Il bosco degli orrori di John Rector

Questo è un post che potrei risparmiarmi, ma visto che
a) ho letto il romanzo e
b) non vorrei dare la sensazione di entusiasmarmi per tutto ciò che leggo,
ne parlerò brevemente.
Il bosco degli orrori
(Giunti, 2012) non ha nulla che non vada, ma è un libro che non consiglierei. Scritto con il chiaro obiettivo di una trasposizione cinematografica, è un thriller psicologico con venature horror. Un casino, insomma.
Il romanzo prende l’avvio dalla scoperta del cadavere di una giovane donna ai margini di un campo di granturco. Il campo appartiene a Dexter, alcolista con problemi mentali (tenuti sotto controllo grazie alle medicine che non sempre ricorda di prendere), appena lasciato dalla moglie Liz. Un déja vu, uno stereotipo di protagonista incasinato. Dexter non racconta a nessuno della scoperta del cadavere perché non solo ha un vuoto di memoria, ma teme di essere accusato di omicidio. Già da ragazzo, infatti, si era reso protagonista di un episodio violento.
Il cadavere appartiene alla giovane Jessica e non c’è modo di sapere in che modo sia morta: mentre in paese iniziano le ricerche per ritrovarla, Jessica sta là nel campo, assediata da insetti e roditori, ogni giorno più decomposta, e parla con Dexter. La cosa va avanti per qualche giorno, giorni nei quali Dexter perde definitivamente la bussola nonostante che la moglie e Greg, lo sceriffo, cerchino di riportarlo alla realtà.
Non c’è un’indagine vera e propria, solo la definitiva caduta verso il fondo di Dexter, tanto che alla fine, se non ci fosse una confessione rivelatrice, resteremmo con il dubbio su ciò che è realmente accaduto.

Per farla breve, Il bosco degli orrori è un romanzo senza infamia e senza lode, senza personaggi memorabili, senza originalità. Senza. Una di quelle cose che si leggono, a volte, ma che sono condannate all’oblìo senza rimedio.

Anche in ebook:

Otto innocenti e un colpevole di J.J. Connington

Otto innocenti e un colpevole è un giallo classico, con soluzione complessa e arzigogolata, pubblicato per la prima volta in Italia da Polillo nella collana Bassotti dall’inconfondibile copertina rossa (che gli appassionati conoscono bene).

L’autore, J. J. Connington (pseudonimo di Alfred Walter Stewart), era uno scienziato e professore universitario che nel tempo libero si dilettava nella creazione di enigmi. Il romanzo è ambientato nella campagna inglese à la Christie, quando i ricchi vivevano di rendita e giocavano a bridge. La storia prende avvio da un biglietto della lotteria, legata a una corsa di cavalli, che viene acquistato da nove conoscenti. La somma in palio è elevata e per qualcuno dei partecipanti al Sindacato dei Nove risolverebbe molti problemi. Quando il biglietto viene estratto però le cose si complicano: la morte di uno dei Nove scatena un contenzioso legale e i giocatori rimanenti fanno un nuovo accordo in base al quale se il numero dei partecipanti dovesse dimunire la somma spettante a ciascuno di loro aumenterebbe…
E in effetti i partecipanti iniziano a diminuire in modo sospetto. Dovrà intervenire il capo della polizia per fermare la persona che sta cercando di prendere possesso della cospicua somma.

Lettura gradevolissima per gli appassionati del mystery anglosassone.

 

Appartamento a Istanbul e Divorzio alla turca di Esmahan Aykol

Gli ultimi giorni di ferie sono stati allietati da due deliziosi cozy mysteries della scrittrice turca Esmahan Aykol. La protagonista è Kati Hirschel, berlinese trapiantata a Istanbul per amore, proprietaria di una piccola libreria specializzata in gialli (in Appartamento a Istanbul sappiamo che è nella “fase Minette Walters”), datrice di lavoro della studentessa Pelin e dello spagnolo Fofo (già apparso nel primo romanzo, Hotel Bosforo, temporaneamente assente nel secondo e nuovamente presente in Divorzio alla turca).

Eshaman Aykol racconta la Turchia contemporanea, a cavallo tra spinta verso la modernità e l’integrazione e vecchia mentalità, attraverso gli occhi di una straniera “molto particolare”. Kati infatti è una “giovane circa quarantenne” in cerca di stabilità, piena di amici, facile al dialogo (e all’impicciarsi dei fatti altrui). Ha un fidanzato precario, un avvocato, tale Selim, ma è corteggiata dal poliziotto della situazione e anche da qualche giovanotto attraente. Lei, sempre in lotta con la bilancia, convinta sostenitrice del cambio di colore ai capelli quando si vuole dare una svolta alla vita, fumatrice (poi ex), gran bevitrice sociale, si muove con leggerezza sui tacchi o sui taxi (e sui tassisti di Istanbul ne ha tante da raccontare), destreggiandosi tra modesti lavoratori e ricchi industriali. Se in un caso, infatti, deve indagare sull’omicidio di un giovane di origini poverissime per difendersi dal sospetto di esserne responsabile, nell’altro è la morte di una ricca “sciura” a destare la curiosità di Kati. Scopriamo così che è normale passare bustarelle sottobanco agli impiegati comunali perché seguano le pratiche con maggior attenzione, ma che è altrettanto normale avere un contratto prematrimoniale (nella miglior tradizione americana) e anche uno/a o più amanti… con discrezione, si intende.

Leggeri, divertenti e molto istruttivi, i gialli di Esmahan Aykol sono – naturalmente – da leggere :)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto

Elettrizzato di tenere una rubrica dalla tazza del water, sognata sin da piccolo quando, pensieroso sul vasino, non vedevo l’ora di occupare uno spazio più cospicuo. Tra noi toscani l’elemento corporale è ammantato di una lunga tradizione letteraria e qui (al gabinetto) sono convinto siano state partorite le più grandi idee rivoluzionarie dei più grandi filosofi e scienziati del mondo. E allora proprio in questo luogo sacro mi sento sicuro di tirare fuori il meglio di me stesso (in tutti i sensi).

Ultimamente grandi lotte di sessantottesca memoria per l’occupazione del suddetto spazio vitale. La mogliera cerca di impedirlo fumandoci per spaventare la mia asma, la figliola è sempre lì in agguato con un “Esci fuori, babbo!” che mi fa saltare sulla tazza. Ma io resisto, al momento giusto raccatto i miei libri, uno sguardo veloce al corridoio e mi chiudo a doppia mandata. O prendetemi.

Ecco le ultime letture a fine sciacquone. Riparto con i G.M. che sono la mia passione fin dagli anni Cinquanta senza diventare un collezionista. La mia casa è un andirivieni di libri che entrano ed escono di continuo. Inutile fermarli, sono grandi e sapranno cavarsela da soli. Non posso stargli sempre dietro.

Dunque i G.M. Consiglio spassionato, leggeteli tutti. D’accordo, per chi non è fissato come me solo alcuni. Più precisamente Non è possibile di Mignon G. Eberhart, Un lunedì nero di Ed McBain e Mio figlio, l’assassino di Patrick Quentin. Mica roba da poco, ragazzi. Tre autori e tre libri coi fiocchi. Inutile farla lunga, i nomi bastano e avanzano. Per i racconti mi accomoderei sulla tazza con La logica del delitto di G.K. Chesterton. Non c’è Padre Brown che già conoscete ma il funzionario statale signor Pond che illumina i misteri con i paradossi e il poeta “immaginario” detective Gabriel Gale che forse vi fanno restare un tantinello dubbiosi. Ottima occasione per colmare la lacuna. Trovata la giusta sistemazione, dopo esservi sgranchiti un po’ le gambe, continuerei con Le fatiche di Hercule di Agatha Christie e qui c’è proprio Lui, in persona, a tenere banco. Eccezionale stima di se stesso (scontato), buon cuore, se c’è da aiutare gli altri in difficoltà non si tira indietro, aperto a matrimoni tra persone di ceto diverso, freddoloso da far paura, batte i piedi per terra, si soffia le mani in continuazione. Le donne, per lui, sono un “sesso miracoloso” che sanno trasformarsi da bimbe bruttocce a giovani avvenenti e mi immagino la sua faccia quando viene accerchiato da uno stuolo vociante di studentesse che vogliono l’autografo. In giro per l’Europa va a finire anche al Camposanto di Pisa (giuro). Sballottato in una carrozza metropolitana, troppo stress e troppa fretta nel mondo (sembra oggi). E così via. Non cito, come scontato ritornello, le famose cellule grigie e per l’assassino non c’è scampo.

Nell’ultima ponzata gabinettistica avevo citato Maurizio De Giovanni che ho seguito fin dal primo libro. Ricordo volentieri Il metodo del coccodrillo (Mondadori 2012). Ricciardi è stato lasciato per l’ispettore Lojacono ma si ritrova in queste pagine la stessa atmosfera di sofferenza anche se in una Napoli diversa, meno chiassosa e strafottente, “che si fa proprio i fatti suoi”, sotto una “pioggerella costante e infinita e un cielo grigio”, “piena di fantasmi che vanno e vengono indisturbati”, il mare e la città che “ostentavano indifferenza l’uno per l’altro”. De Giovanni si insinua negli animi, li sviscera, li porta alla luce con le loro speranze e i loro dolori attraverso una prosa asciutta, precisa e delicata che ci prende per mano e ci tiene compagnia lungo tutta la storia, ora lenta e sofferta, ora più veloce e agitata verso la conclusione.

Ho letto altri gialletti di stampo italico come La regina del catrame di Emilio Martini (Corbaccio, 2012), che mi è parso uno di quei lavori carini e bellini che finiscono lì.

Più corposo e consistente Occhi chiusi di Giulio Massobrio (Newton Compton, 2012), che si rifà ad una tradizione in voga con l’assassino che esce fuori dalle vicende della seconda guerra mondiale al grido di “Vendetta!” (vedi l’ultimo libro di Pandiani, il primo di Piasini ecc…). Ma anche qui niente di particolarmente originale, con il solito bambino violentato che ci stringe il cuore e sta diventando, anzi è diventato, purtroppo, una moda.

Scrittrice interessante, invece, Lorenza Ghinelli che ti ha sfornato un paio di libri – Il divoratore e La colpa (Newton Compton, rispettivamente 2011e 2012), piuttosto lontani dai miei gusti (questo conta un tubo) ma la manina santa c’è. Ecco una parte di ciò che scrissi del primo e del secondo “Capitoli brevi, intensa penetrazione psicologica, sogni, allucinazioni, speranze, delusioni, frustrazioni dell’età adolescenziale, la cattiveria dei piccoli e la cattiveria dei grandi, lo sfascio della famiglia, la violenza verbale e quella fisica, l’incapacità della scuola a comprendere il disagio dei ragazzi, qualche spunto ironico che occhieggia fra nubi nere. Frasi sincopate, quasi ritmate e punzecchianti come punture di spillo, e qui la ripetitività non è fine a se stessa ma serve a creare una specie di paranoica ossessione, una atmosfera onirica dove è labile e sfumato il confine tra il reale e l’irreale, una metafora angosciosa e struggente di ciò che si vorrebbe essere, di quello che si vorrebbe fare, di quello che si è, di quello che ci costringono ad essere” (tipico esempio di come il linguaggio di un autore possa influenzare anche quello del recensore).

Le tre storie si intrecciano con momenti di sofferenza e tenerezza infinita che ci scuote e commuove, giovani bulli su macchine e moto, vecchi che giocano a carte, canzoni e canzoni, sigarette, droga, il battito del cuore, l’impulso del sesso, l’angoscia della mente. Trapassi veloci di tempo a sottolineare i cambiamenti, ritmo, velocità, qualche pausa a riprendere fiato e a serrare i ranghi dell’attenzione. Insomma la Ghinelli è lì che scandaglia, apre, squarcia, affonda i colpi nell’inconscio per risalire in una realtà non meno terribile. Vite spezzate, famiglie rotte. Un po’ di pace dalla campagna. Ogni tanto verrebbe pure voglia di dirle ehi basta, fermati, riposati, lascia stare! Ma lei è lì tutta presa dal suo lavoro che gira e rigira il bisturi delle parole e dei fatti, li butta in aria, li ferma, li avvolge, li fa esplodere, li trascina per terra, nel fango e ce li schizza addosso”.

Stanno venendo fuori nuove case editrici che propongono ottimi testi come Punto di rottura di Simon Lelic (TimeCrime, 2012). Una mattina d’estate in una scuola dei sobborghi di Londra. Assemblea plenaria, l’insegnante Samuel Szajkowski spara sui presenti: quattro morti, tre studenti ed un insegnante. Poi un colpo alla testa e fine della sua vita. Parallelo il fatto drammatico di un ragazzo picchiato duramente da un gruppo di compagni più grandi (finirà all’ospedale) pochi minuti prima dell’episodio delittuoso, senza che venga presa alcun provvedimento da parte della scuola. Dunque il problema del bullismo tollerato e non sanzionato. Al centro della vicenda l’ispettrice May che, secondo la madre, essendo una Christie, è destinata a sopportare tutto. Non sarà così. In crisi, è vero, trentadue anni e già si sente “obsoleta, esclusa”, alti e bassi (rapporto finito con il fidanzato, qualche lacrima) ma non si arrende e continua testarda ad andare avanti per cercare di rendere responsabile chi dovrebbe esserlo (il Preside, gli insegnanti, le famiglie stesse). Una piccola eroina, o forse una stupida idealista come afferma il suo capo, che ho seguito con istintivo affetto e affettuosa simpatia. Il linguaggio è fresco, diretto, un miscuglio di espressioni da lingua parlata e spontanea coniugata con un notevole approfondimento psicologico ed un accrescersi graduale della tensione narrativa. Un bel libro senza bisogno di passaggi spermatozoici o di sospirini struggentini ad ogni piè sospinto che si trovano dappertutto.

Mi ha un po’ spiazzato La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi (quello di Il suggeritore e Il tribunale delle anime) che mi ha fatto cambiare posizione nella tazza almeno una decina di volte. Una storia nelle storie, un miscuglio di mistero fiabesco e realtà e insomma leggetelo perché lo spiazzamento continua anche ora.

Per sorridere un po’ (ma non è facile quando la mascella è contratta nello sforzo) ecco due sfigati. Uno lo trovate in Il caso dei libri scomparsi di Ian Sansom (TEA, 2011). Protagonista Israel, inglese cicciottello mezzo ebreo, mezzo irlandese, con «un completo di velluto a coste marrone spiegazzati e sgualciti», occhialini rotondi con montatura dorata, un «disordinato ciuffo di capelli ricci», piccolo e «pienotto», valigia logora, vegetariano, nurofen a portata di mano, arriva da Londra a Tudrum nell’Irlanda del Nord, per diventare bibliotecario della biblioteca, appunto, di questa cittadina. Primo passo sopra una cacca di cane e ci si immagina già il seguito. La biblioteca è sparita e saranno cavoli amari per ritrovarla (citato anche nel blog di Omar Di Monopoli).

L’altro, invece, lo becchiamo leggendo L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel (Castelvecchi, 2012).

“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein, seguìto da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro con tutte le malattie che si ritrova addosso. D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…). Con queste premesse difficile portare a termine il compito prefissato. Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale rimane la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

Fabio e Jonathan Lotti

“Delitto al trentunesimo piano” di Per Wahlöö

Delitto al trentunesimo piano di Per Wahlöö (Einaudi, 2012) è un romanzo scritto nel 1964. La precisazione della data è doverosa per rendere conto di alcuni particolari che altrimenti sembrerebbero “fuori sincrono”. Tolti i quali, però, il romanzo è drammaticamente attuale.
In un futuro imprecisato, ma terribilmente simile al mondo in cui viviamo, il solitario e dispeptico commissario Jensen del XVI distretto di Stoccolma è chiamato a indagare su un messaggio anonimo che preannuncia una bomba nella “Casa”, l’editore più importante del Paese, o per meglio dire l’unico, visto che produce e stampa tutti i quotidiani e le riviste a tiratura nazionale:

- In pratica questo significa che il gruppo controlla tutte le pubblicazioni del Paese, o no?
– Se ci si vuole esprimere in questi termini. Ma tengo a sottolineare che le loro pubblicazioni sono estremamente diversificate, lodevoli sotto ogni punto di vista. In particolare i settimanali hanno dimostrato la capacità di soddisfare, in modo moderato, ogni legittimo gusto. In passato la stampa aveva spesso un effetto eccitante, che inquietava i lettori. Non è più così. Adesso struttura e contenuti mirano a essere utili ai lettori…
Lanciò un’occhiata all’incartamento e girò pagina.
– …e a renderli felici. Si rivolgono alla famiglia, per essere leggibili da tutti, per non dar luogo ad aggressività, insoddisfazione o inquietudine. Soddisfano anche il naturale bisogno di evasione della persona comune. Detto in breve, lavorano per la concordia sociale.

Si tratta di un falso allarme, ma i Capi sono preoccupati e a Jensen viene chiesto di trovare il colpevole. Con gli scarsi indizi a disposizione, Jensen inizia il solito rituale di indagini scientifiche e interrogatori. E ogni potenziale colpevole gli rivela qualcosa a proposito della Casa.

La soluzione del caso ruota intorno al mistero del 31° piano: quel piano, infatti, ufficialmente non esiste.

Lo scenario in cui vive il commissario Jensen è agghiacciante, ma lui sembra essersi perfettamente adeguato. Tutto è controllato dallo Stato, dall’alimentazione al consumo degli alcolici alle abitazioni (arredamenti inclusi). Ogni individuo ha una macchina. Il numero dei suicidi è drasticamente calato, ma nessuno dice che sono aumentate le morti “ad altro titolo”. La delazione è d’obbligo. La censura all’ordine del giorno:

- Tutto è censurato, il cibo che mangiamo, i giornali che leggiamo, i programmi televisivi che guardiamo e le trasmissioni radiofoniche che ascoltiamo. Perfino le partite di calcio sono censurate, pare che taglino situazioni nelle quali i calciatori s’infortunano o quando vengono commesse gravi infrazioni al regolamento. Tutto questo accade per il bene della gente.

Possibile che nessuno si opponga? Che non ci sia “resistenza”? C’è, ma le sacche di resistenza vengono annullate, con le buone o con le cattive maniere.

Delitto al trentunesimo piano è uno straordinario romanzo asfissiante. Paradigma di come il genere si presti a raccontare “altro”, in questo caso la deriva potenziale di un sistema orientato alla concordia sociale. D’altra parte le posizioni critiche della coppia Sjöwall-Wahloo a proposito del welfare scandinavo erano note. Illuminanti le pagine su come i mass media veicolino solo informazioni controllate, e come la manipolazione passi anche e soprattutto per la pubblicazione di articoli “neutri”, privi di giudizio critico. E se stanno così in Svezia, figuriamoci da noi…

Da leggere, assolutamente (e mi chiedo come mai non se ne sia parlato troppo in giro…).

Anche in ebook:

Buon ferragosto a tutti!

Link dalla rete e un pizzico di veleno

(foto tratta da qua)

Ammetto di aver avuto un attimo di scoramento quando ho scoperto che sei anni e mezzo (dicasi sei anni e mezzo, mica bruscolini) di vita sono stati cancellati – in pieno agosto, senza preavviso e senza back up – irrimediabilmente, e che se ora cercate una vecchia intervista siete reindirizzati alle inutilissime pagine di un illustre sconosciuto (per il quale non provo invidia: essere obbligati a scrivere quotidianamente, anche in agosto, comporta che il livello non sia sempre eccellente).

Ma insomma, io sono sempre qua e a poco a poco cercherò di recuperare ciò che altri hanno inopinatamente dismesso. Perché alla fatica intellettuale (mia e degli altri) si deve sacrosanto rispetto. E perché i concetti di buona fede e correttezza, seppur scomparsi dal vocabolario genetico di certa gente, sono tuttora menzionati nel codice civile.
Nel frattempo ho letto moltissimo e ho spulciato un po’ di roba qua e là.
Dunque segnalo:

Per le letture, invece, momentaneamente fornisco un elenco parziale; quasi sicuramente ne parlerò più in là (adesso, dopo due giorni passati attaccata al pc a saccheggiare la cache di Google, forzatamente lontana dal mare, la voglia di scrivere scarseggia).

Luciano Ligabue, Il rumore dei baci a vuoto

Sara Bilotti, Nella carne

Patrick Dennis, Zia Mame

Diego De Silva, Sono contrario alle emozioni

Anche in ebook:

Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio

Anche in ebook:

Infine, sto leggendo una roba in inglese – e di questa senz’altro renderò conto verso la fine di agosto…

Giulia 1300 e altri miracoli di Fabio Bartolomei

Per questo consiglio di lettura si ringrazia l’ottimo libraio di pagina 348 (via Cesare Pavese, Roma).
Giulia 1300 e altri miracoli (edizioni e/o, 2011) è la divertente avventura di tre soci per caso (Diego, Claudio e Fausto) che scappano dalla città (e da se stessi) per aprire un agriturismo nel cuore del nulla. Tutti e tre, giunti alle soglie dei 40 anni, registrano un bilancio di clamorosi fallimenti lavorativi e umani: Claudio è l’ipocondriaco del gruppo, reduce da un divorzio, terrorizzato da incidenti più o meno probabili; Fausto è il classico prodotto del sottobosco televisivo, destinato a condurre televendite notturne, circondato da finti amici, finte starlette e finto successo; Diego è un venditore d’auto, simulatore sia sul lavoro che negli affetti, e ha appena perso il padre. Con queste premesse (anzi, nonostante queste premesse, che i tre si guardano bene dall’ammettere l’uno con l’altro), Diego, Fausto e Claudio sono convinti di poter iniziare una nuova vita all’insegna della dura fatica e del successo meritato. Non sarà così, almeno all’inizio, perché i problemi che si portano dietro e i propri severi limiti personali costituiranno il primo ostacolo da affrontare. Fortunatamente a loro si uniscono altri personaggi, qualcuno per scelta, qualcuno per forza. Il compagno Sergio, l’extracomunitario Abu e il camorrista Vito diventeranno parte integrante e necessaria del quadretto bucolico, ingentilito dalla presenza di Elisa, cuoca provetta e massaggiatrice.

Certo, i nostri dovranno affrontare problemi sia pratici (il casale necessita di una seria ristrutturazione) che ambientali (la protezione… e quel che ne consegue), e dovranno soprattutto smussare le proprie asperità; ma una volta intrapresa questa surreale avventura i tre scopriranno di essere affezionati al nuovo progetto più di quanto potessero prevedere.

E la Giulia 1300 del titolo? La macchina, dalla portentosa batteria nuova, dà origine alla leggenda che contribuisce al successo dello scalcinato agriturismo. Ma non voglio dirvi di più… Giulia 1300 e altri miracoli non è un giallo ma è costruito come una sceneggiatura ed è costellato da mille colpi di scena e peripezie che i nostri, in questo percorso di cambiamento, affronteranno… come sanno e come possono. Con una buona dose di fortuna, che non guasta mai.

Lettura divertente e leggera, ma non esente da spunti di riflessione, Giulia 1300 e altri miracoli è il romanzo adatto a chi, almeno una volta nella vita, ha sognato di mollare tutto e aprire un chiringuito su una spiaggia sudamericana.

Disponibile anche in ebook:

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura :)

L’unico figlio di Anne Holt

Anne Holt è uno dei pochi autori scandinavi che leggo senza timore di incappare in un cliché post-larssoniano, in un serial killer improbabile o in un investigatore stereotipato. L’unico figlio (Einaudi, 2011) mi ha riconciliata con il lato più cupo del genere dopo qualche mese di assenza (ci avevate fatto caso?).

Siamo a Oslo. In una casa-famiglia che ospita bambini difficili arriva un nuovo ospite: il dodicenne Olav, obeso e ingestibile. La madre ha fatto di tutto per tenerlo con sé, ma i servizi sociali – intervenuti con grande ritardo – hanno ritenuto di allontanarlo dall’ambiente familiare. Olav soffre i limiti e le imposizioni degli educatori e decide di scappare proprio quando Agnes, la direttrice, viene uccisa nel suo studio. È una notte da tregenda per gli ospiti e gli educatori della casa-famiglia Sole di Primavera. Sull’omicidio – un accoltellamento con un banalissimo coltello Ikea – interviene Hanne Wilhelmsen, neopromossa ispettore-capo, già vista in La vendetta e La dea cieca. In realtà Hanne dovrebbe solo coordinare le indagini, ma il suo istinto la porta a impegnarsi in prima persona nel lavoro di routine (interrogatori, esame delle tracce, ricerca degli indizi) insieme al collega Billy T.
Le indagini si concentrano sugli ospiti della casa famiglia, in particolare sugli adulti e sul bambino scomparso. Un secondo tragico accadimento porta gli investigatori su una falsa pista, mentre la vita di Agnes, passata al setaccio, mostra evidenti crepe. Ma se anche l’integerrima direttrice aveva degli scheletri nell’armadio, quali segreti nascondono gli altri?

Il finale è noto solo ai lettori. Nel mezzo, riflessioni sulla maternità desiderata, sulla maternità negata e sul difficile rapporto genitori-figli.

Noir interessante, privo di eccessi enfatici, stordisce con una soluzione inattesa che fa riflettere sulla fallacia della giustizia umana e sul nesso causale colpa-castigo (ricordatevi queste parole, ne riparliamo quando lo avrete letto).

Disponibile anche in ebook:

Leggi un estratto.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura :)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio

(NdB: Le “letture al gabinetto” di Fabio Lotti diventano un appuntamento fisso del Blog Dietro L’Angolo. Ecco i consigli per il mese di agosto.)

Dove lo spirito si fa più raccolto…

Letture sotto l’ombrellone nada de nada. Troppo sole, troppa sabbia. Troppo care. Meglio al gabinetto casalingo. Niente esagerazioni. Alcune letture sono proprio solito farle al gabinetto. Soprattutto quelle che mi sembrano più adatte a risvegliare il mio intestino pigro. Qui ho buttato giù i libri di Pupo e Corona che voglio rendermi conto di persona (ci sta pure la rima) del livello in cui siamo caduti. E siamo caduti proprio lì. A fine lettura ne sono uscito barcollando con la faccia bianca come un cencio (si dice così, ma se il cencio è di altro colore? Bah…). Per fortuna mi ha soccorso la mogliera sorreggendomi preoccupata (avevo una sudarellina tipica degli svenimenti) fino alla poltrona più vicina. “O babbo, la devi smette di legge questi troiai a i’ gabinetto. Qualche volta ci tiri i’ calzino!” ha urlato la mia figliola con quella premura tipica delle figlie per i padri. Ma io sulla tazza del water ci sto come un papa, perciò ho assentito con la testa incrociando le dita di nascosto.

Il gabinetto è uno dei miei luoghi preferiti per le scorribande letterarie anche per ricordarmi chi siamo e dove andiamo. Qui ci ho pure studiato la Divina Commedia con esiti estremamente positivi e qui, da pluriormonico ragazzetto, ho messo in pratica il motto “Una sega al giorno leva il medico di torno” che ricordo con struggente nostalgia. Fortunatamente solo poco più tardi, quando già incominciavo a perdere la vista, ho scoperto che si trattava di una mela a tenere lontano il terribile cerusico.

Tutto tende allo stimolo. Il luogo e le vicende narrate ricche di emozioni (scrivo cose nuove e riprendo cose già scritte in qua e là). Ultimamente una carrellata di Gialli Mondadori (quelli con la copertina gialla, appunto). In un momento di crisi come questo mica male beccarsi dei capolavori a pochi sghei. E non si tratta solo di camere chiuse, vecchiette curiose e sferruzzanti  o celluline grigie sparse per ogni dove che possono piacere ad un gruppo ristretto. Ci si trova di tutto, dai thriller mozzafiato all’introspezione psicologica da brivido. E proprio in questo momento ho sotto gli occhi Il marcio nella città di Mickey Spillane e Max Allan Collins, un hard boiled senza tregua con Mike Hammer che picchia da tutte le parti come un indiavolato, e ho già finito Caccia d’amore di James Hadley Chase, di una psicologia potente e profonda. Altro libro sorprendente Il veleno nella mente di Thomas H. Cook. Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Per Lucas Paige, naturalmente, che narra in prima persona. E ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità.

Poi ci sono gli “Speciali” che sono davvero speciali. Ultimo in circolazione Omicidi in crociera di Earl Derr Biggers, Wade Miller e Agatha Christie con introduzione, altrettanto speciale, di Mauro Boncompagni, praticamente un santone del giallo. Due romanzi ed un racconto che dimostrano che non c’è da fidarsi tanto dei viaggi di piacere in mare. Quasi scontato che tra i passeggeri si nasconda un bischero che ha il vizio di uccidere e allora l’entusiasmo della gita va a farsi fottere. Gli “Speciali”, poi, come Delitti in luna di miele di Ross Macdonald, Harry Carmichael, Cornel Woolrich, Mondadori 2012, sempre sotto la mano santa di Mauro Boncompagni, servono pure a darci delle dritte nella vita pratica. In questo caso a tenere gli occhi bene aperti subito dopo il matrimonio ma mi sa che ormai sia tardi (pensateci prima!).

Se la crociera è spesso pericolosa nella letteratura giallistica (lo stesso nella realtà incontrando uno Schettino) anche in treno non bisogna stare troppo rilassati, vedi Treni pericolosi del sottoscritto in http://omardimonopoli.blogspot.it/2012/04/treni-pericolosi.html, blog di Omar Di Monopoli che dovreste seguire (fidatevi).

Un libro che mi ha creato un groppo in gola pure lì sulla tazza (da comica, se ci ripenso) è stato L’isola dei cacciatori di uccelli  di Peter May, Einaudi 2012. Trattasi dell’isola di Lewis, al largo della costa occidentale della Scozia, “spazzata dal vento, dura e inospitale”. Qui, più precisamente nel villaggio di Crobost, avviene un delitto che presenta un modus operandi identico a quello scoperto da due ragazzini ad Edimburgo: un impiccato sbudellato. E qui, proprio nel suo paese natio, viene spedito ad indagare l’ispettore Finlay (Fin) Macleod che ben conosce la vittima. In depressione e fuori servizio da tempo per avere perso un figlio e con un matrimonio logoro che sta finendo (da copione, se ne trovasse uno leggermente più fortunato!). È l’inizio di un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere momenti importanti della sua vita e a ritrovare le persone della propria infanzia e giovinezza. Passioni che si incrociano, bugie, rancori, odio, vendetta, gli “incontri dolorosi con i fantasmi del passato”, un senso di impotenza e ineluttabilità che tutto avvolge. Ecco un esempio che dimostra come il “giallo” non sia letteratura minore, anche se una marea di letteratura minore si trova tra i gialli.

Altra buona lettura, seppure di stampo diverso, Acqua buia di Joe R. Lansdale, Einaudi 2012. Texas, anni Trenta. Vita dura soprattutto per Sue Ellen di sedici anni, padre ubriacone violento e madre remissiva con laudano a tenerle compagnia. Ritrova una sua amica, May Linn, annegata nel fiume Sabine con i piedi legati ad una macchina Singer da cucire, che sognava di diventare una stella di Hollywood. Sue decide con i suoi amici Terry, sospettato di essere omosessuale, e Jinx, una ragazza nera, di bruciare il corpo dell’amica e portare le sue ceneri alla Mecca del cinema come gesto di amicizia. Nel diario di May una mappa per raggiungere un “tesoro”, i soldi rubati dal fratello. Fatto questo basta prendere una chiatta e via lungo il fiume come in un noto romanzo di avventura. Scrittura forte, veloce, trascinante, ricca di metafore sorprendenti per la loro efficacia, capace di rappresentare il pensiero degli adolescenti, i loro dubbi, le loro speranze insieme al sogno americano del successo. Una scrittura che non perde colpi o gira a vuoto come talvolta succede nelle opere di Lansdale. E chi giganteggia sono le donne e le ragazzette con la loro forza, la loro determinazione,  gli uomini a fare la figura dei porci vigliacchi, snaturati anche nel fisico obbrobrioso (pance gonfie, pochi denti, uno pure senza un occhio).

Chi vuole essere sbatacchiato di qua e di là senza attimo di pausa (se siete sulla tazza del water fatevi tenere da qualcuno) prenda in mano Sinfonia di Piombo di Victor Gischler, Revolver 2012, e sarà accontentato. Non c’è bisogno di trama. Struttura ottimamente organizzata con diverse filiere che si intrecciano in maniera precisa, azione veloce, dirompente e pure inaspettata. Pistole e mitragliette che cantano, sciabolate, asciate, corse a perdifiato, calci e cazzottoni da tutte le parti. Un po’ fumettistico, un po’ grottesco, un po’ sofferto, un po’ sgangherato, ed insomma un amalgama di situazioni scritte pure con divertito spirito goliardico. Il pulp è così ma occhio a non lasciarlo in mano a chi non lo sa guidare che allora diventa pure noioso e palloso da morire. Tra l’altro Gischler mi sconfinfera meglio in Notte di  sangue a Coyote Crossing, Meridiano Zero 2011, dove spicca il personaggio di Toby Sawyer che, come già scritto, rappresenta noi stessi “con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme”.

Continua la saga della Guerrera, testarda come un mulo, di Marilù Oliva che, zitta zitta, chiotta chiotta, quatta quatta, cheta cheta (e qui si potrebbe continuare all’infinito) ha avuto un crescendo di tutto rispetto, mentre punti fermi e consolidati risultano ormai Enrico Pandiani e Maurizio De Giovanni che danno lustro all’italico genio ma ora, ehm… scusate, che devo andare al gabinetto…

Fabio e Jonathan Lotti

Giulietta prega senza nome di Elena Torresani

È stata una sorpresa leggere Giulietta prega senza nome, romanzo di Elena Torresani non nuovo (è stato prima autopubblicato nel 2010, poi selezionato per ilmioesordio nel 2011 e infine appena portato su cartaceo dall’editore Voltalacarta) ma per me sconosciuto. Perché Giulietta c’est moi, almeno un po’, e credo di non essere l’unica che si riconosce nel ritratto.

Giulietta è figlia di un tempo in cui tutto sembrava possibile ma a noi mancava qualcosa (l’età, o i mezzi, o la libertà), sempre un piccolo-grande qualcosa per raggiungere quella pienezza che per gli altri sembrava scontata e garantita. Adesso che avremmo l’età, i mezzi e la libertà, nonché l’autoconsapevolezza, non ci sono più le possibilità.

A Giulietta manca il tempo (sta per morire, ce lo comunica immediatamente), a noi manca la serenità perché viviamo in un clima che è anni luce lontano dalle promesse edonistiche degli anni Ottanta.
Mentre ci arrabbattiamo, morendo giorno dopo giorno, Giulietta ci ricorda che la vita è adesso e che tutto il tempo speso a “cercare di” raggiungire non-si-sa-che è stato tempo sprecato.

Disarmante nella sua semplicità, Giulietta prega senza nome è un ritratto efficace della mia generazione. Giulietta e la sua Smemoranda, Giulietta e le sue sorelle, i suoi viaggi, le sue canzoni, le sue passioni e le sue riflessioni amare:

Ora sapevo che il mio rammarico non era quello di non essermi sposata o di non avere avuto figli, ma quello di avere sprecato un mucchio di tempo.
È come abbiamo vissuto il tempo a nostra disposizione che fa la differenza tra il morire bene o il morir male, e il numero di sogni che abbiamo lasciato marcire nel cassetto restando fermi a fissare il soffitto, impegnati a pagar bollette o a ricordare il motivo per cui abbiamo litigato con qualcuno.
Le piaghe da decubito che fanno più male non sono quelle della carne, ma quelle di cui abbiamo lasciato ammalare i nostri sogni.

Molto consigliato.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura :)