Lasciami entrare (2008)

Lasciami entrareChe differenza tra i vampiri patinati e trendy di Twilight e la piccola Eli. Magra, solitaria, selvaggia, Eli si rifugia insieme a Håkan in uno sperduto sobborgo di Stoccolma. Eli non ha freddo, non sopporta la luce e ha uno strano odore. Ha bisogno di sangue per sopravvivere e non seleziona le sue prede (anzi, è Håkan che le sceglie per lei). L’incontro con Oskar, anche lui un castaway (magro, pallido, figlio di genitori separati e bersaglio dei bulli della scuola), cambierà le vite di entrambi. Oskar scopre un sentimento nuovo, Eli lo aiuta ad affrontare i suoi problemi. Ognuno dei due permette all’altro di entrare nel suo mondo. Si innamorano, di quell’amore pulito e totale come sanno esserlo solo certi sentimenti infantili.
Il film – scarno, essenziale – è ambientato in un sobborgo di Stoccolma sommerso dalla neve. Vengono rappresentati bisogni semplici, basilari: mangiare, bere, dormire, amare qualcuno. E oggetti semplici: non ci sono cellulari, macchine di lusso, abiti firmati. Nel mondo di Eli e Oskar si lotta per sopravvivere e a volte nemmeno ci si riesce.

La metafora del vampiro come “diverso”, come predatore, è una metafora violenta, ma mai quanto certe realtà apparentemente normali. E l’amore come (àncora di) salvezza l’ultima favola a cui ci permettiamo di credere.

Dal romanzo omonimo dello svedese John Ajvide Lindqvist, che è anche sceneggiatore del film, un horror senza tempo, vincitore del Tribeca Film Festival 2008.

Lasciami entrare
Regia di Tomas Alfredson
Svezia, 2008

C’è crisi, c’è grossa crisi… (post pre-natalizio)

n importe quoiUno dei segnali più decisivi della crisi di una civiltà è la sua incapacità di stabilire un metodo con cui rapportarsi col mondo, con le cose, con gli altri popoli, uomini, culture – in una parola: con la realtà. (Luca Doninelli)
Inutile che lo ribadisca: è un momento di crisi e si sente, non solo nelle tasche ma anche nell’atteggiamento della gente. La crisi porta cambiamento e qua di cose ne stanno cambiando parecchie sotto il profilo personale, lavorativo e sociale. Non tutti i cambiamenti sono negativi, non mi dilungherò in spiegazioni, ma insomma, sappiate che nel silenzio degli ultimi tempi c’è anche molta riflessione. Quali saranno gli esiti è ancora presto per dirlo ma immagino che si vedranno, prima o poi.
Per la parte che ci interessa, la crisi dell’editoria sta producendo in me una sorta di disaffezione, anche se osservo con interesse alcune cose che in questo momento sono in fase embrionale ma che mi auguro vedano presto la luce.
Sulla crisi dell’editoria voglio mettere in evidenza due articoli: il primo riguarda gli editori a pagamento, che io continuo a considerare una piaga perché, guardando esclusivamente al punto di vista del lettore, intasano il mercato di roba illeggibile sottraendo risorse e visibilità a libri meritevoli. Per quanto mi riguarda, l’esperienza di Più libri più liberi quest’anno è stata tremenda: un giro veloce degli stand, la rapida realizzazione che di editori “sani” ce n’erano pochissimi – il resto era fuffa – e mi è salita una tale rabbia mista a frustrazione che me ne sono andata. La salute prima di tutto.
Se volete farvi del male potete guardare il video realizzato da Scrittori in causa e Scrittori precari per guardare in faccia qualche “campione” dell’EAP mentre difende la deprecabile prassi. Sconsigliato dopo i pasti.

Più recente invece è la notizia che perfino Mondadori ha adottato un nuovo contratto che li pone al limite dell’EAP: il Contratto ad Anticipo Zero (o CAZ, come lo ha efficacemente definito Giampaolo Simi in questa esauriente trattazione). Il che suggerisce che si debba rivedere l’intera filiera produttiva dell’editoria se non si vuole perdere il patrimonio culturale dei prossimi anni.
Sembra andare controtendenza invece la norma – all’esame del Consiglio dei Ministri – che prevede la possibilità di detrarre fiscalmente il 19% dell’importo dei libri acquistati, purché non in ebook, fino a 1000 euro (più altri 1000 per libri scolastici e universitari). Se la norma verrà approvata potremmo assistere a un rifiorire delle librerie. Forse.

Nonostante tutto, però, sto leggendo diverse cose, ho dei romanzi in wishlist e altri ne vorrei consigliare tra le uscite recenti, magari da regalare o regalarsi.

Innanzitutto c’è un’iniziativa importante, quella dei Racconti in sala d’attesa (Caracò 2013, anche in ebook).
Dodici racconti, dodici autori e un progetto culturale dedicato a Vincenzo Federico, che anche io ho conosciuto, morto dopo una breve malattia.
Si corre e non si pensa. Si corre e non si vive. Si corre e i problemi non si risolvono mai. Eppure ci sono dei momenti della nostra vita in cui siamo costretti a fermarci. Non dipende da noi. Dobbiamo aspettare.
Nelle sale d’attesa il tempo si dilata e tutto quello da cui fuggiamo ogni giorno ci si attacca addosso. Non ci sono vie di fuga. Si è da soli davanti al tempo e a se stessi.

I diritti d’autore di questo libro saranno devoluti ad un progetto culturale destinato agli ospedali italiani.
Gli autori sono Maurizio de Giovanni, Cristina Zagaria, Patrizia Rinaldi, Gabriella Genisi, Luigi Romolo Carrino, Elisabetta Bucciarelli, Patrick Fogli, Andrej Longo, Giuseppe Lupo, Emilia Marasco, Marco Marsullo, Antonio Paolacci.

Ecco, questo lo compriamo tutti, vero? Ci tengo molto.

Poi.

Colgo l’occasione per scusarmi pubblicamente con gli autori alle cui presentazioni non sono andata. Ci tengo che sappiano che l’assenza non è sintomo di lontananza, anzi, e che spero sinceramente in prossime occasioni e contesti migliori.
E quindi, in rigoroso ordine alfabetico, date un’occhiata a:
Giulio Leoni con il giallo storico Il testamento del Papa (Editrice Nord 2013, anche in ebook)
Angelo Marenzana e L’uomo dei temporali (Rizzoli 2013, anche in ebook): un giallo con il commissario Augusto Bendicò, personaggio a cui sono molto affezionata (Angelo sa perché)
Bruno Morchio e la nuova avventura di Bacci Pagano, Lo spaventapasseri (Garzanti 2013, anche in ebook)
Simone Togneri e il suo Arnoamaro (Fratelli Frilli 2013, anche in ebook).

Tra le cose che ho in lettura, praticamente già terminate:
Gaia Conventi con Giallo di zucca (Betelgeuse 2013, finalmente anche in ebook): giallo classico con Luchino, fotografo della Scientifica, che indaga “in famiglia” su una serie di omicidi avvenuti a Ferrara. Cane Poirot al seguito, utile anche per fare conoscenze femminili. Si mangia tanto, si parla del Palio, si ride anche. Piacevole.

Maurizio de Giovanni con Buio per i bastardi di Pizzofalcone (Einaudi 2013, anche in ebook) che segna il tempestivo ritorno dei ragazzi del commissariato più reietto di Napoli. Meno pathos del solito, vira molto più verso il noir. Bello, bello, bello.

Poi, per i più svariati motivi, non dovrebbero mancarvi:
Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (Salani 2013, anche in ebook): perché non si può non leggere la Rowling, anche se fosse solo per parlarne male;
Adamante di Maria Silvia Avanzato (Edizioni della Sera 2013): perché lei è una che sa raccontare in modo affascinante anche la quotidianità con la nonna, figuriamoci il resto – e poi Crune d’aghi per cammelli mi era piaciuto moltissimo;
Il pallonaro di Luigi Romolo Carrino, sull’omosessualità nel mondo del calcio, perché lui è uno che scrive da Dio;
il classico giallo di Natale della Polillo, quest’anno Il canto di Natale di Clifford Witting (perché non è Natale, senza).

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Ultimamente mi sono dedicata ai film horror: un po’ lento ma ben fatto Sinister con Ethan Hawke; classico college americano con finale a sorpresa in Smiley, autoprodotto dal regista Michael Gallagher (promette un seguito); agghiacciante per la violenza Chained di Jennifer Lynch. Così, se vi avanza un po’ di tempo nelle prossime vacanze e amate il genere, sapete cosa vedere.

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Prosegue anche l’overdose di serie tv: la terza stagione di The Killing è ok; The Blacklist ha un suo perché nel genere crime; Homeland (anche qua, terza stagione) stenta a decollare ma si riprende dalla settima puntata in poi; naturalmente però l’attesa va tutta alla sera del 1 gennaio 2014, quando gli spettatori britannici potranno guardare il primo episodio della terza stagione di Sherlock:

Due parole sul NoirFest: il premio Scerbanenco quest’anno è andato a Donato Carrisi, menzione speciale per Simone Sarasso; avendo presentato entrambi gli autori e rispettivi romanzi, non posso che congratularmi con entrambi. Nella sezione cinema invece è stato presentato Neve di Stefano Incerti, co-sceneggiato da Patrick Fogli. Il film ha vinto il premio per il miglior attore, andato a Roberto De Francesco, e adesso si spera che trovi una distribuzione.

Se poi, come credo, anche voi siete nel vortice dei regali di Natale, sappiate che:
– quest’anno ho privilegiato l’artigianato e anzi, ho rispolverato un minimo di manualità persino io (ma non per farne regali, ché agli amici ci tengo);
– ho regalato qualche libro e qualche altro ancora lo regalerò;
– in libreria si trovano agende bellissime (io ho sempre una spiccata preferenza per la Moleskine) ma anche fumetti, lettori ebook, accessori da lettura… insomma, per i regali di Natale la libreria è ancora un posto privilegiato;
– tuttavia, quando la pigrizia incombe, mi soccorre Amazon. Un clic e via. Tanto sono già stata definita “una str**** di sinistra radical-chic” (detto da uno che mi ha vista due volte, n.d.b.) quindi posso anche dichiarare apertamente che la tecnologia, quando mi semplifica la vita, è una gran risorsa a cui attingo a piene mani.

Cari saluti, ci risentiamo per gli auguri – forse.

American Horror Story 3: Coven

American-Horror-Story Coven 2Qua e qua (e anche altrove, potete leggerlo seguendo i link) alcuni scrittori si chiedono perché continuare a leggere (e a scrivere, mestiere certo non facile) quando si può guardare una serie tv. Non una italiana, magari, ma una ben fatta come Sherlock, Homeland, Breaking Bad, Luther, House of Cards, giusto per citare le ultimissime viste. Perle di recitazione e scrittura. Io ho una risposta molto semplice, e cioè che si possono fare entrambe le cose. La tv è difficile da guardare all’aperto, quindi in spiaggia è meglio un libro (sì, anche il vituperato Joël Dicker, che a me invece è piaciuto), la sera in inverno meglio una serie tv (magari in lingua originale, così imparate anche un po’ di inglese, zucconi).
In ogni caso, che la scrittura di genere si declini magnificamente nelle serie tv è cosa che da queste parti era già nota, visto che ormai da un po’ di tempo parlo indifferentemente di libri e televisione.

Dopo aver elargito i miei two cents non richiesti (abbiate pazienza, è l’età che avanza), voglio invece consigliare la terza stagione di American Horror Story. La première è andata in onda il 9 ottobre su FX e ha avuto oltre cinque milioni di spettatori. Ma, al di là del successo di pubblico, si preannuncia davvero interessante.
Ricordo che la prima stagione era ambientata in una casa stregata, la seconda in un manicomio; la terza, come dice lo stesso nome (“coven” significa “congrega”, riferito nello specifico agli incontri di sette dedite ai riti pagani), ha come tema centrale la stregoneria. Si apre con una crudele Kathy Bates nei panni di una nobildonna dedita a pratiche terrificanti nella New Orleans dell’Ottocento, si sposta poi ai giorni nostri, dove la giovane Zoe Benson (Taissa Farmiga) viene allontanata dalla famiglia per crescere in una scuola di magia (no, non pensate a Hogwarts: qua la cosa è molto più patinata e terrificante, ovviamente, e si chiama “Accademia di Miss Robichaux”) insieme ad altre giovani donne che, come lei, devono imparare a conoscere e usare i loro poteri.

american horror story covenLa vita in accademia non è semplice: le ragazze sono solo quattro, compresa Zoe, ognuna con poteri diversi (una predice il futuro, una sposta gli oggetti con la mente, una è una bambola voodoo vivente, e poi c’è Zoe che uccide… beh, in un modo molto particolare); la preside (la bravissima Sarah Paulson) è alle prese con una madre ingombrante; la festa di una confraternita universitaria si trasforma presto in una carneficina e le ragazze… beh, le ragazze hanno già i problemi dell’adolescenza, aggravati dai loro poteri.

Le prime due stagioni lo dimostrano, la terza, appena iniziata, sembra confermare che American Horror Story funziona. Intanto per questa idea – molto di impatto sul piano di visivo – di prendere i protagonisti delle precedenti stagioni e “rimescolarli” in ruoli diversi. Chi era buono rischia di ritrovarsi nei panni del cattivo e viceversa.
Tocca allo spettatore resettare le associazioni mentali degli anni passati e aggiornare il database del cervello 🙂 Cattura Lange
Senza contare la qualità della recitazione: dalla straordinaria Jessica Lange, strega Suprema ossessionata dal mito dell’eterna giovinezza (avrà davvero usato qualche sortilegio per essere ancora così bella, nonostante le sigarette!), all’ultima delle comparse, gli attori sono impeccabili.

Poi perché regia, ambientazione, fotografia sono sofisticate, eleganti, roba che noi ce le sogniamo.
Persino i trailer di pochi secondi sono raccapriccianti, guardare per credere:

Infine perché c’è una trama: una trama solida (i processi di Salem sono storia), accattivante, condita da violenza e sesso. Sceneggiatura impeccabile e anche colta (il Minotauro!), che attinge a piene mani al passato (la stagione precedente scavava nel nazismo, ad esempio) e non si attiene al canone del “politically correct” che noi abbiamo fin troppo assimilato.

American Horror Story: Coven sembra essere tagliato sul femminile, o meglio, sul “lato oscuro” della femminilità. La strega è la donna che soggioga l’uomo, è la donna che l’uomo non può comprendere e accettare. La strega ammalia, la strega deve essere messa al rogo. La strega è una contraddizione in termini che avvince e sfida uomini e donne. Sì, credo che gli sceneggiatori abbiano giocato un’altra carta vincente.

E adesso scusate, vado a mettermi lo smalto nero…

“Morto e mangiato” e il ritorno di Jeeves

Cattura Morto e mangiatoSegnalo un’iniziativa a scopo benefico ideata da Paolo Franchini e Chiara Poli. Si tratta di Morto e mangiato, un’antologia di 100 storie zombie donate da altrettanti autori. Poche, semplici regole: scrivere una storia da 1800 caratteri (spazi compresi) nella quale gli zombie siano protagonisti e inviarla (insieme a biografia e liberatoria) entro il 2 novembre 2013 con la modalità indicata sul sito (alla voce Contatti).

Attenzione: se si arrivasse prima a 100 racconti, il termine verrebbe anticipato.

I guadagni saranno devoluti a A.I.S.EA Onlus e Associazione ST Onlus.

**

Per una volta una buona notizia: Jeeves, il maggiordomo di Bertie Wooster nato dalla splendida penna di P.G. Wodehouse, che tante estati della mia vita ha accompagnato, tornerà nel primo sequel autorizzato a opera di Sebastian Faulks. Uscita prevista in UK, novembre 2013.

30 giorni di buio (2007)

Domenica pomeriggio uggiosetta?
Questo horror vi terrà svegli. Tratto da un bellissimo fumetto di Steve Niles, il film ha ritmo serrato e effetti speciali notevoli. Isolati dal mondo in un lembo di terra d’Alaska su cui stanno per scendere 30 giorni di buio, uno sparuto gruppo di abitanti si trova a fronteggiare una minaccia imprevista: l’attacco di un branco di vampiri. (Niente a che vedere con a  Twilight Saga, naturalmente, anche se il regista David Slade tre anni dopo è scivolato su Eclipse). La protagonista femminile Melissa George è attualmente in tv con Hunted (di cui renderò conto prossimamente su questo schermo).
Ottima regia, angoscianti i contrasti tra bianco (neve), nero (buio) e rosso (sangue).

30 giorni di buio su Wikipedia. Non guardatelo se non volete conoscere il finale…

666 Park Avenue

Mentre American Horror Story – Asylum continua a darmi enormi soddisfazioni (alla fine della quinta puntata mi sono chiesta con raccapriccio quali altre idee perverse avranno partorito le menti degli sceneggiatori per arrivare alla fine della stagione), ho iniziato a guardare 666 Park Avenue, serie “diversamente horror”.

Nel senso che gli ingredienti dell’horror classico ci sono tutti (fantasmi, mostri, premonizioni, omicidi, il tutto in un palazzo gotico a cui sovrintende un mefistofelico Terry O’Quinn),  ma c’è anche un filone thriller (Gavin Doran è buono o cattivo? Che progetti ha per Henry Martin e Jane Van Veen, la giovane coppia di provinciali a cui è stato offerto un posto nello splendido palazzo?), il tutto avvolto da una patina glam che ricorda molto L’Avvocato del Diavolo. Donne bellissime, uomini affascinanti, party lussuosi, fiumi di dollari…

In ogni puntata c’è una storia autoconclusiva che riguarda uno degli inquilini del palazzo, mentre la vicenda che dà corpo alla serie si arricchisce di nuovi dettagli (come detto sopra, il mistero riguarda soprattutto la coppia naif Henry-Jane e l’impeccabile Gavin). Rimane ancora apertissimo l’interrogativo su “cosa”: cosa succederà?

Nel complesso 666 Park Avenue non fa paura, ma avvince. Consigliato a chi non ama lo splatter.

American Horror Story: Asylum (morboso)

E siccome Halloween è vicino e siamo perfettamente in tema, sappiate che è iniziata la seconda stagione di American Horror Story sulla rete americana Fox.
Grande attesa e molta curiosità per un seguito che in realtà ha pochi punti di contatto con la prima stagione, se non per la presenza di alcuni attori (tra cui Jessica Lange e Evan Peters) ma in ruoli completamente differenti rispetto all’anno scorso.

La prima puntata si apre con una coppia in luna di miele: sono giovani, innamorati e un po’ morbosi (ricordate questa parola: morbosi). In particolare la “lei” della coppia ha un’insana passione per l’horror e i due si divertono a far sesso nei luoghi più infestati d’America. L’ultima tappa del tour è Briarcliff, un ex sanatorio trasformato in ospedale per malati di mente criminali. Qui pare che fosse stato rinchiuso anche “Bloody Face”, un sanguinario serial killer. La coppia si addentra nei meandri del luogo abbandonato, scatta foto, espleta il sesso di rito e poi…

Flashback nel passato: siamo nel 1964 e Briarcliff è gestito da suor Jude (una strepitosa Jessica Lange), crudele ai limiti del morboso (ho già detto che la parola d’ordine di AHS Asylum è morboso?). Siamo in piena epoca di neri ghettizzati, omosessuali ghettizzati e pazienti psichiatrici torturati. A Briarcliff viene ricoverato anche Kit Walker (Evan Peters, già visto nella prima stagione), accusato di aver ucciso e scuoiato la moglie e altre due persone. Kit si dichiara innocente, ma viene ugualmente sottoposto al regime durissimo di suor Jude e del dottor Arthur Arden (James Cromwell), un medico autorizzato a compiere esperimenti (più sadici che scientifici, in una parola: morbosi) sui pazienti. La giornalista Lana Winters (Sarah Paulson) vuole scrivere un articolo sull’ospedale psichiatrico, ma si scontra con la comprensibile ostilità di suor Jude; decide quindi di introdursi nella struttura di nascosto, nottetempo, ma viene scoperta e internata.
Nella seconda puntata tutti diventano ancora più cattivi, se possibile. L’orrore risiede nella crudeltà senza scampo di tutti – tutti – i personaggi, nessuno escluso. Oltre che in scene splatter e… morbose.
Come nella miglior tradizione dell’horror, in AHS c’è sesso a go-go: molto erotica la cena di suor Jude con monsignor Timothy Howard (Joseph Fiennes), altre scene sono decisamente più esplicite (non manca la paziente ninfomane, interpretata da Chloë Sevigny, di cui ho già parlato qua).
So che molti rimpiangeranno la cameriera della prima serie, ma pazienza, non si può aver tutto…

Questo uno dei “promo” della seconda stagione (morboso!! l’ho già detto, vero?)

E questi sono i primi cinque minuti di American Horror Story: Asylum.

Al di là delle considerazioni ironiche, American Horror Story mi ha molto colpita.
Se vi piace l’horror AHS è perfetto perché declina l’orrore in tutte le sue forme, dallo splatter al medical, dagli alieni al possesso satanico, dai nazisti alla crudeltà umana, dal gotico al serial killer… Gioca con le ambientazioni, con i ritmi e con le paure che la mente umana partorisce. Flirta con il marcio che è dentro di noi. Mette in guardia dal mostro che vive “next door” sotto sembianze umane. Fa paura.
Insomma, piena approvazione anche per questa seconda stagione (strettamente riservata a un pubblico adulto). Buona visione…

Aggiornamento dopo la terza puntata: eccellente. Adesso ci sono anche gli zombie 🙂

Niceville di Carsten Stroud: quando l’uomo con la pistola incontra il paranormale…

…l’uomo con la pistola è un uomo morto? Non necessariamente. In Niceville di Carsten Stroud (Longanesi, 2012 – da ieri nelle librerie) il detective Nick Kavanaugh  – reduce di guerra residente nella tranquilla cittadina di Niceville – deve indagare su un’assurda sparizione:

Alle 15.13.55 Rainey Teague c’è, è proprio lì.
Alle 15.13.56 il ragazzo scompare.
Non sguscia fuori dall’inquadratura, non si abbassa, non salta verso l’alto, non si allontana, non si trasforma in uno sbuffo di fumo, non viene strattonato via dalla mano di uno sconosciuto.
No, scompare di colpo, come se fosse stato soltanto un’immagine digitale e qualcuno avesse premuto il tasto CANCELLA.
Rainey Teague d’un tratto sparisce.
E non torna più.

Ma non c’è solo questo. Tutto, a Niceville, è permeato da una strana aura. Circa un anno dopo la sparizione di Rainey, un uomo trama la sua vendetta per un’ingiustizia che ritiene di aver subito, una donna scompare nel nulla e una sanguinosa rapina in banca metterà a dura prova la polizia di Niceville. È tutto molto “umano”, ma anche questi avvenimenti in qualche modo si incastrano nel quadro delle strane sparizioni per le quali Niceville detiene un record superiore alla media nazionale. All’ombra di Tallulah’s Wall, la rupe che sovrasta la città, sormontata dal cupo Crater Sink, un gorgo da cui nessuno è mai riemerso, le 4 famiglie di “fondatori” di Niceville – gli Haggard, i Cotton, i Teague e i Walker – si tramandano un terribile segreto di generazione in generazione…

L’autore, Carsten Stroud, si è gentilmente prestato a rispondere a qualche domanda in occasione dell’uscita del romanzo:

AB – Innanzitutto, ho letto che Niceville è il primo romanzo di una trilogia. Avevi già in mente che lo fosse quando hai iniziato a scrivere, o hai deciso in un momento successivo?
CS – Era già una mia intenzione, anche se l’arco della narrazione è cambiato molto rispetto alla mia previsione iniziale. Penso che sia una buona cosa quando i personaggi del tuo libro si liberano, in qualche modo, dalle tue aspettative e dai progetti che avevi per loro. In questo caso vanno assecondati, perché il risultato potrebbe essere sorprendente. È esattamente ciò che è accaduto con Niceville, e anche con il secondo libro (The Homecoming) che ho appena completato, e immagino che – se avrò fortuna e abbastanza calma da rendermene conto – succederà anche nel terzo, The Departure.

AB – Leggo nella tua biografia che hai lavorato nel campo della pubblica sicurezza e come giornalista investigativo, e hai vinto – insieme a tua moglie, la ricercatrice e scrittrice Linda Mair – diversi premi su riviste a tiratura nazionale prima di scrivere un best-seller sulle “forze armate” americane (polizia, esercito, sceriffi). Poi sono arrivati i libri di fiction, tra cui Cuba Strait, Black Water Transit, Cobraville, e Lizardskin, alcuni dei quali sono stati opzionati per diventare film. Su internet ho trovato due diversi siti web, carstenstroudbooks.com e nicevilleusa.com, come se tu volessi tenere separati i tuoi libri precedenti dall’attuale trilogia. Quando è arrivata la svolta?
CS – Il punto di svolta della mia carriera è arrivato durante un lungo viaggio nel Sud degli Stati Uniti. Io e Linda – mia moglie – abbiamo passato molti anni viaggiando insieme, sia per lavoro che per il piacere della compagnia reciproca, e a volte sembriamo una coppia di poliziotti che osserva e prende nota di tutte le stranezze in cui ci imbattiamo. Nel caso di Niceville, Linda aveva notato una serie di auto distrutte e messe in fila lungo la carreggiata dell’interstatale opposta alla nostra. Ma non c’era polizia sul posto. Ce ne siamo meravigliati e abbiamo elaborato una teoria per spiegare quale fosse la relazione fra quelle carcasse. Da questo è nata l’idea di una seria a proposito di un poliziotto specializzato in inseguimenti che vive in una piccola e strana città del Sud. Niceville è basata, per certi aspetti, su Savannah (Georgia) e Marietta (Georgia), ma è soprattutto di nostra invenzione. Ci rendevamo conto che Niceville sarebbe stato molto diverso da altri libri che avevamo scritto. Quindi abbiamo chiesto a nostra figlia Emily di disegnare e creare un sito a parte per la serie di Niceville. Il sito (www.nicevilleusa.com) è opera sua, e devo dire che è brillante. Emily è stata la prima ad accorgersi che dentro il nome Niceville si nasconde la parola Evil (il Male).

AB – Cosa succede quando un uomo d’azione, forte ed energico come Nick, un soldato e un combattente, si scontra con un’attività “sovrannaturale”?
CS – La reazione di Nick di fronte agli eventi paranormali che si sviluppano in Niceville è una lenta e riluttante accettazione che dietro l’apparente bellezza della cittadina possa celarsi qualcosa di inspiegabile e totalmente maligno. La sua reazione è probabilmente la stessa di ogni altra persona ragionevole. Quando mi è capitato di imbattermi in eventi che non sono stato in grado di spiegarmi razionalmente, la mia prima reazione è stata quella di non credere ai miei sensi, poi di non credere a ciò che stava accadendo e solo alla fine mi sono costretto a prenderli in considerazione realmente.

AB – OK, devo dirlo: Tony Bock, a dispetto di tutti i tuoi sforzi per mostrarlo come un uomo gretto e meschino, è un personaggio divertente. È talmente “piccino” e sciocco che non si può fare a meno di riderne. Che ne pensi?
CS – Ho incontrato tre uomini molto simili a Tony Bock e non mi piacevano per niente, ma questo è dovuto ai danni che avevano causato nella realtà. Nel caso di Tony Bock, il mio macabro senso dell’umorismo si è manifestato attraverso di lui. L’ho messo in una situazione in cui i suoi difetti caratteriali diventavano farsa. È stato divertente farlo, anche se forse in questo modo si è perso il potenziale negativo che questo personaggio avrebbe avuto. Ma sono un uomo che apprezza una sana risata e non perdo occasione di farlo. So che l’umorismo presente in Niceville colpisce molte persone perché sembra fuori luogo in un thriller/horror, ma nella mia vita mi sono trovato in situazioni molto brutte – scene di omicidi e scontri a fuoco – e quasi tutti i presenti avevano un senso dell’umorismo molto nero e tagliente. Era il modo in cui affrontavamo le difficoltà.

AB – Chi è il tuo personaggio preferito? A parte Nick, naturalmente (immagino che il protagonista sia un po’ come il figlio primogenito, per gli scrittori).
CS – Il mio personaggio preferito a dire il vero è Coker, subito dopo viene Charlie Danziger. Coker è un perfetto “cattivo” e un buon thriller non può fare a meno di un cattivo molto convincente. Credo di aver riservato a Coker le mie righe migliori, e questo significa che mi piace davvero.

AB – Nel tuo romanzo le donne sono personaggi forti, con una personalità ben definita, e questo non sempre si vede nei romanzi, mentre nella realtà è frequentemente vero. C’è lo zampino di tua moglie nel modo in cui tu “tratti” i tuoi personaggi femminili?
CS – Lascia che ti racconti una storia. Tanto tempo fa Linda – che non solo mi aiuta a dar forma alle idee, ma si occupa di fare ricerca e del primo editing del manoscritto – bene, Linda stava finendo la prima lettura di un libro chiamato Sniper’s Moon. Ha messo il manoscritto da parte e ha detto “Lo sai che tutte le donne in questo romanzo indossano la mia stessa lingerie?” e io ho risposto “Certo. Non pensi che sarei in grossi guai se descrivessi qualcosa di diverso?”. Linda è il mio modello per tutte le donne forti, sexy e pericolose che si trovano nei miei romanzi. Naturalmente la adoro, ma cerco di non farla arrabbiare. Una volta mi ha lanciato un ferro da stiro. L’unico motivo per cui sono ancora vivo è che la spina è rimasta collegata alla presa. Bionda con gli occhi verdi e incline alla vendetta e alle stravaganze. Sono fortunato ad averla. Lo dico a tutti miei amici maschi – che la adorano quanto me – “Nessuno di voi resisterebbe più di un minuto in una gabbia con questa grossa gatta. Solo io ho il coraggio”. Questa è Linda…

AB – Nella tua biografia racconti di aver svolto diversi lavori prima di diventare uno scrittore professionista. Hai mai avuto esperienza personale e diretta di situazioni rischiose?
CS – Sì, sono stato esposto a rischi – e non solo quando ho fatto infuriare Linda – ma poiché ero quasi sempre in compagnia di uomini molto più coraggiosi di me l’ho sempre scampata. Non che mi sia piaciuto essere bersaglio di uno sparo o trovarmi in un combattimento, ma sono contento di aver avuto queste esperienze. Avere esperienze di prima mano sulle armi e sui danni che producono aiuta a scrivere scene molto più convincenti nei libri. È utile anche sapere come funziona un arresto cardiaco e cosa si prova quando si ha davvero paura…

AB – Nick è un veterano di guerra. Mi sembra di capire che tu ti interessi di politica, in particolare degli aspetti riguardanti l’estero, la difesa e i temi internazionali. Secondo te, chi sarà il prossimo presidente Americano?
CS – La mia previsione, tastando il polso degli Americani, è Barack Obama. Non sono sicuro che sia che sia il migliore in assoluto, ma nessun altro lo sarebbe, dal mio punto di vista.

L’autore aggiunge, direttamente in italiano:

Grazie per questo! è stato divertente. Spero che ci incontreremo in Italia l’anno prossimo!

Ciao,
Carsten

Assaggio d’autore gratuito qua, per leggere un’anteprima:

Il bosco degli orrori di John Rector

Questo è un post che potrei risparmiarmi, ma visto che
a) ho letto il romanzo e
b) non vorrei dare la sensazione di entusiasmarmi per tutto ciò che leggo,
ne parlerò brevemente.
Il bosco degli orrori
(Giunti, 2012) non ha nulla che non vada, ma è un libro che non consiglierei. Scritto con il chiaro obiettivo di una trasposizione cinematografica, è un thriller psicologico con venature horror. Un casino, insomma.
Il romanzo prende l’avvio dalla scoperta del cadavere di una giovane donna ai margini di un campo di granturco. Il campo appartiene a Dexter, alcolista con problemi mentali (tenuti sotto controllo grazie alle medicine che non sempre ricorda di prendere), appena lasciato dalla moglie Liz. Un déja vu, uno stereotipo di protagonista incasinato. Dexter non racconta a nessuno della scoperta del cadavere perché non solo ha un vuoto di memoria, ma teme di essere accusato di omicidio. Già da ragazzo, infatti, si era reso protagonista di un episodio violento.
Il cadavere appartiene alla giovane Jessica e non c’è modo di sapere in che modo sia morta: mentre in paese iniziano le ricerche per ritrovarla, Jessica sta là nel campo, assediata da insetti e roditori, ogni giorno più decomposta, e parla con Dexter. La cosa va avanti per qualche giorno, giorni nei quali Dexter perde definitivamente la bussola nonostante che la moglie e Greg, lo sceriffo, cerchino di riportarlo alla realtà.
Non c’è un’indagine vera e propria, solo la definitiva caduta verso il fondo di Dexter, tanto che alla fine, se non ci fosse una confessione rivelatrice, resteremmo con il dubbio su ciò che è realmente accaduto.

Per farla breve, Il bosco degli orrori è un romanzo senza infamia e senza lode, senza personaggi memorabili, senza originalità. Senza. Una di quelle cose che si leggono, a volte, ma che sono condannate all’oblìo senza rimedio.

Anche in ebook: