Le gialle di Valerio/111: L’ultima sera di Hattie Hoffman

Mindy Mejia
L’ultima sera di Hattie Hoffman
Einaudi, 2017
Traduzione di Carla Palmieri
Giallo

Pine Valley, Sud Minnesota. 12 aprile 2008. Dopo una recita scolastica in teatro, a tarda sera nel lontano granaio abbandonato una secca coltellata uccide una ragazza solare, poi il bel volto viene sfregiato. Henrietta Sue Hattie Hoffman, alta e snella, pelle abbronzata color miele, occhi sbarazzini e intelligenti, lunghi capelli castani, aveva compiuto 18 anni a gennaio. Amava recitare sia nel rapporto quotidiano con gli altri sia come prospettiva di vita professionale (ambiva diventare attrice e lavorare a Broadway). A fine agosto 2007 aveva iniziato l’ultimo anno di scuola, sempre andata benissimo. C’era un nuovo affascinante docente di Lettere, il 26enne Peter Lund, capelli scuri e occhiali quadrati, runner e vegetariano, appena trasferitosi da Minneapolis per seguire la moglie Mary che doveva prendersi cura della madre e della fattoria. Sia Hattie che Peter avevano un nickname in rete, HollyG e BookNerd, per caso loggavano entrambi su Pulse e si incrociarono in un forum, scoprendo di avere gli stessi gusti culturali e sociali, era cresciuta in autunno un’intensa travolgente relazione virtuale (anche sessuale). Sulla scena del crimine arriva il taciturno anziano sceriffo della contea Del Goodman, trent’anni di onorato servizio, veterano di guerra (lasciato dalla moglie appena tornato dal Vietnam), molto amico dei genitori di Hattie, alla quale era pure affezionatissimo. Trovano sul cadavere traccia di sperma, un rapporto consensuale. Sanno che la ragazza frequentava Tommy Kinakis, un solido sciocco giocatore di football del quale forse non era innamorata. Scoprono altro aspettando il test del DNA.

La giovane graziosa scrittrice Mindy Mejia (che nasce, lavora e vive in Minnesota) fa centro al secondo romanzo, 26 capitoli datati (da agosto 2007), in cui si alternano tre prime persone in un originale percorso narrativo: Hattie nei mesi precedenti il delitto tiene una particolare forma di diario (che si rivelerà decisiva), Peter racconta e confessa in parallelo la sua vicenda sentimentale durante il corso d’insegnamento e poi le indagini, Del resoconta giorno per giorno il caso (per una settimana) dalla scoperta del corpo alla complicata soluzione. Sappiamo che la ragazza è morta e siamo ansiosi per la tragedia incombente, capiamo che ognuno dei personaggi ha in testa vari possibili colpevoli e, soprattutto, che alla vittima è stato impedito di far godere molte persone della propria esistenza (nelle passioni e nei tormenti), chiunque l’avesse incontrata, lì e altrove (da cui il titolo inglese “Everything You Want Me to Be”). Belli e colti i dialoghi sia orali che internet. Molto c’entra Shakespeare ovviamente, e la maledizione notoriamente connessa alle rappresentazioni del “dramma scozzese”, il Macbeth. La protagonista delle prove e della recita era stata Hattie, la malvagia Lady, interpretazione sublime, l’ultima. Del resto, adorava pure i fratelli Coen, Non è un paese per vecchi, e detestava la musica country, Nashville compresa. Segnalo che al padre (non grasso) diagnosticano il prediabete. Ben innamorati, i due sgranocchiano cracker e formaggio sorseggiando Pinot Nero (da bicchieri di carta)!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Nero di mare

Nero di mare
di Pasquale Ruju
e/o, 2017
collana Sabot/age

Con una bella e suasiva copertina, opera del padre dell’autore, ecco, per il piacere dei numerosi fan di Sabot/age, Nero di mare, secondo romanzo di Pasquale Ruju. Ancora una volta, uno sceneggiatore dei celebri fumetti di Dylan Dog si concede il piacere e lo svago di regalarci un indovinato romanzo thriller a tinte noir. E, giocando in casa, privilegia la raffinata salsa barbaricina pur con godibilissime e bucoliche diversioni banditesche e passaggi continentali.
Palcoscenico privilegiato però la scintillante opulenza della Costa Smeralda con irrinunciabili e stupende puntate verso l’aspra vegetazione mediterranea dell’isola.
Il protagonista della storia, Franco Zanna, è un fallito e un vigliacco, o almeno questo è quanto lui pensa di se stesso.
Tanti anni prima minacce di morte e ricatti, ai quali non ha saputo, potuto e voluto far fronte, lo hanno costretto a lasciare Torino, dove si stava facendo strada come giornalista e fotoreporter, a cancellare dalla mente e dal cuore la donna che amava e il figlio che lei attendeva e a fuggire in Sardegna, trovando protezione alle falde del Gennargentu, presso la zio da anni alla macchia, Gonario Strangio, un bandito vecchia maniera in pensione, che ai suoi tempi rifiutava il sangue e le ritorsioni contro gli innocenti. Poi, dopo anni di vita insulsa e da disutile ubriacone, uscito in qualche modo dalla spirale della sua depressione, finalmente Zanna era sceso verso la costa sistemandosi a Porto Sabore, nel settentrione della Sardegna. Là aveva cominciato a leccarsi le ferite e aveva trovato un nuovo modo di barcamenarsi per sopravvivere, lavorando con fotoreporter in caccia di scoop di vip in dorata vacanza a Porto Cervo, Porto Rotondo e dintorni o, alla peggio, rubacchiando immagini di coppie clandestine per tirar su qualche soldo. Come amica e conforto morale Cosima, anziana e scafata barista della zona, e come occasionale sostegno economico Irene Sanna, a capo dell’agenzia Gallura Vera. Unico vantaggio per un uomo vinto: una vita senza problemi e più niente da perdere, o almeno pare.
Ma quando un’affascinante ragazza dai capelli rossi attraverserà la sua strada mentre, in contemporanea, un’adorabile figlia diciassettenne, con il corollario del rimpianto del passato, irromperà nella sua vita, Franco Sanna, trovandosi sotto tiro di un gruppo di criminali ben vestiti ma male intenzionati, scoprirà che invece ha molto da perdere e deve inventarsi una soluzione. Non basta: la faccenda si complica perché, per avere fotografato la ragazza sbagliata, si ritrova sotto tiro di una banda di criminali che lo coinvolgerà in una rapina. Ormai non può più tirarsi indietro.
Districandosi tra le onde del Tirreno, l’aspra natura della Barbagia e la sfacciata ricchezza della Costa Smeralda, Franco Zanna dovrà andare fino in fondo, coraggiosamente armato di macchina fotografica, per combattere il marciume che non risparmia più niente e nessuno.
Per fortuna, però, in Sardegna girano ancora certi vecchi briganti…

“La forma del buio” di Mirko Zilahy

Dopo aver chiuso, non senza sofferenza, il caso dell’Ombra, il commissario Enrico Mancini prende una meritata pausa e si rifugia in un casolare di montagna. Fatica fisica, isolamento e vita semplice dovrebbero ritemprarlo. O almeno così lui spera, ma il dovere lo riporta a Roma. È avvenuto un omicidio macabro e bizzarro addirittura all’interno della Galleria Borghese; la stampa, nonostante il muro di silenzio eretto dalla Questura, ha pubblicato delle foto scattate di straforo e il Questore Gugliotti, messo sotto pressione, non può fare a meno di schierare il migliore dei suoi uomini. Mancini, appunto, commissario di lunga esperienza con specializzazione in profiling a Quantico.

Torna in campo la squadra già vista in È così che si uccide: Caterina, Walter, Antonio iniziano a indagare sull’omicidio (e poi su un secondo, e un terzo…), il vecchio maestro Carlo Biga fa da consulente, alla squadra si affianca una giovane storica dell’arte italo-americana, Alexandra. Rimane nell’ombra il magistrato Giulia Foderà: dopo il timido inizio della relazione con Mancini, la dottoressa e il commissario hanno smesso di vedersi e si evitano a vicenda.
Tutti gli omicidi avvengono nei (o in prossimità dei) parchi di Roma e tutti hanno un richiamo a mostri mitologici. Lo Scultore, questo il nome del serial killer, segue uno schema imprevedibile, colpisce e poi torna a nascondersi nella sua tana. Ma la sua tana è l’intera Città Eterna…

Giunto alla fatidica prova del secondo romanzo, Mirko Zilahy migliora la prestazione e compone un testo più maturo (anche se a lui non piace sentirselo dire), con ritmo serrato e molteplici piani di lettura. Lui lo definisce un romanzo di transizione, e lo è, non solo perché è il secondo di una trilogia, ma anche perché i personaggi sono in rapida evoluzione. Alle citazioni colte si affiancano quelle della cultura pop, con il risultato di creare nel lettore un senso di familiarità, un’affinità che richiama echi di cose già viste o sentite (ma dove?).
C’è poi il tema dei mostri, in senso mitologico e in senso letterale. C’è Roma, sia alla luce del sole che nei sotterranei. C’è una varia e complessa umanità che affronta l’ordinario e l’imprevisto. Ci sono le paure, quelle vere e quelle sublimate.

«Si dice che le persone scomparse restino con noi, che vivano in una dimensione contigua alla nostra, invisibili ma presenti. in questo posto inutile io ho avuto la possibilità di scoprire che non è così. La verità è che quando qualcuno se ne va, quando lo perdiamo per sempre, che sia la peggiore delle morti o il più banale degli incidenti a portarcelo via, qui dentro», posò il pugno sullo sterno, «si forma un vuoto. E man mano che andiamo avanti quello spazio si dilata ed è come se ci riempisse. Di fantasmi. Fantasmi che ci abitano. E che ci parlano, commissario, da un passato in cui erano fatti di carne. Ci parlano e le loro parole producono echi che restano in sospensione dentro di noi.»

La forma del buio, esattamente come È così che si uccide, è un romanzo che fa paura. Non la paura dell’horror o dello splatter, però. Le storie di Mirko Zilahy spaventano perché entrano in risonanza con le mie paure. Che non sono quelle di essere uccisa da un serial killer, ma piuttosto la malattia, la solitudine, l’orrore per gli scarafaggi (come Cate lo ha dei topi), la vecchiaia, la patologia mentale più o meno grave (non solo quella dei serial killer ma più semplicemente l’ansia e gli attacchi di panico), il dolore per la morte o la perdita di una persona cara, l’alienazione, la menomazione fisica…
E se la Roma di Zilahy è un mondo decadente e decaduto, in cui angoli di una bellezza sovrannaturale si alternano a scenari sordidi, i suoi personaggi sono pieni di luci e ombre, di umanità e debolezza.

Se a questo si aggiunge il gusto per una scrittura “importante”, densa e ricca di dettagli, curata come solo chi ha lavorato con le traduzioni può fare, ce n’è abbastanza per dire che Zilahy ha mantenuto le promesse del primo romanzo. Possiamo aspettare con fiducia la chiusura (?) della trilogia e… ciò che verrà dopo.

Per il momento, La forma del buio è il libro che non potrà mancare sotto l’ombrellone. Buona lettura!

Un delitto da dimenticare di Arnaldur Indriðason

Un delitto da dimenticareArnaldur Indriðason
Un delitto da dimenticare
Guanda, 2016

Islanda, fine anni Settanta. Un cadavere viene rinvenuto in una pozza di acqua sulfurea. Ma non è morto per annegamento: a una prima occhiata sembra che sia caduto da una grande altezza. Solo che in Islanda sono pochi i posti talmente alti da poter provocare quel tipo di lesioni in caso di caduta. E uno di quei posti si trova al di fuori della giurisdizione della polizia criminale: è Kamp Knox, l’enclave americana sull’isola.

Mentre indaga sulla morte di Kristvin il giovane Erlendur Sveinsson, reduce da un divorzio e da poco entrato a far parte della polizia criminale su invito della collega Marion Brien, coltiva la sua ossessione per i casi di persone scomparse e mai ritrovate.
Ha un motivo personale per farlo, ma al momento il suo chiodo fisso si chiama Dagbjort: una tranquilla studentessa diciottenne, scomparsa una mattina di venticinque anni prima e mai ritrovata.
Arnaldur Indriðason, classe 1961, racconta un’Islanda cupa, nella quale arriva l’eco lontana dei fatti del mondo (l’assedio all’ambasciata di Teheran…), ma molto più coinvolta di quanto creda di essere.
I due casi, scollegati tra loro, hanno in comune il fatto di essere stati favoriti dal particolare contesto di isolamento, quasi di straniamento, dell’isola.
Mentre l’estate cede il passo al lungo inverno, due famiglie non si rassegnano, due detective sono intenzionati a non retrocedere davanti al muro di omertà che li circonda.
Piacevolissima lettura estiva per chi ama i gialli nordici.

Le brevi di Valerio/90: Insospettabili

InsospettabiliAutore AA. VV.
Titolo Insospettabili
Editore Einaudi
Anno 2016
Pagine 266
Prezzo 14,50 euro
Traduzioni Varie (Luca Lamberti e altri)

Grandi scrittori degli ultimi due secoli sono Insospettabili autori anche di “Racconti gialli”, provare per credere. Fulvio Gianaria e Alberto Mittone hanno curato un’antologia “discutibile e opinabile” (come dicono nella breve forzata introduzione) di 14 belle storie, opera di nomi straordinari della letteratura italiana e mondiale, che si sono cimentati col genere giallo per capriccio, pausa, divertimento, caso. O chissà perché. Comunque bene. Si va da Balzac (1799-1850) a Joyce Carol Oates (1938) passando per Buzzati, De Roberto, Scott Fitzgerald, Flaiano, Hemingway, James, London, Maupassant, Svevo, Twain, Wodehouse (il suo non è un racconto di genere ma spiega qualche motivo per cui tutti si lasciano tentare dal giallo, prima o poi), Virginia Woolf.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/78: Meyer

IcaroDeon Meyer
Icaro
Edizioni e/o, 2016
Traduzione di Nello Giugliano (dall’inglese)
Giallo

Cape Town e Stellenbosch. Dicembre 2014. Il bravissimo poliziotto Bennie Nikita Benna Griessel, 46 anni, è un alcolizzato in disintossicazione. I suoi 602 giorni di sobrietà finiscono quando un collega, traumatizzato per via delle indagini su vari serial killer, stermina la moglie e le due figlie, poi si uccide. Va in un bar, ricomincia a bere superalcolici, crede di potersi controllare. Lui è bianco (afrikaner), robusto brizzolato rugoso, capelli folti e arruffati, occhi slavi e luminosi, divorziato bassista dilettante, altruista e depresso; capitano della squadra investigativa speciale (gli Hawks), la sezione crimini violenti della città; vive con i figli Carla e Fritz insieme alla compagna, la bionda e sensuale manager musicale Alexa Xandra Barnard (più grande, sobria da 330 giorni). Sei mesi prima era stato gravemente ferito, il suo colonnello ucciso, strizzacervelli e sponsor degli Alcolisti anonimi avevano previsto che sarebbe stata dura resistere. Ora non ce la fa più. L’eccentrico tecnofilo amico nero Vaughn Cupido riesce a coinvolgerlo nell’indagine su un omicidio, lo copre dopo le sbronze, ne accetta l’appannamento, sa che gli serve il suo pensare metodico tecnofobo se vuole risolvere il caso. Hanno ucciso un personaggio famoso, Ernst Richter, gestore di un sito particolare: l’Alibi app aiuta a farla franca quando si vuole tradire il partner, trovando una scusa ben organizzata. Pare avesse molti clienti, facesse un sacco di soldi e possedesse almeno tre personalità (una “Icarus”, il titolo). Richter era scomparso da tre settimane, sotto la sabbia di una spiaggia hanno trovato il corpo avvolto nella plastica nera.

L’eccelso autore sudafricano Deon Meyer (Paarl, 1958), ex consulente BMW, scrive in afrikaans (2015), viene tradotto in inglese e (dall’inglese) in italiano. Magnifico e appropriato il glossario finale, con la nuova Costituzione del 1994 (dal presidente Mandela in poi) sono 11 le lingue ufficiali, ormai innumerevoli le contaminazioni nello slang. Il suo “eroe” era stato tutore dell’ordine anche col vecchio regime, ci fa capire molto di un grande paese plurale e dei contesti storici sociali meticci, ironico e divertente, per quanto hard-boiled. Usa una terza persona varia, presentando in questo caso un secondo filo narrativo: quasi subito dopo la scoperta del cadavere (non l’unica citazione alla McBain) e l’effetto sui poliziotti della strage familiare del collega, ci è data la possibilità di leggere la trascrizione di un colloquio (avvenuto giorni dopo) fra l’esperta avvocato Susan Peires (da consigliare) e il potenziale giovane cliente vignaiolo Francois du Toit, attraente, abbronzato, di belle ricche maniere. Prima di arrivare al dunque (una confessione? di un delitto?), le racconta tutta la storia della propria famiglia, in pratica la meravigliosa ultrasecolare vicenda della viticoltura in Sudafrica. Il fatto è che a Bennie il vino non era mai piaciuto: lui preferiva ubriacarsi subito e saziarsi poi. Al danno si aggiunge la beffa: anche la sua capacità di identificarsi con (e scoprire) il criminale è una forma di altruismo, che inevitabilmente genera depressione. Touché! Per darsi speranza mette Fresh Cream e suona il basso con Jack Bruce. Copertina non bella ma risalta il significativo albero di jacaranda (originario del Sud America).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/77: Manzini

7-7-2007Antonio Manzini
7 – 7 – 2007
Sellerio, 2016
Pagine 369
Giallo

Aosta e Roma, estate. La giornalista aostana Sandra Buccellato, ex moglie del questore Costa, ritira fuori sul giornale la storia avvenuta il 13 maggio 2013, poco più di un mese prima, nella casa del vicequestore Rocco Schiavone: il fortuito assassinio di Adele (la fidanzata dell’amico). Era il poliziotto la vittima designata, ora Rocco è costretto a spiegare al suo superiore e al magistrato perché conosce il nome dell’assassino (Enzo Baiocchi) e cosa è precisamente successo 6 anni prima nella capitale, quando aveva 41 anni, non era ancora vedovo e si fece venire gli occhi spenti e inespressivi. Altri tempi, pur se lui già detestava criminologia e feste comandate, portava sempre le Clarks, si faceva regolari spinelli, amava i cani, collegava le persone incontrate a una specie animale, girava in Toyota ibrida. Da sei anni aveva incontrato la bella vitale Marina, restauratrice d’arte: si amavano molto. Vivevano nell’appartamento di via Poerio e una domenica mattina la moglie, dopo aver studiato i conti bancari, gli chiese spiegazioni sulle entrate, visti i soldi che spendeva. Rocco era stato povero e aveva amici sul crinale del crimine: arrotondava sui carichi di marijuana sequestrati, intascava le bustarelle di chi era stato scoperto, rivendeva quadri o preziosi trovati sul lavoro. Lei era figlia di agiati onesti professionisti: si era indignata profondamente e aveva fatto la borsa, se ne era tornata a casa dei genitori con la Panda, voleva riflettere sul proprio amore per quel bestione irrisolto e ingiustificabile. Rocco si tuffò nell’indagine su due ventenni uccisi, risultava coinvolto nei traffici illeciti Luigi Baiocchi, la storia si ingarbugliò, Rocco fu bravo, intanto Marina era tornata da lui amandolo e chiedendogli moralità.

Dopo un paio di racconti a quattro mani e un paio di buoni romanzi, l’attore regista sceneggiatore Antonio Manzini (Roma, 1964) ha scritto dal 2012 oltre dieci storie con protagonista Schiavone. Ha riscosso uno straordinario meritato successo (nell’autunno 2016 anche in tv), cinque racconti ambientati a Roma dal 2007 al 2012, prima del trasferimento forzato e punitivo ad Aosta, cinque romanzi ambientati durante i primi mesi trascorsi nella nuova sede. In quest’ultimo i superiori chiedono a Rocco di spiegare dettagliatamente cosa era accaduto e perché ancora lo vogliono uccidere, gli eventi spesso evocati e mai chiariti nei testi precedenti. Li narra con dolore e senza reticenze, la sua prima vita è finita quando gli hanno sparato (mentre era al volante) e hanno ucciso Marina, il 7 luglio 2007, ecco il titolo. Tutto avviene in terza persona, fissa o comunque connessa al protagonista, al passato. Gran parte del testo si concentra sul 2007. Il registro è non solo noir: l’indagine romana hard-boiled, la passione amorosa sentimentale, i legami amicali generazionali. Già il protagonista affascinava i lettori, qui capiamo meglio l’origine di alcuni caratteri: l’interesse per il calcio, il personale senso di giustizia, la preferenza per i bianchi (non con cacio e pepe), il culto per i Pink Floyd (e per Paolo Conte: “era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”), implicitamente il senso dell’ormai celebre hit parade delle rotture di coglioni. E degli antichi apici di goduria: Marina e Rocco dialogano sul primo fumetto, infine suggellano con rum e cioccolata. Risaltano personaggi minori, Domiziano fra gli altri di allora, il bell’elegantissimo amico antiquario gay della moglie, Gabriele ora, rumoroso sedicenne dirimpettaio del nuovo appartamento.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti: Il detective magico

Serenata senza nomeVa di moda il detective magico. Voglio dire il detective che possiede qualche dono, qualche dote particolare oltre l’umano. Già visti singolarmente li ho qui riuniti. Parto dal commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Maurizio de Giovanni incontrato nel primo e precedente articolo di questa rubrica. E dunque non la faccio lunga riproponendone un breve accenno. Napoli, al tempo del fascismo. “Ho conosciuto il suddetto personaggio fin dalla sua nascita. l’ho visto fare i primi passi e poi camminare baldanzosamente spedito per la gioia di una vastissima moltitudine di lettori. Un personaggio riuscito, riuscitissimo, con la sua perenne malinconia e quella dote, unica, di sentire le ultime parole degli uccisi. Misterioso e irraggiungibile e, anche per questo, amato dalle donne”. Accanto alle doti particolari che lo fanno sentire diverso anche la sua umanità sofferta, un miscuglio di dolore e malinconia che lo rende così vicino ai lettori. Come se possedere certe doti fosse motivo continuo di sofferenza. Un successo planetario dell’autore. Ultimo libro Serenata senza nome, Einaudi Stile Libero Big 2016.

venti corpi nella neveSimile a Ricciardi il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini. Lo troviamo in Venti corpi nella neve, Time Crime 2012.
Il commissario Roberto Serra è a Case Rosse speditoci dal superiore Bernini, viso tondo e baffi gialli di nicotina, per farlo riprendere da una situazione difficile. Dopo la morte violenta dei genitori, avvenuta quando aveva sedici anni, è colpito da un “dono”, ovvero la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare. Sintomo e preavviso l’odore di fiori marci. Non si dà tregua finché non riesce a far riposare in pace i morti ammazzati che il destino gli fa incontrare. Qui, nel più piccolo commissariato d’Italia, Serra è visto come uno di fuori ed è aiutato dall’agente Valerio Manzini. Ufficio essenziale dove domina il colore grigio, corse per chilometri e preparazioni culinarie innaffiate di ottimi vini per ritrovare calma e lucidità. Gli ci vorranno perché nella notte di Capodanno del 1995 tre cadaveri al Prà grand: un uomo, una donna e una bambina barbaramente uccisi con un colpo di fucile a distanza ravvicinata.
Usciti in seguito Io sono lo straniero, Mondadori 2013, e  Il fiume ti porta via, Mondadori 2015. Caratteristica dell’autore, già sottolineata da altri critici, la sua attenzione verso le vittime: i civili trucidati dai fascisti, gli immigrati clandestini, i “matti” rinchiusi in ospedali terribili e poi lasciati allo sbando dopo l’abolizione dei manicomi.

L’odore del peccatoVediamo ora il “superpotere” di Don Attilio Verzi di Andrea Franco in L’odore del peccato, Mondadori 2013.
Già trovato il nostro uomo in L’odore del dolore in Giallo 24-Il mistero è in onda di AA. VV., Il Giallo Mondadori extra 2013, che mi colpì per la sua originalità.
La vicenda si svolge a Roma in dieci giorni, dal 16 al 26 giugno del 1846. Don Attilio Verzi ha un dono particolare “che molti avevano additato come una maledizione del demonio”. Percepisce gli odori nel profondo, “vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio”. Centinaia di preghiere sotto la guida del bigotto padre Ruggero Ancillotti, conseguenza incubi ripetuti. Cercato dal papa per scovare l’assassinio di un giovane prete, don Pasquale Masini, colpito al capo nella chiesa dei Santi Vito e Modesto. Don Attilio viene aiutato nella ricerca del colpevole dal padre Augusto Giani, anch’egli con le sue passate sofferenze (le “cicatrici”) e in seguito dal capitano della Milizia Jacoangeli .
Ultimo nato L’odore dell’inganno, Mondadori 2016.
Anche qui odori, odori e odori (forte quello dell’inganno), voci, visioni, incubi, momenti di crisi, il passato doloroso che riemerge improvviso. La ricerca sofferta della verità attraverso una scrittura intensa e delicata, capace di penetrare nelle profondità dell’animo di don Attilio Verzi “caricato” di un dono portentoso e nello stesso tempo pesante che lui non vorrebbe possedere.

La mossa del cartomanteSimile a Verzi abbiamo l’ispettore Marzio Santoni di Franco Matteucci in La mossa del cartomante, Newton Compton 2014.
Marietta Lack, la sarta di Valdiluce, muore nell’incendio della sua casa. Tragico incidente o attentato? Ad indagare  Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, capelli biondi lunghi, occhi azzurri, fisico splendido e splendido naso capace di avvertire i minimi odori. Vespa 50, bianca come la neve, degli anni ottanta (e qui mi viene in mente il free lance Radeski di Paolo Roversi). Scapolo, vive in una casa con formicaio (giuro) e il topo Mignolino. Suo assistente Kristal Beretta, capelli a spazzola, occhi celestini e una gran simpatia. Supercapo Soprani invischiato in traffici piuttosto dubbi.
Consiglio Tre indagini per l’ispettore Santoni, Newton Compton 2016 che comprende Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante e Tre cadaveri sotto la neve.

La congiura di San DomenicoSu una memoria straordinaria si basa Julius von Hertenstein in La congiura di San Domenico della nostra Patrizia Debicke van der Noot, Todaro 2016.
Il leutnant Julius von Hertenstein ha visto la luce ne La Sentinella del Papa, Todaro 2013. Vediamolo più da vicino sfruttando quasi le stesse parole dell’autrice. Fratello minore di Peter von Hertenstein, camerlengo del pontefice e vice di Kaspar von Silenen, comandante della Guardia pontificia. Biondo come il lino, spalle imponenti e lunghe gambe, insondabili occhi chiari, faccia maschia e squadrata. Straordinaria capacità di apprendere, dotato di eccezionale memoria, “in grado di ripetere parola per parola” ciò che sentiva e leggeva (gli sarà utile anche nella presente storia). A quattro anni parlava tedesco, francese, italiano, latino. Un “mostro” che aveva fatto inorridire il suo confessore ritenendolo, addirittura, affiliato al demonio. Con il passare del tempo aveva imparato a nascondere queste sue “diaboliche” capacità. E ora, nella Bologna del 26 novembre 1506 (freddo e neve),  deve vedersela con un terribile delitto.

La profezia infernaleTermino con il Grifo di Massimo Pietroselli in La profezia infernale, Newton Compton 2013.
Roma 1599, a pochi mesi dall’apertura dell’anno santo. Al centro della storia il cranio deforme del pittore romano Maestro del Monogramma (in seguito sapremo chi è), autore dell’“Alfabeto di Erode”, un libro dalle incisioni terribili di bambini seviziati e uccisi che dovrebbe nascondere insegnamenti ermetici. Si aggiunga una profezia infernale dall’estasi di una suora che prevede sfracelli per il Giubileo e “innocenti che tremeranno fra le fredde mura”. E, infatti, quattro bambini con i nomi degli Evangelisti, spariscono dallo Spedale. Dietro al maledetto “Alfabeto” Leonia, in missione per Rodolfo II di Boemia (sue immense collezioni di bizzarrie) insieme a Grifo, un turco (gli hanno ucciso tutta la famiglia) che ha il dono di poter disegnare “a distanza di tempo, qualunque gli fosse stato detto di osservare, perfetta in ogni dettaglio, esattamente come l’aveva veduta, ma non avrebbe potuto alterarla, abbellirla, modificarla in alcun modo.” Qualche spunto “Colorito olivastro, occhi neri, sopracciglia folte e arcuate, e una barba fitta appena striata di grigio. Era un colosso, alto e dalle spalle forti: sovrastava la folla con il capo avvolto in un turbante giallo scuro con una penna nera di sghimbescio. Il busto era compresso in un farsetto leggero, di elegante seta color arancione con strisce nere, e il collo massiccio era adorno dei pizzi di una camicia bianca. Invece di una cintura, alla vita era annodata una fusciacca bianca con un sottile ricamo in oro.”
In seguito è uscito anche La congiura di Praga, Newton Compton 2013, altro successo dello stesso autore, che già avevo conosciuto e apprezzato attraverso il mitico Giallo Mondadori.
Dunque personaggi anomali provvisti di “doni” speciali che un po’ si assomigliano e che, evidentemente, attirano l’interesse, visto il boom straordinario di de Giovanni e l’ottimo risultato degli altri autori. Sì, perché la loro arma extraumana, chiamiamola così, incuriosisce il lettore che freme per vederla messa alla prova. Aiuta a risolvere i casi e nello stesso tempo umanizza i possessori che addirittura ne soffrono, attirando l’empatia di chi li segue nello loro vicende complesse e ricche di pathos, qualunque sia il tempo in cui esse vengono circoscritte.
E allora diamo il benvenuto al detective magico, sperando che un po’ della sua magia si riversi anche su di noi comuni mortali.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Icaro

IcaroIcaro
di Deon Meyer
Edizioni e/o, 2016
Pagine 448

Con il simbolico titolo di Icaro (che vola in alto?), Deon Meyer, “il sudafricano re del crimine”, con l’intermediazione di e/o, ci consegna un nuovo grande romanzo (il quinto) di una serie dedicata al suo controverso eroe Bennie Griessel, capitano della Sezione Hawks (crimini violenti) di Città del Capo.
Serie che sa tratteggiare con lucida apertura e intelligenza il quadro di un paese multilingue e multiculturale, ancora alla ricerca di un equilibrio sociale e razziale e in costante rinnovamento dalla fine dell’apartheid.
La storia è stuzzicante, veloce e coinvolgente fin dall’inizio con la coralità dei personaggi tipica della serie, che qui emerge con grande prepotenza. E in più, in Icaro, Meyer esercita con rara maestria il suo talento di scrittore e costruttore di storie. Infatti se da una parte ci fa seguire le indagini sul caso Richter affidate agli Hawks, la squadra di élite della polizia sudafricana, dall’altra, quasi su un binario parallelo, si snoda in crescendo la bella, tempestosa e intrigante saga della famiglia del produttore di vini Francois du Toit.
Un breve assaggio della trama: la tempesta del diciassette dicembre dissotterra il cadavere di Ernst Richter, il vero Icaro del romanzo, l’uomo che voleva volare sempre più in alto, titolare del famosissimo sito web Alibi dedicato all’adulterio. Contemporaneamente Benna, Bennie Griessel, dopo quasi due anni di coraggiosa battaglia contro l’alcolismo, ricomincia a bere, quando apprende che un collega ha sterminato la famiglia e si è tolto la vita.
La sua ricaduta, con le sbronze pubbliche e solitarie che potrebbero distruggere definitivamente lui, la sua carriera e i suoi affetti, e i suoi sforzi per rimettersi in carreggiata con la copertura e il sostegno dei colleghi, soprattutto del variopinto “falco ribelle” Vaughan Cupido, accompagneranno tutta l’inchiesta sull’omicidio che arriva alle porte di Natale.
Le indagini degli Hawks, complicate e macchinose, faranno scoprire che Richter aveva diversi altarini nascosti e si era fatto molti nemici.
Presto salterà anche fuori che aveva messo in atto una sordida catena di ricatti e, ignorando la privacy dei clienti, aveva attinto a piene mani alle informazioni riservate della sua società e, come se non bastasse, forse qualcun altro sta seguendo le sue orme, tanto che in rete gira una sfilza di tweet che eccitano i media e che creano paura e scompiglio negli adulteri di Alibi, minacciando di  rivelare i loro nomi.
Sono quattrocentoquarantotto pagine ma volano. Deon Meyer dispiega una scrittura moderna, potente e fortemente visiva, quasi in grado di trasformare le pagine del libro in uno schermo cinematografico, che lo conferma ancora una volta come rappresentante mondiale di spicco del genere crime poliziesco.

Le gialle di Valerio/76: de Giovanni

Serenata senza nomeMaurizio de Giovanni
Serenata senza nome
Einaudi, 2016
Pagine 376
Giallo

Napoli. Ottobre 1932. Il possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, 32 anni, taciturno indecifrabile ricchissimo illibato, cupo e magro, penetranti e dolenti pupille verdi, padre animatore della vita mondana mancato nel fiore degli anni, madre riservata e delicata morta per una grave malattia di nervi, ora frequenta ristoranti e ricevimenti con la bellissima amica Bianca Borgati dei marchesi di Zisa, moglie del conte Romualdo Palmieri di Roccaspina, che si trova in galera. Lo fanno per smentire una voce sulla pederastia del poliziotto, ma hanno imparato ad apprezzarsi e a godere della reciproca acuta intelligenza e triste ironia. Ricciardi non parla nemmeno a lei del suo Fatto: ha ereditato dalla madre gli occhi e l’incredibile malata facoltà di ascoltare le ultime addolorate parole di chi sta per morire nello stesso luogo del tragico evento. È per questo “destino” che non si concede l’amore di una donna, anche di quelle che da tempo lo attraggono molto: la vicina Enrica, di cui è innamorato e che sta per compiere 25 anni; la cantante Livia, splendida vedova Vezzi della quale subisce comunque il fascino. Hanno ucciso con molte botte e pugno sulla tempia il furbo virile commerciante Costantino Irace che, proprio il giorno prima, era stato minacciato di morte in teatro dal pugile Vincenzo Vinnie Sannino. Nell’ottobre 1916 Vincenzo 17enne si era imbarcato clandestino e nullatenente, per sfuggire alla povertà e alla guerra, giurando alla sua Concetta che sarebbe tornato. Da campione del mondo ha ucciso con un pugno sulla tempia l’ultimo avversario, è tornato in patria, l’ha trovata sposata, le ha cantato la loro serenata, è disperato. Forse è stato davvero lui, Ricciardi userà empatia per capire.

Con la breve interruzione del 2013 è dal 2007 che esce annualmente “un Ricciardi” del bravissimo Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958), ogni volta più atteso, ogni volta con maggior successo di critica e di pubblico. Meritati. Il primo (ambientato nel marzo 1931) ebbe origine da un racconto vincitore di premio (nel 2005), i primi quattro sulle stagioni, poi feste, ricorrenze e soprattutto canzoni, in terza varia. C’è la storia della musica e della canzone napoletane in ogni avventura. Nel nono romanzo tutto verte su Voce ‘e notte (1903), testo di Nicolardi e musica di De Curtis. Quella cantava sussurrando sullo scoglio con bella voce Vince’ a Cettina, i due giovincelli abbracciati e desiderosi. Quella spiegava il vecchio Maestro al ragazzo artista negli incontri al mandolino che intervallano l’intero testo (ci sono sempre, in corsivo, frammenti di musicultura). Quella spiega il tormento antico e moderno, i cuori spezzati, l’amore unico di lui che lei ascolta con passione accanto al marito, bene o male. E, intanto, il brigadiere Maione combatte con le influenze familiari e le passioni di Bambinella, costringendosi a visitare il perfido boss, ex compagno di classe. E i poliziotti diventano esperti di tessuti. E gli americani Penny e Jack cercano di salvare il loro sportivo. E la brutta Nelide fa innamorare il bel verduraio per preparare la minestra selvatica al signorino Ricciardi. E Livia deve circuire il tedesco quasi fidanzato di Enrica per i servizi fascisti. Il noir sentimentale di de Giovanni si arricchisce così di mille sfaccettature. I possibili colpevoli dell’omicidio sono tanti (per amore o fame, si sa), ogni tanto intermezzi alla McBain sulla pioggia e la città lo ricordano a tutti.

(Articolo di Valerio Calzolaio)