Le brevi di Valerio/33: Carrino

la buona legge di mariasoleTitolo La buona legge di Mariasole
Autore Luigi Romolo Carrino
Editore Edizioni e/o
Pagine 215
Prezzo 16 euro

Napoli. Fine agosto e autunno 2008. Tocca alla colta laureata commerciante Mariasole Simonetti. Hanno ucciso il marito 27enne Giovanni Farnesini, figlio del latitante potente spietato boss Don Antonio Acqua Storta, parenti e amici erano stufi della sua patente omosessualità, innamorato del contabile Salvatore. ‘A vedova ‘e ‘nu ricchione ha un figlio di sette anni da accudire, accetta di diventare gelida e sanguinaria. Capisce che dietro tutti c’è la ribelle nonna 67enne Angela Rosamaria Lieto, gestisce la guerra delle famiglie e tiene in piedi la Federazione.
Il bel romanzo del 2008 del bravissimo 47enne Luigi Romolo Carrino ha ora il seguito, in prima su di lei, La buona legge di Mariasole, fra attentati e torture, le regole di una madre e quelle di un capo della camorra. Notevole!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Estate 2014/2: Maurizio de Giovanni

in fondo al tuo cuoreNon uno, ma due romanzi di Maurizio de Giovanni letti a tempo di record. Buio per i bastardi di Pizzofalcone e In fondo al tuo cuore, i due ultimi usciti (notare che due uscite nell’arco di sette mesi sono già un record, in un panorama editoriale sempre più stitico, arido e superficiale).
Il primo fa parte della serie “moderna” di Lojacono, l’altro della serie “antica” di Ricciardi. Difficile stabilire una preferenza tra le due perché sono profondamente diverse tra loro, anche se in entrambe risuona la voce potente e inconfondibile dell’autore.
Non parlerò di trame perché avrebbe poco senso. Basti sapere che Ricciardi è alle prese con la morte di un celebre ginecologo, uno che per arrivare dov’era arrivato si era lasciato alle spalle i cadaveri di molti nemici. I Bastardi, invece, devono indagare sul rapimento di un bambino.
Le trame sono anche delitti, i delitti più efferati, ma quello che conta è la scrittura, il modo di raccontare, di incantare i lettori, di tenerli avvinti fino all’ultima pagina. Sempre nuovo ma senza tradire le aspettative. Con questi personaggi vividi, che si evolvono, che si immergono nei fatti della vita e ne escono cambiati. Come il commissario Ricciardi, ancora in bilico tra due donne, sempre più cupo; come il bel “Cinese” Lojacono e la sua vivacissima squadra di bastardi (prossimamente sul piccolo schermo? Speriamo), sempre più caratterizzati.
Se aggiungiamo i racconti e le pièce teatrali che l’autore ci ha regalato in questi anni, possiamo affermare con certezza che Maurizio de Giovanni ha affiancato (e forse anche scalzato?) i grandi autori contemporanei di giallo e non solo. Lo ha fatto con naturalezza, come se fosse nato per questo.

Sì, Maurizio de Giovanni è straordinario. Inutile raccomandarlo a chi lo conosce già. Chi ancora non lo conosce invece dovrebbe rimediare al più presto.

Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi

Nel titolo del post non ho ritenuto necessario specificare il nome dell’autore perché credo che anche i sassi ormai associno il commissario Ricciardi a Maurizio de Giovanni.
La fortunatissima serie del commissario triste, cilentano trapiantato a Napoli, con il dono (o la sventura?) di vedere i morti, è giunta al suo sesto episodio: dopo le quattro stagioni e il Natale (a cui si aggiungono i racconti su un caso giovanile), ecco la settimana santa di Ricciardi in Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (Mondadori, 2012), appena uscito in libreria.

21 marzo 1932, aria di primavera: ma non per il commissario Ricciardi, chiamato a indagare sull’omicidio della bellissima prostituta Vipera, nel più elegante e noto bordello di Napoli. Una vittima da poco, quasi che il “fare la vita” comporti di per sé il rischio di morte violenta. Eppure c’è qualcosa, nelle modalità dell’omicidio e nelle ultime parole della sfortunata ragazza (frustino, frustino, il mio frustino), che spinge Ricciardi a dedicarsi alle indagini con la consueta dedizione. Con lui il fedele brigadiere Maione e il dottor Modo, sempre più caustico nelle sue affermazioni contro il regime. Si muovono leggere sullo sfondo le due donne della sua vita: Livia, bellissima e rassegnata alla cocente sconfitta, ed Enrica, che invece lotta silenziosa per conquistare l’amore del commissario. Mentre la seconda apprende le arti magiche della conquista di un uomo passando per il suo stomaco, la prima sarà un inaspettato e valido appoggio nel momento del bisogno. Ancora una volta però interverrà il caso a scombinare i programmi di entrambe…

Di Maurizio de Giovanni parlo sempre troppo poco perché mi mancano le parole. Maurizio è il più eclatante caso editoriale italiano: emerso grazie a un concorso, in cinque anni ha avuto la carriera letteraria più folgorante che io ricordi. Un successo di cui i suoi editori hanno solo dovuto prendere atto, perché è stato decretato dai numerosissimi lettori. Autore prolifico, dichiara candidamente di impiegare tre settimane a scrivere un romanzo: le tre settimane di ferie canoniche, perché solo quelle ha (e se qualcuno dovesse storcere il naso, ricordo che Fred Vargas fa esattamente la stessa cosa). Autore generosissimo e pieno di idee, scrive, parla, presenzia, presenta e parla bene dei colleghi scrittori. Si spende a piene mani, senza filtri, e la sua fisicità dirompente conquista il pubblico durante le presentazioni. La marcata vena di pathos, che permea la sua scrittura, è temperata dall’umorismo e dal suo essere solido, rassicurante.

Si passa così da riflessioni tristissime…
Che cosa chiedi alla primavera, mentre ti sciogli in nuove speranze che non credevi di avere, mentre cominci a pensare che forse una vita felice possa esserti ancora riservata?
Chiedi alla primavera, e forse lei nella sua follia ti accontenterà.
Chiedile la morte. (p. 43)
…a considerazioni molto pratiche:
Gli uomini non lo sanno mai quello che vogliono, e sapete perché? Perché si pensano che il mondo finisce domani, e allora si occupano solo di quello che succede oggi. Siamo noi donne che vediamo chiaro come il sole quello che succederà, e ce ne dobbiamo fare carico. E un poco alla volta…
Enrica continuò:
– … un poco alla volta li dobbiamo portare a fare quello che vogliamo noi, facendogli credere che lo hanno deciso loro.
Rosa batté le mani, contenta. (p. 47)

(Foto di Cristina Greco)

In occasione dell’uscita di Vipera oltre alle mie parole ho – finalmente! – lasciato spazio a quelle di Maurizio de Giovanni.

AB – Cosa è cambiato dal primo Ricciardi a oggi?
MdG – In realtà non molto, Ricciardi è rimasto se stesso, lo abbiamo solo conosciuto meglio; quello che va cambiando è il mondo attorno a lui, col regime che va consolidandosi e diventando sempre più arrogante e consapevole del proprio potere e la città, povera e disperata, che cerca di sopravvivere tra euforia e entusiasmi ingiustificati. Il mondo dei personaggi, peraltro, va acquisendo profondità man mano che io stesso approfondisco la conoscenza di ognuno, soprattutto dei cosiddetti secondari che in realtà secondari non sono; Rosa, Modo, Livia in questo romanzo sono protagonisti assoluti e io ne sono molto contento perché voglio loro davvero bene.

AB – Sulla prostituzione, un’interessante riflessione (che forse vale anche oggi?):
Ricciardi considerò la questione.

– Quindi, per te il bordello è un luogo di emancipazione, è cosí? E a queste ragazze che ci  lavorano, non ci pensi? Ai loro sogni, alle loro speranze. Al fatto di dover assecondare chissà quali perversioni, anche violente.
Modo diventò serio.
– Le ragazze sono là per loro volontà. Nessuno le costringe, e credo che la libertà di scegliere quale vita fare sia anche un fatto di civiltà. E credimi, sono piú sicure là dentro, con un costante controllo medico, un minimo di servizio d’ordine e condizioni sanitarie decenti, che per strada. Ho visto molte volte buttare fuori a calci qualche ubriaco che si era preso qualche confidenza di troppo, e ho contribuito anch’io. Che credi, che io sia uno che si approfitta di povere ragazze indifese?

MdG – Sono due posizioni contrastanti che animavano, e animano ancora oggi, il dibattito sul mestiere più antico del mondo. Personalmente ritengo che troppo spesso l’esercizio della prostituzione non sia una libera scelta di chi lo fa ma una costrizione di persone, di condizioni economiche o di contesto sociale. Per il resto, penso che poter scegliere di fare quel lavoro in un ambiente protetto, sorvegliato, sanitariamente curato e anche fiscalmente corretto sarebbe un vantaggio anzitutto per le donne, rispetto alla strada governata da regole che si basano sulla violenza e la prevaricazione. Ma è una mia opinione.

AB – Ugualmente attuale è la riflessione sulla genesi del delitto (ricordo che Gianni Biondillo diede il titolo al suo primo romanzo “Per cosa si uccide” e la risposta era “Si uccide per odio, ma anche per amore”). In Vipera Ricciardi pensa:
Sempre se lo ripeteva che la genesi di ogni delitto risiede in due passioni primarie: la fame e l’amore. Essi si declinano, mescolandosi all’infinito, diventando l’una brama di potere, prevaricazione, invidia; e l’altro gelosia, solitudine, disperazione. E armano le mani, generando una confusa voglia di sangue e di giustizia che si spegne solo nella morte.
MdG
– Alla fame a all’amore possono ricondursi tutti i delitti cosiddetti passionali, secondo me. Ovviamente il potere, la religione e il fanatismo sono motori di delitti collettivi e delle guerre, ma quello è un altro discorso. Chiaramente col cambiare delle usanze e delle scale dei valori, di epoca in epoca, cambiano anche questi sentimenti, ma nella sostanza rimangono gli stessi e si degradano in quelle ossessioni che portano al delitto e più in generale alla violenza.

AB – Nei tuoi romanzi ci sono Napoli e le sue contraddizioni: miseria e nobiltà, fame e vetrine eleganti, duro lavoro e ozio. Come si può sopravvivere conciliando anime così profondamente contraddittorie?
MdG – Tutte le metropoli, per il solo fatto di ospitare una tale pluralità di soggetti e di aggregati sociali, sono contradditorie. Napoli lo è di più per la propria composizione urbanistica, compressa com’è in un’area limitata in rapporto alla popolazione; non si va da un centro a una periferia, ma ogni quartiere ha la propria zona nobile e il degrado, la parte borghese e quella proletaria, le enclave straniere e l’aristocrazia. Elementi che convivono senza mescolarsi, come l’acqua e l’olio; e che quando si incontrano provocano frizioni e scintille, difficili da vivere ma bellissime da raccontare.

AB – La pastiera di de Giovanni, una ricetta poeticamente descritta in Vipera. Una medicina, un balsamo per l’anima. Ma com’è de Giovanni a tavola?
MdG – Contrariamente a quanto suggerisce la mia massiccia corporatura, non sono uno che mangia molto. Mi piace la nostra cucina tradizionale, però: e sono convinto che la pastiera e il casatiello siano motivazioni sufficienti per fare un salto a Napoli, quando si avvicina la Pasqua. E forse, per sentirne almeno l’odore, si può anche leggere questo romanzo, non credi?

La risposta è sì, assolutamente. In attesa di un weekend primaverile a Napoli, non è difficile pronosticare che Vipera sarà sotto molti alberi di Natale, quest’anno. O anche sui vostri lettori ebook:

Faye Kellerman, Kippur. Un detective ebreo a New York

(photocredits)

Premetto che prima di andare all’incontro con Faye Kellerman, Ugo Barbàra e Maurizio de Giovanni ho letto Kippur – Il giorno dell’espiazione, quarto romanzo pubblicato in Italia della scrittrice Faye Kellerman, moglie di Jonathan Kellerman. La Kellerman ha inventato una fortunata coppia di investigatori seriali, Peter Decker e Rina Lazarus, che si muovono all’interno della comunità ebraica. A scanso di equivoci vi informo che sono molto interessata alla religione ebraica per motivi culturali e che ho trovato gli aspetti didascalici di Kippur tanto validi quanto la struttura “nera” del romanzo. Mi tocca però avvisarvi che sì, nel romanzo si evidenzia nettamente quale sia l’orientamento personale e culturale della Kellerman, ebrea ortodossa. Se soffrite di qualche personale idiosincrasia, evitatelo. In caso contrario, invece, molto probabilmente vi piacerà.


E veniamo all’incontro di ieri alla MelBookstore di Roma con Maurizio de Giovanni, Faye Kellerman (la signora bruna nella foto in alto) e Ugo Barbàra. Diciamo che probabilmente le brutte giornate capitano a chiunque e che forse l’idea di mettere insieme tre scrittori importanti, di cui una bisognosa di interprete, non ha aiutato il ritmo della presentazione. Tuttavia qualche spunto interessante è emerso:

Da dove nascono le storie che raccontate?
Faye Kellerman – I nostri personaggi sono molto strutturati, seri e sono ossessionati dal crimine e dalla ricerca di giustizia.
Ugo Barbàra – Mi interessa la letteratura di genere perché posso prendere dei personaggi e concentrarmi su di loro, raccontando storie complesse. La vita in effetti è così, casuale, quindi il personaggio deve essere fortemente strutturato perché al di là della storia l’importante è la persona, l’anima.
Maurizio De Giovanni – Da lettore la mia passione è la forza del sentimento, e non c’è sentimento più forte di quello che, nella sua forma degenere, porta al delitto. La letteratura nera è il terreno di coltura più facile per far germogliare le passioni.
FK – Gli scrittori di gialli hanno molto in comune tra loro, in primo luogo il senso di giustizia. Se non ti appassioni all’idea di voler scoprire il colpevole, è inutile che scrivi un giallo. Chi investiga deve dar voce a chi non ha più una voce.
I film hanno trame grandiose, ma l’omicidio accade per motivi basilari, essenziali, fondamentali e personali (i sette peccati capitali).
UB – Altra cosa in comune è il senso della vendetta, o giustizia che dir si voglia. Donato Carrisi dice che il nostro sistema giudiziario è rieducativo e non vendicativo, ma questa è una cosa fin troppo spesso dimenticata: noi vogliamo vedere l’assassino marcire in galera.
L’altra cosa è che bisogna non perdere di vista I personaggi, e non IL protagonista.
MdG – Il fulcro delle storie nere è la debolezza violata.  Ci sono personaggi deboli o degradati a cui si dà conforto. Lo scrittore di nera mette le mani nella melma, accede dove gli altri non guardano nemmeno.

In Kippur è presente qualche riflessione sulla religione e sulle regole:
1. Il detective deve essere un outsider che guarda all’interno di una comunità. È un alieno.
2. Il detective accetta immediatamente la sfida perché è il suo mestiere e la sua natura.
3. Teenagers: vogliono sempre ribellarsi ai genitori e fanno cose stupide. Tutti. Ciò che un genitore si augura è che le cose stupide che i figli fanno non abbiano conseguenze devastanti. È la situazione in cui si trova Noam.
Nei vostri romanzi esprimete dei dubbi personali? Vi ponete delle domande?
FK – Certamente. Se sei un essere pensante non puoi non avere dubbi. Se credi di avere tutte le risposte non stai usando il cervello. Io uso la religione per esprimere i dubbi.
UB – I teenager sono personaggi generalmente trascurati forse perché si tende a credere che facciano normalmente cose stupide con conseguenze trascurabili. Lo scoglio è quello di superare il rapporto con il proprio personaggio-tipo. La svolta sarà quando i nostri personaggi saranno chiamati a fare giustizia pur senza essere coinvolti per lavoro.
Per quanto riguarda la religione, credo che ci sia un confine labile tra etica e religione. Io ho un rapporto profondo con l’etica, meno con la religione.
MdG – La storia è il racconto di uno spostamento tra due situazioni a differente potenziale. Da.questo punto di vista la religione è ideale perché una forte visione religiosa, carente di discussione, crea un violento spostamento tra due poli opposti, diversi per la forte tensione. La stessa cosa accade quando ci si sposta tra due ceti diversi, tra due mondi opposti, tra due sentire diversi. Napoli ad esempio ha la periferia in centro. Dal punto di vista narrativo questa cosa è meravigliosa perché sono due mondi diversi che confliggono tra loro.
La sfida raccolta è quella dell’esterno che affaccia sull’interno.

Questa difficoltà riguarda non solo l’elemento alienno, l’investigatore di cui sopra, ma anche l’elemento integrato nel momento in cui soffre e non comprende.
FK – Deve esserci un contrasto. Il detective deve chiedersi come.integrare i propri valori con le storture che vede. Io vedo il contrasto tra sacro e profano e poi c’è la tensione che crea la trama e che lo scrittore, per primo, deve sentire. Altrimenti al lettore non arriva.
Ogni personaggio deve avere uno scopo, anche se è presente solo in un paragrafo.

E l’amore?
UB – Non è vero che gli uomini non sanno scrivere d’amore. Oltretutto nel noir se non si mette l’amore o la negazione di esso manca il motore propulsore dell’azione.
MdG – Sono terrorizzato dall’amore. Nei nostri libri il conflitto è tra amori. L’amore in sé non ha una connotazione positiva. L’amore può essere ossessione, ad esempio quando finisce solo per una delle due parti.
FK – Lo scrittore deve essere capace di scrivere tutto. Deve essere in grado di mettere se stesso in ogni personaggio, buono o cattivo, anche se non gli somiglia per niente. Amore, odio, vendetta: sono queste le cose che si ricordano. Non importa dove ambienti le tue storie, le emozioni umane sono sempre le stesse ovunque.

Questi sono gli ultimi romanzi dei tre autori di cui sopra: