La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (in memoria di Dallas Mayr)

Jack Ketchum
La ragazza della porta accanto
Gargoyle
Traduzione di Linda De Luca
Attualmente non in commercio

Una settimana fa Stephen King ha dato notizia della morte di Dallas Mayr. Così ho ripescato dai cassetti della memoria un post di una decina di anni fa. 


Jack Ketchum (pseudonimo di Dallas Mayr) ha scritto The girl next door nel 1989 (anno in cui è stato pubblicato negli Stati Uniti), ma il romanzo è uscito in Italia solo nel 2008, pubblicato dall’editore Gargoyle. Gargoyle è (era?) specializzato in horror e in effetti La ragazza della porta accanto è un romanzo dell’orrore nel senso più vero del termine: non fantasmi, vampiri e grand-guignol, ma l’orrore della vita reale. Pur essendo un romanzo dell’orrore nel senso sopra spiegato, Ketchum non indugia in descrizioni sanguinose e morbose.

Basato su una storia realmente accaduta nel 1965, La ragazza della porta accanto racconta, attraverso gli occhi e la voce del piccolo David, la storia di Meg, quindicenne orfana data in affidamento, insieme alla sorella minore Susan, alla famiglia di Ruth, una lontana parente.
Siamo negli anni Cinquanta, provincia americana. Ruth vive sola con tre figli maschi ed è molto amata dai ragazzini perché li tratta da pari a pari, permette loro di fumare e bere birra e parla delle “cose della vita” con molta disinvoltura. Ma il divorzio l’ha incattivita confronti del mondo e l’arrivo delle sorelle Loughlin scatenerà la sua rabbia repressa. Ruth cerca dapprima di umiliare Meg, adolescente bella e orgogliosa, ma non riuscendo a piegarla inizierà a seviziarla selvaggiamente, facendo partecipare al gioco anche i figli e gli amichetti. David rimane spettatore: da un lato ha sempre ammirato Ruth, che è parte del suo mondo infantile, e non riesce a comprendere il motivo del cambiamento della donna, dall’altro lato prova attrazione per Meg e vorrebbe, lui dodicenne, proteggerla.

Finale toccante (più nel libro che nel film, tra l’altro).

Una curiosità: Dallas Mayr (prolifico scrittore di horror, più volte vincitore del Bram Stoker Award) ha mutuato il suo pseudonimo da Jack Ketch, boia della corte inglese famoso per il suo sadismo.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film nel 2007.

So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

Henning Mankell R.I.P. (1948-2015)

MankellSi è spento oggi, a soli 67 anni, Henning Mankell, uno dei padri del giallo svedese.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo, anni fa, quando aveva deciso di chiudere la serie del Commissario Wallander con un ultimo volume, Piramide, una raccolta di racconti nei quali rivelava gli esordi del suo protagonista più celebre. In quella occasione abbiamo parlato di tante cose, non solo di letteratura di genere. Rilette a dieci anni di distanza, certe affermazioni restituiscono l’idea di un uomo che già allora aveva capito in che direzione stessimo andando.

L’intervista è di gennaio 2006. L’immagine sopra è tratta da qua.

AB – Raccontami di te.
HM – Non parlo volentieri della mia infanzia. (La madre ha abbandonato la famiglia quando Mankell era molto piccolo, n.d.r.). Mi piace però ricordare la mia giovinezza. Ho vissuto a Parigi per qualche anno: mi sono trasferito lì quando avevo solo 15 anni. Non so cosa facevo. Ero molto giovane ma già sapevo di voler fare lo scrittore. A quel tempo chiunque pensasse di voler fare lo scrittore andava a Parigi. Così come un tempo chiunque volesse fare il pittore doveva andare a Roma: era una tradizione. Così andai a Parigi con duecento corone in tasca… Non so come sono sopravvissuto. Facevo i tipici lavori da immigrante, malpagati, ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Credo che la cosa più importante di quegli anni sia stata che ho imparato a prendermi cura di me stesso. È stata una buona scuola, essere da solo all’estero così giovane. Ho scritto il mio primo libro a 22 anni, nel 1970. Ho sempre scritto opere teatrali e ho anche lavorato come direttore di teatro. Tuttora trascorro buona parte dell’anno in Mozambico, dove dirigo il teatro di Maputo.

AB – Da dove viene l’idea di Kurt Wallander?
HM – Credo che uno dei più antiche tradizioni letterarie sia quella di usare lo “specchio” del crimine per parlare della società. Quando mi domandano da dove traggo ispirazione, normalmente rispondo che mi rifaccio all’antica tragedia greca: commedie scritte oltre duemila anni fa che parlano di crimine. Qual è la storia di Medea? È la storia di una donna che uccide per gelosia. Un altro esempio di crime literature è Shakespeare. Voglio dire che la crime fiction ha una tradizione letteraria molto antica, anche se qualcuno stupidamente ritiene che sia stata creata 150 anni fa da Edgar Allan Poe. È una tradizione risalente nel tempo, e io cerco di inserirmi in questo filone, usando la storia criminale per raccontare le contraddizioni. Perché il crimine nasce dalla contraddizione e la letteratura di genere serve a descrivere ciò che sta accadendo nella società.

AB – E cosa sta accadendo nella società?
HM – I cambiamenti in Europa – il blocco dell’Est che si è avvicinato ai paesi occidentali – hanno portato un nuovo tipo di criminalità. Anche questo è un mondo che si presta bene a essere rappresentato attraverso romanzi criminali.

AB – A parte le ovvietà, qual è la differenza principale tra Europa e Africa? Non parlo del clima, ma della gente, delle emozioni.
HM – Per molti anni ho cercato le differenze, ma l’unica cosa che ho trovato sono le somiglianze. Siamo davvero tutti uguali, sotto la pelle di diverso colore. Reagiamo esattamente allo stesso modo di fronte alle cose. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di visitare un piccolo e sperduto villaggio del Mozambico dove la gente non aveva mai visto la televisione. Abbiamo portato lì un televisore e abbiamo mostrato loro la videocassetta di un film di Charlot e la gente ha iniziato a ridere immediatamente. Non sapevano cosa fosse un film né chi fosse Charlie Chaplin, ma davanti alle immagini ebbero le stesse reazioni che abbiamo noi.
Le relazioni tra Africa e Europa oggi non sono buone: ciò che sta accadendo a Lampedusa oggi (gli sbarchi di clandestini e il problema dei campi di prima accoglienza, n.d.r.) ne è un esempio. Ma dobbiamo ricordare che la relazione tra i due continenti, in una prospettiva di lunghissimo periodo, è stata molto buona; è solo negli ultimi quattrocento anni che il colonialismo ha rovinato tutto.
Spero che in futuro torneremo alle buone relazioni che avevamo un tempo. E credo che sarebbe un’ottima cosa costruire un ponte tra Gibilterra e il nord Africa. Se, fra centocinquanta anni, potessi tornare indietro per trenta secondi e dare un’occhiata intorno, davvero vorrei vedere che le relazioni sono tornate buone. Dobbiamo ricordare che uno dei tre re Magi era un nero. Dobbiamo anche ricordare che la razza umana viene dall’Africa, che vuol dire che tutti noi abbiamo antenati di colore. Tendiamo un po’ troppo spesso a dimenticare queste cose.

AB – Piramide, edito da Marsilio, è l’ultimo romanzo di Kurt Wallander. Perché hai smesso di scrivere su Wallander?
HM – Era importante per me fermarmi in tempo. Non volevo correre il rischio di scrivere per routine. In realtà il protagonista è rimasto in famiglia, perché ora è sua figlia Linda. È stato molto divertente perché il primo libro con Linda ha venduto più di quelli con il padre, quindi pare che la gente abbia accolto bene il cambiamento.

AB – Wallander spesso ha problemi con i giovani, a partire dal rapporto con sua figlia, che è molto freddo e problematico.
HM – Molti adulti hanno problemi a ricordarsi com’è essere giovani. Io cerco di essere sempre a contatto con i giovani, visito spesso le scuole, cerco di capire cosa pensano, cosa si aspettano dal mondo. Spesso scopro, ad esempio, che i giovani sono molto più interessati alla politica degli adulti.

AB – Wallander e Mankell: cos’hanno in comune?
HM – Tre cose: amano l’opera; hanno la stessa età; lavorano moltissimo. Per il resto, sono completamente diversi.

AB – È importante che i libri siano credibili?
HM – Sì.

AB – Come ti documenti?
HM – Faccio ricerca, se necessario. Ci sono due obiettivi del fare ricerca: il primo è quello di descrivere correttamente come sono le cose; e il secondo è sapere esattamente come sono le cose e poi cambiarle. Così la gente non può dire se qualcosa è accaduto o meno realmente; ciò che voglio che dicano, in realtà, è che una cosa potrebbe essere davvero accaduta. Quindi io faccio ricerca per essere preciso e per non esserlo.

AB – Che tipo di lettore sei?
HM – Leggo molto poco i gialli: solo Ian Rankin, John LeCarrè… Di solito leggo i classici. Al momento sto rileggendo Elsa Morante: La storia, L’isola di Arturo

AB – Come ti rilassi?
HM – Leggo, sto con gli amici, cammino moltissimo…

AB – Come ti relazioni con le nuove tecnologie?
HM – Sono stato uno dei primi a usare il computer e adesso so anche mandare le mail… Mi trovo abbastanza bene, direi.

AB – Progetti per il futuro?
HM – Da poco ho terminato un nuovo lavoro che si chiama Lampedusa, a proposito di ciò che sta accadendo lì, nel centro di detenzione che sta esplodendo per la pressione gli immigrati. Sono stato a Lampedusa e ho constatato con i miei occhi questa tragedia silenziosa.
Inoltre sto preparando un nuovo libro. È basata sulla storia vera, accaduta in Europa circa centocinquanta anni fa, di un uomo accusato di aver falsificato un manoscritto.

AB – C’è un messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?
HM – Sempre. Ma è diverso da libro a libro.

AB – C’è un filo conduttore nelle tue opere?
HM – È la solidarietà. L’idea è che la solidarietà fra le persone, prima ancora che tra i governi, possa salvare il mondo.

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piramideHenning Mankell
Piramide
Traduzione di Giorgio Puleo
Marsilio, 2006

Cinque casi di omicidio, ambientati tra il 1979 e il 1989, che vedono un Kurt Wallander alle prime armi. Da quando, agente poco più che ventenne, risolve il suo primo caso, a quando s’impadronisce del mestiere e si capisce che sarà un ottimo poliziotto, fino a diventare commissario capo del distretto di Ystad. Henning Mankell fa luce su alcuni aspetti della vita e della personalità del suo protagonista finora taciuti, inclusa la sua vita prima di conoscere Mona, di cui si innamorerà e che sposerà.
In questo prologo-epilogo Mankell trova finalmente anche il “sottotitolo” a lungo cercato per l’intera serie: I romanzi dell’inquietudine europea, ovvero dell’inquietudine del nostro tempo. I delitti senza logica, le divisioni e tensioni nella società, il disgregamento dei valori su cui un tempo si fondava, e lo stesso Wallander con la sua vita privata così instabile riflettono il nostro tempo, con le sue paure e insicurezze, la violenza che lo attraversa, e lo smarrimento che tutto ciò crea. Una fotografia in cui milioni di lettori di tutto il mondo si sono riconosciuti.

Henning Mankell è nato in Svezia nel 1948 e ha raggiunto il successo internazionale con la serie del commissario Wallander, nove episodi, tutti editi da Marsilio. Una serie tradotta in 35 lingue, che ha venduto a oggi più di 24 milioni di copie nel mondo. Vive tra la Svezia e l’Africa, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, tra cui Comédia infantil (Marsilio 2001) e Il figlio del vento (Marsilio 2002). Dalle sue battaglie per l’Africa è nato il libro Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids (Marsilio 2005).

“Siamo tutti sull’orlo di un abisso”: R.I.P. Ruth Rendell

ruth rendellÈ morta oggi, dopo mesi di ricovero, Ruth Barbara Rendell. Lady Rendell of Babergh (questo il titolo che  le era stato conferito nel 1997), inglese, classe 1930, ha iniziato come giornalista; nel 1964 la pubblicazione del primo romanzo e l’avvio della fortunata carriera di scrittrice. Una serie di gialli ha come protagonista l’ispettore Wexford, molti altri sono “non seriali” e, tra questi, quelli scritti con lo pseudonimo di Barbara Vine. Dei suoi lavori sono state fatte trasposizioni per il grande schermo da Almodovar, Claude Miller e Chabrol.
Il suo ultimo romanzo è The Girl Next Door.

Dieci anni fa, circa, l’ho intervistata.

AB – Signora Rendell, c’è una leggenda che circola, sugli inizi della sua carriera. La leggenda narra che, dovendo scrivere un articolo su un public speech tenuto da un politico, una giovane giornalista, per non “sforare” con i tempi, inviò il suo pezzo alla redazione basandosi sulla copia del discorso che aveva avuto in anteprima. L’articolo uscì l’indomani sul giornale, ma l’oratore era morto a metà del suo discorso… questo significò la fine della carriera di quella giornalista, che subito dopo divenne scrittrice.
RR – È falsa. Assolutamente no. Qualcuno ha inventato questa storia, ma non è vera.

AB – Bene, abbiamo sfatato questo mito. Parliamo però della scrittrice. Numerosi i romanzi gialli pubblicati finora. Da dove prende l’ispirazione? Dai giornali o…?
RR – No, non dai giornali. L’ispirazione nasce da ciò che la gente mi dice, senza sapere che mi sta dando lo spunto per un libro. Non una cosa del tipo “Ho avuto un’idea per un libro”, no davvero. Semplicemente, un conoscente mi racconta un episodio accaduto a lui o a qualcuno che gli è vicino, e io inizio a pensarci su, ci rimugino, lo modifico, mi domando: come posso utilizzarlo?
Oppure prendo spunto da un luogo – una casa, magari. Le case mi interessano molto, diversi miei lavori sono ispirati da un’ambientazione particolare. Per esempio The Rottweiler (La bottega dei delitti), è stato ispirato da un negozio di antiquariato che si trova in una strada vicino a dove abito. È iniziato tutto da lì. I personaggi, le altre persone che abitano nella palazzina, si sono sviluppati man mano che scrivevo.

AB – Lei ha scritto anche con uno pseudonimo, Barbara Vine. Come mai?
RR – Beh, è un tipo di libri differente. Avevo già un certo successo con i miei libri, e mi è venuta l’idea per scrivere qualcosa di diverso dal mio genere. Quando finalmente l’ho scritto, ho preso il cognome da ragazza di una delle mie bisnonne e il mio secondo nome, e l’ho pubblicato con uno pseudonimo. E al pubblico è piaciuto, anche se non sapevano che l’avevo scritto io.

AB – L’ispettore Wexford, presente in molti suoi romanzi, è stato trasformato nel protagonista di una serie televisiva (The Ruth Rendell Mysteries per ITV, Independent Television Company). Che effetto le ha fatto la trasposizione sul piccolo schermo?
RR – ITV ha fatto diverse serie, tratte da altri libri, e quelle non mi sono piaciute. L’adattamento televisivo ha reso necessario che un romanzo fosse condensato, o un racconto “stiracchiato”, in un unico episodio, e non ha funzionato, peccato. Ma la serie di Wexford, con George Baker, quella sì, mi è piaciuta. Baker era “molto” Wexford, la serie era molto buona.

AB – E i film? Come le è sembrato l’adattamento sul grande schermo?
RR – Oh, c’è stato Live Flesh (Carne tremula), di Almodóvar, e due Chabrol, La cérémonie e La demoiselle d’honneur, e uno di Claude Miller, Betty Fisher et autres histoires. Erano buoni film, davvero. È strano, perché un sacco di film sono fatti da inglesi o americani, ma sono pessimi, spariscono subito; i film migliori sono stati fatti da francesi e spagnoli, non da inglesi.

AB – Di solito si parla delle British Queens of Crime: Agatha Christie, P.D. James, e lei. Qual è la differenza? Cos’è che rende i suoi libri diversi e attrae i suoi lettori?
RR – Oh, ma non sono io che devo dirlo… io non lo so, e anche se lo sapessi non lo direi… (ride)

AB – Io un’idea ce l’ho: secondo me, nei suoi libri l’aspetto psicologico è predominante.
RR – Maggiore introspezione psicologica? Analisi psicologica? Sì, sì, forse. Ma devi dirlo tu, non posso dirlo io. (ride)

AB – Nei suoi libri, gli individui hanno spesso dei comportamenti anormali. Pensa davvero che nella nostra società ci sia tutta questa devianza, questa anormalità?
RR – Sì, lo penso. La maggior parte delle persone sono abbastanza normali, sono soddisfatte e contente della loro vita. Ma tutti hanno qualcosa di particolare, di eccentrico, di anomalo. Qualche compulsione, o ossessione, o qualcosa che fanno, qualcosa di strano. E questo è quello che mi interessa. Ma non penso che tutti siano mentalmente disturbati, questo no.

AB – Molti scrittori contemporanei introducono nei loro libri descrizioni violente e dettagli macabri…
RR – (mi interrompe) Io no.

AB – No, lei no, infatti nei suoi libri il crimine è descritto meglio attraverso la suspense e l’idea che qualcosa di malvagio, di cattivo sta per accadere. C’è questo senso del pericolo che incombe. È una scelta?
RR – Sì, per me la suspense è molto interessante, più delle interiora sanguinolente. Anzi, ho deciso di non scrivere più di omicidi che avvengono con le armi da fuoco perché commetto degli errori. Anche se ho un libro che parla di pistole, e a volte chiedo consiglio sull’argomento, spesso mi sbaglio nei dettagli, semplicemente perché non mi interessa. Il mio unico tentativo di tiro al piattello è stato un totale fallimento. Non mi piacciono le armi: anche se sono una persona molto aggressiva, e mi tengo in forma, non riesco a maneggiarle, e quando sparo non riesco a reggere il contraccolpo. Le armi sono semplicemente orribili. E non mi interessa descrivere ciò che accade quando una persona viene pugnalata. Qualcun altro lo farà, non io.

AB – Il suo primo libro, From Doon with Death (Con la morte nel cuore, in precedenza pubblicato come Lettere mortali, Giallo Mondadori 1664), è stato pubblicato nel 1964. Molte cose sono cambiata nel mondo, da allora. Trova che questi cambiamenti abbiano influenzato il suo modo di scrivere?
RR – Oh, certo, e si vede nei miei libri. C’è un’enorme differenza, tra il primo e l’ultimo libro di Wexford, nelle condizioni sociali ed economiche inglesi, nella società… l’intera vita è cambiata. Ed è esattamente quello che volevo, scrivere dei libri che fossero un ritratto del modo di vivere inglese del ventesimo secolo, prima, e del ventunesimo, ora.

AB – In una vecchia intervista, di circa trent’anni fa, lei parlava del “senso dell’abisso”. Prova ancora questa sensazione?
RR – Oh, sì. Quello che volevo dire è che tutti noi siamo appesi a un filo. Per fortuna la maggior parte delle persone non lo sa, o non ci pensa. Questa è una delle cose che distingue il nevrotico, o lo psicotico, dalla persona normale. Il fatto è che proprio ora, nello stesso momento in cui stiamo parlando, uno dei nostri cari potrebbe essere ucciso in un incidente. Lo sappiamo, perché queste sono cose che capitano, ma non ci pensiamo: se ci pensassimo la nostra vita andrebbe a pezzi, perché non c’è niente che possiamo fare per evitarlo. Ma certe persone sono così, sono sempre al telefono per controllare che i propri cari stiano bene. Ci sono donne che quando il figlio prende l’aereo entrano in paranoia, non riescono a controllare il terrore fino a quando l’aereo non atterra. Ecco cosa volevo dire, quando parlavo del senso dell’abisso: noi camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio, sotto di noi c’è un abisso terrificante. Voglio dire, prendi una straniera come me: sarebbe facilissimo che io, uscendo da qui, venissi investita, soprattutto perché le vostre strisce pedonali fanno rizzare i capelli in testa…

AB – Molti i riconoscimenti durante la sua carriera: diversi Daggers, il Mystery Writers of America Grandmaster Award e infine la House of Lords, con il titolo di Baronessa Rendell of Babergh: cosa ha significato tutto questo per lei?
RR – È stato un grande onore. Incredibile, stupefacente, all’inizio. Ma poi ci si abitua a tutto. Essere chiamata Lady è terribile, così, tranne che nella House, tutti mi chiamano Ruth, e va bene così. Non mi piace essere chiamata Lady Rendell. Ma mi piace stare lì, come membro del partito laburista, e lavorare per il Governo. Mi piace parlare delle cose che mi interessano, mi piace votare soprattutto le risoluzioni che mi sembrano giuste, e soprattutto mi piace la gente. Abbiamo un bellissimo club, ho conosciuto molti nuovi amici, negli ultimi anni. Al momento siamo in vacanza, ma, sì, posso dire che non vedo l’ora di rientrare.

AB – Quali consigli darebbe a un giovane scrittore di gialli?
RR – Dev’essere per forza uno scrittore di gialli? Non può essere semplicemente uno scrittore?

AB – Touché! OK, uno scrittore.
RR – Beh, se è qualcuno che ancora non ha pubblicato nulla, gli direi: questi sono tempi molto, molto difficili, per chi vuole scrivere. Molto più duri di quando ho iniziato io. Sei sicuro di poter scrivere qualcosa di nuovo, di originale? Sei pronto ad affrontare la delusione, gli anni di rifiuti prima di essere pubblicato? E, peggio ancora, sei pronto a vedere il tuo primo libro pubblicato, e l’eccitazione, l’attesa, il grosso investimento emotivo… e poi nessuno vuole pubblicare il tuo secondo libro? Perché, molto spesso, questo è ciò che accade. Quindi, io direi a questo giovane autore: trovati un lavoro! Fai qualcos’altro! E, se proprio vuoi, scrivi le tue storie la sera.

AB – Fra i suoi libri, ce n’è uno che preferisce?
RR – No, non direi. Non nella serie di Wexford. Forse A judgement in stone (La morte non sa leggere) e Talking to strange men (Parlando con uno sconosciuto).

AB – A parte i suoi libri, naturalmente, quali altri autori di gialli raccomanderebbe di leggere?
RR – Consiglierei P.D. James, lei è molto brava. E Ian Rankin. Ma, in effetti, non ci sono molti autori contemporanei che raccomanderei: ci sono troppo sangue e troppi dettagli violenti nei libri, oggi, non mi piacciono. Tra quelli del passato, bisognerebbe leggere Dorothy Sayers, Josephine Tey e Dashiell Hammett, naturalmente. E Simenon, e Raymond Chandler. Sono un po’ superati, mi spiace, ma tra gli autori contemporanei non vedo niente di buono, a parte, appunto, P.D. James [1].

AB – …e Agatha Christie?
RR – Non la raccomando. Certo, le sue trame erano eccellenti, ma non mi è mai veramente piaciuta. Anche se, ovviamente, la gente la legge senza che io debba raccomandarla (ride).

[1] P.D. James era ancora vivente al tempo dell’intervista (registrata il 23 settembre 2004); è deceduta il 27 novembre 2014.

Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

giorgio_faletti_sito-ufficiale_ban_ita1Non sono tra coloro che lo hanno attaccato in vita e si stracciano le vesti dopo la morte: no, a  me i romanzi di Giorgio Faletti erano piaciuti davvero, soprattutto i primi due. Lo avevo anche conosciuto, ai tempi del Falcone Maltese.
Lo saluto con questi due vecchi pezzi, un’intervista del 2005 e una recensione del 2009. E tanto dispiacere. Ciao, Giorgio.

Intervista a Giorgio Faletti (2005)

AB –  Il successo di Io uccido prima, e di Niente di vero tranne gli occhi dopo, ti ha consacrato come uno dei migliori giallisti italiani. Ritieni che questa “etichetta” sia corretta o preferiresti essere considerato un bravo scrittore tout court?
GF – Nella mia carriera ho raccontato a tratti storie molto diverse fra loro. Ho iniziato scrivendo testi comici, successivamente canzoni, infine sono approdato alla letteratura, gialla nella fattispecie. Per questo motivo mi ritengo un narratore che per il momento prova interesse per le storie di suspence. Tuttavia, visto che la mia curiosità è praticamente ingovernabile, non escludo investigazioni in altri settori.
AB – Credi che esista ancora, nei confronti del giallo, una sorta di pregiudizio che lo relega al rango di letteratura “di serie B”?
GF – Sul fatto che ci sia una sorta di ghettizzazione di questo tipo di letteratura è innegabile, ma è altrettanto innegabile che scrittori cosiddetti “di genere” nel tempo abbiano fatto giustizia di molti contemporanei sostenuti da aspirazioni ben più ampie. Esiste a lato, nel contempo, la possibilità che un autore possa sopravvalutare la sua opera e ritenersi portatore di una valenza superiore alla semplice letteratura di intrattenimento.
AB – Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un boom del giallo nella letteratura, nel cinema, alla tv. Pensi che sia un fenomeno passeggero o che si tratti di un trend destinato a durare nel tempo?
GF – Il trend ha la possibilità di essere duraturo, sempre che la massificazione non faccia perdere alle proposte la qualità necessaria a interessare. Il giallo si evolve con i tempi: aumentano qualitativamente le prassi di indagine ma allo stesso tempo le vie per commettere un crimine.
AB – Per quanto riguarda i progetti futuri, cosa hai in serbo per i lettori (e non solo per loro)?
GF – Come sempre, storie. Il mio gusto per la contaminazione potrebbe anche far pensare che non siano solo storie legate al thriller…

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Io sono Dio (2009)

È stata la polemica dell’estate, rimbalzata dai blog ai siti web alla carta stampata. Due blasonate traduttrici, Franca Cavagnoli ed Eleonora Andretta, affermano che l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai), presenta un po’ troppi anglicismi. A sostegno della loro tesi riportano modi di dire che sembrano tradotti con BabelFish, il traduttore automatico. Espressioni incomprensibili per gli italiani ma adatte a un abitante del Bronx. Perifrasi (“il tavolino da notte” per indicare il comodino) che sembrano indicare che il romanzo è stato pensato in inglese. Ma l’autore, si sa, è italianissimo, e per quanto possa avere una certa familiarità con gli States non si giustificherebbe un uso così ampio, e ardito, dell’americano.

Da qui il dubbio, non esplicitato ma sottinteso: chi è l’autore di Io sono Dio? È davvero Giorgio Faletti, oppure la stesura dell’ultimo best seller è stata affidata a un ghost writer straniero? La polemica, a colpi di articoli sui giornali e sulla carta stampata, procede con diverse cadute di stile da entrambe le parti. Il dubbio è a nostro avviso infondato. Lo stesso Faletti, su La Stampa del 22 agosto, elenca articolatamente i motivi per cui un autore di successo, pubblicato in tutto il mondo da un editore serio, non può ricorrere a mezzi di bassa lega. Di più: lo scrittore dà pienamente conto del linguaggio utilizzato, spiegando che l’uso di anglicismi è giustificato dal fatto che il romanzo si svolge interamente in America.

La spiegazione sembra plausibilissima e non lascia adito a ulteriori sospetti. D’altra parte, aggiungiamo noi, se proprio avesse usato un ghost-writer avrebbe anche potuto pagare i servizi di un buon traduttore che eliminasse le evidenti “sbavature” anglofone. È più facile pensare che l’autore abbia scelto il proprio stile, assumendosene la responsabilità. Una storia ambientata negli Stati Uniti deve, ovviamente, utilizzare un registro e delle espressioni in sintonia con l’ambiente circostante.

Nessun mistero, dunque. Anzi, addirittura un blog arriva a lanciare la notizia che Faletti stesso sarebbe un ghost writer, e che le evidenti analogie strutturali tra i suoi romanzi e quelli di celebri autori americani sarebbero di origine falettiana. Lo scrittore nostrano, insomma, non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo ruolo, firmando – finalmente – i libri con il suo nome.

La polemica sembra placarsi solo con la fine dell’estate.

Sarà. Messe a tacere – si spera – le malelingue, ai lettori non rimane che valutare Io sono Dio per ciò che è, nudo e crudo. Un thriller, che inizia durante la guerra in Vietnam e continua nella New York dei giorni nostri. Un pericoloso dinamitardo minaccia di far esplodere una serie di bombe nel centro della città. Sulle sue tracce, un’investigatrice problematica e un reporter in cerca di riscatto dopo aver dovuto rinunciare al premio Pulitzer per aver usato una foto scattata dal defunto fratello. L’indagine procede serrata, i colpi di scena arrivano al momento giusto e, rispetto ai precedenti romanzi di Faletti, mancano le verbose spiegazioni finali. Anche se proprio sul finale il romanzo lascia un po’ a desiderare: se in Io uccido si diceva troppo, qua si dice troppo poco, rendendo il movente dell’assassino un po’ labile (e non sveliamo di più, ma chi ha letto il romanzo avrà probabilmente notato questa piccola pecca).

Sullo stile si può dissertare o dissentire, e non pochi hanno obiettato, ma la lettura è oggettivamente scorrevole e piacevole. Che Giorgio Faletti abbia stile e ironia lo ha già dimostrato nella sua carriera poliedrica e ultraventennale. A riprova di ciò, nel presentare il romanzo l’autore sottolineava come il titolo non avesse alcun riferimento autobiografico.

Nell’insieme, Io sono Dio è una bella prova d’autore per uno scrittore che deve resistere alla sindrome da bestsellerista. Non è facile mantenere ogni volta un livello di vendite da migliaia di copie, conquistare la vetta della classifica e rimanere in cima il più a lungo possibile. Giorgio Faletti si conferma l’unico italiano (alla pari, forse, con Donato Carrisi, che però deve ancora affrontare il banco di prova del secondo romanzo) in grado di competere sullo stesso piano dei grandi thrilleristi stranieri. D’altra parte il debito nei confronti di Jeffery Deaver non è mai stato nascosto, anzi lo scrittore americano è esplicitamente citato (un suo romanzo si trova a casa di un sospettato).

Potrà piacere o non piacere, ma Io sono Dio è ciò che dichiara di essere: un onesto thriller di buon livello scritto da uno dei più letti, e invidiati, scrittori italiani.

(A.B.) (Pubblicato sul Falcone Maltese nel 2009)