In memoria di Valerio Evangelisti (con intervista)

Recensione e intervista di Roberto Mistretta

Valerio Evangelisti ci ha lasciati il 18 aprile 2022.
Autore bolognese tradotto in tre continenti e in quindici lingue, direttore della rivista Carmilla, uomo di sinistra politicamente impegnato, Evangelisti era noto soprattutto per avere fatto conoscere ai più la figura realmente esistita del domenicano Nicolas Eymerich, Inquisitore generale d’Aragona, persecutore impietoso dell’errore eretico, cane di Dio e braccio armato della Chiesa.
Fra’ Eymerich, detto Magister, protagonista indiscusso di ben dieci romanzi che consolidarono l’ampia platea letteraria del suo autore. In Francia, dove vinse i più prestigiosi premi di categoria, Evangelisti era considerato un’autorità letteraria vivente. Anche in Italia l’autore bolognese, maestro indiscusso di un genere che aveva reinventato, aveva legioni di fan che amavano Eymerich: basti ricordare che nel dicembre del 2020, a distanza di dieci anni dall’originaria pubblicazione con Mondadori, venne riproposto nella prestigiosa collana Urania Rex tremendae maiestatis, romanzo conclusivo della saga.
Siamo nell’anno Domini 1372 e il nemico mortale di Nicolas Eymerich, Ramòn de Tàrrega, viene trovato impiccato nel convento di Barcellona, dov’era stato detenuto per anni. Il suo cadavere però scompare e Ramòn viene poco dopo avvistato in Sicilia, dove avvengono fenomeni misteriosi.
Nelle terre di Trinacria imperversano misteriosi fenomeni che terrorizzano gli abitanti del luogo: antichi dischi volanti, feroci giganti cannibali, simili ai Lestregoni delle antiche leggende, e inquietanti neonati deformi si muovono sullo sfondo di un’antica lotta fra fazioni baronali. Da Palermo Eymerich si sposterà a Mussomeli, nell’entroterra siculo, dove si trova un inespugnabile castello tutt’ora esistente.
E per chi scrive, essendo nato e cresciuto in queste terre, procura un piacere impagabile leggere Evangelisti e le sue descrizioni.
In una piana sconfinata, a poca distanza da un nugolo di casupole, si elevava una rupe altissima, impressionante. La cima era occupata per intero da un castello che sembrava fare tutt’uno con la roccia. Non aveva torri, inutili a quell’altezza, ma possedeva la potenza di una macchina bellica. Pareva ancora in costruzione, e lungo la salita si scorgevano ponteggi eretti attorno a nuovi edifici che stavano prendendo forma. Di rado Eymerich aveva visto fortezze tanto possenti, e ciò malgrado leggiadre. Attraversarono il villaggio”.
Una curiosità: Evangelisti non era mai stato in Sicilia e tanto meno aveva visitato il castello di Mussomeli, riedificato da Manfredi III di Chiaramonte su un preesistente avamposto arabo. L’autore aveva visto le foto del castello nel libro “Svevi, Angioini e Aragonesi alle origini delle Due Sicilie”. Ne rimase incantato, fece ricerche ulteriori e decise di ambientarvi il romanzo conclusivo della sua saga, che cita tanti testi esoterici, tutti rigorosamente esistiti, così come tutti gli estratti riportati da Evangelisti, inclusi i più bizzarri, sono autentici. E storicamente autentici sono i baroni siciliani che accolgono Eymerich che deve sventare le nuove minacce facendo ricorso a tutta la sua lucida crudeltà per ripristinare l’equilibrio tra le forze dell’ordine e quelle del caos e preservare la Cristianità dall’infame profezia che incombe.
L’Inquisitore si ritroverà a fare i conti con la parte più buia di se stesso, là dove le dimensioni tra passato e futuro si annullano e il tempo si fa spazio. Conosceremo quindi la sua futura discendenza nell’anno 3000 dove Lilith indaga nei laboratori lunari per trovare l’arma segreta che minaccia di estinguere l’umanità.
Un romanzo che mescola più generi, storico, fantascienza e horror, in un riuscito mix che è proprio dei grandi autori e conclude in modo magistrale la saga di Nicolas Eymerich.

A suo tempo intervistammo Valerio Evangelisti, che grazie al personaggio di Nicolas Eymerich, nel 1994 aveva vinto il Nobel italiano per la fantascienza, il Premio Urania.
Perché ha scelto proprio il castello di Mussomeli come teatro del suo ultimo coinvolgente romanzo Rex tremendae maiestatis?
Ne ho visto le foto in un libro, “Svevi, Angioini e Aragonesi alle origini delle Due Sicilie”. Ne sono rimasto incantato e ho fatto ricerche ulteriori. Credo che sia uno dei castelli più belli e singolari d’Italia. Sono rimasto scandalizzato dal fatto che, in un recente sceneggiato televisivo, sia stato spacciato per il castello di Carini. Ho scritto il mio romanzo anche per riparare, in certo qual modo, a questa vergogna.
Due terzi del suo romanzo sono ambientati in Sicilia (tra Palermo e Mussomeli). È mai stato nell’isola?
No, purtroppo. È, con la Calabria, l’unica regione italiana che non ho mai visitato. Ma la amo a distanza per tante cose, a partire dalla straordinaria cucina.
La sua documentazione storica è eccellente. Personaggi realmente esistiti come Manfredi e Giovanni Chiaromonte convivono con personaggi inventati. Ma sono autentici i libri di cabala, alchimia e filosofia che lei cita?
Sì. Ho una formazione di storico, non citerei mai un libro inesistente. Anche tutti gli estratti che riporto, inclusi i più bizzarri, sono autentici. Ho una biblioteca esoterica piuttosto folta. Nasce da interessi storico-filosofici, non occultistici.
Parlando dei baroni siciliani lei scrive: “In quest’isola passare da un partito all’altro è evento quotidiano”. Ieri come oggi?
Ehm, temo di sì. Se può consolare, non è un problema solo siciliano.
Di Eymerich scrive: La sua religione era un carro da battaglia che non ammetteva deviazione alcuna. Non le fa un po’ paura convivere con l’inquisitore generale di Aragona costretto per mestiere a combattere contro i demoni e i peggiori incubi degli uomini?
No, ci convivevo bene perché lui era parte di me. Magari avrò paura adesso, che non l’ho più al mio fianco.

Valerio Evangelisti
Rex tremendae maiestatis
Mondadori collana Urania, 2020

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