Henning Mankell R.I.P. (1948-2015)

MankellSi è spento oggi, a soli 67 anni, Henning Mankell, uno dei padri del giallo svedese.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo, anni fa, quando aveva deciso di chiudere la serie del Commissario Wallander con un ultimo volume, Piramide, una raccolta di racconti nei quali rivelava gli esordi del suo protagonista più celebre. In quella occasione abbiamo parlato di tante cose, non solo di letteratura di genere. Rilette a dieci anni di distanza, certe affermazioni restituiscono l’idea di un uomo che già allora aveva capito in che direzione stessimo andando.

L’intervista è di gennaio 2006. L’immagine sopra è tratta da qua.

AB – Raccontami di te.
HM – Non parlo volentieri della mia infanzia. (La madre ha abbandonato la famiglia quando Mankell era molto piccolo, n.d.r.). Mi piace però ricordare la mia giovinezza. Ho vissuto a Parigi per qualche anno: mi sono trasferito lì quando avevo solo 15 anni. Non so cosa facevo. Ero molto giovane ma già sapevo di voler fare lo scrittore. A quel tempo chiunque pensasse di voler fare lo scrittore andava a Parigi. Così come un tempo chiunque volesse fare il pittore doveva andare a Roma: era una tradizione. Così andai a Parigi con duecento corone in tasca… Non so come sono sopravvissuto. Facevo i tipici lavori da immigrante, malpagati, ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Credo che la cosa più importante di quegli anni sia stata che ho imparato a prendermi cura di me stesso. È stata una buona scuola, essere da solo all’estero così giovane. Ho scritto il mio primo libro a 22 anni, nel 1970. Ho sempre scritto opere teatrali e ho anche lavorato come direttore di teatro. Tuttora trascorro buona parte dell’anno in Mozambico, dove dirigo il teatro di Maputo.

AB – Da dove viene l’idea di Kurt Wallander?
HM – Credo che uno dei più antiche tradizioni letterarie sia quella di usare lo “specchio” del crimine per parlare della società. Quando mi domandano da dove traggo ispirazione, normalmente rispondo che mi rifaccio all’antica tragedia greca: commedie scritte oltre duemila anni fa che parlano di crimine. Qual è la storia di Medea? È la storia di una donna che uccide per gelosia. Un altro esempio di crime literature è Shakespeare. Voglio dire che la crime fiction ha una tradizione letteraria molto antica, anche se qualcuno stupidamente ritiene che sia stata creata 150 anni fa da Edgar Allan Poe. È una tradizione risalente nel tempo, e io cerco di inserirmi in questo filone, usando la storia criminale per raccontare le contraddizioni. Perché il crimine nasce dalla contraddizione e la letteratura di genere serve a descrivere ciò che sta accadendo nella società.

AB – E cosa sta accadendo nella società?
HM – I cambiamenti in Europa – il blocco dell’Est che si è avvicinato ai paesi occidentali – hanno portato un nuovo tipo di criminalità. Anche questo è un mondo che si presta bene a essere rappresentato attraverso romanzi criminali.

AB – A parte le ovvietà, qual è la differenza principale tra Europa e Africa? Non parlo del clima, ma della gente, delle emozioni.
HM – Per molti anni ho cercato le differenze, ma l’unica cosa che ho trovato sono le somiglianze. Siamo davvero tutti uguali, sotto la pelle di diverso colore. Reagiamo esattamente allo stesso modo di fronte alle cose. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di visitare un piccolo e sperduto villaggio del Mozambico dove la gente non aveva mai visto la televisione. Abbiamo portato lì un televisore e abbiamo mostrato loro la videocassetta di un film di Charlot e la gente ha iniziato a ridere immediatamente. Non sapevano cosa fosse un film né chi fosse Charlie Chaplin, ma davanti alle immagini ebbero le stesse reazioni che abbiamo noi.
Le relazioni tra Africa e Europa oggi non sono buone: ciò che sta accadendo a Lampedusa oggi (gli sbarchi di clandestini e il problema dei campi di prima accoglienza, n.d.r.) ne è un esempio. Ma dobbiamo ricordare che la relazione tra i due continenti, in una prospettiva di lunghissimo periodo, è stata molto buona; è solo negli ultimi quattrocento anni che il colonialismo ha rovinato tutto.
Spero che in futuro torneremo alle buone relazioni che avevamo un tempo. E credo che sarebbe un’ottima cosa costruire un ponte tra Gibilterra e il nord Africa. Se, fra centocinquanta anni, potessi tornare indietro per trenta secondi e dare un’occhiata intorno, davvero vorrei vedere che le relazioni sono tornate buone. Dobbiamo ricordare che uno dei tre re Magi era un nero. Dobbiamo anche ricordare che la razza umana viene dall’Africa, che vuol dire che tutti noi abbiamo antenati di colore. Tendiamo un po’ troppo spesso a dimenticare queste cose.

AB – Piramide, edito da Marsilio, è l’ultimo romanzo di Kurt Wallander. Perché hai smesso di scrivere su Wallander?
HM – Era importante per me fermarmi in tempo. Non volevo correre il rischio di scrivere per routine. In realtà il protagonista è rimasto in famiglia, perché ora è sua figlia Linda. È stato molto divertente perché il primo libro con Linda ha venduto più di quelli con il padre, quindi pare che la gente abbia accolto bene il cambiamento.

AB – Wallander spesso ha problemi con i giovani, a partire dal rapporto con sua figlia, che è molto freddo e problematico.
HM – Molti adulti hanno problemi a ricordarsi com’è essere giovani. Io cerco di essere sempre a contatto con i giovani, visito spesso le scuole, cerco di capire cosa pensano, cosa si aspettano dal mondo. Spesso scopro, ad esempio, che i giovani sono molto più interessati alla politica degli adulti.

AB – Wallander e Mankell: cos’hanno in comune?
HM – Tre cose: amano l’opera; hanno la stessa età; lavorano moltissimo. Per il resto, sono completamente diversi.

AB – È importante che i libri siano credibili?
HM – Sì.

AB – Come ti documenti?
HM – Faccio ricerca, se necessario. Ci sono due obiettivi del fare ricerca: il primo è quello di descrivere correttamente come sono le cose; e il secondo è sapere esattamente come sono le cose e poi cambiarle. Così la gente non può dire se qualcosa è accaduto o meno realmente; ciò che voglio che dicano, in realtà, è che una cosa potrebbe essere davvero accaduta. Quindi io faccio ricerca per essere preciso e per non esserlo.

AB – Che tipo di lettore sei?
HM – Leggo molto poco i gialli: solo Ian Rankin, John LeCarrè… Di solito leggo i classici. Al momento sto rileggendo Elsa Morante: La storia, L’isola di Arturo

AB – Come ti rilassi?
HM – Leggo, sto con gli amici, cammino moltissimo…

AB – Come ti relazioni con le nuove tecnologie?
HM – Sono stato uno dei primi a usare il computer e adesso so anche mandare le mail… Mi trovo abbastanza bene, direi.

AB – Progetti per il futuro?
HM – Da poco ho terminato un nuovo lavoro che si chiama Lampedusa, a proposito di ciò che sta accadendo lì, nel centro di detenzione che sta esplodendo per la pressione gli immigrati. Sono stato a Lampedusa e ho constatato con i miei occhi questa tragedia silenziosa.
Inoltre sto preparando un nuovo libro. È basata sulla storia vera, accaduta in Europa circa centocinquanta anni fa, di un uomo accusato di aver falsificato un manoscritto.

AB – C’è un messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?
HM – Sempre. Ma è diverso da libro a libro.

AB – C’è un filo conduttore nelle tue opere?
HM – È la solidarietà. L’idea è che la solidarietà fra le persone, prima ancora che tra i governi, possa salvare il mondo.

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piramideHenning Mankell
Piramide
Traduzione di Giorgio Puleo
Marsilio, 2006

Cinque casi di omicidio, ambientati tra il 1979 e il 1989, che vedono un Kurt Wallander alle prime armi. Da quando, agente poco più che ventenne, risolve il suo primo caso, a quando s’impadronisce del mestiere e si capisce che sarà un ottimo poliziotto, fino a diventare commissario capo del distretto di Ystad. Henning Mankell fa luce su alcuni aspetti della vita e della personalità del suo protagonista finora taciuti, inclusa la sua vita prima di conoscere Mona, di cui si innamorerà e che sposerà.
In questo prologo-epilogo Mankell trova finalmente anche il “sottotitolo” a lungo cercato per l’intera serie: I romanzi dell’inquietudine europea, ovvero dell’inquietudine del nostro tempo. I delitti senza logica, le divisioni e tensioni nella società, il disgregamento dei valori su cui un tempo si fondava, e lo stesso Wallander con la sua vita privata così instabile riflettono il nostro tempo, con le sue paure e insicurezze, la violenza che lo attraversa, e lo smarrimento che tutto ciò crea. Una fotografia in cui milioni di lettori di tutto il mondo si sono riconosciuti.

Henning Mankell è nato in Svezia nel 1948 e ha raggiunto il successo internazionale con la serie del commissario Wallander, nove episodi, tutti editi da Marsilio. Una serie tradotta in 35 lingue, che ha venduto a oggi più di 24 milioni di copie nel mondo. Vive tra la Svezia e l’Africa, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, tra cui Comédia infantil (Marsilio 2001) e Il figlio del vento (Marsilio 2002). Dalle sue battaglie per l’Africa è nato il libro Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids (Marsilio 2005).

Simone Sarasso: si chiude la “Trilogia sporca d’Italia”

simone sarassoIn attesa del nuovo romanzo Il paese che amo (Marsilio, di imminente pubblicazione), ripropongo un’intervista di qualche tempo fa per riannodare le trame della storia da dove era rimasta sospesa.

Autore della “Trilogia Sporca d’Italia” (due terzi già pubblicati, il rimanente terzo sta per arrivare in libreria), Simone Sarasso, novarese, classe 1978, si è letteralmente imposto nel panorama noir italiano con il primo romanzo, Confine di Stato, uscito dapprima con una piccola casa editrice, la EffeQu, poi notato e ripubblicato da Marsilio, che lo ha messo sotto contratto per l’intera Trilogia. Nel 2009 ha visto la luce Settanta, una straordinaria “cavalcata a pelo” su un decennio di misteri della storia italiana, fino al sequestro Moro. Il tutto raccontato in chiave “fiction”, con nomi modificati (ma personaggi perfettamente riconoscibili) e una rielaborazione romanzesca laddove c’erano lacune da colmare. E negli anni Settanta di lacune da colmare ce n’erano tante…

AB – Settanta, romanzo ucronico e secondo volume della Trilogia, è decisamente più imponente del primo e strutturato in modo diverso. Cominciamo con i credits: chi ringrazi per questa tua avventura letteraria?
SS – Un bel po’ di colleghi scrittori: Wu Ming 1 per aver scritto il memorandum sul NIE (New Italian Epic, n.d.i.), Gianni Biondillo per avermi insegnato la lingua degli italiani, Antonio Scurati perché sa bene che cos’è l’epica e Alessandro Bertante (un po’ più degli altri, permettetemi) perché non è solo un grandissimo scrittore ma un vero e proprio fratello maggiore.

AB – Salta agli occhi la differenza tra Confine di Stato e Settanta, anche nella grafica, oltre che nell’impianto narrativo. Eppure ci si aspetterebbe una certa uniformità tra i volumi della trilogia. Come mai questo cambiamento di rotta?
SS – Cambia il periodo, cambia l’estetica collegata a quel periodo e, soprattutto, cambia il mio modo di scrivere. La Trilogia segna un’evoluzione del Paese ma, soprattutto, è lo specchio della mia crescita come autore: più s’impara più si cambia. E finisce che il volume 1 sia molto diverso dal volume 3 (e nemmeno il 2 assomigli agli altri…)

AB – Ci sono evidenti influssi della cinematografia, della letteratura e dei fumetti dell’epoca. Cultore, semplice appassionato o…? Che rapporto c’è tra la scrittura e le altre arti?
SS – Per tutta la vita ho sognato di occuparmi di cinema: sono un grande appassionato di action movie di tutte le epoche, con un particolare occhio di riguardo agli anni Settanta. Ultimamente mi è capitato di scrivere per la televisione e ho capito che la mia vera vocazione è la letteratura e la mia autentica passione sono i romanzi. L’unico mondo in cui si può controllare realmente ogni singolo particolare è quello della carta stampata: quando si crea dal nulla una storia, si ha libertà di decidere le inquadrature, di occuparsi dei dialoghi, di scegliere la fotografia… Nel cinema (che pur è fortemente presente col suo influsso nella mia narrativa), nemmeno il regista ha tutte queste libertà. Figuriamoci lo sceneggiatore…

AB – Andrea Sterling, questo “cattivo-non cattivo” che muove le sorti d’Italia. Credi davvero in una regia occulta dietro la Storia italiana degli ultimi cinquant’anni? Di un solo uomo o di un gruppo di potere? O non c’è, forse, solo molta stupidità e poca lungimiranza in chi, per caso o per calcolo, si è trovato a gestire il potere?
SS – Che la gestione del potere e della cosa pubblica negli ultimi quarant’anni in Italia non sia stata  impeccabile mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Personalmente non credo che ci sia, dietro ai Misteri Italiani, una regia  unica per le decine di eventi tragici che hanno dilaniato il Paese (sarebbe un’ipotesi veramente troppo romanzesca…). Di sicuro, a studiare montagne di documenti più o meno de-secretati, viene il sospetto che più di una volta il potere si sia servito dell’eversione armata extraparlamentare per sovvertire l’ordine costituito. E che spesso queste alleanze siano sfuggite di mano a chi le aveva messe in piedi.

AB – Quale molla ti ha spinto alla scrittura della Trilogia?
SS – L’indignazione. Io voglio continuare a raccontare i misteri più oscuri della storia patria perché solo così le vittime innocenti non saranno mai dimenticate. Raccontare è resistere, non dimentichiamocelo mai…

AB – Come ti sei documentato per la parte storica?
SS – A cascata: sono partito dalla rete, ho ficcato il naso nelle biblioteche e nelle emeroteche e alla fine mi sono fatto strada in mezzo alla polvere degli archivi.

AB – Quale dei personaggi ha qualcosa di te?
SS – Questa è davvero una bella domanda. Di primo acchito risponderei “nessuno”, visto che ho sempre detto di non volermi occupare – come scrittore – del mio ombelico. Tuttavia, più scrivi più ti accorgi che inevitabilmente qualcosa di te scivola nei tuoi personaggi. Non necessariamente qualcosa che ha a che vedere con quello che sei, ma magari con quello che vorresti essere. Io non ho mai avuto desiderio di rapinare le banche in vita mia, ma credo che un po’ dell’impulsività di Ettore Brivido, il mio bandito gentiluomo, mi appartenga. Così come la testardaggine di Domenico Incatenato – il magistrato che indaga sul lato oscuro di Sterling – o l’esuberanza di Nando Gatti – l’attore di poliziottesco che prende un po’ troppo sul serio il suo mestiere – sono “cose mie”. Capita, persino tra scrittore e protagonista, di assomigliarsi un po’: dopo essere stati insieme per così tanto tempo (la lavorazione di Settanta è durata quasi due anni…) è naturale.

AB – Hai scelto di usare il dialetto – su consiglio di Gianni Biondillo. Come ti sei trovato?
SS – Molto bene. Quella del dialetto è stata una mia fissa fin da quando ho letto il primo libro di Gianni. Appena ho interiorizzato il meccanismo mi sono “sfogato”: il nuovo romanzo ne è imbottito…

AB – A proposito di consigli: quali autori ti hanno influenzato e quali consiglieresti a un pubblico di lettori appassionati del genere?
SS – I miei maestri sono i Wu Ming, Giuseppe Genna, Giancarlo De Cataldo, Don Winslow, Valerio Evangelisti, Glen Duncan e James Ellroy.

AB – Infine, e brevemente: chi è Simone Sarasso?
SS – Un artigiano della parola (e, talvolta, dell’immagine) che lavora un sacco. Tutto qua.

Confine di Stato in ebook
Settanta in ebook

Alle radici del male di Roberto Costantini

In una sala letteralmente gremita della libreria Arion – all’interno del Palazzo delle Esposizioni di Roma – si è svolta la prima presentazione di Alle radici del male (Marsilio, 2012), secondo volume della trilogia iniziata con Tu sei il male. Con un’ottima padronanza dei temi e del ritmo (frutto senz’altro di un intero anno passato a presentare il primo romanzo) Giancarlo De Cataldo e Roberto Costantini hanno raccontato… ciò che si poteva raccontare del romanzo – che, lo ricordiamo, essendo un thriller necessita di una buona dose di reticenza.

Contesto storico – 1962: ritratto di famiglia borghese a Tripoli. 1967: quattro ragazzini – due italiani e due arabi – si legano con un patto di sangue: sono Nico, Michele detto Mike, Ahmed e Karim. Estate del 1969: Gheddafi prende il potere in Libia con l’aiuto degli Italiani.

Michele Balistreri“Un ragazzo diverso dagli altri italiani. Con quel senso dell’onore e della lealtà assolutamente inconsueti. Certo, era violento, pericoloso e testardo. Ma era anche generoso e aveva voluto suo figlio Ahmed come miglior amico quando avrebbe potuto scegliere chiunque a Tripoli”: ecco chi è il giovane Michele Balistreri, già conosciuto in Tu sei il male.
Un ragazzo antipatico e tutto d’un pezzo. Repellente alle zanzare e un po’ anche ai lettori (ero indecisa se scriverlo, poi lo stesso Roberto Costantini ha confermato che Michele Balistreri è volutamente antipatico e mi sono sentita sollevata da ogni responsabilità), figlio dell’imprenditore italiano più importante di Tripoli, Balistreri gode di una condizione privilegiata che lo mette al riparo dai piccoli soprusi. Ma la vita non gli risparmia i problemi: il conflitto con il padre; la morte della madre Italia; l’omicidio di Nadia, sorella di Ahmed e Karim; l’amore per l’americana Laura Hunt e la forte attrazione per la spregiudicata madre di lei, Marlene. E l’assassinio a cui assiste e di cui si rende complice, un segreto che lo legherà indissolubilmente agli amici. Michele, poi, ci mette del suo: la sensazione di essere il “figlio reietto”, di aver subito dei torti, lo rende un cane sciolto, ansioso di liberarsi dal vincolo filiale e di guadagnare da solo un agiato tenore di vita. Contrabbando di sigarette e valuta, sfruttamento della prostituzione, tradimento: il giovane Mike non si ferma davanti a nulla pur di arrivare ai soldi facili e alla verità. Non otterrà né l’una, né gli altri.

Davvero difficile riconoscere in questo Michele Balistreri, impetuoso e sportivo, lo stesso commissario Balistreri che, pacato e vinto, centellinava caffè e sigarette per controllare la gastrite. Si comprende invece la sua visione politica, mutuata dalla madre Italia, fascista nell’animo per risentimento contro coloro a cui imputa la morte del fratello. Tradire il Governo, tradire gli alleati: questa è la colpa degli Italiani. E in seguito sostenere un giovane colonnello che ha alle spalle una lobby potente e trasversale, e che caccerà ventimila italiani dalla Libia, un tale Gheddafi. E altre nefandezze varie.

Ma questa è “solo” la prima parte (quasi 500 pagine!!) di Alle radici del male.

Fast forward: nell’estate del 1982 uno svogliato Balistreri, reduce dal disastro del caso di Elisa Sordi (si veda Tu sei il male), indaga sull’omicidio dell’argentina Anita Messi. Nel frattempo deve sorvegliare Claudia Teodori, la figlia del suo capo a cui ha promesso di prendersi cura della ragazza. Anche quest’operazione è per Balistreri un’immane rottura di scatole. Eppure a poco a poco il commissario si “affeziona” alle due donne, la viva e la morta, e si appassiona al suo compito. Che, in modo imprevedibile, sarà collegato alle vicende di dodici anni prima…

In Alle radici del male (Marsilio, 2012) il tema centrale è la storia della Libia negli anni tra il 1960 e l’ascesa al potere di Gheddafi. A fronte di una parte romanzata, sebbene parzialmente suffragata da documenti incompleti, relativa al complotto e alla partecipazione italiana alla presa di potere di Gheddafi, ci sono fatti storicamente provati: l’Italia di allora, o meglio, chi la governava, ritenne che per gli Italiani fosse meglio far cacciare 20 mila connazionali dalla Libia perché 60 milioni potessero pagare meno la benzina.

Confesso di avere solo scarse notizie e vaghe reminiscenze di questa vicenda: sono troppo vecchia per aver avuto la possibilità di studiarla a scuola e troppo giovane per ricordarmene dalla cronaca dei tempi, e ho trovato questa parte iniziale estremamente istruttiva. Certo, c’è anche una trama di genere, tra il thriller e lo spionaggio, ma c’è soprattutto la formazione di Michele in Libia (e l’apertura di una finestra su un mondo che ignoravo).

«I padri hanno il dovere di occuparsi dei figli e il diritto di sbagliare nel farlo. I figli hanno il diritto di difendersi e il dovere di capirli, prima o poi.» (pag. 275)

I cattivi – In realtà nessuno è buono o cattivo di per sé, ma ognuno ritiene di far cose per l’Italia, indipendentemente da quale parte prevalga: il padre di Michele, che fa fortuna in Libia; Don Eugenio (nipote di De Gasperi, si dice); Giacomo Busi, per la cui figura Roberto Costantini si è ispirato a Petrolio di Pasolini. Su un altro piano stanno invece “Rossellini”, Dino Forte, Giangiacomo Zingaretti: personaggi ambigui, malvagi, vittime delle proprie inclinazioni e tendenti alla convenienza.

Nonostante le raccomandazioni di De Cataldo sul “non svelare troppo”, Costantini si lascia sfuggire che in Alle radici del male “C’è ancora una zona d’ombra: il libro si conclude in sé, c’è un assassino; poi ci sono dei colpevoli di ordine superiore che non vengono puniti”.

Da lettrice posso assicurare che Alle radici del male è un autentico “voltapagina”: le 702 pagine scorrono via freneticamente, un colpo di scena dietro l’altro, e ricostruiscono un puzzle che, piaccia o no, è molto verosimile.

Per il primo mese Alle radici del male è venduto al prezzo di lancio di 14 euro. Disponibile anche in ebook:

Henning Mankell e Kurt Wallander

(Immagine tratta da Kurt Wallander Fans Blog)

Ho iniziato a vedere la serie tv Il commissario Wallander, non quella svedese ma quella british con Kenneth Branagh. La trovo un po’ lenta, come d’altra parte trovo piacevolmente lenti i romanzi di Henning Mankell da cui la serie è tratta, ma molto aderente allo spirito dei libri. Ho conosciuto gli scrittori scandinavi in tempi non sospetti, ben prima del boom di Stieg Larsson, proprio attraverso i romanzi di Mankell e del suo straordinario commissario. Wallander ha avuto un’evoluzione, da giovane poliziotto fino a commissario capo del distretto di Ystad, e a furor di popolo è tornato in L’uomo inquieto per raccontare gli anni della pensione. Come già fece Agatha Christie con Miss Marple, Mankell non fa morire Kurt Wallander ma lascia intuire che la sua storia è finita, almeno per quel che riguarda i lettori. Prima del L’uomo inquieto c’era stata la raccolta di racconti Piramide, in cui venivano svelati i retroscena mai esplicitati della vita privata di Wallander (ad esempio la fase precedente all’incontro con Mona, di cui si innamorerà e che sposerà). Già in Piramide compariva il sottotitolo I romanzi dell’inquietudine europea, ovvero dell’inquietudine del nostro tempo: “I delitti senza logica, le divisioni e tensioni nella società, il disgregamento dei valori su cui un tempo si fondava, e lo stesso Wallander con la sua vita privata così instabile riflettono il nostro tempo, con le sue paure e insicurezze, la violenza che lo attraversa, e lo smarrimento che tutto ciò crea. Una fotografia in cui milioni di lettori di tutto il mondo si sono riconosciuti”.

Proprio in quell’occasione ho avuto la straordinaria opportunità di intervistare Henning Mankell. Era il 2005 e Mankell era in Italia per presentare un altro libro, Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids, che tratta un tema molto caro all’autore. Un’intervista che ho il piacere di riproporre oggi perché ancora attualissima.

AB – Raccontami di te.
HM – Non parlo volentieri della mia infanzia. (La madre ha abbandonato la famiglia quando Mankell era molto piccolo, n.d.r.). Mi piace però ricordare la mia giovinezza. Ho vissuto a Parigi per qualche anno: mi sono trasferito lì quando avevo solo 15 anni. Non so cosa facevo. Ero molto giovane ma già sapevo di voler fare lo scrittore. A quel tempo chiunque pensasse di voler fare lo scrittore andava a Parigi. Così come un tempo chiunque volesse fare il pittore doveva andare a Roma: era una tradizione. Così andai a Parigi con duecento corone in tasca… Non so come sono sopravvissuto. Facevo i tipici lavori da immigrante, malpagati, ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Credo che la cosa più importante di quegli anni sia stata che ho imparato a prendermi cura di me stesso. È stata una buona scuola, essere da solo all’estero così giovane. Ho scritto il mio primo libro a 22 anni, nel 1970. Ho sempre scritto opere teatrali e ho anche lavorato come direttore di teatro. Tuttora trascorro buona parte dell’anno in Mozambico, dove dirigo il teatro di Maputo.

AB – Da dove viene l’idea di Kurt Wallander?
HM – Credo che uno dei più antiche tradizioni letterarie sia quella di usare lo “specchio” del crimine per parlare della società. Quando mi domandano da dove traggo ispirazione, normalmente rispondo che mi rifaccio all’antica tragedia greca: commedie scritte oltre duemila anni fa che parlano di crimine. Qual è la storia di Medea? È la storia di una donna che uccide per gelosia. Un altro esempio di crime literature è Shakespeare. Voglio dire che la crime fiction ha una tradizione letteraria molto antica, anche se qualcuno stupidamente ritiene che sia stata creata 150 anni fa da Edgar Allan Poe. È una tradizione risalente nel tempo, e io cerco di inserirmi in questo filone, usando la storia criminale per raccontare le contraddizioni. Perché il crimine nasce dalla contraddizione e la letteratura di genere serve a descrivere ciò che sta accadendo nella società.

AB – E cosa sta accadendo nella società?
HM – I cambiamenti in Europa – il blocco dell’Est che si è avvicinato ai paesi occidentali – hanno portato un nuovo tipo di criminalità. Anche questo è un mondo che si presta bene a essere rappresentato attraverso romanzi criminali.

AB – A parte le ovvietà, qual è la differenza principale tra Europa e Africa? Non parlo del clima, ma della gente, delle emozioni.
HM – Per molti anni ho cercato le differenze, ma l’unica cosa che ho trovato sono le somiglianze. Siamo davvero tutti uguali, sotto la pelle di diverso colore. Reagiamo esattamente allo stesso modo di fronte alle cose. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di visitare un piccolo e sperduto villaggio del Mozambico dove la gente non aveva mai visto la televisione. Abbiamo portato lì un televisore e abbiamo mostrato loro la videocassetta di un film di Charlot e la gente ha iniziato a ridere immediatamente. Non sapevano cosa fosse un film né chi fosse Charlie Chaplin, ma davanti alle immagini ebbero le stesse reazioni che abbiamo noi.
Le relazioni tra Africa e Europa oggi non sono buone: ciò che sta accadendo a Lampedusa oggi (gli sbarchi di clandestini e il problema dei campi di prima accoglienza, n.d.b.) ne è un esempio. Ma dobbiamo ricordare che la relazione tra i due continenti, in una prospettiva di lunghissimo periodo, è stata molto buona; è solo negli ultimi quattrocento anni che il colonialismo ha rovinato tutto.
Spero che in futuro torneremo alle buone relazioni che avevamo un tempo. E credo che sarebbe un’ottima cosa costruire un ponte tra Gibilterra e il nord Africa. Se, fra centocinquanta anni, potessi tornare indietro per trenta secondi e dare un’occhiata intorno, davvero vorrei vedere che le relazioni sono tornate buone. Dobbiamo ricordare che uno dei tre re Magi era un nero. Dobbiamo anche ricordare che la razza umana viene dall’Africa, che vuol dire che tutti noi abbiamo antenati di colore. Tendiamo un po’ troppo spesso a dimenticare queste cose.

AB – Piramide, che esce adesso con Marsilio, è l’ultimo romanzo di Kurt Wallander. Perché hai smesso di scrivere su Wallander?
HM – Era importante per me fermarmi in tempo. Non volevo correre il rischio di scrivere per routine. In realtà il protagonista è rimasto in famiglia, perché ora è sua figlia Linda. È stato molto divertente perché il primo libro con Linda ha venduto più di quelli con il padre, quindi pare che la gente abbia accolto bene il cambiamento.

AB – Wallander spesso ha problemi con i giovani, a partire dal rapporto con la figlia, che è molto freddo e problematico.
HM – Molti adulti hanno problemi a ricordarsi com’è essere giovani. Io cerco di essere sempre a contatto con i giovani, visito spesso le scuole, cerco di capire cosa pensano, cosa si aspettano dal mondo. Spesso scopro, ad esempio, che i giovani sono molto più interessati alla politica degli adulti.

AB – Wallander e Mankell: cos’hanno in comune?
HM – Tre cose: amano l’opera; hanno la stessa età; lavorano moltissimo. Per il resto, sono completamente diversi.

AB – È importante che i libri siano credibili?
HM – Sì.

AB – Come ti documenti?
HM – Faccio ricerca, se necessario. Ci sono due obiettivi del fare ricerca: il primo è quello di descrivere correttamente come sono le cose; e il secondo è sapere esattamente come sono le cose e poi cambiarle. Così la gente non può dire se qualcosa è accaduto o meno realmente; ciò che voglio che dicano, in realtà, è che una cosa potrebbe essere davvero accaduta. Quindi io faccio ricerca per essere preciso e per non esserlo.

AB – Che tipo di lettore sei?
HM – Leggo molto poco i gialli: solo Ian Rankin, John le Carrè… Di solito leggo i classici. Al momento sto rileggendo Elsa Morante: La storia, L’isola di Arturo

AB – Come ti rilassi?
HM – Leggo, sto con gli amici, cammino moltissimo…

AB – Come ti relazioni con le nuove tecnologie?
HM – Sono stato uno dei primi a usare il computer e adesso so anche mandare le mail… Mi trovo abbastanza bene, direi.

AB – Progetti per il futuro?
HM – Da poco ho terminato un nuovo lavoro teatrale che si chiama Lampedusa, a proposito di ciò che sta accadendo lì, nel centro di detenzione che sta esplodendo per la pressione gli immigrati. Sono stato a Lampedusa e ho constatato con i miei occhi questa tragedia silenziosa.
Inoltre sto preparando un nuovo libro. È basata sulla storia vera, accaduta in Europa circa centocinquanta anni fa, di un uomo accusato di aver falsificato un manoscritto. (Non sono riuscita a comprendere quale fosse il libro in questione, n.d.b.)

AB – C’è un messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?
HM – Sempre. Ma è diverso da libro a libro.

AB – C’è un filo conduttore nelle tue opere?
HM – È la solidarietà. L’idea è che la solidarietà fra le persone, prima ancora che tra i governi, possa salvare il mondo.

Henning Mankell è nato in Svezia nel 1948 e ha raggiunto il successo internazionale con la serie del commissario Wallander, dieci libri editi in Italia da Marsilio. Una serie tradotta in 35 lingue, che ha venduto più di 24 milioni di copie nel mondo e che ha un seguito ideale nelle vicende di Linda, la figlia di Wallander.
Mankell ha sposato in quarte nozze Eva, la figlia del regista Ingmar Bergman, e vive tra la Svezia e l’Africa, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, tra cui Comédia infantil (Marsilio 2001), Il figlio del vento (Marsilio 2002) e Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids (Marsilio 2005).

Roberto Costantini: “Tu sei il male” fa man bassa di premi (in attesa del secondo romanzo)

Il romanzo Tu sei il male di Roberto Costantini si è aggiudicato ieri sera a Lecco sia il Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco della Giuria Popolare che il Premio Opera prima – sezione Raffaele Crovi assegnato dalla Giuria dei Letterati per il miglior esordio nella narrativa di genere italiana.

Il 4 ottobre, invece, veniva segalato tra i finalisti della nona edizione del Premio Camaiore Letteratura Gialla insieme a Massimo Carlotto e Marcello Simoni. In particolare – cito il comunicato stampa – Massimo Carlotto con Respiro corto (Einaudi) è stato indicato dalla giuria degli esperti, Roberto Costantini con Tu sei il male (Marsilio Editori) è stato indicato dalla giuria delle librerie e Marcello Simoni con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton) è stato indicato dalla giuria del web.
La serata finale del Premio, con la proclamazione del vincitore, è in programma venerdì 7 dicembre al Teatro dell’Olivo di Camaiore.

Nel frattempo l’editore Marsilio rende noto che a fine ottobre uscirà Alle radici del male, il secondo volume della trilogia originariamente prevista.

Un successo meritato e annunciato. A me piace ricordare che la prima presentazione di Tu sei il male l’abbiamo fatta a Roma, con Enzo BodyCold e – nientepopodimenoche – Giancarlo De Cataldo.

Ecco cosa ci eravamo detti oltre un anno fa con l’autore:

È l’esordio dell’autunno: Tu sei il male di Roberto Costantini – in libreria dal 7 settembre – rappresenta uno di quei rari momenti fortunati dell’editoria italiana, quello del manoscritto del perfetto esordiente che si trova per caso sul tavolo giusto al momento giusto. L’autore esordisce in tarda età dopo un percorso professionale e di vita tutto diverso dall’esordio dello scrittore “classico”, e a giudicare dal risultato potremmo dire che è un bene che sia andata così. Se è vero che per scrivere bisogna prima aver vissuto, Costantini ha vissuto davvero molto prima di decidersi a buttar giù il suo primo romanzo.

AB – La prima domanda è d’obbligo: esordiente a sessant’anni!
RC – Non ancora sessanta, precisiamo: saranno 59 a settembre, sono nato nel 1952. Questa cosa dei sessant’anni l’ha detta Giancarlo De Cataldo sul Sole24Ore: quando gli hanno chiesto di menzionare dei gialli su Roma lui ne ha indicati alcuni tra cui il mio, definendomi “un esordiente sessantenne”. L’ho ringraziato ma ho specificato che non sono ancora sessanta. Devo dire che l’approssimarsi dei sessanta anni mi fa un po’ impressione, a differenza degli altri passaggi di decade che l’hanno preceduto.
Quanto all’esordire, l’esordio è limitato al genere perché ho scritto altri libri, ma di saggistica. Sono ingegnere ma ho sempre fatto il consulente d’azienda e ho pubblicato diversi manuali sulla negoziazione.

AB – Pur sempre esordiente nel genere, però.
RC – Relativamente. Intanto sono sempre stato un fortissimo lettore. Fin da ragazzo, quando abitavo in Libia: ho letto Agatha Christie in inglese, e poi Ellery Queen, i classici. Andavo in vacanza con un mio carissimo amico e ci portavamo una caterva di libri: li leggevamo la notte e l’indomani ce li scambiavamo e ci interrogavamo a vicenda. Tuttora, quando vado in libreria, compro gli ultimi 15 gialli usciti e ne leggo almeno le prime pagine, poi li passo a mia moglie e a mia suocera. Quanto a scrivere, avrei dovuto fare il giornalista. A 18 anni scrivevo per il Corriere dello Sport, sulla pagina “Per voi giovani”, in cui c’erano articoli volti a sensibilizzare i giovani su temi sociali. Erano articoli seri e ben pagati. Poi fummo cacciati dalla Libia, io dovevo iniziare l’università e mio padre mi chiese di fare l’ingegnere. Quindi ho intrapreso un’altra strada. Negli anni, durante i numerosi viaggi di lavoro, pensavo alla “mia” storia e man mano me la costruivo in testa. E siccome spesso con i fusi orari non dormivo buttavo giù delle trame. Poi, tre o quattro anni fa, avevo un lavoro che mi dava preoccupazioni serie, da non dormire la notte, e mi misi a scrivere. Una volta terminato il romanzo era una massa informe. Volevo portarlo in tipografia per stamparlo e regalarlo a Natale agli amici – sono miei amici, dovranno leggerlo per forza, pensavo.

AB – E invece…
RC – E invece il manoscritto è arrivato a Marsilio e so che a loro è piaciuto. Io penso che sia molto bello, ma l’ho scritto io, quindi non faccio testo. D’altra parte ci sono clamorosi successi editoriali che a me non sono piaciuti (e per esplicito patto con l’autore non diremo quali, n.d.b.). In famiglia, poi, c’è stata una sorta di opposizione strisciante: ho scritto Tu sei il male “nonostante” i miei figli adolescenti, che si lamentavano perché tenevo occupato l’unico computer di casa.

AB – In realtà questo è il primo volume di una trilogia.
RC – Esatto, è una trilogia con un unico filo conduttore anche se ogni romanzo contiente un “giallo” compiuto in sé. Il concetto è lo stesso del Padrino: nel secondo romanzo il protagonista, Michele Balistreri, sarà più giovane che nel primo, come Marlon Brando.

(foto di Daniela Palmieri)

AB – Che altro puoi dirmi del secondo romanzo?
RC – Nel secondo volume ci sarà “l’origine del male”. La tesi di fondo è che – non solo nei romanzi, ma anche nella vita reale – non esistono persone assolutamente buone o assolutamente cattive: è possibile che chiunque perda la testa. A parte i criminali incalliti, ognuno di noi può avere il suo momento di follia.

AB – In Tu sei il male ci sono diverse tipologie di criminale: il delinquente incallito, lo psicopatico, l’occasionale…
RC – In realtà sono diverse tipologie di colpa: nessuno di questi è totalmente cattivo o totalmente buono. Lo stesso Balistreri è uno che, partito come una specie di eroe invincibile, a un certo punto ha dovuto piegarsi all’idea di scontare le colpe per gli errori che ha commesso. Balistreri è un uomo che crede nell’onore e nella lealtà. Nasce come un uomo di destra, che pensa – come pensava sua madre – che se Mussolini non si fosse fatto trascinare da Hitler avrebbe fatto bene all’Italia. Suo fratello Alberto invece è pacato, è il tipico democristiano. Ma Balistreri è il figlio minore, il figlio meno considerato, al contrario di suo fratello Alberto, il primogenito, bravo e adeguato. Alberto dice le cose che si possono dire per non perdere la propria reputazione, Michele dice ciò che le persone pensano, ma non dicono.

AB – Che poi il Balistreri trentenne ha anche una sorta di funzione sociale con le donne: pur sapendo che lo perderanno, o forse proprio per questo, le donne riescono a lasciarsi andare completamente con lui.
RC – (Ride) Sì, diciamo che ha una sorta di funzione sociale.

AB – Nella realtà, invece, cosa è il male?
RC – Ad esempio una situazione che trovo molto preoccupante è il disagio adolescenziale. Io sono molto a contatto con gli adolescenti: la sottile discriminazione psicologica, che esiste in ogni classe nei confronti di qualcuno, costruisce dei futuri squilibrati. Noi siamo un Paese molto più razzista di quanto si creda. Oggi in Italia c’è un tasso elevatissimo di bullismo: gli adolescenti discriminati, che oggi sono vittime, rischiano di essere una generazione di serial killer tra 15 anni, perché non hanno altro modo di affermarsi se non usando la violenza.

AB – Dunque Tu sei il male arriva a Marsilio che non solo decide di pubblicarlo, ma lo promuove anche come successo editoriale dell’autunno. Tu sei un esperto di marketing e forse ti rendi conto del meccanismo psicologico perverso: se mi dicono che un romanzo è un capolavoro, basta che sia un filo al di sotto delle aspettative e io ne resterò delusa. Se invece mi si dice semplicemente che è un buon romanzo, è facile che leggendolo io lo trovi migliore delle aspettative che mi sono creata, con un surplus di soddisfazione.
RC – Capisco cosa vuoi dire. Non conosco la realtà editoriale ma mi succede la stessa cosa con il cinema: i film che mi sono piaciuti di più sono quelli di cui nessuno mi aveva parlato in termini entusiasmanti.

AB – Questo meccanismo è un po’ un’arma a doppio taglio, perché c’è una piccola fascia di lettori, quelli un po’ scafati, che guarda con sospetto al “capolavoro”, ma è probabile che invece sulla massa di pubblico questo tipo di marketing funzioni. D’altra parte il libro ha trovato larga approvazione presso gli addetti ai lavori ed è stato venduto anche all’estero a scatola chiusa: come ti fa sentire questa cosa?
RC – Bene, anche se gli stranieri hanno comprato la trilogia, che di fatto ancora non esiste… Quindi ora mi toccherà scriverla! Vivo questa situazione con grande curiosità. Mi piacciono i gialli, penso di averne scritto uno buono e inoltre c’è la sfortunata coincidenza che in questo periodo la situazione in Libia è sotto gli occhi di tutti. Il secondo romanzo parla proprio di questo, e per me è una fortuna, anche se ciò che sta accadendo mi addolora. Il libro è dedicato al popolo della Libia, che mi è caro perché ho vissuto lì fino all’adolescenza e credo che l’Italia non si stia comportando bene. Come direbbe Balistreri, gli Italiani sono un popolo che ha memoria corta ed è portato a tradire. Così come è tipico degli Italiani piegarsi, offrire minor resistenza possibile.

AB – Parliamo di Roma, che fa da sfondo alla storia di Tu sei il male.
RC – Io Roma la conoscevo da turista, perché ci passavo le vacanze d’estate. Ho iniziato a viverci quando ho finito il liceo. Credo che Roma sia una delle tre città più belle del mondo, una città bella e difficile. È lo specchio di questo Paese, un Paese bello e portato a trovare sempre l’espediente. Anche a livelli altissimi si vive di espedienti. È il modo di vivere, di pensare. L’espediente, quello al confine tra lecito e illecito, è la normalità. Già a Milano non è così. Ma a Roma ci sono anche due poteri, uno al di qua e uno al di là del Tevere, e questo complica le cose. Roma è una città in cui anche i ricchi sono straccioni e i poveri sono capaci di comportarsi da ricchi.

AB – Di tutti i tuoi personaggi, a quale ti è costato di più rinunciare?
RC – Sicuramente a Elisa, sia perché ho una figlia adolescente, sia perché il suo è un delitto “sociale”. È ispirato al caso di via Poma, del 1990, che era il caso dell’omicidio di una ragazza povera in un condominio di ricchi. Le indagini sono poco efficaci perché c’è il rischio di coinvolgere gente importante. Lo stesso Balistreri, convinto di aver intuito la soluzione, cerca di costruire le prove a sostegno della sua tesi, e in questo sbaglia.

AB – Ciclicamente anche all’estero viene fuori la questione della natura del thriller. Leggiamo thriller per evadere dalla realtà che ci minaccia o per avvicinarci alla realtà in cui viviamo?
RC – Credo più alla funzione catartica. La realtà è faticosa, la gente ha bisogno di evadere, e di evadere nel senso di leggere su carta le proprie paure e pensare “no, a me non può succedere, io sono lontanissimo da questa cosa”.

Roma, 3 agosto 2011