La Debicke e… Come una famiglia

Giampaolo Simi
Come una famiglia
Sellerio, 2018

È passato qualche anno dall’estate in cui Dario Corbo, giornalista, aveva ricevuto l’incarico di scrivere un libro per scandagliare i lati nascosti dell’efferato omicidio di Irene Calamai, avvenuto sulle colline della Versilia ventitré anni prima (nel 1993), per il quale era stata accusata e condannata a venticinque anni di prigione la bella ventenne Nora, figlia del celebre scultore inglese Thomas Beckford. E proprio lui, allora giovane redattore di nera per la redazione viareggina, era stato il più accanito colpevolista. Ma quando la Beckford era stata rilasciata per buona condotta, Dario Corbo, con l’aiuto e la complicità di una grintosa piemme dai capelli rossi, era riuscito a ricostruire quella lontana storia sotto un diversa ottica.

Oggi, ormai cinquantenne, divorziato da Giulia, trasferito da Roma in Versilia, abita in una comoda dépendance, attrezzata a casa e studio, della Scuda, la splendida antica villa fortilizio dei Beckford che ospita anche la mostra permanente del grande scultore inglese, e lavora come addetto stampa per la Fondazione che Nora Beckford ha dedicato al padre. Posizione che gli consente di vivere agiatamente e passare cospicui alimenti alla ex moglie e al figlio Luca. Luca, quasi diciottenne, gioca per il Rivadarno, lega Pro, società crogiolo di talenti, ha grandi doti per divenire un ottimo difensore e vorrebbe diventare un calciatore professionista. Sarà per lui che i suoi genitori, Dario e Giulia, si ritroveranno fianco a fianco in tribuna, pronti ad applaudire la vittoria della sua squadra nella Viareggio Cup e il brillante avvenire agonistico che si prospetta al ragazzo.

Ma, la mattina dopo, una nuvola nera cala a offuscare quello che doveva essere un giorno di gran festa, il diciottesimo compleanno di Luca. Dario Corbo viene convocato d’urgenza nell’albergo che ospita il Rivadarno: la polizia sta perquisendo la camera di suo figlio. La notte prima, al Pronto Soccorso, una ragazza ha dichiarato che un calciatore in libera uscita con i compagni, incontrato in discoteca, l’aveva invitata sulla spiaggia per poi stuprarla e picchiarla selvaggiamente. Quel calciatore è, sarebbe, Luca Corbo.
Basta una telefonata per cambiare la vita e il destino di una persona? Forse sì, perché sarà proprio quella telefonata a coinvolgere Dario, Luca e sua madre in un tragico romanzo noir. Una storia sofferta e articolata, che si rifà senza sconti a certa realtà della vita di tutti i giorni nel mondo del calcio giovanile. Una storia scarna, ma precisa nei dettagli, nelle emozioni e nelle reazioni umane che, mentre la tensione aumenta a ogni pagina, riesce a far percepire al lettore le stesse sensazione provate e vissute dai personaggi.

Dario dovrà cercare di capire se quello che ha sempre visto in suo figlio sia giusto o sia invece una facciata che cela brutte verità. Luca nega con forza, ma per Corbo le accuse contro suo figlio, oltre ad assumere il penoso carico di un’altra casella fuori posto nella sua vita, e quindi il suo possibile fallimento come padre, lo mettono subito di fronte al delicato interrogativo di quanta fiducia sia giusto concedere senza lasciarsi accecare dall’amore. Tutto sembra contro Luca, e Dario, anche se non crede che suo figlio abbia potuto trasformarsi in una belva, è sicuro che il ragazzo non dica tutta la verità. Dovrà usare ogni mezzo per andare fino in fondo e salvarlo.

Un libro giustamente severo nel denunciare, senza mezzi termini, le illusioni e le tante promesse spesso gestite da procuratori senza scrupoli che gravitano intorno al dorato mondo del calcio professionistico. Un eldorado dove troppo spesso lupi senza scrupoli vendono sogni, con false promesse e colossali imbrogli. Ma anche un romanzo che descrive senza peli sulla lingua un universo di ragazzi che non esitano a vendere se stessi per una pur risicata gloria, a tradire gli amici, fregandosene altamente dei valori etici e morali. E dove purtroppo tutti gli attuali miti della vita moderna, cellulari, video, web, senza parlare dell’invasione di scandali sul social e i media, servono a diffondere le cosiddette fake news infamanti, create per eliminare dal gioco ogni presunto rivale. Dove la diffusione di una notizia è inarrestabile, e dove i titoli più ambigui sono quelli che tirano e incassano di più. Una sporca faccia di quello stesso mondo che gravita intorno al pallone con le sue milionarie dinamiche legate agli interessi che lo fanno marciare.

Il personaggio di Dario Corbo è diventato più intenso e toccante, saranno gli anni che passano, la cinquantina si sente?, ma ostenta sempre, su impulso dell’autore, la sottile vena ironica che, nonostante i momenti di dubbio e smarrimento in cui mette tutto in discussione, gli ha permesso di districarsi nella vita, facendo fronte alle difficoltà e superando diversi ostacoli. Il suo rapporto di profondo amore con il figlio, che teme di aver trascurato e se ne rimprovera, lo penalizza. Vorrebbe riuscire a guidarlo, a instradarlo, ma Luca incarna il tipico ragazzo che si affaccia al futuro sotto l’influenza degli scintillanti miti della attuale società.

Il bel personaggio di Nora Beckford (a conti fatti Come una famiglia è un romanzo corale) fa grandi passi nel suo percorso di personale riabilitazione, riuscendo finalmente a riempire certi spazi emotivi rimasti troppo a lungo vuoti.

Scritto sotto forma di diario indirizzato al figlio Luca, con la voce narrante di Dario Corbo, Giampaolo Simi in Come una famiglia ci coinvolge, incalzandoci emotivamente con la trama, dalla prima all’ultima pagina. E lo fa senza bisogno di effetti speciali o colpi di scena, ma grazie alla bruma dell’atmosfera invernale con la quale avvolge i fatti, ambientati in quella sabbiosa striscia toscana che corre tra il mare e le Apuane: un’atmosfera cupa, ma piena di suggestioni e di immagini che trasforma la Versilia in uno splendido palcoscenico per le sue storie.

La Debicke e… Friend Request

Laura Marshall
Friend request – Richiesta d’amicizia
PIEMME, 2018

L’incipit di questo thriller noir “bullistico” psicologico, ispirato a un cold case realmente accaduto, recita: «L’email piomba nella mia casella di posta come un ordigno inesploso: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te su Facebook”. A una prima occhiata non noto l’ultimo pezzo della frase e leggo soltanto: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te”. L’istinto mi fa chiudere il portatile di scatto». La voce narrante è Louise Williams, quarantenne divorziata con un figlio di quattro anni. E quel messaggio: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te…” per lei è uno choc. Perché per lei, e per tutti, Maria Weston è morta annegata da più di venticinque anni e Louise è ancora attanagliata dai sensi di colpa, perché allora Maria Weston voleva diventare sua amica, e lei l’ha illusa e poi delusa profondamente.
Era il 1989 quando Louise, adolescente figlia unica e complessata, aveva visto per la prima volta Maria Weston, la “nuova”, che era misteriosamente arrivata in città per frequentare il liceo. Maria sembrava completamente diversa dalle altre ragazze che conosceva, e cioè Sophie e la sua banda, belle, pimpanti e popolari. Louise avrebbe fatto di tutto per entrare in quel gruppo di “eletti”, ma Sophie le riservava solo umiliazioni, insicurezze e cattiverie, per tenerla sulla corda. Poi era arrivata Maria. Maria era simpatica e autentica. Divertente. Sincera. In due giorni, lei e Louise erano sulla buona strada per diventare amiche. Maria e la sua ribellione facevano vacillare l’universo di Louise, fatto di sottomissione e voglia di emulazione. Infine era intervenuta la contorta realtà del liceo, con i meschini giochi di potere e la crudele voglia di prevalere. Giravano brutte voci sul trasferimento di Maria alla sua nuova scuola e, naturalmente, i compagni erano felici di esagerare e spettegolare. Sophie aveva cominciato a corteggiare la pecorella smarrita per riportarla sotto le sue grinfie. E Louise, temendo di ritrovarsi emarginata, aveva voltato le spalle a Maria. Nel 2016, quando Louise riceve il messaggio che Maria Weston vuole diventare sua amica su Facebook, è scioccata e spaventata. Ḕ come se un fantasma comparisse all’improvviso sui social network! Quella richiesta fa tornare brutalmente a galla ricordi dimenticati, sepolti da tempo: crudeli scelte e oscuri segreti. Legati alla notte della sua scomparsa, a un’azione che ha condizionato la sua vita e che forse oggi potrebbe cambiarla per sempre. Neppure lei può immaginare quanto. Louise ha sempre saputo che, se la verità mai fosse venuta fuori, avrebbe rischiato di perdere tutto. Il lavoro. Suo figlio. E ora l’improvvisa agghiacciante comparsa di Maria minaccia la sua tranquillità e la sua vita, la costringe a riprendere contatto con tutti coloro con i quali aveva rotto i legami e a partecipare alla rimpatriata organizzata su Facebook degli amici di allora.
L’età non ha eliminato le cicatrici lasciate da quegli anni dell’adolescenza. E per le ragazze più insicure, oggi quarantenni e magari realizzate, basterà quella rimpatriata a far risorgere tutti i dubbi su se stesse, sul proprio aspetto e sul proprio valore. Poco importa che abbiano costruito mondi e superato gli ostacoli, la sola idea di ritrovarsi in una stanza con i compagni del liceo provoca in loro un’indescrivibile ansia. Il lontano segreto che condividono non fa che fomentare le loro paure. E, nel tentativo di ricostruire esattamente cosa sia successo quella notte, Louise scoprirà che nella storia c’è molto di peggio e di più di quanto abbia mai saputo.
La psicologia dei personaggi e ogni particolare, che emerge nelle pagine che scorrono, ci porta pian piano a immaginare cosa sia veramente successo tanti anni prima e cosa abbia innescato tutto. Una trama con pochi, ma risolutivi colpi di scena che ci condurranno a scoprire l’orrenda verità. E un romanzo molto attuale che, dopo aver descritto con efficacia il dramma del bullismo tra adolescenti, causa iniziale e scatenante del dramma, affronta con coraggio anche il tema del dilagare spesso pericolosamente invadente dei social media o cyberbullismo…

Laura Marshall è cresciuta nel Wiltshire e ha studiato inglese all’Università del Sussex. Nel 2016, il suo primo romanzo, Friend Request, è stato candidato al Bath Novel Award e ha partecipato al Lucy Cavendish Fiction Prize e a luglio 2017, aveva venduto nel Regno Unito più di 300.000 copie. I suoi diritti sono stati ceduti a diversi paesi tra cui Stati Uniti, Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2018

Ogni volta che devo iniziare il mio contributo al blog mi trovo in difficoltà per la scelta degli argomenti. O parlare di qualche lettura fatta al gabinetto (ma quale tra le millanta di vario genere?), o mandare un saluto a qualcuno, o affidarmi a certi ricordi nostalgicamente pallosi del mio vissuto, soffermandomi su alcuni particolari personaggi (vedi il postino, la pettegola e il prof. di filosofia), o buttarmi, infine, sul presente con qualche battuta più o meno riuscita.
Oggi ho deciso di partire dal blog L’oeil de Lucien di Giuseppina La Ciura “Da molti giorni soffro del “blocco del lettore”. I libri li apro, ne leggo mezza pagina e passo ad un altro. E così via. La causa è evidente. I Gialli Mondadori sono roba da mercatino rionale.
I Gialli inediti degli Anni Trenta pubblicati da Polillo sono rimasugli del passato, routinari e tediosi (il delitto del baronetto nella sua tenuta di campagna, indagine, soluzione ed impiccagione del colpevole). I Gialli moderni, con poche eccezioni, sono un ammasso di corpi squartati che nemmeno Oseghale potrebbe fare di meglio. I romanzi blancs sono illeggibili perché stereotipati e computerizzati. Quelli antichi li ho letti quasi tutti. I romanzi non mi insegnano più niente della vita. Andiamo ai saggi… “
Giuseppina La Ciura mi piace perché sincera, diretta, senza mezze parole e perché ricorda un po’ il Lottino di una volta, (invecchiando sono diventato più morbido, accidenti!). E allora dico a Giuseppina di non buttarsi giù che qualche buon libro si riesce ancora a trovare.

Donne pericolose di AA.VV., Piemme 2006.
Come già scritto tempo fa proprio qui “Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA.VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA.VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?”
Alla fine mi sono deciso. A leggerlo. O rileggerlo… (da lettino psichiatrico).
Trattasi di quattordici racconti. Inutile e faticoso farne un sunto di tutti. Volteggerò leggero in qua e là senza meta e senza un ordine preciso. Tra donne pericolose, come sintetizzato nel titolo e ampliato nella Prefazione citata di Otto Penzler. Per esempio donne affascinanti che giocano con la morte. Lo possiamo verificare sin dall’inizio “Perché non ammazziamo qualcuno?” è la proposta di una bionda “alta e flessuosa” ad un certo Will che di morti ne ha già fatti diversi durante la guerra del Golfo. “Che ne dici di quella ragazza che è seduta in fondo al bancone?”, così, come vittima scelta a caso. Inizio niente male, tra l’altro di Ed McBain. Cosa farà il nostro Will?…
Personaggi nuovi e personaggi conosciuti. C’è Bosch, per esempio, di Michael Connelly, fissato con un certo Seguin e i suoi occhi verdi di assassino. Qualcosa lo tormenta, ancora un dubbio rimasto senza risposta. Deve andare a trovarlo nelle carceri di San Quentin, mentre continua l’indagine su una ragazza uccisa. La voglia spasmodica di sapere… Racconto di guerra nel Laos, il cecchino, una donna che uccide tutti tranne uno, ovvero il personaggio che narra la storia. Perché? Ritmo, movimento, azione, rovello… In forma di lettera delirante la richiesta, da parte di un’amante respinta, del cuore dell’uomo che ha amato quando morirà. E sarà presto “Caro dottor K…”, la loro storia, l’amore, le promesse, la delusione, il travaglio, il diritto di prendersi il cuore…
Ma non facciamola lunga. Sentimenti: odio e vendetta per il tradimento, per il sogno d’amore spezzato della donna. Amore e morte. Racconti vissuti soprattutto dall’interno, un inizio “normale”, pacato, che via via si gonfia fino ad esplodere. Spesso un incontro casuale che potrebbe benissimo svolgersi nella più normale quotidianità a creare imprevedibile catastrofe. Racconti negli abissi dell’animo, dicevo, ma anche intrisi d’azione a mettere in risalto aspetti brutali della vita: soldi, sesso a go-go, sesso estremo, tradimento, follia, scontri, sparatorie, rapine, la decisione improvvisa, a sorpresa, di qualche personaggio, capace di capovolgere completamente le aspettative e la situazione. Ogni tanto uno spiraglio di luce, un momento di riflessione, il passato che ritorna, il ricordo di un volto, di un amore vero a ricondurci verso la perduta “umanità”. Tristezza e dolore.
Personaggi intriganti e inquietanti, a volte al limite dell’assurdo, tutti presi dal loro folle progetto, dalla loro perfida macchinazione. C’è di tutto e di più in questi racconti, ognuno svolto con il proprio stile. Più lunghi, più brevi. Più densi, più secchi o più articolati. Più leggeri e scanzonati o più foschi. In ogni caso terribili. Non tutti alla stessa altezza secondo la forza dei proponenti e gusto del lettore. Ma capaci, comunque, di attrarre, di interessare, di far riflettere, almeno per un momento, su quello che siamo, o che potremmo essere. Sia Donne che Uomini. Pericolosi.

L’ospite di Giorgio Faletti, Einaudi 2018.
L’ospite
Uno scoop giornalistico. È quello che propone Riccardo Falchi al direttore di “Scout”. Previo centomila bigliettoni. Lui sa dove si trova Walter Celi, una star della televisione sparito improvvisamente da quattro anni. Dopo il fattaccio. Dopo che la soubrette italiana Vicky Merlino, durante una serata di uno show, “…era arrivata fino a lui, lo aveva salutato, abbracciato e baciato e poi, con un gesto talmente naturale da parere studiato, era scivolata a terra ed era morta. Morta stecchita.” Nessuno era riuscito a sapere dove fosse. Eccetto lui. Così, per caso, attraverso certe diapositive della nipote Sara appena tornata da una vacanza… Occhio ad un piccoletto con il vestito scuro, la camicia gialla, una cravatta a farfalla rossa e un lecca lecca in bocca che ogni tanto appare…
Per conto terzi
Asti. Un uomo che scende dal treno. Ha preso la sua decisione con una pistola nella tasca destra del soprabito. Poi ecco il Bradipo con due voci. La Voce Buona con la quale saluta, ovvero solo “una specie di maschera sonora.” E la Voce Cattiva che sente dentro. Un guardone tremendo con “gli occhi sporgenti e acquosi”, fissato con il sesso. Ancora un personaggio cercatore di funghi, il trifulan, come viene chiamato da quelle parti, immerso nei pensieri insieme al suo cane, da tartufi, naturalmente. E la scoperta di un uomo impiccato. Lavoro per il commissario Marco Capuzzo che indaga. Suicidio o omicidio?…
Dunque un personaggio dietro l’altro, un “avanti” e un “ritorno” continui, una specie di gioco di scatole cinesi, con l’“ospite” inquietante che si cela nell’ombra, concentrato nel suo obiettivo, a creare sconcerto nel lettore. Personaggi con le loro storie devastanti che rimuginano dentro di loro. Ironia, mistero, l’apparenza che inganna, il Destino che accomuna, il colpo a sorpresa dentro un intreccio ben congegnato.
Giorgio Faletti (1950/2014) è stato comico, attore, cantante, compositore, paroliere. E scrittore. Con Io uccido del 2002 ha venduto cinque milioni di copie solo in Italia e ha confermato il successo con altri libri. Allo stesso tempo esaltato (qualcuno in internet ha scritto che si muove sulla scia di Poe, Lovecraft e King) e stroncato come fosse uno scribacchino. A me pare sia stato scrittore di buon livello e i due racconti sono qui a dimostrarlo.

Il pozzo della morte di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
Vita tranquilla per l’ex ispettore Reginald Wexford in pensione. Si dedica alle letture, gli piace la musica (soprattutto Bach e Händel), visita volentieri le gallerie d’arte, di solito con la moglie Dora. Vita tranquilla. Troppo tranquilla. A salvarlo dalla noiosa routine l’incontro casuale con Thomas Ede (Tom), vecchia conoscenza di poliziotto, ora sovrintendente investigativo. Urge una sua consulenza per un caso di omicidio. Nel pozzo di carbone di una storica villa in stile georgiano a St John’s Wood, ovvero l’Orcadia Cottage, sono stati rinvenuti i cadaveri decomposti di due uomini e due donne non identificabili. Nelle tasche dell’uomo più giovane fili di perle, un diamante e una collana di zaffiri. Sfida accettata con la stessa ansia e la stessa eccitazione di quando aveva cominciato il suo lavoro.
Sfida accettata ma indagine difficile, lunga, a ritroso nel tempo secondo il periodo di morte dei ritrovati, tre deceduti da circa dodici anni, il quarto solo da due. Difficile anche stabilire la loro identità, e dunque incontri e colloqui con i vicini e altri personaggi che attraverso le loro storie suscitano ricordi in Wexford (spunti sulla sua vita, sulle sue letture tra le quali, naturalmente, i gialli con i loro famosi detective, a volte cita pure le stesse parole tratte dai libri, vedi la Bisbetica domata).
Arriva qualche progresso, un indizio che tira l’altro a partire da un quadro con la dicitura “Marc e Harriet in Orcadia Place, di Simon Alpheton 1973”, una macchina americana vista nelle vicinanze, un giro tra i rivenditori di auto e le imprese edili, piano piano la trama che si ricompone, mentre la vita scorre con le gioie e i problemi familiari del nostro (una sua figlia viene accoltellata dal fidanzato).
La Rendell è protesa a delineare il quadro di una società che sta decisamente cambiando. A partire dalla stessa Londra piena di sorprese come le tante zone agresti, la strada a volte squallida e pacchiana oppure seria e dignitosa, un’area colonizzata da mediorientali e asiatici, donne velate o, addirittura, con il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. I continui lavori in corso nella capitale sembrano non finire mai, la gente non conosce più i propri vicini, aumenta la violenza domestica e quella sui gay, di norma lo sfruttamento delle donne di servizio dell’est che spesso finiscono nei bordelli.
È anche nel passeggiare lungo questo ambiente di vita che arrivano i dubbi, gli assilli, i continui rimuginamenti di Wexford, insieme a quelli di Tom. Riflessione, ma anche azione con inevitabile pericolo. Ed ecco il fatto accidentale, il “caso” vero e proprio ad accendere nuova luce fino a quando… la classica spiegazione finale. Fra tanta tristezza qualcosa che va nel verso giusto. La vita continua.

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
“I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Ockley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo.
Ad indagare su questo caso molto particolare l’avvocato Amos Petrie, amico di Masters e dell’ispettore Ripple. Una ben strana coppia. Il primo, “l’ometto”, piccolo e basso, “occhi miopi sotto gli occhiali senza montatura”, mani grosse che strofina su un enorme fazzoletto colorato. Il secondo, invece “alto, pallido e magro”, piuttosto nervoso e dalle orecchie grandi. Dunque il nostro cadavere viene trovato fuori dalla casa nello “Stagno dei gigli” con un’orchidea nell’occhiello della giacca ed una rosa in mano. Che l’assassino sia una donna, oppure trattasi di un perfetto depistaggio?
Indagine difficile, momenti di impasse. Ripple a Petrie “Ho la testa che mi gira. Dato che sospetti di tutti, da dove dovremmo partire, secondo te? Quell’uomo è morto da diverse ore e non abbiamo fatto niente.”. Dunque sospetti, sospetti e sospetti (d’altra parte i personaggi che girano intorno alla vicenda sono diversi), di mezzo situazioni sentimentali, possibili tradimenti, motivi di interesse, debiti, richieste di sostegno finanziario, il classico testamento e, addirittura, una storia poliziesca dal titolo “I milionari devono morire” (guarda un po’). Allora un ritorno accurato sul luogo del delitto e qualcosa che può rivelarsi utile: una impronta di stivale, un mozzicone di sigaro, una siringa.
Peculiarità di Amos Petrie è la sua buffa analogia tra il crimine e la pesca, tra la maniera di affrontare il post-delitto dagli stessi assassini e le caratteristiche istintive di certi pesci come la carpa, il persico, la tinca, il ghiozzo, il barbo. Pesca e birra a lui assai gradite. Poi l’idea che si fa sempre più chiara nella mente del piccolo avvocato, basta un semplice processo di eliminazione dei sospettati e un trucco (la “tattica d’urto”) per smascherare l’assassino. Scrittura accurata, personaggi ben delineati, due piantine del luogo del delitto a chiarire meglio la situazione. Andamento lento. Sonnacchioso. Forse troppo. E qualcosa di già conosciuto.

Un giretto tra i miei libri
L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.
Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

LCSI: morte sulla luna di Steven Harper, Mondadori 2009.
Tenetevi forte!
Si parte con un morto. Con un morto ammazzato, si capisce. Un morto ammazzato senza nome. Non identificabile. E il luogo dove è stato ucciso non è quello in cui è stato trovato (un classico). A indagare Noah Skyler, studente di criminologia e agente dell’LCSI (Luna City Special Investigation). Ventisette anni, figlio di mezzo di sette fratelli, bella presenza, esperienze di teatro (si esibirà anche qui), un po’ imbranato nel camminare (deve adeguarsi alla pressione della luna).
Abbiamo la dottoressa Karen Fang, una specie di Kay Scarpetta, poi c’è Linus Pavlik ispettore capo dell’LCSI e altri personaggi che troverete cammin facendo come la bella ragazza Ilene Hatt che, insomma, affascinerà il nostro eroe…
A fare compagnia all’individuo assassinato ne verrà un altro e poi…e poi i responsabili vanno scoperti alla svelta per motivi economici (Luna City deve attirare turisti e non ha bisogno di una cattiva pubblicità).
Non manca l’amore, l’attrazione, un pizzico di sesso (occhio all’ottovolante), il dubbio, l’assillo, l’introspezione psicologica e le novità tecnico-scientifiche che possono esserci in un mondo futuro. Il tutto bene amalgamato senza esagerazioni di sorta in un senso o nell’atro tipiche di certi mallopponi che vanno tanto di moda. Prosa che scivola via in modo naturale.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Lupo mangia cane di Nora Venturini, Mondadori 2018.
Sembra proprio che i morti ammazzati si divertano ad attraversare la strada di Debora Camilli, al lavoro con la macchina Siena 23, tassista per necessità e detective per vocazione. Infatti, anche in Lupo mangia cane (secondo episodio della serie di Nora Venturini che la vede protagonista) proprio una fredda sera di novembre, mentre ha appena scaricato un gruppo di uomini d’affari milanesi davanti alla stazione Termini, sente dire che a via Marsala, poco lontano da là, è appena stato ritrovato un cadavere. Come può resistere al richiamo della foresta? E, visto che è attratta da morti e feriti come un’ape sul miele (e in quei casi diventa puntuale come un orologio svizzero), riesce ad arrivare al volo e intrufolarsi sul luogo del delitto…
Debora Camilli si conferma un personaggio particolare, anticonformista, maschiaccio, scatenata e perennemente incasinata. Tanto forte quanto fragile, piena di voglia di tenerezza, euforica e subito dopo depressa, determinata, testarda, furba, intuitiva, bugiarda. Irrimediabilmente ritardataria, scombinata ma decisamente brava per quello che vorrebbe fosse il suo lavoro, ha superato gli esami di vice ispettore di polizia, ma con la improvvisa morte del padre ha dovuto mettere da parte il diploma per dedicarsi al taxi di famiglia. Lei, generosa amica confusionaria ma sempre con il cuore in mano, anche quando il voler far troppo e la mancanza di sonno le impediscono di mantenere le promesse. Giallo ben articolato che riesce a incuriosirci e con un finale non scontato.

L’ultimo testimone di Simon Scarrow e Lee Francis, Newton Compton 2018.
L’agente speciale dell’FBI Rose Blake è entrata nella tana, lo splendido chalet di caccia, di Shane Koenig, il macabro e crudele serial killer cannibale che cattura le sue vittime, le sevizia e poi le uccide, straziandole. Per farlo, la Blake ha usato gli stessi metodi che finora hanno garantito l’impunità del criminale. Lei e la sua squadra l’hanno individuato nel dark web, il lato oscuro di internet del quale il mostro si serviva per irretire le sue vittime, e gli hanno lanciato l’amo. Koenig ha abboccato all’esca, ma all’ultimo momento qualcosa della trappola accuratamente preordinata non ha funzionato…
Un romanzo, L’ultimo testimone, denso di idee e considerazioni lucide e intelligenti, con un’eroina buona e comprensiva ma costretta a confrontarsi con un mortale nemico che niente e nulla sembra poter fermare.

Il superstite di Massimiliano Governi, e/o 2018.
Il superstite è un romanzo breve, un noir dal titolo inquietante, parlante. Il narratore, che poi è il Superstite, è il protagonista di una storia terribile, ambientata – almeno pare – nel Nord Italia. Una mattina, alle otto e mezzo, il Superstite, che vive centocinquanta metri più in là, passa davanti alla casa dei genitori, vicina all’allevamento dei polli di suo padre. Stranamente le luci del giardino sono ancora accese e le imposte sbarrate nonostante sua madre abbia l’abitudine di svegliarsi molto presto e dar aria alla casa. Da sotto la porta d’ingresso esce un torrentello d’acqua. Un guasto? Perplesso, preoccupato, il Superstite entra lasciando la bambina nell’ingresso ad aspettarlo e scopre lo spaventoso massacro: padre, fratello, sorella, madre, uccisi, colpiti a morte. La sua famiglia era semplice, non certo abbiente, una famiglia di piccoli imprenditori campagnoli. Chi ha commesso un tale spietato delitto? E perché?…
Con scrittura affilata, tagliente e durissima, senza fare sconti ai sentimenti, Massimiliano Governi ci racconta di un uomo solo, devastato nell’anima da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare ad avere normali rapporti con i suoi affetti familiari, una specie di naufrago, un reietto che stenta a ritrovare il suo posto nella vita, in preda a incubi che non smettono mai di ossessionarlo, alla forse vana ricerca di una sconosciuta verità. Una favola nera ma di una disarmante realtà, una storia che, nella sua gelida ferocia, è precisa nei dettagli quanto volutamente indefinita nelle ambientazioni. Ci sono l’Italia, la Serbia, gli Stati Uniti, ma tutto potrebbe essere accaduto altrove…. ovunque? “Tutto può sembrare vero o falso allo stesso tempo”.

Kiss me first  di Lottie Moggach, romanzo già pubblicato in Italia, torna in libreria con il nome Prendi la mia vita (Nord, 2018) in occasione del prossima proiezione della serie inglese Kiss me first, distribuita da Netflix.
Una partenza da thriller, con un prologo denso di tensione che anticipa quella che sarà la scena madre della storia. Due donne stanno parlando via skype. Sono a Londra e noi possiamo vederne solo una che piange e ammette di avere paura. L’altra invece parla con voluto distacco di un piano da portare a termine. Alla fine le due si dicono addio per sempre. Dopo questa misteriosa anticipazione, la storia passa in Spagna, in una comune, e la voce narrante, la donna invisibile del prologo, si chiama Leila, è arrivata là da Londra per cercare l’altra donna della conversazione che si chima Tess ed è sparita. Leila non sa se Tess sia in Spagna, se sia ancora viva o se, come voleva fare, si sia suicidata. Mentre la cerca tra la gente ospite della comune, scrive sul suo computer portatile rivelando man mano tutta la loro storia…
Prendi la mia vita, della giornalista inglese Lottie Moggach, ha fatto parlare molto di sé nel Regno Unito, immagino per l’attenzione che dedica a due temi oggi molto discussi: l’eutanasia e la crescente tendenza di troppe persone a vivere ogni aspetto della propria vita attraverso Internet. Il romanzo poi inventa un traumatico e possibile nesso tra questi due temi: se le nostre vite sono diventate così cibernetiche da risultare interscambiabili, la nostra identità potrebbe essere rubata da chiunque, e una persona morta potrebbe continuare a vivere all’infinito o quasi nel cyberspazio? E ancora una volta un romanzo mi costringe a porre la solita pericolosa domanda: è possibile arrivare a questo totale coinvolgimento mentale con l’web? Insomma vivere praticamente solo e per Internet?

Torna in libreria Marcello Simoni con Il patto dell’abate nero, Newton Compton 2018, seconda puntata della nuova e dirompente Secretum Saga, ambientata nel Quattrocento, con Tigrinus in veste di protagonista (eroe di professione e ladro per scelta), azzeccato mix di avventura e feuilleton salgariano/dumasiano di colto respiro storico ambientale. E ci propone un lungo ma intrigante e spericolato viaggio che porterà il nostro eroe dalla chioma zebrata dalla Firenze di Cosimo de’ Medici ad Alghero, e da là lo costringerà a spingersi a costo della vita fino a uno sperduto monastero nelle riarse alture dell’interno della Catalogna…
L’indovinata ricetta delle sue storie sta nel sapiente mix di alcuni tra i più coinvolgenti generi narrativi: il romanzo di cappa e spada (e dunque avventure, tradimenti e intrighi), il cuore dei romanzi gotici inglesi (con sotterranei, agguati, misteri) e il coup de thèatre del classico poliziesco con l’affannosa attesa del finale e la soluzione. Stavolta con Il patto dell’abate nero ci ha fatto correre tra Firenze, la Sardegna, la Francia, e la Catalogna sulle tracce di un favoloso tesoro per cui già molti hanno perso la vita. Tiriamo il fiato! Alla prossima!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Questa volta andremo in missione con Geronimo alla ricerca del cuore della felicità! È stato svegliato dal canto del drago dell’arcobaleno, perché trovi questo cuore che manca nel paese di cristallo in cui vivono. Insieme a lui, al drago e ad altri amici (lo scarafaggio Oscar, un unicorno alato, una principessa muta, un camaleonte), visiteremo un sacco di paesi diversi: quello dei giocattoli, dei dolci, dell’oro, delle fiabe, degli orchi. Sarà un viaggio bello ma anche pericoloso. Il drago viene ferito da una freccia avvelenata scagliata dagli orchi, ma l’antidoto si trova nella foresta delle streghe. Riuscirà Geronimo a trovarlo? E riuscirà a vincere le streghe? Ma, soprattutto, riuscirà a trovare il cuore della felicità?…
Venite con noi e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti (e buone vacanze da tutti noi!)

Sbirre (Le gialle di Valerio 167)

Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni
Sbirre
Rizzoli, 2018
Racconti gialli

Pubblica sicurezza. Oggi. Anna Santarossa è vicequestore in Friuli Venezia Giulia, diligente, colta, gentile, bella, sterile. Da quattro anni ogni tre settimane tradisce polizia di Stato e marito Pietro con il sovrintendente capo Zeno Degrassi alla pensione Mangart, frontiera fra Italia Austria Slovenia. Corrotti dalla mafia bulgara (per far passare armi, stupefacenti, latitanti, puttane, soldi) dividono diecimila euro, vino, sesso (dopo un’iniezione di papaverina nel cazzo). Finché qualcuno nelle campagne di Cormons taglia la gola a Zeno, che aveva una maestra moglie (da dodici anni) e due figli maschi. E Anna finisce in grossi guai, davvero. Alba Doria è commissario all’Unità di analisi del crimine violento di Roma, nemmeno trentenne, corti capelli biondi e occhi verdi. Col suo capo Paolo Petti, vanesio rapace cinquantenne sovrappeso col quale è stata a letto una sola volta nonostante lui continui a insistere, stanno guardando per l’ennesima volta il video di un ragazzo che ha sparato ai genitori e si è gettato dal terrazzo. C’è qualcosa che non la convince, come se l’omicida fosse teleguidato. Finché si verifica un caso apparentemente analogo. E Alba si butta a cercare nella rete profonda, il dark web, fra odiatori e psicopatici affetti da triade oscura, davvero. Sara Morozzi si è autorottamata dall’unità speciale di Napoli, lei maestra per le intercettazioni, bruna poco più che cinquantenne, occhi azzurri e tratti dolci, figura minuta e capelli ingrigiti. Il suo amore 76enne è morto dopo penosa malattia, per lui aveva abbandonato la famiglia. La avvisano ora che anche il figlio metodico scienziato chimico Giorgio Alberti (che non vedeva da anni) è deceduto in un incidente stradale, davanti alla casa dove viveva con la compagna fotografa incinta. Sara agisce subito, indagando i segreti, aspettando con tenacia, ricominciando a fare il braccio che punisce, davvero.

Massimo Carlotto (Padova, 1956), Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) e Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) sono tre fra i maggiori scrittori italiani contemporanei, dediti prevalentemente alla letteratura e al romanzo giallo noir, senza disdegnare altre arti e altri generi. Il progetto di un volume collettaneo risale indietro nel tempo e vede finalmente la luce con tre estesi bei racconti polizieschi dedicati a protagoniste di sesso femminile, “Senza sapere quando” per Carlotto, “La triade oscura” (il più lungo) per De Cataldo, “Sara che aspetta” (il più breve) per De Giovanni. Esperimento riuscito. Terza persona fissa al passato per tutti. Sara era apparsa in un recente libro dell’autore napoletano, inizio di una serie, comunque il racconto è ambientato qualche mese prima degli avvenimenti del romanzo (non dopo), quando sta per essere ricontattata dall’ex collega (già ai Servizi) Teresa Pandolfi, ora a capo della sezione, che le vuol chiedere appunto di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Anna e Alba sono di fatto alla loro prima apparizione, pur non potendosi ora escludere che possano tornare; soprattutto la seconda, brillante nella Rete buia, garanzia di affermazione sociale; la prima si trova comunque in braghe di tela, umiliata con metodo, finendo per chiedere aiuto proprio alla brava moglie dell’amante, Aleksandra Droic a Tarvisio. Comunque donne sensibili, di forte adeguata reattività, capaci di violenza, in bilico fra bene e male, immerse nei crimini e nelle vendette. Ribolla gialla per Anna, Sauvignon per lo spasimante di Alba, costretta pure alle note di Dragon Ball e Carmina Burana.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lo stupore della notte (Le gialle di Valerio 165)

Piergiorgio Pulixi
Lo stupore della notte
Rizzoli, 2018
Noir

Milano. Dicembre 2017. Rosa Lopez ha 46 anni e uno stato di servizio impeccabile: laureata entra da sottotenente nell’Esercito, due anni volontaria in missione nei Balcani, poi carriera in polizia, sette anni in Calabria, finché risulta prima al concorso interno per commissario, trasferendosi nel 2009 a Milano dove si dota di un arabo perfetto e ottiene varie specializzazioni, 157 arresti, 64 espulsioni, 37 onorificenze, 14 proiettili nella cassetta postale. Graziosa e arcigna, forme generose e toniche, allenamenti quotidiani, abitazione impersonale e sempre temporanea intestata a un prestanome, dorme poco, mangia vegetariano, soffre di ulcera e stress, beve impreca spara come un uomo. Ora è al Forno, capo dell’Unità speciale (circa una ventina di persone) contro il terrorismo di matrice islamica. Frequenta per sesso e distrazione (rigeneranti) un ricco affascinante medico giramondo, prima ha avuto due intensi amori, il suo vecchio capo (ucciso dalla ‘ndrangheta) e un amico collega più giovane (in coma), la chiamano “Vedova nera”. Voci affidabili segnalano che si sta preparando un grande attentato. Lei lavora anche per gli americani (un vecchio ricatto) alle spalle del Viminale; loro ne sono certi, gestiscono infiltrati e altre fonti criminali; hanno sede nei duemila metri quadrati non accatastati del Lovers (già Albergo Venere, base Ovra, prigione nazista, quartier generale alleato), mitico profondo centro fantasma di detenzione e tortura. Sono stati rubati tre fucili d’assalto AK-47, ci sono funzionali giri di droga e denaro, vari ragazzi si stanno organizzando per diventare martiri, scompaiono tre furgoni, forse esiste davvero il Maestro, nell’ombra, a gestire regia e depistaggi, qualcuno che conosce bene metodi e capi degli investigatori italiani. Moriranno in tanti, davvero tanti, e Rosa si arrabbierà di più, costretta a vederne di tutti i colori e i sapori.

L’autore e sceneggiatore Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) da dieci anni si fa avanti con acume e coraggio sulla scena letteraria europea. Dopo aver partecipato giovanissimo al Collettivo Sabot (animato da Massimo Carlotto), dopo la tumultuosa quadrilogia sul corrotto Mazzeo (nel nordest), dopo altre prove interessanti (e premiate), si cimenta ottimamente con il terrorismo: hard-boiled, spy-story, giallo, thriller nell’inquinato luccicante ecosistema milanese (dove ora vive). La narrazione in terza varia al passato segue sia Rosa sia gli altri protagonisti, soprattutto quelli attorno al Maestro, che aveva impiegato anni a costruire un piano di geometrica precisione, a dragare nel web e nei quartieri metropolitani più disagiati (incubatori di radicalismo e indottrinamento), a reclutare emarginati e piccoli delinquenti alla deriva disposti a ritrovare il “vero” Islam. Pulixi mantiene la cifra di noir adrenalinici, alternando sempre con ritmo ed efficacia differenti ambientazioni sociali e dimensioni emotive e previlegiando l’azione senza disdegnare l’introspezione. Lo stile si è via via affinato, arricchito, maturato. Segnalo che la poetessa preferita da Rosa è Alda Merini, ne visita la tomba al Monumentale. Il Cuba ha un aroma delizioso; grande cura nella scelta sia dei vini che dei liquori, il pugliese Nero di Troia (Canace, 2007) è intraprendente e determinato come lei, che predilige pure il Joe Lovano Classic Quartet (lui sassofonista). Anche se poi ai ricordi s’abbandona con Mina, Se telefonando.

Valerio Calzolaio

La Debicke e… L’uomo sbagliato

Salvo Toscano
L’uomo sbagliato
Newton Compton, 2018

Palermo. Cosimo Pandolfo è in prigione, condannato a trent’anni per l’omicidio di Giovanni Cannizzaro, ucciso, secondo l’accusa, per banali questioni di vicinato. Ci sono uomini cattivi in giro per il mondo. E Cosimo Pandolfo era stato a lungo uno di loro. Beveva smodatamente, picchiava la moglie davanti al figlio bambino, non si controllava. Insomma un disgraziato, poco più che una bestia. Ma Cosimo Pandolfo, anche se violento e dedito all’alcol, si è sempre dichiarato innocente del delitto che l’ha mandato in galera. Solo suo figlio Filippo, allora dodicenne e ora uomo fatto, gli crede e addirittura da tre anni ha aperto un sito internet per provare l’innocenza del padre. E quando una testimone, quasi in punto di morte, lo chiama per raccontargli la sua verità, che potrebbe scagionare Cosimo, il ragazzo chiede l’aiuto dei fratelli Corsaro, famosi per aver saputo sbrogliare casi molto difficili. Se davvero saltasse fuori qualcosa di nuovo si potrebbe azzardare a chiedere una revisione del processo, ma per poterlo fare servono prove e per trovarle bisogna mettersi in gioco.
Fabrizio Corsaro, giornalista di cronaca nera, e Roberto Corsaro, avvocato penalista, indagheranno entrambi, seppur seguendo piste diverse, e arriveranno a scoperchiare un calderone di segreti, falsità e brutali violenze che rimandano fino all’Iraq, ai contractors e a certi spaventosi orrori legati al terribile dopoguerra mediorientale. Ma i due fratelli Corsaro non si fermeranno e, per affrontare un avversario pericoloso e senza scrupoli, dovranno persino mettere a rischio la loro vita e quella dei loro cari.
Salvo Toscano sceglie ancora Palermo, la splendida città siciliana, disincantata ma di indiscusso fascino, che ritrae con pacata ironia anche nei suoi lati più sinistri, per ambientare la nuova indagine dei fratelli Corsaro.
Le voci di Fabrizio e Roberto Corsaro si alternano nella narrazione offrendo due punti di vista diversi e decisamente distanti della stessa storia. Non potrebbe essere altrimenti: Fabrizio è istintivo, confusionario, una specie di moderno Casanova con le paturnie mentre Roberto è uno stimato avvocato, riflessivo, preciso e irreprensibile padre e marito. Ma si completano a vicenda e insieme ce la faranno a creare una testa d’ariete in grado di sfondare e ottenere dei risultati. Il giallo di Salvo Toscano, con lo scopo di rimediare un’odiosa ingiustizia, mette sul tavolo certe realtà di compagnie militari private coinvolte nella storia rimandandoci ai traffici internazionali, alle guerre, all’Iraq, allo sfruttamento delle prostitute bambine, alle efferatezze di torbide e turpi conseguenze del conflitto. Tra realtà e finzione, avvalendosi di un umorismo colto e misurato (divertenti e gustosi alcuni particolari, cito a memoria: la stupenda definizione “opera di un archistar” per presentare un moderno orrore edilizio e quella irresistibile di “faccia anale” pronunciata dall’insostituibile aiutante dell’avvocato invece di “faccia di c…”) che alleggerisce il coinvolgimento emotivo di protagonisti e lettori, alla fine Salvo Toscano ci rivela una amara e povera verità. Tutti purtroppo possono diventare cattivi e in qualche modo provocare grande dolore con le proprie scelte.
L’uomo sbagliato è un legal thriller ben congegnato, nato da un mix sapientemente calibrato di elementi narrativi sfiziosi e con un imprevisto sviluppo che intriga. Un giallo con due protagonisti, i fratelli Corsaro, e la loro vita sia pubblica che privata. Non hanno e non avranno mai l’animo da eroi, hanno entrambi umane debolezze che parrebbero renderli più fragili e invece hanno l’innata e pericolosa tendenza a non voler accettare l’ingiustizia e il male.
Salvo Toscano, autore di quella che ormai è diventata la saga dei fratelli Corsaro, è considerato uno degli autori emergenti della “scuola palermitana” del noir. È giornalista e autore dei romanzi Ultimo appello, L’enigma Barabba e Sangue del mio sangue. È stato semifinalista al Premio Scerbanenco e finalista al Premio Zocca Giovani. Con Newton Compton ha pubblicato Insoliti sospetti, Falsa testimonianza e Una famiglia diabolica.

Il purgatorio dell’angelo (Le gialle di Valerio 164)

Maurizio de Giovanni
Il purgatorio dell’angelo
Einaudi, 2018
Giallo

Napoli. Maggio 1933. Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, è certo di essere pazzo, e di aver ereditato la sua follia dalla madre, la defunta baronessa Marta. Piuttosto è incerto se confessarlo finalmente a qualcuno, forse alla stessa amata Enrica, con la quale finalmente si frequentano da dolci innamorati, nonostante l’opposizione della madre, l’aggressiva Maria. Lui quasi 33 anni, enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, schivo e introverso, senza auto né patente; lei 25, occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Ricciardi si sente diverso, nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Questa volta lo chiamano sugli scogli di Posillipo, in fondo a via Costa c’è il cadavere di un anziano prete, colpito in testa da dietro senza segni di colluttazione, lui capisce che era inginocchiato (l’autopsia confermerà) e parlava di una confessione (perché e di chi andrà indagato). Il brigadiere Maione gli è accanto e collabora con affetto e dedizione, pur distratto da una serie di rapine di un gruppo di ragazzini nel quartiere Chiaia, quasi all’orario di chiusura e distanti dalle ronde delle guardie. La vittima dell’omicidio, padre Angelo, era apprezzato sia nella comunità di gesuiti di San Luigi ove viveva da decenni, docente teologo, sia da vari esponenti della più alta società cittadina, dei quali era il preferito confessore. Nel suo passato o nel suo presente si nascondono segreti, sommessamente Ricciardi li scoprirà, sollecitando chiare confessioni agli affetti più cari.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie è giunta quasi al termine. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, ora narra alcuni mesi (residui) della magnifica città. Siamo all’undicesimo volume, molto bello, probabilmente il penultimo. In copertina l’ucciso, il mare e la sagoma della montagna che si distingue nella luce di latte. Con un titolo pervasivo: i peccati sono un fardello di cui non si libera con facilità (solo per qualcuno, credente o meno), la vita è un purgatorio per chi ha fede (e qualcun altro), soprattutto per gli angeli come è noto. Così gran parte dei personaggi combattono con la necessità di confessarsi, per l’assoluzione o lo sfogo. Come sempre, la narrazione è in terza varia al passato, le due indagini e le vicende private accavallate con sapienza drammaturgica, capitoli talora intervallati da inserti che raccontano la storia parallela dell’antico “scherzo” di due studenti per evitare una prova di greco in classe (alla fine si capirà l’intreccio), oltre che dai (rari) intensi toccanti ispirati corsivi autorali. Gran ragù preparato da Lucia per il marito brigadiere, i sei figli e il nuovo allievo prediletto. La colonna sonora musicale è affidata all’avvenente personaggio che siamo tutti in attesa di incontrare (prima o poi), Bianca Borgati, marchesa di Rosaspina. Mentre il marito è giustamente in prigione, muore il carissimo leale amico Carlo lasciandole tanti denari e gran bei dischi, soprattutto due (clandestini) cantati dalla giovane mitica Billie Holiday: But Not for Me e The Man I Love, dei fratelli Gershwin.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2018

Siena d’estate. Trenate di turisti da tutte le parti. Di tutti i tipi e di tutte le specie. Ragazzi, ragazze, file di studenti vocianti, occhi a mandorla o corporature nordiche che si infilano dappertutto ad ammirare, estasiati, le bellezze storiche della città. Pieni, stracolmi, i bar, le pizzerie, le gelaterie, insomma dove ci si possa abbuffare di qualcosa da infilare golosamente nello stomaco. Serpentine di viventi che si snodano per le stradine strette della città come formiche alla ricerca del cibo e di liquidi da tracannare. Un brusio continuo alternato a risate e qualche canto alticcio intonato all’improvviso. Un magna magna pazzesco. Siena d’estate.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke van der Noot, TEA 2018.
“Granducato di Toscana, 1597. L’Italia è ormai caduta in mano agli eserciti stranieri, ma la sua cultura si diffonde in tutta Europa. E non solo quella: anche il denaro. I banchieri più potenti che servono i sovrani europei sono italiani, sono genovesi, sono fiorentini. Firenze è uno stato ricco in mano a una dinastia di banchieri: i Medici. E l’oro dei Medici fa gola a tanti e chi non riesce ad averlo in prestito, può anche cercare di sottrarlo in modo illecito. Per esempio organizzando il rapimento dei figli del granduca Ferdinando I…”
E il rapimento è al centro di questo libro, bello, complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici. Rapimento fissato il 3 dicembre durante la rappresentazione della Dafne di Ottavio Rinuccini (alla fine della seconda scena quando Amore medita la sua vendetta contro Apollo), ma rimandato all’8 per indisposizione della granduchessa nel palazzo di Ferdinando I, attraverso cospiratori travestiti da frati e il classico traditore interno.
Sarà il fratellastro don Giovanni de’ Medici, con l’aiuto del capo della polizia, a condurre un’indagine per scoprire i malfattori che richiederanno un compenso astronomico da portare a Piombino. E qui avverrà uno scontro micidiale…
Libro complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici, dicevo. Ricco di spunti sulla vita, gli abbigliamenti, le cerimonie, i fasti signorili, sui più piccoli dettagli tesi a ricostruire l’atmosfera del tempo. Ricco di dubbi, assilli, momenti di intimità, pathos, tensione, tradimento, paura e morte (ci saranno diversi uccisi e un suicidio). Capitoletti ora brevi ora più ampi a creare un certo ritmo della narrazione attraverso una scrittura che sa essere competente nella ricerca storica e gradevolmente leggera nella finzione.
Di Patrizia Debicke ricordo anche L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013 e La gemma del Cardinale, TEA, 2017.

La lettera sbagliata di Walter S. Masterman, Polillo 2018.
A Scotland Yard il telefono della scrivania del sovrintendente Sinclair comincia a squillare. È la voce di una donna che annuncia la morte del ministro degli Interni a casa sua. “Chi parla?” domanda Sinclair. “Oh, nessuno di speciale, solo l’assassino.”
Inizio niente male. Dopo un po’ arriva l’amico Silvester Collins, avvocato che ha abbandonato la professione forense per diventare un detective dilettante e collaboratore della polizia. Lineamenti marcati, naso piuttosto largo, occhi castano chiari e capelli ricci quasi neri. Estremamente elegante, sportivo e gentile ma si arrabbia se gli amici lo chiamano Sherlock Holmes. Un tipo assai diverso da Sinclair “funzionario esperto senza nessuna genialità” ma ricco di esperienza (ci ricorda il famoso duo). Qualcuno gli ha telefonato dicendogli che voleva proprio lui. E sembrava una donna…
La notizia è vera. Il ministro degli interni, il vedovo Sir James Watson, è stato ucciso nella sua biblioteca con un colpo di pistola alla tempia. Porta sbarrata e finestre chiuse con il fermo. Nessuna via d’uscita per l’eventuale assassino. Ora bisogna indagare sulla famiglia dell’ucciso. A Devon, nella villa di campagna. Qui vive la figlia Mabel con l’anziana domestica e l’anziano maggiordomo, mentre il figlio, in cattivi rapporti con il padre, sembra scomparso. Ma ecco arrivare una lettera al sovrintendente Sinclair, proprio dall’ucciso. Una lettera davvero particolare…
Le indagini bilaterali continuano, ognuno con la propria personalità, i propri mezzi e le proprie capacità (“Le cose semplici non soddisfano mai Collins”). Il caso si fa sempre più complesso, aumentano i sospettati: oltre al figlio dell’ucciso anche Lewis, assistente di Sinclair, che sparisce; il segretario personale di Sir James e perfino uno che si autoaccusa! A tutto questo si aggiunge il fatto strano del maggiordomo di Mabel che rivede l’ucciso, dice lui, “vivo e vegeto”. Incredibile…
Momenti di tensione, l’ululare del vento, passi furtivi, appostamenti al buio, il solito testamento particolare, una “simpatia” nascente tra Mabel e Collins a creare impasto di emozioni diverse. Pure una stilettata alla polizia “Se un uomo finisce nelle grinfie della legge non importa poi molto che sia colpevole oppure no. Ha le stesse probabilità di cavarsela di una mosca intrappolata in una ragnatela” secondo Collins. Pressioni dall’alto per chiudere il caso al più presto (un classico) e il problema, già detto ma essenziale, di capire come abbia fatto l’assassino ad uccidere in una stanza ermeticamente chiusa (altro classico).
Immancabile colpo di scena finale con relativa spiegazione di Collins che ha capito tutto. Ma anche Synclair ha da dire la sua… Un consiglio ai lettori. Non fidatevi delle apparenze. Non fidatevi!
Il libro uscì nel 1926 con una prefazione lusinghiera di Chesterton. E questo è già un bel marchio di qualità.

Fragile è la notte di Angelo Petrella, Marsilio 2018.
Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone.
Un omicidio. La ricca Ester Fornaro, divorziata da un imprenditore edile, e assatanata di sesso anche estremo, ora ai piedi della torre “la testa fracassata sull’acciottolato e le viscere che si mischiavano al plasma.” Volo di quindici metri, occhio destro fuori dall’orbita.
Bisogna indagare. Carbone deve sostituire il suo diretto superiore Lettieri richiamato a Roma per un vecchio caso (anche questo un tipetto niente male), e collaborare, forzatamente, con il vicequestore capo Tagliamonte che lo aveva scoperto tempo fa nei suoi loschi affari e spedito dritto a Posillipo. Si parte dal luogo del delitto. A colloquio con il cingalese Roshan, il domestico filippino che non sa nulla ma si avverte che nasconde qualcosa…
Tutto sembra risolto quando viene incastrato uno degli amanti di Ester. Il caso è chiuso, secondo gli alti papaveri del comando. Ma non per il Nostro che sta seguendo una pista tutta sua, con la rabbia che gli monta addosso insieme alla malinconia, ad una “strana tristezza” e ai ricordi struggenti di Laura. In continuo pericolo, due macchine che lo seguono, la mente in assillo tra un Macallan e l’altro al Copacabana e per ogni dove, il classico video, o spezzone di filmato, che “indirizza”, la verità ad ogni costo, scontro finale con botte da orbi e pistolettate da tutte le parti. Ritmo indiavolato tanto da farci restare ad ogni pagina sul chi vive, stile asciutto, veloce, senza tanti fronzoli, all’osso.
La storia è un viaggio negli ambienti torbidi del potere, un rimestamento nel marcio della polizia dentro una Napoli “puttana”, ricca, benestante, viziata, corrotta e una “terra di nessuno abbandonata all’oscenità”, tra tossici, alcolizzati, dove tutto fa pena: i treni, le rovine, perfino il mare.
Libro sponsorizzato da Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni. Viatico mica da poco. Un lettore, però, ha scritto “Diciamoci la verità: chi ce lo vede un novello Callaghan, con la bottiglia di Mcallan in una mano e la 44Magnum nell’altra, a seminare panico per le viuzze striminzite del Moiariello e gli stradoni desolati di Via Petrarca?”.
Praticamente un personaggio da hard-boiled de noantri con tutta la forza e la malinconica fragilità della vita. Ma, senza fare paragoni impossibili con i grandi americani, si legge volentieri lo stesso.

L’impronta dell’assassino di Cornell Woolrich, Mondadori 2018.
Sei racconti di classe. Ovvero l’irridente ironia del Destino e, direi pure, dello Scrittore…
L’impronta dell’assassino
I gatti. Il miagolio terribile dei gatti Mia-ooo!… Mia-ooo! che proviene da quattro piani di sotto. Tutto ha inizio da questo sconvolgente miagolio. Tom Quinn, che non ne può più, lancia contro di loro dalla finestra anche le scarpe. Su ordine della moglie deve andare a riprenderle subito, ma non le trova. Scarpe che costeranno a Tom un bel po’ di guai perché una loro impronta viene trovata sul luogo di un delitto. Accusato di omicidio rischia perfino la pena di morte. Ma c’è l’investigatore Bob White a difenderlo. Se la caverà?…
Alle tre in punto
“Uccidila! Uccidila! Uccidila!” è il grido interiore del signor Stapp. Lui è fatto così, non rivela mai all’esterno i rancori che cova dentro di sé. In questo caso contro la moglie che, evidente, lo tradisce. Così si appresta a farla saltare in aria con un piano assai ingegnoso. Solo che, quando tutto è pronto e l’orologio si mette in moto per l’ora cruciale stabilita, tic-tac, tic-tac, tic-tac… arrivano due ladri e…
Se dovessi morire prima di svegliarmi
I lecca lecca sono al centro di questa vicenda. Racconta la storia in prima persona Tommy, ragazzino di dodici anni figlio di un poliziotto. I lecca lecca arrivano improvvisamente nelle mani di una compagna di classe, Millie Adams, presa in giro da tutti. Ma ora ha questa arma attraente e Tommy diventa suo amico, così potrà goderne anche lui. Li riceve da un “signore”, dice lei. È un segreto, Tommy deve giurare di mantenerlo. Poi la ragazzina scompare… E il fattaccio si ripeterà in seguito con un’altra compagna di classe.
Un mazzo di rose rosse
Un mazzo di rose rosse che portano sfortuna. Addirittura la morte. Alla sorella minore di Marcia, quest’ultima fidanzata con Tommy, amico di Richard che racconta la storia. Uccisa da una rosa rossa “il cui stelo è stato spruzzato con qualche sostanza velenosa.” Mazzo di rose consegnato da un fattorino, prenotato dallo stesso Richard per il party di fidanzamento. Tom indaga. È perplesso. Non può essere il suo amico l’artefice…anche perché senz’altro c’è sotto lo zampino della precedente fidanzata, la terribile Fortescue… Se ne vedranno delle belle.
Un delitto vale l’altro
A Chicago Brains Donleay va dal suo amico Fade Williams. Ha bisogno di un alibi come già successo in passato. Lui è un esperto in questo genere di cose. Deve uccidere un tipo che gli ha rotto le scatole, ma non ha intenzione di farglielo conoscere. Bene, affare fatto dopo che ha pagato gli arretrati. Tutto perfetto, tutto studiato. Ora Brains ha davanti a sé l’odiata vittima. Comincia a parlarci ma…sembra un altro, diverso, non lo faceva così…
La scappatoia
Gary Severn esce a prendere il giornale. Lo fa tutti i giorni. Solo che questa volta qualcuno lo segue. E lo arresta per omicidio, addirittura di un poliziotto. I testimoni affermano che è lui il colpevole. Rischia la pena capitale. Se non fosse che qualcuno può scagionarlo. Arriverà in tempo?…
Sei racconti di classe. Una lotta disperata fra il lettore e lo Scrittore per capire, indovinare il seguito, almeno una parte, se non come va a finire. Pagina dopo pagina i dubbi, le incertezze, i capovolgimenti di fronte, i momenti di esaltazione (ce l’ho fatta) e di abbattimento (non ce l’ho fatta). Tutto è così difficile nella vita, tutto è così contorto e frastagliato. Niente di lineare. I personaggi ce la mettono tutta per raggiungere i loro scopi, progettano, pianificano, lottano. Invano, che il Destino, e direi pure lo Scrittore, se la ridono beffardi.

Un giretto tra i miei libri
L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklin, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto. Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.

A scuola nelle materie scientifiche ero un broccolo. Quando c’era da calcolare l’acqua nella vasca da bagno con il maledetto rubinetto che perdeva (ma perché non lo riparavano?), il mio era uno sguardo fisso nel vuoto. Il primo impulso di fronte a L’anomalia di Massimiliano Pieraccini, Rizzoli 2011, con una formula di non so che cosa subito sotto, è stato di ripulsa. Poi ho pensato che da grandi non bisogna avere paura di niente e l’ho preso quasi d’istinto.
Qui mi sono trovato di fronte all’anomalia di Catt, al teorema di Gödel, all’equazione di quello e di quell’altro, a discussioni sull’esistenza di Dio, sulla complessità della scienza, al problema delle centrali nucleari e delle armi nucleari, batteriologiche e chimiche che mi hanno scombussolato e nello stesso tempo fortemente interessato (il problema energetico è all’ordine del giorno).
Veniamo al sodo. Il Prof. Massimo Redi è invitato dalla fondazione “Ettore Majorana”, creata dal prof. Antonino Zichichi, a Erice, in Sicilia, per discutere sulle grandi emergenze planetarie (ci sarà pure il Papa). Al momento della partenza l’incontro con suo ex allievo Fabio Moebius, analista di reti informatiche, che gli chiede uno strappo proprio ad Erice.
Tutto bene fino a quando non viene trovato in fin di vita nella sua stanza Alexander Kaposka, fisico ucraino che aveva scritto un rapporto negativo sulla sicurezza della centrale nucleare di Chernobyl. La faccenda si complica, per Massimo, con l’entrata in scena di Giulia Perego, la sua ex amante che lo aveva tradito e fatto soffrire e con l’accusa di essere addirittura lui stesso l’assassino di Kaposka.
Atmosfera plumbea, nebbia da brivido, Erice bloccata dalla polizia e i nostri eroi che se la svignano attraverso un condotto sotterraneo. Tre piani di lettura: quello scientifico, quello “giallo” e quello della storia d’amore (o meglio i ricordi) che si intersecano fra loro, con risultati decisamente ondivaghi.
Ne risente soprattutto la parte gialla (qualche “disinvoltura” e ingenuità di troppo) che si avverte frutto del neofita.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia, di Giulio Leoni, Editrice Nord 2018.
L’avventurosa vita dell’uomo che aveva ispirato Il Principe a Niccolò Machiavelli (che poi però meditò meglio e decise di dedicarlo a Giulio II), raccontata da Giulio Leoni, uno dei più geniali scrittori di thriller e fiction storica italiani. Cesare Borgia, cardinale, guerriero, figlio legittimato di papa Alessandro VI e di Vannozza Cattenei, politico ambizioso, poi “scardinalatosi” dopo l’assassinio del fratello Juan duca di Gandia, duca di Valentinois (italicamente il “Valentino”) per volere di Luigi XII di Francia dopo il suo matrimonio con Charlotte d’Albret sorella del sovrano di Navarra, è stato quel condottiero che dopo aver riempito i libri del Guicciardini e Machiavelli, ha fatto volare la penna di tanti saggisti e romanzieri. Giulio Leoni, stavolta, intraprende la sua impresa narrativa prendendo di petto questo protagonista della storia e regalandogli una sfaccettatura abbastanza diversa da quelle finora conosciute, il sogno di calcare le orme di Alessandro il grande. Di assoggettare un nuovo mondo…

Dopo il successo È così che si uccide e La forma de buio, Mirko Zilahy torna in libreria con una terza, diabolicamente incisiva sfida al lettore che, ancora una volta, varca i limiti noti del thriller. La sua Roma si esibisce, trasformandosi in una jungla crudele, tenebrosa, dove domina un bieco razzismo indiscriminato che miete vittime per le strade e il pericolo è in agguato nelle tenebre. La presentazione editoriale di Così crudele è la fine (Longanesi 2018) recita: «In una Roma attraversata da omicidi silenziosi ed enigmatici, che gettano una luce nera sulla città, il commissario e profiler Enrico Mancini per la prima volta dopo molto tempo accoglie la sfida con nuova determinazione». Visto che l’autore è Mirko Zilhay, sarà “una sfida coi fiocchi e con le frange”…
Ancora una volta Roma si è trasformata nell’inconsapevole e sfortunato ostaggio di un altro mostro inafferrabile, un incomprensibile assassino seriale. Di uno strano killer che sembra colpire a caso senza seguire un prestabilito disegno. Di qualcuno che si muove strisciando nelle tenebre, seminando indizi privi di logica. Talmente assurdi e caotici da rendere quasi un rebus tracciare un suo profilo. A quali inimmaginabili abissi di folle crudeltà può arrivare la spaventosa vendetta di una vittima imprigionata?…

L’altra moglie di Kerry Fisher, Nord 2018.
Si tratta di un thriller particolare, dai connotati che tendono al rosa, a conti fatti molto attuale. Leggerlo, potrebbe regalare voce e spinta a tante donne che quotidianamente vengono maltrattate o abusate psicologicamente. Spesso queste donne non trovano qualcuno disposto ad aiutarle perché sono loro stesse ad accettare la situazione, spaventate da ciò potrebbe succedere se non subiscono. Certo, talvolta la facciata può ingannare, anche se basterebbe un nonnulla per sgretolarla. E proprio queste donne, a maggior ragione, devono trovare la forza di parlare con qualcuno, di confidarsi, di mettere a fuoco il loro problema. Insomma bisogna avere il coraggio di ammettere la verità e chiedere aiuto. Dal mio punto di vista la scrittrice, per amore della fiction, ha esasperato un po’ troppo la situazione e il caso che descrive è estremo, tuttavia leggendo le notizie che ogni giorni affollano i media sulla violenza sulle donne, probabilmente ha fatto bene.

Il tatuatore di Alison Belsham, Newton Compton 2018.
Brighton. Francis Sullivan,  un detective molto motivato e ambizioso, ha superato  brillantemente a ventinove anni gli esami per diventare ispettore. Lo spinoso omicidio del “tatuatore” sarà il primo caso che dovrà affrontare come capo della sua squadra. Perché Marni Mullins, una brava tatuatrice ma anche una bella, piacevole trentaseienne, divorziata e madre di famiglia, mentre è impegnata in una Tattoo convention (congresso dei tatuatori proprio a Brighton) alla quale prendono parte anche famosi nomi internazionali,  ha trovato in un cassonetto della spazzatura un corpo orribilmente scuoiato…

 

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Quattro topi nella giungla nera di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Qui Geronimo ha paura di tutto. Ha paura del buio, dei ragni, dei gatti… Per cercare di guarirlo da questa strana malattia, sua sorella Tea, il cugino Trappola e il nipote Benjamin decidono di farlo partecipare a un corso di sopravvivenza nella giungla nera. Corso seguito da altri quattro topi sotto la guida di Arsenia che ogni mattina sveglia i partecipanti con una secchiata di acqua gelida (brrrr!). Un corso terribile, pieno di pericoli e paure (ragni, serpenti, il buio della notte, vertigini…) che rendono più forte Geronimo e lo guariscono dalle sue fobie.
Consiglio di leggere il libro e, a tutti i lettori paurosi, di seguire il corso di Arsenia!

P.S.
Un ringraziamento al mio nipotino di dieci anni che scrive volentieri, con qualche aiuto naturalmente, la presente rubrica. Il mio obiettivo è di infondergli la passione del leggere e dello scrivere. Forza, Johnny! Ma aspetto anche Jessica, ora troppo piccola.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le gialle di Valerio/118: Rondini d’inverno

Maurizio de Giovanni
Rondini d’inverno
Einaudi, 2017
Giallo

Napoli. Fine 1932. Il ricchissimo possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte dal 7 novembre conosce un sentimento nuovo e qualche volta sorride felice. Quel giorno pioveva, ha fermato Enrica di ritorno dal negozio di cappelli e guanti del padre, le ha chiesto di accompagnarla, si sono seduti in una masseria abbandonata dichiarando quel che entrambi, taciturni e illibati, sapevano da tempo, si amavano a distanza. Si baciano appena, decidono di incontrarsi castamente lì di nascosto, ora forse possono iniziare ad amarsi. Lui 32 anni, ciuffo ribelle e pupille verdi, introverso e senza patente; lei 25, alta e poco aggraziata, paziente e con gli occhiali. Lui che si tiene distante da relazioni affettive perché si sente diverso, percepisce chiaramente ultime parole e sentimenti dei morti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Lei che ha capito di volerlo come uomo della vita, rifiuta la corte di un bel maggiore tedesco e le invadenze materne. Il 28 dicembre avviene un fattaccio al teatro Splendor: durante l’ennesima replica del varietà il protagonista spara (non a salve questa volta) e uccide la bruna attrice, sua moglie anche fuori dal palcoscenico. Lui oltre i 50, sulla via del declino; lei meno di 35, bella e acclamata, forse innamorata di un altro. Ricciardi e il fido brigadiere Maione arrestano l’artefice che si dichiara devoto e innocente, così interrogano tutti i teatranti, attori musici ballerine tecnici personale, e rimestano nel torbido. Come pure il dottor Modo che trova in ospedale Lina, quasi uccisa di botte, una prostituta dolce e sensibile, di cui era cliente. Affetti e inchieste si accavallano. Finché qualcuno spara a Ricciardi.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) gestisce in gran forma i mesi di vita dell’amatissimo Ricciardi. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931 siamo al decimo volume e al Capodanno 1932. In copertina la rosa posata vicino al sipario rosso, nel punto in cui Fedora è spirata. Il romanzo inizia in corsivo e in prima, a narrare è chi ha appena sparato al commissario, il 31 dicembre, una voce che torna poi raramente fino all’epilogo. Il successivo prologo riprende il rapporto quasi contemporaneo a noi (presente in tutti i romanzi) fra un vecchissimo musicista e un ragazzo dotato (è primavera): si parla di una bella antica canzone (Rundinella del 1918) e della connessa vicenda dell’unica rondine che non tornò (da cui il titolo), una terza persona che scandisce le storie del passato, il cui dipanarsi avviene in terza varia sui protagonisti dell’amore e delle indagini, dei voli e dei sogni. Un meccanismo sentimentalmente creato e perfettamente oleato, avvincente, delicato, appagante. Con altri tanti personaggi a cui siamo in vario modo legati: dalle due donne sempre innamorate di Ricciardi (Livia e Bianca, prima o poi vi incontreremo!) alla giovanissima bruttissima governante Nelide che sa già cucinare bene cilentano e fa invaghire il magnifico Tanino detto ‘o Sarracino; dai temibili fascisti arrogante potente Garzo e minaccioso misterioso Falco al femminiello Bambinella. E anche chi poco sopporta le persone oneste ai limiti dell’ottusità. I tipici capisaldi (nove frutti) restati non mangiati sulla tovaglia decorata e imbandita (secondo tradizione) sono: i broccoli soffritti, i cinguli cu’ l’alici, il baccalà fritto, le zeppole salate, le nocche ‘i Natali e le pastoredde. La nobiltà può volentieri ascoltare voci d’oltreoceano, nella colonna sonora soprattutto partenopea non mancano Verdi e spagnoli del tempo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/117: La rete di protezione

Andrea Camilleri
La rete di protezione
Sellerio, 2017
Noir

Vigàta (Montelusa, Sicilia). 2015. Salvo Montalbano non ci può credere. Una troupe italo-svedese ha deciso di girare una fiction proprio nei luoghi dove trascorre tutti i santissimi giorni. Qualche mese prima Televigàta aveva chiesto di trovare vecchi filmini superotto in modo di ricostruire come si presentava il paese negli anni Cinquanta. Ora capisce. Piazze e vie sono tornate come allora: via le antenne, i cassonetti, le insegne al neon. È alle porte il gemellaggio Baltico-Mediterraneo Kalmar-Vigàta, fra equivoci e risse. Tecnici, attori e attrici (bionde) sono ovunque. La trama fa riferimento a una ragazza svedese imbarcata come nostromo su un vaporetto proveniente da Kalmar e giunta a Vigàta dove decide di restare dopo varie amorevoli peripezie. Iniziano le riprese e Salvo decide che deve andarsene lui, magari a Boccadasse da Livia: il silenzio è il suo companatico e non si mangia più. Due strani casi lo bloccano. L’anziano ingegnere capo del Comune, Ernesto Sabatello, ha trovato sei filmini del padre tutti girati il 27 marzo alle 10.25 dal 1958 al 1963 che inquadrano di continuo per 3-4 minuti solo un pezzo di muro. Salvo li studia e comincia un’intricata inchiesta personale, rintraccia i luoghi abbandonati della ripresa, ricostruisce il legame fra il padre e lo zio di Ernesto, i gemelli Francesco ed Emanuele (nato infelice) morti l’uno nel maggio 1963, l’altro il 27 marzo 1957. Nella scuola media Pirandello e nella classe III B di Salvuzzo, figlio di Mimì Augello, pare ci sia un caso di bullismo contro un ragazzino esperto del web. Salvo non gli dà peso, è più preoccupato per i tradimenti di Mimì e per le reazioni della moglie Beba, gli sono molto cari. Parte per Genova ma dopo appena due giorni il dovere lo richiama; a cena vede Mimì in un servizio del telegiornale, c’è stata un’irruzione di due mascherati con la pistola proprio in quella classe.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925) continua a non sbagliare un colpo, anzi la mira perfetta si confronta con bersagli sempre nuovi e attuali. Come ormai da quasi tre anni ha dettato il romanzo a Valentina Alferj, per i gravi problemi agli occhi. La struttura è sempre la stessa: capitoli della medesima lunghezza, terza fissa sul protagonista, vigatese stretto. Lo sappiamo: Salvo è attratto dalle faccende giudiziarie ma forse soprattutto “da quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Nel trentesimo libro con le avventure del commissario non ci sono veri e propri crimini e criminali, la storia del passato è una storia d’amore, per quanto triste e irrisolvibile; la storia del presente è pane quotidiano di tanti insegnanti e studenti, complicata da prevenire, reprimere o processare. Vengono trattate con i consueti ironici acume e garbo, senza lunghe riflessioni esistenziali e filosofiche, casi della vita contemporanea per quel che sono, dentro un coacervo di emozioni da commedia, farsa o tragedia sempre stemperate dal contesto ambientale e sociale. Costruirsi una “rete di protezione” (da cui il titolo) è un movente di tante azioni della nostra esistenza, di breve e lungo periodo, ma quando si moltiplicano in ogni luogo e momento, con qualsiasi causa vera e presunta, adottando le più svariate (rischiose) modalità, allora proteggersi può diventare il fine non lo strumento, nella vita e della vita. E forse non serve, riflette Salvo, come lui non è stato indispensabile al proseguo delle esistenze dei protagonisti dei due casi che ha affrontato. Da tempo ha capito che la verità si ri-vela: “certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifero”. Immancabili e deliziosi i siparietti dei dialoghi con Livia, Catarella, Fazio, Ezio (della trattoria), Ingrid e via leggendo, compresi i sogni dei sonni e i pensieri delle passeggiate. Adelina lo sorprende ogni giorno, è ora che ce la facciamo presentare (nei nostri frigo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)