“Guarda come si uccide” di Ivo Tiberio Ginevra

Guarda come si uccideGuarda come si uccide segna l’esordio della collana “Sbirri e sbirrazzi” degli editori “I buoni cugini“, casa editrice palermitana specializzata nel salvataggio di vecchie opere, in particolare degli scritti di Luigi Natoli, che qualcuno forse conosce come l’autore dei Beati Paoli.
L’autore di Guarda come si uccide, Ivo Tiberio Ginevra, è anche editore: è lui stesso a spiegare in premessa in che modo è arrivato a pubblicare e pubblicarsi (non devo rendere conto a nessuno e mi evito tutte quelle tipiche rotture di scatole legate alla promozione del libro come le presentazioni, le interviste, il presenzialismo, ecc. ecc…, insomma tutte cose che se gratificano gli scrittori e forse piacciono pure agli stessi editori, per me sono terribilmente abbuttanti…).
Ciò detto, Guarda come si uccide è un racconto breve, o romanzo lungo, che per via di questa lunghezza non classificabile avrebbe probabilmente incontrato qualche problema di collocabilità presso altri editori. Ed è un peccato, perché si tratta di una lettura piacevole.
Una storia di mafia e insieme una favola nera con elementi allegorici e una spruzzata di pulp (frequente anche nelle classiche fiabe).
Ambientato in Sicilia nel 1974, racconta un fatto criminale che si intreccia con la prova di coraggio di un gruppo di ragazzini in una vecchia clinica, una “casa stregata” abbandonata… in realtà fin troppo abitata.
Apprezzabilissimo il cameo di Michele Di Marco, tuttofare del bar Kennedy, il bar della piazza.
Da leggere tutto d’un fiato.

Le gialle di Valerio/26: Ceragioli

mele marce per la squadraElide Ceragioli
Mele marce per la squadra
Sensoinverso, 2015
Giallo

Palermo e Torino (soprattutto). Qualche anno fa. Sei poliziotti di questure diverse continuano a fare squadra. A Palermo un sicario spara al giovane carabiniere Innocenzo Di Matteo, padre ucciso dalla mafia vent’anni prima, sulle tracce dei colpevoli. La madre vedova vive a Torino e chiede aiuto alla polizia perché trova l’appartamento a soqquadro; anche Teresina, la 13enne “ritardata” testimone dell’esecuzione viene spedita nel capoluogo piemontese. Altri pubblici ufficiali vengono eliminati, alcuni perché indagano, alcuni perché sono “mele marce”, complici a rischio di uno dei boss, Don Mimì. C’è un enorme carico di droga che aspetta in un container del porto di Messina, non si capisce più chi può acquistarlo. L’ispettrice omosessuale Gabriella Franchi a Genova coordina colleghi e amici: Piero Fantacci (malato di tumore) a Siena, Anna Gilli a Trieste, Giovanni Marras in Sardegna, Carlo Dalloio proprio a Torino, Antonio Palermo proprio in Sicilia. Mentre scoppia una guerra aspra fra le cosche, c’è un grande manovratore corrotto e sconosciuto che ostacola le indagini, pure quelle dell’Interpol.

Non manca certo il ritmo al secondo romanzo della serie inventata da Elide Ceragioli, 61enne toscana neuropsichiatra infantile (si sente!), da alcuni anni prolifica scrittrice di romanzi e racconti. Segnalo i test cognitivi. Narra in terza varia, su buoni e cattivi, con alcune incursioni di corsivo in prima, centrate sui pensieri della bella ragazzina “sana” ma turbata, con straordinarie capacità di disegno. La storia è più gialla che noir, non a caso la citazione iniziale è di Chesterton. La graziosa illustrazione di copertina riflette un tatuaggio del killer, essenziale per le indagini: una vorace serpe verde con lingua biforcuta e denti aguzzi sul braccio armato di pistola silenziata. Peraltro si usa anche esplosivo. Continui e reciproci ammazzamenti fanno zoppicare un poco il contesto socio-culturale e i caratteri formali di una siffatta squadra, tuttavia la storia corre, i personaggi intrigano, le emozioni hanno sentimento. Vivaldi prima dell’impatto, cioccolata calda di conforto. Attendiamo il prossimo.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/2: La Torre

pio-la-torre-una-storia-melampo-editoreSulle ginocchia. Pio La Torre, una storia
Franco La Torre
Melampo 2015

Palermo e Roma. 1927-2012. Il 30 aprile 1982 la mafia uccise a Palermo il 54enne Pio La Torre, segretario del Pci siciliano (di nuovo da qualche mese), deputato (dal 1972), componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia (fino al primo scioglimento del 1976), promotore della legge per la confisca dei beni mafiosi (oggi trovate nelle botteghe molti sani “prodotti” su terre confiscate). Il 30 aprile 2009 nel salone d’ingresso della Camera fu scoperta la targa dedicatagli per “il coraggioso impegno civile e politico in difesa della democrazia e della legalità”, unico parlamentare ucciso dalla mafia (la moglie morì nel successivo settembre); il 12 aprile 2012 gli fu conferita la Medaglia d’oro al valore civile, ma il Pd rinunciò al fitto programma di iniziative per il trentesimo dell’omicidio. E qui si ferma la storia finalmente raccontata dal secondo dei due figli, Franco La Torre, sul padre, militanza politica e vita familiare, biografia in prima persona.

Ci sono cognomi che pesano sulle future generazioni. Figli di, parenti di, discendenti di. Il 59enne Franco La Torre ha potuto frequentare suo padre per meno della metà della vita. Quando aveva appena finito di fare il servizio militare, faceva lavoro giornalistico in una radio romana, non era sposato e stava per compiere 26 anni, glielo hanno ucciso insieme al collaboratore, amico e autista Rosario Di Salvo, un’imboscata accuratamente pianificata nella città dove erano nati. Dopo oltre 9 anni di indagini e 3 di processo nel 1995 furono condannati all’ergastolo (confermato nel 2007) i mafiosi mandanti (Riina, Greco, Brusca, Provenzano, Calò, Geraci) e almeno due degli esecutori (Lucchese e Madonia). Franco si è costruito la propria identità professionale e la propria famiglia, vaste stima e simpatia, resta (anche) uno dei figli di Pio La Torre, così ora ha trovato il coraggio di raccontarlo, con molto garbo e poco editing. La corposa appendice contiene articoli, scritti, interviste di Pio (1946-1982).

(Articolo di Valerio Calzolaio)

Il 30 Aprile 2015, nell’anniversario dell’omicidio mafioso di Rosario Di Salvo e Pio La Torre, l’associazione Libera, il Centro Studi Pio La Torre e Melampo Editore organizzano alle ore 17.30 presso la Bottega “I Sapori ed i Saperi della Legalità” (P.zza Castelnuovo 13, Palermo) la presentazione ufficiale del testo “Sulle ginocchia” di Franco La Torre. Interverranno Nino Di Matteo con Umberto Di Maggio e Vito Lo Monaco. Sarà presente l’autore.

“La firma del puparo” di Roberto Riccardi

la firma del puparoUn nuovo incarico per il tenente Rocco Liguori: questa volta a Palermo, per “gestire” un collaboratore di giustizia. Il suo amico d’infanzia Nino Calabrò, in carcere, è disposto a dare informazioni sull’omicidio di un giornalista, Michele Sanfilippo, ma in cambio chiede protezione per sé e per la sua famiglia. E vuole parlare solo con Rocco.
Liguori si trova, ancora una volta, a confrontarsi con il suo passato calabrese, con quei due bambini-amici del cuore che hanno preso strade diverse, uno l’Arma dei Carabinieri, l’altro l’affiliazione alla ‘ndrangheta. E anche se le mani di Nino, sporche di sangue, gli fanno orrore, non potrà esimersi dall’offrire protezione ai figli di Nino, alla moglie Maria e alla di lei cugina Stefania, una ragazza “vivace”. Anche troppo: sarà  lei, infatti, la “falla” nel sistema di sicurezza approntato dalle forze dell’ordine.
Nel frattempo le indagini sull’omicidio Sanfilippo prendono una piega inaspettata. È possibile che persino il Puparo, il potente boss mafioso Mandalà, ignori ciò che è realmente accaduto nella sua “giurisdizione”?
Il nuovo romanzo di Roberto Riccardi, La firma del Puparo (edizioni e/o, 2015), affronta il tema della mafia con gli occhi di chi la mafia l’ha combattuta davvero (Riccardi, oggi colonnello dei Carabinieri, lavorava a Palermo negli anni tra il 1988 e il 1994, durante la stagione delle stragi). Con la sensibilità e l’esperienza raccolte sul campo, racconta la storia di un omicidio, le vittime, i carnefici, il lavoro appassionato e difficile degli inquirenti, e lo fa senza giudicare. Anche se il punto di vista dell’autore è scontato, tuttavia c’è l’attenzione all’aspetto umano dei cattivi, attenzione – racconta durante una presentazione – appresa con l’esperienza. Quando si interviene sulla scena di un delitto e si sa, che il morto è un mafioso e che mafiosi sono anche i suoi familiari, ma in quel momento sono anche persone che hanno perso un congiunto in modo violento. O quando si va ad arrestare un uomo in casa, davanti ai figli, magari bambini. Assistere a una presentazione di Roberto Riccardi è occasione per rivivere episodi di storia recentissima attraverso la testimonianza di chi era presente.
C’è poi il tema della protezione dei pentiti di mafia e delle loro famiglie: la scelta, non sempre facile, di abbandonare luoghi e affetti per reinventarsi una vita da zero, la difficoltà di garantire anonimato e protezione nell’era di internet, quando un messaggio su FaceBook può svelare troppo.
La firma del Puparo è un romanzo compiuto, scorrevole, che aggiunge ulteriori tasselli alla costruzione del personaggio e alle vicende di Rocco Liguori. Come si può immaginare, Riccardi ha “storie” da raccontare, quelle che derivano dall’esperienza lavorativa, seppur romanzata; ciò che era meno immaginabile è che avesse anche una buona tecnica narrativa, che si va arricchendo di romanzo in romanzo.
In attesa di sapere quale sarà la prossima destinazione di Liguori (forse Livorno…?), non si può non notare che Palermo deve aver lasciato un buon ricordo nel colonnello Riccardi, se il romanzo è dedicato alla città e ai sei anni trascorsi lì.
Guardando la donna, leggendo nei suoi occhi un dolore senza risposte, pensai all’iniquo rancio di verità e menzogne che sfama l’isola da tempo immemore. Al torto di assimilare alla piovra, in accuse frettolose e infamanti, una regione abitata da milioni di onesti, fra i quali spiccano le vittime di una lotta al canco mafioso che i siciliani li ha sempre visti in prima fila. (La firma del Puparo, pag. 59).