Letture al gabinetto – Agosto 2021

Rubrica a cura di Fabio Lotti

Complotto all’ambasciata di Ngaio Marsh, Il Giallo Mondadori 2021
Anni Settanta. Il primo personaggio a comparire è Samuel Whipplestone, fresco di congedo dal proprio lavoro al Foreign Office di Sua Maestà che aveva portato avanti proficuamente “anche grazie ai suoi modi raffinati con i plenipotenziari stranieri, specie quelli africani”. Lo vedremo installato al numero 1 di Capricorn Walk a Londra. E lo vedremo in compagnia di un gatto, più precisamente di Lucy, che potrebbe essergli molto utile. Il secondo personaggio importante della storia è il sovrintendente Roderick Alleyn che sta discutendo con l’ispettore Fox di un bel problema: quello del presidente del Ng’ombwana atteso a Londra per una visita ufficiale. Il problema consiste nel fatto che non vuole assolutamente alcuna misura di sicurezza, anche se ha già subito diversi attentati. Dunque occorre convincerlo attraverso lo stesso Alleyn, suo vecchio compagno di scuola, e con l’appoggio di Samuel Whipplestone, “esperto delle faccende che riguardano il Ng’ombwana”. E da entrambi veniamo a sapere quali possono essere i suoi nemici, tra cui individui di società commerciali e professionali che stanno per essere cacciati dal suo paese, i fanatici che odiano i neri e quelli di Potere nero che odiano i bianchi. Un bel caos…
Ma torniamo all’abitazione di Samuel dove accade qualcosa di strano. La gatta ha portato via un medaglione dall’appartamento di Sheridan, inquilino che vive nel seminterrato. Un particolare medaglione che avrà la sua parte anche in seguito…
Il fatto eclatante avviene durante il ricevimento all’ambasciata della neonata repubblica. Ad un certo momento della festa uno sparo, si spengono le luci, e viene ucciso un uomo colpito da una lancia nella schiena. Non si tratta del presidente ma del suo ambasciatore. Bella gatta da pelare per Alleyn e Fred Gibson, sovrintendente dei reparti speciali, con il contributo di Whipplestone. Anche perché, dopo avere ascoltato i presenti al fattaccio, qualcuno mente… C’è pure un piccolo circolo sociale che si occupa di percezioni extrasensoriali di cui fanno parte alcuni personaggi coinvolti nella vicenda. E anche “una specie di club cementato dall’odio per i neri”. Occorre vederci chiaro… Il tutto reso più difficile dal comportamento del Fracassone (soprannome del presidente) che non vuole vincoli di sorta, se ne va tranquillo a passeggio e pure a farsi fare il ritratto dalla moglie di Alleyn. Bisogna a tutti costi evitare un attentato.
Bell’incrocio tra spy-story e giallo classico ricco di movimento e dubbi, reso di gradevolissima lettura per lo stile inappuntabile della Marsh capace di creare personaggi e situazioni diverse in punta di penna, senza esagerare con piccoli tocchi d’artista.
Per La storia del premio Tedeschi di Vincenzo Vizzini abbiamo i vincitori delle edizioni del 1992-1993 e 1994: Mario Coloretti, Carlo Lucarelli e Lucio Dall’Angelo-Aldo Sorlini.

Troppi suicidi di Reginald Hill, Il Giallo Mondadori 2021.
Il libro si apre con una lettera anonima di una donna, e non sarà l’unica, indirizzata al sovrintendente investigativo Andrew Dalziel nella quale specifica “Vede, la ragione per cui le scrivo è che ho deciso di uccidermi. Non intendo subito. Penso, comunque, diciamo entro i prossimi dodici mesi”. Il quale Dalziel, dopo aver ingollato birra e whisky, è coinvolto in un dubbio suicidio-omicidio della signora Gail Swain, moglie dell’imprenditore edile Philip, trovata insieme all’amante Gregory Waterson e al marito stesso, uccisa con un colpo di pistola alla testa. Dalle dichiarazioni dei due uomini sembra che la signora, in preda a una profonda crisi, si sia sparata mentre entrambi cercavano di fermarla. Ma i dubbi rimangono e, comunque, per Dalziel l’assassino è Philip perché trovato con la pistola in mano.
Inoltre dal referto autoptico viene fuori che la morta “aveva bevuto come una spugna” e “risultava pure essere un’eroinomane”. Occorre vederci chiaro anche con l’aiuto dell’ispettore capo Peter Pascoe. Ma l’indagine è più difficile del previsto e il capo della polizia Dan Trimble vuole chiuderla in fretta (un classico), anche perché l’accusato ha una sua impresa che sta lavorando per la polizia (socio dei lavori Arnie Stringer). Dietro all’episodio c’è tutta una storia particolare che riguarda la famiglia di Philip, dato che anche il fratello Tom Swain si era suicidato con un colpo di pistola nel granaio. E, intanto, Gregory Waterson se l’è svignata…
Al centro della ricerca, tra un whisky e l’altro, il testardo “grassone” Dalziel “lottatore di sumo” e le sue imprevedibili battute, ma viene dato spazio anche ad altri personaggi come Pascoe, il sergente Wield e l’investigatore Seymur. C’è pure una festa per la presentazione dei Misteri con la regista Eileen Chung, che ringrazia pubblicamente il reverendo Eustace Horncastle per avere concesso, come scenario della rappresentazione, le rovine dell’abbazia di Santa Bega. Ad interpretare Dio vorrebbe proprio il nostro Dalziel…
Intorno alla storia principale se ne intrecciano altre come quella di Shirley Appleyard, figlia di Stringer, lasciata dal marito Tony che vuole ritrovare proprio con l’aiuto di Dalziel. Di mezzo soldi, debiti, fallimento, tresche amorose, tradimenti, pure la droga, mentre continua la ricerca affannosa di Waterson (dove si sarà cacciato?). E arriva un altro suicidio, almeno così sembra, insieme a una certa, particolare confessione, ma Dalziel è duro, testardo, convinto che il colpevole sia proprio Philip Swain. E le lettere anonime che continuano ad arrivare? Che fine avranno? Ci sarà il gesto estremo annunciato? E chi sarà la scrivente che sembra conoscere diversi fatti della storia? Un viaggio complicato tra le pulsioni più oscure dell’animo umano.
Per I racconti del giallo abbiamo Il torrone alle mandorle di Don Gavino di Pietro Furlotti.
“Il commissario Amos Mariani è tornato. Questa volta con un caso complesso dove il questurino è chiamato a far luce sull’omicidio di un religioso che vive da eremita sulle colline dell’Appennino parmense”, e più precisamente di don Gavino, tra la Pasqua e il Natale del 1971 e tra una delizia di portate da far venire l’acquolina in bocca. Però basta una foto, un po’ di colpo d’occhio e l’arpeggio di Paul McCartney…
Infine per La storia del premio Tedeschi di Vincenzo Vizzini vengono ricordati i vincitori delle edizioni 1989/1990/1991, ovvero Gianni Materazzo, Danila Comastri Montanari e Anna Maria Fontebasso.

Le vite parallele di Antonio Fusco, Giunti 2020.
Siamo a Valdenza, cittadina della Toscana. Freddo e gelo. Qui è scomparsa Martina Bonelli, una bambina di tre anni e qualche mese. La madre Elena Fiano accusa Walter Guzman, l’ex amante balordo e alcolizzato che si trova a Nizza, di averla rapita dopo un messaggio minaccioso. Praticamente una mattina non l’ha trovata nel suo lettino. Dovrebbe essere un nuovo caso per il commissario Casabona, napoletano trapiantato in Toscana, ma in questo momento è in congedo perché occupato a stare vicino alla moglie Francesca che si trova in ospedale per una brutta malattia. Al suo posto guida le operazioni l’ispettore Proietti che gli spiega l’accaduto, ma quando gli mostra la foto di Martina qualcosa scatta dentro Casabona. Non potrà fare a meno di partecipare alle indagini. E intanto Guzman si è suicidato a Mentone, gettandosi dal quarto piano dell’albergo in cui si trovava. Così almeno sembra per la polizia francese, come se avesse ammesso la sua colpa.
Caso chiuso? Troppo facile. Attraverso le moderne tecniche d’indagine (telecamere, tabulati telefonici…) si viene a scoprire tutt’altra realtà, già confermata da Alessandro, figlio di Casabona (ha anche una figlia, Maria) che aveva conosciuto Guzman in comunità e, secondo lui, non era un tipo capace di rapire una bambina. Viene il sospetto che sia stato ucciso. Da chi? E perché? E qualcosa non quadra per quanto riguarda la madre della bambina. Ora tutto sembra a posto. Tutto risolto. Sembra…
Perché arrivano altre scoperte, altri dubbi, altri assilli, anche sul padre di Martina che ha un’amante. Dunque la faccenda non è così semplice come si sperava. E allora occorre passeggiare, pensare, riflettere. Continuare l’indagine con l’aiuto di tutta la squadra. E, occhio, che le apparenze ingannano. Fino alla fine, quando tutti i tasselli sembrano essere al loro posto.
Al centro tra gli amori presenti e quelli passati, tra le gelosie, le invidie, i momenti di commozione, i ricordi che si affacciano improvvisi alla mente c’è il nostro commissario Casabona, capace di scolarsi una mezza bottiglia di rhum ascoltando una canzone di David Coverdale in caso di improvvisa malinconia, o di buttar fuori di getto un “Merda!” quando qualcosa non gli torna. Personaggio vero, sincero, umano, impantanato in certe vite parallele, in un labirinto di vite apparenti e vite nascoste.
Nel labirinto della Vita, insomma, con tutti i casini che si porta appresso. Ma un filo di speranza ci potrebbe essere. Forse. Forse nell’Amore che può resistere anche ai momenti di smarrimento.

E verrà un altro inverno di Massimo Carlotto, Rizzoli 2021.
Che casino, ragazzi! Voglio dire il mondo, la vita con l’essere umano che ci gironzola intorno. Non si salva nessuno. Forse qualcuno sì, via, ma è l’eccezione che conferma la regola. Basta uno sguardo in qua e là dove viviamo, o basta leggere uno dei tanti libri come questo.
Prendiamo un paio di personaggi come Bruno Manera e Federica Pesenti in un paesino del nord chiuso sul fondo di una valle. Lui ricco, lei lo stesso. Mica male. Anzi. Solo che Bruno è considerato un “forestiero” venuto dalla città, mal visto da tutti, e la giovane moglie Federica lo cornifica ampiamente con sommo gaudio. Per soprammercato, come si direbbe tra amici, lo “straniero” è brutalmente aggredito e, in seguito, ucciso.
Veniamo ai primi aggressori, i cugini Michi e Robi. Michele e Roberto, due delinquentelli che non possono mai essere sospettati di niente, perché considerati onesti cittadini, onesti lavoratori rispettosi della legge che fanno un po’ tutto quello che fanno gli altri paesani, compresa la scopata delle nigeriane che battono alla periferia della città. Ora costretti a lavoretti sporchi con la crisi che c’è in giro…
Passiamo all’amante di Federica, ovvero Stefano Clerici, consulente finanziario di trentasei anni che gestisce da otto il suo patrimonio. Certo che, senza il marito, la sua posizione risulterebbe ancora più brillante…
Arriviamo all’unico personaggio che vuole aiutare per forza Bruno Manera, ovvero la guardia giurata Manlio Giavazzi, vigilante della banca locale, una vita penosa alle spalle. Finalmente un po’ di vero affetto e sentimento, penserà il lettore, perché pieno di consigli e premure verso l’amico. Forse, però, addirittura troppe… Che cosa frulla veramente nel suo cervello?
E poi ci aggiungo la polizia nelle vesti del maresciallo Piscopo pronto a tenere il territorio sotto controllo, costi quel che costi, pur di evitare che i colleghi ficchino il naso nella sua valle. E poi, ancora, i giornalisti, la carta stampata, le mogli, i padri, i matrimoni combinati…
È tutto un casino, tutto un guazzabuglio, tutto un intrallazzo: ricatti, estorsioni, sfruttamento, lucro, segreti, gioco sporco, pettegolezzi, malignità, vendette. Omicidio. Di tutto e di più. Da salvaguardare, in qualsiasi modo, l’apparenza, il rango, le convenzioni, il buon nome delle famiglie.
Non si salva nessuno in questo microcosmo, in questa piccola valle, specchio di una intera società. Forse le donne. Certe donne. Forse. E verrà, di sicuro, un altro inverno. Come quello di prima.
Dimenticavo. Occhio ad un quaderno dal bordo rosso e, soprattutto, ai marron glacè!

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e i vecchi signori del 1960
Romanzo anomalo (tradotto anche con il più diretto Maigret e gli aristocratici), in cui tutti i protagonisti sono decrepiti e perlopiù nobili. In un incantevole maggio parigino (“Era un maggio eccezionale, come ne capitano due o tre nella vita, di quelli che hanno la luminosità, il sapore, il profumo dei ricordi d’infanzia”), viene sorprendentemente ucciso uno di loro, un 77enne grande diplomatico, trovato crivellato di colpi nel suo studio, senza un motivo apparente. Dall’inchiesta, che il commissario porta avanti affascinato e quasi intimidito dal gran mondo (reminiscenze infantili: il conte di Saint Fiacre che di tanto in tanto appariva nella sua vita, ammantato di mistero.
In ogni caso, Maigret considera i nobili degli alieni, ma non li disprezza affatto come invece tende istintivamente a diffidare di ogni borghese di qualche successo), verrà fuori (una volta tanto!) anche una soluzione “poliziesca” intelligente e originale, incentrata sulla figura della vecchia domestica religiosissima, che aveva sfigurato il cadavere, simulando un efferato delitto, terrorizzata dall’eventualità che il padrone, in realtà suicida, non avrebbe avuto una sepoltura cristiana se la verità fosse venuta fuori. Atmosfere ovattate, che contribuiscono a completare una delle inchieste più affascinanti del commissario.

Maigret perde le staffe del 1963
Premesso che il vecchio titolo italiano Maigret e l’affare strip-tease era di singolare idiozia e che pure il titolo adelphiano è una volta tanto filologicamente impreciso (la colère di Maigret è gigantesca, mentre “perdere le staffe” rimanda, a mio parere, a un contesto non drammatico), Simenon tocca in queste pagine un tabù, rasentando la blasfemia. Maigret, infatti, non è un essere umano, questo l’abbiamo capito. Se si escludono le birre e i calvados, Maigret è puro come un eroe, come Batman. Non lo si potrebbe mai nemmeno immaginare contaminato dalle normali debolezze umane (che so, un tradimento della amata moglie di fronte all’ennesima prostituta ammiccante); tra le altre cose, non potremmo mai pensare a lui come a un funzionario corrotto, nonostante Simenon indulga a dipingere la Francia come luogo per nulla mondo da questa lordura. Ebbene, in questo romanzo, ambientato ai primi di giugno in una Parigi molto turistica, con la descrizione dei locali notturni di Montmartre (cfr. anche La ballerina del Gai-Moulin, n. 3 e Maigret al Picratt’s, n. 33) e della Little Italy del protagonista sposato a una bella italiana, l’uomo nero di turno, un laido avvocato, ricavava somme ingenti assicurando i suoi clienti di avere degli “agganci” alla polizia, tra i quali il principale sarebbe stato proprio Maigret. La reazione di Maigret alla scoperta dell’osceno inghippo è terrificante, e il suicidio per impiccagione in cella del colpevole appare il minimo che poteva capitare a un uomo tanto sacrilego.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Mozart deve morire di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2021.
«Camminavo a piccoli passi nella penombra, accortamente, quasi a tentoni, attratto dalla musica che, in fondo a un lunghissimo corridoio, qualcuno stava suonando al pianoforte. Seguivo quella melodia celestiale, così struggente e intensa che non sembrava nemmeno di questo mondo…»
Ma quelle note, quell’incredibile melodia che scaturiva dal pianoforte non poteva che essere di Mozart… Come non individuare subito la sublime magia, il tocco musicale dell’indiscusso protagonista dei mutamenti culturali europei del tardo Settecento? Quella universalità mozartiana, frutto di diversi influssi ed elementi, di influenze (soprattutto italiane e tedesche) meravigliosamente fatte proprie e digerite. Quel tutt’uno in grado di garantire mirabile equilibrio, creatività e la necessità di un naturale compendio, tra contenuti spirituali e materiali punto di incrocio epocale, nella transizione tra ancien règime ed era rivoluzionaria e ormai permeata di una sensibilità indiscutibilmente moderna.
Intrigante prologo, in cui si affaccia il protagonista e voce narrante della storia che, subito dopo aver assistito a una affollatissima rappresentazione teatrale di Le nozze di Figaro, rivelatasi un trionfo nonostante la mediocrità di musicisti e cantanti, si presenterà ai lettori dicendo: «Ah sì, scusate se non ve l’ho ancora detto, io sono un giornalista: mi chiamo Cherubino Hofner, per tutti Cherub, e scrivo di musica e teatro sulla gazzetta «Die Wiener Stimme», uno dei quotidiani più autorevoli della capitale.»
Il suo compito infatti, appena uscito dal teatro, sarà mettersi subito a scrivere per il suo giornale un pezzo sull’opera alla quale ha assistito, e poi magari concedersi una birra in premio.
Siamo a dicembre del 1811 il che vuol dire che i fratelli Morini per una volta, lasciato a Roma il loro personaggio cult, il libraio investigatore Ettore Misericordia, hanno fatto un salto nel tempo e si sono trasferiti a Vienna, più precisamente venti anni dopo la morte di Wolfangus Amadeus Mozart, per passare il compito di protagonista a un giovane, irrequieto e un po’ scombinato, aspirante scrittore che sogna di diventare un novello Goethe…
Nel mettere la data sull’articolo – il 5 dicembre 1811 – il nostro giornalista si accorge che proprio quel giorno cade il ventesimo anniversario dalla morte di Mozart, il genio di Salisburgo.
Una morte misteriosa, ad appena trentacinque anni, piena di dubbi e ombre e di cui non si è mai lasciata trapelare una plausibile versione ufficiale. Tutti convengono sul fatto che il Maestro negli ultimi tempi non stesse bene, era inquieto, quasi presagisse qualcosa.
Ma di cosa è veramente morto Mozart? Si trattò di malattia fatale, contagio mortale? In quel periodo a Vienna i defunti, dopo la benedizione, venivano inumati in fosse comuni. Ragion per cui nessuno oggi può sapere esattamente dove riposino i suoi resti mortali.
La grande passione di Cherub (cherubino) Hofner per la musica di Mozart – passione trasmessagli dal padre, che gli ha persino dato quel nome in suo onore – lo spingerà a intraprendere un’indagine su quella morte. Non sarà facile perché prima, citando i grandi numeri degli spettatori e l’attuale immenso successo ovunque per quella musica, deve convincere l’editore del potenziale interesse del pubblico a scoprire i particolari legati alla prematura fine di Mozart, e poi scriverne a puntate sul «Die Wiener Stimme». Ma non sbaglia perché già il suo primo articolo, denso di pathos e mistero, drammaticamente impostato sul cimitero di St Max e giorno della sepoltura, un giorno funestato da una gelida pioggia che aveva tenuto lontano anche gli amici più cari, riscuoterà gran successo e farà raddoppiare le vendite della testata…
Una serie di articoli, un lunghissimo, devoto ultimo atto dedicato alla morte di colui che nelle sua breve vita compose ben 21 opere, 49 sinfonie, 25 concerti per pianoforte e orchestra, 5 concerti per violino e orchestra, 23 quartetti per archi, 17 sonate per pianoforte, 35 sonate per violino e pianoforte, e inoltre messe, cantate, litanie, vespri, composizioni liturgiche minori, sonate da chiesa, arie con orchestra, Lieder, canoni, trii, quartetti per varî strumenti, quintetti, marce e danze per orchestra, divertimenti, serenate, cassazioni, concerti per diversi strumenti e orchestra. Cherub Hofner interpreterà ogni particolare per i suoi lettori fino a conoscere il successo, arrivare a sognare più in alto per la sua carriera letteraria per poi svelare alla fine la scioccante, straordinaria e inimmaginabile verità.

Tutti si muore soli. La prima indagine del commissario Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2021.
Napoli, articolato coacervo di antiche civiltà dove tutto, da sempre, riesce a mischiarsi, convivere e riciclarsi, nel 1833 è la multiforme città che, con le sue grandezze e le sue miserie, da appena un ventennio ha smesso di essere la prospera e lussuosa capitale dei Borboni ed è divenuta una  provincia del regno d’Italia. E lei, che qui a buon diritto potrebbe farsi protagonista, con generosità si fa da parte per prestarsi a far da palcoscenico e scenario.
Il sipario di Tutti si muore soli si alza infatti per strada, nel cuore della città: nei Quartieri Spagnoli, un reticolo di palazzi disposti a scacchiera situato a monte, rispetto a via Toledo. Rione voluto dagli spagnoli nel 1500 circa, dopo la conquista della città da parte di Don Pedro da Toledo. E proprio in quella zona, allora esterna alle mura, erano stati costruiti gli accampamenti per i soldati.
Ma cosa succede per strada? Il commissario Veneruso, «uomo distinto, non tanto giovane, non tanto magro, non tanto alto e neanche tanto tonico», appena guarito da una brutta febbre, di primissimo mattino, incurante delle scarpe nuove che gli mordono i piedi, si è messo per strada per raggiungere il suo commissariato di piazza Dante. Una lunga passeggiata. Veneruso non ha contatti con il mondo da un’intera settimana. Per sette giorni è stato così male da temere il peggio e ha mandato via i suoi agenti rifiutando di aprire la porta. Insomma non sa niente. Di che? Ma della brutta faccenda di cui tutta Napoli parla da giorni, l’assassinio della baronessa Salomé, giovane dama dedita a opere di carità! Ne verrà a conoscenza per strada dalla gente che incontra, piccoli artigiani, prostitute, mendicanti, cameriere e persino il prete che vorrebbero avere maggiori   notizie da lui, il regio commissario, e invece saranno loro, a spizzichi e bocconi, a dargli pian piano un’idea sempre più precisa della situazione. Durante la sua assenza per malattia, la baronessa è stata uccisa e i possibili sospettati, e relativi  alibi, si rincorrono in una catena di corna e contro corna che travolge mezza aristocrazia napoletana.
Tanto che Veneruso, giunto al commissariato in Piazza Dante e sedutosi alla scrivania, comincerà a tirare le somme del fattaccio: la giovane baronessa Salomè, cristiana e benefattrice, è stata ritrovata nuda e strangolata nel letto. Suo marito ha un’amante, la contessa Barbara Lomelet. Anche la contessa Barbara ha un marito, Nicola Lomelet. Però anche il conte Nicola ha un’amante: la duchessa Gisella Portolan. Che a sua volta ha un marito, il duca Ezio Portolan, in quel momento sotto interrogatorio perché i suoi uomini lo pensano il sospettato numero uno. Però anche il duca Ezio ha un’amante, la principessa Veronica Puccini… La quale sta arrivando in questura per scagionarlo, dichiarando che quella sera il duca era con lei. Resta il principe, il marito della principessa…
Ma, prima che Veneruso possa tirare il fiato e riuscire almeno a fare colazione, se ci pensa non mangia quasi nulla da una settimana, al Commissariato arriva la notizia di un altro delitto: un ricercatore di Milano, uno studioso, è stato appena assassinato a coltellate nella Biblioteca Nazionale, in piazza Plebiscito. Nonostante la calura estiva e le scarpe strette, Veneruso decide di raggiungere la Biblioteca a piedi con i suoi uomini. E qui vedo bene quanto Diego Lama, amante della storia e collezionista di giornali d’epoca, che conduce tutta la narrazione giocando tra acuta ironia e sarcasmo, si sia molto divertito a inserire nella trama in veste di giovani studiosi e ricercatori, ma anche potenziali assassini, Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio e il già anziano romanziere Francesco Mastriani (fior fiore dell’intellettualità partenopea dell’epoca, a testimonianza di quanto Napoli fosse uno dei centri di cultura italiana tra i più vivaci). Tutti gli studiosi concordano nell’affermare che subito dopo l’omicidio, la vittima è stata accoltellata a morte, un giovane è fuggito attraverso un balcone che affaccia sul retro, ma non sanno descriverlo. Un vero mistero, dunque. Ma non è finita qui. Perché mentre il commissario e i suoi agenti procedono con le testimonianze dei presenti, viene denunciata la barbara uccisione di una bambina in un vicolo…
Diego Lama, napoletano doc, ci regala un romanzo molto speciale, che riesce a ricostruire e restituirci un efficace e autentico spaccato sulla storia della sua città, della cultura, della lingua oggi considerata dialetto che usa e spiega con attenta e colta puntualità…
Un giallo storico che galleggia con fierezza in un marasma di strabordante, puzzolente complice ed eccezionale umanità quale doveva essere la Napoli di allora. Una città a cavallo tra la nostalgia del passato e la voglia di vivere il presente, dominata dagli odori, sapori, colori e ordinarie terribili debolezze.
Una commedia umana dove, dopo la chiusura del sipario, la vasta e variegata galleria di personaggi, dai protagonisti ai comprimari, dalle comparse ai cadaveri, fa la fila per venire in scena a salutare e ringraziare i lettori/spettatori per gli applausi…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. Disastro totale di Jeff Kinney, il Castoro 2020.
La famiglia di Greg, grazie a una eredità, ha la possibilità di ristrutturare casa, ma durante i lavori avvengono degli imprevisti e Greg ne combina di tutti i colori, come al suo solito…
Così rimane una sola scelta, ovvero quella di trasferirsi in un altro posto.
Greg lascerà la sua casa, la sua scuola e i suoi amici, soprattutto Rowley?…
Questo è un libro molto buffo e divertente. Ve lo consiglio!

 

Le letture di Jessica

Cari bambini,
oggi vi presento La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Mondadori 2019.
L’orso Leonzio, re della Sicilia, ha un figlio, Tonio. Gli insegna a pescare ma non è bravo e viene catturato da due cacciatori. Poi c’è la guerra tra il Granduca degli uomini e gli orsi che vincono e conoscono il professor De Ambrosiis che possiede una bacchetta magica. Questa servirà per sconfiggere l’esercito dei cinghiali facendoli gonfiare ed esplodere in cielo. Ma non è finita qui perché ci sarà un altro scontro con il Granduca che verrà ucciso. Ora gli orsi sono i padroni ma incominciano a comportarsi male come gli uomini, soprattutto per opera del ciambellano Salnitro. Come andrà a finire? Gli orsi rimarranno in città o ritorneranno nelle montagne?…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

1 Comment

  1. Tutte letture molto interessanti, alcune di queste le dovrei recuperare assolutamente. Tra le altre cose ho anch’io quel libro dedicato al film d’animazione di Lorenzo Mattotti. Un bel libro rilegato molto bene. Inoltre io adoro il film animato, lo considero una piccola perla che purtroppo in pochi hanno visto. Qui ci feci una recensione, se sei interessata: https://mymadreams.com/2020/08/12/la-famosa-invasione-degli-orsi-in-sicilia-film/
    Buona giornata!

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