Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2017

Miti…
No, non parlo dei miti classici, degli dei e dee che ne combinavano di tutti i colori, o di altri personaggi della notte dei tempi. Parlo dei miti che abbiamo incontrato e costruito nella nostra vita. Cantanti, scrittori, attori… che ci hanno conquistato ed esaltato con le loro performance. Parlo dei nostri miti da ragazzi, quelli più grandi di noi che ammiravamo per le loro gesta eroiche o per le qualità fisiche: il bullo, il bello, il forte, il coraggioso, il bastardo, coniugati anche al femminile, tra cui spiccava la “bona” che ci faceva passare momenti di esaltante euforia (soprattutto al gabinetto). Miti che se ne sono andati e che se ne vanno lasciandoci con un palmo di naso, con un fondo di struggente malinconia. E se non se ne vanno rimangono senza il loro fascino usurati e rimbecilliti dal tempo, ridotti spesso a figure stanche e sbilenche senza il pur minimo carisma. Porca vacca.
Miti. I nostri miti. Ridateci i nostri miti, maledetti stronzi!

L’occhio di Giuda di Carter Dickson, Mondadori 2017.
“Il padre di Mary Hume si alzò da dietro la scrivania, con la luce sul viso. Aveva appena chiuso una scacchiera e riposto le pedine nella loro scatola. Come Jim Answell entrò, il padrone di casa spostò la scacchiera di lato”. Mi piace iniziare da questa citazione degli scacchi di cui sono innamorato (per chi vuole conoscere qualcosa su Re e Regine nella letteratura poliziesca, insieme ad altre cosucce, qui) per introdurre l’argomento. Jim Answell è un giovanotto innamorato e fidanzato di Mary Hume. È stato invitato a conoscere il suo suocero Avory praticamente “in una camera blindata con finestre sbarrate da imposte solide come l’acciaio”. Sopra il caminetto tre frecce a triangolo, ricordo di vecchi trofei. Un whisky, evidentemente drogato, e Jim perde i sensi, ritrovando, al risveglio, il possibile suocero trafitto al cuore da una delle frecce. Spariti i bicchieri in cui avevano bevuto e la bottiglia sembra ancora intatta. Sulla freccia chiare impronte digitali. Le sue, come verrà stabilito in seguito. Ma lui, giura, non ha ucciso nessuno (anche se ha una pistola con sé) e c’è bisogno, allora, di un grande difensore che lo salvi dalla forca: l’avvocato Henry Merrivale. Lo troviamo seduto ai banchi della difesa all’inizio del processo “coi gomiti appoggiati alla scrivania. La vecchia toga lo faceva sembrare ancora più enorme e la parrucca, male appoggiata sul capo, gli conferiva un aspetto ridicolo”. Così ce lo presenta Ken Blake, il narratore della vicenda e collaboratore del suddetto, insieme alla moglie Evelyn (una specie di Watson, insomma).
Henry Merrivale, il Vecchio, figura imponente in tutti i sensi che troveremo al centro della vicenda con il suo modo, quasi animalesco, di esprimersi: grugnisce, tuona, ruggisce con uno sguardo bellicoso e maligno. Oppure, se non gli aprono subito la porta di casa, la tempesta di pugni e grida e se una macchina ha l’ardire di sfiorare il paraurti della sua, comincia ad imprecare “con una veemenza ed una incredibile varietà di termini” . Preso un po’ in giro dal nostro Carter Dickson che ne fa una figura grottesca e umoristica allo stesso tempo. Per esempio, quando la sua toga si impiglia, probabilmente in un tacco delle sue stesse scarpe, “si lacerò con un rumore così simile a una pernacchia che, per un terribile secondo, pensai che lui l’avesse fatta veramente”, riporta Ken Blake. Il Vecchio, dicevo, fornito di un intuito diabolico quando butta lì con nonchalance, tra una chiacchierata e l’altra, la soluzione dell’intricato problema sul classico delitto in una stanza chiusa e sigillata dall’interno (nessuno avrebbe potuto entrarci), irrisolvibile attraverso i metodi letti e conosciuti nei romanzi polizieschi conosciuti dall’ispettore Mottram e dall’imputato stesso.
Soluzione, dice lui senza aggiungere altro, dovuta all’occhio di Giuda che c’è in ogni casa, dato che “l’assassino è entrato e uscito attraverso l’occhio di Giuda”. E noi lettori, siamo lì, insieme ai due collaboratori, ad almanaccare invano su quest’occhio (che cavolo avrà voluto dire?).
La difesa sarà lunga e difficile. Duro il confronto con l’accusa impersonata dal procuratore generale Walter Storm che svolge benissimo il suo lavoro (durante il controinterrogatorio “Fa tutto a pezzi come se smontasse un orologio”). Ancor più duro quando una lettera sembra inchiodare l’imputato e Jim stesso si autoaccusa!
Qualche spunto in qua e là: cose che ci dovrebbero essere e che spariscono come un vestito, un timbro, una metà della penna azzurra attaccata alla freccia assassina che non è stata trovata durante la perquisizione (strano), e poi foto osé, ricatto, scambio di persona, pazzia. Ma, soprattutto, chi è l’assassino e come ha fatto ad uccidere il padre di Mary?.
Splendido quadro dell’iter giudiziario inglese che non ammette moralismi (lo dichiara lo stesso giudice Balmy Rankin, “ometto paffuto”, dagli “occhi piccoli e stretti”) di fronte ad una situazione un po’ scabrosa per quei tempi. Scrittura di classe, grande abilità nel depistarci, tocchi sicuri a creare personaggi vivi e concreti che rimangono impressi nella mente, spruzzi di ironia sparsi anche su qualche signora che assiste al processo,
Non chiedetemi se tutto torna, se ogni piccolo particolare, se ogni pur minimo tassello combacia perfettamente con l’altro. Il grande Carter Dickson, alias John Dickson Carr, mi ha preso per mano e mi ha sballottato, sicuro, dove ha voluto. Facendomi girare la testa. Superba traduzione di Mauro Boncompagni.

Robot 79 (curata da Silvio Sosio)
È possibile presentare una rivista di fantascienza come questa soltanto da un paio di racconti? Possibile, possibilissimo se ne sei stato rapito. Spunti veloci.
Partiamo dal primo La figlia del fabbricante di slitte di Alastair Reynolds.
Katrin, la figlia del fabbricante di slitte, sedici anni con lentiggini, ha un bel carico da portare, fra cui due teste di maiale, alla vedova Grayling. Una strega, dicono. Vita dura la sua. Soprattutto con un certo disgustoso Garrett che cerca di approfittarsene (in quel senso) ancora una volta. Dalla “strega” riceve una specie di braccialetto con una impugnatura. Dell’Uomo Alato caduto dal cielo con una lunga coda coperto da un’armatura calda. C’è stata una guerra di uomini contro “sferraglianti”, costruiti per fare il lavoro dei primi. Bramavano di prendere essi stessi il potere. Con il braccialetto si invecchia più lentamente e ci si sente più forti. L’inverno. Il Disgelo. Il cielo che imbrunisce. I corvi. Ce n’è uno da solo. Katrin vorrebbe provare l’arma contro di lui. Ci proverà?…
Proprio in fondo alla rivista, Pechino pieghevole di Hao Jingfung.
Lao Dao da Ping Li. È povero. Vive nel Terzo Spazio. Ha bisogno di soldi per iscrivere la figlia a due mesi di scuola materna e il suo amico può aiutarlo a spiegargli come andare nel Primo Spazio. Deve recapitare un messaggio. Possibile entrarci mentre il terreno ruota durante il Cambiamento è la risposta, dopo la quale Ping Li va a dormire nel letto a bozzolo che rilascia un gas soporifero. Inizia il Cambiamento, il mondo si rovescia, la città di Pechino si piega. Ecco Lao Dao arrivare da Qin Tian nel Secondo Spazio che vuole mandare un regalo alla donna di cui si è innamorato del Primo Spazio. Incontro con la ragazza che sta già, però, con un altro. Accetterebbe del denaro per dire una bugia all’innamorato? Dubbio, ma i soldi servono per la figlia trovata nel luogo in cui lavora. E’ però riconosciuto, lì non ci può stare. Aiutato da un pezzo grosso. Economia, crescita e disoccupazione. Meglio farli dormire gli uomini. Finale con delicato tocco di sentimento.
La fantascienza, ho imparato da perfetto neofita, a volte è più incisiva del più crudo realismo. Il mondo, seppure diverso, alla fin fine non cambia: violenza, sopraffazione, la guerra. La ribellione dei robot solo un’invenzione? E poi i tre Spazi, tre condizioni di vita diverse in una società, le distanze fra classi sociali, il tentativo di affermarsi, di stare meglio, di migliorare la propria esistenza. Il potere, il denaro insieme al riscatto del sentimento, dell’umanità che ancora vive nella gente più semplice e più povera. Forse c’è ancora una speranza per noi mortali. Un senso di straniamento, di inquietudine e mistero circola brividoso nei due racconti.
E ora, scusatemi (anche per le notazioni ingenue) ma devo continuare la lettura. Mi aspetta ancora un bel po’ di roba. Gli altri racconti di Diego Lama, Samuele Nava, Ilaria Tuti, Manuel Piredda e Luigi Calisi. E poi l’intervista, la polemica, la critica.
Se il buon dì si vede dal mattino…

Nero Caravaggio di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2017.
Vediamo un po’. Intanto è un libro adattissimo per tutti coloro che vogliono conoscere le bellezze e i tesori di Roma. Una specie di guida artistica della città. In particolare sull’opera e la vita di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Il quale entra a buon diritto nella trama gialla che ne costituisce il fulcro principale. Infatti, proprio davanti ad un suo quadro, la Madonna dei Pellegrini nella basilica di Sant’Agostino accanto a Piazza Navona, viene ritrovato ucciso un certo Paolo Moretti con uno strumento per incisioni (perforato il polmone sinistro).
Ad indagare l’ispettore Ceratti “un Cristone di un metro e novanta e passa” e “baffi vagamente asburgici” (si incazza facilmente) con l’aiuto di Ettore Misericordia e dell’amico “Fango” (soprannome), che racconta le sue gesta. Facciamo la conoscenza di questo nuovo segugio. Da molto tempo gestisce la libreria in via San Giovanni Decollato lasciatagli dal padre. Quarant’anni, alto e dinoccolato, magro, naso prominente, viso pallido, occhi scuri penetranti, capelli arruffati biondo cenere, basettoni lunghi. Gran fascino sulle donne, pozzo di scienza con particolare riferimento ai cosiddetti gialli (ha letto tutti i grandi classici, ma non sopporta i noir scandinavi e i thriller storici).
Fatto curioso. Il morto veniva lì da diversi mesi tutte le domeniche alla stessa ora per ammirare il quadro. Perché?. Altri personaggi coinvolti: la vedova Alba De Santis, donna bella e affascinante, ordinaria di storia dell’arte, studiosa soprattutto di Caravaggio; il nobile Florenzo De Florenzi che vuole comprare a tutti i costi la libreria (ironia sulla nobiltà decaduta e affamata); Cosimo Martinelli, un amico fraterno e collega a cui il morto aveva chiesto un prestito; una prostituta della quale il defunto si era innamorato; Il pittore Anselmo Scordia che ha fatto una copia de La Madonna dei Pellegrini e ha comprato un paio di strumenti per incisioni simili a quello che ha ucciso il Moretti; lo studente Mario Graziosi, detto Caravaggino che farà una brutta fine. Ma, soprattutto, il Caso, come esplicita lo stesso Misericordia “Il Caso, Fango, è il Caso invece che spesso è il protagonista…”. Domande, dubbi, “inquietanti particolari” che legano alcuni personaggi fra loro, un viaggio tra le bellezze e le peculiarità di Roma (ci si mangia pure bene), Caravaggio a grandeggiare sulla scena principale con la sua arte e la sua incredibile vita.
Per non farla lunga. Durante la lettura si avverte la passione, la gioia e il divertimento dei due autori che cercano di dare forza al loro racconto attraverso una scrittura veloce, simpatica, infiorettata con qualche spunto in dialetto romanesco. Ma anche con una serie, a volte interminabile, di punti esclamativi che rendono il tutto piuttosto enfatico. Citazione ripetuta e imprescindibile di Sherlock e Watson, ormai di casa e di bottega in qualsiasi romanzo o libercolo giallo.

Il traduttore di Biagio Goldstein Bolocan, Feltrinelli 2017.
Milano 1956. Al centro della storia Il dottor Zivago di Boris Pasternak, tradotto da Cesare Paladini Sforza per la Feltrinelli. Che viene ucciso con un taglio alla carotide (si tenta di far credere ad un suicidio). Dietro l’assassinio il regime comunista a cui lo scrittore era inviso?. O che altro?.
Materia scottante per il vicecommissario comunista Ofelio Guerini, intrappolato nelle sue credenze politiche in un momento cruciale della Storia (la Guerra Fredda, la rivolta ungherese, la crisi di Suez). Nato nel 1922, 34 anni, sposato da otto con Maria, trasferito a Milano da Ferrara nel maggio 1948, corpaccione freddoloso, timidissimo, lento a carburare, malinconico (Maria tenta sempre di svegliarlo), tifoso del Milan, gli piacciono certe definizioni come “Democrazia popolare”, “Dittatura del proletariato”, “Lotta di classe”, fedeltà assoluta all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, scarsa simpatia e notevole sospetto verso la rivolta ungherese. Cinque ingredienti fondamentali per il suo lavoro: fantasia, intuito, pregiudizio, memoria e analisi. Cinque ingredienti che gli saranno necessari per risolvere il delitto.
Indagine a tappeto, soprattutto tra i collaboratori della casa editrice, vedi una certa Anna Tricella che lo affascina (“Risveglia nella sua indole uno sfarfallio nel cuore…”) e altri che hanno avuto un rapporto stretto (anche in quel senso) con il suddetto Paladini Sforza. Indagine, dicevo, mentre il suo ménage con Maria sta cambiando, gli tiene testa, ribatte, contesta, non è più remissiva, attratta dal bel giovane barista Moreno.
La figura di Ofelio viene costruita lentamente aggiungendo tassello su tassello alla sua complessa personalità attraverso l’incontro con certi personaggi. Per esempio l’erudizione pomposa dell’amico professore Aurelio Valmassi lo rafforza nella sua convinzione che “l’intelligenza è una virtù scarna, essenziale, da impiegare senza fronzoli e lustrini”, mentre con Oreste Palmieri intavola discussioni sull’URSS che lo rendono meno granitico.
Comunque il problema principale è quello di risolvere il caso. Difficile. Dubbi, rovelli, la politica che vuole sempre intervenire anche dai piani alti, personaggi equivoci che cercano di depistarlo. Dietro l’omicidio il potere russo (il libro di Pasternak scredita il regime) o, addirittura, gli americani per far cadere la responsabilità sui sovietici? O, ancora, una guerra economica fra case editrici? E chi era la persona che si recava con una certa frequenza a casa di Paladini Sforza con un impermeabile e un cappello in testa?
C’è, però, in tutto questo qualcosa che non quadra per l’istinto, “il proverbiale istinto di Guerini”, fino a quando una fugace intuizione è seguita dalla classica luce che si accende: un leggio, un anello, e certe forchette che…Ci siamo.
Scrittura ariosa che avvolge e scava soprattutto il personaggio principale dentro un momento storico difficile, dentro un’atmosfera di sospetti e di inquieta umanità, fatta di slanci e di incertezze, illusioni e disillusioni. La politica, la cultura, le problematiche della vita quotidiana. Con un pizzico di ottimismo finale.

Un giretto fra i miei libri

Ho scoperto Paolo Roversi con Niente baci alla francese, che usai come digestivo dopo un paio di mallopponi rimasti sullo stomaco. Poi l’ho seguito con Taccuino di una sbronza e ora eccomi a tu per tu con La mano sinistra del diavolo, Mursia 2009 (Blue Tango lo leggerò in seguito), già vincitore del Premio Camaiore di letteratura gialla e poliziesca 2007.
Non la faccio lunga. Siamo a luglio a Capo di Ponte Emilia nella Bassa padana. Abbiamo il funerale di Pietro Caramaschi detto Giasér, ex combattente partigiano che avrà il suo bel posto nella storia. Il postino Nello Ruini trova una mano mozzata in una cassetta della posta (si verrà a sapere che è la sinistra scongelata e vecchia di almeno sessanta anni) insieme ad una lettera indirizzata ad un certo Rudolph Mayher.
Da qui l’inizio di tutto l’ambaradan che vede in prima fila Enrico Radeschi, classe 1973, laurea in Lettere Moderne, giornalista free lance, genio del computer. Lo troviamo in sella al suo Giallone (vespa) con le “bermuda da bagno, sandali di pelle, T-shirt bianca e giubbetto a mezze maniche modello cacciatore”. Fidanzato con Stella che lo tradisce e lo lascia, si rifarà in seguito con Jennifer che ci dà che ci dà che ci dà e lo lascia pure lei (destino perfido fino a un certo punto…). Suo amico fidato (è proprio il caso di dirlo) il cane Buck razza Labrador, suo amico sfidato il cellulare Motorola sempre scarico. E la parola amico va a fagiolo anche per il vice questore Loris Sebastiani a cui ha salvato la vita durante una sparatoria e che gli procura un bel po’ di notizie.
Dunque la mano mozzata e il primo sospettato: un barbone. Arriva poi il cadavere di una donna soffocata e poi violentata, seguito a ruota da quello di un ottuagenario, di un altro anzianotto e di una seconda mano sinistra mozzata ecc ecc… Indiziato un albanese innocente sbattuto in prigione e insomma si capisce che ci vanno di mezzo i più deboli.
Tutti presenti i personaggi tipici di un giallo che si rispetti: il maresciallo Boskovic lettore accanito degli scrittori americani e amico di Gatsby, un armadillo che fa le veci del cane, il brigadiere Rizzitani, il medico legale Franco Ambrosio, l’ispettore Mascarani, il Pubblico Ministero Giovanni Altomare, il rappresentante del RIS di Parma certo Piccini, il capo redazione del giornale Beppe Calzolari e via e via…
Abbiamo poi un bar che deve subire la concorrenza di un Nippon sushi, la coltivazione di marijuana, la sbronza da incubo di Radeschi, le vicende sessualmente allegre di Sebastiani, cultura culinaria sparsa in qua e là, sprazzi di paesaggio della Bassa e del Naviglio pavese, situazioni personali mischiate con il lavoro e la Storia con la S maiuscola che riguarda la guerra e la fine del fascismo.
Non manca il movimento, la scazzottata (vedi l’inseguimento di stupratori), qualche spunto scontato, il colpo di scena che viene scavalcato da un altro colpo di scena e infine dal definitivo colpo di scena finale.
Capitoletti brevi a chiudere e ad aprire sempre nuove prospettive, forma frizzante, tono ora ironico, ora pensoso. Tutto plausibile, tutto vivo. Con una buona documentazione storica. Mi pare il libro migliore tra quelli che ho letto.

Dopo La mano sinistra del diavolo, sopracitato, nella mia piccola biblioteca non poteva certo mancare La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, Sonzogno 2009. Anche per fare un paragone fra le due mani. Se a ciò si aggiunge in quarta di copertina un avviso a caratteri maiuscoli in stampatello “Vieni a conoscere Dexter, lupo mascherato da agnello, mostro che rabbrividisce alla vista del sangue, serial killer con una regola d’oro: uccidere solo la gente cattiva” allora visto e preso. E se questo da solo non bastasse c’è l’incipit in seconda di copertina ad attrarre inesorabilmente “Spaventoso Giano Bifronte, Dexter è il miglior esperto della scientifica di Miami: nessuno come lui sa ricostruire la dinamica di un omicidio in base alle tracce di sangue sulla scena del delitto. Ma è anche il più astuto e inafferrabile serial killer della Florida. Quando c’è la luna piena e nella sua mente giunge il richiamo del Passeggero Oscuro, non può più resistere all’impulso assassino. Deve trovare una vittima da sottoporre al suo macabro e spietato rituale”.
Questa volta non sono andato a leggere il libro lungo la solita strada che porta all’aeroporto di Ampugnano ma mi sono chiuso a doppia mandata nel mio studiolo. Non si sa mai (ho pensato).
Lavoro duro questo di Dexter che ha ricevuti i primi insegnamenti dal padre adottivo Harry Morgan (lui poliziotto tutto d’un pezzo). Il quale padre aveva intuito il suo lato oscuro e quindi, da buon padre, lo aveva consigliato di esprimerlo compiutamente almeno sui tipi cattivi. Che ce n’erano tanti in giro.
Lavoro duro, dicevo. Deve scoprire l’assassino di alcune persone uccise con la sua stessa tecnica (praticamente le taglia a pezzi che infila nei sacchetti della spazzatura), deve combattere con il suo doppio, deve evitare i sospetti della sorella poliziotta Debbie e della detective La Guerra della Squadra Omicidi. Chiaro che le due donne non si sopportano e tutte e due vogliono fare carriera. Indagine serrata sul proprio Io (è la voce narrante del libro) e su tutte le elucubrazioni che possono portare alla scoperta del colpevole. Movimento, inseguimenti, una testa mozzata di ragazza che gli capita addosso, una testa mozzata di una bambola (nella sua casa) appesa allo sportello del frigorifero con il corpo all’interno, altre teste mozzate (sia di donne che di Barbie). E sogni, incubi, dubbi e tormenti che sia solo lui l’artefice di tutto il macello. Con il colpo finale a sorpresa che sfrutta un cliché risaputo. Per correttezza non nego una certa abilità nella scrittura e nella rappresentazione allucinata del protagonista.
Ma questo basta e avanza. Ormai non si sa più che cosa inventare.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Si cambia marcia e Maurizio zac! Niente Ricciardi e il suo mortifero intuito, scordatevi I Bastardi di Pizzofalcone perché siamo al via di una nuova storia e soprattutto di una nuova serie tutta da assaporare.
Un regalo inaspettato? Esatto, perché non una favolosa passeggiata nel regno del mystery, anzi amici miei azzarderei perfino che andiamo a braccetto con la fantascienza. Questo è quello che ci regala Maurizio de Giovanni con I Guardiani (Rizzoli, 2017, 362 pagine, 19 Euro).
Ma Maurizio de Giovanni, per il suo fantastico viaggio nel tempo, non molla di un centimetro il suo palcoscenico napoletano, non cambia orizzonte, va a cercare e ci fa scoprire a bocca aperta i millenari, diversi e sconosciuti ai più luoghi della sua città che risalgono agli albori dei tempi. Perché Napoli è una città speciale e diversa dalle altre. Perché cela sotto di sé una metropoli sotterranea, dove il buio domina sulla luce. Una metropoli  piena di cunicoli e grotte scavate nel tufo, con numerosissime testimonianze del susseguirsi dei culti, lontani tra loro nel tempo. La dea madre terra, Diana, Dioniso, Iside, Mithra, Cristo…
Un luogo di sacra energia. Il perfetto palcoscenico per una potenziale, ancestrale realtà costruita da questo esoterico dark, archeologico mystery napoletano che si espande  fino a strisciare nelle gallerie più profonde, gridando, grugnendo, uccidendo e scatenando angoscia e terrore. Un qualcosa di tentacolare che si mimetizza, pronto a scandire il futuro e che forse ritorna dalla notte dei tempi… (Taglio in parte il bel pezzo di Patrizia solo per lasciare il lettore ancora più incuriosito).
Altri libri segnalati dalla nostra infaticabile:
Il dipinto maledetto di Alex Connor, Newton Compton 2017.
Un nuovo thriller di Alex Connor, l’autrice di Cospirazione Caravaggio che, avvalendosi ancora una volta di una narrazione che si svolge su due piani paralleli ma divisi tra loro da quasi cinquecento anni, ci riporta nuovamente nel meraviglioso e misterioso mondo della pittura.
Tiro al bersaglio di Gianni Simoni, Tea 2017.
Un nuovo intrigante e sofferto episodio del serial milanese targato Gianni Simoni che vede come protagonista Andrea Lucchesi, l’“abbronzato” commissario, capo della Divisione Omicidi della Questura in via Fatebenefratelli.
Milano quartiere milanese QT8. Sintesi dell’accaduto, da un quarto alle otto di sera fino a tarda notte: quello che sembrava solo la maldestra fucilata ai danni di un vecchio droghiere esplosa da un giovanissimo drogato per impadronirsi dell’incasso, con la morte della vittima in ospedale si trasforma poche ore dopo in omicidio per rapina. La brutta storia, fino ad allora di competenza del commissariato di San Sepolcro guidato dall’ispettore capo Mario Napoli, deve passare d’ufficio alla divisione Omicidi della Questura.
È una Milano grigia, amara e brutale, profondamente noir, quella che fa da palcoscenico a Tiro al bersaglio, mentre in aria svolazzano i piccioni ammorbando i davanzali, tra le mura di case e condomini si costruiscono terribili delitti, scatenati da un mixer di povertà, delinquenza e follia.
Il falsario di reliquie di Carlo Animato, TEA 2017.
La presentazione editoriale recita: «Berna, maggio 1507. Due morti misteriose, un traffico di oggetti sacri, una folla che inonda la città per la festa delle Pentecoste. L’alfiere Mathis Sinner indaga…» E proprio nel centro di Berna, infatti, nel maggio 1507, dentro la fontana dell’orco ebreo che divora un bambino, vicino al vicolo dal ghetto, vengono ritrovati due cadaveri. Sono nudi e hanno dei garofani piantati tra le natiche. Contrariamente alla prassi il sindaco, quasi intendesse scaricare una patata bollente, affida le indagini sul duplice delitto all’alfiere della corporazione cittadina dei fornai, Mathis Sinner. Una fitta trama, densa di colpi di scena, e contemporaneamente una indovinata storia noir in chiave umoristica in cui fa capolino, e non guasta affatto, un bel tocco di sacrilega blasfemia. Descrizioni e situazioni talvolta al limite del boccaccesco ma sempre condotte con garbata lievità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
oggi vi presento I viaggi di Gulliver di Jonathan (questo nome non mi è nuovo) Swift, Piemme 2012, adattato da Geronimo Stilton.
“Ero sdraiato a pancia in su, il sole mi bruciava le guance e c’era qualcosa…che mi stringeva il corpo. Ma che cos’era?!”. Si tratta del medico inglese Lemuel Gulliver appassionato di viaggi in mare che racconta la sua storia. Durante l’ultimo viaggio una terribile tempesta lo ha fatto naufragare su un’isola. E ora è legato, legato da… da ometti, piccoli, piccolissimi!!! I lillipuziani che parlano un linguaggio strano…
Ma non ci sarà solo questa avventura. Gulliver si ritroverà a Brobdingnag, paese abitato da giganti (sarà lui il lillipuziano!), poi sull’isola volante di Laputa (abitata da studiosi, chiamati lapuziani), infine nella terra degli Houynhnm, i saggi cavalli che parlano. Non ci credete? Lo giuro sulla testa pelata del mio nonno!
Alla prossima!!!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2017

Questa volta ho portato sulla tazza una brancata di poeti. Non fate quella faccia. Non storcete la bocca. Poesia e cruda realtà stanno bene insieme. E così, ponzando, mi sono lasciato trascinare con un groppetto in gola tra ermi colli, cipressi alti e schietti, donzellette che vengono dalla campagna, piogge torrenziali e piangenti, graziose lune e garzoncelli scherzosi che non sanno ancora cosa li attende nella vita futura (beati loro). Ho fatto una visitina alle Alpi e alle Piramidi, e già che c’ero anche al Manzanarre e al Reno, chiacchierato con vecchierelli canuti e bianchi, meriggiato pallido e assorto tra chiare, fresche e dolci acque, sono stato accarezzato dalla sera sulle sacre sponde di Zacinto, ritrovandomi di schianto, dopo altro poetico girovagare, tra le calde braccia di Teta.
Per finire in bellezza mi sono illuminato d’immenso e ho tirato lo sciacquone. Ah, la poesia!

Indagine a ritroso di D.M. Devine, Mondadori 2017.
“Scacco matto!”. Inizio col botto per il sottoscritto ammalato di Re e Regine. Ovvero fine partita tra Edward Haxton e Peter Bream, due tra i personaggi principali del libro. Il primo, insegnante universitario, “è nel mirino dei colleghi per la gestione disinvolta di certi libri contabili”. Insomma cercano di buttarlo fuori, ma lui reagisce minacciando di svelare certi segreti di uno scandalo di alcuni anni prima, quando una studentessa era morta per un aborto. Minaccia evidentemente concreta se Edward tira il calzino in circostanze poco chiare, causa monossido di carbonio uscito da una stufa allentata (chi ha girato la chiavetta del gas ha cancellato le impronte).
Peter è, invece, il figlio di un noto professore della stessa università, che era stato, forse, amante (si dice) della studentessa. Il classico passato funesto che ritorna. Ad indagare l’ispettore Finney e il sovrintendente Hulbert (Finney proprio non lo sopporta). Aggiungo in breve: aggressione ad una ragazza, un altro assassinio, una rivelazione, soldi per tenere la bocca chiusa a chi aveva praticato l’aborto, la cerchia delle persone sospette, certe lettere del professore che potrebbero rivelare fatti interessanti.
Per non aggiungere cose banali riprendo il giudizio di Francis Iles (Anthony Berkeley) del 1966, fatto conoscere dal nostro Mauro Boncompagni: “D.M. Devine è ormai diventato un maestro della moderna detective story ai suoi più alti livelli; e in ‘Indagine a ritroso’ gli indizi sono davvero succulenti. Questa storia dalla trama accattivante e dall’ambientazione universitaria, con personaggi vivaci e un mucchio di credibili complicazioni, sembra scritta apposta per coloro che amano un puzzle veramente buono. E la soluzione li lascerà ampiamente soddisfatti”.

Delitti quasi perfetti di AA. VV., Polillo 2016.
Dopo un momento di impasse, diciamo pure di crisi, la Polillo editrice si è ributtata a capofitto soprattutto sul giallo classico per la gioia di tutti i suoi aficionados e di coloro che amano la bella e buona scrittura. Per darvi un’idea della qualità dei racconti (anche un semplice sunto toglierebbe troppo spazio) basta fare l’elenco degli scrittori: Joseph Commings, Arthur Conan Doyle, Jacques Futrelle, Thomas W. Hanshew, Richard Keverne, Helen McCloy, Douglas Newton, Quentin Reynolds, Seamark, Edgar Wallace.
Delitti quasi perfetti, dunque. Delitti nel senso di morti ammazzati o di semplici furti. Sarebbero senz’altro perfetti se gli sfortunati autori non si trovassero fra i piedi gente con la testa grossa così (ho allargato le braccia). Tipetti come Sherlock Holmes e gli altri che troverete, certo non da meno. E se, talvolta, non facessero addirittura i furbi andando loro stessi, poveri innocenti, a chiedere di persona consiglio su qualche strano avvenimento. Quelli mica ci cascano. Chi tenta qualcosa di grosso, poi, deve anche tener conto della propria natura che potrebbe smascherarlo.
Racconti sul filo dell’impossibile, incipit memorabili “Quel pomeriggio Linda Carewe avvelenò suo marito. Lo avvelenò con l’arsenico”, oppure “Mr Jerold Pogarty realizzò la sua metamorfosi e commise il Crimine Perfetto”. Cultura (a volte si naviga tra Freud, Adler e Jung), varietà di stili, varietà di personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, varietà di soluzioni più o meno ingegnose (fra cui il travestimento) e di atmosfere. A volte da brivido con paesaggi tetri che sembrano percorsi dal Diavolo (lo urla perfino un prete), morti che dovrebbero essere morti e che riappaiono all’improvviso. Insomma tutti gli ingredienti per tenerci inchiodati alla poltrona (ma va bene anche una sedia). All’inizio di ogni racconto brevi notizie sugli autori citati.
Da leccarsi i baffi.

Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, Polillo 2017.
“Il cliente che si presenta nell’ufficio londinese dell’investigatore privato Philip Tolefree in una mattina di luglio è un personaggio famoso; Ronald Hudson, scrittore, avventuriero, esploratore. Il suo problema è una misteriosa lettera che contiene un messaggio in codice che non è in grado di decifrare. Potrebbe farlo Tolefree?”. Risposta positiva dato che la barba finta del suddetto ha colpito la sua curiosità. Ancor più dopo avere scoperto, sul suo biglietto da visita, diverse coppie di lettere fra le quali una corrisponde al nome di un suo amico avvocato. Curiosità spinta all’inverosimile se tale amico Feldelman lo informa di essere stato testimone di un suicidio nella casa di campagna stile Tudor del ricco industriale Sir Thomas Grymer, dove attualmente si trova, che ha organizzato una festa. Lewisson, un esperto chimico alle dipendenze del suddetto Grymer, si è ucciso sparandosi alla testa nella sua camera da letto, essendo stato trovato disteso sul pavimento con una rivoltella in mano. Così sembra, anche se Feldman nutre qualche dubbio. A scoprire il cadavere per primo un tale antiquario Borthwick che poi è partito. Sarà proprio Tolefree a presentarsi lì come critico d’arte Tudor per vederci più chiaro.
Comunque l’atmosfera, all’inizio, non è troppo pesante e c’è pure il tempo, per la figlia del canonico Marefield, di civettare con un paio di personaggi. Nove a tavola, fra cui il probabile assassino, dopo che il ritrovamento di un altro bossolo sotto la finestra della camera di Lewisson spinge Tolefree per questa soluzione.
Le indagini sono lunghe, circostanziate, sorrette, solo in parte, dai ricordi lacunosi dei possibili sospettati, tra una tirata di pipa e l’altra del nostro investigatore privato. E c’è una domanda che lo assilla “Che cosa aveva a che fare questa oscura tragedia con la visita di Hudson in Watling Street e lo strano compito che gli aveva assegnato?”. E poi il biglietto che gli era stato lasciato, guarda un po’, “Conteneva la lista di tutti i nomi presenti a quella festa…”. Incredibile coincidenza… Così come incredibile il fatto che l’assassino sia scomparso e abbia trasferito la pistola in mano al morto “nei pochi secondi prima che Borthwick arrivasse alla porta”. Un bel mistero che costringe la mente di Tolefree a “macinare” inarrestabile anche mentre guarda le stelle, attraversata dal dubbio “Questa volta sarebbe stato battuto?”.
Aggiungo solo un ladro che si aggira per la villa, un disegno a matita tra i fogli di calcoli del morto, e… le sue pantofole rosse. Che cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano… E saranno proprio queste a dare una bella mano al nostro tenace investigatore.
Lettura interessante con momenti di assoluta preponderanza di cellule grigie insieme ad altri di inquietante movimento. Sorprese a go-go con qualche lungaggine di troppo.

Robot 78, di AA. VV., Delosbooks 2016.
Non sono un esperto di fantascienza (a dir la verità non sono esperto di niente) per cui prendete queste righe come quelle di un neofita (ergo banali). Bella impressione. Belle letture in un territorio quasi del tutto sconosciuto. Intanto perfettamente d’accordo sull’editoriale Siamo stufi di esperti di Silvio Sosio. In giro c’è un’ignoranza, nel significato più preciso del termine, che fa paura. Si crede a qualsiasi “panzana” buttata nella rete e si snobbano tutti quelli che hanno certe credenziali di professionalità. Non c’è niente da fare. Per ora è così. Preghiamo o tocchiamoci.
I racconti. Di Mike Resnik, Sarah Pinsker, Domenico Gallo, Susanna Raule, Lorenzo Crescentini e Luigi Calisi.
Belli. Interessanti. Sia che si viaggi instancabilmente nel midwest americano alla ricerca di posti in cui cantare dal vivo in un mondo ormai morto su internet. Sempre insieme alla gente, sempre avanti. Musica e musica (viva la vita!). Sia che ci si ritrovi nella Russia di un prossimo futuro a vedersela con i Corridori, mostriciattoli di metallo e con una “falla” aperta dove essi stessi ritornano. Cosa può essere? Forse il loro nido?. Entriamo a vedere che la cosa ci incuriosisce… Così come ci incuriosisce, a Genova, la storia di Nico, un ragazzo del dopoguerra che ha il dono di leggere i pensieri degli altri. I morti ammazzati su un prato. Un tedesco che ha ucciso, l’attentato a Togliatti… Oppure, oppure siamo scaraventati in un’Africa del futuro dove arrivano indiani e cinesi a sfruttare le piantagioni con mezzi sempre più efficaci. Parola d’ordine aumentare la produzione. Produrre, produrre, produrre. Ma qualcuno cercherà di sottrarsi a questa nuova schiavitù?.
E poi ecco un essere di un altro mondo spedito nell’Inghilterra del 1872 d.C. (epoca Vittoriana) ad incontrare un personaggio particolare che vive al numero 221B di Baker Street (avete già capito). C’è da ritrovare un bambino scomparso, figlio di un membro del governo. Qualche meraviglia sugli umani (crede che si riproducano per partenogenesi) ma il suo vero problema è cosa tenerci dentro i pantaloni… Altra Africa del futuro con la piccola Kamari che vuole imparare a leggere. Ma questo è contro la legge per certe tribù africane. Kamari, bambina innocente in un mondo scelleratamente maschilista. E già sappiamo come andrà a finire. Un abbraccio, piccola.
Racconti belli che fanno riflettere, con il sorriso, con il pathos o il groppo in gola, sulla nostra variegata umanità e su noi stessi. Come sarà il mondo? Come saranno gli uomini? Che cosa inventeranno? Una società più giusta, migliore o peggiore? Come potremo essere visti da eventuali altri popoli del mondo? E così via non dimenticando, gli autori, la costruzione dei loro personaggi e squarci di suggestivo ambiente.
Non solo racconti ma anche interviste. Con lo scrittore George R.R. Martin e l’illustratore Franco Brambilla. Dai quali, dalle loro storie, dal loro metodo di lavoro c’è solo da imparare. I primi passi, le difficoltà, i rifiuti, la testardaggine di una passione che alla fine trionfa. Una bella carica di energia per i giovani che vogliono seguire il loro esempio.
E sorprese personali come quando, nell’articolo di Donato Rovelli Family Opera, scopro, tra le altre novità, io fissato di Re e Regine, che ne L’impero di Azard (The Player of Games) è descritto un impero fortemente gerarchizzato, in cui una partita su un’enorme scacchiera, decide i ruoli che si giocheranno nella società…(i miei scacchi dappertutto. Chi vuole saperne di più qui).
Insomma questo Robot, rivitalizzato da Vittorio Curtoni (leggere Una rivista vi seppellirà! di Giuseppe Lippi) mi ha tenuto bella e gradevole compagnia al posto della solita letteratura gialla con la quale in parte amo dilettarmi.

L’uomo di casa di Romano De Marco, Piemme 2017.
Dopo A casa del diavolo e Città di polvere, che mi colpirono positivamente, mi butto anche su questo ultimo dell’autore. Un bel salto geografico. Dalla provincia dell’Aquila e da Milano a Vienna, cittadina della Virginia.
Al centro della storia Sandra Morrison, logopedista, che vede la sua vita distrutta dalla morte del marito Alan trovato con la gola tagliata e i pantaloni abbassati in un quartiere “puttanesco” della città. Altro filone importante il caso della “Lilith di Richmond” che aveva rapito e ucciso, diversi anni prima, sei neonati (uno si salva e chissà se lo ritroveremo), seguito dalla detective afroamericana Gina Gardena e finito nel nulla, unica a rimetterci rispetto ai maschietti leccaculo che pensano solo alla carriera (suo pensiero). Terzo sviluppo della trama in corsivo (un giorno scriverò un thriller dove un tizio che mi assomiglia fa fuori una brancata di scrittori che usano le frasette in corsivo) di qualcuno che la sa lunga su questi fatti.
Primo elemento: l’angoscia. Soprattutto di Sandra tormentata dalla scoperta del “nuovo” marito, quello che non conosceva e che l’ha tradita in tutti questi anni. In prima persona “Ora lo sento in pieno il dolore. Mi penetra e mi consuma. Mi toglie il respiro…”. Tormenti anche per il difficile rapporto con la figlia Devon, a sua volta in preda ad una forte crisi. Assillo ancora più penetrante quando scopre che Alan era interessato proprio al caso della Lilith di Richmond (perché?).
Secondo elemento: il dubbio. Sempre di Sandra nei confronti delle persone che le stanno intorno. Soprattutto del nuovo vicino di casa, il giornalista John Kelly, fin troppo premuroso, da cui si sente anche attratta (approfondito esame psicologico).
Terzo elemento: la violenza. Violenza sulle donne, degli stessi padri schifosi sulle figlie, la prostituzione come ultimo mezzo per sopravvivere.
Storia dentro i personaggi e fuori nella realtà, negli ambienti descritti con tocchi felici, sia ricchi di “case singole e ville di pregevoli fatture”, oppure degradati, territorio di bande giovanili e spaccio di droga. Introspezione e movimento, la classica foto che sfugge all’inizio (lascia un messaggio subliminale) e che si rivelerà decisiva, intreccio di piani temporali diversi legati da un presente secco che incide, improrogabile citazione di Sherlock Holmes (un giorno scriverò un thriller…). Trama complessa come in ogni thriller che si rispetti con estesa spiegazione finale (qualche dubbio ma, non essendo uno psichiatra, mi guardo bene dal contestarla). Citati anche gli scacchi. E questo è un altro pregio del libro. D’accordo, solo per me, ma ognuno ha le sue fissazioni.

Segnalazioni
La casa dei Krull di Georges Simenon, Mondadori 2017. Romanzo attualissimo, pur essendo uscito nel 1938. Praticamente il problema dell’integrazione di una famiglia straniera, in questo caso tedesca in terra di Francia, sulla quale si addossa la colpa di un omicidio. Perfetto capro espiatorio. Meditate gente, meditate…
Delitto in mare di Richard Connell, Polillo 2017. Viaggio alle Bermude per l’ottimo chimico Matthew Kenton. Ottima idea per godersi un po’ di riposo se non ci fosse di mezzo il morto ammazzato nella cabina proprio di fronte alla sua.
Torto marcio di Alessandro Rebecchi, Sellerio 2017. Considerato da Augias un noir ricco di suspense e ironia. Controlleremo.
Il libro degli specchi di E.O. Chirovici, Longanesi 2017. Un thriller a tre voci, ambientato in America, che è arrivato al successo dopo una serie incredibile di bocciature. Di un romeno trapiantato in Inghilterra. Arimeditate gente, arimeditate…

Un giretto tra i miei libri
La gabbia delle scimmie di Victor Gischler, Meridiano Zero 2008.
Si parte con un cadavere nel bagagliaio nella macchina di Charlie Swift, gangster di Orlando (Florida), insieme al collega (svitato) Blade Sanchez e si continua il viaggio per tutto il libro. Viaggio inteso nel senso vero e proprio della parola (c’è di mezzo pure il National Geographic) e viaggio inteso nel senso che non si sta, comunque, mai fermi. Non c’è un attimo di respiro, di riposo (a meno che non si sia in ospedale). Tutto veloce, tutto frenetico. “La gabbia delle scimmie” è il luogo di ritrovo di una banda (ma anche il nome di un blog per discussioni scientifiche e riecheggia in parte il titolo di un libro di Kurt Vonnegut, famoso autore di “Mattatoio n.5”) capeggiata da un certo Stan. Ma c’è chi ce l’ha con lui perché poco attivo, poco dinamico. E allora giù botte da orbi, scontri, sparatorie, morti a go-go, droga, tradimenti, l’FBI, mele marce nella polizia, libri contabili che fanno girare il tutto. Manca il sesso ed è pura meraviglia.
E poi c’è lui, Charlie detto il “Sarto” (perché ha ucciso un uomo con un paio di forbici) che fa parte della combriccola, fratello più piccolo da proteggere e la mamma che è sempre la mamma. Freddo, duro, impassibile. Fisico di ferro. Con le sue regole “Quando hai un capo rimani con lui”, “Sono sempre stato buono con chi è stato buono con me”, che si innamora (di Marcie) e ha il suo attimo di umana debolezza “Mi raggomitolai dentro la giacca e le lacrime cominciarono a scendere rapide e calde lungo il viso”. Un attimo, dicevo, perché poi è tutto un tup tup tup. E se manca la pistola c’è il coltello a farne le veci.
Uomini e un paio di donne, oltre la mamma e Marcie, a completare il quadro. La buona, Amber, e la cattiva Tina che in fondo al libro hanno la loro parte. Stile ironico (gangster che giocano a monopoli), humour nero, qualche metafora degna di Ross MacDonald insieme a battute scontate. Ma, soprattutto, un continuo, incessante, frenetico movimento.
Mi è venuto il fiatone.

La legge dei figli, antologia di racconti curata da Sabina Marchesi e Lorenzo Trenti, Meridiano Zero 2007.
Copertina nera con pistola a tamburo che esce fuori dall’interno di un libro. Probabilmente un libro sulla Costituzione, essendo i racconti legati ai principi più importanti della nostra carta costituzionale. Sì, avete capito bene. Non sto a ripeterlo. Una idea originale ed una iniziativa meritoria che ci induce a riflette su alcuni aspetti importanti della vita sociale italiana.
Questi sono racconti noir, duri, diretti, concreti. Li raccolgo velocemente insieme tanto per darvi un’idea: pronunciamento militare con dittatura; vita dura degli extracomunitari; giustizia personale; poliziotto senza regole con vittima del G8 di Genova; ancora coppia di poliziotti fuori dalla legge; il problema delle intercettazioni telefoniche; la bestialità della folla allo stadio; carriere truffaldine e meschine con tradimento e vendetta; sfruttamento del lavoro nero; il problema sociale degli handicappati; il sistema dei voti truccati alle elezioni e quello per non pagare le tasse; seguire una indagine piuttosto che un’altra da parte della magistratura; ancora sulla giustizia personale; sfruttamento della “mala” per sconfiggere una organizzazione terroristica.
Tutti temi attuali, veri, scottanti. Un po’ di artificio, alcune forzature su una iniziativa nata a tavolino ma poi passione, sentimento, coraggio e denuncia. Linguaggio incisivo che va al nocciolo della questione, dove non manca il grottesco e il paradosso. Contenuto ora doloroso, ora drammatico con qualche schiarita di luminosa speranza. In un mondo che va a catafascio una riflessione sui nostri principi costituzionali fa sempre bene.

La legge dei nove di Terry Goodkind, Fanucci 2010.
Alex, o meglio Alexander Rahl, è un pittore senza troppa fortuna che salva se stesso ed una bella ragazza enigmatica dall’assalto di un camioncino che porta la bandiera dei pirati (e già questo ci fa capire di essere in una situazione particolare). La bella ragazza è Jax che proviene da un altro mondo dove impera la magia (mentre nel nostro la tecnologia) e un dittatore, Radell Cain, che vuole il potere tutto per sé, dopo avere sfruttato gli istinti peggiori del popolo (prima c’era l’onestà ed ora tutti ad arricchirsi senza sforzo).
Alex si trova al centro di una profezia tratta da un antichissimo libro per la legge dei nove (vedrete poi di che cosa si tratta) e per il cognome che si porta appresso. In pratica dovrebbe essere colui che deve salvare uno dei due mondi. Intanto ha ricevuto in eredità una vastissima tenuta nel Maine di una certa importanza nel proseguimento della storia.
Che qualche pericolo incombesse su di lui era strato annunciato da certi avvertimenti della madre impazzita “Vattene e nasconditi” e dal nonno Ben “I problemi ti troveranno”, da strani rumori durante le telefonate e… e dagli specchi. Sì, perché attraverso gli specchi si possono materializzare le persone dell’altro mondo alla ricerca di un “passaggio” segreto di cui dovrebbe essere a conoscenza il nostro eroe. Da qui lotte, assalti, sparatorie.
Per difendersi dagli attacchi degli infiltrati unisce le proprie forze con Jax (non va d’accordo con la fidanzata Bethany) e ne viene fuori un bel sentimento condito da qualche bacio appassionato.
Buona la resa del mistero, dell’inquietudine, dell’attesa relativa alla prima parte ( cosa succederà?), con qualche critica scontata di riflesso sulla nostra società. Meno riuscita quando si entra nella spiegazione dei particolari (cosa succede) che mettono in risalto pure alcune incongruenze. Un libro che convince a metà.

Patrizia Debicke (la Debicche)

Musica nera di Leonardo Gori, TEA 2017.
Versilia, agosto 1967. Nonostante la Guerra Fredda in atto e l’escalation americana in Vietnam, l’Italia si crogiola in pieno boom economico. Il benessere è diffuso, la 500 e le vacanze al mare sembrano quasi alla portata tutti e nei bar dei lungomare impazza il suono nei juke-box con le voci di Gianni Morandi e Caterina Caselli. Però il primo capitolo ci fornisce una nota macabra e stonata: il ritrovamento di un morto annegato, tale Fedele Argenti, ammiraglio in pensione. Una banda di ragazzini, impegnati in una specie di maratona ciclistica, ha trovato il suo cadavere ricoperto di schiuma, liquami e semisommerso nel fossato che costeggia l’aeroporto del Cinquale, quasi una fogna a cielo aperto. Bruno Arcieri, ex colonnello del Sifar, Servizio Informazioni Forze Armate, in pensione da dicembre dopo i caotici fatti dell’alluvione di Firenze e vecchio amico di Argenti, riesce ad arrivare da Roma al Forte dei Marmi in treno, appena in tempo per il funerale. cantante. Qualcosa che cova sotto le ceneri s’infiamma. Arcieri scoprirà precise indicazioni di mostruosi delitti in lettere con spaventose accuse. Chi sono le misteriose donne vestite in nero, che ogni sera scrutano in silenzio il mare dal pontile del Cinquale? C’è qualcosa di torbido dietro la morte accidentale del vecchio ammiraglio? Arcieri non può restare fermo a guardare, quando ci sono tracce di vecchi delitti: l’eccidio di una ricca famiglia ebrea, un padre e tre bambini, massacrati dai nazifascisti nel 1944, la scomparsa di un inafferrabile faccendiere italiano, legato ad ambienti poco chiari dei servizi segreti e quella di un intero equipaggio di un mini sommergibile, lasciato colare negli abissi al largo del Cinquale. Praticamente da solo porterà avanti un’indagine destinata a scoperchiare un intrico di trame eversive e di interessi privati di assoluto cinismo, che macchiarono indelebilmente l’Italia del 1945 e che ancora non si fermano, benché siano passati più di venti anni. Tanti sanguinosi misteri e tutti collegati alla guerra, all’armistizio dell’otto settembre del 1943, al cambio di alleanze e agli opportuni voltafaccia di ex fascisti. Un torbido intreccio, con doppi e tripli giochi che coinvolgono anche i servizi segreti esteri e italiani. Giochi in cui, per un imperscrutabile disegno, dovrà lui stesso trasformarsi in una pedina. Romanzo poliziesco, caratterizzato, come la musica che lo esalta, da continui cambi di ritmo e basato su improvvisazioni e virtuosismi, Musica nera è quasi un’ode alla memoria di una generazione che ha ricostruito l’Italia.
Altri libri segnalati dalla nostra Patriziona:
Operazione Portofino di Roberto Centazzo, TEA 2017, dove tre baldi ex poliziotti, arrivati all’agognata pensione, per non morire di noia si sono inventati la Squadra speciale Minestrina in brodo che risolve delitti e sgomina bande di criminali.
Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi, Frassinelli 2017. In una Parma invernale, fasciata dalla nebbia, trasfigurata dalle nuove costruzioni e quasi indecifrabile per incomprensioni, scoppiano delitti e scontri razziali.
Il morso del ramarro di Valeria Corciolani, Emma Books 2017. Un palcoscenico affollato da personaggi molto diversi, ma con una cosa, anzi un luogo, in comune: una palazzina liberty in una bella cittadina di mare. Di là prende il via Il morso del ramarro con le diverse storie, con il mixer di azioni, persone, sentimenti e arcane suggestioni che ci accompagneranno con gustosa ironia fino alla soluzione dell’enigma. Che poi era legato a un semplice ciondolo. A forma di ramarro. E visto che ci sono molteplici letture allegoriche collegate al ramarro e al suo morso, Valeria Corciolani, che le conosce bene, ci gioca alla grande.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi
eccomi a voi. Sono il nipotino di nonno Fabio che scrive, scrive, scrive e vuole far scrivere anche me (accidenti!). Qui vi parlerò dei libri che leggo. In maniera semplice (ho solo otto anni).
Partiamo da Sandokan di Emilio Salgari nella versione di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Siamo in Malesia. Il pirata Sandokan lotta contro gli inglesi per la libertà del suo popolo. È conosciuto anche come la “Tigre della Malesia”. Però, attenti, non è un uomo in questo romanzo, ma un topo! Così come tutti gli altri personaggi.
Ad un certo punto sembra morto dopo uno scontro navale, viene salvato addirittura da un inglese, lord James Guillonk. Fa finta di essere un principe e si innamora della nipote Marianna, la “Perla di Labuan”! Insomma un romanzo di avventura e di amore con tanti brividi, travestimenti e colpi di scena. Spesso le parole sono colorate e in forma buffa (ci ho fatto anche qualche risata) per tenere desta la nostra attenzione. E ci sono bellissimi disegni.
Leggetelo!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2017

Sulla tazza del gabinetto ho portato Procopio di Cesarea. I nomi strani e roboanti mi hanno sempre colpito. Soprattutto degli storici antichi. Quando seppi di questo Procopio non stetti più in me e andai a beccarmi la sua Storia inedita (o arcana, o segreta). Tra l’altro anche il titolo mi affascinava. Se la storia era inedita, o arcana, o segreta, chissà perché e quali fatti da sollucchero avrebbe contenuto. Gli appassionati di storia lo sanno. Praticamente un libello, un’accusa contro l’imperatore Giustiniano e consorte di avere portato alla rovina l’impero romano con la sua devastante politica interna ed estera. E di avere causato la peste, i terremoti e le inondazioni che colpirono in modo tragico quelle terre. Quando s’incazza Procopio di Cesarea diventa una belva. Meglio tenerselo buono al gabinetto.
Altro nome strano e accattivante fu, per me al primo impatto, quello di Senofonte (una fonte uscita dal seno?) con la sua, altrettanto particolare e strana, Anabasi. Ma che cavolo era? Mi ci buttai sopra a babbo morto, come si dice dalle mie parti. Praticamente la storia dei Diecimila mercenari greci assoldati da Ciro il giovane per togliere il trono di Persia al fratello Artaserse (quando si dice l’amore fraterno). Tutto bene finché Ciro muore nella battaglia di Cunassa, e allora sono cavoli amari per i Diecimila costretti ad un lungo viaggio di ritorno (dura più di un anno) pieno di insidie e trabocchetti come quello di Tissaferne (altro nome da sollucchero). E, insomma, gioventù lottiana tra nomi strani, eserciti, battaglie, tradimenti e sangue e morte. Un bel casino.

La morte e l’oblio di Annamaria Fassio, Mondadori 2016.
Quando c’è una quarta di copertina perfetta meglio sfruttarla: “Una mattanza di stampo mafioso in Calabria è stata l’inizio di tutto. Lui ucciso in un agguato a un falso posto di blocco, lei stuprata e freddata con una pallottola in testa nella sua stanza d’albergo. Danni collaterali, un autista e una guardia del corpo. Poi un incendio doloso in un laboratorio farmaceutico, in Spagna. L’esplosione, le vittime, i capannoni divorati dal fuoco come scheletri neri contro il cielo. E poi c’è Zelda la russa, la protetta di un boss. Finita in clinica dopo un incidente, ora vive perduta nelle tenebre dell’oblio, nemmeno ricorda il proprio nome. Vicende diverse, lontane, ognuna delle quali sembra apparentemente fare storia a sé…”
Ed ecco entra in scena Erica Franzoni della Mobile di Genova, già incontrata per la prima volta in Una vita in prestito, Mondadori 2007. “Viso abbronzato, occhi grigi, mascella volitiva nonostante quel sorriso da bambina che ogni tanto affiorava sulle sue labbra”. Capelli a caschetto. A Maffina (vedremo più avanti chi è) fa venire in mente la Valentina di Crepax. Trenta e lode al suo primo esame di Filosofia del diritto. Camminata svelta e sicura, sempre perfetta e a posto anche nelle emergenze. Sua amica Gatta, la micia. Musica, musica e musica ma anche teatro, pizza e coca Light al bisogno. Antonio Maffina è il suo superiore con il quale ha stabilito un rapporto sentimentale dopo che si è lasciato con la moglie Aurora. Ora morente a San Sebastian nei Paesi Baschi dove l’ex marito andrà a trovarla.
La vicenda è complessa e, dunque, non è il caso di infilarcisi dentro (non saprei come uscirne). Vorrei, invece, sottolineare l’atmosfera che la pervade e che dà un senso a tutto quanto il racconto. Un senso di stanchezza, di frustrazione, di difficoltà (Erica pure in analisi, si sente sfruttata, ricordi, sogni, genitori che si tradivano) di malattia, di disfacimento delle menti a Villa Rosa dove si cura l’Alzheimer, di violenza bestiale, dolore e morte. Amori e tradimenti, spunti sulla città, i rapporti più o meno complessi con i colleghi di lavoro, movimento, storie che si intrecciano fra loro, la paura di smarrirsi lungo il percorso dell’indagine, qualcosa che sfugge e la luce che si accende rivedendo il classico filmato. E ora c’è un esame da superare.

Il grande errore di Mary Roberts Rinehart, Mondadori 2016.
“Parlai per la prima volta con Maud Wainwright nel suo salotto privato al Chiostro (questo era il nome della sua splendida villa). Stava disponendo i posti per gli invitati alla cena che intendeva dare.” Chi narra è la signorina Patricia, per tutti Pat, sola al mondo per aver perso entrambi i genitori e in cerca di un impiego. Ecco come si presenta “Io mi chiamo Patricia Abbot, ho venticinque anni, peso sessantadue chili, parlo benino il francese, maluccio il tedesco, gioco male a golf, benino a tennis, vado splendidamente a cavallo.” Diventerà la segretaria di Maud, vedova del povero John, che cerca di mettere assieme i vecchi e i nuovi abitanti di Beverly e della Collina. Figlio Tony avuto da un rapporto precedente a quello con il marito, sposato con Bessie che si è allontanata e che, ad un certo punto ritorna…
Tutto bene finché arriva una lettera a Maud che si fa pallidissima, qualcuno gironzola intorno alla villa, il guardiano notturno viene colpito alla nuca e steso bocconi vicino alla piscina. “Cominciava quel nostro angoscioso mistero che poi sarebbe sfociato in una terribile tragedia”, annota Pat alla fine del quarto capitolo. Tragedia che consiste nella caduta della suddetta nella tromba di un ascensore, finendo su qualcuno che è steso là sotto. Morto, naturalmente. E non certo di morte naturale…
Dunque omicidi (anche del cane Roger avvelenato con stricnina), colpi in testa, spari e sparizioni di oggetti e di uomini, ricatto, persone che ritornano dal passato con falsa identità, intrighi amorosi (ce ne sono diversi) con la nostra Pat che si innamora di Tony, l’arresto del colpevole (ma sarà davvero colpevole?).
Insomma tutto l’armamentario possibile per una trama complessa, ricca di innumerevoli dubbi, inquietudine, costruzioni e ricostruzioni degli eventi e piccoli colpi di scena, soprattutto alla fine di ogni capitolo, per disorientare il lettore, con i morti che continuano ad aumentare e Pat che dà una mano alle indagini della polizia. Ma come finirà la sua storia d’amore?…

Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017.
“Quel che restava di Dan Seaton-Carey era raggomitolato sulla sedia accanto al tavolo del telefono, nell’angolo tra la porta e la prima delle due lunghe finestre schermate dalle tende. L’uomo aveva il viso orribilmente distorto, e due pezzi di filo metallico gli spuntavano dietro il collo…” Strangolato durante un bridge party nella dimora dell’ambiziosa Lilias Hadington dove c’è pure l’avvocato Timothy Harte, detto il Terribile (ha fatto la guerra nei corpi speciali), invaghito della bella segretaria Beulah Birtley che non piace per niente a sua madre (e, infatti, vi ha spedito il fratello maggiore James a sorvegliare e indagare). Cinquantacinque persone, compresa la servitù, in casa al momento dell’omicidio, ma solo sette sospettate. Una bella gatta da pelare per l’ispettore capo Hemingway di Scotland Yard (teatro, psicologia e appunti sul suo interminabile taccuino) in continuo scontro con il sottoposto Pershore di cui non ha nessuna fiducia, e piuttosto burbero anche con l’ispettore Grant che lo affiancherà nelle indagini.
Naturalmente tutti i sospettati hanno almeno un motivo per voler mettere a silenzio perpetuo il nostro Dan di cui non si capisce bene quale sia stato il suo mezzo di sostentamento ufficiale, dato che abitava in una zona residenziale e conduceva una vita brillante (donne ai suoi piedi e pure qualche “amichetto”). Tra questi sospettati un rappresentante della scuola comunista per cui “il più piccolo riferimento alla Russia sovietica agiva sul suo cervello come una droga potente, uccidendo in un attimo le sue facoltà critiche…”. La faccenda si complica quando, come da titolo, il delitto si ripete con le stesse, identiche modalità nei confronti di un’altra persona.
Eleganza di scrittura, personaggi ben curati e delineati così come gli ambienti in cui si svolgono le azioni (forse qualche lungaggine di troppo), il mondo dell’aristocrazia e della “servitù”, i “buoni partiti” da sposare per le ragazze e i giovanotti con l’intromissione delle madri (quello-quella è più adatto per te, o non è per niente adatto/a). Una ricostruzione accurata dei movimenti dei sospettati, intreccio di situazioni amorose, qualcuno che è già stato in prigione per furto e per falso, droga, ricatto, un portacipria sparito, piccoli scorci sorridenti sui domestici niente affatto addolorati ma piacevolmente eccitati per l’accaduto, (più interessanti agli occhi di parenti e amici), lamentele sulle tasse (tipico di tutti i tempi), scontri, dicevo, tra madri e figli per questioni di cuore. Ma chi sarà l’assassino? E, anche qui, come nel giallo precedente, viene spontanea la domanda: ma l’amore, quello vero, vincerà?… Traduzione superba di Mauro Boncompagni

Intrigo italiano di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big, 2017.
Si parte nel mezzo, tra un prima e un dopo. Più precisamente il 2 gennaio 1954, di sabato. A Bologna. Il commissario De Luca e Giannino (toscanaccio) in macchina…
Prima. Giannino alla mano, pieno di vita, che vuole sembrare più grande di quello che è, vestito alla moda, ama il calcio, le canzonette di Sanremo (siamo ai tempi di Nilla Pizzi, Teddy Reno, Claudio Villa, della brillantina Linetti, della Tricofilina, del famoso caso Montesi), in netto contrasto con il commissario quarantenne, barba e occhiaie, chiuso in se stesso, pensieroso e preoccupato. Il caso da risolvere l’omicidio di Stefania Mantovani in Cresca, trent’anni, vedova, colpita con la cornetta del telefono rimasta insanguinata, poi il tentativo di strangolarla con il filo del telefono e infine la testa infilata nella vasca da bagno (mi ricorda, in parte, Delitto con replica di Georgette Heyer, Mondadori 2017, letto proprio prima di questo).
De Luca è stato richiamato in servizio dopo cinque anni vista la sua chiara fama di poliziotto durante il fascismo, per risolvere, in incognito, il suddetto mistero. Indizio importante il disegno di un bambino di un certo “Faccia di Mostro” che lui aveva visto uscire dalla casa dell’uccisa, e che ritroveremo anche nell’incidente automobilistico in cui era morto precedentemente il marito professor Cresca, “dongiovanni, esistenzialista e appassionato di jazz”.
Siamo in un clima di “guerra fredda” con i russi, dove impera una lotta spietata all’interno degli stessi Servizi (chi è appoggiato da Piccioni e chi da Fanfani) in una società nettamente cambiata verso il consumismo (ne fanno fede i giornali e le riviste del tempo citate dall’autore). Dunque un caso spinoso da risolvere e poi, incredibile, da dimenticare. Ma De Luca vuole andare in fondo lo stesso, preso anche dall’attrazione per la bella Claudia meticcia che canta nell’“Alma Mater Dixie Jazz Band” (qualche salto sul letto è di prammatica). Altri morti ammazzati, dubbi (perfino su Giannino), pensieri, assilli, depistaggi, c’è sempre qualcosa che non torna, ricette di stupefacenti (di mezzo la droga?), un dottore che procura aborti, ancora sul luogo del primo delitto e siamo in macchina…
Dopo. Dopo… basta ricordare una fotografia della pianta di un piede e una Bologna bellissima sotto la neve. Con il solito colpo di scena (a dir la verità usurato) e la solita domanda se ci sarà un seguito nella storia d’amore.
Scrittura fresca, precisa, puntuale, senza tante inutili infiorettature, con quei piccoli particolari e dettagli tipici di Lucarelli che rendono vivo e credibile un personaggio anche minore (mi viene in mente l’ex prostituta Wanda mentre parla in macchina con il commissario e i bomboloni del commendator Umberto). De Luca, naturalmente, al centro della scena, lui serio e responsabile, costretto a fare il cane bastardo insieme al pimpante Giannino (ha i suoi guai) e alla sinuosa Claudia (mondina e partigiana). Un racconto complesso, praticamente un caso di “imperfezione gestibile”, ovvero se si gestiscono bene tutti i dettagli che non tornano essi “trasformano un delitto imperfetto in una indagine perfetta.” Come questa.

Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel, Newton Compton 2016.
“Quando lo vide camminare lungo il margine della strada quel venerdì di ottobre, Lauren non poteva sapere che da lì a poco sarebbe scomparso, o che subito dopo la sua scomparsa, decine di persone avrebbero sentito l’obbligo di cercarlo.” Siamo nella piccola città di Hardy Walk, Lauren Wilder è una signora sposata che due anni prima è caduta dal campanile di una vecchia chiesa procurandosi indicibili sofferenze, e quel “lo” trattasi di Bo Laughlin, un giovanotto assai conosciuto che le pare di avere investito. Infatti non ne è sicura, dato che l’uso e l’abuso di Oxy Contin, per rimettersi in sesto, le provoca una maledetta confusione tra il certo e l’incerto, tra la realtà e l’illusione (il panico perenne compagno). In questo stato di cose inizia la sua personale ricerca per scoprire la misteriosa sparizione di Bo, un tipo un po’ fuori di testa, un po’ strano, un po’ particolare. Da ragazzo cammina per chilometri, sembra posseduto, non mantiene l’attenzione, porta sempre dei paraorecchie.
Anche la polizia lo cerca, indaga, pensa che la sua sparizione possa essere in qualche modo collegata alla stessa Lauren. Non si fidano di lei, del suo stato mentale, con il pensiero fisso su quell’incontro a cui si aggiungono lentamente altri tasselli di memoria: Bo che tira fuori un rotolo di soldi, insieme a lui una donna con i capelli bianchi e un cane…
La sua vita familiare diventa sempre più pesante, scontri con il marito (si sente continuamente giudicata) afflitto da problemi economici e con i figli, bugie e menzogne, stranezze come le compresse che appaiono e scompaiono, dubbi e assilli infiniti. Attorno alla vicenda altri personaggi ben strutturati: la sorella Tara sposata ad un tossicodipendente (sua storia da brivido); Annie Beuchamp cameriera in un bar dove aveva lavorato anche Bob della quale è fratellastro. E altri ancora.
Una vicenda dentro (soprattutto) e fuori i personaggi con la loro complessa umanità, i loro animi, i loro pensieri, le difficoltà, i disagi, le sofferenze, la tossicodipendenza, l’emarginazione, la malattia mentale, ma anche l’amore, in questo caso soprattutto fraterno, e l’aiuto verso i più deboli. Intrecci fra storie diverse con continui “aggiornamenti” delle storie stesse quasi in perpetua crescita. Al centro la lotta di Lauren per uscire da uno stato di dubbio perenne, con se stessa e con la famiglia. Classico colpo di scena finale, piuttosto intuibile (almeno in parte) per i lettori navigati, nel solco di una consolidata tradizione.

Segnalazioni
Già letti tempo fa A casa del diavolo e Città di polvere con discreto piacere e, dunque, di Romano De Marco segnalo L’uomo di casa, Piemme 2017. Due fasi: nella città di Richmond nel 1979 e oggi a Vienna in Virginia. Il classico caso del serial killer al femminile con un buon numero di neonati spariti. Penso di ritornarci sopra.
Furoreggia Torto marcio di Alessandro Robecchi, Sellerio 2017. A Milano un assassino che lascia come firma un sasso. Come idea niente male.
Gli amanti di Harry Bosch potranno ritrovare il loro beniamino con Il passaggio di Michael Connelly, Piemme 2017. Questa volta non in piena attività ma, addirittura, in pensione! No, no, non vi allarmate. Anche da pensionato avrà il suo bel da fare…
E quelli dell’ispettore fiammingo Van In lo saluteranno di nuovo leggendo L’orecchio di Malco di Pieter Aspe, Fazi 2017, dove una setta di irredentisti cattolici ne combina di cotte e di crude pur di togliere definitivamente dalla società ogni tipo di corruzione e degrado. Su Caos a Bruges dello stesso autore a fine lettura scrissi Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.

Un giretto fra i miei libri
La doppia vita di M. Laurent di Santo Piazzese, Sellerio 2013.
Se volete un libro colto, elegante, ricco di citazioni questo fa per voi. Personaggio principale che racconta in prima persona, Lorenzo La Marca, amico del commissario Vittorio Spotorno. Lavora al Dipartimento di chimica applicata, ex sessantottino, abita al quarto piano di una palazzina tutta sua che affitta (mica male l’amico), si sposta con una Golf, fuma Camel, beve liquori (anche un Campari va bene), lettore accanito, sorella Maruzza con due figli, “fidanzato” con Michelle, belloccio medico della polizia.
Siamo a Palermo negli anni… insomma quando c’è Bertinotti. Un morto su un marciapiede bagnato dalla pioggia colpito al cuore da un colpo di pistola. Trattasi di Umberto Ghini, antiquario, con bottega a Palermo e a Vienna. Ed ecco che il nostro si trova invischiato in questa storia. Una storia con al centro il negozio di antiquariato Kamulùt e il commercio di contrabbando di opere d’arte. Qui comincia l’avventura che si porta dietro un bel po’ di osservazioni: Palermo con le sue strade, le sue piazze, i suoi orrori e le sue bellezze, battute sulla Mafia, (se estirpata andrebbe ricreata per i turisti), sullo scrittore seriale del giallo, pizzicate agli idealisti rivoluzionari del passato, alla giustizia di oggi, personaggi vivi e concreti con pizzico di umorismo (la Decana, l’ubriaco, l’affittuaria).
La doppia vita di M. Laurent, di Santo Piazzese fa parte dei gialli “citazionisti”. Di quei gialli, insomma, dove non conta solo la storia giallistica in sé, ma anche la raffica di citazioni culturali (libri, film, canzoni, opere ecc…) che l’autore ti scarica addosso ad ogni piè sospinto. Dove anche i gatti casalinghi si chiamano Kay e Scarpetta e uno di passaggio è spiccicato a quello di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (guarda la combinazione). Finale da mystery con ricostruzione minuziosa degli avvenimenti alla Golden Age dove tutti i tasselli del puzzle si incastrano perfettamente (solo un punto mi pare deboluccio) e una lettura, via, che risulta piacevole anche con la caterva delle citazioni, espresse in forma spigliatamente ironica. Senza scene di sesso ed è pura meraviglia.

La faccia nascosta della luna di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero 2009.
Trentanove racconti brevi (eccetto un paio più lunghi), o meglio squarci di vite maledette: alcol, droga, omicidi, suicidi, casi misteriosi, fama, successo, depressione, genio e sregolatezza, sette sataniche.
Morti ammazzati da tutte le parti (piscina, camera, sopra e sotto il palco della musica, nel giardino, nel fiume…). Storie che corrono veloci pregnanti, intriganti, allucinanti. Documentazione e ricostruzione precise e puntuali, ricche di citazioni di libri, dischi, film. Il tutto espresso in tono quasi affabulatorio che invita a proseguire la lettura. E poi estetica dark, il gotico, l’esoterismo medievale, la ricerca del Graal, i Templari. Surrealismo, dadaismo, futurismo, gruppi musicali psicopatici, pedofilia, ragazzini che scompaiono e si ritrovano morti e sepolti. Dubbi, assilli, tormenti. I Queens, Lennon, Kennedy, Monroe, Dean, Tenco, Belushi e altri ancora presi in un vortice invisibile. Lo zampino del Diavolo, ovvero la faccia nascosta della luna. Brrrrrr….

La felicità è un muscolo volontario di Rosa Mogliasso, Salani 2012.
Torino, vigilia di Natale. C’è il commissario Barbara Gillo, cantonata sentimentale (litigata) con il commissario palermitano Massimo Zuccalà che le piace una cifra, anni di judo e nuoto con sciatica birbetta, ora su tacchi alti, ora in tuta con Nike ai piedi, ora in macchina, ora in vespa a sfidare il gelo della città. Invito dalla sorella Meri (tradita dal marito e fidanzata con senegalese) per una riunione con le sue amiche, tra un frizzo e l’altro sugli uomini si gioca a tombola, alla vincitrice un vibratore che fa sempre comodo. Intanto sono sparite borse e pellicce ma per la nostra Gillo risolvere il caso è un gioco da ragazzi. Poi c’è la storia di Ruggero e Serena, figli della contessa Elisa Prunotti che ha sposato un Mapei. Ruggero in Ferrari tra alcol e droga, Serena dal collegio alla rivoluzione proletaria e si ritrova a Parigi sotto falso nome. Poi c’è Domenico Spadafora a cui viene ucciso il padre a tredici anni. Niente pompiere ma poliziotto. È bene saper sparare. Poi c’è Valentina che lascia il marito bambinone, due ragazze che fanno un po’ di sesso scherzoso e infine i morti ammazzati: la contessa accoltellata e martellata e un emarginato sociale al Valentino, dietro un cespuglio. Barbara può andare finalmente a Palermo a riabbracciare il suo Zuccalà, pace fatta, anellone di fidanzamento e via a cercare l’assassino (ci scapperà anche un altro cadavere). Di mezzo addirittura i servizi segreti, passaggio di sghei da un conto all’altro, un possibile ricatto, pure una possibile vendetta, il vicequestore De Michelis a fare la parte del burbero, il vicecommissario Peruzzi quella del colto piuttosto fastidioso (soprattutto per De Michelis).
Capitoletti brevi, i fili della storia che passano veloci da un personaggio all’altro e si intrecciano fra loro, qualche spunto sulla società, sui barboni, sui senza tetto, sulla difficoltà a trovare lavoro anche da laureati (via dall’Europa!), sulle differenze tra culture diverse, qualche lieve condizionamento delle sfumature con il vibratore come trofeo di vittoria, un po’ di presa in giro di certi “rivoluzionari”, ironia spruzzata per ogni dove, citazioni a go-go su libri, personaggi, cinema (soprattutto attraverso Peruzzi) e pure un accenno agli scacchi che fanno sempre piacere ad un fissato come il sottoscritto.

La fiamma e la morte di John Dickson Carr, Mondadori 2012.
Evento curioso quello del sovrintendente di Scotland Yard John Cheviot. Sta viaggiando su un taxi e qualche minuto dopo alla fermata si ritrova a scendere da una carrozza. Dalla metà del ventesimo secolo è piombato nel 1829. Tutto il male non viene per nuocere, almeno nell’incontro con la sua amante Flora Drayton, femmina di una grazia straordinaria con occhi immensi di un viola cupo e ci scappa subito qualche bacio. Primo suo incarico scoprire il ladro di becchime per uccelli (giuro) di Lady Maria Kork, nobildonna piuttosto scorbutica. E il compito non è facile se a questo si aggiunge un delitto bello e buono di una protetta della signora proprio davanti agli occhi del nostro Cheviot, e se l’assassino sembra essere proprio la sua amata Flora che ha in mano la pistola fumante (mica male come inizio). A questo si aggiungono gli scontri con il capitano Hogben (Cheviot se la cava egregiamente) per una supposta superiorità dell’esercito sugli altri appartenenti al corpo della polizia, i primi mezzi tecnici di indagine, il disegno in terra del corpo, l’angolazione dello sparo e tutte le deduzioni possibili incorporate dal sagace poliziotto.
Dal rimuginio deduttivo si passa all’azione nella casa da gioco di Vulcano (qui è finito un gioiello di lady Kork) con lotta e botte da orbi. Ad un certo punto il lampo, la luce (illuminazione dalla figlioletta), la spiegazione finale ed un dubbio per i lettori: ma il nostro sovrintendente riuscirà a ritornare nel suo tempo?
Mystery, amore (qualche bacio ma quando la passione sta per consumarsi ecco il trillo di un campanello a rompere l’incantesimo), miscela di cellule grigie e avventura, senso di straniamento del protagonista che si trova a vivere a ritroso nel tempo. Scrittura fresca, ironica, capace di creare la giusta atmosfera di suspense, un bel giallo con qualche punta di fantastico. Insomma Carr. E basta la parola.

La nostra infaticabile Patrizia Debicke (la Debicche) ci porta in dono…
Fabrizio Borgio, Il settimino, Acheron 2016.
Nella cultura popolare piemontese, un bambino prematuro nato al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. La locale superstizione attribuisce ai settimini oscuri e paurosi poteri sovrannaturali (scopro dalla dettagliata biografia che anche l’autore è un settimino).
Dopo Masche e La morte mormora, Fabrizio Borgio fa tornare alla ribalta il suo protagonista Stefano Drago, agente speciale del DIP (Dipartimento Indagini Paranormali), e per un’altra volta mischia nel suo romanzo il soprannaturale a un’indagine poliziesca. Stavolta il funereo (i suoi abiti, quasi una divisa, sono sempre dei completi neri) Stefano Drago, deve difendere un “Settimino”, Davide Bo, poco più che un ragazzo ma dotato di straordinari poteri paranormali, braccato da una pericolosa branca deviata dei servizi segreti che lo segue e vuole catturarlo per sfruttare le sue capacità come un’arma letale…
Questo perché lui è particolare, un diverso, ma non ancora del tutto conscio della sue grandi potenzialità, tanto che quando ha paura e lascia andare la sua mente, attorno a lui succede di tutto. Gli oggetti volano, le trasmissioni televisive si interrompono, i suoi nemici muoiono violentemente… Anni prima, Davide Bo ha superato incolume una spaventosa tragedia familiare. L’unico suo appiglio, la sua ancora di salvezza, potrebbe essere Stefano Drago, che allora gli era stato vicino, sapeva molto di lui, l’unico di cui potersi fidare e dal quale accettare protezione. Ma bastera?…
Trama stuzzicante, senz’altro fa più l’occhiolino alla fantascienza che non a un thriller giallo noir e ci presenta una nazione governata da misteri di Stato, in cui dominano mafie, logge massoniche, rigurgiti totalitaristi e poteri occulti di ogni genere.
Christian Jacq, Nefertiti, la regina del sole, Tre60, 2017.
Un romanzo che rappresenta un’appassionata e mistica immagine di Akhenaton, il faraone illuminato, o eretico e invasato per molti dei suoi sudditi, colui che ha rivoluzionato l’Egitto promuovendo il culto di un unico dio, Aton, e ha trasferito la capitale dell’Egitto da Tebe ad Amarna. Un bel viaggio nel tempo e nello spazio, che piacerà agli amanti o a chiunque sia affascinato o incuriosito dall’antico Egitto.
Ti guardo di Sibyl der Schulemberg, Il Prato 2017.
Sibyl von der Schuleburg affronta svariate tematiche psichiatriche, quali il transfert/controtransfert tra paziente e terapeuta, la violazione del codice deontologico da parte del terapeuta e va a fondo su un argomento pericolosamente attuale, quello dello stalking, molto spesso collegato all’erotomania, ovvero persona, uomo o donna, affetta da un illusorio delirio psicotico, in cui è convinta di essere amata da qualcuno che conosce appena.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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Le lunghine di Fabio Lotti: Sulla rotta del Giallo Mondadori (I)

Fedele compagno di viaggi e di sere buie e tempestose…
Il mitico G.M. Ovverosia Il Giallo Mondadori. Quello che negli anni… negli anni… (e chi se li ricorda?) mi faceva compagnia sul treno per Siena (scuole superiori) e poi sulla littorina per Firenze (Università) tra il lusco e il brusco, con l’occhio assonnato e il sorriso ebete sulle labbra. E allora mi aggiravo imbambolato tra piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, tracagnotti fumantini, omaccioni arcontoni e via e via.
Oggi in splendida forma (il giallo) sotto la guida teutonica di Franco Forte e di un curatore-traduttore speciale come Mauro Boncompagni, da infilare nel taschino e tirarlo fuori nei momenti di impasse.
Non solo camere chiuse a doppia mandata che come ha fatto l’assassino a entrare e uscire Dio solo lo sa (e forse nemmeno lui). Voglio dire non solo John Dickson Carr inventore da capogiro con il suo inimitabile Gideon Fell, un omaccione di 120 (centoventi!) chili con dei baffoni pittoreschi ed un naso piccolo sul quale sono stanziati degli occhialini a pince-nez legati da un nastro di seta. Fuma sigari e pipa, beve birra, indossa un grosso mantello e un cappellaccio di feltro nero. Una specie di bandito, insomma, che ogni tanto tira fuori un “Arconti di Atene!” da brivido. E se manca una camera chiusa c’è una barca altrettanto sprangata a tenerci in fibrillazione con Il signore dell’enigma di Peter Lovesey in concorrenza con il Maestro. La trappola di Mignon G. Eberhart non sarà proprio una camera chiusa ma una casa chiusa sì (non quella, via!), dalla quale non si può fuggire causa neve (un classico) e l’assassino si frega le mani.
Ultimamente pubblicati una trenata di libri da sollucchero: Il demone del Dartmoor di Paul Halter è un concentrato di ataviche paure (diavoli e cavalieri senza testa) e di geniale enigma con soluzione semplicissima (e proprio per questo geniale). Stupendo pure Uno di noi deve morire di Ursula Curtiss, affondo psicologico che ci tiene in sospeso e l’assassino che può essere intorno a noi. È questo? è quello? E prima o poi ci scappa la botta in testa. Il poliziotto è marcio di William P. McGivern dei nostri G.M. è il classico noir del poliziotto corrotto che per varie ragioni, in questo caso per difendere il fratello poliziotto buono, cambia pelle. Un bel lavoro (distante da certi formidabili hard boiled) sul quale si è costruito il film Senza scampo con Robert Taylor e Janet Leigh. Su Sei notti di mistero di Cornell Woolrich c’è poco da dire. Da togliersi il cappello anche se non ce l’abbiamo. Credo che sia l’unico autore a cui in vita mia abbia affibbiato un eccellente. Maestro insuperabile nel creare, in questa raccolta, incubi individuali, il capovolgimento degli eventi, scene crude e sul filo dell’assurdo dentro una cornice di sottile umorismo. A soddisfare le esigenze del lettore amante delle vicende più intrigate con sorprese ad ogni piè di pagina c’è sempre l’intramontabile Edgar Wallace con il quale ho, a mio disdoro, un rapporto conflittuale. In precedenza, per sorridere, Kaminski favoloso con Giocarsi la pelle. Racconto veloce. Rocambolesco. Situazioni comico-paradossali (il personaggio principale, Toby Peters, viene addirittura scambiato per uno scrittore ad un convegno di psicanalisti), morti ammazzati pure nell’armadio, ritmo serrato, scrittura ironica, gradevole e frizzante. In perfetta sintonia con lo spirito dell’autore poteva benissimo essere intitolato Giocarsi le palle.
Non mancano gli inediti: Casi da manuale e Tredici volte Campion di Margery Allingham, in cui compare Albert Campion. Questo strampalato personaggio (lasciatemelo dire) nasce dalla penna della scrittrice inglese nel 1929 con Crime at Black Dudley. Praticamente un intrallazzatore un po’ pazzoide che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito senza esagerare. Inoffensivo e stupidotto. Un bischero, detto dalle mie parti. A prima vista, che in realtà dietro l’apparente imbranatura nasconde un intelletto coi fiocchi. Avendo, tra l’altro, studiato a Cambridge e provenendo da una famiglia aristocratica. A confondere le acque il suo metro e ottanta, i capelli color stoppa, gli occhi celesti dietro le lenti cerchiate di tartaruga che lo fanno apparire un po’ tonto. Un ricalco, per certi versi, di Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers verso la quale si dirigeva l’interesse dell’esordiente Allingham.
Altro inedito importante Il veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014. 3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
E gli italiani? Gli italiani ci sono, ci sono. Vedi Il Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, un intrico di realtà e irrealtà, di confraternite e occultismo, di mystery e fantastico che ti scivola brividoso lungo la schiena. (La bella recensione di Piero qui). Vedi L’odore del peccato di Andrea Franco. La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846, con don Attilio Verzi che ha un dono particolare “additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Un bel personaggio. Vedi Il metodo Cardosa di Carlo Parri che mescola occultismo, documenti antichi, cultura, spunti d’amore senza cacciarsi nel palloso rosa, accenno lesbico per stare ai tempi, individuo e coralità, momenti di pausa, di riflessione e altri di adrenalinica azione. Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia e musica. Vedi altri e altri ancora (lista molto lunga).
E come non ricordare il grande G.K. Chesterton! E non tanto, e non solo, il creatore di Padre Brown (mi ricordo una bella interpretazione di Renato Rascel alla televisione) quanto i sedici racconti, otto con il poeta pittore Gabriel Gale, e otto con il signor Pound. Insomma La logica del delitto. Il primo è il detective della immaginazione. “Le mie non sono mai spiegazioni pratiche, perché io vedo prima la mente dell’uomo, e all’inizio non vedo neppure l’uomo a cui è collegata”. Un po’ strano, un po’ pazzo, insomma, capace di risolvere i misteri più assurdi perché ha “nella testa quel raggio di luna che porta le persone sulla strada della follia” ed è per questo che può seguirle. Il secondo è il signor Pound, funzionario statale, simile al laghetto di un giardino, “in superficie lindo e lucente”, ma sotto assai misterioso. Ha l’aspetto di un pesce con la barbetta, la fronte di Socrate, “miti occhi sporgenti”, talora sgranati, fissa come un gufo. Molti lo considerano una vera noia, racconta e racconta ma non va mai al sodo.
Cultura, filosofia, storia, un volo della mente, una ironia ed un sorridere leggero, quasi levigato, l’esaltazione del paradosso e la convinzione che si possa arrivare alla verità senza tanti mezzi tecnici e scientifici, senza tanta foga di indagare. Basta saper ascoltare, osservare e…immaginare.
A tutto questo (ridottissimo in breve ma ci risentiremo) si è aggiunta la collana “Sherlock” sull’altrettanto mitico Detective, curata magistralmente dal direttore di Sherlock Magazine (a cui collaboro) Luigi Pachì. E così hanno visto la luce una serie cospicua di testi che ripercorrono le gesta del duo più conosciuto Sherlock-Watson e viceversa. Nomi di affermati autori stranieri ma anche dell’italico suolo che non siamo secondi a nessuno. Come dimostra Sherlock Holmes in Italia, una serie di racconti imperniati sulle baldanzose penne dei nostri baldi connazionali.
E, insomma, ancora una volta insieme con il mitico G.M., compagno fedele di tanti viaggi e di infinite sere buie e tempestose (tanto per chiudere con un cliché).

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2016

book-toiletE cinquanta. Voglio dire cinquanta pezzi pubblicati in questa rubrica. Il mio obiettivo è di arrivare a cento (qualche lettore si strapperà i capelli) e poi tirare il calzino. Sempre che ce la faccia.
Non ce l’ha fatta, invece, Giorgio Albertazzi che ci ha lasciati, dopo lunga vita dedicata al teatro (anche alle donne, a dir la verità). Favoloso interprete di Shakespeare, mi è venuta voglia di zampettare su qualche opera dell’Autore. Così ho tirato fuori un librone sui suoi drammi e le sue commedie (1030 pagine, li mortacci…) e sono andato in quel di Ampugnano a crogiolarmi al sole. E qui, tra lo sbraitare dello scamiciato che parla da solo a voce alta (ormai lo conoscete) e lo sfrigolare di qualche aereo che prendeva il volo, mi sono buttato, fremente di ardore giovanile, a declamare tra le spire dell’essere e del non essere impersonando l’aria del grande attore. Sono tornato a casa onusto di gloria e con l’occhio in trasferta. “O che ha’ fatto, Fabio?”, “Ho letto Scepire”.
Non ce l’ha fatta nemmeno Cassius Clay e mi si stringe il cuore, lui ballerino sul ring, ridotto a vecchio tremolante di parkinson. La vita sarà pure bella (d’accordo è bella) ma a volte è anche pure stronza.
Moresco si è incazzato di brutto per essere stato buttato fuori dalla cinquina dello Strega. Un “premio truccato” ha sibilato fra i denti e poi urlato all’umanità. Du’ palle!

Partiamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
Il mistero della cassa scomparsaIl mistero della cassa scomparsa di R. Austin Freeman, Mondadori 2016.
Un inedito. Diciamo subito che non è cosa da poco. Tra l’altro di un grande autore (applauso a chi lo ha voluto e a chi lo ha tradotto).
Alla stazione di Fenchurch Street. Una cassa di legno cerchiata di ferro, sull’etichetta Dobson, proprio il nome del di chi la sta richiedendo ma con il numero sbagliato. Non è la stessa cassa contenente, tra l’altro, dei beni per un valore di migliaia di sterline. Qui, invece, c’è… viene sollevato il coperchio e Dobson quasi senza fiato “Dove posso trovare un poliziotto?”, dopodiché fugge via senza farsi rivedere. Nella cassa c’è la testa, e solo quella, di un uomo (in seguito si verrà a sapere che è pure imbalsamata).
Nel frattempo sono arrivate due persone, un americano ed un inglese che corre a chiamare la polizia. Da qui ha inizio il “caso” sorprendente. Basato, sia sul mistero della cassa scomparsa, sia sulla rivendicazione di Christopher Pippet (l’americano con giovane figlia e sorella) pronto a rivendicare il titolo nobiliare di conte di Winsborough. In pratica sembra che suo nonno Josiah Pippet, gestore di un pub nella City di Londra, sarebbe stato solo un nome fittizio per nascondere l’identità del suddetto conte che appariva quando spariva l’altro e viceversa.
Poi si passa nella casa del nostro dottor Thorndyke (non c’è bisogno di presentazione) dove troviamo l’amico Brodribb, il sovrintendente Miller, l’assistente di laboratorio Polton e il dottor Jervis che racconta questa parte della vicenda. Brodribb  è il procuratore legale del conte di Winsborough ed esecutore testamentario il cui erede sarebbe il giovane Giles Engleheart. Dunque si prospetta una lotta dura in tribunale tra il poco raccomandabile avvocato Horatio Gimbler, che difende Pippet, e lo stesso Thorndyke che accetta di rappresentare gli interessi di Giles. La cosa più semplice è quella riesumare la tomba del fu Josiah Pippet per vedere se la sua è stata una morte fittizia o meno…
E qui mi fermo. Praticamente uno scandaglio nella complessa legislazione inglese, un susseguirsi di eventi che si intrecciano con una partita di piombo e di platino sparita da una nave, una serie incredibile di falsi indizi sparsi ad arte nei momenti cruciali, insieme a qualche battuta sull’americano e sui moderni mezzi di comunicazione del tempo.
Raccontato dall’autore e, in parte, dal dottor Jervis che tratteggia, ammirato, la figura del dott. Thorndyke. Anche in questo libro, come negli altri di Freeman, sempre grande attenzione è riservata al metodo scientifico che si avvale dei moderni mezzi di ricerca del tempo, vedi il microscopio differenziale o comparatore, per scoprire trucchi e inganni attraverso dei veri e propri piccoli trattati (relativi alla chimica, alle qualità della polvere, dell’inchiostro, del piombo, del platino, del corpo pittuitario e così via) dentro una storia incredibile, complessa e affascinante delineata lungo una scrittura meticolosa (un po’ di pazienza ci vuole) che si chiude in nome dell’amore. Altrimenti i giovani che ci stanno a fare.

La morte in vacanzaLa morte in vacanza di Janice Hamrick, Mondadori 2016.
“Il cadavere giaceva bocconi nella sabbia accanto ai giganteschi blocchi di pietra della grande piramide di Chefren.” Trattasi di Millie Owens “inguaribile ficcanaso” e “capace di far saltare i nervi anche ai santi del paradiso”, secondo chi racconta gli eventi in prima persona, ergo Jocelyn Shore (divorziata) insegnante di storia al liceo in quel del Texas, e parte di un gruppo di venti persona in vacanza per i tesori dell’Egitto. Millie Owens sfracellata al suolo durante un’ascesa alla piramide. Si rivelerà un omicidio.
Gruppo di turisti eterogeneo con la cugina Kyla (sembra sua sorella) “un pitbull senza pelo”, un paio di svampite, qualche coppia, due ragazzini turbolenti, la guida, il suo capo e il Bello. Sì, Alan, il bello e fascinoso che farà guerreggiare le due cuginette. La cosa si complica con la scoperta da parte di Jocelyn della borsa di Millie piena di roba rubata e di una agendina dove si fa riferimento a certi diamanti e alla possibilità del loro contrabbando. All’albergo dove era stata anche Agatha Christie che un omaggio alla regina ci vuole.
Dunque Alan, già detto, un Aladino che ne vuole sapere troppe, una nipote che non è la stessa di prima, qualcosa di strano e poco chiaro tra i componenti del gruppo, mentre si ammirano le bellezze naturali e quelle dell’uomo (Giza, Assuan, Abu Simbel, Edfu, le piramidi, la Sfinge, la Valle die Re, il tempio di Karnak ecc…) e tutta la gente pittoresca che si muove intorno a loro: venditori, mercatini, contrattazioni (perché chiedono alle due cugine se vengono dallo Utah?), una bella collana per pochi soldi, un altro omicidio con le modalità del primo.
La stessa Jocelyn si troverà in pericolo, un party, un colpo in testa, la collana che sparisce, non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di Alan e anche Kyla potrebbe essere invischiata in qualcosa di losco. Intanto il Bello e Jocelyn… chissà che non ci scappi qualcosa.
Un giallo misterioso intriso di sospetti infiorettato rosa, ricco di movimento, e un’utile guida turistica dell’Egitto scritti con brio e leggerezza.

La congiura di San DomenicoLa congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein lo abbiamo già trovato ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio (mi ricorda, in questo caso, don Attilio Verzi di Andrea Franco). Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità.
E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto. Ucciso il giovane padre inquisitore fra’ Consalvo nella Basilica di San Domenico, pugnalato alla schiena con un prezioso Cristo d’argento dorato staccato dalla croce e accanto un gatto nero strangolato con il cordone del saio. Altro fatto inquietante quello dell’Erbolaia, ovvero Maria di Bezzo, ritenuta una strega, accusata di avere rapito un bambino, torturata e infine fuggita dalla prigione insieme alla sentinella. E sembra che il morto ammazzato abbia avuto un colloquio con la suddetta. Che ci sia un legame tra i due fatti?
Ancora un omicidio (e non sarà l’ultimo) quello di padre Mattia Rozzi della canonica di Santa Maria Celeste imbavagliato e sgozzato. Uomo ricco invischiato in affari poco puliti. Le indagini della “Sentinella” saranno, dunque, lunghe e difficili, in stretto rapporto con il pontefice Giulio II “temerario, impulsivo, orgoglioso, irascibile e prepotente, ma anche un diplomatico e un uomo d’armi”. E pure un’ottima forchetta, aggiunge il sottoscritto, se si butta su cibi saporiti (quali ravioli bianchi senza sfoglia, maltagliati al sugo, pasticcio di lepre, coscio di capriolo arrosto, cappone marinato alla griglia etc…) innaffiati di Sangiovese, Trebbiano o Pignoletto (mica male e mica scemo). E accanto a lui una caterva di personaggi storici illustri e meno noti come Michelangelo Buonarroti, Ippolito e Alfonso d’Este, Angela e Lucrezia Borgia, Marcantonio Colonna, Ercole Bentivoglio, Ginevra Sforza e tanti altri (una loro lista all’inizio ci sarebbe stata bene) a ricreare l’atmosfera dei primi anni del ‘500 fatta di alleanze, lotte di potere, intrighi, tradimenti, attentati (ne sarà vittima anche il Papa), feste e festini, banchetti, caccie, amori e sesso, lussuria, lascivia, pedofilia, matrimoni combinati spesso infelici.
E in questo mondo di splendori e di miserie il nostro Julius conduce la ricerca della verità con tutte le armi possibili, dalla memoria eccezionale al travestimento fino al servizio di una banda di ragazzi muniti di fionde e occhi acuti per sorvegliare certi infidi stranieri. Se c’è da rischiare in prima persona si rischia senza tema del pericolo,  e se c’è da fare un po’ di sesso lo si fa che la Sentinella attrae prepotentemente le grazie femminili.
Una ricerca storica accurata, precisa e bene amalgamata con la fantasia dell’autrice che si affida a capitoletti brevi, per non creare fastidiosi appesantimenti, e ad un movimento via via sempre più veloce fino allo scontro conclusivo. Una vicenda ricca di fatti, dubbi, assilli, tensione, svolta con una scrittura attenta e priva di svolazzi retorici.
Alla prossima.

Rebus indecifrabiliRebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.
Per non occupare troppo spazio restringo al minimissimo (se si potesse dire). Ventinove racconti. Personaggio principale John Rebus, ispettore di Edimburgo del 1947 (se non sbaglio), arruolato nell’esercito, finito nei paracadutisti della SAS, esaurimento nervoso e convalescenza, poi nella polizia, ex moglie Rhona che vive a Londra con la figlia Samantha, fratello minore a Kirkcaldy. Manifesta senza problemi le sue simpatie e antipatie di lettura (un libro di Hammet lo definisce “Decisamente campato in aria”), ama il cruciverba, il jazz ma non la musica country, grugnisce, si incavola di brutto, sbatte le porte, whisky e birra a go-go,  ricordi, ricordi, e ricordi, della ex famiglia, dei genitori, degli amici, di criminali, di una ragazza con cui, forse… il ballo, il destino, scelte diverse… alla fine in qualche bar o pub con il bicchiere in mano mentre là fuori la notte è “piena di possibilità e incidenti, di casualità e destino, di pietà e paura.”
C’è John Rebus, dicevo, soprattutto come uomo con la sua complessa personalità; ci sono gli altri personaggi, poliziotti e criminali sbalzati magnificamente; c’è la città di Edimburgo vista nei suoi molteplici aspetti e nella sua evoluzione (spesso con i tifosi del calcio per strada); c’è il morto ammazzato e l’assassino, ci sono tutti i trucchi del mestiere sedimentati da secoli di letteratura poliziesca per coinvolgere il lettore e depistarlo. Ci sono cinquecento settantuno pagine in genere di buono e ottimo livello. Scrittura pulita, semplice, senza inutili sbavature e ampollosità con momenti di vario sentimento, dalla rabbia, all’angoscia, alla malinconia, al simpatico sorriso. Essenziale. Ecco, “essenziale” è proprio l’aggettivo giusto. E non aggiungo altro per rispetto all’aggettivo.

Uno strano caso per il commissario CalligarisUno strano caso per il commissario Calligaris di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2016.
La linea che pervade la storia è quella dell’ironia e del sorriso. A partire dalla nostra Adalgisa Calligaris nella III C della scuola media “Pinturicchio” di Rivorosso Umbro, vista con la sua “manozza quadrata da carpentiere nano” e con la sua figura da “parallelepipedo basso”, pronta a rivalersi durante l’interrogazione (insomma la bruttacchiona intelligente). La ritroveremo, adulta, dopo un po’ di peripezie, proprio in questo paese come commissario, per seguire la sua mamma, mettere in ordine l’ufficio e inquadrare con piglio sicuro i suoi sottoposti, evidenziati nelle loro caratteristiche peculiari (tra cui il solito corteggiatore inflessibile) e nelle loro vicende personali a dare concretezza di vita.
Paese tranquillo questo Rivorosso Umbro. Un solo delitto, furti di bestiame, piccoli atti vandalici, cose di scarsissimo conto. Praticamente un mortorio. Fino a quando il morto ammazzato arriva per davvero. Una cittadina americana con un colpo di pistola alla tempia. Per mano sua o di altri si saprà in seguito. Trovata da una coppia di amanti. Allora ecco in azione il magistrato incaricato e il medico legale, quel Carlo Petri “l’amore impossibile della sua travagliata esistenza” che l’aveva tormentata fin dai banchi della scuola (e lì tutti, curiosi, a vedere come andrà a finire).
Le indagini si indirizzano su chi ha trovato il cadavere e verso il centro di benessere psicofisico “La Rosa e l’Ortica”, meta di clienti da tutto il mondo dove la stessa defunta, fotografa, aveva preso alloggio. Indagini che portano allo scoperto i misteri di un paese resi più concreti (e in parte buffi) dal dialetto del luogo e i misteri dei villeggianti presso il suddetto centro. La costruzione della storia segue itinerari già ben conosciuti: un quadro di valore sparito, altri due morti ammazzati, la pistola omicida che non si trova, uno scrittore che lavora su qualcosa di pericoloso e una frase minacciosa “Io sono il passato che ritorna” a rendere più complicato il busillis. Ultimo atto alla Poirot, dopo che si è accesa la lampadina con una botta di culo (letteralmente una caduta per terra), che la nostra Adalgisa è fan sfegatata dell’Agatha internazionale e ne vuole seguire i dettami. Ergo riunione generale dei sospettati dove si piazza il colpo finale, in una storia pervasa, come già detto all’inizio, dall’ironia e dal sorriso con qualche pericolo di cadere nel macchiettistico (a volte ci si cade).
E Carlo? Voglio dire il bel Carlo Petri e la non bella Adalgisa che fanno? Perché c’è un discreto fascio di fiori colorati per lei…
Buona lettura

Fragili veritàFragili verità di Bruno Morchio, Garzanti 2016.
Genova, estate 2015. Caronte, anticiclone tropicale e caldo boia. Morto per un incidente d’auto Cesare Almansi, amico dell’investigatore Bacci Pagano legati, un tempo, da “certezze granitiche” e “asserzioni definitive” che non esistono più. Ora “la verità è un’essenza fragile, da maneggiare con cura”. Un colpo di sonno o altro? (niente segni di frenata).
Bacci Pagano, dunque, investigatore privato, cinque anni di carcere per terrorismo e sei mesi “imbragato in una gabbia ortopedica a giocare a scacchi con la morte” (gli scacchi, mia passione, dappertutto), invischiato in una brutta storia con il suo amico. Gira su una vespa amaranto (mi ricorda il freelance Radeski di Paolo Roversi, la cui vespa, però, è gialla), separato dalla moglie con figlia Aglaja in vacanza insieme al fidanzato Essam. È chiamato dai signori Selman per ritrovare il loro figlio adottivo sedicenne Giovanni preso dalla Bolivia, il cui vero nome era Bernardo (perché è stato cambiato?), la madre morta giovanissima, il padre ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito (più avanti la sua storia vera e complicata). Per ritrovarlo occorre l’aiuto dell’amico Pertusiello, ex poliziotto in pensione, comunista di ferro.
Giovanni è ritrovato, vive insieme ad un pusher e spaccia droga di ottima qualità, “forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane”, con il pericolo di scontrarsi con la mafia, mentre aumentano le liti tra i genitori adottivi che si lanciano accuse reciproche, per non essere riusciti a capire le problematiche del figlio. Bacci Pagano ad indagare in giro per Genova (ma anche in Versilia), con i suoi quartieri diversi, le sue strade, la sua popolazione tra un bicchiere di Chianti e la tagliata.
Ricordi e ricordi della sua vita, della “Rivoluzione mancata infarcita di sogni e illusioni” e ora la sua opera di psicologo (materia, questa, dell’autore) per ricompattare la famiglia Selman avviluppata nelle paure e nei nascosti sentimenti.
In concreto un libro sugli ideali rivoluzionari ormai morti “senza l’assillo di inseguire il fantasma della felicità”, sulle difficoltà dell’adozione, sia da parte degli adottanti che dell’adottato (il suo mondo passato che sempre incombe), sulla forza che danno i figli a tirare avanti, in particolare Aglaja allo stesso Bacci Pagano. Sulle fragili verità dell’esistenza che offrono il titolo al libro. Un senso di malinconica spossatezza e disillusione pervade tutta la storia. Con lieve sorriso finale che la vita continua.

Spiluzzicature
Il cadavere in pantofole rosseContinua la rinascita della Polillo attraverso Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, pubblicato nel 1936 con il detective dilettante Philip Tolefree alle prese di un dubbio suicidio. Lo avevano già trovato ne I fatali cinque minuti, sempre della stessa casa editrice del 2007: “Tolefree era un uomo di media altezza, dai capelli scuri, sempre ben rasato, con un viso piuttosto simpatico e – quando era divertito – un sorriso davvero piacevole. Con il suo abbigliamento curato e discreto, e i suoi modi pacati, lo si sarebbe potuto prendere per qualunque cosa, un avvocato, un funzionario statale di alto grado, un insegnante. Non aveva nulla dell’investigatore, reale o romanzesco. Il che non significa che avesse una personalità incolore, ma semplicemente che non portava addosso nessuno dei segni tipici di una specifica professione.” Da leggere entrambi i libri con calma, con molta calma…

La strategia di BoschUn classico di Bosch non si può perdere. Vedi La strategia di Bosch di Michael Connelly, Piemme 2016, tradotto magnificamente da Alfredo Colitto. È un Henry Bosch con i suoi annetti sulle spalle alle prese con la moderna tecnologia digitalizzante che accetta come inevitabile parto del progresso. Un po’ malinconico, un po’ stanco ma sempre pronto a scattare per la giustizia. Questa volta se la deve vedere con il mondo dei latinos che spadroneggiano a Los Angeles con tutti i casini di questa città tra bande assatanate, corruzioni e intrallazzi politici (sembra di essere a Roma). Ma lui è duro. Ce la farà?…

Altra bella traduzione di Colitto (sempre per le pagine lette nella solita libreria di Siena) si trova in Ai morti non dire addio di Brian Freeman, Piemme 2016. Con il detective Jonathan Stride scosso ancora, pur dopo nove anni, dalla perdita della moglie Cindy (confortato, solo in parte, dal nuovo amore di Serena). Il presente, rapimenti di donne, e il passato, una vecchia indagine forse trattata un po’ superficialmente, a confronto. Ma lui è tosto…

Un giretto tra i miei libri
Questa notte da qualche parte a New YorkUna sigaretta fra le dita, una figura ossea che sembra stare in piedi per miracolo, uno sguardo allucinato. Ecco Cornell Woolrich. Anzi, per essere più precisi, Cornell George Hopley Woolrich. Che ogni tanto ritorna alla ribalta (mai dimenticato) con tutto il suo mondo diabolicamente nero. Per esempio in Questa notte, da qualche parte a New York, Kowalski 2009.
Una antologia di racconti, una parte di un romanzo e due capitoli di una autobiografia mai pubblicata. Il tutto curato amorevolmente da Francis M. Nevis con note succose alla fine del libro.
Il mondo nero, dicevo, che avvolge i protagonisti di queste storie, li prende, li afferra, li sballotta a suo piacimento. Gli strani casi del Destino: essere nel punto sbagliato al momento sbagliato, il ribaltamento delle situazioni iniziali, l’amore, l’odio, l’accendersi di una speranza, la delusione, e ancora l’amore sbocciato quasi per caso, la forza d’amore, l’amore esaurito, terminato, finito, il distacco, la solitudine che è “uguale in tutto il mondo”, la tensione che cresce, l’assillo, la paura, l’assassinio, la gioia che si trasforma in orrore, la disperazione di sentirsi in trappola, la rabbia, la lotta, gli sforzi disperati di uno scrittore. E altre cose ancora.
La prosa scivola via come nata da se stessa, entra veloce nella mente e nell’animo e ti porge tutte intere le domande su questa vita così strana e misteriosa, un intrecciarsi di eventi casuali dove una piccola luce si accende a intermittenza per poi spengersi e far cadere tutto nel buio della disperazione.
Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato, lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito. E si scopre, come ha ben scritto Ellroy “ quale è la forma dell’agonia”. Lenta e mostruosa. Straziante.

Sangue in sala da pranzoSono un istintivo. Appena adocchiato Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein, Sellerio 2011, un piccoletto marroncino chiaro in bella mostra alla Feltrinelli di Siena, visto e preso. Leggero, tascabile, poche pagine, l’ideale per portarmelo al solito posto e leggerlo mentre cammino. I mallopponi che stiano lì impalati sugli scaffali come stoccafissi!
L’istinto spesso mi premia ma qualche volta mi buggera. Leggero, tascabile, l’ideale ecc… ma almeno leggibile. No, mi spiego, non è che la nostra Stein non sappia scrivere. Tutt’altro. È che vuole scrivere in un certo modo influenzata dalla esperienza cubista (amica di Picasso) e dadaista. Un modo ripetitivo, frammentario, come se tentasse di raccontare gli avvenimenti ogni volta senza riuscirci.
Ho capito qualcosa dalla “Prefazione”. Di solito la ritengo inutile e noiosa, ma in questo caso l’ho abbracciata come si abbraccia, piangendo di gioia,  uno che ci salva dalle sabbie mobili. Siamo nella casa di campagna della Stein, a Bilignin (valle del Reno), una confusa estate del 1933 durante la quale si alternano gli ospiti e avvengono strani incidenti: vedi il sabotaggio di due automobili, la morte improvvisa della moglie di un albergatore lì vicino sfracellatasi nel cortile dell’albergo, cadendo dal quinto piano e quella di una vicina uccisa con due proiettili nella testa.
Dicevo un ripetere continuo e assillante delle stesse frasi, ricordi affastellati rivolti ad una certa Lizzie, la storia vera fatta a brandelli che rimane sotto traccia, piccoli tocchi, domande, dubbi, visioni, una sfida continua con la scrittura che può andar bene in certi momenti della vita, quando si ha voglia di elucubrazioni (ho scartato l’altra parola) mentali. Poco adatta, invece, come nel mio caso, quando si preferisce una lettura semplice e comprensibile. Questa volta l’istinto mi ha fregato.

Passiamo, ora, alla nostra inarrestabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Lo strano caso dell'orso ucciso nel boscoLo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, Newton Compton, 2016.
«Bruna sapeva che quell’uomo prima o poi avrebbe cercato di assassinarla. Faceva parte del gioco, era scritto nel destino di chi, come lei, conduceva un’esistenza addomesticata. Da giorni nel ventre le pulsava un male feroce, un fagotto scoppiato all’improvviso, come se avesse ingoiato un nido di calabroni. Vacillò. Bruna che era sempre stata agile, leggera, cadde pesante sulla neve. Il motore della sua vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Arrivata all’improvviso. Voluta da lui». Un orrendo rompicapo e una nuova difficile indagine per il commissario Marzio Santoni, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, corpo atletico, l’affascinante commissario di Polizia, amato dalle donne e protagonista cult della serie di gialli di Franco Matteucci, due volte finalista al Premio Strega.
Un caso poliziesco da squadra omicidi e, contemporaneamente, un giallo ambientalista per il bio-detective di Valdiluce, dotato di un olfatto straordinario e soprannominato Lupo Bianco per la sua rusticità e fiera indipendenza. Quello che, neve, ghiaccio o tempaccio che sia, si sposta sempre con la sua vecchia Vespa ereditata dal suo padre Alfredo, il boscaiolo e che divide la sua abitazione con una colonia di formiche, esperte sentinelle meteo, il topo Mignolino e il riccio Arturo con, sempre al fianco, a far da spalla, il pacioso ma sveglio e irrinunciabile vice Kristal Beretta, drogato dai cioccolatini Mon Cherì Ferrero.
Nell’ondulato vallone a nord di Valdiluce, si è scoperto uno spaventoso animalicidio. L’orsa Bruna è stata barbaramente avvelenata assieme ai suoi tre cuccioli di pochi giorni. Il suo corpaccione e stato ritrovato abbrancato, con le unghie conficcate nel tronco di un albero e, accanto al cadavere, è stato abilmente inciso, servendosi di un coltellino svizzero, un cuore con all’interno il nome della vittima e un segno… La lettera greca Omega, oppure? Comunque l’assassino ha lasciato la sua firma, perché quel segno sarà destinato molto presto a tornare in scena e a istillare l’angoscia negli scoscesi sentieri del paesino di montagna.
Ma Marzio Santoni, Lupo Bianco, scarta immediatamente il termine animalicidio e valuta l’uccisione di Bruna solo come un crudele e disumano omicidio. E, in seguito, quando sempre la stessa lettera, a mo’ di minacciosa firma incisa sulla corteccia staccata dagli alberi, verrà puntualmente ritrovata anche sulla scena di altri crimini, si presenta l’orrenda ipotesi di un serial killer in preda a una sanguinaria follia che vaga e colpisce impunito e invisibile perché coperto da una sciocca e omertosa coltre valligiana. Un killer che continua a sfidare la polizia, che usa la montagna e i suoi segreti come proprio terreno di caccia, uccidendo senza pietà e che, pur di esibirsi a ogni costo, è pronto anche a rischiare. Cosa si nasconde sotto la neve della Valdiluce? E poi la sua firma o segno che pare l’Omega greca, farebbe invece parte delle millenarie tradizioni elfiche locali…?
Ambientazione straordinaria, ritmo incalzante e ben calibrato, storia molto coinvolgente, arricchita da un complesso intreccio che sa fondere molto bene realtà e mitologiche fantasie. E noi, ormai formiche, Mignolino e Arturo dipendenti, aspettiamo il seguito.
La Nostra ci consiglia anche Libertà di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Einaudi 2016, e Insospettabili di Riccardo Perissich, Longanesi 2016.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2016

Buon compleanno, Fabio!

buon compleanno FabioQuesto mese inizio con gli auguri a Fabio Lotti, che il 1° maggio ha compiuto “cifra tonda” (non dirò quale). Ti auguro mille di questi giorni e diecimila libri ancora da leggere e recensire!
E adesso, via con il pezzo di Fabio.

Quattro anni insieme. Un ringraziamento ad Alessandra che mi ha dato l’opportunità di scrivere su questo blog e ai lettori che mi hanno seguito. Affidare una rubrica ad un vecchietto è sempre pericoloso. Ricordi nostalgici e patetici del vissuto, battutine ridanciane da barretto dello sport, pseudo filosofia mortuaria da quadrupede omologato per la bara. E via, e via, e via. Tanto di cappello per quelli rimasti. Un ringraziamento anche a coloro che non mi hanno letto. Ma sì, crepi l’avarizia.

Il dibattito sul noir italiano sta diventando sempre più articolato. Sulla sua voglia di affondare il coltello nella società sozza e nella ormai cancrenizzazione del male (inteso in senso lato) dove tutti si buttano alla ricerca spasmodica del dio denaro con ogni mezzo possibile, corruzione compresa, quando va di lusso e non ci scappa il cadavere controvoglia. Vedi i libri di Massimo Carlotto sulla cosiddetta “zona grigia” (malaffare e criminalità in contatto con i vari poteri) che vi ha dedicato passione e competenza, senza però allontanare la critica di una certa stanchezza ripetitiva che sembra assumere sempre di più le sembianze di uno stramaledetto reality. E allora occorre andare oltre, il romanzo non solo come denuncia della crisi ma, soprattutto, strumento di lotta, arma del “conflitto” in grado, sia di raccontare questa benedetta realtà gabinettara, sia di modificarla attraverso il cambiamento, la dinamicità e la speranza, parole chiave del nuovo corso noir (miezzeca!).

Colpo di genioNoi voliamo un po’ più bassi partendo dagli imprescindibili G.M. Il curatore, o i curatori della collana, fanno davvero delle scelte oculate. Dopo Il respiro del diavolo di Tessa Harris, dalle tinte forti e cupe, ecco Nero Wolfe colpo di genio di Rex Stout, Mondadori 2016, di una eleganza perfetta (anche se mortuaria). Ed il sottoscritto è favorevole alla varietà di letture.
Colpo di genio
Cena annuale per i Dieci dell’Aristologia, insomma degli appassionati della buona tavola. Cuoco Fritz Brenner e dunque tra gli invitati Nero Wolfe e Archie Goodwin che racconta la storia. Dodici fanciulle come coppiere fatte apposta per l’ultimo citato. Prima portata “cannoli spolverati di cipolline tritate, coperti di caviale e sormontati di panna agrodolce.” Ottimo e abbondante per tutti ma non per Vincent Pyle che ci tira il calzino. Qualcuno ha messo l’arsenico nella sua porzione. Sembra facile scoprirlo, basta sapere chi l’ha servito ma non è così. L’affare è complicato e Wolfe si sente perfino in colpa. Tra un ruggito e l’abbaiare dell’ispettore Kramer ecco che il Corpulento prepara un bel tranello all’assassino…
Nero Wolfe preso al lazo oppure Come volevasi dimostrare
Ancora una volta Nero Wolfe fuori casa. Per un pranzo, naturalmente, ovvero per due dozzine di fagiani del Montana, altrimenti non ci si smuove dalla sua poltrona. Qui pure Archie Goodwin che sta ascoltando una rivelazione di Cal Barrow. Questi ce l’ha a morte con un certo Wade Eisler, partecipante alla festa (una specie di gara col lazo) che ha “tentato”, come al solito, con una signora. Si troverà in un brutto guaio quando sarà lui stesso a scoprirlo cadavere strozzato in un ripostiglio proprio dal lazo che aveva perduto. L’organizzatrice della festa ingaggia Wolfe per risolvere il caso prima della polizia. Scontri con Kramer, baruffa fra donne, un’autoaccusa poco credibile, quattordici ore in cella per il nostro Goodwin. Classica riunione finale con smascheramento dell’assassino.
Assassinio indiretto oppure Archie Goodwin e il metodo numero tre
Qui troviamo Archie Goodwin dimissionario perché Nero Wolfe non vuole esaudire una sua richiesta. Mentre esce dalla famosa casa di arenaria della trentacinquesima strada, ecco l’incontro con una certa Mira Holt. Dal suo racconto astruso viene fuori che nel taxi da lei guidato c’è un cadavere di una donna, Phobe Arden, pugnalata con un coltello da cucina e avvolta in un telone da canapa. Ce l’ha trovato, dice lei, durante una sua assenza, ma l’ispettore Cramer non le crede. Le crede, invece, Nero Wolfe. Questione di soldi o di cuore?
Tre racconti di Rex Stout svolti con la solita arguzia, finezza e ironia che ben conosciamo nei confronti soprattutto del “ciccione” (viene apostrofato anche così) interessato solo alle delizie della cucina (altrimenti non si sposta di un millimetro), dell’irascibile ispettore Kramer con i suoi grugniti e ruggiti, dello stesso Goodwin narratore scodinzolante dietro le belle ragazze, caffè al mattino, copia del Times, pane tostato con miele. Il tutto basato su dialoghi scoppiettanti. Nero Wolfe impoltronato (mio conio) con il suo bicchierone di birra e la mente vigile a ricostruire la storia nei minimi particolari e a scoprire i punti deboli degli indiziati in cerchio intorno a lui. Al bisogno Fritz, pagato profumatamente, che scodella le sue virtù culinarie.
Lettura fresca e pulita come un lenzuolo steso al sole (mi è venuta così).

I dodici delitti di Natale di Rhys Bowen, Mondadori 2016.
I dodici delitti di NataleDal 14 dicembre 1933 al 1 gennaio 1934. A Castle Rannoch tra le cupe brughiere scozzesi si trova intrappolata, lo dice lei stessa, Lady Georgiana Rannoch (Georgie), aristocratica senza il becco di un quattrino accudita, si fa per dire, dalla signorina Queenie sua domestica svampita che ne combina di tutti i colori. Tra parenti serpenti (la vogliono maritare per forza) non si trova certo a suo agio, allora via come donna di intrattenimenti in una casa di campagna a Tiddleton-under-Lovey, villaggio del Devon appollaiato “ai piedi di una vetta rocciosa coperta di neve”. Un paesaggio da cartolina, secondo la “particolare” domestica, che si tingerà presto di rosso: un vicino ucciso dal suo fucile dopo essere scivolato giù da un pero; un altro caduto da un ponte e affogato; la vecchia signorina Effie (una di tre anziane sorelle) morta soffocata dal gas. Incidenti o delitti?
Per completare il quadro abbiamo tre prigionieri evasi dal carcere del Dartmoore (che c’entrino in qualche modo nella vicenda?), la maledizione di una strega bruciata sulla pira che ad ogni Natale sarebbe tornata a vendicarsi, lo scemo del villaggio Willum e la selvaggia Sally che danza al chiaro di luna ritenuta in possesso di poteri magici.
Arrivati anche il nonno e la mamma con diversi matrimoni alle spalle, gli americani Wexler insopportabili (ironia su di loro) e poi via via tutti gli altri tra cui Darcy O’Mara, il fidanzato che Georgiana che non può sposare perché di religione cattolica. Però, intanto, un bacio si dà lo stesso e, se non fosse per l’arrivo inopportuno di Queenie, ci scapperebbe pure qualcosa di più sostanzioso.
Nel frattempo continuano ad aggiungersi altre morti sospette (tra le quali una centralinista fulminata dalle cuffie, pensate un po’) insieme a certi strani incidenti che danno del filo da torcere all’ispettore Newcombe, coadiuvato dal nonno di Georgie della polizia metropolitana in pensione. A questi si aggiunge la nostra spiantata aristocratica che vuole vederci chiaro e già qualcosa di “fugace, troppo fugace” le passa per la testa fino a quando la lampadina si accende e… di mezzo una filastrocca, un vecchio processo, qualche personaggio che non sembra essere quello che dice (occhio a certi particolari).
Paura, movimento, pericolo anche per Georgiana con finale spasmodico nella palude. Il tutto tra colazioni, pranzi, cene, canti, bevute, il ballo in maschera, l’amore e, direi, anche l’istinto sessuale fra i due spiantati che, per un verso o l’altro, non può avere libero sfogo. Improrogabile citazione di Sherlock Holmes.
Prosa garbata, ironica, gradevole.

Sherlock Holmes e il mistero del Sussex di Amy Thomas, Mondadori 2016.
Sherlock Holmes e il mistero del Sussex“Cari Holmes e Watson…”, una lettera di Irene Adler, la Donna (un tempo nemica di Sherlock e ora sua amica, apicultrice nel Sussex) ai nostri beniamini insieme ad una lattina di colofonia per il primo e il miele per il secondo. Praticamente la richiesta di aiuto per risolvere il caso della scomparsa di James Phillimore, proprietario di una fattoria, sposato con Edith e padre di Elizabeth (Eliza). Come afferma la moglie, durante la cerimonia nuziale tra Edward Cox Rayburn e Julia Ellworth Stevenson in quel di Fulworth, “È giusto entrato a prendere il suo ombrello, e poi… poi è sparito”.
Subito in azione Holmes mentre Watson rimane, per il momento, a corteggiare la signora Willow (che poi scapperà con un prete allargandoci la bocca al sorriso). Lo ritroveremo più avanti accanto al Nostro con la sua “faccia rubizza impreziosita da un paio di baffi”, per insinuarsi nel cuore della burbera cuoca dei Phillimore e strapparle qualche segreto (si insinuerà anche in quello della signora Turner, governante di Irene, con scopi più personali).
Il cadavere di James viene trovato in seguito nella rimessa della fattoria, seduto sul calesse, avvolto in una coperta con un foro di pallottola in fronte. Ad indagare il “tronfio come sempre” ispettore Greaves irritato dalla presenza di Holmes (ha avuto uno scontro precedente con lui) e il duo Irene-Sherlock (a cui si aggiungerà Watson) attraverso le loro voci narranti, in prima e in terza persona. Su quest’ultimo il solito repertorio del violino che suona divinamente (conosce bene Niccolò Paganini), il travestimento insieme al dottore, i momenti di riflessione, qualche ricordo tenero d’infanzia, il  fascino sulla Donna che ne resta completamente rapita: “Holmes, lei è un eroe, che lo voglia no.”  Proprio il rapporto fra i due qui viene approfondito, essa è cambiata, seppure sempre “indipendente e volitiva” (Pachì) e se ne accorge proprio l’Investigatore quando vede in lei tenerezza, libertà “una pace interiore che in precedenza le erano assolutamente estranei.” (e noi lì pronti a vedere se ci scappa qualcosa di più concreto fra i due).
Ma chi ha ucciso James? Chi lo voleva morto e perché? Sospetti (ce ne sono diversi), dubbi (addirittura che la moglie sappia qualcosa), intrighi, scandali, un ricatto, la scomparsa della stessa Eliza (consolata da Holmes “eccellente narratore di favole”), il concitato finale. Tutto il romanzo, scritto in maniera “semplice” ed efficace, si basa sul tema dell’Amore, l’Amore che sbaglia, l’Amore che perdona e vince. Almeno per una volta.
Come scrive Luigi Pachì in “Sherlock Holmes e Irene Adler ancora una volta insieme”  la cosa non finisce qui perché “È nostro obiettivo concludere la trilogia nel corso dei prossimi mesi pubblicando anche il terzo titolo, The Detective, the Woman and the Silent Hive, uscito all’estero nel corso del 2014.”
Alla prossima.

Arsenico di Richard Austin Freeman, Polillo 2016.
ArsenicoGià letto secoli fa ma riletto volentieri, anche per dare una mano alla Polillo che si sta riprendendo dopo un momento di crisi. Chi racconta la storia in prima persona, un po’ come il dottor Watson, è l’avvocato Rupert Mayfield. La storia di un morto avvelenato con l’arsenico, più precisamente il malato cronico benestante Harold Monkhouse, mentre la giovane moglie Barbara è lontana. Tutto sta in una boccetta di medicinale che alle sei del pomeriggio di martedì 12 settembre conteneva pochissime gocce di Liquor Arsenicalis ma alle dieci e mezzo, durante l’ultima dose data, ne conteneva in grande quantità. Letali, come testimoniato dalla autopsia voluta dal fratello di Harold, il reverendo Amos Monkhouse, per nulla convinto della sua dipartita.
Dunque il verdetto del processo (esposto nei minimi particolari con lunga sfilata di testimoni e con puntuale tecnicismo) è morte per avvelenamento di arsenico somministrato da una o più persone sconosciute. Insomma la medicina è risultato il mezzo principale di somministrazione del veleno. Ma come è stato introdotto il veleno in quella medicina e chi è l’assassino?
Bella gatta da pelare per il dottor Thorndyke chiamato in aiuto da Rupert. Comunque i sospetti si riversano sulla moglie, sulla bella fanciulla adottata Magdalene, sul segretario Wallingford infatuato di Barbara. Soprattutto su quest’ultimo che fa uso di droghe e si trova sempre a seguire qualcuno. A ciò si aggiunge la storia dello stesso Mayfield e la perdita di Stella morta per tubercolosi, un’orfana adottata da Rupert, amica stretta di Barbara, che getterà una luce chiarificatrice sul presente caso.
Racconto preciso, puntuale, scientifico, con l’avvocato che a volte si trova in imbarazzo di fronte alle idee e alle iniziative di Thorndyke tali da sembrare “più del ciarlatano che dell’investigatore.” (si dovrà ricredere). Un vero e proprio trattato sull’avvelenamento da arsenico esplorato nei minimi dettagli attraverso una scrittura che scivola via felice anche quando trattasi di un momenti carichi di tensione: la nebbia, la figura nell’ombra, i pedinamenti, spunti su certi quartieri oscuri di Londra brulicanti di vicoli e passaggi, un pacco che potrebbe nascondere una trappola mortale. Non manca lo spunto sulla mentalità maschilista del tempo (anche oggi non si scherza) nei confronti delle donne che vogliono fare i lavori come gli uomini con elogio di Madeline così dolce e gentile “un mirabile esempio di donna tradizionale… occupata nelle tradizionali attività che per millenni sono state associate al suo sesso.” Qualche tratto amoroso (c’è pure un bacio) e… occhio a certe candele!
Colpo finale che un po’ ce lo eravamo immaginato, senza nulla togliere alla bontà del lavoro. Un classico che rimarrà nella storia come L’impronta scarlatta e L’occhio di Osiride.

Il bazar dei brutti sogni di Stephen King, Sperling & Kupfer 2016.
Il bazar dei brutti sogniButto giù all’impronta. Venti succosi racconti. Il primo bello sì, ma senza grande entusiasmo (invece il preferito di King e, mi immagino, dei lettori). D’altra parte de gustibus con quel che segue. Il fantastico, o l’horror fantastico, chiamatelo come vi pare, va bene (per me) se non è troppo ripetuto. Altrimenti un po’ mi ammoscia. Vedi, appunto, le macchine che ingoiano un tizio dopo l’altro (ne bastava una).
Fra i tanti ricordo soprattutto La morte, scritta pensando a Elmore Leonard dallo stile asciutto e secco come un colpo di pistola. Personaggio Jim Trusdale accusato di avere ucciso una ragazzina e rubato il suo dollaro. A tradirlo il cappello trovato accanto a lei, ma Jim giura e spergiura di averlo perso. E lo sceriffo Barclay incomincia a credergli. Si salverà?
Aggiungo Morale con la proposta del semiparalizzato Winnie alla sua assistente Nora “Ti piacerebbe guadagnare duecentomila dollari?” Niente di indecente in quel senso, però, insomma… Turbamento, dubbi della coppia Chad e Nora. I soldi sono soldi. E Winnie, ex della Seconda Chiesa Presbiteriana, vorrebbe buttarsi, almeno una volta, nelle braccia del peccato per vedere l’effetto che fa (un salutone a Jannacci). E noi lettori siamo lì, curiosissimi, a vedere proprio l’effetto che farà sui vari personaggi.
Con Aldilà veniamo proiettati in un dilemma che ci riguarda tutti. Cosa ci aspetta dopo la morte? Per William Andrews una duplice scelta. Ricominciare tutto daccapo o farla finita.
La duna superba con il Giudice novantenne a ricordare  la magia dell’isolotto, ovvero della duna che predice le morti. Brividozzo incorporato e un sorriso finale che si trasforma in ghigno.
Il bambino cattivo, “la quintessenza di tutti i ragazzi cattivi di sempre”, è un tormento che assilla.  Anche quando sembra che sia morto ammazzato da uno che non ne poteva più, eccolo che riappare con un biglietto per ricordarci che è sempre vivo e vegeto (i rompicoglioni non mancano mai).
Poi c’è, anzi, prima di ogni racconto c’è il nostro Stephen a spiegare le ragioni che lo hanno spinto a scriverlo, le influenze ricevute da certi scrittori preferiti e amati, insomma la voglia di dividere un po’ con il pubblico le sue ansie senili (come lo capisco). In maniera franca, a volte spiccia perché lui scrive per amore, sì, “ma l’amore non paga le bollette.” E se c’è da “vendersi” per Amazon lo si fa con un bel racconto, Ur, per esempio, in cui ci si infila il kindle di seconda generazione. Kesley Smith, assistente presso la Facoltà di Letteratura inglese di Moore, è fissato con i libri (in buona compagnia). Figuriamoci se vuole un kindle. Manco per idea, penserete voi…
Vite dure, frustrate, mamme giovani con una barcata di figlioli sulle spalle, l’amore vero che continua imperterrito anche durante la vecchiaia, l’amore che muore subito, il destino fatale, gli anni Sessanta quando si credeva di cambiare il mondo (e dillo a me), lotta tremenda per i migliori fuochi d’artificio, il bizzarro, il fantastico, il sovrannaturale, il ribaltamento delle aspettative, dubbi, dilemmi di fronte al bene o al male, l’incubo che è dentro di noi.
Occhio alla lama, lettori, anzi Fedele Lettore perché, si parli pure di baseball, ma è sempre una storia alla Stephen King, con lui dentro, addirittura, ovvero Blocco Billey. Per l’impatto vitale che ha il sesso nella esistenza umana c’è Mister Yummy. In questo caso si può trattare un argomento senza averne avuta una esperienza diretta? (essere gay). Si può trattare, si può trattare. Con pochi personaggi, un ricordo, il sesso giovanile, la passione, la vita, la morte e un misto di tristezza e gioia insieme.
Sul dolore Il piccolo dio verde del dolore e ne viene fuori una storia demoniaca lungo la scia de L’esorcista fra il vento che ulula, la pioggia che scroscia e tutto il casino che ne consegue.
Basta un incontro di sguardi avvenuto nella realtà per buttar giù Quell’autobus è un altro mondo. Due sguardi che si incrociano fra il protagonista e l’assassino che uccide una ragazza in autobus, e subito affiora il ricordo di Miss Marple e di quella stupenda interprete che ne fu Margaret Rutherford nel film Assassinio sul treno. Breve, secco, preciso, perfetto.
Da un film horror visto da Stephen ragazzino spunta Io seppellisco i vivi. In brevissimo. Un giornalista che ha il compito di sparlare dei morti, ancora vivi, per la rivista web Neon Circus. Che muoiono davvero (ecco l’idea!). Carino, gustoso, sorriso, ironia, salti sul letto il giusto senza strafare. Un po’ di malinconia per l’uomo e il cane che stanno morendo in Tuono estivo e tutto è finito.
Spaparanzato sulla sedia a sdraio in quel di Ampugnano mi sono crogiolato nella lettura dei venti raccontoni. Con un  brivido sussultorio quando è passato un lupo nero. Si è fermato proprio davanti a me, fissandomi con gli occhi rosso fuoco, e ha ululato “O Ciccio, svegliati!”

La gioia di uccidere di Harry Maclean, Fazi 2016.
La gioia di uccidereUno scrittore che butta giù la sua storia con la Underwood in una casa isolata tra i boschi del Minnesota. Quaranta anni dopo un episodio avvenuto nell’ultima carrozza di un treno del Midwest. L’amore, il sesso con una bella ragazza incontrata lì per caso. I tremori e la passione rivissuti nei minimi particolari a cui si intrecciano immagini di altri episodi: una ragazza a pagamento offerta da un anziano pedofilo a lui e al suo amico David; l’annegamento misterioso dell’altro amico Joseph; il tradimento dello stesso David con sua moglie; l’uccisione di Shelley Duval dal “collo lungo e bianco come quello di un cigno”.
Mentre batte a macchina là fuori le stelle si stanno facendo più intense, il vento sbatte un ramo sottile contro la finestra, i rumori grattano intorno alla casa. Una notte come un concerto, come un’opera teatrale di spirito e di bellezza.
Ricordi e ricordi, lo sforzo continuo della memoria (ma sarà tutto vero?), i poliziotti che bussano alla porta, l’urlo rivolto a Joseph, e poi silenzio. Silenzio assoluto.
E via si ricomincia, il presente e il passato che si intrecciano e divincolano fra loro, il lago, la scogliera, frammenti, “scene sbilenche”, attimi di pausa, riprese, lui insegnante al College di Booneville, il suo romanzo “Il professore” con la teoria che “gli esseri umani, come gli altri animali, sono essenzialmente amorali”, e poi l’altro parto “La gioia di uccidere” che provoca contrasti e discussioni. Nichilista, nega la presenza del bene e del male, unica possibilità un momento di armonia casuale come l’incontro con la ragazza sul treno e l’ipotesi che un uomo possa sentirsi bene dopo avere ucciso.
Cinquantadue anni, niente figli, diversi amanti, il non amore con la prima moglie, il gatto Thesis, spicchi di vita, il padre alla guerra di Iwo Jima,  un tourbillon di sensazioni e ancora la ragazza del treno che lo ha ammaliato, il coltello nella sua borsa (perché?), sesso e sangue dappertutto, una disperata ricerca della verità.
Alla fine la ragazza “Voglio raccontarti una storia”. E la storia è quella del suicidio del fratello e il suo inestinguibile senso di colpa. Qui la casa trema, le finestre sbattono, cade per terra, urta la testa contro il lato della sedia. Ancora altre scene si affacciano alla mente: l’uccisione dell’amico David e dell’anziano pedofilo Willie, lo zippo, il coltello, il sangue. Ma tutto è confuso, incerto. Realtà o illusione? Verità o finzione? Uccisore o, addirittura, ucciso?
Scrittura che si allunga, si accorcia, si avvolge su se stessa come i fatti raccontati in una sorta di continuo delirio di una mente allucinante e allucinata. E la recensione un po’ si adegua.

Per motivi di spazio oggi niente giretto tra i miei libri ma vediamo cosa ci ha preparato la nostra cara Patrizia Debicke.
I racconti neri del commissario Bertè di Emilio Martini, Corbaccio 2016.
I racconti neri del commissario BertèRecita a un certo punto la prefazione della piccola antologia che contiene i dodici racconti neri del Commissario Berté raccolti da Emilio Martini (alias Martignoni sister): «La metropoli lombarda è un luogo noir per eccellenza. Non perdona la goffaggine dell’ingenuo, perché per sopravvivere nelle giungle verticali e nebbiose non è ammesso essere ingenui.  Bisogna imparare a difendersi, avere il pelo sullo stomaco e sapersi adattare, evolversi.
Berté conosce ogni palazzo, strada, vicolo, anfratto della sua città. E conosce ancora meglio il Nero che si annida nei cuori umani. Anche nel suo.
Per esorcizzare la paura di coltivare in sé il germe della pazzia, Berté scrive racconti.
Crudi, quasi surreali… eppure possibili.
Ma, in tutto questo, dove sono finite l’autocritica costante e la vena ironica, a tratti quasi comica, interpretate dalla caustica “coscienza aguzzina?”
Chi legge con attenzione coglierà, tra le infernali mostruosità e le follie, anche il sorriso spregiudicato di Berté, quel suo parodiare la vita per allentarne la tensione.
E troverà anche molto spesso la sua presenza sotto le mentite spoglie di un personaggio dalla lunga coda brizzolata: un vezzo, una firma e un doveroso tributo a Hitchcock.»
E quindi ordino a voi lettori: si apre la caccia al codino. Si comincia a scoprirlo nel primo racconto “Il poeta”, nelle vesti del Lordo, un vero poeta che bazzica la Stazione Centrale, come il barbone che vede stormi di uccelli neri forieri di morte. Lo ritroviamo come il “Commissario”, che cerca di tranquillizzare una signora alla quale hanno vuotato la casa, in “Mannaia”, sarà poi il poliziotto strano «con una coda di capelli brizzolati lunga fino al culo» che va a chiedere in “Il vedovo inconsolabile” al marito della donna, uccisa da un pirata della strada, di andare alla centrale a riconoscere un sospetto. Però è impossibile  individuarlo in “Qualcosa di storto”, a meno che non sia l’invisibile padrone del cane guardone. Lo ritrovo invece sotto le mentite spoglie di panettiere nel delicato “Picnic urbano”. Ma scompare del tutto nell’angoscioso “Il tram” e invece  ricompare nei panni di un dottore che sembra un batterista rock in “Com’è difficile la mia vita”. Diventa un giornalista della TV, che fa “il figo con la coda” per l’incazzato protagonista di “La Rossa”. E si trasforma in Enrico, il tardivo amore della serial killer che impazza e uccide in “Il coltello”. In “Sangue milanista” sarà il gestore del Mulligun, il pub di via Govone. In “Zumba inutile” è l’istruttore di ginnastica simpatico e che parla volentieri con Gabriella, l’arrampicatrice. Ma lo cerco invano nella platea della Scala per la rappresentazione della Manon in “Ma non… lo dirò”. Però guardate bene  anche voi. Magari mi sono persa qualcosa.
Da leggere pure Trama imperfetta di Rocco Ballacchino, Frilli 2015, dove l’autore ripropone l’accoppiata del corposo commissario Sergio Crema con moglie e due bambini e dello stagionato critico cinematografico, che non demorde dalle velleità amorose, Mario Bernardini, già incontrati in Scena del crimine. Torino, piazza Vittorio.
Fabio Jonatan Jessica

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2016

book-toiletVediamo cosa viene fuori…

Prima di tutto un saluto a Umberto Eco. Quasi un amico, come se lo avessi conosciuto di persona.
Passiamo alle mie cianfrusaglie.
Ogni tanto al gabinetto mi viene da pensare al nostro martoriato paese (chissà perché). Non bastassero la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta ci si mettono pure i pedofili e i violentatori assassini di donne, gli evasori fiscali, i falsi invalidi, il bullismo nelle scuole e nelle piazze, le maestre (qualcuna, via) che picchiano i bambini, infermieri (idem) che picchiano i disabili, gli impiegati comunali in mutande a timbrar cartellini per gli altri, gli inchini alle dimore dei boss, gli incasinamenti pecuniari e non (praticamente di tutti i tipi) dei nostri politici, gli affitti risibili in palazzoni fastosoni  e chi più ne ha più ne metta. Il tutto condito da un debito pubblico che fa tremare le vene e i polsi come canta il Poeta. E dunque mi fa specie rilevare spesso una tracotanza bullesca (mio conio) oppure, sulle facce di certi personaggi quel sorrisetto di superiorità di chi ha la verità in tasca e la chiave sicura per risolvere in quattro e quattr’otto la tremenda situazione. Quando ci sarebbe, invece, da fare, al posto del sorrisetto, non dico una faccia perennemente ammosciata come quella del nostro Presidente della Repubblica che fa cascare le braccia, e non solo, ma almeno una piccola smorfietta di preoccupata serietà. Speriamo bene ma la vedo dura.

Vediamo, invece, cosa succede tra i miei immarcescibili G.M.
Sherlock Holmes - La vedova del DartmoorSherlock Holmes – La vedova del Dartmoor, di Warwick Downing, Mondadori 2016.
Continua la riproposizione degli apocrifi dell’Investigatore per antonomasia. Qui è la volta di Jeremy Holmes, nipote del grande Sherlock. Niente fiuto particolare ma un’abilità sorprendente, da avvocato, di incastrare i testimoni durante il processo con domande che riescono a perforare la loro pur dura corazza. A dir la verità qualcosa di “particolare” la possiede. Quella di disegnare le persone e carpirne, in qualche modo, gli aspetti più profondi. Ora deve risolvere il caso della stupenda lady Russell, accusata di omicidio e pronta a penzolare dal capestro. E si dovrà “riesumare” una vicenda oscura avvenuta nella remota landa del Dartmoor. Un momento… E Sherlock Holmes? Possibile che se ne stia lontano da questo caso? O ci metterà almeno lo zampino, magari con qualcuno dei suoi famosi travestimenti? Mah…

L’inferno alle porteEcco a quali conseguenze portano le prese in giro ne L’inferno alle porte di Bill Pronzini, Mondadori 2016.
“Oh, avrebbe scatenato l’inferno, senza dubbio. Un inferno allo stato puro”. Siamo a pagina 120 e l’inferno, Pete Balfour, brutto da far paura (piccolo, grassottello, bocca da pesce persico preso all’amo) in parte l’ha già scatenato. Preso di mira da Ned Verriker con quella frase che lo nominava primo sindaco della Valle degli Stronzi (la battuta è sulla bocca di tutti gli abitanti della piccola città di Six Pines), ha provocato un incendio alla sua casa dove è morta bruciata la moglie, mentre lui se l’è cavata, maledizione, perché non c’era. Ora studia un piano per farlo fuori che deve pagare le sue stupide prese in giro. Nel frattempo chi ci rimette è pure una signora sequestrata dallo stesso Pete che poteva essere una testimone pericolosa… In pratica la Vendetta, la Ricerca e la Lotta per la liberazione. Traduttore Mauro Boncompagni e questo è già, di per sé,  una sicurezza.

Il segreto del milionarioIl segreto del milionario di Helen Reilly, Mondadori 2016, è il classico giallo della camera chiusa a chiave dall’interno, senza nessun’altra possibilità di entrata, che ha mandato al manicomio più di una generazione di lettori. Siamo in un lussuoso palazzo della Quinta Strada. Il morto ammazzato è Fennimore Kingston e l’assassina sembra proprio sua moglie Katherine. Non c’è niente da fare. Fino a quando non arriva l’ispettore McKee, capo del reparto investigativo della polizia di New York, e allora la faccenda non è così semplice come si pensava. Tra l’altro c’è un bel gruppo di personaggi che hanno da guadagnare dalla sua morte. Ottima orchestrazione generale con momenti di viva tensione e notevoli capacità introspettive, soprattutto nello sviluppo dei personaggi delineati nello loro complesse sfumature anche psicologiche, che non sfuggono all’occhio vigile di McKee e rendono il tutto una gradevole e avvincente lettura.

Il mondo di AteneMi sono buttato, anzi ributtato su Il mondo di Atene di Luciano Canfora, Laterza 2013, tanto per passare dalle miserie presenti della Grecia ai fasti (ma anche agli incasinamenti e distorsioni) del passato. Una passione che mi porta spesso a volteggiare sinuoso tra i meandri del Tempo. Soffermandomi, questa volta, soprattutto sui processi a Frinico (quello a Frine è un’altra storia) per tradimento, o meglio al suo cadavere dissotterrato (giuro), ad Antifonte e ad altri che hanno attirato la mia attenzione, devo dire un pochettino morbosa. La scrittura, poi, del nostro Canforone, così precisa ed eloquente, ha la sua parte di attrattiva e c’è perfino chi lo ha paragonato ad un “indagatore poliziesco”. E se si mettono insieme storia e giallo trillo come un passero all’arrivo della primavera (mi sa che l’ho già detta).
A proposito di processi famosi notevole Il corrotto. Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone di Luca Fezzi, Laterza 2016, contro Gaio Verre, l’ex governatore della Sicilia accusato di concussione e peculato. Come a dire che le cose non cambiano mai.
E, ancora a proposito di storia, in Inghilterra è nata una polemica da parte, soprattutto, di Mary Beard, docente della suddetta disciplina ad Oxford, che si lamenta del machismo imperante nel mondo dell’editoria con maschi che si impegnano su guerre e morti ammazzati e i lettori che vanno in visibilio. Non so cosa dire ma mi sa che abbia ragione che ogni tanto sfoglio, da intemerato maschiaccio, con una certa trepidazione Le grandi battaglie. Armi tattiche e strategie militari di AA. VV., Mondadori 2005, oppure L’arte occidentale della guerra di Victor Davis Hanson, Mondadori 1990, per vedere l’effetto che fa come nella famosa canzone.

A volte tiro fuori preistorici libri della mia beata un tubo gioventù (mai una lira in tasca) come I promessi sposi commentati da Attilio Momigliano, Sansoni 1963 (una chicca) e mi metto a fantasticare tra i vecchi ricordi di un tempo che fu (è venuta anche la rima) con qualche rimpianto da vecchietto rinseccolito già pronto per la bara.

il paese dell'alcolNella collana Supercoralli della Einaudi ci si può imbattere in un premio Nobel nella persona di Mo Yan con Il paese dell’alcol. Qui, oltre al contenuto altamente drammatico (qualcuno potrebbe cibarsi di carne di neonato), siamo di fronte ad una forza espressiva di ottima qualità che sa sfruttare stili diversi tutti protesi verso una satira forte e allucinata su una nazione, la Cina, in preda a cambiamenti tumultuosi e imprevedibili.

Chi vuole vedere gli scacchi citati dappertutto qui che Lucius Etruscus è una miniera di informazioni. Ha scritto anche diverse belle cosette.

il fiume ti porta viaE chi vuole ritrovare un personaggio particolare allora c’è Il fiume ti porta via di Giuliano Pasini, Mondadori 2015, con il commissario Roberto Serra che ha il dono, come scrissi per Venti corpi nella neve, “di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci”. Siamo a Pontaccio, piccolo paese della Bassa emiliana. Qui deve fare i conti con l’uccisione di un certo “re dei matti”, anche se sospeso dal servizio. E dovrà pure cercare di distinguere i matti dai cosiddetti “sani”. Mica facile.

Già avevo accennato, in uno dei pezzi precedenti, al cinque indagini romanevicequestore Rocco Schiavone di Antonio Manzini. Ed eccolo bello spaparanzato in Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Sellerio 2016. Così potremo conoscerlo ancora meglio. Sul punto di essere trasferito per una “cazzata” di due anni prima abita in un bellissimo attico a Monteverde, facile allo spinello e alle belle donne, sua fissazione quella di schedare mentalmente le persone grazie alla somiglianza con qualche animale, odia le ciabatte durante l’estate, qualche affaruccio poco pulito, ricordi e ricordi nostalgici della moglie Marina defunta che sembra una Madonna (in corsivo). Qui è alle prese con cinque casi dei soliti morti ammazzati. Giramenti di coglioni e intermezzi in romanesco sparsi un po’ dovunque. Spunti su Roma, sui suoi quartieri belli e brutti, caldo afoso, discariche abusive, esistenza senza speranza. Tocchi vivi di personaggi che restano impressi nella memoria. Cinismo, pessimismo, malinconia tracciati lungo un solco sicuro senza tanto strombazzamento, Il mondo è una merdaccia e anche lui fa la sua parte. Ma resta pure simpatico.

Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gattoE mi ero pure soffermato su Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto di Yoko Ogawa, il Saggiatore 2016, che lì si trattava di scacchi. Visto e preso posso aggiungere qualcosa.
Un bambino con le labbra incollate fra loro e una folta peluria, un fratellino e i nonni che lo accudiscono, una bambina piccola e una elefantessa, Indira, suoi unici amici. A scuola continue prese in giro. Fa amicizia con un conducente di autobus “terribilmente grasso”, ma grasso, grasso, cascante da tutte le parti. Diventerà il suo Maestro di scacchi e conoscerà il suo bel gatto, Pedone. Già, gli scacchi, al centro di tutta la storia, i suoi incontri con il Maestro, il suo modo di giocare infilandosi sotto il tavolo accarezzando Pedone e poi uscire solo per fare la mossa. Studia, legge le biografie dei grandi campioni: Staunton, Morphy, Steinitz ma, soprattutto, quella di Alexander Alechin “poeta sulla scacchiera”. Il suo mondo si allarga, dopo un incontro al circolo di scacchi Pacific viene chiamato Little Alechin e costruito un automa sulla falsariga del famoso “Turco” di Kempelen nel 1769, tra i cui marchingegni era nascosto un piccolo giocatore che faceva muovere i pezzi sulla scacchiera all’automa stesso. Così il nostro ragazzo accetta di giocare all’interno della nuova creatura, aiutato dalla bambina Mummia con la sua misteriosa colomba bianca. Libro sugli scacchi, specchio della personalità dell’uomo e libro tra sogno, favola e fantasia. Sotto il tavolo da gioco, al riparo dai marosi della vita e nel buio della solitudine, si possono creare momenti di vera, intima poesia, con i pezzi che si muovono leggeri sulla scacchiera.

il gioiello che era nostroNon perdete Il gioiello che era nostro di Colin Dexter, Sellerio 2016.
Così potrete conoscere, se non lo avete già fatto, E. Morse, un ispettore piuttosto particolare amante di diverse cosette, oltre alle belle donne (è scapolo): l’alcol, Wagner, le riviste porno e le parole crociate. Sì, avete letto bene. Proprio le parole crociate che affronta come fossero delitti, o meglio, viceversa, ma le soluzioni risultano spesso sballate e il suo fedele sergente Lewis, lui sposato, è costretto a fare i salti mortali per stargli dietro. Qui deve ritrovare un gioiello antico di inestimabile valore tra i soliti morti ammazzati.

Attirato dalla vivace copertina arancione, dal titolo La brigata dei reietti di Sophie Hénaff, Einaudi Stile Libero Big 2016, e dalla quarta di copertina “Alcolizzati, assenteisti, iettatori: un’irresistibile brigata per la prima volta, pericolosamente, in azione.”, l’ho tirato giù dagli scaffali della solita libreria di Siena e l’ho fatto mio (pagandolo). Vi saprò dire qualcosa la prossima volta.

Facciamo ora un giretto tra i miei libri meno recenti

Il quadrato della vendetta di Pieter Aspe, Fazi 2009.
il quadrato della vendettaBruges. Furto in una gioielleria della potente famiglia Degroof. Furto assai strano, a dir la verità, che i gioielli non vengono portati via ma sciolti nell’acqua regia. Lasciato un messaggio criptico, praticamente un quadrato magico.
Ad indagare il poliziotto Pieter Van In, sopra i quaranta, da quasi venti al servizio dello stato. Pancetta che si tira davanti allo specchio, sbuffa, ringhia, impreca, fuma e beve con grande trasporto (soprattutto Duvel), buona forchetta. Matrimonio fallito alle spalle per il fascino di una giovane collega (ci rimugina spesso), amante dell’arte, biblioteca con Eco, Dante, Jung e insomma si vede che ha studiato. Testardo e controcorrente (ripensa con sospiro agli anni sessanta), in conflitto con il commissario capo De Kee che vorrebbe una indagine all’acqua calda. Sensazione di impaccio e malessere davanti alle donne, soprattutto se lasciano intravedere qualcosa di interessante. Simpatia per Hannelor Martens, sostituto procuratore, con degli “splendidi polpacci scolpiti”. Chissà che…
Di mezzo c’è la politica, i Templari (la loro storia), un convento, un ospedale psichiatrico, un rapimento e… anche gli scacchi (piccolo accenno). Non manca la solita citazione di Holmes (se non c’è ci si sente male).
Una indagine alla vecchia maniera, una discreta caratterizzazione dei personaggi (ricordo Versavel che si dedica alla scrittura), una prosa tranquilla senza tanti tormentoni linguistici che non se ne può più. Soluzione complessa ma accettabile.

Il raccomandato di Wilkie Collins, Polillo 2013.
il raccomandatoUna figura emblematica di tutti i tempi. Dunque anche della seconda metà dell’Ottocento. Il raccomandato è Matthew Sharp “che gode dell’appoggio di una persona estremamente influente”, praticante presso un avvocato “straordinariamente pieno di sé” ed ora infilato nel reparto investigativo. Deve risolvere il caso di un furto al posto del sergente Bulner, come si evince da una lettera dell’ispettore capo Theakstone allo stesso. Possiamo seguire le sue indagini sballate dai rapporti di Matthew al superiore di una involontaria comicità proprio per la sua inettitudine portata avanti con tronfia arroganza.
In breve. Sparisce una scatola di latta piena di soldi dalla casa dei signori Yatman. Possibili sospettati tre affittuari: un giovane scapolo che abita nella camera sul davanti, al secondo piano, il commesso del negozio di cui gli Yatman sono proprietari che occupa una delle stanze della soffitta e una domestica che dorme dietro la cucina. Matthew si mette ad indagare ma non combina niente (ne infilasse una) anche se è sempre convinto di fare bene (lo sfiorasse mai un dubbio). Alla fine il caso gli viene tolto e affidato nuovamente al sergente Bulner il quale potrà scoprire il ladro proprio dalla lettura dei rapporti di Matthew. Un racconto ironico e divertente. Ve lo raccomando.

il ritorno di CampionAndiamo subito al sodo con Il ritorno di Campion di Margery Allingham, Mondadori 2008. Intanto piccolo spunto “Dopo tre anni al fronte, Albert Campion torna in licenza nella sua casa di Londra. E nel suo letto trova ad aspettarlo, sorpresa macabra, il cadavere di una donna. E’ subito chiaro che la sconosciuta non è morta lì. Infatti è stata portata da Lugg, il fedele valletto di Campion, e da lady Carados, madre di Johnny, celebre eroe della RAF…”.
Dunque in questo romanzo del 1945 c’è una donna morta nel suo letto. Per essere più precisi assassinata. Per essere ancora più precisi addormentata con l’oppio e poi strozzata. E se si vuole cadere nella pignoleria diciamo pure che si tratta della signora Moppet Lewis, moglie del noto ristoratore Stavros ben conosciuto dal nostro Campion. E poi abbiamo la scomparsa di Lugg, una strana telefonata alla polizia, uno strano regalo (una rosa), tesori d’arte rubati, sei dozzine di bottiglie di vino di Borgogna, un matrimonio in bilico, “piccole gelosie e affetti morbosi” nella famiglia Carados, e insomma il solito guazzabuglio delle storie della Allingham con il Nostro che appare un po’ stanco e sonnacchioso.

Il ritratto Bellini di Jason Goodwin, Einaudi Stile Libero 2009.
il ritratto belliniDalla quarta di copertina “1840. Un ritratto simbolo dell’antica grandezza ottomana, scomparso da Istanbul quattro secoli fa, riappare misteriosamente a Venezia. Il sultano lo vuole. E Yashim, in missione nella agonizzante ex Serenissima, scopre che il dipinto leggendario semina morte, suscita timori, dissolve ricchezze favolose. E la ricerca dell’eunuco detective si trasforma in un oscuro gioco del gatto col topo, che minaccia di distruggere più di un trono d’Europa”.
Yashim Togalu già incontrato ne L’albero dei giannizzeri della stessa casa editrice: “Era un uomo alto e robusto sulla quarantina, con una gran massa di boccoli neri e qualche filo bianco; niente barba, ma baffi neri ricciuti. Aveva gli zigomi alti da turco e grigi occhi a mandorla di un popolo che viveva millenni sulla grande steppa eurasiatica”. Possiede parecchie doti “fascino innato, disposizione per le lingue, e la capacità di sgranare quei suoi occhi grigi all’improvviso. Gli uomini e le donne rimanevano stranamente ipnotizzati dalla sua voce, prima ancora di capire chi stesse parlando. Però non aveva le palle”.
Ergo è un eunuco. Grande affresco di Venezia sotto il tallone austriaco, il ghetto degli ebrei, i barnabotti nobili decaduti,  incontri e scontri, morti assassinati, una testa trovata sull’altare di una chiesa, quadri veri e contraffatti, peripezie da capogiro tra cipolle rosse, fegato d’agnello, aglio e semi di cumino, aneto e prezzemolo, ceci, semi di nigella, bistecche di pesce spada e prelibatezze varie (per chi le ritiene tali) cucinate con arte superba dal nostro Yashim.
Prosa naturale che sgorga spontanea. Da scrittore vero. Politica, arte e giallo avvinti come l’edera. Ottimo anche senza una parte mancante (giuro). Figuriamoci integro.

Il sangue versato di Asa Larsson, Marsilio 2007.
il sangue versatoProtagoniste principali l’avvocato fiscalista Rebecka Martinsson e l’ispettrice di polizia Anna Maria Mella. La prima, single, in fase di esaurimento nervoso per avere ucciso (legittima difesa) tre uomini a Kiruna (siamo in Svezia, mi pare); la seconda, forte ed energica, sposata con quattro figli. La trama, che parte dall’uccisione del pastore Mildred Nilsson (e di cui volutamente non svelerò altro), ha valore fino ad un certo punto. Nel senso che vale, soprattutto, in quanto fornisce all’autrice il destro per entrare nel profondo dei personaggi, svelarne i piccoli-grandi segreti, i loro slanci, le loro manie, le loro paure, le loro debolezze.
Ma il personaggio principale del libro, quello intorno al quale ruota tutta la vicenda, non sono Rebecka né Anna Maria. È Mildred. Sposata e lesbica. Ovvero il “fantasma” di Mildred che aleggia praticamente su quasi tutti i personaggi mettendone a nudo i lati più deboli, più delicati, più brutti, più umani. Mildred che in vita, con il suo comportamento, ha scatenato nel piccolo paese in cui vive una serie di reazioni contrastanti: dall’odio viscerale alla venerazione. Mildred è la chiave di volta dell’autrice per scavare a fondo negli animi e portare alla luce tutto ciò che è nascosto. Storie che si intrecciano con altre storie con una istintiva naturalezza, passato e presente che si uniscono e si staccano in continuazione. Un tono basso, quasi monotono a segnare la vita che scorre. Una prosa secca, asciutta, essenziale con quel minimo di ricchezza indispensabile (ad essere pignoli qualche svolazzo psicologico di troppo) per disegnare la complessità degli inconsci. E poi l’ambiente, il paesaggio, quei boschi, quei cieli, quegli spazi immensi, quel profondo silenzio della natura che sembra fatto apposta per ascoltare le voci più intime dell’animo. Infine la storia di una lupa, Zampe Gialle, che viene scacciata dal branco e che lotta duramente per la sopravvivenza.  Come il simbolo della vita stessa di ognuno di noi.

La nostra superba Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta…

Interludio, una storia di guerra di Niccolò Capponi, su Amazon.
Interludio, una storia di guerraConosciamo tutti Niccolò Capponi come grande storico, mago della battaglie, rigoroso narratore e allo stesso tempo gustoso dissacratore dei tempi buoni o bui che furono, ma vi confesso che mi è piaciuto scoprirlo come autore di un coinvolgente romanzo storico ambientato nel 1944, a Ferragosto nella polverosa e bruciante calura dello scarno paesaggio alle pendici dell’ Appennino Tosco Emiliano.
Roma è già stata liberata dagli alleati, i tedeschi sono stati sconfitti a Cassino e si stanno lentamente ritirando oltre gli Appennini, attestandosi lungo la Linea gotica che verrà definitivamente superata dagli alleati solo ad aprile del 1945.
Nell’agosto 1944, in un’Italia spezzata in due, dilaniata dalla guerra, una strana occasione, che provoca il casuale incontro di tre combattenti nemici e amici, provenienti da paesi diversi, porterà a impensabili sviluppi. Infatti cultura, bellezza e musica, riscoperte e vissute insieme, costringeranno ognuno di loro a mettere in dubbio le proprie radicate convinzioni.
Una storia che, in tante sue pagine, introduce un sottile richiamo a importanti episodi bellici del passato allora come ora motivo di studio e interpretazione per chi intenda diventare un ufficiale, nonostante l’immane differenza delle pur crudeli guerre di un tempo con i vigliacchi attacchi terroristici e i premeditati e barbari massacri dei nostri giorni.
Un mondo quello descritto in Interludio diverso, pervaso di cavalleria, fatto di regole di tradizioni, di rispetto per gli altri e di educazione, qualità che purtroppo è quella che più si è dimenticata e si continua a dimenticare ai nostri giorni. E invece spesso la realtà si nutre anche di immaginazione e solo un certo immaginario collettivo può portare a maggior concretezza nella vita.

I libri che ci aiutano a vivere feliciḔ arrivata in libreria una raccolta speciale intitolata: I libri che ci aiutano a vivere felici di Giulia Fiore Coltellacci, Newton Compton 2016, che contiene, all’occorrenza, un kit di pronto soccorso terapeutico, dedicato ai lettori e alle lettrici di ogni età. Perché propone e fornisce ogni genere di cure e rimedi per inguaribili lettori.
Come il cilindro di un mago la nostra prodigiosa e saggia raccolta contiene: storie perfette per uscire dal mal d’amore, entusiasmanti rimedi alla tristezza profonda, letture natalizie da leggere sotto l’albero e libri antistress e antipanico. Questo sfizioso “trattato” antologico, una specie di “biblioterapia”, vi suggerirà cosa e come scegliere. Se avete bisogno di ridere, di piangere, di ricucire il cuore a pezzi, di evadere dalla realtà, di passare serenamente una domenica di pioggia, ma anche di tirarvi su di morale, di procurarvi una scarica di adrenalina, di sbollire un’arrabbiatura, tirando fuori la rabbia repressa, un libro può sempre aiutarvi. Basta capire quale! E leggere. Però se le tante idee e suggerimenti non bastano, insomma se la “malattia” persiste, allora… allora bisogna consultare il libraio.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2016 special edition

Per Febbraio doppio incontro con gli amici lettori.

Questa volta meno libri e recensioni più ampie. Tanto per cambiare (alla prossima, invece, tutto a ruota libera).
Sherlock Holmes e gli omicidi del boiaSherlock Holmes e gli omicidi del boia di Dan Andriacco e Kieran McMullen, Mondadori 2016.
Londra, anni Venti. In un camerino dell’Alhambra Hall “Il cadavere dell’uomo che era stato William Power oscillava in alto sopra la testa di Hale, appeso per il collo all’estremità di un capestro, bluastro il volto, con gli occhi sporgenti dalle orbite. Sotto il lugubre pendolo del corpo giaceva, rovesciata, una sedia”. Precisiamo. William Power era un escapista noto come “lo Houdini inglese” e Hale, o meglio Enoch Hale, è un giornalista americano che scrive per il Central Press Syndacate.
Sembra un suicidio. Invece trattasi di un vero e proprio omicidio, secondo le deduzioni di Henry Wiggins, ispettore capo di Scotland Yard. A trovare il corpo la cantante Sadie Briggs che farà la conoscenza del nostro bravo giornalista e del suo amico poeta Tom Eliot immerso nella lettura di Poirot a Styles Court. Intanto un altro impiccato, questa volta in Air Street: tale Madame Sosostris, chiaroveggente con la carta della Morte in mano. Urge l’incontro con Langdale Pike che sa tutto dei pettegolezzi sulle persone che vanno a farsi predire il futuro da lei. Tra le quali (udite, udite) si annoverano Winston Churchill, George Bernard Shaw, Sarah Bernhardt ed Edward Bridgewater, conte di Sedgewood, tutti membri del Ghost Club (in seguito incontreremo anche Hitchcock agli inizi della carriera cinematografica). Altro morto ammazzato con le stesse modalità, un furfantello pure lui come gli altri due (la chiaroveggente ricattava i pezzi grossi), e un signor M. dei servizi segreti (addirittura) che cerca di frenare il nostro Hale.
Domanda continua e insistente “Da che cosa sono collegate le tre vittime tutte irlandesi?” (ne arriverà pure un’altra). Hale sempre in giro a cercare indizi ma la faccenda è troppo complicata. Allora via, insieme alla bella Sadie (tra i due è scoccata la scintilla), da Sherlock Holmes che se ne sta tranquillo nel Sussex dietro alle api in compagnia del dottor Watson. Ma… sorpresa. Il Detective è ritornato a Londra che gli eventi del cosiddetto Boia giustiziere (idea di Watson) lo hanno incuriosito. E qui mi fermo.
Racconto dallo stile leggero e gradevole con giusti colpi di scena e citazione degli scacchi (pag.97/98) che fanno sempre trillare il sottoscritto. Come scrive Luigi Pachì nella sua rubrica sotto riportata “A conti fatti abbiamo un libro che può piacere a chi ama mistero e azione, ritmo e arguzia, ma anche a chi ha voglia di cercare riferimenti sottili e intelligenti al Canone di Doyle. In più, un po’ inaspettatamente, può essere apprezzato anche da coloro che amano i classici letterari e gli scrittori del Ventesimo secolo.” Sottoscrivo.
A fine vicenda abbiamo “Una nota per i curiosi” sui personaggi storici che vi compaiono, inoltre per “Sotto la lente di Sherlock” ecco “Il detective e il giornalista” di Luigi Pachì, ricco di spunti sul libro e sugli autori. Per concludere “La logica e l’immaginazione: il contributo di Arthur Conan Doyle alla nascita dell’investigazione scientifica” di Luca Marrone. Così avremo l’opportunità di conoscere altri personaggi, ritenuti i padri della disciplina scientifica, come il criminologo e medico Alexandre Lacassagne, il criminologo e criminalista Edmond Locard, avidi lettori di Doyle, fino ad arrivare ad Edgar Allan Poe convinto “che l’uomo veramente dotato di immaginazione non è altro che un analista.”
Buona lettura.

La grande ideaLa grande idea di Edgar Wallace, Mondadori 2016.
Sedersi in vetrina e farsi guardare dai passanti mentre scrive per sei ore. Questo il nuovo lavoro dell’attrice Betty Carew ordinatole dal suo protettore (l’ha aiutata e tormentata dopo averla presa da un orfanatrofio) dottor Joshua Laffin. Praticamente “l’offerta di un tizio che vuole lanciare un nuovo tipo di scrivania”. Poi, dopo qualche giorno, entrerà un uomo a chiederle un messaggio e lei dovrà consegnargli una lettera riposta nel primo cassetta a destra. A questo punto fine del lavoro ben remunerato. Qualcosa non quadra, anche perché, tra l’altro, la scrivania è stata “ideata da un uomo che fu impiccato per avere ucciso la moglie.” Ed allora ecco Bill Holbrook, pubblicitario ex giornalista, che vuole vederci chiaro dietro “questa trovata umiliante”.
Impossibile riassumere, anche brevemente, una vicenda intricatissima, ricca di continui colpi di scena. Di mezzo la vera storia di Betty, una specie di setta, più precisamente i soldi della lotteria dei cosiddetti Nobili Figli di Ragusa e cinquanta milioni del prestito di guerra degli Stati Uniti all’Inghilterra che fanno gola a qualcuno. Dalla terra l’azione si sposta sulla nave Escorial con scontri anche a fuoco tra i ladri e i loro avversari, travestimenti, imprigionamenti, fughe, personaggi che scompaiono e ricompaiono all’improvviso, false apparenze e falso radiogramma, tenera storia d’amore ad alleggerire il tutto. Capitoletti brevi, brevissimi, sorprese ad ogni piè di pagina da far strabuzzare gli occhi e girar la testa. Da leggere con l’occhio vispo.

Per “I racconti del giallo” “Tre cose” di Diego Lama.
Napoli 1884. Efferato delitto in casa del fu dottor De Dominicis. Uccisa la moglie anziana con “un coltellaccio infilato nella pancia.” Caso da risolvere per il commissario capo Veneruso. Seduta in un angolo della stanza in cui è avvenuto l’assassinio la vecchia cameriera Emma Vitale. “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te” è il suo continuo ritornello. L’ha uccisa lei, dice. Una fissa o la verità? E quali sarebbero queste tre cose? Disperazione e malinconia. Ricordo dell’autore La collera di Napoli, edito sempre dalla Mondadori.

La moglie perfetta di Roberto Costantini, Marsilio 2016.
La moglie perfettaRoma, 2001. Intanto il dr. Giovanni Annibaldi (Nanni), psicologo di coppia, sulla quarantina, giovanile, ben pettinato e curato come i suoi baffetti e Bianca Benigni, pubblico ministero. In prima persona da Nanni, sua moglie perfetta “che tutti vorrebbero avere accanto”, magari non “sempre”. Passione svanita con il tempo. Il figlio Luca che parla e socializza poco. E, ancora in prima persona, dalla stessa Bianca a narrarci, dal suo punto di vista, il rapporto con il marito e il figlio Luca che non può seguire come vorrebbe.
Poi l’altra coppia composta da Victore Bonocore, alto e barbuto che sembra Mefistofele, e dall’americana Nicole Steele, capelli rossi e occhi di smeraldo, con un livido sotto un occhio. Di mezzo la sorella Scarlett, cameriera al Food and Drink, occhi verdi e culo esplosivo. “Bene, John, io mi chiamo Scarlett” riferito a Nanni e già ci siamo. La “principessa” e la “puttanella”…
Aggiungo due morti ammazzati, Donatella Caruso e, in seguito, il citato Bonocore (ce ne sarà anche un altro) e facciamo entrare in scena il commissario Michele Balistreri. Passati i cinquanta, whisky, sigarette Gitane e donne che non sono serviti a seppellire il passato (morte dolorosa della madre precipitata da una scogliera a Tunisi) e a fargli desiderare il futuro, pillole per dormire. Fa solo un lavoro, lo dice lui stesso “Cerco assassini”. Insieme alla spalla, l’ispettore Antonio Coppola, il Nano, un omino di un metro e mezzo dalla faccia simpatica che aggiunge un particolare “Uno senza cuore, dicono. Ma lei tiene il cervello, che è mille volte meglio”. E insieme alla citata Bianca Benigni con la quale avrà un rapporto complesso.
Come contorno Il Sordomuto, pronto a fottere anche la mamma quando serve (in romanesco), insieme agli appalti pubblici, al gioco d’azzardo e all’usura. Il cast essenziale è questo. E se volete ecco in più una giornalista in gamba (la troveremo anche nella seconda parte) e l’ambasciata americana che un po’ di palle le rompe. Almeno a Balistreri.
Un salto nel tempo e si vola al 2011 dove tutto si scioglie, tutto si risolve in un andirivieni di sospetti e false piste. Ricordo solo contatti tra il caso Caruso e il caso Bonocore, una partita a poker, una fotografia, una ricevuta, una borsa con una trenata di soldi (chi l’ha presa?) e qualche morto ammazzato.
In prima persona, al presente, con tutte le sfumature occorrenti, l’alternarsi continuo di narrazione e pensiero, l’intreccio di punti di vista diversi a creare un caleidoscopio di forti ritratti e sensazioni. Il tuffarsi nei meandri tenebrosi della coppia, l’amore, la passione, il sesso, la stanchezza, la solitudine, i ricordi. Alla fine un pizzico di speranza fra tanto disfacimento. Espressi con efficacia di stile.
Buona lettura e lunga vita all’autore.

Lo sguardo della farfalla di Mario Baudino, Bompiani 2016.
Lo sguardo della farfalla“Mi chiamo Demi K, sono un assistente di libreria e più in generale il factotum del molto onorato signor Duccio Tancredi, cartolaio di paese e cacciatore di libri…”. Ecco i primi due. Poi c’è Matteo Genisi che si è assunto da solo, senza parlare di stipendio, alla cartolibreria “Coraggi”. Tutti e tre in poltrona con il bicchiere in mano ricolmo di Barolo chinato. Da una parte Monsignore, il gatto. State a sentire. Una classica vicenda dello zio d’America, in questo caso di una zia, più precisamente la contessa Rita della Ruspa che lascia la sua magnifica biblioteca ad uno sconosciuto, ancora più precisamente a Giovanni Sterpa, single, bello robusto con “solida posizione economica.” (perché?). Il quale Giovanni ha chiesto a Duccio (il Capo) una valutazione della suddetta biblioteca. Misteriosa, a quanto sembra, piena di fruscii e rumori brividosi, forse da accostarsi alle “masche”, specie di streghe dispettose. Qualcuno, insomma, si aggira fra i libri, li sposta e non li rimette a posto. Che sia un fantasma? Ed un fantasma, verde tra l’altro, appare proprio a Giovanni sulla prima balconata della biblioteca (e giù miti e saghe nordiche, la storia di re Artù, del mago Merlino e dei cavalieri della Tavola Rotonda). A rendere il caso più fitto e misterioso la sparizione del libro “Il guardo della farfalla” citato dalla contessa nella sua lettera al solito Giovanni (sempre lui) insieme a un “tanti baci dall’Annwfyn” e buonanotte al secchio.
Completano il quadro dei personaggi principali Erminio, che vive nella casa del custode; Gegia, amica di Demi, laureata il lettere e maestra di sci; la giornalista Giuditta Salvatoni spigliata il suo con la quale ci può scappar qualcosa; il capitano Inghigliosi (che ci fa?); la “fastosamente bella” e sensuale con lieve accento francese Chantal Leduc, la vampirona cacciatrice di libri. E tanto basta.
Raccontato in prima persona da Demi, citazioni librarie a go-go, tenebre, ombre, spari nella notte, l’assillo continuo del perché di questo lascito ad uno sconosciuto (ci deve essere sotto qualcosa), un ritorno agli anni di piombo (addirittura) e un racconto di Edgar Allan Poe che potrebbe svelare il mistero. Ma io vi consiglio di leggere il libro attraversato da una prosa elegante, briosa e gradevole. Che poi la trama sia più o meno verosimile conta il giusto.

Il passeggero di Steffen Jacobsen, Kowalski 2010.
Il passeggeroSi parte con una giovane donna su una zattera di salvataggio il 14 aprile 2005 e si passa subito al 2006 con l’ultimo giorno di vita di Jacob Nellemann, ucciso da un arciere mentre è nel bosco a caccia di caprioli.
Ad indagare il commissario Robin Hansen della polizia di stato danese, cinquantun anni, “alto, agile e forte”, capelli “castano chiari spruzzati di grigio”, lineamenti “marcati e il viso grinzoso, il naso lungo e dritto e fitte sopracciglia”.  Divorziato e risposato vive con Ellen, le tre figlie avute dai loro precedenti matrimoni che litigano fra loro e tre criceti nani (Smut, Dongedik e John John). Ellen bella, intelligente e con spiccato senso dell’umorismo lo ha fatto riprendere da una crisi al suo ritorno dal Kosovo. Prima beveva e fumava troppo (Camel), ora corre, tira di boxe, pratica il kayak da mare con la moglie, legge “Le cronache di Narnia” alle bambine mentre Ellen si diletta con “Tre uomini in barca”. Suo capo Philipsen che soffre di allergie, fissato con i soldatini di piombo, lui tutto impeccabile e Robin invece con “i calzini scompaginati scesi”.
Buona scrittura, feconda osservazione degli ambienti, ritratti vivi e caratterizzati anche quelli minori (vedi la giornalista, la segretaria Cerberus, il tecnico del computer Fasil ecc…), capitoletti ora brevi (anche troppo) ora di più ampio respiro, e insomma un discreto racconto che scivola via magari un po’ monocorde senza troppi sobbalzi e con un certo grado di prevedibilità.

Il posto di ognuno di Maurizio de Giovanni, Fandango 2009.
Il posto di ognunoHo conosciuto Luigi Alfredo Ricciardi, commissario della squadra mobile della Regia Questura di Napoli con Il senso del dolore. Trentun anni, nove dell’era fascista. Piuttosto bello, benestante, di famiglia altolocata. Eppure praticamente senza amici, senza una donna, vive nella grande casa patronale di Fortino con la tata Rosa di settanta anni che ha per lui un amore filiale. Grande lavoratore, cupo, silenzioso, ha allacciato un buon rapporto soltanto con il brigadiere Raffaele Maione. Già i suoi occhi sono pieni di un dolore vecchio ma sempre vivo, una “personalità complessa e travagliata”. Consapevole dei problemi della città ma anche consapevole “dell’impossibilità di cambiare lo stato delle cose”. Fatalista, rassegnato, eppure pronto ad andare in fondo al suo lavoro. E provvisto di una discreta dose di ironia.
In questo terzo romanzo (il secondo è La condanna del sangue) tutto ruota attorno all’amore e ai sentimenti che da esso si irradiano: passione, odio, gelosia (occhio anche alla cruda necessità…). Tre donne intorno a lui: la dolce Enrica (che vede dalla finestra), la sensuale Livia che lo vuole ad ogni costo, la premurosa tata Rosa.
Fatto da indagare la morte della duchessa Musso di Camparino sposata giovane ad un vecchio duca che sta morendo. Uccisa con un colpo di pistola attraverso un guanciale. Ma porta impressi anche i segni di una lotta…
Non mancano gli ingredienti necessari di un giallo che si rispetti: il giornalista (questa volta innamorato), l’informatore, il capo rompiballe preoccupato dei risvolti pericolosi (per la sua carriera) dell’inchiesta, il prete amico e l’assassino (o il probabile assassino) che narra in prima persona.
Aggiungo le visioni del nostro, scene di morti e le loro ultime parole (in questo caso “L’anello l’anello, hai tolto l’anello, l’anello mi manca”), una spiccata sensibilità agli odori. Ritmo lento, quasi faticoso come se risentisse del caldo dell’estate napoletana, istintiva ironia dello scrittore (esilaranti le quattro donne che in quattro posti diversi stanno tagliando le cipolle) tendente a stemperare l’aria talora sentimentaloide del racconto (qualche insistenza di troppo, via…),  fine penetrazione psicologica dei personaggi e dei loro cambiamenti, spunti sulla società (picchiatori fascisti, degrado di certi ambienti, le veline ai giornali, niente fatti di sangue, niente tragedie…) e sulla città che almeno il venerdì sera vuole dimenticare i suoi malanni, colpi di scena finali.
E lui, Luigi Alfredo Ricciardi che non può più restare fermo. Deve attivarsi, darsi da fare, prendere l’iniziativa. Quella amorosa, si capisce. Ci prova. Incomincia a scrivere una lettera Gentile signorina
Alla prossima.

Il pugnale del destino di Kenneth Flexner Fearing, Mondadori 2009.
Il pugnale del destinoSolito gruppo di artisti in senso lato (scrittori, pittori, musicisti ecc…) che si ritrovano in uno stesso luogo, qui Demarest Hall, a meditare sul loro futuro. Con tutto quel che comporta la convivenza di una simile stramba umanità alla continua ricerca della fama. Gelosie, invidie, battute, frecciatine, corna e battibecchi, brutti presentimenti fino all’assassinio che altrimenti non ci si diverte.
Dicevo delle corna. Chi le mette è Lucille Nichols, chi le riceve il di lei marito Walter, scrittore. Chi se la gode Christopher Bartel, pittore, “arrivista e ubriacone”. Ergo occorre vendetta, tremenda vendetta da parte del cornuto. Obiettivo far fuori Lucille con la complicità di P.C. Cooke, direttore di Demarest Hall. Ma a rimetterci le penne è… e in seguito anche…
La trama si svolge attraverso il racconto in prima persona di alcuni protagonisti in modo da offrire al lettore un quadro più ampio di punti di vista. Ad indagare il capitano di polizia Steve Wessex. Colpo finale a sorpresa con una autodenuncia e relativa condanna a morte. Ma la verità è proprio questa?
Prosa sicura venata di ironia che diventa più aspra nei confronti della combriccola di artisti. La staffilata più forte arriva dal maggiordomo Page “La nobiltà personificata: ecco quel che credevano di essere. Ma che cos’erano in realtà? Fango, nient’altro”.
Da manuale l’articolo “Nemesi ovvero La vendetta (nei gialli) è un’equazione” di Enrico Luceri.

Ascoltiamo ora l’indistruttibile Patrizia Debicke (la Debicche)
urla nel silenzioUn romanzo di debutto che dovrebbe essere il primo di una serie poliziesca con per protagonista la detective Kim Stone. Urla nel silenzio ha scalato le classifiche inglesi in e-book, raggiungendo in un anno una cifra da capogiro e diventando il romanzo più letto in ebook dopo La ragazza del treno.
Di Urla nel silenzio sono già stati venduti i diritti in diverse lingue e la sua autrice, Angela Marsons, inglese puro sangue e residente nella Black Country, dove è ambientata la sua storia che ha già conquistato così tanti lettori, sta diventando una promessa del thriller internazionale.
In arrivo in UK l’edizione cartacea, pubblicata ora anche in Italia dalla Newton Compton 2016.
Beh, è un libro che corre e si fa leggere. Parte da Rowley Regis, Black Country nel 2004 con un attacco magistrale che ci porta direttamente nel cuore di un malefico pentacolo, con cinque persone in piedi intorno a una piccola fossa, poco profonda. Ognuno di loro, dandosi il turno, ha dovuto scavare rompendosi le mani nella terra resa come la pietra dal gelo, per far sparire il cadavere di una giovanissima vita immolata per firmare un oscuro patto di sangue. Patto che cela un terribile segreto destinato a essere e restare sepolto per sempre sotto terra.
Ma anni dopo, Teresa Wyatt, composta preside di una locale scuola femminile, viene assassinata, annegata nella sua vasca da bagno. La casa non è stata svaligiata, quindi non si tratta di un omicidio per rapina.
Il caso viene affidato a Kim Stone, una trentacinquenne appassionata di moto, tutta d’un pezzo, anzi asociale al punto da sembrare priva di sentimenti, ma un ottimo detective anche se spesso fuori dalle righe, e alla sua squadra.
Salterà fuori l’interessante particolare che la vittima negli ultimi giorni aveva cercato di mettersi in contatto con il professor Milton, un docente e stimato archeologo che stava per cominciare lo scavo in un campo alla periferia di Rowley Regis alla ricerca di antiche monete preziose. E il professor Milton ha ricevuto una precisa minaccia che vorrebbe costringerlo a fermarsi.
Ma non basta, l’assassinio di Teresa Wytt sarà solo il primo di un’ondata di omicidi nella Black Country. E ben presto la detective Kim Stone arriverà a scoprire che tutti i morti ammazzati facevano parte del personale che lavorava a Crestwood: un orfanatrofio o casa ricovero per bambine abbandonate o maltrattate, andata completamente distrutta in un incendio.
E quando nel corso delle indagini nel campo destinato allo scavo archeologico, proprio vicino ai ruderi bruciati dell’istituto, tornano alla luce i resti di un corpo, sepolto tanto tempo prima, Kim Stone capisce che bisogna frugare a fondo nel passato perché tutto sembra indissolubilmente legato alle piccole ospiti dell’istituto di Crestwood.
Kim Stone è un bel personaggio, destinato a diventare seriale (e infatti l’autrice lascia molte cose in sospeso), credibile, duro, quasi crudele con se stesso, che crede nel suo lavoro e che vorrebbe garantire sempre giustizia per tutti.
Kim Stone, che è cresciuta affidata all’assistenza pubblica, prende a cuore il caso, vuole andare e riuscirà ad andare fino in fondo e, pagina dopo pagina, scopriremo di più sul perché delle sue difficoltà di rapportarsi con gli altri, legate alle sua terribile storia personale con una madre psicopatica.
Un buon ritmo, per numerosi colpi di scena ben calibrati. Chi sarà mai l’assassino? Un serial killer? Forse? Oppure chi ha ucciso, ha dovuto uccidere? Chi ha ucciso può uccidere ancora? E perché? E chi mai potrà essere?
Io non dirò altro.

La nostra Patrizia ci spinge a leggere anche Sangue nel Redefossi di Gino Marchitelli, Frilli 2015 e I figli sono pezzi di cuore di Giorgia Lepore, E/o 2015. E allora seguiamo i suoi consigli.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2016

book-toiletAffondato nella tazza del water ho riletto “Abbiamo ridotto le pagine non il piacere”. È lo slogan della nuova collana I Distillati di Centauria disponibile dal 29 dicembre in edicola, libri che sono diventati bestseller italiani e internazionali e adesso riproposti ridotti all’osso − nel numero di pagine e nel contenuto − in un’edizione economica. Due titoli al mese di diverso genere “per accontentare tutti”, al costo di 3.90 euro l’uno, per leggere un romanzo “nel tempo di un film”. Mi è venuto un sorriso di non so che cosa. Per la casa editrice e per l’eventuale lettore. Poi ho ripensato ai commenti indignati che sono spuntati da tutte le parti come un oltraggio alla Cultura. Grida di rabbia e di disperazione. Allora mi è sorto spontaneo un altro sorriso. Qualche libro, più che distillato andrebbe proprio soffocato nella culla (e metteteci pure i miei).
Ariaffondato, sempre nella stessa tazza del water (virus regalatomi dai miei cari nipotini), ho ripensato alle solite grida di rabbia e disperazione quando nacquero le case editrici a pagamento. A me non piacciono le case editrici a pagamento. Non ho pagato e non pago per farmi pubblicare. Ognuno, però, è libero di leggere quello che vuole e pagare chi gli pare. O no?

delitti al castelloVeniamo alle letture cercando di non essere pesanti (leggi pallosi). Delitti al castello di Donald E. Westlake, Edgar Wallace e G.K. Chesterton, Mondadori 2015.
Il castello riveste una parte importante nella storia del romanzo poliziesco. Ce lo spiega in maniera esauriente Mauro Boncompagni con una serie di calzanti esempi nella sua introduzione a questo bel trio di vicende che ruotano attorno al misterioso e sinistro maniero.
Castello in aria di Donald E. Westlake
Il dittatore dello Yerbadoro in fuga vuole portare il malloppone dei soldi rubati al popolo con sé a Parigi. Come? Svuotando una dozzina di pietre del suo castello e riempiendole con “tutto il suo patrimonio”. Idea geniale ma c’è qualcuno che cercherà, a sua volta, di rubargli il castello. Ovvero una stravagante banda di ladri internazionali. E dunque assisteremo a improvvise situazioni comiche, grottesche e paradossali create dal suddetto gruppo di sbandati altrettanto grotteschi e paradossali.
L’avventuriero di Edgar Wallace
“Un piccolo paese del Surrey vive momenti angosciosi per una serie di furti messi a segno da un vecchio pazzo. Il rebus si complica quando il ladro comincia a restituire la refurtiva e…”
Vicenda ingarbugliata il giusto con personaggi che hanno, in genere, qualcosa da nascondere, amore, gelosia, matrimonio in crisi, ricatto, braccialetto di brillanti perduto o rubato, occhio alla parola “sopracciglia” e a certi bottoni. Avventura frastagliata e detection abbarbicati in un amplesso incredibile con improrogabile citazione di Sherlock Holmes.
Il segreto di Padre Brown di G.K. Chesterton
Flambeau, “il più famoso criminale di tutta la Francia e in seguito investigatore privato in Inghilterra”, ora nel suo castello in Spagna con l’amico Padre Brown e l’inseparabile ombrello dal manico che sembra una mazza. Ai quali si aggiunge il viaggiatore americano Grendison Chace di Boston. Tema della conversazione la differenza tra il metodo investigativo, più o meno “scientifico”, dei più noti detective (Sherlock Holmes, Dupin ecc…) e quello del nostro pretucolo. Facile. Padre Brown “Io non cerco di guardare l’uomo dall’esterno. Io cerco di entrare dentro l’assassino…” fino a quando non riesce a vedere il mondo “con i suoi occhi iniettati di sangue”. Al diavolo gli altri metodi. Al diavolo la scienza.
Due romanzi ed un racconto. Tre storie diverse, tre stili diversi a costituire una lettura che ci vuole pronti agli sviluppi più grotteschi, aggrovigliati e impensati. Con riposino e goduria mentale, diciamola così, insieme a Chesterton.

I guanti dell'assasinoI guanti dell’assassino di Ngaio Marsh, Mondadori 2015.
Intanto una coppia di signori che vivono sotto lo stesso tetto: Percival Pyke Period e Harold Cartell. Il primo, “un signore alto e anziano, con le spalle decisamente curve, i capelli argentei, due grandi occhi castani e una bocca minuta”, ha ingaggiato la signorina Nicola per la stesura di un libro sulle buone maniere. Il secondo, non la faccio lunga, sparirà dalla scena quando lo troveranno nel fossato (c’erano dei lavori in corso per una fogna), “bagnato e sporco di fango, e sulla testa spiccava un segno rosso lasciato dal sangue” schiacciato da un collettore di circa quattrocento chili. Qualcuno ha spostato il ponte di assi fin quasi al bordo e, quando Cartell ci è passato sopra, è crollato. Sfortuna? No, omicidio.
Il nostro Roderick Alleyn in età matura, sovrintendente di Scotland Yard, arriva per risolvere il mistero insieme all’ispettore Fox e si trova davanti a particolari inquietanti che non sto ad elencare. Tutti i personaggi sospettati, tutti hanno qualche buon motivo per avere ucciso Cartell. E lì, davanti a loro, c’è Roderick a tirare le fila dell’intricata vicenda in una atmosfera avvolta nel silenzio più profondo (si sente perfino il fruscio delle dita). Con l’aiuto abbaiante del cane Pixie che il suo bel contributo lo vuole dare. E lo darà. Eccome se lo darà.

MelissaMelissa di Francis Durbridge, Mondadori 2015.
“Brutta serata per Guy Foster, giornalista squattrinato con ambizioni da romanziere. Prima un battibecco con la moglie Melissa al rientro a casa, quindi lei che va a un party senza di lui. Più tardi Melissa lo convince a raggiungerla nei pressi di Regent’s Park ma…”. C’è un’amara sorpresa. La pelliccia nera nelle mani di un poliziotto appartiene all’amica della moglie ma la vittima strangolata nel parco è proprio Melissa!
In arrivo una serie sconcertante di fatti misteriosi e inspiegabili fra cui la dichiarazione che lui era in cura da uno psichiatra (non è vero, si affanna a smentire) confermata dal dottore e dalla segretaria. Ergo dubbi, assilli, domande ”Era forse uno schizofrenico? Un dottor Jekyll e Mister Hyde?”. Storia avvincente, ricca di continue sorprese per il povero Guy e per noi lettori che cerchiamo di capire, sballottati da un nuovo evento all’altro, quale sia la verità vera (fra le tante false verità) che sfugge di continuo e scivola via come un serpente in fuga.

L’odore dell’inganno di Andrea Franco, Mondadori 2016.
l'odore dell'ingannoGià trovato il nostro uomo (don Attilio Verzi) in L’odore del dolore, a sua volta  in Giallo 24 – Il mistero è in onda di AA.VV., il Giallo Mondadori extra 2013, che mi colpì per la sua originalità e poi in L’odore del peccato, Mondadori 2013. Un personaggio particolare questo monsignor Verzi, capo dell’Ufficio inchieste assegnatogli da papa Pio IX, dotato di un dono speciale “che molti avevano additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”.
Qui (siamo a Roma nell’estate afosa del 1846) è alle prese con la scomparsa di Chiara, una giovane ragazza, nipote del nobile romano conte Palmigiani, da lui stesso segnalata e prossima alle nozze (matrimonio combinato) con il nipote di un cardinale. Verrà trovata morta in un canale, causa una coltellata alla gola, vestita di abiti dozzinali (perché?) e un fazzoletto appeso ad un ramo secco distante una decina di metri. Caso complicato perché intorno alla ragazza “Troppi interessi, troppo denaro, troppo potere fine a se stesso”.
Odori, odori e odori (forte quello dell’inganno), voci, visioni, incubi, momenti di crisi, il passato doloroso che riemerge improvviso. La ricerca sofferta della verità attraverso una scrittura intensa e delicata, capace di penetrare nelle profondità dell’animo di don Attilio Verzi “caricato” di un dono portentoso e nello stesso tempo pesante che lui non vorrebbe possedere.

Cuccioli di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2015.
CuccioliUltimi ricordi che sfrecciano nella mente. Poi un laccio che si stringe al suo collo di giovane domestica ucraina. La figlia appena nata viene abbandonata vicino ai cassonetti della spazzatura. Un ragazzino chiede aiuto. Hanno rubato il suo cane, così come è successo a tanti altri randagi.
Ecco due storie, due casi da risolvere per i Bastardi di Pizzofalcone: Luigi Palma, Giorgio Pisanelli, Giuseppe Lojacono, Francesco Romano, Ottavia Calabrese, Alessandra Di Nardo, Marco Aragona, ognuno con il suo bravo soprannome. Tutti insieme e tutti soli con il proprio destino.
Quando si apre un libro di Maurizio De Giovanni sicuro che si incontra il pathos e la commozione. E le vicende esterne si intrecciano indissolubilmente con quelle interne dei personaggi, con le loro storie, i loro crucci, i loro problemi. Storie individuali e di un quartiere che replica in piccolo le anime della metropoli, dove tutti sanno di tutti, le attività oscure e illecite, il senso forte della famiglia, le rivalità, le crisi, le solitudini, le depressioni, i traffici loschi e i delitti (vedi l’influenza di Ed McBain).
Quando si apre un libro di Maurizio De Giovanni fatale che si incontri il pathos e la commozione. Ogni volta cerco di beccarlo in castagna su quella che io definisco “ampollosità sentimentale”, o, per essere più chiari, “pallosità sentimentale”, una sequela di languido, viscido sentimentalismo tipica di certi romanzetti ammosciati, ma mi sfugge sempre come un’anguilla. E, anche nei momenti più scivolosi, nei momenti in cui l’autore tamburella di continuo su alcune parole chiave, riesce a rimanere abbarbicato al sentimento più forte, genuino e sincero dell’esistenza umana.

Sangue khmerPer la DelosDigital 2016 segnalo Sangue Khmer di Fabio Novel, romanzo thriller in ebook. “Chi ha seviziato e ucciso Peuw e tante altre bambine? Una risposta che nessuno è interessato a trovare, nella tormentata Cambogia del 1992. Solo Tia, una giovane volontaria in cerca di redenzione, vuole giustizia. Per ottenerla, non esiterà ad affrontare il cuore oscuro di Phnom Penh. È insieme un thriller, una spy story e un noir, un romanzo dove gli scenari cambogiani e thailandesi sono del tutto protagonisti, con una trama che affronta la perversione umana, ma si sviluppa all’ombra degli affari sporchi dello spionaggio e degli interessi geopolitici, in crudi scenari esotici, tra una popolazione che non ha dimenticato la paura, criminali di bassa lega e killer professionisti, caschi blu, expats dal passato oscuro.”
Dello stesso autore ricordo il romanzo Scatole siamesi, Nord 2002 e Phuket inferno in ebook con la Delos Digital 2015.

Chi vuole conoscere un poliziotto fuori regola ecco i libri di Antonio Manzini che ci propone la sua creatura Rocco Schiavone, poliziotto violento con il gusto della bella vita, delle belle donne (chiamalo scemo) e quotidiana sniffata di spinello (qui va bene l’aggettivo precedente). Pubblicati dalla Sellerio, il che una certa garanzia ce la dà.

Sei casi per Petra DelicadoChi desidera, invece, ritrovare un personaggio famoso già conosciuto come Petra Delicado di Alicia Giménez Bartlett‎, allora si butti con tutta tranquillità su Sei casi per Petra Delicado (appunto), Sellerio 2015. Siamo a Barcellona dove furoreggia (per noi lettori) la coppia antitetica su tutto, e per questo irresistibilmente divertente, dell’ispettrice Delicado e del panciuto Fermin Garzón che da soli inseriscono una nota lieve in una costruzione aspra come quella del noir.

Dopo lo straordinario successo della Trilogia del Male Roberto Costantini, che si è beccato pure il premio speciale Giorgio Scerbanenco del 2014, La moglie perfettacon La moglie perfetta, Marsilio 2016, affronta ora, tra gli altri, il tema del difficile rapporto matrimoniale in  una Roma dove imperano gli affari loschi. Già preso ma ci ritorneremo la prossima volta.

Per tutte le depresse e le scoraggiate (vedi il giudizio di Bianca Pitzorno) anche il sottoscritto consiglia La mia vita di Agatha Christie, Mondadori 2003. Un omaggio al libero pensiero, all’intelligenza, alla fiducia in noi stessi. Con qualche caduta sconcertante quando trattasi di questioni sociali che il criminale, per lei, ha due possibilità: un sorso di cicuta od offrirsi volontario per le sperimentazioni mediche (ma ho idea che molti la pensino così).

A colpo sicuro con Il cartello di Don Winslow, Einaudi 2015, già segnalato dal nostroil cartello Valerio Calzolaio. Se non bastasse il suo giudizio eccone altri: James Ellroy “Il cartello è il Winslow migliore. Intenso, brutale, profondo. Atmosfera impressionante, trama magistrale. Una botta di metanfetamina pura”; Michael Connolly “Don Winslow è un maestro e questo libro lo dimostra una volta di più ”; Lee Child “Se Il potere del cane era quasi perfetto, Il cartello è semplicemente straordinario”. Io dico che c’è da fidarsi e già sono rimasto appiccicato a molte sue pagine nella solita libreria di Siena (mi sa che lo finisco lì).

Una sarabanda di autori di alto livello con Jeffery Deaver al comando in Il braccialetto di rame, BUR 2016, seguito di Il manoscritto di Chopin, BUR 2015, dove M.J. Rose riuscì a riunire un bel gruppo di scrittori intorno ad una storia iniziata e terminata dal suddetto Jeffery Deaver (gli altri completarono il resto). Niente di nuovo sotto il sole. Basti pensare al famoso Detection Club degli anni Trenta che invitava addirittura i lettori a scoprire l’assassino.  Così scrissi a fine lettura “Storia complessa, frenetica, dal ritmo veloce, ricca di movimento, di suspense, di continui “passaggi” da un personaggio all’altro, di scontri, di pistole puntate alla schiena, di morti ammazzati, di ripetuti colpi di scena, quasi una gara tra i vari autori a mettere in mostra le proprie capacità inventive. Una storia che mi è parsa discretamente gonfiata e non mi ha esaltato più di tanto, anche se la tecnica c’è e si vede.” Spero che il seguito (lette solo diverse pagine in qua e là) sia migliore.

Per chi vuole leggere qualcosa del sottoscritto sui grandi campioni di scacchi del presente e del passato cliccare qui: Fischer Najdorf Réti Petrosian Nimzowitsch Chigorin Tarrasch Rubinstein Alekhine Steinitz Lasker Tal Capablanca Karpov Spassky Korchnoj Botvinnik Reshevsky Euwe Marshall Kasparov. Buona lettura.

E, a proposito sempre di scacchi, ecco cosa ho letto “Non voler crescere, non voler entrare nel mondo è il tema conduttore di Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto (il Saggiatore, pp.237, euro 20, traduzione di Laura Testaverde), romanzo della scrittrice giapponese Yoko Ogawa. La trama ha un che di fiabesco: un bambino timido e introverso, con una leggera peluria sulla bocca, incontra un grassissimo guidatore di autobus in pensione che gli insegna a giocare a scacchi. Dopo la morte del suo maestro, Little Alechin, ormai piccolo campione destinato però a non diventare adulto, viene ingaggiato dal presidente del circolo degli scacchi della sua città per fare delle partite con sconosciuti ma stando all’interno di un automa (il che ricorda un altro congegno meccanico, il famoso Giocatore di Scacchi di Maelzel, smascherato da Edgar Allan Poe).” Sicuro che lo becco.

il morto che non riposaMica male Il morto che non riposa. Scritto da Guy Cullingford e pubblicato dalla Polillo nel 2003. Il titolo originale era tuttavia Post mortem, che deve essere piaciuto un sacco anche a Patricia Cornwell se lo ha ripreso per un suo famoso best-seller. Ma pure il nome dell’autore che compare sulla solita copertina rosso fuoco non è per nulla originale, nel senso che trattasi dello pseudonimo di Constance Lindsay Taylor, scrittrice e poetessa inglese. “La sua vera identità rimase un mistero finché, negli anni Sessanta, la scrittrice divenne membro del celebre “Detection Club” di Londra, della “Crime Writers Association” e della “Writers Guild of Great Britain” (scusate se è poco).
E vediamo un po’ di che cosa tratta:
“Qual è il mistero che circonda la morte di Gilbert Worth, scrittore di discreto successo e di temperamento poco amabile? Era intento a lavorare nello studio della sua vecchia dimora vittoriana di mattoni rossi, quando di colpo ha reso l’anima al Creatore. Il caso è stato archiviato come suicidio anche se, nell’opinione di coloro che lo conoscevano, Worth non era tipo di togliersi la vita. Inoltre, c’erano stati un paio di “strani” incidenti in precedenza, senza contare che la moglie, i figli, la segretaria e il vicino di casa, fra gli altri, potrebbero non essere estranei ai fatti. Qualcuno, in particolare , è indignato per l’esito dell’inchiesta e decide a suo modo, di indagare”.
Questo qualcuno, ve lo dico subito, è proprio il morto che, in forma di fantasma, si dà da fare per scoprire il colpevole. Non riposa, appunto. Una discreta trovata per quei tempi che però non ha perso di attrattiva ancora oggi. Egli vede, ascolta le conversazioni, si rende conto di che cosa provano i suoi familiari e la servitù nei suoi confronti. Tutti sono i possibili sospettati. Chi per un verso, chi per un altro. E allora non rimane che leggerlo per scoprire il colpevole.

il negozio dei suicidi“Immaginate una piccola impresa a conduzione familiare, dove da dieci generazioni si vende tutto ciò che può servire per suicidarsi. Il suo slogan è: “Morti o rimborsati!”. Ma nessun cliente è mai tornato per lamentarsi… Mishima Tuvache, il padre, specializzato in morti violente, dirige l’azienda con pugno di ferro. Lucrèce, la madre, addetta agli avvelenamenti, confeziona misture fatali. Vincent, il figlio più grande, sta progettando un parco divertimenti sul tema del suicidio. Sua sorella Marylin, che si crede inutile, vorrebbe farla finita ma un Tuvache non può uccidersi. Chi manderebbe avanti il negozio?…” Ecco la bella famigliola di Il negozio dei suicidi di Jean Teulé, Vertigo 2008. Anzi, no, ne manca uno, Alan, un figlio degenere che ama la vita. Sorride, ringrazia, disegna paesaggi splendenti, insomma la classica mela marcia che va tenuta sotto controllo.
Il negozio è ben fornito. Chiunque sia votato al suicidio può scegliere tra un’ampia gamma di prodotti: la classica fune da impiccagione, un completo da hara-kiri con kimono e relativa sciabola, vari tipi di veleni tra cui anche quelli da contatto, il classico blocco di cemento munito di anello per chi vuole affogare e così via. E poi abbiamo la figlia che uccide prima con un bacio, poi con una semplice stretta di mano, il suo innamoramento con il guardiano del cimitero, politici suicidi che si mettono a ridere, e così via. Ma, soprattutto, il cambiamento che avviene nella famiglia ad opera dell’ottimismo di Alan e di conseguenza il cambiamento del negozio. Niente arnesi per suicidi ma una crêperie (sì, avete capito bene).
E insomma un frullato di battute e trovate più o meno convincenti.

Il Palio di Sherlock Holmes di Luca Martinelli, Alacràn 2009.
Il palio di Sherlock HolmesTitolo intrigante, bella copertina con: in primo piano una mano, una pipa, volute di fumo, sullo sfondo scuro il Palazzo Pubblico e la Torre del Mangia di Siena. Praticamente una storia tratta dalle carte lasciate da Holmes al suo fidato amico Dr. Watson sulle sue vicende in Italia tra la primavera e l’estate del 1891, per formare una rete di spie e far maturare un partito contrario al rinnovo della Triplice Alleanza. Contatto a Sesto Fiorentino sotto mentite spoglie del giornalista Sigerson con l’agente Trenton e poi a Firenze seguendo le istruzioni del fratello Mycroft. Infine a Siena (affettuosa e documentata ricostruzione storica) con la Lizza, Piazza del Campo, il Costone, il quartiere malfamato di Salicotto ecc…, e la stupenda passione dei suoi abitanti per il Palio.
Conclusione di tutto l’ambaradan tirata un po’ per i capelli (lo stesso Holmes sembra accorgersene quando scrive a Watson sui possibili lati ancora oscuri della storia), postfazione di Enrico Solito come sigillo, comunque, ad un buon libro.

L’eredità medicea di Patrizia Debicke Van Der Noot, Parallelo45edizioni 2015.
l'eredità medicea“Alessandro de’ Medici era giovane e forte. Si difese e morse a sangue il dito del cugino che gli aveva inferto la prima pugnalata, ma invano. I suoi assalitori, tre, armati e che l’avevano preso alle spalle, lo soverchiarono. I sicari, lo Scoroncolo e il Freccia, dopo averlo immobilizzato, colpirono, finché non smise di muoversi e scivolò a terra.” Caterina Soderini, lì presente con l’inganno, che non si aspettava l’esito funesto, urlò aiuto alle guardie del duca e i congiurati fuggirono. Era il 6 gennaio 1537, la notte della Befana. Da qui ha inizio la caccia a Lorenzino de’ Medici, detto Lorenzaccio, e ai suoi complici.
Dietro al misfatto, come un deus ex machina che tira le fila della congiura, l’Ombra di cui scopriremo l’identità solo alla fine. Altri personaggi principali (ne cito solo alcuni): Alessandro Vitelli, comandante in capo dell’esercito imperiale di Carlo V a Firenze; il cardinale Cybo, primo ministro di Firenze; Cosimo de’ Medici, non ancora diciottenne, che diventerà signore della città; Otto da Montauto, luogotenente di Alessandro Vitelli; Pier Luigi Farnese, comandante generale e Gonfaloniere della chiesa e Filippo Strozzi,  dalla parte dei congiurati.
Dunque personaggi, dicevo, che si alternano a costituire una vicenda complessa, vera, della nostra storia, la ricerca dei congiurati, la situazione politica che coinvolge altre potenze straniere, l’alternarsi del passato al presente per rendere più concreta e credibile la realtà in cui si svolgono i fatti, scene di vita intima, amori felici e amori non ricambiati, matrimoni, nascita dei figli, banchetti, duelli, uccisioni, inganni, tradimenti, tentativi falliti di togliere di mezzo Cosimo. E, insomma, trame che si aggiungono ad altre trame a creare una vicenda storicamente minuziosa (a volte anche troppo) ma sempre affascinante e di piacevole lettura. Alla fine resa dei conti con l’Ombra. Ma chi sarà mai?…
Della stessa autrice ricordo L’oro dei Medici, TEA 2009, L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013.

E ora, sempre l’infaticabile Debicke, ci presenta La cattedrale dei morti, le indagini di Vitale Federici di Marcello Simoni, Newton Compton 2015.
La cattedrale dei mortiCon un balzo in avanti di tre secoli e, lasciando per un po’ nel quattrocento il suo Maynard de Rocheblanche e l’Abbazia di Pomposa, esce Simoni con La cattedrale dei morti, remake di una trilogia scritta con il dotto linguaggio adatto all’epoca, già pubblicata dalla Newton Compton con i titoli: I sotterranei della cattedrale, in edizione economicissima e in e-book e L’enigma del violino e La prigione dell’anima usciti su due diverse antologie di racconti.
Gradito remake, dicevo, con le indagini di Vitale Federici, cadetto di una casata estinta, i Montefeltro, protagonista di una serie di avventure nell’Italia del Settecento, costretto a indagare su un concatenarsi di delitti all’apparenza insolvibili, sotto il quale si nascondono le macchinazioni di aristocratici, religiosi e magistrati. Urbino, Roma e Venezia appronteranno per lui delle trappole mortali, che potrà evitare per un soffio solo per la sua arguzia e il suo straordinario spirito di osservazione.

Eroi dell’ombra di Stefano Di Marino, Delos Books 2015.
eroi dell'ombraStefano Di Marino è bravo e gli do volentieri la patente di grande se non massimo conoscitore del settore. La sua bella antologia romanzata che ricostruisce secondo un criterio ben documentato tutta la storia della spy story cinematografia mondiale è da leggere e poi conservare sullo scaffale per consultarla a piacere.
Riporto volentieri le spiegazione che lui stesso dà ai lettori sui criteri adottati per la sua monumentale opera: «Seguiremo la storia dello spionaggio in questi ultimi cento anni, i film saranno raggruppati per tematiche più che per anno di produzione. Così come mi pare logico accorpare tutti i film di 007 o quelli interpretati da Michael Caine, altra grande icona (lui personalmente, al di là dei personaggi) del filone. Oppure i film tratti dal lavoro di quel grande romanziere che è stato Robert Ludlum.
Insomma credo che, alla fine, troverete tutti i vostri film preferiti e magari molti che non conoscevate ma secondo un percorso divertente, un po’ erratico, ma coerente con la mia passione per il genere che, dopo tanti anni, è ancora bruciante e creativa.»
Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2016

toilet paperAnno nuovo, vita nuova. Nel senso di meno lungagnate e più leggerezza (se ci riesco).

“Lotti, ho un dubbio”. Appena letta la frase di Friedrich Dürrenmatt mi sono sentito inorgoglire. Lo avrei aiutato. D’accordo, si riferiva alla moglie, Lotti Geissler, quando era in vita. A volte mi prende così. Poi mi tiro su con il solito giovanotto scamiciato anche d’inverno che cammina da podista e sbraita da solo a voce alta lungo un certo mio percorso.

SH e il caso del papiro egizioParto da Sherlock Holmes e il caso del papiro egizio di David Stuart Davies, Mondadori 2015. Lotta tra il nostro Sherlock e un certo Sebastian Melmoth “dandy dissoluto” con la fissa del problema della morte. Di mezzo un papiro da decifrare per ritrovare il Libro dei Morti che custodirebbe il segreto della vita eterna. Uccisioni, scontri, spari, ganci al mento, fughe, aiuto dagli irregolari di Baker Street, passaggi segreti, incendio pericoloso, brivido e suspense sparsi per tutta la vicenda. Con il dottor Watson pronto a raccontarci la storia e ad intervenire al momento giusto.

Letture sempre gradevolissime, sul filo di una delicata ironia quelle di Ellery Queen con i suoi Esperimenti deduttivi di Ellery Queen (appunto), Mondadori 2015. I casi da risolvere sono i più Esperimenti deduttivi di Ellery Queendisparati. Un vecchio appassionato di crisantemi (vengono a fagiolo). Regali per il suo compleanno. Una brutta notizia per i figli e gli amici. Finito il suo patrimonio resta solo un ciondolo orientale di notevole valore. Chiaro che prima o poi rimane stecchito da una coltellata e il ciondolo sparisce. Ma prima di morire ha il tempo di scrivere un criptico messaggio. A Ellery il compito di decifrarlo e scoprire l’assassino. Una chiamata al Nostro dall’attrice Modesta che ha trovato, finalmente, tre pretendenti alla sua mano. Solo che la becca uccisa da un colpo di pistola, mentre un tizio con l’impermeabile se ne sta fuggendo. Certo uno dei tre pretendenti rifiutati. Ma la sorpresa non manca… E così via. Tra l’altro, aggiungo, il nostro Ellerone deve sostenere, come novello studentello, un test di ammissione al bizzarro Club dell’Enigma. Ce la farà? (domanda retorica). Garbo, leggerezza, spirito deduttivo, scontri simpatici con il padre a regalarci un sorriso tra morti ammazzati.

In seguito ci sarà da divertirsi con Delitti al castello di Donald E. Westlake, Edgar Wallace e G.K. Chesterton (sentite che nomi); I guanti dell’assassino di Ngaio Marsh (inedito!); Melissa di Francis Durbridge e Sherlock Holmes e i ribelli d’Irlanda di Kieran McMullen, sempre della Mondadori.

La scacchiera di AuschwitzLa scacchiera di Auschwitz di John Donoghue, Giunti 2015, è stata una bella sorpresa. Auschwitz 1944. Paul Meissner, responsabile del campo di concentramento e Emil Clément, ebreo. Un incontro che si ripeterà ad Amsterdam nel 1962. Praticamente la loro storia, in “diretta” dal campo e raccontata attraverso i loro ricordi e un diario del tedesco. Il nazista pentito, l’ebreo calpestato che sa giocare a scacchi, l’inferno di Auschwitz, le riflessioni sul nazismo, sull’odio e sul perdono. Alternanza mirata di periodi temporali con le storie che si intrecciano e riattaccano le une con le altre. Toni giusti, profondi, mai patetici, scrittura delicata, sensibile, dura quando necessario, che entra nelle pieghe degli animi per lasciarvi una traccia indelebile.

Il rapporto giallo-scacchi è inesauribile (per gli amici delle sessantaquattro caselle). Si trovano citazioni da tutte le parti. Ultimamente, per esempio, in Zero assoluto di Michael Crichton, Garzanti 2015, un personaggio (il conte) al medico Peter Ross “Al contrario. È tutto perfettamente logico. Una partita a scacchi fra me e il professore”. “Non sono mai stato bravo negli scacchi”. “Si impara in fretta” ribatté il conte, “quando si è sotto stress”. (pag.135).

In Lo specchio nero di Gianluca Morozzi, Guanda 2015.
“Di lì a poco, ne era certo, Monesi avrebbe chiesto a Isabel “Tu giochi a scacchi?”, per poi partire con la sua conferenza classica sul giallo” (pag.60). “…perché gli scacchi, Isabel, sono un gioco affascinante e strano, in cui devi essere stratega e leggere nel pensiero. Devi portare avanti le tue strategie, ma nello stesso momento capire cosa sta architettando l’altro e contrastarlo… è tutta così, una partita… un po’ fai il tuo gioco, e un po’ provi a distruggere quello che immagini stia facendo l’altro”. È quello che fa Monesi quando scrive un giallo (pag.61).

In Sherlock Holmes e il caso del papiro egizio, già citato, Catriona Andrews, venuta per uccidere Holmes, lo accusa di non capire l’amore “Se ne sta qui al caldo nella sua stanza polverosa a lavorare su indizi e ipotesi, senza mai considerare il dolore, l’angoscia, le tragedie di cui sono pervasi i casi su cui sta indagando. Le persone sono solo tessere di un rompicapo, per lei, pezzi su una scacchiera.” (pag.158). A pag.170, nell’articolo George Newnes e Arthur Conan Doyle: un sodalizio di grande interesse di Gabriele Mazzoni, veniamo a sapere che “Newnes era un uomo molto metodico: frequentava i suoi collaboratori, con i quali pranzava quasi tutti i giorni o giocava a scacchi nel tempo libero e passeggiava per lo Strand, che amava. Nel 1889 perse uno dei figli, Arthur, di otto anni, che cadde fulminato da una meningite durante una partita a scacchi in casa. L’editore lasciò per molti anni intatti il tavolo e la scacchiera, con i pezzi esattamente come si trovavano al momento della disgrazia”.

teoria delle ombreStavo per dimenticarmene. Sempre a proposito di giallo-scacchi è uscito Teoria delle ombre di Paolo Maurensig (quello de La variante di Lüneburg), Adelphi 2015, che gira intorno alla misteriosa morte del campione di scacchi russo Alexander Alexandrovic Alekhine nella sua stanza d’albergo a Estoril, in Portogallo il 25 marzo del 1946. Suicidio, incidente, assassinio? Praticamente la ricostruzione dei suoi ultimi giorni, quando era già considerato un traditore dai sovietici e accusato di collaborazione con i nazisti. Pure un affondo sulla psicologia di certi appassionati amanti di Re e Regine che rasentano talvolta la follia (non guardatemi). Un’immagine rara e sconvolgente del cadavere di Alekhine non ancora rimosso nel libro Alekhine di Alexander Kotov, Prisma 1995.

I mille volti del gialloNon dico da leggersi tutto d’un fiato, frase fatta che nasconde in realtà un pericolo mortale (asfissia), ma un po’ per volta è una vera goduria I mille volti del giallo di AA. VV., a cura di George Pelecanos e Otto Penzler, Newton Compton 2015. Setacciati centinaia di racconti americani dell’ultimo anno da Otto Penzler per arrivare a cinquanta candidati di ottima qualità. Poi ecco George Pelecanos che ne tira fuori venti. I migliori in assoluto proposti in questa straordinaria antologia. Basterebbe solo qualche nome per renderla appetibile: Michael Connolly, Joyce Carol Oates, Lee Burke, Elizabeth Strout che campeggiano in copertina. E gli altri, credetemi, non sono da meno. Interessanti le spiegazioni per cui gli autori sono giunti al loro parto. Con un racconto ci si può anche vendicare di quello che è successo nella realtà. Vedi il cazzone di elettricista che frega la bischera di turno spillandole dei soldi con una storia inventata. Nella realtà, dicevo. Ma qui le cose cambiano e la bischera potrà vendicarsi. Se si vogliono osservare delle morti atroci nei loro disgustosi particolari basta seguire un fotografo-paparazzo della Wichita del dopoguerra. Tanto per portare qualche esempio: una suocera ottantaseienne presa a badilate dalla nuora; un cadavere fatto a pezzi in una vasca; un tizio giù per la tromba di un ascensore con le mani legate dietro la schiena; una impiccagione dentro ad un armadio e così via (buon divertimento!).
Grande varietà di temi, personaggi e figure minori impeccabili, il ribaltamento delle aspettative, il mistero e l’intorcinamento dell’animo umano, sapienza di scrittura con brivido incorporato e un momento di golosa euforia per noi poverelli quando leggiamo del mondo luccicante dei ricconi di Wall Street che divora i suoi figli. Inganni e tradimenti a non finire, le paure che assillano di notte. E, proprio quando si è fatto fuori l’avversario di turno (Scacco matto, figlio di puttana), ecco che bisogna tenere gli occhi bene aperti, soprattutto su quelli con i quali abbiamo vinto. Ben vi sta!

Delitti di CapodannoInteressanti questi Delitti di Capodanno di vari autori nostrani della Newton Compton 2015. Tanto per non farla lunga: corpi tagliati di netto dall’ombelico in giù (siamo nel 1791); un assassino che si comporta come il Dytiscus, nella realtà della natura il nome di una larva che inietta il suo veleno nel corpo di un girino, trasformandolo in una pappa liquida per essere mangiato; l’ispettore Bruno Cavallone tra un omicidio e l’altro e la mogliera incazzata di brutto; notte di Capodanno, un marito troppo grosso che osserva la bella moglie ballare, ricordi e ricordi, da cornuto, insomma, che si appresta a fargliela pagare; un finto suicidio attraverso una complicata ghigliottina trasformatosi in un assassinio… eccetera, eccetera. Un buon prodotto (citati pure gli scacchi), ricco di spunti apprezzabili, la violenza del maschio, la forza della donna, lo scendere brividoso nei gorghi interni dei personaggi, con l’idea del Vendicatore (si trova dappertutto) che un po’ ha stanchicchiato.

Morte in ascensoreLa Polillo è risorta, se Dio vuole, con due Bassotti degni di attenzione: Morte in ascensore di Alan Thomas e Sangue sulla neve di Hilda Lawrence. Con il primo siamo sulla scia del delitto impossibile in ascensore (la stessa Polillo aveva già pubblicato, a tal proposito, Discesa fatale di Carr e Rhode e si conosce pure un’altra Morte in ascensore di Ngaio Marsh, Mondadori 1993), addirittura senza soluzione (si verrà a sapere da un diario dell’assassino). Con il secondo siamo nella classica villa di montagna circondata dalla neve che si tingerà presto di rosso. Tra i vari personaggi occhio a due anziane zitelle che sembrano sapere tutto. Brrr!

Le inchieste del commissario Van InConsiglio anche la lettura di Le inchieste del commissario Van In di Pieter Aspe, Fazi 2015, un volumone che raccoglie tre storie: Il quadrato della vendetta; Caos a Bruges e Le maschere della notte. Sul secondo libro alla fine della recensione scrissi “Prosa spedita, soffusa di humour, che sa anche mettere elegantemente in rilievo le magagne della società e del comportamento individuale senza fare due maroni (o marroni) così.” Per chi vuole seguire l’ultima uscita ecco Il caso Dreyse, Fazi 2015, con il nostro ispettore Van In (siamo a Bruges), scorbutico il giusto, amante delle donne e della birra che deve vedersela con l’estremismo cattolico (controcorrente).

Il caso GCosì come si va sul sicuro leggendo Il caso G di Håkan Nesser, Guanda 2015, dove troviamo il commissario Van Veeteren che vive a Maardam (città immaginaria), ormai in pensione ma ancora fissato su un vecchio caso irrisolto. Copertina a colori da appassionato di scacchi. Cosa c’entrano? Il nostro commissario è abilissimo nel risolvere i “problemi” (uno in tre mosse sul giornale del luogo) del “mirabil giuoco.”

In oriente incontriamo Detective Hanshichi. Misteri e indagini nell’antica Edo di Okamoto Kido, O Barra O Edizioni 2015, che era un appassionato di Sherlock Holmes sulla cui figura ha plasmato il proprio detective. Siamo alla fine dell’Ottocento in una società ricca di superstizioni e ataviche paure (cofanetto di racconti).

Imperdibile (aggettivo strafatto, se lo perdete non succede niente, a meno che lo abbiate perso dopo averlo comprato) The Crossing di Michael Connelly, Piemme 2015, con l’indimenticabile (idem come sopra) Harry Bosch, questa volta in azione insieme al suo fratellastro Mickey Haller. Vedremo cosa combina. In passato ha sempre combinato bene. Mi ricordo che alla fine di La città delle ossa, Piemme 2009, fui colpito dal silenzio in una scena di intenso dolore e scrissi “Uno dei momenti più belli della letteratura. Non solo poliziesca.”
Venendo, poi, a noi dell’italico suolo, possiamo trascorrere un po’ di tempo infilati nella storia romana con Saxa Rubra di Danila Comastri Montanari per incontrare Publio Aurelio Stazio impegnato in una indagine che lo riguarda da vicino. Dal punto di vista sentimentale che le vittime hanno avuto un rapporto intimo con lui. Ma c’è chi cerca di incastrarlo…

Ognuno potrebbeTra le novità di letteratura varia spiluzzicato Ognuno potrebbe di Michele Serra, Feltrinelli 2015, che già dal titolo si capisce cosa potremmo fare e non facciamo, essendo tutti rimbecilliti dentro il nostro ego (basta di dare sempre la colpa agli altri). Chi vuole, invece, scaricarsi per le cose che gli girano storto mandando qualche vaffa, credo che vada bene È tutta una vita di Fabio Volo, Mondadori 2015, e saprà chi è il destinatario. Sto scherzando su un autore preso di mira da tutte le parti. Ho letto solo qualche pagina in qua e là alla Feltrinelli di Siena. Mi ha dato l’impressione di essere nella media della produzione nostrana (poi ognuno valuterà che media è).
E, tra i ripassi storici di cui ogni tanto mi diletto (grande passione), ecco Stato e società nei secoli. Pagine di critica storica. L’età contemporanea di Franco Catalano, G. D’Anna 1969. Qui mi sono buttato tra le braccia della Rivoluzione russa e del Fascismo, ovvero di Lenin, Trotsky, Lukàcs, Gobetti, Gramsci, Croce, Salvemini e compagnia bella. Da lisciarsi i baffi.

Un giretto tra i miei libri
il mistero del diarioIl mistero del diario di Milward Kennedy, Polillo 2009.
Dalla seconda di copertina “Il giovane capitano Philip Kennedy è seduto nel salottino della sua abitazione, a Londra, quando gli viene annunciata una visita. Si tratta di un certo dottor Wilhelm Corts, un tedesco che, senza neppure i convenevoli di rito, lo informa che l’onore di una signora è in pericolo e lo prega di consegnargli il diario…”.
Ecco, il diario. Tutto il romanzo ruota attorno a “lui”. Philip non sa nulla del diario che gli è stato lasciato in eredità (insieme ad una casa di campagna) da suo cugino, il maggiore dei servizi segreti inglesi Robert Wilkins. E sulle sue tracce (sempre del benedetto diario) si mettono tutta una serie di personaggi…
Una serie di morti ammazzati, movimento, tensione, ricatto, paura, brivido, inquietudine, corse nel buio, spari, il passato che mette lo zampino nel presente, un lieve tocco di romanticismo dei tempi che furono.
Prosa incolore (rispetto a certi capolavori) marcata da una scoperta ed ingenua esagerazione quando si passa al gotico. Trama complessa sì, ma l’assassino non è di  difficile individuazione.
Senza infamia e senza lode.

Il mistero del lago di Nora Roberts,  Fanucci 2007.
il mistero del lagoIn seconda di copertina “Reece Gilmore è l’unica sopravvissuta a una terribile strage, e ha impiegato anni per lasciarsi alle spalle quella vicenda. Si stabilisce nell’Angel Fist, nel Wyoming, per cominciare una vita normale: Una sera, durante un’escursione lungo lo Snake River, mentre osserva il panorama col suo binocolo nota una coppia che discute sempre più animatamente; poi, in un attimo, l’uomo aggredisce la donna, e la strangola. Reece chiede aiuto alla prima persona che incontra, il solitario e scontroso Brody, ma quando torna con lui sulla scena del delitto, non c’è nulla che possa testimoniare quanto è accaduto. E nonostante nessuno – o quasi – le creda, lei è certa di quanto ha visto, e non avrà pace finché non sarà riuscita a trovare l’assassino potendo contare solo sull’amore di Brody, che le farà scoprire un mondo di erotismo e sensualità da tempo dimenticato”.
Ad essere sincero l’inizio non è male. Poi, mano a mano che la matassa si dipana e il mistero si scopre, allora vengono i guai. Per il lettore, intendo. Un contorcimento parossistico e assurdo della sua vita interiore con dialoghi lunghi un chilometro che avrebbero messo a dura prova anche la pazienza di Giobbe. Uno scavo psicologico che porta francamente alla esasperazione. In più la solita storia d’amore con la solita lagna la do o non la do, no non la do, sì la do, vedremo quando la do. E quando la dà la dà proprio per bene. Nei minimi particolari tanto si perdesse qualcosa. Una vivisezione dell’amplesso con risultati ora banali, ora quasi ridicoli. Se si esce poi dai meandri della protagonista la trama è piuttosto semplice e già sin dall’inizio si intravede l’assassino.
Troppa insistenza, troppo accanimento. Troppe parole. Si poteva ottenere un risultato migliore con metà pagine.

Il mistero di Charing Cross di J.F. Fletcher, Polillo 2008.
il mistero di Charing Cross“Dopo aver passato una serata in compagnia di amici, un giovane avvocato londinese sale su una carrozza della metropolitana diretto al suo appartamento. La carrozza è vuota, ma dopo qualche fermata due uomini prendono posto accanto a lui. Uno è anziano, corpulento, ben vestito, con un viso simpatico e un’aria visibilmente compiaciuta. L’altro è più giovane, indossa abiti malridotti e ha un aspetto sofferente, ma uno sguardo vivo che denota prontezza d’ingegno e mani affusolate che si muovono con eleganza. I due chiacchierano, e l’avvocato non può fare a meno di ascoltare. L’uomo anziano parla di una donna; a un certo punto si piega verso l’altro, abbassa la voce fino a un sussurro e nulla più si sente della conversazione. Il treno si ferma a un’altra stazione e riparte senza che nessuno sia salito sulla carrozza. D’improvviso l’uomo anziano si blocca a metà di una frase, s’irrigidisce, si guarda intorno con aria sconcertata, porta una mano alla gola e cade a terra. Il treno, nel frattempo è arrivato alla stazione di Charing Cross. “Vado a cercare un medico!”, esclama l’amico in preda all’agitazione e si allontana di corsa. Ma non tornerà più, e comunque il suo compagno è già morto”.
Avvelenato, aggiungo io. Come avvelenato verrà trovato, in seguito, l’amico fuggito. Il giovane avvocato Hetherwick, che aveva assistito alla scena di morte sulla carrozza, si mette ad investigare (con l’aiuto del suo segretario Mapperley), così come l’ispettore di polizia Matherfield. Per farla breve la donna di cui parlavano i due uomini sembra essere stata la signora Whittingham, una truffatrice che aveva messo nel sacco anche Hannaford. Ed ora è quasi certo avere preso il nome di Lady Riversteade, ricca ereditiera. La nipote Rhona si offre come segretaria per tenerla d’occhio. E c’è pure una certa Madame Anita Listorelle che, guarda caso, sembra la copia sputata di Lady Riversteade…
Stile fluido, sicuro, trama ben congegnata in modo da tenere sempre desta l’attenzione del lettore con azzeccati colpi di scena, rapimenti e inseguimenti vari.

Il mistero Caravaggio di Silvano Vinceti, Giorgio Gruppioni, Luciano Garofano, il mistero caravaggioRizzoli 2010.
Dalla introduzione sappiamo che il compito principale del libro è quello di “chiarire soprattutto gli eventi legati alla morte del pittore e sulla fine delle spoglie” (mi ricorda un po’ La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010).  Un excursus della sua vita da Milano a Caravaggio, da Roma a Napoli e poi a Malta per il cavalierato (passaggi principali), per finire, dopo altri tragitti, a Porto Ercole presso il promontorio dell’Argentario. Un percorso che va dal 1571 (data del battesimo) fino al 1610.
Una bella ricostruzione del personaggio inserito nel suo tempo. Un uomo moderno fra due culture diverse: quella religiosa più vera e quella sensuale e competitiva. Un uomo moderno perché “scisso e contraddittorio”, con i suoi splendidi capolavori e la sua vita unita indissolubilmente all’arte.
Stile concreto, fluido, ricerca storica e indagine deduttiva volte ad offrirci una immagine meno forte e provocatoria, più vera, dell’artista.

La nostra Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta in poche, essenziali parole, Nel nel mondo di mezzomondo di mezzo. Il romanzo di Mafia capitale di Massimo Lugli, Newton Compton 2015.
Ritroviamo Marco Corvino, l’umanissimo e sbrindellato cronista anziano di nera, sanamente attaccato alla vita e al sesso, disordinato in preda dei suoi folletti che lo sbeffeggiano, appassionato di arti marziali e con quel tanto di anormale che non guasta affatto.
Stavolta il gioco sporco romano di Mafia Capitale e le sue perverse e intricate radici che affondano ben oltre il tessuto urbano, lo costringono a barcamenarsi pericolosamente.
Ma tutto torna perché Massimo Lugli si è bene guardato attorno, ha preso Marco Corvino e l’ha calato negli scenari che parrebbero incredibili mentre invece sono profondamente realistici di “quel mondo di mezzo”, legato agli scandali che hanno brutalmente svergognato la capitale italiana, anche all’estero, con il carosello di una spiacevole gogna mediatica.

Paesaggio con figure morte di Luigi Guicciardi, Cordero 2015.
Paesaggio con figure morteStavolta Luigi Guicciardi ci consegna una trama amara che ben si sposa con l’atmosfera autunnale del suo 14° giallo che mette ancora in scena la sua ormai stracollaudata Cataldo & Company.
E ancora una volta (Giovanni ma è un cabalistico nome misterioso da non pronunciare praticamente mai?) Cataldo con il suo immancabile quasi alter ego Muliere, sarà costretto a ricostruire il caso o, meglio, a indovinare l’identità dell’assassino, servendosi di piccoli indizi, poche parole, facendo azzardate ipotesi in una corsa disperata contro il tempo per individuare la mente colpevole che sa bene celarsi tra le fila perbene dei giri di Modena, scenario cult del suo autore.
Una nuova complicata indagine per il commissario Cataldo al top della carriera professionale ma con il sentore delle autunnali foglie marce nell’aria che potrebbe preannunciare un qualcosa che non funziona e coinvolgere la sua stessa vita familiare…

L’occhio di Dio di Giulio Leoni, Editrice Nord 2015.
l'occhio di dioNascondiamoci dietro le quinte perché a ogni nuovo libro di Giulio Leoni – che tratti di passato recente o passato remoto – andrebbe sempre fatto per meglio seguire la pièce che va in scena, dando vita a un teatro enigmatico e affascinante.
Un incipit da maestro, ambientato nel dicembre del 1606, nella fortezza di Palmanova, rivoluzionaria città, erigendo imprendibile (o almeno così dovrebbe) baluardo a difesa del confine orientale della Serenissima contro l’avanzare dei Turchi, dà l’avvio all’ultima fiabesca fiction, thriller di avventura di Giulio Leoni. Un incipit che, pur facendoci intravedere la conclusione della storia, non svela l’intrigo.
Perché poi un impetuoso susseguirsi di richiami e flash back infatti ci fa passeggiare nel tempo.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti