La luce di Akbar – Navid Carucci

Navid Carucci
La luce di Akbar
La Lepre Edizioni, 2021
Recensione di Patrizia Debicke

Quali ombre oscurano il sovrano più illuminato dell’Islam?
«La lettura di un libro come questo, per gli italiani che amano la storia e per quelli affascinati da esotismo ed orientalismo – e sono tanti: molti di più di quanti non si creda – dovrebb’essere una festa; e il fatto che sia stato edito proprio da noi, un avvenimento». Dalla Prefazione di Franco Cardini.

Ritengo che non si possa parlare o scrivere di storia, e soprattutto di un romanzo di storia, se prima non si colloca geograficamente e mentalmente per il lettore ciò di cui si vuole scrivere. Per secoli per via della seta (attenti però perché si guadagnò questo nome solo alla fine del 1800) s’intende l’intreccio di circa 8000 km di itinerari terrestri, marittimi e fluviali asiatici che furono percorsi anche da Marco Polo, lungo i quali dall’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Le vie carovaniere attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia Minore e al Mediterraneo attraverso il Medio Oriente e il Vicino Oriente. Senza tenere conto delle diramazioni che si estendevano a est alla Corea e al Giappone e, a Sud, all’India…
E invece cosa si sa dell’impero conosciuto come il Gran Mogol (che poi sarebbe meglio chiamare più correttamente Gran Moghul) fiorito dal 1526 al 1707 e del suo fondatore Bābur detto il Conquistatore? Cosa si sa della favolosa epopea di quei re guerrieri di razza mongola, discendenti dal grande e terribile Timur (Tamerlano) che tra il Tre e Quattrocento (quando in Italia fiorivano prima i comuni e poi il Rinascimento) aveva creato un immenso impero che andava dalla Turchia fino all’Himalaya? Dopo che Colombo aveva scoperto l’America, regalando un florido impero alla Spagna e poi agli Asburgo, l’Europa tutta aveva messo la prua a Ovest nell’oceano Atlantico, tesa a scoprire nuove terre e continenti di conquista, Madrid era ancora in mano a Filippo, figlio di Carlo V, e l’impero in quelle del fratello Ferdinando prima e del nipote Massimiliano: cosa accadeva intanto dall’altra parte del mondo?
Cominciamo dalle origini.
Il subcontinente indiano era un immenso territorio popoloso e un crogiolo di lingue, razze e varie religioni. A partire dall’VIII secolo tuttavia prese piede l’islamismo, ma tra il Quattro-Cinquecento il panorama religioso del subcontinente fu pervaso dal movimento sikh e dalla comparsa del cristianesimo portato da mercanti e missionari.
Il precario equilibrio pacifico tra i popoli fu interrotto da un potente capo militare afghano, Bābur il conquistatore (1486-1530), discendente da Tamerlano il grande, che tra il 1526 e il 1530 gettò le fondamenta dell’impero Moghul. Bābur governava una delle tante città della Transoxiana, per buona parte l’odierno Uzbekistan. Scacciato dalle sue terre a seguito dell’invasione dei nomadi Uzbeki, Bābur era ben deciso a riconquistarsi un regno. Con un esercito piccolo ma feroce e ben armato invase l’India, allora sotto il dominio del Sultanato di Delhi, e il 21 aprile 1526, dopo avere affrontato l’esercito del sultano Ibrāhīm Lōdī nella battaglia di Panipat, riportò una schiacciante vittoria. Poi regnò per altri quattro anni, durante i quali consolidò l’impero che andava dall’Afghanistan al Bengala e, incrementando la migrazione turca in India dall’Asia centrale, accrebbe nel paese il peso della religione islamica.
La data d’inizio dell’impero Moghul si può considerare il 21 aprile 1526, giorno della vittoria sull’esercito di Ibrahim Lodi In seguito Bābur sconfisse anche gli eserciti degli altri principali clan Rajput (caste guerriere), ma la sua prematura morte (1530) interruppe lo slancio della conquista. Gli successe il figlio Humayun (1530-56), che ebbe un regno travagliato, contestato dai fratelli, ma che riuscì a riconquistare pienamente nel 1555. Il figlio di Humayun, Akbar il Grande, terzo imperatore, pur asceso al potere appena a quattordici anni (1556-1605), riusci a sbaragliare gli avversari che gli contendevano la successione e consolidò il dominio. Tra il 1574 e il 1576 si allargò al Gujarat, al Deccan settentrionale, al Bengala, all’Orissa, arrivando fino a Kandahar, in Afghanistan. Grazie a una alleanza matrimoniale con il maharaja di Amber, Biharamal, ottenne la collaborazione dei Rajput e la sua successiva azione militare gli consentì di controllare tutto il Nord dell’India, Kashmir compreso. Completata infatti la conquista del Bengala e sottomesso il Gujarat, tutti i principati indù Rajput furono ammessi nell’apparato amministrativo Moghul come esattori delle tasse. Insomma un inquadramento statale relativamente saldo, teso a favorire l’integrazione di musulmani e indù, con un nuova religione sincretistica, abolendo la tradizionale imposta islamica agli infedeli.
E ora parliamo del libro. Nell’Hindostan del XVI secolo Akbar, terzo imperatore della dinastia Moghul, che detiene il potere assoluto, sta governando con grande saggezza e senso di misura su una eclettica corte che accoglie indifferentemente islamici sunniti e sciiti, gesuiti, indù, ebrei, zoroastriani. La sua apertura mentale e accettazione dell’altrui pensiero di ogni etnia e dottrina provoca indignazione tra i custodi dell’ortodossia religiosa, che rumoreggiano inascoltati ma tramano nell’ombra e intenderebbero ostacolare i provvedimenti imperiali o addirittura arrivare a rovesciare l’imperatore. La sua grande dirittura morale spaventa e risulta inaccettabile. In un’atmosfera in subbuglio, in cui finiranno per dominare arrivismo, crudeltà e ferocia, si inserisce la triste avventura della vita del funzionario hindu Jamal e di suo figlio Samir. Vita tristemente satellitare a quella di alcuni astri della corte imperiale, come il principe Salim, viziato e amorale primogenito di Akbar, geloso del padre ma a cui vorrebbe assomigliare, e i suoi due fratelli/fratellastri guastati dal potere e dagli ozi.
Samir e Salim pare che possano essere amici, accomunati dall’astio verso i rispettivi genitori e dall’idilliaco ma crudele innamoramento per Man Bai, sensuale principessa hindu celata dalle grate dell’harem. Ma a conti fatti non c’è e non ci sarà mai nulla di veramente in comune tra loro. Neppure un tratto di penna, neppure un pur qualche verso di poesia.
Faccio fede al colto autore e alla sua affermazione che quasi tutti i personaggi siano storicamente esistiti e gli ho dedicato ore di attenta lettura per soddisfare la mia curiosità. Lo ringrazio per avermi costretta a tuffarmi e a immedesimarmi in certi interstizi della grande Storia sempre utili per inquadrare la loro epoca ma anche questa nostra oggi tanto incerta e spesso sofferta attualità. Mi sono piaciuti molto il re Akbar, l’erudito Abul Fazl. Molto poco l’inflessibile e squallidamente vigliacco mullah Badauni. Nonostante tutti i miei sforzi non riesco ancora a capire cosa abbia spinto Rodolfo d’Acquaviva, l’ardente gesuita, ad abbandonare a soli otto anni la primogenitura per diventare prima novizio, poi sacerdote per imbarcarsi per le Indie con Matteo Ricci e, dopo aver pascolato ieraticamente, andare alla corte di Akbar a farsi trucidare ad appena 33 anni con due confratelli vicino a Goa. Ma magari la volontà divina è imperscrutabile. Altri personaggi da manuale: un impero crea sempre rivali quali furono Shahbaz khan e Aziz koka.
La luce di Akbar si avvale di un esile fil rouge per portare avanti una favola amara, utile per farci riflettere su temi sempre attuali: il dibattito religioso, la natura del potere, il dialogo tra civiltà diverse. E mette in primo piano le problematiche legate sempre ad accettare e sopportare l’eredità dei padri. Da sempre ostacolo, spesso insormontabile.
Carucci ci offre anche una chicca per noi impensabile quando ci spiega il potere assunto nelle alte sfere imperiali dal fatale vizio del bere, una droga in grado di bruciare carriere e addirittura vite.
Ma, parlando dell’impero di Moghul, sarà opportuno anche non dimenticare il progressivo sviluppo manifatturiero, stimolato dallo sforzo della classe dirigente e dalla domanda europea.

Navid Carucci, laureato in Storia dell’Asia orientale, insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Traduttore di fumetti, riviste, narrativa e saggistica ha pubblicato i romanzi Guerrieri (Serarcangeli) e Eclettismo (Robin).

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