Giorno della Memoria: “Dovrei essere fumo” di Patrick Fogli

dovrei essere fumoOggi è il Giorno della Memoria, la giornata in cui si celebra il ricordo delle vittime dell’Olocausto e dei “Giusti fra le Nazioni”, cioè coloro che hanno rischiato la vita per proteggere, o tentare di proteggere, i perseguitati dal nazismo.

Sull’argomento suggerisco la lettura del recentissimo Dovrei essere fumo di Patrick Fogli (edizioni Piemme, anche in ebook a prezzo accessibilissimo).

Alberto Corini, ex agente dei corpi speciali in cerca di una nuova, vera identità, benestante e disorientato, riceve l’incarico di proteggere un anziano in fin di vita ricoverato in una clinica di lusso, incarico che dovrà svolgere per conto di un misterioso e danaroso cliente. Chi sia il vecchio, chi sia il cliente, perché Alberto sia lì, a fare sorveglianza notturna in preda ai suoi fantasmi di guerra e violenza, è la storia che si dipana sotto gli occhi del lettore, a capitoli alterni tra passato e presente, legati tra loro da un misterioso quaderno azzurro.

…Un pomeriggio venne a trovarmi un compagno di studi, abitava nella via accanto, dall’occupazione non l’avevo più visto. Ci sedemmo in cucina e mi raccontò che un’amica di sua sorella, una ragazza che conoscevo bene e a cui aveva fatto una corte spietata, era stata uccisa da un gruppo di soldati. L’avevano presa davanti a casa, caricata su una camionetta, violentata a turno e picchiata e alla fine uno di loro le aveva sparato in testa, subito dopo averla scaricata davanti al portone. Abbiamo fatto un’opera di bene, aveva detto, in un francese stentato,  ma comprensibile. Lo dissi a mio padre, decidemmo di non dire nulla alle donne di casa, che sentivano comunque le stesse voci che arrivavano a noi, e riuscimmo a farci promettere che non sarebbero uscite da sole, una recita che fingeva protezione e non consolava nessuno. La nostra vita, quella di tutti, non valeva nulla, se fosse capitato a una di loro, saremmo soltanto morti insieme.
Arrivarono una dopo l’altra una serie di regole e leggi a cui non potevamo sottrarci. Aver ceduto la fabbrica prima dell’occupazione ci evitò l’obbligo di svenderla, ma fummo lo stesso censiti e scoprimmo che era stato emesso uno speciale statuto per definire che cosa si dovesse intendere per ebreo e in quali categorie dovevamo essere divisi, a seconda della nazionalità o dell’utilità economica. Eravamo esclusi dalle cariche pubbliche, dalla stampa, ogni diritto civile era abolito, non eravamo più niente.
Fu allora che scoprii che l’essere umano fa l’abitudine a tutto.
Pur in quelle condizioni, schiacciati, sfruttati, in costante pericolo di vita, eravamo riusciti a costruirci un’esistenza alternativa. Eravamo insieme, tutti, e nella nostra casa, ancora una famiglia, sicuri che la tempesta sarebbe passata, che bastasse attendere a testa bassa per uscirne vivi e ricominciare. I nostri nuovi padroni ci odiavano, ma in casa eravamo al sicuro. Nessuno poteva farci niente dentro casa.
Era nostra, soltanto nostra.
Ma non sarebbe durata.

Sul blog di Patrick c’è un percorso guidato alla lettura del libro, racconta retroscena e suggestioni; recensioni, commenti, tutto ciò che riguarda il post-edizione può essere seguito cercando l’hashtag #dovreiesserefumo su Pinterest e su Twitter.

‘La vendetta’ di Marco Vichi

Pensava che la vita era una merda, però era una sola. E la sua era stata bruciata come la capocchia di un cerino. Pensava alla bronchite cronica, al dolore che ogni tanto gli mordeva il fianco, ai fagioli ammuffiti che quella mattina aveva trovato nella spazzatura, all’ultima volta che si era cambiato le mutande. Pensava a cosa avrebbe voluto fare da grande… molti anni fa…

Tre derelitti nella Firenze degli anni Ottanta progettano una vendetta nei confronti dell’uomo che, poco prima della Guerra, ha rovinato la vita di uno di loro. Sono tre barboni, finiti in miseria per motivi diversi e destinati a una vita ormai irrecuperabile. Il nuovo romanzo di Marco Vichi, La vendetta (Guanda), è uno stand alone, caso non raro nella produzione vichiana (che alle narrazioni del commissario Bordelli affianca spesso romanzi con protagonisti non seriali).
Lo spunto iniziale è ottimo: una storia giovanile, una di quelle storie che potevano avere un esito completamente diverso se non ci fosse stata la seconda guerra mondiale e la conseguente devastazione materiale e morale. Rocco, questo il nome del protagonista, non riesce a rifarsi una vita fino al giorno in cui scopre, da un articolo di giornale, che l’uomo al quale imputa la sua sorte sarà in visita a Firenze. Da quel momento è ossessionato dall’idea di vendicarsi. Insieme a Bobo, sopravvissuto con gravi menomazioni a un campo di concentramento, e a Steppa, un altro mendicante chiaramente disturbato, progettano una vendetta esemplare.
Ed è qua che la storia inizia a sfilacciarsi. Mentre le vite rovinate di Rocco e Bobo sono rese con flashback d’impatto dolorosamente realistico, Steppa non è altrettanto credibile nei panni del serial killer. L’ideazione della vendetta è troppo articolata per essere frutto di menti così provate, mentre dall’altra parte l’introduzione di qualche elemento onirico, surreale, rende fin troppo evanescente la figura del professor Stonzi, bersaglio dei tre mendicanti. Con il risultato di un finale abbastanza prevedibile e vagamente irrisolto.
Insomma, La vendetta non è un capolavoro, ma è sorretto comunque dall’ottima scrittura di Vichi, che rimane parecchie spanne al di sopra della media nazionale. Pienamente sufficiente, a mio avviso.

 

Ferdinand Von Schirach e Il caso Collini: la Germania tra memoria e oblio

Ma a Caspar Leinen accadde qualcosa di ancora diverso: per anni era stato ad ascoltare i suoi professori, aveva studiato le leggi e le relative spiegazioni, aveva cercato di capire il processo penale, ma solo oggi, solo presentando la propria istanza, capì che in realtà (il processo) riguardava qualcosa di completamente diverso: l’essere umano offeso.

La citazione è tratta da Il caso Collini, appena uscito per Longanesi, primo romanzo di Ferdinand von Schirach (no, non mi sono sbagliata: il precedente Un colpo di vento era una raccolta di racconti). Von Schirach è un avvocato penalista tedesco “prestato” alla letteratura.
Il protagonista di Il caso Collini è Caspar Leinen, avvocato appena abilitato che viene nominato difensore d’ufficio in un caso di omicidio. I giovani avvocati, si sa, non hanno molta scelta e a Leinen tocca difendere Fabrizio Collini, un italiano accusato di omicidio. Un caso di colpevolezza lampante: l’accusato, arrestato in flagranza e reo confesso, non tenta nemmeno di difendersi. Per di più Leinen realizza quasi subito di aver conosciuto molto bene la vittima, il famoso industriale Hans Mayer, negli anni dell’adolescenza: Mayer era il nonno del suo migliore amico, Philipp, morto in un incidente d’auto. E la sorella di Phillip, Johanna, è stata il grande amore della vita di Caspar. È anche per lei, e non solo per scrupolo di coscienza, che Leinen affronta il caso con il massimo rigore: la ricerca di un movente lo porta a indagare nel passato della vittima.
La fase processuale, che vede Leinen contrapposto alla pubblica accusa e a un formidabile difensore di parte civile, l’avvocato Mattinger, riserva dei colpi di scena. Ciò nonostante Leinen riesce a portare in aula una versione della verità completamente diversa da quella che appariva.

Pochi personaggi ottimamente caratterizzati (per una bizzarra coincidenza l’avvocato di parte civile, il celebre Mattinger, è privo di un arto, proprio come il nostro Ministro della Giustizia, Paola Severino, brillante avvocato e professore di diritto) per raccontare una storia che ha almeno due piani di lettura. Da una parte il romanzo individuale, quello di Caspar Leinen, del percorso che lo ha portato a diventare avvocato e dei dubbi relativi al suo “essere tagliato” per questo lavoro. Su un piano di più ampio respiro c’è invece la storia di un popolo, quello tedesco, che ha dovuto fare i conti con l’Olocausto prima e con la “seconda colpa” dopo. Di tutto questo ho parlato con Ferdinand von Schirach. Lui nipote di un gerarca nazista, io di un militare italiano internato, entrambi con studi giuridici alle spalle, entrambi convinti assertori di principi fondamentali quali “la responsabilità penale è personale”.

AB – Qual è la genesi di Il caso Collini?
FvS – Il punto centrale di Il caso Collini è la cosiddetta “seconda colpa”, cioè il modo in cui la Repubblica Federale si è rapportata con il Nazionalsocialismo, il modo in cui sono stati trattati i crimini di guerra dagli anni Cinquanta in poi. Il personaggio di Eduard Dreher è realmente esistito e la modifica al codice penale di cui si parla nel romanzo è un fatto storico realmente accaduto. La premessa è che per la giurisprudenza tedesca solo ai vertici del partito (Hitler, Himmler e pochi altri) poteva essere contestato il reato di “omicidio volontario aggravato”; tutti gli altri erano imputati di concorso nello stesso reato. La modifica approvata nel 1968 grazie a Dreher ha fatto sì che il concorso in omicidio volontario aggravato dovesse essere punito come omicidio semplice. In questo modo i reati caddero in prescrizione. Fu come un’enorme aministia, ma nessuno se ne accorse. E una volta approvata la legge non era possibile revocarne gli effetti. In questo modo, personaggi controversi poterono tornare ad avere una vita normale, in certi casi anche pubblica. E nella società è aumentato il senso di colpa: non solo bisognava gestire i crimini di guerra, ma anche la successiva impunità. Il caso Collini tratta del modo in cui intere generazioni di tedeschi si sono rapportate con un passato carico di orrore.

AB – Prendo a prestito una considerazione che è stata fatta ieri da Carlos Ruiz Zafon e che si adatta bene anche al tuo romanzo. A proposito della Guerra Civile, Zafon raccontava che in Spagna c’è ancora un dibattito aperto sulla contrapposizione tra memoria e oblio. La memoria fa sì che dalla storia si possa imparare, ma tiene aperte ferite sanguinose; l’oblio permette di chiudere i conti con il passato ma ci fa dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Qual è, secondo te, la soluzione da proporre alle nuove generazioni?
FvS – Credo che la soluzione stia nell’assunzione di responsabilità. Adesso nessuno di coloro che all’epoca erano colpevoli si trova in posizioni di potere, quindi non si può più parlare di colpe dirette o anche indirette. Il ricambio generazionale si è completato e coloro che adesso sono al potere non possono essere definiti colpevoli. Però il riconoscimento della responsabilità, unito alla comprensione delle cause, fa sì che ciò che è accaduto non possa più ripetersi.

AB – C’è una figura, nel romanzo, l’avvocato Mattinger, persona di grande sensibilità e intelligenza. Hai avuto anche tu un mentore come Mattinger?
FvS – Sì, era socio di un importante studio legale e mi ha molto incoraggiato all’inizio della carriera. La figura di Mattinger è a metà tra lui e un mio zio che, dopo aver perso entrambe le braccia in guerra, era diventato giudice. Anche lui è stato una figura importante nella mia vita.

AB – Ho letto che nel tuo passato c’è qualcosa di simile a ciò che accade nel romanzo. Tuo nonno era tra i fondatori della Gioventù Hitleriana.
FvS – È qualcosa con cui ho fatto i conti per tutta la vita e con cui convivo. Però ho scritto un libro per non dover ripetere sempre le stesse cose. La risposta è nello scambio di  battute tra Caspar e Johanna. Lei chiede: “Sono anch’io sono tutto questo?” e lui risponde “Tu sei la persona che sei“. Dopo tanti, tanti anni passati a fare i conti con il mio passato, la mia risposta oggi è che io sono la persona che sono.

AB – Qualcosa di più personale e meno triste: quando scrivi? Perché? Ti aspettavi questo successo?
FvS – Quando scrivo non è determinante, scrivo soprattutto di notte ma perché dormo poco. Il successo non era in preventivo e anche questo non è importante. Se fosse arrivato quando ero giovane forse mi avrebbe cambiato, ma adesso non è fondamentale: non aspiro a giocare a golf, ad avere una fuoriserie o uno yacht. La cosa davvero stupefacente invece è essere diventato famoso in paesi come il Giappone o Taiwan: non sono nemmeno sicuro di cosa c’è scritto nei libri pubblicati in quei paesi, e sì che ho anche vinto un premio importante…

AB – Se tornassi indietro, faresti ancora l’avvocato penalista?
FvS – No. Negli ultimi venti anni la visione del diritto penale è molto cambiata. Quando ho iniziato si dibatteva di temi molto importanti: il terrorismo, l’aborto, la riunificazione con la Germania dell’Est. Adesso il grosso dibattito si è spostato sull’opportunità di utilizzare norme diverse per reati diversi, vanificando così il principio dell’uguaglianza di fronte alla legge. Ma siamo arrivati a questo, sarà una questione da affrontare nel prossimo futuro. Oltretutto nuove teorie comportamentali postulano che i nostri comportamenti siano necessitati, che non possiamo comportarci diversamente da come facciamo. Ma il presupposto della colpa, e della responsabilità, è il libero arbitrio. Come si può condannare una persona se questa non ha scelto, ma è condizionata/necessitata ad avere certi comportamenti?

AB – Pensi che giustizia dei tribunali e giustizia umana potranno mai coincidere?
FvS – Il desiderio di giustizia è una continua tensione, un’aspirazione, come la fortuna, come la felicità. Le desideri, ma non le raggiungi mai veramente. Inoltre nessuna giustizia potrà mai essere perfetta perché ci sono tanti, troppi aspetti dell’essere umano che la giustizia non può prendere in considerazione. Ma d’altra parte se si abolissero i processi verrebbe meno il fondamento su cui si regge il patto sociale. La giustizia è necessaria anche se nessun giudizio, per quanto equo, potrà mai tenere conto di tutto.

Perché leggerlo:
– perché ogni tanto fa bene ricordarsi da dove si viene;
– perché è breve, poco più di 150 pagine, e denso, compatto, malinconico;
– perché la frase “piccoli pacchetti arancione caddero nella neve” mi ha fatto esultare (basta poco, me ne rendo conto, ma sapere che c’è ancora qualcuno che non declina “arancione” mi rende felice. Anche se il merito in questo caso è del traduttore e non dell’autore).

Ah, io ho anche chiesto lumi su un eventuale finale alternativo e ho avuto una valida risposta. Ma non posso scriverla qua. Quindi se vi domandate “ma cosa sarebbe successo se…?” scrivetemi in privato 🙂

Ferdinand von Schirach
Il caso Collini
Longanesi
Traduzione di Irene Abigail Piccinini
Pagine 176
Prezzo 14,00 euro

In libreria da marzo 2012