Le gialle di Valerio/20: Palermo criminale

palermo criminaleAntonio Pagliaro (a cura di)
Palermo criminale. Il grande romanzo della città
Laurana 2014
Racconti gialli

Palermo. I dodici mesi da gennaio a dicembre 2004. È l’anno della promozione della squadra cittadina rosanero in serie A, governa Berlusconi in Italia. I primi giorni dell’anno la 50enne Enza decide di farla in qualche modo finita col marito Enzo, al sesto piano del condominio di via Resuttana, gli ripropone di vendersi l’OASI BAR,  flirta alla finestra con due albanesi, s’incazza con la vicina (forse amante) Vitalba Zappalà. Gli ultimi giorni dell’anno la 19enne Martina Scibona, appena diplomata, cantante in fieri, orfana di madre da quasi 7 anni, padre a casa traumatizzato per un altro incidente e in amnesia totale (dopo un’ora ri-scorda tutto), all’ennesima triste rivelazione decide di farla finita. In mezzo ci sono altre dieci narrazioni, più o meno ispirate a storie vere, meno o più intrecciate le une alle altre.

Per un editore milanese undici scrittori e una scrittrice siciliani, perlopiù proprio palermitani, nati fra il 1958 e il 1975, mai esordienti, raccontano la città: Ugo Barbàra, Irene Chias, Domenico Conoscenti, Giorgio D’Amato, Nicolò La Rocca, Alessandro Locatelli, Mauro Mirci, il 47enne Antonio Pagliaro, Gery Palazzotto, Gaetano Savatteri, Salvo Toscano, Nino Vetri hanno scritto in parallelo un affresco corale di Palermo (per quanto Savatteri sia nato a Milano e altri vivano ora altrove), in dodici episodi collocati nei vari mesi, un poco più spesso in prima persona piuttosto che in terza. L’esperimento riesce bene, alcuni racconti sono davvero efficaci, tutti ben scritti. La mafia resta sullo sfondo e le dinamiche criminali sono universali per quanto contestualizzate con il tipico accento.

(Articolo di Valerio Calzolaio)

“GialloLuna NeroNotte”: premio letterario nazionale dedicato agli autori di giallo, thriller e noir

TypewriterÈ giunto alla terza edizione il Premio GialloLuna NeroNotte, promosso dall’associazione culturale Pa.Gi.Ne., organizzatrice a Ravenna del Festival letterario GialloLuna NeroNotte, e realizzato in collaborazione con Il Giallo Mondadori.

Il racconto vincitore verrà premiato durante la 13ª edizione del festival GialloLuna NeroNotte (in programma fine settembre-ottobre 2015) dal direttore editoriale de Il Giallo Mondadori, lo scrittore Franco Forte, e sarà successivamente pubblicato nella rinomata collana Mondadori.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale:
“Premio GialloLuna Mondadori”
c/o associazione culturale Pa.Gi.Ne.
via Corezolo 47
48121 Ravenna.
Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it

Il termine ultimo per presentare i racconti inediti è il 30 aprile 2015.

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori” in edicola.

La pregiuria, composta da Federica Angelini (giornalista e traduttrice), Antonella Beccaria (giornalista e scrittrice), Matteo Diversi (libraio e promotore di eventi letterari), Nicola Lombardi (libraio e scrittore), Adele Marini (scrittrice e giornalista), Vania Rivalta (giornalista) esaminerà i racconti in concorso e ne selezionerà cinque.

La giuria finale, composta da Nevio Galeati (presidente associazione Pa.Gi.Ne. e direttore artistico del festival GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) e Franco Forte (direttore editoriale de Il Giallo Mondadori e presidente della giuria), stabilirà il vincitore assoluto.

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio all’indirizzo mail: gialloluna@racine.ra.it

Sveltine di Inachis Io

sveltine Inachis IoSi va dalla passione per il cioccolato all’amore di una vita, dalle relazioni virtuali all’amore “rubato” (ma sarà poi davvero così?), dal tradimento al classico ménage a trois, dall’amore irrimediabilmente perduto al futuristico “social sex” del futuro… Brevi racconti di raffinato erotismo conditi spesso dal sentimento, o almeno dalla passione divorante.

Il misterioso autore si cela dietro lo pseudonimo di Inachis Io. Di lui sappiamo che è un uomo sposato (capito, donne?) con figli che nella vita lavora con le parole e per passione scrive racconti che pubblica (anche) sul sito Dire fare l’amore.

15 racconti che si leggono in un tempo brevissimo (quindici, dieci minuti, anche meno), pubblicati da Emma Books e disponibili solo in formato elettronico. Questo è il link per acquistarli su Amazon a un prezzo più che accessibile.

I titoli:

Il gioco
Sai tenere un segreto?
Il primo bottone
Passepartout
Cose che possono succedere alla tua vita sessuale in dieci minuti
Dopamina
Calibro 18
iSex
Finestra sul cortile
Strip poker
Adrenalina
Il reggiseno no
La venticinquesima ora
Quattro chiamate senza risposta
La scopata al contrario

Buon Natale Mr Yao, un racconto di Paolo Gardinali

Christmas-Bike(La foto sopra è tratta da qui)
La buona notizia è che siamo sopravvissuti alla profezia Maya. La cattiva notizia è che a questo punto non c’è scampo a “quel” periodo dell’anno, che ormai si avvicina inesorabilmente.
Vi ripropongo quindi la traduzione di un racconto “a tema” di Paolo Gardinali che qualcuno di voi ricorderà perché era già nel blog che non si può nominare (per la cronaca, adesso sia l’intera redazione che tutti i blog del network non esistono più, interamente assorbiti da un altro circuito – cancellati, in una parola).
Ringrazio Paolo per la disponibilità e per l’amicizia e gli rinnovo la mia stima, oltre che gli auguri di buone feste 🙂

Per gli anglofoni, il racconto in originale.
Per gli altri, buona lettura!

Buon Natale Mr Yao

Quando il monitor passò da bip-bip a waaaah, Mike ebbe la certezza che la sua carriera era praticamente finita. Con la sua breve esperienza da programmatore di software e il suo miserabile fallimento come sceneggiatore TV all’inizio del secolo, era piuttosto prevedibile che avrebbe finito con il prendersi cura degli anziani. Che altro c’era da fare, alla fine? La vita non è forse come un sushi roll – un capolavoro delicato e accuratamente cesellato da divorare in un unico, avido morso? O piuttosto come una bella cagata, che ponga fine a tutto, e il fetore generato nel processo come prova del successo della transazione?

Ma forse la vita è solo la ricerca infinita della metafora adatta… Così rifletteva Mike, cercando di sorridere alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno. I suoi soffici capelli grigi stavano diventando sempre più radi, le cicatrici del cancro alla pelle rimosso dal laser segnavano naso, mento e collo. Scuri solchi e valli nella luce incerta del primo mattino.

“Buon Natale”, disse alla sua immagine riflessa.

Controllò quale dei suoi stracci appesi sembrasse mettibile. Quindi rovistò cercando i calzini, frugando nella pila di abiti conservati nel piccolo ripostiglio che separava la porta del bagno dalla zona della stanza da letto, cucina e soggiorno. Tirò fuori una pila di abiti, tutti uniformi di colore grigio, e li gettò sul pavimento. In fondo al ripostiglio trovò ciò che stava cercando: una scatola di cartone deformata e polverosa, che forse un tempo aveva contenuto scarpe da tennis.

Infine appuntò il suo tesserino di riconoscimento sul bavero. “Michael G. Giuliano, infermiere” c’era scritto a lettere piccolissime. Anche se realmente non aveva importanza quanto piccole fossero le lettere, naturalmente, o cosa ci fosse scritto o anche se lo indossasse o meno. Tutti i documenti personali erano ormai resi obsoleti dai biochip identificativi. Tuttavia continuava a trovare l’oggetto “confortante”. Gli piaceva tenere in mano quel pezzo di metallo dorato senza valore, le lettere incise sotto i suoi polpastrelli, sentendone il calore sotto il suo tocco. Era come se il suo essere si mettesse in contatto con un ingranaggio immaginario che ancora si muoveva lentamente, un pezzo di puzzle che ancora non era stato raso al suolo, bruciato o irrimediabilmente perduto.

Più o meno alla stessa ora, trent’anni prima, Mike sarebbe stato sul punto di uscire da casa per inforcare la sua moto BMW e dirigersi verso il suo cubicolo nella zona industriale a nord della città. “Dove ci sono le cose cool” recitava lo slogan della sua azienda, con tanto di virgolette, l’incubatrice del prossimo clone di Google. Si sarebbe fermato sulla strada per prendere un “latte”, quindi si sarebbe riimmerso sulla 101, forse avrebbe fatto qualche chiamata mentre si destreggiava tra ingorghi del traffico. Mike si sarebbe goduto il gusto del liquido ricco e quasi bollente, il paradiso della caffeina e del grasso. Avrebbe smaltito la prima in poche ore di lavoro. Quanto al secondo, avrebbe preso nota mentalmente di bruciarlo quello stesso weekend, correndo in bicicletta con i suoi amici su e giù per le colline.

Mike chiuse gli occhi, focalizzando mentalmente sull’immagine del bicchiere di carta del “latte”, quindi bevve un sorso dalla tazza tiepida che reggeva in mano. Il suo più recente intruglio sperimentale consisteva in fagioli di soia tostati a cui aveva aggiunto latte in polvere vecchio di vent’anni, di cui aveva fortunosamente rinvenuto un’intera cassa in una cantina. Sapeva decisamente di merda.

Qualcuno bussò piano. Il nuovo tizio, Sandeep, si guardava nervosamente intorno.

“Pare che io non piaccia molto ai tuoi vicini”, disse, dopo che Mike gli ebbe socchiuso la porta.

“Buon Natale”, rispose Mike, sbadigliando, guardando la figura insolitamente rotonda e barbuta. Una lattina volò da non si sa dove e planò sferragliando ai piedi del suo visitatore. Sandeep fece una smorfia come se fosse stato colpito sulla testa.

“Non ti preoccupare, non ce l’hanno con te”, disse Mike, calciando la lattina fuori dal suo percorso, “sono della generazione X, no? Si sono fumati il cervello da tempo. Niente lavoro, niente HMO, niente di niente”.

Uscirono nella grigia luce di dicembre, e Mike chiuse la porta con un lucchetto. Passarono nello spazio che un tempo era occupato dal giardino della casa vittoriana. Videro dei volti, che sparirono rapidamente dietro infissi di finestre tenute insieme da scotch da imballaggio. Mike poteva sentire l’oceano, adesso, che batteva incessantemente contro la riva. Non era lontano, e si stava avvicinando anno dopo anno. I suoi occhi caddero sui resti di una scala in pietra e saltillo, e rapidamente confrontò le macerie con l’immagine senza tempo della strada così com’era la prima mattina, quando era uscito assonnato per prendere il giornale. Le palme fiancheggiavano la parata di case, bianche di stucco immacolato, con i tetti rossi.

“Non sembra un granché”, commentò Sandeep, seguendo lo sguardo di Mike.

“No, era molto meglio prima. La maggior parte delle costruzioni e degli alberi sono stati rasi al suolo tempo fa per riscaldarsi. E le case sono state abbattute dalle ondate delle tempeste invernali. Guarda casa mia. Tra un po’ sarà una proprietà con vista mare. Sfortunatamente, questo non ne fa crescere il valore di vendita”.

“È tua?”, si informò Sandeep.

“No, è in affitto. Ho perso la casa, nel 2009, come tutti. È solo una stanza merdosa, ma è molto meno cara di un’unità HMO. Non ho molta roba, comunque. Non più”.

“Allora cosa c’è nella scatola che trasporti?”, chiese Sandeep.

“Lo spirito del Natale”, sorrise Mike, ma l’altro lo guardava sempre più preoccupato.

Seguirono la nuova strada lungo l’oceano camminando verso sud. Il mattino era nuvoloso, come al solito. “May gray,” grigio maggio, si chiamava una volta la stagione delle nubi nel Sud California. Ma ormai durava tutto l’anno. Non che fosse necessariamente un male, visto che poche miglia più all’interno il sole bruciava e nuvole di polvere spazzavano la terra che un tempo era stata la Los Padres National Forest. Così Mike aveva sentito dire, comunque, nessuno realmente si spostava molto dalla città, ormai.

“Allora, da dove vieni, Sandeep?”.

“Da West Covina”.

“E com’è la vita, lì?”.

Sandeep rifletté sulla domanda per un momento. Si sentivano voci da sopra, dove la strada attraversava Mission Creek.

“Non va molto bene”, rispose Sandeep alla fine. “Non ci sono abbastanza risorse disponibili. Ogni notte guardavamo una colonna di fumo, una parte diversa della città ridotta in cenere. Ogni giorno mi chiedevo se avrei trovato la mia casa, al ritorno dal lavoro. Ho una famiglia, sai?”.

“Non dire cazzate”, rispose Mike, distratto, guardando verso dove sembrava esserci un problema.

“Sì, due bambini. Così ho detto a Mira, mia moglie, che avrei accettato la riduzione di stipendio e mi sarei spostato qua. Siamo arrivati col treno dei rifornimenti di ieri”.

“Ehi voi! Levate le mani da… quello!” urlò Mike ai ragazzini più avanti. Una mezza dozzina di loro stava circondando uno strano veicolo a pedali con tre ruote. Era stato assemblato con vecchi pezzi di bicicletta e legno, ma aveva un pannello solare flessibile che ne copriva il bagagliaio. Una donna stava appoggiata contro l’inferriata del ponte. Sulla trentina, scura, pelle bruciata dal sole, e piuttosto attraente, notò Mike.

Il più alto dei ragazzini, di circa undici anni, un cosetto magro e sporco vestito di blu e bianco, i colori dell’East Side, si girò per fronteggiare i nuovi arrivati. Uno dei suoi occhi era stato rimpiazzato da un incrementatore di sensi di poco valore, l’altro appariva grigio e spento. Le sue guance erano segnate da cicatrici di iniziazione, tipo branchie.

“Hai bisogno di aiuto, vecchio?”. Alcuni dei ragazzi risero, altri fissarono dritto Mike.

“Non possiamo semplicemente tirare dritto?”, bisbigliò Sandeep. Mike lo ignorò.

“Puoi aiutarmi levandoti dai piedi”, disse Mike, “o questo vecchio qua prenderà a calci i vostri culi secchi fino alla Centrale”.

Il ragazzo con le branchie sogghignò, sfidandolo. Gli altri smisero di fare ondeggiare il triciclo e si allinearono alle spalle del loro capo.

Mike si puntò un dito alla tempia, che si illuminò di blu per un attimo. “Tre-due-cinque qui, riferisco un problema, incrocio tra via Yanonali e Mission Creek”. Una risposta incomprensibile gracchiò attraverso le ossa del cranio di Mike.

Un ragazzino più piccolo tirò il capo per gli stracci: “È un HMO, capo!”. Il ragazzo alto scacciò la mano dell’altro ragazzo, sputando per terra in direzione di Mike. Quindi si girarono all’unisono e sparirono.

“Hai davvero chiamato la Centrale?”, disse la donna. Aveva una bella voce profonda e sembrava preoccupata.

“Nah”, rispose Mike, “ho solo scaricato le previsioni del tempo, e sembra che sarà nuvoloso per tutta la prossima settimana, più o meno come la precedente”. Sorrise, cercando di rassicurarla. “Non sarebbero mai intervenuti per una cosa del genere, comunque, ma ho immaginato che quei ragazzini fossero molto lontani dal loro territorio, cosa potevano saperne?”.

Sandeep si muoveva nervosamente, guardando nella direzione in cui erano scomparsi i ragazzini.

“Che è successo al tuo mezzo?”.

“Una ruota a terra”, disse la donna. “Stavo per ripararla quando mi hanno assaltata. Grazie, a proposito, non succede spesso”.

“E cosa trasporti, se posso chiedertelo?”.

“Regali”, rispose sorridendo e sollevando il pannello solare, “che altro potrebbe esserci oggi?”. Il vano bagagli era pieno di giocattoli di plastica, vecchie bambole, macchinine, astronavi. Erano tutte usate, naturalmente, probabilmente riesumate dalla discarica di Tajiguas che, come Mike aveva sentito dire, era diventata recentemente una fonte redditizia di manufatti riciclabili.

“Naturalmente, che altro potrebbe esserci?”, disse Mike, fissando il sorriso della donna.

“Forse dovresti unirti a noi, qualche volta”, suggerì lei.

“Dove?”.

“Beh, lassù, naturalmente”, rispose la donna, muovendo la testa in direzione delle montagne.

“Forse dovrei, e buon Natale” disse Mike, mentre Sandeep continuava ad agitarsi nervosamente sullo sfondo.

“Possiamo andare adesso?”, domandò Sandeep.

Mike sospirò e fece un cenno di saluto alla donna, che stava lentamente pedalando via.

“Qui è dove un tempo c’era il mercato”, disse Mike a Sandeep, facendo un gesto vago che ricomprendeva State Street. “Le aziende a conduzione familiare portavano il loro prodotti in città per venderli o barattarli con roba tecnologica”.

Mike non aveva più visto il mercato da… quanto tempo, ormai? Gruppi sparsi di turisti cinesi passeggiavano lentamente verso il lungomare, ognuno con le tonalità blu e grigie degli ombrelli che reggevano in mano. Attraversarono sotto gli occhi vigili degli uomini della Forza Centrale, che sfrecciavano su e giù per la strada sui veicoli giroscopici a due ruote. I ragazzini erano soliti chiamare i poliziotti Mr Yao, dal nome del protagonista dei cartoni animati che per abitudine salvava il mondo in sella al suo giro-scooter, ben riconoscibile per essere giallo con una stella rossa. Era successo tutto così in fretta. Il panico, il dollaro a picco dopo la crisi del credito. C’erano state sommosse, violenza nelle strade. Qualcuno doveva semplicemente imporsi e restaurare l’ordine, e fortunatamente la cooperazione internazionale poteva essere facilmente acquistata svendendo il patrimonio immobiliare che un tempo aveva molto valore.

Davanti alla diga alcune donne indicavano un punto indistinto nelle acque marroni e tempestose. Sandeep si girò a guardare.

“Dicono che quando c’è la bassa marea si possa vedere la statua dei delfini”, spiegò Mike.

“Davvero?”.

“Preferisco ricordare com’era. Durante i weekend estivi la città era invasa da turisti del sud, forestieri. Camminavano su e giù per la spiaggia, compravano brutti souvenir dai venditori locali. E gettavano monete nella fontana del delfino, quella che adesso è sommersa dalle acque, lì da qualche parte. Guardali, non gettano nemmeno uno jiao, adesso”.

“Beh, forse questo spiega perché loro ora hanno i soldi, e noi non più”.

“Sei un uomo saggio e divertente, Sandeep”.

Iniziarono a salire per la collina che portava a quella che un tempo era una zona residenziale esclusiva. Ancora al riparo dalle mareggiate, ville in stile toscano e falsi mattoni erano state circondate da muri grigi, sormontati da cocci di vetri rotti tenuti insieme da malta. Denti appuntiti come quelli degli squali che un tempo nuotavano dall’altra parte di Channel Island. Solo alcune delle case dei ricchi erano ancora in buone condizioni, alcune erano addirittura illuminate di notte. A volte si poteva sentire musica o voci amplificate sopra il basso borbottio dei generatori. Marciarono su per la collina per meno di quindici minuti, in silenzio, quindi girarono in un cul-de-sac che Mike ricordava originariamente costeggiato da alberi di eucalipto. Era una casa di medie dimensioni, le linee squadrate ricordavano più lo stile del sudovest che le ville toscane o delle colonie spagnole, un tempo popolari. Filo spinato e un alto cancello di metallo rendevano il perimetro inaccessibile. Dentro, il giardino era incolto e pieno dei rifiuti di generazioni precedenti di badanti.

“Non sembra un granché”, borbottò Sandeep.

“Beh, sì, forse, paragonata a quelle vicine. Ma è carina e confortevole, dentro, un gran posto per lavorare, davvero”.

“Allora cos’ha di così importante?”.

“Niente, in realtà. Solo una anziana signora come molte. Ma questa proprietà, vedi come sta sull’orlo della collina?”. Mike indicò i cespugli secchi sul retro della casa. “La casa è su una proprietà che si chiamava Agua Caliente, Sorgente Calda. C’era un hotel qui, alla fine dell’Ottocento. L’HMO vuole i diritti dell’acqua, è per questo che tengono d’occhio la donna”.

“Allora perché due badanti?”.

“Credo che vogliano fare le cose per bene, la proprietà della donna è già così piena di debiti nei confronti dell’HMO che nemmeno l’ipoteca sulla casa potrebbe ripagarli. Forse vogliono aumentare ancora il debito, in modo che un ipotetico erede non proverebbe nemmeno a portarli in tribunale. Così, paradossalmente, curiamo in modo eccellente una donna che loro preferirebbero vedere morta in fretta. Ma lei è una vera combattente, vivrà fino a duecento anni”, Mike strizzò l’occhio a Sandeep, “non c’è niente di cui preoccuparsi”.

Si fermarono al cancello d’ingresso. Un avatar venne fuori, l’ologramma di una donna, stavolta. Il perfetto mix codificato dei lineamenti di varie razze la rendeva incredibilmente bella, eppure insignificante. Mike poteva vedere il piccolo foro del sensore del proiettore che tracciava la posizione dei suoi occhi e emetteva fotogrammi ad alta frequenza per dare l’illusione del 3-D. Chiunque avesse guardato da un’altra angolazione, avrebbe visto solo fasci di luci colorate. Anche il suono era criptato, in qualche modo, direzionato in modo da poter essere udito solo dalla persona che si trovava immediatamente di fronte al proiettore. Sia Sandeep che Mike si sfiorarono le tempie leggermente, consentendo la scansione delle loro credenziali sul biochip.

Il cancello si aprì di scatto e loro entrarono, su per la corta scala che portava all’ingresso principale, Sandeep leggermente arretrato, poiché non aveva ancora la piena autorizzazione dell’HMO. Attraversarono una serie di stanze vuote e corridoi, i loro passi echeggiavano contro gli alti soffitti a volta. Altri rumori iniziarono a farsi sentire, vibrazioni e bip ritmici che venivano da quello che un tempo probabilmente era stato il soggiorno. Il centro dello spazio bianco, un tempo grandioso, era adesso occupato da un assemblaggio di attrezzature per il monitoraggio, pompe, flebo, massaggiatori elettrici e un imponente schieramento di batterie di ricambio. Un gatto schizzò via, l’ultimo di una generazione di Siamesi che erano soliti scomparire nel fiore degli anni, che Mike sospettava essere stati mangiati dagli squatters di un accampamento vicino. Non c’era altro arredamento nella stanza, fatta eccezione per un paio di vecchie panche di alluminio. Barattoli e confezioni di cibo infestavano gli angoli, dividendo lo spazio con una quantità di gomitoli di polvere.

Ed eccola lì, piccola nel suo letto, circondata da quelle attrezzature costose. Precisamente lì, nello stesso posto in cui era stata per esattamente ventuno anni e sette mesi di impeccabile lavoro di Mike. Tubi di plastica e fili sembravano entrare e uscire da ogni centimetro del suo corpo. Lì dormiva Gloria McInerney, 127 anni, probabilmente l’ultima dei baby boomers. L’infermiera di notte apparentemente era già andata via. Strano e molto irregolare, pensò Mike.

“Buongiorno, miss Gloria”, disse Mike come sempre, guardando direttamente il pannello di controllo. Ogni mattina entrava, faceva un rapido controllo delle funzioni vitali, poi andava a sedersi in bagno, godendosi il lusso dei servizi dentro casa. Ma questa mattina era speciale.

“Guardi cosa ho per lei”, cantò, aprendo la scatola per mostrarla a miss Gloria. I suoi occhi non si mossero. Mike posò la scatola sul ripiano delle attrezzature ed estrasse un lungo filo di lampadine colorate. Le sistemò rapidamente intorno al letto, quindi le accese insieme alle macchine vitali. Il monitor sfarfallò per un secondo, poi le luci si accesero, colori intermittenti che si riflettevano sulle pareti spoglie.

“Buon Natale, miss Gloria”.

“Non puoi più dirlo”, disse Sandeep.

“Cosa?”.

“Non guardi FluxTube?”.

“Non ci ho mai creduto”.

“Beh, lo sanno tutti, ormai. Abbiamo venduto i diritti del Natale. Non tutte le credenze religiose che sono collegate, ovviamente, solo i diritti ai festeggiamenti”.

“Gibbrwtzzzz… Bzzzzz. Sshtx”, protestò la vecchia signora.

“Cosa?”.

“bzfgheeeeee, scrtszzz”, aggiunse. E in quel momento la linea verde del monitor divenne piatta.

“Oh, porca puttana!”, imprecò Mike. Staccò rapidamente le luci di Natale, sollevò lo sportello trasparente e premette il grosso bottone rosso per far partire la procedura di emergenza. “Oh cazzo cazzo cazzo”.

Sandeep si guardava intorno senza sapere che fare: “Che facciamo? Che facciamo?”.

“Stai alla larga!”. Mike diede potenza al defibrillatore. “Vivi, porca puttana, vivi!”.

Il piccolo corpo fragile si inarcò in uno spasmo, come per inalare l’ultimo sorso d’aria, spendendo gli ultimi centesimi della sua incredibile voglia di vivere. Ma non visse. Linee piatte correvano parallele sui monitor appesi, solo tenui e sporadici bip rompevano il silenzio nella stanza.

Mike sapeva bene cosa questo significasse. Era finita, lui era fuori. Non aveva senso sperare in qualcosa: la casa, i pochi pezzi d’arredamento rimasti, anche la padella e le flebo erano di proprietà dell’HMO. Di nuovo in fila al deposito della stazione insieme a tutti gli altri. Di nuovo a fare i bisogni tra le macerie del lungomare.

Il comunicatore vecchio stile squillò. E squillò. Mike lo sollevò.

“Uhm… Pronto…”.

“Pronto, parla Xuan, impiegato HMO zero uno nove quattro barra BBAC”, il piccolo Cinese sullo schermo parlava in perfetto inglese. “Non stiamo ricevendo i segni vitali del cliente… McInerney. Per favore si identifichi e faccia rapporto sulle circostanze del suo… decesso”.

Mike si avvicinò allo schermo. “Mike Giuliano, infermiere nove-zero-david-sessantaquattro. Non c’è stato alcun… decesso, si tratta solo di un errore”.

“Un errore? Per favore chiarisca il termine. Abbiamo ricevuto un rapporto di linea piatta tipo 056A, quindi nient’altro”.

“È… è tutta colpa mia, le faccio le mie scuse, signore. Credo di aver sconnesso un sensore mentre stavo lavando miss Gloria, e per qualche motivo non sono riuscito a ripristinare la lettura del tracciato, dopo, quindi adesso sto riavviando la macchina”. Aveva perfettamente senso. Doveva averlo.

“Infermiere, le ricordo che nel nostro contratto è stabilito chiaramente che le interruzioni per più di…”.

“Conosco lo stramaledetto contratto… signore!”. Mike protestò, sentendosi veramente quasi offeso. “Conosco molto bene le condizioni, e le assicuro che avrei già rimesso tutto a posto adesso, se non fossi stato interrotto dalla sua chiamata. Tutto sarà ripristinato in meno di due minuti”.

“Richiamerò per verificare”.

“Lo faccia, signore”.

“Mr Giuliano…”, disse l’uomo prima che Mike riattaccasse, facendolo ripiombare in qualche buco nero del cyberspazio.

“Siamo fottuti”, si lamentò Mike, ripiombando sulla panca, le mani che strappavano i capelli.

Sandeep sembrava sul punto di piangere, il viso contratto in una smorfia, il labbro inferiore tremante. “Ci deve essere qualcosa che possiamo fare”, disse, quasi implorante.

Mike scosse la testa. Un minuto e quarantadue secondi alla fine del lavoro della sua vita. Un minuto e trentuno.

Un minuto e zero sette.

“Dov’è il maledetto gatto?”, chiese Mike.

“Sandeep, mi senti?”. Mike scuoteva Sandeep per le spalle.

“Non lo so, l’ho visto correre fuori, chi se ne frega del gatto, adesso”.

“Ascoltami, assicurati che il tuo comunicatore sia accesso e siediti al pannello di controllo, subito”. Sandeep tentò di protestare ma Mike stava forzando la porta scorrevole che dava sul vecchio posto di sicurezza, quindi scomparve attraverso la porta scorrevole del patio. La sua testa riapparve per un istante attraverso l’apertura.

“E intendo dire adesso!”, urlò Mike a Sandeep. Quindi sparì.

Quaranta secondi.

“Sandeep, stai copiando? Hai acceso il monitor a infrarossi?”.

“Sì, certo, ma non riesco a vedere molto al di fuori del perimetro della casa. Ascolta, non sono buono a fare questo, sono un infermiere, non un…”.

“Voglio la posizione del gatto. Ora”.

“Ok, ok, calmati adesso, fami vedere, vedo te e le macchine laggiù, ma nient’altro in casa. Aspetta, c’è un puntino verde nella zona del garage, potrebbe essere il gatto, credo, o qualche altro mostriciattolo”.

Mike stava già correndo attraverso la casa, nella direzione opposta rispetto a quella da cui era arrivato qualche minuto prima. Trentadue secondi rimasti, e Mike rientrò correndo dalla porta principale, sanguinando copiosamente dal naso. Nelle sue mani, su cui spiccava una rete di segni rosso sangue nuovi di zecca, si dibatteva una creatura simile a un diavolo della Tasmania peloso. Le zampe del gatto urtarono un vassoio e le attrezzature mediche caddero sul pavimento. Sandeep guardava, attonito.

“Sandeep, lo dirò solo una volta: togli i sensori dal corpo della vecchia”.

“Cosa?”.

“Stacca tutti gli elettrodi. Fallo adesso!”.

Diciassette secondi, Gloria McInerney, il suo corpo congelato nell’ultimo spasmo, occhi e bocca spalancati, giaceva contorta sul pavimento, nuda, magra e scura come le radici di un vecchio albero. Mike aveva assicurato il gatto al letto con una cinghia e aveva usato il nastro chirurgico per legare le zampe mortifere al corpo.

“Non funzionerà!”, urlò Sandeep.

“Avremo un battito cardiaco, merda, avremmo dovuto radere questo animale, un battito cardiaco e un tracciato cerebrale”, rispose Mike freneticamente piantando gli elettrodi sulla creatura miagolante. “Diremo loro che il sistema si sta riprendendo lentamente, o qualcosa del genere”.

“E poi cosa? Cosa faremo?”.

“Affronteremo il problema quando si presenterà. E ora che diavolo succede?”. Il vecchio monitor per il cuore bippava al ritmo di musica acid house.

“Quanto è veloce il battito cardiaco di un gatto?”, chiese Sandeep.

“Come faccio a saperlo? Ti sembro forse un veterinario?”, rispose Mike, il naso gonfio e arrossato.

Il comunicatore squillò. Mike puntò lo schermo verso l’entrata e corse intorno al letto per piazzarsi di fronte.

“Sì?”.

“Infermiere Giuliano, parla Xuan, HMO zero uno nove quattro barra BBAC. Stiamo ripetendo il controllo e verificando i valori fuori scala…”.

“Lo so, abbiamo un’emergenza”.

“Capisco”, disse l’operatore, con un tono che esprimeva chiaramente che non capiva assolutamente nulla.

“Tutti i tracciati sono sbagliati, signor Giuliano”.

“Beh, non sono un tecnico informatico. Sono un infermiere diplomato, giusto? Non è colpa mia se le vostre costose attrezzature non si stanno comportando bene. Vuole che dia uno schiaffo al monitor, per caso?”.

“Signor infermiere, per favore, segua la procedura e non danneggi le attrezzature”.

“Era solo un modo di dire. Cosa volete che faccia?”.

“Perché non riceviamo un feedback totale sui dati?”.

“Ascolti, miss Gloria sta avendo un attacco di cuore, nulla di particolarmente serio, e ancora non sono stato in grado di ripristinare integralmente il sistema”.

“Mr Giuliano, le devo notificare che…”.

Mike riattaccò. “Dobbiamo rallentarlo. E di molto. Sandeep, apri l’armadietto dei medicinali, presto”, disse Mike. “Qualcosa per rallentare il battito cardiaco, una dose minima di digitale, barbiturici, sonniferi, qualsiasi merda riesci a trovare”.

Mike continuava a tenere fermo il gatto, stando attento a non soffocarlo. La creatura mostrava i denti in un inutile sibilo. “Hai ancora uno spirito combattente. Ne faremo buon uso”.

“Che ne dici di questo?”. Con la mano libera Mike afferrò la scatola che Sandeep gli aveva lanciato attraverso il letto. “Mike, cerca di capire che questa cosa è completamente folle e probabilmente anche altamente illegale”.

“Che scelta abbiamo? Vuoi che oggi sia il tuo ultimo giorno di lavoro? Sì, questo potrebbe andare. Potrebbe avere qualche effetto allucinogeno, il povero gattino si farà solo un cattivo trip”. Aprì la scatola con i denti e tirò fuori una siringa monodose, gettando il resto sul letto un tempo occupato dalla proprietaria della casa.

“Sono stato appena trasferito, Mike, mi manderanno da qualche altra parte”.

“Beh, io non voglio andare da qualche altra parte, sono attaccato a questo posto con le unghie e con i denti, non me lo lascerò sfuggire adesso”.

Mike iniettò il mix lentamente, una goccia per volta, tenendo d’occhio il monitor e osservando il battito cardiaco del gatto che rallentava sullo schermo. Aprì gentilmente l’occhio sinistro del gatto con pollice e indice, controllando la dilatazione della pupilla.

“Roba buona ma abbastanza forte”, disse il gatto, schioccando le labbra, “e con un chiaro retrogusto di liquirizia”.

“Cosa?”, disse Mike.

“Ho una famiglia, Mike”, aggiunse il gatto. No, non poteva essere vero. Le ginocchia di Mike si fecero di gomma, e si accorse con una certa sorpresa che avrebbe potuto piegarle all’indietro. Sarebbe stato un esperimento interessante, ma mai tanto interessante quanto l’uomo che lo stava osservando, con un ago ancora in mano. L’intera stanza prese a sciogliersi, le voci nella sua testa rallentavano come un vecchio mangianastri con le batterie mezze scariche.

“Scusa Mike, ho dovuto farlo”. La voce dell’uomo sembrava un fagotto. Mike assentì a ritmo di musica, il movimento della sua testa scavava un fosso morbido sul pavimento. Pensò di affondare lì stesso, in quella morbidezza profonda. Si muovevano cose intorno a lui, un paio di enormi scarpe da tennis usurate attaccate a gambe grosse come tronchi, un corpo allungato con una testa incredibilmente piccola in cima. La testa somigliava a Sandeep, o forse a una mongolfiera meteo a otto miglia, nella stratosfera, sulla quale qualcuno aveva dipinto la faccia di Sandeep. Mike agitò una mano nella direzione del suo collega, la mano urtò contro il letto. C’erano valli e montagne su quel pavimento, mentre la sua mano si ritrovò a fare un giro di perlustrazione, dando la caccia ai gomitoli di polvere con un vecchio bisturi. Ci furono click e bip, quindi voci dall’alto.

“Mister Xuan, parla Sandeep Dutta, sì, sì, è stato reso inoffensivo…”.

I muri color crema della vecchia stanza da letto si ripiegarono su sé stessi, strofinandosi sensualmente l’uno contro l’altro. Il monitor miagolava ritmicamente, un ripetitivo, lento battito cardiaco felino. Mike era sul pavimento, raggomitolato in posizione fetale, speculare rispetto a miss Gloria, che poteva vedere sul pavimento dall’altra parte del letto, gli occhi ancora spalancati per la sorpresa, o forse per il disgusto di una trattamento così poco dignitoso.

“Saranno qui presto”, gracchiò lei, muovendo appena le labbra come se ruminasse.

“Sì, è tutto finito, è tutto finito”.

“Finché c’è vita c’è speranza”, ammonì lei, “e guardami, adesso, sono tutta pelle e ossa, non ne ho molta da dartene”.

“Questo è vero”.

“Alzati, idiota”, ordinò miss Gloria.

“Ho bisogno di caffè, prima”, si lamentò Mike, stropicciandosi gli occhi con la mano libera. Sentì che del caffè veniva versato nel suo orecchio, ed era buono, la sua testa si riempiva lentamente di liquido chiaro, freddo, salato ma buono. Mike si voltò e vide che la flebo gli stava sgocciolando sulla faccia. C’erano delle scarpe da tennis, adesso, dall’altra parte del letto. Un lenzuolo venne pietosamente steso su miss Gloria. Mike guardava la sua mano destra, la lama del bisturi che impugnava era arrugginita ma ancora affilata. C’erano oggetti sparsi sul pavimento, probabilmente la mensola che aveva capovolto durante la colluttazione con il gatto selvaggio. La stanza stava riacquistando un aspetto e un tocco solido, ma Mike era ancora sul pavimento. Respirò a fondo, sperò che qualunque fosse la droga che gli stava ancora scorrendo dentro lo avrebbe aiutato a sopportare il dolore.

Non fu così. Conficcò la lama nella sua tempia destra, disegnando una forma a L, come aveva visto fare sul tavolo operatorio. I contorni erano facili da visualizzare anche senza guardare. Li aveva sentiti sotto le sue dita per gli ultimi quindici anni o giù di lì. La lama toccò qualcosa di duro. Mike lasciò cadere il coltello sul pavimento, e sfiorò il piccolo quadrato di silicio che adesso fuoriusciva leggermente dalla sua carne. Sentì un rivolo di liquido caldo scendere giù per la tempia. Le viscere gli si contrassero, così si morse più forte, assaporando il suo sangue. Guardò il chip, aveva delle sporgenze, come dei tentacoli, ancora si muovevano, no, doveva essere la droga, decise, lasciandolo cadere nella tasca del suo camice.

“Aiutami ad alzarmi, Sandeep”, gemette, “forza amico, per favore”.

Sandeep girò intorno al letto. “Che cos’è tutto quel sangue?”.

“Ho battuto la testa cadendo. Mi sento male, amico, aiutami per favore”.

“Stanno arrivando, Mike, la cosa non dipende più da me, mi spiace”.

“Ho capito, lo so, sono stato un idiota, OK? Non ce l’ho con te, ma adesso aiutami ad arrivare al bagno. Non lasciarmi ad aspettare qua nel mio vomito. Indovina a chi toccherebbe pulire, dopo”.

Sandeep fece un passo indietro, poi scosse la testa e tese a Mike la mano. Mike si alzò, abbracciando rapidamente il suo collega. Camminarono attraverso la stanza, lentamente, Mike respirava a fondo quasi a ogni passo.

“Devo vomitare”, annunciò Mike, a tre passi dalla meta. “Non preoccuparti, credo di potercela fare da solo”.

Sandeep assentì, e Mike sparì nella stanza da bagno.

Il bagno di miss Gloria era un paradiso di porcellana e di acqua corrente, qualcosa di cui Mike non avrebbe mai più goduto. La sua mano accarezzò leggermente la curva color corallo del lavandino a forma di conchiglia. Quindi fece scorrere l’acqua e mise in scena la sua migliore interpretazione di un conato.

“Tutto OK lì dentro?”, chiese Sandeep.

“Sì, certo, ho solo bisogno di prendere un po’ d’aria per un minuto”, rispose Mike, lavandosi la ferita e premendo un asciugamani contro la testa, “quella roba era cattiva, amico, cos’era?”.

“Era…”.

Si udirono rumori dal portone di ingresso della casa. Mike si sporse verso la porta del bagno, chiudendola a chiave.

“Arrivano”, annunciò Sandeep.

Mike udì i suoi passi che si allontanavano dal bagno. Respirò a fondo, guardò verso la finestra del bagno. Tanto tempo prima aveva rimpiazzato un vetro rotto con del cartone.

“Mister Giuliano, lei è in arresto”, disse qualcuno.

“No, io sono mister Dutta, mister Giuliano è…”.

“Mister Giuliano, non cerchi di opporre resistenza all’arresto”.

“Voi non capite, io sono…”. Il resto della frase di Sandeep si perse in quello che sembrava un urlo senza fine, interrotto solo dal rumore delle convulsioni di un corpo sul pavimento.

“Sandeep, sei felice di vedermi o è solo il mio biochip nella tua tasca?”, mormorò Mike tra sé e sé.

Era ora di andare. Con attenzione, aiutandosi con le mattonelle lisce, salì sul bordo della vasca da bagno, spinse fuori il pannello di cartone e si contorse attraverso la finestra, cercando di girarsi per mettersi seduto sul davanzale. Mike ebbe un attimo di sbandamento, e si appoggiò piano contro il muro. Doveva mettere fuori prima un piede e poi l’altro, quindi scivolare lentamente nel cortile. Sei piedi, al massimo, ma nelle sue attuali condizioni sembrava un esercizio da atleta professionista, e lui aveva intenzione di pianificare ogni singolo movimento. Aveva un piede fuori quando la porta del bagno si aprì e il poliziotto cinese entrò, puntando immediatamente il suo taser mortale, nero e tozzo.

“Ehi tu!”, urlò. Mike si diede una spinta con le mani contro il muro esterno e cadde all’indietro su una montagna di vecchie scatole e attrezzi da giardinaggio. Si fece male, molto, ma il dolore lo risvegliò completamente. Mike vide brevemente l’occhio dell’agente che appariva dalla finestra, quindi lo sentì gridare qualcosa in cinese. Doveva muoversi, e muoversi in fretta. Si sarebbe preoccupato dopo del dolore e del sangue. Udì dei passi che attraversavano la casa e corse nella direzione opposta, senza pensare, muovendosi sulla base del puro istinto, scomparendo dietro l’edera troppo cresciuta per aprire la porta sul retro del garage. C’era già stato, meno di un’ora prima, mentre cercava di bloccare il gatto. Quando vide la vecchia bicicletta seppe per quale motivo i suoi piedi lo avevano portato fin lì.

Si era preso cura della vecchia bici da corsa per anni, aveva perfino gonfiato le ruote di tanto in tanto, ci si era seduto sopra durante le pause di lavoro, aveva fatto girare le ruote per sentire il familiare rumore metallico della catena. Gli ricordava sempre i vecchi tempi felici. Ma non aveva mai osato portarla fuori per fare un giro. Non che temesse di usare i beni, già dilapidati, del suo datore di lavoro. Era qualcosa di più profondo, aveva deciso, c’erano ricordi che era meglio tenere sigillati nel regno del tempo che fu, e che non sarebbe mai più tornato.

La voce degli agenti interruppe i suoi sogni a occhi aperti. Stavano cercando di aprire la porta principale del garage, probabilmente non si erano accorti dell’entrata laterale. Tirò giù la bici, con attenzione. Le ruote erano ancora a posto dall’ultima volta che ci aveva giocato. Sperò solo che non crollasse in un cumulo di ferraglia arrugginita sotto il suo peso. Montò in sella. La sella era usurata, o forse lo erano le sue natiche, ma non era poi così male. Quindi accese l’interruttore, e la porta del garage si aprì di fronte ai poliziotti stupiti. Più velocemente di quanto i loro occhi potessero abituarsi all’oscurità, pedalò fuori. Udì delle voci, quindi un fischio. Mike volò attraverso il cancello di sicurezza che gli agenti avevano lasciato spalancato, toccò l’asfalto. Era meraviglioso essere di nuovo in sella.

Con un ronzio familiare gli agenti accesero i loro giro-scooter a due ruote per dare inizio alla caccia, e le stelle sulle luci rosse divennero una scia gialla indistinta. Erano a circa duecento metri da lui, e Mike doveva essere certo di non seguire una traiettoria retta per non dar loro modo di colpirlo con un taser o, peggio ancora, un vero proiettile. Superò la prima svolta a destra, avvicinandosi alla fine del vialetto privato che portava fuori dalla tenuta di McInerney. Il vialetto incrociava a T la strada principale che saliva dal lungomare, quella dalla quale lui e Sandeep erano saliti prima. Aveva meno di un secondo per prendere una decisione – scendere verso la folla e forse verso altri agenti della Forza Centrale o girare verso le montagne e salire pedalando. Mike non frenò neanche, respirò a fondo quindi puntò verso le colline. Schiacciava sui pedali, sentiva la bici gemere sotto di lui, ma lentamente prese il ritmo. Ricordava bene i movimenti, andava su e giù per quelle colline trent’anni prima, per tenersi in forma. Allora i problemi erano l’eccesso di calorie piuttosto che l’ammontare di polvere di gesso nella razione quotidiana di tofu. La rete di strette, ripide stradine di collina era ancora stampata nella sua mente. Erano state costruite per una civiltà pre-meccanica, erano state invase dalle macchine per oltre un secolo, quindi nuovamente abbandonate al raro traffico pedonale. Mike cercò un compromesso con le buche nell’asfalto, aumentò il ritmo su una discesa da montagne russe, quindi riprese a pedalare. Sentiva di nuovo una sensazione di sbandamento, ma non era la droga stavolta, era qualcos’altro. Una sensazione bruciante sul fondo della laringe, un colpo al cuore, la sua testa che si ricongiungeva al concerto di tamburi giapponesi che suonava nel suo torace.

“Non abbandonarmi adesso”, sputò fuori, ansimando per respirare. Sentì il gemito prolungato dei giro-scooter. Stavano guadagnando terreno. Non poteva fermarsi adesso, non sarebbe mai riuscito a ripartire su una salita così ripida. Si costrinse a rilassare le spalle e a focalizzare sul ritmo, contando nella sua testa, uno, due, uno, due. Più piano, aveva coscientemente rallentato per portarsi a una velocità che poteva mantenere. Mike sperava che il suo corpo avesse memoria, o almeno che la sua testa ricordasse ancora come si fa a dare ordini.

Cancellò l’immagine degli agenti che gli stavano alle calcagna, quindi si concentrò su sensazioni vecchie ma familiari, sentendo che il suo corpo ricominciava a lavorare come doveva, sforzandosi di mantenere un respiro regolare, ignorando le gambe che bruciavano. Il volume dei gemiti dei motori elettrici si abbassò fino a divenire un basso ronzio. Le loro macchine avevano problemi più grossi dei suoi. Mike si concesse di guardare alla sua sinistra oltre la strada. Non aveva potuto godere di questa vista per lungo tempo. Le ciminiere delle raffinerie appena giù a sud, l’oceano grigio che erodeva incessantemente la riva. Lungo la diga, si faceva strada lentamente un treno di rifornimenti della HMO, che pompava nutrimento sintetico nelle vene della città morente. Perfino da quella distanza poteva vedere i caratteri Han e il lungo logo color blu pallido scritto lungo i vagoni: Huang Management Organization. Guardò verso la sommità della collina. Era ancora lontana.

Si chiese cosa ci fosse dall’altra parte. Aveva sentito di gente che viveva dall’altra parte, nella vallata cotta da sole, verso l’antica riserva, gente che coltivava il proprio cibo, e forse qualcosa in più. Hippy ed emarginati, gente senza HMO. Gente come lui.

Mantenne un ritmo sostenuto, si sentiva leggero, molto leggero adesso. Nessuno gli dava più la caccia. Dubitava che gli avrebbero mandato dietro un elicottero. Il carburante costava, e che importanza poteva avere lui adesso? Era definitivamente fuori dal sistema. Non c’erano più case o macerie di case, solo le sporadiche carcasse di vecchi veicoli arrugginiti abbandonate sul ciglio della strada. Proprio dietro una di queste Mike la vide. Era la donna che aveva visto giù in città, quella che aveva aiutato la stessa mattina. Era nascosta, il suo veicolo a tre ruote all’ombra della carcassa di un vecchio SUV. Come avesse fatto ad arrivare così in alto col suo pesante trabiccolo, Mike non riusciva a immaginarlo. Una ruota era ancora una volta fuori dal semiasse. Sollevò una mano, e Mike lesse sul suo viso che l’aveva riconosciuto, poi sorrise. Mike si fermò, mise un piede per terra. Lei era vicina, così vicina. I loro occhi danzarono insieme, le loro labbra quasi si sfiorarono. Quindi lei lo schiaffeggiò, ripetutamente.

Mike aprì gli occhi e vide uno degli agenti sopra di lui, ancora sentiva il bruciore sulla guancia. Il suo cuore ballava a un ritmo irregolare, forsennato. Era sdraiato sul lato della strada verso la montagna, la bici per terra, una ruota che ancora girava lentamente.

L’agente non sorrise, gli occhi impenetrabili dietro le lenti a specchio. Tirò fuori una cinepresa montata sull’elmetto, e un LED rosso segnalò che aveva avviato la ripresa e la trasmissione. Con tono piatto e meccanico, l’ufficiale iniziò a recitare una lista di codici e articoli, infrazioni e reati, dalla resistenza all’arresto all’aver provocato dolosamente un decesso, distruzione di proprietà, crudeltà verso gli animali. Mike ascoltava a metà, impegnato a respirare faticosamente. Quindi l’agente schiacciò un pulsante, e una strisciata di carta venne fuori da un’unità portatile.

“Prego, accetti la sua condanna”, disse l’agente, porgendo la strisciata a Mike. Elencava le accuse e la parola “morte” era scritta a chiare lettere in fondo.

“E se non fossi d’accordo?”, ansimò Mike.

L’agente scrollò le spalle e puntò il manganello nero verso la fronte di Mike, due piccoli elettrodi che premevano contro i suoi lobi temporali.

“Vuole registrare le sue ultime parole?”.

“Buon Natale”, disse Mike.

“Non può dirlo, a dire il vero”, disse l’agente aggrottando le sopracciglia.

“Stavo parlando con lei”, disse Mike, puntando il dito alle spalle dell’ufficiale.

“Fermo o sparo!”, urlò la donna, una pistola spaziale giocattolo nelle mani. L’agente si girò a guardare, solo un secondo. Mike ne approfittò, puntò il manganello nero verso l’agente, che reagì fino a quando quello non venne a contatto con la sua gamba.

Mike guardò il poliziotto. Respirava ancora, e Mike si accertò che le sue funzioni vitali fossero a posto. La donna lo afferrò per un braccio.

“Dobbiamo andare adesso!”, lo incitò, “noi possiamo aiutarti, possiamo nasconderti, ma dobbiamo andare!”.

Mike annuì. Si accovacciò per un momento a fianco dell’agente, e gli mise in mano a forza la sua tessera di riconoscimento.

“Buon Natale, Mr Yao”, disse, prima di allontanarsi insieme alla donna.