Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2016

book-toiletE cinquanta. Voglio dire cinquanta pezzi pubblicati in questa rubrica. Il mio obiettivo è di arrivare a cento (qualche lettore si strapperà i capelli) e poi tirare il calzino. Sempre che ce la faccia.
Non ce l’ha fatta, invece, Giorgio Albertazzi che ci ha lasciati, dopo lunga vita dedicata al teatro (anche alle donne, a dir la verità). Favoloso interprete di Shakespeare, mi è venuta voglia di zampettare su qualche opera dell’Autore. Così ho tirato fuori un librone sui suoi drammi e le sue commedie (1030 pagine, li mortacci…) e sono andato in quel di Ampugnano a crogiolarmi al sole. E qui, tra lo sbraitare dello scamiciato che parla da solo a voce alta (ormai lo conoscete) e lo sfrigolare di qualche aereo che prendeva il volo, mi sono buttato, fremente di ardore giovanile, a declamare tra le spire dell’essere e del non essere impersonando l’aria del grande attore. Sono tornato a casa onusto di gloria e con l’occhio in trasferta. “O che ha’ fatto, Fabio?”, “Ho letto Scepire”.
Non ce l’ha fatta nemmeno Cassius Clay e mi si stringe il cuore, lui ballerino sul ring, ridotto a vecchio tremolante di parkinson. La vita sarà pure bella (d’accordo è bella) ma a volte è anche pure stronza.
Moresco si è incazzato di brutto per essere stato buttato fuori dalla cinquina dello Strega. Un “premio truccato” ha sibilato fra i denti e poi urlato all’umanità. Du’ palle!

Partiamo, come al solito, dai nostri favolosi G.M.
Il mistero della cassa scomparsaIl mistero della cassa scomparsa di R. Austin Freeman, Mondadori 2016.
Un inedito. Diciamo subito che non è cosa da poco. Tra l’altro di un grande autore (applauso a chi lo ha voluto e a chi lo ha tradotto).
Alla stazione di Fenchurch Street. Una cassa di legno cerchiata di ferro, sull’etichetta Dobson, proprio il nome del di chi la sta richiedendo ma con il numero sbagliato. Non è la stessa cassa contenente, tra l’altro, dei beni per un valore di migliaia di sterline. Qui, invece, c’è… viene sollevato il coperchio e Dobson quasi senza fiato “Dove posso trovare un poliziotto?”, dopodiché fugge via senza farsi rivedere. Nella cassa c’è la testa, e solo quella, di un uomo (in seguito si verrà a sapere che è pure imbalsamata).
Nel frattempo sono arrivate due persone, un americano ed un inglese che corre a chiamare la polizia. Da qui ha inizio il “caso” sorprendente. Basato, sia sul mistero della cassa scomparsa, sia sulla rivendicazione di Christopher Pippet (l’americano con giovane figlia e sorella) pronto a rivendicare il titolo nobiliare di conte di Winsborough. In pratica sembra che suo nonno Josiah Pippet, gestore di un pub nella City di Londra, sarebbe stato solo un nome fittizio per nascondere l’identità del suddetto conte che appariva quando spariva l’altro e viceversa.
Poi si passa nella casa del nostro dottor Thorndyke (non c’è bisogno di presentazione) dove troviamo l’amico Brodribb, il sovrintendente Miller, l’assistente di laboratorio Polton e il dottor Jervis che racconta questa parte della vicenda. Brodribb  è il procuratore legale del conte di Winsborough ed esecutore testamentario il cui erede sarebbe il giovane Giles Engleheart. Dunque si prospetta una lotta dura in tribunale tra il poco raccomandabile avvocato Horatio Gimbler, che difende Pippet, e lo stesso Thorndyke che accetta di rappresentare gli interessi di Giles. La cosa più semplice è quella riesumare la tomba del fu Josiah Pippet per vedere se la sua è stata una morte fittizia o meno…
E qui mi fermo. Praticamente uno scandaglio nella complessa legislazione inglese, un susseguirsi di eventi che si intrecciano con una partita di piombo e di platino sparita da una nave, una serie incredibile di falsi indizi sparsi ad arte nei momenti cruciali, insieme a qualche battuta sull’americano e sui moderni mezzi di comunicazione del tempo.
Raccontato dall’autore e, in parte, dal dottor Jervis che tratteggia, ammirato, la figura del dott. Thorndyke. Anche in questo libro, come negli altri di Freeman, sempre grande attenzione è riservata al metodo scientifico che si avvale dei moderni mezzi di ricerca del tempo, vedi il microscopio differenziale o comparatore, per scoprire trucchi e inganni attraverso dei veri e propri piccoli trattati (relativi alla chimica, alle qualità della polvere, dell’inchiostro, del piombo, del platino, del corpo pittuitario e così via) dentro una storia incredibile, complessa e affascinante delineata lungo una scrittura meticolosa (un po’ di pazienza ci vuole) che si chiude in nome dell’amore. Altrimenti i giovani che ci stanno a fare.

La morte in vacanzaLa morte in vacanza di Janice Hamrick, Mondadori 2016.
“Il cadavere giaceva bocconi nella sabbia accanto ai giganteschi blocchi di pietra della grande piramide di Chefren.” Trattasi di Millie Owens “inguaribile ficcanaso” e “capace di far saltare i nervi anche ai santi del paradiso”, secondo chi racconta gli eventi in prima persona, ergo Jocelyn Shore (divorziata) insegnante di storia al liceo in quel del Texas, e parte di un gruppo di venti persona in vacanza per i tesori dell’Egitto. Millie Owens sfracellata al suolo durante un’ascesa alla piramide. Si rivelerà un omicidio.
Gruppo di turisti eterogeneo con la cugina Kyla (sembra sua sorella) “un pitbull senza pelo”, un paio di svampite, qualche coppia, due ragazzini turbolenti, la guida, il suo capo e il Bello. Sì, Alan, il bello e fascinoso che farà guerreggiare le due cuginette. La cosa si complica con la scoperta da parte di Jocelyn della borsa di Millie piena di roba rubata e di una agendina dove si fa riferimento a certi diamanti e alla possibilità del loro contrabbando. All’albergo dove era stata anche Agatha Christie che un omaggio alla regina ci vuole.
Dunque Alan, già detto, un Aladino che ne vuole sapere troppe, una nipote che non è la stessa di prima, qualcosa di strano e poco chiaro tra i componenti del gruppo, mentre si ammirano le bellezze naturali e quelle dell’uomo (Giza, Assuan, Abu Simbel, Edfu, le piramidi, la Sfinge, la Valle die Re, il tempio di Karnak ecc…) e tutta la gente pittoresca che si muove intorno a loro: venditori, mercatini, contrattazioni (perché chiedono alle due cugine se vengono dallo Utah?), una bella collana per pochi soldi, un altro omicidio con le modalità del primo.
La stessa Jocelyn si troverà in pericolo, un party, un colpo in testa, la collana che sparisce, non c’è da fidarsi di nessuno, nemmeno di Alan e anche Kyla potrebbe essere invischiata in qualcosa di losco. Intanto il Bello e Jocelyn… chissà che non ci scappi qualcosa.
Un giallo misterioso intriso di sospetti infiorettato rosa, ricco di movimento, e un’utile guida turistica dell’Egitto scritti con brio e leggerezza.

La congiura di San DomenicoLa congiura di San Domenico di Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein lo abbiamo già trovato ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio (mi ricorda, in questo caso, don Attilio Verzi di Andrea Franco). Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità.
E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto. Ucciso il giovane padre inquisitore fra’ Consalvo nella Basilica di San Domenico, pugnalato alla schiena con un prezioso Cristo d’argento dorato staccato dalla croce e accanto un gatto nero strangolato con il cordone del saio. Altro fatto inquietante quello dell’Erbolaia, ovvero Maria di Bezzo, ritenuta una strega, accusata di avere rapito un bambino, torturata e infine fuggita dalla prigione insieme alla sentinella. E sembra che il morto ammazzato abbia avuto un colloquio con la suddetta. Che ci sia un legame tra i due fatti?
Ancora un omicidio (e non sarà l’ultimo) quello di padre Mattia Rozzi della canonica di Santa Maria Celeste imbavagliato e sgozzato. Uomo ricco invischiato in affari poco puliti. Le indagini della “Sentinella” saranno, dunque, lunghe e difficili, in stretto rapporto con il pontefice Giulio II “temerario, impulsivo, orgoglioso, irascibile e prepotente, ma anche un diplomatico e un uomo d’armi”. E pure un’ottima forchetta, aggiunge il sottoscritto, se si butta su cibi saporiti (quali ravioli bianchi senza sfoglia, maltagliati al sugo, pasticcio di lepre, coscio di capriolo arrosto, cappone marinato alla griglia etc…) innaffiati di Sangiovese, Trebbiano o Pignoletto (mica male e mica scemo). E accanto a lui una caterva di personaggi storici illustri e meno noti come Michelangelo Buonarroti, Ippolito e Alfonso d’Este, Angela e Lucrezia Borgia, Marcantonio Colonna, Ercole Bentivoglio, Ginevra Sforza e tanti altri (una loro lista all’inizio ci sarebbe stata bene) a ricreare l’atmosfera dei primi anni del ‘500 fatta di alleanze, lotte di potere, intrighi, tradimenti, attentati (ne sarà vittima anche il Papa), feste e festini, banchetti, caccie, amori e sesso, lussuria, lascivia, pedofilia, matrimoni combinati spesso infelici.
E in questo mondo di splendori e di miserie il nostro Julius conduce la ricerca della verità con tutte le armi possibili, dalla memoria eccezionale al travestimento fino al servizio di una banda di ragazzi muniti di fionde e occhi acuti per sorvegliare certi infidi stranieri. Se c’è da rischiare in prima persona si rischia senza tema del pericolo,  e se c’è da fare un po’ di sesso lo si fa che la Sentinella attrae prepotentemente le grazie femminili.
Una ricerca storica accurata, precisa e bene amalgamata con la fantasia dell’autrice che si affida a capitoletti brevi, per non creare fastidiosi appesantimenti, e ad un movimento via via sempre più veloce fino allo scontro conclusivo. Una vicenda ricca di fatti, dubbi, assilli, tensione, svolta con una scrittura attenta e priva di svolazzi retorici.
Alla prossima.

Rebus indecifrabiliRebus indecifrabili di Ian Rankin, Longanesi 2016.
Per non occupare troppo spazio restringo al minimissimo (se si potesse dire). Ventinove racconti. Personaggio principale John Rebus, ispettore di Edimburgo del 1947 (se non sbaglio), arruolato nell’esercito, finito nei paracadutisti della SAS, esaurimento nervoso e convalescenza, poi nella polizia, ex moglie Rhona che vive a Londra con la figlia Samantha, fratello minore a Kirkcaldy. Manifesta senza problemi le sue simpatie e antipatie di lettura (un libro di Hammet lo definisce “Decisamente campato in aria”), ama il cruciverba, il jazz ma non la musica country, grugnisce, si incavola di brutto, sbatte le porte, whisky e birra a go-go,  ricordi, ricordi, e ricordi, della ex famiglia, dei genitori, degli amici, di criminali, di una ragazza con cui, forse… il ballo, il destino, scelte diverse… alla fine in qualche bar o pub con il bicchiere in mano mentre là fuori la notte è “piena di possibilità e incidenti, di casualità e destino, di pietà e paura.”
C’è John Rebus, dicevo, soprattutto come uomo con la sua complessa personalità; ci sono gli altri personaggi, poliziotti e criminali sbalzati magnificamente; c’è la città di Edimburgo vista nei suoi molteplici aspetti e nella sua evoluzione (spesso con i tifosi del calcio per strada); c’è il morto ammazzato e l’assassino, ci sono tutti i trucchi del mestiere sedimentati da secoli di letteratura poliziesca per coinvolgere il lettore e depistarlo. Ci sono cinquecento settantuno pagine in genere di buono e ottimo livello. Scrittura pulita, semplice, senza inutili sbavature e ampollosità con momenti di vario sentimento, dalla rabbia, all’angoscia, alla malinconia, al simpatico sorriso. Essenziale. Ecco, “essenziale” è proprio l’aggettivo giusto. E non aggiungo altro per rispetto all’aggettivo.

Uno strano caso per il commissario CalligarisUno strano caso per il commissario Calligaris di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2016.
La linea che pervade la storia è quella dell’ironia e del sorriso. A partire dalla nostra Adalgisa Calligaris nella III C della scuola media “Pinturicchio” di Rivorosso Umbro, vista con la sua “manozza quadrata da carpentiere nano” e con la sua figura da “parallelepipedo basso”, pronta a rivalersi durante l’interrogazione (insomma la bruttacchiona intelligente). La ritroveremo, adulta, dopo un po’ di peripezie, proprio in questo paese come commissario, per seguire la sua mamma, mettere in ordine l’ufficio e inquadrare con piglio sicuro i suoi sottoposti, evidenziati nelle loro caratteristiche peculiari (tra cui il solito corteggiatore inflessibile) e nelle loro vicende personali a dare concretezza di vita.
Paese tranquillo questo Rivorosso Umbro. Un solo delitto, furti di bestiame, piccoli atti vandalici, cose di scarsissimo conto. Praticamente un mortorio. Fino a quando il morto ammazzato arriva per davvero. Una cittadina americana con un colpo di pistola alla tempia. Per mano sua o di altri si saprà in seguito. Trovata da una coppia di amanti. Allora ecco in azione il magistrato incaricato e il medico legale, quel Carlo Petri “l’amore impossibile della sua travagliata esistenza” che l’aveva tormentata fin dai banchi della scuola (e lì tutti, curiosi, a vedere come andrà a finire).
Le indagini si indirizzano su chi ha trovato il cadavere e verso il centro di benessere psicofisico “La Rosa e l’Ortica”, meta di clienti da tutto il mondo dove la stessa defunta, fotografa, aveva preso alloggio. Indagini che portano allo scoperto i misteri di un paese resi più concreti (e in parte buffi) dal dialetto del luogo e i misteri dei villeggianti presso il suddetto centro. La costruzione della storia segue itinerari già ben conosciuti: un quadro di valore sparito, altri due morti ammazzati, la pistola omicida che non si trova, uno scrittore che lavora su qualcosa di pericoloso e una frase minacciosa “Io sono il passato che ritorna” a rendere più complicato il busillis. Ultimo atto alla Poirot, dopo che si è accesa la lampadina con una botta di culo (letteralmente una caduta per terra), che la nostra Adalgisa è fan sfegatata dell’Agatha internazionale e ne vuole seguire i dettami. Ergo riunione generale dei sospettati dove si piazza il colpo finale, in una storia pervasa, come già detto all’inizio, dall’ironia e dal sorriso con qualche pericolo di cadere nel macchiettistico (a volte ci si cade).
E Carlo? Voglio dire il bel Carlo Petri e la non bella Adalgisa che fanno? Perché c’è un discreto fascio di fiori colorati per lei…
Buona lettura

Fragili veritàFragili verità di Bruno Morchio, Garzanti 2016.
Genova, estate 2015. Caronte, anticiclone tropicale e caldo boia. Morto per un incidente d’auto Cesare Almansi, amico dell’investigatore Bacci Pagano legati, un tempo, da “certezze granitiche” e “asserzioni definitive” che non esistono più. Ora “la verità è un’essenza fragile, da maneggiare con cura”. Un colpo di sonno o altro? (niente segni di frenata).
Bacci Pagano, dunque, investigatore privato, cinque anni di carcere per terrorismo e sei mesi “imbragato in una gabbia ortopedica a giocare a scacchi con la morte” (gli scacchi, mia passione, dappertutto), invischiato in una brutta storia con il suo amico. Gira su una vespa amaranto (mi ricorda il freelance Radeski di Paolo Roversi, la cui vespa, però, è gialla), separato dalla moglie con figlia Aglaja in vacanza insieme al fidanzato Essam. È chiamato dai signori Selman per ritrovare il loro figlio adottivo sedicenne Giovanni preso dalla Bolivia, il cui vero nome era Bernardo (perché è stato cambiato?), la madre morta giovanissima, il padre ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito (più avanti la sua storia vera e complicata). Per ritrovarlo occorre l’aiuto dell’amico Pertusiello, ex poliziotto in pensione, comunista di ferro.
Giovanni è ritrovato, vive insieme ad un pusher e spaccia droga di ottima qualità, “forse legato alla causa delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie colombiane”, con il pericolo di scontrarsi con la mafia, mentre aumentano le liti tra i genitori adottivi che si lanciano accuse reciproche, per non essere riusciti a capire le problematiche del figlio. Bacci Pagano ad indagare in giro per Genova (ma anche in Versilia), con i suoi quartieri diversi, le sue strade, la sua popolazione tra un bicchiere di Chianti e la tagliata.
Ricordi e ricordi della sua vita, della “Rivoluzione mancata infarcita di sogni e illusioni” e ora la sua opera di psicologo (materia, questa, dell’autore) per ricompattare la famiglia Selman avviluppata nelle paure e nei nascosti sentimenti.
In concreto un libro sugli ideali rivoluzionari ormai morti “senza l’assillo di inseguire il fantasma della felicità”, sulle difficoltà dell’adozione, sia da parte degli adottanti che dell’adottato (il suo mondo passato che sempre incombe), sulla forza che danno i figli a tirare avanti, in particolare Aglaja allo stesso Bacci Pagano. Sulle fragili verità dell’esistenza che offrono il titolo al libro. Un senso di malinconica spossatezza e disillusione pervade tutta la storia. Con lieve sorriso finale che la vita continua.

Spiluzzicature
Il cadavere in pantofole rosseContinua la rinascita della Polillo attraverso Il cadavere in pantofole rosse di R.A.J. Walling, pubblicato nel 1936 con il detective dilettante Philip Tolefree alle prese di un dubbio suicidio. Lo avevano già trovato ne I fatali cinque minuti, sempre della stessa casa editrice del 2007: “Tolefree era un uomo di media altezza, dai capelli scuri, sempre ben rasato, con un viso piuttosto simpatico e – quando era divertito – un sorriso davvero piacevole. Con il suo abbigliamento curato e discreto, e i suoi modi pacati, lo si sarebbe potuto prendere per qualunque cosa, un avvocato, un funzionario statale di alto grado, un insegnante. Non aveva nulla dell’investigatore, reale o romanzesco. Il che non significa che avesse una personalità incolore, ma semplicemente che non portava addosso nessuno dei segni tipici di una specifica professione.” Da leggere entrambi i libri con calma, con molta calma…

La strategia di BoschUn classico di Bosch non si può perdere. Vedi La strategia di Bosch di Michael Connelly, Piemme 2016, tradotto magnificamente da Alfredo Colitto. È un Henry Bosch con i suoi annetti sulle spalle alle prese con la moderna tecnologia digitalizzante che accetta come inevitabile parto del progresso. Un po’ malinconico, un po’ stanco ma sempre pronto a scattare per la giustizia. Questa volta se la deve vedere con il mondo dei latinos che spadroneggiano a Los Angeles con tutti i casini di questa città tra bande assatanate, corruzioni e intrallazzi politici (sembra di essere a Roma). Ma lui è duro. Ce la farà?…

Altra bella traduzione di Colitto (sempre per le pagine lette nella solita libreria di Siena) si trova in Ai morti non dire addio di Brian Freeman, Piemme 2016. Con il detective Jonathan Stride scosso ancora, pur dopo nove anni, dalla perdita della moglie Cindy (confortato, solo in parte, dal nuovo amore di Serena). Il presente, rapimenti di donne, e il passato, una vecchia indagine forse trattata un po’ superficialmente, a confronto. Ma lui è tosto…

Un giretto tra i miei libri
Questa notte da qualche parte a New YorkUna sigaretta fra le dita, una figura ossea che sembra stare in piedi per miracolo, uno sguardo allucinato. Ecco Cornell Woolrich. Anzi, per essere più precisi, Cornell George Hopley Woolrich. Che ogni tanto ritorna alla ribalta (mai dimenticato) con tutto il suo mondo diabolicamente nero. Per esempio in Questa notte, da qualche parte a New York, Kowalski 2009.
Una antologia di racconti, una parte di un romanzo e due capitoli di una autobiografia mai pubblicata. Il tutto curato amorevolmente da Francis M. Nevis con note succose alla fine del libro.
Il mondo nero, dicevo, che avvolge i protagonisti di queste storie, li prende, li afferra, li sballotta a suo piacimento. Gli strani casi del Destino: essere nel punto sbagliato al momento sbagliato, il ribaltamento delle situazioni iniziali, l’amore, l’odio, l’accendersi di una speranza, la delusione, e ancora l’amore sbocciato quasi per caso, la forza d’amore, l’amore esaurito, terminato, finito, il distacco, la solitudine che è “uguale in tutto il mondo”, la tensione che cresce, l’assillo, la paura, l’assassinio, la gioia che si trasforma in orrore, la disperazione di sentirsi in trappola, la rabbia, la lotta, gli sforzi disperati di uno scrittore. E altre cose ancora.
La prosa scivola via come nata da se stessa, entra veloce nella mente e nell’animo e ti porge tutte intere le domande su questa vita così strana e misteriosa, un intrecciarsi di eventi casuali dove una piccola luce si accende a intermittenza per poi spengersi e far cadere tutto nel buio della disperazione.
Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato, lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito. E si scopre, come ha ben scritto Ellroy “ quale è la forma dell’agonia”. Lenta e mostruosa. Straziante.

Sangue in sala da pranzoSono un istintivo. Appena adocchiato Sangue in sala da pranzo di Gertrude Stein, Sellerio 2011, un piccoletto marroncino chiaro in bella mostra alla Feltrinelli di Siena, visto e preso. Leggero, tascabile, poche pagine, l’ideale per portarmelo al solito posto e leggerlo mentre cammino. I mallopponi che stiano lì impalati sugli scaffali come stoccafissi!
L’istinto spesso mi premia ma qualche volta mi buggera. Leggero, tascabile, l’ideale ecc… ma almeno leggibile. No, mi spiego, non è che la nostra Stein non sappia scrivere. Tutt’altro. È che vuole scrivere in un certo modo influenzata dalla esperienza cubista (amica di Picasso) e dadaista. Un modo ripetitivo, frammentario, come se tentasse di raccontare gli avvenimenti ogni volta senza riuscirci.
Ho capito qualcosa dalla “Prefazione”. Di solito la ritengo inutile e noiosa, ma in questo caso l’ho abbracciata come si abbraccia, piangendo di gioia,  uno che ci salva dalle sabbie mobili. Siamo nella casa di campagna della Stein, a Bilignin (valle del Reno), una confusa estate del 1933 durante la quale si alternano gli ospiti e avvengono strani incidenti: vedi il sabotaggio di due automobili, la morte improvvisa della moglie di un albergatore lì vicino sfracellatasi nel cortile dell’albergo, cadendo dal quinto piano e quella di una vicina uccisa con due proiettili nella testa.
Dicevo un ripetere continuo e assillante delle stesse frasi, ricordi affastellati rivolti ad una certa Lizzie, la storia vera fatta a brandelli che rimane sotto traccia, piccoli tocchi, domande, dubbi, visioni, una sfida continua con la scrittura che può andar bene in certi momenti della vita, quando si ha voglia di elucubrazioni (ho scartato l’altra parola) mentali. Poco adatta, invece, come nel mio caso, quando si preferisce una lettura semplice e comprensibile. Questa volta l’istinto mi ha fregato.

Passiamo, ora, alla nostra inarrestabile Patrizia Debicke (la Debicche).
Lo strano caso dell'orso ucciso nel boscoLo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, Newton Compton, 2016.
«Bruna sapeva che quell’uomo prima o poi avrebbe cercato di assassinarla. Faceva parte del gioco, era scritto nel destino di chi, come lei, conduceva un’esistenza addomesticata. Da giorni nel ventre le pulsava un male feroce, un fagotto scoppiato all’improvviso, come se avesse ingoiato un nido di calabroni. Vacillò. Bruna che era sempre stata agile, leggera, cadde pesante sulla neve. Il motore della sua vita si stava inceppando. Non poteva che essere la morte. Arrivata all’improvviso. Voluta da lui». Un orrendo rompicapo e una nuova difficile indagine per il commissario Marzio Santoni, lunghi capelli biondi, occhi azzurri, corpo atletico, l’affascinante commissario di Polizia, amato dalle donne e protagonista cult della serie di gialli di Franco Matteucci, due volte finalista al Premio Strega.
Un caso poliziesco da squadra omicidi e, contemporaneamente, un giallo ambientalista per il bio-detective di Valdiluce, dotato di un olfatto straordinario e soprannominato Lupo Bianco per la sua rusticità e fiera indipendenza. Quello che, neve, ghiaccio o tempaccio che sia, si sposta sempre con la sua vecchia Vespa ereditata dal suo padre Alfredo, il boscaiolo e che divide la sua abitazione con una colonia di formiche, esperte sentinelle meteo, il topo Mignolino e il riccio Arturo con, sempre al fianco, a far da spalla, il pacioso ma sveglio e irrinunciabile vice Kristal Beretta, drogato dai cioccolatini Mon Cherì Ferrero.
Nell’ondulato vallone a nord di Valdiluce, si è scoperto uno spaventoso animalicidio. L’orsa Bruna è stata barbaramente avvelenata assieme ai suoi tre cuccioli di pochi giorni. Il suo corpaccione e stato ritrovato abbrancato, con le unghie conficcate nel tronco di un albero e, accanto al cadavere, è stato abilmente inciso, servendosi di un coltellino svizzero, un cuore con all’interno il nome della vittima e un segno… La lettera greca Omega, oppure? Comunque l’assassino ha lasciato la sua firma, perché quel segno sarà destinato molto presto a tornare in scena e a istillare l’angoscia negli scoscesi sentieri del paesino di montagna.
Ma Marzio Santoni, Lupo Bianco, scarta immediatamente il termine animalicidio e valuta l’uccisione di Bruna solo come un crudele e disumano omicidio. E, in seguito, quando sempre la stessa lettera, a mo’ di minacciosa firma incisa sulla corteccia staccata dagli alberi, verrà puntualmente ritrovata anche sulla scena di altri crimini, si presenta l’orrenda ipotesi di un serial killer in preda a una sanguinaria follia che vaga e colpisce impunito e invisibile perché coperto da una sciocca e omertosa coltre valligiana. Un killer che continua a sfidare la polizia, che usa la montagna e i suoi segreti come proprio terreno di caccia, uccidendo senza pietà e che, pur di esibirsi a ogni costo, è pronto anche a rischiare. Cosa si nasconde sotto la neve della Valdiluce? E poi la sua firma o segno che pare l’Omega greca, farebbe invece parte delle millenarie tradizioni elfiche locali…?
Ambientazione straordinaria, ritmo incalzante e ben calibrato, storia molto coinvolgente, arricchita da un complesso intreccio che sa fondere molto bene realtà e mitologiche fantasie. E noi, ormai formiche, Mignolino e Arturo dipendenti, aspettiamo il seguito.
La Nostra ci consiglia anche Libertà di migrare di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani, Einaudi 2016, e Insospettabili di Riccardo Perissich, Longanesi 2016.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le gialle di Valerio/74: Lenzi

Cuore criminaleUmberto Lenzi
Cuore criminale
Golem, 2015
Giallo

Roma. Autunno 1947. Bruno Astolfi è il detective dei divi, ormai lavora sempre a Cinecittà. Dopo qualche anno di fidanzamento da meno di sei mesi si è sposato con Elena, l’ex compagna del fratello Luigi, esule che perse la vita in Spagna, nell’estate del ’38, dalla parte giusta, avevano avuto Anna ormai 13enne. I neo coniugi vivono in via Gregoriana (vicino Trinità dei Monti) al piano sopra l’atelier di moda di lei. Lui ha un secondo appartamento di 60 mq adiacente all’ufficio dell’agenzia d’Investigazioni in via Piemonte. Bruno tirava di boxe con successi agonistici fra dilettanti (ora gli fa spesso comodo), giocava a tennis amatoriale, era poliziotto finché fu radiato dai ruoli del Ministero degli Interni (per non essere iscritto al Partito Nazionale Fascista) a causa della denuncia di Vito Patanè, ora superficiale commissario capo della squadra Mobile. Di origini pratesi, ex collega di Ginnasio di Malaparte, Bruno piace molto alle donne (e ogni tanto ci prova), gira con una Lancia Aprilia, fuma Camel, beve fernet continuamente e ovunque (solo o aggiunto a ogni altro intruglio, a stomaco pieno o vuoto). Sul set di “Cuore”, tratto da De Amicis, mentre Coletti dirige, De Sica e Mercader (fra gli altri) interpretano, sono state trovate delle polizze appartenenti a una contessa, figurante del film, poi rinvenuta strangolata nella villetta dei Parioli (dopo una sodomizzazione forse consensuale). Seguono altre morti (subito la sarta), attentati, effrazioni, incendi, mercato di foto porno, finché Bruno capisce. E rischia ancora.

Il mitico grande regista Umberto Lenzi (Massa Marittima, 1931) iniziò nel 2008 a narrarci le peripezie gialle e cinematografiche di Astolfi, prima avventura ambientata nel novembre 1943. Ora è giunto alla sesta avventura, gli stabilimenti di Cinecittà sono stati ormai restaurati e riaperti sulla Tuscolana, teatri e studi di posa hanno ripreso piena operatività, “Cuore” fu davvero il primo film lì girato nel dopoguerra. La serie si ispira con garbo al Toby Peters di Stuart Kaminsky (più sfigato l’americano), testo in prima persona, incontro con personaggi famosi reali (non solo nel mondo del cinema: qui fra gli altri Andreotti, Mitri, Pratolini e il comizio di Togliatti), mille citazioni e rimandi. Il giallo è simpatico, delicata la parodia letteraria, precisa la ricostruzione produttiva dei film, documentata l’invettiva sociale (ora non più solo antifascista), deliziose ed esagerate le macchiette. Da vari altoparlanti si ascoltano tutte le canzonette in voga al tempo, almeno una quindicina, da Claudio Villa a Natalino Otto, da Rita Hayworth a Glenn Miller, le parole intrecciate con la vicenda. Il fatto è che le avventure successive alla prima risultano sempre meno efficaci, i dialoghi appaiono un poco ripetitivi, per quanto l’adrenalina già fosse riconoscibile si perde lo smalto iniziale se si fa il verso sempre alle stesse realtà e comunità. A Vicolo del Cinque c’è un ottimo falsario. Gran cena casalinga di pesce con Prosecco di Valdobbiadene; al ristorante di Fiumicino zuppa di mare con Vermentino sardo. Ma anche Pommery e Cordon Rouge (lo stressante viaggio di nozze era stato a Parigi).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

 

Le gialle di Valerio/39: Parigi & Sozzi

complotto in riva d'arnoRiccardo Parigi e Massimo Sozzi
Complotto in riva d’Arno
Timecrime Fanucci, 2015
Giallo storico

1611, dalla Toscana al Nuovo Mondo. 1904, Firenze e Carrara. Il capo dei servizi segreti del Granducato di Toscana Saverio Adinolfi viene incaricato di un compito delicato. Deve imbarcarsi sul galeone “Tuscia”, fingersi il commerciante Andrea Rapace, acquistare schiavi a Capo Verde, venderli a Cartagena e poi, di nascosto, recuperare oro segreto a Panama da riportare in patria. Il viaggio dura da maggio a ottobre e cambierà la sua vita sotto tutti i punti di vista, a Firenze tornano anche un prontuario farmaceutico e semi portentosi. Quasi tre secoli dopo il commissario di polizia Ulisse Bellandi e il suo vice Alessandro Nocentini devono affrontare due strani misteriosi delitti: il loro informatore (“formica”) Italo Fissi trafitto di notte da una scheggia di vetro nel Cimitero degli Inglesi mentre seguiva qualcosa di grosso, la marchesa libertina Caterina Borelli uccisa all’alba nel giardino della villa col coperchio di ferro del pozzo mentre il marito risulta scomparso. Il tutto alla vigilia dell’arrivo di Sua maestà Edoardo VII, re d’Inghilterra, in visita (privata) in Toscana dal 13 al 23 ottobre.

Massimo Sozzi (Massa Marittima, 1957) e Riccardo Parigi (Sesto Fiorentino, 1958) insegnano nelle scuole superiori di Prato e risiedono a Sesto Fiorentino, da venti anni sono una collaudata fedele ottima coppia di alto colto artigianato giallo. Il loro ultimo romanzo è storico e ha due piani temporali, colmi di emozioni, sorprese, intrighi, violenze, amori; da una parte un passato remoto, il viaggio di mare, lo schiavismo e le avventure in terre lontane, raccontati in prima come diario di bordo, dall’altra parte un passato prossimo nell’aria e fra le vie di casa, in terza persona varia. Ci scapperanno un paio di matrimoni. Incontriamo personaggi illustri sia prima che dopo, da Galileo Galilei a (si fa per dire) Enrico Corradini. Accurate le ambientazioni d’epoca. Le isole Fortunate o Canarie non erano male nemmeno allora. Vino di Spagna a inizio Seicento, champagne a inizio Novecento. Acquolina in bocca per le fette di cecìna, farinata di ceci, torta salata e fina da sempre preparata con farina di ceci, acqua, sale e olio extravergine di oliva.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti: Agosto 2015

book-toiletQuesta volta mi sono buttato tra le braccia dei poeti attraverso alcuni librettini leggeri che trovai, millanta anni fa, in omaggio con un giornale (mi pare). D’altra parte la tazza è una sentimentalona e accoglie tutto di me. La poesia, ah, la poesia! Da ragazzaccio di strada avevo i miei bravi momenti poetici di turbamento che mi facevano battere il cuore di fronte a certe ragazzotte pienotte e ai loro sguardi maliziosi. Ma anche di fronte a certi tramonti dove il sole se ne andava a morire rosseggiando dietro le colline del paese e un brivido serpeggiava lungo la schiena (sarebbe ritornato?). Così, tra una ponzata e l’altra, ho ripreso in mano in primis il Leopardone e il Foscolone che hanno aperto la strada, a cui si è aggiunto “Amor mi fa parlar, che m’è nel core” del Boccaccione, poi un paio di pezzi del Dantone, i sospiri del Petrarcone e un po’ di tristezza polverosa del Gozzazone, creando un bel miscuglio di sentimenti che mi hanno fatto compagnia.
Sarò anche fissato ma gli incontri con i poeti e gli pseudo poeti dovrebbero essere organizzati tutti sulla tazza. Il facitor di versi che declama il proprio parto preso nel momento di un attacco viscerale. Che forza! Che emozione! Corpo e poesia insieme nel rispetto più profondo dell’uomo.

Partiamo, come al solito, dai magnifici G.M.
Il delta delle tenebre di Thomas H. Cook, Mondadori 2015.
il delta delle tenebreThomas H. Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Guardate un po’ come riesce a farci abboccare all’amo della curiosità e dell’interesse. Luminosa mattina di aprile del 1954. Il giovane Jack Branch accetta il posto di insegnante alla Lakeland High School, proprio dove aveva insegnato suo padre per quasi vent’anni prima dell’”incidente”. Ecco la prima esca gettata. Ci parla di un “incidente” ma non ci spiega in che cosa consista (lo sapremo molto più avanti). Subito dopo arrivano alcune domande relative ad un processo che si ebbe in seguito rivolte allo stesso Jack. Senza, naturalmente, la spiegazione in che cosa consisteva questo processo. Seconda esca e il pesce-lettore (in senso positivo, eh!) ha abboccato. Se a ciò si aggiunge che le lezioni di Jach Branch vertono sul “male” con letture e citazioni che viaggiano anche fin nell’impero romano per risalire a Jack lo Squartatore, l’atmosfera da brivido è perfettamente delineata e noi siamo lì che scodinzoliamo fuori dall’acqua tirati dalla lenza di Cook.
Ma non è finita qui. Tra gli studenti che seguono il corso c’è il figlio di un assassino “tristemente noto alle cronache locali per il brutale omicidio di una studentessa”, e il nostro insegnante lo incoraggia a fare un lavoro di approfondimento proprio su questo tristissimo caso. Che diventa un approfondimento della vita dello studente, della sua vita stessa attraversata da dubbi (“Forse non sei l’uomo che credevi di essere” gli dice Nora, di cui si è innamorato), del rapporto con suo padre (che scrive un libro su Lincoln) e dei lati oscuri della città.
Il pesce-lettore, già da tempo finito nel cestino, è tenuto in continua tensione attraverso un miscuglio di tempi e di tecnica narrativa sopraffina: uso di un martellante flash back, di notizie tratte da più fonti intercalate fra loro, una attenzione particolare, per esempio, agli occhi, agli sguardi dei personaggi ora pensosi, imbronciati, belli, privi di luce, immobili, malinconici, neutrali. Thomas H. Cook è un furbo matricolato di tre cotte. Da togliersi il cappello quando pesca.
P.S.
Tradotto mirabilmente da Mauro Boncompagni.

La crociera della violenza di Frances e Richard Lockridge, Mondadori 2015.
la crociera della violenza“Vacanze movimentate in vista per Jerry e Pamela North, imbarcati su un piroscafo diretto verso Cuba e le Bahamas per una crociera in compagnia di amici. Qualche avvisaglia emerge dalla bizzarra presenza a bordo di soldati appartenenti a un antico ordine militare, armati di spade e fucili: armi da cerimonia, certo; autentiche, tuttavia. Una vaga inquietudine comincia a serpeggiare quando una delle spade viene sottratta alla dotazione del corpo”. Sulla “Carib Queen” c’è anche, tra gli altri, un certo J. Orville Marsh, “alto e virilmente bello”, un investigatore privato specializzato nel ritrovamento di persone scomparse. Quando la signora Brown bussa, più tardi, alla sua cabina ecco che viene ritrovata la spada conficcata proprio nel corpo del suddetto Marsh.
Incomincia un caso difficile da sbrogliare. Indagano William Weigand (Bill), capitano della squadra omicidi di New York, e i nostri due sposini. Non mancano i momenti di pericolo: qualcuno, probabilmente l’assassino, che colpisce con lo sfollagente, butta all’aria un paio di cabine, aggredisce Pam e un altro personaggio, si mette a spiare. La scena, poi, si sposta all’Avana con inseguimenti, balli, puntate alla roulette, e finale con grido acuto che serpeggia nell’aria.
Ipotesi, dubbi, momenti di tensione e perfino una punta di ironia sulla notizia dell’assassinio che si trasforma inevitabilmente di bocca in bocca.

Le indagini di Scotland Yard di John Dickson Carr, J.J. Marric e Edgar Wallace.
Le indagini di Scotland YardScandalo a High Chimneys di John Dickson Carr.
High Chimneys 1865. Famiglia Damon: Matthew avvocato ricchissimo “spettegolato”, figlio Victor snello ed elegante, Kate e Celia “due sorelle di cui la gente diceva che non sembravano affatto sorelle”. Il problema è che il suddetto celebre avvocato “scopre di avere fatto condannare anni prima una donna innocente”. Ora vorrebbe liberarsi di questo peso ma qualcuno glielo impedisce per sempre. Personaggi principali Clive Strickland, amico di Victor e autore di successo con “romanzi a sensazione” e l’ex ispettore Whicher, furbo una cifra. Di mezzo una specie di fantasma, un testamento che sparisce, una creatura adottata (chi sarà?), passi furtivi, tuoni che esplodono insieme a colpi di pistola, l’amore stuzzicarello che nasce. Whicher ha capito chi è l’assassino e vuole tendergli una trappola con la collaborazione di una truffatrice. Allora aspettiamo e vediamo che la sorpresa sarà grossa…
Il mese di Gideon di J.J. Marric
George Gideon, comandante di un dipartimento investigativo di Scotland Yard, imponente ed elegante, moglie Kate che lo conforta al bisogno e cinque figli. Una serie di casi da seguire: una mamma che picchia forte il figlio; la morte per strangolamento di un vecchio; il più pericoloso malvivente che sta per scappare dall’Inghilterra; la scomparsa di una bambina; una donna che, novella Barbablù, uccide i vecchietti… E Gideon tosto e incrollabile, con il suo gruppo di ottimi collaboratori, che segue tutto. Storie di violenza sulle donne e sui bambini allenati a diventare borseggiatori. Come quella tristissima di Peter Wray rinchiuso in un armadio e picchiato dalla madre. Il lettore è condotto per mano a seguire le varie storie in una città di ladri e malfattori. Ma c’è sempre il nostro Gideon a vigilare.
Il poliziotto innamorato di Edgar Wallace
Banca svaligiata e guardiano notturno ucciso. Sembra proprio che l’assassino sia il direttore della filiale già pronto a fuggire con le valigie. Ma non per Reeder della Procura generale, viso lungo, capelli argentei, basette, un paio di lenti cerchiate di metallo, una bombetta, cravatta con nodo già fatto e un ombrello appeso sempre al braccio (mi ricorda padre Brown). Un’autorità nello studio delle emozioni umane, vede il male dappertutto ed ha la mente come quella di un criminale (lo dice lui stesso). Per questo riesce a risolvere i casi più difficili come il presente. Occhio ad un rosaio un po’ stentato e ad un bel mazzo di fiori.
Ottime letture assicurate con la benedizione di Mauro Boncompagni.

La ragazza del treno di Paula Hawkins, PIEMME 2015.
la ragazza del trenoRachel in treno verso Londra osserva tutto, un mucchietto di vestiti vicino alle rotaie, una villetta bifamiliare con Jason e Jess (nomi da lei inventati, poi Scott e Megan nella realtà) che sembrano una coppia felice. Si sente indesiderata, “sgradevole”, ingrassata e il viso “gonfio per l’alcol e la mancanza di sonno”, sposata con Tom e lasciata dallo stesso, vive in casa dell’amica Cathy e tormenta Tom e la moglie Anna (hanno una figlia) con telefonate e mail. Durante uno dei tanti viaggi in treno vede Jess (Megan) baciare con trasporto uno sconosciuto. Il sogno di una coppia felice spezzato, come il suo.
Si continua con il racconto di Megan sposata con Scott, fa la babysitter in casa di Tom e Anna (ma guarda un po’), poi lascia questo lavoro e via dallo psicologo Kamal (attacchi di panico) con il quale zompa sul letto (un classico). Ad un certo punto sparisce e arriva la polizia. In seguito è Anna che racconta la sua storia in prima persona, il suo matrimonio, la sua “felicità”, i suoi tormenti, la rabbia verso Rachel. Al centro soprattutto quest’ultima devastata dal senso di colpa “Vorrei farmi a pezzi con le mie stesse mani” e dall’alcol. Ora c’è da ritrovare Megan. Viva o morta.
Tematiche del libro: le false apparenze e lo spiazzamento in un casino di detto e non detto, di tormento e logoramento della vita di coppia con tre donne a propinarci la loro. Scrittura “semplice” che entra nelle pieghe più tormentate degli animi, alternanza temporale, sogni, incubi, sesso, naturalmente, senza quelle scene assatanate descritte nei minimi particolari che vanno per la maggiore. Si sospetta di tutto e di tutti con un finale in crescendo e la possibilità che il lettore smaliziato riesca a capire il conclusivo colpo di scena.

Perfidia (II)
perfidiaPerfidia di James Ellroy, Einaudi Stile Libero Big 2015.
Finito di leggere. Los Angeles al tempo della seconda guerra mondiale. Avevo concluso le prime note chiedendomi che cosa sarebbe successo ad Ashida, poliziotto giapponese di seconda generazione alle prese con il caso Watanabe (famiglia uccisa a colpi di spada), che me lo ritrovo sempre in giro  ad indagare, ma ormai occorre “un pazzo delirante motivato da una libidine incomprensibile” (ordine dall’alto). Ecco pronto Fujio Shudo, arrotino ambulante, detto il “Lupo Mannaro”. Facile costringerlo a dire la “loro” verità.
Butto giù come viene. Continuano i casini da tutte le parti. Collettivi e individuali. Scontro con i cinesi, fucilate a sale, gas lacrimogeni, botte da orbi tra Scotty e Lee Blanchard. Poi alla cantina di Kwan, tè alla benzedrina, Brenda Allen a “smerciare la fica”, Clark Gable che mostra in giro una foto di Cary Grant “con un cazzo in bocca”. Avanti ancora. Lotta in cella di Kay Lake con una poliziottona lesbica, cazzotti e coltellate, Ashida costretto a costruire documenti falsi, i rossi che hanno girato un film comunista (tra cui la nostra Kay) messi in carcere e poi rilasciati, incontro tra Dudley (poliziotto marcio) e Claire De Haven, salti sul letto a babordo e tribordo, poi al cinema con la figlia Beth e Bette Davis (sua amante) a cui piace un sacco essere riconosciuta ed è tutto un coro di “Bette” Bette!”, allarme, un sommergibile giapponese in Baja California, Ashida e la scintilla, la lampadina che si accende. Ecco, ci siamo, sa chi è l’assassino vero dei Watanabe! (ma non serve a niente).
Insomma tradimenti, lotta all’interno della stessa polizia, documenti falsi, accordi illegali, si uccide, ci si ammazza di botte, si sfrutta l’altro amico o nemico, impasticcamenti, droghe, sesso, il marcio dell’uomo che dilaga come una puzzolente chiazza di petrolio nell’America in guerra. Mitragliate di parole a getto continuo, a volte anche nelle parti basse.
Ma l’amore, il sentimento d’amore, quello vero, quello del cuore? Si può trovare in questo orrido miscuglio di merda? Si può trovare. In fondo. Proprio in fondo all’ultima pagina. Come a dire che c’è sempre speranza. Speriamo.

Pessima mossa, Maestro Petrosi di Paolo Fiorelli, Sperling & Kupfer 2015.
Pessima mossa Maestro PetrosiUrbavia. Finale torneo di scacchi. In prima scacchiera il G.M. Achille Petrosi “grossa testa quadrata”, capelli crespi, foltissime sopracciglia, un angioma in mezzo agli occhi. Ha fatto la sua prima mossa ma il suo avversario Vitti, il Conte, non si è ancora presentato. Intanto girella per la sala soffermandosi soprattutto al tavolo di Alexandra Kòstina, la giovane giocatrice russa che “spiccava come un girasole in un deserto di cenere” (e già si capisce come andrà a finire). Ma ritorniamo a bomba. Vitti non si presenta e non si presenterà. È steso all’ingresso della sua villa. Morto. Morto ammazzato da quattro coltellate.
Inizia, così, la vicenda del nostro Petrosi alla ricerca dell’assassino. Lasciato da Stella vive con la madre, uggiosetta anzicheno, il figlio Nicola, anch’egli appassionato di scacchi, che se ne va via di casa. Intanto un mistero. Su una sua scacchiera un problema tratto da una partita del grande Alechin. Una mossa giusta che lui non ha fatto (la cosa si ripeterà in seguito). Ma allora chi ne è stato l’artefice?
Al circolo, munito pure di bar, i suoi affiliati: Mercalli, Pantoni, De Mica, Bassaroni, Korcic, Daxa, il Barba (mi ricorda il nostro Barbafiera), Molaroni, Righetti detto lo Scemo. Domande su domande e viene fuori la figura del Conte sempre più chiuso in se stesso, la sua storia sentimentale con lo  Scemo, i suoi conti in rosso, la passione per certi quadri, un prestito allo stesso Petrosi che si troverà  a doverlo giustificare.
Aggiungo uno strano disegno del Conte, il furto al Museo dell’Art Nouveau della scacchiera di Alechin, il torneo di Cannes, lo scontro con il figlio, le emozioni, la lotta, la lampadina che si accende dopo una partita con Krilov che ha mascherato bene il suo piano, ha fatto credere che… e invece… Ora Petrosi sa chi è l’assassino. Colpo finale a sorpresa nel più classico dei gialli.
Un libro dove, oltre alla trama gialla, sono soprattutto presenti gli scacchi, il torneo lampo con i giocatori che si agitano in preda all’epilessia e i pezzi che traballano sulle scacchiere, i vari momenti della partita, i dubbi, le perplessità, i sospiri, la gioia e lo sconforto che si alternano nell’animo dello scacchista. Gli scacchi come lotta o arte alla ricerca della “Verità”, il ricordo di grandi campioni, soprattutto di Alechin. C’è tutta la passione e l’amore verso questo giuoco, verso il “nobil giuoco” che prende e affascina.

Per mancanza di spazio questa volta via le spiluzzicature e robe varie.

Un giretto tra i miei libri
il_cimitero_di_pragaIl cimitero di Praga di Umberto Eco, Bompiani 2010.
Si parte dalla fine (24 marzo 1897), ovvero dal diario di Simone Simonini, quarantasette anni suonati portati bene, padre torinese e madre francese. Ama la buona tavola, odia gli ebrei, critica i tedeschi, i francesi, gli italiani, i preti, tra cui in modo particolare i gesuiti, le donne, si traveste, fabbrica documenti falsi, in crisi di identità, è o non è l’abate Dalla Piccola che si insinua furtivamente nei suoi diari? Insomma un tipo piuttosto “particolare”…
Qui troviamo ben tre narratori: il nostro Simonini, l’abate Dalla Piccola e il Narratore vero e proprio che interviene quando la storia del diario si fa “arruffata”. Gli eventi, poi, non si susseguono linearmente ma, come in un racconto complesso che si rispetti, abbiamo diversi intorcinamenti temporali tanto per tenere ben desto il lettore (se si appisola anche per un secondo sono cavoli amari).
Ad eccezione di Simone Simonini tutti gli altri personaggi che incontriamo sono realmente esistiti e hanno dato vita ad una specie di romanzo d’appendice in stile ottocentesco con illustrazioni tipiche del feuilleton del tempo.
Ma c’è un altro protagonista, oltre i già citati. L’autore stesso, non tanto e solo come Narratore, ma proprio come Umberto Eco che si diverte un mondo a costruire storie complesse, aggrovigliate, a rimpinzarle di letture, libri, citazioni, a ricostruire personaggi vissuti, squarci di vita, atmosfere, idee, sentimenti, astuzie, tranelli, lotte, ricatti, passioni, amore e morte. E me lo immagino con gli occhietti furbetti a scuriosare tra montagne di documenti per creare, anche lui, un “documento” che faccia discutere (vedi il tema dell’antisemitismo, per esempio) e rimanga nel tempo.
All’uscita del libro un coro di alti e bassi, ovverosia sussulti incontenibili di gioia e stroncature impietose. Il libro è “entusiasmante”, oppure “noioso e farraginoso”.  Non dico che sia entusiasmante, né che sia noioso e farraginoso. È che tra le spire culturali di Umberto Eco, un po’ di affanno ci prende, via.

Il coltello nella schiena di Anthony Wynne, Polillo 2007.
Il coltello nella schiena“Il corpo di Lord Wallace, in pigiama e con un coltello conficcato nella schiena, viene trovato dalla polizia su una spiaggia sabbiosa della costa inglese nei pressi di Eatsea. La morte è sopraggiunta istantanea e da alcuni elementi appare certo che la pugnalata fatale è stata inferta proprio in quel luogo. Ma intorno al corpo la sabbia è intatta: non ci sono impronte di alcun tipo nel raggio di un centinaio di metri e la stessa posizione del cadavere, che giace composto e senza altre ferite a parte una leggera escoriazione alla mano destra, esclude la possibilità che sia stato gettato da un aereo. Neppure le maree hanno avuto un ruolo in quel delitto inspiegabile: un accurato controllo dei movimenti del mare dimostra infatti che sono da scartare sia l’ipotesi che il colpevole si sia allontanato a nuoto, sia quella che il corpo di Lord Wallace sia stato lasciato da una barca approdata a riva. Toccherà al dottor Eustace Hailey, medico psichiatra e investigatore per hobby, venire in soccorso della polizia e risolvere il mistero di questo e di altri omicidi commessi in circostanze altrettanto inspiegabili. Un solo indizio accomuna i tre delitti: la presenza, vicino ai corpi, di alcune monete d’oro”.
Il classico delitto impossibile che andava di moda in quegli anni (anni Trenta) ma non fermo, bloccato. Qui c’è movimento, soprattutto sul mare. Hailey si muove da un posto all’altro, lotta, rischia la vita. Ombre, mistero, paura. Un po’ di gotico, insomma, che non guasta a chi piace il gotico.

Ecco il contributo del nuovo gabinettaro Omar Lastrucci (del blog Assassini e gentiluomini): Gli otto rintocchi del pendolo di Maurice Leblanc.
Gli otto rintocchi del pendoloSta purtroppo giungendo alle battute conclusive la splendida collana dedicata all’Arsène Lupin di  Maurice Leblanc, iniziativa imprescindibile che propone, in nuove traduzioni (tratte dall’edizione Newton, che però racchiudeva 21 libri in uno solo, per un immaneggevole tomone di tremila e passa pagine), un corpus  che in Italiano si era sempre visto poco e male, ma che risulta qualitativamente di altissimo livello e molto interessante da un punto di vista giallistico.
Per gli amanti del poliziesco puramente british, di Leblanc consiglio non tanto i pur meravigliosi romanzi più famosi come La contessa di Cagliostro, 813 e Il faraglione cavo, con un Lupin al massimo del suo fulgore, ma le opere successive meno debitrici del feuilleton francese e più ispirate ai racconti di Doyle e Chesterton. In questi lavori, sia antologie di racconti che romanzi brevi, Lupin si “pensiona”, ovvero passa da ladro infallibile e capobanda sempre sul filo del rasoio a tutore della legge, improvvisandosi investigatore privato usando elaborati pseudonimi, tra cui l’Inglesissimo Jim Burnett. Leblanc, che non era un bischero, aveva capito che il giallo Inglese e i “private eyes” sarebbero stati il futuro in tutto il mondo, e pensò lui stesso, da vero artista, a mutare pelle in favore della nuova tendenza. Il risultato sono elegantissimi e divertenti lavori in cui Lupin, pur snaturando se stesso a tutti gli effetti, si improvvisa ora Sherlock Holmes (lui che per anni ha lottato con un segugio che ricorda quello di Doyle persino nel nome, Herloc Sholmes…) ora Padre Brown, risolvendo casi intricati e curando anime alla deriva; in fin dei conti, chi meglio di lui può smascherare un criminale?
Di tutti, il libro che per il sottoscritto meglio rappresenta il nuovo corso è Gli otto rintocchi del pendolo, un romanzo in otto racconti dove Lupin, qui sotto il nome di Serge Renine, risolve casi spinosi aiutato da un Watson d’eccezione, ovvero la bella e spregiudicata Hortense, gran bel pezzo di figliola che per tutto il libro amoreggia apertamente (questa liaison è la cornice tra un racconto e l’altro…)  con l’ex gentleman Cambrioleur; resisterà a lungo al fascino da sparviero di Renine/Lupin? In ogni caso, tra un flirt e l’altro, si assiste a delitti impossibili, camere chiuse, travestimenti e altre diavolerie degne dei maestri d’oltremanica.  Nel blog del giallo Mondadori non si sente dire spesso, quasi come un leit motiv, che i giallisti francesi vengono colpevolmente snobbati? Tutto giusto, ma mi auguro che quelli che lo dicono, però, non snobbino a loro volta il buon Leblanc…

Ed ora quello della imprescindibile Patrizia Debicke (la Debicche): Caligola. Impero e follia di Franco Forte, Mondadori 2015.
Caligola. Impero e folliaNel suo nuovo romanzo storico Caligola. Impero e follia Franco Forte ci presenta il suo Caligola, al secolo Gaio Giulio Cesare, quando aveva meno di cinque anni, a fianco di suo padre, Germanico, durante una campagna militare in Germania, la terra che gli aveva regalato il nome. Ci dice che Gaio era il terzo figlio maschio di Germanico Giulio Cesare, l’erede designato della stirpe Giulia Claudia, il potente generale delle legioni romane sul Reno, primogenito di Druso e di Antonia (figlia di Marc’Antonio e Ottavia la sorella di Augusto), che era stato adottato dal prozio Augusto e dallo zio Tiberio, fratello del padre.
Il piccolo Gaio, continua e tangibile presenza infantile al fianco del generale, divenne subito la mascotte dei legionari che l’amarono e che gli dettero il soprannome di Caligola perché, come loro, portava e porterà sempre le “caligae” o caligulae, i possenti calzari militari.
Caligola adorava suo padre di cui pensava, con caparbia mente infantile, che nulla potesse intimorirlo, tranne la “mamma”, sua moglie Agrippina figlia di Agrippa e di Giulia. La bella Agrippina, madre dei suoi figli, che avrebbe voluto, come tanti nell’esercito e a Roma, il marito Germanico imperatore, al posto dello zio…
Leggiamo di una palestra durissima per un bambino piccolo sempre in mezzo ai legionari, una palestra che insegnava alla svelta tante cose buone e cattive: come  farsi giustizia, battersi ma anche la sessualità sfrenata e predatrice dei soldati. L’accompagniamo ad Antiochia, la terza città più grande del mondo, quando a sette anni si trovò di fronte alla morte del padre e alle scelte umane e politiche di sua madre che non gli piacquero.
Scoprì allora che suo padre era stato avvelenato perché essere un grande e famoso guerriero acclamato da tutto l’esercito suscita invidia e fa ombra a chi governa. Giurò vendetta ma per compierla doveva far sua la regola dettata da Lucio Anneo Seneca: È davvero potente chi ha il pieno controllo su se stesso, non sugli altri
Una rivisitazione nuova e originale della leggenda dell’imperatore più odiato della storia. Ma aveva veramente meritato Caligola una fama tanto spaventosa in appena quattro anni di regno? Sappiamo che è stato molto amato e all’inizio pare che abbia governato bene. Fu liberale con il popolo, diminuì le tasse per tutti. I moderni studiosi gli riconoscono abilità strategica e militare che gli fece utilizzare meno e meglio le legioni, garantendo le frontiere dell’impero con un minimo dispendio di uomini.
Poi… mah ? Certo è che il potere è pericoloso, mette su un piedistallo, crea sospetto e soprattutto invidia. La gravissima malattia che lo tenne lontano dalle scene, fu quella a cambiarlo? Fu forse una malattia degenerativa?
O fu colpa della morte della sorella Drusilla? Drusilla l’unica della sua famiglia che l’abbia veramente amato senza secondi fini? E sempre al suo fianco Misenio, amante, amico e più. Ma il senato tramava. Voleva liberarsi di un tiranno diventato scomodo, che pretendeva di essere trattato come un dio.
Fu assassinato a soli 29 anni da un gruppo di pretoriani comandati da Cassio Cherea che aveva conosciuto da bambino in Germania.

Sempre della nostra Patrizia altri due suggerimenti di lettura: Il fiume ti porta via di Giuliano Pasini, Mondadori 2015, e Il ritorno del colonnello Arcieri di Leonardo Gori, TEA 2015.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le gialle di Valerio/28: Stassi

FumisteriaFabio Stassi
Fumisteria
Sellerio, 2015
Giallo storico

Kalamet. Autunno 1954. Viene ucciso il comunista 39enne Rocco La Paglia, accoltellato alle spalle mentre beve a una fontana del paesino siciliano, all’alba. Aveva il cognome della madre, Donna Cosima, rimasta incinta del moroso poi morto in guerra. Era stato bracciante e iscritto al Pci, arrestato e confinato a Favignana, partigiano e sindacalista fino alla sconfitta del primo maggio 1947 nella vicina Portella della Ginestra, infine aiutante calzolaio. Il suo grande amore, oltre alla politica, era la magnifica figlia di una cugina di secondo grado, 4 anni più giovane, Ester, occhi sull’azzurro ma di colore diverso. Solo un bacio si erano scambiati, strade diverse. Lei si era sposata tardi, a 33 anni, più per andarsene dalla famiglia che per altro, con l’avvocato Filippo Licata, timido e bruttino, basso e baffuto, di mezz’età, grande oratore, servitore di potenti, padroni e latifondisti, infecondo. Del delitto (d’onore?) viene accusato lui, per un tortuoso percorso di tracce di fumo; in carcere trova un contrabbandiere balbuziente che conosce alcune verità e molte storie.

Kalamet, borgo di pescatori e braccianti, è cittadina inventata non distante da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, San Cipirello e Altofonte nella Sicilia occidentale. Fabio Stassi, bravo 53enne romano (famiglia originaria proprio di Piana), scrisse questo romanzo d’esordio quasi un decennio fa. Lo ripubblica ora con un minimo intervento stilistico e il testo in appendice della conferenza (“I muli della vergogna”) del febbraio 2015, tenuta in occasione di una mostra relativa al processo per la strage di contadini del 1947 sulla spianata di un brullo valico. I primi a cadere furono muli e cavalli, poi i contadini in festa, undici morti e ventisette feriti; ne fu accusato il bandito Giuliano, dietro di lui furono mandanti i cosiddetti poteri forti (contro la lotta per la terra, giusta e democratica). Il racconto si dipana in modo studiato ed efficace, in terza sui protagonisti, ogni tanto nella prima persona del carcerato (ingiustamente). Il titolo indica la prova decisiva dell’accusa, il gusto di fare scherzi e gli altisonanti discorsi privi di serietà.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/23: Besola, Ferrari e Gallone

il_colosso_di_corso_lodi_Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone
Il Colosso di corso Lodi. Mala & Fernet – Milano 1975
Fratelli Frilli 2015
Giallo storico

Milano. Marzo 1975. Benito Mala Malaspina è commissario della Squadra Mobile, Dino Fernet Lazzati giornalista di un settimanale pettegolo. Cominciano a scoppiare bombe, ma la pista non sembra politica. Sono esplosioni accurate e mirate, vogliono uccidere un singolo ragazzo ed evitare altri danni: prima, in auto Daniele Belotti, figlio di ricchissimi imprenditori (e il padre mette subito una taglia di 20 milioni di lire); poi, al cesso (esterno)  della casa di ringhiera Ruggero Colombo; ancora, nella sala proiezioni del cinema dove lavora Corrado Poretti. Erano coetanei e forse la mattanza non è finita. Benito è felicemente sposato anche se non possono far figli, fuma Muratti, ha l’attendente romano e un capo fascista che vuole subito un colpevole purchessia, viene presto estromesso. Il bruttino Fernet continua a bazzicare la cronaca nera, scrive altro, beve amaro e prova a dargli qualche dritta, insieme alla bella giovane reporter Doriana. Saranno loro, comunque, a capire cosa sta accadendo.

Tre milanesi intorno ai quaranta anni (nati nel 1974, 1977 e 1978) hanno fondato un trio letterario affiatato e il festival “Milano calibro Noir”. Insieme narrano con simpatia e curiosità la Milano di quando ancora non c’erano (almeno con la loro testa), sono al terzo romanzo della serie (i primi due riferiti al 1973 e al 1974). Usano la terza persona, quasi fissa sui due amici indagatori, più Mala che Fernet. Ogni tanto intercalano definizioni da cruciverba ed enigmistica (passione della moglie del poliziotto). Il titolo fa riferimento alla grossa ombra che qualcuno ha visto prima o dopo le esplosioni. C’è molta musica, i tre ragazzi hanno ampie collezioni di dischi in vinile, soprattutto 45 giri di successi dell’epoca (come “L’importante è finire” di Mina), il cibo in secondo piano. Il romanzo è garbato anche se a quel tempo era difficile per un cronista pensare di pubblicare proprio un noir.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/19: Padura

eretici mario condèLeonardo Padura
Eretici
Traduzione di Sara Cavarero e Stefania Marinoni
Bompiani 2015 (orig.: 2013)
Giallo storico

L’Avana, 1939, poi 2007-09. Amsterdam 1643-48 e Polonia 1648-53. Quanto indaga l’ex poliziotto cubano Mario Conde, nato nel 1953 (o 1954?) e mai uscito da Cuba! Su ricatti e omicidi per una piccola tela dell’olandese Rembrandt con una rappresentazione di Cristo, il busto di un uomo barbuto, eseguito nel 1647, legato a una famiglia ebrea a lungo e in parte vissuta sull’isola, improvvisamente riapparso in vendita a un’asta londinese. Sui libri preziosi di seconda mano che deve cercare, comprare e rivendere (da venti anni la sua precaria professione, in affari con il giovane ricco Yoyi il Piccione) a un Diplomatico che ha predisposto un elenco da mozzare il fiato ma tratta sul prezzo. Su una bellissima intelligente 18enne emo (ciuffo di capelli su un occhio, Converse in testa, tutti neri, truccati, borchiati, depressi, autolesionisti) Judith Judy Torres, scomparsa. Sul suo ventennale rapporto con Tamara: non sarà ora di regalarle un anello, di fidanzarsi, addirittura di sposarsi?

L’habanero 60enne Leonardo Padura indaga ancor di più, ancora una volta con meravigliosa ispirazione! Prende spunto da un fatto storico: la sosta per una settimana del maggio 1939 nel porto sul Golfo del Messico di un transatlantico con 930 rifugiati ebrei (principalmente tedeschi) e sette non ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste, il divieto di sbarco e l’obbligato rientro in Europa. Intorno a ciò costruisce, con meticolosa approfondita ricerca storica, il romanzo della famiglia polacca Kaminsky, da quando entrò in possesso del famoso quadro dipinto in Olanda subito prima dei massacri in Polonia, lungo peregrinazioni, esili, gioie e dolori di alcuni dei suoi componenti, in particolare di quegli ebrei cubani che aspettarono inutilmente sul molo il ricongiungimento. Intrecciando generi, in terza fissa, il tema è l’eresia, sempre combinato al libero arbitrio e alla libertà ovviamente. Vini vari ed eccelsi appaiono per tutto il libro, in ogni epoca. Poi fagioli neri. Coi Creedence!

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/7: Jason Goodwin

i cospiratori del BaklavaI cospiratori del Baklava
Jason Goodwin
Traduzione di Cristiana Mennella
Einaudi 2015 (orig.: 2014)
Giallo storico

Istanbul. Fine estate 1842. L’aitante bruno eunuco Yashim, cuoco investigatore e uomo di fiducia alla corte di Topkapi della “valide” (la madre del Sultano), va a Pera dall’amico Stanislaw Palewski, ambasciatore polacco; vi trova tre giovani (quasi) italiani, complottardi per patria e rivoluzione, accanto alla splendida danese Birgit, capelli biondi e occhi azzurri. La stessa ex Polonia non se la passa bene nel consesso internazionale delle nazioni e nobili esuli cercano agganci con l’Impero Ottomano. Altri ambigui personaggi si aggirano per i quartieri della capitale e per le acque del Bosforo, incombono trame tradimenti attentati, accade che Yashim si distrae per amore. È arrivata anche Natasha Borisova, graziosa russa 21enne che vuol far intercedere il Sultano per ottenere la grazia al padre decabrista confinato in Siberia da oltre un decennio: nasce una reciproca fatale febbrile attrazione, il sesso non è impedito. Moriranno in molti prima di avere la mente sgombra e capirci qualcosa.
Siamo al discreto quinto giallo (in otto anni) della puntuale documentata serie storica del 51enne britannico Jason Goodwin, in terza persona varia al passato. L’autore ha studiato storia bizantina a Cambridge. La protagonista è la metropoli cosmopolita, rifugio di santi e peccatori da regimi illiberali, mosaico di religioni e culture, in tutto il suo lento pullulare di splendori e mercati. Già allora c’era un “comitato” che sosteneva despoti e imperatori, sorvegliava “gli affari europei come un falco”, stroncava “il minimo cambiamento o la minima ribellione”. I personaggi sono plausibili, le relazioni un poco scontate. Il titolo richiama le tante spie presenti e lo zuccherosissimo tipico dolcetto di pasta sfoglia (al pistacchio il più famoso). Un principe declama il Purgatorio di Dante. Il romanzo è godibile e interessante, seppur un poco “stanco”.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre

OLYMPUS DIGITAL CAMERASparsasi la notizia degli incontri gabinettistici condominiali, una iniziativa di cultura viva e pregnante, essa è arrivata anche alle illustri orecchie  del sindaco che ha deciso di visitare il nostro luogo di ritrovo letterario. Dunque giornata di festa con il primo cittadino e la banda di paese a festeggiare l’evento, tutti seduti sulle nuove trenta tazze fiammanti e fumanti costruite con i proventi delle mie fatiche giallastre (vedere pezzo precedente). Dopo l’inno di Mameli e lo sventolare di fazzoletti tricolori, il sindaco, con una punta di sincera commozione, ha elogiato la nostra iniziativa che coniuga l’interesse culturale con il bisogno corporale. E così fra gli applausi dei convenuti, le note musicali di trombe, tamburi e tromboni, schioppi di tappi che saltavano da bottiglie di spumante misti a muggiti di ponzamenti vari e tirate di sciacquone, ho ricevuto con malcelato orgoglio una medaglia in nome del popolo italiano. Su una faccia l’effige della tazza in oro sbalzato, nell’altra un “Hic manebimus optime” a sigillare la mia idea gabinettistica dagli esiti insperati e sorprendenti. La passione e il lavoro pagano sempre.

Spiluzzicature

In libreria ho letto in qua e là L’estate nera di Remo Guerrini, Newton Compton 2013 (ancora copertina ruffiana con bambino che corre lungo una strada nebbiosa), e mi è sembrato abbordabile. Della stessa casa editrice ho spiluzzicato (sempre dal punto di vista della scrittura) L’anatomista di Diana Lama con discreta soddisfazione, anche se l’“oggetto” non rientra proprio nelle mie corde.

Non so se capita anche a voi ma ogni tanto mi prendono delle fisse. Ora mi è presa quella di Maigret. Mi piace la sua aria solida, il suo fare da buon padre di famiglia, la sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone che gravitano attorno al delitto, il suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra. E poi c’è il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che Simenon riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto a quelli massacranti di certi giallastri antichi e moderni. Insomma, per non farla lunga, mi sono messo a occhieggiare alcuni dei suoi capolavori (già letti) come Maigret e l’uomo solo, Maigret e la vecchia pazza, Maigret e l’informatore, Maigret e il commerciante di vini ecc… usciti tutti negli Oscar Mondadori degli anni Novanta. Un bagno purificatore. Mi sono riconciliato con la parola.

charlie chan e il cammello neroDurante questo periodo mi sono divertito a scorrere alcuni titoli sugli scaffali dello studiolo proprio sopra la mia testa, per vedere se mi avevano lasciato qualcosa. Intanto c’è una serie nutrita di copertine rosso fuoco della benemerita Polillo: Blake, Eberhart, Carr, Reilly, Sayers, Van Dine, Milne ecc… Tra queste ecco spuntare Charlie Chan e il cammello nero di Earl Derr Biggers.

Come a dire che se in una storia c’è il personaggio siamo già un pezzo avanti. Creato nel 1925 con La stanza senza chiavi dal giornalista e critico teatrale Earl Derr Biggers (devo averlo da qualche altra parte), il cinese Charlie Chan, ispettore della polizia di Honululu, è piccolo, abbondantemente grasso, si muove con una leggerezza vellutata, guance morbide, pelle color avorio, occhi obliqui (naturalmente). Un impasto cino-americano intriso di lieve umorismo che conquistò gli americani stessi. Dalle sue avventure furono tratti più di quaranta film, alcuni dei quali con un interprete davvero eccezionale: lo svedese Warner Oland che rappresentava in maniera perfetta il personaggio (per essere nordico aveva un aspetto orientale). Qui muore un’attrice e… e al centro il nostro Chan! (dell’intrigo giallistico ricordo poco).

Chan è un animale notturno come i cinesi, fuma il sigaro, famiglia numerosa con moglie larga quasi quanto lui, una brancata di pargoli più o meno cresciuti (undici!), scontri inevitabili con loro e rimpianto per i vecchi sistemi e le vecchie abitudini, ma non può farci niente (sospirone).

Esilarante la sua saggezza orientale, ricca di proverbi e aforismi vari, che inducono al sorriso. Non c’è niente da fare. Un bel personaggio riuscito è l’anima di ogni romanzo poliziesco. Vorrei dire di ogni romanzo.

Il cerchio rossoSempre della Polillo, Il cerchio rosso di Edgar Wallace che mi stuzzica.

Il “casinista” Wallace non si può dimenticare (ora le sue opere anche in digitale). Nel bene e nel male. Per farla breve c’è una organizzazione criminale, denominata appunto “Il Cerchio Rosso”, che terrorizza i più importanti, influenti e ricchi (naturalmente) uomini di affari e politici costringendoli a pagare forti somme. Altrimenti giù nella fossa. Quando arriva il tristemente famoso biglietto con il tristemente famoso cerchio rosso sopra stampato sono cavoli amari. E dunque chi lo riceve o paga oppure si fa difendere da Derrik Yale, un investigatore privato dotato di facoltà medianiche.

Movimento e colpi di scena a go-go (quello finale da urlo) con relativi morti ammazzati e personaggi che sbucano da tutte le parti, quando meno te lo aspetti, come se si giocasse a nascondino. Tipico di Wallace. Come la prosa istintiva, senza svolazzi e salamelecchi, forse anche un po’ rozza ma efficace. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma qui la vincono i primi (o no?).

Ah… dimenticavo. All’inizio c’è una esecuzione capitale con la ghigliottina che fa cilecca (l’attrezzo si inceppa in un chiodo…). Il condannato si salva e diventerà il Capo della combriccola. Che si scoprirà solo alla fine. Da manicomio. Soprattutto in senso positivo ma il mio rapporto con Wallace è decisamente conflittuale (mi prendo tutta la colpa).

dalia rossaUn titolo che giganteggia perfino nella costola è Dalia Rossa di Lynda La Plante (non sto a guardare la casa editrice e l’anno di pubblicazione). Libro, anzi librone, che mi interessò soprattutto per una mia rubrica su Thriller Magazine e che riecheggia la più famosa Dalia Nera nella Los Angeles degli anni ’50. Sinceramente ricordo di un sadico che cerca in ogni modo di riprodurre ogni dettaglio del delitto di Elizabeth Short e ho impressa la figura di Anna Travis, il sergente a cui viene affidato il caso. Una rossa spruzzata di lentiggini che ha avuto una storia con il suo capo del quale è un po’ gelosina, via. Sempre con un quaderno di appunti a portata di mano. E siamo a Londra, se il neurone ricordone (mi piace giocare con le parole) non mi inganna.

sH e le ombre di gubbioAccanto al suddetto Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio di Enrico Solito (grande esperto del Nostro).

La famosa coppia a Gubbio per risolvere un bel mistero. Un intero gregge di pecore e lo stesso pastore sono stati uccisi da un lupo che non ha lasciato tracce. Ogni tanto gli ululati si sentono in varie parti della città. Fatto fuori anche un vecchio artigiano ebanista morto in strada con la gola squarciata e trascinato per diversi metri. In seguito ci saranno altri attacchi del mostro misterioso e ad uno di questi è presente lo stesso Watson.

Al centro i due protagonisti principali inquadrati con le loro note caratteristiche, i loro tic e le loro manie che non sto a ripetere. Vi si trovano citazioni espresse o sottintese di altri libri, notazioni ironiche sugli italiani e gli inglesi, una conoscenza accuratissima della Londra di allora. Ma, soprattutto, un amore sconfinato per Gubbio, per questo luogo bellissimo e “bizzarro” insieme.

arthur e georgePiù su mi attira la copertina bianca di Arthur e George di Julian Barnes. Questa è una storia vera che mi colpì in maniera particolare. Siamo in un tipico villaggio della campagna inglese. Un maniaco sventra cavalli e minaccia di uccidere venti giovanette. Bisogna fare presto e serve un capro espiatorio. È George, il “diverso”, un parsi, il cui padre viene dall’India. Sono rimasto ammirato dalla forza del personaggio che accetta la pena e le continue umiliazioni con grande coraggio e, addirittura, confida con più fervore nella legge inglese di tanti illustri inglesi. Verrà aiutato dal nostro Arthur Conan Doyle, il creatore di Holmes. Davvero un bel lavoro che rimane dentro.

history e mysteryGrande entusiasmo per l’antologia di racconti History & Mystery. 24 storie di delitto e paura a cura di Gian Franco Orsi, che raccolse i migliori talenti italiani del momento. Un sollucchero. Di tutto e di più. Si parte dal contesto storico: fascismo,  presa di Roma del 1870, Repubblica napoletana, prima guerra mondiale e poi storie incasellate nell’anno Mille, nel Duecento, nel Quattrocento, nel Cinquecento, nel Settecento e ancora (diverse) nell’Ottocento (e avrò senz’altro saltato qualche secolo). Un gran bel ventaglio di Tempo.

Si passa poi ai personaggi. Se ne trovano di tutti i tipi. Anche di noti, importanti,  importantissimi: Stendhal, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Lucrezia Borgia e la sua “cantarella”, Ezzelino, Federico II, Matilde di Canossa, Giovanni Rucellai e Leon Battista Alberti, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino e chi più ne ha più ne metta. E, con il dovuto rispetto, perfino la Madonna (non è una battutaccia toscana).

Dubbi, sesso, schifezze, brutalità, guerra, sangue, morte, tradimento, suicidio, magia, superstizione, ricerca storica e letteraria, riproposizione di vecchie diatribe (Bartolomeo de Las Casas contro Sepulveda, Cirillo contro Nestorio), svelamenti, colpi di scena, l’individuale che si mischia al sociale e viceversa.  Prosa ora leggera, ironica, evocativa, ora dura, cruda, brutale, spezzettata, lancinante.

Fu una bella iniziativa e un bel successo.

Calma piatta, invece, per Il mercato dei ladri di Jan Guillou di cui rammento soltanto che siamo a Stoccolma e che una banda di ladri porta sempre via, tra le altre cose di valore, una pregiatissima bottiglia di vino. Più impressa l’ispettore capo Ewa Johnsén (bona la su’ parte) che il maschietto è sempre attratto da certi particolari. Ma qui il neurone ricordone giace inerte nella tomba.

Sulla destra un paio di libri (fra i tanti) che risaltano la mia passione per gli scacchi: Bobby Fischer va alla guerra di David Edmonds e John Eidinov e Gli scacchi, la vita di Garry Kasparov. Il primo è il racconto dello scontro mondiale fra l’americano Fischer ed il russo Spassky in quel fatidico 1972 che segnò pure la mia nascita tra le sessantaquattro caselle. Uno scontro non solo tra due campioni ma anche tra due superpotenze completamente diverse, tanto da attirare l’attenzione della stampa internazionale (mai visti gli scacchi così “parlati” anche in televisione). Il secondo è un viaggio lungo la vita straordinaria di questo straordinario campione del mondo. Sia dal punto di vista scacchistico (un talento formidabile) che da quello umano, tuttora impegnato per la lotta dei diritti civili nella Russia di Vladimir Putin. Due belle storie.

In seguito faremo altre capatine sui libri che serpeggiano terribili (per gli acari) nella mia casa. Cortisone e broncodilatatori a go-go e penso che la passione per la lettura in cartaceo mi porti via una discreta fetta di vita (lo dico sempre per scaramanzia e magari, invece, me l’allunga).

O veniamo ai nostri favolosi G.M.: La collina degli scheletri di Peter Lovesey, Errore fatale di Ngaio Marsh, Le memorie di Sherlock Holmes di A.C. Doyle, Assassinio sul molo di Anne Perry, La settima ipotesi di Paul Halter, Perry Mason e l’avversario leale di E.S. Gardner, Nero Wolfe: le tre ragazze di Rex Stout, Sento i pollici che prudono di Agatha Christie, Sherlock Holmes e lo squartatore di Chilford di Roger Jaynes. Ecco una scelta degli ultimi titoli (nel momento in cui scrivo). Buttatevi tranquillamente su qualcuno di questi, anche a caso, e la goduria è assicurata.

ricatto ellroyRicatto di James Ellroy, Einaudi Stile Libero Big 2013.

Freddy Otash (1922-1992) in contatto telepatico con James Ellroy (“una testa di cazzo”) per il racconto della sua vita nella Los Angeles degli anni Cinquanta. Poliziotto dal 1945, doppio lavoro con banda di ex militari per furti con scasso. Nel ’52 scioglie la combriccola e arriva Joi Lousing, una bella porcellona che sa tutto di tutti. Feeling assicurato. Come arrotondamento dello stipendio fa il capo di sicurezza in un supermercato leggendario, vende pistole, vende pasticche, fa il mediatore di aborti (lo procura anche a Lana Turner), l’estorsore, va a letto con Elizabeth Taylor (ma questo non mi pare un reato). Sua imprescindibile legge “Lavoro per chiunque tranne i comunisti. Faccio di tutto tranne un omicidio”. E di tutto e di più lo fa di sicuro. Ossa rotte, nasi schiacciati, mani bruciate.

Diventa informatore per la rivista scandalistica “Confidential”, con un nuovo gruppo operativo formato da alcuni ex marines. Di mira mogli e mariti adulteri e cimici dappertutto per ricatti milionari. Sfilata di personaggi famosi con le loro “particolarità” (quasi sempre di mezzo il sesso) da Sinatra ad Alan Ladd (c’è pure Marlon Brando con qualcosa di grosso in bocca).

E insomma una vicenda schizzata tra cazzi, passere, scopate, lesbiche e finocchi, cazzottoni, pedate, pasticche, ricatti, poliziotti corrotti, sarabanda di personaggi famosi invischiati nelle porcate più porcate (già citati).

Non c’è un attimo di pace, non c’è un attimo di tregua. Tutto fila via veloce, alto e sonoro come un rutto nel buio.

A fine lettura, per compensare, la voglia di scorrere la vita di santa Madre Teresa di Calcutta.

la regina bambinaSpinto dalla bella recensione di Lucius Etruscus e dalla passionaccia per gli scacchi, ho preso La regina bambina di Tim Crothers, Piemme 2013.

A pagina ottantasei mi sono fermato con un groppettino in gola (tipico dei vecchietti). Qui c’è Phiona, la “regina bambina”, con una pentola di mais sulla testa per portare qualche soldo a casa. Sveglia alle cinque, tre ore di viaggio andata e ritorno attraverso Katwe, il più grande slum di Kampala, “uno dei posti peggiori della terra”. Miseria e miseria, dopo un lungo racconto di brutalità, di stenti e di fame nell’Uganda travolta dalla guerra civile. Protagonisti tanti disperati, tra cui la madre Harriet Nakku che va avanti per la forza di sopravvivenza coniugata con la fede in Cristo (straordinaria la sua figura) e Robert Katende, che riesce ad aprire una scuola di scacchi per aiutare i bambini sfortunati dello slum (ricevono almeno un pasto al giorno).

Ed è qui che arriva Phiona. A nove anni. Ed è qui che cambia la sua vita. Con la sua forza, la sua volontà, i dolori e i sogni che tiene dentro di sé. E il premio arriva con la partecipazione, addirittura, alle Olimpiadi del 2010! Sconfitte, vittorie, tristezze e gioie fino a quando diventa “la migliore scacchista indiscussa di tutta l’Uganda”. Altre figure di ragazze e ragazzi emergono possenti con le loro storie, ora in terza persona, ora in prima a rendere più concreto, reale, e talora drammatico, il racconto. Gli scacchi come evoluzione del pensiero e, soprattutto, come possibilità di miglioramento e riscatto sociale. La vita, d’altra parte, è un po’ come una partita a scacchi (l’aveva detto anche Spassky).

A colpire il cuore del lettore non c’è bisogno di raffinati espedienti stilistici. A volte basta esporre i fatti, le vicende, così come sono. Ricche di tanta, sofferta, umanità.

il sogno di volareIl sogno di volare di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big 2013.

Il mordicchiamento della guancia era stato sfruttato anche ne Il terzo sparo, sempre del Lucarellone, in Crimini di AA.VV., Einaudi Stile Libero 2005., per Lara D’Angelo con quel tic che inquadra subito il suo mondo psicologico. Qui lo ribecchiamo in Grazia Negro, ispettore alla sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Bologna, relazione (così e così) con il compagno Simone cieco, sogno ricorrente che la angustia, desiderio conflittuale di maternità.

Aggiungo carina, minuta, rotonda, dita piccole (osservazione del carabiniere Pierluigi, “faccia da bambino”, che si innamora di lei), già brava nello scovare l’Iguana, il Pit Bull, Lupo Mannaro e ora alle prese con il Cane, ultimo delinquente che ha ammazzato Enzino Cardella, nipote di Carmelo Giannello e allora c’è puzza di mafia. “Cane” perché gli ha strappato naso, orecchio, mascella, e pure la maglietta all’altezza del cuore come un feroce mastino. Assassino incazzato nero, ce l’ha con tutti e nello stesso tempo chiede aiuto attraverso un blog (“c’è qualcuno là fuori che può aiutarmi?).

Squadra al lavoro con vari ispettori, compreso il carabiniere innamorato, e compreso Massimo Picozzi tirato fuori dalla televisione e infilato nella vicenda come esperto di profili criminali. Di mezzo una bella canzone da decifrare (“Il sogno di volare” di Andrea Buffa), la nostra ispettrice in pericolo e un bacio ci vuole, via, con la “faccia da bambino”, ma un salto sul letto (poi) è ancora meglio. Sguardo sfiduciato alla Bologna di oggi che non è più la Bologna di ieri, muta e stanca di cui non si ricorda più nessuno, con gli extracomunitari che si ammazzano volando dai ponteggi male allestiti. Seguono altri morti.

E insomma, lasciatemelo dire,  il solito tran tran giallastro (magari sfornato, senza dubbio, con maggiore talento espressivo), il solito spazio al delirio in prima persona dell’assassino, la solita storiella sentimentale, il solito falso omicida, il solito pericolo per la protagonista, il solito colpo di scena finale oramai scontato, unto e bisunto. “Agghiacciante!”, come direbbe l’allenatore della Juve imitato da Crozza.

Dagli scrittori di talento si deve pretendere molto di più (ma forse sarò io che mi sono stancato di certi schemi).

Termino, come al solito, con la nostra immarcescibile Patrizia Debicke (la Debicche).

La lettera rubata di Lorenzo de’ Medici, Newton Compton 2013 .

la lettera rubataUn carteggio sconosciuto tra Maria de’ Medici e il grande pittore fiammingo Pieter Paul Rubens, autore del Ciclo della regina, rinvenuto nell’Archivio fiorentino dal professor Gianni Cardosi, universitario, emerito cattedratico di storia, fa arrivare il 13 agosto 2010 a Camogli, bello e antico borgo marinaro ligure, Ann Carrington, seducente e atletica quarantenne ricercatrice americana, per incontrare il collega, con il quale da diversi mesi è in contatto via web. Appuntamento tra loro alle 10 del mattino nella hall dell’albergo della donna. Le misteriose lettere del carteggio riporterebbero alcune trame pericolose, un lontano intrigo nella corte francese e potrebbero diventare il clou della biografia che la Carrington sta scrivendo sulla regina di Francia.

Ma alle dieci il professore latita. L’americana, seccata, prova invano per ore di ritracciarlo al telefono. Finalmente alle due del pomeriggio il giovane ispettore di polizia e latin lover Antonio Pegoraro si presenta all’albergo per comunicarle che Cardosi è morto. Mentre era per strada, diretto al suo albergo, è stato aggredito, ucciso e derubato della sua cartella. Una rapina finita nel sangue o il movente dell’omicidio potrebbero essere i documenti che la cartella del cattedratico conteneva…

La Newton ci regala un nuovo romanzo ben congegnato basato su due storie che corrono parallele ma divise da quasi cinquecento anni. La storia va avanti e indietro nel tempo, con continui flash back nel passato, ma la narrazione è pulita, la trama ha ritmo ed è facile da seguire.

Da Camogli si balza con disinvoltura al Palazzo del Louvre nell’anno 1623 con una Maria de Medici di pessimo umore. Qualcuno (chi?) sta cercando di ricattarla. Ha ricevuto delle lettere minatorie. Per pagare il silenzio dovrà vendere i suoi gioielli? E se sì, chi meglio del suo pittore Rubens potrebbe aiutarla? Ma la fiorentina è scafata e di buona razza mercante. Riuscirà a gestire la faccenda con freddezza e lucida determinazione.

E da qui parte l’intrigo collegato alle lettere venute alla luce nell’Archivio fiorentino.

La cartella rubata al professore non conteneva le copie autentiche e dietro il suo omicidio si celano intrighi ancora più pericolosi di quelli del XVII secolo. Morte chiama morte. Ci saranno altri delitti. Chi era veramente l’emerito professor Gianni Cardosi? Cosa faceva di nascosto? Intorno a lui, ruota un vortice di perché. La moglie, che sembra ben poco afflitta dalla sua scomparsa, tira fuori gli originali delle lettere tra la regina di Francia e il grande pittore fiammingo e li fa vedere alla studiosa americana, ma sono incomprensibili, scritti in codice. Ann Carrington ce la farà a decifrarlo… Però lei, donna seria, leale e di saldi principi morali, volente o nolente, verrà trascinata in una serie di colpi di scena, in un gioco azzardato che la implica anche di persona, dove nessuno è realmente ciò che dice e gli interrogativi si moltiplicano oltre la storia. Ma la cupidigia è una pessima compagna e, alla fine, Maria de’ Medici si dimostra uno rischioso specchietto per le allodole che, pur a distanza di secoli, riuscirà a castigare regalmente chi pensava di coinvolgerla ancora.

Un caro saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La città d’oro di Leonardo Gori (segnalazione)

la-citta-doroAvevo lasciato Leonardo Gori alle prese con il capitano dei Carabinieri Bruno Arcieri, che si muoveva in Toscana in un arco temporale piuttosto ampio (fino alla fine degli anni Sessanta). Lo ritrovo adesso con La città d’oro (Giunti 2013, anche in ebook), terzo romanzo con Niccolò Macchiavelli.
In un’intervista nel lontano 2009 alla domanda “Se non avessi inventato Bruno Arcieri, quale protagonista “seriale” ti sarebbe piaciuto creare?” la risposta era stata: “Il prossimo, a cui sto lavorando. E non dico di più, un po’ per scaramanzia, un po’ perché viviamo in tempi in cui gli incroci pericolosi sono spesso mal segnalati…”
Segno che la scaramanzia ha funzionato, penso. Già vincitore del premio Scerbanenco, del premio Fedeli e del premio Azzeccagarbugli, Leonardo Gori fa parte della ristretta cerchia di stimati scrittori che si cimenta con il giallo storico. Una soluzione letteraria complessa, perché richiede un attento studio di atmosfere, dettagli e ambientazioni.
In questo romanzo un emissario di Macchiavelli viaggia da Firenze a Siviglia fino al Nuovo Mondo sulle tracce di un libro fondamentale per risanare le sorti di Firenze, devastata da un morbo misterioso e incurabile. Ma il giovane Andrea non è solo in questa ricerca: sulle sue tracce si muovono (amici? nemici?) un Gigante irlandese e una giovane donna misteriosa. E chi è l’Inglese che Macchiavelli “ospita” nel palazzo della Signoria, trattenendolo contro la sua volontà?
Il Segretario (in questo romanzo particolarmente cupo e privo di scrupoli) rimane sullo sfondo, l’azione è lasciata soprattutto ad Andrea che, dopo un durissimo addestramento, abbandona la famiglia e rischia la vita per cercare “la città d’oro”. Un’utopia o una realtà?
Tradimenti, corruzione, passioni: gli ingredienti del grande feuilleton si mescolano alla storia e alla filosofia. Più che un giallo, un thriller avventuroso e ammaliante.