Un delitto impossibile (2000)

un delitto impossibileNei momenti di confusione, sommersa da novità e presunti capolavori, trovo rilassante rifugiarmi nel passato.
Ieri ho recuperato (e non è facile, purtroppo, trovarne una copia: molti ringraziamenti vanno a chi me l’ha fatta avere) Un delitto impossibile di Antonello Grimaldi. È un bellissimo film giallo tratto dal romanzo Procedura (Einaudi) di Salvatore Mannuzzu.
Valerio Garau (Lino Capolicchio), sostituto procuratore di Sassari, viene ucciso nel bar del Tribunale davanti agli occhi di Lauretta Oppo (Angela Molina), magistrato, amante storica di Garau. L’indagine viene affidata per competenza al procuratore Pietro D’Onofrio (Carlo Cecchi), rude magistrato della procura di Palermo, che si scontra immediatamente con le tesi accusatorie del magistrato locale, il procuratore Pani (Ivano Marescotti). Pani ha un’idea ben chiara su chi sia il colpevole: non può che essere il marito di Lauretta, presidente della Corte d’Appello.
D’Onofrio invece ha le idee altrettanto chiare sul fatto che la verità vada cercata oltre le apparenze.
Una storia semplice e complessa al tempo stesso, raccontata con grande eleganza, senza indugiare su particolari morbosi. Molto intensa l’ambientazione sarda, con scorci di paesaggio che sembrano arrivare dal passato. Musiche suggestive. Interpretazione incisiva degli attori, che in confronto al piatto panorama televisivo attuale hanno una “voce” e una presenza fisica di grande impatto.
Un film coraggioso anche per via dei temi trattati: temi scomodi, che forse spiegano per quale motivo il film non abbia avuto molti passaggi televisivi. Ma soprattutto un giallo elegante e sorprendente. Un’anomalia, una perla tutta italiana di cui andare orgogliosi.

Se riuscite, recuperatelo.

Un delitto impossibile
Regia di Antonello Grimaldi
Con Carlo Cecchi, Ivano Marescotti, Angela Molina, Lino Capolicchio (e Silvio Muccino bambino).
Italia, 2000

Scerbanenco 2013: anche quest’anno…

noirsito1…una marea di scontento accompagna la rivelazione della cinquina.
Che, per inciso, vede in finale a contendersi il premio Scerbanenco Donato Carrisi (L’ipotesi del Male, Longanesi), Simone Sarasso (Il Paese che amo, Marsilio), Claudio Paglieri (L’enigma di Leonardo, Piemme), Massimo Gardella (Chi muore prima, Guanda) e Marco Malvaldi (Milioni di milioni, Sellerio).
Ma qual è il motivo dello scontento, si chiederanno i miei lettori? ALT! Se siete miei lettori, non potete farvi questa domanda perché certamente ricorderete che sul “blog che non si può nominare” ci furono, in passato, molte polemiche in merito al meccanismo della cosiddetta giuria popolare. Polemiche sulle quali si sprecarono interventi autorevoli. Polemiche le quali, sempre sia detto per inciso, se da una parte forse indussero gli organizzatori ad apportare minimi aggiustamenti formali – non sostanziali – al regolamento, dall’altra danneggiarono la sottoscritta al punto che tra me e Courmayeur c’è ormai ben più della distanza chilometrica e del gelo perenne.
La sostanza di quelle polemiche è riprodotta anche quest’anno nella lettera aperta agli organizzatori che lo scrittore Raul Montanari ha diffuso in queste ore, dopo aver appreso la composizione della cinquina dei finalisti:

Potevate dirlo prima, che era tutta una messinscena!
Mi sarei risparmiato la procedura macchinosa, grottesca, mortificante di dovermi iscrivere per votare al vostro malfatto sito, rimbalzare fra link impazziti, dover dare i miei dati personali inclusi addirittura gli estremi della carta d’identità (cosa che ho fatto con molta riluttanza, come tutti), perché così chiedevate per garantire la massima trasparenza e correttezza al voto della giuria popolare.
Risultato?
Seconda questa povera giuria popolare, la cinquina dei finalisti doveva essere:
1. Massimo Donati, Diario di spezie, Mondadori [222]
2. Fabrizio Canciani, Acqua che porta via, Todaro Editore [156]
3. Erica Arosio & Giorgio Maimone, Vertigine, Baldini & Castoldi [113]
4. Claudio Paglieri, L’enigma di Leonardo, Piemme [98]
5. Romano De Marco, A casa del diavolo, Fanucci [69]
Peccato che l’aggiunta dei voti “ponderati” della giuria tecnica abbia mandato all’aria la cinquina, confermando il solo Claudio Pagliari [sic] ed estromettendo gli altri quattro finalisti a vantaggio di Donato Carrisi, Simone Sarasso, Massimo Gardella e Marco Malvaldi.
Per dare un’idea di quanto poco contassero i voti della giuria popolare, si noti che il primo classificato della cinquina definitiva, Donato Carrisi, aveva avuto quattro, ripeto: QUATTRO voti dai giurati popolari e si ritrova in finale con 964 voti, mentre Donati (222 voti popolari), Canciani (156 voti popolari) e gli altri se ne vanno a casa! E che dire del mio amico Marco Malvaldi? I giurati popolari avevano dato quattro, ripeto: QUATTRO voti anche a lui, eppure eccolo nella finale con 484 voti totali.
Ma non vi vergognate almeno un po’? Non siete imbarazzati?
Abbiate coraggio, ditelo che tutta la strombazzata trasparenza richiesta al voto popolare conta quanto il letame, se alla fine l’unica cosa che vale sono i voti della giuria tecnica! Non state a far perdere tempo alla gente, non imbrogliate il popolo noir mettendo in scena una votazione ridicola che offende il festival e il suo legittimo orgoglio di essere il più grande evento italiano nella narrativa di genere!
In venticinque anni e passa di frequentazione da addetto ai lavori del mondo dei libri ho visto un bel numero di cialtronate, ma questa dello Scerbanenco 2013 passa in pole position con uno scatto degno di Vettel.
Bisogna però darvi atto di avere raggiunto due notevoli risultati:
1. Il ben noto complesso di inferiorità del noir non ha più ragione di esistere: avete dimostrato che nel mondo del noir ci si comporta esattamente come nelle liturgie dell’esecrata letteratura “alta”. L’allineamento è avvenuto al peggio e non certo al meglio, ma questo non deve preoccuparvi.
2. E quei poveri di spirito che mettono in dubbio che il noir sia lo specchio della società? Eccoli serviti da questa perfetta metafora dell’Italietta nostra: un popolo di caproni che votano, illusi che la loro volontà collettiva conti qualcosa, mentre questa volontà viene tranquillamente sovvertita.
Congratulazioni.
Raul Montanari
PS Per favore, amici, condividete questo stato. Facciamo un puttanaio!

La lettera di Montanari, pubblicata anche da altri siti e su FaceBook, sta suscitando commenti che, in qualche modo, sembrano avallare il sospetto che si tratti del solito imbroglio “all’italiana”.

In realtà non è così, con le dovute precisazioni.

Chi vi scrive parte da una posizione molto impopolare, e cioè che “il web” non ha ragione di default e che solo in rari, fortunati casi si ha l’incontro alchemico tra qualità del testo e gusto popolare. Data questa premessa, sono convinta che sia intrinsecamente sbagliato affidare alla giuria del web il compito di compiere una valutazione qualitativa. In questo come in qualunque altro caso: anche voi avrete riscontrato che la miglior canzone dell’anno non è quella prescelta dal televoto di Sanremo; la più bella miss d’Italia non è quella che riceve più sms inviati a un numero a pagamento; il miglior romanzo noir dell’anno non può essere deciso da chi, nel migliore dei casi, tra i venti e passa libri finalisti ne ha letti solo uno o due.
Il miglior romanzo noir dell’anno deve essere scelto da una giuria di qualità, punto.
Di questo avviso sembrano essere anche gli organizzatori, dal momento che hanno introdotto il meccanismo del voto ponderato che è – appunto – ponderato in modo tale da disattendere completamente l’esito del voto popolare, se i giurati tecnici lo vogliono.
Quello che non comprendo è perché ogni anno gli organizzatori inducano i votanti all’erroneo convincimento che il loro voto potrà servire a qualcosa. Perché, a chi non legge con molta attenzione il regolamento, sembra che il voto al proprio libro preferito potrà contribuire a formare la cinquina. Invece non è così.
È su questo passaggio che si appuntano le mie critiche perché è questo passaggio che genera, in molti, il sospetto dell’imbroglio, sospetto le cui ombre si allungano maligne anche sui malcapitati finalisti. Questi ultimi, infatti, senza alcuna colpa vedono una “deminutio” del loro riconoscimento a causa dei “rumors”. E questo è sommamente ingiusto.
D’altra parte comprendo la necessità degli organizzatori di generare “interesse” intorno alla manifestazione (e al suo sito web) soprattutto in prossimità della prima settimana di dicembre.

Che fare, dunque?

Ammesso e non concesso che ci sia la reale volontà di trovare una soluzione, ripropongo un suggerimento già avanzato qualche anno fa, pur consapevole che ancora una volta cadrà nel vuoto.
Partendo dal presupposto che il meccanismo della giuria popolare sia finalizzato a generare “contatti” sul sito web del Noirfest, il suggerimento agli organizzatori era:
– fate votare il “popolo del web” e tra tutti coloro che votano (con nome, cognome, carta d’identità etc etc) mettete in palio un premio poco più che simbolico, ad esempio tre buoni acquisto di Amazon da 50 euro ciascuno. In questo modo vi assicurerete una marea di accessi al sito con una spesa decisamente modica;
– chiarite in anticipo che il voto della giuria popolare servirà solo a incoronare un “vincitore del web”, una sorta di riconoscimento morale al libro più votato, ma che *in nessun modo* il voto della giuria popolare influenzerà il voto della giuria tecnica.
Così sarebbero tutti felici e contenti e finalmente potremmo parlare della qualità dei libri invece che di ‘ste cose.
Con questo minimo, stupido accorgimento ci risparmieremmo ogni anno la polemica del premio Scerbanenco, stantìa come le decorazioni di Natale a febbraio.
È davvero così difficile?
(Poi magari discutiamo anche della giuria di qualità, volendo, ma intanto chiariamo i fondamentali…).

Alicia Gimènez-Bartlett (reloaded)

Alicia Gimènez-Bartlett è una delle migliori penne spagnole in circolazione. Vincitrice del premio “Feminino Lumen” nel 1997 come miglior scrittrice (scrive infatti anche narrativa mainstream: l’ultimo romanzo pubblicato in Italia, Exit, è appunto una “commedia letteraria”), deve la sua notorietà al ciclo di romanzi con Petra Delicado, un’ispettrice della polizia di Barcellona che, insieme al suo collaboratore, il viceispettore Fermin Garzón, ha contribuito a rendere la Gimènez-Bartlett un’icona del cosiddetto noir mediterraneo.
Questa intervista (del 2008) è ancora attualissima, quindi la ripropongo con piacere.

AB – Come è nata l’idea di Petra Delicado?
AGB – Volevo scrivere un romanzo in cui fosse protagonista una donna. Fino a quel momento, in Spagna, il ruolo centrale era affidato a figure maschili. Così ho creato una poliziotta, quindi una donna che comanda, di mezza età, sufficientemente adulta da poter riflettere sulla vita, sul lavoro, sulla società. Non avevo mai pensato di scrivere un giallo, prima, ma è venuta fuori una “novela negra”. Il mio agente, e anche la critica e il pubblico, lo hanno accolto molto bene e mi hanno chiesto un seguito. All’inizio ero perplessa, ma poi ho scritto il secondo romanzo e mi sono divertita molto, perché a quel punto avevo una certa padronanza delle tecniche per scrivere narrativa di genere. Così ho continuato la serie.

AB – Scrivere un giallo è una scelta primaria, fine a sé stessa, o è un modo per raccontare “altro”?
AGB – Il giallo non è un romanzo di evasione, soprattutto oggi, in Europa. C’è un movimento letterario molto interessante, che mette insieme gli scrittori del nord e del sud dell’Europa, che ha portato il romanzo giallo a esssere narrativa di denuncia e di analisi della società: cosa sta succedendo, cosa pensa la gente. Il giallo permette bene di fare questo tipo di riflessione.

AB – Sei anche una lettrice di romanzi gialli?
AGB – Sì. Non è un genere per cui abbia una spiccata preferenza, ma come tutti ho letto i classici: Agatha Christie, Raymond Chandler… Simenon mi sembra molto interessante. E trovo Ruth Rendell meravigliosa.

AB – Come mai hai scelto la narrazione in prima persona?
AGB – La narrazione in prima persona limita la libertà di azione, perché non ti permette di dire più di ciò che la protagonista effettivamente vede, sente e vive. Però al tempo stesso permette la riflessione, che è un aspetto che mi interessa molto. Petra Delicado dà molta importanza alle sue idee, riflessioni, a ciò che pensa.

AB – E l’antagonismo con Fermin Garzón?
AGB – È un falso antagonismo, esteriore, come marito e moglie. Si punzecchiano, ma entrambi si rispettano e tengono in conto le osservazioni che l’uno fa all’altra.

AB – Rispetto al passato, si delinque di più o di meno?
AGB – Non saprei. Certo è che si delinque in modo diverso. Ci sono crimini specifici, legati alla modernità, alla presenza di internet, ad esempio, e ai mezzi di comunicazione veloce che abbiamo oggi. Però i moventi ultimi sono sempre gli stessi, sono quelli shakespeariani: ambizione, passione, desiderio di potere.

AB – Mi racconti un aneddoto legato alla tua carriera di scrittrice?
AGB – Ero in un aeroporto, in Asturia, ed ero in fila per il controllo di sicurezza. A un certo punto ho visto sul nastro uno dei miei libri. Mi sono voltata e alle mie spalle c’era una signora, che doveva essere la proprietaria del libro. Allora le ho detto: “Signora, quel libro è mio”. E lei, subito: “Ah no, quello è il MIO libro!”. Allora le ho fatto vedere la foto, in fondo, e le ho detto: “Vede, questa sono io!”. A quel punto lei mi ha riconosciuta e si è messa a ridere. Colpa mia, non ero stata chiara…

AB – Scrivere è un lavoro solitario. Ti trovi bene, in questa dimensione di solitudine?
AGB – Mi piace la solitudine, però a volte è un lavoro duro. Non è solo la solitudine, ma anche il fatto che la scrittura non prevede un “mezzo”, come la musica, in cui c’è uno strumento, o la pittura, dove hai pennelli e colori: no, sei solo tu e il foglio davanti a te. È terribile. Però non so se potrei scrivere un libro a quattro mani. Un volta ho collaborato alla stesura di una sceneggiatura e devo dire che è difficile far coincidere due diversi processi creativi. Però, ecco, a volte mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che scrive nella stanza accanto alla mia, per sentirmi meno sola. Per questo quando scrivo sono in compagnia dei miei cani, Lula e Isacco, e li guardo e chiedo loro: “Va bene questa frase?”. Loro sono la mia compagnia.

AB – Petra Delicado è un personaggio seriale. Pensi di farle fare la fine di Poirot o quella di Miss Marple? Voglio dire: ci sarà un romanzo “finale” di Petra Delicado?
AGB – A pensare di farla morire mi prende male. Poverina, è stata una buona amica. Però mi piacerebbe accompagnarla fino all’età della pensione e poi farla ritirare in un convento, ad espiare le sue colpe (ridiamo insieme, sta scherzando). È una cosa che i lettori tedeschi apprezzerebbero moltissimo perché la troverebbero coerente con l’idea che loro hanno delle donne spagnole, che vanno in chiesa tutte le mattine. Suor Petra Delicado, suona bene, no?

Courmayeur, dicembre 2008