È così che si uccide di Mirko Zilahy

È così che si uccideMirko Zilahy
È così che si uccide
Longanesi 2015

Sullo sfondo di una Roma umida e piovosa, un serial killer si muove nell’Ombra. Semina morte, invia email criptiche (che si chiariscono una volta rinvenuti i cadaveri – ahimè troppo tardi), lascia macabri indizi. Talmente macabri che il questore Gugliotti decide di affidare il caso al suo uomo migliore: il commissario Enrico Mancini, formazione da profiler e master negli Stati Uniti, un’eccellenza della Polizia di Stato. Mancini, reduce da un lutto familiare, vorrebbe dedicarsi unicamente al caso che lo ossessiona, la sparizione dell’oncologo che ha avuto in cura sua moglie, ma alla fine accetta a malincuore di occuparsi dell’Ombra (così è stato soprannominato il serial killer), a condizione di poter scegliere la squadra che lo affiancherà: il suo vecchio maestro Carlo Biga come consulente, la fotografa Caterina De Marchi, l’Ispettore Walter Comello e l’anatomopatologo Antonio Rocchi.

Nel giro di pochi giorni si scatena una lotta contro il tempo. La Squadra deve evitare che ci siano altre vittime. L’Ombra deve condurre a termine la sua missione. Ma sulle scene del crimine non ci sono tracce, non ci sono impronte. Bisogna lavorare sul movente e sul modus operandi. Solo svelando il legame fra le vittime sarà possibile fermare l’Ombra…

La matita rossa di Marisa aveva cerchiato un paragrafo: «L’anamorfosi è una tecnica pittorica per cui un oggetto viene dipinto in modo che, guardando il quadro frontalmente, risulti invisibile. Se ti sposti, vedi l’oggetto. Ora, insisto, il mondo visto frontalmente è illeggibile». (p. 338)

Al suo esordio nel genere, Mirko Zilahy piazza i suoi tormentati personaggi in zone semisconosciute di Roma: Montesacro (Città Giardino), Ostiense (Gazometro), Testaccio (Mattatoio), Ostia (il Mitreo), la zona del Tevere. Lontano dal centro turistico e dai palazzi del potere, una squadra di onesti lavoratori deve fermare un assassino. Tra colpi di scena, intuizioni fortuite, incidenti di percorso e umori altalenanti, il caso arriverà ad un drammatico epilogo. Drammatico come il movente del serial killer, che a poco a poco si svela in tutta la sua dolorosa persistenza. Finale risolutorio che però non impedisce al lettore di chiudere il romanzo con l’amaro in bocca.

Un esordio ben riuscito che avrà certamente un seguito.

Mirko ZilahyQualche domanda a Mirko Zilahy

AB – La laurea in lingue, il dottorato in Irlanda, la passione per la letteratura, le traduzioni (tra cui quella, importante, di Il cardellino di Donna Tartt). E poi? Quando hai capito che era arrivato il momento di spiccare il balzo, di passare alla scrittura di un romanzo “tutto tuo”?
MZ – MI piace la scrittura in tutte le sue forme e prima o poi avrei dovuto mettermi alla prova con quella “creativa”. Il balzo l’ho compiuto quando ho deciso di mettere a tacere un sogno ricorrente, un incubo ad occhi aperti che ho fatto per tanti anni e che mi perseguitava. Mi sono detto: vediamo se mettendolo su carta… È stata una grande scoperta.

AB – Perché un romanzo di genere?
MZ – Perché il thriller era quello di cui avevo bisogno per parlare di vendetta, di morte di dolore e senso di giustizia in modo netto, senza preoccuparmi di addolcire la pillola.

AB – Come è stato trovarsi dall’altra parte della barricata? Se come traduttore avrai spesso dovuto confrontarti con gli autori che traduci per rendere il senso compiuto di un brano, come ti sei trovato nel gestire la tua libertà di autore e il rapporto con l’editor?
MZ – Tutto molto strano, sapevo tutto ma cadevo nelle tentazioni e negli errori in cui cadono tutti gli autori prima o poi. Affezionarsi troppo alle proprie parole, soprattutto.

AB – Roma, Latina. Si scrive di ciò che si conosce. Tu hai raccontato di luoghi che conosci con descrizioni dettagliate: un abitudine che nasce dalla televisione, dall’immaginare visivamente ciò che si scrive, o da altro?
MZ – La precisione delle mie descrizione nasce dallo studio sulla carta, in biblioteca, negli archivi, delle mappe e della storia dei monumenti dell’archeologia postindustriale. La mia immaginazione non parte dalla realtà, né da un’immagine fotografica o televisiva, è un’immaginazione che vive dalla componente ritmica, sonora delle parole, della prosa. Gli oggetti e i luoghi esistono prima come suoni poi si combinano per costruire immagini o scene.

 

La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi

la ragazza nella nebbia_Sovra.inddBrillante ritorno di Donato Carrisi con un thriller destinato al grande schermo.

La ragazza nella nebbia” del titolo è Anna Lou Kastner. Scomparsa – come spesso accade: senza alcun preavviso – qualche giorno prima di Natale.
Il paese, una comunità montana isolata ma resa ricca dalla scoperta di un giacimento di fluorite, si raccoglie intorno alla famiglia. La Polizia indaga. La madre promette di lasciare l’albero di Natale intatto fino al ritorno di Anna Lou. Ma della ragazza non c’è traccia.

Nessuno era in grado di spiegare perché un crimine diventava improvvisamente più popolare di altri.
Ma erano tutti concordi che esistesse un elemento imponderabile.

Perché il caso di Anna Lou ottenga tutta l’attenzione necessaria bisogna che le indagini non rimangano circoscritte al paese. Serve che l’intera Nazione punti gli occhi sul caso. Questo è l’obiettivo del detective Vogel, una vecchia volpe dei casi di cronaca, una brillante carriera portata avanti sotto le luci dei riflettori, offuscata solo da un recente, bruciante fallimento (che tuttavia egli difende ancora come un proprio successo).

Se i media non si fossero interessati al caso, se l’opinione pubblica non avesse deciso di «adottare» Anna Lou, i loro superiori non avrebbero accordato le risorse necessarie a svolgere al meglio l’indagine.

Vogel interviene prontamente sulla scena con il suo abbigliamento elegante e le sue convinzioni. La strategia? Presto detto: far sì che l’opinione pubblica si focalizzi su Anna Lou. Portare in paese giornalisti e telecamere; far trapelare un’indiscrezione qua, un indizio là, fino a portare “la gente” a chiedere a gran voce un colpevole. Uno qualunque, chicchessia. E a quel punto offrire in pasto al tribunale popolare un presunto colpevole.
Il professor Martini, in questo caso: un uomo senz’alibi, estraneo alla comunità, con un segreto che lo ha portato a cambiare vita, insieme alla moglie Clea e alla figlia adolescente.

«Lo sbirro che le dà la caccia si chiama Vogel.» L’avvocato aveva pronunciato il nome con tono preoccupato. «Non lo definirei un investigatore di prima categoria e nemmeno un segugio. Non ha competenze criminologiche e non gli interessano cose come reperti della Scientifica o dna. È uno che per raggiungere lo scopo si serve dei media.»

“La gente” ci mette un attimo a condannare il presunto colpevole. Pur in assenza di prove – e il procuratore sottolinea costantemente questa mancanza – il verdetto popolare è unanime e senza appello.

O forse no?

Le ultime pagine rivelano la più nascosta delle verità, in quella notte in cui “tutto cambiò per sempre”.

Donato Carrisi
La ragazza nella nebbia
Longanesi, 2015

Il ponte delle spie (2015)

il ponte delle spieJames Donovan: Aren’t you worried?
Rudolf Abel: Would it help?*

Straordinario regalo di queste feste Il ponte delle spie (Bridge of Spies, 2015), l’ultimo potente film di Steven Spielberg, sceneggiatura dei fratelli Coen. Una storia di spionaggio e di eroismo, di gesti “forti”, di valori umani al primo posto.
Il colonnello Rudolf Abel (Mark Rylance) è – forse – una spia russa. Arrestato in territorio statunitense, rischia di essere condannato alla pena di morte. La difesa d’ufficio viene affidata all’avvocato Donovan (Tom Hanks), che inizialmente assume l’incarico per dare lustro allo studio legale in cui lavora, poi si appassiona al caso. In un delicato bilanciamento di principi giuridici, valori etici e lungimiranza, Donovan porta avanti la sua battaglia fino alla Corte Suprema (da brividi la sua orazione, che stando a Wikipedia è quella originale).
In qualche modo riesce a salvare la vita di Abel, ma la fama di “difensore della spia russa” gli procura la diffidenza, se non l’odio, dei colleghi, dei vicini e dei semplici conoscenti.
L’occasione di riscatto si presenta quando il pilota di U-2 Francis Gary Powers viene preso prigioniero e trattenuto dai Sovietici. Stessa sorte tocca a Fredric Pryor, uno studente di Yale che rimane bloccato a Berlino Est nel momento in cui viene eretto il famigerato Muro. Siamo in piena Guerra Fredda. Tutti spiano tutti, tutti tramano alle spalle di tutti. Donovan è solo, la copertura della CIA non gli garantisce immunità.
Può contare solo sulle proprie capacità.

La ricostruzione storica non è meticolosa (le sezioni Trivia e Goofs su IMDB ve lo confermeranno) ma è estremamente suggestiva. Tom Hanks è grandioso (uno “Stoikiy muzhik” in odore di Oscar?) ma anche Mark Rylance dà vita a uno straordinario personaggio. Non un cattivo, ma un “diversamente buono”.
Il ponte che dà il titolo al film è il Glienicke Bridge di Potsdam.
Da vedere perché è una bella storia, emozionante e istruttiva, ispirata a una storia vera. Una storia con molti grigi che propone un punto di vista differente.

* “Non è preoccupato?”
“Servirebbe?”

Dal libro al film: “Bambino 44” di Tom Rob Smith

bambino 44Tom Rob Smith
Bambino 44
Sperling & Kupfer, 2008

È stato il caso editoriale del 2008: Bambino 44, opera narrativa che ha segnato il felice esordio di Tom Rob Smith, sceneggiatore inglese (allora) non ancora trentenne, è diventato un film. Child 44, con la sceneggiatura di Richard Price e la regia di Daniel Espinosa, è nelle sale in questi giorni. Cast stellare, film in odore di blockbuster: ne riparleremo dopo la visione.

Intanto, però, il libro. Introdotto da un incipit folgorante:

Come inizia.

Unione Sovietica
Ucraina
Villaggio di Červoj
25 gennaio 1933
Dato che Marija aveva deciso di morire, il suo gatto avrebbe dovuto arrangiarsi da solo. Lo aveva già accudito molto più di quanto fosse sensato e ragionevole per un animale domestico. Gli abitanti del paese avevano da tempo catturato e mangiato topi e ratti. Gli animali domestici erano spariti poco dopo. Tutti tranne uno, quel gatto, il compagno che lei aveva tenuto nascosto. Perché non lo aveva ucciso? Aveva bisogno di qualcuno per cui vivere, qualcuno da proteggere e amare; qualcuno per cui sopravvivere. Si era ripromessa di continuare a dargli da mangiare fino al giorno in cui non avesse più avuto nulla da mangiare lei stessa. Quel giorno era arrivato. Aveva già tagliato a striscioline gli stivali di pelle per bollirli con semi di bietola e ortiche. Aveva già dissotterrato lombrichi, succhiato la corteccia degli alberi. Quella mattina, in un febbrile delirio, aveva rosicchiato la gamba dell sgabello di cucina, finché non si era ritrovata le gengive piene di schegge di legno. Nel vederla, il gatto era scappato a nascondersi sotto il letto, e si era rifiutato di venire fuori anche quando lei si era inginocchiata chiamandolo e cercando di convincerlo con le buone. Quello era stato il momento in cui Marija aveva deciso di morire, non avendo più niente da mangiare né niente da amare. […]

La trama.

1933, Unione Sovietica. In un villaggio sperduto due bambini vanno in un bosco, di notte. Sono affamati, danno la caccia a una preda prelibata: un gatto. Uno dei due ragazzini è imbranato, molliccio e miope, cerca l’approvazione del fratello. In quel bosco, quella notte, succede qualcosa.
1953: l’Unione Sovietica è una società paranoica in cui tutti sospettano di tutti. Il nostro protagonista, Leo Demidov, è un poliziotto della polizia politica stalinista: ha paura, come tutti gli altri, di essere oggetto di informative, di finire in un rapporto (perché questo significherebbe l‘arresto, la prigione, e forse peggio). Leo si imbatte nell’omicidio di un bambino ma non lo affronta come dovrebbe. Perché deve seguire un caso più importante, perché questi sono gli ordini. Sta di fatto che le cose precipitano rapidamente.
A un certo punto il lettore intuisce che siamo di fronte a un serial killer, ma anche che le indagini non saranno semplici. Leo dovrà affrontare una lunga crisi, sul piano personale e sociale, e dare risposta a una serie di interrogativi dolorosi, prima di arrivare alla soluzione del caso e riuscire a redimersi.

Quando Bambino 44 uscì, ebbi la fortuna di assistere a una presentazione con l’autore e Carlo Lucarelli. Ecco cosa si disse in quell’incontro.

Bambino 44 è, come tutti i grandi romanzi, tante cose. È un thriller da manuale, è un affresco storico, è la storia di rapporti personali e familiari e di un contesto sociale istericamente paranoico. Per Tom Rob Smith l’etichetta di thriller è una scelta felice, perché predispone il lettore nello stato d’animo di doversi attendere “qualcosa”. Allo stesso tempo però si tratta di una cornice che, insieme all’ambientazione storica, l’autore ha utilizzato per raccontare la storia in cui si è imbattuto. Bambino 44, infatti, può essere letto anche come un romanzo storico. Smith si è ampiamente documentato attraverso libri, diari e memorie. “Questo è un libro fatto di personaggi che di solito non sono nei manuali di storia, di persone ordinarie. La mia fortuna è che a quel tempo la polizia segreta confiscava i diari segreti alla ricerca di prove di reato. In questo modo hanno preservato diari personali di 50, 60 anni fa in cui c’è il racconto dei dettagli della vita di persone normali e c’è la registrazione delle emozioni  del momento”.
La scelta dell’ambientazione fisica e temporale non è, ovviamente, casuale: “Non ho scelto il Paese, il Paese ha scelto me. Non avevo motivo di spostare l’ambientazione della vicenda, che è una vicenda vera, quella di Andrej Chikatilo, un serial killer degli anni Ottanta. Ho però cambiato il periodo storico. Negli anni Ottanta la Russia non era più così autoritaria, così ho scelto gli anni Cinquanta per dare il senso di pericolo. In quel periodo anche la vita più ordinaria che si possa immaginare era comunque soggetta a pericolo di denuncia da parte di altri“.
Bambino 44 ci porta in questa dimensione di pericolo dell’individuo di fronte al potere. Quando arrestano Chikatilo la notizia viene pubblicata dai giornali. Ma se fosse successo nel 1953 i giornali non avrebbero scritto nulla, perché ci sarebbe stata una forma di dissenso di Stato, di negazione della realtà: ‘Da noi queste cose non succedono‘.

**

L’agente del KGB Leo Demidov è protagonista di altri due romanzi: Il rapporto segreto e Agent 6. L’ultimo romanzo di Tom Rob Smith è La Casa.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2015

Fabio Jonatan JessicaQuesta volta niente seduta gabinettistica (sospiro di sollievo dei lettori) ma un breve excursus sulle mie letture giallistiche che risalgono alla notte dei tempi con pistolotto finale (sospiro di sofferenza) preparato anche per il blog di Omar Di Monopoli.

In primis furono le camere chiuse, ma chiuse chiuse, dove non passava nemmeno uno spillo a contenere morti ammazzati che ti facevano saltare in aria il cervello a forza di spremere le meningi per capire l’inghippo (come aveva fatto l’autore a infilarli lì dentro?). E allora non c’era altro che aspettare con ansia crescente la famosa riunione finale in cui formidabili segugi, capaci di far passare dalla cruna dell’ago il classico cammello insieme a un brancata d’elefanti, ti risolvevano il problema lasciandoti a bocca spalancata (ma guarda un po’, non ci avevo pensato), anche se qualche volta la soluzione si presentava talmente cervellotica che ci scappava un vaffa di tutto cuore.

Conan Doyle manuscriptErano, quelli, i tempi d’oro (l’ho già scritto ma lo ripeto) dei lungagnoni elementari, dei ciccioni orchideati, dei nobili monocolati, delle zitelle marpleolate, sferruzzanti e cavalline, dei pretucoli ombrelliferi, dei vocioni arcontoni, delle teste d’uovo, dei piccoletti fumantini, dei dottoroni sanscritoni, degli scienziatoni belloni che avrei concesso un matto affogato all’avversario sulla scacchiera per essere lì, a seguirli nelle loro diaboliche imprese.
E che imprese! Con gli occhi fissi sul maggiordomo sospetto, la polizia dall’aria perennemente ebete, i gemelli che ogni tanto spuntavano improvvisi, lettere anonime esplosive, il passato tremendo che non ne voleva sapere di rimanere lì dov’era e ritornava funesto, una miscela robusta di veleni che irrigidivano al solo fiutarli, testamenti veri e fasulli, false piste, insieme ad un incrociarsi di orari inestricabili, da far perdere la bussola al lettore più smaliziato. E, insomma, tutti fermi e immobili, qualche passeggiatina, via, senza troppa fatica, la pioggia, il lampo, il tuono, il miagolio del gatto, un pizzico di gotico a scivolare brividoso lungo la schiena. Chi correva a rotta di collo erano le famose cellule grigie che non stavano ferme un minuto, tutte a ballonzolare come in una frenetica macarena.

hardboiled bannerIl movimento venne dopo con gli assatanati della hard boiled americana che se si riposavano un attimo era per riprendere fiato. Il delitto riportato alla gente che lo commette (ovvìa!), come disse quel tizio niente male. Una sbirciatina dentro ai personaggi e poi tutto fuori, corse, agguati, inseguimenti, da un posto all’altro, da una città all’altra. Che ci sia il sole, la neve, il vento o la burrasca importa assai. Basta mulinar gambe o pigiare sull’acceleratore. E cazzottoni, ginocchiate nelle palle, manganellate in testa, pistolettate impazzite. Già, la pistola, che diventava quasi un personaggio pure lei dotato di vita propria, per toglierla agli altri.
Via il villaggio antico e sonnolento, largo alla città terribile e selvaggia. Via ai pasticcini, al tè, al rosolio, alle torte fatte in casa, largo alle bistecche al sangue, alle patatine fritte, ai salsicciotti fumanti, al whisky, al bourbon, al cognac, ai liquori forti che ti spaccano lo stomaco insieme al fumo denso di sigarette micidiali che fanno tossire anche il lettore. Via alle zitelle pettegole, agli omini buffi coi baffi, agli strimpellamenti violineschi, al bon ton, al lindore, alla pulizia, largo al maschione virilone o malinconico, bastardo o integerrimo, stravaccato in uffici polverosi con i piedi sulla scrivania, a femmine fatali, a bambole che ti fanno girare la testa, a scontro di bande sanguinolente, a poliziotti marci, a locali notturni gremiti di fauna animalesca, al linguaggio duro e violento. D’accordo, ho banalizzato semplificando all’eccesso, ma non voglio scrivere un trattato. D’altra parte, per esempio, il creatore del ciccione orchideato ha messo insieme, furbescamente, i due aspetti infilando, accanto al pachiderma poltronista, un puledro che non sta mai fermo.
Poi (uso il “poi”, solo per convenienza, che spesso le letture sono in concomitanza) mi sono buttato sugli oscuri meandri della psiche, sul giallo cosiddetto psicologico. Con un pizzico di tremore che qualche problemetto ancestrale me lo devo essere portato dietro sin dalla nascita. Dicevo del giallo psicologico e psicanalitico, dove all’autore non interessa tanto il fattore esterno della vicenda, quanto quello interno dei personaggi: i loro sogni, i desideri, i dubbi, le paure, gli incubi. Del presente e, soprattutto, del passato  che riemerge (anche qui) sempre terribile con l’angoscia che ti stringe alla gola ad ogni voltar di pagina e grassa se alla fine rimani soltanto con un allegro tremore alle mani.
Aggiungo il giallo umoristico che solleticava la mia innata natura paesana alla risata, allo scherno, alla presa in giro (sempre in tono amichevole e perfino affettuoso). Non che in altri libri, pure della golden age, manchi l’umorismo. Basta seguire certi  tipi che il sorriso l’hanno stampato addosso. Parlo del giallo (inteso in senso lato) sgangherato, cucito su personaggi strambi e sgangherati che ti fanno sganasciare con i loro piani geniali immancabilmente buttati all’aria. Parlo di quelle storie pulpesche dove l’incasinamento verbale mischia insieme l’assurdo, il grottesco, l’horror e chi più ne ha più ne metta come in una frenetica cavalcata selvaggia.
Non mi sono fatto mancare niente. Neppure i polpettoni dalle caterve di sangue e sperma e di morti ammazzati, sparati, spaccati, sbudellati, segati, randellati, sezionati che ti sbucano da tutte le parti, perfino dal water nel momento più delicato e intimo della giornata. E nemmeno i gialli storici che spaziano per ogni dove, dal paleolitico ai giorni nostri, in cui celeberrimi personaggi, in altre faccende affaccendati, sono costretti, obtorto collo, a seguire orme sanguinose (e mi immagino gli accidenti sottovoce).
Voglio dire che ho battuto diverse strade, diverse vie piuttosto dissimili fra loro. E, dunque, il pistolotto finale è solo un invito a chi mi segue a non adagiarsi su un solo cliché di lettura. Siate curiosi, sperimentate, amate la diversità delle storie e della vita. E che il Signore ce la mandi buona e senza vento.

la vedova beffardaMi butto subito sui miei G.M. E dunque La vedova beffarda di Carter Dickson che ci ripropone il gigantesco Henry Merrivale seguito dalle sue caratteristiche imprecazioni. Qui il succo del discorso è costituito da una serie di lettere anonime al veleno, scritte a macchine e firmate “La Vedova”, di stampo soprattutto sessuale che gettano scompiglio nel classico villaggio inglese Stoke Druid “antico e sonnolento”. Mettono in crisi soprattutto i rapporti amorosi e arriva, addirittura, l’apparizione della Vedova stessa in una stanza chiusa dall’interno ad impaurire uno dei personaggi. Spiegazione finale che lascia un po’ perplessi con la luna che si affaccia dappertutto ma a Carr si può perdonare. La mano, spesso, è quello che conta. E leggerei volentieri il suddetto anche se scrivesse emerite stronzate.

Proseguo con Terrore al villaggio di Henry Wade.
terrore al villaggioGreat Norne, ancora uno dei tanti piccoli villaggi inglesi dove accadono le cose più incredibili. Siamo al tempo del trattato di Monaco nel 1938. Praticamente una serie di sospetti suicidi e di omicidi (non sospetti) a gettare nel panico gli abitanti del suddetto villaggio. Una sola spiegazione: trattasi di un pazzo assassino “uno troppo furbo per farsi prendere o anche solo per essere sospettato”. Brivido ingigantito dalla pioggia insistente e da un “vento terribile” che soffia a folate violente. È un racconto lento questo di Henry Wade, con indagini lunghe, meticolose, complesse, ricche di dubbi e possibilità (si pensa anche ad un complotto religioso) con l’intervento di personaggi minori, ben caratterizzati, a creare una vicenda corale, un’atmosfera sempre più tesa e incalzante fino all’epilogo.

tutto quel bluAggiungo Tutto quel blu di Cristiana Astori che già avevamo incontrato in Tutto quel nero e Tutto quel rosso con Susanna Marino (soffre di narcolessia) che riesce a venir fuori da una situazione drammatica scaturita dalla sua passione per il cinema horror. Piccola oasi di pace le visite alla videoteca. Ma occorre lavorare e l’unica possibilità che si presenta è quella del recupero di un film introvabile (per essere più precisi una copia pirata in videocassetta), mai distribuito e assai ricercato dai collezionisti. Il tratto distintivo dei libri della Astori è la velocità e la freschezza giovanile della scrittura tra musica, film, libri e quel pizzico di mistero che gira fra i personaggi. Immersi, questa volta, in un blu che non promette niente di buono. Finale in crescendo con ripetuti colpi di scena nel solco di una lunga tradizione e dunque piuttosto prevedibili (fuga, inseguimenti, qualcuno che sta per spararmi però c’è un altro che mi salva).
Tra i libri che hanno suscitato discussioni e pareri diversi abbiamo La carne e il sangue di Maureen Jennings con il detective Murdoch ambientato a Toronto. Proprio per questo lo leggerei per sapere da che parte schierarmi.
Concludo con Tre donne del mistero di Dorothy L. Sayers, Ngaio Marsh e Mary Roberts Rinheart, Mondadori 2014, presentato superbamente da Mauro Boncompagni. Qui la recensione.

la rocca maledettaPer la Polillo, che ci propone la riscoperta di libri interessanti, ecco a voi La rocca maledetta di R.C. Ashby (una donna, per la precisione, di ottima cultura). Siamo in “una sperduta e nebbiosa landa inglese”. Il giovane William Mertoun riceve l’incarico di catalogare le opere della biblioteca del colonnello Barr. Lavoro certo piuttosto facile se non ci fossero alcune stranezze come, per esempio, la morte misteriosa del fratello di Barr e poi, perché il suddetto colonnello non si fa mai vedere? Occhio anche al fantasma romano di Vitellio Gracco che abita, secondo la leggenda, in una rocca poco distante e può venire a farvi visita.
Di Autori Vari, sempre della stessa casa editrice, segnalo Veleni, pugnali e altre amenità, il cui titolo dà l’idea del contenuto. Insomma si può morire in vari modi contro la nostra volontà. Per stuzzicarvi all’acquisto bastano gli autori stessi: John Dickson Carr, Richard Harding Davis, Ben Hecht, Rufus King, Stuart Palmer, Joel Townsley Rogers, Will Scott, Philip Wylie, James Waffe, Loel Yeo. Su questo libro ci risentiremo.

Tra i regali di Natale in casa Lotti è arrivato anche L’incredibile Urka di Luciana Littizzetto, Mondadori 2014, nelle vesti di una incazzata supereroina verde che cerca di farci sorridere. Vedremo se ci riuscirà.

La compagnia della morte di Alfredo Colitto, Piemme 2014.
la compagnia della morteNapoli, 14 agosto 1655. Maria, la cognata del pittore Sebastiano Filieri, ormai alla fine della sua vita, svela una dolorosa verità “So chi ha ucciso tua moglie e tua figlia”. E così si ritorna indietro nel tempo all’8 aprile del 1647.
Sebastiano, trentasei anni, magro, poco più alto della media, capelli neri e lisci, occhi scuri, viso bruno senza barba e baffi, sta affrescando la cappella privata del palazzo nuovo di Michele Agliaro. Suo apprendista Paolo Conti, con il quale ha stretto una bella amicizia. Fa parte della Compagnia della morte, un gruppo di pittori ribelli al dominio degli spagnoli che di notte uccidono i conquistatori. Alleati con Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, che pensa ad una grande rivolta per liberare il popolo napoletano dalle tasse e dall’oppressione. Ora bisogna distruggere una nave spagnola ancorata nel porto a cui sembra interessato anche il duca di Maddaloni attraverso il suo braccio armato Nicola Ametrano.
Alla vicenda storica si legano quelle personali del padre Martino che sta per sposare la giovane Lucrezia (intanto lei lo tradisce) e del cognato di Sebastiano, Ugo Mantovani, che era stato innamorato di sua moglie Angela (i due cercheranno un complotto per disfarsi del suddetto). Si ritorna, poi, all’inizio con il Filieri deciso a vendicare la morte dei suoi cari.
E dunque un tourbillon di amori, gelosie, sospetti, tradimenti, scontri, duelli, morti ammazzati, prostitute, moglie fedele e giovane infedele incorniciati nel quadro storico, ottimamente delineato, di una Napoli del Seicento con la rivolta fallita di Masaniello. Un romanzo breve o un racconto lungo che lascia scoperta, per sua natura, qualche parte schematica.
Il libro presenta anche l’inizio del seguito Peste, pubblicato sempre dalla Piemme. La storia di Cecilia di Nola (disegnatrice di vicende raccontate dal fratello in una famiglia di saltimbanchi) che ha ascoltato, senza volerlo, un colloquio fra due potenti rischiando la vita. Essa viene aiutata da Sebastiano Filieri ritornato a dipingere dopo un periodo  di stasi e vagabondaggio. E qui, invece, mi pare che la scrittura sia più completa.

Spiluzzicature
Spiluzzicato in qua e là, alla solita Feltrinelli di Siena, La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2014 (vincitore del premio Scerbanenco), con l’avvocato Guerrieri che si trova a difendere un noto magistrato dall’accusa di corruzione.
E spiluzzicato pure Diavoli di donne di Jim Thompson, Einaudi 2014, un autore che non mi lascerò scappare, vista la soddisfazione delle precedenti letture. Ecco l’incipit
Ero sceso dall’auto e stavo correndo verso la veranda quando la vidi. Sbirciava dalle tendine della porta-finestra, e un lampo illuminò per un istante i vetri scuri, incorniciandole il viso come in un ritratto. Certo, non era un capolavoro: tutto fuorché una bellezza. Ma c’era qualcosa in lei che mi prese subito al laccio. Inciampai in una crepa dell’asfalto e ci mancò poco che finissi per terra. Quando alzai di nuovo gli occhi era sparita, e le tendine erano immobili.
Inizia l’avventura di Frank “Dolly” Dillon, commesso viaggiatore in una città dell’America profonda.
Sono invece perplesso su L’ombra del collezionista di Jeffery Deaver, Rizzoli 2014, con un disgraziato maledetto che aggredisce le persone e infligge tatuaggi al veleno sulla loro pelle. Mi ricorda troppo Il collezionista di ossa di qualche tempo fa (sono passati dieci anni in un batter d’occhio). Vedremo.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Questa volta mi sono buttato sulla filosofia, ritornando con la memoria ai vecchi tempi da studentello quando ero già in ambascia con l’albero e l’idea dell’albero stesso. Insomma ho preso in mano certi libretti ad usum Lotti e sono partito dalla caverna di Platone, saltellando da un autore all’altro, fino a giungere con l’occhio in trasferta alle decostruzioni di Derrida. In quel di Ampugnano allietato dalla presenza del giovanotto scamiciato che cammina svelto parlando ad alta voce (lo becco quasi tutte le mattine e non l’ho mai visto starnutire).
Per gli scacchi I miei grandi predecessori, vol. 2, di Garry Kasparov, Ediscere 2004. Questa volta la carrellata dell’ex campione del mondo parte da Max Euwe per arrivare a Mikhail Tal. Vite illustri, partite, analisi, commenti, una ricca messe di fotografie a ricordarci tanti momenti importanti di storia del “nobil giuoco” e di storia tout court.

Un giretto tra i miei libri
Era tutta un’altra storia di Håkan Nesser, Guanda 2009.
era tutta un'altra storiaQui abbiamo l’ispettore Gunnar Barbarotti di Kymlinge di quarantasette anni, padre mai conosciuto,  divorziato con tre figli, i due maschi alla ex moglie, la femmina Sara con lui. Per poco perché se ne parte a studiare a Londra. Si innamora di Marianne a sua volta divorziata con due figli. Durante l’indagine viene esonerato perché picchia un giornalista, ha bisogno di un supporto psicologico. Il nostro Gunnar affronta la vita con filosofia ed una discreta fiducia in nostro Signore (legge la Bibbia da sei mesi), macchina Citroën, al bisogno la bicicletta. Barba lunga un po’ arruffata, birra ad ogni occasione tanto per aggiungere qualche particolare.
Sul piano delle pappardelle il solito assassino che manda biglietti di morte (però è di parola) e scrive in prima persona una storia passata, il profiler che ormai si infila dappertutto come il prezzemolo, il classico giornalista impiccione, fotografie rivelatrici (almeno per una parte), solito contorno di colleghi e colleghe, natura che fa capolino qua e là a stuzzicare sentimenti.
Libro interessante sotto il profilo psicologico, arzigogolato e poco convincente riguardo alla semplice credibilità (leggi spiegazione finale). Prosa scarna, essenziale, domande sulla vita e sugli uomini, dubbi, incertezze, assilli, senso di impotenza che affliggono il protagonista, ironia tanto per smorzare un po’. Alla fine da solo sta per ritrovarsi con una nuova famiglia parecchio allargata.
Un impasto di cose nuove e  risapute scritte con una certa classe.

“Le donne arrivano da tutte le parti, smettono di litigare, si aggregano, fanno comunella in barba a quel bischero di maschietto che le vuole in eterno conflitto. Soprattutto nel mondo della scrittura. Ed ecco allora spuntare antologie come Alle signore piace il nero di AA.VV. a cura di Barbara Garlaschelli e Nicoletta Vallorani, Sperling & Kupfer 2009, che ne mette insieme ben quattordici. Cose dell’altro mondo direbbe il più miope dei tradizionalisti”.
eros thanatosQuesto scrivevo qualche tempo fa. Con Eros & Thanatos di AA.VV. a cura di Lia Volpatti, Mondadori 2010, il numero è quasi raddoppiato. Ventisette signore e signorine armate di penne sopraffine (e pure di nodosi randelli). Impossibile farne una disamina racconto per racconto ma solo alcune osservazioni di carattere generale.
In primis il sesso come libidine, perversione, come forza scatenante, violenza e sopraffazione. E poi il sangue. Molte (troppe?) pagine intrise di sangue. Sesso e sangue. Sesso e morte. Vite dissolute, vite spezzate.
Al centro di Eros e Thanatos la donna, la femmina, l’ammaliatrice, la seduttrice, ma anche la fragile, l’indifesa, la tradita con il senso di malinconico sfinimento di un rapporto sfilacciato, la sua voglia di vendetta e di riscatto. Vendetta sull’uomo e, talvolta, sulla donna-nemica. E poi, magari, l’annullarsi di se stessa…
Racconti crudi, impietosi, al limite della sopportazione, stupri e sfruttamento, gelosie e sordi rancori, racconti tra sogno e realtà,  passato e presente che si mischiano terribili fra loro. L’amore cercato, l’amore voluto, un po’ di tenerezza, via, un po’ di ascolto che non c’è, la lacrima che scende sul viso e subito dopo il sesso selvaggio, il coltello che fende, il sangue di nuovo che sprizza.
Ai giorni nostri o nel Medioevo il risultato non cambia. La morte violenta d’amore si fa largo fra le maglie del tempo, per insediarsi dappertutto, perfino nei luoghi di pace e di preghiera dove il Male dovrebbe tenersi lontano.
Prosa ricca di molte sfaccettature, ora nervosa, scattante, in un certo senso ripetitiva a punzecchiare e mordere, ora più lenta e pacata, sottile, sinuosa nei meandri dell’animo, nelle viscere del corpo, ora di più ampio respiro e insomma una notevole padronanza del mezzo espressivo con qualche inevitabile ingenuità e ridondanza (a volte veramente troppa).
E l’uomo? Già l’uomo: violento, porco, dissoluto, vigliacco, vittima e carnefice. Sembra che non ci sia possibilità di incontro fra questi due mondi così diversi. “Uomini e donne estranei gli uni alle altre che si agitano incessantemente per cercarsi e conficcarsi gli uni dentro gli altri. Misteri che curano il loro male con altri misteri” scrive  Claudia Salvatori.
A fine lettura un certo senso di smarrimento e stordimento.

errore di prospettivaCon Errore di prospettiva di Luigi Guicciardi, Hobby and Work 2008, arriva il commissario Giovanni Cataldo di Modena (in realtà un siciliano sui generis alto e biondo) che si aggiunge alla schiera dei “tristi” (cfr. Tristezza, dolore e sorriso nel moderno romanzo poliziesco di me medesimo).
Laureato in scienze politiche e specializzato in criminologia, sposato con Irene alle prese con la prima supplenza e non mi pare un matrimonio che funziona (diciamo pure in crisi). Mangia spesso da solo, anche uova e un po’ di salsiccia, panini e birra, o va alla Trattoria Pascoli. Fuma sigarette, per vestirsi bastano i jeans e una camicia di flanella, sopra il loden verde. Di poche pretese, insomma.
Ora ottimista, ora pessimista, ora in preda ad un “senso strano di scoramento”, ora depresso, con la testa vuota, ora indeciso o colpito da una stanchezza nervosa fatta “di un briciolo d’ansia e di inquietudine”. All’occorrenza tosto e implacabile. Con alti e bassi tipici di una personalità sensibile e complessa.
Una fitta alla tempia è il segnale di una nevralgia, affiorano ricordi poetici delle scuole medie e ricordi legati all’odore dell’incenso. L’uomo al centro del mistero della morte “Si muore sempre per quel che si è, o che si è stati”. Di ogni indagine gli resta sempre qualcosa che non va perduto: un nome, un volto, una frase. Alla fine tira un lungo sospiro come se si fosse tolto un peso dallo stomaco.
Già l’indagine. Sulla morte violenta del giudice Cassese  e dell’usciere Pisaniello e poi un altro morto ancora “a confondere le acque e a complicare il rebus”. E nel mezzo inquinamento e corruzione politica e i soliti mali dell’uomo.
Prosa scarna, essenziale, timbro basso, movimento lento a seguire il dolente percorso di ricerca del commissario. Un lavoro dignitoso.

Febbre di Bill Pronzini, Mondadori 2011.
febbreUna agenzia investigativa con Bill, Tamara Corbin ed il collaboratore Jake Runyon; una signora, Janice Krochek, scomparsa per ben quattro volte e riacciuffata da Jake, il Segugio.
Janice travolta dal gioco compulsivo, una montagna di debiti, è costretta a prostituirsi, appena ripresa scompare un’altra volta lasciando una scia di sangue sul pavimento della cucina. A questa storia si affianca il problema di Brian Yongblood, giovane esperto informatico (usa il computer anche per giocare a scacchi) in piena crisi, scomparso anche lui da casa.
Ogni personaggio si porta dietro di sé qualche guaio. Jake è ossessionato dalla morte e dal ricordo della moglie; Tamara in eterno conflitto con il padre poliziotto; Bill stesso, un uomo tutto d’un pezzo, con ricordi tristi della vecchia Little Italy (cambiata in peggio), madre paziente e sensibile, sorella morta da piccola, padre ubriacone e giocatore accanito. Lui “Non bevo liquori, non rubo, non inganno e non faccio del male alla gente che mi è vicina”. Da prenderlo di peso e portarlo ai giorni nostri.
Qualche scontro, qualche morto, il problema dei travestiti e quello della chirurgia estetica, il marcio dell’usura, un finale inaspettato. Tristezza e dolore, dicevo, lungo tutto il percorso, ma anche la luce della speranza (vedi la signora con la sciarpa) e insomma c’è sempre qualcosa di imprevisto nella vita che può salvarci. Raccontato in prima persona da Bill, in terza per gli altri personaggi.

La nostra Patrizia Debicke (la Debicche) ci presenta un bel lavoro.
troppo tardi per la veritaSentiamola. “Gianni Simoni, l’ex magistrato ormai giallista a tempo pieno, ritorna in libreria con Troppo tardi per la verità, Tea 2014, suo nono (o sbaglio?) romanzo del filone bresciano. Un gradito ritorno con la Leonessa d’Italia per scenario e, immancabile corollario, lo stracollaudato gruppo della mobile passato al comando di Grazia Bruni ma con Miceli e Petri quasi in veste di aleggianti angeli custodi.
A mo’ di jolly Simoni, tanto per scozzonare ben bene il mazzo della squadra bresciana che gli è cara, introduce una novità: il sovrintendente Salvatore Armiento. Piace a me, ma piace a tutti l’ingresso sulla scena di questo nuovo attor giovane, preparato e brillante, quasi un primo della classe ma che sa ancora arrossire.
La presentazione di Troppo tardi per la verità recita: «È notte fonda: un’auto lanciata a gran velocità per le strade di Brescia travolge un uomo, lasciandolo sull’asfalto senza vita e dileguandosi. Sembrerebbe un triste caso di omicidio colposo con omissione di soccorso, come anche i testimoni oculari confermerebbero, ma il sovrintendente Armiento della Stradale non ne è convinto…»
E bravo! Infatti tanti particolari non quadrano (non sto ad elencarli). E purtroppo il morto, ben vestito e con aspetto signorile, non aveva documenti su di sé. L’omicidio colposo potrebbe trasformarsi in omicidio premeditato?
Il caso, accompagnato fisicamente da quel geniaccio di Armiento, passa per forza per competenza alla Omicidi, e quindi ai commissari Bruni e Miceli con la loro solita équipe e Petri dietro le quinte ma neppure troppo. Indagano in lungo e in largo. Ciò nondimeno le cose si complicano. Ci sarà un secondo mortale incidente d’auto. È un secondo delitto? Cosa c’è sotto? Bisogna darsi da fare e scoprire a tutti costi l’identità della prima vittima.
Buon ritmo, soprattutto la prima parte, trama coinvolgente, indovinate le caratterizzazioni dei personaggi vecchi e nuovi, con le loro velleità e umane debolezze. Da leggere con piacere”.
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Gelo (Buon Anno!)

Buon 2015Archiviato (ma sarà davvero così?) senza troppi rimpianti un anno pieno di sfide, questo 2015 nuovo di zecca inizia con pochi buoni propositi e molti auguri.
Tra i buoni propositi quello di essere più presente, anche se ancora non so con quale formula.
Gli auguri sono per tutti voi che passate di qua e in particolare per Fabio Lotti che, come avete potuto leggere, ha portato avanti il blog praticamente da solo negli ultimi mesi.

Letture – Ho ripreso a leggere con piacere, lontana dalle polemiche e menate varie su chi è meglio di cosa (che nel 2014 non sono mancate e certamente non mancheranno nel 2015). Ma il buon proposito zen è quello di continuare a non parlare di ciò che non mi piace (dagli editori a pagamento ai libri mediocri) e pazienza se mi perderò qualcosa in termini di accessi al blog.

Tra le ultime cose lette degne di memoria invece:
Dimentica il mio nome di Zerocalcare, preso in prevendita, quest’estate, prima che l’autore vincesse premi e diventasse ostaggio del mainstream – talmente in prevendita che ho la versione con preziosissima variant cover di GiPi;
Il cacciatore del buio di Donato Carrisi, seguito del Tribunale delle anime, filone del serial thriller importato dagli americani e rivisitato con ambientazione italiana. Risultato più che soddisfacente per gli appassionati; 
La sposa silenziosa
di A.S.A. Harrison, una storia dark con lieto fine. Forse.
Attualmente in lettura: Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni. Mai romanzo fu più appropriata per trascorrere il Capodanno più freddo che io ricordi (tranne forse qualche capodanno passato sulla neve, ma non ci giurerei).
In lista d’attesa un’infinità di libri: mi basterebbe smaltirne almeno un terzo per dichiararmi soddisfatta.

Visioni – E qua invece sono abbastanza avanti, almeno sul commerciale: Fargo, True Detective, House of Cards, Orange is the New Black, entrambe le stagioni di The Fall, le nuove stagioni di American Horror Story, Scandal e The Big Bang Theory: visto tutto con grande soddisfazione.
In attesa della quinta stagione di Shameless e del finale di stagione di How to Get Away with Murder (Le regole del delitto perfetto in italiano, su Fox dal 27 gennaio. Per me, capolavoro).
Mi mancano la nuova stagione di The Killing e del Doctor Who. Dovrò aspettare il 2016 per Sherlock, invece.

BonusNeil Gaiman legge A Christmas Carol: la favola delle feste per eccellenza si ascolta in streaming in un’ora e mezzo (in inglese).

Infine, mi associo agli auguri di Elisabetta Bucciarelli:

2015 Elisabetta Bucciarelli

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERASeduta gabinettistica dedicata alle elezioni europee e ai nostri cari politici. Butto giù all’impronta. Grande fermento, discussioni accese, ostruzionismo con tirata di sciacquone mentre parla l’“avversario”, salti improvvisi sulle tazze del water, e insomma Europa sì o Europa no, euro o lira, tutta colpa della Germania o colpa solo nostra, c’è voglia di indipendentismo e dunque “Rifacciamo il Granducato di Toscana!” ha esultato il sor Peppino dalla bocca storta suscitando una sorta di spirito partigiano, le riforme si fanno o non si fanno? sono come la sora Camilla che tutti la vogliono e nessuno la piglia?, i cosiddetti “professori” risultano utili o rompono solo le palle con le loro interminabili litanie che non finiscono mai? (maggioranza per quest’ultimo parere), Berlusconi dovrà pulire il culo ai vecchietti ricoverati o si limiterà a raccontar loro barzellette? Lotta accesa, dicevo, soprattutto fra grillini e renziani con i primi (un paio) che si sono incatenati alle tazze in segno di protesta e poi se le sono date (dette) di santa ragione contro Renzi giullarone fanfarone e contro Grillo capocomico da strapazzo. Ultima chiosa finale del sor Antonio che ha suscitato una specie di ripensamento generale con “Se n’andassero tutti a fancala!”. Momento di impasse, tirata di sciacquone e via casa (i grillini sono rimasti incatenati).

Un giretto fra i miei libri

hotel omicidiHotel omicidi di E. Howard Hunt, Polillo 2011.

Il duro, l’uomo vero (lasciato dalla moglie incontentabile) e la belloccia di turno senza troppi scrupoli ma con sentimento buono di fondo. Pete Novak, detective privato un po’ spaccone e Paula Norton. Luogo: il grande albergo Hotel Tilden di Washington dove Pete è incaricato della sicurezza. Ancora: un metro e ottanta per ottantacinque chili, sigaretta incollata in bocca, alcol che sguazza nello stomaco (whisky irlandese). Allo specchio una faccia piena di guai, mano forte e robusta.

La storia è su certi gioielli che spariscono e non spariscono (assicurazione da capogiro), un ex marito che ritorna a picchiare l’ex moglie (proprio Paula), un morto ammazzato nella sua stanza che viene trasportato da un’altra parte.

Poliziotto (anche lui di turno) il tenente Morely, della squadra omicidi, abito marrone, cappello grigio vecchiotto, basso con la faccia da “cane da caccia affamato”, all’antica e “maledettamente ostinato”. E non vede l’ora di andare in pensione, obiettivo massimo di questi eterni segugi. C’è movimento, lotta, spari, la botta in testa, la stanchezza che arriva, un breve sguardo alla società (gangster dappertutto, anche, e soprattutto, nei più importanti studi legali).

Atmosfera melanconica tipica di certi romanzi americani. Per le strade vagabondi, prostitute, alcolizzati, sbarbatelli timorosi. “Gente solitaria. Washington ne era piena”. L’incontro di due anime forti e sfortunate, ormai ciniche, nessuna ambizione, nessun amore, “malattie” superate da tempo. Un caldo abbraccio, uno sguardo al cielo, la luna “batuffolo di bambagia sporca”. Alla fine Pete e un cane che si incamminano lungo la stessa strada. “Due esseri dimenticati”.

È un discreto romanzo questo di E. Howard Hunt che si trovò invischiato nello scandalo Watergate di Nixon, dallo stile asciutto, senza fronzoli e ambizioni esagerate che ci ripaga di tante storie strampalate e di tanti sbrodolamenti stilistici.

primavera di ghiaccioCSI Alaska – Primavera di ghiaccio di Dana Stabenow, Newton Compton 2011.

Continuano a imperversare i libri venuti dal freddo. In questo caso dal freddo che più freddo non si può. Più precisamente dall’Alaska (giuro). O, ancora meglio, dal villaggio di Niniltna dove un folle fa fuori nove persone con un fucile di precisione, Ma una di queste, la giovane Lisa Getty, che se la spassava con tutti gli uomini del paese, risulta essere uccisa da un’altra arma. Chi ha sfruttato questa occasione per togliere di mezzo una tal fomentatrice di invidie e gelosie?

Ad indagare Kate Shugak con il suo fedele husky (femmina) Mutt in calore con un lupo grigio in giro che le fa la corte. Vive in una capanna “nel bel mezzo di un parco nazionale di otto milioni di ettari”, sempre in continua attività, una cicatrice alla gola ricordo di un terribile momento, pelle liscia e dorata, occhi grandi e luminosi color nocciola, capelli lunghi fino alla vita, lisci e soffici come la seta, voce roca e irregolare. Ascolta Beeethoven insieme ai gruppi moderni. Più avanti da un personaggio veniamo a conoscenza di altri particolari: minuta e agile, non beve alcol, è competente ed efficiente nel lavoro, dotata di un notevole senso dell’umorismo, responsabile verso gli altri che la rispettano e la temono, soprattutto per le sue gesta leggendarie. In relazione affettiva con Jack Morgan, capo della squadra investigativa, accetta a quattrocento dollari al giorno più le spese (pure concreta) di condurre le indagini.

In primo piano gli spazi enormi, la neve, il freddo, il silenzio, il tenue ma confortante calore del sole, perfino un terremoto che rende più potente e spaventosa la Natura. Ma anche qui, in questo mondo così lindo e pulito che sembra lontano da qualsiasi imbrattatura del male, la stessa follia, gli stessi rancori, lo stesso odio che alberga negli altri uomini della terra.

alla ricerca di Sony DufretteAlla ricerca di Sonya Dufrette di R.T. Raichev, Elliot 2009.

“Luglio 1981. Nella villa di campagna di Lady Mortlock, durante il party dato in occasione del matrimonio tra Carlo e Diana, una bambina scompare. Poco dopo la sua bambola viene ritrovata sulla riva del fiume che scorre vicino alla casa, ma della piccola nessuna traccia. Tutte le ricerche si rivelano inutili e il caso viene archiviato come un tragico incidente”.

Venti anni dopo, leggendo un articolo di giornale che rievoca il matrimonio reale, la signora Antonia Darcy ripensa all’episodio della bambina scomparsa di cui anche lei era stata testimone. E, come dire, il caso si riapre. Nella testa della nostra Darcy, bibliotecaria cinquantenne in un “esclusivo club londinese per ex militari”, divorziata con figlio David e la nipotina Emma. Ad aiutarla in questa ricerca il maggiore Hugh Payne, vedovo, socio del club e suo accanito ammiratore.

Aggiungiamo che, sempre la nostra Antonia Darcy, è una scrittrice di romanzi polizieschi (quasi scontato), le piace la musica classica, presa spesso da cattivi presentimenti, ancora fragile per il divorzio. Determinata tuttavia nella ricerca della verità.

La quale ricerca parte da ciò che lei stessa aveva scritto di quella particolare giornata, per poi svilupparsi con il ritrovare i personaggi che vi presero parte. Un viaggio nella sua mente ricca di dubbi (la bambina è stata uccisa o rapita, oppure è sempre viva?), di scoperte, di fragili verità, di assilli, di ripensamenti fino all’epilogo finale. In un continuo confrontarsi con le educate schermaglie amorose del maggiore che piano piano  riescono a vincere in parte la sua ritrosia.

Prosa leggera, piacevole, ricca di citazioni letterarie che non appesantiscono il testo.

blanche o il cuore dell'assassinoBlanche o il cuore dell’assassino di Hervé Jubert, Salani 2008, mi ha ricordato all’improvviso le letture fanciullesche di Verne e il suo bel giro in ottanta giorni.

Malloppo di 408 pagine che ha almeno a sua discolpa dei caratteri abbastanza grandi da essere facilmente letti da un tizio incanutito come il sottoscritto.

Siamo nel 1870 durante l’assedio dei prussiani di Parigi. Idea non peregrina. La città assediata ricorda un po’ le case assediate dalla neve del giallo classico da cui non si poteva uscire. Dunque un thriller in uno spazio ben delimitato. Due piccioni con una fava.

La solita litania di assassini mostruosi: un cappellaio, un macchinista, un soldato, un fonditore di caratteri ecc… che porta alle sette sataniche e a Rebecca, la signora dei veleni. Tutti i cadaveri recano impresso un misterioso tatuaggio sul braccio sinistro e i loro nomi hanno origine dalla mitologia. La colpa ricade su Victor Pilotin, un giovane apprendista del cappellaio che riesce a fuggire e viene addirittura tenuto nascosto da Blanche Paicham (crede alla sua innocenza), diciassette anni, che si ritrova sola a Parigi separata dai genitori (era destino, l’avevano già persa più di una volta) ad aiutare nelle indagini lo zio Gaston Loiseau, ispettore di polizia sulla quarantina. Studia il “Dizionario di polizia”, suona il pianoforte, segue un corso accelerato nei locali della scuola di medicina, si prodiga come infermiera per alleviare il dolore dei soldati feriti. Dunque fuori dagli schemi del suo tempo: energica, forte, resistente “Quella giovane era una forza della natura… Si era nutrita di materialismo e, tra le sue certezze, c’era questa: che la magia era soltanto un paravento aperto davanti a fenomeni assolutamente reali. Nel loro caso cosa nascondeva? Una storia di potere, non c’erano dubbi in proposito”. Non manca il movimento, il colpo di scena, il pericolo (rischia addirittura di essere uccisa), il travestimento e insomma tutto l’armamentario del vecchio feuilleton. Compreso il volo sul pallone aerostatico con il famoso fotografo Nadar realmente esistito. Il ritmo si fa via via più convulso sino all’epilogo finale e un’aura di mistero e magia nera serpeggia lungo tutto il libro.

lasker la filosoifa della lottaPer gli scacchi ecco Lasker filosofia della lotta di Boris Vajnstejn, Prisma 1994.

Ma sì, diciamolo subito, mi ha fatto un gran piacere trovare tra i santoni della scacchiera, tra gli artisti supremi del nobile giuoco questo Baffetto-Lasker che mi immagino fare versacci e pernacchie a tutte le sacre regole e gli intoccabili principi su cui si fondava la forza dei giocatori del suo tempo. Uno spiritello irriverente, uno gnomo dispettoso delle sessantaquattro caselle, pronto a fissarti negli occhi, a buttare all’aria il tuo fragile inconscio, a scoprire le tue naturali debolezze per sorprenderti e fregarti. In barba all’Assoluto egli era un convinto, pervicace assertore del “particulare” da ottenere in contropiede ed il marcamento ad uomo. Già l’acutissimo Reti fu il primo ad osservare lo “strano” gioco di Lasker. Egli spesso non effettuava di proposito la mossa più forte ma quella più fastidiosa per chi gli stava di fronte, quella che creava più problemi all’avversario, a quel “tipo” di avversario. Un combattente, anzi Il Combattente per antonomasia. Nato  il 24 dicembre del 1868 nella piccola cittadina di Berlinchen in Germania, morto il 13 gennaio 1941 nella gelida New York.

Spiluzzicature

armata dei sonnambuliAlla Feltrinelli di Siena ho cercato il libro L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, Einaudi 2014. Sono sincero. Avevo dichiarato che lo avrei letto. Però, visto il malloppone di quasi 800 (ottocento!) pagine, ho preferito spiluzzicarlo un po’ ed essere dichiarato bugiardo piuttosto che lasciarci le penne. Inizio superbo con i nasoni orrendi della plebe di Parigi che si appresta a vedere ghigliottinato il proprio Re. (Magari lo leggerò quando i nipotini saranno in vacanza).

Spiluzzicature con atavici ricordi

Quando passo tra i miei satirici latini mi sento rinascere. I ricordi sono vivi, scoppiettanti. Già ho citato in qualche lettura precedente Marziale che, con i suoi Epigrammi, mi fece scompisciare dal ridere. L’autore sapeva trasferire in forma pungente e poetica tutto il mio bagaglio di balorda goliardia paesana. Un mito. Anche le Satire di Giovenale colpirono positivamente il mio apparato burlesco, soprattutto nello staffilare a dovere tutti i debosciati e la corruzione delle donne lascive (ah, le matrone di una volta!). Quelle di Orazio, via, mi lasciarono nel complesso moscio e avvilito. Elogiare, per dirne una, la temperanza e la vita campestre, due palle! (mi tirai un po’ su con quella dello scocciatore). Naturalmente l’ho riletto in seguito con ben altro spirito e ora ogni tanto lo riprendo in mano chiedendo sempre umile perdono. Pure Persio (morto in giovane età), fissato con gli studi duri e inflessibili, non mi rimase troppo simpatico, mentre Lucilio, invece, ovvero quel poco che ne è rimasto, mi solleticò non poco, soprattutto quando se la prendeva con tutti coloro che dalla mattina alla sera gironzolavano per il foro cercando di fregarsi a vicenda (cambiano i tempi, cambiano i luoghi ma l’istinto dell’uomo è sempre lo stesso).

Presentazioni

sei notti di misteroSei notti di mistero di Cornell Woolrich, Mondadori 2014.

In breve.

New York. Una sorella, Jerry Wheeler, cerca di difendere il fratello dall’accusa di omicidio. Con l’aiuto del poliziotto che lo ha arrestato. Spariti i due principali testimoni (uno per sempre). Canta e balla come “Faccia d’Angelo”.

Chicago. Una pupattola di un bastardo che si vuole vendicare delle botte e del tradimento. La nuova fiamma uccisa proprio dal suddetto che cerca di incastrare un altro tizio. Ma lei è svelta di mente e di azione e c’è il poliziotto buono a darle una mano.

Hollywood. Poliziotto Buck in California. A cercarlo un “lurido topo di fogna” che addirittura chiede il suo aiuto. Era stato pagato per ferire un tizio che viene ucciso nello stesso momento in cui spara al suo braccio.

Montreal. Una scommessa. Resistere in questa città con duemila dollari. Ted Ewitt accetta ma rimane incastrato in un delitto. Dunque occorre beccare il vero assassino.

Parigi. Due furfantelli si ritrovano invischiati in un giro di stupefacenti, difendono una ragazza e sbaragliano, senza saperlo, una banda di droga.

Zacamoros. Un tranquillo poliziotto in questa città. C’è la rivoluzione, vincono i ribelli, due capi terrore della zona. Uno dei due viene assassinato e la colpa ricade su un innocente. Ma il poliziotto non ci sta, sul balcone della stanza in cui è avvenuto il delitto un pezzo di foglia masticato, indizio per il probabile assassino.

Sei racconti stupendi che mettono ancora una volta in luce le qualità dello scrittore. La sorpresa, il cambio di prospettiva, la vendetta, il ribaltamento delle aspettative, l’astuzia, cellule grigie e movimento, spari e botte da orbi con una scrittura che va dritta al sodo, delinea contorni, crea atmosfere (anche un po’ surreali), rassoda figure, e si diverte a spruzzare sorriso e ironia.

Se poi il tutto è tradotto da uno come Mauro Boncompagni siamo a posto.

gli omicidi della ZGli omicidi della “Z” di Jefferson Farjeon, Polillo 2014.

Atmosfera deprimente per Richard Temperley durante il lungo viaggio in treno con un vecchio accanto che russa continuamente (da strozzarlo). Fermata ad Euston e possibile dormitina nella sala fumatori di un hotel dove va anche quel rompitimpani. Le cinque e un quarto. Una bella signora esce di fretta. Lui si sistema su una poltrona. Ma c’è qualcosa che non va. Non sente il fastidioso russare. Il vecchio è stato ucciso con un colpo di pistola dalla finestra sulla quale viene trovata una “Z” di metallo rosso che provocherà in seguito altri morti ammazzati.

Farne il riassunto è un po’ complicato. Diciamo che lo stesso Richard è sospettato dall’ispettore James, cercherà di trovare la “signora”, in effetti Miss Wynne, verrà pedinato, ci saranno due viaggi in taxi molto movimentati (uno addirittura da incubo per il tassista), finale con scontro aperto e insomma una vicenda perfettamente ingarbugliata, intessuta da un tourbillon di dialoghi, che si porta dietro una vecchia storia di rapina. Eccellente inizio con atmosfera davvero misteriosa. Per il seguito de gustibus.

la congiura di PragaLa congiura di Praga di Massimo Pietroselli, Newton Compton 2013.

Si ritrovano qui due bei personaggi già conosciuti in La profezia infernale: Leonia, cacciatrice di rarità per Rodolfo, imperatore del sacro romano impero, e Grifo, che ha il dono di “disegnare in ogni minimo dettaglio” qualunque cosa abbia visto anche per una sola volta. Ora (siamo nel 1604 in Boemia) entrambi sono sulle tracce, senza sapere l’uno dell’altro (ma vedrai che si incontreranno), del dottor Fasstolf che sembra abbia il potere di dare vita a creature mostruose.

Si interseca in questa vicenda un quadro del pittore misconosciuto Alessandro Verzeni (anche un suo libretto) che rappresenta la Custode (la morte) e che interessa a diverse persone fra cui lo stesso Fasstolf, il segreto custodito nelle mura dell’ipogeo della contessa Zenobia (“coacervo di simboli ermetici”) e la congiura contro Rodolfo II organizzata dalla stessa Zenobia insieme al ciambellano Lang e al comandante Aleko, marito di Leonia (ora in duro scontro con lui). Non manca in prima persona al presente il racconto di Musodicane, storpiato dal terribile dottore, a cui ha chiesto aiuto Leonia.

Per non farla troppo lunga tutto si risolve la notte di Valpurga (il 30 aprile durante la quale il popolo crede che si scateni il mondo degli spettri) tra oscuri misteri, numeri, cabale, follia, inganni e tradimenti, leggenda e realtà, storia vera documentata, dubbio, assillo, movimento, grottesco e paura a costituire un fascinoso racconto nella Praga del ‘600. Reso vivo e credibile da una scrittura ora evocativa, ora tenera, ora cruda e impietosa che trapassa i corpi e scivola negli animi creando personaggi (anche i minori) belli nella loro complessa struttura. Il solito Pietroselli.

mercenariMercenari – Il mestiere delle armi nel mondo greco antico di Marco Bettalli, Carocci 2013.

Grande mia passione la storia che si accompagna e accumula con quelle del romanzo poliziesco, della letteratura satirica e degli scacchi. Per cui graditissimo l’omaggio dell’amico Marco Bettalli, professore di storia greca all’Università di Siena (anche lui scacchista). Su un argomento, la guerra, che mi ha sempre colpito fin da ragazzo, quando ammiravo la stampella volante di Enrico Toti o la mano bruciata di Muzio Scevola.

Qui trattasi di mercenari, uomini che offrivano il proprio corpo per le battaglie in cambio di qualcosa di concreto, terre o denaro, cercando di riscattare una condizione precaria. Spazio vasto come il tempo in cui vivono. La caratteristica principale del mercenario nella Grecia antica è l’“ambiguità”. Ora esaltati, ora criticati: giovani desiderosi di avventura e arricchimento; esuli per motivi politici, maschi adulti avvezzi per tradizione a combattere al servizio di stranieri. Da ogni polis del Mediterraneo. Famosi gli Arcadi, combattenti valorosi, e i Cari per l’innovazione nell’armamento. Numeri che oscillano da 2.000 a 30.000 citati da Erodoto in Egitto.

Paga sicura? Mica tanto se i committenti sono le pòleis. Pagamento in ritardo (2 oboli al giorno) e che i mercenari si arrangiassero con le scorrerie e i bottini di guerra. Più sicura con qualche re egiziano, e in seguito con Alessandro Magno. Armatura in bronzo, elmo, corazza, a cui si aggiungono altri pezzi a coprire il corpo e uno scudo rotondo e convesso (l’hòplon). Ed ecco l’oplita della leggendaria falange. Meno coperti i peltasti, per avere maggiore movimento, poi gli arcieri e i frombolieri (famosi quelli di Creta e di Rodi).

Gli eserciti erano seguiti da una infinità di persone: schiavi, mercanti, prostitute, danzatrici, flautiste. Universo invisibile, però sappiamo che al seguito del famoso esercito dei Diecimila le persone non erano inferiori a quelle dei soldati (tanto per avere un’idea).

Un lavoro prezioso di ricerca e di studio con una quantità innumerevole di spunti: gli storici antichi, i condottieri, la guerra terrestre e quella navale, Atene, Sparta, la Persia, l’Egitto, le problematiche interpretative portate avanti con una scrittura solida e nello stesso tempo di sicura attrattiva.

il poliziotto è marcioIl poliziotto è marcio di William P. McGivern, Mondadori 2014.

Un poliziotto bastardo, venduto alla mala. Un poliziotto onesto, suo fratello minore Eddie. La storia scivola via lungo le soliti direttrici fino a quando il fratello rischia la vita per avere individuato l’assassino in un uomo del potente boss Ackermann.

Vediamo un po’ il bastardo: sergente Mike Carmody, sulla trentina, ben piantato, due occhi grigi e freddi, “sorriso rapido e impersonale” come una sfida al mondo intero. Presenza assillante quella del padre (ormai morto), circondato da litografie con santi e madonne.

Piano piano assistiamo al cambiamento di Mike per salvare il fratello (non vi dico se ce la farà). Tutti i mezzi sono buoni, botte e sparatorie fino all’ultimo. Due ragazze in evidenza: quella maltrattata di un boss e quella di cui si è innamorato Eddie con passato poco chiaro e occhio ai giudizi affrettati. Il solito contorno di poliziotti più o meno onesti, il giornalista pronto ad aiutarti, la critica al cinismo e al compromesso del cittadino americano sfruttato dalla mala. La solitudine della canaglia che si redime.

Senza scampo è il titolo del film tratto da questo romanzo con Robert Taylor e Janet Leigh attori principali.

Ed ecco il contributo della nostra inossidabile Patrizia Debicke (la Debicche)

il seminatoreIl Seminatore di Riccardo Perissich, Longanesi 2013.

Dopo Le regole del gioco, suo indovinato romanzo d’esordio, con Il Seminatore Riccardo Perissich riporta in libreria Giulio Valente, il principe romano ultimo di suo nome, cittadino del mondo per educazione e vocazione, che aveva scelto l’anonimato di un cognome da battaglia e un’avventurosa militanza nel servizio segreto…

Due sanguinosi attentati a Parigi, il primo a una sinagoga e il secondo a una moschea, con adolescenti plagiati, indottrinati e mandati a immolarsi imbottiti di esplosivo, portano Anne Dumont, colonnello francese, collega, vecchia amica e… qualcosa di più di Valente, a scoprire un complotto, un incredibile intrigo collegato a una congregazione di cattolici fanatici, nota anche alla curia romana, che si fanno chiamare i Legionari.

Ma tutto invece ruota attorno a una misteriosa figura: Il Seminatore, che si direbbe abbia il dono dell’ubiquità. Un implacabile e inafferrabile personaggio che, non pago di aver impostato un sistema informatico segreto chiamato Gengis Khan in grado di mandare in tilt tutte le reti mondiali, pare miri a destabilizzare il pianeta. Qualcuno che vuole condizionare le grandi potenze e la chiesa. Anche la Casa Bianca lo insegue e lo teme…

Valente, che per sua scelta si vorrebbe fuori dal gioco e, invece, viene chiamato in causa dagli americani, sarà costretto ad affrontare al fianco di Anne Dumont, indagini  farraginose corredate di rischi mortali che porteranno anche a un orribile delitto volto alla testa e al cuore del Vaticano.

Esiste davvero uno spaventoso ma possibile domani controllato solo dai capricci degli hacker? Da un inarrestabile virus informatico? Ma basta! Non una parola di più.

Ben impostati i personaggi. Ottima, palpabile, reale la ricostruzione ambientale per una trama complessa, articolata, ma calibrata con perfetto ritmo che riesce a incollare il lettore alle pagine. Bel thriller!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

“Quello che ti meriti” di Anne Holt (2008)

quello che ti meritiQuello che ti meriti (Einaudi Stile Libero Big, 2008, anche in ebook) è il romanzo più celebre di Anne Holt, scrittrice, giornalista e avvocato norvegese.

Un’ondata di crimini colpisce la Norvegia: alcuni bambini vengono rapiti e, dopo qualche giorno, il loro cadavere viene riconsegnato alle rispettive madri, accompagnato da un biglietto: Adesso hai quello che ti meriti. L’omicida è attento, non lascia tracce e soprattutto sembra colpire in maniera del tutto casuale. Mentre nel Paese si scatena la psicosi, la criminologa Johanne Vik ha qualche resistenza a farsi coinvolgere dall’investigatore Stubø nell’inchiesta perché è già impegnata su un altro fronte: quello di un vecchio caso di omicidio per il quale – forse – era stato condannato un innocente.

Johanne Vik ha qualche tratto della Kay Scarpetta prima maniera: è una donna solida, affidabile e determinata a dispetto delle avversità familiari. Separata e con qualche storia fallita alle spalle, rimane colpita da Stubø, il quale a sua volta è vedovo e ha una spiccata dedizione per il lavoro.
La trama si regge sulle spalle dei due protagonisti e sulla figura del serial killer, elemento certo non ignoto ai lettori di mystery ma usato in un contesto – quello norvegese – che permette di giocare sul fatto che si tratta di una – relativamente – piccola comunità.
L’intreccio intelligente – anche se il lettore attento intuisce la soluzione a metà del libro, più o meno – è generosamente supportato da suspense, sentimenti e da una scrittura più che convincente.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn po’ di spensieratezza…
Oggi voglio presentare ai miei lettori qualche personaggio tipico delle nostre riunioni gabinettistiche. Parto dal sor Eugenio, omone gigantesco dal relativo ciondolo in perfetto rapporto, che se ne sta sempre tranquillo anche nei momenti più frenetici delle sedute, occhieggiato spesso dalle signore, soprattutto quando si alza dalla tazza. Ha un vocione da orco che rimbomba per tutta la sede, ama i libri di caccia e pesca.
Continuo con la sora Cecilia, zitella stagionata dagli occhi a lemure che vagano di continuo smarriti per l’aria, sempre agitata e alla indefessa caccia di un marito. Le piacciono i romanzi d’amore, comprese le sfumature che le procurano lievi mancamenti e gridolini tremolanti.
Segue la sora Maria, un donnone spropositato che riesce a tappare tutta la tazza. Aperta, gioviale, simpatica, disponibile con tutti. Preferisce i romanzi d’avventura e quelli dove si termina con una bella abbuffata. Adora i libri di ricette che sfrutta per le nostre saporite serate culinarie. Una forza della natura (ha cinque figli), una pietra miliare.
Il sor Eugenio, invece, se non si attacca saldamente ai lati della tazza, finisce per affogarci. Secco come un chiodo, dalla voce stridula che ti entra nel cervello. Curioso di tutto chiede spiegazioni a raffica che ti lasciano senza fiato. Ama le storie truculente di sangue sparso anche sulle copertine. Allora strabuzza gli occhi e serra le mascelle come se fosse in fase ponzatoria. Allarme continuo.
Obbrobrioso il sor Antonio dalle palle vizze pericolosamente ciondolanti (qualche volta spero che se le pesti), quello che attacca sempre i miei gialletti, in perenne contrasto con l’intera società. Non sta fermo un attimo, gesticola, blatera sputacchiando, si alza di continuo, tira lo sciacquone come fosse la corda di una campana a festa. Una spina nel fianco. Dovrò sfruttare la trama ben congegnata di qualche romanzo poliziesco per farlo fuori.
Se il sor Eugenio attira gli sguardi concupiscenti delle signore, la sora Carmela, di origine siciliana, suscita quelli dei signori. Pelle bianca d’avorio, capelli e occhi neri che bucano chi la guarda, labbra carnose, sensuali. Movimenti lenti e sinuosi. Non ama leggere ma ascoltare ciò che si legge. Quando parla, seppure raramente, silenzio assoluto coi pensieri mascolini che vanno a posarsi proprio lì.
Il sor Peppino e la sora Ginevra dalle zinne prorompenti culo e camicia. Non fanno altro che miagolare fra loro, cacandosene allegramente degli altri (notare come le espressioni siano in perfetta sintonia con l’ambiente). Portano spesso giornaletti di parole crociate dalle quali è difficile strapparli se non con urli disumani.
C’è, anzi c’era, il sor Pasquale detto “Puzzola” e avete capito perché lo abbiamo buttato fuori.

Un giretto fra i miei libri
Vediamo, vediamo un po’, cercando di non scegliere quelli già scelti nelle precedenti letture (può capitare). Allora ecco Il bambino nel bosco di Karin Fossum. Tema della pedofilia trattato con grande rispetto. Linea dolorosa che scorre lungo tutta la storia coinvolgendo soprattutto i personaggi femminili come fossero i depositari di questo sentimento.
Il giallo non è un’opinione. Come la matematica. Ce lo spiega Carlo Toffalori in Il matematico in giallo. Con l’appetitoso sottotitolo Una lettura scientifica del romanzo poliziesco. Che la matematica, ovvero il ragionamento logico e scientifico, stia alla base di questo genere letterario lo sappiamo fin dalla sua nascita, quando il “padre” Edgar Allan Poe tirò fuori dal cilindro delle invenzioni quell’Auguste Dupin che del ragionamento matematico, appunto, fece l’arma principale dei suoi successi investigativi. Dopo di lui una serie impressionante di detective che hanno seguito le sue orme… (qui mi fermo). Una prosa chiara, lucida, a volte ironica, mai pesante. Chi l’ha detto che uno scrittore matematico, anzi un logico-matematico come il professo Carlo Toffalori, deve essere per forza noioso?

storie di politica sospettaStorie di politica sospetta di Manuel Vazquez Montalbán.
Tre racconti. Personaggio indimenticabile Pepe Carvalho. Lo vediamo intento a gustarsi la “nouvelle cousine” in compagnia dell’amministratore Fuster e del prostituto Charo ”lumache con besciamella alla menta e chicchi di melagrana, il tutto passato al gratin, e come secondo, una spallina di capretto con acquavite alle erbe”. Quello della cucina è un aspetto peculiare e risaputo del noto investigatore spagnolo. Lo ritroviamo anche in seguito con l’aiuto del tuttofare-cuoco Biscuter. Mangia bene, beve bene e fuma sigari Cerdàn. Tipo tranquillo (apolitico dice lui) ma quando c’è da correre e darsi da fare, anche con l’astuzia e l’imbroglio,  non si tira indietro.
Stile asciutto, concreto, venato di una sottile ironia e autoironia, brevi macchiette che restano impresse, storia, politica e aspetti individuali che si mescolano senza alcuno sforzo apparente, in maniera semplice e naturale. Da Scrittore, insomma.

uno sbirro femminaUno sbirro femmina di Silvana La Spina.
Di questo libro mi è rimasto impresso il personaggio di Maria Laura Gangemi, commissario di polizia di Catania che non le manda a dire. Critica la società dei mariti violenti, della Mafia, della Chiesa come apparato in contrasto con la chiesa militante, di Catania, dei siciliani tutti “che vedono nel caffè la panacea di tutti i mali”, della Sicilia dei soprusi e del voto dato dietro compenso, dell’Italia “delle vallette, delle sceneggiate politiche, degli inciuci, delle arroganze, delle prepotenze, delle minacce e dei ricatti, delle feste napoleoniche sui panfili dei finanzieri che si mangiavano le nostre finanze a morsi”, critica anche stessa come madre lontana dalle esperienze del figlio. Vita sfortunata con il marito Attilio. Solo insulti e botte. Grande personaggio, dicevo.
Lo stile di Silvana La Spina è asciutto, essenziale, non una parola di troppo. Gli appunti forti alla città e alla società in generale non danneggiano il racconto ma nascono spontanei e veri dalla sofferenza stessa della protagonista.

a un passo dalla tombaA un passo dalla tomba di Ed McBain.
La storia è nota. C’è un ex investigatore ubriaco maledetto nella Bowery a New York, tradito dalla moglie, indagato dalla polizia e dunque ha perso la licenza. Suo rifugio la bottiglia. Quel rompicoglioni di Johnny Bridges viene a chiedergli aiuto. Proprio a lui. A Matt Cordell. Dalla cassa della sua sartoria spariscono soldi. Pochi ma continui. Non sarà mica il socio Dom Archese che glieli frega? Matt lo deve aiutare, magari dopo avere bevuto un bicchierino… No, via, non posso… va bene vengo a vedere… E la sorpresa non manca. E che sorpresa!
Da qui parte tutto l’incasinamento che vede il nostro eroe alle prese con mascalzoni, detective più o meno privati, polizia e qualche bel tocco di figliola che il fascino non lo ha perso neppure da barbone. Matt Cordell, irlandese, “tipo da bassifondi” nella zona nord-orientale di Manhattan, spalle larghe, alto un metro e ottantatré. Legato ai ricordi della moglie che ogni tanto attraversano i suoi pensieri. Bugie, bugie e bugie da tutte le parti. Racconto in prima con tono naturale venato di un certo rimpianto e di ironia. Lunghi e veloci dialoghi  inframmezzati da azione, botte, ganci e colpi vari. Dati e ricevuti. Un occhio particolare alla musica, alla band di neri e bianchi che suonano insieme alla faccia del razzismo di qualsiasi genere. Finale un po’ scontato per gli esperti. E Matt che si ritrova abbracciato con la sua inseparabile bottiglia.

Per gli scacchi scelgo Alekhine di Alexander Kotov.
Aleksandr Aleksandrovic Alekhine nato a Mosca l’11 settembre 1892 da una famiglia agiata, essendo il padre un maresciallo della nobiltà e la madre una ricca commerciante, non fa parte di quella tremenda schiera di bambini prodigio che assilla noi comuni mortali, di quelli, insomma, che sin dalla culla riescono a darti il matto del corridoio e strillano tutta la notte se non hanno vinto tutte le partite. Impara presto, è vero, a sette anni, ma poi impiega un po’ di tempo per rodare il motore. Fa parte, invece, di quella banda di piccoli sciagurati che mandano in bestia i fratelli più grandi. Imparano a giocare con loro, perdono i primi incontri, poi regolarmente li umiliano e li ridicolizzano. Quarto campione del mondo, un concentrato di forza e debolezza umana (perde uno scontro importante per ubriachezza), ha  lasciato un segno indelebile nella storia degli scacchi.

Spiluzzicature con atavici ricordi
Continuo con quelle casalinghe che mi riportano indietro nel tempo. Su Il Decamerone di Boccaccio, per esempio. Naturalmente parlo solo delle prime sensazioni, delle prime letture. Un fremito, uno sfrigolio di sensi al solo contatto del libro, subito a ricercare le novelle più spinte, più boccaccesche (quelle di Dioneo, insomma, e mi piaceva da morire il fatto del diavolo nell’inferno), ma poi preso anche dalle storie di burle, di battute tipiche della tradizione toscana e una pietra a Calandrino l’avrei tirata anch’io. Da ignorantello paesano saper leggere e capire lo scritto trecentesco mi dava un senso di conquista, di “elevazione” culturale.
I Promessi Sposi una tragedia. Essendo un bravo alunno alle elementari con medaglie di cartone da tutte le parti, arrivato in quinta la maestra Elvira (a cui mando lo stesso un saluto in cielo) pensò bene di appiopparmi il suddetto libro di Manzoni per le vacanze (sì, avete capito bene). Rimasi impantanato nelle acque del lago di Como e non ne uscii vivo. Alessandro maledetto per diversi annetti insieme a tutta la famiglia e a li mortacci loro.

Giallo NataleGiallo Natale di AA.VV, Newton Compton 2013 (anche in ebook).
Gli autori: Marcello Simoni, Massimo Lugli, Lorenza Ghinelli, Davide Mosca, Massimo Pietroselli, Fabio Delizzos, Silvia Montemurro, Gianmichele Lisai, quasi tutti già conosciuti dal sottoscritto.
Veloce. C’è un po’ di tutto in questa piccola, graziosa antologia che ha come sfondo il Natale o i giorni vicini alla Festa: il magico, il soprannaturale e insomma l’incredibile con il brivido incorporato, la paura interna sottile e la paura vera e concreta, la lotta per la vita e la morte, la violenza sessuale, la critica a certe panzane della società, l’amore e la vendetta e altro ancora. Scritture diverse, stili diversi, angolazioni diverse, tempi diversi. Come da antologia, appunto.

sei delitti senza assassinoSei delitti senza assassino di Pierre Boileau, Giallo Mondadori 2013.
All’inizio un po’ di perplessità, via. Il solito delitto della camera chiusa con i soliti marchingegni letti e riletti. Poi, però, con lo sfogliare delle pagine e il trascorrere della storia, aumenta il desiderio di scoprire tutto l’ambaradan. Non ci si può fermare. E le domande fioccano. Come ha fatto l’assassino ad uccidere nell’appartamento di Rue Greuze Simone Vigneray e a ferire mortalmente la moglie, sparendo come un fantasma in un ambiente perfettamente chiuso? E come ha fatto la domestica Adèle Blanchot ad apparire sotto forma di cadavere in una delle stanze prima perfettamente vuote?
Un problema che assilla pure l’investigatore privato André Brunel chiamato ad aiutare la polizia per risolvere il caso pazzesco e impossibile (“impossibile!” è la parola che risuona più volte). A Parigi, in un pomeriggio di maggio. E noi siamo lì con lui a seguirlo nelle sue ricerche.
Che non finiscono mai, perché cresce il numero dei morti ammazzati (titolo docet) che preferiscono esalare l’ultimo respiro in ambienti terribilmente chiusi nei quali, come al solito, l’autore sembra essersi volatilizzato. Furbo una cifra e pure strafottente se minaccia alla fine con biglietto l’ultimo delle sue possibili vittime.
E allora? Allora il nostro André Brunel si rinchiude nello studio e passeggia per la stanza fino a quando il mistero non è risolto (sembra Holmes).
Dubbio, assillo, elucubrazioni ma anche azione. Il tutto raccontato con paurosa meraviglia dall’amico dell’investigatore.

cantuccio della stregaIl Cantuccio della Strega di John Dickson Carr, Mondadori 2013.
Il primo giallo in cui compare Gideon Fell, una specie di orco gigantesco che cammina appoggiandosi a due bastoni, un gran ciuffo di capelli neri striati di bianco, baffoni da bandito, un faccione rosso e rotondo, occhietti arguti sotto occhiali tenuti da un largo nastro nero. Fuma la pipa e il sigaro, ama la musica per banda, il melodramma, le commedie strappalacrime e la birra che butta giù a barili. Ora ferocemente aggressivo (batte con forza il bastone ferrato), ora ammantato di risolini e ghigni furbeschi, tuona, grugnisce, soffia come Eolo in persona.
È lui che deve sbrogliare una intricata matassa che vede coinvolta la famiglia Starberth (siamo a Chatteram, sereno villaggio della provincia inglese) sulla quale sembra pesare una antica maledizione. “Al compimento del venticinquesimo anno di età, i figli primogeniti devono per tradizione trascorrere un’ora, di notte, in una sala dell’antica prigione di cui sono governatori da generazioni. E puntualmente vengono ritrovati cadaveri, con il collo spezzato”. Ora tocca a Martin Starberth che, ancora puntualmente, fa la stessa fine dei predecessori. Lì, vicino al Cantuccio della Strega, il punto in cui si usava impiccare le streghe.
Qualche spunto senza scoprire troppo la trama. Scontri tra Fell e il capo della polizia sir Benjamin Arnold, innamoramento del giovane americano Tad Rampole (venuto a trovare Gideon Fell) per la bella occhi-celesti viso-ovale bocca-rossa Dorothy, sorella di Martin (fratello Herbert sparito e dunque possibile indiziato), una specie di crittogramma da decifrare, un orologio che va avanti, mistero, paura, spruzzate di gotico (tuono che esplode al momento giusto, gufo che si lamenta…), umorismo e sottile ironia (irresistibile il breve duetto Fell-signora). Aggiungo citazioni di classici (“la cultura classica trionfa sempre” dice Fell) con riferimenti a Plutarco, Gellio, Cesare  e finale dove tutto viene ricollocato al punto giusto. Un personaggio gigantesco e un gigantesco capolavoro.

Il richiamo del cuculo copertinaIl richiamo del cuculo di Robert Galbraith, Salani 2013 (anche in ebook).
Diciamo subito che l’autore al suo primo libro è soltanto lo pseudonimo di J.K. Rowling, madre di Harry Potter, “scoperta” al momento giusto per vendere di più (mica scemi).
Lula, top model giù dal balcone. Una donna “disturbata” venuta “in contatto con la società immorale dei ricchi e famosi che l’avevano corrotta”. Suicidio. Tre mesi dopo il fratello John Bristow si affida all’investigatore Cormoran Strike, reduce dalla guerra in Afghanistan (bruttino il giusto, mezza gamba persa, creditore non pagato, debitore che non paga e fidanzata scappata), per ulteriori accertamenti. Impossibile che si sia suicidata, qualcuno l’ha uccisa. Aiutato da Robin Ellacott delle “Soluzioni Temporanee”, un concentrato di intelligenza e gentilezza.
Indagini a tutto campo su amici, amiche, fidanzato (il primo su cui cadono i sospetti), la mamma fuori di testa, l’autista, lo zio, e tutto l’entourage sciccoso che la circondava. Lettura minuziosa del fascicolo della polizia, mazzo di fotografie sparite dal computer di Lula.
Luoghi diversi, ambienti ricchi e poveri, personaggi sbalzati con pochi tocchi, dialoghi su dialoghi, dialoghi e dialoghi (ma non saranno troppi?), incasinamenti familiari e intermezzi da sorriso come quello della signora Hook tradita dal marito, con Strike scatafascio (dorme in ufficio dentro ad sacco a pelo e si lava all’università) che gira dappertutto insieme alla gamba mortuaria dolorante, ai ricordi dell’infanzia tribolata, assillato da una sorella minore che lo tratta come un bambino. Sbornia al momento giusto e Robin pronta a tirarlo su come l’angelo custode. Sesso solo accennato con garbo.
Niente di nuovo sotto il sole, niente di originale se non una bella tecnica di scrittura maturata col tempo. Alla fine il colpevole è proprio lui, quello inverosimile già sfruttato millanta volte nella tradizione del romanzo poliziesco, e dunque verosimilissimo, beccato subito (o quasi, via) dal lettore vispino.
Un ottimo al principiante Galbraith e un buono alla stagionata Rowling.

chiese pievi e segretiChiese, Pievi e Segreti sulle colline di Siena, di Annalisa Coppolaro, il Leccio 2013.
Paesaggio stupendo quello toscano, paesaggio ancor più mirabile quello delle colline senesi. E allora possiamo compierlo attraverso la guida esperta dell’autrice ricercando chiese e pievi antiche  che racchiudono tesori di arte e di storia. E di leggende. Andando verso San Quirico si incontra la villa “Rondinella”. Due amanti, un amore antico sfortunato, una presenza che si manifesta ancora oggi con “voci, chiarori, cigolii”. E, addirittura, con banchetti fantasma.
Per la chiesa di Giovanni Battista a Corsano si parla della “Sposa Bambina”. Una ragazzina di dieci anni data in matrimonio ad un signore (siamo nel ‘600) che al momento fatidico del “sì” fugge dalla chiesa e svanisce nel bosco dove si perde ogni traccia. Anche adesso nelle domeniche di primavera si trovano piccole impronte come se lei tornasse a visitare quel luogo.
La chiesa di Santa Cecilia a Crevole racchiude numerose fatti da brivido fra cui quello del vescovo Domusdeo Malavolti che urla alla luna piena. Sarebbe apparso anche alle truppe spagnole nel 1554 durante la guerra che portò alla caduta della Repubblica di Siena, minacciando i soldati con un crocifisso.
A Pievescola c’è la contessa Ava dei Lombardi che vaga per i boschi e con uno sguardo risolve i problemi di chi la incontra (andateci!). E ancora misteri e misteri che rendono intrigante il cammino. Insomma una guida di storia, amore, passione, ricca di paesaggi incantati, di arte, di cultura tra il fremito di racconti leggendari. Anche in inglese, cioè edizione bilingue nello stesso testo, e con belle foto di Göran Södeberg.

pietra è il mio nomeEd ecco il contributo della nostra Patrizia Debicke: Pietra è il mio nome di Lorenzo Beccati, Editrice Nord 2014 (anche in ebook).
Romanzo giallo noir di Lorenzo Beccati, ben noto al pubblico per prestare la sua voce al Gabibbo in diverse trasmissioni televisive, Pietra è il mio nome è un thriller, a tratti granguignolesco, a fondo storico, ambientato nella Genova del 1601. Ben delineato, vivo e quasi palpabile il quadro della città con la ricchezza e lo splendore dei suoi palazzi, la protervia dei nobili, degli sbirri e del clero e come debole contraltare i carruggi, i vicoli che trasudano povertà da ogni pietra e condizionano un popolo miserabile e superstizioso. La protagonista della vicenda è Petra, o Pietra come lei preferisce farsi chiamare, una strana ragazza che sa celare dietro una bacchetta da rabdomante un eccezionale acume quasi da super poliziotto e una straordinaria abilità in letali arti di combattimento degna di una cintura nera e che, ogni volta, sigla le sue vittorie con il suo grido di battaglia: Pietra è il mio nome. Vita grama per questa giovane donna che, con la tiepida benevolenza dogale, vive vendendo a ricchi e poveri la sua capacità di rabdomante per trovare oggetti smarriti o rintracciare persone scomparse e che porta un difficile e pesantissimo nome: Petra o Pietra, denso di significato per la storia. La pietra infatti è l’orribile strumento per la lapidazione (praticata ancor oggi con troppo disinvoltura da molti fanatici paesi mediorientali). E proprio la lapidazione si rivelerà la causa incidentale del fattaccio. Ce lo chiarisce un flash back riportandoci all’infanzia da orfanella della nostra eroina che, nascosta dietro una siepe, aveva assistito alla morte della piccola Nora, uccisa per vendetta a colpi di pietra da altre bambine sue compagne di sofferenza nell’orfanotrofio.
Siamo nel Seicento genovese, il secolo che vide i grandi ritratti (allora il pittore di moda tra i genovesi era Antoon van Dyck), tanta storia, tanta guerra e l’incolmabile abisso sociale che divideva i nobili dalla plebe.
Dicevamo il fattaccio, che poi è un terribile delitto e che coinvolgerà personalmente Petra/Pietra la rabdomante-detective. Stavolta il compito che deve affrontare è diverso da tutti gli altri. Mentre Genova è in preda alla frenesia orgiastica del carnevale, viene ritrovato il cadavere di una giovane donna, massacrata a morte e, accanto a lei, una bacchetta da rabdomante che potrebbe incriminarla. Petra/Pietra deve difendersi, cercare, indagare e la sua indagine la porterà a scoprire che la maledizione di quei delitti viene dal passato. Ma chi e cosa li lega alla lontana follia di un gruppo di bambine? Pietra scoprirà che anche la sua vita è in gioco. Bisogna fermare l’assassino a ogni costo.

Un saluto da…
Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

“Il calice della vita” di Glenn Cooper

20131125_191946Straordinario successo per la presentazione romana di Il calice della vita (Editrice Nord, 2013) ultimo (per il momento) romanzo dell’americano Glenn Cooper.
Sessant’anni, laurea in medicina e in archeologia, carriera da manager, Cooper si è imposto all’attenzione del pubblico con la trilogia di Will Piper (La biblioteca dei morti, Il libro delle anime, I custodi della biblioteca), dopo la quale ha pubblicato altri quattro romanzi stand-alone di argomento storico-avventuroso nei quali (salvo che in uno) vicende attuali affondano le radici nel passato.
Nel Calice della vita l’autore affronta (e vince) la sfida narrativa di trattare un argomento già oggetto di numerosi romanzi in modo nuovo e avvincente per i lettori. L’argomento è, come si può intuire, la ricerca del Graal, che coinvolge il protagonista Arthur Malory, appassionato “cultore della materia”, quasi a sua insaputa. Al suo fianco una giovane scienziata francese, Claire. Contro di lui la setta dei Khem, che ha tramandato nei secoli la risposta al mistero più grande di tutti ma è priva del “pezzo” più importante.
IMG_933445487147332Come in altri romanzi di Cooper, la trama è compiuta ma la soluzione finale è lasciata all’intuizione del lettore. Sarà questo, o saranno i temi trattati, o la scrittura in stile sceneggiatura, ricca di colpi di scena, fatto sta che i lettori italiani ne sono rimasti catturati.
Moltissimi i giovani presenti che, dopo aver ascoltato l’autore in reverente silenzio, hanno chiesto notizie dei prossimi libri (una nuova trilogia in arrivo) e di eventuali trasposizioni cinematografiche dei primi romanzi.
A seguire, firmacopie chilometrico: per ciascuno dei presenti Cooper ha avuto parole gentili ed è stato disponibile a farsi fotografare con chi lo richiedeva (praticamente tutti!).
Indipendentemente dal merito dei romanzi (ci sono bei romanzi che comunque non riscuotono lo stesso successo) è stato davvero un piacere constatare che esistono autori capaci di muovere centinaia di persone, anche in un giorno di sciopero e freddo eccezionale.
Come ho detto all’inizio della presentazione, vedere tutti quei volti attenti mi lascia sperare che non tutto sia perduto.