“Numero Zero” di Umberto Eco

numero zero[…] Ma la Fresia si sentiva evidentemente frustrata e aveva cercato di suggerire qualcosa che fosse nelle sue corde: “Ci avviciniamo alla prima selezione del premio Strega. Non dovremmo parlare di quei libri?” aveva chiesto.
“Sempre con la cultura, voi giovani, e per fortuna che non si è laureata, altrimenti mi proporrebbe un saggio critico di cinquanta pagine…”
“Non mi sono laureata ma leggo.”
“Non possiamo occuparci troppo di cultura, i nostri lettori non leggono libri ma al massimo La Gazzetta dello Sport. Però sono d’accordo, il giornale non può non avere una pagina, non dico culturale, ma diciamo di cultura e spettacolo. Però i fatti culturali emergenti vanno riportati in forma di intervista. L’intervista con l’autore è pacificante, perché nessun autore parla male del suo libro, quindi il nostro lettore non viene esposto a stroncature astiose, e troppo surcigliose. Poi dipende dalle domande, non bisogna parlare troppo del libro ma far venire fuori lo scrittore o la scrittice, magari anche con i suoi tic e le sue debolezze. Signorina Fresia, lei si è fatta una bella esperienza con la creazione di affettuose amicizie. Pensi a un’intervista, ovviamente immaginaria, con uno degli autori oggi in lizza, se la storia è d’amore strappi all’autore o all’autrice una rievocazione del suo primo amore, e magari qualche malignità sui concorrenti. Faccia di quel maledetto libro una cosa umana, che la capisca anche la massaia, e così non avrà rimorsi se poi non lo legge – e d’altra parte chi legge mai i libri che i giornali recensiscono, di solito neppure il recensore, cara grazia se il libro lo ha letto l’autore, e a vedere certi libri a volte si direbbe proprio di no.”
(da Numero Zero, Bompiani, pag. 68-69)

Quindi Umberto Eco vuol dirci qualcosa, ma non si sa bene cosa. Forse che non bisogna fidarsi dei giornali, o dei giornalisti, o degli intellettuali, o della Storia così come la conosciamo. O forse che ci siamo assuefatti a tutto, a tutto davvero, e non c’è più speranza.
I messaggi, sebbene condivisibili, sono convogliati in una storia che sembra scritta di malavoglia, poche pagine datate che si chiudono in modo un po’ frettoloso. Approssimativo, come approssimativi sono i tentativi della squadra scalcinata che dovrebbe mettere in piedi un nuovo quotidiano, Domani, di proprietà di un noto imprenditore che ha le mani in pasta in svariate e molteplici attività.
Però il quotidiano non s’ha da fare, è un’arma potenziale nelle mani dell’imprenditore, che lo userà come chiave per avere accesso ai “salotti che contano”. (Siamo negli anni Novanta, va detto). Ma la squadra non lo sa e si impegna al massimo. Fino a quando uno di loro non si imbatte nella madre di tutti i complotti e inizia a scriverne. Per finta. Veramente. Entrambe le cose.
Anche se ad alcuni Numero Zero non è sembrato all’altezza dell’Autore ai suoi massimi –  ma a Umberto Eco si può perdonare anche questo – viene comunque il sospetto che si sia trattato di una mossa deliberata e che il messaggio di cui sopra – Non fidatevi! – valga in primis per i lettori di questo libro. Che in ogni caso si fa leggere, va detto.

Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto

20130523_190827Mi capita raramente di essere al posto giusto nel momento giusto, ma per mero caso (rectius: grazie all’invito di Luca Poldelmengo) mi sono ritrovata nella-a-me-sconosciuta Biblioteca Angelica di Roma il giorno in cui Alessandro Perissinotto presentava Le colpe dei padri (Piemme) introdotto dal giornalista Paolo Conti e dallo storico e politico Miguel Gotor. Ora, se mi è permessa una notazione di colore, mi sembra che l’importanza del romanzo, il fatto stesso che l’autore fosse candidato al premio Strega (in quel momento era ancora tra i dodici preselezionati, non sapevamo che sarebbe arrivato primo della cinquina anche se un vago sentore c’era già), abbia in qualche modo influenzato la scelta del luogo della presentazione. Una biblioteca antica, in pieno centro storico, con un parterre di invitati decisamente selezionati (dei quali, sempre se mi è concesso, io, Poldelmengo e signora abbassavamo la media d’età di almeno un terzo), dà proprio l’idea di “letteratura alta”. Niente da obiettare, anzi, apprezzo l’impegno che l’editore ha speso nell’organizzare le cose al meglio; la considerazione riguarda un po’ il meccanismo dello Strega, il fatto che quando un romanzo entra nell’ingranaggio sale automaticamente di livello e in qualche modo si discosta dal pubblico “ampio” per rivolgersi a una nicchia selezionata. Almeno in questa fase. Se poi – come ci si augura – l’esito sarà fausto, allora si percorre la strada inversa, la massima visibilità finalizzata alla massima diffusione.

Le colpe dei padri (che non ho ancora letto, culpa esclusivamente mea) copre un arco temporale che va dagli anni Settanta (terrorismo, lotte operaie, autunno caldo, fino al sequestro Moro…) ai giorni nostri. La Torino operaia di allora è diventata una capitale internazionale. I due mondi si incrociano in un gioco di contrappassi di identità tra il figlio di un operaio e il figlio di una famiglia dell’altissima borghesia. I temi portanti del libro sono quindi la questione storico-politica degli anni di piombo e il tema della doppia identità.
L’intervento di Gotor rimarca che “la vita è la differenza tra ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere”. C’è un décalage: sogni–> ambizioni–> frustrazioni.
Il protagonista, Guido Marchisio, cade progressivamente in una sorta di ossessione. Ha una bella vita, una bella famiglia, un bel lavoro, ma ha anche una predisposizione alla nevrosi dovuta a un “buco nero” della sua infanzia: è stato adottato dopo un incidente stradale in cui hanno perso la vita entrambi i genitori e di quel periodo della sua vita lui non conserva memoria. Il 26 ottobre 2011 – un giorno qualunque, per molti di noi – la sua vita subisce una sterzata improvvisa: possibile che lui abbia un gemello? Da quel momento in poi Guido affonda in una spirale perversa. Alla sua vicenda personale si intreccia quella della sua azienda, divenuta bersaglio in quanto simbolo della crisi. Guido si arma per proteggersi da “attentati” che in realtà sono una parodia di attentati reali ma altrettanto assurdi. Non c’è mai un vero rischio, eppure lui si percepisce perennemente in pericolo.
Le colpe dei padri non è un romanzo di denuncia ma incarna lo “spirito del tempo”: la rinuncia, più che la lotta, la sfiducia nella politica e nell’ideologia. Perissinotto ha la capacità di connettere crisi economica, sociale e storico politica, ma sono pre-testi per innescare lo scavo esistenziale e psicologico dei personaggi che mette in scena. Le colpe dei padri è anche un romanzo sul conflitto generazionale.

Alessandro Perissinotto replica di non sapere se il suo libro sia politico o meno.
La politica – «C’è un narratore. Quel narratore sono io, è la prima volta in quindici anni che mi lascio andare a uno spazio biografico. Ma nessuno dei personaggi ha la mia idea politica. Negli anni Settanta tutto era “impegno”. Anche le frasi sulla politica sono “scontate”.»
I personaggi – «L’unico personaggio privo di spessore è il capo di Marchisio, Marani. Amo costruire personaggi che racchiudano in sé sia il bene che il male, per renderli credibili. Marani invece è il cattivo dei film perché non rappresenta UNA persona, ma IL sistema.
Marchisio, che a 46 anni abbandona la moglie e inizia una relazione con una stagista, guadagnandosi così la stima e l’approvazione dei suoi capi, è espressione di un meccanismo economico. Marchisio è il prototipo del personaggio che detestiamo e il protagonista della realtà che celebriamo.»
La metafora – «È un’operazione che mi è sfuggita. Non ho cercato di usare metafore negli altri romanzi, mentre questo è zeppo di metafore. L’amnesia di Guido è un espediente narrativo, ma è anche metafora di un’amnesia che collettivamente abbiamo costruito intorno agli anni Settanta. Archiviati come “anni di piombo”, in realtà sono stati anche anni fecondi in cui abbiamo conquistato molti diritti. Che ora stiamo perdendo: diritto alla salute, alla partecipazione, a essere istruiti.»
Il tempo – «Ho fatto una scelta: il tempo è circolare e non lineare. Arrivato a cinquanta anni, mi sembra che i ricordi inizino ad avere un valore.»
Ma mentre Perissinotto racconta i suoi ricordi (lui, di famiglia di estrazione operaia, studente di un istituto tecnico, che andava con la scuola a visitare gli stabilimenti della FIAT, il pullman che passava davanti agli occhi degli operai, il potenziale sbocco lavorativo ambìto e temuto, la determinazione che lo porta lontanissimo da lì, addirittura a insegnare all’Università e a concorrere per il premio Strega), la mia allergia all’acaro della polvere prende il sopravvento. Sono costretta a uscire per non disturbare l’uditorio con imbarazzanti starnuti. Da quel che ho sentito, però, mi sembra che Le colpe dei padri sia all’altezza del percorso che sta compiendo. Sicuramente lo è l’autore, al quale va un enorme in bocca al lupo per la serata finale al Ninfeo di villa Giulia.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile

fabioenipoteSiamo giunti al decimo appuntamento. Non male per uno che ha ormai un piede e tre quarti nella tomba (mia fissazione e alla fine ci azzecco). Tanti libri, qualche riflessione ponzatoria, alcuni contributi dalle tazze esterne. Che volete di più? (un lucano…).

Soprattutto un aumentare consistente di lettori da gabinetto che mi riempie di orgoglio. Nel mio condominio ormai tutti hanno incorporato questa esaltante abitudine. Ho fatto mettere nella sala sociale una serie di tazze in circolo dotate del relativo sciacquone. Praticamente il primo gabinetto di lettura vero e proprio della storia.

Sono arrivati tutti e tutti lì seduti come natura comanda dopo avere tirato a sorte i relativi posti che ognuno aveva il suo preferito. Io mi sono ritrovato accanto, da una parte la sora Maria, un donnone spropositato che ha tappato tutta la tazza e, dall’altra, il sor Eugenio che, invece, se non si attacca saldamente ai lati finisce per affogarci dentro. La parola al “professore”, cioè al sottoscritto, che ha delineato in breve il succo dell’incontro. Ognuno a ruota libera tenendo sempre presente la lettura in primo piano. E ruota libera è stata con una serie di proposte davvero stimolanti: fumetti, ricette, giornali, riviste, poesie, romanzi rosa, pure le sfumature che vanno di moda con il serpente mostruoso del sor Pasquino che, affacciandosi inopinatamente come pitone acquatico fuori del water, attirava occhiate interessate di qualche vispa condomina coinvolta dalle succitate sfumature. Alla fine ho distribuito diversi gialli classici e ho rifilato pure, con studiata nonchalance, i miei tre gialletti che saranno oggetto del prossimo incontro. Poi tirata di sciacquone finale e tutti a casa felici e contenti anche se un po’ paonazzi per lo sforzo profuso.

Durante questo mese ho ripreso in mano l’Iliade che non posso stare troppo tempo senza leggere di morti e di battaglie (da visita psichiatrica). Avete visto quanti scontri per non far cadere il corpo di un soldato ucciso in mano al nemico? Per quello di Patroclo si fa un casino del diavolo e ci si mettono pure gli dei. Allora sì che ci tenevano ai propri compagni di viaggio! (pure in terra stecchiti). Oggi se ti potessero accoltellare da vivo…

È uscita la nuova traduzione dell’Ulisse di James Joyce, Einaudi 2013, per opera di Gianni Celati. Una volta mi sono messo di buzzo buono sulla tazza con il malloppone artistico ma dopo un po’ sono scivolato, ho battuto il capo sul lavandino di fronte e sono quasi svenuto. (mi dicono però che questa traduzione sia molto più scorrevole della precedente, nota della Buccheri)

Il declino della violenza nella società secondo Steven Pinker. Insomma siamo tutti più buoni. Vallo a dire alle centinaia di donne che ogni anno vengono picchiate, violentate, stuprate e uccise nel nostro paese!

I casini dello Strega, uno dei premi più ambiti degli instancabili facitor di parole (qua l’elenco dei 26 libri presentati, n.d.b.). Quello esce, quell’altro vuole entrare, critiche, sotterfugi, sgambetti, coltellate nella schiena. Io sono sempre per la soluzione dell’altra volta che non sto a ripetere. Sui premi tempo fa scrissi questa goliardata che poi tanto goliardata non è.

Test sui cinque milioni di libri di letteratura pubblicati dal 1900 al 2000. Sempre più rare le parole come felicità, rabbia, disgusto. Resiste la paura”. Da parte mia resiste orgoglioso anche un “vaffa” a chi ha tempo da perdere con queste cazzate.

Sono usciti i libri a 0,99 centesimi e tutti giù a comprarli (400.000 in una settimana). Non è che manchi la voglia di leggere. Mancano proprio gli sghei.

Siamo tutti più ignoranti, più analfabeti. Ce lo ricorda una ricerca, ce lo ripete Tullio De Mauro. Io no ci creddo pe gnente.

Se non sapete cosa sono i Vedovi Neri (fate finta di non saperlo per farmi contento) vi consiglio caldamente di conoscerli. Qualche titolo: I racconti dei Vedovi Neri, Dodici casi per i Vedovi Neri, I banchetti dei Vedovi Neri e Gli enigmi dei Vedovi Neri pubblicati dalla Minimun Fax negli anni 2006, 2007, 2008, 2009 (beccati tutti e quattro).

Ed ecco una spiegazione dell’autore, il grande Isaac Asimov “Thomas Trumbull, Mario Gonzalo, Emmanuel Rubin, Roger Halsted, James Drake, Geoffrey Avalon: sono i nomi cui corrispondono gli stimati membri del club dei Vedovi Neri. Sei gentiluomini, forse un po’ troppo litigiosi, che ogni mese si riuniscono in un ristorante per mangiare cibi raffinati, bere del buon brandy e conversare amabilmente. Hanno con sé Henry, il fidato cameriere che democraticamente hanno eletto a membro onorario del club, e a ogni riunione invitano un ospite, che meno democraticamente tormentano, in sei contro uno, con il loro “interrogatorio”, “Come giustifica la sua esistenza?”, chiedono i Vedovi Neri al malcapitato di turno. Si sviluppa così un vivace contraddittorio, fatto di arguzie e provocazioni, riflessioni filosofiche ed erudizione storica, che non tarda a colorarsi delle tinte del mistero quando l’ospite, rivelando un dettaglio della sua vita, innesca involontariamente un piccolo o grande enigma alla cui soluzione si dedicheranno i sei… i sette Vedovi Neri”.

Aggiungo qualcosa anch’io. Ogni personaggio svolge un proprio lavoro e ha una sua caratteristica che lo distingue dagli altri: Rubin è uno scrittore di gialli alto un metro e sessantacinque, porta occhiali con due lenti spesse ed ha una barbetta rada che sembra vivere per conto suo; Halsted insegna matematica, è timido, interviene spesso in modo esitante ed è attirato dalle torte; Drake fa il chimico, fuma come una ciminiera, ha la voce bassa e roca; Avalon è avvocato, alto un metro e ottantotto, il criticone dalle sopracciglia scure (anch’esse sembrano avere una vita propria come la barbetta di Rubin) che fuma la pipa; Gonzalo dipinge, sembra un “d’Artagnan tirato a lucido” con “la lunga chioma”, gli occhi grandi e un po’ sporgenti e disegna la caricatura degli ospiti, mentre Trumbull lavora per il governo come esperto di codici cifrati, arriva sempre in ritardo, è aggressivo con tutti. Per renderli vivi e veri ad Asimov basta un accenno, una lieve pennellata, un aggettivo o un verbo al posto giusto. Non c’è bisogno di tanti ghirigori come succede agli scrittori modesti.

Chi risolve i problemi dopo lunghe e spesso divertenti discussioni è però Henry, il cameriere dal “viso liscio malgrado i suoi sessant’anni”. Gli argomenti che vengono affrontati sono di varia natura e vanno da quelli più modesti e frivoli ad altri più corposi che riguardano la scienza, il cosmo, i problemi dell’editoria, del fumo, ecc…

Nelle note in fondo ad ogni racconto l’autore spiega l’occasione in cui è nato e rivela aneddoti e curiosità della sua vita (ha letto tre volte Il signore degli anelli di Tolkien, non sopporta il fumo, suo idolo è Agatha Christie ecc…) con il solito stile lieve, elegante, garbatamente ironico e talvolta anche autoironico, rara avis negli scrittori di qualunque tipo e caratura.

Un vero godimento della parola.

Oggi non la faccio lunga e consiglio solo un altro libro per lasciare il posto ai contributi esterni che sono polposi. Hanno ammazzato Montalbano di Mario Quattrucci, Robin edizioni 2013.

Questo beccatevelo. Un libretto tascabile. Piccolo, piccolo, da mettere in tasca (appunto), portarselo dietro e tirarlo fuori al bisogno (il libretto). In qualsiasi luogo e qualsiasi momento. Leggerezza. Ecco, se dovessi esprimere la mia prima sensazione dopo lettura, direi leggerezza. Di stile e contenuto. Cinque racconti leggeri, gradevoli, spiritosi. Ironici e autoironici. Con il commissario Marè (Marelli) che si intrufola nelle storie come fosse a casa sua. Il racconto centrale è quello che dà il titolo al gioiellino (oggi sono sotto l’influsso benefico dei nipotini). Un convegno all’Università della Sapienza per un dibattito letterario su “un possibile paesaggio del giallo all’italiana”. Riuniti tutti protagonisti delle storie (sì, avete capito bene): “i commissari, gli ispettori, i sergenti, gli avvocati, i magistrati, i giornalisti…” e insomma tutta quella banda di indagatori di professione e non che strapiombano le librerie dell’italico suolo. Ucciso il più noto, il più famoso, il commissario Salvo Montalbano in pieno centro di Roma. La Mafia, naturalmente, ma Marè storce la bocca. Troppo facile. Si siede ad un tavolino del bar “Boschetto”, apre il suo bel quadernetto che si porta sempre appresso e incomincia e segnare i possibili indiziati…

Non aggiungo altro. Tutti i trucchi e tutta la tecnica del giallo (sospetti, sparizioni, il passato che ritorna ecc…). Qualche pizzicotto in qua e là (vedi certi “filmetti di CSI”) e, se la verità uscita dalle “cose” lascia un po’ perplesso il lettore e lo stesso autore, è “cosa” di poco conto nel computo generale. Scrittura veloce, sapiente, incorniciata con un linguaggio spiritosamente aulico intriso di modi di dire, battute, dialetto popolare e insomma un impasto delizioso che apre la bocca al sorriso. Personaggi sbloccati con pochi tocchi e c’è pure un profumo di buona cucina e di vinello garzoncello che ti solletica l’appetito.

Bellino. Ma parecchio, parecchio (alla toscana è un complimentone).

E ora spazio alle tazze esterne! Iniziamo con quella di Livio Romano. Però prima ricordiamo alcuni suoi lavori: Diario elementare, Fernandel 2012; Il mare perché corre, Fernandel 2011; Calypso mon amour, Manni 2009; Niente da ridere, Marsilio 2007 e Mistandivò, Einaudi 2001.

“Il giorno di una vigilia di Natale dal barbiere lessi un racconto di tal Pier Vittorio Tondelli. Mi parve roba scottante, estremamente scoppiettante, piena di ritmo e verve e vitalità, totalmente intrisa della tradizione avanguardistica eppure così fresca, comunicativa, festosa. Dopo le vacanze portai il giornale alla mia prof. Mi guardò male. Non aveva mai sentito parlare di Tondelli. Lei. Come osi propormi un autore che io non conosco? Prese nota. Dopo una settimana tornò con quella che fino a quel giorno era l’opera completa dello scrittore emiliano. Mi chiamò alla cattedra, mi bisbigliò: “È un assoluto genio, ma non mostrare questi libri al professore di religione sennò ti scomunica”, e ridacchiò. Altri libertini. Uscito per la prima volta con Feltrinelli. Subito sequestrato su tutto il territorio nazionale dall’allora celeberrimo Questore di L’Aquila il quale censurava tutto ciò che secondo lui offendesse la pubblica morale e la religione nazionale. Un caso. Uno spartiacque. Un libro-confine. Tutto quel che c’è prima e tutto quel che c’è dopo. Sì ok. Tondelli è solo uno degli scrittori delle pianure, per parafrasare il pur immenso Celati del quale Lunario del paradiso è uno degli altri miei libri-imprinting. Ma nei racconti di Altri libertini c’era una forza in più, un’energia, un’esuberanza, un amore per la vita e per lo stare al mondo che fu capace di resettare qualsiasi cosa fosse stata fatta fino a quel momento. Il neorealismo e la propensione anti sperimentalista di Pasolini in primis. Amore per l’esserci che aveva addirittura – lo sentivo bene, io, allora ancora inquieto frequentatore di parrocchie – un che di religioso. E quando poi ho approfondito l’opera di Tondelli, e letto quel che se ne scriveva all’epoca e – dopo la morte a 36 anni per AIDS, nel 1991– quel che si è scritto dopo: ho constatato che lo scrittore, come spesso accade ai narratori omosessuali italiani, era profondamente cattolico, e che il maggior studioso italiano è il gesuita Antonio Spadaro. Corse in automobile e nichilismi da eroina, farsi belli per girare per party (iniziavano appena i rutilanti Ottanta) e rimorchiare per la serata. Grandissime sofferenze d’amore (gli “scoramenti”) e grandissime resurrezioni. Una folgorazione. Non avrei mai scritto un rigo se non avessi letto quel libro…”.

Continuo con il contributo di Romano De Marco autore, tra gli altri, di A casa del diavolo, Time Crime 2013; Ferro e fuoco, Pendragon 2012 e Milano a mano armata, Foschi 2011.

La caduta di Giovanni Cocco – Nutrimenti edizioni 2013.

L’autore è uno bravo, questo me lo avevano assicurato in tanti, compreso Raul Montanari che lo ha avuto come allievo al suo corso di scrittura creativa (caso più unico che raro, in Italia, di vera e propria fucina di talenti destinati a pubblicare con editori importanti).  A rincarare la dose è arrivato il giudizio di Giulio Mozzi (scrittore apprezzato nonché uno dei migliori editor italiani contemporanei) che di certo non dispensa complimenti a vanvera. Insomma, mi sono avvicinato alla lettura di La caduta di Giovanni Cocco con la strana sensazione di non potermi aspettare alcuna sorpresa, viste le aspettative già così alte in partenza. Sono bastate dieci pagine per fare tabula rasa di ogni preconcetto e lasciarmi rapire dalla lettura di quello che non esito a definire come un vero e proprio capolavoro. Fa bene Mozzi a paragonarlo ai grandi romanzi americani del novecento. Nell’intreccio di trame e personaggi abilmente ordito dall’autore, si respira l’aria della grande letteratura contemporanea, la consapevolezza di trovarsi al cospetto di qualcosa di nuovo e, allo stesso tempo, rigorosamente classico. La caduta dell’occidente, raccontata attraverso un complesso gioco di incastri narrativi ambientati nell’ultimo decennio, viene fotografata senza compiacimenti, senza clamore, con una lucida tragicità a tratti raggelante ma sempre e comunque vera, convincente, drammaticamente viva. Stilisticamente l’autore ha operato un gioco di “sottrazione” che ha reso la prosa asciutta e tagliente, implacabile nel racconto di una realtà “fotografata” da punti di vista originali e illuminanti.

Un romanzo magistrale, primo tassello di un progetto narrativo più ampio da parte di un autore del quale sicuramente dovremo abituarci a sentir parlare bene e spesso.

Per terminare due interventi della nostra inossidabile Patrizia Debicke (sempre la Debicche). Bianco come la notte di Stefano Mazzesi, Foschi 2012.

Nella notte di giovedì 16 mese? Maah??? Comunque tardo autunno/inverno, Michele Rio, Dj di Radio Lilla, mentre va a un appuntamento in un locale di Marina di Ravenna, apprende dalla polizia che il cadavere irriconoscibile e barbaramente scempiato di una giovane donna è stato ritrovato sulla spiaggia Lido Adriano. Michele Rio sta sulle spine e frigge. Teme di conoscere l’identità della morta. Da giorni infatti una ragazza gli telefona ogni mattina alla radio: alla ricerca  della sorella scomparsa…

Giallo farraginoso con tanta carne al fuoco, truculento (feriti, morti, orride carneficine e per unico indizio comune un clown tatuato) ambientato in inverno nella riviera Ravennate con la nebbia che acceca, la corruzione malavitosa che impera mentre la prostituzione e il contrabbando, in mano a un clan locale diretto da una paralitica, hanno stretto alleanza con la mafia albanese.

Boh! Per chi ama il genere…

L’invisibile di Pontus Ljunghill, Guanda 2012.

Definirlo solo thriller come fa la casa editrice mi pare riduttivo. Mi pare piuttosto un solido e ben costruito giallo classico (e persino storico, visto che è ambientato nell’altro secolo) che rispetta una procedura d’indagine da manuale pur introducendo fin dall’inizio la terribile ossessione dell’assassino.

Stoccolma 1953: il bicchiere di saluto ai colleghi fa del commissario Stierna un uomo stanco, zoppicante e avviato alla pensione, a soli cinquantanove anni.

Chiude le valigie, lascia la capitale e la sua meta è un albergo di Visby nell’isola di Gotland, bella e interessante con la sua cinta medievale: un incrocio tra la vecchia Stoccolma e una città mediterranea. Ma Stierna è un uomo solo, inquieto con troppi ricordi e soprattutto lo rode l’angoscia di uno orrendo omicidio che non ha saputo risolvere tanti anni prima, quando era ancora molto giovane.

La telefonata e l’arrivo di un giornalista, che intende scrivere una serie di articoli sui crimini svedesi e vorrebbe cominciare proprio da quello, lo costringe a tornare indietro nel  passato e poi scoprire quanto gli era vicina la soluzione.

Un grazie sentito soprattutto ai nuovi intervenuti.

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

(e per fortuna che c’è il Lotti, aggiungo io, che se aspettate i miei tempi di lettura e scrittura… evviva il gabinetto di Lotti e dei suoi compagni di ponzamento 🙂 )

Mentre voi pensate allo Strega…

…accalcati e accaldati al Ninfeo di villa Giulia a conteggiare freneticamente un voto in più o in meno per assegnare il premio meno significativo dell’Italia contemporanea, a commentare se la vittoria fosse o meno giustificata, a sottolineare le evidenti sbavature lessicali di conduttori e scrittori sudati, Andrea Camilleri ha vinto il CWA International Dagger per il miglior romanzo straniero con The Potter’s Field (Il campo del vasaio).
No, ma voi continuate pure a guardare il vostro ombelico, non sia mai doveste perdervelo 🙂

E complimenti anche a Steve Mosby per il CWA Dagger in the Library.

Torno al mio letargo estivo 🙂