Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2020

(Anche quest’anno, incredibile ma vero, il nostro Fabio Lotti compie gli anni!
Auguri di buon compleanno, Fabio!
)

In attesa di rivedere e riabbracciare i miei nipotini ho ripreso in mano alcuni libri che avevo letto insieme a loro come Racconti per i bambini, Fiabe illustrate, Cento racconti illustrati e Storie illustrate dai miti greci, tutti pubblicati dalle Edizioni Usborne, per sfogliarli e rivivere qualche momento bello della mia vita.

L’amante di pietra di Stefano Di Marino, Il Giallo Mondadori 2020.
Avendo letto con soddisfazione sia Il palazzo dalle cinque porte che La torre degli Scarlatti, nei quali è presente il solito, ben riuscito protagonista, non ho avuto remore nel beccarmi anche questo.
Dieci anni prima. Villa sul lago. Una ragazza, giovane, bella, elegante. Ha proprio qui un appuntamento con qualcuno che le ha dato le chiavi per entrare. Silenzio, buio, fruscio, un gatto, profumo d’incenso. Statue di pietra posate su piedistalli. Fra cui quella una di una ragazza che ha conosciuto e poi è scomparsa. Ormai è troppo tardi…
Amsterdam, oggi. “Un uomo alto, con i tratti fini, i capelli scuri e lunghi sulle spalle, appena screziati con qualche sfumatura di grigio”, sguardo intenso ed abiti eleganti. Ovvero Bas Salieri, illusionista, mago, “cacciatore di falsi santoni, rivelatore di truffe e inganni ai danni della povera gente”, amante di thriller ed esperto di Taiji, una forma di arte marziale. Alla ricerca, fruttuosa, del manifesto cinematografico La magia nera nei secoli di Demetrio Savini, anno 1998. Praticamente il suo ultimo film horror. Che non piace molto a Zaira, la magnifica brasiliana segretaria di Bas. “È orrendo, un sogno di un folle”, la sua lapidaria definizione. Dopodiché una strana telefonata e sparisce, Non si trova più. Che collegamento potrebbe esserci tra Demetrio Savini morto da molti anni, geniale regista incompreso e Zaira che non aveva risposto alla domanda sui loro eventuali rapporti?
Ed ecco la telefonata dell’ispettore Vorbrek. Una ragazza è stata uccisa vicino al canale Singel nello Spui con la gola tagliata, intorno a lei un pentacolo con numerose candele rosse. L’arma, si saprà in seguito, potrebbe essere un Salmaguda originale… Iniziano le indagini della polizia e di Bas. Nella camera di Zaira una stanza segreta, una foto con cinque ragazze tra cui quella assassinata insieme a Demetrio Savini. Sul retro i loro nomi e una frase “Lucille Hubeq, Elisabetta Briggi, Zaira Vargas, Valeska Ramek e Hedelweiss Holmen. Le stelle nere del Maestro.” Tra l’altro Elisabetta Briggi, attricetta ballerina, era sparita nel nulla, classico caso irrisolto per il commissario di allora Francesco Scotti che ne era rimasto ossessionato. Sembra che ci sia di mezzo una setta di adoratori del demonio bruciati vivi dall’Inquisizione nel XIII secolo, i cosiddetti Supplizianti. Qualcuno vuol far credere che siano di ritorno?
Le indagini di Bas diventeranno delle vere e proprie peripezie tra una città e l’altra, partendo da Praga per ricercare una ragazza della foto. Qui scopre che si è messa sotto la protezione degli Uomini dagli Occhi di Piombo, nazisti, criminali, dediti a orge che finiscono nel sangue. E qui ci sarà l’incontro con Nieves Scotti, figlia del già citato commissario Scotti, che vuole continuare la ricerca del padre. I due faranno coppia e si aiuteranno a vicenda (classico momento di eros). Si passa poi a Berlino dove Bas è sempre più convinto che esista un motivo grave per quella riunione di donne diverse fra loro dopo tanti anni. Qualcosa che Lucille Hubeq aveva rivelato a Zaira la notte in cui era stata assassinata. Infine ultima meta Torino, l’incontro con l’amico Corrado Arvale che lo aiuta nelle ricerche sulla storia dei Supplizianti e il vicequestore in pensione Sauro Panitta appesantito dall’età e dalla buona cucina, cappotto spigato, cappello di feltro, baffi grigi e mente fina. Via alla ricerca di chi aveva conosciuto e lavorato per Savini, mentre qualcuno vuole rintracciare le ragazze per mettere in scena un rito sacrificale alla prima luna piena. E non c’è molto tempo per salvarle. Siamo davanti alla villa del lago Maggiore. Il cerchio si chiude.
Capitoletti brevi alternati a passaggi più lunghi secondo andamento e importanza: dubbio, assillo, mistero, magia, superstizione, sesso, perversione, paura, pericolo, scontri (con un individuo gigantesco, l’albino) e morte soprattutto per coloro che sono venuti in contatto con Bas. Insomma un’atmosfera che circola brividosa per tutto il racconto insieme a spunti vividi di personaggi, di squarci di città e paesaggio, di luoghi ambigui, interni bui e foschi a mischiare reale e fantastico. Si avverte, da parte dell’autore, la sua passione per la ricerca, lo studio delle fonti per conoscere, capire e rappresentare al meglio un mondo oscuro e spaventoso. In concreto un lavoro complesso sapientemente orchestrato.

Dov’è Cicely? di Anthony Berkeley, Il Giallo Mondadori 2020.
Londra anni Venti. Si parte con il sorriso che l’autore riesce a strapparci attraverso il dialogo tra il giovane gentiluomo Stephen Munro e il suo valletto Ebenezer Bridger. Il primo sta spiegando al secondo la sua nuova situazione finanziaria decisamente critica che comporta anche il suo licenziamento e la risposta è sempre uguale e monotona “Sì, signore”. In effetti Stephen è costretto a trovare lavoro come valletto, insieme a Bridger, al servizio dell’ultima erede della famiglia Carey, ovvero lady Susan Carey a Wintringham Hall nel Sussex.
Se la dovrà vedere con lo spigoloso maggiordomo Martin (scontri continui fra i due), incontrerà due vecchie conoscenze come l’ex fidanzata Pauline (ora insieme ad un magnate della finanza) e Freddie, nipote della lady. Quest’ultimo fautore di un esperimento di magia con gli ospiti della migliore società durante il quale sparirà nel salotto, dopo urla, colpi tremendi e un odore di cloroformio, Cicely Vernon (aveva già dato segni di agitazione e timore) figlia di una cara amica di lady Susan. Qualcuno pensa che si tratti di uno scherzo della stessa Cicely, qualcun altro che sia stata rapita. Comunque è sparita. E non si riesce a trovare da nessuna parte. Solo una sua sciarpa è finita impigliata nella cornice di un grande quadro. Come è potuta arrivare lì?… E perché lady Susan afferma di sapere dove si trova e non vuole dirlo?…
In seguito verrà scoperta la vera identità di Stephen che sarà accolto, comunque, come ospite e indagherà insieme a Paula su quell’incredibile, inconcepibile mistero. Tra le varie caratteristiche del racconto abbiamo il classico passaggio segreto, qualcuno tra gli ospiti che a suo tempo è stato in prigione, un uomo bruno non identificato che si aggira per il bosco, la sparizione di una bella collana di lady Susan e chi potrebbe conoscere la verità viene trovato ucciso dal ramo di un albero caduto sopra di lui, Morte accidentale o omicidio? Addirittura potrebbe trattarsi dell’uomo sbagliato al momento sbagliato e la vittima designata doveva essere proprio Stephen che aveva detto di passare di lì. A complicare il caso arrivano delle lettere ricattatorie a lady Susan. Deve versare una cospicua somma in un determinato luogo pena la morte della povera Cicely. Continui dubbi, continui tormenti per Stephen e Paula fino a quando arriva la luce che svela il mistero con l’apporto sostanziale di Bridger.
Grande maestria nel delineare con pochi tratti efficaci le caratteristiche dei vari personaggi che rimangono vivi nella mente del lettore. Brivido, mistero, buio, paura, scontri insieme a momenti sentimentali con l’amore ritrovato. Soluzione in tutta sincerità assai complessa da seguire con l’occhio sveglio dopo una bella bevuta di caffè. E non è detto che ci si raccapezzi.
Per I racconti del giallo abbiamo Il respiro del diavolo di Marzia Musneci.
Un morto sotto il ponte della Magliana colpito al cuore con una lama. Su pollice e indice lievi abrasioni. Segue altro cadavere in un luogo frequentato da tossici. Colpo di arma da fuoco dritto al cuore, mozzate le dita e distrutto l’arcata dentaria. Lavoro per il vicequestore aggiunto Fidelio Barca e i suoi assistenti. Di mezzo certi superpeperoncini cuciti nella fodera di un giubbotto di pregio rubato a un morto ammazzato dal suo assassino che è stato a sua volta ammazzato. E, guarda caso, c’è proprio un convegno per appassionati del peperoncino in un hotel di Castel Gandolfo. È lì che bisogna andare…

L’animale più pericoloso di Luca D’Andrea, Einaudi 2020.
Dora Maria Holler, nata e cresciuta a Sesto Pusteria in Alto Adige Sudtirol, ha tredici anni e le treccine bionde. Sta scappando di casa con uno zaino, gli scarponi da montagna, una cartina e diverse provviste per salvare il rifugio di una lince. È una ambientalista convinta come Greta Thunberg (legge saggi sull’ecologia e una serie di importanti monografie). Ha un appuntamento con “Christopher”, ovvero Gert Shafer conosciuto su internet e convinto fautore della Resistenza contro l’animale più pericoloso che sta distruggendo il pianeta: l’uomo. Ma Gert è tutt’altro la persona che dice di essere…
Collegato a questa fuga l’assassinio di Hannes Baumgartner, precedenti “per droga, percosse, rissa e resistenza a pubblico ufficiale”. Guardiano notturno del parco-zoo di Dölsach e autista di una Renault per trasporto di materiale biologico pericoloso. Ma perché ucciderlo e chi lo ha fatto?…
Inizia la caccia. Una lunga, faticosa rincorsa. Classico gruppo di lavoro poliziesco composto da diversi soggetti ognuno con il proprio vissuto, i propri obiettivi, le proprie esperienze e preoccupazioni. Tra i quali si distingue il capitano dei carabinieri Victor Martini, destinato all’ufficio scartoffie, che si porta dentro l’orrore di non aver salvato le donne dello Squartatore di Testaccio. Alla caccia di Gert anche Alto e Basso con propositi per nulla amichevoli…
A capire l’intricata, incredibile situazione che si verrà creando il citato e tormentato Victor, “eroe” a suo modo, tra lo scontro di poteri all’interno della polizia. Durante il racconto ci aspetta una serie di fatti ed emozioni che si intrecciano fra loro: solitudini, intrighi, rapimenti, violenza, orrore, commercio di carne umana (“Un giro di “carne”, di cui l’Europa intera si nutriva come un vecchio vampiro in cerca di sangue fresco”), il passato che riemerge funesto, il cambio di prospettiva, la sorpresa che non finisce di stupirci di fronte alla falsa apparenza. Pioggia, tuoni, gemiti, grida, pianto. Morte.
E rabbia, incazzatura. La piccola Dora è incazzata con il mondo intero così come Victor (anche con se stesso). C’è tanta rabbia davvero in questa storia insieme a tensione, continui, veloci cambi di scena e passaggi temporali nella terra del Sud Tirolo, ricca di tanta forza suggestiva. Ovvero la Natura ancora bella, grande, possente, magnetica, di fronte alla piccolezza e meschinità dell’uomo.

Lui è Bill Scott. Lei è Eve, la stupenda moglie di un gangster di Miami. Sono scappati a Cuba e ora si trovano in un bar affollatissimo. “All’improvviso, lei mi si afflosciò davanti come uno zampillo d’acqua e giacque raggomitolata ai miei piedi”. Eve è stata uccisa con un lungo pugnale dall’impugnatura particolare: una scimmietta accoccolata che si porta le mani agli occhi. Ecco l’inizio di uno dei libri più belli che abbia mai letto. Anche se si tratta della terza (o quarta?) lettura di L’incubo nero di Cornell Woolrich, Mondadori 2008.
Per Bill le cose si mettono male. Tutto sembra congiurare contro di lui. L’altro pugnale che ha portato con sé (impugnatura diversa con solita scimmietta che si tappa le orecchie) sparito, il venditore che mente. Unica via di uscita la fuga, che le prigioni cubane non sono noccioline. Corsa fra i vicoli, aiuto insperato di una donna (Mezzanotte). Salvezza, flash back del suo incontro con Eve. Piccola luce in un tunnel senza speranza. Ritrovare il fotografo che ha scattato una fotografia proprio nel momento in cui erano insieme al bar. Chissà, forse si può sperare di vedere chi ha pugnalato Eve. Ma il fotografo è stato rapito…
Trama semplice, essenziale. Descrizioni accurate delle strade, dei vicoli, dei locali, delle persone. Prosa sicura, creativa, scintillante. Capace di penetrare nei meandri della psicologia umana. Figure a tutto tondo. Vere, reali. Uomini e, soprattutto, donne (sulle “donne” di Woolrich si aprirebbe un capitolo a parte).
Si legge tutto d’un fiato. E a bocca spalancata (sarà dura recensire altri libri).

I Maigret di Marco Bettalli

Il morto di Maigret del 1948 (disponibile anche in audiolibro)
Inizialmente pubblicato in Italia con l’insensato titolo Ben tornato Maigret e scritto in America (da qui forse una maniacale insistenza sulla topografia parigina, con itinerari descritti via per via), è un Maigret godibilissimo in molti momenti (la telefonata da casa con il mitico giudice Coméliau, la lettura di Dumas mentre Maigret è malato, i poliziotti che tengono aperto un bar per svariati giorni, con la moglie di uno di loro che si fa toccare il culo mentre serve a tavola e conquista clienti con i suoi manicaretti, la “guerra fredda” con Colombani, l’amico capo della Pubblica Sicurezza che sembra a sua volta un malavitoso), sorta di cronaca giornalistica su come si conduce un’inchiesta, piuttosto che un giallo vero e proprio. Appostamenti di giorni interi, Moers che ricava l’inimmaginabile da tracce minime e non dorme mai (come del resto il commissario, che non a caso, alla fine, per suggellare la chiusura del caso, piomba in un sonno profondissimo), telefonate, ricerche capillari, viviamo tutto “in presa diretta”: la polizia è mobilitata alla ricerca di una banda dell’est Europa dedita in tutta la Francia a rapine condite di omicidi e torture spaventose, guidata a Parigi da un insospettabile giovane, elegante e accompagnato da una ancor più giovane attricetta.

Maigret va dal coroner del 1949
Ultimo tributo di Simenon al suo soggiorno americano dopo la II guerra mondiale (v. Maigret a New York, n.26): il commissario in visita d’istruzione capita a Tucson, in Arizona, ad assistere alle indagini preliminari sull’uccisione di una ragazza, trovata morta sui binari dopo una notte di bagordi con dei giovanissimi aviatori di stanza da quelle parti. Se si prende il romanzo come trattatello sociologico sull’America di quegli anni vista da un europeo, ci troviamo di fronte a osservazioni intelligenti e a una simpatica disanima della irriducibile diversità degli americani. Se lo prendiamo come un giallo, è di una noia mortale, con tanto di disegnini su tracciati di ferrovie e strade che nessuna persona pur dotata di senno è in grado di seguire; anche la soluzione è di nessun interesse. Restano, negli interstizi di queste due strade maestre, svariate gags abbastanza simpatiche, centinaia di litri di alcool consumato dallo stesso Maigret e da tutti i personaggi (il bere è una vera e propria ossessione, sono praticamente tutti ubriachi o sul punto di diventarlo, con la passione dei seguaci di una religione. Attenzione: è però l’unico romanzo in cui Maigret beve anche una Coca-Cola!) e poco altro: ripeterò quanto già detto nel precedente “americano”: a Maigret non si addice l’America.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il paese mormora. Le indagini del commissario Berté di Emilio Martini, Corbaccio 2020
Il commissario Berté ha assoluto bisogno di riposo, tradotto in parole povere “deve” staccare. L’improvvisa morte del questore Maestroni, che lo rivoleva in pista a Milano, e l’inquietante e drammatico caso che ha coinvolto la Procura di Lungariva, uniti alle incertezze legate al futuro professionale, lo hanno messo alla prova. Nonostante le amorevoli premure della Marzia, pronta per lui a traslocare e seguirlo ovunque, naviga nello stress. Il Questore di Genova, al telefono, gli ha ingiunto di stare calmo, di pazientare e attendere le decisioni superiori del CDA, ma insomma… Brutti pensieri a pioggia. Ragion per cui si lascia convincere dalle raccomandazioni di un amico, spalleggiato dalla Marzia, a concedersi una vacanza settembrina in mezza montagna: vacanza che sarà rallegrata da buone letture (e magari buttar giù qualche pagina), da ottima cucina garantita e ristoratrici passeggiate montanare. La località raccomandata caldamente è Montenorbo, ridente paesino della Valcamonica, ma sappiate che Montenorbo non si chiama così (questo è un poliziesco, non una guida turistica). E ormai saprete che le Martignoni in ogni romanzo offrono sempre generosamente ai lettori almeno due gialli: la trama del libro e un racconto del commissario. Stavolta si sorpassano e ci regalano persino l’indovinello di scoprire il nome del loro salubre paese fungaiolo e vacanziero. Indovina indovinello… E tutto allo stesso prezzo di copertina. Comunque, dicevamo, arrivati a Montenorbo, dopo abbastanza ore di viaggio da scatenare l’ansia di Bertè per quanto possa essere successo a Lungariva in sua assenza, l’accoglienza dell’albergo, una pausa prima di cena a letto con la Marzia e più tardi, in sala da pranzo, il corposo e gustoso menu lo fanno sentire subito meglio. Ma, ma… ma al tavolo vicino siede un coppia della zona. Loro coetanei più o meno. Parola tira parola, domanda tira domanda, supposizione altra supposizione e via dicendo. Insomma, mentre sono ancora seduti a tavola salterà fuori che, sotto la finta e sorniona tranquillità locale, da oltre trent’anni serpeggiano in paese perfidi e leggendari pettegolezzi, rancori, sospetti, maldicenze e, neppure velate, accuse vere e proprie. Se fosse tutto vero, saremmo davanti a un cold case con i fiocchi e appare più che giustificato il desiderio di fare chiarezza su un passato fosco che ha segnato la vita di alcuni abitanti. Altro che vacanza per Berté: il nostro si ritrova coinvolto in una brutta e complicata storia di paese che racconta una strana catena di incidenti, magari di delitti mai risolti? Spesso la realtà va al di là della fantasia: oddio, la jella può sempre colpire a raffica, ma intanto c’è la coincidenza che tutte le vittime erano amici tra loro, come se una sinistra maledizione abbia gravato per anni nella vallata. A partire dalla morte di Celeste Re, una bella ragazza di ventidue anni, precipitata in un crepaccio durante una gita in alta quota con un gruppo di amici. Dopo di lei, uno dopo l’altro avevano perso la vita tre dei quattro fratelli Griffi, membri della stessa comitiva in quel giorno della fatale gita in montagna. Ogni volta gli inquirenti avevano indagato, formulato delle ipotesi ma non avevano mai trovato elementi per sospettare il coinvolgimento di qualcuno e le morti erano state archiviate come accidentali. A Montenorbo si mormora che Fausto Griffi, il figlio minore e unico superstite della famiglia, cerchi da anni un documento di inestimabile valore… Gigi Berté stavolta però non può contare né sulla sua squadra né su aiuti tecnologici. Può servirsi solo del suo buon senso e del suo intuito. Prestando ascolto ai dubbi e ai timori di un preoccupato e riservato veterinario, da poco vedovo, sarà costretto a inanellare faticose passeggiate montane, a incontrare e sondare vecchi testimoni, e a recarsi agli appuntamenti di un inquietante personaggio, una specie di veggente, una poetessa e scatenata femminista ante litteram. Si scoprirà che i dubbi e i timori del vecchio veterinario erano fondati. Ogni storia e ogni morte hanno la loro imprevedibile logica e il conseguente e contorto perché, ma quelle verità che emergeranno dalle nere ombre del passato, provocheranno solo grande amarezza. Un giallo da manuale che sarebbe quasi potuto uscire dall’agile penna di Agatha Christie…

Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci, Todaro 2020.
Per me che ho vissuto e ricordo il clima e i personaggi che affollavano il mondo e le borgate romane degli anni Settanta, è facile immedesimarmi nelle folli, al limite dell’incredibile, avventure dei due gemelli congiunti (per i lettori forse più facile dire siamesi) Zek e Sam. La cornice, il ritmo della storia e l’ambientazione ricordano i film dell’epoca interpretati dal barbuto Tomas Milian, pseudonimo di Tomás Quintín Rodríguez. Tomas Milian, ottimo attore, sceneggiatore e cantante cubano naturalizzato americano che, con l’indimenticabile voce presa a prestito da Ferruccio Amendola, è ancora nella memoria romana per la sua interpretazione di Nico Grandi, poliziotto dai modi spicci ma efficaci, oppure per quella di Sergio Marazzi, er Monnezza, funambolico, abile e irresistibilmente comico ladruncolo della capitale. Un mondo vero però che esisteva, camminava e s’azzuffava per strade, un mondo cantato persino negli stornelli. Roma è la città dei grandi stornelli, spesso abilmente rivisitati dai loro più famosi interpreti in ballate della malavita, vedi le celebri Nun ce vojo sta, Roma Capoccia, Sora Rosa, E lasseme perde
Canzoni diventate spesso l’emblema e l’accompagnamento musicale di tanti film del genere. Canzoni che rispecchiano fedelmente lo spirito e l’atmosfera, o meglio il sapore che si può gustare leggendo Grosso guaio a Roma Sud di Marzia Musneci. E i suoi protagonisti, infatti, esibiscono caratteristiche che resero allora celebri quei film: l’involontaria comicità, il dolore di fondo e un’inconscia pulizia, nonostante certe spesso non limpide scelte di vita.
I protagonisti Zek e Sam, gemelli congiunti ovverosia siamesi, soli dopo la morte della madre, cresciuti nell’orfanatrofio della parrocchia, incontenibili, orgogliosi, rissosi e per questo affidati adolescenti dal prete al gestore di una piccola palestra di periferia, continuano a sfogare la loro rabbia boxando come sparring partner e vivacchiano, cercando di arrangiarsi. Ormai catalogati come balordi dalla polizia, ovverosia piccoli delinquenti di periferia, accettano l’incarico da Chick Lanzetta, un boss del quartiere, di dare una ripassata a un vecchio orologiaio, insomma una lezione che lasci il segno, per fargli abbassare la cresta. Ma l’incarico, puntualmente eseguito, si rivela solo un tranello e per loro una gran brutta grana. Il vecchio orologiaio infatti viene ritrovato morto, ucciso a coltellate. Insomma qualcuno l’ha fatto fuori e cerca di appioppar loro il brutale delitto…
Per fortuna nella loro disordinata indagine potranno contare su alcuni veri e magari imprevedibili appoggi quali: il vice ispettore Nick Castillo, che li conosce bene ed è convinto che in questo caso siano solo capri espiatori e sul suo capo, l’ottima ispettore Miriam Fantini. Un altro genere di aiuto lo riceveranno da Bob Carrezza, smaliziato giornalista di cronaca nera, ben ammanigliato anche in questura che, rischiando anche di persona, annusa nel caso guai di grosso calibro che stanno sconfinano in ogni dove. E non basta perché avranno anche l’incondizionato appoggio di Minny Morelli, il loro allenatore di boxe di Abbe, o meglio Abdullah, lo straordinario barista, erede del locale del sor Quirino e della “magica” Luz moglie di Abbe, l’albina dagli straordinari poteri di sensitiva.
Marzia Musneci, sfruttando con abilità e buon gusto le caratteristiche del giallo, immerge il lettore in una Roma di periferia, in cui già i tentacoli della criminalità organizzata influiscono e condizionano delle persone e contemporaneamente si intrecciano con antiche credenze popolari, le scelte, i dilemmi e i drammi personali di tutti i personaggi.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Lo strano caso del vulcano puzzifero di Geronimo Stilton, Nuova Edizione PIEMME 2015.
Per Geronimo è una normale giornata di agosto come tante altre. Sta andando a mangiare un bel gelato con il suo nipotino Benjamin alla gelateria Rattodighiaccio. Lì incontra un suo caro amico di nome Ficcanaso Squitt. Appena esce dalla gelateria Geronimo si accorge che sta nevicando, gli sembra un po’ strano visto che è agosto. Attraverso delle onde radio il suo amico Ficcanaso riesce a scoprire che il professor Bu, uno dei più malvagi di Topazia, ha costruito un laboratorio per produrre neve artificiale e conquistare Topazia. Allora Geronimo e Ficcanaso partono per il Vulcano Puzzifero, da dove proviene la neve, per mettere fine a questa storia. Sarà una lotta dura per Geronimo. Riuscirà a sconfiggere il professor Bu e tornare sano e salvo? Ma, soprattutto, salverà Topazia?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Pollicino di Charles Perrault, Giunti 2003.
In un bosco vive un taglialegna con la moglie e sette figli.
Il più piccolo si chiama Pollicino.
Si perdono nel bosco e vanno a bussare alla casa di un orco. Qui vengono messi a letto dalla moglie.
L’orco li vuole mangiare ma Pollicino cambia i cappelli dei fratelli con le coroncine delle figlie dell’orco.
Riescono a scappare e si rifugiano in una grotta.
Poi Pollicino ruba gli stivali delle sette leghe all’orco mentre dorme e corre verso il castello del re.
Riesce ad avere un forziere d’oro, ritorna a casa e compra un castello. Che forte questo Pollicino!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2020

Andiamo subito al sodo con…
Gli invisibili di Valerio Varesi, Mondadori 2019.
“L’uomo era stato ripescato vicino alla foce dell’Enza sulla sponda emiliana. Il cadavere presentava un grosso trauma nella zona occipitale, la probabile causa della morte, e i segni di una forte contusione toracica”. Tre possibilità: omicidio, incidente o suicidio. Da tre anni è chiuso in una cella frigorifera senza che nessuno lo abbia reclamato e ora, secondo la legge, deve essere seppellito. Ma il commissario Soneri di Parma vuole sapere chi è, vuole conoscere il suo nome, sente “affiorare una subdola familiarità con quell’uomo morto e col suo mistero”. Si immagina di essere morto anche lui. Chi lo avrebbe ricordato? La moglie Ada lo aveva lasciato presto ed era stato lui a ricordarla. Non aveva un figlio. Forse Angela, la nuova compagna. E poi vuole trovare delle risposte a tutto ciò che rimane irrisolto. Anche se il questore desidererebbe una cosa veloce, solo formale (un classico).
Personaggio principale, dunque, il nostro Soneri tormentato da certi ricordi dolorosi che annaspa tra realtà e finzione “in quell’universo fluviale sfuggente e cedevole” dove niente e tutto si sprofonda. Il fiume, il grande fiume scuro che con il suo lieve saltellare risveglia un ritmo sepolto nel tempo di culle e ninne nanne. Ma all’improvviso si ingrossa, fa paura e diventa esso stesso personaggio presente e pressante durante tutto il racconto, come la pioggia che cade con “inesorabile regolarità” e la nebbia a stendere un velo di brivido su tutte le cose.
Via al circolo nautico di Torricella per ascoltare, confrontarsi, cercare indizi, via in giro per dissipare la reticenza di chi sa qualcosa e non vuole esporsi. Incontri particolari come quello con il Matto e la sua fissa idea che c’è in giro la Bestia del Po a creare altra atmosfera fosca e inquietante. Ha visto le sue impronte sulla sabbia, attacca anche i lupi, dice, si porta le prede nell’acqua e le mangia.
L’indagine è difficile fatta di piccoli passi, affiorano pian piano intrallazzi, imbrogli, una gestione poco chiara di ristoranti e trattorie, lotte fra clan per la pesca, droga, prostituzione, mafia, camorra e ‘ndrangheta a spartirsi il territorio. Mentre il nostro si è preso una vacanza, ha affittato una casa galleggiante dove pensare, meditare da solo.
In un giallo che si rispetti non manca la buona cucina e quindi troviamo il commissario intento a preparare degli gnocchi al pomodoro su uno strato spesso di parmigiano, oppure a cena al Milord dove affoga con Angela i suoi pensieri “nel burro fuso in cui nuotavano i tortelli di patate di Alceste”, ma anche da Marisa tutto preso dal risotto con lo strolghino, ovvero un sottile salame tagliato a piccoli dadi che gli provoca un “fiotto d’allegria e un guizzo dei succhi gastrici”.
Soneri, comunque, continua la sua lotta contro il tempo (non può tirarla troppo per le lunghe), si divincola fra gli ostacoli, annaspa, accende spesso il Toscano per calmare la sua ansia, aiutato dall’amore e dalla forza di Angela. Ma ecco che qualcosa appare, si fa strada nella sua mente. Quello che viene fuori dalla lettura del libro è il problema dei rifiutati come figli e dal mondo stesso, degli “invisibili” con la loro rabbia, il desiderio di essere amati ma incapaci, allo stesso tempo, di amare. La storia è un intreccio, una mescolanza di atmosfera opaca, di lentezza e malinconia. Perché chi ha vinto sono i cinici e gli indifferenti. E allora non resta altro, secondo Soneri, che raccogliere “i morti dopo la battaglia”.

Rito di sangue di Anne Perry, Il Giallo Mondadori 2020
Inghilterra 1870. Più precisamente nell’ufficio di un magazzino della zona portuale di Londra, “il cadavere giaceva supino sul pavimento; nel petto gli era stata infissa una baionetta. Innestata su un fucile militare. Il morto sembrava in tal modo sormontato da un albero di nave spezzato, in procinto di crollare da un momento all’altro”. Ma non è finita qui. Le dita della mano destra sono tutte spezzate, le labbra asportate e ficcate in bocca, intorno diciassette candele con lo stoppino rosso (due delle quali viola scuro) che sembra intinto nel sangue. Un delitto raccapricciante e una bella gatta da pelare per il comandante Monk della polizia fluviale. Intanto trattasi dell’ungherese Imrus Fedor come dichiara il suo connazionale Antal Dobokai, farmacista che sa tradurre in inglese, ed era venuto a consegnarli una medicina.
Delitto efferato, crimine d’odio commesso sotto un impulso incontrollabile. Occorre sapere tutto il possibile sul morto, con l’aiuto di Hooper, braccio destro di Monk, e quindi via a parlare con i vicini. Viene a galla il problema del “diverso”, di colui che è nato in un’altra nazione e non è ben visto dagli inglesi. Comunque Imrus era un imprenditore “educato, niente debiti, nessun vizio, affabile, tranquillo, pulito, generoso”. Chi poteva avercela con lui? Allora bisogna considerare il numero diciassette delle candele. Che ci sia sotto una società segreta degli occultisti? Il colore viola significa, infatti, potere, un potere oscuro. Oppure, oppure la rabbia dei protestanti contro i cattolici ungheresi?…
Arriveranno, poi, altri morti uccisi con le stesse modalità a complicare ulteriormente un’indagine lunga e difficile. Il racconto si svolge su due piani: il presente ricco di atmosfera misteriosa, di paura, di scontri (la folla inferocita mette in pericolo anche Monk) e il passato che riaffiora angoscioso sia per lo stesso Monk (aveva perso la memoria nel 1856 subito dopo la guerra di Crimea), per la moglie Esther (infermiera durante quella guerra) e anche per il medico Herbert ossessionato da incubi, sospettato e processato. E qui si apre la fase processuale con l’accusa e la difesa a scontrarsi sfruttando tutte le loro capacità. Fino a quando… fino a quando il nostro Monk riesce a capire come siano andate veramente le cose. Perché c’è pure di mezzo la pedofilia…
L’idea fondamentale del libro è che le tragedie della guerra si ripercuotono inesorabilmente nell’animo di chi le ha vissute e che il pregiudizio, come pensa la stessa Esther ha, al fondo, la convinzione che il diverso, il differente costituisce una minaccia alla propria tranquillità. Problema, aggiunge il sottoscritto, vivo ancora oggi.

La cattiva stella di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Una storia di falliti. Di falliti borghesi, come tende a sottolineare lo stesso Simenon. Una nutrita serie di racconti sul “turista da banane” che se ne va in giro nelle isole del Pacifico, ovvero “storie di gente che quando è partita era piena di entusiasmo, di vita, di speranze, di progetti, e che i tropici hanno ridotto in uno stato che…” Ce lo spiegherà più avanti l’autore. Vediamone qualcuna di queste storie in cui, ad un certo punto, arriva la cattiva stella…
Come quella di Popaul che ha ottenuto una concessione per abbattere alberi nella foresta equatoriale. Però non riesce a venderli e si ritrova in una capanna sporca in mezzo a una cinquantina di negri. Con l’idea fissa di essere avvelenato dopo una serie di coliche. Forse è opera di quel negro, forse di quell’altro. Gliela farà pagare… Oppure la storia di un visconte che se ne va in Nuova Caledonia. E lì rimane povero con quattro o cinque mogli ricoperto di pustole fissato a guardare il mare. E quella dell’Alsaziano a Tahiti che finisce al lebbrosario della città.
Fallimenti e fallimenti da non giudicare troppo severamente secondo monito dell’autore. Dove ci può essere lo zampino del Caso. Vedi la storia del discendente di una nobile famiglia francese durante un viaggio di piacere nel Sudamerica. “In una torrida cittadina popolata di indios e avventurieri si azzarda, per curiosità, a bere la chicha”, una mistura di mais masticato dalle “indie sporche e sdentate” ed ecco che non ne può fare a meno. La famiglia manda allora a trovarlo il figlio minore che lo convinca a ritornare in patria. Ma anche lui beve la chicha… Ora siamo in uno degli isolotti tra la Nuova Guinea e la città di Numea. Qui da tre anni, e forse di più, ci sono due bianchi il cui unico passatempo serale consiste nel giocare a scacchi in attesa del benedetto sonno. Uno di loro va a letto con una canaca, la donna del luogo che viene trovata strangolata in un boschetto. Chi è stato? Forse l’amico geloso…
Insomma non se ne salva uno. Nemmeno Millet, partito alla ricerca del sole, della libertà che si ritrova in un “porto grigio e piovoso”, oppure la baronessa Wagner suicidatasi alle Galapagos dopo aver fatto la bella vita a Montparnasse e ancora il dottor Ritter che ha lasciato scritto delle Memorie da cui si ricava “che queste incantevoli isole non sono fatte per l’uomo e che la natura stessa si oppone alle sue imprese…”.
Falliti! Tutti quanti falliti. Tutti quanti con il sogno di una vita agiata senza preoccupazioni per il futuro. Lì nelle isole ai tropici sotto il sole opprimente e l’aria infestata da malattie rare. Un tourbillon di situazioni difficili, incasinate, grottesche, presentate con uno sguardo ironico e sorridente. Non una parola di più, non una parola di troppo. Alla Simenon.

L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014.
“Farà saltare in aria il treno?” “Sì, è stata questa la sua minaccia. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del Tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole).
Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano).
Sette i viaggiatori di una carrozza tra cui si nasconde l’assassino (lo dirà in seguito lo stesso Rennert che indaga): “King, Spahr, Radcott, il messicano dallo sguardo furtivo, l’uomo dai capelli grigi, l’individuo alto che aveva l’aria di un agricoltore e la signora vestita di taffetà nero che portava un anello al dito e le maniche coi polsini”. Avvoltoi che sembrano seguire il treno, costretto a fermarsi per un guasto alla macchina, a creare un clima lugubre e spettrale, una spilla da cravatta trovata, un tagliacarte sparito, una cappelliera che non è al suo posto e altri piccoli indizi sparsi qua e là.
Ancora: un secondo omicidio che avviene con le stesse modalità, l’isolamento della carrozza in cui si trovano i sospettati, delitto che si riallaccia a un altro delitto del passato, l’inquietudine e la paura che serpeggiano, la tensione in continuo aumento, anche per la presenza dei soldati sul treno che temono un attentato del movimento dei Cristeros ribelli al governo.
Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e la vecchia signora del 1950
Tutto il romanzo ruota intorno alla figura di Valentine, vecchia vedova demodé nella cui casa “di bambole” avviene un inspiegabile assassinio, per avvelenamento, della sua donna di servizio, la giovane Rose. Valentine appare inafferrabile: con Maigret è sciolta, simpatica, ironica, insomma una meravigliosa vecchietta, mentre sempre più fonti la descrivono come un mostro, avida arrampicatrice sociale priva di scrupoli e di veri sentimenti, persino nei confronti dei figli. Questi ultimi vanno a comporre una curiosa compagnia: una figlia totalmente e disperatamente ninfomane (Simenon indulge spesso nel descrivere donne del genere, segno del suo rapporto non facile con il gentil sesso…; piccola nota di costume: nella prima traduzione italiana degli anni Cinquanta, questa parte venne censurata!), un figlio “arrivato” (è deputato) ma irrimediabilmente coglione (nei romanzi di Maigret i deputati, gli uomini importanti sono sempre degli idioti), l’altro il cui scopo di vita sembra quello di assomigliare al duca di Windsor. Sotto lo sguardo un po’ stupito dell’ispettore del luogo (siamo a Étretat), Maigret, più che altro, beve: lo fa sempre, in ogni romanzo, ma qui l’abitudine diventa quasi parossistica. Questo non gli impedisce, ovviamente, di dipanare la matassa, basata su tristi questioni di gioielli di valore: alla fine, erano le voci su Valentine a essere vere, non la sua fragile immagine dal vivo: la donna è davvero un mostro.

Cécile è morta del 1942
Ripeterò l’incipit de L’ispettore Cadavre: la differenza sta nei particolari. Cécile è morta (pubblicato in Italia, originariamente, con il titolo poco sensato Un’ombra su Maigret) è uno dei migliori Maigret, nonostante la trama arzigogolata, mille particolari che si ripetono, personaggi già conosciuti che si agitano seguendo binari prestabiliti nella Parigi piovosa di inizi autunno. È splendido perché ha i ritmi giusti, gli snodi giusti, un Maigret presente in ogni pagina nella sua grandiosa personalità, con tutti i suoi pregi e i suoi apparenti difetti (“pareva di un’arroganza incredibile”, e lo dice la signora Maigret! e mai come in questo romanzo, in effetti, il nostro è stato così scorbutico, inavvicinabile, persino scortese). Nelle ultime pagine, viene anche reintrodotto il personaggio dell’anglosassone simpatico e un po’ ingenuo venuto a studiare i suoi metodi (v. per esempio Il mio amico Maigret), con la evidente funzione di esaltare l’onnipotenza del commissario. Anche la trama gialla, pur complessa, non è così campata in aria e si snoda tra i soliti protagonisti da Comédie humaine, la vecchia avara all’inverosimile, i parenti poveri che si portano dietro la croce di irredimibili complessi di inferiorità, avvocati sussiegosi, ragazzine un po’ ninfomani, portiere laide con il torcicollo e, soprattutto, l’ex-avvocato pedofilo, per cui Maigret prova una repulsione fisica che fa tenerezza, assecondato da Simenon che descrive l’uomo come un vero e proprio monstrum, che ha disegnati in faccia e nel corpo i suoi terribili impulsi, seguendo una teoria lombrosiana utile a far risaltare la castità e la assoluta purezza dello stesso Maigret, in questo romanzo molto evidenziata. Si vedano a questo proposito la scena al cinema o l’incontro con i tenutari dei bordelli, o persino l’affermazione (veramente al limite della verisimiglianza!) secondo la quale Maigret aveva qualche difficoltà di rapporti persino con il buon Cassieux, capo della Buoncostume, per il solo fatto che quest’ultimo aveva di continuo a che fare con gente immorale…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Romanzo corale dal gradevole sapore teatrale questo La signora del martedì di Massimo Carlotto, molto ben recitato dai tre personaggi principali: il signor Alfredo Guastini, attempato omosessuale che indossa gli abiti di una signora elegante d’altri tempi e che parla di sé al femminile, Bonamente Fanzago, attore porno quasi in pensione che tiene ancora duro e la misteriosa signora che ogni martedì, da ben nove anni, dalle 15 alle 16 si infila nel suo letto per approfittare e pagare i suoi servizi da gigolò. Lo scenario è misterioso e suggestivo, siamo d’inverno, in provincia, dove? Forse la riviera romagnola, o magari più a Nord. Comunque una cittadina sul mare, ma d’inverno il mare sembra così lontano… Imprescindibile e irresistibile filo conduttore della trama, un albergo di sapore felliniano, la Pensione Lisbona. Vecchiotta, ben tenuta, poche camere messe con gusto, sempre aperta ma poco frequentata, la Pensione Lisbona funge da impagabile palcoscenico di tutta la storia. Ma torniamo al romanzo e alla sua straordinaria galleria di personaggi, riprendendo da Alfredo Guastini, vero elemento trainante della narrazione, abbiente proprietario della Pensione Lisbona, attempato omosessuale di buon cuore, capace di cacciarsi nei guai per amore, magari egoistico, ma sempre amore…
La signora del martedì è un giallo che azzarda persino e con rara abilità a sfiorare i toni del fotoromanzo. Ma è un giallo ben calibrato da ogni punto di vista, in cui soprattutto si privilegiano i migliori istinti dell’amore, di qualunque genere sia. E quando Nanà si troverà davvero nei guai, potrà far conto su uno sconosciuto signore dagli stivali: lo riconoscete? Proprio lui, Marco Buratti l’Alligatore, che interviene nel ruolo di angelo custode con l’aiuto di una coppia specializzata nel far sparire cadaveri. E se necessario persone. E poi chissà se la storia di Alfredo, Bonamente, Alfosina sarà proprio finita? Come recita a ragione la quarta di copertina, stavolta Massimo Carlotto va al di là del noir. E ci regala l’arguto ma colto divertissement di una trama variegata, perfetta per raccontare i nostri tempi afflitti da tante incontrollabili difficoltà. Insomma una storia di cui tutti potremmo essere stati testimoni, magari per caso, o volontariamente attori. Tutti coinvolti? E comunque bravo Massimo! Esperimento azzeccato: un romanzo notevole, permeato di un fine e geniale umorismo che seduce.

Il corpo del peccato di Silvia Di Giacomo, Foschi 2020.
Secondo Gianluca Morozzi, il commissario Claudio Degli Esposti è “un personaggio che mancava al noir bolognese. Solo l’eclettica Silvia Di Giacomo l’avrebbe potuto inventare”. E voilà il personaggio di Silvia Di Giacomo. L’autrice a pagina 10 ce lo presenta come poliziotto e bravo investigatore, poi però nelle pagine successive precisa che Degli Esposti ha il fallimento del suo matrimonio dietro le spalle, conserva ancora dentro di sé ferite psicologiche dovute a demoni personali che l’attanagliano e sta portando avanti un appassionante ma difficile rapporto affettivo che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale. Richiamato con urgenza al lavoro alle otto di sera, il Commissario Claudio Degli Esposti si sta recando sul teatro del delitto in sella a una Vespa. Stavolta lui e la sua valida e bionda collaboratrice, l’ispettore Giulia Nanni, dovranno far fronte a un omicidio dagli anomali connotati. Apparentemente infatti Maddalena Zorbi, ultraottantenne, vecchia e ricca signora della Bologna bene – quella che conta economicamente e dispone di relazioni in alto loco – è stata aggredita, buttata a terra e pugnalata in casa sua, nel pomeriggio. Ma le scena del delitto è stata pesantemente inquinata da chi l’ha trovata…
Una scelta narrativa che si avvale del continuo cambio del punto di vista e spesso della narrazione in prima persona. Come per gli struggenti intermezzi in corsivo che a mio vedere forse sarebbero risultati più incisivi se i collegamenti temporali fossero stati in parallelo. Ciò nondimeno una trama che coinvolge, portando in scena un bel carosello di eroi e antieroi. Storia di tante vite, vite che si incrociano ma soprattutto un grido di denuncia per il barbaro sfruttamento di corpi femminili, per le tante donne abusate e rese schiave dalla paura. Donne coraggiose però, che non arretrano davanti alla scelta di imboccare tutte le strade, anche quella della vendetta, per riscattarsi a ogni costo davanti al mondo.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. Non ce la posso fare! di Jeff Kinney, il Castoro 2016.
Come succede in ogni sua avventura, Greg combinerà un sacco di pasticci. Ovviamente non posso elencarveli tutti perché sennò finirei domani mattina. Quindi ve ne dirò due o tre, senza, però, raccontarvi la fine in modo che, per scoprirla, dovrete leggere il libro!
Un giorno il nonno di Greg decide di trasferirsi da loro perché hanno aumentato il costo dell’ Happy Residence dove viveva prima. Qualche giorno dopo la famiglia va al supermercato e il nonno resta a casa da solo, ma quando tornano scoprono che…
Il mese dopo Greg deve fare una gita con la scuola alla Fattoria Vitadura, vorrebbe restare a casa a giocare ai videogiochi ma i suoi genitori lo costringono ad andarci. Niente computer e cellulari per un intero fine settimana. Deve cavarsela come fanno gli adulti. Ce la farà?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, EdiBimbi 2010.
Una anatra cova le sue uova. Si schiudono ma l’ultimo uovo più grosso degli altri non ci riesce. Poi alla fine si schiude e viene fuori un anatroccolo grigio. Al pollaio tutti lo prendono in giro, gli dicono che è brutto, non lo vogliono con loro. Anche i suoi fratelli incominciano a maltrattarlo. Disperato fugge via. È sempre più triste e solo, ma un giorno mentre vola vede tre cigni nuotare in un laghetto. Si avvicina e guarda la sua immagine riflessa nell’acqua. Ora non è più brutto perché è diventato un bel cigno anche lui. Che bella trasformazione!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2020

Il sorriso politico…
Due parole sul sorriso a presa di culo del politico mentre parla il politico della parte avversa. Ci avrete fatto caso. Impossibile non averci fatto caso. Uno parla e l’altro sorride. A presa di culo, si capisce, infiorettato da mille smorfie per rendere ancor più manifesta la presa di culo. Come a dire ma che stronzate tira fuori questo, ma che coglione è questo, ma chi ce l’ha mandato. Un sorriso carico, duro, caricaturale, ma va bene anche un sorrisetto spocchioso che l’altro non se lo caca nemmeno. Un sorriso politico, insomma. E non si sa bene chi faccia più sorridere, se quello che parla o quello che sorride.

Dipartimento casi bizzarri di Carter Dickson, Il Giallo Mondadori 2019.
Un uomo agitato, “dagli occhi leggermente sporgenti e dal naso indagatore” arriva a Scotland Yard. “Lo hanno ucciso proprio davanti ai miei occhi!” farfuglia alla guardia, e avrebbe potuto uccidere anche lui, aggiunge ancor più trafelato. “Chi è stato a fare tutto questo?”. “Un paio di guanti”.
Ecco l’inizio del primo racconto di storie assurde, di casi bizzarri che vedremo velocemente. Continuiamo…
Dorothy Brant si sveglia da un sogno confuso in un cottage di montagna dove è venuta con il padre e con il cugino Harry. Tutto bene, solo che, sta rimuginando, c’è quella vecchia bisbetica della signora Topham, tra l’altro pure ladra, nel cottage vicino a sciupare tutto. Ma la suddetta signora Topham si trova ora all’ospedale con la testa fracassata, e le impronte sulla neve che si dirigono verso il suo cottage sono solo le sue. Per il sovrintendente Mason è lei l’assassina. Senza alcun dubbio.
Un edificio assai particolare in Sloane Street. Tutti gli appartamenti sono arredati allo stesso modo. Ronald Denham, un po’ alticcio per aver partecipato ad un party per soli scapoli, verso mezzanotte sale al suo appartamento al secondo piano. Qui trova qualcosa di strano, ovvero certi paralumi e un quadro che non ha mai visto. E trova pure un tizio “tranquillamente seduto in una sedia dallo schienale alto accanto alla porta” con l’impermeabile messo a rovescio. È morto. Morto che sembra poi sparito completamente e ritrovato, addirittura, nell’ascensore con l’impermeabile rimesso a dritto. Strano, eh…
Una rapina alla banca di quattro uomini. Vengono catturati ma delle ventimila sterline rubate neanche un penny addosso a loro. Il malloppo l’hanno nascosto o passato ad un ricettatore. E c’è una signorina che questi soldi li ha visti davvero in casa di un noto avvocato. Solo che sono scomparsi anche dopo un’accurata perquisizione da parte della polizia. Eppure stanno ancora lì…
Siamo all’Orient Club. La signorina Rapport sta ballando coperta dal trucco, mentre una ragazza sparisce con un portafoglio seguita dal poliziotto Jim Matthews (si trova lì alla ricerca di un noto borseggiatore). Proprio nel camerino della Rapport pugnalata alla schiena “con un paio di lunghe forbici acuminate”. Sembra lei l’omicida ma c’è qualcosa che non quadra…
Al casinò di La Bandelette. Un giovanotto che perde un sacco di soldi, ossia il signor Winton e un altro che vince parecchio, Ferdie Davos. Il primo, però, si può beccare ben diecimila dollari se si reca da un medico ad un certo indirizzo fra un’ora su proposta del secondo. Proposta davvero strana ma accettata (i soldi fanno comodo). All’ora stabilita si avvia, da lontano scorge Davos camminare, sente un grande rumore e un grido orribile, si volta per un attimo e poi vede Davos scalciare in terra pugnalato alla base della nuca. Morto e sembra proprio lui l’assassino all’agente che sta arrivando.
Il giornalista Bill Stacey cammina con una pesante valigia verso la Zampa del Leone per rivedere Norman Kane ma, soprattutto Marion, la nipote e segretaria di Kane. Ed anche Norman Kane, eccezionale affarista nella City, anche se per lui un “colossale truffatore.” Ma ecco, lo vede da lontano sulla spiaggia che gli grida “Vieni a fare un tuffo!” Poi tutto precipita. Ondeggia premendosi le mani contro il petto e cade a faccia in giù. Nello stesso tempo arriva Marion con il dottor Hastings. L’uomo è morto, addirittura ucciso secondo il dottore. Ma come?…
Dal colonnello March del Dipartimento Casi Bizzarri (ne riparleremo alla fine) arriva lady Patricia Mortlake con il cagnolino Flopit. Vuole che ritrovi il suo ricco fidanzato Francis Hale scomparso in un “terribile ufficio di Piccadilly”. Beccato lì, proprio da lei, tra le braccia di una “orribile sgualdrinella dai capelli rossi.” Ma, dopo un po’, completamente svanito.
Una maledetta radio infastidisce Douglas Chase che sta lavorando a una tesi storica per una docenza in un’università americana. Se riesce a vincere la sfida con K.G. Mills che non conosce. Ma la radio diventa davvero insopportabile. Decide di scendere dall’inquilino di sotto e, guarda caso, trattasi proprio di Kathleen Gerrard Mills. Il suono, però, sembra provenire dall’appartamento vicino che risulta vuoto, disabitato per qualche brividoso motivo. Sempre che non ci sia dentro un morto…
A indagare su questi casi incredibili c’è proprio un ufficio apposito del Dipartimento Casi Bizzarri guidato dal colonnello March “un uomo amabile e imponente (peserà almeno un quintale), dalla faccia lentigginosa, gli occhi azzurri vivaci e cordiali, e una pipa estremamente corta che gli sporge da sotto i baffi ben curati, di un colore incerto tra il grigio e il sabbia” insieme al paziente e incredulo ispettore Roberts. Ci penserà lui, innamorato degli enigmi e spesso con il sorriso, a risolvere i vari ambaradan tra scambi di persona, imitazione, daltonismo, mistero sulla scia della famosa “La lettera scarlatta”, sostituzioni di persona, sosia, finto morto… e tante altre diavolerie davvero impensabili.

Il gioco del mai di Jeffery Deaver, Rizzoli 2019.
Di crimini commessi seguendo orme già prestabilite ne abbiamo visti. Come, per esempio, l’assassino che imita alla perfezione gli omicidi tratteggiati in un noto romanzo poliziesco o segue, addirittura, le mosse di una partita a scacchi. Con l’evoluzione della società in senso tecnologico il sanguinario “imitatore” si rivolge a un’altra forma di espressione. In questo caso al mondo dei videogiochi. Ovvero a un particolare videogame (lo sapremo in seguito).
In breve. Scompare Sophie Mulliner, studentessa diciannovenne nella Silicon Valley. Lavoro per Colter Shaw, un tracker, un ricercatore di persone scomparse che gira con il camper Winnebago, la Malibu e la Glock 380. Diecimila dollari la ricompensa da parte del padre Frank per il suo ritrovamento. Sicuramente non è fuggita perché non avrebbe mai lasciato Luka, il suo “barbone di grande mole”, anche se c’era stato un litigio fra i due per il cambio di casa in una zona del sud. All’inizio lo troviamo addirittura intento a salvare Elizabeth, una donna incinta, rapita e prigioniera su una imbarcazione che sta affondando. Poi l’azione si sposta indietro di due giorni per il citato caso di Sophie.
Via al Quick Byte Café di Mountain View, il posto in cui la ragazza si trovava mercoledì pomeriggio prima di scomparire. Visione dei filmati di sicurezza: qui, oltre a Sophie in bicicletta, è inquadrata un’altra persona con occhiali da sole e coperta dal cappello. Il rapitore?… Tra gli altri avventori, incontra la bella rossa Maddie (futuri salti sul letto?) che lo avvicina al mondo dei videogiochi (verrà lui stesso preso dal vortice del gioco) aprendo uno spiraglio di luce sulla scomparsa della ragazza.
La figura di Colter Shaw si staglia al centro della scena con i suoi ricordi, alternati al presente, soprattutto del padre Ashton, il Re del Mai, e delle sue regole perché quasi tutte incominciano proprio con la parola “mai”. Padre che era scomparso e poi ritrovato morto all’Echo Ridge. Un incidente per la polizia ma non per lui che sospetta essere stato ucciso. Nell’immensa casa della Tenuta dove vivevano gli Shaw un mucchio di libri. Colter era stato attratto in particolare da quelli di legge, aveva fatto tirocinio in uno studio di un avvocato e sapeva tutto sul diritto penale.
Ma ecco scompare un’altra persona, Henry Thompson, e affiorano i primi dubbi, si accendono le prime luci. E se tutto dipendesse da un gioco malato? Sophie, infatti, era stata lasciata nella stanza di una fabbrica abbandonata con cinque oggetti che poteva utilizzare per sopravvivere. Proprio come nel videogame “L’Uomo che Sussurra”…
Colter Shaw, dicevo, al centro della scena contornato, però, da una serie di personaggi che hanno la loro ben costruita personalità nel bene e nel male, il loro modo di vivere, i loro interessi, il loro vissuto. Non sempre facile come quello della poliziotta Standish, gay e nera, costretta a subire battutacce e prese in giro dagli altri colleghi. In una Silicon Valley “che non è solo ricchezza, potere, modernità scintillante”, ma anche un luogo duro e terribile per chi è debole e incerto.
Concludendo. Tutto ruota intorno al mondo dei videogiochi che muove una enorme mole di denaro e interessi oscuri, un mondo che attrae e affascina dal quale possono scaturire le nuove menti perverse del crimine. Momenti di dubbio, perplessità (diversi sono gli indiziati), intrecciati a ricordi, a movimento, azione, scontri, pericolo e morte. Con Colter pronto a ogni evenienza per risolvere i vari casi e scoprire, finalmente, la verità sulla fine del padre.

La sposa nel lago di Cocco & Magella, Marsilio 2019.
Como e dintorni a febbraio. Due omicidi nel giro di poco tempo. Un anziano clochard nella vecchia zona industriale con la testa fracassata che sembra essere stato trascinato lì. Un clochard particolare, chiamato il “Professore” dal portamento e dai modi eleganti. E una bella ragazza, Ginevra Bassi, studentessa di diciannove anni, ritrovata senza vita (si scoprirà essere stata soffocata) sul ramo orientale del lago di Como, da un monaco al quale sembra una vera e propria “sposa”.
Due vicende che si intrecceranno inevitabilmente fra di loro (un classico) sulle quali deve indagare la commissaria Stefania Valenti. Una poliziotta vera, dura, ferrea, energica e nello stesso tempo gentile, divorziata dal marito vive con la figlia Camilla e il nuovo compagno Luca. Aiutata dai fedeli Piras e Lucchesi che presentano una loro ben costruita fisionomia. Collaborativa ma anche in contrasto con le alte gerarchie (altro classico).
Andando avanti con energica volontà si scoprono diverse “cosette”. La ragazza era fidanzata ma aveva anche una relazione poco chiara con un uomo molto più anziano. Al dunque viene fermato il fidanzato praticamente senza un alibi, ma non sembra la soluzione giusta, perché la vicenda è davvero complicata: “Si trattava di una partita a scacchi, in cui la mossa vincente poteva risultare, a seconda dei punti di vista, lontanissima o a portata di mano.” Pesano diversi elementi: i rapporti difficili nelle relazioni familiari e amorose, un misterioso testamento con una somma ingente “quantificabile in almeno un milione e mezzo di euro” completamente sparita, i problemi del figlio e del figliastro, quelli inerenti alla ludopatia, certe foto che possono offrire nuovi spunti…
La nostra Stefania Valenti ce la mette tutta alle prese con la figlia Camilla che cresce “ad una velocità impressionante” e con Luca, il compagno, che teme di perdere, sia per il suo notevole impegno di lavoro sia per la differenza di età (fino a quando sarebbe rimasto al suo fianco?). Una storia basata soprattutto sui mille risvolti di una tosta indagine (c’è anche l’amico giornalista a dare una mano) inframezzata da sprazzi di paesaggio (spazi aperti, il lago…) e brevi momenti di relax. Per risolvere il problema bisogna alzare lo sguardo. In alto. Come sempre. In una società dove le differenze ci sono, si vedono e contano.
Alla fine del precedente libro Ombre sul lago, Guanda 2013, avevo scritto “Buona lettura senza urletti di gioia.” Confermo. Un giallo ben confezionato lungo linee, purtroppo, risapute.

L’urlo di Margaret Millar, Il Giallo Mondadori 2019.
“Quattro mesi dopo, vennero ritrovate le ossa di Annamay a circa un miglio più in su del torrente, sotto un cumulo di foglie secche coperte da un groviglio di edere velenose. In quel periodo dell’autunno, l’edera del Canada aveva il fogliame rosso ed era molto bella.” Annamay Hyat è una bella bambina di otto anni, ribattezzata “la principessa” che gioca spesso con le sue amiche, tra cui la cugina Dru, in un palazzo in miniatura costruitole da un architetto. Ma un giorno scompare, forse per non aver seguito i consigli di una poesia scritta per lei “Non parlare con gli sconosciuti, anche se loro ti sorridono. Non accettare mai un passaggio da nessuno, neanche per mezzo miglio… Corri via subito. O quello potrebbe essere l’ultimo giorno della tua vita.” Ora, secondo la perizia del coroner “Non era affogata, non si era rotta una gamba, non era stata avvelenata dall’edera né colpita da un fulmine”. Dunque era morta per mano di una persona non identificata.
La sua scomparsa e la sua fine mettono in crisi il rapporto matrimoniale fra il padre Howard e la madre Kay. I mesi di attesa l’hanno invecchiata, è stanca, è triste, non ha più niente da amare. L’amico Benjamin (Ben) cercherà in tutti i modi di riappacificarli (anche lui, però, in conflitto con l’amante Shelley Quinn) portando la donna perfino a ballare. Comunque Howard e il reverendo Michael Dunlop, che ha visto nascere la bambina, non si perdono d’animo e si mettono in moto per scoprire il colpevole. E allora via ai colloqui con chi la conosceva, via alla lettura dei file della polizia riguardanti il caso portati di nascosto dalla segretaria del vicesceriffo, via a sentire la nuova inquilina, la pazza miss Rosa Firenze, “matta come un cappellaio”, che urla, tiene delle memorie interessanti e ha avuto delle strane visioni il maledetto giorno della scomparsa di Annamay. Poi c’è anche il signor Cassandra che ha visto qualcosa di particolare, sempre quel fatidico giorno e, ultimamente, la cugina Dru prende dei brutti voti a scuola, è nervosa, racconta un sacco di bugie, non sembra più la stessa…
L’autrice scava nei rapporti matrimoniali e non mettendo in rilievo i lati più bui e nascosti, le difficoltà, i malumori, le insofferenze, gli scontri, il maschilismo e la violenza imperante, insomma un senso di vuoto e disagio circola nella vicenda con il classico colpo di scena finale improvviso e insospettabile.
Per I racconti del giallo abbiamo Sul Tagliamento di Raffaele Serafini.
Fernanda. Una poliziotta lasciata dal primo e unico fidanzato. Sta guardando una foto di un nordafricano ucciso con una coltellata al petto. Omicidio volontario, in Friuli. Poi l’incontro con una vecchia amica e un’uscita a quattro in trattoria. La discussione cade sul delitto perfetto. Deciso così, a caso, senza un movente… Raccontino gustoso con spunto da Diario di un assassino di Leo Bruce. Ma epilogo diverso.
Per La Storia del Giallo Mondadori, Gli anni Novanta… e oltre di Mauro Boncompagni.
Questa è la volta di una serie succosa di artisti del giallo: James Yaffe, Shelley Smith, Ruth Rendell, Colin Dexter, Michael Dibdin, Lilian Jackson Braun, P.C. Doherty ovvero Paul Harding come pseudonimo, John Franklin Bardin, Martin Edwards, Paul Halter, Rhys Bowen, Maureen Jennings. Da leccarsi i baffi. E la storia della prestigiosa collana continua.

I Maigret di Marco Bettalli

Il mio amico Maigret del 1949
L’ideuzza di mettere l’inappuntabile e molto british ispettore Pyke – inviato da Scotland Yard per studiare i metodi del nostro commissario – appiccicato a Maigret quasi 24 ore su 24, con il conseguente fastidio del commissario e una serie infinita di piccole gags legate alla circostanza non è poi geniale, quanto meno non se ne sentiva certo la mancanza: Maigret è perfettamente in grado di reggersi da solo e la faccenda sa un po’ di riempitivo, visto che a volte il nostro sembra non sapere bene come arrivare in fondo alle 150 pagine canoniche. Il nodo centrale del romanzo è l’isoletta di Porquerolles, al largo di Tolone, nella quale Simenon visse a lungo, scrivendovi vari Maigret (ma non questo): luogo magico, e universo a sé stante, di quelli che affascinavano lo scrittore, e non solo lui. Qui vivono un sacco di spostati, portati alla deriva dai loro insuccessi, dalla loro stanchezza, dai loro peccati, dalla loro malattia: e tra questo branco di disadattati che bevono a più non posso, prendono il sole e giocano a carte (e persino a scacchi) matura uno strano delitto, che Maigret risolverà collegandolo a una faccenda di falsi Van Gogh. In effetti, il giallo è pressoché inesistente, mentre tutto il resto – l’isola, i suoi curiosi personaggi, la porquerollite che prende quasi tutti, inducendoli a non voler più tornare nel mondo, e sta per catturare persino il nostro commissario, più meditabondo e malinconico che mai, – lascia una traccia delicata e dolente. Non uno dei migliori Maigret, ma non un Maigret banale.

Maigret a New York del 1947
Maigret, cinquantaseienne in pensione nella sua casetta nella Loira, si trova catapultato a New York, dove vive un’avventura abbastanza complessa, non senza assumersi qualche rischio personale, sulla scia del suo creatore che in quegli anni si era trasferito nella Grande Mela. La storia è di quelle – amate da Simenon – che affondano le radici in un lontanissimo passato, in questo caso quello di un miliardario scontroso, diventato ricco con i jukebox, e del suo amore profondo e romantico per una esile ragazzina sua compagna in improbabili tournée artistiche. Inevitabilmente non mancano molte cose piacevoli, come in tutti i Maigret, in primo luogo alcune figure di contorno, dall’amico O’Brien al bizzarro investigatore privato che coadiuva il commissario. Ma a Maigret non si addice l’America, o meglio l’ambientazione può servire a creare – per contrasto – un sacco di gags divertenti, a partire per esempio dalla lingua (Maigret conosce molto male l’inglese), ma si tratta di espedienti di cui Simenon non ha certo bisogno per far funzionare la sua macchina perfetta. E la trama, poi, risulta quasi insopportabilmente arzigogolata, sostanzialmente inverosimile.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

New York: Codice rosso di James Patterson e Michael Ledwidge, Longanesi 2019.
Il nuovo libro di Patterson per l’Italia ha come protagonista il detective Michael Bennett del NYPD, bravo poliziotto conosciuto come eccellente negoziatore, figura non troppo abituale per un eroe di una serie poliziesca. Tanto per cominciare Bennett, quarantenne vedovo, è padre di ben dieci figli. Una specie di colorita tribù che riesce a crescere con l’aiuto del nonno Seamus, pastore protestante, e di Mary Catherine, una bella, efficientissima e incantatrice tata. Michael Bennett è di ritorno da un breve viaggio in Irlanda. Da solo, perché l’affascinante Mary Catherine, che aveva accompagnato in patria e ormai gli ha preso il cuore, ha dovuto fermarsi là per un contrattempo nella vendita dell’attività alberghiera della sua famiglia. Atterrato a New York, Bennett ha appena il tempo di digerire il jet lag, di affrontare la confusione dei figli abbandonati a se stessi e di recuperare suo nonno – ricoverato in ospedale a seguito di un leggero disturbo confusionale, conseguenza non grave di un recente ictus – quando due improvvise spaventose esplosioni compromettono gravemente la principale linea della stazione della metropolitana. Il nostro eroe viene immediatamente convocato e coinvolto nelle indagini, ma i disastri non sono finiti perché ben presto ci sarà lo scioccante assassinio del sindaco che sta parlando in diretta per rassicurare i concittadini da un palchetto alzato all’esterno del quartiere generale delle indagini e, poco dopo, anche un drammatico e letale attentato esplosivo al Federal Building. Con la tensione alle stelle, Michael Bennett è costretto a prendere le redini di una situazione che rimanda con la mente all’11 settembre 2001, con l’America sotto attacco…
Insomma il detective Michael Bennett, spalleggiato dalla sua vecchia amica e partner Emily Parker dell’FBI, deve individuare e catturare i criminali che si celano nell’ombra, approfittando del caos generato dagli attacchi. In una affannosa corsa contro il tempo, sfidando il più pericoloso nemico mai affrontato finora, si troverà costretto a ricorrere a ogni possibile risorsa, prima che il peggiore incubo di tutti rischi di trasformarsi in realtà mentre una serie di attacchi, sempre più devastanti, viene perpetrata contro la città da un gruppo terroristico non identificato.

Delitto a Villa Fedora di Letizia Triches, Newton Compton 2019.
Torna in scena Chantal Chiusano che avevamo conosciuta in Verde napoletano, poi ritrovata a Venezia in veste di commissario in carica per I delitti della Laguna, dove si era fatta affiancare dal personaggio cult di Letizia Triches, Giuliano Neri, per sbrogliare e risolvere un omicidio collegato a un complicato intreccio americano-napoletano con potenziali legami con illeciti commessi nel mondo dell’arte. Stavolta invece tutt’altro fondale, via le gondole, via i canali e si passa direttamente al grande splendore e a certe debolezze legate alla capitale che ritroviamo in questo nuovo romanzo tutto romano. Eh già, perché nel 1992 Chantal Chiusano è stata trasferita a Roma da due anni e vive al quinto piano di una palazzo un po’ vecchiotto del Testaccio. Nessun posto fino ad allora ha mai dato a lei, ischitana purosangue costretta a nascondere la pena di un lutto che l’aggredisce spesso e a tradimento, un vero senso di appartenenza, la capacità sentirsi di nuovo quasi in pace con se stessa. Sarà anche per l’amichevole complicità che la lega alla sua dirimpettaia di pianerottolo. Ma un poliziotto ha il suo lavoro da fare e Chantal Chiusano è un bravo poliziotto, sempre pronta a mettersi in gioco. Un feroce delitto è stato scoperto a Villa Fedora, nel quartiere Coppedè, proprietà indivisa degli eredi del famoso cineasta romano Alberto Fusco, scomparso da diciotto anni, e nulla è stato toccato da allora. Molte stanze sono in disordine ma mancano segni di effrazione. Dunque l’assassino o conosceva la vittima, la donna che l’ha fatto entrare, o ha usato proditoriamente la chiave. La morta, massacrata al volto con un pesante oggetto contundente, è Liliana Fusco, 54 anni, nuora del defunto. Il delitto è stato scoperto poco dopo le otto di sera da sua figlia Magda, una ragazza fragile e complessata che era venuta a prenderla. Liliana Fusco da giovane era stata anche l’assistente segretaria del suocero e dopo la sua scomparsa era diventata quasi il nume tutelare della villa e dei suoi ricordi. Da giorni Villa Fedora era stata attrezzata come set cinematografico per un film-documentario celebrativo di Alberto Fusco e tutti i componenti della famiglia volenti o nolenti erano stati coinvolti nella produzione. Un ladro sorpreso in flagrante? Insomma è difficile a prima vista capire se manca qualcosa, perché sportelli e cassetti solo stati aperti e diversi monili sono sparpagliati in giro. Ma la villa, imponente e così spaziosa da sembrare un labirintico memoriale, è sovraffollata ai limiti dell’inverosimile di mobili e oggetti. Villa Fedora pare quasi un irreale scenario teatrale piuttosto che una casa. Forse l’assassino cercava qualcosa di particolare? Ma Villa Fedora contiene soltanto oggetti d’arte e ricordi legati ad Alberto Fusco? Nascondeva magari qualcosa? Il commissario Chantal Chiusano e l’ispettore Ettore Ferri, suo vice, per riuscire a fare luce su quella tragica vicenda dovranno andare a fondo, scandagliando il presente ma soprattutto il passato…

Ah l’amore, l’amore di Antonio Manzini, Sellerio 2019.
“Ah l’amore, l’amore”, indimenticabile canzone di Luigi Tenco, portata al successo da Ornella Vanoni, e imperdibile nuovo “canto” (secondo me il decimo) dello strepitoso romanzo a puntate sul vicequestore romano Rocco Schiavone. Antonio Manzini riprende la storia proprio dal punto in cui aveva lasciato il suo protagonista in Rien ne va plus: gravemente ferito, steso a terra privo di sensi in un lago di sangue. Una storia grossa, culminata con una sparatoria all’alba, quando Schiavone e la sua squadra avevano incastrato e arrestato la banda di falsari, rapinatori e assassini che operava a Saint Vincent.
Non si sa ancora chi gli ha sparato, l’addetta alla scientifica Michela Gambino non ha avuto tempo e modo di chiarire, ma intanto sia la stampa che i superiori lo trattano da eroe. Comunque è stato un bello spavento per lui e tutta la sua squadra, ma l’uomo è un duro, una pellaccia: portato di corsa all’ospedale ci ha sì rimesso un rene, ma l’operazione eseguita d’urgenza il 21 dicembre è andata bene. Però però, una successiva infezione batterica postoperatoria l’ha costretto a prolungare la degenza sotto cura di antibiotici. Un inghippo che, al 26 dicembre 2014, lo tiene ancora prigioniero nell’ospedale di Aosta, tutto vestito a festa dagli addobbi natalizi. Stare a letto a leggere? Proprio no! Gabriele gli avrebbe anche portato dei libri, ha il giornale ma il ritmo ospedaliero, il cibo che passa il convento e l’incongruo balbettare del suo compagno di stanza sono quasi insopportabili. Schiavone si sente peggio di un leone in gabbia. E reagisce con atteggiamenti semi goliardici. Appena può, scappa al bar, si nutre di brioches, panettoni, cioccolata, attacca briga per un nonnulla ed esce in pantofole con addosso il loden sui ballatoi a fumare sigarette e canne. Anche perché se guarda dalla finestra non vede che pioggia e… un’incongruenza.
Anche stavolta Schiavone ha fatto centro e, mentre i suoi dubbi cominciano a concretizzarsi, informa il magistrato Baldi e il questore Costa. Le loro indagini hanno scoperchiato alcuni segreti viventi della famiglia Sirchia e appurato che i rapporti tra marito, moglie e figlio non erano rose e fiori. Chi poteva desiderare la morte del ricco patriarca? Bisogna trovare il modo di mettere in trappola chi è stato pronto a colpire. Stavolta Manzini lascia largo spazio alle riflessioni psicologiche, sia di Schiavone che della sua squadra, e alle tante suggestive atmosfere che li circondano.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca al Diario di un Amico Fantastico. Il giornale di bordo di Rowley di Jeff Kinney, il Castoro 2019.
Questo libro è raccontato da Rowley, il migliore amico di Greg, la nostra Schiappa. A differenza di lui, Rowley è alto e un po’grassottello, è più bravo e più obbediente. Ma adesso gli lascio la parola.
Ciao, io sono Rowley e ora parlerò di alcune avventure divertenti e anche paurose vissute con il mio migliore amico Greg. Per esempio ieri per la prima volta sono andato a dormire una notte da lui. Per un po’abbiamo giocato ai videogiochi ma poi Greg ha avuto un’idea molto stramba tirando fuori dal cassetto del comodino un film. Ci siamo messi a guardarlo e parlava di una mano assassina che uccideva tutte le persone che incontrava. Ma ad un tratto…
Un’altra volta io Greg siamo andati di nascosto di notte nel trampolino del nostro vicino di casa mentre tutti dormivano. Ma dopo cinque minuti che saltavamo un cane si è messo ad abbaiare molto rumorosamente. Allora siamo scappati velocissimi a casa e quando siamo arrivati…
Ciao ragazzi sono di nuovo io, Jonathan. Volevo dirvi che Rowley non ha finito di raccontarvi i suoi episodi perché non voleva rovinarvi la sorpresa. Quindi per sapere come vanno a finire leggete il libro!!!

Le letture di Jessica
Oggi vi presento Peter Pan, Edibimbi 2019.
Peter Pan non vuole crescere ma andare ai giardini dove sono gnomi e fatine. Una sera gli spuntano le alucce e ci vola. Quando diventa grande gli cadono le ali. Allora suona il flauto alle feste delle fatine e degli gnomi che ballano. Poi deve uccidere Capitan Uncino e i suoi pirati nell’Isola che non c’è perché è cattivo. Ma vengono catturati. Solo Peter Pan riesce a fuggire. La fatina Tintinna con una vecchia sveglia spaventa Capitan Uncino che cade nella bocca del coccodrillo. Poi ritornano tutti a casa. Che bel racconto! Piacerebbe anche a me avere le ali.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2020

Un salutone a tutti i lettori!

Furto d’identità di Boileau-Narcejac, Il Giallo Mondadori 2019.
Trattasi di diciotto racconti (se non ho contato male) alla maniera di certi grandi autori del poliziesco dove incontreremo tanti amati beniamini rimasti nei nostri cuori. Impossibile parlare di tutti. Vediamo, allora, cosa si può fare.
Intanto si parte da Sherlock Holmes. Anno 1889 “particolarmente gravido di crimini.” Il collezionista di monete John Bancroft chiede il suo aiuto. Ama la signorina Maisy perseguitata da lettere minatorie che a un certo punto scompare lasciando tracce di sangue. Dopo una breve perlustrazione sul luogo dell’accaduto per Sherlock tutto è molto semplice e sa pure indicare l’aspetto, il lavoro e l’abuso di cocaina dell’assassino lasciando Watson a bocca spalancata. Scontro finale e relativa sorpresa…
Altro grande personaggio Padre Brown che si trova a sciogliere il mistero di una seduta di spiritismo, dove ci scappa il morto colpito da un coltello infilato tra le scapole. Per lui basta ripetere la seduta, questa volta con la sua presenza, per smascherare l’assassino…
Potremo poi incontrare il distinto Lord Peter Wimsey alle prese con il cognato ispettore Parker che sospetta la signorina Mary dell’uccisione di lady Ballister. Come figlia gelosa della nuova moglie del padre. E c’è pure una lettera della suddetta, fuggita, che ammette l’omicidio. Ma Peter Wimsey è tosto, non si lascia fuorviare, anche perché ci sono certi pidocchi in giro…
A risolvere il mistero di un mostro che affoga i pescatori a Loch Bliss arriva il piccoletto belga Hercule Poirot “dai modi cerimoniosi e quasi timidi”. Ritenuto pure vanitoso e un po’ matto. Per lui, comunque, il mostro esiste davvero, ha due braccia e due gambe e “il cervello di un demonio”. Occorre solo osservare attentamente un vecchio pescatore maldestro che sta lanciando l’esca…
Con certi palloncini rossi appesi a determinati appartamenti dove ci scappa il morto se la deve vedere, invece, Ellery Queen. Tra l’altro contro una banda di gangster. Mica facile. Ma lui potrebbe sfruttare proprio un palloncino rosso per sciogliere l’enigma…
Tra i vari personaggi famosi non manca certo Maigret. Trattasi della sua penultima indagine. Non sta bene, è stanco e febbricitante. Deve scoprire l’assassino di Marcenac, genero dei Dufaure-Verneuil, ucciso con un colpo di pistola che non si trova. Per l’ispettore Janvier si tratta della moglie fuggita con l’amante. Chiaro, lapalissiano. Ma non per Maigret. Parlando con i membri della famiglia e osservando bene il luogo del delitto si può giungere alla verità. Vedi pantofole che mancano e un certo odore di cloroformio…
Anche la stazza voluminosa di Nero Wolfe con il simpatico aiutante Archie è presente in questa pregevole raccolta attirato da impossibili orchidee rosse e dal risolvere il caso di sir Lawrence Tyndall che ha messo a punto una macchina capace di bloccare un motore, anche aereo, a chilometri di distanza. Bersagliato da attentati e furti nella sua casa fino alla sua uccisione. Ma certo l’assassino non può sfuggire al voluminoso, infallibile detective. C’è il passo dell’anatra che risolve il mistero…
A rappresentare il giallo prettamente d’azione, il thriller insomma, con la sua efferata brutalità e ferocia abbiamo, per esempio, Andy alla maniera di James Hadley Chase. Un ragazzo, un giovane ladro che piano piano scopre la sua insita violenza…
Non manca neppure la spy-story con Sua Altezza Serenissima Malko Linge preso dal problema dei gopher (giuro)…
e neppure il racconto prettamente umoristico dove Ange e Sandrine cercano di far fuori il nonno Pepé. Ma i nonni non sono mica così tonti…
E poi ce ne arriveranno altri come Lupin, Nestor Burma, Simon Templar…
E qui mi fermo. Per parlare di tutti ci vorrebbe un libro intero. Tanti nostri eroi con le loro straordinarie caratteristiche ben riprodotte dagli autori a svelare astuzie diaboliche e crimini efferati. Cervello e movimento spesso compagni di frizzante avventura, personaggi ben calibrati, vivi, concreti immersi in una ambientazione ottimamente costruita dove anche il tempo ha la sua parte nel creare un’atmosfera di suspense e di paura (il vento che fischia, la pioggia a raffica…), oppure i classici passi nel buio e pericoli inaspettati che possono venire anche da un cane fedele. Vi troviamo violenza e brutalità ma pure sorriso e ironia sparsi al punto giusto, dubbi, incertezze, la luce che si accende improvvisa, le “spalle” incredule a rendere ancor più geniali i veri protagonisti. E poi il denaro, l’invidia, l’amore, la passione, e altri oscuri sentimenti che spingono al delitto. D’accordo, qualche volta gli autori esagerano nel creare meccanismi estremamente complicati, al limite del credibile ma sono pur sempre piccoli nei di fronte all’eccellenza di tutto il resto.
Un furto d’identità ben congegnato e riuscito.
Per La storia del Giallo Mondadori l’undicesima puntata su Gli anni Ottanta di Mauro Boncompagni.
Questa volta incontreremo Stuart Kaminsky, Robert B. Parker, James Crumley, Tony Hillerman, Pierre Boileau e Thomas Narcejac, Margaret Doody, Anne Perry, Peter Lovesey, Leo Bruce, Rupert Croft-Cooke insieme alle puntuali osservazioni del nostro Mauro.

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, Einaudi 2019.
Bari, febbraio 2014. “Ciao, Guido. Non mi riconosci? Sono Lorenza”. È proprio Lorenza, Lorenza Delle Foglie che si presenta davanti all’avvocato Guido Guerrieri dopo tanto tempo dalla loro relazione. Dopo ventisette anni. Cambiata. Non più bella e affascinante. Ora alta, magra, dai capelli grigi. Un’altra. Il Tempo, il Tempo, uno dei personaggi principali della storia…
Chiede aiuto. Suo figlio Jacopo Cardace è stato condannato ingiustamente per omicidio di primo grado, e l’avvocato Costamagna che lo aveva difeso è morto. Via alla lettura degli incartamenti e della sentenza in cui, però, “si motivava in modo adeguato la condanna che pareva del tutto fondata”. Una brutta gatta da pelare.
Non c’è tempo da perdere, l’avvocato inizia il lavoro coadiuvato dalla collega Consuelo (sempre dalla parte delle vittime) e dal duo investigativo Tancredi-Annapaola, quest’ultima la sua fidanzata-non fidanzata molto più giovane. Un primo aspetto da tenere presente: la difesa di Costamagna, che durante quel periodo non stava bene, è debole e deficitaria. Altro punto da sondare: le polveri da sparo ritrovate sui vestiti del ragazzo spacciatore…
Narrazione in prima persona da un Guerrieri cambiato, un uomo più maturo che ha lasciato da parte perfino le sigarette e cucina meglio di prima (spaghetti all’assassina). Gran parte del libro è dedicata al nuovo processo, agli interrogatori dei testimoni e dell’accusato, agli scontri accusa-difesa, insomma alle sottigliezze dell’una e dell’altra parte dove la verità, quella vera, sembra irraggiungibile. Si mette in rilievo l’importanza e la difficoltà del sistema giudiziario, le soluzioni che vanno trovate di volta in volta attraverso “la capacità di convivere con l’incertezza, con l’opacità del reale.” Come a dire niente è perfettamente sicuro. “Tutto diventa quotidianità, le persone fascicoli e carte.”
Accanto alle indagini e al processo i ricordi dei genitori, i ricordi di se stesso e dei suoi cambiamenti, la storia con Lorenza completamente diversa da lui, sempre pronta a provocarlo, a manipolare i discorsi. Belle, invece, le loro conversazioni sui libri, soprattutto sulle fiabe che fanno capire il lato oscuro dentro di noi. Poi ad un certo punto il distacco improvviso, così, senza un motivo logico.
Qualche momento di relax con Mr. Sacco o al ristorante Il piede di porco di Orazio. Spaghetti con frutti di mare e liquore al finocchietto selvatico per finire, altrimenti all’Osteria del Caffellatte, nonostante il nome una libreria di Ottavio, spunti sul bullismo, chiacchierata con un cliente che cura i problemi esistenziali attraverso la filosofia.
Indagine, ricordi, vita reale ma il lettore è sempre con la mente al rapporto Guido-Lorenza per sapere come finirà, se ci sarà qualcosa di nuovo, di inaspettato. Con il Tempo a muovere le fila della vita. A scorrere lento o veloce secondo le età. A farci cambiare o restare ancora noi stessi.

Natale di sangue di Augusto de Angelis, Leo Bruce e Edgar Wallace, Il Giallo Mondadori 2019.
Il do tragico di Augusto de Angelis
“Il do maggiore fu preso di slancio, con agilità e fu tenuto con sciolta franchezza. Una voce d’oro”. Per poco, che ad un tratto la voce della bella soprano Sofia Milena Scimanova, che canta la romanza della Lucia “Quando rapita in estasi” negli studi dell’EIAR, si spezza. È successo qualcosa. Qualcosa di strano perché si è come addormentata. Portata nella sala d’aspetto ad un certo punto va via la luce e… si scoprirà in seguito essere stata uccisa con uno spillone nel cuore. Abitava all’hotel Bristol dove, guarda caso, è arrivato anche il gangster americano Romney Bypas alias Kid Tiger. Altro fatto strano sei buste azzurre recapitate a sei destinatari che provocano in loro grande terrore. Bel guazzabuglio per il commissario De Angelis della squadra Mobile di Milano interessato soprattutto al “mistero dell’anima umana”, alla “psicologia delle persone che egli studiava con accanimento, con passione, con sofferenza…” Caso strano e complesso, numerosi, troppo numerosi gli indiziati “Nove persone attorno a una addormentata. Cinque minuti di oscurità e una di quelle nove persone compie il delitto. Quale di esse?” Occorre conoscere bene la personalità di Sofia, interrogare tutti i testimoni, verificare le loro affermazioni, scoprire i legami con le buste azzurre e Kid Tiger. Mentre, tra l’altro, scoppia un incendio al Bristol proprio nelle stanze dove abitava l’uccisa. La quale, aggiungo, era stata sottoposta a ipnosi per addormentarsi a una certa ora, e questo avviene proprio mentre canta la summenzionata romanza… Caso strano, complesso e difficilissimo ma niente può sfuggire al nostro commissario seguace imperterrito di Freud.
Capolavoro di Augusto De Angelis che costruisce un plot ottimamente congegnato attraverso anche una grande cura nella costruzione variegata, non priva di humor, dei personaggi a partire dalla stessa, affascinante, diabolica Sofia, per continuare con gli altri, ognuno con le sue particolari caratteristiche.
Diario di un assassino di Leo Bruce
Si parte proprio dal diario di un assassino. Egli ucciderà senza un movente e non verrà mai scoperto. Su un lungomare di un piccolo centro balneare, con un martello che già possiede, durante una sera buia di novembre e dicembre. Allora conoscerà “la sublime sensazione di essere un assassino”. Un assassino di un delitto perfetto.
Si passa all’hotel Queen Victoria di Selby-on-Sea. Arriva un tizio strano. Un presunto morto, dichiara di essere alle due ragazze dell’hotel. Si riempie di whisky e via sul lungomare. Qui, seduto su una delle pensiline, viene trovato morto davvero dal poliziotto Sitwell con il cranio fracassato da un grosso martello ai suoi piedi. Ecco pronto il lavoro per l’ispettore John Moore e per l’amico Carolus Deene “Professore Emerito di Storia presso la Queen’s School di Newminster”, profondo conoscitore e appassionato di alcuni dei più celebri delitti del passato. Seguiremo lui e i suoi metodi basati sulla logica. Intanto il morto è Ernest Rafter, odiato collaborazionista per aver passato informazioni ai giapponesi e creduto davvero morto. Via alla ricostruzione dell’accaduto. Colloqui con i familiari, con le ragazze del locale, ricostruzione metodica dei suoi ultimi movimenti e dei passanti che erano circolati a quell’ora sul luogo del delitto. Ricostruzione precisa, dettagliata, ma manca il movente. Manca davvero un movente credibile. E arriva un altro delitto con le stesse modalità di esecuzione. Beh, ora qualcosa si incomincia ad intravedere. Che sia il Caso, il Destino, un elemento imponderabile a fornire l’indizio utile?… Ci penserà Carolus a sbrogliare l’incredibile matassa.
Il caso Chopam di Edgar Wallace
E il Caso, l’Imprevisto è proprio il personaggio principale di questo racconto. Alphonse o Alphonso Riebiera è un uomo che ci sa fare con le donne. Specie se maritate. Le conquista e le ricatta fino a quando il marito di una di esse non scopre il suo “gioco”. Allora gliela farà pagare cara. E infatti verrà trovato ucciso da un colpo di pistola sparato da un tizio a sua volta ucciso da lui. Ma qualcosa non quadra. L’assassino doveva essere il marito e invece… Cosa è veramente successo?…
Ancora una scelta oculata e ben calibrata del nostro Mauro Boncompagni. Tre capolavori ambientati durante le feste natalizie tra psicologia, logica ed evento inatteso a creare interesse, attenzione, sgomento nel lettore attratto da plot assolutamente intriganti. Sempre tenuto sul chi vive dentro atmosfere incerte e nebulose costruite con garbo, leggerezza e ironia. Il tutto presentato all’inizio con una bella ed efficace introduzione.

Un mondo di ferro di Marco Bettalli, Laterza 2019.
Il regalo più bello di Natale è stato questo libro dell’amico Marco, professore di Storia greca all’Università di Siena (anche ottimo giocatore di scacchi), che mi ha riportato indietro nel tempo ai miei studi di Storia moderna con il prof. Giorgio Spini (lo cito sempre con ingenuo, fanciullesco entusiasmo). Un libro, lo dico subito, bello, raffinato, elegante. Di gradevole lettura su un argomento così complesso e fascinoso come la guerra nel mondo antico.
Intanto l’autore nella Introduzione chiarisce subito le sue scelte: niente storia evenemenziale disposta cronologicamente; niente storia antiquaria; niente storia decisa dalle strategie dei comandanti. Piuttosto storia vista dal basso, ovvero “l’analisi del fenomeno guerra all’interno delle società antiche”.
Poi ci inoltriamo, sotto la sua esperta guida, nel passato. In un passato lontano di guerre, di assedi, di lotte per mare e per terra. Di eserciti greci, romani, macedoni, persiani, cartaginesi ognuno con le proprie caratteristiche, con i propri punti di forza e debolezza. Di nomi fascinosi e roboanti che ci riportano ai nostri studi fanciulleschi: Epaminonda, Milziade, Ciro il Giovane, Filippo V, Scipione l’Africano, Tito Quinzio Flaminino, Claudio Marcello, Alessandro Magno, Annibale e via di seguito, tanto per citarne alcuni sparsi nel tempo in qua e là. Di nomi, ancor più fascinosi degli storici che hanno raccontato quei momenti drammaticamente terribili e stupendi: Plutarco, Senofonte, Polibio, Strabone, Erodoto, Tucidide, eccetera, eccetera.
Quanti nomi, quante storie! Con la guerra piantata saldamente al centro. La guerra di Troia, le guerre persiane e del Peloponneso, quelle di Alessandro Magno e quella, epica, di Annibale. Vista nelle sue varie sfaccettature, come educazione, esaltazione, fine a se stessa e terrore. Intorno ad essa i generali, i soldati (opliti, psilòi, peltasti, mercenari), le armi, le tattiche, il rapporto con la religione (vedi il timore degli dei, i sacrifici, gli oracoli, gli indovini), con la società, la sua cultura, la sua arte (poesia, filosofia, teatro, storia) e le sue classi sociali (aristocratici, proprietari terrieri, poveri derelitti). Una guerra di uomini (ci sarebbero volute migliaia di Lisistrate per cercare di fermarla) necessaria e inevitabile, quasi fenomeno naturale collegato alla vita. Una guerra “etica”, individuale e di massa, a stretto contatto con la politica (le due sfere “in larga misura coincidono”), attraverso la quale si scopriva il valore del singolo, della persona, il valore del coraggio e dell’obbedienza, per risolvere certi problemi, certi inevitabili contrasti. Una vera manna di arricchimento per moltissime persone insieme ad una marea stupefacente di derelitti e di morti.
Lo studio è accurato, accuratissimo, ricco di fonti e citazioni (anche in chiave moderna) corredato, alla fine, da cartine, cronologia e incredibile bibliografia. Un racconto dotto e complesso senza mai cadere nel pesante, attraverso una esposizione leggera, limpida, veloce, incasellata dentro brevi capitoli. Ascoltiamo il nostro Marco Bettalli proiettati in un mondo lontano. In un mondo di ferro. Con un chiaro, semplice, passionale intento “Il mondo antico era quello che era, né più bello né più brutto del nostro. Era solo diverso, e mi piacerebbe che queste pagine mettessero in risalto un po’ di questa diversità e servissero, almeno in piccola parte, a comprendere l’universo mentale dei suoi abitanti. Non per renderli scioccamente più vicini: ma per lasciarli là dove si trovano, con grande rispetto e, perché no, anche un po’ d’amore”.
Leggendo il libro talvolta sembra davvero di essere lì, con i grandi del passato, ad assistere, meravigliati, alle loro storie, ai fatti che hanno vissuto, visto o studiato. A seguire, da lontano, le operazioni di un assedio, lo scontro di una battaglia navale o campale, le gesta eroiche di un grande condottiero. Oppure ad aspettare intrepidi e ansiosi, insieme agli altri soldati, sotto pesanti armature e il caldo asfissiante, l’arrivo del nemico, pronti a combattere e morire per qualcosa in cui crediamo o ci hanno fatto credere.
Dello stesso autore ricordo anche Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico, Carocci 2013.

I Maigret di Marco Bettalli

Le vacanze di Maigret del 1948
L’abbiamo già visto in pensione, in “esilio”, in missione o nella sua Parigi. Ora Maigret è in vacanza a Les Sables, località di mare in Vandea, ben conosciuta da Simenon che vi soggiornò un anno, e l’ambientazione è funzionale a introdurre mille situazioni che suscitano il sorriso: perché Maigret, in realtà, è antitetico al concetto di vacanza, non va al mare, non ha hobby, odia il sole e il caldo, non legge, non sa che fare e, in buona sostanza, beve come una spugna. In questo caso, poi, la cosa si complica per l’improvviso attacco di appendicite della signora Maigret, utile solamente a veicolare l’inizio del caso e a scatenare Simenon nella descrizione rispettosa quanto velenosa delle suore che dominano nel piccolo ospedale di provincia. Al di là di tutte le amenità e delle consuete punzecchiature sociali, con il commissario particolarmente insofferente della buona borghesia e a suo agio con pescivendole e gente da poco, il giallo, ancora una volta non giallo (il colpevole è il primo e unico sospettato fin dalle prime pagine), è a tinte foschissime, con l’uccisione a sangue freddo di una ragazzina e varie altre atrocità; tutto si basa sulla figura affascinante quanto improbabile del dottor Bellamy, eccezionalmente intelligente e irrimediabilmente malato d’amore e di gelosia per la sua bella moglie. Il duello ingaggiato con Maigret lo perderà, ovviamente: ma è evidente che, in qualsiasi altro caso – bastava che il commissario andasse in vacanza in qualche altro posto… – l’avrebbe fatta franca.

Firmato Picpus del 1944
Legato a ricordi infantili (è l’unico Maigret con Gino Cervi, TV fine anni 60, del quale mi ricordi qualcosa), è un bel Maigret ambientato nella Parigi accaldata d’agosto, con tutti gli ispettori e i luoghi comuni tradizionali al loro posto. Indimenticabile nel titolo (Picpus non è che una pubblicità di una ditta di traslochi in rue Picpus, entrata per caso nella trama: in romanzi successivi apparirà curiosamente come la via dove abita il dottor Pardon, amico fidato di Maigret), ha uno splendido inizio: Maigret aspetta nervoso l’assassinio preannunciato di un’indovina, l’evento si verifica puntualmente e la polizia, quando accorre sulla scena del delitto vi trova… un vecchio suonato e incappottato nonostante il caldo afoso dell’estate. Il giallo, che ci rivelerà le schifose trame di una vecchia signora, una di quelle figure intrise di cattiveria sorda, profonda e irredimibile che Simenon è maestro nel tratteggiare, tende poi un po’ a ingarbugliarsi in una macchinosità che l’autore riesce a stento a controllare. Lo scioglimento, col violentissimo temporale d’estate che fa da spartiacque e il finale con il vecchio, che si rivela di grande umanità e simpatia, coccolato al ristorante da un Maigret soddisfatto, è molto bello: l’umanità fa schifo, ma c’è per fortuna chi la comprende e, con i mezzi che ha a disposizione, punisce i colpevoli e premia le persone per bene.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Nozze per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Un proverbio dice: nozze bagnate nozze fortunate, ma queste Nozze, l’ultimo capitolo dei Bastardi di Pizzofalcone, non potranno essere fortunate perché bagnate di sangue la sera della vigilia. Il momento che avrebbe dovuto essere speciale, di festa, si trasforma in una tragedia. È inverno e anche a Napoli fa freddo, il vento s’incunea gelido sotto le vesti e magari piove… E poi una data di febbraio, decisa da un giorno all’altro, quasi un capriccio.
Ma gli sposi non badano a spese. Gente danarosa con casa residenziale in collina, fanno parte di quel mondo che può andarsi a cercare, se lo desidera, il caldo altrove, o magari il mare in lontane spiagge tropicali. E allora perché no! Affari loro. Ma quel momento, che avrebbe dovuto essere meraviglioso, si è trasformato in una tragedia. L’abito nuziale della futura sposa, che galleggia sull’acqua, ha destato l’attenzione di Costanza Giaquinto, ottantanove anni compiuti e tutta una vita passata nell’antico palazzo tirato su nel Seicento, oggi trasandato ma ancora in piedi.
Un dedalo di stanze edificato sul tufo di un piccolo promontorio naturale, che si sporge sull’azzurro del golfo, sovrastando una piccola spiaggia privata corredata da un anfratto, una grotta artificiale frequentata spesso dagli innamorati e dove, ai suoi tempi, l’originaria padrona del palazzo incontrava gli amanti. La vecchia signora affacciata alla finestra in quel pomeriggio di febbraio ha visto «che la corrente che spingeva acqua dalla riva al largo recava una grande macchia bianca. Qualcosa di ampio e setoso, con merletti e veli. Un abito da sposa. Che andava via, in direzione dell’isola simile a una figura di donna». Ha chiamato la badante per farsi portare il cappotto, è scesa con lei per vedere meglio e da vicino e nella grotta ha trovato una bella ragazza, nuda, immobile, distesa supina sulle lisce rocce di tufo, morta… Un nuovo caso per la squadra di poliziotti più scombinata ma infallibile della questura partenopea: i Bastardi di Pizzofalcone…

Le sigarette del manager di Bruno Morchio, Garzanti 2019.
Dopo una telefonata di richiesta di aiuto, Bacci Pagano, il detective dei carruggi, sfida il meteo di una capricciosa primavera che minaccia pioggia, sale sulla Vespa e si mette in strada. Sono passati otto mesi dal crollo del ponte Morandi, che ha fatto 43 morti, e quella non è una strada qualunque perché passa proprio sotto il monumentale troncone, triste e muto testimone dell’umana incuria. È la strada che porta in Val Polcevera e, invasa dalle pozzanghere, corre di fianco alle acque impetuose del torrente. Di là Bacci imbocca via San Biagio, che si arrampica sulla collina alle spalle dell’IperCoop e del centro commerciale e, approfittando della panoramica dello scenario, osserva incuriosito, già conscio della negatività di ciò che vede, le ferite inferte negli ultimi trent’anni alla valle: sono pochi gli stabilimenti ancora in funzione e gli scheletrici fossili dei gusci industriali testimoni d’un operoso passato offrono uno scarno paesaggio da archeologia industriale. Una periferia quasi irriconoscibile, torpida, immersa in un ignorante, complice sopore e con i sensi annacquati dalle colorate offerte dalle multinazionali. Poi la lottizzazione fatta di decorose villette a schiera, sovrastata da verdi e boscose colline dominate dai forti di Begato e del Fratello Minore. La sua cliente, Donatella Sampò, madre di un ragazzino di tredici anni e moglie di Oreste Mari, imprenditore scomparso sei mesi prima e sotto accusa per bancarotta fraudolenta, che abita in una delle villette, gli apre la porta. Descrive la sparizione del marito quasi come un classico spunto da barzelletta: una sera alle sette Oreste Mari lascia borsa e telefonino all’ingresso ed esce di casa dichiarando di essere rimasto senza sigarette. Non è più tornato. E nessuno, secondo lei, né fisco, né polizia lo sta veramente cercando….
Con Le sigarette del manager Bruno Morchio offre una diversa visibilità a uno dei luoghi più tormentati della sua terra, la val Polcevera, ferita gravemente dalla tragica caduta del ponte e martoriata dal susseguirsi di eventi climatici. E si serve di Bacci Pagano, il suo personaggio cult, per gridare a gran voce spregiudicate e scomode critiche ai “nemici”, quella nuova genia umana fatta di collusione malavitosa con gli uomini d’oro della ‘ndrangheta che spadroneggia nelle vite e negli umani affetti e interessi.

I cinque cadaveri di Robert Bryndza, Newton Compton 2019.
Londra 1995: un mostruoso serial killer, per la stampa “Il Cannibale di Nine Elms”, uccide barbaramente ingenue adolescenti. Gli scenari sono da grand guignol e il soprannome non è casuale: il killer, infatti, prima morde selvaggiamente le sue vittime fino a staccare larghi brandelli di carne da cosce e schiena, poi le asfissia con un busta di plastica stretta attorno al collo da una corda sottile, fermata da un nodo elaborato, con una serie di giri che si intersecano fino a formare un piccolo gomitolo chiamato “a pugno di scimmia”.
Kate Marshall ha venticinque anni, è una giovane detective bella e ambiziosa e da sedici mesi fa parte della squadra di polizia di assegnata al caso, chiamato in codice Operazione Hemlock. Un caso che da due anni ha messo la polizia con le spalle al muro. Infatti, benché il Cannibale abbia già colpito mortalmente quattro volte, sembra introvabile e inafferrabile. Nessuna traccia certa di lui. Kate Marshall però è convinta che non bisogna abbassare la guardia: prima o poi, nel suo delirio di onnipotenza, il killer commetterà un errore fatale. Non sbaglia e sarà proprio lei a catturarlo, ma la situazione che si verrà a creare, invece di essere per lei motivo d’orgoglio, arriverà a compromettere la sua carriera in polizia, la sua reputazione e per un pelo non ci rimetterà anche la vita…
Robert Bryndza, dopo l’indiscutibile successo della sua precedente serie thriller divisa in tre volumi e interpretata da una tosta e convincente Erika Foster, con I cinque cadaveri inaugura una nuova serie con protagonista Kate Marshall, personaggio forte ma inquieto, una donna con le stimmate che ha rischiato e continua a rischiare il tutto per tutto, anche la vita, stringendo i denti per sopportare ciò che verrà.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
ecco a voi il Diario di una Schiappa. Si salvi chi può! di Jeff Kinney, il Castoro 2013.
Oggi tocca proprio a me, Greg Heffley la Schiappa, raccontarvi qualcosa delle mie avventure. Jonny è malato e non può scrivere. Dunque… Questa volta mi sono cacciato in un bel guaio. Dovevo cominciare a fare qualche soldo per comprare i regali di Natale a tutta la mia famiglia. Allora mi sono messo al lavoro e ho appeso dei poster sul muro della scuola con della colla verde super forte. Nei poster ho scritto che avrei spalato la neve dei vialetti per 5 euro. Ma appena appesi i cartelloni si è messo a nevicare e sul muro sono rimaste solo tre grandi macchie verdi. Qualche giorno dopo la scuola è stata chiusa per una forte nevicata e adesso io sono qui, a casa sotto le coperte, sapendo che al rientro a scuola mi aspetterà una supermegaextra punizione.
Adesso vi racconto qualche altra stupidaggine di cui mi devo occupare… L’altro giorno non sapevo cosa fare quando ho trovato un gioco da tavolo sui trucchi di magia. Ho deciso di farne vedere uno a mio fratellino Manny e poi lui lo ha rifatto con gli occhiali di Mamma, ma non è andata molto bene perché li ha rotti. Come al solito la ramanzina me la sono beccata IO.
Andiamo avanti. Oggi Mamma mi ha chiesto di preparare un hot dog a Manny ed è quello che ho fatto. Appena cotto ci ho messo una linea perfettamente dritta di senape. Ma Manny è scoppiato in lacrime, ed io non capivo quale fosse il mio errore visto che la linea era drittissima. Dopo un po’ è arrivata Mamma e mi ha detto che Manny vuole la senape nel lato CORTO dell’hot dog.
Roba da matti!!!

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
Oggi vi presento Hänsel e Gretel dei Fratelli Grimm, Giunti 2017.
Ai margini del bosco c’è una piccola casetta dove vivono un taglialegna con la seconda moglie e due bambini. Il primo si chiama Hänsel, la seconda Gretel. Sono molto poveri e la matrigna dice ogni giorno al marito di portare i due marmocchi nel bosco e lasciarceli. La prima volta riescono a ritornare a casa perché Hänsel ha fatto cadere dei sassolini bianchi lungo la strada. La seconda volta, però, non riescono a tornare a casa perché sulla strada ha lasciato le briciole di pane mangiate dagli uccellini. I due ragazzi si perdono nel bosco e tremano di paura. Ad un certo punto trovano una casa fatta di dolci e abitata da una strega che li vuole mangiare belli grassi. Ma essi sono furbi e riescono a fuggire dopo avere spinto la strega nel forno. Poi trovano un cofanetto pieno zeppo di monete d’oro, la matrigna muore, ritrovano il loro babbo e diventano la famiglia più felice del mondo. Un racconto in certi momenti pauroso con un bel finale felice. Leggetelo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2020

Da questo mese incomincerà la sua collaborazione, oltre al nipotino Jonathan che già conoscete, anche la nipotina Jessica. Con il mio aiuto, naturalmente. Un modo per stimolarla a leggere e scrivere. Un modo per trasmettere anche a lei la mia passione per i libri. Forza Jonny! Forza Jessy! E forza a tutti i nonni e ai nipotini del mondo!
Buon Anno!!!

Sherlock Holmes. Donne, intrighi e indagini di Martinelli, Mezzabarba, Nava, Solito, Vesnaver e Voudì, Il Giallo Mondadori 2019.
Uno studio in Hudson di Luca Martinelli
Watson e una delle sue avventure più angoscianti del 1899. La signora Hudson è sparita, “non si trova nel suo appartamento, né in soffitta o nel resto della casa”. Sherlock teme che sia stata rapita. Indizio preoccupante un piccolo triangolo di stoffa bianca appartenuto al grembiule della suddetta. Via alla ricerca sfruttando anche i famosi Irregolari. Forse c’è di mezzo la banda dei testamenti che minaccia “donne anziane e sole che la morte di un parente ha reso beneficiarie di un lascito testamentario”. E qualcuno chiede un riscatto attraverso il “Globe”. Ma Holmes ha già capito tutto proprio dalla lettura del giornale e si appresta a fornire la spiegazione con la solita studiata teatralità.
La dama velata di Giacomo Mezzabarba
Mattina nebbiosa del 1891. Ecco l’arrivo di una donna velata nell’appartamento di Baker Street che ha chiesto l’aiuto di Holmes attraverso una lettera. Una bella signora sposata da due anni con matrimonio combinato. Però a un certo punto si è accorta che a suo marito piaceva un altro tipo di relazioni (alla Oscar Wilde, tanto per intenderci). Ha chiesto il divorzio più volte sempre respinto. Qualche tempo fa, innamorata del giovane Harold, ha intrattenuto con lui un rapporto amoroso. Ma è stato assassinato. Lei è Ann Musgrave, moglie di sir Arthur Boscombe partito per Parigi proprio il giorno precedente l’assassinio. Caso ad hoc per il Nostro con l’aiuto imprescindibile di Watson e i delitti non finiscono… fino a quando il classico grido “Diabolica, Watson! Si tratta di una mente diabolica.” Ci siamo.
Sherlock Holmes e Margherita di Samuele Nava
Una nuova avventura di Sherlock che Watson si affretta a trascrivere. Sono trascorsi tre giorni dalla sua falsa morte tra i gorghi delle cascate di Reichenbach e ora si trova presso le sponde settentrionali del Lago Maggiore. Ha un appuntamento, sotto falso nome di Altamon, con Verri, funzionario di Pubblica sicurezza, per essere introdotto in Italia. Ma c’è un vecchio prete che strappa pagine su pagine di un libro, gettandolo, poi, in acqua. Perché? Ripescatene alcune dal nostro Altamon-Sherlock, trattasi di un libro proibito di Rosmini morto proprio a Stresa nella Villa ducale dove ora si è sistemata la regina Margherita. Gli eventi si susseguono uguali e preoccupanti: scomparsa di una cameriera, di un carabiniere dal posto di guardia e, addirittura, della stessa Margherita di Savoia! Un buon indizio per risolvere il mistero l’aroma di artemisia con l’aiuto di un piccolo cocker inglese.
La scomparsa di lady Freemont di Enrico Solito
Un telegramma dall’ispettore Gregson per il nostro duo Holmes-Watson. Sono convocati a casa del famoso egittologo August John Freemont. All’inizio Freemont non la prende troppo bene, non sapeva di questo intervento del detective. Ma viene convinto dallo stesso Holmes. Il suo racconto: il matrimonio con la più giovane Annie va tutto bene all’inizio, poi “Annie è diventata distratta, svagata”, e un bel giorno è sparita, lasciando un biglietto di addio. Nella casa Harry il maggiordomo, la moglie cuoca e una signora per le pulizie che viene solo alcune mattine. Via in camera di Annie (qui qualcosa non torna) e di Freemont dove c’è un sarcofago con una mummia dentro. Ma mancano i canopi ed è pure scomparso il gatto della cuoca. Per Holmes basta fare due più due e il caso è risolto.
Sherlock Holmes e le ragazze di madame Jai di Elena Vesnaver
Davvero sfortunata la bella lady Edwina Cavendish, duchessa di Glenrose. Le sono capitati una serie di fatti piuttosto macabri: un fantoccio di stoffa abbigliato con una delle sue vestaglie impiccato alla finestra della sua stanza; i suoi abiti sulle grucce completamente tagliati e ultimamente una delle sue cameriere personali ha trovato il corpo senza vita del cane preferito. Holmes pensa che tutti questi incidenti siano solo l’anteprima di qualcosa di più grave. Occorre avvertire del pericolo la duchessa. La quale, tuttavia, rifiuta sdegnosamente il suo aiuto. E si ritroverà morta stecchita con uno spillone per capelli infilato nel cuore. Una brutta storia che ha come protagonisti un pittore di quadri spinti, le “ragazze allegre” di Madame Jai e un quadro molto, ma molto particolare…
Sherlock Holmes e lo scottante segreto della signora Hudson di Alain Voudì
Il giornalista Benjamin (Ben) Mutton in una casa di cura dove si trova la signora Hudson, novantenne, per conoscere da lei una storia scandalosa del 1883. Una storia che la riguarda con suo marito che dilapida rapidamente i beni della famiglia e se ne fugge via. Ma ora è ritornato per ottenere altri soldi minacciandola, addirittura, di adulterio. Le ha rubato un diario dove la moglie ha descritto, con il suo nome attuale Martha Turner, situazioni molto compromettenti. Diario che tra poco sarebbe stato pubblicato, come altri suoi pezzi, dopo l’annuncio al pubblico. Ma c’è l’aiuto del duo Sherlock-Watson a tirarla su. Basta rintracciare il marito e…

Otto racconti che mettono in mostra le doti preziose degli autori capaci di costruire vicende incredibili e intriganti in un contesto dove emergono le caratteristiche peculiari dei maggiori attori: Sherlock e Watson. Le classiche, impreviste deduzioni del primo, i suoi cambi di umore, le strimpellate incredibili (per Watson) del violino, le frecciatine alla sua “spalla”, le sparizioni e riapparizioni improvvise, i travestimenti. Le sorprese e le meraviglie a bocca aperta del secondo, i ricordi sulla sua moglie (quando è morta) e l’ammirazione (quando è viva) “Ebbene sì, dopo anni, la ritengo ancora la cosa più bella che possa essermi capitata”, l’umorismo che deriva dal rapporto fra i due. Ma anche altri personaggi hanno una loro consistenza e vitalità delineata con pochi tratti sicuri in contesti diversi. E non mancano riferimenti alla bellezza dell’italico suolo (una meraviglia del mondo), alla lotta delle donne per i loro diritti, agli amori “particolari” e ai tempi che corrono, “Temo Watson, che questo mondo sia agli sgoccioli: verrà un vento che lo travolgerà.”
…Una lettura veramente piacevole.
Preziosa introduzione e appendice (qui è sviscerato il rapporto di Sherlock con le donne) di Luigi Pachì. Infine per La storia del giallo Mondadori la decima puntata di Mauro Boncompagni sugli anni Settanta. Con Ruth Rendell, Jim Thompson, Bill Pronzini, Collin Wilcox, Nicholas Blake, Patrick Quentin, John Dickson Carr, Patricia Wentford, Rae Foley e Harry Carmichael.

Per l’ultima volta, Kathleen e altri racconti di Cornell Woolrich, Il Giallo Mondadori 2019.
Per l’ultima volta Kathleen
Burke, ex carcerato, è nella pista da ballo per rivedere Kathleen che danza con il nuovo fidanzato. Monta la rabbia, ma basta una matita sul pavimento per farlo cadere e chiedere a Kathleen se vuol essere accompagnata a casa. Così, come ultima volta, e l’invito è accettato. Lungo il percorso il bacio di addio e poi la bella ragazza scompare improvvisamente nel bosco alla ricerca delle chiavi perdute. Inutili i richiami, le urla e tutti i tentativi di trovarla. Tra l’altro sarà pure ritenuto il responsabile della sua morte orrenda. Unico amico Bill Bailey che lo può difendere. Secondo lui basta trovare un tipo vigliacco, con il complesso di inferiorità, afflitto da una gelosia malsana, soggetto a crisi di follia o da qualche infermità congenita e il gioco è fatto. Però…
Provino
Los Angeles. Lettere minatorie all’attrice Martha Meadows. Il poliziotto Galbraith, seppure infastidito (non sopporta questo tipo di personaggi), deve tenerla d’occhio. Via a trovarla sul set dove sta girando una scena. E lì succederà che bruci come una torcia umana, mentre per un attimo è andato a telefonare. Senza che nessuno dei presenti, a cominciare dal regista, sappia spiegare l’accaduto. Ad aiutarlo nella soluzione del misterioso, incredibile evento la macchina da presa e un occhialino…
Una strana eredità
Un uomo e una donna in macchina di notte. L’uomo ha commesso qualcosa di grave. La donna non vuole accettare il denaro che gli offre. Apre la portiera e “Temo di non essere tagliata per… il delitto.” Ora l’uomo è solo. Per strada incontrerà due furfanti che vorranno “ereditare” i soldi che ha con sé sfruttando i suoi documenti. Ma c’è un brutto odore in giro…
La disperata difesa della signora Dellford
“New Cordoba. Lee Randall, un tempo attrice a New York e adesso signora Dellford, è stata accusata di omicidio e in attesa di processo…” Un caso molto “sentito” dal giovane avvocato Lawrence (Larry) Brett che in passato si era innamorato di lei vedendola nelle esibizioni a teatro. Deve aiutarla. Ha ucciso, dicono, suo marito che si celava sotto falsa identità. Dunque il processo in tribunale, le testimonianze, l’odio della gente. Ma Larry chiede che il processo si svolga anche nel luogo dove è avvenuto il fatto. È il metodo più adatto, secondo lui, a ricostruire gli eventi. E qualcosa succederà. Vediamo…
Un problema di balistica
Coleman è accusato dell’omicidio di Edmund Lombard che gli doveva duemila dollari. I poliziotti insistono, lo torchiano, lo picchiano. Niente da fare. Lui è tosto, sicuro di sé, ha una pistola calibro 38 e Lombard è stato ucciso con una calibro 32. Secondo la balistica. Ma c’è qualcosa che non quadra e basta andare dal commesso di una tabaccheria per risolvere il caso.
Il cadavere nel tappeto
La matrigna di Larry è stata uccisa da suo padre, il signor Weeks, che veniva tradito. Ora è stesa sul letto. Il figlio vuole salvarlo e studia un piano. Gli propone di ritornare a New York, mentre lui si occupa di far sparire il corpo. Come? Avvolto in un tappeto per infilarlo nella macchina dell’amante che ha chiamato al telefono. Piano difficile, difficilissimo con la sorella che arriva all’improvviso e tutto il resto… Anche perché il padre vuole autodenunciarsi. Non c’è più niente da fare. Ma…
Notte d’incubo
La signorina Garrity è morta. Ha voluto nel testamento che tutti i suoi gioielli di enorme valore siano riposti con lei nella tomba. Ormai la notizia si è sparsa, la sanno tutti. Anche il duo Chick Thomas e Zabriskie Faccia d’Angelo. Il primo ha un’idea magnifica. Infilare Faccia d’Angelo nella bara della signorina prima del trasporto e poi beccarsi il tesoro “con una bella scorta di lime e scalpelli”. Il secondo non è tanto d’accordo ma, evidentemente il più debole, desiste e accetta. Come andrà a finire?…

Tempo fa, a fine lettura di un altro suo libro, scrissi “Quando leggo Woolrich, non so se capita anche a voi, mi pare di essere trascinato lentamente, come i personaggi dei suoi racconti, verso un qualcosa di oscuro e ineluttabile. Non possiamo fare niente. Tutto è preordinato, già stabilito.” Anche in questi racconti c’è sempre qualcosa di imprevisto e imprevedibile, frutto di un Destino cinico e baro che cambia completamente la prospettiva: un aiuto insperato, uno scambio imprevisto, un incidente fortuito. Ma c’è anche la capacità dell’uomo di risolvere casi e situazioni a prima vista impossibili. Con la forza dell’amore, l’intelligenza, la furbizia, l’osservazione, il colpo d’occhio, la deduzione. Brivido, tensione, paura, sempre sul filo del rasoio e non mancano situazioni comiche, assurdamente grottesche che aprono la bocca al sorriso.

L’ombra cinese di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Parigi. Novembre piovigginoso. “Un ufficio come tanti altri. Mobili chiari e carta da parati in tinta unita. E un uomo sui quarantacinque anni, seduto in una poltrona, con la testa reclinata sui fogli sparsi davanti a lui. Un proiettile lo aveva colpito in pieno petto.” Trattasi del signor Couchet, facoltoso industriale fattosi con le sue mani, trovato dalla portinaia dello stabile che ha chiamato Maigret. Dalla cassaforte mancano un sacco di soldi. Primo dubbio: il ladro è anche l’assassino?
Il morto si era separato dalla prima moglie che gli ha dato un figlio, e ora viveva insieme alla seconda tradendola con Nine, una bella ragazza che lavorava come ballerina al Moulin Bleu. Il primo obiettivo di Maigret è interrogare gli abitanti dello stabile per scoprire qualcosa di più sulla vita del defunto (se, per esempio, avesse dei nemici). Ogni tanto, fissando i loro volti, qualche ricordo si affaccia alla sua mente, qualche disagio “quando si è costretti a prendere in considerazione certi aspetti della vita che di solito si preferisce ignorare”. Un palazzo “strano”, una atmosfera “opprimente” con una matta che urla e una che spia.
Dunque, per farla breve, tutto gira intorno a: la prima e la seconda moglie del morto, l’amante del morto, il figlio debosciato del morto, il secondo marito della prima moglie del morto, la vecchia pazza che urla, quella che spia, un uomo e una donna tra i bidoni della spazzatura alla ricerca di un guanto, un ambasciatore sussiegoso… e poi il classico testamento piuttosto “particolare” che mette sul chi vive il Nostro.
Solita capacità del grande Simenon di creare personaggi vivi con pochi tratti, di pennellare con tocchi d’artista gli ambienti del palazzo, chiusi, polverosi, privi di luce, di cattivo odore, addirittura sporchi, claustrofobici e rimbombanti di urla della matta con la pazzia che sembra strisciare lungo le pareti come simbolo premonitore. Abile anche a mettere in risalto la diversa condizione sociale, vedi i parenti del morto contadini e piccoli borghesi e quelli della moglie “eleganti e sobri”.
Al centro Couchet “un uomo sanguigno, energico e grossolano, venuto su dal nulla” che ce l’aveva fatta. Lasciato dalla prima moglie quando ancora non era ricco, sposa una ragazza di buona famiglia e così “Tè, pasticcini, tennis e scampagnate…” e se la spassa con altre donne come Nine. Tutte e tre con caratteristiche psicologiche diverse a creare il fascino inquietante del racconto e la continua tensione. Al centro pure Maigret, il solito acuto osservatore tra una fumata di pipa e l’altra, questa volta di poche parole tra cui il ritornello che si porta appresso ”Bel tipo, quel Couchet!”. Altro personaggio importante il Palazzo claustrofobico (già detto) ma anche… la Finestra. Eh, sì, proprio la Finestra dalla quale si può intravedere un’ombra cinese. Come un occhio vivo, penetrante… e la Sorte, il Destino che se ne frega di tutto e di tutti.

L’impronta del gatto di Augusto De Angelis, Sellerio 2007.
Qui il nostro commissario De Vincenzi “affronta l’assassinio di un depravato milionario venezuelano, vivente a Milano. Il cadavere è trovato proprio sul portone dell’abitazione della vittima. Ma spunta il felino con le sue zampette sporche di sangue e rimette in moto verso una direzione diversa De Vincenzi, che, lento e agile un po’ come un gatto anche lui, ha il genio di profittare delle opportunità del caso”.
Subito un’idea su cui riflettere: il Caso, già “Il Caso! Sempre il Caso era l’alleato di ogni investigatore e il nemico dichiarato dei criminali” dichiara De Vincenzi. Ecco come ci appare: “L’uomo, che apriva la porta della vetrata e che precedeva gli altri due, era bruno, assai distinto, con uno sguardo penetrante e nello stesso tempo quasi stanco, malinconico”. Momenti di difficoltà: “Questa volta il suo metodo psicologico di impregnarsi in un ambiente, per conoscerne il suo abitatore, falliva”. A un certo punto esclama “Un groviglio!” riferendosi alla complessità dell’indagine. Sopraffino lettore, legge anche “L’Autobiografia” di Salomone Maimon che gli resta antipatico per le sue idee sull’occultismo. Tranquillo, ma quando occorre sa essere agile e veloce. Lavoratore instancabile, rimane nel suo ufficio oltre l’orario consueto. Bastano un panino e un bicchiere di birra per andare avanti. Alla fine della storia, ma in genere di tutte le storie che ho letto, De Vincenzi non esulta, non gioisce ma anzi “…sentiva un grande amaro in bocca e un senso di oscura desolazione nel cuore. Un sensitivo, in fondo, un romantico a cui lo studio dell’anima umana, a ogni esperienza, procurava soltanto dolore”.
Passato e presente che si allacciano insieme, il classico assassinio all’interno di una famiglia, la paura che si insinua tra le pieghe della storia. Stile piano, semplice, concreto. E poi l’abilità del commissario. Va bene il Caso ma, come afferma l’avvocato Vercelloni a chiusura del romanzo, “Il Caso! Macché! Una sola cosa occorre ed è rara a trovarsi… Che l’investigatore sia un profondo osservatore e sappia far scaturire la verità dagli elementi psicologici del delitto!”.
In ogni caso (vedete questa parola come si insinua dappertutto…) bravo De Vincenzi! E bravo anche il nostro De Angelis che ebbe a lavorare sotto il fascismo e che può a buon diritto essere considerato il padre (o uno dei padri) del giallo italiano.

I Maigret di Marco Bettalli

L’ispettore Cadavre del 1943
La differenza è nei particolari. Questo Maigret non è particolarmente originale e il giallo, come sempre, è quello che è. Eppure siamo davanti a un autentico capolavoro. Non solo la descrizione del piccolo paese di Saint-Aubin in Vandea immerso nella nebbia invernale è, per così dire, più nitida, precisa, affascinante di quella di tanti altri piccoli luoghi della provincia francese toccati nelle peregrinazioni del commissario (la precisione è frutto anche del fatto che Simenon in quegli anni viveva proprio in quella regione); non solo i personaggi di contorno sono particolarmente “giusti” nelle loro manie, aberrazioni, tristezze di uomini e donne più o meno colpiti dalla vita; non solo la figura di Ca(da)vre è indimenticabile nella sua miseria, nella sua disperazione. A fare veramente la differenza è un Maigret grandioso, un Maigret talmente straordinario da diventare, a un certo punto, una sorta di dio onnipotente: “era una sorta di padreterno, e conosceva quel luogo come se ci vivesse, o meglio, come se fosse stato lui a crearlo”. E, in questo delirio, anche il suo essere sempre dalla parte dei vinti si stempera in una superiorità che gli mostra da lontano le miserie del mondo, di tutto il mondo, e gli impedisce di lottare per i deboli contro i borghesi sempre vincitori. I ricchi, certo – la “combriccola” – alla fine vinceranno come sempre, perché, pur nello schifo delle loro vite segrete che viene mostrato senza risparmio (il falso aristocratico, vero colpevole, ma insomma, anche la ragazzina che va a letto con ben due uomini in pochi mesi, a quei tempi!), sono loro a comandare e non c’è nulla da fare per opporsi; ma anche perché non è che i poveri siano moralmente migliori: dalla madre del morto, che vende il suo dolore per denaro, a tanti altri, illusi, ubriaconi pronti anch’essi a qualsiasi compromesso pur di mettere le mani su due lire. Per il dio Maigret sono tutti umani, profondamente umani nelle loro manchevolezze, ricchi e poveri: e come un dio, egli se ne nutre, delle debolezze altrui, le assimila, con la celebre metafora della spugna, qui descritta con grande vivezza: “in quei momenti sembrava gonfiarsi oltremisura, divenire ottuso e goffo, come insensibile, come cieco e muto, un Maigret che il passante o l’interlocutore ignaro avrebbero potuto scambiare per un mezzo scemo, o per uno sprovveduto …”. Splendido.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il lato nascosto di Pierluigi Porazzi, La Corte editore 2019.
Nuovo romanzo e nuovi protagonisti per Pierluigi Porazzi, di ritorno in libreria con Il lato nascosto. Stavolta lascia a casa Alex Nero, investigatore e personaggio cult, per offrirci una nuova storia dedicata a due “normali” poliziotti, gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano, non giovanissimi, entrambi un po’ in carne, che si sforzano di convivere e far bene nonostante certe fragilità, tante passate pene e diverse problematiche sul piano professionale e familiare. Così diversi eppure così uguali. Single per scelta e necessità lei, suoi compagni di vita una cagnolina e una gatta, Alba Leone è donna sensibile e introspettiva, ma allo stesso tempo forte e capace di impennate e colpi di testa, all’opera poi una stakanovista fatta e sputata. Solo apparentemente in secondo piano lui, Ramon Serrano, abbastanza ipocondriaco e un po’ in crisi nel privato, con moglie, figlio a carico e un matrimonio in fase di stanca, ma che ha cercato di realizzarsi nel lavoro. Lavoro che continua ad amare nonostante gli orrori visti e superati durante la lunga carriera in polizia. Insomma, due anormali “normali” ma con quel pizzico, quanto basta, di umanità in più da farsi subito apprezzare dai lettori. Scenario prescelto: Udine. Sintesi della trama: una giovane donna, Sabrina Lupieri, già nota alla polizia per aver fatto condannare in passato il suo aggressore e stupratore, viene ritrovata strangolata nel suo appartamento. Sulla scena del delitto verranno convocati subito gli ispettori Alba Leone e Ramon Serrano. A prima vista il caso si direbbe lineare: la vittima era una escort di alto livello che frequentava abitualmente diversi personaggi di spicco della città e l’assassino, dopo un rapporto forzato, ha lasciato il suo DNA sul corpo della vittima. Non dovrebbe essere difficile identificarlo, arrestarlo e non ci dovrebbero essere dubbi sull’identità del colpevole. E invece…
Con Il lato nascosto Pierluigi Porazzi ancora una volta si conferma una “garanzia noirista” e, nella sua trama, inanellando una serie di argomenti scottanti, si confronta con il social thriller, descrivendo il continuo e progressivo sgretolamento morale e materiale di questo nostro mondo attuale, senza tuttavia mai rinunciare ai suoi azzeccati colpi di scena e al suo sempre intrigante ritmo narrativo.

Le sette dinastie di Matteo Strukul, Newton Compton 2019.
La migliore definizione che si può dare di questa ultima fatica di Matteo Strukul è chiamarla Il ‘400 al potere. Sissignori, perché il Potere con la P maiuscola domina dalla prima all’ultima pagina: imposto con la forza, usato, gestito (ogni tanto ma non troppo) ma soprattutto maltrattato e calpestato senza pietà dalle famiglie e dalle dinastie reali che se lo contesero ferocemente per tutto un secolo. Delle sette famiglie, definite dinastie all’inizio, solo gli Aragona videro anche a distanza di secoli i loro eredi sedere orgogliosamente sui troni e mantenere direttamente il potere fino ai nostri giorni (Giovanna la pazza, figlia di Giovanni, fratello e successore in Spagna di Alfonso il Magnanimo, fu la madre di Carlo V, l’imperatore che allungò la sua rapace mano sull’Italia conservandola, in buona parte, asservita fino al 1800). Un’efficace carrellata sull’Italia del XV secolo, arricchita dalle sanguinarie descrizioni delle abitudini dei governanti di allora. Sul piatto intrighi, complotti, tradimenti, delitti, barbarie, il tutto mischiato a una ininterrotta e mutevole doppiezza che sfidava a tenzone tutti contro tutti, in un continuo mulinare di scambi di alleanze, favori, ripicche, contrasti ed efferati omicidi. Lo stesso secolo che fu testimone dei più spaventosi affronti all’umana etica contemporaneamente fu nicchia e culla dorata di straordinari e impareggiabili talenti artistici, che regalarono alla penisola imperitura memoria di capolavori di meravigliosa beltà, finanziata dai Signori. Ma da Milano, a Venezia, a Firenze, a Roma e Napoli, quei massimi detentori del potere si alternarono dominando, schiacciando i sudditi, costringendoli a battersi sotto la loro bandiera mentre le alleanze, mutevoli come i tempestosi venti di un uragano, non facevano che girare. Questa è l’Italia del XV secolo, che si vide anche dilaniata e impoverita dalle continue guerre, affamata dalle carestie e spesso stremata dalle epidemie…
Storia vera a fare da cornice a una polposa parte di pura fiction. Donne coraggiose pronte a tutto, meravigliose amanti ma anche donne forti, guerriere dure come l’acciaio. Matteo Strukul ricostruisce generosamente manie, odi, amori, gelosie, affetti, devozioni, vitali legami di dovere. I numerosissimi personaggi costellano le pagine con le loro piccole e grandi vicende personali. Un ventaglio di comprimari inventati rende più corposa la trama e la movimenta senza risparmiarsi. Tanti minuziosi particolari forse in grado di spiegare al lettore che non era così comodo e facile vivere in quei tempi di gloria, ma anche e soprattutto di terrore, per chi non aveva mai voce in capitolo. La storia non è fatta da persone con gli stomaci deboli e non è per stomaci deboli. Ma ricordate sempre: questa, in gran parte, è proprio la vera storia.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. La legge dei più grandi di Jeff Kinney, Il Castoro 2009.
Questa volta seguiremo insieme Greg, ovvero la nostra Schiappa, durante gli episodi più divertenti. Eccolo, è lì, a scuola con i suoi amici che decidono di fare uno scherzo a un loro compagno di nome Chirag, ovvero fingere che non esista. Adesso ci spostiamo in classe dove la maestra chiede a Greg di contare gli alunni. Lui li conta saltando Chirag che si arrabbia e lo tortura di botte. La solita Schiappa sfortunata!
Continuiamo a seguirlo. Ora è tornato a casa, sta guardando la televisione quando arrivano i suoi genitori per dirgli qualcosa. Ascoltiamoli. Essi partiranno e Greg e i suoi fratelli, Rodrick e Manny, dovranno restare in casa da soli per un intero weekend. Ma appena i genitori escono i tre fratelli organizzano una grande festa. Ecco, stanno arrivando alcuni amici, la casa si riempie sempre di più. Che confusione! A festa finita è tutto un disastro. Adesso, ragazzi, è meglio filare via prima che ritornino i genitori. Continuate voi lettori a seguirlo. Che cosa combinerà ancora?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
vi presenterò qualche libro che ho letto, naturalmente con l’aiuto di nonno Fabio. Oggi ecco a voi Bambi di Walt Disney 1997.
Nella foresta è nato il nuovo Principino, cioè il cerbiatto Bambi. È curioso di tutto aiutato dalla mamma e dal coniglio Tamburino. Una volta vede uno stagno in cui è riflessa la sua immagine e quella di una cerbiatta che si chiama Feline con la quale gioca. Poi arrivano i cacciatori, allora fuggono nel bosco ma la mamma sparisce. Incontra il Principe della foresta, il suo babbo, che gli fa sapere che i cacciatori hanno portato via la mamma e ora deve imparare a vivere da solo. Troverà di nuovo Feline, diventata una bella cerbiatta, combatterà contro un cervo maschio e la sposerà. Feline gli farà due cerbiattini e vivranno felici. Che bella storia! Con un po’ di paura dei cacciatori.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2019

Seduto sulla tazza del water, preso da improvvisa ispirazione, mi è venuto istintivo rifare il verso ad una famosa poesia.

Ed è subito getto
Ognuno sta solo sul cuor della tazza
Trafitto da uno spasmo nel retto
Ed è subito getto.
La poesia si trova davvero dappertutto.

(Una volta a dicembre si declamavano poesie natalizie, oggi invece… o tempora, o mores! NdA)

Il pianto dell’alba di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Avendo iniziato con il primo libro Il senso del dolore, Fandango 2007, non potevo trascurare questo che sembra essere l’ultimo della serie (stando a quel che ci fa capire l’autore). Ecco cosa avevo scritto a fine recensione “Il romanzo si svolge per storie parallele. Stile pacato, lineare, attento ai dettagli, senza troppi sobbalzi a tenere bilanciato un ritmo lento e doloroso. Spunti sul regime fascista che tendeva a coprire i lati oscuri della società “Nessun delitto, solo sicurezza e benessere di regime: così era sancito per decreto”. Qualche insistenza di troppo nel definire i contorni del commissario. Meglio se più sfumati. Un buon libro da leggere. Che avrà senz’altro un seguito. Ci potete scommettere”. Facile previsione e ricordo con piacere una mail di ringraziamento da parte dell’autore che serbo gradito nella memoria.
Al dunque. Il vento, il libeccio, non porta mai buone notizie “Nulla si muove nella testa dell’uomo, attraversata da un proiettile che ora è fermo all’interno del cervello, in mezzo al sangue rappreso, espulso dalla pistola che è nell’altra mano della donna che sogna”.
Napoli fascista, 1° luglio 1934. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi ce l’ha fatta, sposando Enrica, la ragazza della casa di fronte che, vedendola dalla sua finestra, gli aveva fatto tremare il cuore. Ora aspettano un figlio, maschio o femmina che sia (ognuno della famiglia ha una sua idea). Siamo di domenica primo luglio. Esce di casa “nel vento carico di sabbia” e si avvia verso la questura, ma non ci arriva. Ad attenderlo all’angolo di Sant’Anna c’è il brigadiere Maione e una ragazza che singhiozza. Un omicidio. È stato ucciso con un colpo di pistola in testa l’amante di Livia Lucani, vedova Vezzi (spasimante non ricambiata del Nostro), trovata dalla domestica Clara nel suo letto, che odora di vino, addormentata e con la pistola in mano. Un bel problema perché l’ucciso è il maggiore della cavalleria germanica Manfred Kaspar von Brauchitsch, addetto culturale del consolato tedesco (aveva chiesto in passato la mano di Enrica). Guai politici in giro che arriva la polizia politica (appunto) a prendere in mano le redini dell’inchiesta. E Livia e Manfred spariscono…
Ma Ricciardi non demorde, aiutato dal generoso dottor Modo (antifascista) con il suo cane e dal citato Maione (ottima forchetta). Dalle indagini, svolte con accurata discrezione, viene fuori che Manfred era stato coinvolto nella famosa notte dei lunghi coltelli, per mezzo della quale Hitler fa fuori le SA di Rohm. Di mezzo c’è pure l’OVRA fascista ed un tizio “coi capelli grigi, profumato di lavanda”: Falco. Il delitto è solo una montatura per incastrare Livia.
Al centro della storia, naturalmente, il nostro commissario, non più chiuso e introverso come nel passato, ma ora marito gioioso, deciso ad andare fino in fondo sfruttando tutte le occasioni con l’apporto dei suoi fedeli compagni di viaggio. Al centro, sempre comunque, con la sua “maledizione”, il Fatto, le terribili visioni e le voci dei morti che lo perseguitano (anche Enrica ne è al corrente), e la paura che possa essere trasmesso al nascituro.
Personaggi ben ritagliati a partire dalla cara e sensibile moglie per continuare con la giovane, granitica governante Nelide (addirittura parteciperà, a suo modo, all’indagine), l’amica ricchissima Bianca Borgati ancora attratta da Ricciardi, al femminiello Bambinella… Personaggi con le loro particolari caratteristiche che spingono talvolta al sorriso, i loro dubbi, gli errori, i sensi di colpa, il passato che riemerge improvviso, ma anche con la forza genuina dell’affetto e della determinazione. Insieme ad altri scaltri, ambigui, a spie senza scrupoli tramanti biecamente nell’ombra.
Una parte importante spetta all’Amore nelle sue varie e diverse sfaccettature. Amore ricambiato e respinto, le gioie e le sofferenze dell’amore, l’amore che si trasforma in forte amicizia ma “quando il vento cambia diventa un veleno. Si insinua nelle teste, altera gli equilibri”. Allora arriva la disperazione di una vita frustrata, il tradimento, la vendetta. Arriva la morte. In una Napoli vista nei suoi vari e molteplici aspetti, dai “bassi” vocianti e maleodoranti alle silenziose magioni dei ricchi.
La scrittura di Maurizio va via leggera e fluttuante, inframezzata da qualche spunto in dialetto, talvolta attraverso un picchiettare, un vibrare continuo sulla stessa parola (che sia il “vento”, l’”anno”, la “paura” o una intera frase) per approfondire sensazioni o concetti. Per esplodere come in un crescendo di una sinfonia. Un bel noir sentimentale dentro una ingrovigliata spy-story, senza cadere nella melassa del sentimentalismo. L’ultimo capitolo del nostro Ricciardi come adombrato nel sottotitolo del libro? Vedremo…

Peccati immortali di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, Mondadori 2019.
Roma. Tutto ruota attorno ad un cellulare. I tempi sono cambiati. Oggi negli abiti dei morti non si trovano più lettere od oggetti compromettenti, ma questi moderni arnesi di comunicazione. Come il cellulare nella tasca della giacca del cardinale Michelangelo Aldovrandi, “ritrovato a Porta Sant’Anna, steso sul sedile posteriore dell’Audi nera”, volato tra le braccia di Lucifero durante un’orgia, che contiene delle foto assai “pericolose” anche per il leader del nuovo Popolo dell’Onestà (vedi i Cinque Stelle).
Cellulare che passa da una mano all’altra, partendo da quelle della suora Remedios (attendente del cardinale) a cui viene rubato, in una Roma vista nei suoi molteplici aspetti dai bassifondi delle periferie, dai campi rom della mala nigeriana ai palazzi del potere e della Curia, dalla povertà dei miserabili alla ricchezza ostentata dei benestanti. Dove danzano giulivi sesso, droga, brutalità, tradimento, sfruttamento, ricettazione, intrallazzi, violenza, brama di potere e chi più ne ha più ne metta. E dove si può trovare una caterva di personaggi politici e altri famosi di vario genere (attrici, attori, sportivi e via discorrendo) proprio al momento attuale dell’alleanza Pd-Popolo dell’onestà. Molti alla ricerca del cellulare, pronti ad uccidere per averlo che potrebbe mettere in crisi il governo e lo stesso Vaticano. Due nuovi investigatori sulle sue tracce: la citata Remedios e Leone Di Castro, detto Grigia, antiquario e già agente dei servizi segreti, esuberante in carne e votato alla pasta, che devono svolgere il lavoro a favore di un altro cardinale.
Intrighi, sussurri, paure, sorrisetti ambigui, veleni, citazioni colte, rivisitazioni storiche, colpi di scena, mangiate e bevute in trattoria. Non manca niente in questo magma di sordide situazioni, in questo tourbillon di sorprese tra personaggi di ogni risma, dagli sfigati maneggioni a quelli che si sentono, addirittura, invincibili. Immortali.
Scrittura veloce, tambureggiante, spesso grottesca, cruda e cattiva ma anche ironica, tesa al sorriso, intrisa di dialetto romano e raccolta in capitoletti brevi da buttare giù in un sorso. Un viaggio fantapolitico, assurdo e realistico, un viaggio tenebroso all’esterno e all’interno dell’uomo (dal killer al grande porporato) dove ogni tanto si accende una piccola luce nel buio più profondo. Una lacrima. Uno spiraglio di umanità. Uno spiraglio d’amore.

Cinquanta in blu di Costa, Malvaldi, Piazzese, Recami, Robecchi, Savatteri, Simi e Stassi, Sellerio 2019.
Otto racconti per festeggiare i cinquant’anni dalla fondazione della Sellerio della collana “La memoria”. Ogni autore ha scelto un libro tra i millanta del catalogo e lo ha proposto come elemento fondamentale, con motivazioni diverse, della storia.
Ci si può trovare di tutto in questi racconti. Anche l’“hikikomori”, ovvero il “ritiro sociale” da una società diventata troppo competitiva. È ciò che capita al figlio di un avvocato che si presenta al biblioterapeuta Vince Corso (consiglia la lettura di romanzi contro l’infelicità) per un aiuto. Il figlio si è chiuso in se stesso e non esce più di casa. L’avvocato piange, si dispera. A far capire il problema c’è già il libro di Gesualdo Bufalino La luce e il tutto che comprende il racconto L’isola plurale. Sorpresa finale.
E possiamo impattare una strana storia di cartoline. Cartoline abbandonate di qua e di là in una azienda di famiglia (ditta di mobili). Chi le dissemina? Perché? Una bella gatta da pelare per Carlo Monterossi chiamato a risolvere il mistero, ma viene a fagiolo Un uomo muore solo di Hans Fallada dove c’è un tizio che dissemina cartoline postali a Berlino durante la Resistenza contro il Reich. Allora serve solo una mappa dell’azienda per sciogliere l’enigma…
Oppure si parte con nonno Ampelio di Massimo Viviani che ha il diabete, e si continua con il prof. Castellani che si è gettato dalla finestra della sua stanza d’albergo (così sembra) nella quale niente computer e niente cellulare. Era un esperto di testi scritti e doveva tenere una conferenza, insieme ad un ex compagno di Massimo, al congresso “Structures in Languages” sull’identificazione di Geoffrey Holiday Hall, autore del capolavoro The End is Known, e, addirittura, deporre in un importante processo negli Stati Uniti. Ma qualcosa non quadra per Massimo e la fidanzata vicequestore Alice Martelli. Prima di tutto le conseguenze della caduta che non convincono e poi ecco una serie TV americana tratta proprio dal libro…
Aggiungo un plico in busta bianca portata al prof. Lorenzo La Marca che racconta in prima persona. Contiene il libro La vera storia di Salvatore Giuliano di Ignazio Buttitta. Firmato Bianca C, da parte di suo padre. Perché? Per quale scopo? Un mistero da svelare insieme a Michelle “medico di morti ammazzati”. Via, dunque, alla ricerca di chi ha portato il plico. Tra succosi piatti culinari una storia, una vecchia storia di un carcerato al quale era stato insegnato cos’è un giallo…
E poi Milano. Tempi movimentati per Amedeo Consonni. Ci sono da pagare le spese per il prossimo matrimonio della figlia Caterina e le solite urla provenienti dall’appartamento numero 15. E c’è l’appuntamento con una nuova cliente, la signora Cioppi-Casigli-Mori. Deve risistemare certi divani che, secondo lui, non avrebbero bisogno di nessuna sistemata. Ma se insiste le farà avere un preventivo. In un cuscino trova un collier voluminoso di smeraldi che vale una fortuna. Dubbi, pensieri. Occorre una ricerca per capire la strana situazione e viene a fagiolo un “volumetto sulla storia delle famiglie nobili della zona.” Mentre qualcosa di brutto succede nell’appartamento numero 15…
Da Milano a Erice, Sicilia. Saverio Lamanna a un funerale. Capisce che il morto era un avanzo di galera e ripensa ad una busta gialla consegnatagli dall’amico Peppe Piccionello, ovvero il “solito manoscritto del solito scrittore in cerca di pubblicazione”. Si tratta di una storia che ricalca proprio quella del morto, di uno che è stato incastrato e si uccide. Una storia triste, di malagiustizia. Poi al Salone di Torino tra diversi famosi scrittori. C’è il problema della “copiatura” dei libri, ovvero del “calco” di un altro in modo da… insomma come in un racconto di Borges “Pierre Menard, autore del Chisciotte”…
Arriva il ricordo, il ricordo di un libro, ovvero di Assassinio al Comitato Centrale di Manuel Vásquez Montálban regalato, da chi racconta la vicenda, a Oberdan Danesi. Storia di quest’ultimo che ora comanda lo yacht di un imprenditore italo-maltese. E colpo di scena finale, riguardante le 58 persone di migranti dell’Esmeralda trattenute in mezzo al mare, dove ritroviamo proprio Oberdan. Che ci fa sulla nave? Cosa vuole?…
Infine il poliziotto Angela e Storie e cronache della città sotterranea di Salvo Licata. Il suo incontro con Elina, vittima della Palermo nera. La vicenda narrata nel libro è quella di Assunta, una prostituta come la madre della stessa Elina. Storie antiche, storie di donne che volevano sfuggire al loro destino e alla loro miseria con gli orchi a sbarrar loro la strada.
Otto racconti che, come dicevo all’inizio, prendono spunto da un libro. Otto racconti diversi, in diverse città e contesti sociali con finali talora sorprendenti. Storie ben costruite, personaggi perfettamente sbozzati, tra cui gli inseparabili pupilli degli autori. Ci si può trovare di tutto: metamorfosi di una persona, scambio di equivoci, la forza del dubbio, emigrazione, malvagità, truculenza e romanticismo, angoscia, paura, ironia, sorriso, letture, citazioni (a volte qualche abuso), buona cucina, moventi, inganni, incomprensioni, malagiustizia… Insomma la vita, insomma l’uomo visto attraverso molte delle sue diverse sfaccettature. Con la scrittura tipica di ogni autore sempre gradevole ed efficace.
P.S.
Porc… mi sono dimenticato i titoli dei racconti abbinati agli scrittori! Leggendo il libro li troverete da voi.

“Ma non credo, signor Constable, che voi cenerete stasera”. L’altro si rizzò nella poltrona. “Non cenerò? Perché diavolo non dovrei cenare?”. “Perché non credo che a quell’ora sarete ancora vivo” disse semplicemente Pennik. E Pennik è il personaggio su cui ruota Lettore, in guardia! di Carter Dickson, Mondadori 2008.
Pennik, una specie di mago che sembra abbia poteri stupefacenti: leggere nel pensiero e servirsi di onde psicocinetiche capaci di uccidere. Insomma il padrone della Teleforza. E, guarda un po’, questo signor Sam Constable ad arrivare a cena proprio non ce la fa.
Ma il personaggio principale, come succede spesso nei romanzi di Carter Dickson, è Henry Merrivale, il Vecchio, capo del controspionaggio militare e investigatore a tempo perso. Ci mette un po’ ad arrivare, precisamente al capitolo ottavo, ma quando arriva si fa sentire. Se Gideon Fell, la sua creatura più famosa, pare modellata sulla figura di Chesterton (23 racconti), quella di di Sir Henry Merrivale ha molte somiglianze con Winston Churchill (22 opere). Ecco una descrizione “Movendo gli occhiali su e giù sul naso, sir Henry Merrivale sbirciava alternativamente Sanders e l’ispettore. Di tanto in tanto, come muoveva il corpaccione sull’ottomana, la polvere accumulata nelle tende sovrastanti gli cadeva sulla testa calva, e allora lui guardava in su e imprecava”. Ma non solo impreca. Mi sono divertito a sottolineare il modo con cui si esprime: sbuffa, grida, ringhia, accentua il broncio, esorta, si scuote, si acciglia, grugnisce, scuote il capo, trasalisce, brontola, emette un ruggito, ordina secco, ha l’aria chiusa e ostinata. Una specie di belva chiusa in gabbia. Una grossa belva dalla mascella quadrata con un pancione “ornato da una gran catena d’oro che doveva servire a sostenere l’orologio” e che lo precede “Maestosamente come la polena di una nave”. Inutili le cure dimagranti. Fuma da una pipa annerita e, da altre avventure, sappiamo che è un bel bevitore e un gran sottaniere. E questo ce lo rende ancor più simpatico.
Inutile fare l’elogio di Carter Dickson, alias John Dickson Carr (vero nome), alias Carr Dickson, alias Roger Fairbairn. Tutti (o quasi) conoscono la sua perizia stilistica, la sua bravura nel concertare e sviluppare gli intrecci (talvolta fin troppo ingegnosi) e rendere credibili e veri i personaggi. E anche Lettore, in guardia! conserva intatte tali peculiarità.
Oggi sembra che sia tornato di moda con le pubblicazioni della Mondadori e della Polillo (qua un piccolo ritratto). E questo non può che essere un bene. Non solo per gli appassionati del giallo classico ma per tutti i lettori.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret del 1934
Sorprendentemente, troviamo Maigret, in una fredda mattinata di febbraio, in pensione nella sua casetta nella Loira, con la signora Maigret che prepara marmellate (il pensionamento nasconde, a quanto pare, un tentativo di Simenon di liberarsi del suo ingombrante personaggio). È in effetti il primo romanzo, di pochi, nel quale il commissario ha terminato la sua carriera e si gode la vita in campagna, leggiucchiando il giornale, pescando al fiume e giocando a carte, oltre che, ovviamente, mangiando i manicaretti della instancabile moglie. A richiamarlo a Parigi è una disavventura occorsa al nipote, anche lui poliziotto ma molto più tonto dello zio. Segue una storia piuttosto divertente, tutta imperniata sulle difficoltà di Maigret, frenato nell’inchiesta dal suo status, e sulla sua presenza ingombrante al Quai des Orfèvres, con Lucas che cerca di aiutarlo. La storia, di per sé, come spesso accade non è straordinaria: ambientata come tante nei locali notturni di Montmartre, è da ricordare soprattutto per la figura del protagonista e deus ex machina Cageot, freddo, impenetrabile, quasi privo di anima, che ingaggia con l’ex-commissario un duello senza sangue versato, che si conclude con un macchinoso trucchetto “tecnologico” della cui verisimiglianza sarebbe lecito dubitare. Ma a chi può importare? Un’ultima noterella: perché questo titolo incongruo? Maigret e il nipote ingenuo, come in alcune traduzioni italiane, sarebbe già meglio.

I sotterranei del Majestic del 1942
Bello per almeno due motivi: la descrizione meravigliosa di un mondo sommerso e misterioso, quello dei sotterranei di un grande albergo parigino (nella realtà il Claridge), nel quale vivono e lavorano centinaia di impiegati, camerieri, contabili, cuochi, intenti a soddisfare le richieste continue del bel mondo che alloggia nelle costose camere dei piani superiori; e per la storia gialla che, una volta tanto, ha un certo interesse e non è del tutto scontata o inutile, sia pure con qualche insensatezza (la seconda persona uccisa: perché uno che scopre il colpevole di un delitto deve andare dall’assassino a comunicargli che la sua coscienza gli impone di andare alla polizia? Ci vada, e stia zitto; verrebbe da dire che se l’è meritata, la sua triste sorte…). Quanto al resto, un Maigret in gran forma spadroneggia e, come sempre, mostra intolleranza per i ricchi e una grande tenerezza e comprensione per la povera gente, giungendo fino a mettere delicatamente in mano a una puttanona in crisi di astinenza una bustina di droga frutto di una recente retata. Il colpevole, invece, e non per la prima volta, è uno rimasto nel mezzo: un piccolo borghese sfortunato che cerca di truffa in truffa di sollevarsi dalla sua condizione. Maigret gente del genere proprio non la sopporta… (v. nr. 15 e 35, per esempio).

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Via del riscatto di Mariolina Venezia, Einaudi 2019.
Arriva la serie televisiva (prima puntata 22 settembre) ed esce in libreria la quarta (e mi sento di dire, senza tema di smentita, geniale) avventura di Imma (Immacolata) Tataranni, una specie di “amazzone” della Basilicata, armata di codice penale invece che di spada, scritta da Mariolina Venezia. Sì e sì, torna proprio lei, la dottoressa Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantacinque anni, alta uno e un barattolo (a conti fatti uno e cinquanta), mente fina, naso a patata, capelli crespi color ruggine “sparati”, che continua a muoversi in lungo e in largo arrampicata sull’immancabile tacco dodici – e qualche volta le capita di spiaccicarsi rovinosamente a terra. E i vestiti poi. Ossignore, di sicuro non un figurino di moda perché le sue scelte e gli accoppiamenti di colori sono, ehm, a dir poco rivoluzionari. Secondo sua suocera, poi, addirittura Imma è “la donna peggio vestita di tutta la provincia”. Comunque, ve l’abbiamo ripresentata in tutta la sua poliedrica eccentricità e tutte le sue peculiari caratteristiche. Imma Tataranni anche stavolta è l’insuperabile protagonista che fastosamente, al di là della macchietta, diventa un personaggio che conquista il lettore, lo fa sorridere – ma ricordiamoci che quando c’è di mezzo un delitto e intrallazzi e soperchierie varie, magari anche riflettere – e lo costringe per forza ad andare avanti. Per scoprire come funziona la storia, sempre rigorosamente giallotragicomica, e soprattutto per scoprire comunque come andrà a finire.
Ma intanto andiamo a dare un’occhiata a cosa succede: scenario Matera medievale avvolta nel freddo bubbone di un pomeriggio di febbraio, Imma obbligata ad andare in giro per il centro storico con tutta o quasi la sacra famiglia del marito, più ospiti in vena turistica. E un botto rompe il silenzio, uno sparo? Imma si sa, non può resistere, deve dare un’occhiata, e nell’intrico dei vicoli medievali incrocia fugacemente una donna impellicciata che si dilegua subito inghiottita dalla nebbia che si sta alzando. Ma il giorno dopo in procura arriva la notizia: in  un palazzo vicino a via del Riscatto – il famoso palazzo Sinagra, che ha vissuto secoli di passati splendori ma ora è in vendita – nell’inquietante stanza rossa con dipinti alle pareti che raffigurano i vizi capitali, è stato ritrovato il cadavere di un agente immobiliare, Antonello Ribba, ucciso con un colpo di pistola al cuore. Il palazzo gode di sinistra fama. Lo si dice addirittura frequentato dai fantasmi. Chi l’ha ucciso? Imma Tataranni si fa assegnare il caso e lo porta avanti più scatenata, insofferente e peggio vestita che mai…

Il lupo nell’abbazia di Marcello Simoni, Mondadori 2019.
Marcello Simoni ci sorprende piacevolmente una volta di più con un colto e raffinato romanzo di ritorno al Medioevo. Ma all’Alto medioevo stavolta, che ci presenta, avvolto nella carta regalo, con una trama gialla da manuale, un misterioso e ineccepibile enigma della camera chiusa, un rebus che riesce a integrare al meglio verità e finzione. Siamo nell’832 in Assia, nel colmo di un gelido inverno che attanaglia l’abbazia benedettina imperiale di Fulda. Un momento difficile per il Sacro Romano Impero voluto da Carlo Magno, sconvolto da lotte intestine.
La terza di copertina recita solenne: «Anno Domini 832. Sorpreso da una violenta bufera di neve, un contingente armato dell’imperatore Ludovico il Pio trova riparo presso l’abbazia benedettina di Fulda, nel cuore dell’Assia. Riprendere il cammino è impossibile: le vie che collegano Magonza a Erfurt sono impraticabili, e ancor più pericolose paiono le selve nei dintorni. L’incondizionata ospitalità offerta agli armigeri dall’abate…»
Un romanzo profondamente realistico, immerso in un gelido inverno che condanna gli abitanti dell’Europa del nord nel mese di dicembre a lunghe ore di buio rotto appena dal chiarore delle torce per i viandanti in arrivo e alla luce delle lanterne e delle candele i frati che operano laboriosamente nell’Abbazia, con le finestre sigillate da tende di pergamena, trattata con grasso per renderla impermeabile e abbastanza adatta a mantenere il calore. Non troverete un errore e neppure la più piccola sbavatura nell’eccellente ricostruzione storico-ambientale di Marcello Simoni. E il suo lupo nell’Abbazia approfitta della sacralità di uno scenario religioso che godiamo appieno nei particolari e minuziose abitudini e che sia per l’atmosfera, sia per la suspence che sprigiona, ci rimanda al grande Umberto Eco. Le imponenti mura che racchiudono il complesso abbaziale, lo scriptorium, magico regno degli amanuensi e dei miniaturisti, il lungo dormitorium con le sue celle dei monaci, la colombaia, indispensabile rifugio per i piccioni latori o portatori di messaggi, la contigua Villa Fuldensis, il povero villaggio satellite dell’Abbazia con i suoi abitanti, la splendida chiesa di Saint-Michael e la sua misteriosa cripta dai tanti cunicoli segreti, le porte di accesso, ricreano un indispensabile scenario perfetto per la narrazione gialla di Simoni…

Dare e avere è il quarto capitolo che Novelli & Zarini, Fratelli Frilli 2019, dedicano al loro protagonista Michele Astengo, l’uomo dal Borsalino, il cappello portato da tanti grandi attori cinematografici. Gli anni aumentano e con gli anni anche i fili bianchi della barba, l’unica cosa che cala invece è il conto in banca. Finiti i benefici del caso Argentero, ormai il nostro è quasi agli sgoccioli in attesa di nuova linfa e quindi: cinghia stretta. Ex poliziotto, ex marito, riciclatosi a investigatore privato, gode del vantaggio di un ufficio di rappresentanza nel palazzo Doria Danovaro, ereditato alla morte di un munifico zio. Quindi Palazzo avito, sede di prestigio dominata da fastosi stucchi d’epoca ma arredata con mobili stile Ikea. Dimenticavo, Astengo condivide l’ufficio con la bella Dalia, suo braccio destro e segretaria. Lei lo ama, cerca di scalfire la sua dura scorza, vorrebbe essere qualcosa per lui, magari mettere in piedi una relazione, ma lui la ignora crudelmente. Preferisce vegetare in una vita volutamente avulsa da inutili complicazioni, tipo quelle che considera rischiose, di cuore. Vivacchiare pigramente insomma. Stavolta è immerso in una calma piatta, neppure rotta da qualche inchiesta di routine. Rifiuta con sdegno persino i tentativi di Delia di incastrarlo a tradimento con una esotica atmosfera di tango e il dono di una rosa rossa. Ma, anche se Astengo non lo sa, alcuni punti fermi della sua vita stanno per cambiare. La sua abulia verrà forzosamente scossa a seguito di un tragico e spaventoso fatto di cronaca, un drammatico ed esibizionistico suicidio avvenuto a pochi passi dal suo ufficio in Salita San Matteo che, in poche ore, è diventato virale sul web…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
ecco a voi Diario di una schiappa. Una vacanza da panico di Jeff Kinsey, il Castoro 2018.
Questa volta il povero Greg si ritrova ad affrontare una vacanza da panico. Lui desidera tanto trascorrerla davanti ai videogiochi sgranocchiando patatine, però la mamma non la pensa allo stesso modo. Allora partono con l’aereo per l’“Isola de Corales”, un villaggio tropicale. Naturalmente a Greg tocca il posto più brutto dell’aereo, in mezzo a una famiglia composta dai genitori e un bambino piccolo che piange sempre. Al villaggio si ritrova ad affrontare molte avventure più o meno pericolose: dovrà lottare con un ragno gigante, dovrà sopportare le lamentele di suo padre per il mal di pancia, si ritroverà a bere un enorme quantità d’acqua perché perderà il boccaglio durante un’immersione e tante altre…
Dunque, cari lettori, cercate di aiutare la povera Schiappa durante le sue avventure!!!

Un saluto e Buone Feste da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2019

Agli amici giallisti-scacchisti tre blog da seguire:
SoloScacchi
Scacchierando
Unoscacchista
Ci troverete anche il sottoscritto.

 

Morte di un dottore di D.M. Devine, Il Giallo Mondadori 2018.
Silbridge in Scozia. “Ebbi la certezza che Henderson fosse stato assassinato solo due mesi dopo la sua morte. Se ora ci ripenso, credo di averne avuto la sensazione quasi dall’inizio…”. Chi parla e racconta in prima persona proprio all’inizio della storia è Alan Turner, socio del fu dottor Henderson che ha un incontro nello studio con il sindaco Hackett. Più scontro che incontro. Sul fatto che sta per arrivare Elizabeth, la bella seconda moglie del defunto, una sgualdrina per il sindaco e, sempre secondo lui, anche l’amante di Alan. Dal colloquio si capisce che era morto per asfissia di una stufa a gas, dopo aver battuto la testa contro il parafuoco nel suo studio, dove era stato trovato proprio dalla stessa Elizabeth.
Tutto ruota attorno a questa morte creduta solo una disgrazia dall’ispettore Gordon Munro, mentre gli abitanti della città pensano, come il sindaco, che gli assassini siano i due amanti. E poi come aveva fatto l’uccisore a sapere che avrebbe trovato la sua vittima nell’ambulatorio a quell’ora? Henderson aveva annunciato solo a cena, insieme ad Alan ed Elizabeth, che non sarebbe uscito come faceva tutti i lunedì, ma una telefonata gli aveva fatto cambiare idea. Una telefonata dell’assassino? Per Elizabeth si tratta sicuramente del cugino Andrew Fairgrieve che gioca d’azzardo e chiede continuamente soldi, ma Alan non le crede perché Andrew è solo “uno svagato e pasticcione”. Ella stessa si sente in pericolo, ha ricevuto una lettera minatoria, ha avuto in passato un incidente con la macchina manomessa.
Le indagini vanno avanti con Munro “un omone massiccio” dalla “corporatura di un peso massimo” spesso in lite con Alan che gli aveva fregato “la sua ragazza”, ovvero Joan Griffith, nipote del sindaco. I sospetti e i sospettati non mancano. Oltre ad Alan ed Elizabeth ci sarà anche una discreta litania di personaggi, a partire dallo stesso sindaco, che avevano motivi per uccidere Henderson. Tra i quali magari proprio uno dei pazienti di quel funesto lunedì. Si scoprirà anche qualcosa di “particolare” sulle tendenze sessuali del dottore tanto da aprire un altro campo di indagine. E l’assassino colpirà ancora…
Dialoghi lunghi (a volte esagerati) che danno un ritmo lento al racconto, passato e presente che si intrecciano, dubbi, assilli, incertezze, tormenti. Perfino una partita a scacchi (interessa solo a me) e una citazione improrogabile di Sherlock Holmes. Ma la domanda principale è “Chi sarà l’assassino? È questo? È quello? È Elizabeth o, addirittura, lo stesso narratore bugiardo?” Mah…
Finale tenero e sentimentale. Lieto solo per qualcuno.

Investigatori col monocolo di Freeman Wills Croft, J.J. Connington, R. Austin Freeman, Il Giallo Mondadori 2019.
Il silenzio delle ombre di Freeman Wills Crofts
Il romanzo potrebbe intitolarsi benissimo “Sparizioni”. Il primo a dileguarsi nell’aria è il dottor Earle in un piccolo villaggio del Surrey. Stava seduto in poltrona “e tre minuti dopo era scomparso senza un suono, senza essere visto, senza lasciare traccia, senza il benché minimo motivo. Svanito dalla faccia della terra”. La seconda un’infermiera che era stata sorpresa, addirittura, insieme al dottore. In seguito ne sparirà anche un’altra. Così, come per miracolo.
Bella gatta da pelare per l’ispettore French, “di bassa statura, intelligente e piacevole”, in stretta collaborazione con il sovrintendente Sheaf. Prima domanda che sorge spontanea: “Una fuga d’amore tra il dottore e l’infermiera, dato che anche la moglie se la intendeva con un bel giovanotto?”. Seconda domanda: “Un assassinio?”. Potrebbe essere questo o quello ma allora perché non si ritrovano i corpi? Roba da far andare in pezzi il cervello. Ma l’ispettore è un duro (sua massima “Occupati sempre dei contro, perché i pro sanno badare a se stessi”), infaticabile di notte e di giorno, a piedi, in bicicletta, in macchina, scruta, osserva, prende appunti, esamina e riesamina, ricomincia da capo. Da tenere presente la cattiva salute del dottore, il suo testamento e un libro importante da lui scritto. Classica soluzione finale precisa, puntuale, rigorosa, con allegati orari e cartina.
Il cratere del diavolo di J.J. Connington
Ambledown nella campagna inglese del 1942. In piena guerra. Scoperto, lì vicino, un tesoro vichingo da un archeologo durante uno scavo. Tesoro maledetto secondo l’ubriacone del luogo e una antica maledizione per cui “chi dovesse ritrovarlo andrà incontro a morte sicura”. Detto fatto, l’archeologo muore durante un bombardamento, anche se probabilmente è stato ucciso prima con un colpo in testa per rubare parte del tesoro dello scavo. Il capo della polizia sir Clinton al lavoro insieme all’amico Wendover (entrambi giocano a scacchi) e all’ispettore Camlet. Ed ecco delle strane morti di girini e di conigli simili a quella dell’ubriacone trovato riverso per strada. Senza alcuna spiegazione plausibile per il dottore Allardyce. Forse tutto si spiega, invece, con qualche “arcano rito magico” da parte di un chiaroveggente di origini africane. Meglio controllare.
Intanto fioccano le domande: morti per avvelenamento?, che tipo di avvelenamento?, chi ci guadagna da queste morti?, che cosa ci guadagna?, sono collegate fra di loro?, è possibile che ci sia di mezzo il dottore stesso? o sono causa del chiaroveggente che “incanta” con i suoi trucchi? Una ricerca lunga, difficile, per sfatare certe sciocche credenze e andare al sodo sfruttando a fondo le conoscenze mediche e scientifiche del tempo (riguardo, soprattutto, a determinate sostanze tossiche e velenose). Finale drammatico vissuto attraverso le azioni di chi si è reso colpevole. Ma sir Clinton è vicino…
Il caso Burnaby di R. Austin Freeman
Frank Burnaby, un uomo sulla cinquantina, tranquillo, timido, gentile. Sua moglie sulla trentina, attraente ed esuberante. Quattro figli, tre ragazzi e una ragazza. E un amico, Cyril Parker, bello, gradevole, sagace. Una famiglia felice, per il dottor Jardine che racconta la storia. Ma qualcosa succede, qualcosa di strano perché Frank viene colto sempre più spesso da attacchi che sembrano dovuti a un veleno (viso arrossato, gola secca e pupille dilatate). Per svelare il mistero occorre l’intervento dell’amico dottor Thorndyke. Andando al sodo gli attacchi sembrano collegati a qualche cibo preparato dalla moglie e fornito da Cyril. Moglie che, per questo, verrà accusata. Ma Thorndyke sui veleni ne sa una più del diavolo…
Ottima Introduzione e scelta dei testi del nostro Mauro Boncompagni. Si respira in questi romanzi un’atmosfera strana, misteriosa, irrazionale. Persone che svaniscono, persone e animali che muoiono in maniera inesplicabile. Comunque dalla lettura attenta e minuziosa (ci vuole un po’ di pazienza) dei meccanismi e dei mezzi scientifici che portano alla morte (per contrastare, appunto, l’irrazionale), compresa una discreta serie di veleni, anche noi lettori siamo ora pronti a scaraventare nella bara qualcuno che ci sta sul gozzo con ampie possibilità di farla franca. Di French, sir Clinton e Thorndyke non se ne vedono in giro.

La logica di Falconer di Ian Morson, Mondadori 2019.
Oxford seconda metà del XIII° secolo. Si sta avvicinando il Natale ed è in corso la festa di santa Fridesvida. Chiesa abbaziale gremitissima, tutti osannanti per le sue spoglie mortali ma Edward Petusance, sacerdote della chiesa di Sant’Aldate, geloso di questo successo è alla ricerca disperata di una simile “attrazione” per attrarre, appunto, i pellegrini con le loro monete sonanti. Nello stesso tempo anche Falconer, maestro reggente della Facoltà delle Arti, sta cercando nel ghetto ebraico un misterioso alchimista per conto dell’amico Ruggero Bacone esiliato in Francia. Oxford è veramente un tripudio di gioia e di esaltazione, un miscuglio di artigiani, mercanti, pellegrini spendaccioni da ogni dove. È arrivata una compagnia di giullari e giocolieri con a capo Stefano de Askeles, che ha messo gli occhi sulla bella Margaret Peper moglie di John, per sfruttare al meglio la situazione. E ci sarà pure il re Enrico, uomo devoto, con la regina e i nobili ad assistere alle sacre rappresentazioni. Un altro personaggio, Tommaso di Cantilupe, ex cancelliere dell’Università di Oxford, cerca intanto di riguadagnarsi la benevolenza del re che lo vuole punire per essersi associato con le gilde dei mercanti e dei borghesi, sospettato anche di complicità con i briganti e le razzie nei campi.
Tutto procede regolarmente fino all’assalto dei briganti alla compagnia (verranno respinti) e alla morte del “diavolo”, di solito interpretato dallo stesso Askeles, colpito alla schiena con uno scalpello di carpentiere. Ma questa volta trattasi invece, con stupore di tutti, di fratello Adam… E Falconer ha assistito alla scena intravedendo “un’altra sagoma più umana staccarsi da quella forma diabolica e ritirarsi nell’ombra protettiva del palco”. Indaga Peter Bullock, guardia della città di Oxford. Per lui l’assassino è sicuramente John Peper, ingelosito delle attenzioni di Askeles per la moglie. Pensava, ne è sicuro, che sotto la maschera del diavolo ci fosse proprio lui. Ma Falconer è dubbioso, qualcosa non quadra, anche altri hanno motivo di toglierlo di mezzo. Nel frattempo è preso dal risolvere il messaggio criptico di Bacone “Non occorre spingersi fino ai germani per trovare quest’uomo. Basta cercare tra omega e alfa”. Che cosa significa? E i delitti non cesseranno… Falconer, comunque, interrogando e osservando con occhio acuto ciò che gli sta intorno si è già fatta un’idea. Li ha tutti riuniti al Collegio di Aristotele dove ha preparato un colpo finale ben congegnato per smascherare l’assassino.
La storia è un interessante viaggio ricco di suspense e di sorprese, lungo una città e una società variegata e complessa, con le sue particolari credenze e tradizioni (vedi, per esempio, la nomina per un giorno tra gli studenti del Signore della Sregolatezza), le mire, gli odi all’interno dei gruppi sociali più poveri e più potenti, lo studio dell’alchimia e dell’astrologia, gli scontri con i briganti e gli ebrei ribelli del tredicesimo secolo.
Per la Storia del giallo Mondadori la nona puntata Gli anni Sessanta di Mauro Boncompagni. A partire da Ed McBain con il suo 87° Distretto finendo con Ruth Rendell sulla quale l’autore farà in seguito un discorso a parte. Ma ci sono pure Marric, Hillary Waugh, Donald Westlake, D.M. Devine, Ellis Peter, Philip MacDonald, Howard Brown, John Ball e John Wainwright. Che volete di più?…

L’estate del mundial di Piero Colaprico, BUR 2015 (precedentemente Net 2006).
“Il 17 giugno 1982 è un brutto giorno per Pietro Binda, onesto e coriaceo maresciallo della sezione Omicidi, prossimo alla pensione. Nel cortile del Banco Ambrosiano è stato scoperto il corpo della segretaria di Roberto Calvi, da un paio di giorni scomparso da Milano. E poi una telefonata dall’amico anarchico Loris: la sua amica Lavinia, quella che faceva la soubrette, è stata uccisa sulle scale di casa e lui è tra i sospettati. E così Pietro Binda si ritrova tra le mani due indagini: quella ufficiale, riservatissima, che scatta quando da Londra arriva la comunicazione che il “banchiere di Dio” è morto impiccato sotto il ponte dei Frati Neri; e quella ufficiosa, a fianco di Loris. Nella rovente estate milanese, mentre cresce l’entusiasmo per l’impresa dell’Italia ai mondiali di calcio in Spagna, il maresciallo entra in due mondi che gli erano sconosciuti, quello del denaro e quello del varietà: mondi che possono essere entrambi molto ostili, letali”.
Il maresciallo Pietro Binda si è trasferito a Milano da tre mesi. Infanzia a Trani, da poliziotto a Caserta e poi a Milano. Sposato con Rachele che gli sembra non solo più vecchia ma anche più materna e premurosa. Molto attaccato a lei “Nonostante i tanti anni insieme, cosa davvero volesse certe volte la moglie non riusciva a comprenderlo: era difficile capire le donne in genere, la sua in particolare. La tenne stretta, e le appoggiò la testa nell’incavo del collo, come facevano da fidanzati, tante vite prima”. Ha un figlio Umberto che fa un lavoretto come pasticcere, pettinatura da rasta e passa ore al centro sociale Leoncavallo. Incomincia ad essere allergico ai “semi della violenza” che hanno invaso Milano e l’Italia. Ama la musica classica, soprattutto Beethoven. Baffetti alla Amedeo Nazzari, capelli grigi, cicatrice sul fianco (destro o sinistro non ricordo). Beve spremuta mista di arancio e pompelmo, grignolino e anche grappa. Buono il risotto al taleggio e al radicchio travisano così come l’orata in salmoriglio al cartoccio. Gli piace anche il “pulaster” allo spiedo e antipasti vari con un po’ di pesce in carpione. Frutta tropicale. Una buona forchetta. Il calcio gli interessa solo quando non ha da fare cose più importanti. Cambiamenti a Milano “Finalmente aveva compreso: Armani, le commesse altezzose, le vetrine spoglie e nello stesso tempo ricche, non erano altro che le tracce di un nuovo culto pagano che si stava diffondendo intorno al Duomo. Una fede nell’apparenza che da Milano si propagava nel resto del mondo”. Forte volontà, paziente, mani larghe e pesanti da montanaro. Quando occorre sa essere duro. E anche cambiare giudizio: “A Binda Loris adesso appariva migliore di quanto pensasse, meno superficiale, e non sapendo come dirglielo si limitò a dargli una pacca sulla spalla”. Stremato dal lavoro ma appagato “Il lavoro, soprattutto se ben fatto, aveva questo potere terapeutico: quando cominciava a girare per il verso giusto, portava una tale dose di soddisfazione da lenire piccole e grandi stanchezze”. Qualche critica alla riviera romagnola dove si sta appiccicati gli uni agli altri. Una confusione…Sesso tranquillo: “Non c’era più la passione dei primi incontri, ma anche la profonda calma di chi si conosce da una vita e ha visto, da quell’unione, nascere anche un altro essere umano, era un buon afrodisiaco”. Gli piacciono gli articoli di diritto. Critica alla società italiana: “Insomma, amici, in un paese come l’America uno che diventa ricco e non sa certificare da dove ha preso i soldi, rischia di finire in carcere, come capitò ad Al Capone. Invece, in Italia i furbi hanno un premio, finché va bene”. A buon intenditor poche parole…
Colaprico è uno scrittore vero. Diretto, spiccio, senza tanti fronzoli.

I Maigret di Marco Bettalli

La chiusa n. 1 del 1933
Il protagonista assoluto della storia – quasi un one man show – è un donnaiolo intelligente, ingombrante, eccessivo, stranamente amico e “doppio” dello stesso Maigret, corpulento marinaio di chiatte (ancora chiatte!, sia pure alla periferia di Parigi) divenuto ricchissimo proprietario di una flottiglia. Tutta la storia, in un incantato aprile di inizio primavera, si risolve in un complesso ed estenuante – anche se a volte appena accennato – gioco psicologico tra Maigret (descritto come prossimo – pochissimi giorni! – alla pensione: Simenon, in questo periodo, aveva dei problemi relazionali con il suo personaggio: nei due successivi lo troviamo prima “in esilio”, poi finalmente in pensione. Ma sarà Maigret a vincere…) e il protagonista, e tra quest’ultimo e un suo vecchio amico malmesso, di cui aveva in passato cinicamente posseduto la figlia con grossi problemi mentali (un leit motiv stereotipato spesso presente nei romanzi di Simenon). La parte gialla interessa l’autore ancor meno del solito: il compito viene sbrigato molto rapidamente – quasi per dovere, verrebbe da dire – e in modo, a tratti, un po’ confuso e poco convincente. Restano le scene con Émile Ducrau, detto Mimile, a volte indimenticabili, sicuramente la parte migliore di un romanzo non privo di pecche.

La casa del giudice del 1942
Siamo ancora sul mare, ma i protagonisti non vanno sulle navi, sono mitilicultori. Maigret è esiliato a Luçon, per oscure trame svoltesi a Parigi, di cui nulla ci viene detto (Simenon ci tornerà rapidissimamente in un accenno in Maigret e il ministro, n.46). Se la passa un po’ tristemente con l’idiota e vanesio ispettore Méjat, quando finalmente, in un piovoso gennaio, gli si presenta un caso degno di questo nome, con un irreprensibile giudice avanti negli anni nella cui casa si svolgono misteriose trame e vengono nascosti cadaveri. Al centro della storia, tra le più inverosimili, nella quale Simenon dispiega senza risparmio la sua usuale misoginia, vi sono complessi intrecci tra il figlio del giudice, che figlio in realtà non è, la figlia descritta sia pur pudicamente come ninfomane all’ultimo stadio e quindi rinchiusa in una casa di cura, amici più o meno fedeli, donnette bisbetiche e impiccione, ragazzotte messe incinte in continuazione, in una descrizione di vita di paese a tinte forti, ma a tratti efficace. Contrariamente agli schemi usuali, a salvarsi questa volta è proprio la figura del giudice, tipico esempio di alto borghese pieno di scheletri (in senso letterale…) nell’armadio, ma in qualche modo onesto e nobile nella sua disperazione di padre sfortunato e di ancor più sfortunato marito.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Alle porte della notte di Paolo Roversi, Marsilio 2019.
Radeschi, Radeschi francamente ci mancavi. Sei cambiato, d’accordo, diverso, nuovo? Più riflessivo? Maturo? No, a ben vedere fa sempre capolino il ragazzo di provincia arrivato a Milano per fare fortuna come giornalista, ma diventato anche il bersaglio sotto pressione di un invisibile e minaccioso nemico che gliel’ha giurata a morte. Stavolta si parte alla grande con una scenografica rapina in una gioielleria del pieno centro di Milano, in via Montenapoleone, il cuore più costoso dello shopping della città. L’allarme azionato a distanza, che chiama in soccorso la polizia, pare scombussolare i piani dei due rapinatori, ma loro niente! Impavidi prendono una commessa in ostaggio, escono in strada, sequestrano armi in pugno il furgone di una lavanderia e, dopo aver ingaggiato un conflitto a fuoco con i carabinieri, fuggono bruciando semafori e travolgendo ostacoli. Ai terrorizzati occupanti del mezzo sequestrato i banditi si presentano come Luglio e Novembre. La loro fuga, che provoca una sanguinosa e letale carambola che vedrà coinvolte volanti della polizia, auto e taxi, bloccherà Piazza San Babila, permettendo al furgone di dileguarsi nel nulla.
Una brutta storia che, oltre a rovinare le vacanze programmate al vicequestore Loris Sebastiani, bruciato all’aeroporto mentre era in partenza per il Portogallo con una polposa e giovane fiamma, darà il via a una nuova indagine che lo costringerà a coinvolgere, sempre in veste di consulente della polizia, l’amico, giornalista e hacker Enrico Radeschi…
Gli anni passano, sono passati anche per Radeschi e per il vicequestore Sebastiani. Restano certe vitellonesche abitudini: Sebastiani mastica ancora sigari e non smette di correre dietro alle sottane e Radeschi sogna le bistecche. Poi, sempre cani per Radeschi, anche se il labrador Buck ormai quasi in pensione è stato sostituito dal chihuahua Rimbaud. Regge gli anni il “giallone” e parte nonostante il gelido e nevoso inverno milanese. MilanoNera è diventata una testata web di gran successo molto seguita, con un redattore di pregio che si chiama Andrea e che è uno schianto di ragazza. Prende peso e il dovuto spazio la figura del Danese, che pare un diavolo incarnato o forse un abile e donchisciottesco giostratore che non crede al destino. Ma stavolta potrebbe sbagliarsi? Che stiano rischiando di brutto tutti davvero? Che ne dite? Grazie Paolo, alla prossima!

L’ombra di Melanie Raabe, Corbaccio 2019.
“Tu porti morte… L’11 febbraio ucciderai al Prater un uomo di nome Arthur Grimm. Di tua spontanea volontà. E con ottime ragioni” È questo il minaccioso vaticinio sussurrato da una vecchia mendicante a Norah Richter in una strada di Vienna. Perché mai Norah dovrebbe uccidere qualcuno e chi è mai Arthur Grimm? Ciò nondimeno quelle parole riescono a catapultare a ritroso nel tempo Norah, giovane ma affermata giornalista tedesca, appena trasferita a Vienna, dove ha accettato una lusinghiera proposta di lavoro. Perché quella data, poi? Proprio un 11 febbraio di diciotto anni prima, quando era ancora una ragazzina, era successo qualcosa di terribile: il suicidio della sua amica d’infanzia. Suicidio che l’aveva toccata dolorosamente e in un certo senso aveva segnato per sempre la sua vita. Talmente segnato da renderle difficile, se non impossibile, accettare un rapporto duraturo. Basti pensare che il suo improvviso trasloco a Vienna aveva visto anche la rottura del suo affettuoso legame con Alex. Legame su cui pesava per lei la paura di impegnarsi definitivamente per poi magari essere abbandonata.
Melanie Raabe ha creato con Norah Richter una donna forte e indipendente, pronta ad affrontare le sfide della vita. Ha successo nella sua professione, ha vissuto a Londra, in varie città tedesche e quando era molto più giovane ha saputo gestire la disintossicazione dalla droga dopo un’overdose quasi fatale. Fa coraggiosamente campagna in prima persona per i diritti delle donne e per la giustizia in generale. Allo stesso tempo Norah è una persona introversa, che per la sua rettitudine si è fatta dei nemici e con pochissimi veri amici. Una donna che si affida a saltuari brevi contatti sul web, preferisce arrangiarsi, regolare i suoi problemi da sola, cosa che la fa apparire agli altri, anche ai colleghi di lavoro, inavvicinabile, distaccata e arrogante. Quelle parole della mendicante le appaiono all’inizio solo uno stupido e macabro scherzo. C’è solo quella fortuita coincidenza di data, 11 febbraio, che le richiama tristi flashback del lontano passato e la disturba. Insomma, lei non conosce nessun Arthur Grimm. Ma Norah è una giornalista d’indagine. Il suo io la spinge a investigare, deve sapere se la sua presunta vittima Arthur Grimm esiste veramente, chi è, lo cerca e lo individua…

Dodici rose a Settembre di Maurizio de Giovanni, Sellerio 2019.
Personaggi già usati in precedenti racconti pubblicati per Sellerio, Mina Settembre e gli altri per la prima volta diventano interpreti di un romanzo. Un indovinato e irresistibile ventaglio di maschere farsesche che si muove agilmente sul palcoscenico di Napoli, città dolorosa come la pietà michelangiolesca, spesso sfinita dalla tragedia. Ma una città che sa farsi anche criminale, crudele, spietata verso i deboli che de Giovanni non ci nasconde, anzi ci fa scoprire nelle sue pagine arricchite dal fiorito ironico dialetto, stravagante ma polposo linguaggio dei suoi personaggi di ogni livello sociale. Insomma un ventaglio che, con le tante sfaccettature delle sue storie, si allarga fino a diventare un colorito emblema della difficoltà della vita. Per chi non avesse ancora incontrato Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di un consultorio napoletano, mi pare doveroso chiarire che è una borghese napoletana laureata che lavora nei Quartieri Spagnoli, cosa che troppo spesso la costringe a impegnarsi in casi che chiedono giustizia. Ma Maurizio de Giovanni ci sorprende sempre.
Mina Settembre è una tosta, che riesce a far fronte al suo lavoro difficile ovunque, ma che purtroppo a Napoli deve subire anche la permanente carenza di personale e quindi non è in grado di fornire vera assistenza, ed è sottoposta alla conseguente sfiducia degli assistiti che guardano come intrusi quei poveri sottopagati impiegati disposti a farsi il mazzo dietro un tavolino. O peggio li considerano impiccioni che vorrebbero ficcare il naso in cose che non li riguardano. Insieme a Mina, ecco il suo “team”, un improvvisato gruppo d’intervento in termini guerreschi. Sul lavoro colmo di buona volontà, da lei spesso scoraggiato (è fidanzatissimo con una collega in missione in Africa e l’insicurezza affettiva di Mina non le concede di dargli spazio) il “dottore”, il ginecologo Domenico «chiamami Mimmo» Gammardella, bello come il sole, un gemello di Robert Redford assolutamente ignaro degli effetti del suo fascino; «Rudy» (da Rodolfo Valentino per chi ne dubitasse) Trapanese, il quasi nano portiere dello stabile che si crede un adone con gli occhi sempre “appizzati” sulla sofferta ben oltre la quarta di seno, croce e delizia di Mina; e, più di lato, le irresistibili e spesso generose amiche di sempre con le quali Mina condivide ancora una inestinguibile complicità e amicizia dai tempi di scuola, senza dimenticare il suo ex marito, il magistrato De Carolis, arrogante rompiscatole anche se ogni tanto vorrebbe conciliare le leggi con la giustizia. Per tutti loro, baracca e burattini, Maurizio de Giovanni si è ingegnato a coinvolgerli in due quasi parallele corse contro il tempo…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. La dura verità di Jeff Kinney, Il Castoro 2012.
Greg, la solita schiappa, questa volta si ritrova ad affrontare molte avventure. Però senza il suo migliore amico Rowley, perché hanno litigato poco prima dell’inizio della scuola. Dovrà affrontare il quarto matrimonio dello zio Gary, dove si ritroverà a dormire tra gli “scapoli” e fare l’assistente del suo fratellino Manny alla cerimonia. Dovrà rinunciare alla festa di Jordan Jury, il ragazzo più popolare della scuola, partecipare al pigiama party scolastico dove fanno giochi stupidi che a Greg non piacciono e, come sempre, combinerà un sacco di guai. Dovrà anche andare dal dentista del suo babbo che gli darà un apparecchio che gli arriva fino alle orecchie. E persino fare un esperimento di scuola, mantenendo intatto un uovo per un giorno che però gli cucinerà la mamma per colazione. Insomma dovrà affrontare molte avventure divertenti senza il suo migliore amico, ma “Farà pace con lui?”…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti