Un dubbio necessario (Le brevi di Valerio 245)

Colin Wilson
Un dubbio necessario
Carbonio, 2017 (originale inglese 1964)
Traduzione di Nicola Manuppelli
Giallo

Londra e Heidelberg. Fine anni cinquanta e inizio anni trenta. Una vigilia di Natale, girando per le strade della capitale britannica ove si è trasferito prima dell’avvento del Nazismo, dopo aver partecipato a un seguito quiz televisivo, il professore tedesco di filosofia Karl Zweig scorge un suo allievo di quasi trent’anni prima, Gustav Neumann. Era amico del padre, neurochirurgo ebreo poi suicidatosi, e aveva spesso discusso con il giovane, colpito da un’adolescenza tormentata rivolta infine al nichilismo e convinto di voler compiere il delitto perfetto. Ricorda il passato e sospetta un prossimo crimine, sotto la neve cerca prove e fa teorie, coinvolge gli amici e indaga.
Con Un dubbio necessario il grande saggista e scrittore inglese Colin Wilson (Leicester 1931 – St. Austell  2013) gioca con lettori e personaggi, con il genere e con se stesso, a esempio intitola questo bel romanzo (di oltre 50 anni fa) come uno dei libri più celebri del suo protagonista: sia lode ai dubbi!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’ultimo respiro del drago (Le gialle di Valerio 182)

Qiu Xiaolong
L’ultimo respiro del drago
Marsilio, 2018 (orig. 2017, Hold Your Breath, China)
Traduzione di Fabio Zucchella
Noir

Shanghai. Una settimana del 2015. Il colto, sensibile, capace e onesto shanghaiese purosangue ispettore capo Chen Cao continua a operare nel centro finanziario dell’Asia ed è ora chiamato ad affrontare il dramma criminale del mortifero inquinamento atmosferico. Gli telefona Zhao, il suo protettore politico, primo segretario del Comitato centrale di disciplina del Partito, ora in pensione. Da Pechino, la Città Proibita, si è trasferito presso l’Hotel Hyatt a Pudong per una breve vacanza al Sud, vuole che lo raggiunga subito, ne ha abbastanza dello smog della capitale, chiede che gli faccia da suggeritore turistico e soprattutto che indaghi sul movimento degli attivisti ambientalisti che sta organizzando qualcosa di clamoroso proprio a Shanghai. Pare sia guidato da Yuan Jing, una giovane donna con milioni di follower, capelli neri e occhi radiosi, bella moglie di un uomo d’affari. Zhao vuole saper tutto sul progetto: contatti, risorse, tempistica. Gli mostra la foto della responsabile e Chen rimane senza parole, lui l’aveva conosciuta a Wuxi (e non è escluso si sappia), si tratta di Shanshan, l’amata alleata nel caso delle “lacrime del lago Tai”, cui aveva dedicato due anni prima una magnifica pubblicata celebrata poesia, senza riferimenti espliciti. Riprende il treno per Wuxi, individua chi fra ricchi o attivisti può dargli informazioni certe, verifica che è in corso un aspro conflitto ai piani alti del potere centrale fra quanti sono interessati al business as usual e quanti non vogliono più negare l’inquinamento. Però è distratto dai ricordi, dal non poter visitare la madre e dall’indagine di cui era consulente col fido ispettore Yu Guangming: già quattro delitti seriali avvenuti e altri in preparazione. Pian piano capisce tutto, ammesso che serva.

Decimo ottimo episodio della magnifica serie ambientata in Cina e scritta in inglese negli Usa dal docente universitario di letteratura in Missouri Xiaolong (“piccolo drago”) Qiu (Shanghai, 1953), in terza varia sul protagonista e i poliziotti buoni. I primi episodi erano stati ambientati subito dopo i fatti di Tienanmen (1989), che suggerirono, invece, a Qiu di fermarsi negli Stati Uniti. Ora siamo giunti ai giorni nostri, sappiamo che Chen esprime la vita parallela dell’autore se fosse rimasto in patria. Qui finalmente opta per passare all’azione, conferma la lealtà personale alla verità e si prende in aggiunta una pubblica responsabilità civile. Niente passionale sesso (“momenti di nubi e pioggia”) in quest’avventura, era stata un’eccezione. Il protagonista resta solitario romantico buongustaio irrequieto fumatore poeta, traduttore di polizieschi americani (oltre che di Eliot e di business plan) e non credente. Il parco del Bund è il suo rifugio feng shui, lì prende le decisioni importanti, anche rispetto al socialismo reale. Si documenta seriamente sul dramma dell’inquinamento (pure delle menti) e sull’eccessiva presunzione da parte del partito unico di voler controllare tutto e tutti, dati e notizie su decessi e malattie, ricerche sulle cause e sulle responsabilità. Come al solito, l’ispirazione riguarda il vero video di una brava giornalista cinese visto online milioni di volte prima di essere oscurato dalle autorità. Il noir serve a indagare non solo enigmi e colpevoli bensì anche le circostanze sociali, culturali e politiche all’origine dei crimini; la poesia a salvare storie ed emozioni dell’identità collettiva della comunità (versi musicali, antichi e moderni, sono citati di continuo). Innumerevoli i riferimenti al cibo, il sontuoso banchetto è abbinato a una bottiglia di liquore, Maotai distillato dei primi anni Settanta. Nella caffetteria dell’Associazione scrittori fa da sottofondo la sinfonia Dal nuovo mondo di Antonín Dvořák (1893).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il delitto di Kolymbetra (Le gialle di Valerio 181)

Gaetano Savatteri
Il delitto di Kolymbetra
Sellerio, 2018
Noir

Sicilia, Agrigento. Primavera, fine aprile. Peppe Piccionello e Saverio Lamanna si recano per pochi giorni a Milano, dove s’inaugura la concept home art (galleria espositiva) di tal Marisa (conosciuta in gioventù e nuova estimatrice dei post sulla pagina Facebook del primo) e dove ormai lavora l’architetta Suleima, col delizioso broncio da ribelle, nata a Dublino di padre irlandese e madre friulana (fidanzata del secondo). Va tutto secondo le previsioni e presto tornano nel golfo di Màkari, in provincia di Trapani. Qui i due amici hanno entrambi la proposta di un incarico sul lato meridionale dell’isola. Un conoscente, Accursio Sabella, direttore di “LiveSicilia”, propone a Saverio alcuni servizi d’autore (scritti e filmati) relativi ai luoghi della Sicilia patrimonio dell’Unesco e si potrebbe iniziare dalla Valle dei Templi di Agrigento (vicino a dove Suleima pare debba presto andare). La comare Lina chiede aiuto a Peppe, in quanto madre della ragazza di cui lui è stato padrino al battesimo: si è sposata con un giovane di Agrigento (che col fratello gestisce un’impresa) ma ora la coppia è finita sotto protezione per problemi con la mafia, occorre che consegni loro seimila euro da parte dei genitori. E così partono alla volta delle zone di Montalbano. Vanno nell’area archeologica e a un convegno, dove il grande professore Demetrio Alù parla della battaglia del 480 a.C. a Himera fra siracusani (Gelone) e cartaginesi (Amilcare) e del possibile ritrovamento del teatro dell’antica Akragas (trecentomila abitanti, una delle più importanti città della Magna Grecia). All’alba del giorno dopo viene trovato con la testa spaccata nel giardino della Kolymbreta. Saverio si sente messo di mezzo, individua i tre possibili assassini e prova a fare la sua. Dall’altra parte aiuta Peppe a rintracciare la compaesana nella misteriosa faccenda che sempre più s’intorbida. Suleima c’è e insieme a lui lotta (oltre ad altro), beato.

Il bravo giornalista Gaetano Savatteri (Milano, 1964) è cresciuto a Racalmuto in Sicilia, da parecchio vive e lavora a Roma; grazie anche all’editore insiste sul suo scoppiettante protagonista seriale e sulla relativa corte dei miracoli, che funzionano proprio per raccontare usi e costumi siciliani, fatti e miti. La doppia trama gialla resta esile, ma non importa, contano dialoghi, situazioni, personaggi, rimandi, citazioni, giochi di parole, ironie e autoironie, sapori colori odori umori di una terra magnifica. Pirandello, Sciascia e Camilleri incombono a ogni passo, insieme ai mitici scrittori preferiti dal saggio padre e alla invadente Teresita del corso di spagnolo. Con loro, alcuni colleghi giallisti della Sellerio in un continuo sovrapporsi fra i libri dell’autore e quelli di Lamanna. Non a caso, la narrazione è in prima persona al presente. Il giardino del titolo risulta un paradiso terrestre: cinque ettari di ulivi, carrubi, mandorli, arance, limoni, accanto al tufo sabbioso degli incantevoli Templi. Bello il progetto di Farm Cultural Park ai Sette Cortili di Favara: museo di arte contemporanea, residenza per artisti stranieri, laboratorio culturale, sede per il corso di architettura rivolto a bambine e bambini. Il vino abbonda in tutte le accorte bocche: zibibbo, inzolia, catarratto, grillo; altro che il prosecco della trasferta veneziana del precedente settembre! Musica dei Collage per gli amori giovanili, mentre il padre ascolta I’m on fire di Bruce Springsteen sentendosi (anche per colpa del figlio) “born in Usa”, per quanto non si sia mai mosso da Palermo e dalla Sicilia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

A chi appartiene la notte (Le brevi di Valerio 243)

Patrick Fogli
A chi appartiene la notte
Baldini Castoldi, 2018
Noir

Appennino reggiano. Estate. Filippo è precipitato di notte dalla Pietra di Bismantova; mamma Dorina, la casearia del posto, stava aspettando il suo bravo ragazzo fumando l’ennesima sigaretta sul terrazzo di casa. Il giorno dopo, quando il corpo viene recuperato dalle squadre di soccorso, sul posto si trova casualmente Irene Fontana, appassionata di arrampicata e di rocce, giornalista d’inchiesta sconvolta e ritiratasi da tutto alla Contessa, l’antica residenza dei nonni, dove vive ben gestendo i campi coltivati accanto al bosco. Dorina non si rassegna all’ipotesi di suicidio, per scoprire la verità contatta Irene che s’immerge nella vita di Filippo, fra i locali e le famiglie dei borghi.
Gran bel romanzo il nuovo di Patrick Fogli (Bologna, 1971). A chi appartiene la notte, recente meritato vincitore del Premio Scerbanenco 2018, alterna terza varia e prima (la rossa 46enne Ortensia, l’antica Irene), presente e passato, mondo avventuroso e microcosmo montano.

Recensione di Valerio Calzolaio

Donne che non perdonano (Le gialle di Valerio 180)

Camilla Läckberg
Donne che non perdonano
Einaudi, 2018 (originale 2018)
Traduzione Katia De Marco
Noir

Svezia. Un inverno dei giorni nostri. Tre donne di differenti generazioni sopravvivono con maschi molto imperfetti e imperdonabili, due in realtà si conoscono (pur non sapendo molto l’una dell’altra), la terza è segregata lontana. Ingrid Steen è sposata con Tommy. Entrambi sono giornalisti a Stoccolma; lei, dopo 14 anni di professione, due come corrispondente dagli Stati Uniti, innumerevoli premi, ha accettato di restare a casa quando il marito è divenuto l’intelligente direttore dell’autorevole Aftonpressen (dove per altro si erano conosciuti); la loro figlia Lovisa era nata da poco; lui aveva detto che in caso opposto avrebbe fatto la medesima cosa. Ora è certa che Tommy la tradisca con qualcuna della redazione, mette un piccolo registratore nella fodera del giaccone. La maestra della bimba si chiama Birgitta Nilsson, a due anni dalla pensione le hanno appena diagnosticato un tumore al seno. Per tanto tempo aveva rinviato le sollecitazioni istituzionali a fare la mammografia, non voleva mostrare ferite ed ecchimosi procuratele dall’amato marito commercialista Jacob con sempre maggior crudeltà, ancor più dopo che i gemelli ventenni si sono trasferiti e li vanno solo a trovare con le fidanzate. Victoria Volkova si trova a Sillbo nella Svezia centrale, senza amici né lavoro. Si è sposata per corrispondenza con Malte Brunberg, dopo che tre anni prima in Russia, alla festa del suo ventesimo compleanno, avevano ucciso il gangster con cui viveva. Lui si ubriaca spesso, impone frequenti pompini, lesina soldi, usa cattive parole. Le tre decidono di vendicarsi, separatamente ma insieme.

La brava scrittrice Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson (Fjällbacka, 1974) in circa 15 anni ha scritto la serie di una decina di romanzi gialli noir ambientati nella sua città natale, sulla costa occidentale della Svezia. Ha avuto grande successo di critica e di pubblico, tradotta ovunque, protagonista della vita culturale del suo paese (serie tv, cucina, testi musicali, danza), attiva in molte iniziative umanitarie (anche coi figli). Qui prende di petto l’onda del #MeToo. Ovviamente ci son uomini di tutti gli stili, più o meno cortesi o violenti, rozzi o forbiti, ricchi o poveracci, campagnoli o metropolitani. Alcuni, molti hanno la cattiva abitudine di instaurare una relazione asimmetrica di potere e, talora, di violenza con le proprie compagne. Pure le donne hanno stili e caratteri diversi. Alcune, molte donne subiscono la relazione, anche le tre protagoniste, a lungo, troppo. Tutte e tre hanno chinato il capo di fronte a un modo (ingiusto) di sopravvivere finché non accade qualcosa che le spinge a reagire, a rifiutare ruoli di comparsa o di schiava, a cercare una soluzione, ognuna per suo conto, attraverso un percorso mentale individuale, chiedendo infine un anonimo aiuto su un sito collettivo (FamiljeLiv.se) e dichiarandosi disponibili a darlo per liberare altre. È un noir criminale, sia chiaro, non un fondo di denuncia o un appello pubblico. Lo stile è secco ed essenziale (a differenza di altre opere dell’autrice), senza eccessive introspezioni o lamenti teorici, in terza varia sulle tre “vendicatrici”, messe nelle condizioni di soffrire ancora molto, destinate comunque a incrociarsi e svelarsi. I capitoli sono brevissimi, una sceneggiatura già pronta. Vino e/o coca ai party, fiumi di birra il venerdì. Tommy canticchia Springsteen, Ingrid in auto ascolta Beyoncé.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le gialle di Valerio/95: de Giovanni

pane-per-i-bastardi-di-pizzofalconeMaurizio de Giovanni
Pane. Per i bastardi di Pizzofalcone
Einaudi, 2016
Giallo

Napoli. Fine giugno 2016. In una stretta viuzza senza uscita, proprio Downtown, qualcuno spara alle spalle del Principe dell’Alba. Muore così il fornaio Pasquale Pasqualino Granato, uscito come al solito per assaggiare un panino della prima infornata mattiniera, fatta con il lievito madre del giorno prima, sana abitudine già del nonno e del padre (quasi come da copertina). Arrivano Lojacono e Romano del vicino commissariato di Pizzofalcone, ma vengono cacciati dal famoso potente sostituto procuratore Buffardi della Direzione distrettuale antimafia e dalla Squadra Mobile: tempo prima l’assassinato aveva assistito a un delitto della criminalità organizzata riconoscendo il tatuaggio del figlio del capo del clan Sorbo (anche se poi aveva ritrattato la testimonianza), sono certi che siano coinvolti loro. Lojacono ha osservato la scena del crimine con esperienza e acume, non gli sembra sia opera di killer professionisti, convince il commissario Palma, i colleghi e poi il magistrato Laura Piras (con la quale ha oltretutto una complicata relazione sentimentale) a chiedere la co-assegnazione dell’indagine, pur mettendo a rischio il loro stesso posto di lavoro, sono una squadra di reietti chiamati a sostituire poliziotti corrotti, sempre a rischio di chiusura. Buono e tranquillo, Granato si era separato tre anni prima da Loredana, insegnante alla scuola media, troppo dedito solo al lavoro; non avevano figli ma uno piccolo e bravo ne ha la sorella Filomena Mimma, sposata con Fabio Marino, ormai comproprietario del forno e preoccupato che l’antiquato eccelso schema produttivo non regga più sul mercato. Altre indagini incombono: lo stalking di una bellissima a uno bruttissimo, i suicidi assistiti, gli affetti di ciascun agente.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) offre alle tante lettrici e lettori il miglior romanzo della sua ottima (seconda) serie Einaudi, giunta in tre anni al quinto romanzo, a gennaio 2017 anche su Rai Uno. Una decisiva stimolante chiave critica sta nella dedica: “A Ed McBain. Il più grande di tutti”. Dopo un volume contemporaneo (ben diverso dalla serie Ricciardi) uscito per Mondadori nel 2012, su consiglio e guida del grande Severino Cesari, coinvolgendo pochi fidati amici, l’autore scelse di narrare in terza varia storie collettive (criminali e private) di una “squadra” di poliziotti di servizio nel cuore della sua città, ispirandosi a quello straordinario autore americano (1926-2005). Certo Ed (o Evan o Salvatore che dir si voglia) aveva ruotato New York di 90° gradi e cambiato nome a ognuno dei cinque “quartieri”, oltre che alle innumerevoli aree delle migliaia di incroci Avenue-Street; descriveva un police procedural con decine di poliziotti in squadre di due investigatori organizzati all’americana; dovette ben presto capire che c’era un agente preferito dal pubblico e che non poteva farlo morire. Qui i toponimi sono proprio della magnifica città che conosciamo (quattro universi in poche centinaia di metri quadrati, i Quartieri Spagnoli, piazza Martiri, via Chiaia, lungomare Partenope); non si uccide (volutamente e per ora) causa mafia; il protagonista di trascorsi siciliani resta il punto di partenza. E, tuttavia, sia la serie che l’ultimo sono sapientemente pervasi dallo spirito dell’87° distretto: il titolo ha una parola sola (che viene declinata poi in tutti i possibili significati), si parte da un vitale cadavere, l’indagine coinvolge tutto il commissariato (a partire dalla riunione di prima mattina), siamo a pochi mesi dalla storia precedente (anche se le date editoriali hanno evidentemente intervalli più lunghi), a tratti parlano il clima e i ritmi della Città, elegie e drammi shakespeariani aleggiano in azioni, reazioni, dialoghi. E il tono, i registri emotivi sono insieme gialli e rosa, tragici e umoristici, noir e culturali, con risultati sempre maturi e alti, senza corsivi. De Giovanni possiede notevoli qualità letterarie sue proprie, in Pane raggiunge un picco. Conferma anche uno specifico obiettivo “dimostrativo” della colta scrittura “di strada”: come ovunque, anche a Napoli si uccide forse più per la famiglia che per la camorra. E qui siamo al compimento: due magistrati seguono le due diverse piste, esplicitamente. Ora tocca al passo successivo: lasciare spazio alla fantasia del genere, per gli intrecci oltre che per le passioni (ah, Giulia!): purtroppo si uccide per troppe cose e casi. Viva l’artigianale lievito madre. Piras si rifà a Proust. Sempre vino bianco col pesce. Barry White al supermercato, Pisanelli con Vivaldi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il ponte delle spie (2015)

il ponte delle spieJames Donovan: Aren’t you worried?
Rudolf Abel: Would it help?*

Straordinario regalo di queste feste Il ponte delle spie (Bridge of Spies, 2015), l’ultimo potente film di Steven Spielberg, sceneggiatura dei fratelli Coen. Una storia di spionaggio e di eroismo, di gesti “forti”, di valori umani al primo posto.
Il colonnello Rudolf Abel (Mark Rylance) è – forse – una spia russa. Arrestato in territorio statunitense, rischia di essere condannato alla pena di morte. La difesa d’ufficio viene affidata all’avvocato Donovan (Tom Hanks), che inizialmente assume l’incarico per dare lustro allo studio legale in cui lavora, poi si appassiona al caso. In un delicato bilanciamento di principi giuridici, valori etici e lungimiranza, Donovan porta avanti la sua battaglia fino alla Corte Suprema (da brividi la sua orazione, che stando a Wikipedia è quella originale).
In qualche modo riesce a salvare la vita di Abel, ma la fama di “difensore della spia russa” gli procura la diffidenza, se non l’odio, dei colleghi, dei vicini e dei semplici conoscenti.
L’occasione di riscatto si presenta quando il pilota di U-2 Francis Gary Powers viene preso prigioniero e trattenuto dai Sovietici. Stessa sorte tocca a Fredric Pryor, uno studente di Yale che rimane bloccato a Berlino Est nel momento in cui viene eretto il famigerato Muro. Siamo in piena Guerra Fredda. Tutti spiano tutti, tutti tramano alle spalle di tutti. Donovan è solo, la copertura della CIA non gli garantisce immunità.
Può contare solo sulle proprie capacità.

La ricostruzione storica non è meticolosa (le sezioni Trivia e Goofs su IMDB ve lo confermeranno) ma è estremamente suggestiva. Tom Hanks è grandioso (uno “Stoikiy muzhik” in odore di Oscar?) ma anche Mark Rylance dà vita a uno straordinario personaggio. Non un cattivo, ma un “diversamente buono”.
Il ponte che dà il titolo al film è il Glienicke Bridge di Potsdam.
Da vedere perché è una bella storia, emozionante e istruttiva, ispirata a una storia vera. Una storia con molti grigi che propone un punto di vista differente.

* “Non è preoccupato?”
“Servirebbe?”

Le brevi di Valerio/43: Gialli d’inverno

Gialli d'invernoTitolo Gialli d’inverno
Autore Agatha Christie e altri
Editore Einaudi
Anno 2015
Pagine 314
Prezzo 16 euro
Traduzione di Grazia Maria Griffini e altri

1901-2002. Estero vario. La raccolta Gialli d’inverno raccoglie testi di dieci importanti autori scritti nel secolo scorso, alcuni (tre) appositamente tradotti in italiano. Sono Agatha Christie (con Poirot), Conan Doyle (con Holmes), Futrelle, Mary Higgins Clark, Leblanc (con Lupin), London (il più antico, inedito), Pentecost, Queen (con Ellery), Fred Vargas (il più recente, con Adamsberg), Wallace.
È anche un modo di prepararsi (già) al Natale, qualche racconto è ambientato proprio durante la festa dicembrina. Non c’è altro filo, nessuna introduzione, niente contestualizzazione di scrittori e scritti, giusto una gradevole compagnia per i giorni freddi con poca luce naturale e mancanza di alternative.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

C’è crisi, c’è grossa crisi… (post pre-natalizio)

n importe quoiUno dei segnali più decisivi della crisi di una civiltà è la sua incapacità di stabilire un metodo con cui rapportarsi col mondo, con le cose, con gli altri popoli, uomini, culture – in una parola: con la realtà. (Luca Doninelli)
Inutile che lo ribadisca: è un momento di crisi e si sente, non solo nelle tasche ma anche nell’atteggiamento della gente. La crisi porta cambiamento e qua di cose ne stanno cambiando parecchie sotto il profilo personale, lavorativo e sociale. Non tutti i cambiamenti sono negativi, non mi dilungherò in spiegazioni, ma insomma, sappiate che nel silenzio degli ultimi tempi c’è anche molta riflessione. Quali saranno gli esiti è ancora presto per dirlo ma immagino che si vedranno, prima o poi.
Per la parte che ci interessa, la crisi dell’editoria sta producendo in me una sorta di disaffezione, anche se osservo con interesse alcune cose che in questo momento sono in fase embrionale ma che mi auguro vedano presto la luce.
Sulla crisi dell’editoria voglio mettere in evidenza due articoli: il primo riguarda gli editori a pagamento, che io continuo a considerare una piaga perché, guardando esclusivamente al punto di vista del lettore, intasano il mercato di roba illeggibile sottraendo risorse e visibilità a libri meritevoli. Per quanto mi riguarda, l’esperienza di Più libri più liberi quest’anno è stata tremenda: un giro veloce degli stand, la rapida realizzazione che di editori “sani” ce n’erano pochissimi – il resto era fuffa – e mi è salita una tale rabbia mista a frustrazione che me ne sono andata. La salute prima di tutto.
Se volete farvi del male potete guardare il video realizzato da Scrittori in causa e Scrittori precari per guardare in faccia qualche “campione” dell’EAP mentre difende la deprecabile prassi. Sconsigliato dopo i pasti.

Più recente invece è la notizia che perfino Mondadori ha adottato un nuovo contratto che li pone al limite dell’EAP: il Contratto ad Anticipo Zero (o CAZ, come lo ha efficacemente definito Giampaolo Simi in questa esauriente trattazione). Il che suggerisce che si debba rivedere l’intera filiera produttiva dell’editoria se non si vuole perdere il patrimonio culturale dei prossimi anni.
Sembra andare controtendenza invece la norma – all’esame del Consiglio dei Ministri – che prevede la possibilità di detrarre fiscalmente il 19% dell’importo dei libri acquistati, purché non in ebook, fino a 1000 euro (più altri 1000 per libri scolastici e universitari). Se la norma verrà approvata potremmo assistere a un rifiorire delle librerie. Forse.

Nonostante tutto, però, sto leggendo diverse cose, ho dei romanzi in wishlist e altri ne vorrei consigliare tra le uscite recenti, magari da regalare o regalarsi.

Innanzitutto c’è un’iniziativa importante, quella dei Racconti in sala d’attesa (Caracò 2013, anche in ebook).
Dodici racconti, dodici autori e un progetto culturale dedicato a Vincenzo Federico, che anche io ho conosciuto, morto dopo una breve malattia.
Si corre e non si pensa. Si corre e non si vive. Si corre e i problemi non si risolvono mai. Eppure ci sono dei momenti della nostra vita in cui siamo costretti a fermarci. Non dipende da noi. Dobbiamo aspettare.
Nelle sale d’attesa il tempo si dilata e tutto quello da cui fuggiamo ogni giorno ci si attacca addosso. Non ci sono vie di fuga. Si è da soli davanti al tempo e a se stessi.

I diritti d’autore di questo libro saranno devoluti ad un progetto culturale destinato agli ospedali italiani.
Gli autori sono Maurizio de Giovanni, Cristina Zagaria, Patrizia Rinaldi, Gabriella Genisi, Luigi Romolo Carrino, Elisabetta Bucciarelli, Patrick Fogli, Andrej Longo, Giuseppe Lupo, Emilia Marasco, Marco Marsullo, Antonio Paolacci.

Ecco, questo lo compriamo tutti, vero? Ci tengo molto.

Poi.

Colgo l’occasione per scusarmi pubblicamente con gli autori alle cui presentazioni non sono andata. Ci tengo che sappiano che l’assenza non è sintomo di lontananza, anzi, e che spero sinceramente in prossime occasioni e contesti migliori.
E quindi, in rigoroso ordine alfabetico, date un’occhiata a:
Giulio Leoni con il giallo storico Il testamento del Papa (Editrice Nord 2013, anche in ebook)
Angelo Marenzana e L’uomo dei temporali (Rizzoli 2013, anche in ebook): un giallo con il commissario Augusto Bendicò, personaggio a cui sono molto affezionata (Angelo sa perché)
Bruno Morchio e la nuova avventura di Bacci Pagano, Lo spaventapasseri (Garzanti 2013, anche in ebook)
Simone Togneri e il suo Arnoamaro (Fratelli Frilli 2013, anche in ebook).

Tra le cose che ho in lettura, praticamente già terminate:
Gaia Conventi con Giallo di zucca (Betelgeuse 2013, finalmente anche in ebook): giallo classico con Luchino, fotografo della Scientifica, che indaga “in famiglia” su una serie di omicidi avvenuti a Ferrara. Cane Poirot al seguito, utile anche per fare conoscenze femminili. Si mangia tanto, si parla del Palio, si ride anche. Piacevole.

Maurizio de Giovanni con Buio per i bastardi di Pizzofalcone (Einaudi 2013, anche in ebook) che segna il tempestivo ritorno dei ragazzi del commissariato più reietto di Napoli. Meno pathos del solito, vira molto più verso il noir. Bello, bello, bello.

Poi, per i più svariati motivi, non dovrebbero mancarvi:
Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (Salani 2013, anche in ebook): perché non si può non leggere la Rowling, anche se fosse solo per parlarne male;
Adamante di Maria Silvia Avanzato (Edizioni della Sera 2013): perché lei è una che sa raccontare in modo affascinante anche la quotidianità con la nonna, figuriamoci il resto – e poi Crune d’aghi per cammelli mi era piaciuto moltissimo;
Il pallonaro di Luigi Romolo Carrino, sull’omosessualità nel mondo del calcio, perché lui è uno che scrive da Dio;
il classico giallo di Natale della Polillo, quest’anno Il canto di Natale di Clifford Witting (perché non è Natale, senza).

**

Ultimamente mi sono dedicata ai film horror: un po’ lento ma ben fatto Sinister con Ethan Hawke; classico college americano con finale a sorpresa in Smiley, autoprodotto dal regista Michael Gallagher (promette un seguito); agghiacciante per la violenza Chained di Jennifer Lynch. Così, se vi avanza un po’ di tempo nelle prossime vacanze e amate il genere, sapete cosa vedere.

**

Prosegue anche l’overdose di serie tv: la terza stagione di The Killing è ok; The Blacklist ha un suo perché nel genere crime; Homeland (anche qua, terza stagione) stenta a decollare ma si riprende dalla settima puntata in poi; naturalmente però l’attesa va tutta alla sera del 1 gennaio 2014, quando gli spettatori britannici potranno guardare il primo episodio della terza stagione di Sherlock:

Due parole sul NoirFest: il premio Scerbanenco quest’anno è andato a Donato Carrisi, menzione speciale per Simone Sarasso; avendo presentato entrambi gli autori e rispettivi romanzi, non posso che congratularmi con entrambi. Nella sezione cinema invece è stato presentato Neve di Stefano Incerti, co-sceneggiato da Patrick Fogli. Il film ha vinto il premio per il miglior attore, andato a Roberto De Francesco, e adesso si spera che trovi una distribuzione.

Se poi, come credo, anche voi siete nel vortice dei regali di Natale, sappiate che:
– quest’anno ho privilegiato l’artigianato e anzi, ho rispolverato un minimo di manualità persino io (ma non per farne regali, ché agli amici ci tengo);
– ho regalato qualche libro e qualche altro ancora lo regalerò;
– in libreria si trovano agende bellissime (io ho sempre una spiccata preferenza per la Moleskine) ma anche fumetti, lettori ebook, accessori da lettura… insomma, per i regali di Natale la libreria è ancora un posto privilegiato;
– tuttavia, quando la pigrizia incombe, mi soccorre Amazon. Un clic e via. Tanto sono già stata definita “una str**** di sinistra radical-chic” (detto da uno che mi ha vista due volte, n.d.b.) quindi posso anche dichiarare apertamente che la tecnologia, quando mi semplifica la vita, è una gran risorsa a cui attingo a piene mani.

Cari saluti, ci risentiamo per gli auguri – forse.