Non sono razzista, ma (Le varie di Valerio 78)

Luigi Manconi e Federica Resta
Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura
Feltrinelli, 2017
Politica

Italia e Mediterraneo. L’ultimo ventennio. Ormai “non sono razzista, ma” è un’unità lessicale, una frase tipica, una locuzione italiana. Si può serenamente affermare che l’Italia non è razzista, fermo restando che all’interno dell’Italia si ritrovano forme e manifestazioni di razzismo. In aumento. Esemplificate da titoli stereotipati e pregiudiziali sulla carta stampata, da un’aggressiva strategia discorsiva di canali radiofonici e televisivi, da una legittimazione antistraniero nella sfera politico-istituzionale. Il paradigma razzista attribuisce in modo indifferenziato all’intera comunità connotati e misfatti di un suo singolo componente (o di più componenti): il rischio è che ogni straniero diventi criminale, ma anche ogni italiano razzista. Non è e non può essere così. Il linguaggio è terreno di scontro tra discriminazione e integrazione, tra rifiuto e accoglienza, rispetto a ciascuna comunità di cui un individuo è inevitabilmente parte. Quella locuzione mostra una classica procedura retorica: “mettere le mani avanti”; in realtà è proprio il contenuto dell’avversativa che fa spesso emergere le reali opinioni di chi parla (presentate come legate alla semplice osservazione della realtà e alla conoscenza di fatti). E segnala pure talora una sorta di richiesta d’aiuto: aiutatemi a non diventare razzista, non predicate in modo astratto, sappiate che la solidarietà è faticosa, valutate meglio il bisogno di mutuo soccorso. In ciascuno di noi – dichiarate o censurate – covano forme di intolleranza e pulsioni xenofobe. Servono dunque nuove politiche pubbliche, né superficiali né irresponsabili. Mentre invece le norme, soprattutto dal 1990 in avanti, hanno via via delineato un diritto asimmetrico e diseguale per gli stranieri, oltretutto con la progressiva riduzione delle possibilità d’ingresso, di fatto in contrasto con la tendenza strutturale dei flussi migratori e con le competenze dell’economia e della demografia.

Il sociologo Luigi Manconi (Sassari, 1948) e l’avvocata Federica Resta (Bari, 1980) ci aiutano molto a tirar fuori il razzismo che è in noi, offrendoci fondamenti linguistici, culturali, sociali e normativi per sconfiggere sia la xenofobia diffusa che gli imprenditori politici della paura. Il volume è diviso in cinque parti con dettagliate note in fondo; la terza (redatta dal solo Manconi) dedicata alla vicenda (luglio 2013) degli insulti del senatore Calderoli alla ministra Kyenge con la relativa discussione parlamentare relativa alla richiesta (respinta) di autorizzazione a procedere; le ultime due riferite alle “gabbie” nuove che si stanno costruendo ovunque in vario modo (soprattutto nei Cie) e al “peccato dell’indifferenza” che nessuno può più permettersi. Si parte sempre da parole tratte da fedeli trascrizioni di cronache quotidiane; vengono illustrati i significati formali e sostanziali, espliciti e impliciti, con citazioni funzionali di studiosi e colti acuti riferimenti alla musica e alla cinematografia; “zingaro”, “lager”, “confini” e tante altre, senza mai concedere nulla a ricette facili e semplificazioni autoassolutorie. Stigmi generalizzanti, autorappresentazioni stereotipate e denunce indistinte sono riferibili a personaggi politici di varia estrazione culturale e contesto istituzionale. I migranti rappresentano un capro espiatorio elettivo per ogni tipo di rivendicazione identitaria. Un lessico consapevole e controllato è la premessa per non assistere in silenzio al “cattivismo” in corso. Forti di differenti complementari esperienze (all’interno del Senato della Repubblica e del Garante per la protezione dei dati personali), gli autori contribuiscono a “leggere” i conflitti attinenti il migrare, i flussi di emigranti, le comunità dei cittadini, degli stranieri e degli immigrati. Arricchiamo di dimensioni culturali e di moduli espressivi la nostra identità di individui sociali umani!

(Recensione di Valerio Calzolaio)