Al lavoro e alla lotta (Le varie di Valerio 74)

Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli
Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci
Harpo, 207
Politica, Storia

Il Partito Comunista Italiano. 1921-1991. Una napoletana (Franca Chiaromonte, 1957) e una ravennate (Fulvia Bandoli, Bagnocavallo, 1952) con una comune esperienza di funzionarie di partito e parlamentari, molte affinità sociali e personali, notevoli differenze politiche, leopardiane e attente al pensiero ironico, hanno deciso di raccontare il Pci attraverso 180 parole-chiave e dieci interviste. Il corpo del loro partito non c’è più, purtuttavia ha avuto un ruolo così significativo nella storia europea del secolo scorso che un glossario meditato di alcuni termini aiuta a ricostruirne periodizzazioni e geografie, personalità e scelte. Non si tratta di un elenco oggettivo ed esaustivo, sia perché hanno scelto di citare le parole che ricordavano nella loro specifica esperienza di figlie di compagni, giovani militanti e autorevoli dirigenti in alcune fasi, sia perché confermano in ogni definizione la pratica (femminista e fertile) di partire sempre dal proprio vissuto, anche quello emotivo e lessicale. Troverete modi di dire e di fare, fraseologia politica coniugata Fgci o Pci, simboli formali e sostanziali (come il Bottegone), termini storici (come “Austerità”, lì l’ecologia, non in “Territorio”). Ognuno che ha vissuto la politica a quei tempi, fuori o dentro partiti e istituzioni, sarà tentato dallo sport di vedere le parole (come Scienza) che mancano (alla propria memoria), sforzo inutile in questo caso. Sono parole o voci, non nomi propri, politici studiosi scrittori vengono casomai richiamati all’interno del lemma (e sarebbe stato utile un indice dei nomi): dunque Compromesso Storico, Donne Comuniste e Stalinismo sì, no Democrazia Cristiana, Femminismo e Berlinguer (citatissimo poi nella narrazione). Breve la narrazione del titolo, “al lavoro e alla lotta”: “con queste parole si chiudevano di solito le manifestazioni, i congressi e i comizi… Noi che venivamo dal ’68 o che stavamo annusando il femminismo avevamo serie difficoltà a usare parole così enfatiche…”.

Il Pci maturò ben presto una visione “progressiva” della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di “casematte”, come effetto dell’interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Fu dunque un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto), rifiutava contaminazioni episodiche e rapide. Tuttavia fu sempre capace lentamente di “metabolizzare” novità e pensieri lunghi; risultò una “spugna” prudente e permanente, riuscendo ad assimilare movimenti e culture di sinistra. Riportare alla luce il lessico del comunismo italiano è pertanto un’operazione utile alla storia e alla politica contemporanee, la narrazione politica era essenziale in quel grande articolato partito di massa, l’uso di parole precise (più o meno metaforiche) funzionale alla vita collettiva interna e alla ricerca del consenso esterno, non solo alla “concorrenza” rispetto agli altri soggetti politici. Circa cento pagine sono dedicate alle interviste fatte a personalità che attraversarono la stessa storia: sei donne (Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Lia Cigarini, Graziella Falconi, Marisa Rodano, Livia Turco) e quattro uomini (Cuperlo, Macaluso, Occhetto, Tortorella). Tutti rispondono alle stesse identiche dieci domande, riferite alla biografia di ciascuno (i libri di formazione, la scelta del Pci), a valutazioni sul partito (il rapporto fra i sessi, la Carta delle Donne, i nessi dirigenza-lavoro di base e intellettuale-operaio, gli organi d’informazione, la comunità politica) e all’attualità (cosa ancora ci manca del Pci, come si è collocati politicamente oggi).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/16: Ingrao

coniugare-al- presente.jpgTitolo Coniugare al presente. L’Ottantanove e la fine del Pci
Autore Pietro Ingrao
Editore Ediesse
Pagine 644
Prezzo 20 euro

Comunismo. 1989. In quei quattro anni una pluralità di teorie, ideologie ed esperienze in qualche modo legate al “comunismo” sovietico crollarono in tutto il mondo. Pietro Ingrao era un dirigente del Pci, si trovava fra i 74 e i 78 anni della sua esistenza (ora ne ha più di 100), colto lucido amato militante comunista italiano. Rifletté, parlò, scrisse, agì. Curato da Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti esce Coniugare al presente. L’Ottantanove e la fine del Pci, la raccolta di 48 suoi testi e interviste dal febbraio 1989 al maggio1993 (quando uscì dal Pds), con in fondo utili cronologia (di Francesco Marchianò) e indice dei nomi. Interesse e attualità persistono, sia sul piano storico che sul piano culturale: acume intellettuale e spirito critico su scienze e contingenze politiche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi

Nemmeno il tempo di sognareQuando l’ispettore Cavani è uscito dall’ufficio, Erri appoggia la schiena alla poltrona e chiude gli occhi. Gli fa sempre un certo effetto, emettere un mandato di arresto. Sa che dietro a ogni persona c’è una famiglia, ci sono motivazioni, dolore, rabbia. Spesso quelli che finiscono in prigione sono gli anelli più deboli della società, quelli che non ce la fanno a vivere la miseria quotidiana, che si rifugiano nella droga o che cercano di fare una rapina in banca con un taglierino. I veri criminali, in Italia, non ci vanno mai, in galera. [pag. 36, Nemmeno il tempo di sognare, Marsilio 2013]

È in libreria il secondo romanzo di Pierluigi Porazzi, Nemmeno il tempo di sognare (disponibile anche in ebook). Squadra che vince non si cambia: stesso editore del primo romanzo, L’ombra del falco (buon successo di pubblico e critica e tradotto anche all’estero), stesso investigatore, Alex Nero.

La transessuale Barbie è stata uccisa e i sospetti ricadono sull’ultimo – e più assiduo – cliente, Stefano Sonnino. Ma Annalisa Sonnino è convinta dell’innocenza del fratello e contatta un vecchio compagno di scuola, Alex, per indagare più a fondo. Sonnino non era certo l’unico frequentatore di Barbie: altri nomi, ben più illustri, potevano avere interesse a tenere nascosta una relazione scottante. Ma la procura sconsiglia di guardare oltre e il giudice Erri Martello ha le mani legate. Chi meglio di Alex Nero, ex poliziotto che non ha più nulla da perdere, può indagare dove non è lecito cercare?

Pierluigi Porazzi è una cara persona e mi ha persino citata nei ringraziamenti finali. Ringrazio a mia volta, lieta di ritrovarlo in piena forma al banco di prova della seconda opera narrativa, e gli faccio qualche domanda.

pierluigi porazziAB –  Tra L’ombra del falcoNemmeno il tempo di sognare sono passati quasi tre anni. Cosa è cambiato nel frattempo?
PP – A livello personale, credo di essere cresciuto, anche come scrittore, dopo aver avuto la possibilità di lavorare con Marsilio per l’editing di L’ombra del falco.
Nella realtà che ci circonda è cambiato qualcosa in peggio: c’è sempre meno fiducia nel futuro, sempre più disperazione. Si respira un’atmosfera molto cupa, di grande incertezza e rabbia. E la conseguenza logica è un aumento esponenziale della violenza.

AB – A pagina 70 c’è un omaggio a Sebastian Fitzek (La terapia): come mai?
PP – Perché è un autore che ho scoperto da alcuni anni, un autore europeo, che amo molto e che dimostra come il thriller di qualità non sia solo prerogativa dei grandi scrittori anglosassoni.

AB – Bellissimo l’incontro tra Erri e Marika. Grazie per averci ricordato che ci si può innamorare anche dopo l’adolescenza. Ma grazie, eh 🙂
PP – Un po’ di ottimismo ci vuole, anche in un romanzo noir! 😉
(Nota della blogger: questa può capirla solo chi ha letto il romanzo…)
Scherzi a parte, ritengo che ci si possa innamorare a qualunque età. Certo, la maturità dà più consapevolezza, o almeno dovrebbe, si conoscono di più la vita e il mondo, e il sentimento è condizionato dalle esperienze già vissute. È senz’altro un sentimento più profondo e sentito.

AB – Come ti sei trovato a lavorare con personaggi seriali? Alex Nero, Santoruvo, Erri Martello, persino Il Profeta…
PP – Sono personaggi a cui mi ero affezionato durante la stesura del primo romanzo, e che mi è piaciuto riportare in scena. Nel frattempo qualcosa è cambiato, per ognuno di loro, perché Nemmeno il tempo di sognare non è immediatamente successivo, come tempi, a L’ombra del falco. Scrivendo, mi sono trovato decisamente a mio agio, con i personaggi che tornano in questo nuovo romanzo.

AB – Le premesse da cui muove il romanzo non sono vere ma sono verosimili: non hai temuto di urtare la suscettibilità di qualcuno?
PP – No, perché, come giustamente scrivi, i fatti di cronaca portano alla luce situazioni e vicende che tutti sanno che esistono. Legami tra escort, trans e personaggi politici o di potere sono stati sulle prime pagine dei giornali molte volte, negli ultimi anni, ma non solo. Anche in passato si sono verificati casi analoghi. Poi, spesso, la realtà supera addirittura la fantasia: uno degli episodi che racconto nel romanzo riguarda un giudice che viene ricattato per le sue frequentazioni con una transessuale, e nella realtà è accaduto, dopo che avevo finito di scrivere il romanzo, un caso simile, solo che nella realtà questo giudice pare ricevesse le trans addirittura nel suo ufficio in tribunale, cosa che difficilmente un autore avrebbe osato scrivere, tanto sembra poco verosimile.

AB – Non posso non rimarcare l’incredibile rimescolamento di carte che rende implausibile ogni intuizione del lettore. Sai come succede quando leggi un giallo: già dal primo omicidio ti sforzi di leggere tra le righe e indovinare il nome dell’assassino. Ovviamente nel tuo romanzo è impossibile riuscirci. Tu, invece, come sei riuscito a creare questo meccanismo?
PP – In teoria dovrebbe essere possibile scoprire chi è l’assassino: come ne L’ombra del falco ho disseminato qualche piccolo indizio che potrebbe aiutare il lettore a scoprire la verità. Creare un meccanismo di questo tipo è una delle sfide più difficili, nella scrittura di romanzi gialli, ed è frutto di molto lavoro e fatica. Un lavoro che ritengo necessario, proprio per fare in modo che, alla fine, tutte le caselle del puzzle finiscano al loro posto.

AB – I moventi del crimine sono quelli tradizionali, i soldi e l’amore. Qua però sono declinati in terra friulana. Qual è la specificità di Udine come “città criminale”, oggi?
PP – Una specificità di Udine è il suo recente passato. Un passato di civiltà contadina, in cui una serie di valori era sentita in modo molto forte, in cui la criminalità quasi non esisteva. La società di questi anni è profondamente mutata, e Udine è diventata molto più simile alle altre città. Questo ha inevitabilmente creato un certo spaesamento; chi ha vissuto la vecchia realtà friulana non può non restare stupito di fronte a ciò che accade di recente. È di pochi giorni fa la notizia di un nuovo omicidio, che ha catalizzato l’attenzione dei mass media nazionali, la scorsa estate un altro duplice omicidio a Lignano. E la serie è destinata ad aumentare, perché sia la crisi, di cui tanto si parla, sia la mancanza di riferimenti per le nuove generazioni stanno portando miseria e infelicità. E rabbia. Rabbia che si traduce in violenza, contro se stessi o verso gli altri. La speranza è che venga compreso in tempo il rischio che tutti stiamo correndo.

Sperando di rivederci presto, ti ringrazio di cuore per la bellissima intervista!

Il sole illumina implacabile l’andirivieni di piccole esistenze, uomini e donne che si aggirano impazziti, inconsapevoli dell’inutilità delle loro vite, della piccolezza delle loro ambizioni. Ognuno con il suo buio dentro, ognuno con il proprio inferno.
Negli occhi che incrocia camminando, Alex Nero vede solo rabbia, frustrazione, rassegnazione. La crisi senza fine degli ultimi anni ha colpito tutti. È iniziata con l’euro e l’ingresso in Europa, che ha dimezzato tutti gli stipendi. Poi la crisi finanziaria, una crisi di numeri, che ha eroso conti in banca e certezze. I disoccupati aumentano ogni giorno, e nessuna famiglia riesce a farsi bastare più nemmeno due stipendi. Se continua così, pensa Alex, ci sarà una rivoluzione. I banchieri e i potenti che sono seduti nelle stanze dei bottoni non capiscono che la miseria crea disperazione, e quando la gente è disperata e non ha più qualcosa da perdere, diventa pericolosa. [pag. 192, Nemmeno il tempo di sognare, Marsilio 2013]

Nessuno è indispensabile di Peppe Fiore

nessuno indispensabile fiore[…] Il momento successivo, l’attesa della risposta del pubblico, era quello che temeva di più. E la risposta fu lapidaria: dieci secondi di silenzio. Dieci secondi, alla fine di quel discorso, pesavano trent’anni. Trent’anni di lotte, di manifestazioni della Cgil a braccetto coi compagni della sezione Majakovsij di Borgata Finocchio, picchetti, campeggi a Caorso, notti di attacchinaggio, rincasate all’alba con la moglie che urla perché puzzi di colla e sporchi le lenzuola, e abbassa la voce che svegli i ragazzini, e vattene fuori di casa, e dormi in macchina, e le risate in sezione il giorno dopo, e Guccini, e Rino Gaetano, e Stefano Rosso, «che bello | due amici una chitarra e uno spinello», e le occupazioni di Pietralata per fare il centro sociale, e le ronde, e il cineforum, e il presidio sotto al ministero, e i gruppi di recupero dall’eroina, e i funerali di quelli che invece c’erano rimasti sotto, la sensazione di essere gli unici sopravvissuti della Storia, ma la vita continua, e allora le foto delle ferie a Cuba col sigaro in bocca e il ciuccio e il bambino emaciato, davanti al murales di Fidel Castro, e insomma tutto quell’armamentario di comunismo elementare e borgataro che per trent’anni aveva tenuto insieme migliaia di Arturo Melogna in tutto il mondo, e che infatti quel martedì mattina si confermava finito per sempre, senza nessuna speranza di remissione. Così. Dieci glaciali, interminabili secondi in cui il sindacalista della Montefoschi fissò ad uno ad uno i dodici spettatori mentre i dodici spettatori fissavano lui.

Dal romanzo surreale Nessuno è indispensabile (anche in ebook) di Peppe Fiore, Einaudi 2012. Scheda sul sito dell’editore.

Un’inspiegabile catena di suicidi sta falcidiando i dipendenti della Montefoschi, fiorente azienda casearia laziale. L’indolente ricerca di motivazioni fa emergere il ritratto di una generazione fallita, sola e corrotta. Non si salva nessuno, perché nessuno è – appunto – indispensabile. Il che spiega molto di ciò che sta accadendo in questi giorni ai piani alti. Letto con una certa mestizia, consigliabile, per lo più.