Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2020

Andiamo subito al sodo con…
Gli invisibili di Valerio Varesi, Mondadori 2019.
“L’uomo era stato ripescato vicino alla foce dell’Enza sulla sponda emiliana. Il cadavere presentava un grosso trauma nella zona occipitale, la probabile causa della morte, e i segni di una forte contusione toracica”. Tre possibilità: omicidio, incidente o suicidio. Da tre anni è chiuso in una cella frigorifera senza che nessuno lo abbia reclamato e ora, secondo la legge, deve essere seppellito. Ma il commissario Soneri di Parma vuole sapere chi è, vuole conoscere il suo nome, sente “affiorare una subdola familiarità con quell’uomo morto e col suo mistero”. Si immagina di essere morto anche lui. Chi lo avrebbe ricordato? La moglie Ada lo aveva lasciato presto ed era stato lui a ricordarla. Non aveva un figlio. Forse Angela, la nuova compagna. E poi vuole trovare delle risposte a tutto ciò che rimane irrisolto. Anche se il questore desidererebbe una cosa veloce, solo formale (un classico).
Personaggio principale, dunque, il nostro Soneri tormentato da certi ricordi dolorosi che annaspa tra realtà e finzione “in quell’universo fluviale sfuggente e cedevole” dove niente e tutto si sprofonda. Il fiume, il grande fiume scuro che con il suo lieve saltellare risveglia un ritmo sepolto nel tempo di culle e ninne nanne. Ma all’improvviso si ingrossa, fa paura e diventa esso stesso personaggio presente e pressante durante tutto il racconto, come la pioggia che cade con “inesorabile regolarità” e la nebbia a stendere un velo di brivido su tutte le cose.
Via al circolo nautico di Torricella per ascoltare, confrontarsi, cercare indizi, via in giro per dissipare la reticenza di chi sa qualcosa e non vuole esporsi. Incontri particolari come quello con il Matto e la sua fissa idea che c’è in giro la Bestia del Po a creare altra atmosfera fosca e inquietante. Ha visto le sue impronte sulla sabbia, attacca anche i lupi, dice, si porta le prede nell’acqua e le mangia.
L’indagine è difficile fatta di piccoli passi, affiorano pian piano intrallazzi, imbrogli, una gestione poco chiara di ristoranti e trattorie, lotte fra clan per la pesca, droga, prostituzione, mafia, camorra e ‘ndrangheta a spartirsi il territorio. Mentre il nostro si è preso una vacanza, ha affittato una casa galleggiante dove pensare, meditare da solo.
In un giallo che si rispetti non manca la buona cucina e quindi troviamo il commissario intento a preparare degli gnocchi al pomodoro su uno strato spesso di parmigiano, oppure a cena al Milord dove affoga con Angela i suoi pensieri “nel burro fuso in cui nuotavano i tortelli di patate di Alceste”, ma anche da Marisa tutto preso dal risotto con lo strolghino, ovvero un sottile salame tagliato a piccoli dadi che gli provoca un “fiotto d’allegria e un guizzo dei succhi gastrici”.
Soneri, comunque, continua la sua lotta contro il tempo (non può tirarla troppo per le lunghe), si divincola fra gli ostacoli, annaspa, accende spesso il Toscano per calmare la sua ansia, aiutato dall’amore e dalla forza di Angela. Ma ecco che qualcosa appare, si fa strada nella sua mente. Quello che viene fuori dalla lettura del libro è il problema dei rifiutati come figli e dal mondo stesso, degli “invisibili” con la loro rabbia, il desiderio di essere amati ma incapaci, allo stesso tempo, di amare. La storia è un intreccio, una mescolanza di atmosfera opaca, di lentezza e malinconia. Perché chi ha vinto sono i cinici e gli indifferenti. E allora non resta altro, secondo Soneri, che raccogliere “i morti dopo la battaglia”.

Rito di sangue di Anne Perry, Il Giallo Mondadori 2020
Inghilterra 1870. Più precisamente nell’ufficio di un magazzino della zona portuale di Londra, “il cadavere giaceva supino sul pavimento; nel petto gli era stata infissa una baionetta. Innestata su un fucile militare. Il morto sembrava in tal modo sormontato da un albero di nave spezzato, in procinto di crollare da un momento all’altro”. Ma non è finita qui. Le dita della mano destra sono tutte spezzate, le labbra asportate e ficcate in bocca, intorno diciassette candele con lo stoppino rosso (due delle quali viola scuro) che sembra intinto nel sangue. Un delitto raccapricciante e una bella gatta da pelare per il comandante Monk della polizia fluviale. Intanto trattasi dell’ungherese Imrus Fedor come dichiara il suo connazionale Antal Dobokai, farmacista che sa tradurre in inglese, ed era venuto a consegnarli una medicina.
Delitto efferato, crimine d’odio commesso sotto un impulso incontrollabile. Occorre sapere tutto il possibile sul morto, con l’aiuto di Hooper, braccio destro di Monk, e quindi via a parlare con i vicini. Viene a galla il problema del “diverso”, di colui che è nato in un’altra nazione e non è ben visto dagli inglesi. Comunque Imrus era un imprenditore “educato, niente debiti, nessun vizio, affabile, tranquillo, pulito, generoso”. Chi poteva avercela con lui? Allora bisogna considerare il numero diciassette delle candele. Che ci sia sotto una società segreta degli occultisti? Il colore viola significa, infatti, potere, un potere oscuro. Oppure, oppure la rabbia dei protestanti contro i cattolici ungheresi?…
Arriveranno, poi, altri morti uccisi con le stesse modalità a complicare ulteriormente un’indagine lunga e difficile. Il racconto si svolge su due piani: il presente ricco di atmosfera misteriosa, di paura, di scontri (la folla inferocita mette in pericolo anche Monk) e il passato che riaffiora angoscioso sia per lo stesso Monk (aveva perso la memoria nel 1856 subito dopo la guerra di Crimea), per la moglie Esther (infermiera durante quella guerra) e anche per il medico Herbert ossessionato da incubi, sospettato e processato. E qui si apre la fase processuale con l’accusa e la difesa a scontrarsi sfruttando tutte le loro capacità. Fino a quando… fino a quando il nostro Monk riesce a capire come siano andate veramente le cose. Perché c’è pure di mezzo la pedofilia…
L’idea fondamentale del libro è che le tragedie della guerra si ripercuotono inesorabilmente nell’animo di chi le ha vissute e che il pregiudizio, come pensa la stessa Esther ha, al fondo, la convinzione che il diverso, il differente costituisce una minaccia alla propria tranquillità. Problema, aggiunge il sottoscritto, vivo ancora oggi.

La cattiva stella di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Una storia di falliti. Di falliti borghesi, come tende a sottolineare lo stesso Simenon. Una nutrita serie di racconti sul “turista da banane” che se ne va in giro nelle isole del Pacifico, ovvero “storie di gente che quando è partita era piena di entusiasmo, di vita, di speranze, di progetti, e che i tropici hanno ridotto in uno stato che…” Ce lo spiegherà più avanti l’autore. Vediamone qualcuna di queste storie in cui, ad un certo punto, arriva la cattiva stella…
Come quella di Popaul che ha ottenuto una concessione per abbattere alberi nella foresta equatoriale. Però non riesce a venderli e si ritrova in una capanna sporca in mezzo a una cinquantina di negri. Con l’idea fissa di essere avvelenato dopo una serie di coliche. Forse è opera di quel negro, forse di quell’altro. Gliela farà pagare… Oppure la storia di un visconte che se ne va in Nuova Caledonia. E lì rimane povero con quattro o cinque mogli ricoperto di pustole fissato a guardare il mare. E quella dell’Alsaziano a Tahiti che finisce al lebbrosario della città.
Fallimenti e fallimenti da non giudicare troppo severamente secondo monito dell’autore. Dove ci può essere lo zampino del Caso. Vedi la storia del discendente di una nobile famiglia francese durante un viaggio di piacere nel Sudamerica. “In una torrida cittadina popolata di indios e avventurieri si azzarda, per curiosità, a bere la chicha”, una mistura di mais masticato dalle “indie sporche e sdentate” ed ecco che non ne può fare a meno. La famiglia manda allora a trovarlo il figlio minore che lo convinca a ritornare in patria. Ma anche lui beve la chicha… Ora siamo in uno degli isolotti tra la Nuova Guinea e la città di Numea. Qui da tre anni, e forse di più, ci sono due bianchi il cui unico passatempo serale consiste nel giocare a scacchi in attesa del benedetto sonno. Uno di loro va a letto con una canaca, la donna del luogo che viene trovata strangolata in un boschetto. Chi è stato? Forse l’amico geloso…
Insomma non se ne salva uno. Nemmeno Millet, partito alla ricerca del sole, della libertà che si ritrova in un “porto grigio e piovoso”, oppure la baronessa Wagner suicidatasi alle Galapagos dopo aver fatto la bella vita a Montparnasse e ancora il dottor Ritter che ha lasciato scritto delle Memorie da cui si ricava “che queste incantevoli isole non sono fatte per l’uomo e che la natura stessa si oppone alle sue imprese…”.
Falliti! Tutti quanti falliti. Tutti quanti con il sogno di una vita agiata senza preoccupazioni per il futuro. Lì nelle isole ai tropici sotto il sole opprimente e l’aria infestata da malattie rare. Un tourbillon di situazioni difficili, incasinate, grottesche, presentate con uno sguardo ironico e sorridente. Non una parola di più, non una parola di troppo. Alla Simenon.

L’incredibile viaggio di Todd Downing, Polillo 2014.
“Farà saltare in aria il treno?” “Sì, è stata questa la sua minaccia. Mi è parso necessario avvertire qualcuno” si confida Saul King con Hugh Rennert, agente del Tesoro americano in viaggio da Laredo a Città del Messico (per essere precisi è stata la moglie di S.K. a udire queste parole).
Il treno non salterà in aria ma il morto ammazzato salta fuori lo stesso dopo una lunga galleria ucciso con una iniezione ipodermica di nicotina (vedete un po’ come le studiano).
Sette i viaggiatori di una carrozza tra cui si nasconde l’assassino (lo dirà in seguito lo stesso Rennert che indaga): “King, Spahr, Radcott, il messicano dallo sguardo furtivo, l’uomo dai capelli grigi, l’individuo alto che aveva l’aria di un agricoltore e la signora vestita di taffetà nero che portava un anello al dito e le maniche coi polsini”. Avvoltoi che sembrano seguire il treno, costretto a fermarsi per un guasto alla macchina, a creare un clima lugubre e spettrale, una spilla da cravatta trovata, un tagliacarte sparito, una cappelliera che non è al suo posto e altri piccoli indizi sparsi qua e là.
Ancora: un secondo omicidio che avviene con le stesse modalità, l’isolamento della carrozza in cui si trovano i sospettati, delitto che si riallaccia a un altro delitto del passato, l’inquietudine e la paura che serpeggiano, la tensione in continuo aumento, anche per la presenza dei soldati sul treno che temono un attentato del movimento dei Cristeros ribelli al governo.
Scrittura precisa, accurata, personaggi credibili, colpo di scena finale ben assestato, e insomma un lavoro svolto con la bravura dell’artigiano di un tempo che fu.

I Maigret di Marco Bettalli

Maigret e la vecchia signora del 1950
Tutto il romanzo ruota intorno alla figura di Valentine, vecchia vedova demodé nella cui casa “di bambole” avviene un inspiegabile assassinio, per avvelenamento, della sua donna di servizio, la giovane Rose. Valentine appare inafferrabile: con Maigret è sciolta, simpatica, ironica, insomma una meravigliosa vecchietta, mentre sempre più fonti la descrivono come un mostro, avida arrampicatrice sociale priva di scrupoli e di veri sentimenti, persino nei confronti dei figli. Questi ultimi vanno a comporre una curiosa compagnia: una figlia totalmente e disperatamente ninfomane (Simenon indulge spesso nel descrivere donne del genere, segno del suo rapporto non facile con il gentil sesso…; piccola nota di costume: nella prima traduzione italiana degli anni Cinquanta, questa parte venne censurata!), un figlio “arrivato” (è deputato) ma irrimediabilmente coglione (nei romanzi di Maigret i deputati, gli uomini importanti sono sempre degli idioti), l’altro il cui scopo di vita sembra quello di assomigliare al duca di Windsor. Sotto lo sguardo un po’ stupito dell’ispettore del luogo (siamo a Étretat), Maigret, più che altro, beve: lo fa sempre, in ogni romanzo, ma qui l’abitudine diventa quasi parossistica. Questo non gli impedisce, ovviamente, di dipanare la matassa, basata su tristi questioni di gioielli di valore: alla fine, erano le voci su Valentine a essere vere, non la sua fragile immagine dal vivo: la donna è davvero un mostro.

Cécile è morta del 1942
Ripeterò l’incipit de L’ispettore Cadavre: la differenza sta nei particolari. Cécile è morta (pubblicato in Italia, originariamente, con il titolo poco sensato Un’ombra su Maigret) è uno dei migliori Maigret, nonostante la trama arzigogolata, mille particolari che si ripetono, personaggi già conosciuti che si agitano seguendo binari prestabiliti nella Parigi piovosa di inizi autunno. È splendido perché ha i ritmi giusti, gli snodi giusti, un Maigret presente in ogni pagina nella sua grandiosa personalità, con tutti i suoi pregi e i suoi apparenti difetti (“pareva di un’arroganza incredibile”, e lo dice la signora Maigret! e mai come in questo romanzo, in effetti, il nostro è stato così scorbutico, inavvicinabile, persino scortese). Nelle ultime pagine, viene anche reintrodotto il personaggio dell’anglosassone simpatico e un po’ ingenuo venuto a studiare i suoi metodi (v. per esempio Il mio amico Maigret), con la evidente funzione di esaltare l’onnipotenza del commissario. Anche la trama gialla, pur complessa, non è così campata in aria e si snoda tra i soliti protagonisti da Comédie humaine, la vecchia avara all’inverosimile, i parenti poveri che si portano dietro la croce di irredimibili complessi di inferiorità, avvocati sussiegosi, ragazzine un po’ ninfomani, portiere laide con il torcicollo e, soprattutto, l’ex-avvocato pedofilo, per cui Maigret prova una repulsione fisica che fa tenerezza, assecondato da Simenon che descrive l’uomo come un vero e proprio monstrum, che ha disegnati in faccia e nel corpo i suoi terribili impulsi, seguendo una teoria lombrosiana utile a far risaltare la castità e la assoluta purezza dello stesso Maigret, in questo romanzo molto evidenziata. Si vedano a questo proposito la scena al cinema o l’incontro con i tenutari dei bordelli, o persino l’affermazione (veramente al limite della verisimiglianza!) secondo la quale Maigret aveva qualche difficoltà di rapporti persino con il buon Cassieux, capo della Buoncostume, per il solo fatto che quest’ultimo aveva di continuo a che fare con gente immorale…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora del martedì di Massimo Carlotto, edizioni e/o 2020.
Romanzo corale dal gradevole sapore teatrale questo La signora del martedì di Massimo Carlotto, molto ben recitato dai tre personaggi principali: il signor Alfredo Guastini, attempato omosessuale che indossa gli abiti di una signora elegante d’altri tempi e che parla di sé al femminile, Bonamente Fanzago, attore porno quasi in pensione che tiene ancora duro e la misteriosa signora che ogni martedì, da ben nove anni, dalle 15 alle 16 si infila nel suo letto per approfittare e pagare i suoi servizi da gigolò. Lo scenario è misterioso e suggestivo, siamo d’inverno, in provincia, dove? Forse la riviera romagnola, o magari più a Nord. Comunque una cittadina sul mare, ma d’inverno il mare sembra così lontano… Imprescindibile e irresistibile filo conduttore della trama, un albergo di sapore felliniano, la Pensione Lisbona. Vecchiotta, ben tenuta, poche camere messe con gusto, sempre aperta ma poco frequentata, la Pensione Lisbona funge da impagabile palcoscenico di tutta la storia. Ma torniamo al romanzo e alla sua straordinaria galleria di personaggi, riprendendo da Alfredo Guastini, vero elemento trainante della narrazione, abbiente proprietario della Pensione Lisbona, attempato omosessuale di buon cuore, capace di cacciarsi nei guai per amore, magari egoistico, ma sempre amore…
La signora del martedì è un giallo che azzarda persino e con rara abilità a sfiorare i toni del fotoromanzo. Ma è un giallo ben calibrato da ogni punto di vista, in cui soprattutto si privilegiano i migliori istinti dell’amore, di qualunque genere sia. E quando Nanà si troverà davvero nei guai, potrà far conto su uno sconosciuto signore dagli stivali: lo riconoscete? Proprio lui, Marco Buratti l’Alligatore, che interviene nel ruolo di angelo custode con l’aiuto di una coppia specializzata nel far sparire cadaveri. E se necessario persone. E poi chissà se la storia di Alfredo, Bonamente, Alfosina sarà proprio finita? Come recita a ragione la quarta di copertina, stavolta Massimo Carlotto va al di là del noir. E ci regala l’arguto ma colto divertissement di una trama variegata, perfetta per raccontare i nostri tempi afflitti da tante incontrollabili difficoltà. Insomma una storia di cui tutti potremmo essere stati testimoni, magari per caso, o volontariamente attori. Tutti coinvolti? E comunque bravo Massimo! Esperimento azzeccato: un romanzo notevole, permeato di un fine e geniale umorismo che seduce.

Il corpo del peccato di Silvia Di Giacomo, Foschi 2020.
Secondo Gianluca Morozzi, il commissario Claudio Degli Esposti è “un personaggio che mancava al noir bolognese. Solo l’eclettica Silvia Di Giacomo l’avrebbe potuto inventare”. E voilà il personaggio di Silvia Di Giacomo. L’autrice a pagina 10 ce lo presenta come poliziotto e bravo investigatore, poi però nelle pagine successive precisa che Degli Esposti ha il fallimento del suo matrimonio dietro le spalle, conserva ancora dentro di sé ferite psicologiche dovute a demoni personali che l’attanagliano e sta portando avanti un appassionante ma difficile rapporto affettivo che potrebbe trasformarsi in una trappola fatale. Richiamato con urgenza al lavoro alle otto di sera, il Commissario Claudio Degli Esposti si sta recando sul teatro del delitto in sella a una Vespa. Stavolta lui e la sua valida e bionda collaboratrice, l’ispettore Giulia Nanni, dovranno far fronte a un omicidio dagli anomali connotati. Apparentemente infatti Maddalena Zorbi, ultraottantenne, vecchia e ricca signora della Bologna bene – quella che conta economicamente e dispone di relazioni in alto loco – è stata aggredita, buttata a terra e pugnalata in casa sua, nel pomeriggio. Ma le scena del delitto è stata pesantemente inquinata da chi l’ha trovata…
Una scelta narrativa che si avvale del continuo cambio del punto di vista e spesso della narrazione in prima persona. Come per gli struggenti intermezzi in corsivo che a mio vedere forse sarebbero risultati più incisivi se i collegamenti temporali fossero stati in parallelo. Ciò nondimeno una trama che coinvolge, portando in scena un bel carosello di eroi e antieroi. Storia di tante vite, vite che si incrociano ma soprattutto un grido di denuncia per il barbaro sfruttamento di corpi femminili, per le tante donne abusate e rese schiave dalla paura. Donne coraggiose però, che non arretrano davanti alla scelta di imboccare tutte le strade, anche quella della vendetta, per riscattarsi a ogni costo davanti al mondo.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. Non ce la posso fare! di Jeff Kinney, il Castoro 2016.
Come succede in ogni sua avventura, Greg combinerà un sacco di pasticci. Ovviamente non posso elencarveli tutti perché sennò finirei domani mattina. Quindi ve ne dirò due o tre, senza, però, raccontarvi la fine in modo che, per scoprirla, dovrete leggere il libro!
Un giorno il nonno di Greg decide di trasferirsi da loro perché hanno aumentato il costo dell’ Happy Residence dove viveva prima. Qualche giorno dopo la famiglia va al supermercato e il nonno resta a casa da solo, ma quando tornano scoprono che…
Il mese dopo Greg deve fare una gita con la scuola alla Fattoria Vitadura, vorrebbe restare a casa a giocare ai videogiochi ma i suoi genitori lo costringono ad andarci. Niente computer e cellulari per un intero fine settimana. Deve cavarsela come fanno gli adulti. Ce la farà?…

Le letture di Jessica

Cari ragazzi,
oggi vi presento Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen, EdiBimbi 2010.
Una anatra cova le sue uova. Si schiudono ma l’ultimo uovo più grosso degli altri non ci riesce. Poi alla fine si schiude e viene fuori un anatroccolo grigio. Al pollaio tutti lo prendono in giro, gli dicono che è brutto, non lo vogliono con loro. Anche i suoi fratelli incominciano a maltrattarlo. Disperato fugge via. È sempre più triste e solo, ma un giorno mentre vola vede tre cigni nuotare in un laghetto. Si avvicina e guarda la sua immagine riflessa nell’acqua. Ora non è più brutto perché è diventato un bel cigno anche lui. Che bella trasformazione!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La gabbia di vetro (Le brevi di Valerio 353)

Colin Wilson
La gabbia di vetro
Carbonio Milano, 2018 (prima edizione italiana, orig. The Glass Cage, 1966)
Traduzione di Nicola Manuppelli
Mystery

Lake District e Londra. Febbraio 1963 – aprile 1964. Un serial killer ha già ucciso nove volte, squartando le sue vittime e lasciando sulla scena un segno di cui la polizia non si accorge subito: versi del poeta mistico William Blake. Così un giorno il sergente Lund va a cercare il più grande esperto inglese di Blake, il 35enne Damon Reade, che vive solo, spesso in compagnia di capre, e accetta di andare nella capitale per un’indagine macabra e avvincente.
Il grande saggista e scrittore inglese Colin Wilson (Leicester 1931 – St. Austell, Cornovaglia,  2013) fu personalità poliedrica e complicata. Divenne molto noto fra gli intellettuali europei nel 1956, a nemmeno 25 anni, con un audace saggio d’esordio su alcuni grandi “particolari” artisti della letteratura (e della pittura), The Outsider. Poi scrisse di tutto e di più, fiction e non fiction, all’inizio molti mystery di vario “genere” (e sul genere aveva interessanti peculiari opinioni), anche La gabbia di vetro è bizzarro e acuto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’inverno più nero (Le gialle di Valerio 232)

Carlo Lucarelli
L’inverno più nero. Un’indagine del commissario De Luca
Einaudi Torino, 2020
Noir

Bologna. Dicembre 1944. Erano tempi in cui la gente moriva, al fronte o schiacciata dalle bombe, veniva arrestata, torturata, uccisa. La mattina dell’uno dicembre il mitico commissario De Luca, vicecomandante della Squadra Autonoma di Polizia Politica, incrocia tre diversi morti ammazzati nell’arco di 400 metri, fra i portici e i vicoli del centro. Lui osserva e s’incuriosisce per l’incredibile coincidenza; da tempo sa che un dettaglio non costituisce una teoria, una pistola non fa l’assassina. A via Senzanome un ingegnere è stato ammazzato di botte; De Luca non è arrivato lì per caso, ha un incarico preciso: infilare di soppiatto nella tasca del cappotto del morto un foglietto (“così finiscono i fascisti”) per intorbidire le acque e incolpare i banditen partigiani. Santi della Criminale è già sul posto e forse non se ne accorge, comunque spiega che sono stati avvisati da qualcuno che aveva sentito colpi d’arma da fuoco e un sottotenente cieco conferma: tre spari e tacchi sul selciato. Si mettono a cercare verso via Nosadello e trovano un morto in uno scantinato di via Fregatette: il corpo nudo, supino, fradicio di un tedesco in uno stagno acquitrinoso da qualche giorno, strangolato; meglio filarsela. Più tardi viene scoperto lì vicino il cadavere del professore universitario Brullo con un buco in un occhio, lo chiamano a dare un’occhiata, potrebbe esserci un sospettato facile. De Luca vorrebbe indagare approfonditamente ma il suo capo Rassetto gli chiede di trovare il Notaio, anello di congiunzione fra Resistenza e Alleati; poi, a farlo parlare, ci avrebbero pensato quelli di un’altra ala della Facoltà di Ingegneria dove lavorano e alloggiano. Con qualche fatica, il più brillante investigatore della polizia italiana (come viene definito) verrà a capo di tutte le complicate vicende umane e politiche, su cui confliggono le varie parti in causa; da sbirro, non da militante.

Il grande poliedrico scrittore, oltre che sceneggiatore e conduttore televisivo, Carlo Lucarelli (Parma, 1960) mantiene desta l’attenzione sul suo primo personaggio, protagonista della trilogia con la quale, a partire da trenta anni fa, esordì nella letteratura di genere noir, dopo aver raccolto tanti materiali per una tesi di laurea in storia contemporanea sul fascismo e sulla polizia della Repubblica di Salò.
Siamo al sesto romanzo con De Luca, nato a Parma come l’autore.
La narrazione è divisa in tre parti (gli omicidi, le indagini, gli assassini), sempre in terza persona fissa: sono il pensare e l’agire del protagonista che osserviamo, un investigatore che si eccita se trova un mistero o una pista e non sopporta l’idea che poi si possa individuare un colpevole sbagliato, più per la sua estetica che per l’effettiva verità (o che per l’esercizio della giustizia). Lui non è redento né redimibile, anche se guarda da un’altra parte rispetto alla dittatura, non alza mai le mani direttamente su nessuno, prova vergogna di non provare abbastanza vergogna e possiede una pietà fredda per ogni persona, anche in quel contesto in cui la violenza è abituale e (quasi) normale. Nessuno dei delitti è quel che sembra, anche quando una prima volta De Luca pensa di averne capito il senso (non coincidente comunque con la versione ufficiale), tutto torna in alto mare e deve ricominciare da capo. L’autore si cimenta con la sfida di tre inchieste parallele, differenti e indipendenti, private e politiche. La vince. A renderle unitarie e comuni sono la città e la guerra, da una parte un centro storico con seicento mila civili sfollati fra coprifuoco e bombardamenti, dall’altra le forze in campo, eserciti istituzioni brigate con poteri scossi e spie infiltrate, in un periodo in cui nessuno ha certezza del futuro e tutti cercano complicità per il dopo. Del resto, Brullo teneva il corso di Biologia delle Razze e il Notaio è proprio un insospettabile. Segnalo l’alto Spagnuolo, segretario particolare del Prefetto. Giravano molti liquori, comunque: Porto, Black Label, anice e chianti. Pure il Trio Lescano cantava Maramao perché sei morto?

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’eroe riluttante

Michael Dobbs
L’eroe riluttante
Fazi, 2020

Uscito in Inghilterra nel 2010, L’eroe riluttante è stato pubblicato dopo Il giorno dei Lord e Attacco alla Cina. Il protagonista è ancora una volta Harry Jones, atletico parlamentare ed ex soldato irruento e imprevedibile. La serie di Jones, che contempla altri tre libri non ancora tradotti in italiano, è stata scritta da Michael Dobbs, il creatore della trilogia House of Cards.
Michael Dobbs è un ex giornalista ed ex parlamentare che conosce molto bene la politica. Per anni stretto collaboratore di Margareth Thatcher, sino a diventare vice-segretario del partito conservatore, fu ferito nel drammatico attentato alla Lady di Ferro compiuto dall’IRA a Brighton nell’ottobre del 1984, che causò 5 morti e 31 feriti. Dal 2010 fa parte della Camera dei Lords come Baron Dobbs of Wylie. La biografia spiega perché Dobbs sia tanto addentro al Potere e a quante informazioni possa accedere sia a livello locale che internazionale.
In questa terza avventura Harry Jones apprende casualmente, durante un ricevimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Londra, che Zac Kravitz è stato arrestato e torturato dai servizi segreti del Ta’argistan. Harry Jones sa di avere un immenso un debito di riconoscenza verso Zac, vecchio amico americano, ex esponente della Delta Force e suo compagno di avventure negli anni in cui anche lui prestava servizio presso la SAS (Special Air Service). Zac Kravitz infatti dieci anni prima, durante un attentato, aveva salvato Julia, la moglie di Jones, morta in un incidente di montagna poco dopo. La scomparsa di Julia ha molto provato l’inglese allontanandolo dalla politica attiva e dagli incarichi ufficiali. Le molte conoscenze gli garantiscono un giro di frequentazioni di altissimo livello e il cospicuo patrimonio di famiglia gli consente un tenore di vita elevato senza bisogna di lavorare. Non riuscendo ad avere informazioni sulla sorte di Kravitz tramite canali ufficiali, Jones intuisce che la situazione è estrema e la vita del suo amico è in pericolo. Deve fare qualcosa: con un abile colpo di mano trova il modo di infilarsi tra i componenti di una missione britannica in partenza per il Ta’argistan, ufficialmente per fornire aiuto per smaltire i rifiuti radioattivi lasciati dai sovietici. Il Ta’argistan è uno stato poverissimo, nato con la presa di potere di un cosiddetto presidente dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e incastrato tra Russia, Cina e Afghanistan. Dopo un volo di quasi dieci ore, la missione inglese atterrerà in Ta’argistan. A Jones basterà il primo giorno per intuire quanti sporchi giochi di potere siano coperti sotto il velo dell’apparente democrazia ta’argia. E poco più per sapere che Zac Kravitz giace al limite della resistenza umana nella torre prigione di Askek e, accusato ingiustamente di reati mai commessi, rischia la pena capitale. Non gli resta che cercare segretamente informazioni e appoggio tra i dissidenti locali e mettere a punto un piano per far evadere l’amico. Il tempo stringe e Jones deve improvvisare, per cui può soltanto provare a prendere contatto con un gruppo di ribelli ta’argi, guidato dal giovane Bektour, che con altri giovani vorrebbe sovvertire lo spietato Sistema del presidente Karabaev e del suo braccio destro Amir Beg. Ma la sorveglianza dei Ta’argi è ferrea. Per distrarre le guardie che controllano giorno e notte la delegazione inglese, deve per forza accettare l’improbabile aiuto di Lord Proffitt, ottantenne smaliziato rappresentante della Camera dei Lord, e di Martha Riley testarda e indipendente deputata americana naturalizzata inglese. Tuttavia, quando il suo rocambolesco tentativo di fuga rischierà di fallire, Harry Jones dovrà esporsi di persona per garantire la salvezza di altri. Una scelta azzardata che comporterà imprevedibili conseguenze e potrebbe costargli molto cara. Jones sarà costretto a mettere in gioco la sua vita e quella dei suoi alleati…
I classici e intriganti romanzi di spionaggio, come questo, declinano svariate situazioni narrative quali l’inganno, la fuga, avventure al limite dell’impossibile. Il continuo alternarsi di vittorie e sconfitte, la sempre crescente tensione del ritmo narrativo, la componente drammatica e, ciliegina sulla torta, l’exploit finale che Michael Dobbs dimostra di saper orchestrare magistralmente. Altro elemento a suo favore è l’ottima ricostruzione dei personaggi e addirittura di tutto l’ambiente locale di uno stato inesistente, il Ta’argistan. Talmente reale e diabolicamente plausibile da rasentare la perfezione. Ma l’aspetto più intrigante di L’eroe riluttante sono le macchinazioni geopolitiche sottostanti all’avventura di Harry Jones. Macchinazioni a latere, organizzate dai vari pseudo enti economici e avallate dalla politica occidentale, che si infiltrano nelle istituzioni pubbliche per guadagnare con commesse e concessioni. Ciò nondimeno come ha dichiarato Dobbs, in un’intervista, dal senno della sua personale esperienza “La politica è un brutal business, e non è fatta per persone graziose. Ma d’altra parte se vuoi cambiare il mondo lo devi distruggere. Insomma, se volete dormire sonni tranquilli non scegliete di fare politica”.

Michael Dobbs è nato nel 1948 ed è un membro del Partito Conservatore inglese. Tra i diversi incarichi rivestiti durante la carriera politica si ricorda quello di capo dello staff del partito durante il secondo governo Thatcher (1986-1987). Dal 2010 è membro della Camera dei Lord. La trilogia di House of Cards, pubblicata integralmente da Fazi Editore, ha venduto milioni di copie nel mondo. Dobbs ha partecipato alla produzione e alla sceneggiatura della famosa serie omonima. È in fase di lavorazione anche una serie tv ispirata ai thriller politici che hanno come protagonista Harry Jones.

La Debicke e… La donna della palude

Martin Long
La donna della palude
Tre60, 2020
Traduzione di Francesca Maria Gimelli

Tian Haifeng, ispettore della Divisione Investigativa Criminale di Nanchino, viene inviato nel villaggio di Fuling dove il cadavere di una donna è stato rinvenuto in un campo. Il proprietario del campo, un contadino che stava scavando nella torbiera per prelevare materiale per riscaldarsi, ha tirato fuori con la pala i resti mummificati di una donna vecchi di secoli. Il corpo è abbastanza ben conservato, la morta indossa ricche vesti e calzari di pelle, ma i tratti somatici appartengono indiscutibilmente a una donna di origini occidentali. Comunque si tratta di una mummia, quindi non resta che rivolgersi al Museo di Nanchino e sollecitare l’appoggio del dipartimento dell’Antiquariato. Il corpo della torbiera viene prelevato dalla squadra del professor Bei Huangli, eminente archeologo, e portato al Museo di Nanchino.
Tian Haifeng, nella sua lunga carriera, ha visto un numero di morti tale da non riuscire a tenerne il conto; sa bene che il ritrovamento della mummia non è di competenza della Divisione criminale ma degli esperti di Archeologia. Ciò nondimeno questa donna, ritornata alla luce dopo secoli, gli ha fatto scattare qualcosa. Deve saperne di più. E poi perché del ritrovamento si è appena fatto cenno nei notiziari? Non gli resta che andare a chiedere al Museo, dove si scontra con un nebuloso muro di mezze risposte. E, come se non bastasse, poco dopo la mummia viene distrutta da un incendio e con le ceneri scompare ogni traccia della sua esistenza. Indispettito da ordini superiori, che gli imporrebbero di chiudere in fretta la faccenda, Haifeng decide invece di occuparsi comunque del caso. Scoprirà che il contadino, prima di chiamare la UPS (Ufficio di pubblica sicurezza di Nanchino) aveva rubato qualcosa di prezioso al cadavere e che l’aveva rivenduto a caro prezzo a uno straniero residente nello Xinjiang, la regione degli Uiguri, lontanissima e a Nord Ovest della Cina. E scoprirà che dietro l’incendio che ha provocato la distruzione della mummia ci sono forti indizi di un crimine, ma la sua indagine provocherà il richiamo dei suoi superiori e l’ordine di allontanarsi dal suo posto di Pechino per un corso di aggiornamento. Bloccato sul caso, non gli resta che seguire la tenue traccia legata al prezioso rubato e scegliere lo Xinjiang come sede del suo trasferimento provvisorio. Là, sul palcoscenico dei perenni scontri tra i musulmani Uiguri, perseguitati dal regime, e le forze di sicurezza cinesi, Haifeng si renderà conto di aver portato alla luce molto più di una semplice mummia: i tratti caucasici riscontrabili nella donna della torbiera proverebbero la presenza di colonizzatori indoeuropei prima della comparsa dei cinesi, un vero scacco per la incensante propaganda governativa. Ma quando nuovi fortunati scavi archeologici nello Xinjiang porteranno alla luce altre mummie, queste invece con tratti somatici Hancinesi, Tian Haifeng si renderà di essere finito in un torbido intrigo politico orchestrato dalla propaganda centrale e che vorrebbe stravolgere le sorti della regione. Forse troppo per un semplice ispettore e tuttavia ormai non può tirarsi indietro. Non gli resta che andare avanti, battersi e affrontare il pericolo. Ma tra falsi storici, insabbiamenti e sanguinosi omicidi, la posta in gioco è irraggiungibile. Per ora la verità deve rimanere sepolta, in attesa e nella speranza di un diverso futuro.
Un coraggioso e coinvolgente giallo di denuncia quello di Martin Long, che affonda la lama letteraria nella corruzione, complicità ai livelli più alti, mafiosa prevaricazione che hanno per tanti decenni distinto (e continuano a distinguere) le azioni del potere cinese. Tutto appare mostruosamente condizionato, dal più umile commerciante, dal più semplice agente di polizia fino ai gradini più alti della gerarchia dello stato. Chi, poi, è contro, deve essere tolto di mezzo, eliminato senza pietà. E tutto deve essere sempre subordinato all’esaltazione della Cina e del suo popolo. Un giallo coinvolgente che porta anche al centro dell’attenzione dei lettori il caso dei musulmani Uiguri, una minoranza etnica e religiosa con caratteristiche fisiche piuttosto diversificate che presentano sia tratti prettamente indoeuropei che mediorientali e asiatici. Un’etnia che il regime cinese perseguita da anni tanto che nel 2018 si sono intensificate le polemiche sulla “detenzione” di un gran numero di uiguri in campi di “trasformazione attraverso l’educazione” e sull’esatta natura di questi campi. Il governo cinese sostiene che si tratta di istituzioni educative ma, nel 2018, il magazine quotidiano online Bitter Winter ha pubblicato dei video che sostiene filmati all’interno dei campi e che mostrano strutture simili a prigioni. E anche sulle finalità di questa politica esistono diverse polemiche. La Cina afferma che le misure di “rieducazione” sono necessarie per prevenire la radicalizzazione e il terrorismo, mentre studiosi occidentali pensano che ciò che preoccupa il governo sia la rinascita religiosa nella regione che ha colto le autorità di sorpresa.

Martin Long, per anni alla testa del dipartimento degli studi superiori di Lingue a Parigi, è oggi uno scrittore a tempo pieno. Amante della cultura cinese, parla fluentemente mandarino, ha viaggiato in Cina visitando città, piccoli villaggi e comunità rurali al fine di raccogliere materiale per i suoi romanzi. La donna della palude è il primo libro della serie dedicata all’Ispettore superiore Tian Haifeng.

La Debicke e… Fuga da Parigi

Stephen Harding
Fuga da Parigi
Newton Compton, 2020

Fuga da Parigi è un’emozionante storia vera del 1943 nella Francia occupata. Il protagonista è Joe Cornwall, un ragazzone di 26 anni alto quasi un metro e novanta, ottimo tiratore che, quando si era arruolato, lavorava nella fattoria della nonna vicino a Wenatchee, capoluogo della contea di Chelan nello Stato di Washington. Dopo mesi di addestramento a terra sul suolo americano, era finalmente partito con la sua squadra per l’Inghilterra. Là, imbarcato come mitragliere su una B-17, una Fortezza volante americana, combatteva in prima linea nei cieli dell’Europa ancora in mano ai tedeschi di Hitler.
Fuga da Parigi è la vera storia di Joe e di altri aviatori statunitensi, equipaggi di quattro B-17 che furono abbattuti sulla Francia occupata dai tedeschi il 14 luglio 1943 (anniversario della presa della Bastiglia) durante una pericolosa missione che aveva come bersaglio l’aeroporto parigino di Le Bourget, quartier generale delle forze naziste. Dei pochi che riuscirono a lanciarsi con il paracadute o a sopravvivere a un atterraggio di fortuna, una parte fu catturata dai tedeschi e rimase prigioniera fino alla fine della guerra, ma altri, più fortunati, riuscirono a dileguarsi nella campagna. Gli aviatori, con addosso solo un piccolissimo kit in dotazione per dimostrare di non essere spie tedesche, trovarono appoggio presso dei contadini francesi. Povera gente che solo per il fatto di aiutarli rischiava la vita propria e della famiglia. Gli americani sapevano dell’esistenza, in Francia, di diversi gruppi della Resistenza in continuo contatto con gli alleati. Gruppi che comprendevano uomini armati partigiani (maquisards), editori di giornali e cinegiornali clandestini e abili spie. La battaglia aerea nei cieli della Somme, avvenuta intorno alle otto della mattina di Festa Nazionale francese, aveva avuto molti testimoni. Ai sopravvissuti in fuga non restava che sperare di essere trovati e salvati. E lo furono. Joe Cornwall, dopo giorni di attesa nascosto in una fattoria, fu fatto salire su un treno e, munito di falsi documenti e miracolosamente riunito a tre commilitoni, spedito in terza classe a Parigi. Solo da Parigi infatti, tramite la Spagna o la Svizzera, c’era modo di organizzare una qualche fuga dalla Francia. Nella capitale, dove le truppe tedesche pattugliavano ferocemente le strade e gli agenti della Gestapo piantonavano ogni angolo, gli americani trovarono riparo temporaneo; Joe Cornwall fu sistemato nella casetta a due piani dei Morin, Georges, sua moglie Denise e la loro unica figlia Yvette, una coraggiosa famiglia parigina di membri attivi della Resistenza che viveva e lavorava nell’Hotel des Invalides. Nascosto proprio sotto il naso dei nemici, nello straordinario complesso di edifici e monumenti militari che ospita la tomba di Napoleone e in cui i funzionari tedeschi avevano stabilito i loro uffici.
La sua condizione è simile a quella di decine di altri aviatori alleati abbattuti: nascondersi e aspettare… Ma mentre la Resistenza si faceva carico di pianificare ed eseguire azzardati piani di fuga, il pericolo di delazione e di essere scoperti dai nazisti non faceva che crescere…
Basato su documenti desecretati da archivi ufficiali, su racconti, memorie personali e materiali ufficiali americani, francesi e tedeschi, sulle interviste fatte dall’autore ad alcuni dei testimoni chiave, o a loro figli ed eredi, sui fatti realmente accaduti, Fuga da Parigi ci riporta alle più classiche e dolorose ambientazioni della storia durante la Seconda Guerra Mondiale. Stephen Harding tratteggia con immediatezza un ritratto vivido e indimenticabile della Parigi occupata dai nazisti e dei sacrifici di una banda di combattenti della Resistenza che rischiarono la vita per gli aviatori alleati.
Un libro che riesce ad appassionare come un thriller.
Una storia straordinaria e avvincente che ci fa rivivere il drammatico e quotidiano combattimento aereo nei cieli dell’Europa dei coraggiosi piloti Alleati contrapposti alle forze dell’Asse, le ansie, le angosce, i pochi momenti di leggerezza e una dolce ma impossibile storia d’amore, vissuta dai protagonisti in una Parigi occupata e tuttavia sempre una delle città più belle del mondo. Una città indomita, ma piegata dagli invasori dove al fianco dei più biechi collaborazionisti operavano senza concedersi tregua i coraggiosi combattenti della resistenza francese impegnati in una vitale, pericolosa e perenne guerra sotterranea con i mostri nazisti che occupavano la loro patria.
Onore al merito e alle innumerevoli vittime della Resistenza francese torturate e trucidate dai nazisti. Gente della Resistenza che non si tirò mai indietro e ogni giorno a costo della vita collaborò con i servizi segreti alleati (Office of Strategic Services e Special Operations Executive), specialmente nel fornire informazioni sul Vallo Atlantico e nel coordinare i sabotaggi e le altre azioni utili a contribuire al successo dello sbarco in Normandia.

Stephen Harding è autore di nove libri di storia moderna, uno dei quali è già in produzione per diventare un film. È attualmente redattore capo della rivista «Military History» e vive nel nord della Virginia.

La Debicke e… Il giallo di Villa Nebbia

Roberto Carboni
Il giallo di Villa Nebbia
Newton Compton, 2020

Si apre con un crudele e inspiegabile doppio omicidio – che nel prosieguo si potrà ancorare a circa dieci anni prima – e si passa al primo capitolo, nell’inverno del 1978, mentre l’Italia sta vivendo la spaventosa stagione degli anni di piombo, annichilita dagli avvenimenti quotidiani, agghiaccianti e sanguinari, che fanno da cornice a una storia fiorita lontano da tutto e tutti e stranamente fuori dal tempo. Il cinquantenne Piero Bianchi è solo un povero fallito. Era partito bene, Piero: aveva preso una laurea, godeva di una certa agiatezza ereditata dal padre, piccolo impresario edile, si era sposato e aveva una figlia. Ma poi per Sasso Marconi, il suo paese, era diventato una specie di paria. Per anni infatti si era ubriacato giorno e notte, ovunque e senza freni, forse per tacitare insoddisfazione e incontrollabili demoni, trascurando lavoro e famiglia al punto da rendere la convivenza quasi impossibile. E quando finalmente aveva trovato la forza e la volontà di disintossicarsi, la vita gli aveva regalato solo ferite: l’incomprensibile suicidio della moglie e il successivo allontanamento della figlia fuggita via, lontano, che rifiutava di parlare con lui. I suoi compaesani e vicini di Sasso Marconi lo trattano da assassino e non perdono occasione per attaccarlo a parole e con i fatti, danneggiandogli persino la casa con atti di vandalismo. Sarà anche e soprattutto per allontanarsi, per fuggire da quella continua gogna giornaliera, che quando legge l’annuncio che a Villa Nebbia stanno cercando un custode per la proprietà, si presenta per avere il lavoro. L’accoglierà con grande diffidenza l’avvocato Emidio, che tuttavia il giorno dopo glielo affiderà, corredato da una fatiscente casetta semidiroccata come alloggio. Emidio è l’ex marito di Ilde, l’anziana proprietaria di Villa Nebbia. Ilde è stata rimessa in libertà da poco e giudicata clinicamente inoffensiva, dopo aver scontato nove anni in un manicomio criminale per aver trucidato il compagno e la di lui figlioletta. A oggi nella grande casa vive con lei solo Maria Sole, la nipote allora bambina e testimone del delitto. Ciò nondimeno Piero, che non desidera altro che un po’ di tranquillità e allontanarsi dai compaesani, accetta lo stesso l’incarico. Sarà l’occasione per intraprendere una nuova vita e chiudere definitivamente i conti con il passato. Ci sono tante cose da fare nella proprietà…
Ma una volta trasferito comincia a farsi delle domande. Intanto ha sempre l’impressione che qualcuno si aggiri continuamente tra la casa e il giardino… Vede il lucore di torce che denunciano presenze notturne nel bosco limitrofo, nella villa si accendono improvvisamente luci in stanze ufficialmente vuote. Possibile che si stia lasciando suggestionare dalle spaventose voci legate a quel posto? Certo è che superare il cancello della proprietà è come entrare in un altro mondo, un mondo quasi irreale. C’è la giovane Maria Sole, per la quale Piero prova contemporaneamente tenerezza e apprensione per il suo carattere, talvolta schietto e dolce, altre volte indifferente o peggio ostile. E la zia, tornata libera ma ammalata e prigioniera del suo letto, ma sarà vero? Insomma una serie di contraddizioni che lo frastornano. E poi perché Villa Nebbia, una dimora in rovina, cela cantine modernissime, ristrutturate alla perfezione? Un surreale rudere che cade a pezzi assurge al ruolo di protagonista celando la maledizione e il male dei suoi proprietari. E chi sono mai questi padroni che non si vogliono far vedere, e quando lo fanno si comportano come in preda a un incantesimo, accomunati dalla paura o dall’odio?
Piero, in cerca di un’impossibile pace, irrimediabilmente coinvolto in prima persona, si ritroverà in un guaio del quale non immagina lontanamente la portata, con i morti che, uno dopo l’altro, si accalcano nel passato e nel presente, tutti in qualche modo legati al destino dell’antica dimora. Qual è mai il segreto proibito di Villa Nebbia?
Un trionfo del gotico puro, con presenze che si muovono di notte in giardino (fantasmi?) e altre entità sconosciute che spiano. Compariranno misteriosi ordini e minacce scritte sui vetri, colpetti di avvertimento che intimoriscono. Stranezze e incognite che provocano affanno, angoscia, dubbi. Incertezza, inquietudine? Preparatevi a smarrirvi nella nebbia, mai un titolo fu così parlante, e immergetevi nelle parole e frasi del misterioso “giallo di Villa Nebbia“. Un romanzo che occhieggia a storie e ad atmosfere di altri tempi, ma bravamente sorretto da una gelida trama, fatalmente avvincente. C’è un assassino che si muove preciso e letale, una trappola pronta a scattare e imprigionare un innocente, la polizia sembra solo un altro minaccioso nemico…
Con la colonna sonora, sinistramente scandita, di Tu mi fai girar… come fossi una bambola, all’epoca gran successo di Patty Pravo, Roberto Carboni, finora collaudato noirista, si è divertito stavolta (immagino) a concepire e scrivere un tragico ma accorto giallo goticheggiante che intinge il biscotto nel trascendentale.

Roberto Carboni è nato a Bologna nel 1968 e vive sulle colline di Sasso Marconi. È autore di numerosi romanzi e docente di scrittura creativa a tempo pieno. Nel 2015 è stato premiato con il Nettuno d’Oro (in precedenza attribuito, tra gli altri, a Lucio Dalla e Carlo Lucarelli), nel 2016 con il premio speciale Fondazione Marconi Radio Days (precedentemente premiati Enzo Biagi, Lilli Gruber). Nel 2017 ha vinto il Garfagnana in Giallo, nella sezione Romanzo Classic. Nel 2018 è stato vincitore del SalerNoir Festival di Salerno.