sparisce, sembra ricomparire (qualcuno l’ha vista da lontano con il suo vestito rosso), forse è stata nascosta, esiste o non esiste?, tutto inventato? Mille domande e ripensamenti per l’ispettore. E un giardino di rose che crea disagio “Passando accanto all’aiuola di rose Sweetheart in fiore, sentì qualcosa di strano in fondo all’animo, qualcosa che non riuscì a captare.” Già le rose…
Un plot di avvenimenti concitati, di situazioni con “colori” diversi, dall’ironico al farsesco, dall’orrifico all’intrigo, ai colpi d’effetto. Che può entusiasmare o abbattere.

Sherlock Holmes – La soluzione sette per cento di Nicholas Meyer, Mondadori 2017.
Una nuova storia inedita di John H. Watson arrivata all’autore dallo zio Henry in circostanze fortunate. Una storia scritta, anzi dettata dallo stesso a una dattilografa, all’età di ottantasette anni. Dunque scusate qualche manchevolezza nello stile (dichiara Watson-Meyer…).
Dopo una lunga assenza ecco Sherlock Holmes comparire all’improvviso nella casa del dottore. In condizioni pietose “La pelle aveva un colore malsano, e gli occhi erano privi del consueto scintillio…”. Insomma è ridotto male. Farnetica di fucili ad aria compressa, di un certo professor Moriarty “un individuo rotto a depravazioni e orrori di ogni sorta”, il capo di ogni crimine. Chiaro che sia sotto l’effetto della cocaina di cui fa uso. Occorre guarirlo, tanto più dopo che lo stesso Moriarty si è presentato da Watson per informarlo che è da lui perseguitato: lo pedina, passa le notti davanti a casa sua, gli scrive lettere minatorie.
Ci vuole una cura energica. C’è un giovane medico a Vienna, un certo Freud che potrebbe fare al caso suo. Come convincere Holmes a spostarsi in Europa? Basta farci andare anche Moriarty, secondo il suggerimento del fratello Mycroft, e, sicuro, Sherlock lo seguirà.
Fatto. Anche per mezzo del cane Toby, un po’ malandato ma efficace. In casa di Freud subito il Nostro sottoposto a ipnosi per ricercare la cocaina nascosta da qualche parte. Ci vorrà un po’ di pazienza per farlo guarire.
Ma ecco arrivare il caso di una ragazza rapita che tenta di gettarsi in un canale. Sotto ipnosi dice di chiamarsi Nancy e di essersi sposata in un “bordello” con l’ormai defunto barone Karl von Reinsdorf. Non è la sola, perché anche la compagna di un giovane ribaldo sfregiato (ce l’ha con gli ebrei ed è battuto a tennis da Freud) afferma di essere lei la moglie del barone. Allora chi è veramente Nancy? Dice la verità, mente, o è stata ingannata? Ora si trova all’ospedale e per Holmes sta rischiando la vita. Bisogna salvarla anche perché dietro si macchina una diabolica cospirazione che può provocare implicazioni internazionali. Finale pirotecnico con inseguimento lungo i binari della ferrovia e duello come in certi film western. Non è finita, c’è ancora qualcosa da scoprire nell’inconscio di Holmes…
Ottima lettura, ottimo incontro-scontro-collaborazione tra il Detective e lo Psicanalista. Spunti sulla Londra nebbiosa, sulla Vienna del 1891 con una variegata popolazione dell’impero, “soleggiata e decadente”, con i suoi caffè, il “cuore della vita intellettuale e culturale, posti dove si poteva trascorrere piacevolmente una giornata senza assaggiare nemmeno una goccia di caffè” e ci si poteva pure giocare a scacchi…(mia fissazione).
Qui troviamo un Holmes diverso (non mancano, però, le sue micidiali deduzioni e travestimenti), preso dalla droga, che lotta, recalcitra, si infuria, delira, incuriosito, poi, dalla nuova disciplina di Freud per mezzo della quale scopriremo anche perché “si droghi, perché veda nel professor Moriarty il suo arcinemico, e come mai provi una diffidenza istintiva verso le donne” (Pachì).
Per maggiori informazioni sull’autore, sul Canone e la fortuna del libro il bell’articolo Un sette per cento… legale del nostro Luigi Pachì, proprio in fondo nella rubrica Sotto la lente di Sherlock.

Viaggiare in giallo di Giménez-Bartlett, Malvaldi, Manzini, Recami, Robecchi, Savatteri, Sellerio 2017.
In breve, anzi brevissimo…
Senza fermate intermedie di Antonio Manzini
Una riunione di condominio è sempre meglio della festa del 161° anno dalla fondazione della polizia di stato: questo pensa Rocco Schiavone quando sale sulla Frecciarossa con l’anatomopatologo zoppicante Alberto Fumagalli. Qui personaggi di varia umanità, tra cui uno che rompe con il cellulare. A un tratto urlo di una donna che chiede aiuto e muore d’infarto. Per il figlio scomparsi gioielli di antico valore. Terzo furto nel giro di un mese. Bella gatta da pelare per il nostro. E poi c’è la riunione condominiale. Che giornata!
Il testimone di Francesco Recami
Sul treno Frecciarossa Enrico, detto Cipolla, anni 5, seconda materna. Meta finale la Sardegna. Tutto preso dalla velocità (treno, traghetto, elicottero, motoscafo). Al gabinetto vede qualcosa di particolare. Incontro con il nonno Amedeo Consonni, dato per ucciso, ma vivo e vegeto sotto protezione della polizia. Nel WC del treno nigeriana uccisa impalata. Enrico aveva visto giusto..
In crociera col Cinghiale di Marco Malvaldi
Sei famiglie in crociera di cui quattro subiscono un furto nella propria abitazione durante la vacanza. Discussione sull’episodio al BarLume tra i soliti, conosciutissimi personaggi del nostro Malvaldone. Per scoprire il mistero occorre salire e indagare sulla nave maledetta. Ed ecco lì Massimo Viviani, barista, con ventinove volenterosi, adepti della Loggia del Cinghiale. Anche per gesto d’amore verso il vicequestore Alice Martelli.
La segreta alchimia di Gaetano Savatteri
Un viaggio a Praga per due (lo ha vinto Beppe, milionesimo cliente del centro commerciale). Anzi, per tre che, oltre a Beppe e all’amico Saverio si aggiunge Suleima, la ragazza di quest’ultimo. Uno scambio di valigie e camera devastata. Perché? Cosa cercano? E cosa vuole l’intrigante Larisa incontrata in precedenza? Sono finiti dentro una spy story?. Scontri, botte e pure le reliquie di San Vito (scoprirete cosa c’entrano).
Killer (La gita in Brianza) di Alessandro Robecchi
Il dottor Falcone, insieme all’amico Oscar, alla ricerca di un ladro. È stato rubato il cane Killer, una specie di Chihuahua, alla bellissima Francesca Monterossi. Il dottor Marsini Bisi, suo amico, vuole sapere cosa c’è dietro al furto. Anche perché il collare del detto Killer è composto da quattordici diamanti di notevole valore. Qualcosa puzza…
Un vero e proprio viaggio di Alicia Giménez Bartlett
Su un autobus di linea la studentessa Marta Marzi apre quella che dovrebbe essere la sua valigia e vi trova dei resti umani dentro sacchetti di plastica. C’è stato, evidentemente, uno scambio. Indagano i famosi Petra Delicado e Fermin Garzón che si “pizzicano” a vicenda (divergenze anche sui viaggi). Sul corpo niente tracce di droga ma una mano spalmata di cocaina. Sospetto: Marta esce con un ucraino malvisto dal padre…
Sei storie, sei scrittori ognuno con il proprio stile, ma qui c’è un’affinità di fondo tale da creare un impasto omogeneo, un’atmosfera costruita di schemi ingegnosi, brividi sorridenti, di citazioni a go-go (improrogabili quelle su Sherlock Holmes), ammiccamenti, sorprese, piccoli colpi di scena, personaggi conosciuti e nuovi che rimangono impressi nella memoria. A tratti spunti sulla vita di ogni giorno, sulla società, sui banchieri affaristi, sui tempi cambiati “Troppe ansie di ricchezza, troppi film, troppi viaggi in internet”. Lettura veloce, leggera, gradevole. Con la Sellerio si va sul sicuro. Sarà un caso ma fino ad ora tutti i libri letti di questa casa editrice mi hanno soddisfatto. E, sottinteso, senza averli ricevuti in omaggio.

Velocissime
Uno sparo nel bosco di Victor L. Whitechurch, Polillo 2017. Un uomo morto nel bosco. Ucciso, naturalmente. Ricco, bello, elegante, “dal sorriso incantevole”. Una persona a modo. Ma sarà proprio così?
Chi desidera una riconsiderazione degli studi classici su butti su La discendenza di Angela Capobianchi, Novecento editore 2017. E ho detto tutto.
Il caso della zitella acida di Milward Kennedy, Polillo 2017. Tipico villaggio inglese con la zitella acida che muore avvelenata dall’arsenico. E si scoprirà, poi, che anche la sorella ha fatto la stessa fine…
La ragazza di Venezia di Martin Cruz Smith, Mondadori 2017.
Una ragazza ebrea che cerca di sfuggire ai nazisti e alle SS. Amore e morte al tempo dell’odio. Pagina da ricordare della storia italiana.
Un altro commissario. In Mongolia (si trovano dappertutto). Con Tempi selvaggi di Ian Manook, Fazi 2017. Sfortunato, secondo abituale cliché. Figlia rapita e uccisa, compagna impazzita. In lotta anche con i tempi moderni che portano solo povertà. Ottimo giudizio di Giancarlo De Cataldo.

Un giretto fra i miei libri
La mattina del 25 dicembre di C.H.B. Kitchin, Polillo 2011.
Raccontato in prima persona dal giovane agente di cambio Malcom Warren che alla vigilia di Natale si trova a Beresford Lodge, nella magnifica residenza di Axel Quisberg, uno dei suoi migliori clienti. Bella accoglienza tra moglie, figli, un dottore e… e uno strano gioco con le sedie. Malcom cade, si sloga un polso, subito a letto e la mattina successiva si ritrova con un cadavere in terrazza! Più precisamente quello della moglie ansiosa del segretario Harley “occhialuto e lentigginoso” che, come sonnambula, si dice, deve essere caduta dalla finestra superiore. Ma c’è uno strano odore di cloroformio nella sua camera… Axel e Harley, intanto, sono via per affari,
Iniziano i dubbi di Malcom su tutti i personaggi che girano per la casa, tutti gli sembrano strani (se ne salvano solo un paio), anche lo stesso signor Quisberg con quella sua aria ansiosa e furtiva. Ad aumentare la “stranezza” c’è pure una infermiera prosperosa che sa di essere desiderata con “il suo fascino insidioso”, un vagabondo che gira intorno alla casa e una sua frase enigmatica udita di soppiatto “Ecco con quella luce ho visto tutto chiaramente come lei adesso” che fa pensare.
Malcom è nervoso, agitato, non vede l’ora di ritornare al suo cottage, al suo prato, ai suoi fiori ma arriva un altro morto assassinato e una storia passata che si riversa nel presente. Al nostro agente di cambio si è aggiunto, nel frattempo, l’ispettore Parris, un bell’uomo, alto e simpatico sulla quarantina, occhi azzurri, capelli spruzzati d’argento, naso forte, mascella larga ed energica, e dunque dalle indagini si accerta che la caduta della signora Harley non è stata proprio accidentale (ma chi è veramente costei?).
Chiude la storia un colloquio finale lettore-Malcom su alcuni interrogativi posti dalla vicenda da cui si evince l’“incasinamento” esagerato della stessa e una nota sul romanzo poliziesco, visto come un cruciverba o un acrostico e come una “immagine angusta, ma intensa della nostra vita”.
Costruzione poco credibile, personaggi sbiaditi e un andamento lento e noioso come una giornata piovosa.

La medaglia del Cellini di Ngaio Marsh, Mondadori 2011.
Ngaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Già scritto per il precedente Delitto a teatro, elliot 2010, ma fa sempre bene ripeterlo per una scrittrice di indubbio talento.
Qui siamo di fronte a lettere ricattatorie nell’alta società di Londra e, come in tanti libri della Marsch, chi indaga è l’ispettore Roderick Alleyn di quarantatré anni, “un uomo tanto simpatico e con l’aria distratta” (visto da un personaggio), aiutato, questa volta, dall’amico Robert Gospell (Bunchy). Il cui nipote, tra l’altro, impelagato con un brutto tizio, gli chiede invano del denaro. Le indagini di Robert sembrano essere sulla buona strada, quando viene ucciso in un taxi da un individuo, uomo o donna che sia, coperto da un mantello e un cappello a larga tesa. Colpito alla tempia con un oggetto duro e poi strangolato.
E allora entra in scena il nostro Roderick coadiuvato dall’ispettore Fox. E subito sorgono delle domande. Con chi ha parlato e che cosa ha detto l’ucciso nell’ultima telefonata fatta in casa Marsdon prima di prendere il taxi? E che cosa c’entra una celebre medaglia di Cellini “incastonata in un cerchio di brillantini, su un astuccio d’oro fatto a macchina con un grosso brillante per chiusura?” A ciò si aggiunga una lettera compromettente di tanti anni fa, un libro particolare, cioè la “Medicina legale” di Taylor che ha un capitolo proprio sull’asfissia e altri elementi (depistaggi) sparsi ad arte in qua e là.
Grande sapienza nella costruzione dei dialoghi e di tutto il plot della narrazione, perfetta sintonia fra Alleyn, acuto osservatore (talvolta vengono rivelati i suoi pensieri sull’interlocutore di turno), e l’ispettore Fox “Entrambi accesero la pipa, e fra loro si stabilì quella piacevole sensazione di intimità che si forma tra due persone che lavorano silenziosamente allo stesso compito”.
“Piano di battaglia finale” che non prevede il solito circolo dei sospettati con il taumaturgo nel mezzo a concionare ma una loro entrata un poco per volta.
Un bel libro.

Alcuni spunti di lettura della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)
Carta vincente si rigioca e Paula Hawkins, dopo aver venduto oltre diciotto milioni di copie con La ragazza del treno, lo fa con il nuovo libro, ritracciando lo stesso schema narrativo, in un romanzo pieno di voci e di colpi di scena e che adotta le stesse ricette: capitoli brevi, l’alternarsi di voci narranti e il dipanarsi di altre storie parallele dentro una trama caratterizzata da diversi salti temporali.
Dentro l’acqua (Piemme, 2017) non è al livello del precedente ma si legge bene, con piacere e gran facilità. Questa facilità e l’interesse che i suoi personaggi femminili, complessi ma non scevri di umanità, suscitano nel lettore, pareggiano in parte i punti più deboli del romanzo che poi sono i troppi punti di vista, le troppe voci narranti che si susseguono, con le loro inquietudini e i loro problemi. Undici personaggi che si scambiano sulla scena sono tanti da metabolizzare. Ho fatto fatica a orientarmi e ritrovare la bussola. Una ricetta con troppi ingredienti? Forse. Poi però, finalmente, avviata su retto cammino, mi sono lasciata trascinare fino in fondo, fino all’astuta verità della Hawkins.
Entrambi i romanzi di Paula Hawkins, Dentro l’acqua come La ragazza del treno, riescono a ricreare passo passo l’atmosfera dell’ambiente. Qui l’insidiosa e sonnolenta Beckford, idealmente piazzata dall’autrice nel nord dell’Inghilterra, è perfettamente ricostruita, con le sue variegate pecche cittadine che riescono a mischiare la tragedia con il gossip. Dentro l’acqua incuriosisce e spiazza, strizzando l’occhio al soprannaturale. Non insegna niente di particolare, non è un capolavoro ma un romanzo ben congegnato e decisamente coinvolgente. Non importa che io vi dica da leggerlo perché tanto i fan hanno già decretato il suo successo.

Il Museo di Villa Borghese, una superba raccolta di capolavori, ha dovuto accogliere e ora mette in mostra un’agghiacciante nuova opera. Un gruppo che vorrebbe rappresentare la scultura di un mito, di Lacoonte, esibisce l’orrore dei cadaveri, di un uomo e due ragazzi, assassinati con inaudita crudeltà e messi insieme plasticamente in posa con corde e chiodi.  Steso a  terra, colpito alla testa con ferocia ma ancora vivo a mo’ di muto testimone, il custode della Villa. Dopo il successo di È così che si uccide, Mirko Zilahy torna in libreria con La forma del buio (Longanesi, 2017), una seconda, intrigante ed esplosiva sfida al lettore che, con scrittura potente e incisiva, va oltre le barriere codificate del thriller. La sua Roma diventa peggio di una jungla, tenebrosa  e angosciante dove il pericolo striscia nelle tenebre.

Bellissimo di Massimo Cuomo, E/O 2017. Un magico romanzo fatto di sensazioni, sfumature, reazioni umane che vanno dall’adorazione, la contemplazione, lo sbalordimento, all’accettazione di un qualcosa di diverso, di inspiegabile ma magnificamente e immediatamente tangibile.

Un pacifico ma pettegolo e ombrosamente omertoso paesino di montagna che cela una misteriosa galleria. Un inesplicabile vento chiamato il Buriano. Per un perfetto thriller giallo a sfumature noir, che poi è la nuova singolare indagine dell’ispettore Marzio Santoni, uno tra i più amati dai lettori italiani. Questa volta Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, dovrà vedersela con un Delitto con inganno, Newton Compton 2017. È questo il titolo del nuovo romanzo di Franco Matteucci, già finalista al Premio Strega.

L’apprendista di Michelangelo di Carlo A. Martigli, Mondadori 2017.
Un plausibile allievo e un’avventura da brividi per Jacopo da Pistoia, adolescente fuggito da casa in una notte del 1534 perché, innamorato della pittura, rifiuta di seguire le orme paterne e piegarsi a fare il lanaiolo e lavorare nella sua bottega. Un viaggio da incubo verso sud, costellato di affanni, fame, malattie e finalmente l’agognato arrivo a Roma, nella città eterna, culla dell’arte, dove operavano i massimi artisti del secolo. Ufficialmente scritto per ragazzi dai dieci anni in su, L’apprendista di Michelangelo di Martigli è vivace, ben costruito, credibile, intrigante e si fa leggere bene anche da coloro che tanto ragazzi non sono più ma portano la fantasia nel cuore.

Sete di Jo Nesbø, Einaudi 2017.
Sete narra, in 640 pagine “a tutta birra” (e non sono poche), del forzoso ritorno alle indagini di Harry Hole proprio quando, a quasi cinquant’anni, dopo aver mollato il lavoro sul campo accettando un incarico come insegnante alla scuola di polizia, si è tirato fuori dal gioco. Una dopo l’altra, due donne sono state trovate barbaramente uccise nella propria abitazione, e una terza ferita quasi a morte è in coma in ospedale. Uccise con morsi bestiali e dissanguate. Come se qualcuno avesse bevuto il loro sangue. Atmosfere, mentalità e abitudini nordiche abbastanza lontane dalla nostra realtà. Suspense garantita e clima incandescente per un thriller decisamente azzeccato.

Un attacco da incubo per Gli eredi di Wulf Dorn (Corbaccio, 2017), con la telefonata di un testimone che denuncia un grave incidente della strada nella notte mentre nella zona infuria un uragano… Purtroppo l’elicottero dei soccorsi non può levarsi in volo e, quando finalmente i pompieri e l’ambulanza raggiungono il posto, trovano una giovane donna ferita, ma miracolosamente ancora viva. E adagiato nel bagagliaio della sua auto il cadavere di una bambina a cui è stato sparato un colpo in testa. Stavolta l’autore lascia un po’ dietro l’angolo i suoi canoni più classici che abbiamo letto in La psichiatra, Phobia Incubo e costruisce una funambolica favola amara su base horror e quasi a binario unico, perché affidata per la maggior parte alla voce narrante di Laura Schrader. Una favola amara in cui si mischiano temi di spaventosa attualità, come l’inquinamento e l’imbarbarimento del pianeta, la cattiveria insita nell’uomo (che forse nasce con lui) e un fantascientifico soprannaturale che dovrebbe regalare al futuro una pseudo vita da zombie con per unico scopo la sopravvivenza. Quale invece potrebbe mai essere?

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
questa volta vi presento Le avventure di Robinson Crusoe di Daniel Defoe, PIEMME 2017, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Il mio nome è Robinson Crusoe e sono nato a York, in Inghilterra, nel 1632 da una buona famiglia. Ho sempre avuto fame di avventure…
E di avventure ne avrà parecchie, sempre in giro sulle navi. Subirà una tempesta dalla quale si salva miracolosamente, verrà attaccato e fatto prigioniero dai pirati, ci sarà un altro viaggio e un’altra tempesta che lo sbatte su un’isola. Qui è solo, solo con le sue forze e le sue capacità per sopravvivere. Questa vita solitaria comincia a piacergli (a me no di certo), ma arriva un nuovo fatto a sconvolgergli la vita. Non è solo in quell’isola! Forse, ci vivono addirittura dei cannibali… Brrrrrrr!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2017

Questa volta ho portato sulla tazza una brancata di poeti. Non fate quella faccia. Non storcete la bocca. Poesia e cruda realtà stanno bene insieme. E così, ponzando, mi sono lasciato trascinare con un groppetto in gola tra ermi colli, cipressi alti e schietti, donzellette che vengono dalla campagna, piogge torrenziali e piangenti, graziose lune e garzoncelli scherzosi che non sanno ancora cosa li attende nella vita futura (beati loro). Ho fatto una visitina alle Alpi e alle Piramidi, e già che c’ero anche al Manzanarre e al Reno, chiacchierato con vecchierelli canuti e bianchi, meriggiato pallido e assorto tra chiare, fresche e dolci acque, sono stato accarezzato dalla sera sulle sacre sponde di Zacinto, ritrovandomi di schianto, dopo altro poetico girovagare, tra le calde braccia di Teta.
Per finire in bellezza mi sono illuminato d’immenso e ho tirato lo sciacquone. Ah, la poesia!

Indagine a ritroso di D.M. Devine, Mondadori 2017.
“Scacco matto!”. Inizio col botto per il sottoscritto ammalato di Re e Regine. Ovvero fine partita tra Edward Haxton e Peter Bream, due tra i personaggi principali del libro. Il primo, insegnante universitario, “è nel mirino dei colleghi per la gestione disinvolta di certi libri contabili”. Insomma cercano di buttarlo fuori, ma lui reagisce minacciando di svelare certi segreti di uno scandalo di alcuni anni prima, quando una studentessa era morta per un aborto. Minaccia evidentemente concreta se Edward tira il calzino in circostanze poco chiare, causa monossido di carbonio uscito da una stufa allentata (chi ha girato la chiavetta del gas ha cancellato le impronte).
Peter è, invece, il figlio di un noto professore della stessa università, che era stato, forse, amante (si dice) della studentessa. Il classico passato funesto che ritorna. Ad indagare l’ispettore Finney e il sovrintendente Hulbert (Finney proprio non lo sopporta). Aggiungo in breve: aggressione ad una ragazza, un altro assassinio, una rivelazione, soldi per tenere la bocca chiusa a chi aveva praticato l’aborto, la cerchia delle persone sospette, certe lettere del professore che potrebbero rivelare fatti interessanti.
Per non aggiungere cose banali riprendo il giudizio di Francis Iles (Anthony Berkeley) del 1966, fatto conoscere dal nostro Mauro Boncompagni: “D.M. Devine è ormai diventato un maestro della moderna detective story ai suoi più alti livelli; e in ‘Indagine a ritroso’ gli indizi sono davvero succulenti. Questa storia dalla trama accattivante e dall’ambientazione universitaria, con personaggi vivaci e un mucchio di credibili complicazioni, sembra scritta apposta per coloro che amano un puzzle veramente buono. E la soluzione li lascerà ampiamente soddisfatti”.

Delitti quasi perfetti di AA. VV., Polillo 2016.
Dopo un momento di impasse, diciamo pure di crisi, la Polillo editrice si è ributtata a capofitto soprattutto sul giallo classico per la gioia di tutti i suoi aficionados e di coloro che amano la bella e buona scrittura. Per darvi un’idea della qualità dei racconti (anche un semplice sunto toglierebbe troppo spazio) basta fare l’elenco degli scrittori: Joseph Commings, Arthur Conan Doyle, Jacques Futrelle, Thomas W. Hanshew, Richard Keverne, Helen McCloy, Douglas Newton, Quentin Reynolds, Seamark, Edgar Wallace.
Delitti quasi perfetti, dunque. Delitti nel senso di morti ammazzati o di semplici furti. Sarebbero senz’altro perfetti se gli sfortunati autori non si trovassero fra i piedi gente con la testa grossa così (ho allargato le braccia). Tipetti come Sherlock Holmes e gli altri che troverete, certo non da meno. E se, talvolta, non facessero addirittura i furbi andando loro stessi, poveri innocenti, a chiedere di persona consiglio su qualche strano avvenimento. Quelli mica ci cascano. Chi tenta qualcosa di grosso, poi, deve anche tener conto della propria natura che potrebbe smascherarlo.
Racconti sul filo dell’impossibile, incipit memorabili “Quel pomeriggio Linda Carewe avvelenò suo marito. Lo avvelenò con l’arsenico”, oppure “Mr Jerold Pogarty realizzò la sua metamorfosi e commise il Crimine Perfetto”. Cultura (a volte si naviga tra Freud, Adler e Jung), varietà di stili, varietà di personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, varietà di soluzioni più o meno ingegnose (fra cui il travestimento) e di atmosfere. A volte da brivido con paesaggi tetri che sembrano percorsi dal Diavolo (lo urla perfino un prete), morti che dovrebbero essere morti e che riappaiono all’improvviso. Insomma tutti gli ingredienti per tenerci inchiodati alla poltrona (ma va bene anche una sedia). All’inizio di ogni racconto brevi notizie sugli autori citati.
Da leccarsi i baffi.

Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, Polillo 2017.
“Il cliente che si presenta nell’ufficio londinese dell’investigatore privato Philip Tolefree in una mattina di luglio è un personaggio famoso; Ronald Hudson, scrittore, avventuriero, esploratore. Il suo problema è una misteriosa lettera che contiene un messaggio in codice che non è in grado di decifrare. Potrebbe farlo Tolefree?”. Risposta positiva dato che la barba finta del suddetto ha colpito la sua curiosità. Ancor più dopo avere scoperto, sul suo biglietto da visita, diverse coppie di lettere fra le quali una corrisponde al nome di un suo amico avvocato. Curiosità spinta all’inverosimile se tale amico Feldelman lo informa di essere stato testimone di un suicidio nella casa di campagna stile Tudor del ricco industriale Sir Thomas Grymer, dove attualmente si trova, che ha organizzato una festa. Lewisson, un esperto chimico alle dipendenze del suddetto Grymer, si è ucciso sparandosi alla testa nella sua camera da letto, essendo stato trovato disteso sul pavimento con una rivoltella in mano. Così sembra, anche se Feldman nutre qualche dubbio. A scoprire il cadavere per primo un tale antiquario Borthwick che poi è partito. Sarà proprio Tolefree a presentarsi lì come critico d’arte Tudor per vederci più chiaro.
Comunque l’atmosfera, all’inizio, non è troppo pesante e c’è pure il tempo, per la figlia del canonico Marefield, di civettare con un paio di personaggi. Nove a tavola, fra cui il probabile assassino, dopo che il ritrovamento di un altro bossolo sotto la finestra della camera di Lewisson spinge Tolefree per questa soluzione.
Le indagini sono lunghe, circostanziate, sorrette, solo in parte, dai ricordi lacunosi dei possibili sospettati, tra una tirata di pipa e l’altra del nostro investigatore privato. E c’è una domanda che lo assilla “Che cosa aveva a che fare questa oscura tragedia con la visita di Hudson in Watling Street e lo strano compito che gli aveva assegnato?”. E poi il biglietto che gli era stato lasciato, guarda un po’, “Conteneva la lista di tutti i nomi presenti a quella festa…”. Incredibile coincidenza… Così come incredibile il fatto che l’assassino sia scomparso e abbia trasferito la pistola in mano al morto “nei pochi secondi prima che Borthwick arrivasse alla porta”. Un bel mistero che costringe la mente di Tolefree a “macinare” inarrestabile anche mentre guarda le stelle, attraversata dal dubbio “Questa volta sarebbe stato battuto?”.
Aggiungo solo un ladro che si aggira per la villa, un disegno a matita tra i fogli di calcoli del morto, e… le sue pantofole rosse. Che cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano… E saranno proprio queste a dare una bella mano al nostro tenace investigatore.
Lettura interessante con momenti di assoluta preponderanza di cellule grigie insieme ad altri di inquietante movimento. Sorprese a go-go con qualche lungaggine di troppo.

Robot 78, di AA. VV., Delosbooks 2016.
Non sono un esperto di fantascienza (a dir la verità non sono esperto di niente) per cui prendete queste righe come quelle di un neofita (ergo banali). Bella impressione. Belle letture in un territorio quasi del tutto sconosciuto. Intanto perfettamente d’accordo sull’editoriale Siamo stufi di esperti di Silvio Sosio. In giro c’è un’ignoranza, nel significato più preciso del termine, che fa paura. Si crede a qualsiasi “panzana” buttata nella rete e si snobbano tutti quelli che hanno certe credenziali di professionalità. Non c’è niente da fare. Per ora è così. Preghiamo o tocchiamoci.
I racconti. Di Mike Resnik, Sarah Pinsker, Domenico Gallo, Susanna Raule, Lorenzo Crescentini e Luigi Calisi.
Belli. Interessanti. Sia che si viaggi instancabilmente nel midwest americano alla ricerca di posti in cui cantare dal vivo in un mondo ormai morto su internet. Sempre insieme alla gente, sempre avanti. Musica e musica (viva la vita!). Sia che ci si ritrovi nella Russia di un prossimo futuro a vedersela con i Corridori, mostriciattoli di metallo e con una “falla” aperta dove essi stessi ritornano. Cosa può essere? Forse il loro nido?. Entriamo a vedere che la cosa ci incuriosisce… Così come ci incuriosisce, a Genova, la storia di Nico, un ragazzo del dopoguerra che ha il dono di leggere i pensieri degli altri. I morti ammazzati su un prato. Un tedesco che ha ucciso, l’attentato a Togliatti… Oppure, oppure siamo scaraventati in un’Africa del futuro dove arrivano indiani e cinesi a sfruttare le piantagioni con mezzi sempre più efficaci. Parola d’ordine aumentare la produzione. Produrre, produrre, produrre. Ma qualcuno cercherà di sottrarsi a questa nuova schiavitù?.
E poi ecco un essere di un altro mondo spedito nell’Inghilterra del 1872 d.C. (epoca Vittoriana) ad incontrare un personaggio particolare che vive al numero 221B di Baker Street (avete già capito). C’è da ritrovare un bambino scomparso, figlio di un membro del governo. Qualche meraviglia sugli umani (crede che si riproducano per partenogenesi) ma il suo vero problema è cosa tenerci dentro i pantaloni… Altra Africa del futuro con la piccola Kamari che vuole imparare a leggere. Ma questo è contro la legge per certe tribù africane. Kamari, bambina innocente in un mondo scelleratamente maschilista. E già sappiamo come andrà a finire. Un abbraccio, piccola.
Racconti belli che fanno riflettere, con il sorriso, con il pathos o il groppo in gola, sulla nostra variegata umanità e su noi stessi. Come sarà il mondo? Come saranno gli uomini? Che cosa inventeranno? Una società più giusta, migliore o peggiore? Come potremo essere visti da eventuali altri popoli del mondo? E così via non dimenticando, gli autori, la costruzione dei loro personaggi e squarci di suggestivo ambiente.
Non solo racconti ma anche interviste. Con lo scrittore George R.R. Martin e l’illustratore Franco Brambilla. Dai quali, dalle loro storie, dal loro metodo di lavoro c’è solo da imparare. I primi passi, le difficoltà, i rifiuti, la testardaggine di una passione che alla fine trionfa. Una bella carica di energia per i giovani che vogliono seguire il loro esempio.
E sorprese personali come quando, nell’articolo di Donato Rovelli Family Opera, scopro, tra le altre novità, io fissato di Re e Regine, che ne L’impero di Azard (The Player of Games) è descritto un impero fortemente gerarchizzato, in cui una partita su un’enorme scacchiera, decide i ruoli che si giocheranno nella società…(i miei scacchi dappertutto. Chi vuole saperne di più qui).
Insomma questo Robot, rivitalizzato da Vittorio Curtoni (leggere Una rivista vi seppellirà! di Giuseppe Lippi) mi ha tenuto bella e gradevole compagnia al posto della solita letteratura gialla con la quale in parte amo dilettarmi.

L’uomo di casa di Romano De Marco, Piemme 2017.
Dopo A casa del diavolo e Città di polvere, che mi colpirono positivamente, mi butto anche su questo ultimo dell’autore. Un bel salto geografico. Dalla provincia dell’Aquila e da Milano a Vienna, cittadina della Virginia.
Al centro della storia Sandra Morrison, logopedista, che vede la sua vita distrutta dalla morte del marito Alan trovato con la gola tagliata e i pantaloni abbassati in un quartiere “puttanesco” della città. Altro filone importante il caso della “Lilith di Richmond” che aveva rapito e ucciso, diversi anni prima, sei neonati (uno si salva e chissà se lo ritroveremo), seguito dalla detective afroamericana Gina Gardena e finito nel nulla, unica a rimetterci rispetto ai maschietti leccaculo che pensano solo alla carriera (suo pensiero). Terzo sviluppo della trama in corsivo (un giorno scriverò un thriller dove un tizio che mi assomiglia fa fuori una brancata di scrittori che usano le frasette in corsivo) di qualcuno che la sa lunga su questi fatti.
Primo elemento: l’angoscia. Soprattutto di Sandra tormentata dalla scoperta del “nuovo” marito, quello che non conosceva e che l’ha tradita in tutti questi anni. In prima persona “Ora lo sento in pieno il dolore. Mi penetra e mi consuma. Mi toglie il respiro…”. Tormenti anche per il difficile rapporto con la figlia Devon, a sua volta in preda ad una forte crisi. Assillo ancora più penetrante quando scopre che Alan era interessato proprio al caso della Lilith di Richmond (perché?).
Secondo elemento: il dubbio. Sempre di Sandra nei confronti delle persone che le stanno intorno. Soprattutto del nuovo vicino di casa, il giornalista John Kelly, fin troppo premuroso, da cui si sente anche attratta (approfondito esame psicologico).
Terzo elemento: la violenza. Violenza sulle donne, degli stessi padri schifosi sulle figlie, la prostituzione come ultimo mezzo per sopravvivere.
Storia dentro i personaggi e fuori nella realtà, negli ambienti descritti con tocchi felici, sia ricchi di “case singole e ville di pregevoli fatture”, oppure degradati, territorio di bande giovanili e spaccio di droga. Introspezione e movimento, la classica foto che sfugge all’inizio (lascia un messaggio subliminale) e che si rivelerà decisiva, intreccio di piani temporali diversi legati da un presente secco che incide, improrogabile citazione di Sherlock Holmes (un giorno scriverò un thriller…). Trama complessa come in ogni thriller che si rispetti con estesa spiegazione finale (qualche dubbio ma, non essendo uno psichiatra, mi guardo bene dal contestarla). Citati anche gli scacchi. E questo è un altro pregio del libro. D’accordo, solo per me, ma ognuno ha le sue fissazioni.

Segnalazioni
La casa dei Krull di Georges Simenon, Mondadori 2017. Romanzo attualissimo, pur essendo uscito nel 1938. Praticamente il problema dell’integrazione di una famiglia straniera, in questo caso tedesca in terra di Francia, sulla quale si addossa la colpa di un omicidio. Perfetto capro espiatorio. Meditate gente, meditate…
Delitto in mare di Richard Connell, Polillo 2017. Viaggio alle Bermude per l’ottimo chimico Matthew Kenton. Ottima idea per godersi un po’ di riposo se non ci fosse di mezzo il morto ammazzato nella cabina proprio di fronte alla sua.
Torto marcio di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2017. Considerato da Augias un noir ricco di suspense e ironia. Controlleremo.
Il libro degli specchi di E.O. Chirovici, Longanesi 2017. Un thriller a tre voci, ambientato in America, che è arrivato al successo dopo una serie incredibile di bocciature. Di un romeno trapiantato in Inghilterra. Arimeditate gente, arimeditate…

Un giretto tra i miei libri
La gabbia delle scimmie di Victor Gischler, Meridiano Zero 2008.
Si parte con un cadavere nel bagagliaio nella macchina di Charlie Swift, gangster di Orlando (Florida), insieme al collega (svitato) Blade Sanchez e si continua il viaggio per tutto il libro. Viaggio inteso nel senso vero e proprio della parola (c’è di mezzo pure il National Geographic) e viaggio inteso nel senso che non si sta, comunque, mai fermi. Non c’è un attimo di respiro, di riposo (a meno che non si sia in ospedale). Tutto veloce, tutto frenetico. “La gabbia delle scimmie” è il luogo di ritrovo di una banda (ma anche il nome di un blog per discussioni scientifiche e riecheggia in parte il titolo di un libro di Kurt Vonnegut, famoso autore di “Mattatoio n.5”) capeggiata da un certo Stan. Ma c’è chi ce l’ha con lui perché poco attivo, poco dinamico. E allora giù botte da orbi, scontri, sparatorie, morti a go-go, droga, tradimenti, l’FBI, mele marce nella polizia, libri contabili che fanno girare il tutto. Manca il sesso ed è pura meraviglia.
E poi c’è lui, Charlie detto il “Sarto” (perché ha ucciso un uomo con un paio di forbici) che fa parte della combriccola, fratello più piccolo da proteggere e la mamma che è sempre la mamma. Freddo, duro, impassibile. Fisico di ferro. Con le sue regole “Quando hai un capo rimani con lui”, “Sono sempre stato buono con chi è stato buono con me”, che si innamora (di Marcie) e ha il suo attimo di umana debolezza “Mi raggomitolai dentro la giacca e le lacrime cominciarono a scendere rapide e calde lungo il viso”. Un attimo, dicevo, perché poi è tutto un tup tup tup. E se manca la pistola c’è il coltello a farne le veci.
Uomini e un paio di donne, oltre la mamma e Marcie, a completare il quadro. La buona, Amber, e la cattiva Tina che in fondo al libro hanno la loro parte. Stile ironico (gangster che giocano a monopoli), humour nero, qualche metafora degna di Ross MacDonald insieme a battute scontate. Ma, soprattutto, un continuo, incessante, frenetico movimento.
Mi è venuto il fiatone.

La legge dei figli, antologia di racconti curata da Sabina Marchesi e Lorenzo Trenti, Meridiano Zero 2007.
Copertina nera con pistola a tamburo che esce fuori dall’interno di un libro. Probabilmente un libro sulla Costituzione, essendo i racconti legati ai principi più importanti della nostra carta costituzionale. Sì, avete capito bene. Non sto a ripeterlo. Una idea originale ed una iniziativa meritoria che ci induce a riflette su alcuni aspetti importanti della vita sociale italiana.
Questi sono racconti noir, duri, diretti, concreti. Li raccolgo velocemente insieme tanto per darvi un’idea: pronunciamento militare con dittatura; vita dura degli extracomunitari; giustizia personale; poliziotto senza regole con vittima del G8 di Genova; ancora coppia di poliziotti fuori dalla legge; il problema delle intercettazioni telefoniche; la bestialità della folla allo stadio; carriere truffaldine e meschine con tradimento e vendetta; sfruttamento del lavoro nero; il problema sociale degli handicappati; il sistema dei voti truccati alle elezioni e quello per non pagare le tasse; seguire una indagine piuttosto che un’altra da parte della magistratura; ancora sulla giustizia personale; sfruttamento della “mala” per sconfiggere una organizzazione terroristica.
Tutti temi attuali, veri, scottanti. Un po’ di artificio, alcune forzature su una iniziativa nata a tavolino ma poi passione, sentimento, coraggio e denuncia. Linguaggio incisivo che va al nocciolo della questione, dove non manca il grottesco e il paradosso. Contenuto ora doloroso, ora drammatico con qualche schiarita di luminosa speranza. In un mondo che va a catafascio una riflessione sui nostri principi costituzionali fa sempre bene.

La legge dei nove di Terry Goodkind, Fanucci 2010.
Alex, o meglio Alexander Rahl, è un pittore senza troppa fortuna che salva se stesso ed una bella ragazza enigmatica dall’assalto di un camioncino che porta la bandiera dei pirati (e già questo ci fa capire di essere in una situazione particolare). La bella ragazza è Jax che proviene da un altro mondo dove impera la magia (mentre nel nostro la tecnologia) e un dittatore, Radell Cain, che vuole il potere tutto per sé, dopo avere sfruttato gli istinti peggiori del popolo (prima c’era l’onestà ed ora tutti ad arricchirsi senza sforzo).
Alex si trova al centro di una profezia tratta da un antichissimo libro per la legge dei nove (vedrete poi di che cosa si tratta) e per il cognome che si porta appresso. In pratica dovrebbe essere colui che deve salvare uno dei due mondi. Intanto ha ricevuto in eredità una vastissima tenuta nel Maine di una certa importanza nel proseguimento della storia.
Che qualche pericolo incombesse su di lui era strato annunciato da certi avvertimenti della madre impazzita “Vattene e nasconditi” e dal nonno Ben “I problemi ti troveranno”, da strani rumori durante le telefonate e… e dagli specchi. Sì, perché attraverso gli specchi si possono materializzare le persone dell’altro mondo alla ricerca di un “passaggio” segreto di cui dovrebbe essere a conoscenza il nostro eroe. Da qui lotte, assalti, sparatorie.
Per difendersi dagli attacchi degli infiltrati unisce le proprie forze con Jax (non va d’accordo con la fidanzata Bethany) e ne viene fuori un bel sentimento condito da qualche bacio appassionato.
Buona la resa del mistero, dell’inquietudine, dell’attesa relativa alla prima parte ( cosa succederà?), con qualche critica scontata di riflesso sulla nostra società. Meno riuscita quando si entra nella spiegazione dei particolari (cosa succede) che mettono in risalto pure alcune incongruenze. Un libro che convince a metà.

Patrizia Debicke (la Debicche)

Musica nera di Leonardo Gori, TEA 2017.
Versilia, agosto 1967. Nonostante la Guerra Fredda in atto e l’escalation americana in Vietnam, l’Italia si crogiola in pieno boom economico. Il benessere è diffuso, la 500 e le vacanze al mare sembrano quasi alla portata tutti e nei bar dei lungomare impazza il suono nei juke-box con le voci di Gianni Morandi e Caterina Caselli. Però il primo capitolo ci fornisce una nota macabra e stonata: il ritrovamento di un morto annegato, tale Fedele Argenti, ammiraglio in pensione. Una banda di ragazzini, impegnati in una specie di maratona ciclistica, ha trovato il suo cadavere ricoperto di schiuma, liquami e semisommerso nel fossato che costeggia l’aeroporto del Cinquale, quasi una fogna a cielo aperto. Bruno Arcieri, ex colonnello del Sifar, Servizio Informazioni Forze Armate, in pensione da dicembre dopo i caotici fatti dell’alluvione di Firenze e vecchio amico di Argenti, riesce ad arrivare da Roma al Forte dei Marmi in treno, appena in tempo per il funerale. cantante. Qualcosa che cova sotto le ceneri s’infiamma. Arcieri scoprirà precise indicazioni di mostruosi delitti in lettere con spaventose accuse. Chi sono le misteriose donne vestite in nero, che ogni sera scrutano in silenzio il mare dal pontile del Cinquale? C’è qualcosa di torbido dietro la morte accidentale del vecchio ammiraglio? Arcieri non può restare fermo a guardare, quando ci sono tracce di vecchi delitti: l’eccidio di una ricca famiglia ebrea, un padre e tre bambini, massacrati dai nazifascisti nel 1944, la scomparsa di un inafferrabile faccendiere italiano, legato ad ambienti poco chiari dei servizi segreti e quella di un intero equipaggio di un mini sommergibile, lasciato colare negli abissi al largo del Cinquale. Praticamente da solo porterà avanti un’indagine destinata a scoperchiare un intrico di trame eversive e di interessi privati di assoluto cinismo, che macchiarono indelebilmente l’Italia del 1945 e che ancora non si fermano, benché siano passati più di venti anni. Tanti sanguinosi misteri e tutti collegati alla guerra, all’armistizio dell’otto settembre del 1943, al cambio di alleanze e agli opportuni voltafaccia di ex fascisti. Un torbido intreccio, con doppi e tripli giochi che coinvolgono anche i servizi segreti esteri e italiani. Giochi in cui, per un imperscrutabile disegno, dovrà lui stesso trasformarsi in una pedina. Romanzo poliziesco, caratterizzato, come la musica che lo esalta, da continui cambi di ritmo e basato su improvvisazioni e virtuosismi, Musica nera è quasi un’ode alla memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia.
Altri libri segnalati dalla nostra Patriziona:
Operazione Portofino di Roberto Centazzo, TEA 2017, dove tre baldi ex poliziotti, arrivati all’agognata pensione, per non morire di noia si sono inventati la Squadra speciale Minestrina in brodo che risolve delitti e sgomina bande di criminali.
Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi, Frassinelli 2017. In una Parma invernale, fasciata dalla nebbia, trasfigurata dalle nuove costruzioni e quasi indecifrabile per incomprensioni, scoppiano delitti e scontri razziali.
Il morso del ramarro di Valeria Corciolani, Emma Books 2017. Un palcoscenico affollato da personaggi molto diversi, ma con una cosa, anzi un luogo, in comune: una palazzina liberty in una bella cittadina di mare. Di là prende il via Il morso del ramarro con le diverse storie, con il mixer di azioni, persone, sentimenti e arcane suggestioni che ci accompagneranno con gustosa ironia fino alla soluzione dell’enigma. Che poi era legato a un semplice ciondolo. A forma di ramarro. E visto che ci sono molteplici letture allegoriche collegate al ramarro e al suo morso, Valeria Corciolani, che le conosce bene, ci gioca alla grande.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
eccomi a voi. Sono il nipotino di nonno Fabio che scrive, scrive, scrive e vuole far scrivere anche me (accidenti!). Qui vi parlerò dei libri che leggo. In maniera semplice (ho solo otto anni).
Partiamo da Sandokan di Emilio Salgari nella versione di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Siamo in Malesia. Il pirata Sandokan lotta contro gli inglesi per la libertà del suo popolo. È conosciuto anche come la “Tigre della Malesia”. Però, attenti, non è un uomo in questo romanzo, ma un topo! Così come tutti gli altri personaggi.
Ad un certo punto sembra morto dopo uno scontro navale, viene salvato addirittura da un inglese, lord James Guillonk. Fa finta di essere un principe e si innamora della nipote Marianna, la “Perla di Labuan”! Insomma un romanzo di avventura e di amore con tanti brividi, travestimenti e colpi di scena. Spesso le parole sono colorate e in forma buffa (ci ho fatto anche qualche risata) per tenere desta la nostra attenzione. E ci sono bellissimi disegni.
Leggetelo!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2017

Sulla tazza del gabinetto ho portato Procopio di Cesarea. I nomi strani e roboanti mi hanno sempre colpito. Soprattutto degli storici antichi. Quando seppi di questo Procopio non stetti più in me e andai a beccarmi la sua Storia inedita (o arcana, o segreta). Tra l’altro anche il titolo mi affascinava. Se la storia era inedita, o arcana, o segreta, chissà perché e quali fatti da sollucchero avrebbe contenuto. Gli appassionati di storia lo sanno. Praticamente un libello, un’accusa contro l’imperatore Giustiniano e consorte di avere portato alla rovina l’impero romano con la sua devastante politica interna ed estera. E di avere causato la peste, i terremoti e le inondazioni che colpirono in modo tragico quelle terre. Quando s’incazza Procopio di Cesarea diventa una belva. Meglio tenerselo buono al gabinetto.
Altro nome strano e accattivante fu, per me al primo impatto, quello di Senofonte (una fonte uscita dal seno?) con la sua, altrettanto particolare e strana, Anabasi. Ma che cavolo era? Mi ci buttai sopra a babbo morto, come si dice dalle mie parti. Praticamente la storia dei Diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il giovane per togliere il trono di Persia al fratello Artaserse (quando si dice l’amore fraterno). Tutto bene finché Ciro muore nella battaglia di Cunassa, e allora sono cavoli amari per i Diecimila costretti ad un lungo viaggio di ritorno (dura più di un anno) pieno di insidie e trabocchetti come quello di Tissaferne (altro nome da sollucchero). E, insomma, gioventù lottiana tra nomi strani, eserciti, battaglie, tradimenti e sangue e morte. Un bel casino.

La morte e l’oblio di Annamaria Fassio, Mondadori 2016.
Quando c’è una quarta di copertina perfetta meglio sfruttarla: “Una mattanza di stampo mafioso in Calabria è stata l’inizio di tutto. Lui ucciso in un agguato a un falso posto di blocco, lei stuprata e freddata con una pallottola in testa nella sua stanza d’albergo. Danni collaterali, un autista e una guardia del corpo. Poi un incendio doloso in un laboratorio farmaceutico, in Spagna. L’esplosione, le vittime, i capannoni divorati dal fuoco come scheletri neri contro il cielo. E poi c’è Zelda la russa, la protetta di un boss. Finita in clinica dopo un incidente, ora vive perduta nelle tenebre dell’oblio, nemmeno ricorda il proprio nome. Vicende diverse, lontane, ognuna delle quali sembra apparentemente fare storia a sé…”
Ed ecco entra in scena Erica Franzoni della Mobile di Genova, già incontrata per la prima volta in Una vita in prestito, Mondadori 2007. “Viso abbronzato, occhi grigi, mascella volitiva nonostante quel sorriso da bambina che ogni tanto affiorava sulle sue labbra”. Capelli a caschetto. A Maffina (vedremo più avanti chi è) fa venire in mente la Valentina di Crepax. Trenta e lode al suo primo esame di Filosofia del diritto. Camminata svelta e sicura, sempre perfetta e a posto anche nelle emergenze. Sua amica Gatta, la micia. Musica, musica e musica ma anche teatro, pizza e coca Light al bisogno. Antonio Maffina è il suo superiore con il quale ha stabilito un rapporto sentimentale dopo che si è lasciato con la moglie Aurora. Ora morente a San Sebastian nei Paesi Baschi dove l’ex marito andrà a trovarla.
La vicenda è complessa e, dunque, non è il caso di infilarcisi dentro (non saprei come uscirne). Vorrei, invece, sottolineare l’atmosfera che la pervade e che dà un senso a tutto quanto il racconto. Un senso di stanchezza, di frustrazione, di difficoltà (Erica pure in analisi, si sente sfruttata, ricordi, sogni, genitori che si tradivano) di malattia, di disfacimento delle menti a Villa Rosa dove si cura l’Alzheimer, di violenza bestiale, dolore e morte. Amori e tradimenti, spunti sulla città, i rapporti più o meno complessi con i colleghi di lavoro, movimento, storie che si intrecciano fra loro, la paura di smarrirsi lungo il percorso dell’indagine, qualcosa che sfugge e la luce che si accende rivedendo il classico filmato. E ora c’è un esame da superare.

Il grande errore di Mary Roberts Rinehart, Mondadori 2016.
“Parlai per la prima volta con Maud Wainwright nel suo salotto privato al Chiostro (questo era il nome della sua splendida villa). Stava disponendo i posti per gli invitati alla cena che intendeva dare.” Chi narra è la signorina Patricia, per tutti Pat, sola al mondo per aver perso entrambi i genitori e in cerca di un impiego. Ecco come si presenta “Io mi chiamo Patricia Abbot, ho venticinque anni, peso sessantadue chili, parlo benino il francese, maluccio il tedesco, gioco male a golf, benino a tennis, vado splendidamente a cavallo.” Diventerà la segretaria di Maud, vedova del povero John, che cerca di mettere assieme i vecchi e i nuovi abitanti di Beverly e della Collina. Figlio Tony avuto da un rapporto precedente a quello con il marito, sposato con Bessie che si è allontanata e che, ad un certo punto ritorna…
Tutto bene finché arriva una lettera a Maud che si fa pallidissima, qualcuno gironzola intorno alla villa, il guardiano notturno viene colpito alla nuca e steso bocconi vicino alla piscina. “Cominciava quel nostro angoscioso mistero che poi sarebbe sfociato in una terribile tragedia”, annota Pat alla fine del quarto capitolo. Tragedia che consiste nella caduta della suddetta nella tromba di un ascensore, finendo su qualcuno che è steso là sotto. Morto, naturalmente. E non certo di morte naturale…
Dunque omicidi (anche del cane Roger avvelenato con stricnina), colpi in testa, spari e sparizioni di oggetti e di uomini, ricatto, persone che ritornano dal passato con falsa identità, intrighi amorosi (ce ne sono diversi) con la nostra Pat che si innamora di Tony, l’arresto del colpevole (ma sarà davvero colpevole?).
Insomma tutto l’armamentario possibile per una trama complessa, ricca di innumerevoli dubbi, inquietudine, costruzioni e ricostruzioni degli eventi e piccoli colpi di scena, soprattutto alla fine di ogni capitolo, per disorientare il lettore, con i morti che continuano ad aumentare e Pat che dà una mano alle indagini della polizia. Ma come finirà la sua storia d’amore?…

Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017.
“Quel che restava di Dan Seaton-Carey era raggomitolato sulla sedia accanto al tavolo del telefono, nell’angolo tra la porta e la prima delle due lunghe finestre schermate dalle tende. L’uomo aveva il viso orribilmente distorto, e due pezzi di filo metallico gli spuntavano dietro il collo…” Strangolato durante un bridge party nella dimora dell’ambiziosa Lilias Hadington dove c’è pure l’avvocato Timothy Harte, detto il Terribile (ha fatto la guerra nei corpi speciali), invaghito della bella segretaria Beulah Birtley che non piace per niente a sua madre (e, infatti, vi ha spedito il fratello maggiore James a sorvegliare e indagare). Cinquantacinque persone, compresa la servitù, in casa al momento dell’omicidio, ma solo sette sospettate. Una bella gatta da pelare per l’ispettore capo Hemingway di Scotland Yard (teatro, psicologia e appunti sul suo interminabile taccuino) in continuo scontro con il sottoposto Pershore di cui non ha nessuna fiducia, e piuttosto burbero anche con l’ispettore Grant che lo affiancherà nelle indagini.
Naturalmente tutti i sospettati hanno almeno un motivo per voler mettere a silenzio perpetuo il nostro Dan di cui non si capisce bene quale sia stato il suo mezzo di sostentamento ufficiale, dato che abitava in una zona residenziale e conduceva una vita brillante (donne ai suoi piedi e pure qualche “amichetto”). Tra questi sospettati un rappresentante della scuola comunista per cui “il più piccolo riferimento alla Russia sovietica agiva sul suo cervello come una droga potente, uccidendo in un attimo le sue facoltà critiche…”. La faccenda si complica quando, come da titolo, il delitto si ripete con le stesse, identiche modalità nei confronti di un’altra persona.
Eleganza di scrittura, personaggi ben curati e delineati così come gli ambienti in cui si svolgono le azioni (forse qualche lungaggine di troppo), il mondo dell’aristocrazia e della “servitù”, i “buoni partiti” da sposare per le ragazze e i giovanotti con l’intromissione delle madri (quello-quella è più adatto per te, o non è per niente adatto/a). Una ricostruzione accurata dei movimenti dei sospettati, intreccio di situazioni amorose, qualcuno che è già stato in prigione per furto e per falso, droga, ricatto, un portacipria sparito, piccoli scorci sorridenti sui domestici niente affatto addolorati ma piacevolmente eccitati per l’accaduto, (più interessanti agli occhi di parenti e amici), lamentele sulle tasse (tipico di tutti i tempi), scontri, dicevo, tra madri e figli per questioni di cuore. Ma chi sarà l’assassino? E, anche qui, come nel giallo precedente, viene spontanea la domanda: ma l’amore, quello vero, vincerà?… Traduzione superba di Mauro Boncompagni

Intrigo italiano di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big, 2017.
Si parte nel mezzo, tra un prima e un dopo. Più precisamente il 2 gennaio 1954, di sabato. A Bologna. Il commissario De Luca e Giannino (toscanaccio) in macchina…
Prima. Giannino alla mano, pieno di vita, che vuole sembrare più grande di quello che è, vestito alla moda, ama il calcio, le canzonette di Sanremo (siamo ai tempi di Nilla Pizzi, Teddy Reno, Claudio Villa, della brillantina Linetti, della Tricofilina, del famoso caso Montesi), in netto contrasto con il commissario quarantenne, barba e occhiaie, chiuso in se stesso, pensieroso e preoccupato. Il caso da risolvere l’omicidio di Stefania Mantovani in Cresca, trent’anni, vedova, colpita con la cornetta del telefono rimasta insanguinata, poi il tentativo di strangolarla con il filo del telefono e infine la testa infilata nella vasca da bagno (mi ricorda, in parte, Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017, letto proprio prima di questo).
De Luca è stato richiamato in servizio dopo cinque anni vista la sua chiara fama di poliziotto durante il fascismo, per risolvere, in incognito, il suddetto mistero. Indizio importante il disegno di un bambino di un certo “Faccia di Mostro” che lui aveva visto uscire dalla casa dell’uccisa, e che ritroveremo anche nell’incidente automobilistico in cui era morto precedentemente il marito professor Cresca, “dongiovanni, esistenzialista e appassionato di jazz”.
Siamo in un clima di “guerra fredda” con i russi, dove impera una lotta spietata all’interno degli stessi Servizi (chi è appoggiato da Piccioni e chi da Fanfani) in una società nettamente cambiata verso il consumismo (ne fanno fede i giornali e le riviste del tempo citate dall’autore). Dunque un caso spinoso da risolvere e poi, incredibile, da dimenticare. Ma De Luca vuole andare in fondo lo stesso, preso anche dall’attrazione per la bella Claudia meticcia che canta nell’“Alma Mater Dixie Jazz Band” (qualche salto sul letto è di prammatica). Altri morti ammazzati, dubbi (perfino su Giannino), pensieri, assilli, depistaggi, c’è sempre qualcosa che non torna, ricette di stupefacenti (di mezzo la droga?), un dottore che procura aborti, ancora sul luogo del primo delitto e siamo in macchina…
Dopo. Dopo… basta ricordare una fotografia della pianta di un piede e una Bologna bellissima sotto la neve. Con il solito colpo di scena (a dir la verità usurato) e la solita domanda se ci sarà un seguito nella storia d’amore.
Scrittura fresca, precisa, puntuale, senza tante inutili infiorettature, con quei piccoli particolari e dettagli tipici di Lucarelli che rendono vivo e credibile un personaggio anche minore (mi viene in mente l’ex prostituta Wanda mentre parla in macchina con il commissario e i bomboloni del commendator Umberto). De Luca, naturalmente, al centro della scena, lui serio e responsabile, costretto a fare il cane bastardo insieme al pimpante Giannino (ha i suoi guai) e alla sinuosa Claudia (mondina e partigiana). Un racconto complesso, praticamente un caso di “imperfezione gestibile”, ovvero se si gestiscono bene tutti i dettagli che non tornano essi “trasformano un delitto imperfetto in una indagine perfetta.” Come questa.

Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016.
“Quando lo vide camminare lungo il margine della strada quel venerdì di ottobre, Lauren non poteva sapere che da lì a poco sarebbe scomparso, o che subito dopo la sua scomparsa, decine di persone avrebbero sentito l’obbligo di cercarlo.” Siamo nella piccola città di Hardy Walk, Lauren Wilder è una signora sposata che due anni prima è caduta dal campanile di una vecchia chiesa procurandosi indicibili sofferenze, e quel “lo” trattasi di Bo Laughlin, un giovanotto assai conosciuto che le pare di avere investito. Infatti non ne è sicura, dato che l’uso e l’abuso di Oxy Contin, per rimettersi in sesto, le provoca una maledetta confusione tra il certo e l’incerto, tra la realtà e l’illusione (il panico perenne compagno). In questo stato di cose inizia la sua personale ricerca per scoprire la misteriosa sparizione di Bo, un tipo un po’ fuori di testa, un po’ strano, un po’ particolare. Da ragazzo cammina per chilometri, sembra posseduto, non mantiene l’attenzione, porta sempre dei paraorecchie.
Anche la polizia lo cerca, indaga, pensa che la sua sparizione possa essere in qualche modo collegata alla stessa Lauren. Non si fidano di lei, del suo stato mentale, con il pensiero fisso su quell’incontro a cui si aggiungono lentamente altri tasselli di memoria: Bo che tira fuori un rotolo di soldi, insieme a lui una donna con i capelli bianchi e un cane…
La sua vita familiare diventa sempre più pesante, scontri con il marito (si sente continuamente giudicata) afflitto da problemi economici e con i figli, bugie e menzogne, stranezze come le compresse che appaiono e scompaiono, dubbi e assilli infiniti. Attorno alla vicenda altri personaggi ben strutturati: la sorella Tara sposata ad un tossicodipendente (sua storia da brivido); Annie Beuchamp cameriera in un bar dove aveva lavorato anche Bob della quale è fratellastro. E altri ancora.
Una vicenda dentro (soprattutto) e fuori i personaggi con la loro complessa umanità, i loro animi, i loro pensieri, le difficoltà, i disagi, le sofferenze, la tossicodipendenza, l’emarginazione, la malattia mentale, ma anche l’amore, in questo caso soprattutto fraterno, e l’aiuto verso i più deboli. Intrecci fra storie diverse con continui “aggiornamenti” delle storie stesse quasi in perpetua crescita. Al centro la lotta di Lauren per uscire da uno stato di dubbio perenne, con se stessa e con la famiglia. Classico colpo di scena finale, piuttosto intuibile (almeno in parte) per i lettori navigati, nel solco di una consolidata tradizione.

Segnalazioni
Già letti tempo fa A casa del diavolo e Città di polvere con discreto piacere e, dunque, di Romano De Marco segnalo L’uomo di casa, Piemme 2017. Due fasi: nella città di Richmond nel 1979 e oggi a Vienna in Virginia. Il classico caso del serial killer al femminile con un buon numero di neonati spariti. Penso di ritornarci sopra.
Furoreggia Torto marcio di Alessandro Robecchi, Sellerio 2017. A Milano un assassino che lascia come firma un sasso. Come idea niente male.
Gli amanti di Harry Bosch potranno ritrovare il loro beniamino con Il passaggio di Michael Connelly, Piemme 2017. Questa volta non in piena attività ma, addirittura, in pensione! No, no, non vi allarmate. Anche da pensionato avrà il suo bel da fare…
E quelli dell’ispettore fiammingo Van In lo saluteranno di nuovo leggendo L’orecchio di Malco di Pieter Aspe, Fazi 2017, dove una setta di irredentisti cattolici ne combina di cotte e di crude pur di togliere definitivamente dalla società ogni tipo di corruzione e degrado. Su Caos a Bruges dello stesso autore a fine lettura scrissi Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.

Un giretto fra i miei libri
La doppia vita di M. Laurent di Santo Piazzese, Sellerio 2013.
Se volete un libro colto, elegante, ricco di citazioni questo fa per voi. Personaggio principale che racconta in prima persona, Lorenzo La Marca, amico del commissario Vittorio Spotorno. Lavora al Dipartimento di chimica applicata, ex sessantottino, abita al quarto piano di una palazzina tutta sua che affitta (mica male l’amico), si sposta con una Golf, fuma Camel, beve liquori (anche un Campari va bene), lettore accanito, sorella Maruzza con due figli, “fidanzato” con Michelle, belloccio medico della polizia.
Siamo a Palermo negli anni… insomma quando c’è Bertinotti. Un morto su un marciapiede bagnato dalla pioggia colpito al cuore da un colpo di pistola. Trattasi di Umberto Ghini, antiquario, con bottega a Palermo e a Vienna. Ed ecco che il nostro si trova invischiato in questa storia. Una storia con al centro il negozio di antiquariato Kamulùt e il commercio di contrabbando di opere d’arte. Qui comincia l’avventura che si porta dietro un bel po’ di osservazioni: Palermo con le sue strade, le sue piazze, i suoi orrori e le sue bellezze, battute sulla Mafia, (se estirpata andrebbe ricreata per i turisti), sullo scrittore seriale del giallo, pizzicate agli idealisti rivoluzionari del passato, alla giustizia di oggi, personaggi vivi e concreti con pizzico di umorismo (la Decana, l’ubriaco, l’affittuaria).
La doppia vita di M. Laurent, di Santo Piazzese fa parte dei gialli “citazionisti”. Di quei gialli, insomma, dove non conta solo la storia giallistica in sé, ma anche la raffica di citazioni culturali (libri, film, canzoni, opere ecc…) che l’autore ti scarica addosso ad ogni piè sospinto. Dove anche i gatti casalinghi si chiamano Kay e Scarpetta e uno di passaggio è spiccicato a quello di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (guarda la combinazione). Finale da mystery con ricostruzione minuziosa degli avvenimenti alla Golden Age dove tutti i tasselli del puzzle si incastrano perfettamente (solo un punto mi pare deboluccio) e una lettura, via, che risulta piacevole anche con la caterva delle citazioni, espresse in forma spigliatamente ironica. Senza scene di sesso ed è pura meraviglia.

La faccia nascosta della luna di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero 2009.
Trentanove racconti brevi (eccetto un paio più lunghi), o meglio squarci di vite maledette: alcol, droga, omicidi, suicidi, casi misteriosi, fama, successo, depressione, genio e sregolatezza, sette sataniche.
Morti ammazzati da tutte le parti (piscina, camera, sopra e sotto il palco della musica, nel giardino, nel fiume…). Storie che corrono veloci pregnanti, intriganti, allucinanti. Documentazione e ricostruzione precise e puntuali, ricche di citazioni di libri, dischi, film. Il tutto espresso in tono quasi affabulatorio che invita a proseguire la lettura. E poi estetica dark, il gotico, l’esoterismo medievale, la ricerca del Graal, i Templari. Surrealismo, dadaismo, futurismo, gruppi musicali psicopatici, pedofilia, ragazzini che scompaiono e si ritrovano morti e sepolti. Dubbi, assilli, tormenti. I Queens, Lennon, Kennedy, Monroe, Dean, Tenco, Belushi e altri ancora presi in un vortice invisibile. Lo zampino del Diavolo, ovvero la faccia nascosta della luna. Brrrrrr….

La felicità è un muscolo volontario di Rosa Mogliasso, Salani 2012.
Torino, vigilia di Natale. C’è il commissario Barbara Gillo, cantonata sentimentale (litigata) con il commissario palermitano Massimo Zuccalà che le piace una cifra, anni di judo e nuoto con sciatica birbetta, ora su tacchi alti, ora in tuta con Nike ai piedi, ora in macchina, ora in vespa a sfidare il gelo della città. Invito dalla sorella Meri (tradita dal marito e fidanzata con senegalese) per una riunione con le sue amiche, tra un frizzo e l’altro sugli uomini si gioca a tombola, alla vincitrice un vibratore che fa sempre comodo. Intanto sono sparite borse e pellicce ma per la nostra Gillo risolvere il caso è un gioco da ragazzi. Poi c’è la storia di Ruggero e Serena, figli della contessa Elisa Prunotti che ha sposato un Mapei. Ruggero in Ferrari tra alcol e droga, Serena dal collegio alla rivoluzione proletaria e si ritrova a Parigi sotto falso nome. Poi c’è Domenico Spadafora a cui viene ucciso il padre a tredici anni. Niente pompiere ma poliziotto. È bene saper sparare. Poi c’è Valentina che lascia il marito bambinone, due ragazze che fanno un po’ di sesso scherzoso e infine i morti ammazzati: la contessa accoltellata e martellata e un emarginato sociale al Valentino, dietro un cespuglio. Barbara può andare finalmente a Palermo a riabbracciare il suo Zuccalà, pace fatta, anellone di fidanzamento e via a cercare l’assassino (ci scapperà anche un altro cadavere). Di mezzo addirittura i servizi segreti, passaggio di sghei da un conto all’altro, un possibile ricatto, pure una possibile vendetta, il vicequestore De Michelis a fare la parte del burbero, il vicecommissario Peruzzi quella del colto piuttosto fastidioso (soprattutto per De Michelis).
Capitoletti brevi, i fili della storia che passano veloci da un personaggio all’altro e si intrecciano fra loro, qualche spunto sulla società, sui barboni, sui senza tetto, sulla difficoltà a trovare lavoro anche da laureati (via dall’Europa!), sulle differenze tra culture diverse, qualche lieve condizionamento delle sfumature con il vibratore come trofeo di vittoria, un po’ di presa in giro di certi “rivoluzionari”, ironia spruzzata per ogni dove, citazioni a go-go su libri, personaggi, cinema (soprattutto attraverso Peruzzi) e pure un accenno agli scacchi che fanno sempre piacere ad un fissato come il sottoscritto.

La fiamma e la morte di John Dickson Carr, Mondadori 2012.
Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). A questo si aggiungono gli scontri con il capitano Hogben (Cheviot se la cava egregiamente) per una supposta superiorità dell’esercito sugli altri appartenenti al corpo della polizia, i primi mezzi tecnici di indagine, il disegno in terra del corpo, l’angolazione dello sparo e tutte le deduzioni possibili incorporate dal sagace poliziotto.
Dal rimuginio deduttivo si passa all’azione nella casa da gioco di Vulcano (qui è finito un gioiello di lady Kork) con lotta e botte da orbi. Ad un certo punto il lampo, la luce (illuminazione dalla figlioletta), la spiegazione finale ed un dubbio per i lettori: ma il nostro sovrintendente riuscirà a ritornare nel suo tempo?
Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello a rompere l’incantesimo), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

La nostra infaticabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci porta in dono…
Fabrizio Borgio, Il settimino, Acheron 2016.
Nella cultura popolare piemontese, un bambino prematuro nato al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. La locale superstizione attribuisce ai settimini oscuri e paurosi poteri sovrannaturali (scopro dalla dettagliata biografia che anche l’autore è un settimino).
Dopo Masche e La morte mormora, Fabrizio Borgio fa tornare alla ribalta il suo protagonista Stefano Drago, agente speciale del DIP (Dipartimento Indagini Paranormali), e per un’altra volta mischia nel suo romanzo il soprannaturale a un’indagine poliziesca. Stavolta il funereo (i suoi abiti, quasi una divisa, sono sempre dei completi neri) Stefano Drago, deve difendere un “Settimino”, Davide Bo, poco più che un ragazzo ma dotato di straordinari poteri paranormali, braccato da una pericolosa branca deviata dei servizi segreti che lo segue e vuole catturarlo per sfruttare le sue capacità come un’arma letale…
Questo perché lui è particolare, un diverso, ma non ancora del tutto conscio della sue grandi potenzialità, tanto che quando ha paura e lascia andare la sua mente, attorno a lui succede di tutto. Gli oggetti volano, le trasmissioni televisive si interrompono, i suoi nemici muoiono violentemente… Anni prima, Davide Bo ha superato incolume una spaventosa tragedia familiare. L’unico suo appiglio, la sua ancora di salvezza, potrebbe essere Stefano Drago, che allora gli era stato vicino, sapeva molto di lui, l’unico di cui potersi fidare e dal quale accettare protezione. Ma bastera?…
Trama stuzzicante, senz’altro fa più l’occhiolino alla fantascienza che non a un thriller giallo noir e ci presenta una nazione governata da misteri di Stato, in cui dominano mafie, logge massoniche, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere.
Christian Jacq, Nefertiti, la regina del sole, Tre60, 2017.
Un romanzo che rappresenta un’appassionata e mistica immagine di Akhenaton, il faraone illuminato, o eretico e invasato per molti dei suoi sudditi, colui che ha rivoluzionato l’Egitto promuovendo il culto di un unico dio, Aton, e ha trasferito la capitale dell’Egitto da Tebe ad Amarna. Un bel viaggio nel tempo e nello spazio, che piacerà agli amanti o a chiunque sia affascinato o incuriosito dall’antico Egitto.
Ti guardo di Sibyl der Schulemberg, Il Prato 2017.
Sibyl von der Schuleburg affronta svariate tematiche psichiatriche, quali il transfert/controtransfert tra paziente e terapeuta, la violazione del codice deontologico da parte del terapeuta e va a fondo su un argomento pericolosamente attuale, quello dello stalking, molto spesso collegato all’erotomania, ovvero persona, uomo o donna, affetta da un illusorio delirio psicotico, in cui è convinta di essere amata da qualcuno che conosce appena.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti