“Un giorno questo dolore ti sarà utile” di Peter Cameron (2007)

un giorno questo doloreA dispetto del titolo – che pure mi ha conquistata appena l’ho letto, su uno scaffale della libreria – Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron è un romanzo molto ironico. La storia nuda e cruda, quella di un diciottenne molto sensibile e privo di punti di riferimento, potrebbe apparire drammatica. Ma non lo è, perché il contorno della storia è involontariamente comico.
La famiglia di James è squinternata nel senso wasp del termine: la madre ha una galleria d’arte e colleziona mariti, il padre pranza al circolo e fa operazioni di chirurgia estetica, la sorella ha una relazione con il suo prof. James si sente alienato dalla famiglia, ma anche dai suoi coetanei: anzi, in occasione di una gita scolastica si allontana dal gruppo e questo suo comportamento antisociale lo porta dallo psicologo. Le sedute dallo psicologo sono esilaranti. E anche l’appuntamento al buio con un gay dichiarato – per il quale James viene aspramente rimproverato – è emblematico di un certo modo di “prendersi troppo sul serio” che gli adulti hanno.
Insomma è un ritratto lieve e al tempo stesso corposo della vita (di un certo tipo di vita) nella New York contemporanea.
Ovviamente (siccome non è un giallo posso dirlo) nel finale la crisi si ricompone nel migliore dei modi. Come a significare che il dramma era solo nella percezione di James, nei suoi complicati e difficili sentimenti di adolescente.

Dal romanzo è stato tratto il film omonimo.

Dopo Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato la raccolta di racconti Paura della matematica, Coral Glynn, Il weekend e Andorra.

Trilogia di New York di Paul Auster

Trilogia di New YorkI.
Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, averbbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.
In quanto a Quinn, non serve dilungarsi su di lui. Chi fosse, da dove venisse e cosa facesse non ha molta importanza. Sappiamo, per esempio, che aveva trentacinque anni. Sappiamo che un tempo era stato sposato, che era stato padre, e che ora la moglie e il figlio erano morti. Sappiamo che scriveva dei libri. Per essere esatti, scriveva romanzi gialli. Questi romanzi li firmava con il nome di William Wilson e li produceva al ritmo di circa uno all’anno; il che gli garantiva abbastanza denaro per vivere modestamente in un piccolo appartamento di New York. Dato che a un romanzo non dedicava mai più di cinque o sei mesi, per il resto dell’anno era libero di fare quello che voleva. Leggeva molti libri, visitava le gallerie d’art e ei musei, andava al cinema. In estate guardava il baseball alla televisione; d’inverno andava all’opera: ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città – mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe.
(Trilogia di New York – Città di vetro – Paul Auster)

Se vi è piaciuto questo incipit, ricordo che con il Sole24Ore trovate in edicola la prima uscita della collana “Coast to coast”: il capolavoro di Paul Auster Trilogia di New York, composto da Città di vetro (City of Glass), Fantasmi (Ghosts) e La stanza chiusa (The Locked Room). Tre detective stories molto particolari, ambientate a New York e scritte tra il 1985 e il 1987, che resero Auster un autore di culto. “Sono tre detective-stories in cui lo scrittore crea una sua New York strana e surreale, in cui tutto può accadere e in cui tutti noi potremmo perderci” (fonte: Wikipedia).

Intervista a Lawrence Block (reloaded) in occasione dell’uscita di “Hit Me”

Lawrence BlockÈ di qualche giorno fa la notizia che Lawrence Block è tornato a pubblicare dopo aver annunciato, due anni fa, che non avrebbe più scritto romanzi.
Con Hit Me (disponibile anche in ebook) torna Keller the Killer, già protagonista di altri quattro romanzi. (Off topic: non smetterò mai di chiedermi perché su Amazon lo stesso libro, appena uscito in inglese, si trovi con due copertine diverse, due editori diversi e due prezzi diversi…)
In Italia Block è stato solo parzialmente pubblicato da almeno tre diversi editori (Mondadori, Fanucci e recentemente Sellerio): magari prima o poi qualcuno completerà organicamente l’opera…
Nel frattempo, quale miglior occasione per riproporre un’intervista storica? Eccola, dunque.

Lawrence Block è uno scrittore incredibilmente prolifico. Nato nel 1938 a Buffalo, New York, ha girato tutto il mondo ma è sempre tornato nella città che ama di più, New York. L’investigatore alcolista Matthew Scudder, la spia Evan Tanner, il libraio ladro Bernie Rhodenbarr, Keller il killer professionista, l’avvocato Martin Herengraf, Chip Harrison, sono i protagonisti di altrettante serie di romanzi che Block ha scritto nell’arco di oltre quarant’anni.

AB – Lawrence, quanti libri hai scritto?
LB – Non sono sicuro, credo circa settanta, con il mio nome, e altri sotto pseudonimo.

AB – Che libri erano, quelli sotto pseudonimo?
LB – Non vale la pena parlarne… fanno parte del passato. Non erano granché buoni.

AB – Hai fatto altri lavori, prima di scrivere?
LB – No. Ho iniziato a scrivere quando ero a scuola e non ho mai smesso.

AB – Quando è stato pubblicato il tuo primo libro?
LB – Nel 1961. Era un romanzo giallo, ma non aveva un protagonista seriale. Si chiamava Mona, all’inizio, ma è stato ripubblicato con il titolo di Grifter’s Game.

AB – Chi è il preferito tra i tuoi personaggi?
LB – Non credo ce ne sia uno che preferisco. Li trovo tutti ugualmente interessanti, altrimenti non scriverei su di loro.

AB – Chi è quello che ti somiglia di più?
LB – Questa è una domanda difficile, e forse non sono la persona più adatta a rispondere. Un mio amico, lo scrittore Peter Straub, quando ha letto i miei libri su Keller, ha detto che Keller il killer mi somiglia più di altri personaggi.

AB – Trovi difficile saltare da un personaggio all’altro, da un romanzo all’altro?
LB – No, non è affatto difficile. Quando creo un personaggio, sono automaticamente nei suoi panni.

AB – Parliamo del libro appena (era il 2005, n.d.b.) uscito in Italia, Le colpe dei padri (Fanucci). È stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1975 ed è il primo della serie di Scudder.
LB – Esatto. E il libro che uscirà negli Stati Uniti il mese prossimo, intitolato All the flowers are dying, è il sedicesimo della serie.

AB – Come si è evoluto il personaggio di Scudder in questi trent’anni?
LB – È cambiato considerevolmente. Scudder vive “in tempo reale”. Nel primo libro ha più di trent’anni, adesso ne ha circa sessantasei, sessantasette. In uno dei libri della serie Scudder smette di bere (L’Ottavo Passo, Sellerio 2011, n.d.b.), che per lui è un grande cambiamento. Rimane un investigatore privato, non torna in polizia. Per un periodo ha anche una licenza ufficiale da investigatore, ma non dura a lungo.

AB – Scudder è uno dei personaggi più dark da te creati. Come nasce?
LB – È difficile per me parlarne in questi termini, perché io narro non “del” personaggio ma “il” personaggio. Di solito non penso molto a come sia il personaggio, ma gli permetto di maturare attraverso le pagine del racconto. Se mi chiedi che tipo di persona è Scudder, tutto ciò che posso dirti è “Leggi i suoi romanzi!”

AB – Cosa ti fa paura?
LB – Dopo lo tsunami (che ha devastato il nordest asiatico il 26 dicembre 2004, n.d.b.), ho fatto una riflessione. La settimana prima forse solo cinque persone, fra le oltre duecentomila che sono morte, avevano paura dello tsunami. Tutti gli altri avevano sicuramente delle preoccupazioni, ma di altro genere. E le loro preoccupazioni erano assolutamente prive di senso, se viste alla luce di quanto è accaduto. Così ho deciso che non vale la pena preoccuparsi di nulla. Perché magari ciò che ti uccide è qualcosa a cui tu non avevi nemmeno pensato, prima che accadesse.

AB – Puoi raccontarmi un aneddoto su qualcosa di strano che ti è capitato nella tua carriera di scrittore?
LB – Beh, immagino ce ne siano moltissimi, ma non me ne viene in mente nessuno. Sai, forse la gente dovrebbe sapere che la vita di uno scrittore non è poi così interessante. Tutto ciò che uno scrittore fa è restare seduto da solo in una stanza, passando tutto il suo tempo a immaginare di avere una relazione con personaggi che esistono solo nella sua fantasia. Non è molto interessante.

AB – Che libri ti piacciono?
LB – Al momento sto leggendo To the last man di Jeff Shaara, che è un romanzo sulla Prima Guerra Mondiale – non il tipo di cosa che scriverei io, senza dubbio, ma mi piace moltissimo.

AB – Ci sono degli autori che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?
LB – È difficile dirlo. Ho letto moltissimo, da ragazzo, e suppongo che tutto ciò che ho letto mi abbia influenzato, in un modo o nell’altro. I musicisti di jazz parlano di influenza nel loro modo di fare musica, perché quando inizi a fare il musicista ti eserciti a suonare come qualcuno più famoso di te, per imitarne lo stile. Invece, se sei uno scrittore, tendi a cercare un tuo stile, evitando di essere troppo simile a qualcun altro. Ma se proprio dovessi citarne uno, direi che John O’Hara è uno scrittore che ho molto ammirato e che probabilmente mi ha influenzato.

AB – Hai anche curato delle antologie di racconti: che tipo di lavoro hai fatto?
LB – A volte ho solo messo il mio nome in copertina e scritto l’introduzione, a volte ho curato personalmente la selezione dei racconti, quindi un lavoro molto vario. Non credo che ne farò altre nel futuro, però, perché è un lavoro amministrativo ed editoriale, non molto creativo.

AB – E hai scritto delle sceneggiature per il cinema.
LB – Sì, e penso che ne farò ancora. Ho scritto la sceneggiatura tratta dal libro Hit Man per un film che si chiama Keller, che spero sia girato quest’anno, se la produzione riesce a trovare i finanziamenti. Ho in programma una sceneggiatura su un soggetto originale per un film diretto dal regista di Hong Kong Wong Kar Wai. E di recente ho lavorato su una serie televisiva di nove episodi che negli Stati Uniti stanno trasmettendo adesso: si chiama Tilt e parla di crimini ambientati nel mondo del poker, a Las Vegas. (Qui la lista dei lavori su grande e piccolo schermo aggiornata, ed è un lungo elenco, n.d.b.)

AB – So che sei un giramondo. Quanti paesi hai visitato fino a ora?
LB – All’incirca 130, credo.

AB – Il tuo preferito?
LB – Non ne ho uno che preferisco. Al momento, ovviamente, è l’Italia. (ride, per la prima volta durante l’intervista)

AB – Quando viaggi scrivi?
LB – A volte, ma molto raramente. Una volta, ad esempio, io e mia moglie siamo andati in crociera nell’Oceano Indiano, per cinque settimane, e io la mattina mi alzavo presto, andavo in biblioteca e scrivevo. Avevo del lavoro da fare e, con una vacanza così lunga, potevo anche dedicare una parte del tempo alla scrittura.

AB – Lavori meglio quando hai una scadenza imminente?
LB – No, di solito fisso le mie scadenze in anticipo rispetto a quelle dell’editore, in modo da non essere eccessivamente sotto pressione.

AB – Qual è stata la miglior recensione che hai avuto?
LB – Non saprei, ne ho avute diverse, nel corso degli anni. Una cosa che si impara, con il tempo, è quella di non prestare troppa attenzione alle recensioni, perché rischi di attribuire troppo significato a quelle buone, o al contrario a dare troppo peso a quelle cattive. E ho anche imparato che le recensioni non hanno poi effetti significativi sulla tua carriera di scrittore, o sulle vendite di un libro. Non cambiano in meglio o in peggio il tuo lavoro.

AB – Cosa hai in programma?
LB – La sceneggiatura di cui ho parlato e il terzo libro della serie di Keller, che probabilmente si chiamerà Hit Parade e uscirà negli Stati Uniti nella primavera del 2006 (In effetti poi è andata così, n.d.b.).

AB – Quali saranno le tue prossime uscite in Italia?
LB – Credo il libro successivo della serie di Scudder, Time to murder and create, o quello dopo, Eight million ways to die.

AB – Quello da cui è stato tratto il film omonimo (Otto milioni di modi per morire)?
LB – Sì. Non un film memorabile, a dire il vero.

AB – Non l’ho visto. Ma ho visto Burglar (Affittasi ladra), quello in cui Whoopi Goldberg impersona Bernie Rhodenbarr… non era male.
LB – Sì… non esattamente la mia idea di Bernie, a dire il vero… se si tralascia il fatto che Bernie è un uomo e non una donna, non è male.

AB – Grazie mille, è stata una chiacchierata molto interessante.
LB – Grazie a te.

(questa intervista è stata pubblicata sul numero 3 del Falcone Maltese)

Questo è il blog di Larry Block. Date un occhiata, è divertente!

Aggiornamento: in un’intervista sul DailyNews Block dice che Hit Me potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

[Mi scuso con i lettori di lunga data per il prolungato silenzio e i reload, ma per ora va così, abbiate pazienza :)]

666 Park Avenue

Mentre American Horror Story – Asylum continua a darmi enormi soddisfazioni (alla fine della quinta puntata mi sono chiesta con raccapriccio quali altre idee perverse avranno partorito le menti degli sceneggiatori per arrivare alla fine della stagione), ho iniziato a guardare 666 Park Avenue, serie “diversamente horror”.

Nel senso che gli ingredienti dell’horror classico ci sono tutti (fantasmi, mostri, premonizioni, omicidi, il tutto in un palazzo gotico a cui sovrintende un mefistofelico Terry O’Quinn),  ma c’è anche un filone thriller (Gavin Doran è buono o cattivo? Che progetti ha per Henry Martin e Jane Van Veen, la giovane coppia di provinciali a cui è stato offerto un posto nello splendido palazzo?), il tutto avvolto da una patina glam che ricorda molto L’Avvocato del Diavolo. Donne bellissime, uomini affascinanti, party lussuosi, fiumi di dollari…

In ogni puntata c’è una storia autoconclusiva che riguarda uno degli inquilini del palazzo, mentre la vicenda che dà corpo alla serie si arricchisce di nuovi dettagli (come detto sopra, il mistero riguarda soprattutto la coppia naif Henry-Jane e l’impeccabile Gavin). Rimane ancora apertissimo l’interrogativo su “cosa”: cosa succederà?

Nel complesso 666 Park Avenue non fa paura, ma avvince. Consigliato a chi non ama lo splatter.

Copper, un poliziotto nella NY del 1860

BBC America – mai saputo che esistesse BBC America, confesso, e in effetti Wikipedia conferma che Copper è la prima serie prodotta direttamente negli USA dalla rete britannica – dicevo, BBC America ha trasmesso i primi quattro episodi di una nuova serie TV. Il Copper – sbirro, in gergo – del titolo è Kevin Corcoran, poliziotto newyorchese a metà tra uno sceriffo e Grissom di CSI.
Corcoran, Corkie per gli amici, tornato a casa dalla guerra di secessione durante la quale ha salvato (forse – lo scopriremo dopo) il ricco Robert Morehouse, si è guadagnato un posto nel Sesto Distretto di Polizia di New York. Corcoran ha una visione della legge un po’ diversa da quella a cui siamo abituati: segue i casi di delinquenza spicciola, frequenta un bordello, cerca con ogni mezzo la moglie, scomparsa mentre lui era in guerra. Intorno a lui la corruzione è prassi a ogni livello. La povertà dilaga. Razzismo e discriminazione sono legali.
Eppure Corkie, nella sua ignoranza, è a suo modo un antesignano: quando si imbatte in un crimine violento rifugge dalle soluzioni più “opportuniste” e cerca la verità insieme al dottor Freeman, medico di colore (oggi diremmo anatomopatologo), guadagnandosi per questo motivo le frecciatine ironiche degli altri poliziotti del Distretto.
Sono anni di forti tensioni. Corchoran è irlandese, i neri sono ancora segregati (troppo tempo dovrà passare prima che la situazione cambi), nel frattempo la città di New York si sta rapidamente sviluppando, scatenando l’avidità dei bianchi. Vivere o morire è questione di un momento, soprattutto per donne e bambini, allora come ora vittime quasi predestinate.

Se il buongiorno si vede dal mattino, Copper sarà l’ennesimo successo annunciato. Personaggi capaci di ogni nefandezza (ricordate Luther?), ricostruzione storica maniacale (ricordate Boardwalk Empire?), ritmo serrato e immancabili sfumature crime e rosa. Mi dicono somigli a Deadwood, altra serie di grande successo, ma in chiave urbana.
In attesa delle altre premières (la stagione televisiva americana entra nel vivo a fine settembre), le dieci puntate della prima stagione di Copper sono una buona compagnia per le serate autunnali.

Qua il sito ufficiale.

Faye Kellerman, Kippur. Un detective ebreo a New York

(photocredits)

Premetto che prima di andare all’incontro con Faye Kellerman, Ugo Barbàra e Maurizio de Giovanni ho letto Kippur – Il giorno dell’espiazione, quarto romanzo pubblicato in Italia della scrittrice Faye Kellerman, moglie di Jonathan Kellerman. La Kellerman ha inventato una fortunata coppia di investigatori seriali, Peter Decker e Rina Lazarus, che si muovono all’interno della comunità ebraica. A scanso di equivoci vi informo che sono molto interessata alla religione ebraica per motivi culturali e che ho trovato gli aspetti didascalici di Kippur tanto validi quanto la struttura “nera” del romanzo. Mi tocca però avvisarvi che sì, nel romanzo si evidenzia nettamente quale sia l’orientamento personale e culturale della Kellerman, ebrea ortodossa. Se soffrite di qualche personale idiosincrasia, evitatelo. In caso contrario, invece, molto probabilmente vi piacerà.


E veniamo all’incontro di ieri alla MelBookstore di Roma con Maurizio de Giovanni, Faye Kellerman (la signora bruna nella foto in alto) e Ugo Barbàra. Diciamo che probabilmente le brutte giornate capitano a chiunque e che forse l’idea di mettere insieme tre scrittori importanti, di cui una bisognosa di interprete, non ha aiutato il ritmo della presentazione. Tuttavia qualche spunto interessante è emerso:

Da dove nascono le storie che raccontate?
Faye Kellerman – I nostri personaggi sono molto strutturati, seri e sono ossessionati dal crimine e dalla ricerca di giustizia.
Ugo Barbàra – Mi interessa la letteratura di genere perché posso prendere dei personaggi e concentrarmi su di loro, raccontando storie complesse. La vita in effetti è così, casuale, quindi il personaggio deve essere fortemente strutturato perché al di là della storia l’importante è la persona, l’anima.
Maurizio De Giovanni – Da lettore la mia passione è la forza del sentimento, e non c’è sentimento più forte di quello che, nella sua forma degenere, porta al delitto. La letteratura nera è il terreno di coltura più facile per far germogliare le passioni.
FK – Gli scrittori di gialli hanno molto in comune tra loro, in primo luogo il senso di giustizia. Se non ti appassioni all’idea di voler scoprire il colpevole, è inutile che scrivi un giallo. Chi investiga deve dar voce a chi non ha più una voce.
I film hanno trame grandiose, ma l’omicidio accade per motivi basilari, essenziali, fondamentali e personali (i sette peccati capitali).
UB – Altra cosa in comune è il senso della vendetta, o giustizia che dir si voglia. Donato Carrisi dice che il nostro sistema giudiziario è rieducativo e non vendicativo, ma questa è una cosa fin troppo spesso dimenticata: noi vogliamo vedere l’assassino marcire in galera.
L’altra cosa è che bisogna non perdere di vista I personaggi, e non IL protagonista.
MdG – Il fulcro delle storie nere è la debolezza violata.  Ci sono personaggi deboli o degradati a cui si dà conforto. Lo scrittore di nera mette le mani nella melma, accede dove gli altri non guardano nemmeno.

In Kippur è presente qualche riflessione sulla religione e sulle regole:
1. Il detective deve essere un outsider che guarda all’interno di una comunità. È un alieno.
2. Il detective accetta immediatamente la sfida perché è il suo mestiere e la sua natura.
3. Teenagers: vogliono sempre ribellarsi ai genitori e fanno cose stupide. Tutti. Ciò che un genitore si augura è che le cose stupide che i figli fanno non abbiano conseguenze devastanti. È la situazione in cui si trova Noam.
Nei vostri romanzi esprimete dei dubbi personali? Vi ponete delle domande?
FK – Certamente. Se sei un essere pensante non puoi non avere dubbi. Se credi di avere tutte le risposte non stai usando il cervello. Io uso la religione per esprimere i dubbi.
UB – I teenager sono personaggi generalmente trascurati forse perché si tende a credere che facciano normalmente cose stupide con conseguenze trascurabili. Lo scoglio è quello di superare il rapporto con il proprio personaggio-tipo. La svolta sarà quando i nostri personaggi saranno chiamati a fare giustizia pur senza essere coinvolti per lavoro.
Per quanto riguarda la religione, credo che ci sia un confine labile tra etica e religione. Io ho un rapporto profondo con l’etica, meno con la religione.
MdG – La storia è il racconto di uno spostamento tra due situazioni a differente potenziale. Da.questo punto di vista la religione è ideale perché una forte visione religiosa, carente di discussione, crea un violento spostamento tra due poli opposti, diversi per la forte tensione. La stessa cosa accade quando ci si sposta tra due ceti diversi, tra due mondi opposti, tra due sentire diversi. Napoli ad esempio ha la periferia in centro. Dal punto di vista narrativo questa cosa è meravigliosa perché sono due mondi diversi che confliggono tra loro.
La sfida raccolta è quella dell’esterno che affaccia sull’interno.

Questa difficoltà riguarda non solo l’elemento alienno, l’investigatore di cui sopra, ma anche l’elemento integrato nel momento in cui soffre e non comprende.
FK – Deve esserci un contrasto. Il detective deve chiedersi come.integrare i propri valori con le storture che vede. Io vedo il contrasto tra sacro e profano e poi c’è la tensione che crea la trama e che lo scrittore, per primo, deve sentire. Altrimenti al lettore non arriva.
Ogni personaggio deve avere uno scopo, anche se è presente solo in un paragrafo.

E l’amore?
UB – Non è vero che gli uomini non sanno scrivere d’amore. Oltretutto nel noir se non si mette l’amore o la negazione di esso manca il motore propulsore dell’azione.
MdG – Sono terrorizzato dall’amore. Nei nostri libri il conflitto è tra amori. L’amore in sé non ha una connotazione positiva. L’amore può essere ossessione, ad esempio quando finisce solo per una delle due parti.
FK – Lo scrittore deve essere capace di scrivere tutto. Deve essere in grado di mettere se stesso in ogni personaggio, buono o cattivo, anche se non gli somiglia per niente. Amore, odio, vendetta: sono queste le cose che si ricordano. Non importa dove ambienti le tue storie, le emozioni umane sono sempre le stesse ovunque.

Questi sono gli ultimi romanzi dei tre autori di cui sopra: