Domani: caccia al tesoro via Twitter per il Salone del Libro di Torino

salone_libro_2013Giovedì 16 maggio, in occasione dell’apertura del Salone del Libro di Torino, di cui Margherita Oggero è madrina, Mondadori lancia una caccia al tesoro via Twitter, il cui filo conduttore è proprio la scrittrice, con il suo mondo, i suoi romanzi e i suoi protagonisti.

Il premio è particolarmente prezioso e divertente: il vincitore incontrerà Margherita Oggero e diventerà un personaggio del suo prossimo romanzo.

La caccia al tesoro parte alle 9 del mattino, quando verrà lanciato il primo indizio via Twitter dall’account @librimondadori. Nuovi indizi verrano twittati ogni 2 ore, fino alle 17 quando verrà comunicato l’indizio finale. Vincerà chi avrà individuato correttamente tutti gli indizi e sarà stato il più veloce a risolvere e twittare il quesito finale.

Alla caccia al tesoro possono partecipare tutti, dal Salone, da casa o dall’ufficio, e l’hashtag dedicato è #perdutitralepagine, come il titolo del romanzo di Margherita Oggero in questi giorni in libreria.

Partecipate e fate girare la voce!

 

Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi

Nel titolo del post non ho ritenuto necessario specificare il nome dell’autore perché credo che anche i sassi ormai associno il commissario Ricciardi a Maurizio de Giovanni.
La fortunatissima serie del commissario triste, cilentano trapiantato a Napoli, con il dono (o la sventura?) di vedere i morti, è giunta al suo sesto episodio: dopo le quattro stagioni e il Natale (a cui si aggiungono i racconti su un caso giovanile), ecco la settimana santa di Ricciardi in Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (Mondadori, 2012), appena uscito in libreria.

21 marzo 1932, aria di primavera: ma non per il commissario Ricciardi, chiamato a indagare sull’omicidio della bellissima prostituta Vipera, nel più elegante e noto bordello di Napoli. Una vittima da poco, quasi che il “fare la vita” comporti di per sé il rischio di morte violenta. Eppure c’è qualcosa, nelle modalità dell’omicidio e nelle ultime parole della sfortunata ragazza (frustino, frustino, il mio frustino), che spinge Ricciardi a dedicarsi alle indagini con la consueta dedizione. Con lui il fedele brigadiere Maione e il dottor Modo, sempre più caustico nelle sue affermazioni contro il regime. Si muovono leggere sullo sfondo le due donne della sua vita: Livia, bellissima e rassegnata alla cocente sconfitta, ed Enrica, che invece lotta silenziosa per conquistare l’amore del commissario. Mentre la seconda apprende le arti magiche della conquista di un uomo passando per il suo stomaco, la prima sarà un inaspettato e valido appoggio nel momento del bisogno. Ancora una volta però interverrà il caso a scombinare i programmi di entrambe…

Di Maurizio de Giovanni parlo sempre troppo poco perché mi mancano le parole. Maurizio è il più eclatante caso editoriale italiano: emerso grazie a un concorso, in cinque anni ha avuto la carriera letteraria più folgorante che io ricordi. Un successo di cui i suoi editori hanno solo dovuto prendere atto, perché è stato decretato dai numerosissimi lettori. Autore prolifico, dichiara candidamente di impiegare tre settimane a scrivere un romanzo: le tre settimane di ferie canoniche, perché solo quelle ha (e se qualcuno dovesse storcere il naso, ricordo che Fred Vargas fa esattamente la stessa cosa). Autore generosissimo e pieno di idee, scrive, parla, presenzia, presenta e parla bene dei colleghi scrittori. Si spende a piene mani, senza filtri, e la sua fisicità dirompente conquista il pubblico durante le presentazioni. La marcata vena di pathos, che permea la sua scrittura, è temperata dall’umorismo e dal suo essere solido, rassicurante.

Si passa così da riflessioni tristissime…
Che cosa chiedi alla primavera, mentre ti sciogli in nuove speranze che non credevi di avere, mentre cominci a pensare che forse una vita felice possa esserti ancora riservata?
Chiedi alla primavera, e forse lei nella sua follia ti accontenterà.
Chiedile la morte. (p. 43)
…a considerazioni molto pratiche:
Gli uomini non lo sanno mai quello che vogliono, e sapete perché? Perché si pensano che il mondo finisce domani, e allora si occupano solo di quello che succede oggi. Siamo noi donne che vediamo chiaro come il sole quello che succederà, e ce ne dobbiamo fare carico. E un poco alla volta…
Enrica continuò:
– … un poco alla volta li dobbiamo portare a fare quello che vogliamo noi, facendogli credere che lo hanno deciso loro.
Rosa batté le mani, contenta. (p. 47)

(Foto di Cristina Greco)

In occasione dell’uscita di Vipera oltre alle mie parole ho – finalmente! – lasciato spazio a quelle di Maurizio de Giovanni.

AB – Cosa è cambiato dal primo Ricciardi a oggi?
MdG – In realtà non molto, Ricciardi è rimasto se stesso, lo abbiamo solo conosciuto meglio; quello che va cambiando è il mondo attorno a lui, col regime che va consolidandosi e diventando sempre più arrogante e consapevole del proprio potere e la città, povera e disperata, che cerca di sopravvivere tra euforia e entusiasmi ingiustificati. Il mondo dei personaggi, peraltro, va acquisendo profondità man mano che io stesso approfondisco la conoscenza di ognuno, soprattutto dei cosiddetti secondari che in realtà secondari non sono; Rosa, Modo, Livia in questo romanzo sono protagonisti assoluti e io ne sono molto contento perché voglio loro davvero bene.

AB – Sulla prostituzione, un’interessante riflessione (che forse vale anche oggi?):
Ricciardi considerò la questione.

– Quindi, per te il bordello è un luogo di emancipazione, è cosí? E a queste ragazze che ci  lavorano, non ci pensi? Ai loro sogni, alle loro speranze. Al fatto di dover assecondare chissà quali perversioni, anche violente.
Modo diventò serio.
– Le ragazze sono là per loro volontà. Nessuno le costringe, e credo che la libertà di scegliere quale vita fare sia anche un fatto di civiltà. E credimi, sono piú sicure là dentro, con un costante controllo medico, un minimo di servizio d’ordine e condizioni sanitarie decenti, che per strada. Ho visto molte volte buttare fuori a calci qualche ubriaco che si era preso qualche confidenza di troppo, e ho contribuito anch’io. Che credi, che io sia uno che si approfitta di povere ragazze indifese?

MdG – Sono due posizioni contrastanti che animavano, e animano ancora oggi, il dibattito sul mestiere più antico del mondo. Personalmente ritengo che troppo spesso l’esercizio della prostituzione non sia una libera scelta di chi lo fa ma una costrizione di persone, di condizioni economiche o di contesto sociale. Per il resto, penso che poter scegliere di fare quel lavoro in un ambiente protetto, sorvegliato, sanitariamente curato e anche fiscalmente corretto sarebbe un vantaggio anzitutto per le donne, rispetto alla strada governata da regole che si basano sulla violenza e la prevaricazione. Ma è una mia opinione.

AB – Ugualmente attuale è la riflessione sulla genesi del delitto (ricordo che Gianni Biondillo diede il titolo al suo primo romanzo “Per cosa si uccide” e la risposta era “Si uccide per odio, ma anche per amore”). In Vipera Ricciardi pensa:
Sempre se lo ripeteva che la genesi di ogni delitto risiede in due passioni primarie: la fame e l’amore. Essi si declinano, mescolandosi all’infinito, diventando l’una brama di potere, prevaricazione, invidia; e l’altro gelosia, solitudine, disperazione. E armano le mani, generando una confusa voglia di sangue e di giustizia che si spegne solo nella morte.
MdG
– Alla fame a all’amore possono ricondursi tutti i delitti cosiddetti passionali, secondo me. Ovviamente il potere, la religione e il fanatismo sono motori di delitti collettivi e delle guerre, ma quello è un altro discorso. Chiaramente col cambiare delle usanze e delle scale dei valori, di epoca in epoca, cambiano anche questi sentimenti, ma nella sostanza rimangono gli stessi e si degradano in quelle ossessioni che portano al delitto e più in generale alla violenza.

AB – Nei tuoi romanzi ci sono Napoli e le sue contraddizioni: miseria e nobiltà, fame e vetrine eleganti, duro lavoro e ozio. Come si può sopravvivere conciliando anime così profondamente contraddittorie?
MdG – Tutte le metropoli, per il solo fatto di ospitare una tale pluralità di soggetti e di aggregati sociali, sono contradditorie. Napoli lo è di più per la propria composizione urbanistica, compressa com’è in un’area limitata in rapporto alla popolazione; non si va da un centro a una periferia, ma ogni quartiere ha la propria zona nobile e il degrado, la parte borghese e quella proletaria, le enclave straniere e l’aristocrazia. Elementi che convivono senza mescolarsi, come l’acqua e l’olio; e che quando si incontrano provocano frizioni e scintille, difficili da vivere ma bellissime da raccontare.

AB – La pastiera di de Giovanni, una ricetta poeticamente descritta in Vipera. Una medicina, un balsamo per l’anima. Ma com’è de Giovanni a tavola?
MdG – Contrariamente a quanto suggerisce la mia massiccia corporatura, non sono uno che mangia molto. Mi piace la nostra cucina tradizionale, però: e sono convinto che la pastiera e il casatiello siano motivazioni sufficienti per fare un salto a Napoli, quando si avvicina la Pasqua. E forse, per sentirne almeno l’odore, si può anche leggere questo romanzo, non credi?

La risposta è sì, assolutamente. In attesa di un weekend primaverile a Napoli, non è difficile pronosticare che Vipera sarà sotto molti alberi di Natale, quest’anno. O anche sui vostri lettori ebook:

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto

Elettrizzato di tenere una rubrica dalla tazza del water, sognata sin da piccolo quando, pensieroso sul vasino, non vedevo l’ora di occupare uno spazio più cospicuo. Tra noi toscani l’elemento corporale è ammantato di una lunga tradizione letteraria e qui (al gabinetto) sono convinto siano state partorite le più grandi idee rivoluzionarie dei più grandi filosofi e scienziati del mondo. E allora proprio in questo luogo sacro mi sento sicuro di tirare fuori il meglio di me stesso (in tutti i sensi).

Ultimamente grandi lotte di sessantottesca memoria per l’occupazione del suddetto spazio vitale. La mogliera cerca di impedirlo fumandoci per spaventare la mia asma, la figliola è sempre lì in agguato con un “Esci fuori, babbo!” che mi fa saltare sulla tazza. Ma io resisto, al momento giusto raccatto i miei libri, uno sguardo veloce al corridoio e mi chiudo a doppia mandata. O prendetemi.

Ecco le ultime letture a fine sciacquone. Riparto con i G.M. che sono la mia passione fin dagli anni Cinquanta senza diventare un collezionista. La mia casa è un andirivieni di libri che entrano ed escono di continuo. Inutile fermarli, sono grandi e sapranno cavarsela da soli. Non posso stargli sempre dietro.

Dunque i G.M. Consiglio spassionato, leggeteli tutti. D’accordo, per chi non è fissato come me solo alcuni. Più precisamente Non è possibile di Mignon G. Eberhart, Un lunedì nero di Ed McBain e Mio figlio, l’assassino di Patrick Quentin. Mica roba da poco, ragazzi. Tre autori e tre libri coi fiocchi. Inutile farla lunga, i nomi bastano e avanzano. Per i racconti mi accomoderei sulla tazza con La logica del delitto di G.K. Chesterton. Non c’è Padre Brown che già conoscete ma il funzionario statale signor Pond che illumina i misteri con i paradossi e il poeta “immaginario” detective Gabriel Gale che forse vi fanno restare un tantinello dubbiosi. Ottima occasione per colmare la lacuna. Trovata la giusta sistemazione, dopo esservi sgranchiti un po’ le gambe, continuerei con Le fatiche di Hercule di Agatha Christie e qui c’è proprio Lui, in persona, a tenere banco. Eccezionale stima di se stesso (scontato), buon cuore, se c’è da aiutare gli altri in difficoltà non si tira indietro, aperto a matrimoni tra persone di ceto diverso, freddoloso da far paura, batte i piedi per terra, si soffia le mani in continuazione. Le donne, per lui, sono un “sesso miracoloso” che sanno trasformarsi da bimbe bruttocce a giovani avvenenti e mi immagino la sua faccia quando viene accerchiato da uno stuolo vociante di studentesse che vogliono l’autografo. In giro per l’Europa va a finire anche al Camposanto di Pisa (giuro). Sballottato in una carrozza metropolitana, troppo stress e troppa fretta nel mondo (sembra oggi). E così via. Non cito, come scontato ritornello, le famose cellule grigie e per l’assassino non c’è scampo.

Nell’ultima ponzata gabinettistica avevo citato Maurizio De Giovanni che ho seguito fin dal primo libro. Ricordo volentieri Il metodo del coccodrillo (Mondadori 2012). Ricciardi è stato lasciato per l’ispettore Lojacono ma si ritrova in queste pagine la stessa atmosfera di sofferenza anche se in una Napoli diversa, meno chiassosa e strafottente, “che si fa proprio i fatti suoi”, sotto una “pioggerella costante e infinita e un cielo grigio”, “piena di fantasmi che vanno e vengono indisturbati”, il mare e la città che “ostentavano indifferenza l’uno per l’altro”. De Giovanni si insinua negli animi, li sviscera, li porta alla luce con le loro speranze e i loro dolori attraverso una prosa asciutta, precisa e delicata che ci prende per mano e ci tiene compagnia lungo tutta la storia, ora lenta e sofferta, ora più veloce e agitata verso la conclusione.

Ho letto altri gialletti di stampo italico come La regina del catrame di Emilio Martini (Corbaccio, 2012), che mi è parso uno di quei lavori carini e bellini che finiscono lì.

Più corposo e consistente Occhi chiusi di Giulio Massobrio (Newton Compton, 2012), che si rifà ad una tradizione in voga con l’assassino che esce fuori dalle vicende della seconda guerra mondiale al grido di “Vendetta!” (vedi l’ultimo libro di Pandiani, il primo di Piasini ecc…). Ma anche qui niente di particolarmente originale, con il solito bambino violentato che ci stringe il cuore e sta diventando, anzi è diventato, purtroppo, una moda.

Scrittrice interessante, invece, Lorenza Ghinelli che ti ha sfornato un paio di libri – Il divoratore e La colpa (Newton Compton, rispettivamente 2011e 2012), piuttosto lontani dai miei gusti (questo conta un tubo) ma la manina santa c’è. Ecco una parte di ciò che scrissi del primo e del secondo “Capitoli brevi, intensa penetrazione psicologica, sogni, allucinazioni, speranze, delusioni, frustrazioni dell’età adolescenziale, la cattiveria dei piccoli e la cattiveria dei grandi, lo sfascio della famiglia, la violenza verbale e quella fisica, l’incapacità della scuola a comprendere il disagio dei ragazzi, qualche spunto ironico che occhieggia fra nubi nere. Frasi sincopate, quasi ritmate e punzecchianti come punture di spillo, e qui la ripetitività non è fine a se stessa ma serve a creare una specie di paranoica ossessione, una atmosfera onirica dove è labile e sfumato il confine tra il reale e l’irreale, una metafora angosciosa e struggente di ciò che si vorrebbe essere, di quello che si vorrebbe fare, di quello che si è, di quello che ci costringono ad essere” (tipico esempio di come il linguaggio di un autore possa influenzare anche quello del recensore).

Le tre storie si intrecciano con momenti di sofferenza e tenerezza infinita che ci scuote e commuove, giovani bulli su macchine e moto, vecchi che giocano a carte, canzoni e canzoni, sigarette, droga, il battito del cuore, l’impulso del sesso, l’angoscia della mente. Trapassi veloci di tempo a sottolineare i cambiamenti, ritmo, velocità, qualche pausa a riprendere fiato e a serrare i ranghi dell’attenzione. Insomma la Ghinelli è lì che scandaglia, apre, squarcia, affonda i colpi nell’inconscio per risalire in una realtà non meno terribile. Vite spezzate, famiglie rotte. Un po’ di pace dalla campagna. Ogni tanto verrebbe pure voglia di dirle ehi basta, fermati, riposati, lascia stare! Ma lei è lì tutta presa dal suo lavoro che gira e rigira il bisturi delle parole e dei fatti, li butta in aria, li ferma, li avvolge, li fa esplodere, li trascina per terra, nel fango e ce li schizza addosso”.

Stanno venendo fuori nuove case editrici che propongono ottimi testi come Punto di rottura di Simon Lelic (TimeCrime, 2012). Una mattina d’estate in una scuola dei sobborghi di Londra. Assemblea plenaria, l’insegnante Samuel Szajkowski spara sui presenti: quattro morti, tre studenti ed un insegnante. Poi un colpo alla testa e fine della sua vita. Parallelo il fatto drammatico di un ragazzo picchiato duramente da un gruppo di compagni più grandi (finirà all’ospedale) pochi minuti prima dell’episodio delittuoso, senza che venga presa alcun provvedimento da parte della scuola. Dunque il problema del bullismo tollerato e non sanzionato. Al centro della vicenda l’ispettrice May che, secondo la madre, essendo una Christie, è destinata a sopportare tutto. Non sarà così. In crisi, è vero, trentadue anni e già si sente “obsoleta, esclusa”, alti e bassi (rapporto finito con il fidanzato, qualche lacrima) ma non si arrende e continua testarda ad andare avanti per cercare di rendere responsabile chi dovrebbe esserlo (il Preside, gli insegnanti, le famiglie stesse). Una piccola eroina, o forse una stupida idealista come afferma il suo capo, che ho seguito con istintivo affetto e affettuosa simpatia. Il linguaggio è fresco, diretto, un miscuglio di espressioni da lingua parlata e spontanea coniugata con un notevole approfondimento psicologico ed un accrescersi graduale della tensione narrativa. Un bel libro senza bisogno di passaggi spermatozoici o di sospirini struggentini ad ogni piè sospinto che si trovano dappertutto.

Mi ha un po’ spiazzato La donna dei fiori di carta di Donato Carrisi (quello di Il suggeritore e Il tribunale delle anime) che mi ha fatto cambiare posizione nella tazza almeno una decina di volte. Una storia nelle storie, un miscuglio di mistero fiabesco e realtà e insomma leggetelo perché lo spiazzamento continua anche ora.

Per sorridere un po’ (ma non è facile quando la mascella è contratta nello sforzo) ecco due sfigati. Uno lo trovate in Il caso dei libri scomparsi di Ian Sansom (TEA, 2011). Protagonista Israel, inglese cicciottello mezzo ebreo, mezzo irlandese, con «un completo di velluto a coste marrone spiegazzati e sgualciti», occhialini rotondi con montatura dorata, un «disordinato ciuffo di capelli ricci», piccolo e «pienotto», valigia logora, vegetariano, nurofen a portata di mano, arriva da Londra a Tudrum nell’Irlanda del Nord, per diventare bibliotecario della biblioteca, appunto, di questa cittadina. Primo passo sopra una cacca di cane e ci si immagina già il seguito. La biblioteca è sparita e saranno cavoli amari per ritrovarla (citato anche nel blog di Omar Di Monopoli).

L’altro, invece, lo becchiamo leggendo L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel (Castelvecchi, 2012).

“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein, seguìto da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro con tutte le malattie che si ritrova addosso. D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…). Con queste premesse difficile portare a termine il compito prefissato. Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale rimane la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

Fabio e Jonathan Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio

(NdB: Le “letture al gabinetto” di Fabio Lotti diventano un appuntamento fisso del Blog Dietro L’Angolo. Ecco i consigli per il mese di agosto.)

Dove lo spirito si fa più raccolto…

Letture sotto l’ombrellone nada de nada. Troppo sole, troppa sabbia. Troppo care. Meglio al gabinetto casalingo. Niente esagerazioni. Alcune letture sono proprio solito farle al gabinetto. Soprattutto quelle che mi sembrano più adatte a risvegliare il mio intestino pigro. Qui ho buttato giù i libri di Pupo e Corona che voglio rendermi conto di persona (ci sta pure la rima) del livello in cui siamo caduti. E siamo caduti proprio lì. A fine lettura ne sono uscito barcollando con la faccia bianca come un cencio (si dice così, ma se il cencio è di altro colore? Bah…). Per fortuna mi ha soccorso la mogliera sorreggendomi preoccupata (avevo una sudarellina tipica degli svenimenti) fino alla poltrona più vicina. “O babbo, la devi smette di legge questi troiai a i’ gabinetto. Qualche volta ci tiri i’ calzino!” ha urlato la mia figliola con quella premura tipica delle figlie per i padri. Ma io sulla tazza del water ci sto come un papa, perciò ho assentito con la testa incrociando le dita di nascosto.

Il gabinetto è uno dei miei luoghi preferiti per le scorribande letterarie anche per ricordarmi chi siamo e dove andiamo. Qui ci ho pure studiato la Divina Commedia con esiti estremamente positivi e qui, da pluriormonico ragazzetto, ho messo in pratica il motto “Una sega al giorno leva il medico di torno” che ricordo con struggente nostalgia. Fortunatamente solo poco più tardi, quando già incominciavo a perdere la vista, ho scoperto che si trattava di una mela a tenere lontano il terribile cerusico.

Tutto tende allo stimolo. Il luogo e le vicende narrate ricche di emozioni (scrivo cose nuove e riprendo cose già scritte in qua e là). Ultimamente una carrellata di Gialli Mondadori (quelli con la copertina gialla, appunto). In un momento di crisi come questo mica male beccarsi dei capolavori a pochi sghei. E non si tratta solo di camere chiuse, vecchiette curiose e sferruzzanti  o celluline grigie sparse per ogni dove che possono piacere ad un gruppo ristretto. Ci si trova di tutto, dai thriller mozzafiato all’introspezione psicologica da brivido. E proprio in questo momento ho sotto gli occhi Il marcio nella città di Mickey Spillane e Max Allan Collins, un hard boiled senza tregua con Mike Hammer che picchia da tutte le parti come un indiavolato, e ho già finito Caccia d’amore di James Hadley Chase, di una psicologia potente e profonda. Altro libro sorprendente Il veleno nella mente di Thomas H. Cook. Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Per Lucas Paige, naturalmente, che narra in prima persona. E ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità.

Poi ci sono gli “Speciali” che sono davvero speciali. Ultimo in circolazione Omicidi in crociera di Earl Derr Biggers, Wade Miller e Agatha Christie con introduzione, altrettanto speciale, di Mauro Boncompagni, praticamente un santone del giallo. Due romanzi ed un racconto che dimostrano che non c’è da fidarsi tanto dei viaggi di piacere in mare. Quasi scontato che tra i passeggeri si nasconda un bischero che ha il vizio di uccidere e allora l’entusiasmo della gita va a farsi fottere. Gli “Speciali”, poi, come Delitti in luna di miele di Ross Macdonald, Harry Carmichael, Cornel Woolrich, Mondadori 2012, sempre sotto la mano santa di Mauro Boncompagni, servono pure a darci delle dritte nella vita pratica. In questo caso a tenere gli occhi bene aperti subito dopo il matrimonio ma mi sa che ormai sia tardi (pensateci prima!).

Se la crociera è spesso pericolosa nella letteratura giallistica (lo stesso nella realtà incontrando uno Schettino) anche in treno non bisogna stare troppo rilassati, vedi Treni pericolosi del sottoscritto in http://omardimonopoli.blogspot.it/2012/04/treni-pericolosi.html, blog di Omar Di Monopoli che dovreste seguire (fidatevi).

Un libro che mi ha creato un groppo in gola pure lì sulla tazza (da comica, se ci ripenso) è stato L’isola dei cacciatori di uccelli  di Peter May, Einaudi 2012. Trattasi dell’isola di Lewis, al largo della costa occidentale della Scozia, “spazzata dal vento, dura e inospitale”. Qui, più precisamente nel villaggio di Crobost, avviene un delitto che presenta un modus operandi identico a quello scoperto da due ragazzini ad Edimburgo: un impiccato sbudellato. E qui, proprio nel suo paese natio, viene spedito ad indagare l’ispettore Finlay (Fin) Macleod che ben conosce la vittima. In depressione e fuori servizio da tempo per avere perso un figlio e con un matrimonio logoro che sta finendo (da copione, se ne trovasse uno leggermente più fortunato!). È l’inizio di un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere momenti importanti della sua vita e a ritrovare le persone della propria infanzia e giovinezza. Passioni che si incrociano, bugie, rancori, odio, vendetta, gli “incontri dolorosi con i fantasmi del passato”, un senso di impotenza e ineluttabilità che tutto avvolge. Ecco un esempio che dimostra come il “giallo” non sia letteratura minore, anche se una marea di letteratura minore si trova tra i gialli.

Altra buona lettura, seppure di stampo diverso, Acqua buia di Joe R. Lansdale, Einaudi 2012. Texas, anni Trenta. Vita dura soprattutto per Sue Ellen di sedici anni, padre ubriacone violento e madre remissiva con laudano a tenerle compagnia. Ritrova una sua amica, May Linn, annegata nel fiume Sabine con i piedi legati ad una macchina Singer da cucire, che sognava di diventare una stella di Hollywood. Sue decide con i suoi amici Terry, sospettato di essere omosessuale, e Jinx, una ragazza nera, di bruciare il corpo dell’amica e portare le sue ceneri alla Mecca del cinema come gesto di amicizia. Nel diario di May una mappa per raggiungere un “tesoro”, i soldi rubati dal fratello. Fatto questo basta prendere una chiatta e via lungo il fiume come in un noto romanzo di avventura. Scrittura forte, veloce, trascinante, ricca di metafore sorprendenti per la loro efficacia, capace di rappresentare il pensiero degli adolescenti, i loro dubbi, le loro speranze insieme al sogno americano del successo. Una scrittura che non perde colpi o gira a vuoto come talvolta succede nelle opere di Lansdale. E chi giganteggia sono le donne e le ragazzette con la loro forza, la loro determinazione,  gli uomini a fare la figura dei porci vigliacchi, snaturati anche nel fisico obbrobrioso (pance gonfie, pochi denti, uno pure senza un occhio).

Chi vuole essere sbatacchiato di qua e di là senza attimo di pausa (se siete sulla tazza del water fatevi tenere da qualcuno) prenda in mano Sinfonia di Piombo di Victor Gischler, Revolver 2012, e sarà accontentato. Non c’è bisogno di trama. Struttura ottimamente organizzata con diverse filiere che si intrecciano in maniera precisa, azione veloce, dirompente e pure inaspettata. Pistole e mitragliette che cantano, sciabolate, asciate, corse a perdifiato, calci e cazzottoni da tutte le parti. Un po’ fumettistico, un po’ grottesco, un po’ sofferto, un po’ sgangherato, ed insomma un amalgama di situazioni scritte pure con divertito spirito goliardico. Il pulp è così ma occhio a non lasciarlo in mano a chi non lo sa guidare che allora diventa pure noioso e palloso da morire. Tra l’altro Gischler mi sconfinfera meglio in Notte di  sangue a Coyote Crossing, Meridiano Zero 2011, dove spicca il personaggio di Toby Sawyer che, come già scritto, rappresenta noi stessi “con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme”.

Continua la saga della Guerrera, testarda come un mulo, di Marilù Oliva che, zitta zitta, chiotta chiotta, quatta quatta, cheta cheta (e qui si potrebbe continuare all’infinito) ha avuto un crescendo di tutto rispetto, mentre punti fermi e consolidati risultano ormai Enrico Pandiani e Maurizio De Giovanni che danno lustro all’italico genio ma ora, ehm… scusate, che devo andare al gabinetto…

Fabio e Jonathan Lotti

Cinquanta sfumature di nero – La vendetta

[Nota preliminare per eventuali giornalisti di importanti quotidiani che dovessero passare qua in cerca di ispirazione: questo è un post ironico e no, il romanzo non mi è piaciuto. Per niente.]

Fatte le solite doverose premesse, veniamo a noi.

Mi sono immolata per voi. Ho letto Cinquanta sfumature di nero – la seconda parte dell’ormai famigerata trilogia, seguito di Cinquanta sfumature di grigio – che ufficialmente esce oggi.

Yawn.

Le prime duecento pagine sono una noia mortale. Ma veramente mortale. Alla fine del primo volume avevamo lasciato i nostri due eroi in grandi ambasce. Christian Grey e Anastasia Steele si erano lasciati, ma purtroppo nel giro di quattro pagine giorni tornano insieme.
Lui la ricopre letteralmente di regali costosissimi che lei ormai accetta con una certa disinvoltura.
Si ripetono in continuazione che si amano e che “tu sei mia”, “il tuo corpo mi appartiene” e altre amenità simili.
Continuano a trombare come ricci, come è giusto che sia. Lui si è quasi dimenticato della “stanza rossa delle torture” e a lei quasi quasi dispiace un po’.
Lui è gelosissimo, possessivo, protettivo, la presenta a tutti come la sua fidanzata suscitando l’ammirazione degli uomini e l’invidia delle donne; se per caso un uomo le rivolge la parola, lui lo fulmina con lo sguardo e lo fa licenziare. È soffocante.
Lei non riesce a darsi pace del fatto di non essere (stata) l’Unica Donna della sua Vita e continua a tormentarsi sul passato di lui.
La dea interiore è diventata un’acrobata olimpionica a furia di capriole, piroette, urletti e tripli salti mortali. Quando non indossa boa di piume e diamanti e scarpe da sgualdrina (citazione letterale, giuro).
La famiglia di lui la adora (basterebbe quest’ultima frase a farvi capire che siamo in ambito fantascienza: mai avuto notizia, nel mondo reale, di suocere che adorano le nuore).
Ciliegina sulla torta, siamo finalmente riusciti a capire in che modo Grey riesca ad avere quel tenore di vita: lui guadagna centomila dollari all’ora. A. Ventisette. Anni. E senza nemmeno aver terminato l’Università (ecco, sento già il popolo dei bimbiminkia che esulta perché vede confermata la teoria che “studiare non serve a niente”).

Certo, ci sono dei problemi (altrimenti non ci sarebbe storia).
Innanzitutto Grey è fissato con il controllo e con il cibo («Hai mangiato, Anastasia? Mangia, Anastasia, mangia» è il ritornello costante).
Poi, lui non vuole essere toccato in certi punti, non si sa bene perché (un po’ si intuisce, ma a spizzichi e bocconi).
Poi, le ex di lui sono psicopatiche. Non che fosse difficile presagirlo, visto che avevano firmato un contratto a termine da Sottomesse (perché è bene tenere un occhio vigile sul sociale: la piaga del Ventunesimo Secolo è il precariato. Pure i posti da schiavo sono a tempo determinato, ormai). Ma, invece di denunciarle quando iniziano a dare seriamente di matto, Grey attiva la sua sorveglianza privata e cerca di salvare capra e cavoli.

Ecco, questo è quanto, più o meno. Tutto il resto, circa 600 pagine complessive, sono le atroci seghe contorsioni mentali dei due protagonisti. Ha detto che mi ama, ma mi amerà davvero? E mi amerà per sempre? E se tutto questo dovesse finire? E se io non fossi abbastanza per lui/lei? Tutte domande che qualunque psicotico innamorato si è posto almeno una volta nella vita. Non mi sembra che ci sia materiale sufficiente per 60 pagine, figuriamoci per 600.

Sono praticamente sparite le velleità BDSM; rimangono i “buchi neri” emotivi di Grey, che però progredisce rapidamente: per essere uno che non vuole impegnarsi, un paio di orecchini di diamanti di Cartier a pagina 146 è un discreto compromesso. (Non vi dico il resto, ma a questo punto lo starete già immaginando. Sì, è proprio quello che state pensando. Sì. Esatto.).

La delusione più grande è Mrs Robinson. Mi ero immaginata una splendida quarantenne realizzata e compos sui, invece è una bionda secca ricca nevrotica e – guess what – maniaca del controllo. Bocciata. Improponibile persino come dominatrice di minorenni. Una così non può addomesticare nemmeno il criceto.

Basta, smetto di annoiarvi. Se lo leggerete mi farete sapere. Vi dico solo che Anastasia, a pagina 259, è convinta di aver “fatto sesso estremo in tutte le maniere” con Christian. Seriously?! Adesso un normalissimo rapporto sessuale (sebbene ripetuto con la stessa frequenza dei roditori) è diventato “sesso estremo”? Ah beh. Allora io faccio sesso estremo più volte al mese, mi sa.

È evidente che Cinquanta sfumature è scritto per le donne. Nessun uomo ha aspirazioni erotiche così piatte e banali (attendo auterevoli smentite). Nessun uomo reale si dilunga in moine e smancerie. Nessun uomo, spero, si sente gratificato nel comprare a una donna regali costosissimi per poi dirle “Di te mi piace il fatto che non mi ami per i soldi”. (Ma certo. Volevo vedere quanto si innamorava Anastasia se, invece di essere un golden boy, C.G. fosse stato un runner-pizza boy o un chinese-delivery boy).

Io continuo a non capire perché. Perché una roba così noiosa, così irreale, così frustrante debba vendere così tanto. Addirittura l’edizione economica di Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey), uscita la settimana scorsa nel Regno Unito, ha stracciato il record di vendite del Codice da Vinci. Siamo davanti a un fenomeno di portata mondiale che non può essere liquidato con due battute e che suscita interrogativi. Sul modo in cui sono cambiati i rapporti tra sessi, la percezione dell’amore, i desideri dell’una e dell’altra parte. C’è un abisso tra realtà e narrativa.

La mia indagine prosegue.

Come contributo personale alla ricerca scientifica, segnalo che io non sogno un fidanzato come Christian Grey: io preferirei piuttosto essere Christian Grey (cioè: bella come C.G., ricchissima come C.G., affascinante e giovane come C.G., appassionata e sportiva come C.G.; e però intelligente come Alessandra, moi).

To be continued – non vorremo mica perderci l’entusiasmante e sorprendente finale della trilogia, vero?

Cinquanta sfumature di rosso, arrivo.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. O anche da non mettere, vedete un po’ voi. Buona lettura 🙂

Concorsi letterari: le prossime scadenze

Anche se molte cose dovranno cambiare, non vorrei perdere l’abitudine di segnalare concorsi letterari dedicati al genere (e non solo) per aspiranti scrittori, con l’augurio che servano a scovare nuovi talenti o anche solo a dare ai vincitori un attimo di effimera celebrità.

Ecco alcuni concorsi in scadenza:

Come e più che in passato, mi impegno a segnalare solo concorsi che non richiedono contributo per la partecipazione.

In bocca al lupo a chi si cimenterà 🙂