Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2020

Un giretto tra i miei libri…
Ogni tanto girello fra i miei libri. Ne ho tanti in casa e nel garage. Libri di ogni genere che il ragazzaccio di strada lottiano è diventato un lettore accanito. Giro e rigiro le copertine per vedere se spunta un ricordo o, almeno, una sensazione diventando la memoria sempre più stronza. Però, però ce n’è uno che mi riporta alla scuola elementare quando la maestra Elvira, in onore ai miei successi scolastici, me lo regalò per le vacanze: ovvero I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Li mortacci! Mi impantanai nelle acque del lago di Como e non ne uscii vivo maledicendo il Manzoni e tutta la sua schiatta fino a quando… Fino a quando, più avanti negli anni, volli rileggerlo nella edizione Sansoni del 1961 con il commento di Attilio Momigliano, e finalmente riuscii a capire la bellezza del romanzo e del dono della mia cara, indimenticabile maestra.

Assassinii sull’Orient Express di Manuela Costantini, Annamaria Fassio, Andrea Franco, Diego Lama, Giulio Leoni, Enrico Luceri, Roberto Mistretta, Marzia Musneci, Alberto Odone e Carlo Parri, Il Giallo Mondadori 2020.
Appena letto il titolo subito beccato, sicuro che mi avrebbe intrigato conoscere le invenzioni dei dieci autori su un treno così famoso. Avevo iniziato prendendo appunti e scrivendo una sintesi per ogni racconto, ma così facendo mi sono accorto che la cosa sarebbe stata troppo lunga e pesante per i lettori. Una specie di rece mallopposa difficile da digerire. Allora ho deciso di buttare giù come detta l’ispirazione.
Prima di tutto un felice abbraccio con personaggi quasi tutti già conosciuti con le loro caratteristiche, le loro tecniche investigative, le qualità o “doni” (i due cervelli, la percezione degli odori…), le debolezze, i tic, le manie (chi fuma il sigaro, chi lecca i bastoncini di liquirizia ecc…): l’avvocato Filippo Dolci, il commissario capo Erica Franzoni, monsignor Attilio Verzi, il commissario Veneruso, l’architetto Cesare Marni, il commissario Bonocore, il maresciallo Bonanno, l’investigatore privato Matteo Montesi, il Kriminalinspector Meingast (questo per me una nuova scoperta), il vicequestore Cardosa.
Ed eccoli lì sul treno famoso, scintillante di lusso, a godersi una bella vacanza con la compagna o il compagno della vita (ma anche da soli) o a dover compiere, magari controvoglia, il proprio dovere poliziesco. Costretti, volenti o nolenti, a dover sciogliere, in prima persona o apparentemente distaccati, il classico busillis dell’assassinio sul treno. Magari insieme a qualche grande scrittore o personaggio della letteratura gialla, come Conan Doyle o lo stesso Watson, tanto per portare solo un paio di esempi, e comunque sulle orme dell’inimitabile Poirot che può apparire anche nel titolo. In tempi naturalmente diversi che ognuno di loro sta trascorrendo la propria vita durante un determinato periodo storico.
C’è, prima di tutto, la creazione di una particolare atmosfera interna ed esterna. Di lusso, dicevo, di gusto, di perfezione, di eleganza, di smodato vivere, di piatti succulenti, intaccata da qualcosa che stride, che non va. Da qualche personaggio (ottima la caratterizzazione del “gruppo” a creare scontro di personalità) che se ne sta troppo tempo rinchiuso in cabina, da un suo improvviso cambio di umore, oppure da un segnale poco rassicurante del volto, degli occhi , di sorpresa, di paura, di odio, seguito dopo un po’ dalla scena raccapricciante della sua non voluta (però può essere anche voluta…), sanguinosa dipartita. Perché? Che cosa ha visto? Chi ha visto? Quale il movente? Sesso? Denaro? Invidia? Vecchi rancori? Mentre là fuori imperversa, magari, una tregenda di neve e il treno è costretto a fermarsi.
Gli autori, espertissimi, danno sfogo a tutte le possibili strategie, a tutti i trucchi possibili per creare situazioni incredibili e allo stesso tempo risolvibili attraverso la sagacità dei loro beniamini, e ad una ricca varietà di stili che va dal velocissimo martellamento parolesco (mio conio) ad un fluire più morbido e lento. Sgomento, fibrillazione, scontro, paura, drammatiche rievocazioni di terribili vicende storiche (vedi, per esempio, quella dei desaparecidos) ma anche tocchi di humor e ironia (basterebbe da solo Veneruso), citazioni e rimandi, come doveroso, sentito omaggio alle opere della Christie insieme a qualche inevitabile ripetizione (il ventriloquo) dalle quali si percepisce appieno la passione, la gioia e il divertimento con cui sono stati scritti i racconti.
Ottima idea curata e realizzata da Franco Forte. Ora ci aspettiamo Assassinii sul palcoscenico.

Omicidi nel villaggio di Georgette Heyer, Edmund Crispin e Leo Bruce, Mondadori 2020.
Il villaggio, come scrive il nostro Mauro Boncompagni nella Introduzione, è il posto più congeniale al giallo classico in cui il male può scaturire dappertutto e da parte di chiunque. Oggi ne vedremo tre esempi eclatanti. Partiamo dal primo…
L’omicidio di Norton Manor di Georgette Heyer
L’avvocato londinese Frank Amberley sta andando con la sua potente Bentley lungo una stradina di campagna verso Greythorne mentre incombe foschia autunnale. Vede una Austin accostata sul ciglio, una ragazza appoggiata alla portiera e un piccolo foro di proiettile sul parabrezza. Alla guida un uomo ucciso. La ragazza ha pure una pistola ma la lascia andare (naturalmente la ritroveremo in seguito). Perché?…
La vittima è il maggiordomo di Norton Manor, una bella tenuta ereditata dal giovane Basil Fountain, dove il nostro avvocato potrà iniziare a svolgere le sue osservazioni, essendo stato invitato da sua cugina Felicity e dalla zia lady Matthews proprio lì per un ballo in maschera. Già la casa è da brivido perché sorge su “peccati e tragedie antichi” ed è “così misteriosa e silenziosa” che, appena varcata la soglia, si viene colti da “un senso di depressione”. Ma il delitto sembra quasi dare fastidio in questo piccolo mondo presuntuoso di partite a golf, biliardo, prelibatezze culinarie, denaro e denaro. Alcuni punti essenziali: il maggiordomo aveva messo una bella somma da parte; l’importanza di un certo libro; il classico testamento; il bosco oscuro e misterioso e poi l’amore. Ah! l’amore!
Dialoghi su dialoghi costruiti sapientemente (per cui i gialli della Heyer sono stati anche denominati “conversation thrillers”).
La morte nel villaggio di Edmund Crispin
2 giugno 1950. Il signor Datchery, “alto e magro, tra i quaranta e i cinquanta”, si avvia verso Cotten Abbas dove succedono strane cose. Una in particolare riguarda le lettere anonime, formate da parole ritagliate da articoli di giornale, che ossessionano gli abitanti e sfociano in omicidi. Dal paese emana aria di agiatezza, quella di un villaggio abitato da gente benestante, da una ricca borghesia. Datchery si presenta come uno studioso di sociologia che si occupa della vita rurale. In realtà, lo scopriremo in seguito, trattasi di Gervase Fen, professore universitario e detective dilettante chiamato a risolvere il mistero delle lettere anonime da uno dei personaggi. Tra questi spiccano la dottoressa Helen Dowing sulla quale pesa il pregiudizio delle dottoresse di un tempo, mentre invece tutto va a gonfie vele per il dottor George Sims, poi l’odiato Harry Rolt, padre di Penelope e Peter (un ragazzo piuttosto “particolare”) perché ha una segheria che rovina il paesaggio (tra l’altro non è snob come gli altri abitanti) e il signor Weaver, macellaio, praticante della setta dei Figli di Abramo. Con il contorno delle solite vecchiette di paese che sanno tutto di tutti.
Primo problema, l’amica della dottoressa, Beatrice Keats-Madderly, si è impiccata. Le erano state recapitate cinque lettere con la posta del mattino ma era sparita quella con l’inchiostro violetto. Ad indagare il commissario Babington e l’ispettore Casby, mentre Datchery se ne va in giro per tirar fuori qualcosa dai pettegolezzi della gente. Nella testa quel colore violetto gli ricorda qualcosa… Ed arriva un morto ammazzato che forse sapeva troppo. Viene sospettata proprio Helen erede del patrimonio di Beatrice ma alla fine tutti in circolo ad ascoltare la ricostruzione dettagliata del vero Gervase Fen.
La moglie del dottore di Leo Bruce
Per il sergente Beef ci sono dei casi di omicidio in cui l’uomo del posto batte “tutti i furbacchioni di Scotland Yard” perché conosce la gente coinvolta. Vedi, per esempio, la morte della moglie di un dottore a Braxham. Più precisamente del dottor Markwright. Morte naturale, morte per tetano causata da una ferita alla mano secondo i soliti Capoccioni. Ma non per lui che conosceva i soggetti interessati. Morte naturale un corno! Trattasi di un vero e proprio omicidio, anche se…
Due romanzi ed un racconto diversi nella realizzazione stilistica e proprio per questo complementari. Rigore, leggerezza, stravaganza, citazioni colte, humor, ironia graffiante, pathos, tensione, movimento, paura. Eccetera, eccetera. Quando c’è qualcosa curata da Mauro Boncompagni, beccatela subito.

Dapprima le cellule grigie, le stanze chiuse, gli indizi, i sospetti, la soluzione finale davanti a tutti con il detective baffuto (ma anche senza baffi) o l’amabile vecchietta a tirar fuori insospettabili deduzioni e beccare in castagna l’incauto assassino. Solo dopo è venuto il detective squattrinato, l’ufficio polveroso, la segretaria popputa, lo spazio aperto, il movimento, la corsa, la scazzottata, la pistola che canta ad ogni batter di ciglia. Questo è stato il mio percorso dal classico mystery all’inglese all’hard boiled americana. Ho amato il primo, ho sofferto e poi imparato ad amare anche il secondo. Sempre che si trattasse di autori che lo facessero amare. Quelli con le palle come Dashiel Hammet, per esempio, di cui la Mondadori ci regala L’istinto della caccia, ovvero dieci racconti straordinari.
Inutile sprecare parole su Hammett che tutti lo conoscono e sarebbe solo un vano sbrodolare di cose dette e ridette, magari citando pure lo stracitato giudizio di Chandler. Veniamo al sodo, cioè ai suoi racconti. Personaggio principale il detective (non mi pare di avere trovato il suo nome ma dovrebbe essere Nich Charles che viene fuori da altri lavori) della “Continental Detective Agency” di San Francisco alle dirette dipendenze del “Vecchio”, un vecchietto (appunto) robusto con i baffi bianchi, faccione roseo, occhi azzurri dietro occhiali senza montatura, cordiale meno “di una corda da capestro”. Prendiamo il primo racconto “Attacco a Couffignal”, tanto per avere un’idea. Due parole: Couffignal è una piccola isola a forma di cuneo abitata da gente che non sta per niente male (eufemismo). In una delle belle case che la punteggiano il nostro detective deve tenere sott’occhio i regali di nozze di una coppia di sposi (avete capito bene). Compito facile se non ci fosse di mezzo, la pioggia, il vento, la luce che va via, scoppi di esplosivi, sparatorie e dunque la necessità di lasciare i regali sotto lo sguardo vigile di due persone e vedere cosa succede là fuori. Succede la rapina ad una banca e al ritorno due morti ammazzati ed i regali, quelli più importanti, spariti. Qui scatta lo Sherlock Holmes nascosto in lui e in quattro e quattr’otto ti becca il colpevole (deduzioni impeccabili).
A volte deve ritrovare una figlia scomparsa di qualche riccone, se non addirittura due e allora è corsa, movimento, lotta, botte da orbi, coltellate e spari da tutte le parti. A San Francisco, dicevo, magari nel quartiere cinese tanto per dare un tocco di esotico tra buio, infide fanciulle, corse sui tetti, contrabbando di armi, menzogne e tradimenti. Con il nostro a risolvere i problemi e salvare il salvabile, magari dopo qualche tirata di sigaretta, un sorso di gin al ginger (ma va bene anche altro) andando anche un po’ contro la legge. Nich fa questo lavoro sia per i soldi ma, soprattutto, perché gli piace: “È l’unico sport che io conosca e non riesco ad immaginare avvenire più piacevole che un’altra ventina e più d’anni di questo sport. E non ho intenzione di privarmene!”. Un cacciatore (da qui il titolo della raccolta) che non si lascia sfuggire la preda ma che non spara per uccidere (solo se costretto). Gli basta mirare al polpaccio o al ginocchio tanto per fermare l’avversario di turno.
Talvolta ci si sposta in Muravia sotto i colpi della rivoluzione (incasinamento politico) o nel deserto dell’Arizona dove da sceriffo se la deve vedere con la banda di mascalzoni che pullulano anche lì e dove prospera un mercato di immigrazione clandestina. Tutto il mondo, anche nei tempi passati, è paese.
Movimento, forza, brutalità, tensione e paura, puntigliosa osservazione e deduzione (anche molto dettagliata) che non si guardano in cagnesco ma vanno a braccetto come bravi scolaretti. Personaggi colti nella loro vera essenza esteriore ed intima, presentati uno per uno, a partire dai suoi collaboratori ed informatori (come Dick Foley) fino al più bieco dei disgraziati maledetti, con la loro vita passata e la presente viva e pulsante. Orrori e tragedie, lievi speranze in un mondo che non lascia spazio ai deboli e agli onesti e l’ambiente esterno, cittadino e aperto, a fare da sponda a tutti i rimescolamenti dell’animo umano.
Stile secco e preciso come una stilettata, infiocchettato di pungente ironia che non risparmia nessuno. Le frecciate arrivano all’improvviso quando meno te lo aspetti. Ironia e auto ironia tanto da far esclamare al nostro detective alla fine di una frenetica avventura “Che vita!”.
Non aggiungo altro. È poco, è niente, ma di fronte a certi scrittori è meglio leggerli e stare zitti. Che ci si risparmia pure qualche brutta figura.

I Maigret di Marco Bettalli
Maigret, Lognon e i gangster del 1952
Scritto, come gli altri, numerosi, di questi anni, nell’“esilio” americano della Shadow Rock Farm nel Connecticut, il romanzo cerca di introdurre un po’ di America, dei suoi metodi polizieschi e criminali, in una Parigi piovigginosa e novembrina. I risultati sono molto migliori dei Maigret ambientati direttamente negli USA: vengono mantenuti i siparietti sulle differenze tra i due paesi, conditi dai “complessi di inferiorità” e dalla vaga stizza nei confronti degli americani, gangster e FBI non fa differenza, che credono di potersi permettere qualsiasi cosa, come se fossero a casa propria e la polizia francese non contasse nulla; ma l’ambientazione parigina garantisce più scorrevolezza, equilibrio e naturalezza. La presenza dei gangster causa anche una attività… fisica molto maggiore, con sparatorie, catture, inseguimenti che non sono propri dei Maigret tradizionali, ma sono inseriti con ironia e leggerezza. A introdurre la faccenda, la macchietta un po’ sforzata, ma comunque divertente, di Lognon, l’ispettore sfortunato, lagnoso e sempre nei guai (anche qui, passerà tutto il tempo dell’inchiesta ferito all’ospedale), nonché marito di una donna malaticcia e terrificante.

La rivoltella di Maigret del 1952
Siamo a giugno, fa caldo e il clima è pre-vacanziero. Il furto, anomalo quant’altri mai (e diciamolo pure, del tutto inverosimile) di una rivoltella a casa di Maigret, in presenza della signora Maigret, da parte di un ragazzo per bene, per il quale la suddetta aveva subito manifestato sentimenti materni, dà il via a una storia tanto complessa quanto poco sensata e, nel complesso, di scarso interesse. Tutta la vicenda è incentrata sulla figura tragica di François Lagrange, grasso, flaccido, debole, patetico e un po’ schifoso personaggio, avventuriero, ricattatore, imprenditore, viveur di terza tacca e coglione di primissima categoria. Scoperta la sua colpevolezza, si fingerà pazzo e forse eviterà la pena capitale. La parte migliore, che salva il romanzo dal voto minimo, è la trasferta a Londra, con i siparietti del commissario alle prese con le abitudini inglesi, i funzionari di Scotland Yard e le regole immutabili dei grandi alberghi come il Savoy, luoghi, lo sappiamo già, che il nostro ha sempre cordialmente odiato. En passant, apprendiamo, notizia contenuta credo solo qui, che i nomi di battesimo completi di Maigret sono Jules Joseph Anthelme.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Perla nera di Lisa Marklund, Marsilio 2020
Una storia di amore, passione, avventura, molto diversa, sia come personaggi che per l’ambientazione esotica, da quelle scritte in precedenza da Liza Marklund. Manihiki è un minuscolo ma splendido atollo nell’oceano Pacifico, parte delle isole Cook, uno degli arcipelaghi tropicali più isolati al mondo, collegato via radio con il resto del pianeta. Le isole Cook, quindici e distribuite all’interno di una vasta area, sono una nazione indipendente del Sud Pacifico, legata politicamente alla Nuova Zelanda. La sua popolazione è di razza Maori. Manihiki, che possiede un aeroporto usato praticamente solo dai mercanti di perle con i loro jet privati, è abitualmente tenuta in comunicazione con il resto del mondo per mezzo di una nave postale che fa il giro dell’arcipelago e getta l’ancora più o meno una volta al mese. La nave provvede all’arrivo dei rifornimenti da Rarotonga, l’isola maggiore. Salvo che non vada a finire tra gli scogli, come è accaduto due anni fa alla vecchia Manuvai, un ex cargo trasferito nel Pacifico dopo oltre venti gloriosi anni nell’Atlantico, per cui da allora gli isolani sopravvivono con le loro risorse, ma manca il gasolio per far funzionare i generatori di elettricità. Naturalmente non esistono auto, ma solo motocicli e la vita è fatta di poche cose, soprattutto la pesca delle perle.
Kiona lavora nella fabbrica di perle di famiglia, nel fiorente settore di allevamento delle perle nere dell’Oceano Pacifico, di cui Manihiki è la punta di diamante per l’eccezionale qualità. Nei quattro km della sua laguna ci sono infatti diversi allevamenti o piantagioni che danno lavoro a molti abitanti del luogo. L’allevamento e la pesca delle ostriche è un’attività faticosa e molto pericolosa, perché per la manutenzione è necessario immergersi in apnea fino a grandi profondità. Sua sorella Moana infatti è morta annegata l’anno prima. Aveva solo ventidue anni ed è rimasta impigliata durante un’immersione. Kiona, che se ne fa una colpa senza ragione per non essere riuscita a liberarla in tempo, continua tuttavia ogni giorno a immergersi come prima. La loro è un’attività dura ma redditizia, che si rinnova stagione dopo stagione con la consuetudine di una routine. Kiona non ha mai visto il mondo, ma è curiosa e istruita. A Manihiki i ragazzi frequentano la scuola, possono leggere molti libri, lei ne possiede e ne ha letti moltissimi, ma sogna di continuare a studiare e andare all’università di Auckland come avrebbe dovuto fare sua sorella. La sua vita è sempre la stessa, secondo i tranquilli ritmi dell’isola, divisa tra la pesca delle perle e l’aiuto alla madre Evelyn, diplomata infermiera e in pratica unica presenza medica nel dispensario locale, fino al giorno in cui, dopo l’allerta per un uragano, una barca a vela va a schiantarsi contro la barriera corallina. I soccorritori riescono appena in tempo a raggiungere il relitto che sta per affondare ed estrarre l’uomo che si trovava a bordo. La madre di Kiona curerà la profonda ferita alla testa del naufrago, riuscirà a stabilizzare la sua disidratazione, cercherà in qualche modo di sistemare la mano destra, evidentemente fratturata malamente, e di raddrizzare e ingessare la gamba destra rotta in due punti. Quell’uomo, che scopriranno si chiama Erik, ha gli occhi color dell’acqua e viene dalla Svezia. Ed Erik, irrompendo in quel mondo di Kiona, cambierà completamente la sua esistenza e il suo modo di pensare offrendole una diversa dimensione affettiva e intellettuale…
Liza Marklund, che fa partire la sua storia in una terra lontana, quasi un ideale poster vacanziero di un’agenzia di viaggi, sceglie per protagonista una nativa, una persona semplice ma non ignorante, un donna acculturata come molti sanno esserlo in quei paesi dominati dalla cultura anglosassone. Alla giovane affida il difficile compito di battersi anche con le astruse questioni legate all’economia globale. Una bella storia, un appassionante concentrato di mistero, denaro e violenza. Un’ottima caratterizzazione dei personaggi e una straordinaria ambientazione accompagnano tutta la narrazione di un libro intelligente e intrigante che costringe il lettore a entrare nei meandri del noir strettamente collegato alla fiscalità internazionale.

Caccia all’uomo di Robert Crais, Mondadori 2020
Los Angeles, California: quando Devon Connor, mamma single, si rende conto che suo figlio, il diciassettenne Tyson, adolescente timido, ansioso, troppo tecnologico e poco sociale, tanto che ha dovuto iscriverlo a una scuola alternativa, da mesi sfoggia camicie da urlo, indossa un guardaroba firmato che sostiene trovato al mercatino delle pulci (ma la giacca da tremila dollari, a suo dire recuperata dagli abiti di scena di un set cinematografico, invece è stata comprata proprio dal figlio nel negozio di lusso e pagata in contanti), comincia a preoccuparsi. Quando al polso di Tyson compare un Rolex Daytona da 40.000 dollari, che lui dichiara un falso comprato anche quello al mercatino delle pulci, la poveretta va in tilt.
Teme che il ragazzo abbia imboccato una brutta strada, maneggia troppi soldi e potrebbe essere coinvolto nel giro della droga o peggio. Allora decide di ingaggiare l’investigatore privato Elvis Cole per scoprire cosa stia combinando. Elvis Cole, reduce decorato dal Vietnam, ex vigilante, esperto di arti marziali (soprattutto Wing Chun, Tae Kwon Do e Tai Chi), accetta di fare un primo giro esplorativo e annusare la situazione. Per cui prende il numero di serie del Rolex, salta sulla mitica decappottabile Chevrolet Corvette Stingray “Jamaica Yellow” del 1966, e comincia a muovere le sue pedine. Chiede lumi a una vecchia amica, proprietaria di un famoso negozio di orologi di Santa Monica, e la verità è che si tratta di furto!
Anzi, di tanti furti. Con altri due ragazzi, più o meno suoi coetanei, Tyson ha organizzato e portato a termine una serie di abili e fortunate ruberie di alto bordo. Roba da migliaia di dollari. I tre complici hanno arraffato di tutto, purché fosse commerciabile: abiti, gioielli, oggetti di elettronica, laptop. Che poi esibiscono o vanno a rivendere nel mercatino delle pulci del grande parcheggio recintato sul lato meno appetibile di Main Street, a qualche isolato dalla spiaggia di Venice.
Ragazzate per farsi belli? Per impasticcarsi o frequentare locali alla moda? Una scelta sbagliata che sta per portare a una conclusione mortale perché, evidentemente, i ragazzi hanno rubato qualcosa di molto pericoloso a qualcuno, anche più pericoloso, che non ci sta, anzi ha dato incarico a due spietati killer, i più efficaci su piazza, di recuperare quel qualcosa a ogni costo. Killer che stanno per individuare i loro bersagli e colpire. Quando Alec, uno dei tre adolescenti della banda, viene ucciso in un incidente automobilistico simulato, la faccenda si fa critica. Cole cerca di far convincere Tyson da sua madre ad andare alla polizia e costituirsi e invece lui e Amber spariscono.
Elvis Cole coinvolge nel caso il suo fidato amico e socio Joe Pike, ex marine che sa bene il fatto suo: bisogna ritrovare i ragazzi e metterli al sicuro. Ma la faccenda scotta e di ora in ora diventa sempre più complicata e rischiosa…
Stringente, convincente e intrigante fin dalle prime pagine, (potremmo dire “alla Crais”, sempre apprezzato per il suo coinvolgente ritmo narrativo) Caccia all’uomo è l’ultimo romanzo di Crais – scrittore di fama internazionale, stranamente poco apprezzato in Italia e pubblicato con miope parsimonia – della celebre serie interpretata dall’accoppiata investigativa Elvis Cole e Joe Pyke. Accoppiata sempre privilegiata dall’autore che, per la figura dell’investigatore privato, si è ispirato a suo padre, eccellente poliziotto americano. La serie del ciclo Cole/Pike ha visto ben diciassette romanzi fino al 2017 (l’ultimo, il diciottesimo, è uscito negli Stati Uniti nel 2019 e non è ancora tradotto), ma per la quale Crais ha sempre respinto trasposizioni cinematografiche o televisive. Infatti, nonostante abbia cominciato la sua fortunata carriera lavorativa come sceneggiatore, ha sempre rifiutato di cederne i diritti dichiarando: “Elvis Cole è nato solo per la carta stampata. È un personaggio vivo e credibile solo quando raggiunge e tocca la mente dei miei lettori. Insomma qualcosa di speciale che ognuno può immaginare come vuole. Se gli regalassi il volto di un attore sarebbe sciupare qualcosa di privato e personale tra me e loro. E avrei paura di deluderli”.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Polposaura affamata… coda stritolata! di Geronimo Stilton, Piemme 2013.
Nel villaggio di Pietropolis il famoso marinaio Pirat Ruk deve partire per tornare a casa nelle isole Piratrucche con una grandissima barca che ha costruito. Però non vuole lasciare tutti gli amici che ha conosciuto, quindi Geronimo e la sua famiglia si ritrovano ad accompagnarlo in questo viaggio lungo e pericoloso. Infatti incontrano molti pericoli tra cui un mostro marino lungo e grandissimo che sta per ribaltare l’intera barca, un polpo femmina gigante che vuole divorare Geronimo e due tigri dai denti a sciabola che si sono nascoste nelle cabine.
Alla fine tutto finisce bene, Geronimo e i suoi amici riescono a salvarsi per un pelo… Che emozioni!

Le letture di Jessica
Cari bambini,
oggi vi presento Il pesciolino d’oro dei Fratelli Grimm, Giunti 2018.
Un giorno un pescatore, che vive in una vecchia capanna, pesca un pesciolino d’oro che lo prega di lasciarlo libero perché è un principe vittima di un incantesimo. Il pescatore lo accontenta ma quando arriva a casa viene sgridato dalla moglie. Deve ritornare dal pesciolino d’oro e chiedergli in cambio una bella casetta. E così avviene. Ma la moglie non è mai contenta. Dopo la casetta vuole un castello, poi diventare regina di tutto il paese, poi imperatore, poi papa, infine diventare come Dio. La accontenterà ancora il pesciolino d’oro, oppure…? Io la strozzerei.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2020

E cento! Sono cento le mie letture al gabinetto! Mai avrei pensato di arrivarci. Un grazie allo splendido sorriso della Buccherina che ha accettato i miei parti matusalemmici. E ora il mio obiettivo è di arrivare a 101. Se tutto va bene…

La fonte delle lacrime di Paul Halter, Il Giallo Mondadori 2020.
19 giugno 1957. Già il remoto paesino di Chartam, arroccato sulla costa settentrionale della Cornovaglia, ha qualcosa di lugubre e sinistro “forse a causa del gemito lancinante del vento”. Ma anche Patrick Markale che ci si sta avviando, alto, biondo, calvo “ha qualcosa di strano nei suoi occhi chiari”, ovvero “qualcosa di magnetico che metteva a disagio e mal si confaceva al resto della sua persona”. È un sensitivo e, come vedremo, riuscirà a ritrovare oggetti perduti, risolvere misteri e predire disastri. Con l’aiuto di un semplice pendolino o anche di un solo bicchiere d’acqua. Il suo obiettivo è ritrovare una misteriosa fonte magica, ovvero la fonte di Sibilla che avrebbe il potere della divinazione.
Altri personaggi: Ruth Kendall, moglie del poliziotto Oliver Kendall. Hanno una figlia adottiva Sandra, molto bella, contesa tra Trevor e John Leighton figli di John e Deborah Leighton. Quest’ultima ha perso il figlio Henry caduto nella falesia per una raffica di vento, ma il corpo non fu mai ritrovato. Ogni notte si alza, corre lungo la falesia e invoca il suo nome. Da un po’ di tempo Sandra, che va spesso nella biblioteca di famiglia, è giù di corda e piange. Perché? Da che cosa è tormentata?…
Il criminologo Alan Twist, munito di pince-nez, “di una magrezza sbalorditiva e dai superbi baffi rossicci” arriva, insieme all’amico ispettore Archibald Hurst “corpulento sessantenne dal volto sanguigno”, proprio nel paesino di Chartam per verificare le supposte doti del sensitivo. Che riuscirà ancora a sorprendere per le sue “intuizioni” sbalorditive e far arrestare, addirittura, i responsabili di certi casi irrisolti del presente e del passato. Incredibile. Un diabolico ciarlatano o un vero e proprio mago che ha già trovato la mitica fonte di Sibilla?…
Mentre Alan Twist sta cercando di capire l’incredibile mistero tra una tirata di pipa e una “succulenta torta di mele”, abbiamo le forze della natura, il vento, la nebbia, la pioggia, il tuono improvviso tese a creare anch’esse un’atmosfera da brivido. Gli avvenimenti precipitano, il morto ammazzato, la scogliera, la terribile scogliera, il dubbio, la luce improvvisa che nasce da una frase involontaria, novello dottor Watson, di Archibald. Ecco, allora, pronto il nostro criminologo a spiattellarci l’incredibile, complessa verità, in cui il mistero, l’occulto e il delitto impossibile vanno felicemente a braccetto come in un giallo classico che si rispetti.
Per I racconti del giallo ecco Cardosa e lo sfratto del caffè Greco di Carlo Parri.
Roma, lunedì 2 settembre. Caldo afoso. Al caffè Greco che sta per essere sfrattato. Cardosa deve risolvere un problema di Matarò. Ha saputo di avere avuto una figlia da una ragazza di borgata che gli aveva detto di abortire. Ora è scomparsa. Bisogna cercarla. Cardosa si ritroverà ferito all’ospedale ma anche da lì continuerà la ricerca avvalendosi di ogni mezzo, consentito o meno, perché c’è invischiato il classico pezzo grosso… E allora occorrerà scatenare un putiferio per fargli fare una mossa falsa.

Una lettera per Sara di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2020.
Dopo il commissario Ricciardi vediamo un po’ che cosa ci ha preparato il nostro Maurizio. Intanto via dagli anni del fascismo. Sempre a Napoli ma nell’aprile di oggi, 2020. Primo incontro con l’ispettore Davide Pardo (ad essere sinceri è il secondo). Niente famiglia, niente figli, solo un gigantesco cane a fargli compagnia, un uomo tranquillo, che vorrebbe essere tranquillo ma il Destino gli ha inflitto “mille sgambetti”. Però alle undici in punto “prende” il caffè. Rito sacro, irrinunciabile. Nel solito bar, il bar di Beppe, dell’enorme Beppe. Tutti i santi giorni. Come quel lunedì di aprile. Ma qui arriva proprio il Destino nella persona di Angelo Fusco, gravemente ammalato e suo superiore di polizia prima della pensione. Desidera avere un aiuto non proprio ortodosso da lui, ovvero parlare con il carcerato Antonio Lombardo in fin di vita che lo ha mandato a chiamare e potrebbe aiutarlo a conoscere la verità sulla scomparsa e la morte della sorella Ada, commessa in una libreria antiquaria, avvenuta trent’anni prima. Per un vecchio libro e una lettera all’interno che aveva rilasciato a qualcuno. Ma…
Abbiamo anche il nuovo personaggio di Sara Morozzi, ex agente segreto e una vita troppo ricca di dolori: la morte del compagno Massimiliano, suo ex superiore, per il cui amore aveva lasciato marito e figlio, morto anche lui in un incidente stradale. Ora amica di Pardo, in stretto rapporto con la nuora Viola che si rivelerà intraprendente e il nipotino Massimiliano. Cervello veloce, attivo, intuitivo, una persona appartata, quasi invisibile ma pronta ad entrare in azione. Tutti e tre si ritroveranno insieme a scoprire il mistero della morte di Ada. E non solo…
Poi ecco il Tempo, altro importante personaggio, con il passato e presente che si alternano, attraverso anche frasette in corsivo a creare certi spazi sentimentali. E ancora le domande che affiorano sul segreto che Antonio Lombardo si è portato nella tomba. Quale segreto? Che cosa ha dato a qualcuno prima di morire? Una lettera? Per chi? E le ombre che si accumulano sul marito di Sara ricordato dalla stessa in un teso incontro con il carcerato. Altre struggenti domande…
Dunque per il nostro trio un viaggio denso di pericoli attraverso i Servizi deviati, la magistratura corrotta, la mafia e tutto il casino che si porta appresso. Ma, soprattutto, ricordi e ricordi, rabbia, dolore, rimpianto, malinconia venata, talora, di un sottile umorismo a renderla più leggera. Amore, amore espresso e amore trattenuto. È la vita che scorre lenta e inesorabile. Con tutto il peso dei suoi drammi esistenziali.
Che cosa ci ha offerto questa volta Maurizio de Giovanni? Un giallo? Un noir? Un thriller? Solo un romanzo, un semplice grande romanzo.

L’opale di Nonio di Jackson Gregory, Il Giallo Mondadori 2020.
Intanto la villa isolata, ovvero la Casa dell’Opale, è un mostruoso, bizzarro edificio che sorge in una notte tempestosa, squassata dal vento e squarciata da lampi. Qui, a ricevere gli ospiti del proprietario Mainwaring Paar, c’è il dottor Andregg, una figura allampanata e lugubre, dall’aspetto malaticcio e dalla faccia cadaverica. Gli invitati, poi, sono in numero di tredici, che non porta proprio bene. Inoltre la villa racchiude la storia di due uomini uccisi a colpi di pugnale a causa di una gemma infausta, l’Opale di Nonio, appartenuta a un senatore romano. Inizio davvero poco rassicurante…
Tra gli invitati abbiamo il detective dilettante Paul Savoy che dovrà vedersela con una serie di fatti raccapriccianti e inspiegabili. Intanto tutti gli ospiti portano con loro una o più gemme di inestimabile valore sulle quali pesano strane leggende e il padrone di casa, che ha messo un bel milione di dollari in cassaforte per uno di tali gioielli, è impaurito, sicuro che qualcosa di grave accadrà.
Tutto concorre a creare un clima di suspense e paura, la luce di una lampada che si spenge, fino all’angoscioso e terribile grido “Assassino!” che risuona per tutto il palazzo. In breve è stato ucciso proprio Mainwaring Parr con un grosso coltello da caccia piantato all’altezza del cuore e un altro ospite, il detective Herman Dicks, sembra agli sgoccioli della vita con il cranio spaccato. Gli eventi straordinari sono appena cominciati… Impossibile comunicare con l’esterno, la linea telefonica è interrotta, ed ecco uno scoppio improvviso, la cassaforte saltata e i soldi spariti. Ma, soprattutto, spariscono anche il morto e il moribondo! Non si trovano né dentro né fuori. Incredibile…
L’eccentrico Paul Savoy, che “rimugina” meglio in un ambiente di colore azzurro, ammirato e allo stesso tempo disprezzato da qualcuno (una testa balzana, un venditore di fumo a cui manca più di una rotella), ora sembra avere capito tutto. Prevede, addirittura, l’arrivo di due nuovi personaggi e le domande fioccano numerose: perché hanno ucciso Parr e Dicks? Perché hanno fatto saltare la cassaforte? Come si spiega la scomparsa delle salme? Dove sono nascoste? Qualcosa, anzi tutto non quadra. Per lui ci deve essere un nesso con i fatti avvenuti prima del delitto, con gli avvenimenti che l’hanno preceduto.
Un bel rompicapo mentre i vari personaggi, egregiamente costruiti nelle loro diversità, si scontrano fra loro, un pazzo con la barba bianca gira nei dintorni, un ospite pauroso grida di continuo, le teorie si accavallano e complicano se si aggiunge la possibilità che esistano dei passaggi segreti. A un certo punto “Eureka!” grida Paul, scattando in piedi, “Ho trovato!” Ma il bello deve ancora venire.
Alla fine della incredibile, surreale vicenda la lunga, interminabile soluzione dello stesso detective dilettante che lascia gli astanti radunati a bocca spalancata. E anche il lettore, con la voglia di rileggere tutto daccapo per vedere se…
Lo abbiamo già visto con L’isola dei delitti pubblicato dalla Mondadori che mica c’è da fidarsi troppo delle isole. Specialmente se sono piccole, ricche di rocce e di anfratti, battute da forti venti e impietosi uragani. Va a finire che ci scappa il morto o una sequela di morti da perdere il conto.
Di tutt’altro stampo, invece, L’isola. Una storia misteriosa di Charlotte Link, Corbaccio 2008. Niente ventacci, niente tempeste, niente nebbie o cieli grigi e mari in burrasca. L’isola di Sylt, che fa parte delle Frisone, propaggine più settentrionale della Germania, è un vero paradiso naturale con sole a volontà e paesaggi da strappare il classico urlo di gioia. Ad essere sinceri non sempre che qualche volta spira “un vento fresco, piuttosto freddino per una notte d’agosto” e il sole è coperto dalle nuvole. Ma insomma rispetto alle precedenti un vero bigiù.
Il protagonista, che racconta la storia in prima persona, ha nei suoi confronti sentimenti contrastanti. Attratto dal profumo del vento, dalle onde del mare del Nord, dalle case con i tetti di paglia, dai muretti bassi che delimitano le proprietà, dalle rose selvatiche e dalle passeggiate lungo la spiaggia bagnata. Ma anche irritato dalla ostentazione di ricchezza dei suoi frequentatori. Qui è venuto con la sua compagna Clara innamorata perdutamente dell’isola (è lei che ogni anno insiste per andarci) a trascorrere le vacanze. Ma Clara ad un certo punto scompare, attratta (secondo lui) da un “vecchio pancione” pieno di grana che le ha fatto la corte e ora si trova certamente a Parigi…
E qui inizia un vero e proprio scandaglio nei sentimenti e nelle elucubrazioni del protagonista (di cui non è detto il nome) tutto teso a sviscerare il suo rapporto con Clara, a metterne in luce i suoi lati positivi e negativi, a cercare una risposta alla sua fuga. Con classico finale a sorpresa (ma non troppo per i lettori più smaliziati).
Libretto agile di ottanta pagine con illustrazioni del mare di Horst Meyer. Da leggersi dopo il solito Malloppone presuntuoso.

I Maigret di Marco Bettalli

L’amica della signora Maigret del 1950
“Erano passate da poco le dieci del mattino, un mattino di marzo. L’aria era frizzante…”: inizia così una trama dalle complicazioni inenarrabili, in cui ha un ruolo di una certa importanza la signora Maigret, “nonnetta un po’ cicciona” nella sorprendente e irriverente descrizione di un tassista, inizialmente coinvolta suo malgrado mentre aspetta placidamente che arrivi l’ora di entrare dal dentista, perché le viene affidata per qualche ora, con modalità sorprendenti, la custodia di un bambino. Il personaggio principale, il rilegatore Steuvels, tirchio, coltissimo e indiziato di un crimine orribile, emana un certo fascino, così come la storia stessa, prima dello scioglimento, mantiene una notevole tensione e si legge con grande piacere: per alcune pagine sembra, se così si può dire, un vero giallo e non il solito Maigret, peraltro in gran forma. Lo scioglimento, come sempre avviene, non è di grande interesse e si consuma di gran fretta: troppi sono i personaggi che, compressi nelle 150 pagine tradizionali del libro, fanno appena a tempo a essere presentati. Esordio nella saga del giovane Lapointe (“Sei ambizioso?” “Sì, commissario. Vorrei fare una carriera come la sua”).

Maigret e la stangona del 1951
La stangona (tradotto anche con “la spilungona”) del titolo è una prostituta ormai sistemata e di una certa età, sposata a uno scassinatore di casseforti d’altri tempi. La sua figura serve solo a “fare colore” e, soprattutto, a introdurre Maigret in una storia sorprendente, affascinante, cupa, che contrasta con il caldo opprimente dell’estate parigina. I due protagonisti sono un dentista grasso e inetto e sua madre, spaventoso esempio di personaggio su cui si esercita con enorme cattiveria e intrinseco godimento la misoginia congenita di Simenon. Un po’ come la Valentine di Maigret e la vecchia signora (> n.27), la decrepita signora Serre è un mostro, avvelenatrice delle malcapitate mogli del figlio imbelle e pronta a sacrificare persino il figlio stesso alla sua tranquillità. La descrizione delle case e delle abitudini della borghesia marcia e depravata è un cavallo di battaglia di Simenon, che anche in questo caso non si smentisce. Ne deriva un romanzo scorrevole, intelligente e piacevole. La vecchia megera finirà i suoi giorni in galera; il figlio, dopo un breve periodo in carcere, finalmente potrà concedersi i suoi piccolissimi vizi senza lo sguardo indagatore della mamma.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Ultimo respiro di Robert Bryndza, Newton Compton 2020.
Ritroviamo per la quarta volta, e non ci spiace, Erika Foster, protagonista della serie di Bryndza, una donna forte, testarda, decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi professionalmente. Sempre la Foster? Beh, carta vincente non si cambia e Robert Bryndza, dopo l’indubbio successo di La donna di ghiaccio, La vittima perfetta e La ragazza nell’acqua, fa risalire in scena l’ispettore capo Foster, slovacca di origine, bionda, molto alta, una donna sola benché ancora giovane. Erika è vedova: suo marito Mark, poliziotto come lei, è morto con quattro colleghi durante una tragica retata antidroga comandata proprio da lei. Erika ha perso molto: non solo un marito, ma anche quello che aveva rimandato troppo a lungo, e cioè un futuro per loro due insieme, dei figli. Ha dovuto battersi per riprendersi nel fisico e nel morale, per tornare al lavoro e riuscire a mascherare la sua fragilità emotiva, anche se per ora non ce la fa ad accettare l’idea di un altro uomo nella sua vita. Dopo aver risolto brillantemente l’ultimo caso, non essendo stata promossa sovrintendente (e lei credeva di meritarlo), è finita alla sezione di polizia di Bromley, bella cittadina di origini medievali e oggi fulcro del borgo più esteso della Grande Londra a sud della capitale, con un piede nel Kent e ampie zone residenziali dotate di splendidi giardini. Tuttavia, quando il corpo di una ragazza, barbaramente straziato, viene ritrovato in un cassonetto poco lontano da casa sua, sarà Erika Foster, in compagnia del detective James Peterson, tra i primi a raggiungere la scena del crimine, dove trovano il detective Kate Moss che ha già lavorato in squadra con lei. Ma il problema è che Erika non è più in forza alla Omicidi, la sua presenza è fuori posto e viene allontanata. Il fatto la fa arrabbiare anche perché vorrebbe tornare a far parte della sezione investigativa distaccata alla centrale di West End. Ciò nondimeno quel delitto la intriga: il suo istinto di detective e la sua innata testardaggine l’hanno portata a inquadrarne le caratteristiche. Una vittima giovane e carina, il suo cadavere massacrato che presentava segni evidenti di torture, crudelmente inflitte e protrattesi per giorni, prima di essere uccisa con una fatale incisione dell’arteria femorale: sono particolari che rivelano il possibile collegamento con un omicidio irrisolto avvenuto quattro mesi prima. Anche allora il cadavere di una ragazza, di vent’anni appena, era stato abbandonato come spazzatura in un cassonetto, straziato allo stesso modo e con un’identica orrenda incisione dell’arteria femorale. Secondo Erika l’assassino potrebbe essere lo stesso. Dovrà riuscire a ogni costo tornare a far parte della squadra Omicidi, anche se vorrà dire ingoiare il suo orgoglio e scusarsi con l’uomo che, superandola nella carriera, l’ha costretta a trasferirsi in periferia: il Soprintendente Sparks. Quando una drammatica svolta del destino le darà l’opportunità di condurre le indagini, la coglierà al volo e si ritroverà ancora una volta a lavorare gomito a gomito con James Peterson e Kate Moss. Le loro minuziose indagini fanno individuare qualche traccia. Si comincia a parlare di assassino seriale ma la definitiva conferma verrà dal fatto che un’altra ragazza, la terza, viene rapita. Come le altre, era andata a un appuntamento con qualcuno conosciuto via web. L’assassino infatti, di volta in volta adotta una falsa identità e intreccia su FaceBook amicizia le sue vittime, giovani donne carine che vogliono farsi strada nella vita, costruendosi attorno con diabolica abilità una falsa personalità, talmente ben calcolata da ingannarle e farle cadere in trappola. Non basta: studia, prima i percorsi per i delitti e riesce a coprire le tracce.
Robert Bryndza come aveva fatto con il suo spaventoso Cannibale di Nine Elms (I cinque cadaveri), mette il lettore faccia a faccia con l’assassino e il suo punto di vista. Fin dall’inizio ne conosciamo il nome, le idee e le mosse. E sappiamo anche che non ha nessuna vera giustificazione. È solo un essere spietato e malvagio, uno psicopatico privo di morale e possibilità di redenzione, insomma un mostro. Nessun trauma subito nell’infanzia può giustificare l’aberrazione delle sue azioni. Ma un mostro estremamente lucido e determinato, o almeno pare. Come faranno Erika e la sua squadra a catturare un’ombra che sembra inafferrabile?…

L’assassino ci vede benissimo di Christian Frascella, Einaudi 2020.
Terzo capitolo con Contrera, protagonista completamente fuori dalle righe di Frascella. Capelli sale e pepe, una lingua affilata che taglia e cuce anche a sproposito, una innata capacità di farsi male a ogni costo e farne anche a chi gli vuol bene. Per dabbenaggine, ingenuità, vigliaccheria, ma da questo immane cocktail di sovrana incoscienza fanno capolino anche generosità e quella dannata puntina che gli rode e lo costringe a volere per forza aggiustare certe cose. Tutto questo in una persona che ha fatto il poliziotto, si è fatto cacciare per corruzione e solo grazie ai buoni uffici del vecchio e caro amico carabiniere Baseggi ha ottenuto la patente di investigatore privato. Euro in tasca pochi, anzi quasi zero, e meno male che il gran cuore della sorella, nonostante i musi del marito, da sei anni gli offra ospitalità nel secondo letto in camera del figlio maggiore, ora liceale. I cronici problemi economici hanno costretto Contrera a istallare un ufficetto, leggasi un tavolino e una sedia di plastica, per ricevere i clienti in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino, che in cambio chiede un occhio di riguardo per i suoi connazionali. Di fianco al tavolino c’è anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo esclusivo uso e consumo (tanto i musulmani non bevono alcol).
Di solito, salvo pericolose azioni in cui il caso e la sfortuna l’hanno coinvolto, costringendolo a trasformarsi in una specie di supereroe, tira a campare con ciò che racimola con pedinamenti di mariti infedeli o mettendo alle corde piccoli truffatori. Contrera è immerso fino al collo in un mare di bugie. Intanto la sua ex, rimasta incinta dopo la loro unica e ultima sciagurata scopata. Lei questo bambino se lo vuol tenere, incasinando la sua vita, quella della figlia adolescente Valentina, dai capelli colorati e abbastanza sbandata, e quella di Contrera e di Erika, sua rossa compagna con prole. Come dimenticare il genio dodicenne Luca? A loro, quel fifone codardo di Contrera non ha ancora trovato il coraggio di confessarlo. Senza contare che in questa specie di carosello infernale riesce a coinvolgere anche Paola, l’accondiscendente e ospitale sorella, e Giada, la nipotina… Insomma dovrebbe fare alla svelta qualcosa ma, prima che possa anche immaginare un qualsiasi piano strategico per trovare una soluzione diplomatica, zac le rogne a cascata. Oddio, se l’è andate a cercare: prima tentando con poco successo di bloccare la fregatura di una concessionaria a un bravo marocchino, poi, per provare a dimostrare che il cognato fa le corna alla sorella, rivede Eddie (ricordate il gigante nero e le faccende di Mafia Nigeriana di Il delitto ha le gambe corte) che ha portato via la bella moglie di Basim, il kebebbaro di via Spontini, e ci ha pubblicamente litigato. Poi, come se non bastasse, accompagna la sua ex a fare l’ecografia, litiga con la figlia e infine si trova con la valigia per strada perché Giada, la sua cocca, si è beccata la varicella e lui non l’ha mai fatta. Insomma, mentre medita se chiedere rifugio alla rossa amica Erika, una sera di novembre, tanto nebbioso che sembra di essere a mollo in un bicchiere di acqua e anice, non trova di meglio che andarsi a mangiare un kebab proprio da Basim, approfittarne per annusare il vento e nel frattempo fare due chiacchiere con un elegante cliente, un professore di musica e habitué del multietnico locale. E sarà solo una corsa in bagno, fulminato dal peperoncino, a salvargli la pelle durante l’incursione di un uomo incappucciato con un fucile in mano che fa fuori kebabbaro e musicista. Stavolta c’è mancato poco. Verrà fuori che il principale sospettato del delitto è il suo amico Eddie, un metro e novanta, nero come la notte in una miniera di carbone. Avrebbe il movente e per di più è senza alibi…
Contrera deve darsi una mossa e cercare di scoprire il vero colpevole prima che la faccenda giri male. Anche perché Sergione, il peggiore razzista sulla faccia di Barriera di Milano, ex solido quartiere operaio torinese che da anni si è trasformato in babele, una specie di avamposto aperto al resto del mondo, ha scatenato la Ronda, un squadraccia di residenti e forze dell’ordine in incognito che, esasperati dalle continue violenze nel quartiere, hanno deciso di rimettere le cose a posto a fucilate.
Ambientato nello spazio di ventiquattro frenetiche ore, il terzo capitolo della serie di Contrera è una scoppiettante e incontenibile combinazione di humour, ritmo e indispensabile intelligenza investigativa, a metà tra detective story e commedia, con un ritmo incontenibile e colpi di scena sparati senza economia fino all’epilogo, come fuochi di artificio. Contrera eccellente, anzi geniale come detective, è un disastro per tutto il resto. Un uomo costretto a convivere con le proprie contraddizioni, che boccheggia affannosamente mentre in cerca di aiuto confessa al lettore i suoi sbagli, la sua cronica incapacità di cambiare, il tutto forse dovuto a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato con i genitori. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il segreto di Leonardo di Geronimo Stilton, PIEMME 2019.
In questo libro Benjamin e Trappy, i nipotini di Geronimo, devono andare a fare una gita a Vinci per ammirare le opere meravigliose di Leonardo da Vinci. Però la loro insegnante, che li doveva portare in gita, si è ammalata e così Geronimo si ritrova in aereo ad accompagnarli lui stesso…
Una volta giunti a destinazione inizia il divertimento. Vanno a visitare un museo e in una scultura Trappy scorge un piccolo cassetto… Lo aprono e dentro trovano una mappa con degli indizi per trovare il tesoro di Leonardo. Allora Geronimo e i suoi nipotini decidono di provare a cercarlo. Una ricerca lunga, difficile, pericolosa tra tunnel, sotterranei, castelli molto alti, foreste buie e paurose e torrenti impetuosi. Lo troveranno?
Vi consiglio di leggere questo libro non solo perché è buffo, divertente e con personaggi allegri e a volte goffi, ma anche perché insegna molte cose su come era la vita al tempo di Leonardo Da Vinci!!!

Le letture di Jessica

Oggi vi presento Le più belle storie delle mille e una notte di Fulvia degli Innocenti, Gribaudo 2019.
Tra tutte queste ho scelto Alì Babà e i quaranta ladroni e Il sogno del povero.
Su un albero Alì Babà vede dei ladroni che entrano dentro una grotta con le parole magiche “Apriti sesamo!”. Dopo che sono usciti ci va anche lui e trova tante monete d’oro. Poi ci va il fratello Kasim che però non riesce ad uscire perché non ricorda la formula magica e viene ucciso dai ladroni. Ma Alì, con l’aiuto della sua schiava, riuscirà a vendicarsi.
Il sogno del povero. Un uomo è molto povero. Gli dicono che se vuole diventare ricco deve andare al Cairo. Viene scambiato per un ladro e messo in prigione. Il capo della polizia gli racconta un sogno, cioè di essere andato in una casa in fondo alla via e di avere trovato un tesoro. Il povero va nella sua casa e trova davvero un forziere pieno di monete d’oro.
Che fortuna!

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2020

Firmato Cardosa di Carlo Parri, Il Giallo Mondadori 2020
Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, e Cardosa e il codice Modigliani, Mondadori 2018, letti con soddisfazione, mi sono buttato anche su questo.
Roma 2015. “Ruggero Abate era stato ucciso, secondo il medico legale, tra le dieci e trenta e le undici del giorno precedente. Un colpo d’arma da fuoco, con foro d’entrata a livello dell’orbita sinistra e foro d’uscita a livello della linea nucale superiore”. Con una pistola, la Desert Eagle, di provenienza israeliana. Strano, molto strano per il vicequestore aggiunto Leonardo Cardosa avere usato una potente arma da fuoco per un semplice omicidio del capo di una piccola casa editrice. Mah… Intanto al caffè Greco un grog doppio come il suo mito Maigret che risolveva sempre. E avrebbe risolto anche lui. Primo incontro con “il decano dei giornalisti di nera romana” Matarò, che avrà la sua bella parte nella vicenda, e scambio di vedute.
Al centro certi libri misteriosi sull’alchimia e la scomparsa dell’ultimo manoscritto che conterrebbe stupefacenti rivelazioni esoteriche. È sparito anche l’autore, un certo Giulio Gaburri, nell’area archeologica del Cairo. Urge mettere in moto i due cervelli del nostro Cardosa e ricercarlo insieme a Matarò, che fa un po’ da spalla, a Imbaba e Al-Qaràfa dove la miseria esplode dappertutto. E il ritrovato Gaburri potrà finalmente spiegare il segreto di certe fotografie della Madonna di Foligno di Raffaello trovate nascoste dietro un armadio del fu editore.
Dunque un caso particolare, un caso assai complesso dove entrano in gioco i servizi segreti israeliani, la mafia stessa e un certo Amerikano piuttosto scaltro. Dove Cardosa fa a modo suo sfruttando tutti i mezzi, leciti e illeciti, per giungere alla soluzione. Coadiuvato da un gruppo di collaboratori forte e coeso (ognuno con i propri risvolti di vita) e i soliti scontri con chi sta più in alto (vedi il questore) e anche con altri apparati della polizia (vedi il capo della sezione M dei servizi). Intorno alla vicenda i fatti personali, il ritorno di fiamma con il magistrato Caterina Lamanna, ricordi, letture, citazioni, qualche buona mangiata, qualche buona bevuta, qualche breve momento di distensione con la sua armonica a bocca suonando Blowin’ in the Wind e il Natale in Sicilia dalla sorella e dal padre irto di pericoli. Inoltre dubbi su dubbi, minacce, scontri, feriti, uccisioni, spunti critici su una Roma dove tutto è guasto: la scala mobile del parcheggio, gli ascensori, i display degli autobus, le biglietterie automatiche, i distributori del caffè e, dunque, perché dovrebbero funzionare le telecamere quando ce n’è bisogno?
Una miscela di misteriose, arcane aspettative, di astuzie, intrighi, inganni, complotti e cruda realtà. Un lavoro assai duro per i due cervelli del Nostro.

Sherlock Holmes. Il delitto impossibile di M.J.H. Simmonds, Il Giallo Mondadori 2020
Giugno 1884. “Sherlock Holmes, alla disperata ricerca di un caso o di una qualsiasi altra sfida intellettuale, era lo specchio personificato di quel tempo orribile. Sembrava un sosia di se stesso, sempre cupo, triste e scontroso”, annota il solito Watson. E dire che sono passate solo tre settimane da quando ha risolto in soli sei giorni sei crimini e, addirittura, accennato ad un settimo di cui nessuno si è accorto. Ovvero: l’assassinio di una fioraia, un vetturino disonesto in libertà, un furto di gioielli, una contesa testamentaria, alcune morti sospette e un allibratore ucciso davanti alla porta di casa. Sei casi con al centro il nostro Holmes a destare continue sorprese a Watson e all’ispettore Lestrade attraverso il suo infallibile fiuto e il suo acutissimo “occhio”. Tra una boccata di pipa e l’altra e un’occhiata, quando ci vuole, alla sua biblioteca. Capita anche che siano tutti e tre insieme a svelare il mistero.
Dunque, dicevo, Holmes a giugno “langue in uno stato di scontrosa apatia”, magro, il viso scavato, mangia e beve a stento, avvicinandosi sempre di più “alla schiavitù della siringa”. Ed ecco, fortunatamente, l’arrivo dell’ispettore Gregson a chiedere aiuto per un caso impossibile. Nella residenza campagnola di Bedhurst Hall, piena di ospiti, è stato assassinato il proprietario James Harrison. Strangolato con una corda che però non si trova. Nessuna arma del delitto e nessuna prova. Porte e finestre ermeticamente chiuse. Un caso da leccarsi i baffi per il nostro Holmes. Primo passo l’analisi del morto e del luogo in cui è avvenuto l’omicidio. Poi il colloquio con i testimoni: il colonnello E. Fauwkes, il reverendo St John Beekey, il signor J. Banks Wells e consorte, l’esimio R. Wulf Fessington e consorte, il dottor E. Pace e consorte, la signora C. Fairchance, il signor J. Wergeld e il professor J. Seaworthy. Dal quale si ricavano un bel po’ di notizie sul defunto e sugli aspetti particolari dei testimoni. Con Watson pronto ad ascoltare ma anche a dire la sua. Le domande alla fine sono sempre le stesse: “Come ha fatto l’assassino ad uccidere? Dove si trova la corda usata per lo strangolamento? Chi ci guadagna di più dalla sua morte? Chi eredita la sua tenuta?” Intanto occorre sapere cosa contiene il testamento. Ma anche su questo nasceranno delle problematiche…
Comunque facile sospettare l’assassino perché sta fuggendo. Occorre solo svelare la sua vera identità e acciuffarlo mentre sta per imbarcarsi su una nave. Però tra accusarlo e dimostrare la sua colpevolezza ce ne corre, se non arrivasse a proposito il colpo di scena finale creato magistralmente da Sherlock. Tuttavia manca ancora un tassello, ovvero il mistero di come sia avvenuta l’uccisione. A meno che… a meno che Watson, come succede spesso con una delle sue battute innocenti, non faccia accendere la lampadina al suo grande amico. All’interno, durante un momento di pausa, il racconto Il mistero della chiesa di Croxham dove viene fuori, addirittura, come arma omicida il Botafumeiro…
Facilità di scrittura, pochi tocchi a creare un personaggio, a delinearne il carattere, a sviluppare un’ambiente e un’atmosfera particolari, a creare una storia complessa che affonda le radici in un passato lontano, sia nel tempo che nello spazio, dall’Inghilterra all’Africa. Per rendere autentico il romanzo l’autore, come segnala il nostro Luigi Pachì, “ha effettuato ricerche approfondite su svariati aspetti della società vittoriana: linguaggio, ferrovie, spedizioni, vestiti, architettura e molto altro.” Una bella lettura.
Per Sotto la lente di Sherlock abbiamo Cultura sociale e storica attraverso Sherlock Holmes di Luigi Pachì che mette in rilievo come le avventure del Grande Detective sono occasione di svago ma anche un accrescimento della nostra “conoscenza storica e sociale del periodo a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900”. Seguono notizie dettagliate sull’autore.

L’ira funesta di Paolo Roversi, Rizzoli 2013
Avevo lasciato Paolo Roversi a Milano alle prese con il giornalista free lance Radeski, il suo vespone giallo e il Buk Labrador “dagli occhi liquidi” e me lo ritrovo ora in un paesino della Bassa a tirar su un nuovo personaggio, anzi, nuovi personaggi. Intanto il paesino è Piccola Russia, governato da incalliti comunisti e composto da una Polisportiva (la Poli), la caserma dei carabinieri, l’ex cooperativa ora in disuso, la farmacia, il negozio di alimentari, un’osteria. Intorno “le fattorie, le porcilaie e i loghini dell’aperta campagna”. A vigilare su tutto il maestoso Po.
Qui abitano le classiche figure di paese che non si sono mosse di un passo insieme a quelle che ritornano dopo tanti anni dall’America o dalla Germania con le loro straordinarie esperienze e i loro mitici ricordi. Qui abitano soggetti strampalati come il Gaggina “un ragazzone di centotrenta chili, alto come un trattore” che va fuori di testa e mette in subbuglio il paese. E qui abita pure Omar Valdes, il comandante della stazione dei carabinieri (quattro in tutto) “carattere ruvido e di poche parole” con la passione spudorata per la pesca, specie del pesce siluro (vedi Il male quotidiano di Massimo Gardella, Guanda 2012), un mostro baffuto pesante anche più di cento chili. Finito lì, il Valdes, “per colpa di faccende vecchie e sepolte”, lui di Cagliari dove vivono l’anziana madre e la sorella. A questi si aggiunga una giornalista che fa le cose sul serio riguardo agli sbarchi e alla vita degli emigranti che arrivano su Lampedusa e come ricompensa viene spedita anche lei nella Bassa (mai dire la verità). Chiaro che nasce qualcosa di friccicarello con il nostro maresciallo che un po’ di situazioni ormoniche fanno sempre bene.
Quando il giallo arriva con l’assassinio di Giuanìn Penna (quello ritornato dall’America), sbudellato da una spada, l’imputato principale sarà il Gaggina che minaccia tutti con una katana da samurai e si è asserragliato in casa con due ostaggi (il giornalista e il regista di paese) e la nonna pluriottantenne prodiga dispensatrice, a suo tempo, di delizie amorose. Ma c’è qualcosa che non quadra in tutta la faccenda e allora si deve ricercare nel passato. È lì la chiave di volta per scoprire il movente di un delitto inatteso.
Questo noir un po’ serio, un po’ leggero, un po’ ironico, un po’ grottesco, un po’ pulp, un po’ sociale, si inserisce tra i prodotti genuini di quella banda di mascalzoni (vedi anche “Sugarpulp”) che hanno preso di mira la Bassa con le loro storie strampalate che divertono e a volte (non sempre) fanno riflettere più dei mallopponi seriosamente impegnati. La trama giallistica è fragiletta e risaputa (pure certi personaggi sono gli stessi da una vita) ma quello che conta è il tratteggiare un universo di paese fatto di rapporti consolidati dal tempo, di frizzi, lazzi, battute, prese per il culo, storie eclatanti rimaste nella memoria comune e che riemergono con l’evolversi della vicenda. E insomma il libro va letto con quello spirito goliardico con il quale è stato scritto. Altrimenti cambiate canale.

I Maigret di Marco Bettalli

La furia di Maigret del 1947
Un Maigret archetipico per quanto riguarda il disprezzo assoluto (da cui il titolo, reso in italiano anche con La collera di Maigret, da non confondersi con il titolo simile del n. 60), la frattura insanabile tra i ricchi – debosciati, corrotti, inaffidabili, semplicemente e irrimediabilmente cattivi – e la povera gente, cui il commissario, nonostante la sua ascesa sociale grazie alla brillantissima carriera, si sente di appartenere. Maigret è – ancora una volta – in pensione nella sua casetta a Meung-sur-Loire in una caldissima estate: la descrizione della vita dei coniugi ormai ritirati, con cui si apre il romanzo, è tra le più belle che Simenon ci abbia proposto. La storia in sé, incentrata su una di quelle figure di “mostri” assoluti che – guarda caso – appartengono sempre alla classe degli arrampicatori, i piccoli borghesi ambiziosi e senza scrupoli (questo è addirittura un ex compagno di classe di Maigret!), è cupa, violenta, ambigua, con moglie e cognata rese schiave, figli che scoprono l’orrore della famiglia e si suicidano, con l’onere/onore di fare giustizia affidato alla vecchia e volitiva Bernadette, vedova del capostipite, che assisteva da anni allo scempio della famiglia. Bello, intenso, anche se in qualche misura eccessivo. Piccola nota: Maigret fa uccidere due splendidi alani con polpette avvelenate e “non era fiero di quello che aveva fatto”: tutto qui, l’animalismo deve ancora essere inventato!

Maigret e l’affittacamere del 1951
Di nuovo nella primavera parigina, una storia originale che si svolge tutta nei dintorni e all’interno di una pensioncina di rue Lhomond, tenuta dalla morbida, infantile, allegra signorina Clément, presso cui il commissario, orfano momentaneamente della signora Maigret, si trasferisce per alcuni giorni, circondato dalle attenzioni lievemente ambigue della padrona e da un largo campionario di figure un po’ marginali che Simenon è maestro nel rendere con pochi tratti. Lo scopo è cercare di spiegare il misterioso ferimento del fidatissimo Janvier, colpito nei paraggi da una pallottola mentre sorvegliava un ladruncolo di scarsa importanza. Il ritmo è lento, la lettura molto piacevole; la trama si rivela come sempre complessa, con l’entrata in scena di una cinquantenne ormai paralizzata ma ancora in grado di mantenere due relazioni, una con il marito amato ma quasi sempre assente, una con una vecchissima fiamma, improvvisamente ritornata a riempire la sua vita ormai vuota. Tutti, compreso il colpevole, per caso quasi assassino di un poliziotto, si rivelano persone fondamentalmente per bene, con un Maigret sottilmente sotto tono, rarefatto, ma in realtà acuto nel venire a capo di una situazione apparentemente senza sbocchi.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La memoria del lago di Rosa Teruzzi, Sonzogno 2020
È la quinta puntata della Saga delle Miss Marple dell’Ortica, così ribattezzate dalla smaliziata penna della Smilza, cronista in carica alla Città, il quotidiano d’assalto più letto nelle portinerie milanesi. Dunque, le Miss Marple, al secolo Jole, stravagante nonna e madre cultrice dello yoga e del libero amore, che, benché passata la sessantina gira abbigliata in hippy look; Libera, sua figlia, la bella rossa che somiglia come una goccia d’acqua a Julianne Moore. Tutte e due rigorosamente single per ideale scelta mentale e nella vita di tutti i giorni spesso costrette sugli attenti dalla rispettiva figlia e nipote Vittoria, venticinquenne poliziotta, perfettina di carattere, poco discorsiva e sempre sulla difensiva. Oddio magari la si può anche capire. Provate un momento a mettervi nei suoi panni. Insomma, Vittoria deve confrontarsi giorno dopo giorno con una nonna decisamente sopra le righe e una mamma un po’ svagata e nostalgica (anche se per ottime ragioni), costretta a guadagnarsi da vivere con il suo lavoro di fioraia, specializzata in bouquet da sposa.
In una sera di fine estate (un’estate decisamente più calda e afosa del solito), un vecchio e sottile dossier, ingiallito dal tempo, proveniente dagli archivi della polizia, mercé l’occhio vigile e l’aiuto dell’amica giornalista Irene Milani, atterrerà sul tavolo del laboratorio di Libera, la fioraia del Giambellino. Una cartellina verde con dentro i documenti di un lontano caso di cronaca – legato agli anni del dopoguerra, una giovane donna, una madre trovata morta sulla ripida scarpata del lago di Como. Una storia trascurata e poi archiviata in fretta dalle autorità. Una morte imputata a un incidente, ma aleggiano sinistri dubbi sul caso. Le carte contengono anche la testimonianza e i dubbi di un vice parroco di montagna, che addirittura aveva inoltrato un esposto alla questura facendo nomi e cognomi. Esposto tuttavia poi ritirato. Tarcisio Planetta e suo figlio un tempo innamorato di Ribella infatti, tirati in causa dal prete, interrogati in merito dalle forze dell’ordine, avevano esibito degli alibi. Ma chi erano mai i funzionari che avevano coperto e garantito per loro? Qualcosa non quadra perché parte di quanto scritto sul rapporto di polizia, su quei fogli ingialliti, è stato cancellato con grossi freghi di inchiostro nero. Libera legge tutto, sconvolta e inquieta: quella faccenda la tocca molto da vicino. La donna morta era Ribella Gheitz, sua nonna, la mamma di Iole e moglie del nonno Spartaco. Quali brutti misteri nasconde la sua famiglia? E perché Tarcisio Planetta, il ricco e sfrontato contrabbandiere poi diventato stimato industriale milanese, prima della morte di Ribella l’aveva minacciata ad alta voce nell’osteria? C’è abbastanza roba perché la fioraia milanese si senta obbligata a trasformarsi di nuovo in detective…

Un conto aperto con il passato di Luigi Guicciardi, Damster 2020
Torna il Commissario Cataldo con Un conto aperto con il passato. Il giallo parte da una macabra scoperta, lo scheletro semimummificato saltato fuori durante i lavori di demolizione di una fatiscente cartiera della periferia di Modena. Uno scheletro che, dopo i primi approfondimenti di Cameroni, l’antropologo forense, apparteneva a una ragazza tra i diciotto e i ventidue anni. Le indagini per far luce sulle circostanze della sua morte e identificarla vengono affidate al commissario Cataldo. Ben presto scoprirà che la cartiera, fino a quando era diventa inagibile e il suo perimetro recintato, era il posto preferito di ritrovo per un gruppo di bikers, ragazzi e ragazze liceali di buona famiglia. La cartiera, frutto di un’eredità famigliare, è stata venduta di recente e si pensa che l’acquirente voglia farci un ipermercato. Ma ben presto il commissario Cataldo dovrà dividersi in due: il giovane e brillante proprietario della Delta, l’azienda farmaceutica più nota in città, un pilastro della grossa borghesia imprenditoriale modenese, viene assassinato sulla porta di casa sua. Questo secondo omicidio apre un ampio ventaglio di ipotesi: concorrenza, relazioni industriali, traffici di sostanze pericolose e proibite imputato da molte voci alla Delta, contrasti con i sindacati dopo il licenziamento di un sindacalista e, come se non bastasse, anche le minacce degli animalisti. E Cataldo non può trascurare la vita privata del morto, che sembra avesse un’amante sconosciuta. Intanto la scoperta dell’identità della giovane vittima della cartiera, in virtù soprattutto di una catenina e una medaglietta ritrovate vicino al corpo, gli dirà che aveva appena superato l’esame di maturità e che la sua morte risale a nove anni prima. Il commissario Cataldo deve chiedere aiuto a un vecchio collega e andare a cercare nel passato gli amici, i legami e i potenziali testimoni di allora. Un diffacile salto a ritroso nel tempo che lo obbliga a numerosi, sfiancanti e a prima vista inutili interrogatori, soprattutto nel giro dei compagni di scuola. Mentre le due indagini del commissario Cataldo, apparentemente senza nessun legame tra loro, lo costringono a impegnarsi in un doppio binario investigativo, altre persone verranno uccise. Il gioco cambia, si oscura, si allarga e lo forza a un continuo avanti e indietro tra presente e passato, tra gli uomini di oggi e i ragazzi di ieri, nella più classica atmosfera della nebbia modenese che ben riesce a celare invidie, gelosie, abbandoni, tradimenti, ricatti, vendette, sete di potere, voglia di carriera a ogni costo…
Una storia vecchio stile, un giallo classico dove ci sono i delitti, chi indaga, i personaggi e gli indizi messi ad arte da scoprire. Ancora una volta una scrittura, quella di Guicciardi, sempre fluida ed essenziale per una trama scorrevole che si crogiola di in un sottofondo profondamente umano e melanconico.

La selva degli impiccati di Marcello Simoni, Einaudi 2020
Anno Domini 1463, autunno del Medioevo o, come lo definisce la Storia, verso la fine dal Basso Medioevo, a Saint Philibert, Beaune, Borgogna. Un’accusa di commercio con il demonio e di eresia seguiti dal linciaggio di Maitre Flamand, parroco del villaggio, danno il via a una straordinaria storia, ammantata da una colta ed eccezionale ricostruzione storica ambientale. Siamo in Francia, siede sul trono Luigi XI, figlio ed erede di Carlo VII, il sovrano di Giovanna d’Arco, colui che riuscì a farsi incoronare re a Reims e riconquistare Parigi. Risuonano ancora paurosamente gli echi di quella spaventosa epoca legata alla fine della Guerra dei cent’anni con l’Inghilterra. Guerra che, dopo aver insanguinato la Francia, raso al suolo fiorenti città, isterilito intere contrade, armando i francesi gli uni contro gli altri, aveva scatenato le mostruose scorribande di eserciti di banditi, belve pronte a schierarsi senza pietà con l’una o l‘altra fazione. Nel 1463, Carlo VII è morto da due anni e Luigi XI ha eletto Tours a sua residenza e capitale di Francia a scapito di Parigi, ma Parigi, governata dal prevosto (o magistrato generale con tutti poteri) che sarà il fulcro e il cardine del romanzo, resta sempre la capitale morale e intellettuale del paese, con la sua celeberrima roccaforte universitaria nella città: La Sorbonne. E il protagonista di La selva degli impiccati è François Villon, il poeta maledetto, colui che fece della poesia la sua bandiera. Uno dei piú celebri ribelli della storia, un assassino, un ladro, un violento, un dannato folletto, un imprendibile mascalzone, l’uomo due volte condannato a morte di cui la storia era persino arrivata a dubitare l’esistenza. Si diceva che Villon, il ladro poeta, tutto volle, tutto osò, quasi volesse cancellare per sempre i propositi di onestà inculcatigli da mastro Guillaume Villon, suo padre adottivo, di tutti i suoi buoni e savi insegnamenti e quelli di anni presso la Sorbonne. François Villon, colui che ha lasciato in ricca eredita ai posteri la sua grande capacità di cantare il mondo trasformandolo in versi. Ma ora, nel 1463 a Parigi, chiuso in un pozzo dello Châtelet per volere del Prevosto, il feroce Jacques de Villiers, François Villon, sottoposto ai gelidi rigori dell’inverno, si sente ormai attorno al collo la corda del patibolo quando gli viene concessa la grazia. Tuttavia la sua vita avrà un prezzo molto salato, perché dovrà accettare di essere bandito da Parigi per ben dieci anni. E, come se non bastasse, un altro fatale impegno l’aspetta. In cambio della riconquistata libertà dovrà anche, sia pur pagato con dieci sonanti reali d’oro, accettare di trasformarsi in un traditore e una spia e stanare dal suo nascondiglio Nicolas Dambourg, il fantomatico capo dei Coquillards, una banda di fuorilegge ritenuta ormai sciolta e di cui il ladro poeta avrebbe fatto parte in passato…
La selva degli impiccati è una storia di potere, soprusi, crudeltà, ma anche riscatto e capacità di rivincita. Una storia che ci costringe a leggere con il fiato sospeso ben quattrocento pagine. Scrivo questa recensione con lo splendido sottofondo musicale della bella versione della Ballade des pendus di Louis Bessières, interpretata da Serge Reggiani. La ballata degli impiccati (Ballade des pendus) ha ispirato anche un altro grandissimo cantautore francese, Leo Ferrè. La canzone francese infatti ha un’antica e cospicua tradizione di testi poetici messi in musica. Ma anche Bob Dylan, più volte nelle sue poesie, ci rimanda al grande mito di François Villon.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento L’impero della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2019.
Geronimo sta leggendo un libro di fantasia e ad un tratto ci si ritrova dentro. Incontra la sua amica Floridiana che gli dice che l’impero della fantasia sta per essere invaso dall’esercito degli invisibili. Per salvare l’impero Geronimo deve partire per un’isola insieme a un cavaliere, un drago, una tigre e una principessa. Floridiana aveva dato a quest’ultima una maschera che le avrebbe indicato la strada giusta. Lungo il viaggio per l’isola incontrano molti amici: una volpe avara, ma anche simpatica; una tartaruga vecchia e saggia e una ranocchia vivace e chiacchierona. Ma anche molti pericoli: un ragno gigante, un serpente a tre teste, un lago di fuoco, un pesce fornace, un mostro alato e un gigante di roccia. Ce la faranno a salvare l’impero della fantasia?…
Questo libro mi è veramente piaciuto perché parla di fantasia, ci sono dei personaggi buffi e divertenti e delle situazioni particolari e difficili da risolvere. La fantasia è importante per tutti, soprattutto per noi ragazzi.

Le letture di Jessica

Cari bambini,
oggi vi presento Aldin magico orsetto di Tony Wolf, Dami editore 2019.
Questa è la storia magica di Aldin, un orsetto prodigioso. Guardate come è straordinaria la sua casa! Si vede subito che è abitata da un vero mago, di quelli con il cappello a punta e la bacchetta magica. Con un incantesimo Aldin ha trasformato una vecchia pianta in una specie di castello. Tutto è incantato nella sua casa abitata da esseri ed elementi fantastici: la bacchetta fatata, il cappello delle stelle, le pozioni, Jet la scopa volante, il mantello dell’indovino, lo scrigno dei tesori, la sfera di cristallo, il grande libro degli incantesimi. E poi c’è la cucina magica e tanti, tanti amici e una bella gara di magia! Riuscirà Aldin a vincerla? Per saperlo dovete solo leggere il libro!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2020

Per ora ci siamo salvati…

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Primo personaggio l’attore porno e gigolò Bonamente Fanzago. A quarantun anni si deve difendere con le unghie e con i denti dalla concorrenza. Ovvero dai negri che sono meglio equipaggiati (in quel senso). Già colpito da un ictus prende delle medicine che lo buttano giù e ha una sola cliente, la signora del martedì (secondo personaggio) che regolarmente viene a visitarlo nel suo letto proprio in quel giorno della settimana dalle quindici alle sedici alla pensione Lisbona. Solo che, dopo un po’, si innamora di lei entrando in depressione. Inizio scoppiettante, nel senso della scrittura veloce e ironica che ha facile presa sul lettore e l’avrà sino alla fine.
Terzo personaggio il proprietario della suddetta pensione signor Alfredo Guastini, un ultrasessantenne travestito che si traveste, appunto, da donna, amico sincero di Bonamente e innamorato del professor Federico Bassi. Fino a quando… fino a quando il suddetto Bassi deve rinunciare agli incontri per via dei figlioli. E allora, unico suo scopo, quello di aiutare l’amico e difenderlo dalla signora del martedì…
La signora del martedì, dicevo, Alfonsina Malacrida, accusata ingiustamente dal commissario Michele Pagano dell’uccisione dell’avvocato Tommaso Fontana per averlo travolto con la macchina. Sua triste, desolante storia. Assolta, condannata, di nuovo assolta e di nuovo condannata a suo tempo per l’uccisione dell’amante quando era conosciuta con il nome di Nanà. Al momento della nuova accusa scrive libri per bambini sotto pseudonimo, inventa fiabe ma si porta dietro il marchio infamante dell’assassina. Aveva incontrato l’avvocato Fontana che si era presa cura di lei, erano andati a vivere insieme e diventati amici, veramente amici, non amanti. E ora, oltraggiata anche dai social, non le resta altro che “rannicchiarsi su se stessa”.
Non manca il classico giornalista nelle vesti di Pietro Maria Belli che ce l’ha fina con la sopracitata “Alfonsina Malacrida, la cagna, puttana e spacciatrice ora scrittrice di fiabe di successo” perché, secondo lui, non ha pagato abbastanza. È venuto il momento “di chiudere i conti”. Si mette quindi a indagare per questa sua sciagurata ossessione.
Una storia che lascia in secondo piano la parte squisitamente poliziesca per mettere al centro il sesso, la passione, l’amore, l’amicizia, i rimpianti e i pianti. Tutti a cercare conforto in qualcosa, in qualcuno, dentro situazioni ormai sfilacciate, dentro matrimoni falliti dove non c’è possibilità di separarsi anche per questioni economiche, dove a una gioia può contrapporsi un dolore. Si parte con il sesso e si finisce per rimanere aggrappati alle variegate maglie del Sentimento (con la esse maiuscola) che diventa il vero, più forte personaggio. E se si viene accusati, seppure innocenti, non c’è scampo, si verrà sicuramente messi alla gogna dai moderni mezzi di comunicazione. Ma, in fondo, potrebbe arrivare sempre qualcuno ad aiutarci. Qualcuno che calzi, magari, in questo caso, degli stivali texani a noi piuttosto conosciuti…
Ah la vita, la vita!

I cerchi nell’acqua di Alessandro Robecchi, Sellerio 2020.
Milano, settembre 2020. “Il sovrintendente Ghezzi è già una sagoma che si allontana, il passo svelto, imbocca il vialone che va verso Porta Garibaldi, una figurina in marcia verso i grattacieli, illuminata da lampioni e fari in movimento, da luci bianche che tagliano tutto con righe dritte, spigoli nella notte”. È appena uscito dalla casa del bellimbusto, ricco e viziato autore televisivo Carlo Monterossi, personaggio principale di diverse inchieste dell’autore, a cui ha raccontato un paio di storie che hanno coinvolto lui stesso e l’amico poliziotto Carella.
Che cosa era successo? Qualche settimana prima una visita inaspettata della prostituta Franca (fossette, fossette…) dopo addirittura trent’anni, la donna di un certo Salina Pietro, ladro di professione, praticamente il suo primo arresto. Ora è sparito da più di una settimana e la “vecchia amica” chiede il suo aiuto per ritrovarlo. Allo stesso tempo il vicequestore Gregori vuole capire che cosa frulla nella testa di Pasquale Carella che gli ha chiesto, cosa mai avvenuta prima, un bel po’ di giorni di vacanza. E non è tutto. Sta frequentando locali notturni poco raccomandabili, gioca grosse somme ai tavoli del Giambellino e gira su auto lussuose. Qualcosa non quadra… Carella è coinvolto dentro un fatto personale, un vecchio conto da regolare con un energumeno magnaccia che diversi anni prima ha mandato all’ospedale una ragazza diventata sua amica. A ciò si aggiunga il clamoroso fatto del giorno, ovvero l’inspiegabile delitto dell’antiquario incensurato Amedeo Crodi, trovato morto a furor di botte nel suo magazzino-laboratorio senza che siano stati portati via denaro e ricchi oggetti.
I due si ritroveranno insieme. Diversi. Tarcisio Ghezzi “poco meno di sessant’anni, poco più di ottantaquattro chili”, prende i malviventi e li porta dal magistrato. Fine. Pasquale Carella, invece, completamente acceso da sacro furore, è disposto a tutto. Proprio a tutto. “Carella cerca ogni balordo come se gli avesse scopato la fidanzata”. Due casi paralleli che finiranno per convogliare in un’unica indagine.
Praticamente un intreccio di giallo classico, di investigazione con i soliti dubbi e tormenti personali e di giallo d’azione alla maniera hard boiled americana dove non mancano minacce, violenza, scontri, sparatorie in una Milano feroce “tra bar, la mala, strozzinaggio, i gironi infernali di spacciatori, trafficanti, truffatori, uomini di fiducia, boss, galoppini”.
I cerchi nell’acqua del titolo rappresentano “una scia di dolore che non è possibile calcolare. Il sassolino nell’acqua ferma produce un cerchio, poi un altro, poi un altro, i cerchi si allargano. Il morto è morto, cazzi suoi, ma il dolore per la sua morte si contagia come una brutta scabbia”. Tra una pausa e l’altra, come sottofondo in casa di Carlo Monterossi, la canzone Memphis in June di Nina Simone.
La scrittura fila via liscia che è un piacere attraverso il volteggiare sinuoso delle parole che si muovono quasi motu proprio intorno ai tratti somatici, agli umori, ai sentimenti dell’animo, ai ricordi, ai momenti di brutale ferocia. Leggerezza, ritmo, che non vuol dire faciloneria espressiva. È la forza di una concatenazione verbale in continuo movimento senza perdere in profondità.

L’abate nero di Edgar Wallace, Il Giallo Mondadori 2020.
Mettiamo subito un po’ d’ordine. Intanto siamo al castello di Fossaway nel villaggio di Chelfordbury nel Sussex. Qui vivono il conte lord Harry Alford, proprietario della tenuta, e il fratello Richard (Dick) suo reale amministratore, entrambi innamorati della stessa ragazza Leslie Gine, al momento fidanzata di Harry. Poi abbiamo Arthur Gine, avvocato, fratello e tutore di Leslie, che sta prosciugando tutto il suo patrimonio con i debiti di gioco ed è costretto a chiedere aiuto al suo capufficio Fabran Gilder, anche lui innamorato di Leslie. Dunque tre uomini che girano intorno a una ragazza che sembra propendere, sin dall’inizio, verso Dick. E un certo Thomas Luck, il domestico della famiglia, con un passato piuttosto oscuro alle spalle…
A complicare la situazione abbiamo un tesoro che un avo degli Alford avrebbe nascosto da qualche parte e che Harry ricerca incessantemente studiando vecchi documenti, ovvero mille verghe d’oro e una mitica ampolla contenente l’elisir di lunga vita risalente, addirittura, al tempo degli aztechi. Alla sua ricerca partecipa anche Mary Wenner, l’ex segretaria di Harry, cacciata da Dick perché sospettata di voler sposare il fratello solo per interesse.
A tutto ciò si aggiunge il fatto più inquietante della storia, la maledizione dell’abate di Chelfordbury che nel medioevo era stato ucciso su ordine del secondo conte. Ed ora sembra ricomparso, come fantasma, tra le rovine dell’antica abbazia a suscitare terrore…
Il sergente Puttler arriva a pagina novantatré. Alto, magro, sulla quarantina, la fronte bassa, il labbro superiore stirato e lungo, le braccia che quasi raggiungono le ginocchia. Insomma una specie di scimmia. Chiamato da Dick proprio per avere un aiuto in un momento piuttosto difficile, anche se al fratello è stato presentato come un valutatore della sua tenuta, ma non avrà quel peso nella storia che ci si potrebbe aspettare. Intanto viene fuori un omicidio e la sparizione della stessa Leslie. Dove sarà? Qualcuno l’avrà rapita?…
Tutto gira intorno al tesoro, all’ampolla della vita eterna, al misterioso abate nero (Chi è? Perché appare solo in certi momenti?), al denaro e ai sentimenti d’amore contrastanti che provocano scontri tra alcuni personaggi. E poi il buio, la pioggia, la nebbia, la paura, la pazzia, urla, sinistre apparizioni, sotterranei, cunicoli che mettono brividi. Scrittura veloce, capitoletti brevi, brevissimi con continui colpi di scena, una commistione di giallo, gotico, rosa che fila via spedito fino all’ultima riga.
Per I racconti del giallo abbiamo Nel Brunello c’è il tranello di Fiammetta Rossi e Melania Soriani.
Montapicino 2018. Morte del cavaliere Sigismondo Brogi, proprietario di una vigna. Sembra una morte normale per infarto ma c’è qualcuno che non ci crede e allora il maresciallo Ivana Proietti è costretta ad indagare. Saltano subito agli occhi diversi sospettati ed è sparita una boccetta di calcio gluconato, la medicina giornaliera del defunto, proprio quella del lunedì, il giorno della sua dipartita. Poi c’è pure il fatto che il Brunello di Montapicino non è DOC… e allora basta la classica riunione finale per chiudere il caso. Con un gradito invito per la nostra Ivana…

Morte a corte di Rhys Bowen, Il Giallo Mondadori 2020.
Questa volta la quarta di copertina viene a fagiolo per introdurre la storia: “Lady Georgiana Rannoch è a corto di soldi. Pur essendo trentacinquesima nella linea di successione al trono britannico, è costretta a lavorare per guadagnarsi da vivere. Tuttavia non può accettare lavori tali da mettere in imbarazzo la Corona, che d’altra parte non le offre alcun sostegno finanziario. Un’occasione irrinunciabile le si presenta quando il principe Giorgio, quarto figlio del re, abituato alla bella vita e oggetto di pettegolezzi non proprio edificanti, si appresta a convolare a nozze con la principessa Marina di Grecia. Nientemeno che la regina in persona ingaggia lady Georgiana come dama di compagnia della promessa sposa. Tra i suoi compiti, aiutare la principessa ad ambientarsi nell’alta società londinese, portarla a fare acquisti o a teatro, e magari smentire qualunque maldicenza sul futuro marito. Il tutto complicato dal fatto che Kensington Palace, la residenza assegnata alla titolata ospite, risulta popolato da entità soprannaturali…”
Ecco il punto. E la nostra lady, che racconta la storia in prima persona, se ne rende conto quando vede una donna con un lungo abito bianco attraversare un’arcata che porta a un corridoio come se scivolasse senza far rumore. E lì sparire. La cosa si ripete più avanti quando scorge ancora qualcosa di bianco steso sotto la torre dell’orologio. Solo che questa volta non si tratta di un fantasma (si credeva fosse quello della Principessa Sofia) ma di un morto, più precisamente di una morta soffocata dopo avere sorseggiato un whisky con Veronal (lo si scoprirà in seguito), ovvero Bobo Carrington, una delle donne più affascinanti e in vista di Londra. Ma che ci faceva lì? Tra l’altro con una gravidanza recente portata a termine, secondo il medico della polizia, di circa tre mesi. E dove si trova il bambino?
Le indagini sono affidate all’ispettore capo di Scotland Yard Pelham che chiede l’aiuto di Georgiana in modo da indagare con tatto, senza creare scompiglio nelle alte sfere e provocare uno scandalo nazionale. Già sospettati il principe Giorgio e, addirittura, Darcy O’Mara, il fidanzato della stessa Georgiana. Ma non mancheranno anche altri fra cui la contessa Irmtraut. Indagine davvero difficile dentro un mondo nobiliare con le sue etichette, le sue stravaganze e i suoi lati bui nascosti, in una società assai diversa dove convivono “gentiluomini con bombetta e ombrello” e madri che accompagnano “a scuola bambini tutti pelle e ossa”. E Georgiana al centro della scena, intraprendente, sicura, ma anche impressionata dalle dicerie sui fantasmi, con una madre piuttosto “vispa”, un fratello cortese sposato a una donna scostante, un nonno affettuoso, la cameriera Queene servizievole (anche lei ha visto qualcosa di strano), la sua amica Belinda molto “aperta” con l’altro sesso e il fidanzato Darcy O’Mara “bello, in una maniera quasi impossibile.”
La Nostra si infila dappertutto, anche nelle feste e dove si gioca alla roulette russa, finge di essere un’altra persona, chiede, ascolta, rimugina, in contrasto con il sentimento d’amore verso il fidanzato (si sente tradita) e sarà perfino lei stessa sospettata! Scontro finale pericoloso con entrata in scena dei fantasmi. D’altra parte se esistono…

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret al Picrats del 1951
Un Maigret molto classico. Freddo e pioggia, ambiente dei locali notturni di Montmartre, squadra degli ispettori al completo (con il giovane Lapointe che, si viene a scoprire, era addirittura innamorato della spogliarellista defunta!), con l’aggiunta del triste Lognon. Tal Arlette, sensualissima “stella” del Picratt’s, locale notturno a conduzione familiare, viene strangolata, e a seguire anche una contessa drogata all’ultimo stadio. La lenta marcia di avvicinamento al colpevole, tal Oscar, fascinoso ex-cameriere, è inesorabile. Il giallo è appena accennato, in compenso le figure di contorno sono fantastiche: da Fred, il padrone del Picratt’s, al Grillo, ad altre appena accennate. Il sesso domina sovrano, molto più dello stesso alcool, pur presente in dosi massicce: quasi tutti sono irrimediabilmente sessuomani, mentre le donne o accettano passivamente, o raggiungono straordinari livelli di ninfomania, come, a quanto pare, entrambe le defunte. Lo spogliarello integrale, marchio di fabbrica del Picratt’s, viene descritto a lungo un paio di volte. A ciò si aggiungono due categorie descritte certo non in modo politically correct (non era stato ancora inventato…): i drogati e i “pederasti”, umanità reietta presentata senza la minima pietà, con un disgusto profondo, viscerale e privo di sfumature. Un mondo abbastanza orribile, sul quale Maigret veglia con grande calma e serenità, del tutto a proprio agio con chi, almeno, non raggiunge i vertici dell’abiezione, come, per esempio, i coniugi tenutari del Picratt’s.

Le memorie di Maigret del 1950
D’accordo, Simenon è in grado di rendere piacevole anche la lista della spesa. Inoltre, leggendo queste pagine si vengono a scoprire tante cose belle su Maigret (penso soprattutto all’infanzia, con i racconti sulla morte per parto della madre; molto carino anche la narrazione dei goffi approcci a Louise, la futura signora Maigret) e, per di più, si ha anche un quadro ritengo plausibile della criminalità a Parigi nei primi anni Cinquanta (Simenon sicuramente si sarà informato a dovere). Senza contare che l’incontro tra Simenon ventiquattrenne e lo stesso Maigret più o meno quarantenne, e il dipanarsi della loro amicizia, è raccontato con finezza. Ma, e vengo finalmente al ma: che senso ha tutto questo? Delle volte si ha l’impressione che Simenon, nel suo lussuoso eremo americano, abbia voluto vuotare i cassetti: perché scrivere un Maigret senza trama, senza alcun giallo, basato per di più su un’incongruenza (Maigret non è uno scrittore – a casa sua non ha neppure una scrivania e la cosa che odia di più è scrivere i rapporti! Figuriamoci se si mette a puntualizzare mille particolari, scrivendo qualcosa di simile alle sue memorie), è una cattiveria nei confronti del lettore: grande per i lettori occasionali, che nulla capiscono di quel che leggono (e un romanzo dovrebbe ambire a essere leggibile di per sé), ma tutto sommato irritante anche per i milioni di seguaci del commissario.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Un nuovo e per me inatteso Bruno Morchio nel nuovo libro Dove crollano i sogni, Rizzoli 2020. Non ho ritrovato la colta e perspicace melanconia di Bacci, né l’avventurosa volontà di Il greco, sempre pronto a battersi. Niente di tutto questo, e invece un amaro e inquietante romanzo noir che pesca nel torbido dominato dal carattere della protagonista e voce narrante Blondi, nomignolo di Ramona, esoticheggiante rimando alle telenovelas televisive sudamericane, una ragazza bionda con gli occhi azzurri, bella come un fiore, figlia di madre single che si affanna a fare le pulizie in una casa di riposo e affoga la sua solitudine nel vino cattivo. Amaro, inquietante ma non per questo meno squisitamente realistico. La protagonista Blondie, poco più che bambina, un fiore cresciuto nel fango ma ricca di saputa ignoranza, è indurita da una strana quotidianità di nullafacente indifferenza, con rituali quali vedersi regolarmente con gli amici, fumare qualche spinello ogni tanto e scopare con il suo ragazzo. Per cui già un aborto alle spalle. Un personaggio multiplo, una ragazzetta mal cresciuta o un’astuta allieva delle male lezioni impartite da Youtube e dalla strada? Ma a me, che bazzico di storia, richiama la normale, consueta e scontata fino allo scorso secolo, mostruosa crudeltà dei fanciulli di tutti i tempi, sanguinari protagonisti o vittime ma sempre schierati in prima fila davanti alle esecuzioni. Un romanzo, che a tratti non può e non vuole fare sconti, ambientato in Val Polcevera, quella valle da dove fino a pochi giorni fa si vedeva il ponte ancora tagliato in due ma lì, lì, quasi pronto a ricongiungersi. Diventato forse l’unico vero simbolo in questo nostro oggi, in questa Italia percossa e ferita dalla pandemia, di una chance di rinascita, di una possibile uscita dal tunnel. Ma torniamo a Dove crollano i sogni, un noir classico che strizza l’occhio ai libri di Simenon, ambientando l’azione nei mesi di tragica vigilia del crollo del Ponte Morandi, mentre ci narra il retroscena da cui scaturirà un omicidio. Blondi, diciassette anni, è nata e cresciuta a Certosa, lo squallido quartiere ex industriale fatto di casamenti sbrecciati a quattro piani. Dalla periferia della Certosa il mare non si vede. Là la gente tira solo a campare tra i capannoni dismessi e gli scheletri di fabbriche della vecchia Genova operaia che non c’è più, all’ombra del grande ponte autostradale. Blondi non ha mai conosciuto suo padre. Di lui sa appena che era un marinaio e ha abbandonato sua madre prima della sua nascita. Blondi fa coppia stabile con il bello e arrapato Cris, un imbranato che sogna di comprarsi una moto ma non sa far altro che vivere alle spalle del padre e contestare, rifiutando il lavoro dello zio, stimato proprietario di una falegnameria. Un mezzo sbandato senza testa che passa da una canna a un “tirello” di ero. Loro due ragazzi non hanno mai finito gli studi e frequentano insieme una compagnia di sbandati, salvo forse un vecchio compagno di scuola di Cris, che fa il ragioniere e un muratore peruviano, a conti fatti l’unico ad avere davvero la testa sul collo. Da due anni, dopo avere letto, rubata e poi preziosamente conservata una patinata rivista di qualità, Blondi sogna solo di andarsene in Costa Rica. Perché a Certosa non c’è alcun posto al sole, alcun roseo futuro per lei che abita con la madre in un misero bilocale di periferia. La sua esistenza è tutta là, imprigionata o peggio inchiodata all’asfalto, tra le panchine dei giardinetti e il bar di Carmine, ritrovo degli ultras della Sampdoria, a bere e fumare fino a notte con improbabili amici. Salvo quelle scappate del venerdì e del sabato in centro, con la metro o il motorino, a sbavare davanti alle vetrine per poi la sera scendere nei vicoli vicini al porto, dove impazza la movida, a bere alcol, comprare ganja a poco prezzo, e dopo anche sedersi a guardare il mare di notte. Ma Blondi vuole altro. Lei mira ad altro. Lei vuole fuggire in Costa Rica e iniziare là una nuova vita. Epperò, per poterlo fare, ci vogliono i soldi, abbastanza soldi per pagare il biglietto aereo e arrivati là altri soldi per ricominciare. Ma per averli, occorre trovarli. O prenderli, ma allora bisogna creare l’occasione giusta. O sapersela creare a ogni costo, anche inventandola. Se si è veramente privi di anima e disposti a tutto pur di tagliare la corda, sembra persino facile scordare ogni scrupolo, ogni dubbio, ma proprio tutto e andare avanti fino in fondo, a occhi aperti. Un personaggio da manuale Blondi, costruito con straordinaria e plausibile genialità a tavolino. Un personaggio che ha imparato molto bene a fingere, a muoversi e ad agire pericolosamente. Un diabolico noir, Dove crollano i sogni, ambientato in zone e quartieri di Genova, ormai contaminati dalle nere dita della mafia. Una confessione in diretta che ci rivela il baratro in cui potrebbe facilmente sprofondare certa gioventù priva di innocenza e umanità. Una gioventù priva di altruismo, senza arte né parte, senza ideali, senza speranza e che soprattutto non ha modo e non riesce a imparare a vivere. Si può cambiare qualcosa? Attenti però perché è la stessa gioventù che, come tutti noi, ha dovuto affrontare la sfida del coronavirus, la drammatica peste nera del 2020. Molti hanno reagito bene e gli altri? Avranno imparato qualcosa? Avremo noi imparato qualcosa, o almeno imparato abbastanza da riportare qualcuno dei tanti, troppi giovani sbandati e lasciati in balia di se stessi a pensare e vivere in un altro modo?
Bruno Morchio è nato nel 1954 a Genova, dove vive e ha lavorato come psicologo e psicoterapeuta. È autore, tra l’altro, di una fortunata serie gialla che ha per protagonista l’investigatore privato Bacci Pagano. Per Rizzoli ha pubblicato Il testamento del Greco (2015) e Un piede in due scarpe (2017).

Pandemia di Laurence Wright, Piemme 2020.
Sorpresa, sorpresa, è uscito il 5 maggio e parla, figuratevi un po’, di una spaventosa pandemia provocata da un virus che somiglia tanto al Covid-19. Scritto dallo scrittore, giornalista sceneggiatore e premio Pulitzer Lawrence Wright, reso celebre dal suo Le altissime torri (in inglese: “The Looming Towers”), un bestseller sugli attentati dell’11 settembre poi trasformato anche in una serie televisiva. Insomma, uno che ci sa fare eccome coi disastri di ogni genere. Quale sarà la risposta del pubblico? Ci saranno quelli più schiacciati e provati dai mesi sotto il fatale tallone del Coronavirus che non ne vorranno sapere. Forse ci sarà chi preferirà ridere, leggere magari di impossibili e stravaganti avventure invece di avvinghiarsi all’orrore di descrizioni di morti spaventose. Ciò nondimeno non ho idea del livello di ritorno del masochismo umano, esaltato da un quinquennio almeno di orrori in diretta su You Tube. E se invece nelle affollate “chiese degli adoratori del complotto” si pensasse a metterlo sugli altari per esorcizzarlo? Non mi pronuncio, anche perché Pandemia è un polposo mix di fantapolitica mischiata alla guerra batteriologica con in più, a far da fil rouge, l’americanissima famiglia americana di un rachitico (per colpa dei genitori) ma straordinario scienziato, destinato a salvare una parte di mondo (naturalmente sotto la bandiera a stelle e strisce). Insomma, tanta roba tutta insieme per un romanzo parascientifico su un virus devastante che inizia in Asia prima di diventare globale…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
questa volta niente Geronimo e niente Schiappa ma vi presenterò Delitti esemplari di Max Aub, Sellerio 2006.
Questo libro parla di vari delitti commessi da tante persone in cui è spiegato il motivo, il luogo e il modo in cui sono avvenuti. Per esempio: una signora spara ad un altro signore del suo condominio perché continua a russare e non la fa dormire; un signore ammazza con una pietra una signora perché lei ha riso di lui quando è scivolato su una buccia d’arancia; due amici si sono dati appuntamento in città alle sette ma quello più giovane arriva tre ore dopo e l’altro lo scaraventa sotto il primo autobus che passa. Come potete vedere negli esempi l’autore esagera sempre a raccontare le ragioni del delitto, anche per far sorridere il lettore. E dunque si può sorridere anche di morti ammazzati.

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento La bambina della noce, Edizioni del Baldo 2015.
Una bambina, di nome Mignolina, nasce da un guscio di noce. È alta come dieci formiche. Vuole cercare una casa dove vivere con una mamma ed un papà. Allora prima va dalle rane, poi da un uccellino, poi dai conigli, poi dalla gallina e infine riesce ad arrivare dai genitori. Durante questi incontri impara un sacco di cose e alla fine diventa sempre più grande come una vera bambina. Che bello!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2020

Andiamo subito al sodo…
L’inverno più nero di Carlo Lucarelli, Einaudi 2020.
Avevo cominciato a leggere e prendere appunti per tirar fuori la solita recensione. Bologna 1944, in piena occupazione tedesca, infestata da scontri tra la guerriglia partigiana e le Brigate Nere. Tre morti ammazzati tutti sul groppone del commissario De Luca: un ingegnere, un tedesco e un professore universitario, tre morti e tre storie da sciogliere per committenti diversi. Poi mi sono messo a seguire le indagini del Nostro, a cercare di cogliere la sua personalità, il suo spessore umano e l’ho visto spesso in azione tutto eccitato ma anche con la sensazione di paura che talvolta lo schiaccia e lo attanaglia. Non è un violento, e se una volta non riesce a trattenersi e schiaffeggia qualcuno viene preso da “un senso di smarrimento, quasi di vergogna, per quel gesto per lui così strano, e ancora un altro, di rabbia, per quel pudore così assurdo…” È lui che deve risolvere i casi perché, come gli dice qualcuno “…siete il più bravo e vi piace dimostrarlo. Perché vi ho messo in testa un piccolo tarlo che già sta lavorando e non ci dormirete la notte finché non metterete tutto a posto”. Un personaggio vivo, concreto, “particolare”. Che fiuta, costruisce, sbaglia, ripensa, ritenta, capisce. Poi mi sono segnato, qua e là, le caratteristiche di altri personaggi come Rassetto, Vilma, Altea, Sandrina, il Dentista, il Notaio, il dottor Petrarca… tutti quanti ben delineati con le loro diverse peculiarità a creare un coro di voci, umori e situazioni diverse. Ecco che la recensione stava per prendere corpo come sempre…
Ma ad un certo punto ho smesso di prendere appunti e mi sono lasciato avvolgere dal contesto, dal momento storico, dal dramma nel suo complesso che mi faceva ritornare alla mente certe storie ascoltate da ragazzo in famiglia e che circolavano nel mio paese. Certe storie che ora si ripetevano in una Bologna squallida, con bambini infagottati, donne in cerca di cibo, lotte immani per la sopravvivenza, in una Bologna di freddo e gelo che sa di fumo vecchio, di cenere, di sporco e canzoni a rammentarci il triste periodo. Al diavolo le indagini, al diavolo controllare se tutto torna, se tutto quadra. Al centro il dramma della guerra, della miseria, dell’uomo, lo schifo delle sue azioni, l’odio, la brutalità, il tradimento, la violenza, un misto di orrore, di paura e vergogna. Solo ogni tanto, dal vaso dell’orrido esce fuori, a stento e timida, qualche goccia di umanità, qualche goccia di commozione. Anche in quell’inverno “ruvido e freddo”. Nero.

Le tre Meduse di J.J. Connington, Il Giallo Mondadori 2020.
Castello di Ravensthorpe nella campagna inglese. La storia si apre con il colloquio tra il sovrintendente di polizia sir Clinton Driffield, ritornato dal Sudafrica, e Cecil Chacewater, fratello minore di Maurice che ha ereditato tutti i beni dal defunto padre. È in programma una festa mascherata per festeggiare il ventunesimo compleanno della loro sorella Joan. Il che non rende tranquillo Clinton. Un ballo è sicuramente apprezzabile se tutti gli invitati sono a viso scoperto, ma se le facce sono coperte da maschere… Anche perché Maurice è in possesso di una preziosa collezione ereditata che vuole vendere a un magnate americano, tra cui tre medaglioni autentici con relative copie attribuiti a Leonardo da Vinci che raffigurano la mitologica Medusa.
E qui viene il bello. Qualcuno, ovvero proprio Cecil, la cugina Ida e l’amico Faustus decidono di organizzare uno scherzo, un furto simulato rubando le Meduse, dopo aver spento l’interruttore centrale e immobilizzato il custode. Alle ventitré e quarantacinque prima che vengano tolte le maschere. E così avviene. Ma qualcosa non quadra perché si sente addirittura uno sparo e il ladro è un’altra persona diversa da quella stabilita che fugge via rincorso da Michael Clifton, fidanzato di Joan. Niente, non si trova, sparito nel nulla. E c’è di più. Nella vetrina spaccata contenente i medaglioni sono ritornati quelli originali. Chi li ha riportati e perché rubare solo le copie? Pazzesco…
Bella gatta da pelare per sir Clinton, ironico e burlesco ma anche ostinatamente deciso al momento opportuno e l’ispettore della polizia Armadale. Due personaggi che si contrasteranno con le loro ipotesi lungo tutto il racconto, mettendo in rilievo soprattutto le indubbie capacità del primo, fornito anche di ottima cultura (legge pure Edgar Allan Poe) e di una brillante fantasia.
Impossibile fare un resoconto senza svelare troppo anche perché i meccanismi d’azione risultano veramente complicati. Buttiamo giù qualche spunto. Intanto possiamo dire che l’artefice del furto doveva essere venuto a conoscenza, in qualche modo, dello scherzo. Sono da tenere d’occhio altri personaggi come il referente del magnate americano che deve acquistare la collezione prestigiosa, il suo cameriere, il suo autista e il guardiacaccia. Inoltre i due fratelli Chacewater si odiano proprio a causa dell’eredità e perché innamorati della stessa ragazza, ci saranno sparizioni, falsi personaggi, una bizzarra maledizione delle fate, passaggi segreti, superstizione, l’Uomo Bianco e l’Uomo Nero in giro (giuro), lettere false, un otofono Marconi (a cosa servirà?) e altre diavolerie compresi i morti ammazzati, naturalmente. Trucco finale del nostro sir Cecil per smascherare l’assassino con relativo inseguimento e sua ricostruzione di tutto il pazzesco ambaradan nei minimi particolari. Una storia davvero incredibile.
Per I racconti del giallo abbiamo La suggeritrice di Filippo Semplici
Piove. Una donna, Alma Guerrieri, su una panchina del Parco delle Viole. È sola con i suoi pensieri. Rimugina sul marito Albert che continuamente la tradisce. Pillole, unico antidoto per tristezza e paura. Ed ecco arrivare una signora alla quale, entrata in confidenza, confessa il suo tormento. Anche la signora ha avuto un marito simile. Ma se ne è liberata. Con l’omicidio…

Delitti in campagna di Marie Belloc Lowndes, Henry Wade e Ethel Lina White, Il Giallo Mondadori 2020.
“Se c’è un posto in cui gli autori di polizieschi hanno fatto morire con più gusto una legione di poveri sventurati, questa è la campagna inglese”, scrive il nostro Mauro Boncompagni nella sua Introduzione, dandocene un breve, succoso saggio. E allora vediamo un po’ cosa succede in questi due romanzi e un racconto…
La dama di compagnia di Marie Belloc Lowndes
All’inizio abbiamo la prima parte di un processo contro Eva Raydon, accusata di avere avvelenato con l’arsenico il marito Birtley. Poi si ritorna indietro di diciotto mesi. In concreto la storia dei due sposi, la ricerca di una bella casa, ovvero The Mill, le differenze di carattere e di vita, lei bella vedova spendacciona malvista dalla suocera, lui taccagno, entrambi serviti dalla dama di compagnia Adelaide Strain con il figlio Gilly che deve far studiare. A scuotere l’ambiente l’arrivo dell’ex ammiratore, diventato milionario, Jack Mintlaw, i loro incontri, l’aiuto finanziario che le dispensa, gli scontri con il marito. Durante il racconto sarà svelato il nome dell’avvelenatore ma tutto ruoterà intorno al fatto se, ritornando al giudizio della corte, Eva verrà giudicata colpevole o innocente. Gran tuffo nella psicologia dei personaggi e uno squarcio sui meccanismi del processo inglese.
L’ultima sera di Henry Wade
Siamo a Ferris Court. “Presso una delle finestre, quella più lontana dell’uscio, sullo sfondo scuro del tendone di velluto, un corpo sospeso nel vuoto dondolava orribile e sinistro”. Il morto è Albert Sterron, quindici anni più vecchio della bella moglie Griselda che ha un debole per Charles Venning, sceriffo della contea, ritornato in patria dopo molto tempo. Per il dottor Tanwort, un ometto tutto fuoco, trattasi sicuramente di suicidio, ma per l’ispettore Dawle qualcosa non torna. Ci si chiede soprattutto “come mai sia stato possibile che un uomo grande e grosso come il capitano Sterron si sia lasciato soffocare senza resistenza alcuna, senza lotta, senza gridare e, soprattutto, come possa il suo cadavere non presentare la minima traccia di violenza.”
Inizia un’indagine piuttosto controversa (scontri tra Dawle e il maggiore Threngood) partendo dal fratello Julius in contrasto con il morto perché stava lasciando decadere la tenuta, ormai desolata e abbandonata. Soprattutto importante sarà stabilire l’ora in cui è terminata la sua partita a scacchi (richiesta più volte) con l’amico James Hamsted la sera precedente il fatto terribile. E importante risulteranno pure l’autopsia del cadavere, il testamento, il rapporto della signora con il reverendo Speyd, la ricostruzione della personalità del morto (si scoprirà qualcosa di molto interessante), i suoi legami con uno studio legale di Londra. Decisivi un’ultima occhiata al luogo del delitto e un portasigarette d’argento trovato nella tasca posteriore dei calzoni del morto. Di mezzo il classico personaggio potente con conseguente arrivo dell’ispettore Lott di Scotland Yard. Una indagine veramente complessa in cui verrà fuori l’abilità di fiuto e osservazione dell’ispettore Dawle.
La vacanza di Ethel Lina White (inedito!)
Una mattina d’agosto. In un piccolo condominio quasi tutti sono pronti a partire per le vacanze come Janet Lewis, ragazza bella e attraente che occupa l’appartamento al quinto piano. Mentre al pianterreno Charles Bevan è costretto a letto per un infortunio, ad ascoltare il passaggio dell’acqua dei bagni nelle tubature. Nel palazzo accanto anche il cassiere di una piccola filiale di banca sta pensando alle vacanze, quando viene interrotto dall’arrivo di un bandito che lo stende secco con una pallottola in testa e si rifugia al quinto piano dove abita la ragazza. Janet è costretta a restare chiusa in casa terrorizzata insieme a lui e a svolgere il suo lavoro battendo a macchina e facendosi portare da mangiare dal portiere. Chi può aiutarla? Chi può salvarla? Forse proprio Charles Bevan. Ma in che modo se è costretto a letto?… Lotta disperata di una eroina. Brividoso.
Sfruttando la bella Introduzione di Mario Boncompagni c’è da dire che La dama di compagnia si basa su un famoso caso vittoriano irrisolto, quando fu ucciso Charles Bravo. In questa edizione, rispetto a quella vecchia italiana, abbiamo un finale a sorpresa perché nella precedente erano stati inserite delle aggiunte arbitrarie contro la volontà dell’autrice. Come già detto uno svisceramento dal punto di vista psicologico dei personaggi e analisi dei meccanismi del processo inglese. Sistema giudiziario sottoposto a critica anche, e soprattutto, ne L’ultima sera di Wade “qui ben visibile nelle schermaglie tra l’ispettore Dawle e il maggiore Threngood, il capo della polizia di contea”. Infine nell’inedito La vacanza c’è il sogno di scappare, almeno per un po’, dalla città ma non è detto che in campagna, come abbiamo visto, si stia più sicuri…

Sherlock Holmes. La notte degli inganni di James Moffett, Il Giallo Mondadori 2020.
Dicembre 1895 al 221B di Baker Street. “La poverina era inzuppata dalla testa ai piedi: l’acqua le gocciolava dai capelli scuri. Salendo, il suo vestito fradicio aveva lasciato una scia sul tappeto. Il viso, nascosto dietro ciocche di riccioli bagnati, era pallido, mentre gli occhi erano socchiusi, impauriti e stanchi. Ci scrutò entrambi, poi incespicò e cadde a terra, svenuta”. Trattasi di Eleonora Harper che chiede aiuto a Sherlock Holmes. È scomparsa Lucy Ward, una donna di facili costumi ma anche sua grande amica in un momento assai doloroso. Qualcuno le ha lasciato una lettera davanti alla porta, lei l’ha letta, poi l’ha messa sul fuoco e infine ripresa. Si leggono queste ultime parole… niente più intrusioni. Potrebbe arrivare il giorno in cui anche tu non vedrai più l’alba. A.S. E ora chiede l’aiuto di Sherlock Holmes. Che accetta…
Primo incontro proprio con la signorina Harper nella sua casa in una zona benestante di Warner Street e primo indizio, ovvero un lungo, sporco pezzetto di unghia ritrovata sul gradino dove era stata posta la lettera. Poi via a ricercare la casa della scomparsa in Sekforde Street e qui viene ritrovata uccisa sul letto con uno squarcio lungo tutto il collo. Sul tappeto della camera un altro pezzetto di unghia rotta simile alla precedente, mentre sul comodino un cumulo di cenere dall’aroma forte e speziato come quello fumato da un venditore ambulante incontrato in precedenza. Urge il contatto con l’ispettore Lestrade e già ci possiamo immaginare gli scontri con il Nostro…
La situazione si complica con la sparizione della stessa Eleonora. La domestica Celestine Tilcott ha ritrovato il suo cappellino non molto lontano dalla casa in Farringdon Lane. Sarà un’indagine dura quella dell’inseparabile coppia dentro un’atmosfera da tempo infame con pioggia, freddo, neve, squarci di paesaggio e vita di ambienti diversi, continua tensione, paura, scontri contro il capo di una banda che ha l’idea folle di mettere ordine nell’illegalità che impera a Londra. Con Holmes al centro della scena preso nei suoi pensieri, nelle sue deduzioni, da improvvisi cambiamenti di umore che mettono in sussulto l’amico Watson. Ma deciso ad andare fino in fondo usando tutti mezzi come il travestimento e l’aiuto degli Irregolari di Baker Street. Brividoso.
Per la rubrica Sotto la lente di Sherlock di Luigi Pachì qualche succosa notizia sull’autore e sull’apocrifo. All’interno anche il racconto Uno studio a sei zampe di Antonella Mecenero.
Luglio 1886. Suicidi a Folkestone: il medico del paese, il curato del luogo e la signora Jane Ross che si è buttata da un precipizio. “L’ispettore Cooper, non sapendo dove sbattere la testa” ha chiesto la consulenza di Sherlock che non è per niente convinto dell’ultimo suicidio. Via da chi ha eseguito l’autopsia, via sul luogo dell’accaduto, via dal dottor Finimore che ha scritto una interessante monografia sul comportamento di certi insetti attirando l’attenzione del Nostro. Infine dal marito della defunta con una scoperta davvero interessante. Sherlock deve affrontare il caso di petto anche a rischio della vita. E meno male che c’è vicino Watson…
Ottimo racconto e interessanti informazioni su certi insetti parassiti…

I Maigret di Marco Bettalli

Félicie del 1944
Storia anomala. Maigret irretito da una ventenne povera, brutta, insopportabile, tanto da passare un’infinità di tempo (e risolvere, alla fine, il caso) nella casetta dove la fanciulla, domestica di “Gambadilegno”, un anziano solitario e orso, viveva ormai da sola dopo il misterioso assassinio del suo padrone. Tutto il romanzo (brutalmente tradotto, nelle prime edizioni italiane, con La ragazza di Maigret), il cui scioglimento è sufficientemente ben costruito, anche se non particolarmente interessante, ruota intorno al loro rapporto, sostanzialmente privo di ambiguità sessuali (il commissario è, come ben sappiamo, assolutamente casto), ma poco spiegabile altrimenti, se non si vuole adottare un pattern banale e abusato come “padre-figlia”. Fatto sta che il racconto non appare particolarmente scorrevole, Maigret è scorbutico e raggiunge il massimo della trascuratezza con i suoi sottoposti, i soliti, cui ruba anche, senza alcuna spiegazione apparente, una magnifica aragosta per mangiarsela insieme a Félicie. Tutto sommato, non una delle prove migliori di Simenon, con un che di costruito e irrisolto che non giova al giudizio complessivo sul romanzo.

La prima inchiesta di Maigret del 1949
Un tuffo nel tempo. Simenon, con attenzione filologica ai minimi particolari, torna all’aprile 1913, quando il ventiseienne Maigret, assunto da quattro anni nella polizia, si trova alle prese, un po’ casualmente, con la sua prima inchiesta. La signora Maigret, con una parte di rilievo, è invece la sua sposina solo da 5 mesi: “era una ragazzona bianca e rossa, come se vedono solo nelle pasticcerie o dietro i banconi di marmo dei lattai, una ragazzona piena di vitalità che sapeva passare giornate intere nell’appartamentino di boulevard Richard-Lenoir senza annoiarsi un attimo”. Il contrappunto tra il potente commissario sicuro di sé e profondo conoscitore della natura umana e il giovane alle prime armi imbarazzato e insicuro di queste pagine ottiene un sicuro effetto, e la lettura è certo piacevole. Simenon indugia più del solito sui sogni di Maigret, poi realizzati, come in questo passo spesso citato: “immaginava un uomo di infinita saggezza, e soprattutto di infinita perspicacia, al tempo stesso medico e sacerdote, un uomo in grado in un’occhiata di intuire il destino delle persone. Un uomo da consultare come si consulta un medico. Una specie di accomodatore di destini… Non potendo portare a termine gli studi di medicina, era comunque entrato nella polizia, per caso. Ma era stato poi veramente un caso? E i poliziotti non sono qualche volta proprio degli accomodatori di destini?”. E non è certo un caso che, in questa sua prima avventura, Maigret si scontri subito con l’ostilità, la diffidenza e l’ipocrisia delle classi “alte”, da lui cordialmente detestate in ogni momento della sua vita. Con i delinquenti, gli emarginati, invece, l’intesa è spesso possibile: come in questo caso, in cui il poco raccomandabile Dedè, che tra l’altro ha rischiato di farlo ammazzare con una botta in testa micidiale, gli spiega in una trattoria di campagna il dipanarsi della faccenda che Maigret aveva potuto solo intuire.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Le unghie rosse di Alina di Christine von Borries, Giunti 2020.
Secondo romanzo per Giunti di Christine von Borries dopo il fortunato A noi donne basta uno sguardo. Stesso colorito scenario fiorentino, stessi personaggi di punta e di contorno e un nuovo mistero da risolvere, un nuovo spietato delitto per le quattro amiche Valeria Parri, Pm alla Procura di Firenze; Erika Martini, ispettore di polizia; Giulia Gori, giornalista e Monica Giusti, commercialista. Quattro poliedriche donne in carriera che riescono a mischiare assoluta incoscienza, professionalità, volontà, rischio, voglia di verità e giustizia a ogni costo, in una complessa trama dai tratti giallorosa. Tanto per cominciare però s’impone che ve le presenti. Dunque andiamo per ordine: Valeria Parri, pubblico ministero madre di due bambini con un terzo in arrivo e il pancione del settimo mese ma, purtroppo per lei, in fase di sofferta rottura con il marito, un professore universitario di successo concupito da una bella dottoranda.
Numero due: Erika Martini, cazzuta, pratica con successo arti marziali, ispettrice di polizia, molto volubile nei rapporti con gli uomini, madre single di un bambino di otto mesi, Tommaso, avuto da un professore tedesco. Tra loro è ancora burrasca (in via di accomodamento?) perché lei gli aveva nascosto il bambino e lui aveva cercato di prenderselo. Terza: Giulia, brava giornalista per una piccola testata di assalto, sempre sul pezzo, sempre pronta a cogliere ogni occasione al volo, in cerca dello scoop, in rapporti affettivi di astinenza forzata perché convinta di essere stata presa in giro dall’ispettore Nistri. Quarta e ultima Monica, valente commercialista in fase di ricarica (nel romanzo precedente lo studio per cui lavorava è andato a gambe quarantotto per colpa dei soci coinvolti in una brutta storia anche per la sua denuncia). Lei si è rimboccata le maniche, ha iniziato una nuova attività da sola, stringe i denti e comincia a farsi dei clienti, ma dal lato affetti sogna solo un bambino in casa, però è sempre impelagata con l’attore bellone egoista, che non vuole sentirne parlare.
Ma torniamo al romanzo e al cadavere di una donna, trovato da un pescatore nelle acque di un torrente poco lontano da Montelupo Fiorentino. La vittima ripescata dalla scientifica, una bella ragazza, vestita bene, con lunghi capelli biondi e le unghie laccate di rosso, è stata strangolata. Dopo i primi successivi fortunati accertamenti salterà fuori che si tratta di una prostituta ucraina di livello, Alina, che abitava con due amiche in piazza del Carmine. Un delitto legato alla prostituzione? Alina è stata punita per uno sgarro? Un cliente insoddisfatto? Tuttavia qualcosa non quadra e l’autopsia indirizza presto verso un diverso scenario. Infatti si prospetta anche l’ipotesi che quello che si vorrebbe far sembrare un omicidio commesso d’impeto celi invece una complicata storia criminosa. Saltano fuori giri di denaro che collegano quella brutta faccenda agli interessi di un certo giro altolocato di Firenze, disposto a tutto pur di soddisfare le proprie voglie. Voglie che contemplano l’avere un figlio, scavalcando leggi e regole, a ogni prezzo e a ogni costo. Un bell’impiccio, tanto lavoro da fare e un’infinità di problemi e contrasti da sormontare. E tuttavia tra una cena, un caffè, un allenamento, un aperitivo e una serata a teatro, le inseparabili amiche Valeria, Erika, Giulia e Monica, riunendo forze e intelletto, non solo riusciranno a far quadrare il gran casino di trame sentimentali, tradimenti e tensioni familiari che affollano le loro vite, ma riusciranno a incastrare i pezzi di un camaleontico puzzle legato alla morte di Alina. Tutto questo in virtù di un’arma in più, potente ed efficace: intanto essere donne, e come tutte le donne costrette da sempre a giocare su più tavoli e sbrogliare più situazioni, ma soprattutto per il senso di amicizia, la complicità e la solidarietà che le ha legate per tanti anni. Ma il pericolo, abilmente mascherato, è in agguato e pronto a colpire, tanto che stavolta il nostro agguerrito quartetto al femminile rischierà addirittura la vita per scoprire la verità.

Un villaggio scomparso di Tim Weaver, TimeCrime 2020.
Da dieci anni conosciamo David Raker, ex poliziotto del Met, la celeberrima polizia metropolitana inglese, che ormai opera come detective specializzato nella ricerca di persone scomparse. E Un villaggio scomparso è la sua decima avvincente avventura. David Raker ha appena accettato uno spinoso incarico da Ross Perry. Due anni e mezzo prima, nel 2015, i nove residenti dell’elegante complesso abitativo di Black Gale (quattro danarose coppie di amici: i Perry, i Davey, Randolph Solomon e la compagna Emilie Wilson e i Gibbs con il figlio diciannovenne Mark) avevano deciso di cenare e passare insieme la serata di Halloween. Era sabato e dalle foto, il loro ultimo ricordo, scattate in quelle ore e poi ritrovate in seguito, avevano chiacchierato, giocato, mangiato, bevendo e brindando allegramente. Insomma si erano divertiti. Indossavano maschere, scherzavano… Ma il giorno dopo, la mattina di domenica 1° novembre, il figlio dei Perry, Ross, aveva chiamato senza riuscire a rintracciarli; aveva riprovato la sera e aveva cominciato a impensierirsi la mattina dopo, ma impellenti impegni di lavoro l’avevano costretto a rimandare una corsa a Black Gale fino al giorno 3, quando Rina Blake, figlia dei Davey, gli aveva telefonato da Cambridge. Neppure lei riusciva a contattare i genitori da giorni. E aveva provato a chiamare anche gli altri vicini senza successo. Solo a quel punto Ross Perry, spaventato, aveva preso la macchina per raggiungere Black Gale, situato a circa trenta chilometri a nord di Cressington, centro rurale del Devonshire. Al suo arrivo, il deserto. Insomma aveva trovato le case chiuse in perfetto ordine, non si vedevano segni di effrazione o colluttazione ma nove persone erano sparite. Gli allarmi non erano inseriti e le macchine erano al loro posto in garage, mancava solo il furgoncino Volkswagen di Salomon…
Siamo davanti a una ghost story che ha visto persone dissolte nel nulla? Di loro appena un soffuso ricordo. Una beata comunità di nove persone scomparse senza lasciare traccia di sé? Ma poi sono veramente esistite? E, se lo sono, cosa mai ha rotto l’idillio? Qualcosa che aspettava minaccioso nell’ombra, nel buio di una pace trasformata improvvisamente in trappola mortale? Cosa si nasconde dietro questa storia di un villaggio scomparso?… Con un romanzo che pareva volersi ammantare del pathos di un evento fuori dal normale capitato proprio la notte di Halloween, quando vanno i giro i fantasmi, ancora una volta Weaver centra il bersaglio e coinvolge il lettore fino all’ultima delle sue ben 449 pagine.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Benvenuti a Rocca Taccagna di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Geronimo, Tea e Trappola sono stati invitati al matrimonio del loro cugino Virgulto con Cloachina a Rocca Taccagna. Arrivati al castello sono accolti in un modo un po’ strano: per cena gli è stata offerta una lenticchia farcita come antipasto, consommé di noccioli di oliva per primo, una fettina di pisello lesso per secondo e una fagiolo in umido come contorno.
La notte prima del matrimonio Geronimo sente dei rumori metallici e va a controllare in soffitta. Lì vede suo cugino Virgulto che conta le monete e scopre che vuole sposare Cloachina solo perché è ricca.
Allora Geronimo e Tea convincono Cloachina a non sposarsi. Cosa farà Cloachina? Si sposerà o no? Ma soprattutto, Geronimo, Tea e Trappola riusciranno a tornare a Topazia? Perché il loro cugino Virgulto è molto arrabbiato…

Le letture di Jessica
Cari ragazzi,
oggi vi presento Il gatto con gli stivali di Charles Perrault, Giunti 2017.
Un mugnaio ha tre figli. Alla sua morte lascia al primo figlio il mulino, al secondo l’asino e al terzo il gatto. Il terzo figlio si lamenta perché è troppo povero ma il gatto lo rincuora, gli basta un cappello, un sacco e gli stivali per farlo ricco. Va nel bosco, cattura un coniglio e lo porta al re dicendo che è un dono del suo padrone, il marchese di Carabas. In seguito gli porta altri doni e gli farà conoscere anche il suo padrone. Poi sconfiggerà un orco che può trasformarsi in qualsiasi animale. Gli chiede di trasformarsi in un topo e se lo mangia. Così gli prende tutte le sue ricchezze e lo fa sposare con la figlia del re. Il gatto è furbo e l’orco brutto, antipatico e bischero.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti