Le brevi di Valerio/34: Maier

masters of sexTitolo Masters of Sex
Autore Thomas Maier
Editore Sperling & Kupfer
Pagine 433
Prezzo 16,90 euro
Traduttori Dada Fasic, Marilisa Santarone, Cristina Volpi

St. Louis. 1957-1968. Gini e Bill cambiarono domande e risposte sul sesso. La graziosa 32enne Mary Virginia Eshelman (1925-2013), poi conosciuta come Gini Johnson, entra come segretaria all’ospedale universitario. Collabora col famoso ginecologo William Masters (1915-2001), che sta avviando una ricerca empirica. Via via, insieme, in 11 anni coinvolsero centinaia di coppie in oltre diecimila orgasmi. Grafici, tabelle, immagini rivoluzionarono quel che si sapeva su stimoli, piaceri, terapie, suggerendo qualcosa anche sui legami (sessuali e no) fra gli individui. Il bel libro del giornalista Thomas Maier, Masters of Sex, è divenuto una splendida serie, ora su Sky Atlantic. Da agosto 2015 è iniziato il secondo anno (ogni mercoledì): i due fanno coppia segreta come coniugi Holden in un albergo dei dintorni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

American Horror Story: Asylum (morboso)

E siccome Halloween è vicino e siamo perfettamente in tema, sappiate che è iniziata la seconda stagione di American Horror Story sulla rete americana Fox.
Grande attesa e molta curiosità per un seguito che in realtà ha pochi punti di contatto con la prima stagione, se non per la presenza di alcuni attori (tra cui Jessica Lange e Evan Peters) ma in ruoli completamente differenti rispetto all’anno scorso.

La prima puntata si apre con una coppia in luna di miele: sono giovani, innamorati e un po’ morbosi (ricordate questa parola: morbosi). In particolare la “lei” della coppia ha un’insana passione per l’horror e i due si divertono a far sesso nei luoghi più infestati d’America. L’ultima tappa del tour è Briarcliff, un ex sanatorio trasformato in ospedale per malati di mente criminali. Qui pare che fosse stato rinchiuso anche “Bloody Face”, un sanguinario serial killer. La coppia si addentra nei meandri del luogo abbandonato, scatta foto, espleta il sesso di rito e poi…

Flashback nel passato: siamo nel 1964 e Briarcliff è gestito da suor Jude (una strepitosa Jessica Lange), crudele ai limiti del morboso (ho già detto che la parola d’ordine di AHS Asylum è morboso?). Siamo in piena epoca di neri ghettizzati, omosessuali ghettizzati e pazienti psichiatrici torturati. A Briarcliff viene ricoverato anche Kit Walker (Evan Peters, già visto nella prima stagione), accusato di aver ucciso e scuoiato la moglie e altre due persone. Kit si dichiara innocente, ma viene ugualmente sottoposto al regime durissimo di suor Jude e del dottor Arthur Arden (James Cromwell), un medico autorizzato a compiere esperimenti (più sadici che scientifici, in una parola: morbosi) sui pazienti. La giornalista Lana Winters (Sarah Paulson) vuole scrivere un articolo sull’ospedale psichiatrico, ma si scontra con la comprensibile ostilità di suor Jude; decide quindi di introdursi nella struttura di nascosto, nottetempo, ma viene scoperta e internata.
Nella seconda puntata tutti diventano ancora più cattivi, se possibile. L’orrore risiede nella crudeltà senza scampo di tutti – tutti – i personaggi, nessuno escluso. Oltre che in scene splatter e… morbose.
Come nella miglior tradizione dell’horror, in AHS c’è sesso a go-go: molto erotica la cena di suor Jude con monsignor Timothy Howard (Joseph Fiennes), altre scene sono decisamente più esplicite (non manca la paziente ninfomane, interpretata da Chloë Sevigny, di cui ho già parlato qua).
So che molti rimpiangeranno la cameriera della prima serie, ma pazienza, non si può aver tutto…

Questo uno dei “promo” della seconda stagione (morboso!! l’ho già detto, vero?)

E questi sono i primi cinque minuti di American Horror Story: Asylum.

Al di là delle considerazioni ironiche, American Horror Story mi ha molto colpita.
Se vi piace l’horror AHS è perfetto perché declina l’orrore in tutte le sue forme, dallo splatter al medical, dagli alieni al possesso satanico, dai nazisti alla crudeltà umana, dal gotico al serial killer… Gioca con le ambientazioni, con i ritmi e con le paure che la mente umana partorisce. Flirta con il marcio che è dentro di noi. Mette in guardia dal mostro che vive “next door” sotto sembianze umane. Fa paura.
Insomma, piena approvazione anche per questa seconda stagione (strettamente riservata a un pubblico adulto). Buona visione…

Aggiornamento dopo la terza puntata: eccellente. Adesso ci sono anche gli zombie 🙂

Cinquanta sfumature di nero – La vendetta

[Nota preliminare per eventuali giornalisti di importanti quotidiani che dovessero passare qua in cerca di ispirazione: questo è un post ironico e no, il romanzo non mi è piaciuto. Per niente.]

Fatte le solite doverose premesse, veniamo a noi.

Mi sono immolata per voi. Ho letto Cinquanta sfumature di nero – la seconda parte dell’ormai famigerata trilogia, seguito di Cinquanta sfumature di grigio – che ufficialmente esce oggi.

Yawn.

Le prime duecento pagine sono una noia mortale. Ma veramente mortale. Alla fine del primo volume avevamo lasciato i nostri due eroi in grandi ambasce. Christian Grey e Anastasia Steele si erano lasciati, ma purtroppo nel giro di quattro pagine giorni tornano insieme.
Lui la ricopre letteralmente di regali costosissimi che lei ormai accetta con una certa disinvoltura.
Si ripetono in continuazione che si amano e che “tu sei mia”, “il tuo corpo mi appartiene” e altre amenità simili.
Continuano a trombare come ricci, come è giusto che sia. Lui si è quasi dimenticato della “stanza rossa delle torture” e a lei quasi quasi dispiace un po’.
Lui è gelosissimo, possessivo, protettivo, la presenta a tutti come la sua fidanzata suscitando l’ammirazione degli uomini e l’invidia delle donne; se per caso un uomo le rivolge la parola, lui lo fulmina con lo sguardo e lo fa licenziare. È soffocante.
Lei non riesce a darsi pace del fatto di non essere (stata) l’Unica Donna della sua Vita e continua a tormentarsi sul passato di lui.
La dea interiore è diventata un’acrobata olimpionica a furia di capriole, piroette, urletti e tripli salti mortali. Quando non indossa boa di piume e diamanti e scarpe da sgualdrina (citazione letterale, giuro).
La famiglia di lui la adora (basterebbe quest’ultima frase a farvi capire che siamo in ambito fantascienza: mai avuto notizia, nel mondo reale, di suocere che adorano le nuore).
Ciliegina sulla torta, siamo finalmente riusciti a capire in che modo Grey riesca ad avere quel tenore di vita: lui guadagna centomila dollari all’ora. A. Ventisette. Anni. E senza nemmeno aver terminato l’Università (ecco, sento già il popolo dei bimbiminkia che esulta perché vede confermata la teoria che “studiare non serve a niente”).

Certo, ci sono dei problemi (altrimenti non ci sarebbe storia).
Innanzitutto Grey è fissato con il controllo e con il cibo («Hai mangiato, Anastasia? Mangia, Anastasia, mangia» è il ritornello costante).
Poi, lui non vuole essere toccato in certi punti, non si sa bene perché (un po’ si intuisce, ma a spizzichi e bocconi).
Poi, le ex di lui sono psicopatiche. Non che fosse difficile presagirlo, visto che avevano firmato un contratto a termine da Sottomesse (perché è bene tenere un occhio vigile sul sociale: la piaga del Ventunesimo Secolo è il precariato. Pure i posti da schiavo sono a tempo determinato, ormai). Ma, invece di denunciarle quando iniziano a dare seriamente di matto, Grey attiva la sua sorveglianza privata e cerca di salvare capra e cavoli.

Ecco, questo è quanto, più o meno. Tutto il resto, circa 600 pagine complessive, sono le atroci seghe contorsioni mentali dei due protagonisti. Ha detto che mi ama, ma mi amerà davvero? E mi amerà per sempre? E se tutto questo dovesse finire? E se io non fossi abbastanza per lui/lei? Tutte domande che qualunque psicotico innamorato si è posto almeno una volta nella vita. Non mi sembra che ci sia materiale sufficiente per 60 pagine, figuriamoci per 600.

Sono praticamente sparite le velleità BDSM; rimangono i “buchi neri” emotivi di Grey, che però progredisce rapidamente: per essere uno che non vuole impegnarsi, un paio di orecchini di diamanti di Cartier a pagina 146 è un discreto compromesso. (Non vi dico il resto, ma a questo punto lo starete già immaginando. Sì, è proprio quello che state pensando. Sì. Esatto.).

La delusione più grande è Mrs Robinson. Mi ero immaginata una splendida quarantenne realizzata e compos sui, invece è una bionda secca ricca nevrotica e – guess what – maniaca del controllo. Bocciata. Improponibile persino come dominatrice di minorenni. Una così non può addomesticare nemmeno il criceto.

Basta, smetto di annoiarvi. Se lo leggerete mi farete sapere. Vi dico solo che Anastasia, a pagina 259, è convinta di aver “fatto sesso estremo in tutte le maniere” con Christian. Seriously?! Adesso un normalissimo rapporto sessuale (sebbene ripetuto con la stessa frequenza dei roditori) è diventato “sesso estremo”? Ah beh. Allora io faccio sesso estremo più volte al mese, mi sa.

È evidente che Cinquanta sfumature è scritto per le donne. Nessun uomo ha aspirazioni erotiche così piatte e banali (attendo auterevoli smentite). Nessun uomo reale si dilunga in moine e smancerie. Nessun uomo, spero, si sente gratificato nel comprare a una donna regali costosissimi per poi dirle “Di te mi piace il fatto che non mi ami per i soldi”. (Ma certo. Volevo vedere quanto si innamorava Anastasia se, invece di essere un golden boy, C.G. fosse stato un runner-pizza boy o un chinese-delivery boy).

Io continuo a non capire perché. Perché una roba così noiosa, così irreale, così frustrante debba vendere così tanto. Addirittura l’edizione economica di Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey), uscita la settimana scorsa nel Regno Unito, ha stracciato il record di vendite del Codice da Vinci. Siamo davanti a un fenomeno di portata mondiale che non può essere liquidato con due battute e che suscita interrogativi. Sul modo in cui sono cambiati i rapporti tra sessi, la percezione dell’amore, i desideri dell’una e dell’altra parte. C’è un abisso tra realtà e narrativa.

La mia indagine prosegue.

Come contributo personale alla ricerca scientifica, segnalo che io non sogno un fidanzato come Christian Grey: io preferirei piuttosto essere Christian Grey (cioè: bella come C.G., ricchissima come C.G., affascinante e giovane come C.G., appassionata e sportiva come C.G.; e però intelligente come Alessandra, moi).

To be continued – non vorremo mica perderci l’entusiasmante e sorprendente finale della trilogia, vero?

Cinquanta sfumature di rosso, arrivo.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. O anche da non mettere, vedete un po’ voi. Buona lettura 🙂

Cinquanta sfumature di grigio… fumo (e niente arrosto!)

E vabbè, doveva arrivare anche questo momento. Il momento in cui, dall’alto della mia veneranda età, posso parlare di sesso senza sembrare una pervertita. Ho letto Cinquanta sfumature di grigio (Mondadori, 2012) perché il battage pubblicitario a livello mondiale è stato grandioso. Dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo per la trilogia, diritti venduti in 37 Paesi, un film in arrivo, donne che lo leggono sul tram, nei parchi, in spiaggia, grandi dibattiti. Ero curiosa di capire cosa avesse scatenato tutto questo fanatismo.

Non certo la scritturaCinquanta sfumature di grigio non è un capolavoro di letteratura, come era prevedibile. Le prime cinquanta pagine sono a dir poco imbarazzanti. C’è questa ragazzina goffa, Anastasia Steele, che sta per laurearsi e che lavora per mantenersi agli studi. Ha una coinquilina, Kate, bellissima, simpatica, ricca e intelligente che è anche la sua migliore amica nonché la direttrice del giornale della scuola. Causa influenza della coinquilina, Anastasia la sostituisce in un’intervista per il giornale. L’intervistato è il ricchissimo, bellissimo e affascinantissimo industriale Christian Grey. Per la prima volta in 21 anni, Anastasia si innamora perdutamente nell’istante stesso in cui incrocia lo sguardo di lui. Fin qui siamo nella più trita banalità. Quale donna non si innamorerebbe di un uomo bellissimo, di successo, ricchissimo, generoso, simpatico, disponibile…? E siccome è un romanzo, anche il bellissimo etc etc si innamora della nostra scialba-ma-bella-dentro eroina. E la ciliegina sulla torta: il bellissimo e simpaticissimo fratello di lui si innamora perdutamente della bellissima e ridanciana Kate. Cioè, se proprio bisogna sognare, sogniamo in grande, no?

OK. Poste queste premesse fantascientifiche, per creare un po’ di storia bisogna metterci l’ostacolo. L’ostacolo è che Mr Grey ha difficoltà ad impegnarsi (come gli fa brutalmente notare la protettiva Kate ogni dieci pagine). Diciamo che qua si va su un piano di realtà. Ma invece di liquidare la questione in due semplicissime parole – Christian Grey è uno stronzo viziato che non vuole impegnarsi – gli viene cucito addosso un passato oscuro di cui lui non parla quasi mai e un presente da Dominatore. Anastasia, che pure è assolutamente inesperta sotto ogni profilo, lo etichetta immediatamente come maniaco del controllo e lo studia come un entomologo studierebbe una farfalla rara, mentre il grande Dominatore gioca tutte le sue carte con inaudita ingenuità.
Innanzitutto si premura di sottoporre all’aspirante Sottomessa un corposo contratto – privo di valore legale – con una marea di clausole insensate che la nostra eroina non solo negozia una per una, ma rifiuta di sottoscrivere. Lui è ansiosissimo di ottenere quella firma che, per qualche oscuro motivo, pur essendo del tutto priva di valore, gli darebbe il pieno possesso di Anastasia. Lei è ansiosissima di compiacerlo ma senza sottoscrivere alcunché. Mentre entrambi riflettono sul da farsi, trombano come ricci. E qui siamo davvero nella fiction più pura. Un’esplosione ormonale senza limiti, una chimica pazzesca, roba che nemmeno due ventenni… EHI. Un attimo. Ma loro SONO due ventenni. Ventuno lei, ventisette lui, per la precisione.

Ora, la cosa divertente è che, nonostante tutte le minacciose dichiarazioni di intenti, l’unico modo in cui Christian riesce a esprimere il suo lato dominante è ricoprire Anastasia di regali costosissimi e di sorprese che nemmeno l’uomo più innamorato del mondo, incluso presentarsi alle rispettive famiglie dopo dieci giorni che si frequentano. Ma lei vuole di più. E quelle cose terribili che lui la costringe a subire, tipo – orrore!! – legarle i polsi con una preziosa cravatta di seta grigia (e poco più, davvero) proprio no, non può sopportarle. Il suo lato oscuro la terrorizza. Così il nostro esperto Dominatore rimane (basito) senza giocattolo e la nostra aspirante moglie Sottomessa se ne va senza anello al dito.

Fine della prima parte. Continua tra un mese in libreria.

Ma oggi mi sento indulgente. Quindi non starò a sottolineare la marea di stereotipi disseminati qua e là, le atroci ingenuità che pullulano nelle trecento e passa pagine, il fatto che nessuno abbia spiegato al traduttore che vanilla sex non si traduce “sesso alla vaniglia” ma “sesso vaniglia”, e ignorerò anche il continuo mordersi il labbro e alzare gli occhi al cielo di lei, il modo in cui i pantaloni di lui gli cadono addosso, il fatto che un preservativo usato NON può essere infilato in tasca nemmeno dopo essere stato annodato (pena vistose macchie di lubrificante e puzzo nauseabondo) e persino il drammatico passaggio in cui Anastasia, facendo i conti, conclude che se prima di lei ci sono state 15 Sottomesse lei è… uhm… er… la numero 17. Insomma, gli ormoni giocano brutti scherzi. E poi Anastasia è laureata in lettere, che diamine.

Ma parliamo della sua dea interiore. Inner goddess, in inglese. Una specie di grillo parlante che fa capriole e piroette nella testa di Ana, le rovina la vita con predicozzi inutili, la induce a pensare al peggio salvo spingerla a gettarsi allo sbaraglio, e che di tanto in tanto (vivaddio) la chiama “puttana” ricordandole che fare sesso in cambio di una macchina, un Blackberry, un Mac nuovo di fabbrica etc etc nel linguaggio comune ha un nome ben preciso.

E parliamo del sesso. Ventunanni, illibata e immediatamente scafatissima. Insomma, abbiamo sdoganato questo modello di vergine attempata che si conserva per l’uomo della sua vita, lo individua a colpo d’occhio in un rinomato puttaniere problematico e a lui si concede come la più navigata delle entraîneuses. E sdoganiamo pure il modello di maschio Alfa che si concede tutto perché “se lo può permettere”. A. Ventisette. Anni.

Donne. Ascoltatemi.
Diciottenni e infra: me lo ricordo benissimo. Quando avevo diciotto anni, uno di 27 anni era vecchio. Ai miei occhi poteva anche avere un’aura mitica, da leggenda di re Artù, da città perduta di Atlantide (cit)… e altrettanto carisma. Se il prossimo ventisettenne che incontrate vi sembra attraente come Grey, siete giustificate solo se avete appena fatto l’esame di maturità e se lui è ricco come Bill Gates.
Dai venti in su: dai, parliamoci chiaro. Quale ventisettenne di oggi è sufficientemente arrivato, charmant e autoconsapevole da poter esercitare una qualche forma di autorevole seduzione? Quindi, leggendo Cinquanta sfumature di grigio, ricordatevi sempre che stiamo parlando di un ventisettenne. Uno di quelli che in Italia vive ancora con mamma che gli cucina e gli stira le camicie.

Dai, su.

Abbiate pazienza. Ho riso e sorriso per 3/4 di romanzo. Di erotismo nessuna traccia. Un po’ di sesso qua e là, ma niente che un essere umano in carne e ossa appena maggiorenne (e al giorno d’oggi, sospetto, anche molto meno che maggiorenne) non abbia già ampiamente sperimentato. Se dovesse essere ripreso in futuro, invece, potrebbe essere interessante il rapporto tra Christian e “Mrs Robinson”, la creatura mitologica mezza-donna e mezza-socia in affari che ha sottomesso il giovane Grey dai 15 ai 21 anni e che per lui ha mandato all’aria un matrimonio. In questo romanzo è solo evocata come il demone che impesta gli incubi di Anastasia, ma in futuro, chissà.

Per il sesso, Cinquanta sfumature di grigio sta alla vita reale come per il sangue un giallo di Agatha Christie sta a un mattatoio. E il linguaggio. Faccio solo notare che l’organo genitale femminile, che in un romanzo erotico o porno avrebbe una pletora di potenziali nomi evocativi, qua viene chiamato . Proprio così: . There, in inglese. E il rapporto BDSM… Oddioddioddio. Da ora in poi chiunque usi un paio di manette passerà per essere un raffinato e perverso Dominante.

Ma allora perché tanto successo?
L’unica spiegazione che riesco a darmi è che in giro c’è tanto, tanto bisogno di sognare. Leggo che il romanzo ha il suo principale bacino di lettrici tra le donne sposate sopra i trent’anni e che per questo è stato definito mommy-porn. Dev’essere ben triste la vita di una porno-mamma per trovare attraente un Christian Grey. Uno che nel migliore dei casi ti fa venir voglia di prenderlo a schiaffi, nel peggiore di ignorarlo e lasciarlo annegare nel suo brodo di ostriche e nei suoi calici di champagne.
Ho letto da qualche parte che si tratterebbe di un romanzo maschilista. Macché. Scritto da una donna per le donne, Cinquanta sfumature di grigio inganna proprio le donne, perché alla donna, moglie e madre di oggi, presumibilmente trascurata, viene suggerito un ideale erotico irraggiungibile. Un principe azzurro che si innamori perdutamente di noi, ci ricopra di attenzioni, conosca esattamente i nostri desideri sessuali e non, si preoccupi per noi, ci protegga, sia appagato dal nostro piacere e gratificato dalle nostre piccole, inaspettate crisi isteriche (che lui sa perfettamente come gestire). E che scopa tre volte al giorno tutti i giorni. Un essere perfettissimo e leggermente problematico da salvare con l’amore, laddove nessuna prima è riuscita nell’impresa.

Sarà.

A me è sembrato solo tanto, tanto irreale. Una favoletta da leggere restando con i piedi ben piantati per terra, altrimenti il rischio di frustrazione, confrontandosi con la realtà, è praticamente garantito. Già ci hanno fregate da bambine con storie di principesse e principi. Almeno da adulte, cerchiamo di non farci fregare dal primo stronzo problematico che passa…

Piacerà ai bimbminkia di entrambi i sessi, alle casalinghe disperate, a qualche uomo che crede ancora nelle vergini adoranti, a chi si interroga perplesso sui segreti di un bestseller.

Disponibile anche in ebook:

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Febbre di Giulio Minghini: come i siti di incontri online (non) sono un rimedio alla solitudine

«Il numero di persone che vivono sole in Francia è stimato a 12 milioni: la metà ha già frequentato un sito di incontri, e un quarto si è iscritto (a pagamento) per un periodo più o meno lungo. L’Europa annovera 100 milioni di single…»

È un dato impressionante. Un esercito di persone sole che tenta di esorcizzare la solitudine gettandosi nel virtuale. È quello che accade al protagonista di Febbre (Piemme) di Giulio Minghini: al termine di una relazione insoddisfacente durata tre anni, un trentacinquenne scopre il “meraviglioso” mondo delle chat e dei siti di incontri su internet. Crea un account con il nick Dilacero e inizia la perlustrazione del web. Scopre un mondo di solitudini come e peggio della sua, un mondo con il quale tenta inizialmente di comunicare, ma solo perché questo gli garantisce maggiore visibilità (e dunque maggior numero di contatti, e dunque maggiori possibilità di incontro reale). Un’overdose, un’orgia di incontri con donne di ogni età più o meno single, molto sole, prevalentemente ben disposte.
Ora, io so che i miei tre lettori uomini saranno tentati di non terminare la lettura di questo post e correre invece a iscriversi a Meetic o a un altro qualsiasi sito di incontri, sperando di ripetere le gesta del protagonista. Ma attenzione, Febbre non è un’esaltazione dei siti di incontri on line:

L’inferno di oggi ha l’aspetto di un sito di incontri. Babele di desideri frustrati, di aspettative ostentate come ferite, di solitudini colme di ombre feroci e inafferrabili. Mi appunto queste parole, una sera, in un bar della rua Saint-Blaise, mentre aspetto France con la quale, senza una ragione precisa, so che non funzionerà.

Febbre è casomai l’esatto opposto. Il titolo originale, Fake, rende meglio la sostanza del libro. Un gioco di specchi, di incontri fittizi, in cui non ci si rivela mai per quel che si è, in cui mancano le aspettative, le emozioni, gli scambi. Si condivide del sesso – poco e insoddisfacente – e via, verso un’altra notte, un altro incontro, un’altra persona-senza-nome di cui non resterà traccia. Il protagonista rimane avvinto da questo gioco, al punto da perdere ogni riferimento con la realtà.
Fortunatamente, sembra, è solo una fase, un periodo bulimico a cui presumibilmente farà seguito un nuovo equilibrio. O almeno così mi piace pensare.

Febbre è stato scritto in francese e pubblicato in Francia, prima che in Italia. Minghini, esule a Parigi senza grossi rimpianti, ha una prosa asciutta ed essenziale, dritta al punto, tuttavia accurata. Ineccepibile nello stile e nel ritmo. La lettura può essere urticante se siete del tutto estranei all’universo virtuale; se invece – benvenuti nel club – avete una qualche familiarità con questo avvilente simulacro del reale, Febbre vi mostrerà esattamente quello che siete o che potreste diventare. Tabagisti che tentano di smettere con l’ultima sigaretta, alcolisti che tentano di curarsi con l’ultimo bicchiere, solitudini che tentano di colmarsi con l’abbondanza.

E se ogni nuovo incontro non fosse nient’altro che un piccolo suicidio? Un atto inconsulto di abdicazione di sé?