“La resistenza del maschio” di Elisabetta Bucciarelli – Appunti di lettura

La resistenza del maschioÈ appena uscito La resistenza del maschio (NN Edizioni, collana ViceVersa), ultima fatica – la definizione non è casuale – di Elisabetta Bucciarelli.

Una premessa – Sono molto legata al percorso professionale di Elisabetta, che ho avuto la fortuna di incrociare con Femmina de Luxe nel lontano 2008 e che da allora ho seguito con attenzione e crescente stima. Per questo motivo, e non solo, sono stata tra i primi lettori della Resistenza del maschio. Ne ho seguito l’evoluzione, il cambiamento di registro rispetto ai lavori precedenti, le impercettibili eppur significative modifiche che lo hanno portato a diventare lo straordinario romanzo che oggi inizia il suo cammino.

La resistenza del maschio è un romanzo sui rapporti Uomo-Donna. Una riflessione scomoda ma necessaria che nasce, non a caso, in un momento di crisi e si impone di fronte al crollo dei modelli tradizionali. Venuti meno i cardini, occorre ripensare le relazioni cercando una strategia non dico vincente, ma almeno in grado di arginare i “disastri emotivi” di cui siamo quotidianamente testimoni.

I personaggi – Principali: un Uomo, tre Donne (ma anche un Marito e una Moglie). Secondari: un Amico, una prostituta, una terapeuta. Altri.

Le tre Donne si incontrano nella sala d’aspetto di un medico. Ognuna ha una Storia, la sua storia. Si trovano in fasi della vita molto differenti, hanno bisogni ed esigenze diversi. Durante la lunga attesa arrivano anche a scontrarsi verbalmente, ciascuna arroccata sulle proprie ragioni. Parlano, come accade spesso anche tra donne che non si conoscono, di uomini. Uomini che le hanno abbandonate, che hanno disatteso le loro aspettative, che sono fuggiti. Uomini che non sono uomini, ma maschi (perché maschi si nasce, ma uomini si diventa).
In breve: Marta, la donna che vuole un figlio ad ogni costo, anche contro i desideri del compagno, è quella che ho faticato di più ad accettare, pur sapendo che si tratta di un modello diffuso. Marta è la donna dell'”Io ti cambierò”, destinata a fallire e tuttavia determinata a raggiungere l’obiettivo, costi quel che costi.
Chiara è la donna ordinaria, normale. Intrappolata in una spirale amorosa che non comprende fino in fondo, tuttavia ha un suo equilibrio, conquistato a fatica dopo il fallimento matrimoniale.
Silvia è – purtroppo – la figura in cui è più facile riconoscersi. Prende ciò che il mercato offre ma, se potesse disegnare un mondo a sua somiglianza, farebbe – forse – scelte diverse. Lei ripara, in senso reale e figurato, ma nessuno “ripara” lei.

L’Uomo misura. Fin dall’incipit del libro, l’Uomo si rapporta con il mondo circostante attraverso altezze, distanze, numeri. È il suo modo di conoscere la realtà.
L’Uomo è in realtà un maschio, anzi «La specie in mutazione dei maschi che resistono, quella che si sottrae, che non fa il suo dovere, non protegge, non mantiene, non fa figli, non fa un beato cavolo di niente». La donna – in particolare quella che parla, a voi scoprirne il nome – vorrebbe invece un Uomo “senza non”, un Uomo di pieni e non di vuoti.

L’Uomo – che per comodità chiameremo Emme, dall’iniziale del nome – ha come cifra costante la negazione. È un uomo realizzato con l’istinto del seduttore seriale: gli piace piacere ma, una volta raggiunto l’obiettivo, Emme si nega. Lo fa con le donne che frequenta, ma anche con le studentesse all’Università, con le ascoltatrici alle conferenze, con le artiste che aspirano ad eleggerlo curatore di una mostra.
Emme è perfettamente egoriferito, consapevole dei propri bisogni, incapace di progettare. Emme ha l’obiettivo – più o meno consapevole – di impedire l’appagamento (fisico, emotivo, mentale) delle donne che incontra.
Emme si nutre di mancanza, di assenza, di desiderio altrui. E di presente, qui e ora.
Forse vorrebbe anche altro, chissà. O forse questa è la pia illusione di noi lettrici: che in questo universo esista una Donna capace di entrare in risonanza con lui o, più realisticamente, che in un universo parallelo esista un Emme capace di impegnarsi con una Donna.

Emme è una costante: nella vita di ogni donna c’è stato, c’è o ci sarà almeno un Emme.

blu kleinCitazioni – Varie e colte le citazioni artistiche. Piero della Francesca, Flagellazione e Vera Croce. Francisco Hayez, Il bacio. Yves Klein e il suo Blu. John Everett Millais. Silvia Levenson.
Ma ci sono anche film, poesie, canzoni e rimandi a precedenti opere della Bucciarelli.
Un gioco nel gioco, riuscire a trovarne il più possibile.

Ironia – Se state pensando a un romanzo pesante, siete fuori strada. C’è molta ironia, nella Resistenza (nota: so che in questi giorni, a Mantova, il libro è stato rinominato “Il Maschio”, ma qui ci piace chiamarlo “La Resistenza”, se proprio dobbiamo sintetizzarne il nome).
C’è movimento. Succedono cose. Un incidente, un acquisto, un furto, un atto vandalico, un ritrovamento. Cose anche divertenti e un filo inquietanti, nel finale.

La resistenza del maschio si presta a essere letto, dal punto di vista delle donne, come un diario personale. Un’esperienza condivisa, unica eppure corale. Solidale e antagonista. Le storie di Chiara, Silvia e Marta sono individuali e paradigmatiche. Chi non è mai stata tradita? Chi non ha mai incontrato un uomo sfuggente? Chi non ha mai ceduto alla seduzione di un Narciso? Chi non ha mai condiviso una canzone? Chi non ha mai lanciato un piatto? Chi non ha mai desiderato un figlio?

Ma loro, gli Uomini, che pensano? Ecco, sarebbe interessante se gli uomini lo leggessero e da questa lettura nascesse un confronto leale. Se riuscissimo a trovare le parole per andare nella stessa direzione, invece che allontanarci, di spalle, in direzioni opposte.

La resistenza del maschio è una lettura obbligata, un punto di partenza.
Iniziamo a parlarne?

Cosa bolle in pentola

Bloody_butcher_knife_x6SYS_17261[fonte: London Evening Standard] Il nuovo genere che sta entusiasmando gli editori anglosassoni è il chick-noir: romanzi noir tagliati per un pubblico femminile. Thriller psicologici nei quali, a differenza che nella chick-lit, “non c’è happy ending, niente abiti da sposa e passeggini, solo colpi di scena e anime torturate. Dimenticate le copertine con tacchi a spillo di colore rosa, è tempo di coltelli, vetri infranti e volti femminili terrorizzati”.
E quindi arrivano le storie di mogli tradite che si vendicano, o di mariti perfetti che non sono ciò che sembrano.
Sarà questo il futuro della narrativa dopo “50 sfumature di grigio”?

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Sempre guardando al futuro: gli scienziati hanno sviluppato un algoritmo che permette di prevedere, con un ragionevole tasso di attendibilità, se un libro avrà successo o meno. Pare che il segreto sia quello di evitare i cliché e l’uso eccessivo di verbi e avverbi; al contrario, usare nomi e aggettivi sembra essere la chiave per il successo (oltre a una buona dose di fortuna, ammette la Stony Brook University di New York). Articolo molto interessante. [Fonte: Telegraph]

Quindi: se aspirate alla pubblicazione, puntate su un chick-noir con pochi avverbi e molti aggettivi. È facile che nel giro di un paio d’anni vi ritroviate in cima alle classifiche di vendita (poi ripassate da qua per la parcella da consulente, grazie).

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La quarta stagione di Game of Thrones andrà in onda a partire dal 6 aprile su HBO. L’attesa è tale che c’è anche il trailer del trailer (il trailer vero e proprio è stato annunciato per stasera alla 8.58, come potete vedere sotto):

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È on line il programma di Gocce scarlatte sul giallo, quarta edizione del Festival del Giallo di Pistoia organizzato dall’associazione culturale Amici del Giallo con il patrocinio della Biblioteca San Giorgio e dell’Amministrazione comunale di Pistoia. La manifestazione (che si svolgerà dal 30 gennaio al 2 febbraio) si arricchisce quest’anno di autori e di proeizioni cinematografiche dedicate a “storie di passioni, di tradimenti, di delitti, di amori maledetti”.

Elisabetta Bucciarelli Story – 2 – Io ti perdono (2009)

Io ti perdonoUn incipit che spiega e contiene il nodo del romanzo: “Io credo che tutti alla fine si somiglino. Credo che tutti abbiano qualcosa o qualcuno da perdonare. Solo se stessi, magari. Ma sono anche convinta che perdonare non sia passare sopra alle cose con generoosità o leggerezza. Credo sia farsi lacerare e dilaniare fino a che la resa diventi inevitabile. Il perdono non è una dichiarazione di intenti. È una conquista.”
“È un cammino lungo, non devi avere fretta.”
“Ma poi si riesce a stare in pace? Perdonare e dimenticare il torto e chi l’ha commesso, se stessi e le proprie mancanze?”
“Solo Dio può perdonare il peccato. L’uomo, se riesce, può arrivare al massimo a perdonare il peccatore.”

Maria Dolores Vergani torna tra i monti della sua infanzia, chiamata da don Paolo. Nella valle si sono verificati diversi casi di rapimento. Sempre bambini, sempre riconsegnati alle famiglie dopo qualche giorno, quasi sempre dopo un abuso. I genitori non hanno denunciato i fatti per evitare ulteriori traumi ai figli. Stavolta però la piccola Arianna non è tornata, e sono passati quasi cinque giorni.
A Milano, intanto, il rinvenimento casuale di un “mucchietto di ossa” risalente agli anni Settanta apre una pista di indagini relative alla scomparsa di giovani donne – alcune prostitute, altre no. Mentre Corsari segue la traccia delle prostitute – tutte straniere, tutte imparentate tra loro – fino alla tratta dei giorni nostri, Vergani si occupa dell’unica italiana, Loredana Campi detta Lolli, cantante, scomparsa alla fine degli anni Settanta.
In mezzo, tanti uomini. E tanta confusione. “C’è traffico nella testa dell’ispettore. E un certo numero di buchi nel cuore. Non ha voglia di fare ordine. Lascia che sia. Per una volta. (…) La rinuncia è una rivelazione.”

Nel suo nuovo romano Io ti perdono Elisabetta Bucciarelli parla di pedofilia, prostituzione, stupro, ma non solo. Racconta, con molte sfaccettature, la difficoltà di essere madre e donna, i rapporti difficili e contrastati con gli uomini e a volte con le altre donne. La stanchezza di chi ha un figlio (Inga), la scelta di non averlo (Margot).
Temi difficili e complessi che l’autrice affronta con una scrittura affilata ma sobria, tagliente ma compos sui, efficace ma lieve. Non ammicca verso il lettore, non ne cerca la comprensione o la complicità. Esprime la verità nuda e cruda, la artiglia con rabbia graffiante e impotente. Racconta, soprattutto, la difficoltà di scendere a patti con se stessi in un mondo che sempre più spesso prima ci ferisce e poi ci chiede di dimenticare. “E nessuna possibilità di trasformare il dolore in perdono”.

Io ti perdono si muove sul confine tra noir e narrativa tout court. Per la verità, è uno splendido esempio di come i toni del noir siano adatti a raccontare l’Italia di oggi. Non è difficile, per chi sia abituato a riflettere, identificarsi in uno o più dei mille quesiti che Doris Vergani si pone, sul lavoro e nella vita privata. Riconoscere quanto sia complicato muoversi alla ricerca della verità e della giustizia quando le due non coincidono. Barcamenarsi tra i molteplici ruoli che la società ci affibbia. Districarsi al tempo stesso dai propri grovigli interiori, sempre in bilico tra il desiderio di lasciarsi andare e la necessità di tenere alta la guardia.

Non posso andare avanti ad incensare Io ti perdono perché io per prima diffido degli elogi sperticati, quindi mi fermo. Con il consueto, anzi più caloroso del solito, invito a leggerlo. Ne sentiremo parlare molto. Qui se ne riparlerà di sicuro.

Il blog di Io ti perdono.

L’intervista su Repubblica.

Giulietta prega senza nome di Elena Torresani

È stata una sorpresa leggere Giulietta prega senza nome, romanzo di Elena Torresani non nuovo (è stato prima autopubblicato nel 2010, poi selezionato per ilmioesordio nel 2011 e infine appena portato su cartaceo dall’editore Voltalacarta) ma per me sconosciuto. Perché Giulietta c’est moi, almeno un po’, e credo di non essere l’unica che si riconosce nel ritratto.

Giulietta è figlia di un tempo in cui tutto sembrava possibile ma a noi mancava qualcosa (l’età, o i mezzi, o la libertà), sempre un piccolo-grande qualcosa per raggiungere quella pienezza che per gli altri sembrava scontata e garantita. Adesso che avremmo l’età, i mezzi e la libertà, nonché l’autoconsapevolezza, non ci sono più le possibilità.

A Giulietta manca il tempo (sta per morire, ce lo comunica immediatamente), a noi manca la serenità perché viviamo in un clima che è anni luce lontano dalle promesse edonistiche degli anni Ottanta.
Mentre ci arrabbattiamo, morendo giorno dopo giorno, Giulietta ci ricorda che la vita è adesso e che tutto il tempo speso a “cercare di” raggiungire non-si-sa-che è stato tempo sprecato.

Disarmante nella sua semplicità, Giulietta prega senza nome è un ritratto efficace della mia generazione. Giulietta e la sua Smemoranda, Giulietta e le sue sorelle, i suoi viaggi, le sue canzoni, le sue passioni e le sue riflessioni amare:

Ora sapevo che il mio rammarico non era quello di non essermi sposata o di non avere avuto figli, ma quello di avere sprecato un mucchio di tempo.
È come abbiamo vissuto il tempo a nostra disposizione che fa la differenza tra il morire bene o il morir male, e il numero di sogni che abbiamo lasciato marcire nel cassetto restando fermi a fissare il soffitto, impegnati a pagar bollette o a ricordare il motivo per cui abbiamo litigato con qualcuno.
Le piaghe da decubito che fanno più male non sono quelle della carne, ma quelle di cui abbiamo lasciato ammalare i nostri sogni.

Molto consigliato.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂

Mala suerte di Marilù Oliva

Io, Elisa Guerra detta La Guerrera, giornalista pubblicista, a breve laureata in criminologia, lottatrice per definizione, capoeirista vincitrice degli ultimi campionati ma, dentro, sconfitta per destinazione, devota alla musica salsa e a pochi altri piaceri effimeri figli morganatici del corpo, nichilista, siciliana per natali ma bolognese di adozione e per ora senza patria, misantropa e refrattaria all’amore, dovrei andare a lavorare nel luogo più strampalato che esista, un’agenzia matrimoniale? (p. 15).

Puntuale come i consigli su come sopravvivere al caldo, ma molto più gradevole, torna Elisa Guerra, in arte la Guerrera, ostinata e leale protagonista dei romanzi di Marilù Oliva (Tu la pagaras, Fuego e adesso quest’apotropaico Mala Suerte). Appassionata di Dante e di latinoamericano, vorace consumatrice di rum e patatine in busta, orfana cresciuta da una zia arcigna alla quale ha riservato un perdono compassionevole e distante (Non è stata una premeditazione scellerata se ha preso il mio istinto e l’ha fatto a pezzi. Non aveva altri strumenti), ex precaria adesso disoccupata e momentaneamente in stato di rabbiosa ostilità verso il mondo. Nonché catalizzatrice di eventi delittuosi che la portano a incrociare la strada dell’ispettore Basilica, il suo esatto opposto. E gli opposti, si sa, si attraggono con modalità imprevedibili.

In una Bologna resa stranamente sensuale da ritmi cubani e serate ad alto tasso alcolico e stupefacente, la bella Alyssia Romer viene uccisa selvaggiamente nell’agenzia di incontri gestita da Catalina, coinquilina e amica di sempre della Guerrera. Perché? Il movente è da ricercarsi nel sottobosco frequentato dalla ballerina. Oltre ai personaggi già conosciuti (Princesa, El Pony, Ibelis…) c’è una gang di giovani teppisti emergenti che si sta facendo strada nell’ambiente. Lo stesso di Elisa, incidentalmente. Che si muove svogliata per dare una mano a Basilica, più presa dai problemi personali che da altro.

Liberi soggiacete. È in queste due parole dantesche che è racchuso il dilemma di Mala Suerte. Siamo davvero liberi di scegliere o non possiamo fare a meno di essere come siamo? Ciò che accade, accade per predestinazione o poteva essere evitato? Sono le domande a cui un’ansiosa Catalina e una fatalista Elisa devono dare risposta quando il loro mondo, faticosamente costruito, va improvvisamente in pezzi. Per la Guerrera non è una novità, avvezza com’è a cadere e rialzarsi, per la serafica Catalina invece è un vero e proprio shock. E se qualcuno avesse fatto loro il malocchio?

de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate (p. 36)

Bentornata, Guerrera. Sono stata una critica severa (fin troppo!) dei primi romanzi di Marilù Oliva perché pur apprezzandoli percepivo una certa distanza tra potenzialità e atto. Distanza che si è man mano ridotta e che è stata pienamente colmata in questo Mala Suerte: divertente, vivace, privo di sbavature, con personaggi complessi e sfaccettati, ironico e triste, si presta a essere gradevolissimo romanzo di evasione per chi lo preferisce, ma lascia ampio spazio a riflessioni approfondite.
Segnalo l’uso attento della lingua, scorrevole e elegante al tempo stesso.

Non so se questo sia l’ultimo romanzo con Elisa Guerra (credo che nei progetti iniziali lo fosse), ma sicuramente Mala Suerte segna una svolta contrassegnata da grandi cambiamenti.
La prossima Guerrera, se ci sarà, non sarà la stessa: tuttavia mi auguro di rincontrarla tra qualche tempo, magari un po’ diversa, perché penso che questo piccolo grande personaggio sia in piena evoluzione e sarebbe un peccato lasciare ai lettori – tanti, ne sono sicura – la curiosità su quale sia il punto d’approdo della Guerrera…

Per il momento godetevi la lettura di Mala Suerte. Consigliato con un mojito e un leggero sottofondo di latino americano.
Dopo aver finito se, come credo, vi verrà voglia di lasciare un commento o conoscere meglio l’autrice (che merita assai), potete trovarla qua.

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Cinquanta sfumature di (g)rosso… sollievo

È finita. Forse. (Nel senso che le parole dell’autrice E. L. James alla fine del libro fanno temere un seguito, per quanto improbabile).

Adesso possiamo dirlo: Cinquanta sfumature (di grigio, di nero, di rosso, di qualsiasi cosa) è la più grossa fregatura dai tempi del Codice da Vinci. Abbandonata qualunque velleità erotica, l’ultima parte della trilogia è un inno all’amore ossessivo e simbiotico dei due protagonisti.

Un esempio?

Fisso con orrore i segni rossi che mi ricoprono il seno. (Finalmente! Finalmente il Dominante avrà fatto qualcosa da Dominante! Prendo popcorn e birra e continuo a leggere) Ho dei succhiotti! (…succhiotti…?!) Sono sposata con uno dei più rispettati uomini d’affari degli Stati Uniti e lui mi ha fatto dei succhiotti! (…ESTIQUATSI!! Ti ha fatto dei succhiotti, e quindi? Ce ne frega qualcosa? È proprio il caso di scriverci un terzo libro sopra???). Come osa marchiarmi in questo modo, come uno stupido adolescente?! La mia vocina interiore non si tiene: questa volta è andato decisamente oltre. (Oltre? OLTRE?! Oltre che? È un suc-chiot-to santo cielo! Fatto da TUO marito. Sul seno, cioè in un punto che presumibilmente il lattaio e l’edicolante non vedranno. Che te ne frega??).

Segue litigata furibonda tra i due a proposito dell’impossibilità di indossare un bikini da 540 dollari per il resto della luna di miele.

Ecco, questo è l’inizio del terzo capitolo del terzo volume della trilogia supertrasgressiva (?!) che sta rastrellando secchiate di denaro in tutto il mondo e alzando la media di lettori del globo terracqueo. Ringraziate che vi ho risparmiato i primi due capitoli: nemmeno la più becera soap opera nostrana ha mai toccato simili vette di dialoghi cariogeni.

Lette queste frasi mi è venuta la voglia irrefrenabile di frustare a sangue qualcuno. Giuro. Uno qualsiasi, Anastasia o Christian o E.L. James o chiunque altro, tanto sono intercambiabili. I buoni sono stra-buoni, i cattivi stra-cattivi e (come avviene nella realtà, no?) ogni cosa va perfettamente a posto nel giro di poche pagine.

Come se non bastasse l’ingiustificato successo letterario, si è aperto il totofilm su chi interpreterà la pellicola di Cinquanta sfumature (Ryan Gosling?) e su chi la dirigerà. Ogni nuovo elemento aggiunto al “Fifty Team” viene prontamente twittato e ri-twittato: qualche giorno fa è toccato ai produttori. Non serve essere una veggente per sapere che sarà un successo planetario.

Ma questo Twilight per adulti malcresciuti è noioso, ridicolo, pomposo. Sei mia, sei mio, sono tua, sono tuo e “rimettiti il costume!” perché la svergognata neo-moglie si mostra in topless su una spiaggia di Montecarlo.
Mioddio.
E questo è solo l’inizio. Il resto è la trashcronaca dei primi mesi di matrimonio di una coppia di giovani miliardari. Se per caso vi siete mai chiesti cosa accade nelle favole dopo il fatidico “E vissero per sempre felici e contenti”, Cinquanta sfumature di rosso ve lo racconta con dovizia di particolari. Voglio vedere in quante si riconosceranno in Anastasia, nei suoi sandali Louboutin e nei braccialetti Cartier da trentamila euro.

Adesso, in scia, ci attendono mesi e mesi di romanzi pseudoerotici che tenteranno di ripetere il successo di Cinquanta sfumature. Se dopo il Codice da Vinci Rennes-le-Chateau è diventato meta di turismo di massa, non oso pensare all’effetto “manette e bende” nelle camere da letto di tutto il mondo.

Non riesco nemmeno a essere ironica, non so che altro dire se non (per le numerose appassionate, sulle quali continuo a interrogarmi perplessa) “fatevi ‘sto bagno di melassa e poi dimenticatevene”. Per sempre. O almeno fino a quando non uscirà il film.

(Non sono l’unica a interrogarmi in merito: leggi anche Why does Fifty Shades of Grey turn British women on? | Books | The Observer)

Anche in ebook:

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. O anche no, vedete un po’ voi. Buona lettura 🙂

Cinquanta sfumature di nero – La vendetta

[Nota preliminare per eventuali giornalisti di importanti quotidiani che dovessero passare qua in cerca di ispirazione: questo è un post ironico e no, il romanzo non mi è piaciuto. Per niente.]

Fatte le solite doverose premesse, veniamo a noi.

Mi sono immolata per voi. Ho letto Cinquanta sfumature di nero – la seconda parte dell’ormai famigerata trilogia, seguito di Cinquanta sfumature di grigio – che ufficialmente esce oggi.

Yawn.

Le prime duecento pagine sono una noia mortale. Ma veramente mortale. Alla fine del primo volume avevamo lasciato i nostri due eroi in grandi ambasce. Christian Grey e Anastasia Steele si erano lasciati, ma purtroppo nel giro di quattro pagine giorni tornano insieme.
Lui la ricopre letteralmente di regali costosissimi che lei ormai accetta con una certa disinvoltura.
Si ripetono in continuazione che si amano e che “tu sei mia”, “il tuo corpo mi appartiene” e altre amenità simili.
Continuano a trombare come ricci, come è giusto che sia. Lui si è quasi dimenticato della “stanza rossa delle torture” e a lei quasi quasi dispiace un po’.
Lui è gelosissimo, possessivo, protettivo, la presenta a tutti come la sua fidanzata suscitando l’ammirazione degli uomini e l’invidia delle donne; se per caso un uomo le rivolge la parola, lui lo fulmina con lo sguardo e lo fa licenziare. È soffocante.
Lei non riesce a darsi pace del fatto di non essere (stata) l’Unica Donna della sua Vita e continua a tormentarsi sul passato di lui.
La dea interiore è diventata un’acrobata olimpionica a furia di capriole, piroette, urletti e tripli salti mortali. Quando non indossa boa di piume e diamanti e scarpe da sgualdrina (citazione letterale, giuro).
La famiglia di lui la adora (basterebbe quest’ultima frase a farvi capire che siamo in ambito fantascienza: mai avuto notizia, nel mondo reale, di suocere che adorano le nuore).
Ciliegina sulla torta, siamo finalmente riusciti a capire in che modo Grey riesca ad avere quel tenore di vita: lui guadagna centomila dollari all’ora. A. Ventisette. Anni. E senza nemmeno aver terminato l’Università (ecco, sento già il popolo dei bimbiminkia che esulta perché vede confermata la teoria che “studiare non serve a niente”).

Certo, ci sono dei problemi (altrimenti non ci sarebbe storia).
Innanzitutto Grey è fissato con il controllo e con il cibo («Hai mangiato, Anastasia? Mangia, Anastasia, mangia» è il ritornello costante).
Poi, lui non vuole essere toccato in certi punti, non si sa bene perché (un po’ si intuisce, ma a spizzichi e bocconi).
Poi, le ex di lui sono psicopatiche. Non che fosse difficile presagirlo, visto che avevano firmato un contratto a termine da Sottomesse (perché è bene tenere un occhio vigile sul sociale: la piaga del Ventunesimo Secolo è il precariato. Pure i posti da schiavo sono a tempo determinato, ormai). Ma, invece di denunciarle quando iniziano a dare seriamente di matto, Grey attiva la sua sorveglianza privata e cerca di salvare capra e cavoli.

Ecco, questo è quanto, più o meno. Tutto il resto, circa 600 pagine complessive, sono le atroci seghe contorsioni mentali dei due protagonisti. Ha detto che mi ama, ma mi amerà davvero? E mi amerà per sempre? E se tutto questo dovesse finire? E se io non fossi abbastanza per lui/lei? Tutte domande che qualunque psicotico innamorato si è posto almeno una volta nella vita. Non mi sembra che ci sia materiale sufficiente per 60 pagine, figuriamoci per 600.

Sono praticamente sparite le velleità BDSM; rimangono i “buchi neri” emotivi di Grey, che però progredisce rapidamente: per essere uno che non vuole impegnarsi, un paio di orecchini di diamanti di Cartier a pagina 146 è un discreto compromesso. (Non vi dico il resto, ma a questo punto lo starete già immaginando. Sì, è proprio quello che state pensando. Sì. Esatto.).

La delusione più grande è Mrs Robinson. Mi ero immaginata una splendida quarantenne realizzata e compos sui, invece è una bionda secca ricca nevrotica e – guess what – maniaca del controllo. Bocciata. Improponibile persino come dominatrice di minorenni. Una così non può addomesticare nemmeno il criceto.

Basta, smetto di annoiarvi. Se lo leggerete mi farete sapere. Vi dico solo che Anastasia, a pagina 259, è convinta di aver “fatto sesso estremo in tutte le maniere” con Christian. Seriously?! Adesso un normalissimo rapporto sessuale (sebbene ripetuto con la stessa frequenza dei roditori) è diventato “sesso estremo”? Ah beh. Allora io faccio sesso estremo più volte al mese, mi sa.

È evidente che Cinquanta sfumature è scritto per le donne. Nessun uomo ha aspirazioni erotiche così piatte e banali (attendo auterevoli smentite). Nessun uomo reale si dilunga in moine e smancerie. Nessun uomo, spero, si sente gratificato nel comprare a una donna regali costosissimi per poi dirle “Di te mi piace il fatto che non mi ami per i soldi”. (Ma certo. Volevo vedere quanto si innamorava Anastasia se, invece di essere un golden boy, C.G. fosse stato un runner-pizza boy o un chinese-delivery boy).

Io continuo a non capire perché. Perché una roba così noiosa, così irreale, così frustrante debba vendere così tanto. Addirittura l’edizione economica di Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey), uscita la settimana scorsa nel Regno Unito, ha stracciato il record di vendite del Codice da Vinci. Siamo davanti a un fenomeno di portata mondiale che non può essere liquidato con due battute e che suscita interrogativi. Sul modo in cui sono cambiati i rapporti tra sessi, la percezione dell’amore, i desideri dell’una e dell’altra parte. C’è un abisso tra realtà e narrativa.

La mia indagine prosegue.

Come contributo personale alla ricerca scientifica, segnalo che io non sogno un fidanzato come Christian Grey: io preferirei piuttosto essere Christian Grey (cioè: bella come C.G., ricchissima come C.G., affascinante e giovane come C.G., appassionata e sportiva come C.G.; e però intelligente come Alessandra, moi).

To be continued – non vorremo mica perderci l’entusiasmante e sorprendente finale della trilogia, vero?

Cinquanta sfumature di rosso, arrivo.

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. O anche da non mettere, vedete un po’ voi. Buona lettura 🙂

Cinquanta sfumature di grigio… fumo (e niente arrosto!)

E vabbè, doveva arrivare anche questo momento. Il momento in cui, dall’alto della mia veneranda età, posso parlare di sesso senza sembrare una pervertita. Ho letto Cinquanta sfumature di grigio (Mondadori, 2012) perché il battage pubblicitario a livello mondiale è stato grandioso. Dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo per la trilogia, diritti venduti in 37 Paesi, un film in arrivo, donne che lo leggono sul tram, nei parchi, in spiaggia, grandi dibattiti. Ero curiosa di capire cosa avesse scatenato tutto questo fanatismo.

Non certo la scritturaCinquanta sfumature di grigio non è un capolavoro di letteratura, come era prevedibile. Le prime cinquanta pagine sono a dir poco imbarazzanti. C’è questa ragazzina goffa, Anastasia Steele, che sta per laurearsi e che lavora per mantenersi agli studi. Ha una coinquilina, Kate, bellissima, simpatica, ricca e intelligente che è anche la sua migliore amica nonché la direttrice del giornale della scuola. Causa influenza della coinquilina, Anastasia la sostituisce in un’intervista per il giornale. L’intervistato è il ricchissimo, bellissimo e affascinantissimo industriale Christian Grey. Per la prima volta in 21 anni, Anastasia si innamora perdutamente nell’istante stesso in cui incrocia lo sguardo di lui. Fin qui siamo nella più trita banalità. Quale donna non si innamorerebbe di un uomo bellissimo, di successo, ricchissimo, generoso, simpatico, disponibile…? E siccome è un romanzo, anche il bellissimo etc etc si innamora della nostra scialba-ma-bella-dentro eroina. E la ciliegina sulla torta: il bellissimo e simpaticissimo fratello di lui si innamora perdutamente della bellissima e ridanciana Kate. Cioè, se proprio bisogna sognare, sogniamo in grande, no?

OK. Poste queste premesse fantascientifiche, per creare un po’ di storia bisogna metterci l’ostacolo. L’ostacolo è che Mr Grey ha difficoltà ad impegnarsi (come gli fa brutalmente notare la protettiva Kate ogni dieci pagine). Diciamo che qua si va su un piano di realtà. Ma invece di liquidare la questione in due semplicissime parole – Christian Grey è uno stronzo viziato che non vuole impegnarsi – gli viene cucito addosso un passato oscuro di cui lui non parla quasi mai e un presente da Dominatore. Anastasia, che pure è assolutamente inesperta sotto ogni profilo, lo etichetta immediatamente come maniaco del controllo e lo studia come un entomologo studierebbe una farfalla rara, mentre il grande Dominatore gioca tutte le sue carte con inaudita ingenuità.
Innanzitutto si premura di sottoporre all’aspirante Sottomessa un corposo contratto – privo di valore legale – con una marea di clausole insensate che la nostra eroina non solo negozia una per una, ma rifiuta di sottoscrivere. Lui è ansiosissimo di ottenere quella firma che, per qualche oscuro motivo, pur essendo del tutto priva di valore, gli darebbe il pieno possesso di Anastasia. Lei è ansiosissima di compiacerlo ma senza sottoscrivere alcunché. Mentre entrambi riflettono sul da farsi, trombano come ricci. E qui siamo davvero nella fiction più pura. Un’esplosione ormonale senza limiti, una chimica pazzesca, roba che nemmeno due ventenni… EHI. Un attimo. Ma loro SONO due ventenni. Ventuno lei, ventisette lui, per la precisione.

Ora, la cosa divertente è che, nonostante tutte le minacciose dichiarazioni di intenti, l’unico modo in cui Christian riesce a esprimere il suo lato dominante è ricoprire Anastasia di regali costosissimi e di sorprese che nemmeno l’uomo più innamorato del mondo, incluso presentarsi alle rispettive famiglie dopo dieci giorni che si frequentano. Ma lei vuole di più. E quelle cose terribili che lui la costringe a subire, tipo – orrore!! – legarle i polsi con una preziosa cravatta di seta grigia (e poco più, davvero) proprio no, non può sopportarle. Il suo lato oscuro la terrorizza. Così il nostro esperto Dominatore rimane (basito) senza giocattolo e la nostra aspirante moglie Sottomessa se ne va senza anello al dito.

Fine della prima parte. Continua tra un mese in libreria.

Ma oggi mi sento indulgente. Quindi non starò a sottolineare la marea di stereotipi disseminati qua e là, le atroci ingenuità che pullulano nelle trecento e passa pagine, il fatto che nessuno abbia spiegato al traduttore che vanilla sex non si traduce “sesso alla vaniglia” ma “sesso vaniglia”, e ignorerò anche il continuo mordersi il labbro e alzare gli occhi al cielo di lei, il modo in cui i pantaloni di lui gli cadono addosso, il fatto che un preservativo usato NON può essere infilato in tasca nemmeno dopo essere stato annodato (pena vistose macchie di lubrificante e puzzo nauseabondo) e persino il drammatico passaggio in cui Anastasia, facendo i conti, conclude che se prima di lei ci sono state 15 Sottomesse lei è… uhm… er… la numero 17. Insomma, gli ormoni giocano brutti scherzi. E poi Anastasia è laureata in lettere, che diamine.

Ma parliamo della sua dea interiore. Inner goddess, in inglese. Una specie di grillo parlante che fa capriole e piroette nella testa di Ana, le rovina la vita con predicozzi inutili, la induce a pensare al peggio salvo spingerla a gettarsi allo sbaraglio, e che di tanto in tanto (vivaddio) la chiama “puttana” ricordandole che fare sesso in cambio di una macchina, un Blackberry, un Mac nuovo di fabbrica etc etc nel linguaggio comune ha un nome ben preciso.

E parliamo del sesso. Ventunanni, illibata e immediatamente scafatissima. Insomma, abbiamo sdoganato questo modello di vergine attempata che si conserva per l’uomo della sua vita, lo individua a colpo d’occhio in un rinomato puttaniere problematico e a lui si concede come la più navigata delle entraîneuses. E sdoganiamo pure il modello di maschio Alfa che si concede tutto perché “se lo può permettere”. A. Ventisette. Anni.

Donne. Ascoltatemi.
Diciottenni e infra: me lo ricordo benissimo. Quando avevo diciotto anni, uno di 27 anni era vecchio. Ai miei occhi poteva anche avere un’aura mitica, da leggenda di re Artù, da città perduta di Atlantide (cit)… e altrettanto carisma. Se il prossimo ventisettenne che incontrate vi sembra attraente come Grey, siete giustificate solo se avete appena fatto l’esame di maturità e se lui è ricco come Bill Gates.
Dai venti in su: dai, parliamoci chiaro. Quale ventisettenne di oggi è sufficientemente arrivato, charmant e autoconsapevole da poter esercitare una qualche forma di autorevole seduzione? Quindi, leggendo Cinquanta sfumature di grigio, ricordatevi sempre che stiamo parlando di un ventisettenne. Uno di quelli che in Italia vive ancora con mamma che gli cucina e gli stira le camicie.

Dai, su.

Abbiate pazienza. Ho riso e sorriso per 3/4 di romanzo. Di erotismo nessuna traccia. Un po’ di sesso qua e là, ma niente che un essere umano in carne e ossa appena maggiorenne (e al giorno d’oggi, sospetto, anche molto meno che maggiorenne) non abbia già ampiamente sperimentato. Se dovesse essere ripreso in futuro, invece, potrebbe essere interessante il rapporto tra Christian e “Mrs Robinson”, la creatura mitologica mezza-donna e mezza-socia in affari che ha sottomesso il giovane Grey dai 15 ai 21 anni e che per lui ha mandato all’aria un matrimonio. In questo romanzo è solo evocata come il demone che impesta gli incubi di Anastasia, ma in futuro, chissà.

Per il sesso, Cinquanta sfumature di grigio sta alla vita reale come per il sangue un giallo di Agatha Christie sta a un mattatoio. E il linguaggio. Faccio solo notare che l’organo genitale femminile, che in un romanzo erotico o porno avrebbe una pletora di potenziali nomi evocativi, qua viene chiamato . Proprio così: . There, in inglese. E il rapporto BDSM… Oddioddioddio. Da ora in poi chiunque usi un paio di manette passerà per essere un raffinato e perverso Dominante.

Ma allora perché tanto successo?
L’unica spiegazione che riesco a darmi è che in giro c’è tanto, tanto bisogno di sognare. Leggo che il romanzo ha il suo principale bacino di lettrici tra le donne sposate sopra i trent’anni e che per questo è stato definito mommy-porn. Dev’essere ben triste la vita di una porno-mamma per trovare attraente un Christian Grey. Uno che nel migliore dei casi ti fa venir voglia di prenderlo a schiaffi, nel peggiore di ignorarlo e lasciarlo annegare nel suo brodo di ostriche e nei suoi calici di champagne.
Ho letto da qualche parte che si tratterebbe di un romanzo maschilista. Macché. Scritto da una donna per le donne, Cinquanta sfumature di grigio inganna proprio le donne, perché alla donna, moglie e madre di oggi, presumibilmente trascurata, viene suggerito un ideale erotico irraggiungibile. Un principe azzurro che si innamori perdutamente di noi, ci ricopra di attenzioni, conosca esattamente i nostri desideri sessuali e non, si preoccupi per noi, ci protegga, sia appagato dal nostro piacere e gratificato dalle nostre piccole, inaspettate crisi isteriche (che lui sa perfettamente come gestire). E che scopa tre volte al giorno tutti i giorni. Un essere perfettissimo e leggermente problematico da salvare con l’amore, laddove nessuna prima è riuscita nell’impresa.

Sarà.

A me è sembrato solo tanto, tanto irreale. Una favoletta da leggere restando con i piedi ben piantati per terra, altrimenti il rischio di frustrazione, confrontandosi con la realtà, è praticamente garantito. Già ci hanno fregate da bambine con storie di principesse e principi. Almeno da adulte, cerchiamo di non farci fregare dal primo stronzo problematico che passa…

Piacerà ai bimbminkia di entrambi i sessi, alle casalinghe disperate, a qualche uomo che crede ancora nelle vergini adoranti, a chi si interroga perplesso sui segreti di un bestseller.

Disponibile anche in ebook:

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. Buona lettura 🙂