Intervista a Lawrence Block (reloaded) in occasione dell’uscita di “Hit Me”

Lawrence BlockÈ di qualche giorno fa la notizia che Lawrence Block è tornato a pubblicare dopo aver annunciato, due anni fa, che non avrebbe più scritto romanzi.
Con Hit Me (disponibile anche in ebook) torna Keller the Killer, già protagonista di altri quattro romanzi. (Off topic: non smetterò mai di chiedermi perché su Amazon lo stesso libro, appena uscito in inglese, si trovi con due copertine diverse, due editori diversi e due prezzi diversi…)
In Italia Block è stato solo parzialmente pubblicato da almeno tre diversi editori (Mondadori, Fanucci e recentemente Sellerio): magari prima o poi qualcuno completerà organicamente l’opera…
Nel frattempo, quale miglior occasione per riproporre un’intervista storica? Eccola, dunque.

Lawrence Block è uno scrittore incredibilmente prolifico. Nato nel 1938 a Buffalo, New York, ha girato tutto il mondo ma è sempre tornato nella città che ama di più, New York. L’investigatore alcolista Matthew Scudder, la spia Evan Tanner, il libraio ladro Bernie Rhodenbarr, Keller il killer professionista, l’avvocato Martin Herengraf, Chip Harrison, sono i protagonisti di altrettante serie di romanzi che Block ha scritto nell’arco di oltre quarant’anni.

AB – Lawrence, quanti libri hai scritto?
LB – Non sono sicuro, credo circa settanta, con il mio nome, e altri sotto pseudonimo.

AB – Che libri erano, quelli sotto pseudonimo?
LB – Non vale la pena parlarne… fanno parte del passato. Non erano granché buoni.

AB – Hai fatto altri lavori, prima di scrivere?
LB – No. Ho iniziato a scrivere quando ero a scuola e non ho mai smesso.

AB – Quando è stato pubblicato il tuo primo libro?
LB – Nel 1961. Era un romanzo giallo, ma non aveva un protagonista seriale. Si chiamava Mona, all’inizio, ma è stato ripubblicato con il titolo di Grifter’s Game.

AB – Chi è il preferito tra i tuoi personaggi?
LB – Non credo ce ne sia uno che preferisco. Li trovo tutti ugualmente interessanti, altrimenti non scriverei su di loro.

AB – Chi è quello che ti somiglia di più?
LB – Questa è una domanda difficile, e forse non sono la persona più adatta a rispondere. Un mio amico, lo scrittore Peter Straub, quando ha letto i miei libri su Keller, ha detto che Keller il killer mi somiglia più di altri personaggi.

AB – Trovi difficile saltare da un personaggio all’altro, da un romanzo all’altro?
LB – No, non è affatto difficile. Quando creo un personaggio, sono automaticamente nei suoi panni.

AB – Parliamo del libro appena (era il 2005, n.d.b.) uscito in Italia, Le colpe dei padri (Fanucci). È stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1975 ed è il primo della serie di Scudder.
LB – Esatto. E il libro che uscirà negli Stati Uniti il mese prossimo, intitolato All the flowers are dying, è il sedicesimo della serie.

AB – Come si è evoluto il personaggio di Scudder in questi trent’anni?
LB – È cambiato considerevolmente. Scudder vive “in tempo reale”. Nel primo libro ha più di trent’anni, adesso ne ha circa sessantasei, sessantasette. In uno dei libri della serie Scudder smette di bere (L’Ottavo Passo, Sellerio 2011, n.d.b.), che per lui è un grande cambiamento. Rimane un investigatore privato, non torna in polizia. Per un periodo ha anche una licenza ufficiale da investigatore, ma non dura a lungo.

AB – Scudder è uno dei personaggi più dark da te creati. Come nasce?
LB – È difficile per me parlarne in questi termini, perché io narro non “del” personaggio ma “il” personaggio. Di solito non penso molto a come sia il personaggio, ma gli permetto di maturare attraverso le pagine del racconto. Se mi chiedi che tipo di persona è Scudder, tutto ciò che posso dirti è “Leggi i suoi romanzi!”

AB – Cosa ti fa paura?
LB – Dopo lo tsunami (che ha devastato il nordest asiatico il 26 dicembre 2004, n.d.b.), ho fatto una riflessione. La settimana prima forse solo cinque persone, fra le oltre duecentomila che sono morte, avevano paura dello tsunami. Tutti gli altri avevano sicuramente delle preoccupazioni, ma di altro genere. E le loro preoccupazioni erano assolutamente prive di senso, se viste alla luce di quanto è accaduto. Così ho deciso che non vale la pena preoccuparsi di nulla. Perché magari ciò che ti uccide è qualcosa a cui tu non avevi nemmeno pensato, prima che accadesse.

AB – Puoi raccontarmi un aneddoto su qualcosa di strano che ti è capitato nella tua carriera di scrittore?
LB – Beh, immagino ce ne siano moltissimi, ma non me ne viene in mente nessuno. Sai, forse la gente dovrebbe sapere che la vita di uno scrittore non è poi così interessante. Tutto ciò che uno scrittore fa è restare seduto da solo in una stanza, passando tutto il suo tempo a immaginare di avere una relazione con personaggi che esistono solo nella sua fantasia. Non è molto interessante.

AB – Che libri ti piacciono?
LB – Al momento sto leggendo To the last man di Jeff Shaara, che è un romanzo sulla Prima Guerra Mondiale – non il tipo di cosa che scriverei io, senza dubbio, ma mi piace moltissimo.

AB - Ci sono degli autori che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?
LB – È difficile dirlo. Ho letto moltissimo, da ragazzo, e suppongo che tutto ciò che ho letto mi abbia influenzato, in un modo o nell’altro. I musicisti di jazz parlano di influenza nel loro modo di fare musica, perché quando inizi a fare il musicista ti eserciti a suonare come qualcuno più famoso di te, per imitarne lo stile. Invece, se sei uno scrittore, tendi a cercare un tuo stile, evitando di essere troppo simile a qualcun altro. Ma se proprio dovessi citarne uno, direi che John O’Hara è uno scrittore che ho molto ammirato e che probabilmente mi ha influenzato.

AB – Hai anche curato delle antologie di racconti: che tipo di lavoro hai fatto?
LB – A volte ho solo messo il mio nome in copertina e scritto l’introduzione, a volte ho curato personalmente la selezione dei racconti, quindi un lavoro molto vario. Non credo che ne farò altre nel futuro, però, perché è un lavoro amministrativo ed editoriale, non molto creativo.

AB – E hai scritto delle sceneggiature per il cinema.
LB – Sì, e penso che ne farò ancora. Ho scritto la sceneggiatura tratta dal libro Hit Man per un film che si chiama Keller, che spero sia girato quest’anno, se la produzione riesce a trovare i finanziamenti. Ho in programma una sceneggiatura su un soggetto originale per un film diretto dal regista di Hong Kong Wong Kar Wai. E di recente ho lavorato su una serie televisiva di nove episodi che negli Stati Uniti stanno trasmettendo adesso: si chiama Tilt e parla di crimini ambientati nel mondo del poker, a Las Vegas. (Qui la lista dei lavori su grande e piccolo schermo aggiornata, ed è un lungo elenco, n.d.b.)

AB - So che sei un giramondo. Quanti paesi hai visitato fino a ora?
LB – All’incirca 130, credo.

AB - Il tuo preferito?
LB – Non ne ho uno che preferisco. Al momento, ovviamente, è l’Italia. (ride, per la prima volta durante l’intervista)

AB – Quando viaggi scrivi?
LB – A volte, ma molto raramente. Una volta, ad esempio, io e mia moglie siamo andati in crociera nell’Oceano Indiano, per cinque settimane, e io la mattina mi alzavo presto, andavo in biblioteca e scrivevo. Avevo del lavoro da fare e, con una vacanza così lunga, potevo anche dedicare una parte del tempo alla scrittura.

AB – Lavori meglio quando hai una scadenza imminente?
LB – No, di solito fisso le mie scadenze in anticipo rispetto a quelle dell’editore, in modo da non essere eccessivamente sotto pressione.

AB – Qual è stata la miglior recensione che hai avuto?
LB – Non saprei, ne ho avute diverse, nel corso degli anni. Una cosa che si impara, con il tempo, è quella di non prestare troppa attenzione alle recensioni, perché rischi di attribuire troppo significato a quelle buone, o al contrario a dare troppo peso a quelle cattive. E ho anche imparato che le recensioni non hanno poi effetti significativi sulla tua carriera di scrittore, o sulle vendite di un libro. Non cambiano in meglio o in peggio il tuo lavoro.

AB – Cosa hai in programma?
LB – La sceneggiatura di cui ho parlato e il terzo libro della serie di Keller, che probabilmente si chiamerà Hit Parade e uscirà negli Stati Uniti nella primavera del 2006 (In effetti poi è andata così, n.d.b.).

AB – Quali saranno le tue prossime uscite in Italia?
LB – Credo il libro successivo della serie di Scudder, Time to murder and create, o quello dopo, Eight million ways to die.

AB – Quello da cui è stato tratto il film omonimo (Otto milioni di modi per morire)?
LB – Sì. Non un film memorabile, a dire il vero.

AB – Non l’ho visto. Ma ho visto Burglar (Affittasi ladra), quello in cui Whoopi Goldberg impersona Bernie Rhodenbarr… non era male.
LB – Sì… non esattamente la mia idea di Bernie, a dire il vero… se si tralascia il fatto che Bernie è un uomo e non una donna, non è male.

AB – Grazie mille, è stata una chiacchierata molto interessante.
LB – Grazie a te.

(questa intervista è stata pubblicata sul numero 3 del Falcone Maltese)

Questo è il blog di Larry Block. Date un occhiata, è divertente!

Aggiornamento: in un’intervista sul DailyNews Block dice che Hit Me potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

[Mi scuso con i lettori di lunga data per il prolungato silenzio e i reload, ma per ora va così, abbiate pazienza :) ]

La canzone del bambino scomparso di Giovanni Pannacci

la canzone del bambino scomparsoLetto l’anno scorso in poche ore, La canzone del bambino scomparso (Giulio Perrrone Editore) di Giovanni Pannacci si colloca a metà tra un romanzo di formazione e un noir. La corposa parte iniziale si svolge in estate, l’estate del 1974, nel borgo laziale di Olivella. Qua vivono Vincenzo e Boris, undicenne con spiccate tendenze omosessuali il primo, giovane bullo di paese il secondo. Diversissimi tra loro, i due stringono un legame particolare cementato dall’arrivo di Susanna, figlia di una ragazza madre che ha lasciato Olivella anni prima per trasferirsi a Milano. Susanna ha tredici anni e una marcia in più, è indipendente, ha le idee chiare. Vincenzo la prende a modello, Boris ne è attratto, ricambiato. Ma alla fine dell’estate, subito prima della partenza di Susanna, succede qualcosa che cambierà per sempre le loro vite. Prima la morte del maestro di Vincenzo, con modalità che ricordano l’omicidio Pasolini; poi qualcosa che li tocca molto più da vicino.
Dieci anni dopo Susanna torna in paese e svela a Boris una parte della verità, ma non tutta. Boris dovrà attendere un altro decennio per rimettere a posto il mosaico e chiudere i conti col passato.

Dietro la micro-storia di Vincenzo, Boris e Susanna c’è l’evoluzione della società nei vent’anni che hanno portato al dominio incontrastato di Berlusconi nei media e in politica. Susanna è pienamente integrata nel sistema, Boris assiste da una posizione periferica. Tra TV Sorrisi e Canzoni d’antan e dischi di Suzi Quatro, normalità e glamour, Susanna diventa il prototipo della velina di oggi e Boris del medio-man nazionale. E Vincenzo? Emarginato già dalla famiglia, che ne osteggia la “diversità”, ha un destino segnato. O forse no: alla fine è proprio Vincenzo il personaggio che in qualche modo riesce a sottrarsi al meccanismo perverso che invece stritola gli altri due condannandoli all’infelicità.

La canzone del bambino scomparso è una lettura gradevole e veloce. È facile che molti della mia generazione si ritrovino nelle atmosfere e persino nelle emozioni (quante aspettative disattese, da quella “Milano da bere” che sembrava così affascinante…). L’amarezza è stemperata dal finale (tutto sommato) positivo.

Il profumo delle bugie di Bruno Morchio

Una famiglia come poche, i D’Aste: hanno in mano la città, anzi si può dire che l’abbiano costruita loro. Vivono in una grande villa: tre generazioni che convivono fianco a fianco, non senza difficoltà. L’esuberante, preponderante patriarca Edoardo, il figlio Meo, il giovane Francesco, appena laureato e destinato a seguire le orme del nonno (il DNA dell’imprenditoria edilizia infatti ha saltato una generazione, perché Meo si è dedicato alla carriera di medico, attività che svolge con dedizione nell’incomprensione di tutti). E poi le donne, mogli, figlie e sorelle, mai integrate fino in fondo.
Il detonatore lo accende la bellissima Dolores, fidanzata e promessa sposa di Francesco, intelligente ma di estrazione sociale medio-bassa, affascinante ma (forse) non fedele… Sarà lei a scoperchiare il vaso di Pandora fino al deflagrante finale, che avrà il culmine durante il tempestoso (e temuto!) pranzo di Natale.

Ho letto con piacere (come dimostra la foto sotto) Il profumo delle bugie: il ritmo serrato, i dialoghi scoppiettanti, la sottile tensione tra dramma e commedia degli equivoci non mi hanno fatto sentire la mancanza di Bacci Pagano.

A Bruno Morchio, che seguo fin dagli esordi, ho fatto qualche domanda.

AB – Come mai ha deciso di abbandonare (temporaneamente) Bacci Pagano?
BM – Volevo capire se ero capace di scrivere qualcosa di buono, come diceva Totò, “a prescindere”. A prescindere dai due grandi protagonisti dei miei romanzi: Bacci Pagano e Genova. Nel romanzo Genova c’è, ma non è mai nominata (anche se i genovesi, e non solo loro, la riconosceranno benissimo, sia per i luoghi che per i riferimenti al porto, ai camalli e per una frase dialettale storpiata da un calabrese); l’assenza di Bacci e l’adozione della terza persona (con ciascun capitolo focalizzato sul punto di vista di uno dei tre maschi della famiglia D’Aste) è una sorta di vendetta: non hai idea quante volte succede che qualcuno mi presenti a una terza persona e quello non batte ciglio, ma appena apprende che sono l’autore di Bacci Pagano lo sguardo si illumina e sboccia un sorriso che levati… Vorrei però ribadire un concetto: almeno in Italia, io non credo al mainstream (non vedo in giro né Franzen né Roth né Coetzee): in Italia si scrive per generi e il noir fra tutti è forse il più “alto”. Non ho mai pensato di uscire dal “genere” per misurarmi con la Letteratura. Ho solo cambiato genere, passando dal noir alla commedia grottesco-borghese.

AB – Da quale dei personaggi ha preso forma, in origine, Il profumo delle bugie?
BM – Non direi da un personaggio particolare, piuttosto dalla famiglia intesa come istituzione, unità economica e crogiolo di relazioni segnate dai rapporti di potere e dagli affetti. La famiglia borghese, in questo caso. L’ispirazione alla cronaca recente è solo un timido spunto, perché in fondo il romanzo racconta una vicenda in cui tutti gli ingredienti che caratterizzano il privato borghese e le vicissitudini di una classe che ha scelto la finanza e il (mal)affare sono sgranati come in una litania: spregiudicatezza, tronfia vanità, ipocrisia, lusso e ambizioni culturali elitarie. Senza giudizi, talvolta perfino con simpatia, ma senza veli di finto pudore. Del resto, l’assunto freudiano che il desiderio rappresenta una minaccia all’ordine sociale mi sembra esemplificato con inequivoca chiarezza. Secondo alcuni il personaggio-chiave è Meo, il figlio del patriarca, medico nevrotico e represso, che sembra il solo a vedere la verità senza essere creduto; per altri è Dolores, l’oggetto oscuro del desiderio, il granello di sabbia che fa inceppare l’ingranaggio; qualcuno ha trovato esilarante il vitalismo di Edoardo. Sicuramente il controcanto delle donne (specie Ines, la figlia Lena e Dolores) rivela maggiore lucidità e consapevolezza di quelle degli uomini, che in questo libro non fanno una bella figura.

AB – Il tema del libro (corruzione e decadenza di una famiglia “in vista”) avrebbe potuto essere trattato con diversi registri, dall’ironico al drammatico. Tu li hai toccati tutti, con una certa predilezione, mi sembra, per il farsesco e il “coup de théâtre”. È stata una decisione ponderata oppure trama e scrittura hanno preso il sopravvento in corso d’opera? Sei soddisfatto del risultato?
BM – Ironia e grottesco sono i registri prevalenti della scrittura, per scelta. Credo che della borghesia italiana non si possa che parlare sul registro comico, per i guasti profondi che ha arrecato al paese e per la cronica vocazione a chiamarsi sempre fuori da ogni responsabilità, neanche fosse il proletariato la classe che dirige il paese. Anche la cosiddetta antipolitica rappresenta una mistificazione che elude il nodo di fondo: la classe dirigente, quella che detiene i mezzi di produzione, delocalizza, precarizza il lavoro, non investe in innovazione ma specula in finanza,  resta la borghesia. Quanto al romanzo, sì, sono soddisfatto, credo che sia un’opera abbastanza originale nell’attuale panorama della letteratura italiana e spero che qualcuno se ne accorga.

AB – Io l’ho gradito moltissimo e noto, incidentalmente, che nel passare dal genere al mainstream non hai perso la mano nel “colpo di scena”, che a mio avviso rimane comunque un elemento indispensabile per tenere alta la tensione narrativa (e la voglia del lettore di “andare avanti”).
BM – Sono d’accordo (salvo sul mainstream, di cui ho detto come la penso). Il colpo di teatro in questo “interno di famiglia” è fondamentale sul piano strutturale e plasma la forma narrativa del romanzo. Qualcuno suggerisce di farci una pièce teatrale e non è detto che non succederà.

Bruno Morchio
Il profumo delle bugie
Garzanti, 2012
Anche in ebook

Alicia Gimènez-Bartlett (reloaded)

Alicia Gimènez-Bartlett è una delle migliori penne spagnole in circolazione. Vincitrice del premio “Feminino Lumen” nel 1997 come miglior scrittrice (scrive infatti anche narrativa mainstream: l’ultimo romanzo pubblicato in Italia, Exit, è appunto una “commedia letteraria”), deve la sua notorietà al ciclo di romanzi con Petra Delicado, un’ispettrice della polizia di Barcellona che, insieme al suo collaboratore, il viceispettore Fermin Garzón, ha contribuito a rendere la Gimènez-Bartlett un’icona del cosiddetto noir mediterraneo.
Questa intervista (del 2008) è ancora attualissima, quindi la ripropongo con piacere.

AB – Come è nata l’idea di Petra Delicado?
AGB – Volevo scrivere un romanzo in cui fosse protagonista una donna. Fino a quel momento, in Spagna, il ruolo centrale era affidato a figure maschili. Così ho creato una poliziotta, quindi una donna che comanda, di mezza età, sufficientemente adulta da poter riflettere sulla vita, sul lavoro, sulla società. Non avevo mai pensato di scrivere un giallo, prima, ma è venuta fuori una “novela negra”. Il mio agente, e anche la critica e il pubblico, lo hanno accolto molto bene e mi hanno chiesto un seguito. All’inizio ero perplessa, ma poi ho scritto il secondo romanzo e mi sono divertita molto, perché a quel punto avevo una certa padronanza delle tecniche per scrivere narrativa di genere. Così ho continuato la serie.

AB – Scrivere un giallo è una scelta primaria, fine a sé stessa, o è un modo per raccontare “altro”?
AGB – Il giallo non è un romanzo di evasione, soprattutto oggi, in Europa. C’è un movimento letterario molto interessante, che mette insieme gli scrittori del nord e del sud dell’Europa, che ha portato il romanzo giallo a esssere narrativa di denuncia e di analisi della società: cosa sta succedendo, cosa pensa la gente. Il giallo permette bene di fare questo tipo di riflessione.

AB – Sei anche una lettrice di romanzi gialli?
AGB – Sì. Non è un genere per cui abbia una spiccata preferenza, ma come tutti ho letto i classici: Agatha Christie, Raymond Chandler… Simenon mi sembra molto interessante. E trovo Ruth Rendell meravigliosa.

AB – Come mai hai scelto la narrazione in prima persona?
AGB – La narrazione in prima persona limita la libertà di azione, perché non ti permette di dire più di ciò che la protagonista effettivamente vede, sente e vive. Però al tempo stesso permette la riflessione, che è un aspetto che mi interessa molto. Petra Delicado dà molta importanza alle sue idee, riflessioni, a ciò che pensa.

AB - E l’antagonismo con Fermin Garzón?
AGB – È un falso antagonismo, esteriore, come marito e moglie. Si punzecchiano, ma entrambi si rispettano e tengono in conto le osservazioni che l’uno fa all’altra.

AB – Rispetto al passato, si delinque di più o di meno?
AGB – Non saprei. Certo è che si delinque in modo diverso. Ci sono crimini specifici, legati alla modernità, alla presenza di internet, ad esempio, e ai mezzi di comunicazione veloce che abbiamo oggi. Però i moventi ultimi sono sempre gli stessi, sono quelli shakespeariani: ambizione, passione, desiderio di potere.

AB – Mi racconti un aneddoto legato alla tua carriera di scrittrice?
AGB – Ero in un aeroporto, in Asturia, ed ero in fila per il controllo di sicurezza. A un certo punto ho visto sul nastro uno dei miei libri. Mi sono voltata e alle mie spalle c’era una signora, che doveva essere la proprietaria del libro. Allora le ho detto: “Signora, quel libro è mio”. E lei, subito: “Ah no, quello è il MIO libro!”. Allora le ho fatto vedere la foto, in fondo, e le ho detto: “Vede, questa sono io!”. A quel punto lei mi ha riconosciuta e si è messa a ridere. Colpa mia, non ero stata chiara…

AB – Scrivere è un lavoro solitario. Ti trovi bene, in questa dimensione di solitudine?
AGB – Mi piace la solitudine, però a volte è un lavoro duro. Non è solo la solitudine, ma anche il fatto che la scrittura non prevede un “mezzo”, come la musica, in cui c’è uno strumento, o la pittura, dove hai pennelli e colori: no, sei solo tu e il foglio davanti a te. È terribile. Però non so se potrei scrivere un libro a quattro mani. Un volta ho collaborato alla stesura di una sceneggiatura e devo dire che è difficile far coincidere due diversi processi creativi. Però, ecco, a volte mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che scrive nella stanza accanto alla mia, per sentirmi meno sola. Per questo quando scrivo sono in compagnia dei miei cani, Lula e Isacco, e li guardo e chiedo loro: “Va bene questa frase?”. Loro sono la mia compagnia.

AB – Petra Delicado è un personaggio seriale. Pensi di farle fare la fine di Poirot o quella di Miss Marple? Voglio dire: ci sarà un romanzo “finale” di Petra Delicado?
AGB – A pensare di farla morire mi prende male. Poverina, è stata una buona amica. Però mi piacerebbe accompagnarla fino all’età della pensione e poi farla ritirare in un convento, ad espiare le sue colpe (ridiamo insieme, sta scherzando). È una cosa che i lettori tedeschi apprezzerebbero moltissimo perché la troverebbero coerente con l’idea che loro hanno delle donne spagnole, che vanno in chiesa tutte le mattine. Suor Petra Delicado, suona bene, no?

Courmayeur, dicembre 2008

UmbriaLibri2012, ecco la sezione noir (Perugia, 9-11 novembre)

È online il programma di UmbriaLibri 2012. L’edizione di quest’anno è dedicata a Lo Stato … degli Italiani (i puntini possono essere riempiti a piacere, qua una lista delle parole suggerite. A me piace “precario”, ma anche “confusionale”).

Come accade già da qualche anno, ho il piacere di collaborare alla sezione noir di UmbriaLibri insieme a Pasquale Guerra e Silvia Rampini. Quest’anno potrete trovarci a Palazzo dei Priori (Sala della Vaccara). Ecco i nostri ospiti:

VENERDI 9 NOVEMBRE
h. 17.00
Introduce Ciro Becchetti
h. 17.30
Presentazione del libro
Giallo umbro di Pietro Del Re
La Lepre Edizioni
Intervengono Giovanni Dozzini e l’autore
h. 19.00
Presentazione del libro
La notte alle mie spalle di Giampaolo Simi
Edizioni e/o
Intervengono Silvia Rampini e l’autore

SABATO 10 NOVEMBRE
h. 17.30
Presentazione del libro
Mala suerte di Marilù Oliva
Elliot Edizioni
Intervengono Alessandra Buccheri e l’autrice
h. 19.00
Presentazione del libro
Sumino ‘o falco di Cosimo Rega
Robin Edizioni
Intervengono Fausto Cardella, Maria Stella Eisenberg, Pasquale Guerra e l’autore

A seguire consegna del premio Giovani lettori Memorial Gaia Di Manici Proietti per il miglior libro dell’anno a Elena Mearini

DOMENICA 11 NOVEMBRE
h. 10.00
Presentazione del libro
Il cameriere di Borges di Fabio Bussotti
Perdisa pop
Intervengono Rosalba Iannucci, Vanna Ugolini e l’autore
h. 11.30
Presentazione del libro
Il metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni
Mondadori
Intervengono Alessandra Buccheri, Pasquale Guerra e l’autore

Tutti gli ospiti di UmbriaLibri 2012.

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Hit & Miss: un altro colpaccio della tv inglese (tra famiglia e identità sessuale)

Questi inglesi continuano a stupirmi: ultima, in ordine di apparizione, la mini-serie tv in sei puntate Hit & Miss andata in onda su Sky Atlantic.

Hit & Miss si svolge nella provincia rurale e ben poco sfarzosa di Manchester. Mia (l’attrice-scandalo Chloë Sevigny) è una killer prezzolata, lavora per un certo Eddie e vive in completo isolamento (il tipo di lavoro che fa non favorisce certo la vita sociale). Oltretutto Mia all’anagrafe si chiama Ryan e  – anche se l’aspetto esteriore è del tutto femminile – sta risparmiando per pagare l’intervento che completerà la trasformazione da uomo a donna.
Il problema è che una decina di anni prima, in un momento di crisi di identità, Mia/Ryan ha avuto una relazione con tale Wendy: è proprio da una lettera di Wendy, in fin di vita, che Mia apprende di avere un figlio. Quando va a conoscere Ryan junior Mia scopre che Wendy le ha affidato la tutela legale di altri tre ragazzini, figli di padri diversi. Mia si trova quindi a badare a due maschi e due femmine tra i 5 e i 16 anni che vivono – in condizioni di sostanziale abbandono psicologico – in una fattoria isolata. La sua presenza non sarà immediatamente accettata né dalla “famiglia”, né dalla comunità locale: Mia è tosta ed è un’estranea, due buoni motivi per emarginarla, e ai ragazzi non sfugge che la donna nasconde dei segreti. Per Mia sarà complicato conciliare il lavoro e la famiglia, ma ancora più complesso sarà far accettare la sua identità transgender a chi le sta accanto.

Con una trama così, era facile scadere nel ridicolo o peggio nel grottesco, e invece ecco il colpo di scena: Hit & Miss funziona. I temi scabrosi (famiglia fortemente disgregata e transgenderismo) sono trattati senza giri di parole, in maniera molto diretta e non edulcorata. Mia (vittima di abusi di ogni tipo) è violenta e spietata; i ragazzi sono crudeli, di quella crudeltà che solo l’infanzia problematica può avere; i vicini sono rozzi e ignoranti, e persino l’uomo di cui Mia si innamora ha difficoltà a comprenderne la doppia natura, mostrando un’insensibilità che non deve essere molto lontana dalla realtà.

L’unico appunto che posso muovere alla serie, che a buon diritto può essere definita noir, è che ha un finale molto aperto. Preludio a una seconda stagione? Lo spero, anche se non ho trovato notizie in merito. Hit & Miss rischia di essere un unfinished business, e questo sarebbe davvero un peccato.

Books To Die For: omaggio dei crime writers alla letteratura di genere di tutti i tempi

È uscita alla fine di agosto la monumentale, epica raccolta Books to Die for (Hodder and Stoughton, 2012), a cura di John Connolly e Declan Burke. Si tratta di un tomo ponderoso (oltre 700 pagine) ma imperdibile per gli appassionati del giallo, ricco di informazioni e di agevole consultazione.

A circa 120 autori di crime, viventi e pubblicati in tutto il mondo, è stato chiesto di segnalare il romanzo che li ha “segnati”, quello di cui parlerebbero al bar con un amico e che regalerebbero senza esitazione. Ciascuno di loro ha espresso una (e una sola) preferenza, motivandola.
Il risultato è una impressionante sequenza cronologica di altrettanti romanzi più o meno celebri, strettamente inerenti al canone, pubblicati tra il 1841 e il 2008 e accomunati dall’essere dei must-have-and-read. Si va dai racconti di Auguste Dupin (Edgar Allan Poe) all’ultimo romanzo di Mark Gimenez. Scopriamo così che alcuni scrittori contemporanei hanno gusti insospettabilmente classici, visto che vengono citati autori datati (ma evidentemente intramontabili) come Charles Dickens, Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Dashiel Hammett.

Tra i “mostri sacri” intervistati spiccano nomi notissimi, praticamente tutti: Michael Connelly, Jeffery Deaver, Lee Child, Deon Meyer, Jo Nesbo, Elmore Leonard, James Sallis, George Pelecanos, Dennis Lehane, Leonardo Padura, Jean-Cristophe Grangé, Kathy Reichs, Ian Rankin, Sophie Hannah, Val McDermid, Anne Perry, Sara Paretsky, Karin Slaughter, Carol O’Connell, Mark Billingham, David Peace, Minette Walters, Peter James, Joe Lansdale, Laura Lippman, John Banville, Liza Marklund… Alcuni fra questi sono a loro volta citati dai colleghi. La gran parte, noterete, sono di area anglosassone in senso lato (inclusi cioè il Canada e l’Australia), ma non mancano scandinavi, spagnoli, sudamericani, francesi e perfino cinesi (Qiu Xiaolong, who else?). L’elenco completo dei contributors lo trovate qua.

Gli autori citati, invece (ma non il libro prescelto!), li trovate qua. E alcuni, udite udite, non sono solo autori di crime. Basti pensare a Douglas Adams, noto per la mai troppo celebrata Guida galattica per gli autostoppisti. Che ci fa Douglas Adams in tale spettabile consesso? (Io lo sapevo già, ma io non faccio testo :) ).
E che dire di J. M. Coetzee, Nobel per la letteratura nel 2003?

E gli italiani? Nessuno è stato citato. Sembra che il nostro Paese non abbia prodotto letteratura di genere degna di passare alla storia: eppure, che ne so, magari Il nome della rosa mi sarei aspettato di vederlo citato (e in effetti secondo il co-curatore John Connolly avrebbe dovuto essere inserito, insieme ad altri che, rimasti incolpevolmente fuori dall’elenco, sono menzionati on line come bonus materials).

Ma.

Un autore italiano è stato intervistato, insieme ai mostri sacri di cui sopra, e ha espresso una preferenza molto raffinata, seppure straniera. L’autore nostrano è Elisabetta Bucciarelli. La preferenza… non ve la dico, dovrete scoprirla da soli in Books to Die for.

Disponibile anche in ebook:

Se vi state chiedendo perché ci sono due copertine diverse, è dovuto al fatto che l’edizione già disponibile è quella inglese (qua sopra), mentre quella americana (foto in alto) uscirà ad ottobre 2012.

“Delitto al trentunesimo piano” di Per Wahlöö

Delitto al trentunesimo piano di Per Wahlöö (Einaudi, 2012) è un romanzo scritto nel 1964. La precisazione della data è doverosa per rendere conto di alcuni particolari che altrimenti sembrerebbero “fuori sincrono”. Tolti i quali, però, il romanzo è drammaticamente attuale.
In un futuro imprecisato, ma terribilmente simile al mondo in cui viviamo, il solitario e dispeptico commissario Jensen del XVI distretto di Stoccolma è chiamato a indagare su un messaggio anonimo che preannuncia una bomba nella “Casa”, l’editore più importante del Paese, o per meglio dire l’unico, visto che produce e stampa tutti i quotidiani e le riviste a tiratura nazionale:

- In pratica questo significa che il gruppo controlla tutte le pubblicazioni del Paese, o no?
– Se ci si vuole esprimere in questi termini. Ma tengo a sottolineare che le loro pubblicazioni sono estremamente diversificate, lodevoli sotto ogni punto di vista. In particolare i settimanali hanno dimostrato la capacità di soddisfare, in modo moderato, ogni legittimo gusto. In passato la stampa aveva spesso un effetto eccitante, che inquietava i lettori. Non è più così. Adesso struttura e contenuti mirano a essere utili ai lettori…
Lanciò un’occhiata all’incartamento e girò pagina.
– …e a renderli felici. Si rivolgono alla famiglia, per essere leggibili da tutti, per non dar luogo ad aggressività, insoddisfazione o inquietudine. Soddisfano anche il naturale bisogno di evasione della persona comune. Detto in breve, lavorano per la concordia sociale.

Si tratta di un falso allarme, ma i Capi sono preoccupati e a Jensen viene chiesto di trovare il colpevole. Con gli scarsi indizi a disposizione, Jensen inizia il solito rituale di indagini scientifiche e interrogatori. E ogni potenziale colpevole gli rivela qualcosa a proposito della Casa.

La soluzione del caso ruota intorno al mistero del 31° piano: quel piano, infatti, ufficialmente non esiste.

Lo scenario in cui vive il commissario Jensen è agghiacciante, ma lui sembra essersi perfettamente adeguato. Tutto è controllato dallo Stato, dall’alimentazione al consumo degli alcolici alle abitazioni (arredamenti inclusi). Ogni individuo ha una macchina. Il numero dei suicidi è drasticamente calato, ma nessuno dice che sono aumentate le morti “ad altro titolo”. La delazione è d’obbligo. La censura all’ordine del giorno:

- Tutto è censurato, il cibo che mangiamo, i giornali che leggiamo, i programmi televisivi che guardiamo e le trasmissioni radiofoniche che ascoltiamo. Perfino le partite di calcio sono censurate, pare che taglino situazioni nelle quali i calciatori s’infortunano o quando vengono commesse gravi infrazioni al regolamento. Tutto questo accade per il bene della gente.

Possibile che nessuno si opponga? Che non ci sia “resistenza”? C’è, ma le sacche di resistenza vengono annullate, con le buone o con le cattive maniere.

Delitto al trentunesimo piano è uno straordinario romanzo asfissiante. Paradigma di come il genere si presti a raccontare “altro”, in questo caso la deriva potenziale di un sistema orientato alla concordia sociale. D’altra parte le posizioni critiche della coppia Sjöwall-Wahloo a proposito del welfare scandinavo erano note. Illuminanti le pagine su come i mass media veicolino solo informazioni controllate, e come la manipolazione passi anche e soprattutto per la pubblicazione di articoli “neutri”, privi di giudizio critico. E se stanno così in Svezia, figuriamoci da noi…

Da leggere, assolutamente (e mi chiedo come mai non se ne sia parlato troppo in giro…).

Anche in ebook:

Buon ferragosto a tutti!

L’unico figlio di Anne Holt

Anne Holt è uno dei pochi autori scandinavi che leggo senza timore di incappare in un cliché post-larssoniano, in un serial killer improbabile o in un investigatore stereotipato. L’unico figlio (Einaudi, 2011) mi ha riconciliata con il lato più cupo del genere dopo qualche mese di assenza (ci avevate fatto caso?).

Siamo a Oslo. In una casa-famiglia che ospita bambini difficili arriva un nuovo ospite: il dodicenne Olav, obeso e ingestibile. La madre ha fatto di tutto per tenerlo con sé, ma i servizi sociali – intervenuti con grande ritardo – hanno ritenuto di allontanarlo dall’ambiente familiare. Olav soffre i limiti e le imposizioni degli educatori e decide di scappare proprio quando Agnes, la direttrice, viene uccisa nel suo studio. È una notte da tregenda per gli ospiti e gli educatori della casa-famiglia Sole di Primavera. Sull’omicidio – un accoltellamento con un banalissimo coltello Ikea – interviene Hanne Wilhelmsen, neopromossa ispettore-capo, già vista in La vendetta e La dea cieca. In realtà Hanne dovrebbe solo coordinare le indagini, ma il suo istinto la porta a impegnarsi in prima persona nel lavoro di routine (interrogatori, esame delle tracce, ricerca degli indizi) insieme al collega Billy T.
Le indagini si concentrano sugli ospiti della casa famiglia, in particolare sugli adulti e sul bambino scomparso. Un secondo tragico accadimento porta gli investigatori su una falsa pista, mentre la vita di Agnes, passata al setaccio, mostra evidenti crepe. Ma se anche l’integerrima direttrice aveva degli scheletri nell’armadio, quali segreti nascondono gli altri?

Il finale è noto solo ai lettori. Nel mezzo, riflessioni sulla maternità desiderata, sulla maternità negata e sul difficile rapporto genitori-figli.

Noir interessante, privo di eccessi enfatici, stordisce con una soluzione inattesa che fa riflettere sulla fallacia della giustizia umana e sul nesso causale colpa-castigo (ricordatevi queste parole, ne riparliamo quando lo avrete letto).

Disponibile anche in ebook:

Leggi un estratto.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura :)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio

(NdB: Le “letture al gabinetto” di Fabio Lotti diventano un appuntamento fisso del Blog Dietro L’Angolo. Ecco i consigli per il mese di agosto.)

Dove lo spirito si fa più raccolto…

Letture sotto l’ombrellone nada de nada. Troppo sole, troppa sabbia. Troppo care. Meglio al gabinetto casalingo. Niente esagerazioni. Alcune letture sono proprio solito farle al gabinetto. Soprattutto quelle che mi sembrano più adatte a risvegliare il mio intestino pigro. Qui ho buttato giù i libri di Pupo e Corona che voglio rendermi conto di persona (ci sta pure la rima) del livello in cui siamo caduti. E siamo caduti proprio lì. A fine lettura ne sono uscito barcollando con la faccia bianca come un cencio (si dice così, ma se il cencio è di altro colore? Bah…). Per fortuna mi ha soccorso la mogliera sorreggendomi preoccupata (avevo una sudarellina tipica degli svenimenti) fino alla poltrona più vicina. “O babbo, la devi smette di legge questi troiai a i’ gabinetto. Qualche volta ci tiri i’ calzino!” ha urlato la mia figliola con quella premura tipica delle figlie per i padri. Ma io sulla tazza del water ci sto come un papa, perciò ho assentito con la testa incrociando le dita di nascosto.

Il gabinetto è uno dei miei luoghi preferiti per le scorribande letterarie anche per ricordarmi chi siamo e dove andiamo. Qui ci ho pure studiato la Divina Commedia con esiti estremamente positivi e qui, da pluriormonico ragazzetto, ho messo in pratica il motto “Una sega al giorno leva il medico di torno” che ricordo con struggente nostalgia. Fortunatamente solo poco più tardi, quando già incominciavo a perdere la vista, ho scoperto che si trattava di una mela a tenere lontano il terribile cerusico.

Tutto tende allo stimolo. Il luogo e le vicende narrate ricche di emozioni (scrivo cose nuove e riprendo cose già scritte in qua e là). Ultimamente una carrellata di Gialli Mondadori (quelli con la copertina gialla, appunto). In un momento di crisi come questo mica male beccarsi dei capolavori a pochi sghei. E non si tratta solo di camere chiuse, vecchiette curiose e sferruzzanti  o celluline grigie sparse per ogni dove che possono piacere ad un gruppo ristretto. Ci si trova di tutto, dai thriller mozzafiato all’introspezione psicologica da brivido. E proprio in questo momento ho sotto gli occhi Il marcio nella città di Mickey Spillane e Max Allan Collins, un hard boiled senza tregua con Mike Hammer che picchia da tutte le parti come un indiavolato, e ho già finito Caccia d’amore di James Hadley Chase, di una psicologia potente e profonda. Altro libro sorprendente Il veleno nella mente di Thomas H. Cook. Lucas Paige studioso di storia militare alla presentazione del suo ultimo libro a Saint Louis. Ne ha fatta di strada da quando viveva a Glenville, una cittadina per niente attraente, priva di prospettive, con le sue erbacce, le sue pozzanghere, i marciapiedi deserti, “una biblioteca senza finestra ospitata nello scantinato del dipartimento di polizia”. Per Lucas Paige, naturalmente, che narra in prima persona. E ora c’è proprio una vecchia conoscenza a rinfrescargli la memoria: Lola Fayye. Libro dalle mille prospettive che mutano di continuo con il trascorrere della storia, mettendo in spasmodica allerta il lettore desideroso di conoscere la vera verità.

Poi ci sono gli “Speciali” che sono davvero speciali. Ultimo in circolazione Omicidi in crociera di Earl Derr Biggers, Wade Miller e Agatha Christie con introduzione, altrettanto speciale, di Mauro Boncompagni, praticamente un santone del giallo. Due romanzi ed un racconto che dimostrano che non c’è da fidarsi tanto dei viaggi di piacere in mare. Quasi scontato che tra i passeggeri si nasconda un bischero che ha il vizio di uccidere e allora l’entusiasmo della gita va a farsi fottere. Gli “Speciali”, poi, come Delitti in luna di miele di Ross Macdonald, Harry Carmichael, Cornel Woolrich, Mondadori 2012, sempre sotto la mano santa di Mauro Boncompagni, servono pure a darci delle dritte nella vita pratica. In questo caso a tenere gli occhi bene aperti subito dopo il matrimonio ma mi sa che ormai sia tardi (pensateci prima!).

Se la crociera è spesso pericolosa nella letteratura giallistica (lo stesso nella realtà incontrando uno Schettino) anche in treno non bisogna stare troppo rilassati, vedi Treni pericolosi del sottoscritto in http://omardimonopoli.blogspot.it/2012/04/treni-pericolosi.html, blog di Omar Di Monopoli che dovreste seguire (fidatevi).

Un libro che mi ha creato un groppo in gola pure lì sulla tazza (da comica, se ci ripenso) è stato L’isola dei cacciatori di uccelli  di Peter May, Einaudi 2012. Trattasi dell’isola di Lewis, al largo della costa occidentale della Scozia, “spazzata dal vento, dura e inospitale”. Qui, più precisamente nel villaggio di Crobost, avviene un delitto che presenta un modus operandi identico a quello scoperto da due ragazzini ad Edimburgo: un impiccato sbudellato. E qui, proprio nel suo paese natio, viene spedito ad indagare l’ispettore Finlay (Fin) Macleod che ben conosce la vittima. In depressione e fuori servizio da tempo per avere perso un figlio e con un matrimonio logoro che sta finendo (da copione, se ne trovasse uno leggermente più fortunato!). È l’inizio di un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere momenti importanti della sua vita e a ritrovare le persone della propria infanzia e giovinezza. Passioni che si incrociano, bugie, rancori, odio, vendetta, gli “incontri dolorosi con i fantasmi del passato”, un senso di impotenza e ineluttabilità che tutto avvolge. Ecco un esempio che dimostra come il “giallo” non sia letteratura minore, anche se una marea di letteratura minore si trova tra i gialli.

Altra buona lettura, seppure di stampo diverso, Acqua buia di Joe R. Lansdale, Einaudi 2012. Texas, anni Trenta. Vita dura soprattutto per Sue Ellen di sedici anni, padre ubriacone violento e madre remissiva con laudano a tenerle compagnia. Ritrova una sua amica, May Linn, annegata nel fiume Sabine con i piedi legati ad una macchina Singer da cucire, che sognava di diventare una stella di Hollywood. Sue decide con i suoi amici Terry, sospettato di essere omosessuale, e Jinx, una ragazza nera, di bruciare il corpo dell’amica e portare le sue ceneri alla Mecca del cinema come gesto di amicizia. Nel diario di May una mappa per raggiungere un “tesoro”, i soldi rubati dal fratello. Fatto questo basta prendere una chiatta e via lungo il fiume come in un noto romanzo di avventura. Scrittura forte, veloce, trascinante, ricca di metafore sorprendenti per la loro efficacia, capace di rappresentare il pensiero degli adolescenti, i loro dubbi, le loro speranze insieme al sogno americano del successo. Una scrittura che non perde colpi o gira a vuoto come talvolta succede nelle opere di Lansdale. E chi giganteggia sono le donne e le ragazzette con la loro forza, la loro determinazione,  gli uomini a fare la figura dei porci vigliacchi, snaturati anche nel fisico obbrobrioso (pance gonfie, pochi denti, uno pure senza un occhio).

Chi vuole essere sbatacchiato di qua e di là senza attimo di pausa (se siete sulla tazza del water fatevi tenere da qualcuno) prenda in mano Sinfonia di Piombo di Victor Gischler, Revolver 2012, e sarà accontentato. Non c’è bisogno di trama. Struttura ottimamente organizzata con diverse filiere che si intrecciano in maniera precisa, azione veloce, dirompente e pure inaspettata. Pistole e mitragliette che cantano, sciabolate, asciate, corse a perdifiato, calci e cazzottoni da tutte le parti. Un po’ fumettistico, un po’ grottesco, un po’ sofferto, un po’ sgangherato, ed insomma un amalgama di situazioni scritte pure con divertito spirito goliardico. Il pulp è così ma occhio a non lasciarlo in mano a chi non lo sa guidare che allora diventa pure noioso e palloso da morire. Tra l’altro Gischler mi sconfinfera meglio in Notte di  sangue a Coyote Crossing, Meridiano Zero 2011, dove spicca il personaggio di Toby Sawyer che, come già scritto, rappresenta noi stessi “con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme”.

Continua la saga della Guerrera, testarda come un mulo, di Marilù Oliva che, zitta zitta, chiotta chiotta, quatta quatta, cheta cheta (e qui si potrebbe continuare all’infinito) ha avuto un crescendo di tutto rispetto, mentre punti fermi e consolidati risultano ormai Enrico Pandiani e Maurizio De Giovanni che danno lustro all’italico genio ma ora, ehm… scusate, che devo andare al gabinetto…

Fabio e Jonathan Lotti