Gian Paolo Serino, Lara Manni, Loredana Lipperini e Thomas Jay: la sfiducia corre su internet

Intervenire a caldo sulle polemiche non è mai un bene, ma questa volta farò un’eccezione. Indovina indovinello: cos’hanno in comune i quattro personaggi del titolo?

A pochi giorni dal discusso episodio che lo vede in attesa di giudizio, il critico Gian Paolo Serino lancia una frecciata alla giornalista Loredana Lipperini. La quale non si cura di smentire. Dal suo entourage trapela che il diktat è “tacere e ignorare”, ma una fonte – che non gradisce comparire con nome e cognome – conferma quanto scritto da Serino.

Quale che sia la verità sui due episodi, nota solo ai diretti interessati e a pochi altri, forse è il caso di fare qualche riflessione generale.

Quanto credito si può dare allo Sgarbi della letteratura? Valutate voi. Ma se non avete mai ceduto al fascino del “soddisfatti o rimborsati” il problema non vi tocca più di tanto.

Quanto è rilevante un’omessa informazione? Sorge il sospetto – ma può anche darsi che io abbia un’insana tendenza al complottismo: d’altra parte è venerdì e la stanchezza mi fa diventare paranoica – che nessuno sia immune dalla logica della combriccola. Ora, capiamoci: è normale che frequentando lo stesso ambiente si diventi amici. Come è ovvio che giudici e avvocati vadano a braccetto, perché frequentano le stesse aule dei tribunali, lo stesso bar e spesso sono stati studenti nelle stesse aule universitarie, così è ovvio che scrittori e critici si conoscano, vadano a pranzo insieme, si frequentino. Il problema è quando il legame viene taciuto o addirittura negato.

Con la precisazione che a volte i legami sono di tipo affettivo, disinteressati, senza alcun ritorno. Nel mio piccolo succede anche a me: dopo anni di frequentazione dell’ambiente è lapalissiano che mi capiti di leggere libri di autori con cui ho rapporti più o meno intensi e frequenti. (Peraltro quando le amicizie erano disinteressate solo da parte mia sono improvvisamente finite a seguito di recensione negativa o mancata recensione: ma questo è un altro discorso.) Però non ho mai omesso di dichiarare apertamente i casi in cui stavo recensendo libri di amici.

Altre volte invece i legami sono di tipo economico e lobbystico: io parlo bene di te perché tu pubblichi con il mio editore/tu mi sei stato segnalato da un collega/tu sei un collega. E viceversa. In questo caso sarebbe altrettanto opportuno dichiarare quali sono i rapporti tra recensore e autore.

L’imparzialità assoluta non è di questo mondo, ma una volta resi noti i legami non ci sono problemi: il lettore sa che sta leggendo una recensione “di parte” e tiene in debito conto anche questa informazione. Quando però l’informazione viene omessa è legittimo perdere la fiducia. Il caso Lara Manni è un caso di omessa informazione.

Se il quadro è quello che ho dipinto, la conseguenza è che non ci si può fidare di nessuno.

Cosa c’entra Thomas Jay con tutto questo? (E soprattutto, chi è Thomas Jay?). Ieri ho ricevuto, come molti altri blogger, una mail dalla sedicente presidente del comitato Free Thomas Jay. Si annuncia con grande clamore l’imminente pubblicazione dell’opera omnia di questo autore di culto italo-americano, vittima della Three Strikes Law, una legge che prevede il “fine pena mai” per chi abbia commesso tre reati gravi (Ci sarebbe da discutere se questa legge sia giusta o sbagliata, ma non è la sede adatta).

Ebbene, Thomas Jay, come Lara Manni, non esiste. La denuncia è partita da Kelebekler (leggetelo, è molto esaustivo) ed è stata ripresa dal Corriere Fiorentino. Eppure in molti ci sono cascati e hanno rilanciato “il caso Thomas Jay”. Difficile rinunciare a uno scoop succulento.
Peccato che il sito freethomasjay.com sia stato registrato il 9 marzo 2012 dall’editore Fazi. Peccato che non ci sia traccia di libri di Thomas Jay. Ma le recensioni sono ottime, come potete leggere sul sito:

Casualmente sia Lara Manni che Thomas Jay sono pubblicati da Fazi. A questo punto la mancanza di rispetto nei confronti dei lettori inizia a essere imbarazzante.

Risultato: oltre a rinnovare il voto fatto ai tempi dell’orribile Cento colpi di spazzola (mai più libri di Fazi), da oggi in poi non solo i pareri dei critici saranno presi con le pinze, ma anche le segnalazioni degli editori verranno accuratamente verificate. Onde evitare che qualcun altro, contagiato dalla smania del marketing virale, tenti di rifilarmi qualche fregatura clamorosa.

Nota a margine: sarebbe una buon idea quella di segnalare all’ambasciatore americano in Italia (ha anche una pagina su FaceBook) che qualcuno ha pensato di farsi pubblicità inventando di sana pianta un caso di “malagiustizia” e sfruttando il conseguente impatto emotivo. Invocando l‘ingiustizia del sistema giudiziario americano, anzi, come dice Mike Olsen, avvocato di Thomas Jay: «Si tratta, molto semplicemente, di una delle peggiori ingiustizie mai perpetrate dal sistema giudiziario americano».

Sai come saranno contenti gli americani?

Ah, dimenticavo. La risposta alla domanda iniziale è: tutti e quattro hanno reso un pessimo servizio agli scrittori veri.