Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2015

candelaC’è poco da dire. Un momento di silenzio per tutte le vittime di questi barbari assassini che infestano le nostre città.

cadaveri in divisaCadaveri in divisa di Peter Lovesey, Mondadori 2015.
“L’agente Harry Tasker, in servizio di pattuglia, percorre Walcot Street, a Bath, a piedi. Un attimo dopo, qualcuno gli spara in testa”. Terzo poliziotto ammazzato in dodici settimane con un fucile d’assalto ad alta velocità, tra l’altro in dotazione della stessa polizia (che l’assassino sia uno di loro?). Caccia aperta al “Cecchino del Somerset”. Ci prova subito Ken Lockton, il poliziotto più anziano sulla scena del crimine, ma viene ferito gravemente alla testa con il calcio di un fucile.
Se qualcuno può cavarci qualcosa da questa storia ingarbugliata è il sovrintendente investigativo Peter Diamond, capace “di agire fuori dagli schemi e senza tabù, sfidando anche le resistenze e la sfiducia dei colleghi” (ha perso pure la moglie assassinata in Victoria Park). Intanto il cecchino ha lasciato il fucile contro una ringhiera. Vorrà riprenderselo? Appostamenti e sorveglianza dei sentieri del bosco dove può apparire da un momento all’altro. Avvistato un sospetto e qualcuno in motocicletta investe Diamond, costretto a portare le stampelle (per un po’).
Accanto alle indagini della polizia ci sono quelle di una certa Ishtar attraverso il suo blog e la collaborazione di altre due donne: Anita e Vicky. La loro missione è scoprire la verità sull’accaduto e forse sono già sulla via giusta perché c’è un tizio che…
Intanto nel portafoglio di Harry Tasker si scopre un foglietto con la scritta “Il prossimo sarai tu”, e si scopre pure che il suddetto si serviva della sua posizione per intascare bustarelle. Il quadro si fa più complicato con la cattura di un uomo che non vuole rivelare la sua identità.
Quasi al termine della vicenda le due indagini convergono, si accende la lampadina al nostro Diamond e… Racconto ricco di movimento, dubbi, ripensamenti, sorprese, false piste, tensione e momenti di crisi confortato dall’amica-amante. Finale in crescendo con brivido incorporato. Traduzione superba di Mauro Boncompagni.

L’incanto delle sireneL’incanto delle sirene di Gianni Biondillo, Guanda 2015.
Milano, settembre e caldo boia. L’ispettore Ferraro in piscina per togliersi qualche chilo di troppo (la figlia Giulia lo tratta come una palla di lardo), lui che, giovanotto secco secco, era chiamato Chiodo dagli amici del quartiere. Vorrebbe defilarsi un po’ da tutto ma questa volta deve vedersela con l’omicidio di una modella, una di quelle “sirene” o “divinità iperuranie”  che volteggiano sinuose nella sfilata di moda del noto Varaldi. In effetti il colpo di fucile (un M24 SWS con mirino ottico) doveva toccare proprio a lui ma si è chinato al momento giusto a raccogliere delle orchidee. Da qui l’indagine che Ferraro conduce soprattutto per l’insistenza di una vecchia amica nel mondo della moda, Luisa Donnaciva, con la quale si ritrova abbracciato nella doccia come dieci anni prima (corsi e ricorsi storici). Una pista potrebbe essere quella di uno sgarro che il suddetto Varaldi avrebbe fatto a chi gli forniva la droga.
Accanto all’indagine la storia di Aisha, nove anni, riccioli ribelli e due occhioni azzurri (Occhiblù) e il fratello Mu’ammar costretti a lasciare il proprio paese bombardato per l’Italia dove vive un altro fratello. La bambina si ritroverà sola lungo il viaggio, avrà l’aiuto del clochard Baffo (Oreste) che vuole ritornare a casa perché sente giungere la sua fine e anche quello della prostituta Marta che accoglie i suddetti al momento del bisogno.
Le due storie servono, sia per la presentazione dei personaggi che per una riflessione, ora sottile e ironica (sfruttato anche il dialetto in chiave di sorriso), ora dura e cruda sulla nostra società: critica al mondo della moda fatto di invidie e giochi di potere; profluvio di servizi televisivi sull’omicidio citato, ne parlano tutti, anche “nani e ballerine” con ripetizione “ad libitum” delle immagini della morta fotomodella; sgombero di un bilocale cinese con l’ispettore-macchietta De Michelis che ha quasi una erezione per l’eccitamento; bulli contro un baracchino di un creduto islamico (inutile essere, invece, un egiziano copto, cioè cristiano); giovinastri sfatti e disillusi dalle canne; scontri con la polizia e scontri tra “fasci e antifasci” e si finisce a razziare al supermarket (vedete un po’).
L’indagine, che si avvale anche dell’informatore Mimmo ‘O Animale (soprannome tutto un programma), ha come corollario i dubbi, i rovelli, una piccola luce, “un particolare che non gira come dovrebbe” fino all’”esplosione” della verità.
Personaggio indelebile Aisha, forte eroina delle sofferenze di vita, un po’ di impostazione da fiaba per gli sventurati, qualche scena superata dalla realtà stessa in un quadro di sicuro impatto emotivo con storie che si sviluppano e intrecciano fra loro mescolando il bene e il male. E il nostro Ferraro che nulla lo turba e nulla lo infastidisce? Che non crede alla storia della livella perché siamo tutti diversi, anche nella morte? Si scioglierà, si scioglierà. Qualcosa alla fine si rompe nel suo petto davanti ad una bara. E si accorge di singhiozzare. Sempre di più.

lo specchio neroLo specchio nero di Gianluca Morozzi, Guanda 2015.
“C’era una ragazza morta con la gola tagliata dentro una stanza con la porta chiusa dall’interno, e un  uomo morto in un bagno cieco con la porta chiusa dall’esterno. L’unica persona viva tra quelle due porte era lui e soltanto lui. Lui che aveva un coltello insanguinato in mano.” Trattasi di Walter Pioggia, scrittore e direttore di una piccola casa editrice di Bologna. Com’è finito lì, in quella stanza viola di via della Luna? Inizia così un tourbillon mentale alla ricerca di una pur semplice spiegazione, partendo dal ricordo degli eventi precedenti che risultano difficili e nebulosi. Ricordi vaghi, a intermittenza, lui e l’amico Mizio, il concerto al Botanique, al bar, una voce che lo chiama… Che si sia immaginato tutto? (tra l’altro è seguito pure dallo psicanalista) o che l’abbiano, addirittura, drogato?
In prima persona gli estratti da un suo libro: i ricordi dell’adolescenza, la famiglia problematica con la sorella che si droga e prostituisce, gli amici di scuola (lui il freak della classe), le ragazze, le canne, le prime esperienze sessuali, via da casa, l’incontro con un signore… E, insomma, “Nomi, facce, urla e pianti di un pesantissimo, insostenibile passato”.
Stacanovista, legge tutto quello che gli mandano gli scrittori, “testi densi”, “testi pop”, “gli obbrobri insalvabili”. L’incontro con Isabel, belloccia il giusto, e il suo libro “Lo specchio nero” da leggere e valutare per eventuale pubblicazione. Ottima intesa tra i due con fremiti stuzzicarelli finiti bene e si capisce dove. Alla notizia della scoperta dei cadaveri riprende l’assillo e la ricerca ossessiva della verità in un continuo alternarsi di alti e bassi. In corsivo qualcuno che soliloquia (mio conio) o scrive su Walter, il quale deve stare tranquillo fino a quando non incontrerà un cancello “E tutto finirà come deve finire” (miezzeca!).
Una Bologna descritta con affetto, stile brioso, ironia pungente sul mondo dell’editoria, musica, soprattutto rock, libri, scrittori, sogni, incubi, paura, l’amore che addolcisce, l’amore che ferisce, gli specchietti per le allodole, per noi lettori, doppio colpo a sorpresa finale tanto per gradire. Realtà e finzione, tutto si mescola e si inebria e mi immagino come si sia divertito l’autore a scrivere questa storia “strana” e inquietante (così come brividoso era stato il suo racconto Bambini nel grano in Delitti in vacanza di AA. VV., Newton Compton 2015). Aggiungo il mistero della camera chiusa insieme alla citazione degli amati scacchi. Una manna per il sottoscritto. Bel libro, noir o thriller psicologico che sia, anche senza il mistero della camera chiusa e la citazione degli scacchi.

Il mistero del caso irrisoltoMr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto di Mitch Cullin, Neri Pozza 2015.
Se volete sapere quale potrebbe essere, con il trascorrere del tempo, l’evoluzione psicofisica del nostro Sherlock Holmes, questo è il libro che fa per voi. Lo ritroviamo nel 1947 a novantatré anni con la lunga chioma rasata a zero, la barba ridotta ad “una peluria ispida sul mento sporgente e le guance incavate”, piazzatosi in una fattoria del Sussex come apicultore, aiutato dalla giovane governante Mrs Munro e dal figlio (di lei, naturalmente) Roger che gestisce gli alveari. Il ragazzo scopre nello studio di Holmes un suo manoscritto “L’armonicista”, il cui contenuto entra a far parte del presente libro. Praticamente la storia di una donna sposata che certi giorni scompare per molto tempo, dopo avere imparato a suonare un’armonica a vetro (alcuni sostengono che con questo strumento si possano richiamare i morti). Infine è raccontato il suo viaggio a Kobe, in Giappone, invitato da Tamiki Umezaki, figlio di “uno dei più abili ministri degli Esteri del Giappone” che aveva conosciuto Holmes.
Dunque al centro il Detective per antonomasia. Riporto spunti tratti in qua e là: vecchio, si è detto, claudicante (cammina con due bastoni), accusa alcune malattie come la flebite e l’ulcera gastrica, gli piacciono i sigari, i libri, un bicchiere di brandy al bisogno, preferisce le brezze serali e le ore dopo la mezzanotte, si accorge della fallibilità della sua mente (anche se ogni tanto vengono fuori le note capacità deduttive), trova difficoltà ad esprimere i propri affetti pure con Roger, rivede ogni tanto il suo Manuale pratico di apicoltura, ritocca L’Arte dell’investigazione, ricorda il fedele Watson (lo preferisce chiamare John) che disponeva di “una naturale perspicacia e di un’astuzia innata.”, il suo viaggio a Kobe, le visite a Hiroshima, ai giardini Shukkei-en, alla Cupola della bomba atomica, ricorda i segni della povertà e della fame, il suo rapporto complesso con Umezaki. Un personaggio ormai circondato da un senso di decadenza e di morte.
Praticamente il libro potrebbe essere diviso in tre parti e così intitolato: 1) La vecchiaia; 2) La scomparsa; 3) La ricerca del padre. Una scrittura delicata, sensibile e nello stesso tempo intensa avvolge i personaggi e l’ambiente creando un’atmosfera di vera, sentita umanità. Dicevo dei ricordi e aggiungo i desideri, i sogni, la malinconia, gli scherzi della memoria, le domande sofferte sulla vita, i dubbi su se stesso, i silenzi, lo spettacolo incredibile della natura e delle api, il senso di colpa, la lacrima che scende furtiva e alla fine il vuoto: “Mai avevo provato un tale, incomprensibile vuoto dentro di me, e allora, mentre il mio corpo lasciava la panchina, iniziai a comprendere quanto fossi solo al mondo”. Una stretta al cuore per noi lettori che lo avevamo visto splendido e dinamico personaggio, solitario, è vero, ma ricco di infinite risorse, ora profondamente abbattuto. Così è la vita. Per tutti. Anche per le figure indimenticabili create dalla nostra fantasia.

Un giretto tra i miei libri

Il libro dei mortiIl libro dei morti di Patricia Cornwell, Mondadori 2007.
“Dopo l’ultimo, devastante caso che l’ha vista in azione in Florida, Kay Scarpetta decide che nella sua vita è giunto il momento di una svolta, non solo professionale. Si trasferisce così a Charleston, nel South Carolina, dove apre uno studio di patologia forense con l’irrinunciabile aiuto della nipote Lucy e del fidato Pete Marino. Proprio quando sembra prendere avvio una tranquilla esistenza nella routine della provincia americana, Kay è chiamata a Roma per collaborare con i carabinieri che investigano sull’orrenda fine di una giovane campionessa di tennis statunitense.
L’alone di mistero che circonda il delitto si infittisce al ritorno della dottoressa a Charleston, quando emergono angoscianti collegamenti tra il caso insoluto di Roma e quello di un bambino morto in seguito alle privazioni e ai maltrattamenti subiti. E a tutto ciò non sembra essere estranea un’antica nemica di Kay, la psichiatra Marylin Self…”.
Primo impatto del lettore con vittima in una vasca di ghiaccio e assassino che la tormenta. Scarpetta chiamata a Roma per risolvere il caso della campionessa di tennis americana Drew Martin uccisa mentre si trova in vacanza a Roma. Il suo corpo è ritrovato nudo e mutilato nei pressi di piazza Navona. L’assassino le ha cavato gli occhi, ha riempito le orbite di sabbia e ha richiuso le palpebre con la colla. Dopo morta, non quando era in vita. Prime schermaglie con il capitano Poma (elegante, vanitoso e polemico) su alcuni termini usati da Scarpetta. Poi corte al ristorante con Benton Wesley, compagno di vita di Kay, visibilmente geloso. Aggiungo che la dottoressa Marilyn Self, la psichiatra più famosa del mondo, condannata per la testimonianza di Kay Scarpetta, è in contatto via mail con Sandoman, l’assassino, combattente in Iraq dove ha subito traumi psicologici profondi.
Kay Scarpetta: vista dalla sua “nemica” Marilyn Self “Tailleur nero gessato di azzurro, camicetta azzurra che fa sembrare ancor più azzurri gli occhi. Capelli biondi corti, pochissimo trucco”. Subito alle prese con la corte del capitano Poma (elegante, vanitoso, polemico e… profumato) che fa scattare la gelosia del suo compagno Benton Wesley (già detto). In realtà lo disprezza. Esperta in vini italiani sceglie, ad una cena, il Brunello di Montalcino Biondi santi del 1966 (mica scema). Acuta osservatrice: “C’è qualcosa di tenero, di affettuoso nella posizione in cui l’ha messo”. Dal colloquio con Benton si viene a sapere che Kay ha avuto un incontro sessuale con uno più giovane di lei, perché pensava che lui fosse morto. Ritorno a Charleston con Pete Marino e Lucy. La quale Lucy ha una Ferrari e rapporti gay con Janet che non ne vuole sapere di sposarsi. Con la sua nipote e Rose ha messo a posto il nuovo ufficio: “Per mesi hanno sverniciato, abbattuto pareti, sostituito finestre e tegole e girato per imprese funebri, ospedali e ristoranti alla ricerca di attrezzature di seconda mano”. Contrasti con Marino “aizzato” dalla bella Shandy Snook “Ti tratta come una merda. Per lei non sei nessuno. Ti usa come uno schiavo”. Kay lo trova cambiato. Non è più quello di prima. Lui si sfoga “Se ci penso, ero un bravo pugile, però non volevo ridurmi il cervello in pappa. Ho fatto il poliziotto a New York, ma poi mi sono stufato. Ho sposato Doris, che poi mi ha lasciato. Ho avuto un figlio psicopatico, che poi è morto. Adesso do la caccia a psicopatici di mestiere… A Richmond, quando io ero ispettore capo e tu dirigevi l’Istituto di medicina legale, andavamo d’accordo… Poi ti hanno licenziato e io me ne sono andato”. Ubriaco fradicio tenta pure di violentarla. Lo calma e lo mette a letto. In contrasto anche con Lucy che la trova troppo accentratrice “Hai bisogno di pensare che tutto dipenda da te e che tu possa aggiustare ogni cosa”. Ogni tanto ripensa al passato “Kay ricorda le lunghe passeggiate, la brezza salmastra e i tramonti ammirati dal balcone, e ripensa a quando tutto questo è finito. Rivede il cadavere che aveva creduto essere di Benton fra i resti dell’incendio, i suoi capelli grigi, le membra carbonizzate in mezzo al legno bruciato e alla cenere”. Premurosa con Rose che ha un cancro incurabile. Perfettamente a suo agio nel suo laboratorio.
La storia si sviluppa da diverse angolazioni. In corsivo quella dello psicopatico. Abbiamo Kay Scarpetta ormai tuttologa (sa proprio tutto di tutto), una tecnologia all’avanguardia, una serie di coincidenze al massimo livello, e una mancanza, almeno in parte, di brivido (a me ha fatto questa impressione). Il tutto un po’ ingarbugliato. Un buon thriller deve essere complesso, complicato ma non “ingarbugliato”. Non so se mi spiego…

il lupo rossoSe mi trovo davanti a scrittrici (ma anche scrittori) scandinave vado quasi (meglio non essere perentori) sul sicuro. Vedi Asa Larsson e Karin Fossum, tanto per portare due esempi. Sarà l’habitat che le ispira, quei cieli e quei silenzi immensi, fatto sta che hanno le parole giuste incorporate nelle dita sia con la penna che con il computer. E quindi non ho fatto difficoltà a fidarmi di Il Lupo Rosso di Liza Marklund, Marsilio 2008.
“Rientrata in redazione dopo la lunga assenza seguita a un’inchiesta che l’ha molto scossa, Annika Bengzton, reporter di punta della Stampa della sera di Stoccolma, parte per Luleå, non lontano dal circolo polare artico. Deve incontrare un collega giornalista che le ha promesso informazioni su un vecchio attentato terroristico rimasto irrisolto su cui lei sta indagando. Ma quando arriva, viene a sapere che qualcuno lo ha ucciso.
Le ricerche di Annika, trentacinque anni, un matrimonio in difficoltà e due bambini da accudire, conducono a un uomo che, quasi invisibile, è tornato nel profondo nord della Svezia per ritrovare le sue radici e riunirsi al gruppo di cui un tempo aveva assunto il comando, in nome di un’idea folle per la quale aveva deciso di lottare”.
Partiamo dunque dalla nostra Annika Bengzton: si è detto trentacinque anni, crisi matrimoniale, due bambini, un maschio ed una femmina. Siamo nella linea normale delle detective lady. Qui si può aggiungere il tradimento del marito Thomas che si aggiunge a sua volta ad un rapporto difficile con un precedente fidanzato ed un suo innamoramento non ricambiato. Aggiungiamo ancora, tanto per sfruttare questo verbo, la brutta avventura “intorno al Natale precedente, quando era stata presa in ostaggio e tenuta prigioniera in un tunnel da una serial killer psicopatica, la Bombarola”. Conseguenza: crisi di panico e vocine che le ronzano per la testa. E caffè a barili. Anche quattro per volta. Non si pone limiti e si espone senza pensarci a situazioni limiti (oggi mi va di ripetere le stesse parole). Passione per la giustizia e la verità. Vista dal marito: estranea e inafferrabile. Un’aliena scesa sulla terra, anzi per essere più precisi “una piccola donna verde venuta da un altro pianeta”. Alterna momenti di depressione e di sconforto ad altri sicuri e decisi. Soprattutto quando c’è da togliere di mezzo l’”altra” del consorte facitor di corna. E quando c’è da far valere le sue idee con il classico scontro con il direttore responsabile del giornale. Mangia di tutto, anche un cheeseburgher con salsa e cipolla che mi ha fatto rivoltare lo stomaco. Sua amica Anna Snapphane, pure lei sfortunatina. Lasciata dal marito con problemi di affidamento della figlia. Non crede in Dio (ritorno ad Annika), non ha interesse per i monumenti e gli hotel con piscina. Le piace il contatto con la gente normale. Ottima madre che si dedica con cura ai figli. Un personaggio complesso e tormentato.
Seguito anche  il terrorista assassino, imbottito di idee maoiste, con una vita familiare difficile alle spalle, frustato da suo padre che pratica il laestadianesimo (c’è sempre da imparare) e pochi mesi di vita per un cancro allo stomaco. Oltre al giornalista viene ucciso anche il ragazzo che aveva visto tutto ed un consigliere comunale. Intreccio tra politica e giornalismo, miti rivoluzionari, il cambiamento della società, scontro fra chi si rassegna e chi vuole ancora combattere, lettere anonime, nomi in codice tra cui Lupo Rosso che dà il titolo al libro, paesaggi, il silenzio, il freddo, brevi pennellate di sesso, l’indagine psicologica, l’”imprigionamento”, la fuga, la salvezza, la gloria giornalistica. Stile semplice, nitido, sicuro con qualche appesantimento di troppo nell’ultima parte. Un buon libro.

Il marcio nella cittàIl marcio nella città di Mickey Spillane e Max Allan Collins, Mondadori 2012.
New York, anni sessanta. Cazzotto che spacca la faccia, braccio spezzato, metà dei denti saltati, palle a raggiungere le interiora. Ecco Mike Hammer, investigatore privato, subito in azione a difendere un ragazzo da due bastardi. È ritornato dalla Florida per riprendersi da una brutta ferita. Sua segretaria amante (che aspetta inutilmente di sposarlo e vorrebbe un figlio) Velda Sterling, stangona bonona dalle curve mozzafiato (frase fatta) e dal seno traboccante di allegria. Pure dotata di forza e coraggio, ferita sulla schiena e sul palmo della mano.
Amico Pat Chamber, capitano della polizia di New York che lo vorrebbe ancora in vacanza e giovane viceprocuratore che lo vorrebbe, invece, senza licenza. Traffico di droga, c’è penuria in giro e sta per arrivare un grosso carico, lotta tra due capi trafficanti con il dubbio di un terzo incomodo. Un paio di tentativi per farlo fuori e a rimetterci sono gli assalitori. Qualche spunto sulla città: poeti di strada, capelloni stravaganti, hippy, musica folk elettrica, mercato degli ambulanti, puttane, tossicomani, predatori, una pioggia fastidiosa e insistente. In giro per ristoranti, bevute di Pabst e whisky, fumate di Lucky accese con il suo formidabile Zippo, ricordi di soldato nella giungla contro i giapponesi.
Mike Hammer si fa largo nella giungla del male con il passo spedito e i modi spicci, senza badare tanto al sottile. Se c’è da ammazzare si ammazza e basta, se c’è da fare l’elemosina si fa all’ubriacone di turno e non allo stronzetto capellone.
Il linguaggio è diretto, veloce, non privo di ironia e battute varie. Alla fine la resa dei conti e godetevi lo spettacolo.

Dalla nostra “inviata” Patrizia Debicke (la Debicche) arriva Lo Zoo di Marilù Oliva, Elliot 2015.
lo zooIntanto si cambia completamente scenario e dalla consueta e familiare Bologna si passa alle spiagge incantate di uno splendido Salento estivo. Quindi il suo immaginario (ma quanto potrebbe invece essere vero) Zoo rappresenta una terribile metafora tesa a raccontare quel delittuoso campionario di grettezza e abiezione umana che è poi l’unico vero Zoo di questa storia. Perché troppo spesso il vero zoo è fuori della gabbia e invece il disumano recinto rettangolare, della tenuta di Pescalusa nelle Puglie, è solo un luogo di depravazione e di torture che, con le sue gabbie di cristallo imprigiona sette povere e innocenti vittime: l’uomo scimmia, la donna vaso, l’angelo ermafrodito, il minuscolo nano, la sirena, Polifemo, uomo con un solo occhio, e la vecchia strega. Poveri e disgraziati esseri deformi la cui unica colpa è una mostruosa anormalità.
Ma l’unica belva, il vero mostro è lei, la Contessa Clotilde, che ha segregato nella sua casa castello, ereditata dal marito morto, questa novella Corte dei Miracoli destinata ai folli esperimenti del suo ultimo uomo – un chirurgo sospeso dalla professione per interventi proibiti – e che tiene in schiavitù, con la complicità dei suoi dipendenti lautamente prezzolati: il guardiano tatuato, un torvo aguzzino maniaco di porno su facebook, una cameriera bruttarella assai e con poco sale nella zucca e il sorvegliante sentinella, incaricato della sicurezza della tenuta.
Depravata e crudele peggio di una mantide religiosa, ebbra per decenni di gloria, fama e potere, con la muta e pelosa connivenza dei potenti locali, impazza, mettendo in atto la contorta e abbietta follia di un orrendo show, riservato a pochi ed eletti ospiti.
La ferocia, che trasuda da ogni pagina, richiama purtroppo la spaventosa ma ordinaria normalità della quale siamo spesso testimoni e che vede tanti, troppi personaggi sopraffare, soggiogare, umiliare e uccidere gli indifesi, i più deboli, i diversi, facendosi forti di una presunta supremazia.
Ma qualcosa che non fila per il verso giusto spezza finalmente la malvagia catena di omertà. L’angelo ermafrodito è scomparso. La sua gabbia di cristallo foderata di ovatta per fingere le nuvole è vuota. Dove è finito? Si scoprirà che è morto, anzi che è stato ucciso. Ma da chi e perché? Chi ha peccato dovrà essere punito?
Un consolatorio lieto fine riduce a fatica l’amaro in bocca di una lucida, dissacratoria e tragica analisi delle multiformi e inesauribili debolezze umane.

Fabio Jonatan JessicaUn saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti