Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2018

Siena d’estate. Trenate di turisti da tutte le parti. Di tutti i tipi e di tutte le specie. Ragazzi, ragazze, file di studenti vocianti, occhi a mandorla o corporature nordiche che si infilano dappertutto ad ammirare, estasiati, le bellezze storiche della città. Pieni, stracolmi, i bar, le pizzerie, le gelaterie, insomma dove ci si possa abbuffare di qualcosa da infilare golosamente nello stomaco. Serpentine di viventi che si snodano per le stradine strette della città come formiche alla ricerca del cibo e di liquidi da tracannare. Un brusio continuo alternato a risate e qualche canto alticcio intonato all’improvviso. Un magna magna pazzesco. Siena d’estate.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke van der Noot, TEA 2018.
“Granducato di Toscana, 1597. L’Italia è ormai caduta in mano agli eserciti stranieri, ma la sua cultura si diffonde in tutta Europa. E non solo quella: anche il denaro. I banchieri più potenti che servono i sovrani europei sono italiani, sono genovesi, sono fiorentini. Firenze è uno stato ricco in mano a una dinastia di banchieri: i Medici. E l’oro dei Medici fa gola a tanti e chi non riesce ad averlo in prestito, può anche cercare di sottrarlo in modo illecito. Per esempio organizzando il rapimento dei figli del granduca Ferdinando I…”
E il rapimento è al centro di questo libro, bello, complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici. Rapimento fissato il 3 dicembre durante la rappresentazione della Dafne di Ottavio Rinuccini (alla fine della seconda scena quando Amore medita la sua vendetta contro Apollo), ma rimandato all’8 per indisposizione della granduchessa nel palazzo di Ferdinando I, attraverso cospiratori travestiti da frati e il classico traditore interno.
Sarà il fratellastro don Giovanni de’ Medici, con l’aiuto del capo della polizia, a condurre un’indagine per scoprire i malfattori che richiederanno un compenso astronomico da portare a Piombino. E qui avverrà uno scontro micidiale…
Libro complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici, dicevo. Ricco di spunti sulla vita, gli abbigliamenti, le cerimonie, i fasti signorili, sui più piccoli dettagli tesi a ricostruire l’atmosfera del tempo. Ricco di dubbi, assilli, momenti di intimità, pathos, tensione, tradimento, paura e morte (ci saranno diversi uccisi e un suicidio). Capitoletti ora brevi ora più ampi a creare un certo ritmo della narrazione attraverso una scrittura che sa essere competente nella ricerca storica e gradevolmente leggera nella finzione.
Di Patrizia Debicke ricordo anche L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013 e La gemma del Cardinale, TEA, 2017.

La lettera sbagliata di Walter S. Masterman, Polillo 2018.
A Scotland Yard il telefono della scrivania del sovrintendente Sinclair comincia a squillare. È la voce di una donna che annuncia la morte del ministro degli Interni a casa sua. “Chi parla?” domanda Sinclair. “Oh, nessuno di speciale, solo l’assassino.”
Inizio niente male. Dopo un po’ arriva l’amico Silvester Collins, avvocato che ha abbandonato la professione forense per diventare un detective dilettante e collaboratore della polizia. Lineamenti marcati, naso piuttosto largo, occhi castano chiari e capelli ricci quasi neri. Estremamente elegante, sportivo e gentile ma si arrabbia se gli amici lo chiamano Sherlock Holmes. Un tipo assai diverso da Sinclair “funzionario esperto senza nessuna genialità” ma ricco di esperienza (ci ricorda il famoso duo). Qualcuno gli ha telefonato dicendogli che voleva proprio lui. E sembrava una donna…
La notizia è vera. Il ministro degli interni, il vedovo Sir James Watson, è stato ucciso nella sua biblioteca con un colpo di pistola alla tempia. Porta sbarrata e finestre chiuse con il fermo. Nessuna via d’uscita per l’eventuale assassino. Ora bisogna indagare sulla famiglia dell’ucciso. A Devon, nella villa di campagna. Qui vive la figlia Mabel con l’anziana domestica e l’anziano maggiordomo, mentre il figlio, in cattivi rapporti con il padre, sembra scomparso. Ma ecco arrivare una lettera al sovrintendente Sinclair, proprio dall’ucciso. Una lettera davvero particolare…
Le indagini bilaterali continuano, ognuno con la propria personalità, i propri mezzi e le proprie capacità (“Le cose semplici non soddisfano mai Collins”). Il caso si fa sempre più complesso, aumentano i sospettati: oltre al figlio dell’ucciso anche Lewis, assistente di Sinclair, che sparisce; il segretario personale di Sir James e perfino uno che si autoaccusa! A tutto questo si aggiunge il fatto strano del maggiordomo di Mabel che rivede l’ucciso, dice lui, “vivo e vegeto”. Incredibile…
Momenti di tensione, l’ululare del vento, passi furtivi, appostamenti al buio, il solito testamento particolare, una “simpatia” nascente tra Mabel e Collins a creare impasto di emozioni diverse. Pure una stilettata alla polizia “Se un uomo finisce nelle grinfie della legge non importa poi molto che sia colpevole oppure no. Ha le stesse probabilità di cavarsela di una mosca intrappolata in una ragnatela” secondo Collins. Pressioni dall’alto per chiudere il caso al più presto (un classico) e il problema, già detto ma essenziale, di capire come abbia fatto l’assassino ad uccidere in una stanza ermeticamente chiusa (altro classico).
Immancabile colpo di scena finale con relativa spiegazione di Collins che ha capito tutto. Ma anche Synclair ha da dire la sua… Un consiglio ai lettori. Non fidatevi delle apparenze. Non fidatevi!
Il libro uscì nel 1926 con una prefazione lusinghiera di Chesterton. E questo è già un bel marchio di qualità.

Fragile è la notte di Angelo Petrella, Marsilio 2018.
Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone.
Un omicidio. La ricca Ester Fornaro, divorziata da un imprenditore edile, e assatanata di sesso anche estremo, ora ai piedi della torre “la testa fracassata sull’acciottolato e le viscere che si mischiavano al plasma.” Volo di quindici metri, occhio destro fuori dall’orbita.
Bisogna indagare. Carbone deve sostituire il suo diretto superiore Lettieri richiamato a Roma per un vecchio caso (anche questo un tipetto niente male), e collaborare, forzatamente, con il vicequestore capo Tagliamonte che lo aveva scoperto tempo fa nei suoi loschi affari e spedito dritto a Posillipo. Si parte dal luogo del delitto. A colloquio con il cingalese Roshan, il domestico filippino che non sa nulla ma si avverte che nasconde qualcosa…
Tutto sembra risolto quando viene incastrato uno degli amanti di Ester. Il caso è chiuso, secondo gli alti papaveri del comando. Ma non per il Nostro che sta seguendo una pista tutta sua, con la rabbia che gli monta addosso insieme alla malinconia, ad una “strana tristezza” e ai ricordi struggenti di Laura. In continuo pericolo, due macchine che lo seguono, la mente in assillo tra un Macallan e l’altro al Copacabana e per ogni dove, il classico video, o spezzone di filmato, che “indirizza”, la verità ad ogni costo, scontro finale con botte da orbi e pistolettate da tutte le parti. Ritmo indiavolato tanto da farci restare ad ogni pagina sul chi vive, stile asciutto, veloce, senza tanti fronzoli, all’osso.
La storia è un viaggio negli ambienti torbidi del potere, un rimestamento nel marcio della polizia dentro una Napoli “puttana”, ricca, benestante, viziata, corrotta e una “terra di nessuno abbandonata all’oscenità”, tra tossici, alcolizzati, dove tutto fa pena: i treni, le rovine, perfino il mare.
Libro sponsorizzato da Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni. Viatico mica da poco. Un lettore, però, ha scritto “Diciamoci la verità: chi ce lo vede un novello Callaghan, con la bottiglia di Mcallan in una mano e la 44Magnum nell’altra, a seminare panico per le viuzze striminzite del Moiariello e gli stradoni desolati di Via Petrarca?”.
Praticamente un personaggio da hard-boiled de noantri con tutta la forza e la malinconica fragilità della vita. Ma, senza fare paragoni impossibili con i grandi americani, si legge volentieri lo stesso.

L’impronta dell’assassino di Cornell Woolrich, Mondadori 2018.
Sei racconti di classe. Ovvero l’irridente ironia del Destino e, direi pure, dello Scrittore…
L’impronta dell’assassino
I gatti. Il miagolio terribile dei gatti Mia-ooo!… Mia-ooo! che proviene da quattro piani di sotto. Tutto ha inizio da questo sconvolgente miagolio. Tom Quinn, che non ne può più, lancia contro di loro dalla finestra anche le scarpe. Su ordine della moglie deve andare a riprenderle subito, ma non le trova. Scarpe che costeranno a Tom un bel po’ di guai perché una loro impronta viene trovata sul luogo di un delitto. Accusato di omicidio rischia perfino la pena di morte. Ma c’è l’investigatore Bob White a difenderlo. Se la caverà?…
Alle tre in punto
“Uccidila! Uccidila! Uccidila!” è il grido interiore del signor Stapp. Lui è fatto così, non rivela mai all’esterno i rancori che cova dentro di sé. In questo caso contro la moglie che, evidente, lo tradisce. Così si appresta a farla saltare in aria con un piano assai ingegnoso. Solo che, quando tutto è pronto e l’orologio si mette in moto per l’ora cruciale stabilita, tic-tac, tic-tac, tic-tac… arrivano due ladri e…
Se dovessi morire prima di svegliarmi
I lecca lecca sono al centro di questa vicenda. Racconta la storia in prima persona Tommy, ragazzino di dodici anni figlio di un poliziotto. I lecca lecca arrivano improvvisamente nelle mani di una compagna di classe, Millie Adams, presa in giro da tutti. Ma ora ha questa arma attraente e Tommy diventa suo amico, così potrà goderne anche lui. Li riceve da un “signore”, dice lei. È un segreto, Tommy deve giurare di mantenerlo. Poi la ragazzina scompare… E il fattaccio si ripeterà in seguito con un’altra compagna di classe.
Un mazzo di rose rosse
Un mazzo di rose rosse che portano sfortuna. Addirittura la morte. Alla sorella minore di Marcia, quest’ultima fidanzata con Tommy, amico di Richard che racconta la storia. Uccisa da una rosa rossa “il cui stelo è stato spruzzato con qualche sostanza velenosa.” Mazzo di rose consegnato da un fattorino, prenotato dallo stesso Richard per il party di fidanzamento. Tom indaga. È perplesso. Non può essere il suo amico l’artefice…anche perché senz’altro c’è sotto lo zampino della precedente fidanzata, la terribile Fortescue… Se ne vedranno delle belle.
Un delitto vale l’altro
A Chicago Brains Donleay va dal suo amico Fade Williams. Ha bisogno di un alibi come già successo in passato. Lui è un esperto in questo genere di cose. Deve uccidere un tipo che gli ha rotto le scatole, ma non ha intenzione di farglielo conoscere. Bene, affare fatto dopo che ha pagato gli arretrati. Tutto perfetto, tutto studiato. Ora Brains ha davanti a sé l’odiata vittima. Comincia a parlarci ma…sembra un altro, diverso, non lo faceva così…
La scappatoia
Gary Severn esce a prendere il giornale. Lo fa tutti i giorni. Solo che questa volta qualcuno lo segue. E lo arresta per omicidio, addirittura di un poliziotto. I testimoni affermano che è lui il colpevole. Rischia la pena capitale. Se non fosse che qualcuno può scagionarlo. Arriverà in tempo?…
Sei racconti di classe. Una lotta disperata fra il lettore e lo Scrittore per capire, indovinare il seguito, almeno una parte, se non come va a finire. Pagina dopo pagina i dubbi, le incertezze, i capovolgimenti di fronte, i momenti di esaltazione (ce l’ho fatta) e di abbattimento (non ce l’ho fatta). Tutto è così difficile nella vita, tutto è così contorto e frastagliato. Niente di lineare. I personaggi ce la mettono tutta per raggiungere i loro scopi, progettano, pianificano, lottano. Invano, che il Destino, e direi pure lo Scrittore, se la ridono beffardi.

Un giretto tra i miei libri
L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklin, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto. Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.

A scuola nelle materie scientifiche ero un broccolo. Quando c’era da calcolare l’acqua nella vasca da bagno con il maledetto rubinetto che perdeva (ma perché non lo riparavano?), il mio era uno sguardo fisso nel vuoto. Il primo impulso di fronte a L’anomalia di Massimiliano Pieraccini, Rizzoli 2011, con una formula di non so che cosa subito sotto, è stato di ripulsa. Poi ho pensato che da grandi non bisogna avere paura di niente e l’ho preso quasi d’istinto.
Qui mi sono trovato di fronte all’anomalia di Catt, al teorema di Gödel, all’equazione di quello e di quell’altro, a discussioni sull’esistenza di Dio, sulla complessità della scienza, al problema delle centrali nucleari e delle armi nucleari, batteriologiche e chimiche che mi hanno scombussolato e nello stesso tempo fortemente interessato (il problema energetico è all’ordine del giorno).
Veniamo al sodo. Il Prof. Massimo Redi è invitato dalla fondazione “Ettore Majorana”, creata dal prof. Antonino Zichichi, a Erice, in Sicilia, per discutere sulle grandi emergenze planetarie (ci sarà pure il Papa). Al momento della partenza l’incontro con suo ex allievo Fabio Moebius, analista di reti informatiche, che gli chiede uno strappo proprio ad Erice.
Tutto bene fino a quando non viene trovato in fin di vita nella sua stanza Alexander Kaposka, fisico ucraino che aveva scritto un rapporto negativo sulla sicurezza della centrale nucleare di Chernobyl. La faccenda si complica, per Massimo, con l’entrata in scena di Giulia Perego, la sua ex amante che lo aveva tradito e fatto soffrire e con l’accusa di essere addirittura lui stesso l’assassino di Kaposka.
Atmosfera plumbea, nebbia da brivido, Erice bloccata dalla polizia e i nostri eroi che se la svignano attraverso un condotto sotterraneo. Tre piani di lettura: quello scientifico, quello “giallo” e quello della storia d’amore (o meglio i ricordi) che si intersecano fra loro, con risultati decisamente ondivaghi.
Ne risente soprattutto la parte gialla (qualche “disinvoltura” e ingenuità di troppo) che si avverte frutto del neofita.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia, di Giulio Leoni, Editrice Nord 2018.
L’avventurosa vita dell’uomo che aveva ispirato Il Principe a Niccolò Machiavelli (che poi però meditò meglio e decise di dedicarlo a Giulio II), raccontata da Giulio Leoni, uno dei più geniali scrittori di thriller e fiction storica italiani. Cesare Borgia, cardinale, guerriero, figlio legittimato di papa Alessandro VI e di Vannozza Cattenei, politico ambizioso, poi “scardinalatosi” dopo l’assassinio del fratello Juan duca di Gandia, duca di Valentinois (italicamente il “Valentino”) per volere di Luigi XII di Francia dopo il suo matrimonio con Charlotte d’Albret sorella del sovrano di Navarra, è stato quel condottiero che dopo aver riempito i libri del Guicciardini e Machiavelli, ha fatto volare la penna di tanti saggisti e romanzieri. Giulio Leoni, stavolta, intraprende la sua impresa narrativa prendendo di petto questo protagonista della storia e regalandogli una sfaccettatura abbastanza diversa da quelle finora conosciute, il sogno di calcare le orme di Alessandro il grande. Di assoggettare un nuovo mondo…

Dopo il successo È così che si uccide e La forma de buio, Mirko Zilahy torna in libreria con una terza, diabolicamente incisiva sfida al lettore che, ancora una volta, varca i limiti noti del thriller. La sua Roma si esibisce, trasformandosi in una jungla crudele, tenebrosa, dove domina un bieco razzismo indiscriminato che miete vittime per le strade e il pericolo è in agguato nelle tenebre. La presentazione editoriale di Così crudele è la fine (Longanesi 2018) recita: «In una Roma attraversata da omicidi silenziosi ed enigmatici, che gettano una luce nera sulla città, il commissario e profiler Enrico Mancini per la prima volta dopo molto tempo accoglie la sfida con nuova determinazione». Visto che l’autore è Mirko Zilhay, sarà “una sfida coi fiocchi e con le frange”…
Ancora una volta Roma si è trasformata nell’inconsapevole e sfortunato ostaggio di un altro mostro inafferrabile, un incomprensibile assassino seriale. Di uno strano killer che sembra colpire a caso senza seguire un prestabilito disegno. Di qualcuno che si muove strisciando nelle tenebre, seminando indizi privi di logica. Talmente assurdi e caotici da rendere quasi un rebus tracciare un suo profilo. A quali inimmaginabili abissi di folle crudeltà può arrivare la spaventosa vendetta di una vittima imprigionata?…

L’altra moglie di Kerry Fisher, Nord 2018.
Si tratta di un thriller particolare, dai connotati che tendono al rosa, a conti fatti molto attuale. Leggerlo, potrebbe regalare voce e spinta a tante donne che quotidianamente vengono maltrattate o abusate psicologicamente. Spesso queste donne non trovano qualcuno disposto ad aiutarle perché sono loro stesse ad accettare la situazione, spaventate da ciò potrebbe succedere se non subiscono. Certo, talvolta la facciata può ingannare, anche se basterebbe un nonnulla per sgretolarla. E proprio queste donne, a maggior ragione, devono trovare la forza di parlare con qualcuno, di confidarsi, di mettere a fuoco il loro problema. Insomma bisogna avere il coraggio di ammettere la verità e chiedere aiuto. Dal mio punto di vista la scrittrice, per amore della fiction, ha esasperato un po’ troppo la situazione e il caso che descrive è estremo, tuttavia leggendo le notizie che ogni giorni affollano i media sulla violenza sulle donne, probabilmente ha fatto bene.

Il tatuatore di Alison Belsham, Newton Compton 2018.
Brighton. Francis Sullivan,  un detective molto motivato e ambizioso, ha superato  brillantemente a ventinove anni gli esami per diventare ispettore. Lo spinoso omicidio del “tatuatore” sarà il primo caso che dovrà affrontare come capo della sua squadra. Perché Marni Mullins, una brava tatuatrice ma anche una bella, piacevole trentaseienne, divorziata e madre di famiglia, mentre è impegnata in una Tattoo convention (congresso dei tatuatori proprio a Brighton) alla quale prendono parte anche famosi nomi internazionali,  ha trovato in un cassonetto della spazzatura un corpo orribilmente scuoiato…

 

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Quattro topi nella giungla nera di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Qui Geronimo ha paura di tutto. Ha paura del buio, dei ragni, dei gatti… Per cercare di guarirlo da questa strana malattia, sua sorella Tea, il cugino Trappola e il nipote Benjamin decidono di farlo partecipare a un corso di sopravvivenza nella giungla nera. Corso seguito da altri quattro topi sotto la guida di Arsenia che ogni mattina sveglia i partecipanti con una secchiata di acqua gelida (brrrr!). Un corso terribile, pieno di pericoli e paure (ragni, serpenti, il buio della notte, vertigini…) che rendono più forte Geronimo e lo guariscono dalle sue fobie.
Consiglio di leggere il libro e, a tutti i lettori paurosi, di seguire il corso di Arsenia!

P.S.
Un ringraziamento al mio nipotino di dieci anni che scrive volentieri, con qualche aiuto naturalmente, la presente rubrica. Il mio obiettivo è di infondergli la passione del leggere e dello scrivere. Forza, Johnny! Ma aspetto anche Jessica, ora troppo piccola.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Le gialle di Valerio/118: Rondini d’inverno

Maurizio de Giovanni
Rondini d’inverno
Einaudi, 2017
Giallo

Napoli. Fine 1932. Il ricchissimo possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte dal 7 novembre conosce un sentimento nuovo e qualche volta sorride felice. Quel giorno pioveva, ha fermato Enrica di ritorno dal negozio di cappelli e guanti del padre, le ha chiesto di accompagnarla, si sono seduti in una masseria abbandonata dichiarando quel che entrambi, taciturni e illibati, sapevano da tempo, si amavano a distanza. Si baciano appena, decidono di incontrarsi castamente lì di nascosto, ora forse possono iniziare ad amarsi. Lui 32 anni, ciuffo ribelle e pupille verdi, introverso e senza patente; lei 25, alta e poco aggraziata, paziente e con gli occhiali. Lui che si tiene distante da relazioni affettive perché si sente diverso, percepisce chiaramente ultime parole e sentimenti dei morti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Lei che ha capito di volerlo come uomo della vita, rifiuta la corte di un bel maggiore tedesco e le invadenze materne. Il 28 dicembre avviene un fattaccio al teatro Splendor: durante l’ennesima replica del varietà il protagonista spara (non a salve questa volta) e uccide la bruna attrice, sua moglie anche fuori dal palcoscenico. Lui oltre i 50, sulla via del declino; lei meno di 35, bella e acclamata, forse innamorata di un altro. Ricciardi e il fido brigadiere Maione arrestano l’artefice che si dichiara devoto e innocente, così interrogano tutti i teatranti, attori musici ballerine tecnici personale, e rimestano nel torbido. Come pure il dottor Modo che trova in ospedale Lina, quasi uccisa di botte, una prostituta dolce e sensibile, di cui era cliente. Affetti e inchieste si accavallano. Finché qualcuno spara a Ricciardi.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) gestisce in gran forma i mesi di vita dell’amatissimo Ricciardi. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931 siamo al decimo volume e al Capodanno 1932. In copertina la rosa posata vicino al sipario rosso, nel punto in cui Fedora è spirata. Il romanzo inizia in corsivo e in prima, a narrare è chi ha appena sparato al commissario, il 31 dicembre, una voce che torna poi raramente fino all’epilogo. Il successivo prologo riprende il rapporto quasi contemporaneo a noi (presente in tutti i romanzi) fra un vecchissimo musicista e un ragazzo dotato (è primavera): si parla di una bella antica canzone (Rundinella del 1918) e della connessa vicenda dell’unica rondine che non tornò (da cui il titolo), una terza persona che scandisce le storie del passato, il cui dipanarsi avviene in terza varia sui protagonisti dell’amore e delle indagini, dei voli e dei sogni. Un meccanismo sentimentalmente creato e perfettamente oleato, avvincente, delicato, appagante. Con altri tanti personaggi a cui siamo in vario modo legati: dalle due donne sempre innamorate di Ricciardi (Livia e Bianca, prima o poi vi incontreremo!) alla giovanissima bruttissima governante Nelide che sa già cucinare bene cilentano e fa invaghire il magnifico Tanino detto ‘o Sarracino; dai temibili fascisti arrogante potente Garzo e minaccioso misterioso Falco al femminiello Bambinella. E anche chi poco sopporta le persone oneste ai limiti dell’ottusità. I tipici capisaldi (nove frutti) restati non mangiati sulla tovaglia decorata e imbandita (secondo tradizione) sono: i broccoli soffritti, i cinguli cu’ l’alici, il baccalà fritto, le zeppole salate, le nocche ‘i Natali e le pastoredde. La nobiltà può volentieri ascoltare voci d’oltreoceano, nella colonna sonora soprattutto partenopea non mancano Verdi e spagnoli del tempo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/117: La rete di protezione

Andrea Camilleri
La rete di protezione
Sellerio, 2017
Noir

Vigàta (Montelusa, Sicilia). 2015. Salvo Montalbano non ci può credere. Una troupe italo-svedese ha deciso di girare una fiction proprio nei luoghi dove trascorre tutti i santissimi giorni. Qualche mese prima Televigàta aveva chiesto di trovare vecchi filmini superotto in modo di ricostruire come si presentava il paese negli anni Cinquanta. Ora capisce. Piazze e vie sono tornate come allora: via le antenne, i cassonetti, le insegne al neon. È alle porte il gemellaggio Baltico-Mediterraneo Kalmar-Vigàta, fra equivoci e risse. Tecnici, attori e attrici (bionde) sono ovunque. La trama fa riferimento a una ragazza svedese imbarcata come nostromo su un vaporetto proveniente da Kalmar e giunta a Vigàta dove decide di restare dopo varie amorevoli peripezie. Iniziano le riprese e Salvo decide che deve andarsene lui, magari a Boccadasse da Livia: il silenzio è il suo companatico e non si mangia più. Due strani casi lo bloccano. L’anziano ingegnere capo del Comune, Ernesto Sabatello, ha trovato sei filmini del padre tutti girati il 27 marzo alle 10.25 dal 1958 al 1963 che inquadrano di continuo per 3-4 minuti solo un pezzo di muro. Salvo li studia e comincia un’intricata inchiesta personale, rintraccia i luoghi abbandonati della ripresa, ricostruisce il legame fra il padre e lo zio di Ernesto, i gemelli Francesco ed Emanuele (nato infelice) morti l’uno nel maggio 1963, l’altro il 27 marzo 1957. Nella scuola media Pirandello e nella classe III B di Salvuzzo, figlio di Mimì Augello, pare ci sia un caso di bullismo contro un ragazzino esperto del web. Salvo non gli dà peso, è più preoccupato per i tradimenti di Mimì e per le reazioni della moglie Beba, gli sono molto cari. Parte per Genova ma dopo appena due giorni il dovere lo richiama; a cena vede Mimì in un servizio del telegiornale, c’è stata un’irruzione di due mascherati con la pistola proprio in quella classe.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925) continua a non sbagliare un colpo, anzi la mira perfetta si confronta con bersagli sempre nuovi e attuali. Come ormai da quasi tre anni ha dettato il romanzo a Valentina Alferj, per i gravi problemi agli occhi. La struttura è sempre la stessa: capitoli della medesima lunghezza, terza fissa sul protagonista, vigatese stretto. Lo sappiamo: Salvo è attratto dalle faccende giudiziarie ma forse soprattutto “da quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Nel trentesimo libro con le avventure del commissario non ci sono veri e propri crimini e criminali, la storia del passato è una storia d’amore, per quanto triste e irrisolvibile; la storia del presente è pane quotidiano di tanti insegnanti e studenti, complicata da prevenire, reprimere o processare. Vengono trattate con i consueti ironici acume e garbo, senza lunghe riflessioni esistenziali e filosofiche, casi della vita contemporanea per quel che sono, dentro un coacervo di emozioni da commedia, farsa o tragedia sempre stemperate dal contesto ambientale e sociale. Costruirsi una “rete di protezione” (da cui il titolo) è un movente di tante azioni della nostra esistenza, di breve e lungo periodo, ma quando si moltiplicano in ogni luogo e momento, con qualsiasi causa vera e presunta, adottando le più svariate (rischiose) modalità, allora proteggersi può diventare il fine non lo strumento, nella vita e della vita. E forse non serve, riflette Salvo, come lui non è stato indispensabile al proseguo delle esistenze dei protagonisti dei due casi che ha affrontato. Da tempo ha capito che la verità si ri-vela: “certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifero”. Immancabili e deliziosi i siparietti dei dialoghi con Livia, Catarella, Fazio, Ezio (della trattoria), Ingrid e via leggendo, compresi i sogni dei sonni e i pensieri delle passeggiate. Adelina lo sorprende ogni giorno, è ora che ce la facciamo presentare (nei nostri frigo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/150: Delitti a luci rosse

Autori Vari
Titolo Delitti a luci rosse
Editore Einaudi
Anno 2017

Eros noir. Ovunque. Undici racconti di autori non solo italiani non solo contemporanei costituiscono la raccolta (utile nell’afa estiva) Delitti a luci rosse, a cura di Fabiano Massimi. Trovate testi (perlopiù già editi e riferiti agli ultimi due secoli di letteratura, o quasi) di Carlo Lucarelli, Andrew Klavan, James Grady, Joyce Carol Oates, Ed McBain, Guy de Maupassant, Arthur Schnitzler, Alfred de Musset, Guido Cantini, Gianni Biondillo, Joe R. Lansdale. Uomini soprattutto, dunque. Senza spiegazioni, note o commenti, leggiamo storie gialle o nere o sanguinarie, in cui il crimine interviene a causa o accanto a pulsioni, pratiche e ossessioni carnali e sessuali. Il “tema” intrattiene ma non giustifica tempi e luoghi: la selezione appare discutibile e assolutamente decontestualizzata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/116: Quelli che meritano di essere uccisi

Peter Swanson
Quelli che meritano di essere uccisi
Einaudi, 2017
Traduzione di Letizia Sacchini

Londra, Boston e Maine. Poco tempo fa. All’aeroporto londinese di Heathrow il bel 38enne Ted Severson, consulente plurimilionario, incontra una giovane archivista, eterea magra sul metro e settanta, davvero carina, Lily Kintner, lunghi capelli rossi, meravigliosi occhi di un verde-azzurro cangiante, pelle bianca inabbronzabile, lentiggini affascinanti su braccia e collo, cresciuta selvatica in una magione vittoriana immersa nei boschi del Connecticut coi liberi creativi genitori, il padre David, famoso romanziere inglese, e la madre Sharon, espressionista astratta. Lily sta tornando nella patria Usa dove aver visitato il padre in carcere, arrestato per aver ucciso la seconda moglie in un incidente d’auto, ubriaco al volante. Prima nella business lounge, poi in business class Ted inizia a parlarle dell’appariscente moglie Miranda, gambe lunghe e seno generoso, scura e carnosa; sposati da tre anni a Boston, in procinto di inaugurare una casa strabiliante sulla costa meridionale del Maine. Racconta che si è praticamente trasferita già lì in albergo, la settimana prima lui ha scoperto per caso (con l’aiuto di un binocolo) che si gode un’intensa relazione sessuale col capocantiere Brad. Ted confessa che avrebbe voglia di ammazzarla, Lily non si scompone e dice che allora lo aiuterà e poi gli spiegherà perché (aveva ucciso un uomo che voleva farsela, appena 14enne, buttando poi il corpo in un pozzo). Fanno un piano, cercano vendetta e un poco si desiderano. Non è mai escluso che ci si possa eccitare nel pensare di avere ragioni per uccidere. Lily non se ne pentirà mai. E forse Miranda non le è estranea.

Lo scrittore americano Peter Swanson (Concord, Massachusetts, 1968) costruisce uno scanzonato lucido noir di relazioni oscure. Tutti raccontano in prima persona, nella prima parte Ted e Lily, nella seconda parte Lily e Miranda, nella terza (finale) parte Henry Kimball, l’agente che investiga sull’omicidio, e ancora Lily. È lei ad aver maturato precocemente che qualcuno merita di essere ucciso (da cui il titolo, The Kind Worth Killing, originale del 2015), è intorno a lei che ruota tutta la storia, dotata di un senso morale animale (diverso da quello umano). “Onestamente, non credo che l’omicidio sia così brutto come lo dipingono. Tutti dobbiamo morire… Uccidendo tua moglie, anticiperesti solo la fine a cui è destinata per natura… Quando qualcuno abusa del suo potere, oppure dell’amore degli altri come ha fatto Miranda, be’, quel qualcuno merita di morire… Uccidere somiglia a un prurito che non riesci mai a placare del tutto”. Per altro non risultano esemplari gli uomini che incrociano la sua vita, il pittore Chet con la bava alla bocca o l’ingenuo furbastro competitivo politicante Eric, presidente della confraternita letteraria. I personaggi leggono tutti abbastanza (Lily tanti gialli inglesi), perlopiù sono sinceri bugiardi, stanno poco sui social. Pinot grigio con le linguine alle vongole, unico piatto che viene bene a Ted, il quale sceglie lo Syrah Vecchio Mondo per l’agnello preparatogli dalla moglie in viaggio d’interesse. Al bar Lily ascolta Eagles e Stones, conosce ma non ama il jazz perché le ricorda i genitori; Miranda sopporta i Radiohead nei languidi party.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/115: I guardiani di Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni
I guardiani
Rizzoli, 2017
Noir

Napoli. Dicembre 2016. Il direttore del dipartimento di Scienze antropologiche ed etnologiche dell’università chiama Marco di Giacomo (MdG), docente di Storia delle religioni, e il suo assistente Brazo Moscati. Li considera assurdi e indisponenti; comunque arriva in città la giornalista archeologa (con madre italiana) Ingrid Schultz di “Kultur Zeitung”, importante rivista di divulgazione scientifica tedesca, capelli biondi e occhi azzurri; vuole occuparsi di culti antichi, luoghi sacri, sciamani (e fesserie del genere) e (incredibilmente) ha chiesto di loro; debbono sospendere ogni attività didattica e starle dietro, accompagnarla, edulcorarla, offrirle pasti e giri con nota spese. Marco ha 42 anni, capelli castani e baffi brizzolati, è magro alto presbite, disordinato allampanato attraente; era stato uno dei più brillanti antropologi della sua generazione, una vera e propria promessa; convinto che ci fosse rapporto tra la natura geofisica dei siti e i luoghi permanenti di culto, 16 anni prima avviò una ricerca geniale e innovativa, ma carente di supporti; ora è in disgrazia, diffidente guardingo ateo livoroso, con pochi studenti e tesisti trattati pure male. Brazo ha 23 anni, figlio adottivo di un avvocato facoltoso, pallido smunto miope servizievole, convinto delle strane idee e innamorato della bella coetanea nipote del suo professore, Lisi. Anche lei si era laureata con lui. È una tipa speciale, capelli rasati da un lato e lunghi dall’altro, intuitiva geniale, in contatto con pochi adepti in tutto il mondo per confermare e aggiustare l’ipotesi dell’affezionato zio, le chiedono di unirsi alle visite di Ingrid. Siamo nel solstizio d’inverno, accadono strani fatti sottoterra come ogni volta ogni trent’anni, forse omicidi, inizia uno stimolante viaggio nella Napoli profonda.

Il grande scrittore Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è notoriamente innamorato della sua città, in ogni sua manifestazione. MdG qui ce ne fa conoscere aspetti meno noti, avviando una serie (di almeno tre romanzi) molto adatta a un pubblico giovane e destinata a un’imminente trasposizione televisiva. Napoli ha il fuoco sotto, cava quasi integralmente, centinaia di metri in profondità di tufo sedimenti strati, di cunicoli grotte nicchie, di scale passaggi gallerie, di canali serbatoi depositi, il tracciato ortogonale della città greca poi romana, spazi e momenti dei culti di tanti dei in varie epoche, sempre in contatto verticale col mondo esterno. Un coraggioso de Giovanni ci guida con acume e passione attraverso miti magie superstizioni dell’arcana Napoli esoterica, un percorso nel Tempo: la chiesa della Pietrasanta, la cappella Sansevero, la statua del dio Nilo al centro del Triangolo egizio, via Francesco del Giudice (già via della Luna). Se volete conoscere percorsi alternativi a quelli già amati per l’aria e il paesaggio, per i sapori e gli odori, per i colori e i suoni, usate il libro come traccia colta e sorprendente: i luoghi misteriosi non finiscono qui. La prima avventura inizia il tour e la sfida; funziona meno per l’intreccio e il cast, entrambi un poco forzati, un’avventura disordinata e personaggi tutti almeno bipolari (come ovvio, visto che alcuni son là da millenni e secoli). La narrazione alterna in bell’italiano, ora al presente ora al passato, i gruppi destinati a confliggere epicamente nella serie: il Maestro (l’erede primo degli Architetti) capo del segreto lontano Centro tecnologico in una rara prima persona, poi in terza varia il Padre con gli ignari Guardiani dei Luoghi (da cui il titolo), la Madre (in corpo di bimba) che è badata e vede più lontano, le “nostre” due coppie di amici in via di innamoramento e in costante pericolo. Cibi e musiche verranno dopo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/148: Fino alla morte

Autore Ed McBain
Titolo Fino alla morte
Editore Einaudi
Traduzione di Andreina Negretti
Anno 2017

L’Isola della Città. Estate 1959. Teddy Carella è incinta. Sono prossimi sia il parto che il matrimonio della sorella Angela. Però il futuro sposo Tommy Giordano viene minacciato di morte e gli arriva pure una scatola con una vedova nera. Sarà Steve, detective dell’87° Distretto, a doversene occupare, in mezzo ai preparativi per le cerimonie e alle emozioni per l’imminente paternità.
Einaudi ha saggiamente deciso di ripubblicare Ed McBain, che, nato Salvatore Albert Lombino, si chiamò Evan Hunter (New York, 1926 – Weston, 2005) e scelse quello pseudonimo per le serie dei gialli conosciuti in tutto il mondo. Verranno pubblicati due romanzi per ogni decennio di attività, iniziò con tre romanzi nel 1956, questa è la nona avventura del 1959, Fino alla morte, titolo nuovo (più simile all’americano), stessa traduzione di precedenti edizioni, cura e ottima prefazione di Maurizio de Giovanni. Isola è Manhattan (ruotata di 90 gradi), La Città è New York, protagonista la squadra. Imperdibile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/114: Nero di mare

Pasquale Ruju
Nero di mare
Edizioni e/o, 2017
Noir

Sardegna. Estate. Francesco Livio Zannargiu, in arte Franco Zanna, è originario di Raulei in provincia di Nuoro. Prese il massimo dei voti alla maturità classica nel capoluogo; iniziò Giurisprudenza a Torino, arrivando quasi alla laurea con una media altissima; ben presto si avvicinò ad ambienti anarchici e gruppi extraparlamentari, partecipando a movimenti, resistenze, disordini; con la Canon di seconda mano intraprese il mestiere di fotografo e cronista investigativo. Un giorno di fine anni novanta il suo reportage su una mazzetta finì addirittura in prima pagina; il giorno dopo scomparve, lasciando casa, lavoro e la fidanzata Carla (incinta). Lo ritroviamo diciassette anni dopo sull’isola nativa, sempre ai margini e in bolletta, solitario, alcolista, attaccabrighe, discreto cuoco, paparazzo; si mantiene lavorando per il gossip e avvistando furbamente coppie clandestine e celebrità di passaggio. Vive a Porto Sabore e scatta in Costa Smeralda. Incappa in Remo Girardi, noto opinionista televisivo, con la bellissima (amante) Lena Meier, una escort rossa e slanciata che ha lasciato la Svizzera e vive (benino) in Sardegna. Per un incidente non può usare le foto; Irene, la direttrice dell’agenzia pettegola di Olbia è arrabbiata con lui, un tempo si dilettavano a letto insieme oltre che sul lavoro. Poi però Lena lo contatta, ha paura per un incontro allargato che Remo gli ha procurato, ci va e scompare. Pessimi elementi vanno da Franco a dargli una dolorosa lezione proprio quando arriva a trovarlo per un mese la figlia Valentina (riuscita l’anno prima a trovarne orme su internet), stessi capelli neri e occhi screziati di verde della madre. Per salvarla chiede aiuto al parente (cugino del padre) latitante in montagna, “zio” Gonario, ottima persona. E si butta a corpo (quasi) morto sulle tracce di Lena.

L’architetto doppiatore fumettista sceneggiatore (fra l’altro di Dylan Dog) Pasquale Ruju (Nuoro, 1962) opera al Nord e resta ancorato ai luoghi belli della natia isola, non solo il mare dell’arcipelago a nord-est, anche Gennargentu e Barbagia, vien proprio voglia di tornarci. Dopo un ottimo esordio, col secondo romanzo narra in prima persona una storia nera, il Nero dove ci si tuffa per perdersi o ritrovarsi (da cui il titolo ma non la sfumata copertina), hard-boiled rispetto ai noiosissimi romanzi gialli che il protagonista talvolta legge. Franco si trova d’improvviso catapultato in una drammatica avventura di rimpianti e ricatti, d’amore e di riscatto, segnato dall’amore per l’adorabile figlia. Ben delineati tutti i personaggi del passato e del presente (soprattutto i vip e lo zio brigante antico e moderno), brevi tratti chiari e netti (e molti muoiono, a riprova della maestria del genere), in azioni aspre e asciutte stile Carlotto, conferma di una collezione tutta di grande qualità, Sabot/age, giunta ormai a ben 25 titoli di autori italiani. Attenzione al livello di insulina nel sangue del bravo commissario capo della questura Mario Ventura. E a quello di alcol nel corpo di Franco: rum, mirto, whisky, vino. Quando è brilla e gaudente Irene canta Vasco e si confessa sul sesso: “La verità è che mi piaceva troppo. Troppo. E non va bene. Ne avevo sempre voglia, perché… tu e io…”

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/147: Odio gli sbirri

Autore Ed McBain
Titolo Odio gli sbirri
Traduzione di Andreina Negretti
Editore Einaudi
Anno 2017

Isola. Estate 1956. Qualcuno uccide il buon poliziotto Mike Reardon, per strada di notte mentre va a prendere servizio all’87° Distretto. Arrivano sul posto i suoi due colleghi, Stephen Steve Carella (alto e snello, spalle larghe e fianchi stretti, corti capelli castani, occhi a mandorla) e Bush (proprio così). Moriranno poi altri due poliziotti, pur non risultando connessioni personali fra i tre. Rischia la vita della fidanzata sordomuta Theodora Teddy Franklin ma alla fine Carella risolve il caso e il 19 agosto si sposano.
Odio gli sbirri di Ed McBain (Evan Hunter, 1926-2005) è una pietra miliare dell’intera storia globale del romanzo giallo, l’autore uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, questo il primo di una meravigliosa serie di 55 che terminerà solo con la sua morte, qui nuovo titolo (richiama l’originale) e stessa traduzione di precedenti edizioni, con prefazione di de Giovanni. Quante volte lo avremo riletto, Maurizio? Noi continuiamo, voi iniziate!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/112: Corruzione di Don Winslow

Don Winslow
Corruzione
Einaudi, 2017
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

New York. Luglio 2015-luglio 2016. Il 4 luglio, festa dell’Indipendenza americana, i 4 poliziotti della principale squadra della Manhattan Special Task Force (detta Da Force) fanno irruzione in un magazzino di eroina nera messicana (ce ne sono 70 chili, valore al dettaglio cinquanta milioni) al secondo piano di un palazzo di Harlem gestito dal boss dominicano Diego Peña, che controlla buona parte della distribuzione nell’intera città. Sono Dennis Danny John Malone, il suo miglior amico Phil Russo (italiano dai capelli rossi e dal gusto fino), il geniale omaccione nero William Montague Big Monty, il bel fricchettone Billy O’Neill, armati e fatti fino ai denti. Si feriscono in tanti, muoiono due sicari insieme a Billy O e Peña, per evitare di uccidere cani il primo, per una vera e propria esecuzione il secondo. Il Natale successivo circola in molti ambienti la storia che i tre amici superstiti si siano tenuti molta droga e tutti i contanti trovati. È vero. Funziona così, è il sistema anche dei bravi poliziotti per sopravvivere alla strada. Del resto, se i dominicani subiscono un colpo se ne avvantaggia un altro criminale, nel caso di Manhattan North il crudele pusher di droga (e non solo) DeVon Carter, pur se il giorno della Vigilia gli arrestano il potente spacciatore Fat Teddy per poi stringere un patto losco anche con lui in vista di un grosso traffico di armi da bloccare. A Pasqua il capitano Sykes aggiunge un nuovo quarto uomo alla squadra, il giovane Dave Levin, bisognerà svezzarlo mentre clan e gang si fanno sanguinosa guerra, quasi come gli uffici del sindaco e del capo della polizia. All’inizio del luglio successivo il sergente Malone, 38 anni di vita e 18 di lavoro, 1,87 di muscoli e tatuaggi, capelli corti e occhi azzurri, ateo e arrogante, si trova in galera, incastrato e ricattato un po’ da tutte le parti in causa.

Un altro capolavoro di Don Winslow (New York, 1953) che torna alla costa est dei primi romanzi dopo la lunga fase nell’epica California delle pattuglie del surf e dei cartelli del narcotraffico. Il titolo americano è “The Force”, unità d’élite (con i propri rituali) vista male da Narcotici Omicidi Antigang, una piccola minoranza dura e coraggiosa (fatta apposta per Harlem) dei circa trentottomila agenti cittadini, 54 tra detective veterani, agenti sotto copertura, anticrimine e in divisa. Come al solito, prima di scrivere ha raccolto artigianalmente migliaia di documenti, rapporti, testimonianze e notizie, che riprende incidentalmente con stile e ritmo eccelsi, impasto di alta letteratura. Il consumo di massa di droghe, oppio e antidolorifici è sotto gli occhi di tutti. La narrazione è in terza fissa sul re poliziotto della parte settentrionale dell’isola, Malone, eroe infame. Tante altre figure (cattivi e molto cattivi, politici e immobiliaristi, avvocati e giudici, informatori e parenti) e tutte le complesse relazioni sono stupendamente descritte nella loro evoluzione, ma i pensieri e la prospettiva su persone ed eventi sono solo i suoi, anche quando (sempre più) ciò che accade sfugge alla sua regia. È cresciuto nel ghetto operaio di Staten Island e ama la polizia; rimasto senza padre (irlandese, anche lui poliziotto, un infarto) a otto anni, senza il fratello maggiore Liam (pompiere) con l’11 settembre e senza madre poco dopo; trasferitosi a Manhattan dopo la separazione dalla moglie Sheila e dagli amati figli, il più grande John (11 anni) e Caitlin (capelli rossi e occhi verdi materni), pur restando legato a loro e al quartiere (tifoso dei Rangers); ha respirato corruzione fin da quando ha ricevuto il distintivo, protetto dai club e dalle mafie italo-irlandesi; è innamorato dell’infermiera afroamericana Claudette in via di precaria disintossicazione; odioso verso i parassiti preti e chi se la prende coi bambini; sempre allenato con sacco e jogging, spesso pieno di dexedrine da cinque milligrammi e Jameson liscio, invaghito dei testi delle canzoni hip-hop. Ha denaro in contanti, investimenti, conti correnti, tutto ben nascosto dove i federali non arriveranno mai a ficcare il naso. Il titolo italiano si concentra appunto sul funzionamento ordinariamente avariato della giustizia (il circolo vizioso degli interessi e dei favori, inevitabilmente criminali), in cui tutti gli attori si usano, compreso Malone che solo così riesce a far “bene” il suo mestiere (prevenire e ridurre e colpire la criminalità), a farsi carico delle famiglie dei colleghi (pure dopo morti), a eliminare le interferenze, a essere rispettato o temuto: se il mondo giocasse lealmente, anche lui giocherebbe lealmente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)