Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2015

Fabio Jonatan JessicaQuesta volta niente seduta gabinettistica (sospiro di sollievo dei lettori) ma un breve excursus sulle mie letture giallistiche che risalgono alla notte dei tempi con pistolotto finale (sospiro di sofferenza) preparato anche per il blog di Omar Di Monopoli.

In primis furono le camere chiuse, ma chiuse chiuse, dove non passava nemmeno uno spillo a contenere morti ammazzati che ti facevano saltare in aria il cervello a forza di spremere le meningi per capire l’inghippo (come aveva fatto l’autore a infilarli lì dentro?). E allora non c’era altro che aspettare con ansia crescente la famosa riunione finale in cui formidabili segugi, capaci di far passare dalla cruna dell’ago il classico cammello insieme a un brancata d’elefanti, ti risolvevano il problema lasciandoti a bocca spalancata (ma guarda un po’, non ci avevo pensato), anche se qualche volta la soluzione si presentava talmente cervellotica che ci scappava un vaffa di tutto cuore.

Conan Doyle manuscriptErano, quelli, i tempi d’oro (l’ho già scritto ma lo ripeto) dei lungagnoni elementari, dei ciccioni orchideati, dei nobili monocolati, delle zitelle marpleolate, sferruzzanti e cavalline, dei pretucoli ombrelliferi, dei vocioni arcontoni, delle teste d’uovo, dei piccoletti fumantini, dei dottoroni sanscritoni, degli scienziatoni belloni che avrei concesso un matto affogato all’avversario sulla scacchiera per essere lì, a seguirli nelle loro diaboliche imprese.
E che imprese! Con gli occhi fissi sul maggiordomo sospetto, la polizia dall’aria perennemente ebete, i gemelli che ogni tanto spuntavano improvvisi, lettere anonime esplosive, il passato tremendo che non ne voleva sapere di rimanere lì dov’era e ritornava funesto, una miscela robusta di veleni che irrigidivano al solo fiutarli, testamenti veri e fasulli, false piste, insieme ad un incrociarsi di orari inestricabili, da far perdere la bussola al lettore più smaliziato. E, insomma, tutti fermi e immobili, qualche passeggiatina, via, senza troppa fatica, la pioggia, il lampo, il tuono, il miagolio del gatto, un pizzico di gotico a scivolare brividoso lungo la schiena. Chi correva a rotta di collo erano le famose cellule grigie che non stavano ferme un minuto, tutte a ballonzolare come in una frenetica macarena.

hardboiled bannerIl movimento venne dopo con gli assatanati della hard boiled americana che se si riposavano un attimo era per riprendere fiato. Il delitto riportato alla gente che lo commette (ovvìa!), come disse quel tizio niente male. Una sbirciatina dentro ai personaggi e poi tutto fuori, corse, agguati, inseguimenti, da un posto all’altro, da una città all’altra. Che ci sia il sole, la neve, il vento o la burrasca importa assai. Basta mulinar gambe o pigiare sull’acceleratore. E cazzottoni, ginocchiate nelle palle, manganellate in testa, pistolettate impazzite. Già, la pistola, che diventava quasi un personaggio pure lei dotato di vita propria, per toglierla agli altri.
Via il villaggio antico e sonnolento, largo alla città terribile e selvaggia. Via ai pasticcini, al tè, al rosolio, alle torte fatte in casa, largo alle bistecche al sangue, alle patatine fritte, ai salsicciotti fumanti, al whisky, al bourbon, al cognac, ai liquori forti che ti spaccano lo stomaco insieme al fumo denso di sigarette micidiali che fanno tossire anche il lettore. Via alle zitelle pettegole, agli omini buffi coi baffi, agli strimpellamenti violineschi, al bon ton, al lindore, alla pulizia, largo al maschione virilone o malinconico, bastardo o integerrimo, stravaccato in uffici polverosi con i piedi sulla scrivania, a femmine fatali, a bambole che ti fanno girare la testa, a scontro di bande sanguinolente, a poliziotti marci, a locali notturni gremiti di fauna animalesca, al linguaggio duro e violento. D’accordo, ho banalizzato semplificando all’eccesso, ma non voglio scrivere un trattato. D’altra parte, per esempio, il creatore del ciccione orchideato ha messo insieme, furbescamente, i due aspetti infilando, accanto al pachiderma poltronista, un puledro che non sta mai fermo.
Poi (uso il “poi”, solo per convenienza, che spesso le letture sono in concomitanza) mi sono buttato sugli oscuri meandri della psiche, sul giallo cosiddetto psicologico. Con un pizzico di tremore che qualche problemetto ancestrale me lo devo essere portato dietro sin dalla nascita. Dicevo del giallo psicologico e psicanalitico, dove all’autore non interessa tanto il fattore esterno della vicenda, quanto quello interno dei personaggi: i loro sogni, i desideri, i dubbi, le paure, gli incubi. Del presente e, soprattutto, del passato  che riemerge (anche qui) sempre terribile con l’angoscia che ti stringe alla gola ad ogni voltar di pagina e grassa se alla fine rimani soltanto con un allegro tremore alle mani.
Aggiungo il giallo umoristico che solleticava la mia innata natura paesana alla risata, allo scherno, alla presa in giro (sempre in tono amichevole e perfino affettuoso). Non che in altri libri, pure della golden age, manchi l’umorismo. Basta seguire certi  tipi che il sorriso l’hanno stampato addosso. Parlo del giallo (inteso in senso lato) sgangherato, cucito su personaggi strambi e sgangherati che ti fanno sganasciare con i loro piani geniali immancabilmente buttati all’aria. Parlo di quelle storie pulpesche dove l’incasinamento verbale mischia insieme l’assurdo, il grottesco, l’horror e chi più ne ha più ne metta come in una frenetica cavalcata selvaggia.
Non mi sono fatto mancare niente. Neppure i polpettoni dalle caterve di sangue e sperma e di morti ammazzati, sparati, spaccati, sbudellati, segati, randellati, sezionati che ti sbucano da tutte le parti, perfino dal water nel momento più delicato e intimo della giornata. E nemmeno i gialli storici che spaziano per ogni dove, dal paleolitico ai giorni nostri, in cui celeberrimi personaggi, in altre faccende affaccendati, sono costretti, obtorto collo, a seguire orme sanguinose (e mi immagino gli accidenti sottovoce).
Voglio dire che ho battuto diverse strade, diverse vie piuttosto dissimili fra loro. E, dunque, il pistolotto finale è solo un invito a chi mi segue a non adagiarsi su un solo cliché di lettura. Siate curiosi, sperimentate, amate la diversità delle storie e della vita. E che il Signore ce la mandi buona e senza vento.

la vedova beffardaMi butto subito sui miei G.M. E dunque La vedova beffarda di Carter Dickson che ci ripropone il gigantesco Henry Merrivale seguito dalle sue caratteristiche imprecazioni. Qui il succo del discorso è costituito da una serie di lettere anonime al veleno, scritte a macchine e firmate “La Vedova”, di stampo soprattutto sessuale che gettano scompiglio nel classico villaggio inglese Stoke Druid “antico e sonnolento”. Mettono in crisi soprattutto i rapporti amorosi e arriva, addirittura, l’apparizione della Vedova stessa in una stanza chiusa dall’interno ad impaurire uno dei personaggi. Spiegazione finale che lascia un po’ perplessi con la luna che si affaccia dappertutto ma a Carr si può perdonare. La mano, spesso, è quello che conta. E leggerei volentieri il suddetto anche se scrivesse emerite stronzate.

Proseguo con Terrore al villaggio di Henry Wade.
terrore al villaggioGreat Norne, ancora uno dei tanti piccoli villaggi inglesi dove accadono le cose più incredibili. Siamo al tempo del trattato di Monaco nel 1938. Praticamente una serie di sospetti suicidi e di omicidi (non sospetti) a gettare nel panico gli abitanti del suddetto villaggio. Una sola spiegazione: trattasi di un pazzo assassino “uno troppo furbo per farsi prendere o anche solo per essere sospettato”. Brivido ingigantito dalla pioggia insistente e da un “vento terribile” che soffia a folate violente. È un racconto lento questo di Henry Wade, con indagini lunghe, meticolose, complesse, ricche di dubbi e possibilità (si pensa anche ad un complotto religioso) con l’intervento di personaggi minori, ben caratterizzati, a creare una vicenda corale, un’atmosfera sempre più tesa e incalzante fino all’epilogo.

tutto quel bluAggiungo Tutto quel blu di Cristiana Astori che già avevamo incontrato in Tutto quel nero e Tutto quel rosso con Susanna Marino (soffre di narcolessia) che riesce a venir fuori da una situazione drammatica scaturita dalla sua passione per il cinema horror. Piccola oasi di pace le visite alla videoteca. Ma occorre lavorare e l’unica possibilità che si presenta è quella del recupero di un film introvabile (per essere più precisi una copia pirata in videocassetta), mai distribuito e assai ricercato dai collezionisti. Il tratto distintivo dei libri della Astori è la velocità e la freschezza giovanile della scrittura tra musica, film, libri e quel pizzico di mistero che gira fra i personaggi. Immersi, questa volta, in un blu che non promette niente di buono. Finale in crescendo con ripetuti colpi di scena nel solco di una lunga tradizione e dunque piuttosto prevedibili (fuga, inseguimenti, qualcuno che sta per spararmi però c’è un altro che mi salva).
Tra i libri che hanno suscitato discussioni e pareri diversi abbiamo La carne e il sangue di Maureen Jennings con il detective Murdoch ambientato a Toronto. Proprio per questo lo leggerei per sapere da che parte schierarmi.
Concludo con Tre donne del mistero di Dorothy L. Sayers, Ngaio Marsh e Mary Roberts Rinheart, Mondadori 2014, presentato superbamente da Mauro Boncompagni. Qui la recensione.

la rocca maledettaPer la Polillo, che ci propone la riscoperta di libri interessanti, ecco a voi La rocca maledetta di R.C. Ashby (una donna, per la precisione, di ottima cultura). Siamo in “una sperduta e nebbiosa landa inglese”. Il giovane William Mertoun riceve l’incarico di catalogare le opere della biblioteca del colonnello Barr. Lavoro certo piuttosto facile se non ci fossero alcune stranezze come, per esempio, la morte misteriosa del fratello di Barr e poi, perché il suddetto colonnello non si fa mai vedere? Occhio anche al fantasma romano di Vitellio Gracco che abita, secondo la leggenda, in una rocca poco distante e può venire a farvi visita.
Di Autori Vari, sempre della stessa casa editrice, segnalo Veleni, pugnali e altre amenità, il cui titolo dà l’idea del contenuto. Insomma si può morire in vari modi contro la nostra volontà. Per stuzzicarvi all’acquisto bastano gli autori stessi: John Dickson Carr, Richard Harding Davis, Ben Hecht, Rufus King, Stuart Palmer, Joel Townsley Rogers, Will Scott, Philip Wylie, James Waffe, Loel Yeo. Su questo libro ci risentiremo.

Tra i regali di Natale in casa Lotti è arrivato anche L’incredibile Urka di Luciana Littizzetto, Mondadori 2014, nelle vesti di una incazzata supereroina verde che cerca di farci sorridere. Vedremo se ci riuscirà.

La compagnia della morte di Alfredo Colitto, Piemme 2014.
la compagnia della morteNapoli, 14 agosto 1655. Maria, la cognata del pittore Sebastiano Filieri, ormai alla fine della sua vita, svela una dolorosa verità “So chi ha ucciso tua moglie e tua figlia”. E così si ritorna indietro nel tempo all’8 aprile del 1647.
Sebastiano, trentasei anni, magro, poco più alto della media, capelli neri e lisci, occhi scuri, viso bruno senza barba e baffi, sta affrescando la cappella privata del palazzo nuovo di Michele Agliaro. Suo apprendista Paolo Conti, con il quale ha stretto una bella amicizia. Fa parte della Compagnia della morte, un gruppo di pittori ribelli al dominio degli spagnoli che di notte uccidono i conquistatori. Alleati con Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, che pensa ad una grande rivolta per liberare il popolo napoletano dalle tasse e dall’oppressione. Ora bisogna distruggere una nave spagnola ancorata nel porto a cui sembra interessato anche il duca di Maddaloni attraverso il suo braccio armato Nicola Ametrano.
Alla vicenda storica si legano quelle personali del padre Martino che sta per sposare la giovane Lucrezia (intanto lei lo tradisce) e del cognato di Sebastiano, Ugo Mantovani, che era stato innamorato di sua moglie Angela (i due cercheranno un complotto per disfarsi del suddetto). Si ritorna, poi, all’inizio con il Filieri deciso a vendicare la morte dei suoi cari.
E dunque un tourbillon di amori, gelosie, sospetti, tradimenti, scontri, duelli, morti ammazzati, prostitute, moglie fedele e giovane infedele incorniciati nel quadro storico, ottimamente delineato, di una Napoli del Seicento con la rivolta fallita di Masaniello. Un romanzo breve o un racconto lungo che lascia scoperta, per sua natura, qualche parte schematica.
Il libro presenta anche l’inizio del seguito Peste, pubblicato sempre dalla Piemme. La storia di Cecilia di Nola (disegnatrice di vicende raccontate dal fratello in una famiglia di saltimbanchi) che ha ascoltato, senza volerlo, un colloquio fra due potenti rischiando la vita. Essa viene aiutata da Sebastiano Filieri ritornato a dipingere dopo un periodo  di stasi e vagabondaggio. E qui, invece, mi pare che la scrittura sia più completa.

Spiluzzicature
Spiluzzicato in qua e là, alla solita Feltrinelli di Siena, La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2014 (vincitore del premio Scerbanenco), con l’avvocato Guerrieri che si trova a difendere un noto magistrato dall’accusa di corruzione.
E spiluzzicato pure Diavoli di donne di Jim Thompson, Einaudi 2014, un autore che non mi lascerò scappare, vista la soddisfazione delle precedenti letture. Ecco l’incipit
Ero sceso dall’auto e stavo correndo verso la veranda quando la vidi. Sbirciava dalle tendine della porta-finestra, e un lampo illuminò per un istante i vetri scuri, incorniciandole il viso come in un ritratto. Certo, non era un capolavoro: tutto fuorché una bellezza. Ma c’era qualcosa in lei che mi prese subito al laccio. Inciampai in una crepa dell’asfalto e ci mancò poco che finissi per terra. Quando alzai di nuovo gli occhi era sparita, e le tendine erano immobili.
Inizia l’avventura di Frank “Dolly” Dillon, commesso viaggiatore in una città dell’America profonda.
Sono invece perplesso su L’ombra del collezionista di Jeffery Deaver, Rizzoli 2014, con un disgraziato maledetto che aggredisce le persone e infligge tatuaggi al veleno sulla loro pelle. Mi ricorda troppo Il collezionista di ossa di qualche tempo fa (sono passati dieci anni in un batter d’occhio). Vedremo.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Questa volta mi sono buttato sulla filosofia, ritornando con la memoria ai vecchi tempi da studentello quando ero già in ambascia con l’albero e l’idea dell’albero stesso. Insomma ho preso in mano certi libretti ad usum Lotti e sono partito dalla caverna di Platone, saltellando da un autore all’altro, fino a giungere con l’occhio in trasferta alle decostruzioni di Derrida. In quel di Ampugnano allietato dalla presenza del giovanotto scamiciato che cammina svelto parlando ad alta voce (lo becco quasi tutte le mattine e non l’ho mai visto starnutire).
Per gli scacchi I miei grandi predecessori, vol. 2, di Garry Kasparov, Ediscere 2004. Questa volta la carrellata dell’ex campione del mondo parte da Max Euwe per arrivare a Mikhail Tal. Vite illustri, partite, analisi, commenti, una ricca messe di fotografie a ricordarci tanti momenti importanti di storia del “nobil giuoco” e di storia tout court.

Un giretto tra i miei libri
Era tutta un’altra storia di Håkan Nesser, Guanda 2009.
era tutta un'altra storiaQui abbiamo l’ispettore Gunnar Barbarotti di Kymlinge di quarantasette anni, padre mai conosciuto,  divorziato con tre figli, i due maschi alla ex moglie, la femmina Sara con lui. Per poco perché se ne parte a studiare a Londra. Si innamora di Marianne a sua volta divorziata con due figli. Durante l’indagine viene esonerato perché picchia un giornalista, ha bisogno di un supporto psicologico. Il nostro Gunnar affronta la vita con filosofia ed una discreta fiducia in nostro Signore (legge la Bibbia da sei mesi), macchina Citroën, al bisogno la bicicletta. Barba lunga un po’ arruffata, birra ad ogni occasione tanto per aggiungere qualche particolare.
Sul piano delle pappardelle il solito assassino che manda biglietti di morte (però è di parola) e scrive in prima persona una storia passata, il profiler che ormai si infila dappertutto come il prezzemolo, il classico giornalista impiccione, fotografie rivelatrici (almeno per una parte), solito contorno di colleghi e colleghe, natura che fa capolino qua e là a stuzzicare sentimenti.
Libro interessante sotto il profilo psicologico, arzigogolato e poco convincente riguardo alla semplice credibilità (leggi spiegazione finale). Prosa scarna, essenziale, domande sulla vita e sugli uomini, dubbi, incertezze, assilli, senso di impotenza che affliggono il protagonista, ironia tanto per smorzare un po’. Alla fine da solo sta per ritrovarsi con una nuova famiglia parecchio allargata.
Un impasto di cose nuove e  risapute scritte con una certa classe.

“Le donne arrivano da tutte le parti, smettono di litigare, si aggregano, fanno comunella in barba a quel bischero di maschietto che le vuole in eterno conflitto. Soprattutto nel mondo della scrittura. Ed ecco allora spuntare antologie come Alle signore piace il nero di AA.VV. a cura di Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani, Sperling & Kupfer 2009, che ne mette insieme ben quattordici. Cose dell’altro mondo direbbe il più miope dei tradizionalisti”.
eros thanatosQuesto scrivevo qualche tempo fa. Con Eros & Thanatos di AA.VV. a cura di Lia Volpatti, Mondadori 2010, il numero è quasi raddoppiato. Ventisette signore e signorine armate di penne sopraffine (e pure di nodosi randelli). Impossibile farne una disamina racconto per racconto ma solo alcune osservazioni di carattere generale.
In primis il sesso come libidine, perversione, come forza scatenante, violenza e sopraffazione. E poi il sangue. Molte (troppe?) pagine intrise di sangue. Sesso e sangue. Sesso e morte. Vite dissolute, vite spezzate.
Al centro di Eros e Thanatos la donna, la femmina, l’ammaliatrice, la seduttrice, ma anche la fragile, l’indifesa, la tradita con il senso di malinconico sfinimento di un rapporto sfilacciato, la sua voglia di vendetta e di riscatto. Vendetta sull’uomo e, talvolta, sulla donna-nemica. E poi, magari, l’annullarsi di se stessa…
Racconti crudi, impietosi, al limite della sopportazione, stupri e sfruttamento, gelosie e sordi rancori, racconti tra sogno e realtà,  passato e presente che si mischiano terribili fra loro. L’amore cercato, l’amore voluto, un po’ di tenerezza, via, un po’ di ascolto che non c’è, la lacrima che scende sul viso e subito dopo il sesso selvaggio, il coltello che fende, il sangue di nuovo che sprizza.
Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
Prosa ricca di molte sfaccettature, ora nervosa, scattante, in un certo senso ripetitiva a punzecchiare e mordere, ora più lenta e pacata, sottile, sinuosa nei meandri dell’animo, nelle viscere del corpo, ora di più ampio respiro e insomma una notevole padronanza del mezzo espressivo con qualche inevitabile ingenuità e ridondanza (a volte veramente troppa).
E l’uomo? Già l’uomo: violento, porco, dissoluto, vigliacco, vittima e carnefice. Sembra che non ci sia possibilità di incontro fra questi due mondi così diversi. “Uomini e donne estranei gli uni alle altre che si agitano incessantemente per cercarsi e conficcarsi gli uni dentro gli altri. Misteri che curano il loro male con altri misteri” scrive  Claudia Salvatori.
A fine lettura un certo senso di smarrimento e stordimento.

errore di prospettivaCon Errore di prospettiva di Luigi Guicciardi, Hobby and Work 2008, arriva il commissario Giovanni Cataldo di Modena (in realtà un siciliano sui generis alto e biondo) che si aggiunge alla schiera dei “tristi” (cfr. Tristezza, dolore e sorriso nel moderno romanzo poliziesco di me medesimo).
Laureato in scienze politiche e specializzato in criminologia, sposato con Irene alle prese con la prima supplenza e non mi pare un matrimonio che funziona (diciamo pure in crisi). Mangia spesso da solo, anche uova e un po’ di salsiccia, panini e birra, o va alla Trattoria Pascoli. Fuma sigarette, per vestirsi bastano i jeans e una camicia di flanella, sopra il loden verde. Di poche pretese, insomma.
Ora ottimista, ora pessimista, ora in preda ad un “senso strano di scoramento”, ora depresso, con la testa vuota, ora indeciso o colpito da una stanchezza nervosa fatta “di un briciolo d’ansia e di inquietudine”. All’occorrenza tosto e implacabile. Con alti e bassi tipici di una personalità sensibile e complessa.
Una fitta alla tempia è il segnale di una nevralgia, affiorano ricordi poetici delle scuole medie e ricordi legati all’odore dell’incenso. L’uomo al centro del mistero della morte “Si muore sempre per quel che si è, o che si è stati”. Di ogni indagine gli resta sempre qualcosa che non va perduto: un nome, un volto, una frase. Alla fine tira un lungo sospiro come se si fosse tolto un peso dallo stomaco.
Già l’indagine. Sulla morte violenta del giudice Cassese  e dell’usciere Pisaniello e poi un altro morto ancora “a confondere le acque e a complicare il rebus”. E nel mezzo inquinamento e corruzione politica e i soliti mali dell’uomo.
Prosa scarna, essenziale, timbro basso, movimento lento a seguire il dolente percorso di ricerca del commissario. Un lavoro dignitoso.

Febbre di Bill Pronzini, Mondadori 2011.
febbreUna agenzia investigativa con Bill, Tamara Corbin ed il collaboratore Jake Runyon; una signora, Janice Krochek, scomparsa per ben quattro volte e riacciuffata da Jake, il Segugio.
Janice travolta dal gioco compulsivo, una montagna di debiti, è costretta a prostituirsi, appena ripresa scompare un’altra volta lasciando una scia di sangue sul pavimento della cucina. A questa storia si affianca il problema di Brian Yongblood, giovane esperto informatico (usa il computer anche per giocare a scacchi) in piena crisi, scomparso anche lui da casa.
Ogni personaggio si porta dietro di sé qualche guaio. Jake è ossessionato dalla morte e dal ricordo della moglie; Tamara in eterno conflitto con il padre poliziotto; Bill stesso, un uomo tutto d’un pezzo, con ricordi tristi della vecchia Little Italy (cambiata in peggio), madre paziente e sensibile, sorella morta da piccola, padre ubriacone e giocatore accanito. Lui “Non bevo liquori, non rubo, non inganno e non faccio del male alla gente che mi è vicina”. Da prenderlo di peso e portarlo ai giorni nostri.
Qualche scontro, qualche morto, il problema dei travestiti e quello della chirurgia estetica, il marcio dell’usura, un finale inaspettato. Tristezza e dolore, dicevo, lungo tutto il percorso, ma anche la luce della speranza (vedi la signora con la sciarpa) e insomma c’è sempre qualcosa di imprevisto nella vita che può salvarci. Raccontato in prima persona da Bill, in terza per gli altri personaggi.

La nostra Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta un bel lavoro.
troppo tardi per la veritaSentiamola. “Gianni Simoni, l’ex magistrato ormai giallista a tempo pieno, ritorna in libreria con Troppo tardi per la verità, Tea 2014, suo nono (o sbaglio?) romanzo del filone bresciano. Un gradito ritorno con la Leonessa d’Italia per scenario e, immancabile corollario, lo stracollaudato gruppo della mobile passato al comando di Grazia Bruni ma con Miceli e Petri quasi in veste di aleggianti angeli custodi.
A mo’ di jolly Simoni, tanto per scozzonare ben bene il mazzo della squadra bresciana che gli è cara, introduce una novità: il sovrintendente Salvatore Armiento. Piace a me, ma piace a tutti l’ingresso sulla scena di questo nuovo attor giovane, preparato e brillante, quasi un primo della classe ma che sa ancora arrossire.
La presentazione di Troppo tardi per la verità recita: «È notte fonda: un’auto lanciata a gran velocità per le strade di Brescia travolge un uomo, lasciandolo sull’asfalto senza vita e dileguandosi. Sembrerebbe un triste caso di omicidio colposo con omissione di soccorso, come anche i testimoni oculari confermerebbero, ma il sovrintendente Armiento della Stradale non ne è convinto…»
E bravo! Infatti tanti particolari non quadrano (non sto ad elencarli). E purtroppo il morto, ben vestito e con aspetto signorile, non aveva documenti su di sé. L’omicidio colposo potrebbe trasformarsi in omicidio premeditato?
Il caso, accompagnato fisicamente da quel geniaccio di Armiento, passa per forza per competenza alla Omicidi, e quindi ai commissari Bruni e Miceli con la loro solita équipe e Petri dietro le quinte ma neppure troppo. Indagano in lungo e in largo. Ciò nondimeno le cose si complicano. Ci sarà un secondo mortale incidente d’auto. È un secondo delitto? Cosa c’è sotto? Bisogna darsi da fare e scoprire a tutti costi l’identità della prima vittima.
Buon ritmo, soprattutto la prima parte, trama coinvolgente, indovinate le caratterizzazioni dei personaggi vecchi e nuovi, con le loro velleità e umane debolezze. Da leggere con piacere”.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAAl nostro circolo gabinettistico di lettura è successo un fatto inusuale. Più precisamente a tutti noi appartenenti al suddetto circolo. Partendo dal sor Pampurio dall’occhio porcino che un giorno si è sentito come chiuso e impotente ad esternare il lato corporale durante la riunione, fattore decisivo di crescita culturale secondo l’obiettivo comune. Nemmeno con il nostro aiuto, i nostri “Forza, dai che ce la fai!”, “Non demordere!”, “Siamo tutti con te!” ed altri similari incoraggiamenti. Lui ce l’ha messa tutta, è diventato paonazzo che sembrava scoppiare da un momento all’altro ma nisba, niente, nemmeno un refolo di vento. Si pensava che l’incidente rimanesse nell’alveo di un singolo episodio quando il disturbo si è allargato piano piano, dicevo, a tutti noi. Colpa sicura di qualche lettura pesante, di qualche malloppone indigesto che avevamo letto e commentato ultimamene. Occorreva fare qualcosa, trovare un rimedio per ritornare al felice connubio mente-corpo allietato dall’allegro scampanio degli sciacquoni. Qualcosa che allentasse le viscere, che provocasse una specie di terremoto liberatorio. “La confessione di Pupo!” ha esclamato la sora Corinna, fan sfegatata del cantante. E così è iniziata la lettura di questa “cosa”, aspettando frementi l’esito sperato. Credetemi, è bastata mezza pagina perché certi argini oscuri venissero rotti provocando una tracimazione mai vista con mugolii di soddisfazione e urla di gioia. Il problema era risolto. Tirata di sciacquone e via a casa, finalmente svuotati e con il sorriso sulle labbra. Conclusione: tutti i libri sono utili.

sherlock gm1Non ho mai avuto una grande passione per gli apocrifi (lasciamoli in pace i grandi morti) ma se si tratta dei miei inseparabili G.M. allora la cosa prende un’altra piega. Così segnalo Sherlock Holmes e il diario segreto del dottor Watson di Phil Growick. Un’avventura incredibile di Sherlock e Watson nella Russia della guerra civile del 1918. Ed una missione impossibile (si direbbe oggi): salvare la famiglia imperiale dei Romanov prima che lo zar Nicola II venga giustiziato insieme alla Zarina Alessandra e ai cinque figli dai rivoluzionari bolscevichi!

Segnalo pure I morti non riposeranno di Tessa Harris che ci porta nella Londra fine Settecento dove certi dottori anatomisti si contendono i corpi dei morti per le loro ricerche (brrr!).

assassino tra noiAggiungo L’assassino è tra noi di Ellery Queen, una folla micidiale di deduzioni e controdeduzioni, unita ad una atmosfera tesa e ossessiva con squarci di sorriso. Un libro sorprendente. Un classico.

Per finire beccatevi La scatola d’argento di Margaret Millar. Bella storia ricca di tensione, inquietudine e suspense con tranello finale in cui ricompare la scatola d’argento del titolo perduta in precedenza. Margaret Millar è stata la moglie del più noto Kenneth Millar, ovvero Ross Macdonald. Magari non alla sua altezza ma mica male.

Uno sguardo alla Polillo fa sempre bene. Tra gli ultimi arrivati dei Bassotti Invito con delitto di R. Philmore che dimostra in modo inequivocabile come il sesso non sia faccenda riservata ai gialli di oggi. Qui abbiamo rapporto prete e prostituta, moglie assatanata, politicone invischiato in bordelli e allegri scambisti. Tutto il tempo è paese.
Così come in La stessa sera alla stessa ora di Herbert Adams dove allegrotte fanciulle se la spassano mica male. Naturalmente ci sono i morti ammazzati e il solito dilettante di talento.
Per i Mastini andiamo sul sicuro con La bella addormentata e Il brivido blu di Ross Macdonald che non ha bisogno di presentazione.

cacciatore del buioScrittore da brivido nostrano Donato Carrisi che ebbe il suo battesimo di fuoco con Il suggeritore, Longanesi 2009, praticamente un successo strepitoso ed incetta di vari premi prestigiosi. Due anni dopo si fa vivo con Il tribunale delle anime ambientato in una Roma misteriosa, segue L’ipotesi del male (premio Scerbanenco 2013) e, ultimo arrivato, Il cacciatore del buio, tutti pubblicati dalla Longanesi. Qui abbiamo un personaggio particolare, Marcus, l’ultimo dei penitenzieri, un prete che ha il dono di “scovare le anomalie e di intravedere i fili che intessono la trama di ogni omicidio”.

Mica male, in fatto di brividi, anche Massimo Lugli di cui consiglio Crimini imperfetti – Tutte le indagini di Marco Corvino, Newton Compton 2013. Ci si trova Il carezzevole, L’adepto, Il guardiano e Gioco perverso ad un prezzo eccellente strada dei delitticon una miscela esplosiva: riti satanici, esorcisti, maghi, sensitivi, corpi mutilati e sezionati, animali sacrificati, con il nostro cronista Marco Corvino a districare le orribili trame e a fare un po’ i conti con se stesso. Ora, mentre scrivo, ho tra le mani l’ultimo nato La strada dei delitti, Newton Compton 2014, che non è da meno nel portare alla luce fatti orrendi relativi a bambini e adolescenti sfruttati da bande di criminali senza scrupoli. Sono arrivato al decimo capitolo (circa un quarto del libro) in un batter d’occhio seduto su una panchina del “giardino” del paese in cui vivo e già sono in pena per la vita di Sveglio, uno dei tanti ragazzi (ha tredici anni) maciullati dalla sorte… Arieccomi! Terminato con soddisfazione anche per la parte finale che, insomma, mica si può stare sempre a prenderle. Due linee che si intersecano, quella di Corvino e di Sveglio (poi Gigi quando viene in Italia), e che danno vita ad un bel racconto con scrittura energica di forte impatto emotivo e qualche luccichio di umanità in un mondo di merda. Vince la parte di Sveglio su quella canonica e più prevedibile di Marco. Qui la recensione.

petrosjanPer i grandi campioni di scacchi Petrosjan oltre i confini della teoria di Tigran Petrosjan, Prisma 1998.
Sono stato sempre colpito dalle corporature tozze e massicce. Nei miei ricordi di ragazzino esile i compagni più robusti e cicciottelli mi suscitavano simpatia e sicurezza insieme, anche perché potevano venirmi meravigliosamente in soccorso quando c’era da menar le mani fra le bande rivali. Dunque la “stazza” di Tigran Petrossiàn (così ho trovato scritto in altri libri) si presentò per la prima volta ai miei occhi in tutta la sua gradevole possanza.
Tigran Vartanovic Petrossiàn nasce il 17 giugno 1929 a Tblisi, capitale della Georgia, ma i suoi genitori sono armeni ed egli per tutta la vita si sentirà orgoglioso di essere cresciuto in una famiglia operaia. Conosce il gioco degli scacchi a undici anni in maniera del tutto occasionale, comune a molti campioni, in una colonia estiva da un amico che gli spiega il movimento dei pezzi. La cosa gli piace ma la spinta decisiva arriva, come attesta lui stesso nel primo capitolo del suo gioiello Lezioni di strategia, pubblicato lodevolmente dalla Prisma, nel vedere al Palazzo dei pionieri a Tblisi una simultanea di un adulto contro tanti bambini. Il fatto lo colpisce e da quel momento non si stacca più dagli scacchi.
Il Nostro è stato spesso criticato per il gioco pattoso, troppo difensivista, poco portato all’attacco. La profonda capacità di penetrare e capire ogni tipo di posizione gli impediva di forzare gli eventi, di azzardare. Egli ricercava la pura e semplice “verità”, rispettava quello che di concreto maturava sulla scacchiera. Sarebbe stato un peccato sciupare con una mossa inopportuna, e bella solo in apparenza, tutto il lavoro portato avanti fino a quel momento con tanto sudore. Tigran Vartanovic Petrossiàn è stato un grande stratega, un grande giocatore di scacchi, un grande campione. È scomparso prematuramente il 13 agosto 1984 minato da un male incurabile.

Secondo Bruno Arpaia lo scrittore medio è morto. E io mi sento poco bene (è una vita che volevo scimmiottare questa battuta).

ira domini forteIra Domini di Franco Forte, Mondadori 2014.
Milano, agosto 1576. Caldo, peste, monatti, morti, fopponi (fosse comuni), patiboli, grida e dolore. Carlo Borromeo a visitare il Lazzaretto Maggiore per qualche conforto ai disperati. Nello stesso tempo un assassino armato di balestra sembra colpire chi gli capita a tiro. Ultima vittima una ragazza in piazza Carobio. Urge l’intervento del nostro Niccolò Taverna, notaio criminale, con i due assistenti: il gigante Rinaldo e il fiero portoghese Tadino che lo aiuteranno nelle indagini. Secondo problema: sequestrati i figli di don Carlos de Alcante, ricchissimo nobile spagnolo in rapporti con il governatore Guzman e la Corona. Tutti asserragliati in un magazzino di pietre e sabbia che serve per la Fabbrica del Duomo voluta dallo stesso Carlo Borromeo. I sequestratori (incisiva la figura tracotante e spietata del loro capo Lasser de Bourgignac) chiedono soldi, cavalli e una lettera di immunità per fuggire in Francia. Niccolò è chiamato a fare da mediatore, stretto tra i poteri forti di allora.
Due impegni che lo tengono costantemente occupato, mentre il suo cuore vibra per Isabella Landolfi, intelligente, ironica, un po’ monello che lo tiene anch’essa sul chi vive. La classica ragazza con piglio moderno, simbolo di quella donna che, secondo uno dei personaggi (il maestro Cordelli), conquisterà il mondo. Niccolò Taverna, dicevo, uomo forte, risoluto, acume sherlockiano (vedi le sue “scoperte” sul nonno di Isabella) e deduzioni tecniche sulle armi del tempo, aggrappato alla terra e nello stesso tempo disilluso, come dimostra il colloquio con il cardinale Borromeo, il quale invece “credeva in ciò che non poteva vedere”.
Dunque due linee di sviluppo che alla fine si intersecano, con momenti di viva tensione (perfino Rinaldo viene colpito dal balestriere assassino) e altri di lucida analisi delle vicende infiorettati da qualche sorriso, in una ricostruzione storica accuratissima della Milano cinquecentesca, di una città che soffre e nello stesso tempo cerca di non abbandonarsi alla disperazione.
Alla prossima.

il tempo non cancellaIl tempo non cancella di Roberta De Falco, Sperling & Kupfer 2014.
Trieste. Stelio Kunz, “critico letterario per necessità” e “scrittore incompreso”, deve scrivere un pezzo su Ivo Radek, scrittore famosissimo, che si appresta a ricevere la laurea honoris causa dall’Università.
A Trieste anche Rhoda Wallace, importante agente letterario dello stesso Ivo Radek, che viene a fagiolo per il commissario Ettore Benussi, uscito indenne da un incidente di otto mesi prima (moglie Carla, figlia Livia) per il suo gialletto (anche lui scrive, mannaggia) e chissà che la bella Rhoda non lo aiuti a realizzare il suo sogno. In corsivo e in prima persona, raccontata da un vecchio che sta per morire, la vicenda dell’esodo istriano sotto i talloni di Tito e nello stesso tempo la storia sofferta d’amore di due giovani per la stessa ragazza.
La linea di indagine del commissario Benussi (goliardichetto il giusto) si sviluppa dal fatto che Ivo Radek viene colpito pesantemente alla testa nella biblioteca della facoltà universitaria dove si è svolta la premiazione ed è portato in fin di vita all’ospedale. Ma il libro è, soprattutto, un condensato di varie problematiche legate alla società tra cui: storie di clandestini, storie individuali e sentimentali che si intrecciano fra loro, storie familiari, rapporti duri e difficili moglie-marito o genitori-figli, il ritrovamento di una madre da parte della figlia abbandonata alla nascita in un orfanotrofio, la forza di una donna abbandonata dal marito che ce la fa a rompere con il nuovo compagno. Dolore, solitudine, rabbia, malinconia ma anche lo slancio di aiutare gli altri con Violeta e padre Florence attraverso la loro struttura d’accoglienza.
Il libro è, pure, una specie di sarcastico pamphlet sulla mania di scrittura che prende tutti i bipedi pensanti (compresa l’autrice e il sottoscritto, dico io), sui brutti manoscritti infarciti di sesso e violenza, sui gialli che arrivano da ogni parte con “serial killer psicopatici e asociali” e sulla lotta all’ultimo sangue fra le case editrici.
Un romanzo, un romanzetto a tratti toccante (soprattutto il corsivo) ma nel complesso stereotipato e scontato con una scrittura che non lascia il segno. Però mi pare giusto sottolineare il giudizio estremamente positivo in copertina di Maurizio De Giovanni sulla scrittrice “Una voce che promette di diventare sempre più importante nel polifonico coro del romanzo nero italiano contemporaneo”. Per correttezza nei confronti del lettore.

mistero Oliver RyanIl mistero di Oliver Ryan di Liz Nugent, Neri Pozza 2014.
Oliver Ryan, irlandese, è un uomo bello e sicuro di sé. Uno scrittore famoso sotto lo pseudonimo di Vincent Dax. Sua moglie Alice, dolce e carina, è l’illustratrice dei suoi libri per bambini. Una sera di novembre 2011 la “picchia così selvaggiamente da ridurla in coma”. La notizia si sparge subito attraverso i mezzi di comunicazione e tutti ne rimangono sbigottiti. Ma allora chi è veramente Oliver Ryan? La risposta l’avremo leggendo i racconti e le confessioni dei suoi amici e conoscenti. E, soprattutto, di lui stesso.
Dunque vediamoli questi amici e conoscenti. C’è Barney a cui ha “fregato” Alice proprio quando le aveva comprato l’anello di fidanzamento; c’è l’amico Michael ossessionato dall’idea di essere gay; c’è Moya, l’attrice vicina di casa con la quale ha un lungo rapporto; c’è Madame Veronique che gestisce un castello con tenuta (vigneto) a Bordeaux; c’è  Stanley che lega con Oliver al ST. Finian’s; c’è suo fratello più piccolo Philip ed Eugene, fratello di Alice, con quoziente intellettivo inferiore alla norma.
Tutto gira intorno al Personaggio. Bello e fascinoso, dicevo. Ragazze ai suoi piedi, sempre al centro della scena ma un tarlo lo rode, la mancanza della madre, la mancanza di amore del padre che lo “elimina” praticamente dalla sua esistenza. Ed il Male che lo abbraccia.
Dai racconti e dalle confessioni degli altri ecco tanti piccoli tasselli che contribuiscono a comporre la sua inquietante figura con prospettive diverse e ad offrirci il destro per la conoscenza di altre storie. C’è tutta la vita, c’è tutto l’uomo in questa vicenda: la nascita e lo sviluppo dei sentimenti, il sesso, l’amore cercato e l’amore mancato, il figlio non desiderato e quello voluto, la vergogna del peccato, la lotta e la sofferenza di esprimere la propria sessualità, gli sfruttati, le sorprese, il dolore, la voglia di farla finita, il suicidio, la morte. E poi i ricordi, i sogni, qualcosa di buono che all’improvviso si accende nell’animo di Oliver.
A fine lettura un senso di rabbia misto ad un sentimento di tristezza infinita per la debolezza del nostro essere, di noi tutti, di fronte agli agguati del male.

Spiluzzicature
Alla solita Feltrinelli di Siena ho girato e rigirato fra le mani Tre stanze per un delitto di Sophie Hannah, Mondadori 2014, dove viene resuscitato il testa d’uovo Poirot. Così a naso (lette, comunque, una cinquantina di pagine) niente a che vedere con l’eleganza e l’ironia della Christie. Però i tempi cambiano. Spiluzzicato pure Il telefono senza fili di Marco Malvaldi, Sellerio 2014, che mi ha convinto all’acquisto. Ne riparleremo alla prossima. Altre occhiatine in qua e là senza sugo di nulla.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Il successo ottenuto con i miti greci, più precisamente con Storie illustrate dai miti greci, edizioni Usborne 2013, nei confronti del mio nipotino Jonathan (vedi il suo interesse ai tanti mostri che li popolano) mi ha spinto a ripassare in qua e là i miti in generale che mi hanno sempre affascinato sin da ragazzo. Ho ripreso in mano i due volumi di Anna Ferrari Dizionario di mitologia, Istituto geografico De Agostini 2006, e mi sono lasciato trasportare dalle storie più belle e dai personaggi più famosi che popolano questo mondo magico e misterioso.

Un giretto tra i miei libri.
delitto a teatroNgaio Marsh è un pezzo grosso della letteratura poliziesca e, insieme ad Agatha Christie, Dorothy L. Sayers e Margery Allingham, “fa parte dell’originale quartetto delle “Queens of Crime”, ovvero le scrittrici inglesi di gialli che dominarono la scena della crime fiction nell’epoca d’oro tra gli anni Venti e Trenta”. Dunque un caldo benvenuto a Delitto a teatro di Ngaio Marsh, Elliot 2010.
Siamo di fronte ad un omicidio sul palcoscenico (il revolver era caricato con proiettili veri) dell’ultimo atto di “Il Topo e il Castoro”, un tema caro agli autori del giallo classico. Indaga l’ispettore capo di Scotland Yard, Roderick Alleyn, chiamato a risolvere l’enigma e presente alla scena. Tranquillo, sicuro di sé “Io, signori, rappresento la Legge” e “Tutti siete sospettati. E tutti mentite e recitate”. A fargli da spalla l’amico Nigel Bathgate che in qualche modo si dà da fare per risolvere il mistero.
L’indagine porta a scoprire diverse cosette sul morto: un passato da drogato e molestatore di fanciulle, buttato fuori perfino dalla scuola. Infuriato contro Gardener che gli ha rubato la parte principale e contro Stephanie Vaugham, la primadonna della compagnia. Qualche particolare: sparite e poi ritrovate le cartucce fasulle macchiate con biacca fresca, lettera minatoria, un po’ di movimento, pedinamenti, spezzoni di colloquio compromettenti, ricatto, altre vittime, la ricostruzione della scena con delitto, un trucchetto per incastrare l’assassino, lo scioglimento di tutto l’ambaradan.
Lettura veloce, scorrevole intessuta di molti dialoghi. Un prodotto dignitoso senza eccedere.

Delitto in manicomio di Jonathan Latimer, Mondadori 2009.
Si inizia bene con il poliziotto privato William Crane libero da vincoli matrimoniali che se ne va in manicomio (su una autoambulanza) per proteggere la signorina attempatella Van Kamp a cui hanno rubato una cassaforte blindata con quattrocentomila dollari in titoli e la chiave di una cassetta di sicurezza (ergo è ricca). Qui troviamo il dottor Livermore con una barbetta alla Italo Balbo, il dottor Eastman, la signorina Clayton e… strani mugolii che provengono da fuori. Appartenenti ad un uomo che corre carponi e si magia una falena con un ben assestato colpo di denti. Come inizio, ripeto, non c’è male. Si continua con la signorina Evans, un gran pezzo di gnocca che mette scompiglio fra i dottori (ma non solo) e una serie di deduzioni alla Sherlock Holmes tirate fuori dal cappello a cilindro di Crane. Arrivano poi in fila tutti gli altri personaggi della storia.
Che è la storia di morti strozzati o infilzati per la gola con un discreto coltello a lama lunga. La storia di questa benedetta cassetta che passa da una mano all’altra per poi scomparire. La storia del nostro Crane che corre di qua e di là per tutta la clinica (è pure sospettato degli omicidi) in una atmosfera da paura resa più lieve da un substrato ironico e dissacrante.
È anche la storia della barbetta del dottor Livermore che sembra vivere per conto suo come quella di Rubin del club dei famosi Vedovi Neri di Asimov, a rimarcare il senso divertito di tutto il contesto, confortato pure dalla scena della signora Brady che, tutta nuda e impaurita, sembra volersi gettare dalla finestra.
Finale da giallo classico con doppio colpo di scena ad accontentare gli amanti di questo genere.
Leggetelo e moltiplicatevi. [Questo romanzo sembra essere disponibile solo nelle librerie dell’usato, n.d.A.]

delitto imperfetto solanaDelitto imperfetto di Teresa Solana, Sellerio 2008.
Eduardo e Borja dirigono una specie di agenzia che si occupa di sbrigare faccende poco limpide dei ricconi. Si presenta un giorno un importante politico destinato a una carriera di governo, che chiede di occuparsi del mistero del quadro di un noto pittore che ritrae sua moglie. Un caso di adulterio? I due dilettanti cominciano a battere pista, tra salotti e club esclusivi, quando la signora viene trovata morta per avvelenamento.
Sono fratelli gemelli ma non lo fanno sapere. Di carattere opposto: quanto il primo è serio e posato (pure sposato), quanto il secondo è single e spostato. Un tipetto particolare che non va tanto per il sottile. Un viaggio a Parigi per conoscere il pittore del quadro con annessi ricordi. Troppo tardi. Gli è venuto un colpo…
Storia movimentata, ora passabile, ora ingenua, ora con diverse lungaggini di troppo e il solito Armani che nel giallo c’è di casa e di bottega (L’ho ritrovato ultimamente anche in A rischio di Patricia Cornwell).
Insomma un giallo così e così con un finale tirato per i capelli. C’è ancora tanto da lavorare per avvicinarsi ai più bravi giallisti spagnoli…

di tutti e di nessunoDi tutti e di nessuno di Grazia Verasani, Kowalski 2009.
Giorgia Cantini, single poco più che quarantenne, ha un’agenzia di investigazioni a Bologna. Deve seguire, su richiesta della madre Edda Fraschi, una giovane, Barbara, che ha smesso di frequentare la scuola senza un motivo apparente. Nello stesso tempo Franca Palmieri, una specie di indovina di tarocchi e di fondi di caffè, viene trovata uccisa in un giardino con fendenti alla schiena ed al volto. Giorgia se la ricorda come la Ragazza dei Rospi che si offriva ai giovani e che abitava nel suo quartiere di quando era ragazza. E dunque si interessa anche di questo caso con l’aiuto di Luca Bruni, funzionario capo della Sezione Omicidi.
Andando avanti si compone la figura della nostra detective: sorella impiccata, padre divorziato con nuova moglie, si sposta su una Citroën, fuma Camel, in preda ai ricordi del passato, della madre che amava la cultura francese, dei suoi amori più o meno fortunati, della sua musica, delle sue letture con i grandi scrittori e filosofi a farle compagnia. Riflessioni sul presente, sulla vita, sull’amore, sul dolore dei luoghi che non si riconoscono più perché cambiati. Un’atmosfera un po’ uggiosa, sfumata, in una Bologna però sempre bella, bellissima “con le sue penombre, i suoi cieli chiusi, i nascondigli, gli orti”.
Ad aiutarla nel suo piccolo ufficio Genzianella, la cui madre piange tutto il giorno perché “il marito è scappato con la badante russa di un vicino” (piccolo squarcio di ironica realtà), pizzicotti alle sottane che cinguettano intorno allo scrittore famoso di turno.
E poi il tema sulla violenza alle donne e il problema della loro tutela, il senso dello sforzo vano, che non va bene niente ma bisogna resistere e insistere, stacchi tra il bar Felicita e le varie trattorie dove si parla, si osserva, si riflette. Sesso e amore, sesso e amore e Franca Palmieri che si erge su tutti.
Un primo finale bello e toccante. Un secondo finale per sorprendere il lettore che sciupa un po’ l’atmosfera  di intima commozione che si era venuta a creare. Come inserire una nota più alta dove non è più possibile. Peccato.

Termino con la nostra incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche)
risaia crudele realiRisaia crudele – Quei giorni dell’inverno ’45, Frilli 2014, di Alessandro Reali.
Protagonista del suo nuovo romanzo è Lisandro, uomo ricco, arrivato che, richiamato dalla lettera di Carlin, un caro amico in fin di vita, torna dopo più di cinquant’anni dai vigneti della California alle risaie di Casoni Borroni, una frazioncina di Mezzana Bigli, vicino al Po, al confine tra Pavia e Alessandria, che oggi ormai conta meno di cento abitanti.
Perso nei ricordi, in un continuo, drammatico flashback, il vecchio Lisandro rivive un episodio di guerra di odi, di passioni, con l’amore, la gelosia, la vendetta e la morte che invadono le pagine e le macchiano di sangue. E, in un torrido pomeriggio d’agosto, ritrova il suo passato di umile paesano, tra le tombe del piccolo cimitero di Casoni Borroni. Un passato che lo fa soffrire dipanando i fili della memoria, un passato che gli parla in particolare di Cristina, di don Dalmazio, di Leone, di Santino, tutte persone che la morte si è portata via nei terribili giorni dell’inverno tra il 1944 e il 1945. Giorni di ghiaccio e di neve, che allora lui, Lisandro, poco più che ventenne, testa calda e sanguigno, sopraffatto dai fatti e dalle situazioni, ha affrontato a suo modo, da cane sciolto, da vendicatore ma anche con profonda ingiustizia fino alla tragedia che ha segnato il suo destino.
L’incontro con l’amico morente si trasformerà quasi in una catarsi liberatoria e porterà Lisandro – figlio di un tempo pieno di lotte e contraddizioni più dell’oggi – a parlare, a confessare, a sfogarsi, a rivivere quel gelido inverno della sua pazza giovinezza e della crudele resa dei conti, sua personale e dell’Italia intera, sconvolta dalla spaventosa e fratricida guerra civile tra fascisti e partigiani.
Non potrà mai sapere che quanto resta del suo irrimediabile passato, è ancora là, poco lontano.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAContinuo a ruota libera…
Non ci crederete ma il nostro circolo di lettura gabinettistico, dopo la visita del sindaco, ha ricevuto anche quella del prete del paese seguito da un codazzo di donnine devote. Sulla tazza centrale, decorata ad hoc, don Pietro ha salutato con vigore la nostra iniziativa culturale e ha letto un passo del vangelo richiamandoci alla fratellanza universale in qualsiasi luogo essa possa essere espletata (qui ha girato intorno la testa). Poi la benedizione in un tripudio di osanna e commozione con forti strette di mano a sancire la suddetta fratellanza. Tirata di sciacquone e tutti a casa con l’animo più rinfrancato e leggero.

Questa volta mi sono dedicato soprattutto alla letteratura e alla critica letteraria. Dopo un corpo a corpo micidiale con il mio borsellino (occhio nero e mascella gonfia), ho acquistato Opera critica di Cesare Segre, a cura di A. Conte e A. Mirabile, Mondadori 2014, tanto per darmi una staffilata di umiltà, leggendo a capo basso le escursioni (alcune tra le millanta) di questo grande critico. Naturalmente il libro mi farà compagnia per un discreto lasso di tempo. Anche se, sono sincero, certe parti mi saranno ostiche (leggi non proprio di mio gusto).

nero wolfe l'invulnerabilePer il romanzo poliziesco partiamo dai nostri imprescindibili G.M. Se volete trovare un Nero Wolfe incazzicchiato alquanto, sia in casa sua che a discreta distanza, allora ecco Nero Wolfe: l’invulnerabile, del suo creatore Rex Stout. Racconti come al solito gradevoli e spumeggianti di ironia narrati in prima persona dal dinamico Goodwin che non manca di tirare le sue frecciatine (classici scontri con il datore di lavoro). Naturalmente dopo che si è svegliato ben bene con la sua bella spremuta d’arancia, le fette biscottate e la seconda tazza di caffè.

La Christie è sempre la Christie alla faccia di qualche lettore uggioso che vorrebbe farla sparire. D’altra parte se vende più di tanti facitor di parole nostrani e stranieri non è colpa sua. Dal 1° agosto venti romanzi sono stati “agganciati” con il Corriere della sera ad un prezzo appetibile anche se si poteva fare di meglio (ne parla Le quattro bare, blog consigliatissimo). Ho riletto, a tanti anni di distanza, Perché non l’hanno chiesto a Evans? e ho capito ancora una volta il motivo, o meglio i motivi, del suo interminabile successo. Partita di golf. Un tiro di Bobby e la pallina finisce sotto la scogliera. Qui un moribondo con le sue ultime parole perche non l hanno chiesto a evans“Perché non l’hanno chiesto a Evans?”. Il compagno di gioco, un dottore, si allontana per cercare aiuto. Bobby rimane solo e, sfilando dalla tasca del morto un fazzoletto, esce anche una foto con il volto di una donna, “uno di quei visi che non si dimenticano facilmente”. Intanto il tempo passa e il nostro giovane si sente assillato dal padre (duetto irresistibile fra i due) con il quale ha un appuntamento. Per fortuna arriva un uomo che, dopo essersi presentato come Bassington-ffrench, gentilmente gli dà il cambio. Amica di Bobby è Lady Francis Derwent, ovvero Frankie, ricca di iniziativa e di straripante energia. I due diventeranno i detective della storia. La Christie riesce a dare anche alla trama più complessa e articolata quella leggerezza e quel brio, quel tono scanzonato (come si diverte!) che mi pare di avere colto nella lettura gradevolissima. Cellule grigie e azione a braccetto come due allegri compagni di viaggio. Un inno alla gioia del creare e dello scrivere.

Non lasciatevi sfuggire Il club dei vedovi neri di Isaac Asimov che soltanto per la scrittura finemente arguta vale la pena di assaporare (letto il possibile nella edizione di Minimum Fax).

delitti in trenoIl treno è fonte di continue preoccupazioni (leggi morti ammazzati) nel romanzo poliziesco. L’ho già scritto da altra parte ma lo ripeto. Non cito l’Orient Express che pure i bambini sanno quello che vi può succedere (vedi Agatha e pure Fleming).  Basta sfogliare Delitti in treno di AA. VV., Polillo 2010. Questa raccolta ne è una prova eclatante. Tredici racconti di autori sorprendenti che hanno in comune tale mezzo di viaggio e quello che può succedervi di inaspettato, come un furto o l’omicidio. O tutti e due insieme. Se c’è il mistero della camera chiusa non può mancare quello del vagone chiuso (e ci si sta anche più stretti) dove c’è il morto ammazzato e nessuno è potuto entrare ed uscire. A volte capita di trovare una donna pugnalata sotto il sedile di uno scompartimento, oppure  due cadaveri all’interno con una signora viva e disperata che vuole uscire e il caso si fa ancor più complicato per il povero detective di turno. Povero e nello stesso tempo geniale se riesce a risolvere strategie assassine più complicate di certe elucubrazioni filosofiche.

Comunque sia morti o non morti ammazzati, il mostro fischiante fa venire in testa strane idee. Prendiamo Sconosciuti in treno, Bompiani 2000, di Patricia Highsmith. Due tizi che non si conoscono, appunto, hanno dei problemetti. Uno vuole divorziare dalla moglie, l’altro deve liberarsi di suo padre. Come fare? Bene, basta scambiarsi i compiti e le vittime. L’aria del treno fa di questi scherzi.

ba151.qxdOra, tra i millanta altri libri non citati, è arrivato anche L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014. “Farà saltare in aria il treno? Sì, è stata questa la sua minaccia. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole). Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano). Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

Mi è piaciuto Giampaolo Spinato, già autore di Pony Express (Einaudi, 1995), Il cuore rovesciato (Mondadori, 1999), Di qua e di là dal cielo (Mondadori, 2001), Amici e nemici (Fazi, 2004) e La vita nuova (Baldini Castoldi Dalai, 2008). Non avendo ricevuto assicurazioni per il suo ultimo libro se lo pubblica da solo. Senza tanti piagnistei che miagolano in giro.

Ancora a discutere di generi, letteratura bassa, letteratura alta e non ne possiamo più. Scriviamo quello che ci pare e vediamo cosa viene fuori che tra le letterature alte ce ne sono di parecchio basse e viceversa.

Mode. Alla Feltrinelli di Siena dove prima c’era Dieci piccoli indiani ora troneggia Dieci piccoli respiri (giuro).

Se amate le storie forti buttatevi su Jo Nesbø (anche su Lars Kepler va bene lo stesso). E poi, magari, fatevi visitare. Se invece preferite Wulf Dorn leggetelo direttamente sul lettino.

tarrasch il potere della logicaPer i grandi campioni di scacchi ecco a voi Tarrasch potere della logica di Jakov Nejstadt, Prisma 1996.
Siegbert Tarrasch lancia i suoi primi, perentori vagiti verso la volta celeste il 5 marzo 1862 a Breslavia, città che aveva già fatto da balia ad Anderssen e ad altri scacchisti tedeschi. Bambino precoce si mette subito a divorare la biblioteca paterna ma il libro vero, quello giusto, gli arriva fra le mani relativamente tardi, a quindici anni, portatogli da un compagno di scuola nelle vesti di un bel testo di scacchi. È amore a prima vista ricambiato e subito consumato contrariamente agli austeri costumi del tempo. Ciò che distingue il Nostro dagli altri non è il numero dei successi ma il suo Pensiero che andava via via dispensando a larghe mani (mi riferisco in particolare alle Trecento partite di scacchi del 1895) e che troverà più ampia articolazione nelle opere successive. Egli era un fedele seguace di Steinitz che aveva rifilato una grande sberla al Romanticismo farfallone dell’800 con il suo gioco ispirato a sani principi razionali ma, secondo l’ironico Boris Vajnstein, Tarrasch “come molti apostoli superò in santità il profeta stesso”, predicando una serie di regole dalle quali non si poteva debordare nel modo più assoluto. In un mondo sempre più affollato di banderuole girate dal vento dell’opportunismo, di voltagabbana di professione, di saltimbanchi della parola mi ha fatto un gran piacere incontrare quest’uomo tutto d’un pezzo, granitico e massiccio come torre d’avorio che non crolla. E la fede tenace in se stesso me lo ha reso, se non proprio simpatico, almeno degno di ammirazione perché nella vita ha creduto in qualcosa che valeva la pena di difendere e seguire per sempre.

I toscani vanno a mille. Continua il successo di Francesco Recami e la sua casa di ringhiera alla periferia est di Milano, anche se il penultimo parto Il segreto di Angela, Sellerio 2013, mi ha un po’ deluso (una battutina d’arresto può capitare). Comunque già pubblicato il seguito Il caso Kakoiannis-Sforza, Sellerio 2014, che fila come un siluro. Marco Malvaldi con i vecchietti del BarLume di Pineta (Ampelio il nonno, Aldo l’intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra e il Del Tacca del Comune, senza contare Massimo il barista) si è assicurato una vecchiaia di lusso ed ha continuato a foraggiarla sfornando altri libri da primato.
fantasmi del passatoMarco Vichi ha creato il commissario Bordelli nella Firenze degli anni Sessanta. Un uomo di mezza età, rimuginatore solitario, con le sue aspirazioni, i ricordi di guerra, i rimpianti, l’insonnia, la buona tavola, le belle donne, l’umana simpatia per le prostitute e i piccoli malfattori conquistando un vasto consenso. Ultimo parto Fantasmi del passato, Guanda 2014.  Dunque Vichi a creare atmosfere e gli altri due a sbizzarrirsi nella più autentica risata toscana (tirata all’osso).
Ci sarebbe anche l’ispettore Marco Tanzini di Siena di un tizio che conosco molto bene ma lasciamo perdere.
Sempre a Firenze, anni duemila, il commissario atipico (parecchio) Lupo Belacqua di Mario Spezi (marchigiano). Moglie anemica, due figlie rompicoglioni, amante che sa tutto, passione morbosa per le sfogliatelle alla crema, “ego nichilista” e cinico, cafone il giusto. In testa Klam, personaggio di Kafka, che lo aiuta nelle indagini. Ognuno ha i suoi metodi.
Bello pure il percorso della bolognese (non ci sono solo i toscani) Marilù Oliva partita con Repetita, Perdisa Pop 2009, che non mi convinse troppo e poi a spasso con la Guerrera attraverso Tù la pagaràs!, Fuego e Mala Suerte di Elliot Edizioni, 2010, 2011, 2012, assai efficaci soprattutto per il personaggio di Elisa Guerra (la sopracitata Guerrera), ragazza forte, abile salsera e lottatrice di capoeira, perfetta spalla dell’ispettore Gabriele Basilica. Ultimamente Le sultane, Elliot Edizioni 2014, di cui ho letto e sentito parlare molto bene.

Dopo Tu sei il male e Alle radici del male ecco arrivare Il male non dimentica di Roberto Costantini con successo incorporato.

Giorgio Diaz, scrittore e poeta, di cui ricordo La città della solitudine. Lettere d’amore di una sconosciuta, Altrimedia 2010, Il bianco e il nero, Arpanet 2009, L’eroe della grotta delle fate, Midgard 2007, Il nibbio dell’uccellina, Arpanet 2004, ci invita a leggere Chourmo, il cuore di Marsiglia di Jean Claude Izzo,  edizioni e/o, 2000.
Layout 1Montale si è ritirato dalla polizia e vive pescando a Marsiglia, in una casa sul mare, ma rimane coinvolto in un complicato affare. Sua cugina Gèlou, di cui era stato segretamente innamorato da giovane, cerca il figlio, un adolescente andato via da casa senza dire nulla. Lei vedova (il marito era stato misteriosamente ucciso e con lui gestiva una avviata trattoria) si era messa con un ricco e ambiguo italiano che la corteggiava da tempo. Fra giovani algerini ribelli, a volte “alleati” con nazionalisti di destra, poliziotti leali e poliziotti fascisti, la mafia conduce i giochi e Montale scopre l’identità di un killer misterioso.
Marsiglia è protagonista con le strade, la gente di tutte le razze, il mare e il suo fascino mediterraneo.

Lucius Etruscus (suo blog CitaScacchi) di cui ricordo le pubblicazioni in e-book: Platone, lo schiavo filosofo; De Marlowe Mysteriis (1); De Marlowe Mysteriis (2); Notovich e la vita segreta di Gesù; La variante di Marlowe; La notte dei risorti viventi; Petronio e la cena di Trimalchione; La caduta degli Usceri, mi ha spedito questo breve contributo
la giocatrice di scacchi“Il binomio “Donne e Scacchi” è poco studiato ma quel poco che c’è è di ottima fattura. Nel 2006 Einaudi porta in Italia La giocatrice di scacchi della parigina Bertina Henrichs, storia lieve e frizzante di una casalinga, moglie impeccabile e madre amata, che vive in un’isoletta greca. L’equilibrio perfetto si spezza quando scopre non solo una grande passione per il gioco degli scacchi, ma di avere anche talento, e qui nasce il problema: sta bene che una donna segua le proprie passioni, oppure le deve reprimere nel nome della famiglia e del ben pensare paesano? Una storia breve da leggersi in un sol boccone, tifando ovviamente per la protagonista”.

In splendida forma Sherlock Magazine n°32 di Luigi Pachì con due apocrifi sherlockiani: Uno studio inutile di Samuele Nava e Punti di vista di Patrizia Trinchero (semplicemente belli). Aggiungo Il dottor Watson di Paolo Gulisano (ben diverso da come ce lo presenta il cinema) e la Disanima del Canone – L’avventura del trattato navale (NAVA) di Enrico Solito, tanto per darvi un’idea della bontà del numero.

Altrettanto splendido Writers Magazine n°40 sotto la guida esperta di Franco Forte. Racconti deliziosi, ognuno con le proprie caratteristiche, di Marco Esposito, Liudmila Gospodinoff, Antonio Tenisci, Diego Di Dio, Francesco Citro, Diego Lama, Cristina Astori. Tra le altre rubriche Lo scaffale della storia della nostra inossidabile Patrizia Debicke.

Spiluzzicature
Spinto da Cesare Segre ho ripreso in mano La civiltà letteraria europea – da Omero a Nabokov di Pietro Citati, sempre de I meridiani Mondadori 2005. Diciamo la verità. All’inizio (leggi anni settanta-ottanta) mi stava un po’ sulle palle. La sua scrittura, voglio dire, così vanesia, così schizzinosa, così ampollosa. Così barocca. Poi, piano piano, rileggendo con calma e a distanza di tempo, mi sono lasciato irretire. Ora ogni tanto lo tiro fuori per svolazzare tra i cieli dell’Odissea o infilarmi, stralunato, tra i ricordi di Proust (per dirne un paio).

Spiluzzicature con atavici ricordi
Già che c’ero, ovvero già che mi ero intorcinato nelle spire letterarie, mi sono buttato sulle tragedie, o meglio su alcune tragedie di Shakespeare, che i morti ammazzati mi mancavano troppo, completando quindici giorni da studentello e crogiolandomi al ricordo interpretativo di Vittorio Gassman  e Laurence Olivier. La morte mi ha sempre colpito, anche se quell’essere o non essere mi sembrava, al primo impatto di imberbe giovincello, un dubbio francamente esagerato da fuori di testa (tenuto conto, in aggiunta, del teschio in mano).

Per il giretto tra i miei libri parto da una sfilza di titoli che iniziano con la parola “delitti” o “delitto”.  Da Delitti esemplari di Max Aub, Sellerio 2006.
delitti esemplariI delitti possono avvenire in qualsiasi luogo, con qualsiasi mezzo e per qualsiasi causa. Gli esempi riportati lo dimostrano ampiamente. Se ad un barbiere danno fastidio i brufoli del suo cliente può capitare benissimo che gli tagli la testa. Non c’è niente da dire. Se un dentista, mentre ti sta trapanando un dente, incomincia a sorridere rischia, naturalmente, di essere strozzato. Com’è noioso il cliente che al bar gira e rigira il cucchiaino nella tazza per far sciogliere lo zucchero! Da sparargli… E come è fastidioso il vigile che ti fischia perché sei passato con il rosso, e ti ammonisce e prende i tuoi dati e ti vuole fare per forza la multa! Da passargli sopra con la macchina… Se poi uno sogna di uccidere un altro proprio nel sogno non può fare a meno di metterlo in pratica anche nella realtà. È logico. Non vi è mai capitato di leggere qualcosa a qualcuno e questo cretino si addormenta? Come minimo tirargli un cazzotto nel capo e stenderlo a terra stecchito. Il russare, poi, una minaccia micidiale per chi vuole addormentarsi. E si comprende la reazione di una bella fucilata anche con la carabina di un nipote. Boriosi quei maestri che vogliono distruggere per forza le nostre teorie. Testoni che non sono altro! Per calmarli basta scaraventare loro un campanello in testa. Con la dovuta violenza, naturalmente. C’è pure un esempio che calza a pennello per noi scacchisti. Quando uno vince troppo chiaro che si becca un Alfiere in un occhio. Non se la cavano nemmeno gli amici. Quelli che sanno tutto di voi e vi fanno sentire nudi. Qualche volta possono ritrovarsi freddi per terra. E quelli che inviti a casa tua e parlano, parlano, parlano e non si decidono mai ad andare via? Da mettere il veleno insieme al cognac nei loro bicchieri. Insomma gli esempi non mancano. Leggetevi il libro. E poi, se proprio non vi piace, sfogatevi pure con l’autore. Non credo che avrà nulla da ridire.

delitti in codiceSe qualcuno ha voglia di sfruculiare le cellule grigie e fargli ballare la tarantella allora Delitti in codice di AA. VV. , Polillo 2009, è il libro che fa per lui.
Nomi prestigiosi, signori miei, dalla Christie a Conan Doyle, da Freeman a Ellery Queen, dalla Sayers a Futrelle e via di seguito.
Di tutto e di più per tenerci svegli con gli occhi a lemure: messaggi cifrati, criptati, in codice, strani disegni e trascrizioni antiche, cronogrammi, parole crociate, poesie enigmatiche, il sistema Braille, una intera narrazione come messaggio nascosto, una pagina strappata dalla Bibbia (perché proprio quella?) e insomma rompicapi di tutti i tipi, di tutte le specie. Aggiungo scomparti segreti, serrature infami, stanze blindate, meccanismi infernali, mistero di nuove scoperte o invenzioni, tesori nascosti da trovare  e c’è pure di mezzo il latino di Orazio a dare un tocco di brillantezza classica.
E, naturalmente, gli esperti, gli deus ex macchina che tutto aggiustano, tutto risolvono con estrema, disinvolta naturalezza come fossero giochi da ragazzi: Miss Marple, Sherlock Holmes, John Evelyn Thorndyke, Peter Wimsey tanto per citarne alcuni. I nostri beniamini, i nostri eroi di tante avvincenti avventure che si ritrovano insieme.
E le cellule grigie a ballare impazzite la tarantella…

Delitto a bordo di Marion Mainwaring, Mondadori 2011.
delitto a bordoNave da crociera (la Florabunda) con morto ammazzato. Niente di nuovo sotto il sole. Di nuovo c’è che il morto ammazzato, tra l’altro con una bella botta di sfollagente in testa, è il giornalista Paul Price ma, soprattutto, che sulla Florabunda, oltre ai normali passeggeri, si trovano un bel po’ di famosi detective delle nostre letture, nascosti più meno bene sotto nomi un po’ diversi.
Insomma siamo di fronte ad una sorridente parodia. Li becchiamo subito in qua e là: Atlas Poireau è la classica testa d’uovo di Poirot di Agatha Christie; Mallory King rappresenta Ellery Queen; Miss Fan Silver è la Miss Silver della Wentworth sempre alle prese con la maglia; Jerry Pason incarna il Perry Mason di Gardner; Sir John Nappleby è il dotto Appleby di Michael Innes, praticamente una valanga di citazioni poetiche; non manca Broderck Tournier, il Roderick Alleyn di Ngaio Marsh, Lord Simon Quisley, cioè Lord Peter Wimsey della Dorothy L. Sayers, Traian Beare, alias Nero Wolfe insieme al braccio destro Ernie Woodbin arialias Archie Goodwin. Ops… dimenticavo Spike Bludgeon, ergo Mike Hammer, della hard boiled che vorrebbe risolvere tutto a cazzotti e pistolettate. Se non ne ho lasciato indietro nessuno.
Continuiamo. Sotto il cadavere con “deplorevole somiglianza al ratto comune” una sciarpa rossa e gialla ed una pipa e nella cabina un assegno con la firma di un altro passeggero. Ognuno dei detective menzionati agirà per proprio conto seguendo il proprio metodo investigativo, mentre il primo ufficiale Waggish farà da collegamento. E questo vi basti.

Delitto Capitale di AA. VV. a cura di Marco Tagliaferri, Hobby & Work 2010.
delitto capitaleMettiamo quattro amici al bar. Anzi, mettiamo otto amici scrittori di giallo in senso lato alla premiazione di un libro a Roma. Più precisamente: Giulio Leoni, Luigi De Pascalis, Andrea Franco, Enrico Luceri, Sabina Marchesi, Massimo Mongai, Massimo Pietroselli, Nicola Verde. Sicuro che nascono discussioni sulle formule e sulle sigle che si appioppano di qua e di là, sulla letteratura di genere e non, e insomma le solite cose. E sicuro che nasce una antologia come il sorgere e il tramontare del sole.
Più o meno facile trovare l’idea giusta. Qualche scaramuccia e poi delitti ambientati in uno stesso luogo in tempi diversi. Praticamente in una antica “insula” , divenuta con il passare del tempo il palazzo di via della Falce dove abita l’enigmatico Tagliaferri, il curatore della suddetta antologia, stramaledetto da tutto il gruppo giallistico.
Come cornice le “chiacchiere” dei nostri otto condottieri sull’evolversi del lavoro, sul rompiballe sopra menzionato, sugli scrittori stessi visti nelle loro caratteristiche fisiche e in certi particolari atteggiamenti. Chi fuma la pipa, chi il toscano, chi assomiglia a Nero Wolfe, o a Falstaff, o a Joe Pesci, o a Sherlock Holmes, chi è visto “flemmatico come un giocatore di scacchi russo” (a dir la verità l’ex campione del mondo Garry Kasparov era tutto fuorché flemmatico) con Sabina, unica donna del gruppo e “un bel peso da portare” (me lo immagino). Tutti quanti confortati da sbevazzate e biascicamenti vari. Otto e più delitti in tempi diversi (le date finiscono misteriosamente con il numero nove) a partire dal 69.d.C. per finire al 1999.
E allora arrivano i morti ammazzati: avvelenati, con la testa mozzata staccata dal corpo, infilzati, accoltellati, picchiati, soffocati ecc… Ed insieme a tanti nomi anonimi personaggi storici di rilievo, pure in veste di detective come Cagliostro o il famoso boia di Roma mastro Titta.
Intrecci politici e amorosi, ricerca storica approfondita (spunti di vita quotidiana, sette segrete, culti particolari…) unita alla perizia dell’indagine e non manca neppure il classico mistero della camera chiusa. Qualche parte “pesantina” (almeno per il lettore medio), alleggerita comunque dall’umorismo gradevole della cornice, che nessuno è perfetto.
Dicevo otto racconti con più di otto delitti che arrivano al 1999. Ma non ho detto la verità. Ce n’è un altro del 2009, proprio come epilogo di tutta la storia. Desiderato dagli scrittori e fatalmente avverato.

L’incontenibile Patrizia Debicke (la nostra Debicche, suo ultimo lavoro La congiura di Philippe le Bon, e-book su Delos Digital) ci presenta Un giorno perfetto per uccidere di Mario Mazzanti, Newton Compton 2014.
un giorno perfetto per uccidereÈ una mattina di novembre, quando Ami, una ragazzina di origine senegalese, esce da casa a per andare a prendere l’autobus che, dal paesino dove vive con la famiglia, la porterà a scuola a Crema. Non tornerà mai più.
Il corpo di Ami verrà ritrovato tre mesi più tardi, avvolto nel cellophane, in una fossa poco lontana dagli argini dell’Adda. Ben presto si scoprirà l’esistenza di altre due fosse con i resti di due bambine, africane anche loro, povere piccole vittime mai reclamate perché immigrate clandestine. Uccise in quattro anni dallo stesso bestiale assassino che, ogni volta, ha marchiato le sue prede con un’orrida firma: il mignolo sinistro amputato.
Per affrontare e smascherare questo orco, Mario Mazzanti riunisce in scena i due eroi, protagonisti di suoi precedenti romanzi: Claps il geniale profiler di Scacco alla regina, pensionato suo malgrado da un’afasia che gli rende ardua un normale conversazione, e Trevis lo psichiatra, giocatore di scacchi di Il riflesso del lupo, anche lui vivo per miracolo, ma con la vita quasi distrutta. A completare l’equipe investigativa anche il commissario Sensi, che coordina le indagini e la sua squadra di agenti milanesi.

inganno del tempoE ci consiglia pure L’inganno del tempo di Ugo Moriano, Frilli 2014, una trama gialla che sovrappone più storie. Tanto per cominciare un inquietante cold case che affonda le sue radici nel passato quando un giovane di buona famiglia, Giovanni Maragliano Sperrone Borvento, sparì all’improvviso, misteriosamente e la sua auto fu rinvenuta vuota, abbandonata vicino alla scogliera. Il suo corpo non fu mai ripescato. Fu la vittima di un’atroce vendetta? Gli operai di un’impresa di costruzione hanno trovato qualcosa…
Suspense quanto basta per una nuova corale trama gialla che riporta in scena i due Ispettori della questura d’Imperia in una indagine che tocca livelli quasi da incubo – tanto che ne sconsiglio la lettura a chi soffre di claustrofobia – ma anche rilassanti momenti che aiutano a tirare il fiato.

Ricordo affettuoso della mia maestra Elvira senza la quale non saprei mettere insieme due parole.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERA[Breve premessa della blogger: Bentrovati. Grazie, Fabio, per questo lungo e corposo articolo e grazie a tutti gli amici di Fabio che hanno suggerito qualche lettura. È un piacere per me avervi come ospiti].
Questa volta vado a ruota libera. Sembra, a sentire certi vecchi amici (quelli rimasti), che in tal modo dia il meglio di me. In effetti, quando a scuola c’era il famoso tema libero, scivolavo tra le parole come un’anguilla (salvo a rimanere impantanato davanti ai numeri). Vediamo cosa viene fuori.
Sul fronte gabinettistico condominiale segnalo il fidanzamento della sora Cecilia, zitella stagionata dagli occhi a lemure, con il sor Aspasio detto lo Zoppo e già si capisce perché erano contenti tutti e due. Grande festa in ghingheri con il vestito nuovo delle signore e dei signori presenti e i tappi di bottiglia che saltavano in aria come fuochi d’artificio. Bacio finale che ha tenuto con il fiato sospeso i fidanzati (praticamente in apnea) e gli invitati. A fine cerimonia tirata di sciacquone e tutti a casa. Anche questa è fatta ha sussurrato qualcuno.

le signorine omicidiParto dai mitici G.M. che mi hanno fatto compagnia in tante sere buie e tempestose (passatemela). Intanto non perdetevi gli Speciali. Sotto la guida di Mauro Boncompagni sono diventati davvero speciali. Ci si trova di tutto. Pure una serie di signorine zitelline che non sono da meno dei maschietti (anzi!) nello scovare intrepidi assassini. Prendete Le signorine omicidi colpiscono ancora e Le signorine omicidi per rendervene conto. Qui abbiamo Miss Silver, Norma Boyd, Hildegarde Withers, Sarah Keate, Mammina (non scherzo) e Miss Marple a offrirvi qualche esempio della loro abilità investigativa basata, o su una specie di infallibile istinto (femminile, s’intende), o su una straordinaria, stringente logica deduttiva (e non manca neppure il sorriso). Se le detective in gonnella non vi danno soddisfazione buttatevi pure sui gatti. Non vi prendo in giro, sfogliate Il gatto che conosceva gli astri di Lilian Jackson Braun e vi troverete in compagnia con gatti particolari come Koko e Yum Yum, il primo che riesce a intuire il chi, il come, il perché, e il luogo dove era avvenuto il crimine, e cercava di comunicare i propri sospetti, il secondo, pardon la seconda, intelligente, ricca di inventiva, furba, che nasconde le prove sotto il divano e sotto il tappeto. In uno Speciale che si rispetti non mancano, non devono mancare, i veleni come in Veleni letali, i delitti impossibili, le stanze chiuse, gli assassini politici, i pericolosi viaggi in treno e in crociera, le melodie di morte, femmine fatali e chi più ne ha più ne metta.
anno dominiMolto bello Anno Domini di AA.VV. a cura di Franco Forte. Ecco cosa ci dice nella Introduzione Anno Domini cerca di fare questo: fornisce le tessere per un mosaico di spessore che non solo ridisegna alcune epoche storiche del nostro passato (dall’antica Roma fino al Risorgimento), ma proietta il lettore negli scenari vividi dell’avventura e dell’investigazione, che permettono alle menti lucide dei nostri protagonisti non solo di scovare i colpevoli di atti criminali, ma anche e soprattutto di inquadrare il film della Storia nell’ambito delle sue motivazioni sociali e culturali, per cogliere i rimandi del passato come esche succulente di cui oggi si dovrebbe fare tesoro. Gli autori: Altieri, Ancarani, Bonfiglioli, Colitto, Comastri Montanari, Fontana, Leoni, Manfredi, Martigli. Basta la parola. Nel giallo storico non ci batte nessuno.
il veleno è servito Il veleno è servito di Anthony Berkeley è stato stroncato impietosamente qui da Giuseppina La Ciura, a suo tempo frequentatrice del blog del giallo Mondadori. Che se la prende pure con la linea editoriale e i lettori pigri. A me Giuseppina così istintivamente franca è sempre rimasta simpatica, anche quando battibeccava con tutti (sarà che ci rivedo un po’ il sottoscritto prima di diventare nonno) e non cambio idea. La cambio, invece, sul libro di Berkeley. L’ulcera gastrica e l’arsenico sono un classico della letteratura poliziesca. È vero. Ma questo significa un tubo. Se si dovessero togliere tutti i polizieschi per le trame ripetitive si finirebbe di leggere dopo una settimana. Quello che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa.
morte al parlamentoE, a proposito sempre di Berkeley, è uscito pure Morte al parlamento, inedito che aspettavamo da una vita (è del 1939). Camera dei Comuni. Il segretario di stato per l’India Lord Wellacombe sta tenendo un discorso sulla necessità di una dura legge contro le agitazioni dei nativi di questo paese. Ad un certo punto la sua voce si spenge di colpo, vacilla e cade lungo disteso sul pavimento con un tonfo orribile. Forse un ictus. Niente da fare. Avvelenamento da curaro. Ma come? E chi è l’assassino? (a pag. 192 addirittura la sfida al lettore). Un viaggio tra le maglie ingarbugliate della politica inglese con una scrittura che non lascia spazio a svolazzi di sorta. E c’è pure la storia sentimentale a lieto fine. Che se poi la spiegazione di tutto l’ambaradan lascia qualche dubbio al lettore ciò non inficia la bontà del libro.

Un’occhiatina ai racconti che vengono pubblicati alla fine di qualche G.M. la darei. Si possono trovare autori interessanti come, tanto per citarne alcuni: Antonella Mecenero, Marco Phillip Massai, Sergio Cova, Diego Di Dio, Vincenzo Vizzini, Sergio Donato, Miller Gerini, Carlo Parri, Andrea Franco, Liudmilla Gospodinoff (giuro) e mi scuso per gli altri non menzionati. A volte arrivano pure pezzi grossi già conosciuti a dare il loro importante contributo.

Ora avremo anche gli apocrifi sherlockiani. Ecco il motivo del loro lancio Con questa nuova collana, la prima al mondo a proporre con periodicità mensile romanzi in grado di far rivivere le gesta del grande investigatore vittoriano, e che godrà in appendice di contributi critici da parte dei principali esperti italiani di Doyle (sotto la guida attenta di Luigi Pachì, direttore della “Sherlock Magazine”), ci auguriamo di dare un ulteriore contributo alla galassia del Giallo Mondadori, per accontentare il maggior numero possibile di lettori e garantire, a un prezzo davvero imbattibile, ottimi romanzi integrali e ben curati, capaci di toccare qualsiasi espressione del giallo classico e contemporaneo. Un abbraccio caloroso.

La Morte mi ha sempre affascinato sin da ragazzo quando, a undici anni, mi portarono a casa la mia mamma con il volto senza sorriso. In seguito mi sono interessato alla morte violenta, al giallo, insomma. Però, diciamo la verità, gli schemi e i personaggi, gira e rigira sono sempre gli stessi e un pochettino vengono a noia. E allora conta molto la scrittura, la forza della parola, spesso bistrattata, poche volte trattata con riguardo e vera originalità. Uno degli autori emergenti che cerca di lavorare in questo senso è Omar Di Monopoli con i suoi libri inframezzati di dialetto pugliese: Uomini e cani, La legge di Fonzi, Ferro e fuoco. Ultimamente è uscito (citato nel precedente articolo ma mi piace ripeterlo) Aspettati l’inferno, pubblicato sempre dalla Isbn, dieci racconti ambientati in Puglia che vale la pena leggere. Un nome, invece, già affermato, è quello di Maurizio De Giovanni che ha portato nella letteratura poliziesca una forza e una intensità di sentimenti, una delicatezza di scrittura difficile da trovare in altri autori. L’ho seguito sin dal suo primo apparire con Il senso del dolore in cui fa la comparsa il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in una Napoli sotto il fascismo, che riesce a “vedere” i morti ammazzati e ascoltare le loro ultime parole di vita. Ultimo, nel momento in cui scrivo, In fondo al tuo cuore, Einaudi Stile Libero Big 2014.
E, a proposito di detective “magici”, che hanno qualche dote particolare, ricordo pure don Attilio Verzi di Andrea Franco dall’olfatto eccezionale, praticamente percepisce gli odori nel profondo, vivi come può essere viva una persona, vicini come la carezza di una madre o lo schiaffo di un padre che educa un figlio, un po’ come l’olfatto dell’ispettore Marzio Santoni, detto Lupo Bianco, di Franco Matteucci. Aggiungo il commissario Roberto Serra di Giuliano Pasini che ha la capacità di “sentire” ciò che provano le vittime e i loro carnefici attraverso una “danza” particolare preannunciata dall’odore di fiori marci. E, infine, il Grifo di Massimo Pietroselli riesce a disegnare in ogni minimo dettaglio qualunque cosa abbia visto. Quattro autori da seguire e aspettiamo altri segugi superdotati (non in quel senso).

L’ho ucciso, poi gli ho mangiato il cuore ha confessato Saverio Bellante dopo una partita a scacchi con un irlandese. Ci si chiede se a farlo imbestialire non sia stato lo scacco matto ricevuto. Scacchi e morte violenta non solo binomio indissolubile nella letteratura poliziesca. Occhio!

Se volete fare un giretto culturale per conoscerli meglio, ecco pronta L’Italia a scacchi, una guida turistica di Roberto Cassano e Mario Leoncini, Le Due Torri 2014.

Ora qualche suggerimento da parte di alcuni amici scacchisti.
Alessandro Patelli, presidente del circolo scacchistico di Siena, consiglia agli appassionati Il mediogioco di Max Euwe e Kramer Haije, Ediscere 2014, perché Contiene una collezione di posizioni veramente molto istruttive sui principali temi del mediogioco. Un libro prezioso anche come supporto all’insegnamento.
Mario Leoncini, scrittore e presidente degli scacchi in Toscana mi segnala La misura della felicità di Gabrielle Zevin, Casa ed. Nord, 2014. Narra di un libraio deluso e frustrato che ritrova l’amore per i libri grazie a una bambina di nome Maya. Mi piace perché riesco ad identificarmi con entrambi i personaggi.
Mongo, il vignettista insuperabile di Soloscacchi, per le ferie di agosto si è portato dietro Il cane giallo, Il crocevia delle tre vedove, Un delitto in Olanda, All’insegna di Terranova e La ballerina del Gai-Moulin tutti di Simenon. Valgono anche per settembre. (Volendo, si trovano tutti in un unico volume, n.d.b.)
Zenone, il poeta del blog suddetto, ci invita alla lettura di Tre atti e due tempi, di Giorgio Faletti, Einaudi 2011. Un noir (forse) che rappresenta il miglior esempio di scrittura dell’autore nella sua breve ma intensa carriera, anche se la trama, nella soluzione finale sembra un po’ debole. Ma lo stile è chiaro, preciso e in alcuni tratti leggero, malgrado i colpi di scena. E di Manuel Vásquez Montalbán ci propone Assassinio al Comitato Centrale, Sellerio 1981 (pubblicato anche dalla Feltrinelli nel 2005), con il famoso Pepe Carvalho. Intrighi internazionali, piccole vendette all’interno del partito comunista, belle donne e soprattutto le prelibatezza della buona cucina. Non un testo facilissimo per i continui riferimenti storici e, soprattutto, per i molti flashback, importanti per comprendere l’evolversi dell’indagine. Traspare la disillusione, un po’ decadente, di Carvalho per un’esperienza della sua parte politica che non lo soddisfa. Pare fosse piaciuto molto a Sciascia.
Per la solita conoscenza dei campioni di scacchi questa volta metto in campo Cigorin dinamismo travolgente di Vasjukov, Narkevic, Nikitin, Prisma 2002. La sua unica, vera passione furono gli scacchi. Ad essi si dedicò con una forza, una energia, una determinazione che è difficile trovare in altri grandi campioni del presente e del passato. Il padre della scuola scacchistica nazionale russa Mikhail Cigorin nasce a Gatcina, presso Pietroburgo, il 31 ottobre 1850 da Ivan Ivanovic Cigorin e da Natalja Egorovna. Due genitori che scompaiono troppo presto dalla sua esistenza. A nove anni si ritrova solo al mondo nell’orfanotrofio “Nicola I” di Gatcina. Una vita dura, difficile, sotto la direzione maniacale di un certo Dolivo Dobrovolskij che mette paura solo a guardarlo. Ma, come succede spesso, nel brutto ci può essere posto anche per il bello. Che si concretizza nella persona dell’insegnante di tedesco August Schuman a cui piacciono gli scacchi. La sua vita.

Spesso perdo i libri più letti. Nel senso che se li leggono in tanti non c’è bisogno che li legga anch’io. Vedete un po’ che razza di ragionamento.

Spopolano i sequel. Come, per esempio, il Marlowe (per non citarne altri) di John Banville firmato con lo pseudonimo Benjamin Black. Racconti divertenti con la creatura di Chandler su Thriller Magazine per la firma di Lucius Etruscus ora uscito anche in e-Book.
Letto su Darwin Mentre la moglie Emma suonava il pianoforte, il padre dell’evoluzionismo studiava la sensibilità dei lombrichi alle vibrazioni sonore. Mi ha fatto sorridere.
Per gli amanti del digitale è nata la nuova collana Delos Digital, e in particolare la Delos Crime curata da Vincenzo Vizzini. Partenza a razzo con Fuga d’azzardo di Franco Forte.
Un giretto fra le violenze sulle donne e i bambini stringe il cuore seguendo libri che mi ronzano per la testa (Crime, Scasso con stupro, Bloody Mary, Il bambino nel bosco, Il sentiero dei bambini dimenticati, Alice all’inferno, Io ti perdono, Repetita, Quello che ti meriti, La madre, Ad occhi chiusi…). Letti tutti con rabbia angosciosa. Uno dei miei pezzi più sentiti qui.

Spiluzzicature. Letto in qua e là alla Feltrinelli di Siena Ira Domini – Sangue sui navigli di Franco Forte, Mondadori 2014, che ripropone il notaio criminale Niccolò Taverna a Milano nel 1576. Oltre alla peste c’è in giro un assassino armato di balestra. Poiché mi era piaciuto il precedente Il segno dell’untore credo di papparmi anche questo.
Spulciato pure con certa soddisfazione Morte in prima classe di José María Guelbenzu, e/originals 2014, che mi riporta alla mente un’altra più famosa crociera sul Nilo con delitto.

Spiluzzicature con atavici ricordi. La Bibbia, con il Nuovo ed il Vecchio testamento mi scaraventa indietro negli anni quando, da chierichetto (ho fatto anche questo), dispensavo incenso ai parrocchiani e incominciavo a chiedermi se esistesse davvero il Padreterno a cui troppo spesso sfuggiva qualche malefatta umana. Oggi il dubbio è svanito ma mi piacerebbe tanto ritrovarlo.

Se volete conoscere un ispettore poeta bongustaio cercate di Chen Cao di Qui Xialong. In azione nell’ultimo Cyber China, Marsilio 2014. Armonia e integrità: stando ai media ufficiali, il modello cinese è un successo. Ma su internet, la rabbia dei cittadini si scatena. Zhou, funzionario della municipalità di Shangai, è il bersaglio preferito per questo nuovo genere di caccia alla corruzione. Una sua foto con in mano un pacchetto di sigarette di lusso infiamma la rete. Due settimane più tardi, viene trovato impiccato. È stato davvero un suicidio? L’ispettore Chen Cao è diventato un pezzo grosso, vicesegretario di Partito del dipartimento e membro del comitato del Partito comunista di Shangai. Ora bisogna investigare su questa morte e a lui la funzione di consulente. Due linee, due pareri diversi. Secondo l’ispettore Wei si tratta di assassinio, per l’ispettore Jiang di suicidio. Però nel corpo del morto una bella dose di sedativi. Perché? E perché è sparita Fang, la segretaria di Zhou? E perché è arrivata perfino la squadra di sicurezza interna? Per non farla lunga uno sguardo impietoso e nello stesso tempo malinconico alla Cina di oggi con le sue infinite contraddizioni, tipiche di un paese che sta decisamente cambiando. Tra un boccone di anatra affumicata, piselli aromatizzati all’anice, pesce bianco fritto con cipollotti verdi, gamberetti di fiume, melone, germogli secchi di bambù…

Facciamo un giretto tra i miei libri alla ricerca di personaggi veri che rimangono impressi nella memoria.
Ecco Yellow Medicine di Anthony Neil Smith, Meridiano Zero 2011.
Qui abbiamo Billy Lafitte, vice sceriffo in quel di Yellow Medicine, trentasette anni, un “tripudio di baffi e basette”, una certa somiglianza con il padre, forte e sbrigativo contro i ragazzi di oggi lagnosi che non è mai colpa loro, ce l’ha con gli abitanti del Minnesota razzisti, “gelidi, repressi figli di puttana” e allo stesso tempo un branco di imbecilli. Ricordi che arrivano all’improvviso in qua e là, adolescenza borghese, bravo a scuola, amici tipici secchioni, padre elettricista morto in un incidente di lavoro, madre maestra elementare, noia e quindi pillole per dimagrire, antiallergici, ecstasy, furti nei negozi. Pizzicato da un poliziotto e preso a pedate si convince ad arruolarsi, così se la può prendere a sua volta con qualcuno. Casa sul fiume, un ettaro e mezzo di terra, tanti progetti ma la roba è ancora negli scatoloni, ama Drew senza essere ricambiato e ama la sua famiglia (la moglie lo ha lasciato) a cui manda i soldi. Ascolta gli Elvis Antichrist e gli Horror Pops, beve Cabernet francese e australiano. È duro, aggressivo e violento, galletto e spaccone con le ragazze che gli capitano a tiro ma in difficoltà contro il male vero e più grande di lui. Allora vomita, vomita e vomita. Tormentato da incubi, resistente alla fatica, alle ferite e al freddo gelido, sempre in ansia per le sorti di Drew. Incazzato nero con i terroristi che uccidono autorizzati da Dio.

Dark Florida di John Brandon, Giano 2012.
Siamo in Florida, appunto. Personaggi principali il prof. Hibma e i suoi alunni Toby e Shelby (scuola elementare). Al centro della storia proprio il nostro insegnante a cui viene affidato anche il compito di allenare la squadra femminile di ginnastica, con diversi problemetti (il fatto che scelga la residenza definitiva lanciando una freccetta su una mappa mi pare un segnale preciso), si isola dai colleghi e vorrebbe uccidere la professoressa Connie (altro problemetto), si masturba prendendo spunto dalle immagini adeguate alla bisogna in internet (idem come sopra), si sente inadeguato, un caso triste, senza speranza. Rapporto non convenzionale con gli studenti. Per non farla lunga. Personaggi tirati volutamente al limite, uno scandagliare interno tra desideri e sentimenti terribili, in maniera così semplice, così naturale e dunque così agghiacciante. Un velo lanuginoso per tutto il racconto, il male sottile, l’indifferenza, l’isolamento. La vita che sembra scivolare via senza sobbalzi come il fluire del tempo anche quando accadono eventi straordinari, scene forti ed una fine che non ti aspetti. Qualche tratto che tira al sorriso soprattutto nell’iperbole maniacale di Hibma (uccisione della collega pallosa).

I fuochi del Nord di Derek Nikitas, Revolver 2012.
Tre storie di donne a Rochester negli stati Uniti. Una ragazzetta, una poliziotta, una donna legata ad un balordo. Storia interiore che si dipana piano piano, storia psicologia insieme a crudo realismo, seconda parte di movimento, ritmo più veloce, corse nella neve, prigionia, violenza. La ricerca del colpevole c’è (omicidio a scopo di rapina), ricca pure di spunti, ricerche, domande, interrogatori (non manca neppure la solita videoregistrazione che aiuta), ma sembra affievolirsi di fronte alla coltre di angoscia nei rapporti, l’amore che svanisce, il senso della vita che pare perdersi e morire. Ma la luce della vita, testarda, resiste e continua.

Jack Ryan in Lo sconosciuto N.89 di Elmore Leonard, Einaudi 2011.
Jack Ryan, dunque, trentasei anni, una serie infinita di lavori: polizze assicurative, auto, operaio edile e autotrasportatore, sindacalista, catena di montaggio alla Chevrolet, commesso a Troy, da giovane furti nelle abitazioni, finito dentro una volta per aggressione. Alla fine consegna di atti giudiziari su consiglio dell’amico agente di polizia Dick Speed. Lavoro giusto. Paziente e abile nel rintracciare i destinatari, si sente padrone di se stesso, ormai è entrato nel giro, anche se non gli piacciono gli sfratti e i pignoramenti. Lavoro giusto per lui, e pericoloso. Minacce continue e insomma bisogna stare all’erta. Meglio avere vicino una pistola.
Leonard, l’ho già scritto ma lo ripeto, è il Narratore, il Creatore di personaggi fusi con l’ambiente stesso da cui sembrano quasi venir fuori all’improvviso. Se ne inquadra uno, il principale in quel momento, nello stesso tempo eccone altri come venuti su dal nulla: il vecchio ubriaco che vomita, l’elegantone con l’aria da atleta professionista, le facce scialbe e grigiastre, il custode di un palazzo dall’aria “di uno che non sorride più da chissà quanto”, il barista spilorcio che versa con il lumicino e non sta neanche a sentirti.
Una vicenda di perdizione e redenzione sviscerata soprattutto dall’interno senza tante smancerie e trucchetti strappalacrime o subdole scenette di sesso esplicito, magari un po’ scontata in certi frangenti che ricorrono in storie similari, ma che può benissimo brillare tra i migliori classici del genere.

Uno degli elementi della grandezza e bellezza di Notte di  sangue a Coyote Crossing di Victor Gischler, Meridiano Zero 2011, è il personaggio principale Toby Sawyer. Giovanottone sbrindellato, lo vediamo subito con i pantaloni “già fino a metà delle chiappe”, aiuto sceriffo in prova in una piccola città piena di segreti. Sbrindellato e timido di fronte al Capo massiccio, anzi “enorme” e quindi niente battute su ciccia e ciccione. Primo impatto simpatia e tenerezza. Sigarette Winston perennemente in bocca, macchina Chevy Nova un “ammasso di ruggine”, ex suonatore di chitarra in una band. Sposato con Doris che lavora in una tavola calda, vive in un trailer, grande amore per “il più bel bambino del mondo” che “sarebbe diventato un neochirurgo”. Forte sentimento paterno dentro un ragazzo con i sogni di un ragazzo che si sono spezzati proprio per l’avvenuta paternità.
Andiamo avanti. Amante la giovane Molly, l’unica cosa buona della sua vita che però sarà costretto a lasciarlo come la moglie. Dunque l’abbandono. La solitudine, forse già implicita nella sua natura.
Insomma, per riprendere cose già dette, Toby Sawyer siamo noi, con i nostri sogni spezzati, il sesso coniugale e quello con l’amante, il cielo stellato che ci sgomenta, la paura, il senso del fallimento, un po’ di bontà e un po’ di razzismo, l’incazzatura verso il mondo che ci circonda, l’amore profondo per il bambino e i progetti su di lui. Un eroe un po’ sbrindellato  abbandonato da tutti. Ma carico di umanità. Che suscita tenerezza, rabbia e ammirazione insieme.

Dogtown di Mercedes Lambert, Einaudi Stile Libero Noir 2011.
Whitney Logan, avvocatessa, e Lupe Ramos, prostituta. Una bella coppia di segugi nel mondo dell’immigrazione clandestina. A Los Angeles, caldo boia come da manuale.
Storia raccontata in prima persona da Whitney, venticinque anni, procuratore legale che lavora in un ufficio carino in un posto non proprio carino: all’angolo un emporio, a pianterreno un ristorante thailandese e “di fronte un noleggiatore di film porno”. In difficoltà nel pagare l’affitto e dunque pronta, dopo qualche tentennamento, a seguire il caso della bella e ricca (all’apparenza) Monica Fullbright, direttrice di Crystal’s (dice lei). Obiettivo, ben remunerato, ritrovare la sua governante scomparsa, una certa Carmen Luzano, clandestina guatemalteca. Sospetto da parte di Whitney che non gliela racconti giusta con la povera governante trovata morta ammazzata. In giro per Los Angeles che diventa una parte importante della storia. Personaggi particolari che spuntano in qua e là: il mendicante che la sfotte, l’ubriaco che parla con il bicchiere, duri in jeans di marca, culturisti poco vestiti, una coppia di giovani breaker neri che balla, coreani ricchi su grandi auto, neri e ispanici pigiati dentro station wagon e insomma tutto il mondo variegato che circola e vive in questa grande città.
Linguaggio secco, serrato, che scivola nei meandri della coscienza per risalire all’esterno di una società complessa e problematica  con qualche leggera punta di costruito che si scorge a fatica. Una malinconia di fondo per quello che si vorrebbe e non è.

Sherlock Magazine è una rivista bimestrale curata magistralmente da Luigi Pachì che tratta in buona sostanza del giallo classico. Nel numero 31 una serie di articoli eccellenti tra cui cito Sherlock Holmes e gli scacchi di Lucius Etruscus. Tutti i grandi investigatori della narrativa gialla sono stati da sempre obbligati a saper giocare a scacchi. Sherlock Holmes compreso, naturalmente. Anche se non lo vediamo mai seduto davanti ad una scacchiera. Addirittura Il rituale dei Musgrave è un bell’enigma scacchistico e il pavimento della casa dei suddetti diventa ad un certo punto una gigantesca scacchiera che cela il segreto di alcuni omicidi. Però in The Moriarty Gambit di Fritz Leiber (sulla rivista Chess Review del febbraio 1962) viene presentato in un torneo scacchistico del 1873 proprio contro Moriarty (addirittura) a cui infligge il cosiddetto matto delle spalline. Incantevolmente onirico il racconto in due atti Sherlock Holmes e il delitto del sogno di Walter Schyte. Brutto sogno per Holmes dove sembra che proprio lui compia un delitto, il che dà adito a  discussioni approfondite sulle cause del sogno stesso (con Freud di mezzo, naturalmente). Secondo il Nostro, per intenderlo è “necessario esaminarlo procedendo a ritroso, secondo un metodo a suo modo niente affatto diverso da una normale indagine investigativa”. L’uccisa nel sogno è una signora che esce da un quadro, ma poi c’è la realtà… Incredibile.

L’incontenibile Patrizia Debicke (la Debicche) ci suggerisce Io vi vedo di Simonetta Santamaria, Tre60, 2013. In un vortice fatto di colpi di scena, Simonetta Santamaria porta avanti la sua storia, che parla di corruzione, pedofilia, violenza e orrende perversioni umane. Una storia gialla spesso durissima, ma permeata di suggestioni anni settanta, horror gotico, stile Stephen King, ambientata in una Napoli che si è dimenticata di pizza e mandolini.
E ci suggerisce pure Io la troverò di Romano De Marco, Foxcrime Feltrinelli, 2014.
Il protagonista della storia, Marco Tanzi, è un barbone milanese, un uomo ai margini della società, perennemente ubriaco, che trascina la propria vita, sia in estate che inverno, nei parchi e nelle strade, ma che, un tempo, era il miglior poliziotto di Milano. Si è ridotto così dopo aver ha abbandonato la famiglia, moglie e figlia, aver tradito il suo ex collega ed ex migliore amico Luca Betti e aver scontato sette anni di prigione. Ma ora deve trovare sua figlia scomparsa misteriosamente.

Un saluto a Robin Williams e a tutti i miti e non che ci hanno lasciato.

Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERASeduta gabinettistica dedicata alle elezioni europee e ai nostri cari politici. Butto giù all’impronta. Grande fermento, discussioni accese, ostruzionismo con tirata di sciacquone mentre parla l’“avversario”, salti improvvisi sulle tazze del water, e insomma Europa sì o Europa no, euro o lira, tutta colpa della Germania o colpa solo nostra, c’è voglia di indipendentismo e dunque “Rifacciamo il Granducato di Toscana!” ha esultato il sor Peppino dalla bocca storta suscitando una sorta di spirito partigiano, le riforme si fanno o non si fanno? sono come la sora Camilla che tutti la vogliono e nessuno la piglia?, i cosiddetti “professori” risultano utili o rompono solo le palle con le loro interminabili litanie che non finiscono mai? (maggioranza per quest’ultimo parere), Berlusconi dovrà pulire il culo ai vecchietti ricoverati o si limiterà a raccontar loro barzellette? Lotta accesa, dicevo, soprattutto fra grillini e renziani con i primi (un paio) che si sono incatenati alle tazze in segno di protesta e poi se le sono date (dette) di santa ragione contro Renzi giullarone fanfarone e contro Grillo capocomico da strapazzo. Ultima chiosa finale del sor Antonio che ha suscitato una specie di ripensamento generale con “Se n’andassero tutti a fancala!”. Momento di impasse, tirata di sciacquone e via casa (i grillini sono rimasti incatenati).

Un giretto fra i miei libri

hotel omicidiHotel omicidi di E. Howard Hunt, Polillo 2011.

Il duro, l’uomo vero (lasciato dalla moglie incontentabile) e la belloccia di turno senza troppi scrupoli ma con sentimento buono di fondo. Pete Novak, detective privato un po’ spaccone e Paula Norton. Luogo: il grande albergo Hotel Tilden di Washington dove Pete è incaricato della sicurezza. Ancora: un metro e ottanta per ottantacinque chili, sigaretta incollata in bocca, alcol che sguazza nello stomaco (whisky irlandese). Allo specchio una faccia piena di guai, mano forte e robusta.

La storia è su certi gioielli che spariscono e non spariscono (assicurazione da capogiro), un ex marito che ritorna a picchiare l’ex moglie (proprio Paula), un morto ammazzato nella sua stanza che viene trasportato da un’altra parte.

Poliziotto (anche lui di turno) il tenente Morely, della squadra omicidi, abito marrone, cappello grigio vecchiotto, basso con la faccia da “cane da caccia affamato”, all’antica e “maledettamente ostinato”. E non vede l’ora di andare in pensione, obiettivo massimo di questi eterni segugi. C’è movimento, lotta, spari, la botta in testa, la stanchezza che arriva, un breve sguardo alla società (gangster dappertutto, anche, e soprattutto, nei più importanti studi legali).

Atmosfera melanconica tipica di certi romanzi americani. Per le strade vagabondi, prostitute, alcolizzati, sbarbatelli timorosi. “Gente solitaria. Washington ne era piena”. L’incontro di due anime forti e sfortunate, ormai ciniche, nessuna ambizione, nessun amore, “malattie” superate da tempo. Un caldo abbraccio, uno sguardo al cielo, la luna “batuffolo di bambagia sporca”. Alla fine Pete e un cane che si incamminano lungo la stessa strada. “Due esseri dimenticati”.

È un discreto romanzo questo di E. Howard Hunt che si trovò invischiato nello scandalo Watergate di Nixon, dallo stile asciutto, senza fronzoli e ambizioni esagerate che ci ripaga di tante storie strampalate e di tanti sbrodolamenti stilistici.

primavera di ghiaccioCSI Alaska – Primavera di ghiaccio di Dana Stabenow, Newton Compton 2011.

Continuano a imperversare i libri venuti dal freddo. In questo caso dal freddo che più freddo non si può. Più precisamente dall’Alaska (giuro). O, ancora meglio, dal villaggio di Niniltna dove un folle fa fuori nove persone con un fucile di precisione, Ma una di queste, la giovane Lisa Getty, che se la spassava con tutti gli uomini del paese, risulta essere uccisa da un’altra arma. Chi ha sfruttato questa occasione per togliere di mezzo una tal fomentatrice di invidie e gelosie?

Ad indagare Kate Shugak con il suo fedele husky (femmina) Mutt in calore con un lupo grigio in giro che le fa la corte. Vive in una capanna “nel bel mezzo di un parco nazionale di otto milioni di ettari”, sempre in continua attività, una cicatrice alla gola ricordo di un terribile momento, pelle liscia e dorata, occhi grandi e luminosi color nocciola, capelli lunghi fino alla vita, lisci e soffici come la seta, voce roca e irregolare. Ascolta Beeethoven insieme ai gruppi moderni. Più avanti da un personaggio veniamo a conoscenza di altri particolari: minuta e agile, non beve alcol, è competente ed efficiente nel lavoro, dotata di un notevole senso dell’umorismo, responsabile verso gli altri che la rispettano e la temono, soprattutto per le sue gesta leggendarie. In relazione affettiva con Jack Morgan, capo della squadra investigativa, accetta a quattrocento dollari al giorno più le spese (pure concreta) di condurre le indagini.

In primo piano gli spazi enormi, la neve, il freddo, il silenzio, il tenue ma confortante calore del sole, perfino un terremoto che rende più potente e spaventosa la Natura. Ma anche qui, in questo mondo così lindo e pulito che sembra lontano da qualsiasi imbrattatura del male, la stessa follia, gli stessi rancori, lo stesso odio che alberga negli altri uomini della terra.

alla ricerca di Sony DufretteAlla ricerca di Sonya Dufrette di R.T. Raichev, Elliot 2009.

“Luglio 1981. Nella villa di campagna di Lady Mortlock, durante il party dato in occasione del matrimonio tra Carlo e Diana, una bambina scompare. Poco dopo la sua bambola viene ritrovata sulla riva del fiume che scorre vicino alla casa, ma della piccola nessuna traccia. Tutte le ricerche si rivelano inutili e il caso viene archiviato come un tragico incidente”.

Venti anni dopo, leggendo un articolo di giornale che rievoca il matrimonio reale, la signora Antonia Darcy ripensa all’episodio della bambina scomparsa di cui anche lei era stata testimone. E, come dire, il caso si riapre. Nella testa della nostra Darcy, bibliotecaria cinquantenne in un “esclusivo club londinese per ex militari”, divorziata con figlio David e la nipotina Emma. Ad aiutarla in questa ricerca il maggiore Hugh Payne, vedovo, socio del club e suo accanito ammiratore.

Aggiungiamo che, sempre la nostra Antonia Darcy, è una scrittrice di romanzi polizieschi (quasi scontato), le piace la musica classica, presa spesso da cattivi presentimenti, ancora fragile per il divorzio. Determinata tuttavia nella ricerca della verità.

La quale ricerca parte da ciò che lei stessa aveva scritto di quella particolare giornata, per poi svilupparsi con il ritrovare i personaggi che vi presero parte. Un viaggio nella sua mente ricca di dubbi (la bambina è stata uccisa o rapita, oppure è sempre viva?), di scoperte, di fragili verità, di assilli, di ripensamenti fino all’epilogo finale. In un continuo confrontarsi con le educate schermaglie amorose del maggiore che piano piano  riescono a vincere in parte la sua ritrosia.

Prosa leggera, piacevole, ricca di citazioni letterarie che non appesantiscono il testo.

blanche o il cuore dell'assassinoBlanche o il cuore dell’assassino di Hervé Jubert, Salani 2008, mi ha ricordato all’improvviso le letture fanciullesche di Verne e il suo bel giro in ottanta giorni.

Malloppo di 408 pagine che ha almeno a sua discolpa dei caratteri abbastanza grandi da essere facilmente letti da un tizio incanutito come il sottoscritto.

Siamo nel 1870 durante l’assedio dei prussiani di Parigi. Idea non peregrina. La città assediata ricorda un po’ le case assediate dalla neve del giallo classico da cui non si poteva uscire. Dunque un thriller in uno spazio ben delimitato. Due piccioni con una fava.

La solita litania di assassini mostruosi: un cappellaio, un macchinista, un soldato, un fonditore di caratteri ecc… che porta alle sette sataniche e a Rebecca, la signora dei veleni. Tutti i cadaveri recano impresso un misterioso tatuaggio sul braccio sinistro e i loro nomi hanno origine dalla mitologia. La colpa ricade su Victor Pilotin, un giovane apprendista del cappellaio che riesce a fuggire e viene addirittura tenuto nascosto da Blanche Paicham (crede alla sua innocenza), diciassette anni, che si ritrova sola a Parigi separata dai genitori (era destino, l’avevano già persa più di una volta) ad aiutare nelle indagini lo zio Gaston Loiseau, ispettore di polizia sulla quarantina. Studia il “Dizionario di polizia”, suona il pianoforte, segue un corso accelerato nei locali della scuola di medicina, si prodiga come infermiera per alleviare il dolore dei soldati feriti. Dunque fuori dagli schemi del suo tempo: energica, forte, resistente “Quella giovane era una forza della natura… Si era nutrita di materialismo e, tra le sue certezze, c’era questa: che la magia era soltanto un paravento aperto davanti a fenomeni assolutamente reali. Nel loro caso cosa nascondeva? Una storia di potere, non c’erano dubbi in proposito”. Non manca il movimento, il colpo di scena, il pericolo (rischia addirittura di essere uccisa), il travestimento e insomma tutto l’armamentario del vecchio feuilleton. Compreso il volo sul pallone aerostatico con il famoso fotografo Nadar realmente esistito. Il ritmo si fa via via più convulso sino all’epilogo finale e un’aura di mistero e magia nera serpeggia lungo tutto il libro.

lasker la filosoifa della lottaPer gli scacchi ecco Lasker filosofia della lotta di Boris Vajnstejn, Prisma 1994.

Ma sì, diciamolo subito, mi ha fatto un gran piacere trovare tra i santoni della scacchiera, tra gli artisti supremi del nobile giuoco questo Baffetto-Lasker che mi immagino fare versacci e pernacchie a tutte le sacre regole e gli intoccabili principi su cui si fondava la forza dei giocatori del suo tempo. Uno spiritello irriverente, uno gnomo dispettoso delle sessantaquattro caselle, pronto a fissarti negli occhi, a buttare all’aria il tuo fragile inconscio, a scoprire le tue naturali debolezze per sorprenderti e fregarti. In barba all’Assoluto egli era un convinto, pervicace assertore del “particulare” da ottenere in contropiede ed il marcamento ad uomo. Già l’acutissimo Reti fu il primo ad osservare lo “strano” gioco di Lasker. Egli spesso non effettuava di proposito la mossa più forte ma quella più fastidiosa per chi gli stava di fronte, quella che creava più problemi all’avversario, a quel “tipo” di avversario. Un combattente, anzi Il Combattente per antonomasia. Nato  il 24 dicembre del 1868 nella piccola cittadina di Berlinchen in Germania, morto il 13 gennaio 1941 nella gelida New York.

Spiluzzicature

armata dei sonnambuliAlla Feltrinelli di Siena ho cercato il libro L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, Einaudi 2014. Sono sincero. Avevo dichiarato che lo avrei letto. Però, visto il malloppone di quasi 800 (ottocento!) pagine, ho preferito spiluzzicarlo un po’ ed essere dichiarato bugiardo piuttosto che lasciarci le penne. Inizio superbo con i nasoni orrendi della plebe di Parigi che si appresta a vedere ghigliottinato il proprio Re. (Magari lo leggerò quando i nipotini saranno in vacanza).

Spiluzzicature con atavici ricordi

Quando passo tra i miei satirici latini mi sento rinascere. I ricordi sono vivi, scoppiettanti. Già ho citato in qualche lettura precedente Marziale che, con i suoi Epigrammi, mi fece scompisciare dal ridere. L’autore sapeva trasferire in forma pungente e poetica tutto il mio bagaglio di balorda goliardia paesana. Un mito. Anche le Satire di Giovenale colpirono positivamente il mio apparato burlesco, soprattutto nello staffilare a dovere tutti i debosciati e la corruzione delle donne lascive (ah, le matrone di una volta!). Quelle di Orazio, via, mi lasciarono nel complesso moscio e avvilito. Elogiare, per dirne una, la temperanza e la vita campestre, due palle! (mi tirai un po’ su con quella dello scocciatore). Naturalmente l’ho riletto in seguito con ben altro spirito e ora ogni tanto lo riprendo in mano chiedendo sempre umile perdono. Pure Persio (morto in giovane età), fissato con gli studi duri e inflessibili, non mi rimase troppo simpatico, mentre Lucilio, invece, ovvero quel poco che ne è rimasto, mi solleticò non poco, soprattutto quando se la prendeva con tutti coloro che dalla mattina alla sera gironzolavano per il foro cercando di fregarsi a vicenda (cambiano i tempi, cambiano i luoghi ma l’istinto dell’uomo è sempre lo stesso).

Presentazioni

sei notti di misteroSei notti di mistero di Cornell Woolrich, Mondadori 2014.

In breve.

New York. Una sorella, Jerry Wheeler, cerca di difendere il fratello dall’accusa di omicidio. Con l’aiuto del poliziotto che lo ha arrestato. Spariti i due principali testimoni (uno per sempre). Canta e balla come “Faccia d’Angelo”.

Chicago. Una pupattola di un bastardo che si vuole vendicare delle botte e del tradimento. La nuova fiamma uccisa proprio dal suddetto che cerca di incastrare un altro tizio. Ma lei è svelta di mente e di azione e c’è il poliziotto buono a darle una mano.

Hollywood. Poliziotto Buck in California. A cercarlo un “lurido topo di fogna” che addirittura chiede il suo aiuto. Era stato pagato per ferire un tizio che viene ucciso nello stesso momento in cui spara al suo braccio.

Montreal. Una scommessa. Resistere in questa città con duemila dollari. Ted Ewitt accetta ma rimane incastrato in un delitto. Dunque occorre beccare il vero assassino.

Parigi. Due furfantelli si ritrovano invischiati in un giro di stupefacenti, difendono una ragazza e sbaragliano, senza saperlo, una banda di droga.

Zacamoros. Un tranquillo poliziotto in questa città. C’è la rivoluzione, vincono i ribelli, due capi terrore della zona. Uno dei due viene assassinato e la colpa ricade su un innocente. Ma il poliziotto non ci sta, sul balcone della stanza in cui è avvenuto il delitto un pezzo di foglia masticato, indizio per il probabile assassino.

Sei racconti stupendi che mettono ancora una volta in luce le qualità dello scrittore. La sorpresa, il cambio di prospettiva, la vendetta, il ribaltamento delle aspettative, l’astuzia, cellule grigie e movimento, spari e botte da orbi con una scrittura che va dritta al sodo, delinea contorni, crea atmosfere (anche un po’ surreali), rassoda figure, e si diverte a spruzzare sorriso e ironia.

Se poi il tutto è tradotto da uno come Mauro Boncompagni siamo a posto.

gli omicidi della ZGli omicidi della “Z” di Jefferson Farjeon, Polillo 2014.

Atmosfera deprimente per Richard Temperley durante il lungo viaggio in treno con un vecchio accanto che russa continuamente (da strozzarlo). Fermata ad Euston e possibile dormitina nella sala fumatori di un hotel dove va anche quel rompitimpani. Le cinque e un quarto. Una bella signora esce di fretta. Lui si sistema su una poltrona. Ma c’è qualcosa che non va. Non sente il fastidioso russare. Il vecchio è stato ucciso con un colpo di pistola dalla finestra sulla quale viene trovata una “Z” di metallo rosso che provocherà in seguito altri morti ammazzati.

Farne il riassunto è un po’ complicato. Diciamo che lo stesso Richard è sospettato dall’ispettore James, cercherà di trovare la “signora”, in effetti Miss Wynne, verrà pedinato, ci saranno due viaggi in taxi molto movimentati (uno addirittura da incubo per il tassista), finale con scontro aperto e insomma una vicenda perfettamente ingarbugliata, intessuta da un tourbillon di dialoghi, che si porta dietro una vecchia storia di rapina. Eccellente inizio con atmosfera davvero misteriosa. Per il seguito de gustibus.

la congiura di PragaLa congiura di Praga di Massimo Pietroselli, Newton Compton 2013.

Si ritrovano qui due bei personaggi già conosciuti in La profezia infernale: Leonia, cacciatrice di rarità per Rodolfo, imperatore del sacro romano impero, e Grifo, che ha il dono di “disegnare in ogni minimo dettaglio” qualunque cosa abbia visto anche per una sola volta. Ora (siamo nel 1604 in Boemia) entrambi sono sulle tracce, senza sapere l’uno dell’altro (ma vedrai che si incontreranno), del dottor Fasstolf che sembra abbia il potere di dare vita a creature mostruose.

Si interseca in questa vicenda un quadro del pittore misconosciuto Alessandro Verzeni (anche un suo libretto) che rappresenta la Custode (la morte) e che interessa a diverse persone fra cui lo stesso Fasstolf, il segreto custodito nelle mura dell’ipogeo della contessa Zenobia (“coacervo di simboli ermetici”) e la congiura contro Rodolfo II organizzata dalla stessa Zenobia insieme al ciambellano Lang e al comandante Aleko, marito di Leonia (ora in duro scontro con lui). Non manca in prima persona al presente il racconto di Musodicane, storpiato dal terribile dottore, a cui ha chiesto aiuto Leonia.

Per non farla troppo lunga tutto si risolve la notte di Valpurga (il 30 aprile durante la quale il popolo crede che si scateni il mondo degli spettri) tra oscuri misteri, numeri, cabale, follia, inganni e tradimenti, leggenda e realtà, storia vera documentata, dubbio, assillo, movimento, grottesco e paura a costituire un fascinoso racconto nella Praga del ‘600. Reso vivo e credibile da una scrittura ora evocativa, ora tenera, ora cruda e impietosa che trapassa i corpi e scivola negli animi creando personaggi (anche i minori) belli nella loro complessa struttura. Il solito Pietroselli.

mercenariMercenari – Il mestiere delle armi nel mondo greco antico di Marco Bettalli, Carocci 2013.

Grande mia passione la storia che si accompagna e accumula con quelle del romanzo poliziesco, della letteratura satirica e degli scacchi. Per cui graditissimo l’omaggio dell’amico Marco Bettalli, professore di storia greca all’Università di Siena (anche lui scacchista). Su un argomento, la guerra, che mi ha sempre colpito fin da ragazzo, quando ammiravo la stampella volante di Enrico Toti o la mano bruciata di Muzio Scevola.

Qui trattasi di mercenari, uomini che offrivano il proprio corpo per le battaglie in cambio di qualcosa di concreto, terre o denaro, cercando di riscattare una condizione precaria. Spazio vasto come il tempo in cui vivono. La caratteristica principale del mercenario nella Grecia antica è l’“ambiguità”. Ora esaltati, ora criticati: giovani desiderosi di avventura e arricchimento; esuli per motivi politici, maschi adulti avvezzi per tradizione a combattere al servizio di stranieri. Da ogni polis del Mediterraneo. Famosi gli Arcadi, combattenti valorosi, e i Cari per l’innovazione nell’armamento. Numeri che oscillano da 2.000 a 30.000 citati da Erodoto in Egitto.

Paga sicura? Mica tanto se i committenti sono le pòleis. Pagamento in ritardo (2 oboli al giorno) e che i mercenari si arrangiassero con le scorrerie e i bottini di guerra. Più sicura con qualche re egiziano, e in seguito con Alessandro Magno. Armatura in bronzo, elmo, corazza, a cui si aggiungono altri pezzi a coprire il corpo e uno scudo rotondo e convesso (l’hòplon). Ed ecco l’oplita della leggendaria falange. Meno coperti i peltasti, per avere maggiore movimento, poi gli arcieri e i frombolieri (famosi quelli di Creta e di Rodi).

Gli eserciti erano seguiti da una infinità di persone: schiavi, mercanti, prostitute, danzatrici, flautiste. Universo invisibile, però sappiamo che al seguito del famoso esercito dei Diecimila le persone non erano inferiori a quelle dei soldati (tanto per avere un’idea).

Un lavoro prezioso di ricerca e di studio con una quantità innumerevole di spunti: gli storici antichi, i condottieri, la guerra terrestre e quella navale, Atene, Sparta, la Persia, l’Egitto, le problematiche interpretative portate avanti con una scrittura solida e nello stesso tempo di sicura attrattiva.

il poliziotto è marcioIl poliziotto è marcio di William P. McGivern, Mondadori 2014.

Un poliziotto bastardo, venduto alla mala. Un poliziotto onesto, suo fratello minore Eddie. La storia scivola via lungo le soliti direttrici fino a quando il fratello rischia la vita per avere individuato l’assassino in un uomo del potente boss Ackermann.

Vediamo un po’ il bastardo: sergente Mike Carmody, sulla trentina, ben piantato, due occhi grigi e freddi, “sorriso rapido e impersonale” come una sfida al mondo intero. Presenza assillante quella del padre (ormai morto), circondato da litografie con santi e madonne.

Piano piano assistiamo al cambiamento di Mike per salvare il fratello (non vi dico se ce la farà). Tutti i mezzi sono buoni, botte e sparatorie fino all’ultimo. Due ragazze in evidenza: quella maltrattata di un boss e quella di cui si è innamorato Eddie con passato poco chiaro e occhio ai giudizi affrettati. Il solito contorno di poliziotti più o meno onesti, il giornalista pronto ad aiutarti, la critica al cinismo e al compromesso del cittadino americano sfruttato dalla mala. La solitudine della canaglia che si redime.

Senza scampo è il titolo del film tratto da questo romanzo con Robert Taylor e Janet Leigh attori principali.

Ed ecco il contributo della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)

il seminatoreIl Seminatore di Riccardo Perissich, Longanesi 2013.

Dopo Le regole del gioco, suo indovinato romanzo d’esordio, con Il Seminatore Riccardo Perissich riporta in libreria Giulio Valente, il principe romano ultimo di suo nome, cittadino del mondo per educazione e vocazione, che aveva scelto l’anonimato di un cognome da battaglia e un’avventurosa militanza nel servizio segreto…

Due sanguinosi attentati a Parigi, il primo a una sinagoga e il secondo a una moschea, con adolescenti plagiati, indottrinati e mandati a immolarsi imbottiti di esplosivo, portano Anne Dumont, colonnello francese, collega, vecchia amica e… qualcosa di più di Valente, a scoprire un complotto, un incredibile intrigo collegato a una congregazione di cattolici fanatici, nota anche alla curia romana, che si fanno chiamare i Legionari.

Ma tutto invece ruota attorno a una misteriosa figura: Il Seminatore, che si direbbe abbia il dono dell’ubiquità. Un implacabile e inafferrabile personaggio che, non pago di aver impostato un sistema informatico segreto chiamato Gengis Khan in grado di mandare in tilt tutte le reti mondiali, pare miri a destabilizzare il pianeta. Qualcuno che vuole condizionare le grandi potenze e la chiesa. Anche la Casa Bianca lo insegue e lo teme…

Valente, che per sua scelta si vorrebbe fuori dal gioco e, invece, viene chiamato in causa dagli americani, sarà costretto ad affrontare al fianco di Anne Dumont, indagini  farraginose corredate di rischi mortali che porteranno anche a un orribile delitto volto alla testa e al cuore del Vaticano.

Esiste davvero uno spaventoso ma possibile domani controllato solo dai capricci degli hacker? Da un inarrestabile virus informatico? Ma basta! Non una parola di più.

Ben impostati i personaggi. Ottima, palpabile, reale la ricostruzione ambientale per una trama complessa, articolata, ma calibrata con perfetto ritmo che riesce a incollare il lettore alle pagine. Bel thriller!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERALascio per un momento da parte gli incontri gabinettistici condominiali, sperando che vengano letti (se vengono letti) con lo spirito goliardico di un tempo che fu (per il lettore stagionato) o di un tempo che è (per il lettore giovincello). Naturalmente mi diverto a creare personaggi e situazioni paradossali.

Un giretto tra i miei libri
Questo Anthony Boucher (suo vero nome William Anthony Parker White), autore di Il caso dei sette del Calvario, Polillo editore 2004, è davvero straordinario. Intanto sapeva parlare un sacco di lingue, aveva una memoria eccezionale (si dice che ricordasse le trame di tutti i libri che aveva letto) e un interesse spiccato per un bel po’ di attività: l’opera, il teatro, la scenografia, la critica letteraria (in cui eccelse), la fantascienza, la teologia, la politica, per terminare su cosette più terra-terra come lo sport, il poker e perfino i gatti. Per non parlare, appunto, del giallo. Un vulcano in continua eruzione. Senza pedanteria ma aperto e disponibile con tutti. È perciò quasi naturale che tirasse fuori dal cilindro una storia interessante come questa.
il caso dei setteSi parte con un “Preludio”, una conversazione tra un certo Tony (lo scrittore stesso?) e Martin Lamb riguardo al fatto che nei gialli ci sia ancora bisogno di una spalla alla Watson. È vero che i vari Roger Sheringham, Reggie Fortune, Lord Peter Wimsey (Philo Vance è solo un fantoccio) sono troppo intelligenti per avere bisogno di una spalla, “Ma gli scrittori la usano ancora”, e lo stesso Martin una volta ha fatto la parte di Watson nel caso Schaedel. Che inizia a raccontare partendo quasi subito dall’assassinio del dottor Hugo Schaedel, ambasciatore della repubblica Svizzera, ucciso ad opera di uno sconosciuto con un punteruolo da ghiaccio di fronte ad una abitazione privata di Berkeley, in California. Dunque Martin Lamb, unico studente del primo anno di sanscrito nell’ Università di Berkeley, si trova in coppia con il professore John Ashwin a risolvere questo caso. Il primo sospettato è Kurt Ross, nipote di Schaedel per motivi di denaro accusato dallo stesso Martin. Arrivano in seguito altri due omicidi, uno in teatro e l’altro per strada, che scombussolano perfino le teorie di Ashwin-Holmes. Ma alla fine riunisce tutti e svela il colpevole.

assassinio in libreriaAssassinio in libreria di Lello Gurrado, casa editrice Marcos y Marcos 2009.
In seconda di copertina il nocciolo della questione con la Tecla Dozio (a cui va un saluto riconoscente) della mitica libreria Sherlockiana di Milano a tirare il calzino per un prosecco al cianuro, circondata dal fior fiore della intellighenzia giallistica italiana: Camilleri, Faletti, Lucarelli e via e via e via. I migliori dieci giallisti del mondo, di cui non vi dico il nome, arriveranno dopo. Non è la prima volta che qualcuno spicca il volo contro la sua volontà dal globo terracqueo in una libreria ma insomma vediamo cosa ti inventa il nostro Lello.
Intanto l’assassino è uno che scrive gialli. Una caterva di gialli (ventitré) che porta avanti tutti insieme con amore filiale. Per un verso o l’altro non vengono pubblicati e dunque ce l’ha con il mondo intero. Più specificamente con gli editori, gli agenti letterari e i librai. Suo piano divenire famoso per l’uccisione di Tecla, trovare uno pseudonimo, farsi pubblicare e pagare senza uscire allo scoperto (ma senti). Classico incontro con la bella giornalista di  turno (in un giallo che si rispetti c’è sempre), pedina importante per la soluzione finale.
Chi lo deve beccare sono il sostituto procuratore Luca Cassano (non male) e il commissario Antonio Spadavecchia. Ma i nostri eroi (leggi scrittori italiani, quelli stranieri lo vorrebbero fare ma ne sono impediti) mica stanno con le mani in mano. Indagano prendendo le sembianze dei loro personaggi.
Inizio interessante e poi… e poi viene fuori una certa ingenuità narrativa. Prosa agile, ironica, vogliosa di convincere. Un libro in cui trovo una grande passione, praticamente un omaggio a Tecla e a tanti illustri scrittori che l’autore ha amato e ama tutt’ora.

autentico assassinioAutentico assassinio di Maurizio Bettini, Nottetempo editore 2007.
In sintesi “Un uomo viene abbandonato dalla moglie nella casa spogliata di tutto fuorché di un libro, Candido di Voltaire. Leggendo e rileggendo prima il libro e poi il frontespizio, fa una straordinaria scoperta: il Candido non è stato scritto da Voltaire. A caccia del più importante scoop letterario degli ultimi secoli, l’uomo, un professore, va alla ricerca del misterioso autore e in una frenetica indagine filologica-poliziesca che lo porta alla biblioteca dell’Università di Yale, passa di rivelazione in rivelazione, fino alla stupefacente scoperta finale che rivoluziona tutta la storia della letteratura”.
Questo lo spunto che dà vita alla trama del libro scritto da un fior di professore di Filologia classica dell’Università di Siena, che tiene anche seminari presso la University of California a Berkeley. Tanto per gradire. Qualcuno potrebbe pensare che un simile cattedratico non possa che tirar fuori qualcosa di pesante, di orpelloso, di plumbeo. Di cattedratico, appunto. Idea sbagliata, sbagliatissima. Soprattutto per chi già conosce questo brillante studioso. E dunque anche il presente breve racconto esprime chiaramente le sue doti basate spesso su una spumeggiante ironia. Non mancano riferimenti a Raymond Chandler ed il solito, orripilante (nessuno è perfetto) “Elementare Watson!”.

BestieBestie di Sandrone Dazieri, Edizioni ambiente 2007 (ripubblicato da Einaudi, anche in ebook).
Un giallo classico. Che più classico non si può. “Un piccolo albergo nelle valli della bergamasca. L’omicidio di un ragazzo di passaggio. Un cuoco con trascorsi da rapinatore costretto a reinventarsi investigatore. L’ombra delle Triadi cinesi e della criminalità organizzata. Tra oscuri rimedi orientali e ambientalisti arrabbiati…”. Presentazione concisa senza tante lungaggini. Primo punto a favore.
Sam, il protagonista, racconta in prima persona e lavora come cuoco in un albergo in località Foppolo. Maurizio Ferri, un ragazzo di Milano che “Si era preso un po’ di denunce per azioni animaliste, come liberare le cavie di un laboratorio o tirare uova sulle pellicce alla Prima della Scala” viene trovato ucciso nella sua stanza. Aggiungo che Sam ha una relazione con la “Direttora” dell’albergo, aggiungo i ricordi della sua attività di ladro, del suo arresto in Svizzera, della prigionia, l’incontro con un investigatore privato Marco Sonetti che si occupa del caso da parte della famiglia di Maurizio, aggiungo anche il tentativo di uccidere il nostro bravo cuoco e… niente altro. Prosa asciutta, lineare, essenziale, senza tanti ghirigori o smagliature (si dice quello che c’è da dire). Ritmo ora lento ora in crescendo adeguato alle circostanze. Classico colpo di scena finale. Un racconto. Semplice e concreto come deve essere un racconto.

MarshallMarshall di Andrew Soltis, Prisma 2004.
Una volta mi sono messo di buzzo buono ad osservare le circonvoluzioni del Controgambetto Marshall della Spagnola e ne sono uscito fuori con gli occhi sbarrati e le mani tremanti. Il suo ideatore, quello spilungone di Frank Marshall, ci ha fatto sapere di averlo tenuto nascosto per molti anni per adottarlo alla prima occasione propizia. Peccato, però, che alla prima occasione si presentasse davanti a lui un certo José Raùl Capablanca e allora essa non fu proprio propizia. Questo temerario giocatore americano mi ha sempre suscitato una istintiva simpatia, sia per il suo gioco funambolico sia perché la sua figura mi ricorda uno dei primi interpreti di Sherlock Holmes, un attore alto e dinoccolato che da ragazzo aveva colpito la mia fantasia. E se si mettono insieme gli scacchi ed il giallo è amore a prima vista. Frank Marshall è stato, è vero, un campione discontinuo, un “Donchisciotte degli scacchi” come lo ha definito qualcuno, ma se non fosse per quello che ha fatto (e non è poco) andrebbe comunque ricordato per la mossa più bella degli scacchi, quella 23…Dg3!! nella partita contro Lewitskij a Breslau nel 1912 che ancora oggi suscita incredula meraviglia negli appassionati di tutto il mondo.

Spiluzzicature
Alla Feltrinelli di Siena ho leggiucchiato Maigret e il caso Simenon, Robin 2013, di Maurizio Testa, di cui ricordo il Dizionario atipico del giallo, Cooper 2009 e 2010, in cui appare anche la nostra splendida Buccherina. Se il naso non mente bel libro.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese di Franco Cardini mi riporta al mio primo esame di università a Firenze. Più precisamente di storia romana. Non ricordo il titolare della cattedra (fissato con le rovine di Leptis Magna), ma Cardini professorino assistente (poi si è buttato sul Medioevo) dallo scilinguagnolo sciolto, che praticamente condusse il colloquio facendomi beccare un bel ventotto!
E, a proposito sempre di storia, ecco La congiura di Catilina e La guerra giugurtina di Sallustio con quell’incipit formidabile Catilina, nobili genere natus… che mandai a memoria per un bel po’ di pagine e che mi procurò imperitura gloria (lieve sorrisetto della terribile prof. La Macchia), all’esame di latino ancora in quel di Firenze. Non vi dico i tremori viscerali con stretta spasmodica di labbra e tamponamento forzato dell’unica via d’uscita (poi gli detti sfogo con un senso di straordinario sollievo mai più riprovato).

Presentazioni
Luis RoldanLuis Roldán né vivo né morto di Manuel Vázquez Montalbán, Feltrinelli 2013.
Tre tizi di Saragozza (poco raccomandabili) incaricano Pepe Carvalho di trovare Luis Roldán, ex capo della Guardia Civil e delegato del governo in Navarra del PSOE, a cui hanno affidato un bel gruzzolo per acquistare una tenuta di caccia in Kenia. Vogliono Roldán “né vivo né morto”.
Carvalho con le sue “pastiglie per l’acido urico, la pressione, la depressione, l’euforia, la stitichezza e un piatto di trippa “alla fiorentina” contro l’effetto delle pastiglie” (tiè!) via in giro a trovare questo benedetto uomo che pare spunti dappertutto (che abbia dei sosia?). Insieme a rogne, botte, spari con relativo morto. E fogne. Miriadi di fogne, lungo le quali sguazzano le fazioni del potere economico, politico, militare multinazionale. E lungo le quali si trova a circolare Carvalho aiutato dal fido Biscuter, che si era ringalluzzito tempo addietro con “un corso di zuppe e minestre in una scuola di alta cucina di Parigi” (Cibo sempre presente nel libri di Montalbán e vedi mangiatona da blurp pag. 45).
Realtà e fantasia, metafore e contrometafore dove il linguaggio la fa da padrone per delineare la Spagna del tempo e un mondo decisamente schifoso. Gruppi e gruppuscoli, sigle su sigle, servizi segreti su servizi segreti che infestano il paese. Citato Holmes come da prassi giallistica.
Però sono sincero. Sarà perché l’ho letto in macchina durante una mattinata piovosa, sarà perché ogni giorno perdo milionate di neuroni, ma non l’ho compreso del tutto nei suoi incredibili risvolti. Comunque svergo un ottimo per non fare la figura del bradipo.

utilità dell'inutileL’utilità dell’inutile di Nuccio Ordine, Bompiani 2013.
Finalmente un libro che tira un po’ su il morale. Almeno a quelli come me che talvolta si chiedono a cosa serve leggere e scrivere ogni giorno. Soprattutto se non si guadagna un baiocco in una società basata quasi esclusivamente sul malloppone dollaroso.
E allora posso citare una bella trenata di capoccioni così (ho allargato le braccia) che vengono a darci una mano. Dove si pesca, si pesca bene. Per esempio partendo da Montaigne per cui “Non c’è niente di inutile, neppure l’inutilità stessa” (evviva!). E già Dante e Petrarca avevano condannato gli pseudo-letterati che scrivevano con l’occhio al guadagno, mentre il disprezzo per il vile denaro (ma non si esagera un po’?) lo si trova bello tosto nella letteratura rinascimentale dell’Utopia con Tommaso Moro, Campanella, Bacone e compagnia bella.
Lo stesso Shakespeare (e di’o po’o) afferma che “non è tutto oro ciò che luccica”, se poi ci si mette anche Kant per cui “il gusto del bello è un piacere disinteressato e libero” siamo con le spalle al sicuro. Ovidio confessa apertamente di coltivare l’inutile, il nostro Leopardi condanna l’utilitarismo di un “secol superbo e sciocco”. “Essere un uomo utile mi è sempre sembrato una cosa squallida” dichiara Baudelaire e Théophile Gautier rincara “Ciò che è utile è brutto” come “il cesso” e la pazzia di Don Chisciotte si ispira, come sappiamo, agli ideali nudi e puri. Ma il problema dell’inutilità, che non è per niente inutile, era già stato affrontato in un saggio di Zhuang-Zi addirittura nel IV° secolo a.C.!
Oggi, tutti presi dalla logica del profitto, non ci si rende conto degli effetti catastrofici sul mondo della scuola. Studenti clienti e professori burocrati. Nessuno che si preoccupi della qualità della ricerca e dell’insegnamento. A finire il saggio “L’utilità del sapere inutile” di Abraham Flexner.
Insomma, amici dello scrivere inutile, miei sfortunati compagni di viaggio, oggi possiamo tirare un sospiro di sollievo confortati da cotante menti e gridare al mondo intero ”Vedete, anche noi siamo utili!”.
O no?

il palazzo dalle cinque porteIl Palazzo dalle Cinque Porte di Stefano Di Marino, Mondadori 2014.
“Sebastiano “Bas” Salieri è un illusionista e uno studioso di tradizioni occulte e di misteri. E al suo arrivo a Venezia per prendere possesso di un’eredità, i misteri certo non mancano. Prima di tutto il Palazzo dalle Cinque Porte, lasciatogli dallo zio Mattia, di porte ne ha quattro. La stessa morte accidentale dello zio solleva parecchi dubbi, e all’incidente non crede neanche il vicequestore Panitta, uomo pratico e con i piedi per terra”.
Per essere più precisi lo zio è stato bruciato vivo da un incendio mentre stava incatramando una vecchia gondola. Un delitto mascherato da incidente? La vicenda è complessa e intrigante. Si scopre che intorno al defunto circolano personaggi interessati all’occultismo, un libro e un simbolo misterioso, un quadro altrettanto misterioso di un pittore maledetto del Cinquecento, un delitto insoluto di dieci anni prima, una confraternita dedita a sacrifici umani, una figura femminile che appare e scompare all’improvviso sotto gli occhi dello stesso Bas.
Il quale Bas (ricordi di guerra e violenza) conduce le indagini insieme alla bella fotografa Martina (evitate le solite scene di sesso) e al vicequestore Panitta in una Venezia invernale avvolta nella nebbia. E quando incominciano ad arrivare i primi delitti la tensione aumenta, il ritmo si fa concitato, un’aria di brivido scivola lungo la vicenda tra realtà e irrealtà, in un continuo tourbillon di colpi di scena.
Una grande storia narrata con la perizia e la passione di chi ha dedicato una vita alla scrittura anche in campi diversi. E se il sottoscritto ha come avuto la sensazione che il tentativo di suscitare interesse e sbalordire il lettore sia rimasto talvolta sopra le righe, come un tambureggiare troppo insistente, questo si confina nel gusto personale.
Dice Stefano Di Marino “Scrivere, raccontare storie “vivendo” l’esperienza del narratore per davvero, significa anche accettare delle sfida. Vuol dire seguire a volte impulsi e suggestioni anche un po’ diversi (non contrastanti) con quello che si fa di solito e sembra “garantito”. Credo sia l’unico modo per migliorare e tenere via l’attenzione dei lettori”.
Sottoscrivo.

le mani insanguinateLe mani insanguinate di Maurizio De Giovanni, Edizioni CentoAutori 2014.
Come scrive nella prefazione Paola Egiziano, si tratta di “quindici racconti molto diversi fra loro per lunghezza, modalità di scrittura e soprattutto argomento: a storie di fantasmi si affiancano riletture di fatti di cronaca nera o rivisitazioni di eventi storici; a racconti a sfondo sociale se ne alternano di grotteschi o amaramente umoristici; e poi, più o meno esplicita Napoli con i suoi riti, i suoi Santi, il suo sangue”.
Aggiungo alcune tematiche senza un ordine preciso: la fame, il dolore, la forza di una bambina stuprata dal padre ubriaco, l’incontro fortuito, l’amore e il distacco, storie di sfruttamento e degrado, storie di tradimenti e morte violenta, di avvelenamento della propria terra, storie che si avviluppano e si incrociano, la miseria, la ricchezza, un posto per dimenticare, il mondo di oggi e di ieri, il giornalista, l’università, la scuola, l’aspirante scrittore e lo scrittore valutato anche, e forse soprattutto “per la sua bella presenza”, la violenza sulle donne e tanto altro ancora.
C’è, però, una linea sicura che percorre molti di questi racconti, e direi molto della produzione di De Giovanni. Una linea di grande forza psicologica, di ironia leggera e mordace, di fine sensibilità e “accompagnamento” del dolore (parola che si ritrova anche nel titolo di un suo bel libro) nelle sue varie sfaccettature, di intensa forza espressiva e commozione che coinvolge il lettore facendolo riflettere anche sulle proprie esperienze di vita.

il veleno è servitoIl veleno è servito di Anthony Berkeley, Mondadori 2014.
3 settembre sinistro ad Anneypenny nel Dorset: raffiche di vento improvvise, tuoni, un “senso di cattivi presagi e rovina” con il sig. John Waterhouse, uomo semplice e gentile, che tira il calzino. No, non per la sua maledetta ulcera gastrica, ma per una buona dose di cianuro trovato nel sangue, dopo che suo fratello Cyril ha fatto riesumare la salma. Alla moglie Angela un corposo testamento. Nel frattempo una certa boccetta di medicinale, fatta preparare dal medico di famiglia Glen Brougham per John, è sparita.
Mi spiego meglio. La suddetta boccetta è stata presa dal vicino di casa Douglas Sewell, frutticultore, che è il narrante in prima della vicenda, così, per istinto, in quanto poco convinto della cura. Solo che non la ritrova più nel suo cassetto.
La semplice storia di un delitto di villaggio (in ebollizione), si complica, si allarga, la segretaria di Angela, una nazista, fugge veloce in patria (perché?), arriva pure Scotland Yard (ancora perché?) e il cugino Alec Jeans con una notizia sorprendente (quale?). Quadretto umoristico durante l’inchiesta in un’aula della scuola con la cuoca nazista austriaca che ce l’ha con gli “eprei”.
Scrittura lenta, precisa, personaggi ben scavati come i rapporti familiari in un villaggio pettegolo (“Dove c’è un villaggio inglese, c’è il pettegolezzo”), sorprese e sorprese specialmente dal punto di vista sentimentale (chi mai avrebbe pensato che lei o lui… ma guarda un po’), e in tribunale arriva pure una lettera del morto (acc… mi è sfuggita). Già vista la coppia ulcera gastrica-cianuro nella letteratura poliziesca ma ciò che conta è la mano. E quella di Berkeley è una manina santa. Se poi ci si aggiunge la sapienza del traduttore Mauro Boncompagni andiamo a festa.
La banda scatenata di Franco Forte ha colpito ancora.

Termino con il contributo di Patrizia Debicke (la Debicche) Un giorno a Milano, Novecento Editore 2013.
un giorno a milanoUn giorno a Milano è la vispa primogenita di Calibro9, nuova collana di gialli e noir diretta da Paolo Roversi.
In ordine alfabetico potete leggere in copertina: Besola, Cappi, Di Marino, Ferrari, Foderaro, Gallone, Lugli, Narciso, Pastori, Perizzolo e Roversi. La prefazione è di Andrea Pinketts.
Il 13 aprile 2013, la serata Borderfiction all’Hotel Admiral di Milano, dedicata all’ultimo romanzo di Paolo Roversi (seguita da prolungate libagioni), si è trasformata nella “scatola a sorpresa” di questa antologia di racconti noir, tutti rigorosamente ambientati a Milano. E tutti, pur spaziando nei diversi quartieri cittadini, datati lo stesso giorno il 12 novembre. Unica licenza qualche flash back.
Ne è scaturito uno shaker in cui, secondo Andrea Carlo Cappi, curatore e – ça va sans dire – autore di uno dei racconti: …per la prima volta nello stesso universo si muovono Chance e Butch, Medina e Sauro, Paleari e qualche altro personaggio già comparso altrove o in procinto di tornare…
Il risultato è un quadro molto noir, più vicino alla Milano calibro nove di Giorgio Scerbanenco che alla città raccontata da Renato Olivieri, per ricordare i padri indiscussi del giallo milanese.
Un avvio “a tutta birra” di Stefano Marino e del suo mitico Chance Renard per un nuovo episodio della sua Gangland/Milano, si prosegue con Jack Narciso e il suo sfigato detective privato, Butch Moroni, inguaiato da una cliente “bomba di carne”, che deve scovare un assassino nell’universo di via Padova. Nel terzo racconto, Federico Pastori sfodera il suo sfortunato ex poliziotto Fabio Paleari, ora battitore libero. Il quarto è di Paolo Roversi con Radeschi, ancora in caccia di scoop giornalistici, in sella al “giallone”, la sua mitica Vespa. Poi il trio (Riccardo Besola/AndreaFerrari/Francesco Gallone) con una scalcagnata e assurda rapina.
Al sesto posto: un nuovo episodio di Carlo Medina, ormai specializzato nella “rimozione dei problemi”. Subito dopo Giuseppe Foderaro fa “sistemare” a dovere uno stupratore seriale, nel penultimo racconto Francesco Perizzolo si confronta con la triste vendetta che cementa la fine di una storia. E, a conclusione, la terribile mattinata noir di un giovane ingegnere in caccia di lavoro, narrata da Francesco Lugli.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAÈ morto il sor Antonio. Quello che attaccava sempre i miei gialletti. È scivolato, ha battuto la testa sulla tazza del water e ci è rimasto secco. Così, per pura sfortuna. Qualcuno ha fatto notare che sul pavimento, proprio lì vicino alla sua “sedia”, c’era qualcosa di appiccicaticcio che deve avere contribuito alla funesta caduta. Ma su mia premurosa iniziativa tutto è stato pulito con cura, perché non succedesse qualche altra disgrazia. Adagiato il corpo su una lettiga, prima di essere portato via, ho tessuto l’elogio del morto rammaricandomi di avere perso un critico schietto e genuino come il sor Antonio.

Un giretto tra i miei libri
Questa volta poca o niente trama (la memoria vacilla), ma personaggi.

una carrozza nella notteUna carrozza nella notte di Richard Austin Freeman
Ricordo bene il personaggio del dottor Thorndyke. Bello che più bello non si può. Alto, slanciato, atletico, profilo greco, un dio sceso sulla terra. Tiene sempre a portata di mano una valigetta verde in cui ci sono tutti gli strumenti e le sostanze chimiche che gli servono per i suoi esperimenti scientifici.
Richard Austin Freeman (1862-1943) medico anche lui, oltre che per il suo famoso Thorndyke (ha scritto con questo personaggio ben 21 romanzi e 42 racconti), si ricorda anche per il contributo alla narrativa della “inverted story”, nella quale il lettore è già a conoscenza del delitto ed il godimento sta soprattutto nell’assistere alle schermaglie tra il detective e l’assassino. Chandler lo considerava uno splendido artista capace di creare una continua suspense. E se lo dice lui…

nessuno piange per il diavoloNessuno piange per il diavolo di Claudia Salvatori.
Anche qui un paio di personaggi: le due detective Mariarita Fortis e Stella del Fante. La prima fa la ghost reader (in precedenza era stata anche insegnante) per l’onorevole Gianfrancesco Balenotti, cioè legge per uno che non ha tempo di leggere. In realtà se la cava brillantemente senza leggere nulla “sorvolando, copiando, riciclando, attingendo a ricordi, analogie e talvolta spudorate invenzioni”. Vive in un bilocale lasciatole da uno dei suoi “undici ex fidanzati” tanto per non rimanere sola, suppongo. Bruna con gli occhi neri, meno alta ma più femminile di Stella. Bevicchia (si fa per dire): al bar ordina tre vodka per sé. Ha una mamma femminista storica che non è proprio nata per fare la mamma.
Stella si presenta “con pantaloni bianchi e sporchi di una tuta, scarpe da basket bianche e lerce, e la sua maglietta preferita, quella con la scritta Born to be a Winner in bianco su fondo nero”. Ha i capelli rossi, separata da Willy con figlio affidato al padre per la vita intensa in relazione al suo lavoro di detective. È ricca ma ce l’ha con un analista freudiano che in meno di un anno le ha “prosciugato il conto in banca”. Ama trovarsi in luoghi e situazioni in cui avverte un pericolo immaginario. Una bella coppia.

uno della famigliaUno della famiglia di Christianna Brand.
Mi soffermo sull’autrice. Se il personaggio vi piace potete buttarvi tranquillamente sui suoi libri. Questa Christianna Brand ( in realtà il cognome vero è Milne ) ne ha provati di lavori! “Governante, commessa, ballerina, modella, segretaria, insegnante di danza, standista e decoratrice d’interni”. Nata nel 1907 in Malesia, poi trasferita in India e infine in Inghilterra. Nel periodo in cui lavora come commessa in un negozio scrive un giallo in cui fa uccidere una compagna di lavoro che la tormenta. La vicenda viene ripresa dopo il matrimonio del 1939 e pubblicata nel 1941 con il titolo Death in High Heels (La morte ha i tacchi alti), seguita da un altro romanzo in cui compare per la prima volta l’ispettore Cockrill della polizia del Kent (lo troviamo anche in questo libro, un piccolo, vecchio passero insignificante solo al primo sguardo). Di Christianna Brand si ricorda soprattutto Delitto in bianco del 1944 dove la vittima viene uccisa sul tavolo di una sala operatoria davanti agli occhi di tutti. Interessante anche la trilogia di Tata Matilda, una tata, appunto, che si serve della magia per tenere buoni i bambini che le sono affidati. Muore a Londra nel 1988. Un pezzo grosso del mystery se il famoso critico Anthony Boucher la inserisce tra scrittori come la Christie, Carr ed Ellery Queen. Era una donna “interessante ed arguta”, piena di spirito e di umorismo, capace di “battute fulminee ed apologhi spiritosissimi”.

Maisie DobbsMaisie Dobbs di Jacqueline Winspear
Maisie Dobbs è davvero un personaggio eccezionale. Capelli neri e occhi azzurri che guardano “dritto dentro”. Sin da piccola dura, forte, caparbia. Intenso e affettuoso rapporto con il padre Frankie vedovo (vive solo per lei) e con il suo insegnante privato Maurice Blanche i cui consigli le sono utili anche nella vita adulta.
Affascinata dalla biblioteca di lady Rowan (opere filosofiche di Hume e altre cosette del genere), studia e lavora, studia e lavora fino ad arrivare all’Università. Per puro slancio patriottico diventa infermiera. Ed ecco la guerra, il contatto con la morte e la sofferenza degli altri. E poi l’amore con Simon, tenero amore fatto solo di sentimento e teneri baci. Maisie è il vero motore del libro, al margine il mistero del giallo. Qualche lacrima subito asciugata, niente lamenti o piagnistei. In un mondo reale o in quello fittizio dei libri, dove vengono messe in mostra le sozzerie più sozze, le vigliaccherie più vigliacche, il marciume più marcio dell’uomo, dove impera il linguaggio più becero e schifoso e la volgarità più volgare, fa piacere ritrovare una ragazza semplice e pulita come Maisie Dobbs con i suoi sentimenti semplici e puliti.

gli assassini del profetaGli assassini del profeta di Mehmet Murat Somer
Ormai beccare un detective diverso dalle milionate di detective già in circolazione è più difficile che far passare il classico cammello attraverso la cruna del solito ago (povero cammello, ma anche povero ago…).
Mehmet Murat Somer ci deve avere pensato un po’ sopra e poi ha tirato fuori un transessuale per la gioia dei lettori, soprattutto dei nostri politici. Siamo in Turchia, più precisamente ad Istanbul, terra fertile di detective particolari. Vedi, per esempio, l’eunuco Yashim Togalu di Jason Goodwin, superiore di un bel palmo a Somer.
Veniamo al nostro/a . “Io sono una bella di notte e un uomo di giorno” dichiara nella sua prima avventura (Scandaloso omicidio a Istanbul). Programmatore informatico, moderatore di una chatroom “Ragazze-uomo!” per lesbiche, gay e travestiti, proprietario in parte di un club che gestisce personalmente, abile nelle arti marziali, gli/le (non fateci caso che farò confusione) piace la cucina, i telequiz, stravede per Ava Gardner e Audrey Hepburn della quale vorrebbe conservare la linea.
Tutto filerebbe liscio nella sua movimentata e scoppiettante vita se non ci fosse un fissato che uccide travestiti secondo le stesse modalità con le quali era stato segnato il destino dei Profeti. Vedi Ceren morto bruciato, o Gül finito in una cisterna, in entrambi i casi con somiglianze legate alla vita di Abramo e Giuseppe (anche se questi si erano salvati). Indagando su tali omicidi, aiutato/a dall’amico commissario e dall’amica Pompon, vengono fuori altri episodi del passato che evidenziano le stesse caratteristiche. Mica male.

Capablanca di Vasilij Panov
A onor del vero la prima esternazione che mi è sorta spontanea dal cuore, dopo avere letto la vita e le avventure scacchistiche del mito Josè Raoul Capablanca (1888-1942), può essere benissimo condensata in due sole parole “Che culo!”. Sentite un po’ cosa ne pensa il mai dimenticato Esteban Canal: “Capablanca nacque certo in un giorno di festa e di tripudio! Cantavano gli angeli nelle alture e le muse danzavano intorno alla casa un gaio girotondo, mentre la dea fortuna gli preparava i regali: bellezza, ricchezza, salute, intelligenza, tutto ben dosato e senza eccedere; soltanto il cartoccio della saggezza era un po’ bucato…” (E. Canal Il virtuoso Capablanca in Esteban Canal di A. Zichichi. Messaggerie Scacchistiche, Brescia 1991, pag.102). Chi vuole conoscere un grande campione e beccarsi un po’ di invidia legga il libro.

Spiluzzicature
Ho spiluzzicato con soddisfazione La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker. Mi era venuta voglia di acquistarlo ma, vista la lunghezza, ho avuto timore di tirarci il calzino e ho desistito.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Il primo impatto con le Operette morali di Leopardi (sempre da giovincello) fu di inaspettata meraviglia. Me le immaginavo robustamente pallose dato il tetro aggettivo e invece non me ne staccai fino all’ultima pagina (miracolo). Il Gallo silvestre, le mummie e la Natura in prima fila a volteggiare paurose nel sogno che ne ricavai piuttosto tormentato (in primis dalle mummie con la loro mortuaria, fascinosa canzone). Anche la terra vuota palleggiata da Ercole e Atlante mi colpì in modo particolare e credo che il concetto sia tutt’ora valido. Soprattutto dalle nostre parti. E non votatemi pessimista.
Sono sincero. Le poesie più conosciute dei Canti con la donzelletta campagnola vestita a festa che trilla da tutte le parti, il triste passero solitario con il becco che gli casca per terra, la bella Silviona dal canto perpetuo, l’ermo colle e la siepe benedetta insieme al gioioso sabato nel villaggio che la domenica si muore di pizzichi, mi fecero meno effetto. Sempre all’inizio. Poi ci ho tirato sopra anche qualche singhiozzato sospirone. E vedete quant’è strano i’ Lotti.

Presentazioni
Curarsi con i libriCurarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, Sellerio 2013 (anche in ebook).
Non mi era mai capitato di presentare due volte lo stesso libro, ma ora faccio una eccezione viste le richieste da parte di molti lettori sofferenti di alcuni problemetti corporali e non. Naturalmente terrò segreti i loro nomi che la faccenda è delicata.
Andiamo al sodo. Per chi soffre di eiaculazione precoce efficace risulta Pamela di Samuel Richardson dove il signor B. insidia di continuo, senza risultato, la suddetta Pamela per diverse centinaia di pagine. Questo vi aiuterà a resistere alla tentazione di giungere troppo presto all’atto finale.
E già che siamo in tema di disturbi sessuali possiamo avere un certo giovamento all’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati. L’uomo del titolo è bello, bellissimo, una statua greca, le donne ai suoi piedi. Ed ecco che si sposa e non consuma il matrimonio. Mal comune mezzo gaudio.
Se vi sentite falliti per qualsiasi motivo buttate giù Storia di un uomo che digeriva male di H.G. Wells. Mr. Polly vive in uno stato di indigestione permanente, scontento e avvilito di se stesso. Tenta il suicidio ma non gli riesce. Allora cambia modo di fare e trasforma il suo fallimento in nuove occasioni. Perché non provare?
Soffrite di insonnia? C’è pronta La casa del sonno di Jonathan Coe. Bellissimo libro che vi farà restare ad occhi aperti. Consiglio di leggerlo di giorno e la notte russerete tranquilli.
Per gli alcolisti cura efficace con Shining di Stephen King. Qui Jack Torrance, lo scrittore protagonista attaccato perennemente alla bottiglia e volto all’autodistruzione della sua vita, vi metterà paura e “vi spingerà verso il succo d’arancia”. Che non è male.
Chi soffre di balbuzie può trovare giovamento in A casa di Dio di David Mitchell. Il tredicenne Jason Taylor, angustiato da questo difetto, con grande sforzo di volontà riesce a stringere un nuovo legame con le parole e a superare l’ostacolo. Ci si può fare.
Gli obesi, invece, seguiranno i consigli della signora Hawkins, “l’eroina dal doppio mento” di A mille miglia da Kensington di Muriel Spark. Ce n’è per tutti, anche per i supergrassi. Se non siamo proprio obesi ma, diciamo, in sovrappeso, c’è Precious Ramotswe, creatura di Alexander McCall Smith, a tirarci su con la sua discreta stazza che volteggia sicura e sorridente da tutte le parti nelle storie ambientate in Botswana.
Rimedio radicale per sconfiggere il senso di colpa è Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. Dopo avere letto gli straordinari tormenti di Rodion Romanovi Raskol’nikov, che lo angosciano per avere compiuto due delitti, vi verrà voglia di confessare le vostre colpe, piccole o grandi, e di stare in pace con voi stessi.
Qui chiudo e non farò un altro intervento. Perciò un consiglio. Non comprate il libro (così risparmiate) ma telefonatemi o mandatemi una mail sui vostri malanni che saprò darvi le indicazioni adatte.
Intanto vi auguro buona salute.

melodie di morteMelodie di morte di Jonathan Stagge, Robert Goldsborough, Cornell Woolrich, Mondadori 2013.
Nella introduzione Mauro Boncompagni ce lo dice apertamente. Certe ballate o filastrocche nel romanzo poliziesco sono di una sfiga pazzesca. Portano morti ammazzati a go-go. E ne fa una lista impressionante. Fra cui quelle inserite in queste tre chicche.
Partiamo dalla prima Dolce, vecchia canzone di morte di Jonathan Stagge.
“Un gruppo di amici a un picnic, qualcuno canta un’antica ballata. Cala la sera, scoppia un temporale, e al rientro mancano all’appello due gemellini. Giacciono in uno stagno, uccisi seguendo le parole della canzone. E finché il dottor Westlake non fermerà il loro assassino, la sinistra filastrocca continuerà a scandire omicidi”.
C’è il dongiovanni rubacuori, la classica persona mancante occupata da altra parte, questioni sentimentali, una collana pregiata, una segheria con mistero incorporato. Ma c’è, soprattutto, la sfilza dei morti ammazzati che si rimpolpa sempre più. E il dottor Westlake, insieme all’ispettore Cobb che cerca di svelare il vero volto dell’assassino. Un pazzo pericoloso (e un po’ di pazzia serpeggia in qualche famiglia) o un terribile programmatore di morte?… Brividoso.
Nero Wolfe: delitto in mi minore di Robert Goldsborough.
“Lettere di minaccia perseguitano il direttore della New York Symphony Orchestra. Interpellato dalla nipote del musicista, Nero Wolfe accetta il caso in nome di un antico debito di gratitudine”. Chiaro che lo zio si ritrova morto ammazzato con un tagliacarte infilato dietro la schiena. Solito quadretto umoristico nella vecchia casa arenaria nella Trentacinquesima strada Ovest, vicino allo Hudson, con Archie Goodwin a raccontare la storia e flirtare con Lily Rowan, Nero Wolfe stravaccato in poltrona a bere birra, Theodore Horstman a vigilare sulle diecimila orchidee e Fritz Brenner a preparare succulenti menu. Questa volta il caso è complicato e il “poltronista” (mio conio) per eccellenza è costretto a chiedere l’aiuto dei suoi abituali collaboratori e a un investigatore privato di Londra. Poi, quando incomincia a muovere ritmicamente le labbra, il caso è risolto. Leggero e frizzante.
Passi che si avvicinano di Cornell Woolrich.
“Ceil è una ragazza che adora il jazz. Almeno una volta alla settimana, suo padre la vede tornare a casa con un nuovo disco. Lei lo suona e lo suona ancora, ad oltranza, prima di staccarsene e passare al successivo”. Ma nell’ultimo c’è qualcosa che non va. Matt Molley, il cantante, geme in modo più “realistico” del solito. “Ohhh, sto male: Ohhh, muoio” al posto del conosciuto verso. Impossibile, via. O possibile? Una perla.
Ancora una volta scelta perfettamente centrata del nostro curatore.

uno di noi deve morireUno di noi deve morire di Ursula Curtiss, Mondadori 2013.
“Andrew Sentry ha perso il fratello Nick durante la guerra di Corea. Catturato dalle guardie mentre cercava di evadere da un campo di prigionia e fucilato. Ormai sono passati anni, ma la ferita di quella scomparsa non si è mai cicatrizzata”.
Ferita che si riapre quando in un bar si trova davanti un tizio appollaiato su uno sgabello “Un albino dalla carnagione rossa, frutto di settimane alle prese col sole e di ore alle prese col whisky”. Ha conosciuto suo fratello tradito da un certo Sands. Un assassinio.
Chi può essere, ora, Sands? Sotto quali vesti può nascondersi? È, forse, James Court, l’amico della fidanzata di Nick, oppure Cy Stevenson, l’amico dello stesso Andrew, o Charles Farrar, il fidanzato dell’amica di Sarah? (scusate le ripetizioni). Tanto per citare quelli più probabili. Si cercano certe lettere di Nick che sono sparite, si cerca, soprattutto, un taccuino con lo schizzo di Sands che potrebbe rivelare la sua identità. Quando arriva un biglietto di minaccia del sopracitato il cerchio si stringe e c’è da lottare per la vita. Dubbi, assilli, un incidente del passato che getta nuova luce, la pioggia insistente, il tuono, tutto tende a creare momenti di tensione che percorrono l’intera vicenda.

nelle mani di dioNelle mani di Dio di Gianni Biondillo, Guanda 2014
L’ispettore Ferraro, più vicini i cinquanta dei quaranta, sta tornando a casa armato di cuffie e di pezzi tamarri. Importa assai l’età. Ma non ha fatto i conti con il truce Destino che si presenta sotto le sembianze del sovrintendente Vincenzo Ranieri. In macchina, e lo strappo è scontato. E non ha fatto i conti nemmeno con la maestra Loretta che si è fatta uccidere proprio vicino alla sua cattedra. Strangolata e presa a calci e pugni. Addio riposo. Ora si balla anche senza cuffie sotto controllo della dottoressa Giuliana Di Muro (tostina il suo).
Visti due balordi in zona. Via alle indagini. Al centro islamico (minoranza perseguitata), dalla famiglia Xiao (società ormai multietnica), da certi genitori degli alunni. Maestra tosta contro il lassismo imperante, colpa dei figli? Colpa dei genitori? Colpa degli insegnanti? E i talk show che ci ricamano sopra con il criminologo fisso.
Un assassinio “esagerato”, improbabile per mettere a fuoco certi malanni della società. Impostazione un tantinello meccanica con i pro e i contro come in quei dibattiti televisivi presi di mira. Scrittura che scivola via come un’anguilla.

il terrore che mormoraIl terrore che mormora di John Dickson Carr, Polillo 2013.
Il dottor Miles Hammond è invitato ad una cena del Club del Delitto dove parlerà il professor Rigaud (siamo nel 1945). Tredici uomini, tredici celebrità in vari campi del sapere, che discutono casi di omicidio ormai classici. Ma i membri del club sono assenti. Presenti solo Barbara Morell, ospite del dottor Gideon Fell come Miles, e Rigaud che espone ai due il suo caso avvenuto nella cittadina di Chartres prima della guerra. Qui vive la ricca famiglia Brooke, bella villa e una torre poco distante. Arriva la nuova segretaria Fay Seton, collo sottile, capelli rossi folti, occhi azzurri e sognanti che fanno fremere il giovane Harry Brooke. Ma dopo un po’ incominciano a girare voci spiacevoli sul suo conto, il padre del giovane chiede un incontro con lei sulla torre. Morto stecchito infilzato dal suo bastone che nasconde una lama, spariti i duemila dollari che probabilmente servivano per sbolognare la ragazza. Delitto impossibile perché la vittima era sola sulla torre!
Ora, combinazione delle combinazioni, la bibliotecaria richiesta da Miles per mettere in ordine i suoi libri è proprio Fay Seton, con i capelli che scintillano e il profumo che inebria…
Il mitico Gideon Fell arriva a pagina centonove con la sua stazza gigantesca, una lunga cappa nera, “rullando e beccheggiando con la maestà di un imperatore”, la faccia rubiconda, gli occhi ammiccanti, il folto ciuffo di capelli striati di grigio, i baffoni da bandito e i numerosi menti che si agitano. Sarà lui a risolvere il mistero gravato da una coltre di terrore e di vampiri che sembrano costituire il nucleo di una vecchia storia che si ripropone. Fremiti d’amore e colpi di scena a completare il tutto con il conte Cagliostro che fa la sua parte (giuro).
Troppo complicato? Al limite del credibile? Vedete un po’ voi.

doppia ombraLa nostra Patrizia Debicke (la Debicche) presenta Doppia ombra di Roberta Gallego, TEA 2014.

Come in Quota 33, il suo primo romanzo, anche in Doppia ombra la Gallego, pubblico ministero nella vita, ci presta le sua esperienza diretta sul campo per costruire diabolicamente uno strano poliziesco, con protagonista più la scenografia ambientale della Procura della Repubblica di Ardese, piccola e ordinata città lacustre di provincia, che non i veri personaggi della storia gialla noir.

Il pur articolato percorso giallo che ci presenta nei panni di “eroi” il sostituto procuratore Alvise Guarnieri e il suo team di investigatori, tirate le somme, si rivela alla fine solo un filo conduttore, quasi la “causa incidentale” di un’antologia di esperienze vive e reali, alcune sofferte, altre godibili, altre di ordinaria follia, ma tutte profondamente umane.

Questa volta Alvise Guarnieri e i suoi uomini si trovano tra le mani un efferato delitto, l’uccisione di un membro cittadino della locale società bene. La vittima è Fulvio Albastri, facoltoso farmacista di mezz’età, sadicamente assassinato nella sua villa. Alle sue spalle, una famiglia all’apparenza normale, una separazione amichevole, l’unico figlio a studiare in Inghilterra, larghi mezzi a disposizione. A prima vista il crimine, date le atroci modalità, con il morto torturato e mutilato, le stanze depredate, la feroce determinazione, sembra di facile collocazione e tutto farebbe pensare a un caso analogo successo poche settimane prima sull’altra sponda del lago…. E tutto sembra indirizzare le indagini degli inquirenti verso la criminalità organizzata di origine straniera.

Ma è solo apparenza. Solo apparenza ingannatrice.

L’indagine deve farsi largo tra le ombre e i misteri celati della vita apparentemente normale della vittima, in una gotica ragnatela che celava torbide relazioni e terribili segreti.

Un libro ricercato che con linguaggio lieve e raffinato umorismo riesce a narrarci le difficoltà e i più stupidi quotidiani problemi di uffici, dotati di attrezzature inadeguate, superate con il fax che non funziona mai… Ma davanti al Palazzo di Giustizia c’è il negozio di kebab di Mohammed e il suo fax non perde un colpo…

Però il sottile filo giallo della trama vuole una soluzione. E anche stavolta la saggezza del dottor Speranza, che ricorda la Fata Morgana – il fenomeno di chi dalla costa calabrese per effetto di un miraggio si illude di poter raggiungere a nuoto Messina in due bracciate – spingerà Guarnieri a scartare l’abbaglio iniziale, cambiare chiave di lettura e sbrogliare il delitto.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn po’ di spensieratezza…
Oggi voglio presentare ai miei lettori qualche personaggio tipico delle nostre riunioni gabinettistiche. Parto dal sor Eugenio, omone gigantesco dal relativo ciondolo in perfetto rapporto, che se ne sta sempre tranquillo anche nei momenti più frenetici delle sedute, occhieggiato spesso dalle signore, soprattutto quando si alza dalla tazza. Ha un vocione da orco che rimbomba per tutta la sede, ama i libri di caccia e pesca.
Continuo con la sora Cecilia, zitella stagionata dagli occhi a lemure che vagano di continuo smarriti per l’aria, sempre agitata e alla indefessa caccia di un marito. Le piacciono i romanzi d’amore, comprese le sfumature che le procurano lievi mancamenti e gridolini tremolanti.
Segue la sora Maria, un donnone spropositato che riesce a tappare tutta la tazza. Aperta, gioviale, simpatica, disponibile con tutti. Preferisce i romanzi d’avventura e quelli dove si termina con una bella abbuffata. Adora i libri di ricette che sfrutta per le nostre saporite serate culinarie. Una forza della natura (ha cinque figli), una pietra miliare.
Il sor Eugenio, invece, se non si attacca saldamente ai lati della tazza, finisce per affogarci. Secco come un chiodo, dalla voce stridula che ti entra nel cervello. Curioso di tutto chiede spiegazioni a raffica che ti lasciano senza fiato. Ama le storie truculente di sangue sparso anche sulle copertine. Allora strabuzza gli occhi e serra le mascelle come se fosse in fase ponzatoria. Allarme continuo.
Obbrobrioso il sor Antonio dalle palle vizze pericolosamente ciondolanti (qualche volta spero che se le pesti), quello che attacca sempre i miei gialletti, in perenne contrasto con l’intera società. Non sta fermo un attimo, gesticola, blatera sputacchiando, si alza di continuo, tira lo sciacquone come fosse la corda di una campana a festa. Una spina nel fianco. Dovrò sfruttare la trama ben congegnata di qualche romanzo poliziesco per farlo fuori.
Se il sor Eugenio attira gli sguardi concupiscenti delle signore, la sora Carmela, di origine siciliana, suscita quelli dei signori. Pelle bianca d’avorio, capelli e occhi neri che bucano chi la guarda, labbra carnose, sensuali. Movimenti lenti e sinuosi. Non ama leggere ma ascoltare ciò che si legge. Quando parla, seppure raramente, silenzio assoluto coi pensieri mascolini che vanno a posarsi proprio lì.
Il sor Peppino e la sora Ginevra dalle zinne prorompenti culo e camicia. Non fanno altro che miagolare fra loro, cacandosene allegramente degli altri (notare come le espressioni siano in perfetta sintonia con l’ambiente). Portano spesso giornaletti di parole crociate dalle quali è difficile strapparli se non con urli disumani.
C’è, anzi c’era, il sor Pasquale detto “Puzzola” e avete capito perché lo abbiamo buttato fuori.

Un giretto fra i miei libri
Vediamo, vediamo un po’, cercando di non scegliere quelli già scelti nelle precedenti letture (può capitare). Allora ecco Il bambino nel bosco di Karin Fossum. Tema della pedofilia trattato con grande rispetto. Linea dolorosa che scorre lungo tutta la storia coinvolgendo soprattutto i personaggi femminili come fossero i depositari di questo sentimento.
Il giallo non è un’opinione. Come la matematica. Ce lo spiega Carlo Toffalori in Il matematico in giallo. Con l’appetitoso sottotitolo Una lettura scientifica del romanzo poliziesco. Che la matematica, ovvero il ragionamento logico e scientifico, stia alla base di questo genere letterario lo sappiamo fin dalla sua nascita, quando il “padre” Edgar Allan Poe tirò fuori dal cilindro delle invenzioni quell’Auguste Dupin che del ragionamento matematico, appunto, fece l’arma principale dei suoi successi investigativi. Dopo di lui una serie impressionante di detective che hanno seguito le sue orme… (qui mi fermo). Una prosa chiara, lucida, a volte ironica, mai pesante. Chi l’ha detto che uno scrittore matematico, anzi un logico-matematico come il professo Carlo Toffalori, deve essere per forza noioso?

storie di politica sospettaStorie di politica sospetta di Manuel Vazquez Montalbán.
Tre racconti. Personaggio indimenticabile Pepe Carvalho. Lo vediamo intento a gustarsi la “nouvelle cousine” in compagnia dell’amministratore Fuster e del prostituto Charo ”lumache con besciamella alla menta e chicchi di melagrana, il tutto passato al gratin, e come secondo, una spallina di capretto con acquavite alle erbe”. Quello della cucina è un aspetto peculiare e risaputo del noto investigatore spagnolo. Lo ritroviamo anche in seguito con l’aiuto del tuttofare-cuoco Biscuter. Mangia bene, beve bene e fuma sigari Cerdàn. Tipo tranquillo (apolitico dice lui) ma quando c’è da correre e darsi da fare, anche con l’astuzia e l’imbroglio,  non si tira indietro.
Stile asciutto, concreto, venato di una sottile ironia e autoironia, brevi macchiette che restano impresse, storia, politica e aspetti individuali che si mescolano senza alcuno sforzo apparente, in maniera semplice e naturale. Da Scrittore, insomma.

uno sbirro femminaUno sbirro femmina di Silvana La Spina.
Di questo libro mi è rimasto impresso il personaggio di Maria Laura Gangemi, commissario di polizia di Catania che non le manda a dire. Critica la società dei mariti violenti, della Mafia, della Chiesa come apparato in contrasto con la chiesa militante, di Catania, dei siciliani tutti “che vedono nel caffè la panacea di tutti i mali”, della Sicilia dei soprusi e del voto dato dietro compenso, dell’Italia “delle vallette, delle sceneggiate politiche, degli inciuci, delle arroganze, delle prepotenze, delle minacce e dei ricatti, delle feste napoleoniche sui panfili dei finanzieri che si mangiavano le nostre finanze a morsi”, critica anche stessa come madre lontana dalle esperienze del figlio. Vita sfortunata con il marito Attilio. Solo insulti e botte. Grande personaggio, dicevo.
Lo stile di Silvana La Spina è asciutto, essenziale, non una parola di troppo. Gli appunti forti alla città e alla società in generale non danneggiano il racconto ma nascono spontanei e veri dalla sofferenza stessa della protagonista.

a un passo dalla tombaA un passo dalla tomba di Ed McBain.
La storia è nota. C’è un ex investigatore ubriaco maledetto nella Bowery a New York, tradito dalla moglie, indagato dalla polizia e dunque ha perso la licenza. Suo rifugio la bottiglia. Quel rompicoglioni di Johnny Bridges viene a chiedergli aiuto. Proprio a lui. A Matt Cordell. Dalla cassa della sua sartoria spariscono soldi. Pochi ma continui. Non sarà mica il socio Dom Archese che glieli frega? Matt lo deve aiutare, magari dopo avere bevuto un bicchierino… No, via, non posso… va bene vengo a vedere… E la sorpresa non manca. E che sorpresa!
Da qui parte tutto l’incasinamento che vede il nostro eroe alle prese con mascalzoni, detective più o meno privati, polizia e qualche bel tocco di figliola che il fascino non lo ha perso neppure da barbone. Matt Cordell, irlandese, “tipo da bassifondi” nella zona nord-orientale di Manhattan, spalle larghe, alto un metro e ottantatré. Legato ai ricordi della moglie che ogni tanto attraversano i suoi pensieri. Bugie, bugie e bugie da tutte le parti. Racconto in prima con tono naturale venato di un certo rimpianto e di ironia. Lunghi e veloci dialoghi  inframmezzati da azione, botte, ganci e colpi vari. Dati e ricevuti. Un occhio particolare alla musica, alla band di neri e bianchi che suonano insieme alla faccia del razzismo di qualsiasi genere. Finale un po’ scontato per gli esperti. E Matt che si ritrova abbracciato con la sua inseparabile bottiglia.

Per gli scacchi scelgo Alekhine di Alexander Kotov.
Aleksandr Aleksandrovic Alekhine nato a Mosca l’11 settembre 1892 da una famiglia agiata, essendo il padre un maresciallo della nobiltà e la madre una ricca commerciante, non fa parte di quella tremenda schiera di bambini prodigio che assilla noi comuni mortali, di quelli, insomma, che sin dalla culla riescono a darti il matto del corridoio e strillano tutta la notte se non hanno vinto tutte le partite. Impara presto, è vero, a sette anni, ma poi impiega un po’ di tempo per rodare il motore. Fa parte, invece, di quella banda di piccoli sciagurati che mandano in bestia i fratelli più grandi. Imparano a giocare con loro, perdono i primi incontri, poi regolarmente li umiliano e li ridicolizzano. Quarto campione del mondo, un concentrato di forza e debolezza umana (perde uno scontro importante per ubriachezza), ha  lasciato un segno indelebile nella storia degli scacchi.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Continuo con quelle casalinghe che mi riportano indietro nel tempo. Su Il Decamerone di Boccaccio, per esempio. Naturalmente parlo solo delle prime sensazioni, delle prime letture. Un fremito, uno sfrigolio di sensi al solo contatto del libro, subito a ricercare le novelle più spinte, più boccaccesche (quelle di Dioneo, insomma, e mi piaceva da morire il fatto del diavolo nell’inferno), ma poi preso anche dalle storie di burle, di battute tipiche della tradizione toscana e una pietra a Calandrino l’avrei tirata anch’io. Da ignorantello paesano saper leggere e capire lo scritto trecentesco mi dava un senso di conquista, di “elevazione” culturale.
I Promessi Sposi una tragedia. Essendo un bravo alunno alle elementari con medaglie di cartone da tutte le parti, arrivato in quinta la maestra Elvira (a cui mando lo stesso un saluto in cielo) pensò bene di appiopparmi il suddetto libro di Manzoni per le vacanze (sì, avete capito bene). Rimasi impantanato nelle acque del lago di Como e non ne uscii vivo. Alessandro maledetto per diversi annetti insieme a tutta la famiglia e a li mortacci loro.

Giallo NataleGiallo Natale di AA.VV, Newton Compton 2013 (anche in ebook).
Gli autori: Marcello Simoni, Massimo Lugli, Lorenza Ghinelli, Davide Mosca, Massimo Pietroselli, Fabio Delizzos, Silvia Montemurro, Gianmichele Lisai, quasi tutti già conosciuti dal sottoscritto.
Veloce. C’è un po’ di tutto in questa piccola, graziosa antologia che ha come sfondo il Natale o i giorni vicini alla Festa: il magico, il soprannaturale e insomma l’incredibile con il brivido incorporato, la paura interna sottile e la paura vera e concreta, la lotta per la vita e la morte, la violenza sessuale, la critica a certe panzane della società, l’amore e la vendetta e altro ancora. Scritture diverse, stili diversi, angolazioni diverse, tempi diversi. Come da antologia, appunto.

sei delitti senza assassinoSei delitti senza assassino di Pierre Boileau, Giallo Mondadori 2013.
All’inizio un po’ di perplessità, via. Il solito delitto della camera chiusa con i soliti marchingegni letti e riletti. Poi, però, con lo sfogliare delle pagine e il trascorrere della storia, aumenta il desiderio di scoprire tutto l’ambaradan. Non ci si può fermare. E le domande fioccano. Come ha fatto l’assassino ad uccidere nell’appartamento di Rue Greuze Simone Vigneray e a ferire mortalmente la moglie, sparendo come un fantasma in un ambiente perfettamente chiuso? E come ha fatto la domestica Adèle Blanchot ad apparire sotto forma di cadavere in una delle stanze prima perfettamente vuote?
Un problema che assilla pure l’investigatore privato André Brunel chiamato ad aiutare la polizia per risolvere il caso pazzesco e impossibile (“impossibile!” è la parola che risuona più volte). A Parigi, in un pomeriggio di maggio. E noi siamo lì con lui a seguirlo nelle sue ricerche.
Che non finiscono mai, perché cresce il numero dei morti ammazzati (titolo docet) che preferiscono esalare l’ultimo respiro in ambienti terribilmente chiusi nei quali, come al solito, l’autore sembra essersi volatilizzato. Furbo una cifra e pure strafottente se minaccia alla fine con biglietto l’ultimo delle sue possibili vittime.
E allora? Allora il nostro André Brunel si rinchiude nello studio e passeggia per la stanza fino a quando il mistero non è risolto (sembra Holmes).
Dubbio, assillo, elucubrazioni ma anche azione. Il tutto raccontato con paurosa meraviglia dall’amico dell’investigatore.

cantuccio della stregaIl Cantuccio della Strega di John Dickson Carr, Mondadori 2013.
Il primo giallo in cui compare Gideon Fell, una specie di orco gigantesco che cammina appoggiandosi a due bastoni, un gran ciuffo di capelli neri striati di bianco, baffoni da bandito, un faccione rosso e rotondo, occhietti arguti sotto occhiali tenuti da un largo nastro nero. Fuma la pipa e il sigaro, ama la musica per banda, il melodramma, le commedie strappalacrime e la birra che butta giù a barili. Ora ferocemente aggressivo (batte con forza il bastone ferrato), ora ammantato di risolini e ghigni furbeschi, tuona, grugnisce, soffia come Eolo in persona.
È lui che deve sbrogliare una intricata matassa che vede coinvolta la famiglia Starberth (siamo a Chatteram, sereno villaggio della provincia inglese) sulla quale sembra pesare una antica maledizione. “Al compimento del venticinquesimo anno di età, i figli primogeniti devono per tradizione trascorrere un’ora, di notte, in una sala dell’antica prigione di cui sono governatori da generazioni. E puntualmente vengono ritrovati cadaveri, con il collo spezzato”. Ora tocca a Martin Starberth che, ancora puntualmente, fa la stessa fine dei predecessori. Lì, vicino al Cantuccio della Strega, il punto in cui si usava impiccare le streghe.
Qualche spunto senza scoprire troppo la trama. Scontri tra Fell e il capo della polizia sir Benjamin Arnold, innamoramento del giovane americano Tad Rampole (venuto a trovare Gideon Fell) per la bella occhi-celesti viso-ovale bocca-rossa Dorothy, sorella di Martin (fratello Herbert sparito e dunque possibile indiziato), una specie di crittogramma da decifrare, un orologio che va avanti, mistero, paura, spruzzate di gotico (tuono che esplode al momento giusto, gufo che si lamenta…), umorismo e sottile ironia (irresistibile il breve duetto Fell-signora). Aggiungo citazioni di classici (“la cultura classica trionfa sempre” dice Fell) con riferimenti a Plutarco, Gellio, Cesare  e finale dove tutto viene ricollocato al punto giusto. Un personaggio gigantesco e un gigantesco capolavoro.

Il richiamo del cuculo copertinaIl richiamo del cuculo di Robert Galbraith, Salani 2013 (anche in ebook).
Diciamo subito che l’autore al suo primo libro è soltanto lo pseudonimo di J.K. Rowling, madre di Harry Potter, “scoperta” al momento giusto per vendere di più (mica scemi).
Lula, top model giù dal balcone. Una donna “disturbata” venuta “in contatto con la società immorale dei ricchi e famosi che l’avevano corrotta”. Suicidio. Tre mesi dopo il fratello John Bristow si affida all’investigatore Cormoran Strike, reduce dalla guerra in Afghanistan (bruttino il giusto, mezza gamba persa, creditore non pagato, debitore che non paga e fidanzata scappata), per ulteriori accertamenti. Impossibile che si sia suicidata, qualcuno l’ha uccisa. Aiutato da Robin Ellacott delle “Soluzioni Temporanee”, un concentrato di intelligenza e gentilezza.
Indagini a tutto campo su amici, amiche, fidanzato (il primo su cui cadono i sospetti), la mamma fuori di testa, l’autista, lo zio, e tutto l’entourage sciccoso che la circondava. Lettura minuziosa del fascicolo della polizia, mazzo di fotografie sparite dal computer di Lula.
Luoghi diversi, ambienti ricchi e poveri, personaggi sbalzati con pochi tocchi, dialoghi su dialoghi, dialoghi e dialoghi (ma non saranno troppi?), incasinamenti familiari e intermezzi da sorriso come quello della signora Hook tradita dal marito, con Strike scatafascio (dorme in ufficio dentro ad sacco a pelo e si lava all’università) che gira dappertutto insieme alla gamba mortuaria dolorante, ai ricordi dell’infanzia tribolata, assillato da una sorella minore che lo tratta come un bambino. Sbornia al momento giusto e Robin pronta a tirarlo su come l’angelo custode. Sesso solo accennato con garbo.
Niente di nuovo sotto il sole, niente di originale se non una bella tecnica di scrittura maturata col tempo. Alla fine il colpevole è proprio lui, quello inverosimile già sfruttato millanta volte nella tradizione del romanzo poliziesco, e dunque verosimilissimo, beccato subito (o quasi, via) dal lettore vispino.
Un ottimo al principiante Galbraith e un buono alla stagionata Rowling.

chiese pievi e segretiChiese, Pievi e Segreti sulle colline di Siena, di Annalisa Coppolaro, il Leccio 2013.
Paesaggio stupendo quello toscano, paesaggio ancor più mirabile quello delle colline senesi. E allora possiamo compierlo attraverso la guida esperta dell’autrice ricercando chiese e pievi antiche  che racchiudono tesori di arte e di storia. E di leggende. Andando verso San Quirico si incontra la villa “Rondinella”. Due amanti, un amore antico sfortunato, una presenza che si manifesta ancora oggi con “voci, chiarori, cigolii”. E, addirittura, con banchetti fantasma.
Per la chiesa di Giovanni Battista a Corsano si parla della “Sposa Bambina”. Una ragazzina di dieci anni data in matrimonio ad un signore (siamo nel ‘600) che al momento fatidico del “sì” fugge dalla chiesa e svanisce nel bosco dove si perde ogni traccia. Anche adesso nelle domeniche di primavera si trovano piccole impronte come se lei tornasse a visitare quel luogo.
La chiesa di Santa Cecilia a Crevole racchiude numerose fatti da brivido fra cui quello del vescovo Domusdeo Malavolti che urla alla luna piena. Sarebbe apparso anche alle truppe spagnole nel 1554 durante la guerra che portò alla caduta della Repubblica di Siena, minacciando i soldati con un crocifisso.
A Pievescola c’è la contessa Ava dei Lombardi che vaga per i boschi e con uno sguardo risolve i problemi di chi la incontra (andateci!). E ancora misteri e misteri che rendono intrigante il cammino. Insomma una guida di storia, amore, passione, ricca di paesaggi incantati, di arte, di cultura tra il fremito di racconti leggendari. Anche in inglese, cioè edizione bilingue nello stesso testo, e con belle foto di Göran Södeberg.

pietra è il mio nomeEd ecco il contributo della nostra Patrizia Debicke: Pietra è il mio nome di Lorenzo Beccati, Editrice Nord 2014 (anche in ebook).
Romanzo giallo noir di Lorenzo Beccati, ben noto al pubblico per prestare la sua voce al Gabibbo in diverse trasmissioni televisive, Pietra è il mio nome è un thriller, a tratti granguignolesco, a fondo storico, ambientato nella Genova del 1601. Ben delineato, vivo e quasi palpabile il quadro della città con la ricchezza e lo splendore dei suoi palazzi, la protervia dei nobili, degli sbirri e del clero e come debole contraltare i carruggi, i vicoli che trasudano povertà da ogni pietra e condizionano un popolo miserabile e superstizioso. La protagonista della vicenda è Petra, o Pietra come lei preferisce farsi chiamare, una strana ragazza che sa celare dietro una bacchetta da rabdomante un eccezionale acume quasi da super poliziotto e una straordinaria abilità in letali arti di combattimento degna di una cintura nera e che, ogni volta, sigla le sue vittorie con il suo grido di battaglia: Pietra è il mio nome. Vita grama per questa giovane donna che, con la tiepida benevolenza dogale, vive vendendo a ricchi e poveri la sua capacità di rabdomante per trovare oggetti smarriti o rintracciare persone scomparse e che porta un difficile e pesantissimo nome: Petra o Pietra, denso di significato per la storia. La pietra infatti è l’orribile strumento per la lapidazione (praticata ancor oggi con troppo disinvoltura da molti fanatici paesi mediorientali). E proprio la lapidazione si rivelerà la causa incidentale del fattaccio. Ce lo chiarisce un flash back riportandoci all’infanzia da orfanella della nostra eroina che, nascosta dietro una siepe, aveva assistito alla morte della piccola Nora, uccisa per vendetta a colpi di pietra da altre bambine sue compagne di sofferenza nell’orfanotrofio.
Siamo nel Seicento genovese, il secolo che vide i grandi ritratti (allora il pittore di moda tra i genovesi era Antoon van Dyck), tanta storia, tanta guerra e l’incolmabile abisso sociale che divideva i nobili dalla plebe.
Dicevamo il fattaccio, che poi è un terribile delitto e che coinvolgerà personalmente Petra/Pietra la rabdomante-detective. Stavolta il compito che deve affrontare è diverso da tutti gli altri. Mentre Genova è in preda alla frenesia orgiastica del carnevale, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna, massacrata a morte e, accanto a lei, una bacchetta da rabdomante che potrebbe incriminarla. Petra/Pietra deve difendersi, cercare, indagare e la sua indagine la porterà a scoprire che la maledizione di quei delitti viene dal passato. Ma chi e cosa li lega alla lontana follia di un gruppo di bambine? Pietra scoprirà che anche la sua vita è in gioco. Bisogna fermare l’assassino a ogni costo.

Un saluto da…
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

“Partita a scacchi con il morto” di Fabio Lotti

partita a scacchi con il mortoPresento ai lettori del blog intorno all’angolo l’inizio del mio gialletto Partita a scacchi con il morto, Prisma 2004, ricordando che la seconda parte relativa a Meraviglie sulla scacchiera è stata scritta magistralmente dal Maestro Mario Leoncini.

Il commissario Marco Tanzini

La passione per i gialli era nata, si può dire, sin dalla sua infanzia. Gli aspetti meno gradevoli dell’uomo lo avevano sempre colpito. Soprattutto il lato più buio e misterioso del Male che si nasconde in ognuno di noi. Ed ora se ne stava in piedi con le braccia incrociate ad ammirare, soddisfatto, la sua collezione di gialli che troneggiava nel bel mezzo della biblioteca. C’era in prima fila Agatha Christie con i personaggi più famosi: Poirot e Miss Marple. Era stato il suo primo amore, se lo ricordava bene (anzi no, c’era stato in precedenza una “cotta” per Perry Mason ed un’altra per Sherlock Holmes che però non erano risultate così significative. Uno dei suoi primi divertimenti consisteva nell’immaginare la faccia sbigottita del dott. Watson di fronte alle deduzioni di Holmes)  soprattutto dopo avere visto la trasposizione in alcuni film delle gesta della terribile vecchietta impersonata magistralmente dalla Rutherford. Poirot all’inizio gli stava antipatico. Tutto impomatato e ingessato, sempre intento a curare e lisciarsi quei suoi ridicoli baffetti arricciati, e poi quei modi affettati da dandy che urtavano la sua semplice naturalezza, via! In seguito, però l’omino dalle effervescenti cellule grigie lo aveva conquistato e tutte le sue manie glielo avevano reso buffo, se non addirittura simpatico. Anche con quella presunzione di essere il più bravo di tutti. Merito dell’attore David Suchet che sullo schermo si muoveva a piccoli passi  che tiravano al sorriso. La stessa cosa era successa per Nero Wolfe, il quale non usciva mai di casa per risolvere i delitti, ma da quando lo aveva visto nei panni di Tino Buazzelli alla televisione, era diventato uno dei suoi detective preferiti. Grande e grosso come un elefante ma dal cervello finissimo, aveva un rapporto nevrotico con le orchidee e non lo avresti tirato giù dalla tavola nemmeno se fossero cadute le torri gemelle. La televisione talvolta lo aveva convinto più della stessa lettura, e si ricordava con soddisfazione come avesse imparato a conoscere meglio le peripezie di padre Brown dalla serie televisiva recitata da quello spiritello di Renato Rascel il quale, essendo un comico di razza, dava alle sue avventure il giusto pizzico di sano umorismo che era proprio dell’autore Chesterson. E come quello spilungone di…, anche se in quel momento non si ricordava il nome dell’attore, avesse concretizzato in maniera perfetta l’idea che si era fatta di Ellery Queen.  Maigret se l’era goduto due volte, attraverso i libri di Simenon e in seguito con la stupenda interpretazione di Gino Cervi, che aveva saputo dare al personaggio quella giusta dose di fermezza e bonomia tipica del commissario transalpino. Ma tutto ha un limite, e andando avanti la televisione l’aveva fatta da padrone, ed erano venuti fuori Derrik, Colombo e la Signora in giallo (sui quali, tuttavia, non aveva molto da eccepire) e tanti altri anonimi ispettori e ispettrici da non poterne più. Salvava Montalbano perché se lo sentiva vicino, con la sua aria da scanzonato picciotto e poi perché il siciliano usato da Camilleri era divertente. Aveva proprio una bella collezione di segugi di tutte le razze e di tutti i tempi. Bastava seguire le orme di frate Cadfield, o di Dante (sì, proprio l’autore della “Divina Commedia”) per ritrovarsi in pieno medioevo anche se in due realtà diverse, o quelle di Aristotele per passare di botto ai tempi della civiltà greca. E c’era chi aveva ambientato storie nefaste nell’antica Roma e nell’antico Egitto. Non mancavano i gialli della scuola americana con in testa Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Che gli interessavano, ma fino ad un certo punto, perché le scazzottate, gli inseguimenti, le macchine ribaltate, le sparatorie anche all’ora di pranzo e di cena gli buttavano all’aria l’appetito. Per ultimi erano arrivati gli italiani che non avevano una tradizione eccelsa in questo campo. Però si erano fatti largo a spallate ed ora se la battevano ad armi pari con gli autori stranieri, cosicché Renato Olivieri, Loriano Macchiavelli, Carlo Lucarelli, Santo Piazzese ed altri ancora se ne stavano in bella mostra, seppure un po’ in disparte, sugli scaffali insieme agli alti papaveri della letteratura poliziesca mondiale senza arrossire troppo di vergogna. Ultimamente c’era stato il boom del giallo da tutte le parti ed erano nati commissari gay e ispettrici lesbiche tanto da far capire che si stava raschiando il fondo del barile e gli autori, in gran numero del gentil sesso, non sapevano più cosa proporre. Eh sì, era proprio soddisfatto della sua biblioteca, il commissario di polizia criminale Marco Tanzini di Siena. E sarebbe stato ancor più soddisfatto se fosse capitato anche a lui qualche caso particolare, qualche matassa difficile da sbrogliare in modo da confrontarsi con i suoi eroi libreschi. Invece nulla. Furti, rapine, case-squillo, giretti di droga, scazzottate in discoteca. Mai che gli fosse toccato un cadavere bello caldo di dubbia dipartita. Meno soddisfatto del tempo che aveva preso l’aspetto nevrotico della sua insegnante di matematica al ginnasio. Era una maledetta giornata torrida e afosa. Come non se ne erano mai viste nel mese di giugno. Ma tutto stava cambiando nel nostro paese, dal governo al modo di pensare e di agire. Così gli sembrava, e gli elementi naturali si adeguavano imitando alla perfezione le caratteristiche tormentose di quelli tropicali. Prima o poi ci sarebbero state anche qui da noi due sole stagioni: quella arida e quella della pioggia. Cavoli amari per tutti. Soprattutto per lui, che non sopportava il caldo e non gli erano bastati cinque fazzoletti a tenere asciutta la testa pelata. Preso da tali considerazioni si accorse del telefono in subbuglio solo al quinto trillo. Si avviò a rispondere mugugnando tra i denti qualcosa di poco simpatico nei confronti dell’incauto scocciatore.
“Pronto? Commissario…”
“Che c’è, benedetto Pasquini! Cosa c’è di così maledettamente urgente da rovinarmi la giornata. Che già di per se stessa mi sta angustiando non poco!” rispose di botto avendo riconosciuto la voce lagnosa del suo sottoposto.
“C’è che… è successo un fatto grave… un fatto molto grave…”
“Certo, se ti permetti di scocciarmi a quest’ora, a casa mia il giorno prima che me ne vada in vacanza, deve essere per forza grave. Anzi gravissimo Pasquini, di una gravità inaudita, incommensurabile, mi capisci? Non blaterare, fai alla svelta e tira fuori il rospo senza perdere tempo. Allora cosa c’è?”
“C’è un morto.
“Un morto?”
“Sì, un morto.”
“Dove?”
“Al CRAL del Monte dei Paschi della nostra città, più precisamente in via dei Termini 31. Dove si riuniscono, tra gli altri, i giocatori di scacchi. A un passo dalla sua abitazione.”
“A un passo o due dal mio appartamento questo non c’entra nulla. Se è morto, Pasquì, voglio dire morto di morte naturale, che cavolo c’entriamo noi?”
“Vede, commissario, la dipartita non sembra del tutto normale. Insomma c’è bisogno del nostro intervento.”
“Porc…”
E qui l’imprecazione gli si strozzò nella gola come quando da bambino si ingozzava di paste fino all’orlo della bocca e non riusciva più a spiccicar parola. Un morto lo aveva desiderato, sì, ma all’inizio della carriera, non certo in quel momento. Erano le diciassette del 27 giugno 2003. Uno stramaledetto venerdì in cui non doveva essere ancora al lavoro per terminare una stramaledetta pratica, ma in viaggio verso il mare di Sicilia per uno stramaledetto, meritato riposo. Se si considera che si era lasciata sfuggire la possibilità di andare in pensione, per dare retta al suo superiore, che gli aveva consigliato di non perdere l’ultimo scatto di anzianità, si può immaginare come fosse cambiato il suo umore. Che in un batter d’occhio da roseo davanti alla biblioteca era diventato nero di fronte al telefono. Come nemmeno un camaleonte.

Fabio Lotti
Partita a scacchi con il morto
Prisma edizioni, 2004

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre

OLYMPUS DIGITAL CAMERASparsasi la notizia degli incontri gabinettistici condominiali, una iniziativa di cultura viva e pregnante, essa è arrivata anche alle illustri orecchie  del sindaco che ha deciso di visitare il nostro luogo di ritrovo letterario. Dunque giornata di festa con il primo cittadino e la banda di paese a festeggiare l’evento, tutti seduti sulle nuove trenta tazze fiammanti e fumanti costruite con i proventi delle mie fatiche giallastre (vedere pezzo precedente). Dopo l’inno di Mameli e lo sventolare di fazzoletti tricolori, il sindaco, con una punta di sincera commozione, ha elogiato la nostra iniziativa che coniuga l’interesse culturale con il bisogno corporale. E così fra gli applausi dei convenuti, le note musicali di trombe, tamburi e tromboni, schioppi di tappi che saltavano da bottiglie di spumante misti a muggiti di ponzamenti vari e tirate di sciacquone, ho ricevuto con malcelato orgoglio una medaglia in nome del popolo italiano. Su una faccia l’effige della tazza in oro sbalzato, nell’altra un “Hic manebimus optime” a sigillare la mia idea gabinettistica dagli esiti insperati e sorprendenti. La passione e il lavoro pagano sempre.

Spiluzzicature

In libreria ho letto in qua e là L’estate nera di Remo Guerrini, Newton Compton 2013 (ancora copertina ruffiana con bambino che corre lungo una strada nebbiosa), e mi è sembrato abbordabile. Della stessa casa editrice ho spiluzzicato (sempre dal punto di vista della scrittura) L’anatomista di Diana Lama con discreta soddisfazione, anche se l’“oggetto” non rientra proprio nelle mie corde.

Non so se capita anche a voi ma ogni tanto mi prendono delle fisse. Ora mi è presa quella di Maigret. Mi piace la sua aria solida, il suo fare da buon padre di famiglia, la sua capacità di “annusare” l’atmosfera dei luoghi e delle persone che gravitano attorno al delitto, il suo modo di essere semplice che lo riconduce alla realtà di tutti i giorni. Un personaggio vero che è entrato nel cuore di tutti. Basta pensare ad una pipa e ad un bicchiere di birra. E poi c’è il ritmo, quel ritmo lento e sinuoso, quasi avvolgente che Simenon riesce a creare in molti dei suoi romanzi polizieschi. Una vera oasi di pace rispetto a quelli massacranti di certi giallastri antichi e moderni. Insomma, per non farla lunga, mi sono messo a occhieggiare alcuni dei suoi capolavori (già letti) come Maigret e l’uomo solo, Maigret e la vecchia pazza, Maigret e l’informatore, Maigret e il commerciante di vini ecc… usciti tutti negli Oscar Mondadori degli anni Novanta. Un bagno purificatore. Mi sono riconciliato con la parola.

charlie chan e il cammello neroDurante questo periodo mi sono divertito a scorrere alcuni titoli sugli scaffali dello studiolo proprio sopra la mia testa, per vedere se mi avevano lasciato qualcosa. Intanto c’è una serie nutrita di copertine rosso fuoco della benemerita Polillo: Blake, Eberhart, Carr, Reilly, Sayers, Van Dine, Milne ecc… Tra queste ecco spuntare Charlie Chan e il cammello nero di Earl Derr Biggers.

Come a dire che se in una storia c’è il personaggio siamo già un pezzo avanti. Creato nel 1925 con La stanza senza chiavi dal giornalista e critico teatrale Earl Derr Biggers (devo averlo da qualche altra parte), il cinese Charlie Chan, ispettore della polizia di Honululu, è piccolo, abbondantemente grasso, si muove con una leggerezza vellutata, guance morbide, pelle color avorio, occhi obliqui (naturalmente). Un impasto cino-americano intriso di lieve umorismo che conquistò gli americani stessi. Dalle sue avventure furono tratti più di quaranta film, alcuni dei quali con un interprete davvero eccezionale: lo svedese Warner Oland che rappresentava in maniera perfetta il personaggio (per essere nordico aveva un aspetto orientale). Qui muore un’attrice e… e al centro il nostro Chan! (dell’intrigo giallistico ricordo poco).

Chan è un animale notturno come i cinesi, fuma il sigaro, famiglia numerosa con moglie larga quasi quanto lui, una brancata di pargoli più o meno cresciuti (undici!), scontri inevitabili con loro e rimpianto per i vecchi sistemi e le vecchie abitudini, ma non può farci niente (sospirone).

Esilarante la sua saggezza orientale, ricca di proverbi e aforismi vari, che inducono al sorriso. Non c’è niente da fare. Un bel personaggio riuscito è l’anima di ogni romanzo poliziesco. Vorrei dire di ogni romanzo.

Il cerchio rossoSempre della Polillo, Il cerchio rosso di Edgar Wallace che mi stuzzica.

Il “casinista” Wallace non si può dimenticare (ora le sue opere anche in digitale). Nel bene e nel male. Per farla breve c’è una organizzazione criminale, denominata appunto “Il Cerchio Rosso”, che terrorizza i più importanti, influenti e ricchi (naturalmente) uomini di affari e politici costringendoli a pagare forti somme. Altrimenti giù nella fossa. Quando arriva il tristemente famoso biglietto con il tristemente famoso cerchio rosso sopra stampato sono cavoli amari. E dunque chi lo riceve o paga oppure si fa difendere da Derrik Yale, un investigatore privato dotato di facoltà medianiche.

Movimento e colpi di scena a go-go (quello finale da urlo) con relativi morti ammazzati e personaggi che sbucano da tutte le parti, quando meno te lo aspetti, come se si giocasse a nascondino. Tipico di Wallace. Come la prosa istintiva, senza svolazzi e salamelecchi, forse anche un po’ rozza ma efficace. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Ma qui la vincono i primi (o no?).

Ah… dimenticavo. All’inizio c’è una esecuzione capitale con la ghigliottina che fa cilecca (l’attrezzo si inceppa in un chiodo…). Il condannato si salva e diventerà il Capo della combriccola. Che si scoprirà solo alla fine. Da manicomio. Soprattutto in senso positivo ma il mio rapporto con Wallace è decisamente conflittuale (mi prendo tutta la colpa).

dalia rossaUn titolo che giganteggia perfino nella costola è Dalia Rossa di Lynda La Plante (non sto a guardare la casa editrice e l’anno di pubblicazione). Libro, anzi librone, che mi interessò soprattutto per una mia rubrica su Thriller Magazine e che riecheggia la più famosa Dalia Nera nella Los Angeles degli anni ’50. Sinceramente ricordo di un sadico che cerca in ogni modo di riprodurre ogni dettaglio del delitto di Elizabeth Short e ho impressa la figura di Anna Travis, il sergente a cui viene affidato il caso. Una rossa spruzzata di lentiggini che ha avuto una storia con il suo capo del quale è un po’ gelosina, via. Sempre con un quaderno di appunti a portata di mano. E siamo a Londra, se il neurone ricordone (mi piace giocare con le parole) non mi inganna.

sH e le ombre di gubbioAccanto al suddetto Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio di Enrico Solito (grande esperto del Nostro).

La famosa coppia a Gubbio per risolvere un bel mistero. Un intero gregge di pecore e lo stesso pastore sono stati uccisi da un lupo che non ha lasciato tracce. Ogni tanto gli ululati si sentono in varie parti della città. Fatto fuori anche un vecchio artigiano ebanista morto in strada con la gola squarciata e trascinato per diversi metri. In seguito ci saranno altri attacchi del mostro misterioso e ad uno di questi è presente lo stesso Watson.

Al centro i due protagonisti principali inquadrati con le loro note caratteristiche, i loro tic e le loro manie che non sto a ripetere. Vi si trovano citazioni espresse o sottintese di altri libri, notazioni ironiche sugli italiani e gli inglesi, una conoscenza accuratissima della Londra di allora. Ma, soprattutto, un amore sconfinato per Gubbio, per questo luogo bellissimo e “bizzarro” insieme.

arthur e georgePiù su mi attira la copertina bianca di Arthur e George di Julian Barnes. Questa è una storia vera che mi colpì in maniera particolare. Siamo in un tipico villaggio della campagna inglese. Un maniaco sventra cavalli e minaccia di uccidere venti giovanette. Bisogna fare presto e serve un capro espiatorio. È George, il “diverso”, un parsi, il cui padre viene dall’India. Sono rimasto ammirato dalla forza del personaggio che accetta la pena e le continue umiliazioni con grande coraggio e, addirittura, confida con più fervore nella legge inglese di tanti illustri inglesi. Verrà aiutato dal nostro Arthur Conan Doyle, il creatore di Holmes. Davvero un bel lavoro che rimane dentro.

history e mysteryGrande entusiasmo per l’antologia di racconti History & Mystery. 24 storie di delitto e paura a cura di Gian Franco Orsi, che raccolse i migliori talenti italiani del momento. Un sollucchero. Di tutto e di più. Si parte dal contesto storico: fascismo,  presa di Roma del 1870, Repubblica napoletana, prima guerra mondiale e poi storie incasellate nell’anno Mille, nel Duecento, nel Quattrocento, nel Cinquecento, nel Settecento e ancora (diverse) nell’Ottocento (e avrò senz’altro saltato qualche secolo). Un gran bel ventaglio di Tempo.

Si passa poi ai personaggi. Se ne trovano di tutti i tipi. Anche di noti, importanti,  importantissimi: Stendhal, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Lucrezia Borgia e la sua “cantarella”, Ezzelino, Federico II, Matilde di Canossa, Giovanni Rucellai e Leon Battista Alberti, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino e chi più ne ha più ne metta. E, con il dovuto rispetto, perfino la Madonna (non è una battutaccia toscana).

Dubbi, sesso, schifezze, brutalità, guerra, sangue, morte, tradimento, suicidio, magia, superstizione, ricerca storica e letteraria, riproposizione di vecchie diatribe (Bartolomeo de Las Casas contro Sepulveda, Cirillo contro Nestorio), svelamenti, colpi di scena, l’individuale che si mischia al sociale e viceversa.  Prosa ora leggera, ironica, evocativa, ora dura, cruda, brutale, spezzettata, lancinante.

Fu una bella iniziativa e un bel successo.

Calma piatta, invece, per Il mercato dei ladri di Jan Guillou di cui rammento soltanto che siamo a Stoccolma e che una banda di ladri porta sempre via, tra le altre cose di valore, una pregiatissima bottiglia di vino. Più impressa l’ispettore capo Ewa Johnsén (bona la su’ parte) che il maschietto è sempre attratto da certi particolari. Ma qui il neurone ricordone giace inerte nella tomba.

Sulla destra un paio di libri (fra i tanti) che risaltano la mia passione per gli scacchi: Bobby Fischer va alla guerra di David Edmonds e John Eidinov e Gli scacchi, la vita di Garry Kasparov. Il primo è il racconto dello scontro mondiale fra l’americano Fischer ed il russo Spassky in quel fatidico 1972 che segnò pure la mia nascita tra le sessantaquattro caselle. Uno scontro non solo tra due campioni ma anche tra due superpotenze completamente diverse, tanto da attirare l’attenzione della stampa internazionale (mai visti gli scacchi così “parlati” anche in televisione). Il secondo è un viaggio lungo la vita straordinaria di questo straordinario campione del mondo. Sia dal punto di vista scacchistico (un talento formidabile) che da quello umano, tuttora impegnato per la lotta dei diritti civili nella Russia di Vladimir Putin. Due belle storie.

In seguito faremo altre capatine sui libri che serpeggiano terribili (per gli acari) nella mia casa. Cortisone e broncodilatatori a go-go e penso che la passione per la lettura in cartaceo mi porti via una discreta fetta di vita (lo dico sempre per scaramanzia e magari, invece, me l’allunga).

O veniamo ai nostri favolosi G.M.: La collina degli scheletri di Peter Lovesey, Errore fatale di Ngaio Marsh, Le memorie di Sherlock Holmes di A.C. Doyle, Assassinio sul molo di Anne Perry, La settima ipotesi di Paul Halter, Perry Mason e l’avversario leale di E.S. Gardner, Nero Wolfe: le tre ragazze di Rex Stout, Sento i pollici che prudono di Agatha Christie, Sherlock Holmes e lo squartatore di Chilford di Roger Jaynes. Ecco una scelta degli ultimi titoli (nel momento in cui scrivo). Buttatevi tranquillamente su qualcuno di questi, anche a caso, e la goduria è assicurata.

ricatto ellroyRicatto di James Ellroy, Einaudi Stile Libero Big 2013.

Freddy Otash (1922-1992) in contatto telepatico con James Ellroy (“una testa di cazzo”) per il racconto della sua vita nella Los Angeles degli anni Cinquanta. Poliziotto dal 1945, doppio lavoro con banda di ex militari per furti con scasso. Nel ’52 scioglie la combriccola e arriva Joi Lousing, una bella porcellona che sa tutto di tutti. Feeling assicurato. Come arrotondamento dello stipendio fa il capo di sicurezza in un supermercato leggendario, vende pistole, vende pasticche, fa il mediatore di aborti (lo procura anche a Lana Turner), l’estorsore, va a letto con Elizabeth Taylor (ma questo non mi pare un reato). Sua imprescindibile legge “Lavoro per chiunque tranne i comunisti. Faccio di tutto tranne un omicidio”. E di tutto e di più lo fa di sicuro. Ossa rotte, nasi schiacciati, mani bruciate.

Diventa informatore per la rivista scandalistica “Confidential”, con un nuovo gruppo operativo formato da alcuni ex marines. Di mira mogli e mariti adulteri e cimici dappertutto per ricatti milionari. Sfilata di personaggi famosi con le loro “particolarità” (quasi sempre di mezzo il sesso) da Sinatra ad Alan Ladd (c’è pure Marlon Brando con qualcosa di grosso in bocca).

E insomma una vicenda schizzata tra cazzi, passere, scopate, lesbiche e finocchi, cazzottoni, pedate, pasticche, ricatti, poliziotti corrotti, sarabanda di personaggi famosi invischiati nelle porcate più porcate (già citati).

Non c’è un attimo di pace, non c’è un attimo di tregua. Tutto fila via veloce, alto e sonoro come un rutto nel buio.

A fine lettura, per compensare, la voglia di scorrere la vita di santa Madre Teresa di Calcutta.

la regina bambinaSpinto dalla bella recensione di Lucius Etruscus e dalla passionaccia per gli scacchi, ho preso La regina bambina di Tim Crothers, Piemme 2013.

A pagina ottantasei mi sono fermato con un groppettino in gola (tipico dei vecchietti). Qui c’è Phiona, la “regina bambina”, con una pentola di mais sulla testa per portare qualche soldo a casa. Sveglia alle cinque, tre ore di viaggio andata e ritorno attraverso Katwe, il più grande slum di Kampala, “uno dei posti peggiori della terra”. Miseria e miseria, dopo un lungo racconto di brutalità, di stenti e di fame nell’Uganda travolta dalla guerra civile. Protagonisti tanti disperati, tra cui la madre Harriet Nakku che va avanti per la forza di sopravvivenza coniugata con la fede in Cristo (straordinaria la sua figura) e Robert Katende, che riesce ad aprire una scuola di scacchi per aiutare i bambini sfortunati dello slum (ricevono almeno un pasto al giorno).

Ed è qui che arriva Phiona. A nove anni. Ed è qui che cambia la sua vita. Con la sua forza, la sua volontà, i dolori e i sogni che tiene dentro di sé. E il premio arriva con la partecipazione, addirittura, alle Olimpiadi del 2010! Sconfitte, vittorie, tristezze e gioie fino a quando diventa “la migliore scacchista indiscussa di tutta l’Uganda”. Altre figure di ragazze e ragazzi emergono possenti con le loro storie, ora in terza persona, ora in prima a rendere più concreto, reale, e talora drammatico, il racconto. Gli scacchi come evoluzione del pensiero e, soprattutto, come possibilità di miglioramento e riscatto sociale. La vita, d’altra parte, è un po’ come una partita a scacchi (l’aveva detto anche Spassky).

A colpire il cuore del lettore non c’è bisogno di raffinati espedienti stilistici. A volte basta esporre i fatti, le vicende, così come sono. Ricche di tanta, sofferta, umanità.

il sogno di volareIl sogno di volare di Carlo Lucarelli, Einaudi Stile Libero Big 2013.

Il mordicchiamento della guancia era stato sfruttato anche ne Il terzo sparo, sempre del Lucarellone, in Crimini di AA.VV., Einaudi Stile Libero 2005., per Lara D’Angelo con quel tic che inquadra subito il suo mondo psicologico. Qui lo ribecchiamo in Grazia Negro, ispettore alla sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Bologna, relazione (così e così) con il compagno Simone cieco, sogno ricorrente che la angustia, desiderio conflittuale di maternità.

Aggiungo carina, minuta, rotonda, dita piccole (osservazione del carabiniere Pierluigi, “faccia da bambino”, che si innamora di lei), già brava nello scovare l’Iguana, il Pit Bull, Lupo Mannaro e ora alle prese con il Cane, ultimo delinquente che ha ammazzato Enzino Cardella, nipote di Carmelo Giannello e allora c’è puzza di mafia. “Cane” perché gli ha strappato naso, orecchio, mascella, e pure la maglietta all’altezza del cuore come un feroce mastino. Assassino incazzato nero, ce l’ha con tutti e nello stesso tempo chiede aiuto attraverso un blog (“c’è qualcuno là fuori che può aiutarmi?).

Squadra al lavoro con vari ispettori, compreso il carabiniere innamorato, e compreso Massimo Picozzi tirato fuori dalla televisione e infilato nella vicenda come esperto di profili criminali. Di mezzo una bella canzone da decifrare (“Il sogno di volare” di Andrea Buffa), la nostra ispettrice in pericolo e un bacio ci vuole, via, con la “faccia da bambino”, ma un salto sul letto (poi) è ancora meglio. Sguardo sfiduciato alla Bologna di oggi che non è più la Bologna di ieri, muta e stanca di cui non si ricorda più nessuno, con gli extracomunitari che si ammazzano volando dai ponteggi male allestiti. Seguono altri morti.

E insomma, lasciatemelo dire,  il solito tran tran giallastro (magari sfornato, senza dubbio, con maggiore talento espressivo), il solito spazio al delirio in prima persona dell’assassino, la solita storiella sentimentale, il solito falso omicida, il solito pericolo per la protagonista, il solito colpo di scena finale oramai scontato, unto e bisunto. “Agghiacciante!”, come direbbe l’allenatore della Juve imitato da Crozza.

Dagli scrittori di talento si deve pretendere molto di più (ma forse sarò io che mi sono stancato di certi schemi).

Termino, come al solito, con la nostra immarcescibile Patrizia Debicke (la Debicche).

La lettera rubata di Lorenzo de’ Medici, Newton Compton 2013 .

la lettera rubataUn carteggio sconosciuto tra Maria de’ Medici e il grande pittore fiammingo Pieter Paul Rubens, autore del Ciclo della regina, rinvenuto nell’Archivio fiorentino dal professor Gianni Cardosi, universitario, emerito cattedratico di storia, fa arrivare il 13 agosto 2010 a Camogli, bello e antico borgo marinaro ligure, Ann Carrington, seducente e atletica quarantenne ricercatrice americana, per incontrare il collega, con il quale da diversi mesi è in contatto via web. Appuntamento tra loro alle 10 del mattino nella hall dell’albergo della donna. Le misteriose lettere del carteggio riporterebbero alcune trame pericolose, un lontano intrigo nella corte francese e potrebbero diventare il clou della biografia che la Carrington sta scrivendo sulla regina di Francia.

Ma alle dieci il professore latita. L’americana, seccata, prova invano per ore di ritracciarlo al telefono. Finalmente alle due del pomeriggio il giovane ispettore di polizia e latin lover Antonio Pegoraro si presenta all’albergo per comunicarle che Cardosi è morto. Mentre era per strada, diretto al suo albergo, è stato aggredito, ucciso e derubato della sua cartella. Una rapina finita nel sangue o il movente dell’omicidio potrebbero essere i documenti che la cartella del cattedratico conteneva…

La Newton ci regala un nuovo romanzo ben congegnato basato su due storie che corrono parallele ma divise da quasi cinquecento anni. La storia va avanti e indietro nel tempo, con continui flash back nel passato, ma la narrazione è pulita, la trama ha ritmo ed è facile da seguire.

Da Camogli si balza con disinvoltura al Palazzo del Louvre nell’anno 1623 con una Maria de Medici di pessimo umore. Qualcuno (chi?) sta cercando di ricattarla. Ha ricevuto delle lettere minatorie. Per pagare il silenzio dovrà vendere i suoi gioielli? E se sì, chi meglio del suo pittore Rubens potrebbe aiutarla? Ma la fiorentina è scafata e di buona razza mercante. Riuscirà a gestire la faccenda con freddezza e lucida determinazione.

E da qui parte l’intrigo collegato alle lettere venute alla luce nell’Archivio fiorentino.

La cartella rubata al professore non conteneva le copie autentiche e dietro il suo omicidio si celano intrighi ancora più pericolosi di quelli del XVII secolo. Morte chiama morte. Ci saranno altri delitti. Chi era veramente l’emerito professor Gianni Cardosi? Cosa faceva di nascosto? Intorno a lui, ruota un vortice di perché. La moglie, che sembra ben poco afflitta dalla sua scomparsa, tira fuori gli originali delle lettere tra la regina di Francia e il grande pittore fiammingo e li fa vedere alla studiosa americana, ma sono incomprensibili, scritti in codice. Ann Carrington ce la farà a decifrarlo… Però lei, donna seria, leale e di saldi principi morali, volente o nolente, verrà trascinata in una serie di colpi di scena, in un gioco azzardato che la implica anche di persona, dove nessuno è realmente ciò che dice e gli interrogativi si moltiplicano oltre la storia. Ma la cupidigia è una pessima compagna e, alla fine, Maria de’ Medici si dimostra uno rischioso specchietto per le allodole che, pur a distanza di secoli, riuscirà a castigare regalmente chi pensava di coinvolgerla ancora.

Un caro saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti